Testimonianza del partigiano “Leo” (Tassano Giovanni)

Fasc. 40 – Doc. 2: Testimonianza rilasciatami dal partigiano “Leo” (Tassano Giovanni, detto Pacelli, 1921-1999) della brigata Zelasco, originario di Villa Tassano (Sestri Levante): dopo una vita tutta dedita alla famiglia, al lavoro e al costante volontariato come donatore di sangue, deceduto a S. Margherita di Fossa Lupara (Sestri Levante) nel 1999.

Ecco il racconto di “Leo”: «Era il giorno 9 aprile 1945, ed era in atto l’ultimo, ma certamente anche uno dei più sanguinari rastrellamenti scatenati nella nostra zona dai fascisti e dagli alpini della Monterosa. Erano circa le otto del mattina e mi trovavo presso le miniere di Libiola, in procinto di ricongiungermi agli altri partigiani della mia Brigata (io ero sappista) quando improvvisamente mi comparvero davanti quattro alpini e un uomo in borghese che già conoscevo.

Con fare perentorio e decisi a tutto, i militari mi puntarono subito le armi addosso e m’intimarono di dire immediatamente loro dov’erano nascosti gli altri partigiani, miei compagni.

Vedendomi braccato, cercai di guadagnare tempo continuando a ripetere che io non sapevo assolutamente nulla di nulla, e mi trovavo lì per puro caso. Allora gli alpini, temendo forse che altri partigiani fossero appostati molto vicino nei dintorni, mi fecero mettere in mezzo a loro – due per parte – e sempre sotto la continua minaccia delle armi, mi condussero a perlustrare prima la zona immediatamente più vicina a noi e poi quella più distante, compreso l’imbocco delle cave minerarie che erano poco lontano. Non avendo però rinvenuto alcunché – infatti io in quel momento ero ancora completamente isolato dagli altri, e per fortuna anche disarmato – mi costrinsero a uscir fuori dalla miniera, e a far loro strada, perché continuavano a pretendere che li conducessi dov’erano nascosti gli altri partigiani. Io continuavo a persistere sempre nel dire di non saperne assolutamente nulla, di partigiani, ma loro – sempre sotto la minaccia delle armi e facendosi scudo della mia persona – mi costrinsero a mettermi in marcia.

Non voglio qui, neanche per un attimo, ricordare gli improperi e le male parole che mi rivolsero per tutto quel tempo, e anche in seguito: c’è da inorridire e da averne ribrezzo ancora adesso!

Comunque, fatto un certo tratto di strada, cerco un modo per risolvere la cosa. Mi fermo improvvisamente e dico loro: “Io ci ho provato, ma non ne so veramente niente, di partigiani; e ora andate pure avanti voi da soli, se volete”.

Sulle prime i quattro alpini, forse colti un poco alla sprovvista da questo mio improvviso moto di ribellione, si mostrano titubanti per qualche secondo. Poi si scambiano alcune parole che non ho modo di udire chiaramente. Ma subito dopo recuperano un giornale e, sghignazzando verso di me, lo arrotolano per il lungo per farne come una torcia. Poi mi fanno sedere per terra e mi fanno togliere le scarpe; poi accendono il giornale e me lo fanno bruciare lentamente sotto i piedi scalzi. Avevo anche tre mitra puntati direttamente addosso: uno sul petto, uno sul dorso e uno sui piedi che stavano bruciando. Loro intanto continuavano a farsi beffe di me, e a minacciarmi che m’avrebbero steso come un cane al solo mio primo accenno di fuga o di un sia pur lieve movimento per sottrarmi al giusto “castigo”.

Io cercai – è sempre “Leo” che parla – di sopportare il terribile dolore senza lasciarmi né intimidire né sfuggire alcuna parola che potesse in qualche modo compromettere le sorti degli altri miei compagni. Che per inciso, non erano affatto molto distanti da noi.

A questo punto, però, mi dice sempre Leo: occorre fare un piccolo passo indietro e ricordare ancora che già dalle prime luci dell’alba, in tutta la zona a ridosso di Sestri Levante, e anche oltre, stava infuriando un massiccio rastrellamento. E che in più punti v’erano stati anche dei durissimi scontri tra i partigiani e le pattuglie nemiche, sguinzagliate un po’ dappertutto. Comunque – continua sempre Leo -, anche se in quel momento io non ne ero ancora a conoscenza, vi furono due episodi che, secondo me, segnarono profondamente quell’assai complessa e per me negativissima giornata. Il primo fatto – che mi lasciò completamente allibito e profondamente addolorato perché quel ragazzo io lo conoscevo di persona – fu l’avvenuta cattura (a Colle Iscioli dove si trovava rifugiato perché rimasto ferito durante una precedente azione bellica, e dove stava cercando di riprendere un po’ le forze) del partigiano “Batolla” (Berisso Mario di Lavagna, classe 1925) che dopo immani sevizie e crudeltà sulla persona, venne fucilato la stessa mattina in località Bocca di Valle, lungo la strada per S. Vittoria di Libiola, dove tuttora esiste una piccola lapide a ricordo delle sue immani sofferenze. Il secondo fatto – che ha certamente contribuito a incrudelire ulteriormente gli animi dei famigerati rastrellatori che, per la cronaca, bisogna anche dire ch’erano tutti di nazionalità italiana – la morte accidentale di un capitano degli alpini e il grave ferimento di un altro tenente colpiti da alcune granate di obice sparate dalla loro stessa artiglieria che stava sparando su Libiola da due postazioni che si trovavano, una in rione Battilana di Casarza Ligure e l’altra in zona Lapida di  Sestri Levante.

Ma torniamo pure indietro, al racconto: quando tutto il giornale fu consumato, io avevo i piedi tutt’e due completamente ustionati. Il dolore era fortissimo, tanto da farmi colare giù le lacrime senza che realmente piangessi. Poi mi fecero alzare in piedi, e, così com’ero, scalzo e con le piante dei piedi profondamente ustionate, anziché proseguire, come in precedenza, alla ricerca di altri partigiani, c’incamminammo nella direzione opposta e scendemmo verso S. Vittoria di Libiola. Strada facendo, incontrammo il corteo che stava trasportando la salma del capitano degli alpini morto e il tenente ferito (vedi poco sopra) che scendeva anch’esso verso S. Vittoria. A questo punto ci riunimmo a loro e tutti insieme continuammo a scendere. Giunti a S. Vittoria, altri rastrellatori si aggiunsero al nostro gruppo – che divenne così assai numeroso – e c’incamminammo verso il capoluogo. Lungo il tragitto fino a Sestri Levante, tutti i passanti che incrociavamo e che non si fermavano a ossequiare come un “eroe” la salma del capitano morto, venivano immediatamente aggrediti e duramente colpiti con i calci dei fucili; e con ripetute scariche di schiaffi, calci, pugni, sputi e ogni altra sorta di angherie.

Anch’io, che proseguivo sofferente, quasi in punta di piedi per via delle ustioni che a forza di camminare a piedi scalzi stavano diventando un’unica piaga, ero spesso fatto oggetto di sputi, spintoni, parolacce e quant’altro di più schifoso ci possa mai essere sulla faccia della terra. Quando poi, a Bocca di Valle, passammo davanti alla salma martoriata del povero Berisso, un fascista mi disse, tutto compiaciuto: “Lo vedi il tuo compagno? Fra poco ci sarai anche tu, ridotto in quel modo”. Ma a me, più della minaccia, m’aveva profondamente colpito la maniera vile e disumana con cui avevano infierito contro il mio compagno. E così, col più alto sdegno che potei imprimere alla mia voce, risposi che me la facessero pure lì, la pelle, così ci saremmo stati in due a tenerci compagnia.

Quando giungemmo poi alla sede delle camicie nere di Sestri Levante, a più riprese fui nuovamente picchiato, ricoperto di sputi e di parolacce che qui non voglio neanche nominare. Dentro alla sede, vi si trovavano già altri quattro o cinque rastrellati; che però non conoscevo. I fascisti sembrava ce l’avessero a morte con loro, perché continuavano a torturarli con le sigarette accese e a gettargli le cicche ardenti dentro le camicie, direttamente sulla pelle. Poi ci fecero salire tutti quanti su un camion e ci condussero a Chiavari. All’altezza del ponte sull’Entella ci fecero scendere per farci incolonnare e farci entrare in città inquadrati, come a farci esibire in una specie d’ingresso trionfale. Nel Palazzo di Giustizia di Chiavari, due partigiani ch’erano strettamente legati assieme con del fil di ferro, furono spinti con forza, come bestie, contro il portone dell’ingresso principale, con l’evidente intenzione di volergli far male.

Poi ci separarono. Io fui rinchiuso in una cella dove c’erano già altre cinque o sei persone. Con le quali, vista la mala sorte che ormai ci accomunava, fu assai facile fare amicizia: anche se la voglia di parlare, pensando a quello che ci attendeva, era in tutti noi assai contenuta.

Alla sera, verso circa le ore otto, si presentarono quelli che sembravano essere due gerarchi fascisti, che ci dissero: “ Domani mattina alle sette sarete tutti quanti fucilati”. Puoi immaginare che notte fu quella, per noi. Completamente insonne. Una cosa indescrivibile. Ma al mattino successivo, per nostra fortuna, non successe nulla. La medesima sera, invece, ci fecero un altro interrogatorio. Ma questa volta mi parvero assai meno convinti e assai meno strafottenti nel porci le domande. Da me volevano sapere soltanto alcune cose di cui non sapevo davvero nulla, ma non mi sembravano più così spavaldi e offensivi come il giorno precedente. Anzi, quello che m’interrogava mi pare volesse come spiegarmi che lui apparteneva alla Marina, e quindi era in certo modo diverso dagli altri. O forse, in quelle poche ore era successo – o mutato qualcosa – di cui non ero ancora a conoscenza. (Per inciso, ricordiamoci che all’epoca gli anglo-americani stavano risalendo assai speditamente lungo la Versilia n.d.a.). Fatto sta, che dopo circa un’ora dalla fine dell’interrogatorio, molti fummo inaspettatamente scarcerati. Nessuno riusciva a capacitarsi, ma fummo davvero rimessi in libertà! A questo punto ognuno cercò d’andarsene – il più rapidamente possibile – per i fatti propri. Io da Chiavari tornai a Tassani quasi trascinandomi, per le piaghe che nel frattempo s’erano formate sotto i piedi. Avevo anche cercato di proteggere in qualche modo le ferite con i primi stracci che avevo trovato in giro, ma ormai le bruciature erano diventate troppo profonde e questo mi dava l’impressione di camminare direttamente sulla carne viva. Ma in quel momento, l’unica cosa veramente importante da fare era quella di allontanarsi il più velocemente possibile dalle carceri di Chiavari, e dalle zone più frequentate del centro. Nel tragitto fino a casa, evitai assolutamente le strade principali e i sentieri, e passai tutto attraverso le colline, i boschi e i campi coltivati, mangiando niente e nascondendomi appena intravedevo qualcuno in giro o udivo dei rumori che mi sembravano sospetti e m’incutevano timori. Non so con esattezza quante ore abbia camminato, s’era giorno o s’era notte. So solo che avevo un po’ di febbre, e mi colavano giù le lacrime per il forte dolore che avevo ai piedi… Ma ora preferisco terminare qui il mio racconto».

Senz’altro. Ciao Pacelli. Tuo affezionatissimo Elio.  (e.v.b.)