Il mio 68° 25 Aprile

Fasc. 40 – Doc. 1: Elio V. Bartolozzi “Il mio 68° 25 Aprile”. Art. apparso sulla Rivista semestrale Studi e ricerche di storia contemporanea, anno 42°, fasc. 80, dicembre 2013, pp. 33-49, ISREC, Bergamo, 2013.

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E così sono arrivato a festeggiare, per la 68a volta, il 25 Aprile 1945. Me li ricordo ancora i ragazzi di allora che scendevano giù lungo la strada per S. Vittoria diretti al centro di Sestri Levante. Io ero un ragazzo con i pantaloncini corti (i primi pantaloni lunghi l’ho messi solo verso i 14/15 anni. La mia, dopo la morte di mio padre avvenuta nel 1939 – io avevo 3 anni – in un brutto incidente stradale mentre tornava a casa dal lavoro, era una famiglia povera ma per la verità, devo anche dire che per questa cosa non ho mai provato eccessiva vergogna, perché di famiglie povere ce n’eravamo veramente tante, a quei tempi, in giro!).

Mi ricordo che i partigiani venivano giù inquadrati, ma non in maniera così rigida com’eravamo noi a militare, erano più sciolti ma non certo più disordinati. In prima fila c’era “Riccio” (Aldo Vallerio n. 1923, comandante della Zelasco, una delle tre brigate della divisione Coduri operante nel Tigullio e il suo entroterra), e mi pare Pianta (Rosario Rapolla n. 1924, vice com. distacc. brigata Zelasco), poi altri tre o quattro partigiani con i capelli lunghi, pettinati all’indietro, in una specie di permanente tutta ricci fluente sulle spalle. Facevano scricchiolare le scarpe chiodate sulla strada, allora non ancora asfaltata. Avevano le calze lunghe arrotolate sulle caviglie e i pantaloni corti, più dei miei. Erano felici, come tutti noi. Io non capivo troppo perché lo fossimo, ma mi ricordo bene che lo ero come tutti quelli che ci trovavamo lì ad applaudire i partigiani. E camminavano fieri, i ragazzi, e spesso si fermavano ai capannelli della gente plaudente che l’aspettava lungo la strada. Oltre ai battimani, qualcuno spesso li fermavano con in mano fiaschi di vino per brindare alla vittoria. Vino contadino, di produzione locale. Certi li fermavano, invece, per abbracciali.

C’erano pure le ragazze, ma in gruppo se ne stavano timidamente un po’ in disparte. Allora era così, le ragazze non dovevano essere “sfacciate”, lasciarsi troppo andare, dovevano sempre mantenere un comportamento sobrio, contenuto, come le avevano insegnato le loro mamme. Mai eccedere in niente, in pubblico. Comunque, si mostravano molto incuriosite e abbastanza invidiose delle fluenti pettinature che molti partigiani ostentavano con orgoglio. A volte, qualcuna più ardita, provava a lanciare su di loro dei mazzetti di fiori raccolti poco prima sui prati circostanti. E poi, arrossendo, ridacchiavano tutte insieme con la mano sulle labbra.

Mi ricordo anche bene il punto dov’eravamo allora. Eravamo in prossimità dell’incrocio con la strada per Villa Zarello, in Santa Margherita di Fossa Lupara, allora la mia parrocchia.

Alpini Monterosa fucilati

Anche quest’anno ci sono andato, a Villa Zarello, presso il monumento dei 6 alpini fucilati qui nell’agosto 1944. Ho avuto da fare per arrivarci. Al momento ci si può arrivare solo a piedi; con difficoltà perché la boscaglia è cresciuta molto in quella zona che non è più curata dai contadini, come una volta. Ci sono piccole frane dappertutto, molti piante di pino cadute a terra e lì marcite. E canneti. Canneti non più ripuliti che rendono assai difficile il passaggio.

Mi sovvengono ancora le tende degli Alpini, qui sulla mia destra; la posa di una mina antiuomo nascosta tra gli sterpi di un piccolo canale di scolo per le acque piovane dove noi dovevamo stare molto attenti per passare. Poco più avanti una specie di spianata dov’era un campo minato. Almeno così era scritto su un paio di cartelli che vietavano il passaggio. Di fronte a questo i campetti di “Bastian” (Bernardello Sebastiano n. 1892, membro delle SIP della div. Coduri) anche questi sommersi dalla folta vegetazione. Ancora più avanti il fronte di una vasta pineta alla base della quale si diramano due ripidi sentieri entrambi diretti verso Verici Alto dove, nel dopoguerra, noi giovinastri andavamo a funghi di pino per vendere alle botteghe. Ma più in alto nasceva anche qualche poco di più prelibati e più pagati ovuli.

Molti dei disertori della Monterosa erano saliti di qua per raggiungere, attraverso il sentiero più a destra, la Madonnetta di Verici per unirsi poi ai partigiani del distaccamento Coduri di stanza nei pressi del Monte Zenone.((nota 1 Itinerario seguito, per esempio, da un gruppo di 9 alpini della Monterosa che il 7/IX/1944 salirono in montagna, come riportato nel Verbale del Comando Divisione Coduri, datato Genova 17 maggio 1946 e depositato presso l’Ilsrec di Genova. Di tale grup­po, sempre attraverso detto verbale, sono fornite anche le generalità e le regioni di prove­nienza di ognuno. Su 9 alpini, 6 risultano essere bergamaschi: G. Filisetti “Bani” (n. 1925) di Bani di Ardesio (BG); R. Finazzi “Napoleone” (n. 1924) di Chiuduno (BG); L. Galizzi “Argo” (n. 1925) di S. Giovanni Bianco (BG); I. Marinetti (n. 1924) di Ardesio (BG); P. Paris “Piero” (n. 1925) di Chiuduno (BG), e R. Zelasco “Barba” (n. 1924) di Bergamo (BG); più: 1 varesino, F. Asconi “Maciste” (n. 1925) di Castronno (VA); 1 veronese, S. Galiani “Giggio” (n. 1925) di Verona (VR); e un parmigiano, L. Grandi “Parma” (n. 1925) di Parma (PR).))

Su quello di sinistra ci si dirigeva e ci si dirige direttamente su Tassani – Libiola – Montedomenico, percorso preferenziale invece per arrivare più in fretta a Iscioli, dove della Coduri c’era il Comando.((nota 2 Itinerario seguito, invece, da un secondo gruppo di 28 disertori condotto da “Leo­ne” e “Carta” (Corradi Vittorio n. 1925), che la notte del (23 settembre ’44) secondo “Leo­ne” * e 19/20 secondo il verbale di cui alla nota 1) scesero a S. Margherita di F.L. per prele­varli e accompagnarli in montagna. Anche loro, in precedenza, erano stati assistiti e orga­nizzati dal nucleo Sap di fondo valle. Il gruppo, composto tutto di guastatori (tra cui 6 di origine bergamasca), al comando del sergente “Abruzzi” (Caruso Francesco n. 1922), « giunse a Iscioli completamente armato di fucili e di un paio di mitragliatori con relativo munizionamento.
* In «Testimonianza del Commissario “Leone”», (Bruno Monti, n. 1910), fascicolo di pp. 36, f. A4, dattiloscritte su un solo verso, s.d., dal titolo “Riassunto storico della Divi­sione Coduri”, con firma dell’autore sull’ultima pagina.
)).
Erano mulattiere, sentieri pedonali piuttosto irti ma molto frequentati, allora, anche dagli abitanti di Verici e di Tassani che scendevano a S. Margherita di F.L. dove c’era un tabaccaio munito, per quei tempi, di un po’ di tutto, e che provvedeva, per gli iscritti, anche alla distribuzione del tabacco tesserato: spuntature di sigari toscani e un certo numero di sigarette Nazionali per ognuno degli aventi diritto.

Mi sovvengono anche i pali dov’erano stati legati i condannati a morte, rimasti lì a terra a lungo. Sono anche riuscito a individuare il rialzo di fianco al sentiero che sale verso Verici Alto dov’era salito (mi pare Agostino Novella) per pronunciare il suo discorso, il giorno in cui venne inaugurato il monumento. Ma non ricordo le sue parole. Davanti agli occhi ho solo tante bandiere rosse con la falce e il martello; tanti fazzoletti, rossi anche quelli, e tanta gente che a tratti applaudiva l’oratore urlando tutti insieme dei prolungati evviva!, e urrà! E poi i cori delle canzoni partigiane che dopo, col passar del tempo, si sono udite anche in occasioni che non c’entravano molto con la vita partigiana. Di più forse c’entrava la politica.

Però, quasi tutti gli anni non vado a fare queste visite proprio il 25 Aprile. Il perché non lo so bene neanche io, preferisco starmene un po’ da solo.

Qualche giorno dopo mi sono recato a Villa Pino, presso il monumento dei 5 partigiani fucilati qui dai fascisti di Spiotta il 18 marzo 1945. Altra rappresaglia nazifascista per la morte di un tenente della Xa MAS e di suo padre rimasti uccisi durante un’irruzione nella loro abitazione di un gruppo di partigiani che scesero per catturare l’ufficiale, che però si oppose all’arresto facendo ricorso alle armi. Nella sparatoria che ne seguì, padre e figlio rimasero entrambi colpiti a morte.

Ma ormai anche qui è difficile orientarsi perché il monumento è quasi sommerso dall’alta vegetazione. Poi quest’inverno è piovuto molto e l’erba è diventata molto fitta. Di solito le pulizie intorno alle varie lapidi e ai monumenti che ricordano i Martiri della Resistenza, vengono fatte, dai comuni o dai volontari delle associazioni partigiane, solo nei giorni immediatamente precedenti tale ricorrenza. Ma dell’insieme di questo evento, mi ricordo soprattutto della gran massa di BN dispiegate lungo Via Fabbrica e Valle, poco sotto casa mia. Mi sembravano molto irrequieti, nervosi; all’unisono spesso pestavano i piedi per terra facendo un gran fracasso. Mi sentivo imbarazzato perché mi guardavano con insistenza. Scorgevo benissimo i loro sguardi perché tra me e loro non vi erano più di 200 metri di distanza.

Finché mia madre non se ne accorse e mi costrinse a rientrare in casa. Si vedeva chiaramente che anche lei era molto preoccupata. Ma tutti lo erano: la gente, e anche tutti i miei vicini, per il motivo che da un momento all’altro temevano che potesse succedere qualcosa di brutto. Nessun civile che circolasse per le strade. I più s’erano barricati in casa e seguivano, come me, gli eventi da dietro le finestre. Molti s’erano nascosti dentro le loro cantine o in altri posti ritenuti più sicuri. Parlando tra loro, li sentivo soprattutto ripetere che avevano paura che, per rappresaglia, incendiassero le case o arrestassero tutti gli uomini residenti in zona. Da Chiavari erano arrivate le B.N. di Spiotta e questo faceva pensare a qualcosa di terribile perché erano considerate le più crudeli e sanguinarie di tutte.((nota 3 Vito Spiotta, nato a Gioia Tauro nel 1904, federale di Chiavari, fu uno dei più crudeli e accaniti persecutori dei prigionieri politici e dei partigiani. Per i suoi numerosissimi misfatti, a fine guerra venne processato da una Sezione del Tribunale di Genova distaccata per l’occasione a Chiavari. Nell’agosto del 1945 fu condannato a morte e fucilato a Geno­va il 12 gennaio del 1946, assieme ai suoi due più stretti collaboratori: Enrico Podestà e Giuseppe Righi, entrambi responsabili di numerose sevizie e condanne sommarie.))

Con calma, sulla mia Panda di quasi vent’anni d’età, proseguo poi per Santa Vittoria, dove sosto un momento presso la lapide che ricorda “Batolla” (Berisso Mario, n. 1924) che dopo inaudite sevizie venne ucciso, il 9.4.1945, lungo questa via dalle BN dagli alpini della Monterosa. Era ferito e disarmato, ma loro non hanno avuto lo stesso pietà alcuna.

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Poi proseguo per Montedomenico (forse un chilometro e mezzo o due dopo). A metà salita mi fermo e parcheggio vicino al monumento di Civati, alpino della Monterosa morto qui in uno scontro armato con i partigiani. E da lì ho traguardato il posto dove, lo stesso giorno e dopo poco tempo, il 5.12.1944 è invece morto “Barba” (Zelasco Adolfo n. 1924 a Bergamo) colpito dal fuoco di sbarramento del gruppo a cui Civati apparteneva. Cerco in tutti i modi di non pensare a niente ma non ci riesco: perché non so capacitarmi come mai si sia potuto falsificare in modo così palese una vicenda dai tratti così netti. La storia è nota: Adolfo Zelasco, durante uno scontro armato con un gruppo di alpini della Monterosa, rimane gravemente ferito ad una gamba e non è più in grado di camminare. Lui lo capisce, e per non mettere a rischio anche la vita degli altri suoi quattro compagni, tutti ancora illesi, ordina loro di allontanarsi il più rapidamente possibile. Lì subito, questi ultimi rimangono sconcertati e incerti se obbedire oppure no al loro caposquadra; ma poi, ragionata e capita l’assoluta impossibilità di poterlo trasportare, facendosi l’un l’altro coraggio, si salutano abbracciandosi. E questo perché oltre ad essere commilitoni, erano anche tutti di provenienza bergamasca. Subito dopo, con fatica immensa, Zelasco cerca di trascinarsi in zona più riparata, e, centellinando le poche munizioni ancora in suo possesso, cerca di tenere a bada gli alpini, suoi ex commilitoni, per dar tempo alla sua squadra di allontanarsi e portarsi definitivamente in salvo. Infine, esauriti tutti i colpi a sua disposizione, l’ultimo lo serba per sé: salvando in tal modo l’intera sua squadra!
Ma anche sul fronte degli alpini, appostati a non più di 200 metri dai partigiani, colpito da una pallottola che gli trapassa la mandibola, cade il caporalmaggiore Giampiero Civati (n. nel 1923 a Erba, CO), il mitragliere del plotone della Monterosa.
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E poi il tutto rimane fermo fino all’uscita del libro di A. Berti “Storia della Divisione garibaldina Coduri”, ed. Seriarte, Genova, 1982. Dove, risalendo ad un Atto Notorio del 1948, di natura chiaramente strumentale, fatto stilare dal padre presso il Pretore di Sestri Levante, davanti a 4 testimoni, si sostiene che il Civati non è morto in combattimento colpito da una pallottola nemica deviata da un masso, come sta scritto sull’atto ufficiale di morte, ma ucciso dal suo ufficiale o sottufficiale (non c’è concordia nello stabilire il grado gerarchico del “giustiziere”, come non c’è concordia nello stabilire se per uccidere abbia impugnato una pistola o un fucile) perché “si rifiutava di effettuare un rastrellamento”. Nel 1983 si aggiunge, attraverso il libro di A. Vallerio “Ne è valsa la pena?” edito dall’ANPI di Sestri, un’altra ricostruzione dove si afferma ancora che il Civati sia stato ucciso dal suo ufficiale ma questa volta proprio accanto e assieme a Zelasco, perché s’era rifiutato di sparare il colpo di grazia al partigiano “Barba” agonizzante, come poco prima gli era stato ordinato.((nota4  Per maggiori approfondimenti vedi “Studi e ricerche di storia contemporanea”, Isrec di Bergamo, pp. 79-88, anno 40°, n° 76, dicembre 2011, e link www.netpoetry.it/ ZelascoCivati.atml.html.))

Anche questo è un puro travisamento fantasioso e strumentale dei fatti.
Questa è brevissimamente la vicenda vista dai memorialisti pro Coduri dove si appalesa l’intenzione di far calzare i panni stretti dell’eroe (solo per opportunità politica) a un povero idealista che non era ancora riuscito a liberarsi del paraocchi che lo stava accecando.
Le fonti della ex RSI, attraverso un frammento del suo “testamento militare”((nota 5 «Testamento militare 5-12-44: Pochissime parole vi spiego le mie idee e il mio senti­mento: sono figlio d’Italia di anni 21, non sono di Graziani e neanche Badogliano; ma so­no italiano, e segguo la via che salverà l’onore d’Italia».))trovatogli addosso, ne fanno invece un “puro eroe del più sano ideale patriottico”, incominciando da Carlo Cornia, autore del libro “Monterosa. Storia della divisione Monterosa della RSI”, Del Corno Editore, Udine, 1971. Col tempo, su questo versante, il plauso non conosce interruzione e via via molti altri autori appartenenti a quest’area lo innalzano a esempio.
Ma il massimo è raggiunto dal Comune di Cernobbio che lo inserisce persino nel “Giardino dei Giusti” della bella città lagunare, intitolato a Giorgio Perlasca, ponendolo così a fianco del fior fiore del partigianato lariano. Ma il Comune di Sestri Levante non vuole essere da meno, e insieme all’ANPI, a Villa Montedomenico “bassa”  (loc. meglio conosciuta anche come rione Pozzuolo), molto vicino al punto dove venne colpito a morte Civati, fa erigere un monumento dove sopra vi è posta una targa posticcia di marmo bianco con la seguente scritta: RIFIUTANDO D’INFIERIRE – SU ZELASCO – L’ALPINO – CIVATI GIAMPIERO – IMMOLÒ QUI LA SUA VITA – TESTIMONIANZA SUBLIME – CHE LA LOTTA PARTIGIANA – NON FU – GUERRA FRATRICIDA.
Ma solo dopo circa tre anni i famigliari di Zelasco vengono a sapere dell’esistenza di questo monumento, e si sentono profondamente offesi dalle parole che vi sono scolpite sopra, che in certo senso pongono sullo stesso piano dei valori i due Caduti.  Indignati scrivono alcune lettere molto risentite: due, di cui una attraverso A. Berti autore del libro “Storia della Div. Coduri” e una attraverso il Sig. Pistacchio quale segr. aggiunto, diretta alla Segreteria dell’ANPI di Sestri Levante. Ed una terza pure all’ANPI di Bergamo. Da Sestri, l’Anpi, sempre attraverso Berti, gli risponde che forse hanno sbagliato a non interpellare anche loro, in quanto famigliari più stretti, prima di dare il via libera al monumento. Poi tergiversano, si arrampicano sugli specchi, si appellano ai troppi anni passati per essere più precisi, ma non demordono: il monumento, dopo circa trent’anni, è tuttora lì, tale e quale. L’ANPI di Bergamo, invece, è stato ancora più sbrigativo: nessuna risposta. Questo mi offre l’occasione per presentare la minuta, di cui ne dispongo copia telematica, di una lettera inviatami dalla sorella di “Barba”, Sig.ra Angela Zelasco, e diretta al presidente, di allora, dell’ANPI bergamasca.

Lettera della sorella di Zelasco all'ANPI di Bergamo

Lettera della sorella di Zelasco all’ANPI di Bergamo

Eccone la sua fedele trascrizione:

All’ANPI di BG e al Suo presidente, ing. Salvo Parigi.((nota 6 Della minuta viene qui riportata solo la prima delle cinque facciate che la compongono. Vergata a mano dalla sorella di Rodolfo Zelasco su un’agenda del 1996, non si è riu­sciti però a stabilire se la lettera sia stata spedita l’anno corrispondente a quello dell’agen­da, oppure in qualche altro periodo.))

Rispondo alla lettera relativa all’invito di partecipazione all’annuale cerimonia di Cornalba e dico che non ci verrò neanche quest’anno. Il motivo di questa mia assenza è legato al fatto che non è stata data una risposta né a me né a mio fratello circa le modalità dello svolgimento della cerimonia che l’anno scorso (se non erro) avvenne a Sestri L. la domenica prima di Pasqua, nonostante le lettere che vi avevamo inviato a cui non avete risposto.
A proposito di ciò voglio ribadire quanto già detto e cioè:
1 – Voi sapete benissimo che l’ANPI di Sestri Levante ha voluto di proposito creare un eroe e fare un falso storico servendosi di un autentico caduto come nostro fratello. Caduto, lo sottolineo, da partigiano e non indossando la divisa fascista, come Civati.
2 – Malgrado le denunce fattevi da me e da mio fratello nulla avete fatto per rimediare a questa vergognosa falsificazione.
3 – Per questo motivo ci sentiamo liberi di rivolgerci, sia pure a malincuore, a persone di orientamento politico diverso.
4 – A questo punto prendo le distanze dall’ANPI e dalle sue manifestazioni. Purtroppo il vostro comportamento non mi ha lasciato scelta.
Per maggior chiarezza vorrei ribadire:
1 – che né mio fratello né io nutriamo — e lo diremo fino alla nausea — nessuna avversione verso l’alpino Civati anche solo perch per noi è un illustre sconosciuto cui nessuno di noi due — sottolineo — vuol toglier nulla dei suoi eventuali meriti sul piano umano e civile.
2 – che l’unica cosa che accomuna Nani e Civati è che sono morti nello stesso giorno. Tenete presente che Nani e Civati non erano vicino come mi fu detto da te, Salvo, quando ti ricorderai il 25/4 di due anni fa dav. (davanti) alla c. (casa) di S.B. ma erano a 200/250 metri di distanza.
3 – che mio fratello Popi nel 1988 una settimana dopo che era stato a Sesrtri L. scrisse all’ANPI di Sestri offrendosi di pagare la sostituzione della lapide con un’altra dove non figurasse il nome di Civati, il cui nome figura sul monumento dei caduti della RSI di Roma, senza che mio fratello ottenesse mai alcuna risposta.
4 – anche la fotocopia che ti avevo accluso alla lettera dell’anno scorso tratta da un libro che io casualmente comperai su una bancarella di Chiavari nel 1993 comprova che Civati non ha nulla a che fare con Nani. Per questo mi par giusto non avvallare la vostra solidarietà con l’ANPI di Sestri.
Distinti saluti.    A. Zelasco  

Una piccolissima novità comunque c’è: il sentiero cosiddetto “dei minatori” o “delle miniere” dove “Barba” s’è immolato – rimasto nelle condizioni fino a pochi mesi fa – adesso è stato reso transitabile ai fuori strada e alle auto 4×4 per arrivare fino a un vecchio mulino che si trova nel fondovalle, non visibile dall’alto, che sembra destinato a divenire una nuova attrattiva turistica.
Scambio qualche parola con un abitante che nel dopoguerra si è costruito la casa a pochi passi dal punto dove l’alpino Civati è stato colpito a morte. Ma evito di fare discussioni sul monumento: è evidente, nelle parole scritte sulla dedica, l’intenzione di far credere una cosa per un’altra. A questo proposito, alcuni anni fa m’ero rivolto anche all’assessore in carica quanto il monumento a Civati venne fatto, per farmi spiegare come mai si fosse potuto commettere un errore così grande, e chi aveva stabilito e fatto apporre una targa con quella ridda di parole che suonano un insulto alla memoria del partigiano Rodolfo Zelasco, titolare, tra l’altro, di medaglia d’Argento al Valore e iscritto al PCI. M’ha risposto che i lavori da lui eseguiti durante la sua permanenza in Giunta, a Sestri Levante, erano stati così tanti che non poteva certo ricordarsi com’era stata stabilita la posa di quel cippo e il perché di quella scritta. Cosa che lo rende complice perché, durante il suo mandato, di consimili manufatti è stato sicuramente l’unico ad essere stato confezionato. Poi mi ero rivolto anche all’assessore alla cultura dell’epoca per saperne qualcosa di più, ma anche da questa parte non giunse alcuna risposta valida.

Lapide in memoria del partigiano "Barba" (Rodolfo Zelasco)

Lapide in memoria del partigiano “Barba” (Rodolfo Zelasco) posta sulla facciata della chiesa parrocchiale di Montedomenico (Sestri Levante – GE)

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Poi ho voluto far visita al monumento del Bosco delle Paje a Calvari (Comune di S. Colombano Certenoli), ma dopo il 25 Aprile. E anche quest’anno ho provato la solita delusione nel vedere come stentano a trovar soluzioni certi fatti inerenti la Resistenza. Penso che si debba usare sempre la massima attenzione nel trattare l’argomento, perché a volte anche i piccoli particolari, che per chi sa sono forse insignificanti, mentre per chi non conosce i meccanismi che l’hanno prodotto, hanno quasi sempre il sapore di manomissione, di perpetrato imbroglio. Spesso basterebbe una informazione maggiore e più corretta per non infondere dubbi. Al giorno d’oggi c’è soprattutto bisogno di trasmettere fiducia. Specialmente nel trattare la “cultura”, e specialmente la cultura della Resistenza. Occorre essere più precisi e corretti, e specialmente più tempestivi nel correggere gli eventuali errori, darne diffusione e notizia con maggiore forza e incisività, appunto, per non innescare la “cultura del sospetto” e dell’alea malsana della “manipolazione politica”, sempre in agguato quando trattasi di questo genere di cose.
Si deve anche maggiormente considerare che oggi l’informazione e la cultura non scendono più soltanto giù dall’alto verso il basso, ma spesso nascono proprio dal basso e salgono… (basti pensare al citizen journalism, al blog, al social network)… cioè al notiziarismo partecipativo. È una domanda di massa sempre più pressante e diffusa che insegue la realtà, i fatti, la verità: per la voglia di esserci, di partecipare, di capire. Ed in certe occasioni, mi ci sento vicino.
I fatti che seguono, accertati direttamente attraverso la disanima di una serie di documenti ufficiali che riguardano Calvari sono comunque questi: nella Fraz. di Calvari del Comune di S. Colombano Certenoli, come noto, esiste una cappella commemorativa – molto importante – che ricorda i 10 partigiani qui fucilati il giorno 2 marzo 1945, in località Bosco delle Paje. E, com’è inciso anche su una lastra di marmo bianco all’interno della stessa, essi rispondono ai nomi di: Rinaldo Simonetti “Cucciolo”, Dino Berretta “Ancora”, Dino Berisso “Sergio”, Romeo Nassano “Guido”, Sergio Piombelli “Fiore”, Quinto Persico “Tigre” e Carlo Semide “Pippo” appartenenti al dist.to “Forca” della Bgt “Berto”. E Cesare Talassano “Cè” appartenente alla Bgt “Coduri”; più Paolo Motta “Napoli” ispettore militare delle formazioni Giustizia e Libertà e Domenico Cardillo “Scala”, ex carabiniere  catturato il 16.02.’45. In totale 10 ragazzi, di cui nove tra i 18 e i 23 anni e il più anziano di appena 29, che “La voce della Riviera”, giornale di aria liberale che si è stampato a Chiavari negli anni 1945/46, nel suo N° 9, anno II, del 2.3.1946, definisce:

Ragazzi sani e gagliardi di quella Cichero che aveva in Bisagno il suo apostolo ed in Marzo il suo generale; ragazzi furbi come scoiattoli e svelti come leprotti, traditi, in una botola di Lorsica, da una lingua maledetta”…

Come già detto, non aspetto quasi mai il 25 Aprile, l’anniversario della Liberazione, per andare a far visita ad alcuni dei tanti monumenti dedicati ai partigiani sparsi nelle frazioni o sui monti dei nostri paesi dell’entroterra. A Calvari ho anche dei parenti; e quest’anno non vi sono andato solo poco dopo la ricorrenza del 25 Aprile, ma perché dovevo completare una ricerca sulle condanne a morte comminate dal Tribunale di guerra della Monterosa ai suoi disertori e ai resistenti catturati, mi ci sono recato anche molto in anticipo rispetto a questa data.
Anche la storia che precedette e determinò quest’eccidio è assai nota: sul finire della seconda decade del mese di gennaio 1945, tra Varese Ligure e Comuneglia, Bisagno e Marzo (entrambi fondatori e poi rispettivamente comandante e commissario politico della div. Cichero) s’incontrarono con i comandi delle brigate Coduri e Berto che si trovavano in difficoltà perché al centro di un feroce rastrellamento dei nazifascisti nelle loro zone. Specialmente con la Coduri venne stabilita la strategia da adottare per sfuggire al mortale accerchiamento a cui la divisione era stata sottoposta dai suoi storici nemici. E così, con alla testa Bisagno e Marzo, e attraverso tutta una serie di peripezie e di larghi e rapidi spostamenti, la Coduri riuscì a sottrarsi alla stringente morsa nemica e a porsi in salvo.
Ma mentre Marzo e Bisagno stavano tornando al comando della loro divisione, in Val Trebbia… ma qui, meglio è cedere la parola allo stesso Marzo:

«… Sul Ramaceto c’era tanta neve, e Cucciolo camminava trascinando a fatica il suo mulo e con tutto ciò non la smetteva di cinguettare che pareva un fringuello. Finché arrivati in un punto dove la neve era ghiacciata, il mulo s’intestò a non voler più andare avanti: e quando Bisagno lo prese per la cavezza, travolse anche lui e lo trascinò per il pendio fino in fondo alla Valletta. Bisagno s’era conciato in malo modo, aveva una larga ferita alla tibia e perdeva tanto sangue. Lo trasportammo in una baita sopra Lorsica e lì subito accorse il dottore e disse che doveva stare a riposo un po’ di giorni. Giù a Lorsica c’erano le bande nere e gli alpini della Monterosa (reparti di stanza nei paesi di fondovalle: Calvari, Monleone, Cicagna, ecc., ma che quasi quotidianamente salivano armati verso Lorsica in perlustrazione. n.d.a.); il paese è in basso, nella valle, a (meno) d’un paio d’ore di cammino, era pericoloso ma d’altra parte con quella neve e quelle strade era impossibile trasportare Bisagno che era grande e grosso, ci provammo una volta, ma dovemmo desistere. Si decise allora di spostare un distaccamento che lo proteggesse in caso di una incursione: pochi uomini ma decisi. Io ripartii perché nel Trebbia veniva segnalato un rastrellamento e qualcuno di noi bisognava che andasse. Con me doveva venire Cucciolo e subito m’accorsi che sarebbe venuto malvolentieri. Anzi, lo disse chiaro e tondo che non voleva abbandonare Bisagno e che voleva star con lui; finché lo accontentammo. Fu fatto prigioniero con gli altri, subito dopo che Bisagno [il pomeriggio del giorno prima, cioè il 10 febbraio ‘45, n.d.a.] ormai rimesso, era partito…» (da un articolo di Marzo pubblicato su l’Unità del 13 marzo 1954).

    Gli 8 partigiani incatenati furono poi condotti a Chiavari, dove, tra torture e un’infinità d’altre angherie rimasero in carcere fino alla mattina del 2 di marzo. E qui, dopo aver aggiunto ai 7 del dist.to Forca altri 3 partigiani detenuti nelle medesime carceri: Cardillo D.; Motta P. e Talassano C., quel giorno furono tutti processati, condannati a morte e la sera medesima, verso le ore 19,30 circa, furono fucilati per rappresaglia in località Bosco delle Paje. Uccisi per soddisfare solo la sete di vendetta dei nazifascisti in seguito all’uccisione, per errato scambio di persona, di un alpino della Monterosa da parte di Mario Casaretto di Casareggio di Orero. Infatti il Casaretto, da alcune sere stava dando la caccia al tenente Kisterman, altoatesino (non si sa se Casaretto fosse un partigiano incaricato – da ricerche fatte il suo nominativo non si è trovato nell’elenco di nessuno dei distaccamenti esaminati –  dell’agguato o se abbia agito “a titolo personale”): per vendicarsi della malvagità dimostrata dal tenente Kisterman durante i ripetuti rastrellamenti nei piccoli centri sulle colline. Fatto sta che la sera del 28 febbraio del ’45 anziché colpire a morte Kisterman colpì il suo attendente, Ado Ronconi (cpl. magg. n. il 17.6.1924 a Tolentino – MC), che a Calvari, quella sera, stava percorrendo salita Castello per recarsi presso la famiglia Vissani (una famiglia di Chiavari, sfollata qui) a riconsegnare un libro avuto in prestito. Il fatto avvenne proprio sotto casa mia, ma io a quel tempo mi trovavo a Barbarasco, dove la mia famiglia si era rifugiata dopo i fatti di sangue dei primi di agosto ’44: [uccisione di due alpini di ronda e fucilazione per rappresaglia dei “guardiafili” Falco Giuseppe (n. 1909 a Caivano NA) e Ferraro Tommaso (n. 1913 a S. Felice in Castello NA), due ex militari italiani in servizio al Campo di Concentramento di Calvari che in quel momento stavano conversando con i due alpini di ronda, e che rimasero sorprendentemente incolumi e sopravvissero all’agguato. Ritenuti, però, per questo conniventi con gli stessi autori dell’agguato dal Comando militare di piazza, furono passati per le armi.
All’uccisione dell’alpino Ado Ronconi aveva assistito, casualmente, dalla finestra, un mio vicino di casa, Arturo Porcella, che Mario Casaretto aveva visto e che finita la guerra ritenne di doverlo ringraziare per aver taciuto. Ad ogni modo Mario Casaretto raccontò anche a me, nel dopoguerra, di esserne stato l’autore, rammaricandosi unicamente di non aver colpito l’odiato tenente. La fucilazione dei dieci partigiani nel bosco delle Paje la sera del 2 marzo ’45 fu appunto diretta conseguenza di questo fatto”. (Nel corsivo sopra: testimonianza di Renato Lagomersino di Calvari, confermata anche da altri).

    La legge di Kesserling era tassativa al riguardo: “10 dei loro per ogni nostro deceduto” diceva chiaramente; che poi molti considerano addirittura una “vittoria” di Kesserling sulla intransigenza di Hitler, in quanto quest’ultimo aveva, in un primo tempo stabilito che la proporzione dovesse essere “50 dei loro per ogni nostro deceduto”.((nota 7 Tra gli otto prigionieri della Berto figurava anche il comandante “Dedo” (Vinicio Rastrelli, n. 1924), che in un primo momento fu tenuto separato dai compagni e in totale isolamento per costringerlo a svelare, a forza di botte, torture e malversazioni d’ogni sorta, il rifugio di Bisagno. Poi Dedo, per questo motivo scampato alla fucilazione, la sera dell’8 marzo successivo riuscì, aiutato da un certo Mario (ex partigiano passato alle Brigate nere per non esporre la famiglia a rappresaglie essendo stato catturato circa tre mesi prima) a eva­dere insieme a un gruppo di altri 22 prigionieri. (Dal diario di Dedo: in G. Gimelli, La Resistenza in Liguria, vol. II, pp. 682 e sgg., Carocci, Roma, 2005.))

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L’eccidio destò enorme impressione nella zona, provocando un dolo­re e una rabbia incontenibili, perché i loro componenti erano, per i 7/10, tutti giovani nativi o residenti nel chiavarese o nelle sue immediate vici­nanze. Anche per questo lasciarono una profonda e dolorosa memoria in Val Fontanabuona, tuttora molto viva. Finché, nel 1945, “Banfi” (Euge­nio Sannia, n. 1917) ex comandante della bgt Berto (la brigata “Berto” era una delle brigate che componevano la “Cicbero” di “Bisagno”) non scrive a “La Voce della Riviera” del 25.5.1945 la lettera che si riporta sot­to, attraverso la quale proponeva l’apertura di una sottoscrizione popola­re per raccogliere i fondi per erigere, proprio nello stesso luogo dell’ecci­dio, un monumento ai dieci fucilati del Bosco delle Paje.

Lettera di Banfi alla "Voce della Riviera

Lettera di Banfi alla “Voce della Riviera” in seguito alla quale ebbe inizio la sottoscrizione per il monumento

Il monumento consta, come si può vedere dalla foto riportata più sotto, di una cappella rettangolare chiusa da un cancelletto metallico a inferriata che lascia completamente scorgere l’interno. Dove, a sinistra di chi guarda, su una lastra di marmo bianco, sono incisi i dieci nominativi con a fianco il nome di battaglia e il loro paese di provenienza. Frontalmente vi è un pic­colo altare lateralmente sormontato da due strisce verticali di fotografie, formato tessera, che ritraggono i dieci fucilati. Sul lato destro un’altra la­stra di marmo con sopra incisa la seguente dedica: «Da questo Altare / l’ultimo spiro / dei Garibaldini della “Cichero” / fucilati il 2 marzo 1945 / dal livido e tramontante nazifascismo / odono i silenzi / recitare la nuova leggenda / del terzo risorgimento italico /che tramuta in sangue / le linfe eterne dei rami / protesi come le braccia dei Martiri / verso le glorie della Patria», dettata da Dario Costa direttore della “Voce della Riviera”.

La sottoscrizione ha successo. L’arch. Emilio Malatesta firma il pro­getto, la ditta di Giuseppe Lavezzo realizza l’opera. E il 3 marzo 1946 il monumento viene inaugurato in una mesta ma molto partecipata e toc­cante cerimonia: a solo un anno di distanza le ferite non possono che es­sere ancora tutte quante aperte e laceranti!

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Come già detto, i martiri sono per la maggior parte nativi della zona e quindi la mobilitazione popolare è particolarmente nutrita. Molti i pa­renti intervenuti, i conoscenti, gli amici della vallata e quelli delle vicine città del Tigullio e di Genova. Gli ex partigiani non si contano. Molti, che per l’occasione indossano le loro vecchie casacche da montagna, non riescono a trattenere le lacrime. La commozione è molto intensa e coin­volge tutti.

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E via via, gli anni poi trascorrono tra le meste cerimonie degli anniver­sari del giorno dell’eccidio, le ricorrenze dei 25 aprile e del Primo maggio. Fino ad arrivare al 1995, 50° anniversario della Liberazione. Il monumen­to ha 49 anni e mostra d’aver bisogno di qualche ritocco. Col patrocinio del Comitato regionale ligure, a eseguire la manutenzione, con parziale sostituzione della lapide posta all’esterno, provvede il Circolo Bisagno di Genova che nel lontano 24 aprile 1960 aveva già realizzato e murato all’e­sterno, assieme al Comune di S. Colombano Certenoli, una precedente lapide ricordo, poi in parte, come già detto, sostituita nel ’95.

Ma come potrete notare nello scorrere lo scritto della targa all’esterno e poi quella all’interno, in quella fuori non è più riportato il nome di Cardillo Domenico ma, al posto suo, quello di Domenico Lacopo (o Ja­copo, o Lojacono, come troverete scritto in tante altre parti e in molti te­sti anche di recente pubblicazione che ricordano l’evento).

Forse rimarrete un po’ sorpresi, com’è successo a me la prima volta che l’ho notato, alcuni anni fa, perché non si avevano notizie certe e diffuse al riguardo, o almeno tra la popolazione non ho mai trovato alcuno che sapesse con certezza quando l’errore fosse stato scoperto, e molti so­no stati anche quelli che s’erano rivolti per questo al sottoscritto, ma an­ch’io, di preciso, non ne sapevo molto più di loro. Sapevo che esisteva un mormorio che diceva che tra i fucilati esisteva un nome non corrispon­dente al vero, e nulla più. Poi ho fatto altre ricerche che non hanno dato frutti. Mi sono rivolto anche a Genova, ad alcuni circoli, ma ho avuto so­lo risposte inopportune e risentite, certe volte scortesi e frettolose. Allora ho seguito altre direzioni.

Nei vari giornali dell’epoca successivamente consultati, veniva quasi esclusivamente riportato il nome di Cardillo Domenico. Altrettanto sui verbali del Tribunale militare di guerra della Monterosa che li aveva con­dannati a morte. Pure al punto 3) dell’elenco dei capi d’imputazione del processo del 1945 riguardante il ten. colon. Cesare Tobia D’Antonio – ex presidente del Tribunale di guerra di cui sopra – reo, al pari di altri tre suoi collaboratori, “in base agli articoli 51 e 54 del C.P.M.G. per avere do­po il luglio 1944 collaborato col tedesco invasore ed a lui prestato aiuto e assistenza al fine di favorirne i disegni politici e le operazioni militari“.

Anche il Libro dei morti 1944-45, p. 247, certificato N° 9, della Par­rocchia di Calvari riporta tuttora il nome di Cardillo Domenico e non quello di Lacopo Domenico.

Domenico Lacopo

Ritratto di Lacopo Domenico tratto dal cartoncino d’invito del suo Comune nativo alla cerimonia del 13 maggio 1989 per l’accoglienza dei suoi resti mortali a Portigliola – Reggio Calabria

Proseguendo le ricerche, finalmente all’anagrafe del Comune di San Colombano Certenoli, sul registro degli Atti di morte del 1945, accanto alla registrazione tardiva della morte di Domenico Cardillo disposta dal Tribunale di Genova, Sezione Civile e autorizzata con sua lettera del 31.07.1945, compare un’annotazione che recita: “Con sentenza n° 35/92 del 7.12.1992 pronunciata dal Tribunale di Chiavari e trascritta nei regi­stri di morte del Comune di San Colombano Certenoli anno 1993, parte II, serie C, n° 3, l’atto controscritto è stato così rettificato: dove è scritto “Cardillo Domenico di anni ventinove nato a Portigliola figlio di fu Roc­co e di Mezzano Giuseppa” debba invece intendersi e leggersi scritto “Lacopo Domenico di anni ventinove nato a Portigliola figlio di fu Roc­co e di Marzano Giuseppa”. (S. Colombano C, lì 6.3.1993 – L’Ufficiale dello Stato Civile).
Infine, presso il Tribunale di Chiavari, fu possibile rintracciare il dispositivo della “Sent.za n. 35/92, RG 473 del 7.12.92”, attraverso il quale ne veniva con­fermata in toto la corrispondenza dei fatti su esposti.

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Così ogni tassello era finalmente riempito e ogni dubbio fugato. Ma da tutta questa vicenda che cosa emerge? Emerge che i partigiani, oltre a doversi preoccupare per sé stessi, dovevano preoccuparsi di non mettere a repentaglio la sicurezza delle loro case e dei loro cari, anche se abitava­no in regioni lontane, giungendo persino a rinnegare la loro vera identità di fronte allo schieramento di un plotone di esecuzione pronto a premere il grilletto.

Chissà quale angoscia doveva tormentare il povero Domenico Laco­po per costringere se stesso a dare un nome inventato (ma chissà che du­rante la confessione non abbia confidato la sua vera identità?) anche al sacerdote che gl’impartiva l’estrema unzione a pochi minuti dalla morte. Essendo egli un carabiniere passato alla Resistenza, perché contrario a un regime che non se la sentiva più di servire, un’altra sua grande preoccu­pazione dev’essere stata quella di non tradire l’Arma e con essa i suoi compagni di caserma.

A questo punto, ridivenuto se stesso, il giorno 13 maggio 1989 i pove­ri resti di Domenico Lacopo, furono ricondotti al suo paese d’origine: Portigliola (RC). Alla cerimonia presenziò pure il sindaco di S. Colom­bano Certenoli, Filippo Maria Zavatteri, scortato dall’unico vigile urba­no del Comune. L’accoglienza, al loro arrivo a Portigliola, fu comunque trionfale; pre­senti tutte le autorità locali: civili, militari e religiose.
Qualche tempo dopo, nel centro della sua città natale, venne eretto anche un cippo commemorativo in sua memoria: finalmente Domenico Lacopo, decorato di medaglia di bron­zo al valore militare, era tornato definitivamente a casa sua, tra i suoi amici e i suoi parenti, a godersi e forse a sognare davanti al limpido mare Jonio, antistante la sua bella Portigliola.   (EVB)