Guerra in montagna nell’estate del 1944. Il Corpo Forestale dello Stato

Fasc. 40 – Doc. 4: Silvio Ciapica – Manlio CalegariGuerra in montagna nell’estate del 1944. Il Corpo Forestale dello Stato”. Saggio apparso sulla rivista semestrale Studi e ricerche di storia contemporanea, anno 45°, fasc. 85, giugno 2016, ed. ISREC, Bergamo.

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1. Michele Menechini (n.1896), “aiutante capo” della “Guardia della Montagna e delle Foreste” (GMF), rimase ucciso in un agguato nel tardo pomeriggio di venerdì 23 giugno 1944 in località Costa Canale, comune di Carasco (GE), sulla Statale (oggi Provinciale) 586 della Val d’Aveto. Era una giornata calda d’inizio estate e Menechini proveniva da Chiavari in bicicletta in compagnia della figlia che, nel momento fatale, lo precedeva di poco, anche lei in bicicletta. Insieme rientravano a casa, a Borzonasca, sede del Distaccamento della “Forestale” comandato da Menechini.

Della morte dell'”aiutante capo” in valle si parlò molto. Menechini era persona conosciuta e influente: a Borzonasca e dintorni “la forestale” era importante. C’era anche il timore – come difatti avvenne – che la sua morte avrebbe contribuito all’intensificarsi della presenza nell’area di Salò e germanici con l’inevitabile effetto disturbo sulla “borsa nera”, pre­ziosa occasione commerciale della montagna in tempo di guerra.
La morte di Michele Menechini sarebbe però caduta nell’oblio – come altri episodi di quei tempi cruenti – se proprio a lui, “comandante del Di­staccamento di Borzonasca caduto durante il II conflitto mondiale”, non fosse stata intitolata, a Lavagna, la nuova caserma del Corpo Forestale dello Stato, inaugurata il 23 febbraio 2010. Iniziò allora lo scontro tra chi sosteneva l’inopportunità di una dedica che rendeva omaggio ad un mili­tare di un corpo di Salò – uno “squadrista”, si diceva – la cui morte non era avvenuta “per mano d’uno sconosciuto”, come era stato detto durante l’inaugurazione della caserma, ma d’un partigiano. Un’azione di guerra dove Menechini si trovava dalla parte sbagliata, quella dei fascisti. A favo­re dell’intitolazione stavano invece i difensori dell’immagine del “mare­sciallo”, fedele servitore dello Stato e combattente nella Prima guerra mondiale dove era stato ferito. Uno che squadrista non era mai stato ma, come era d’obbligo allora per i dipendenti dello stato, solo un iscritto al Pnf e poi, col cambio di regime, al Partito fascista repubblicano. (nota1 Nell’elenco allegato alla lettera G 05905 del Partito fascista repubblicano, firmata dal Commissario federale di Genova Livio Faloppa in data 17 marzo 1945 – in risposta a richiesta della Prefettura di Genova – tra i caduti per mano dei “ribelli” compare anche lo “squadrista” Michele Menechini Archivio di Stato di Genova, Fondo Prefettura R.S.I. 22/8; cit. in F. TUO, P. MALFETTANI, C. VIALE, I caduti della R.S.I. – Genova 1943-46, I edizione ottobre 1995, volume III, pp. 103-104, Tipo-Litografia S.F., Genova. La qualifica di squadrista per Menechini non trova però conferma negli elenchi ufficiali della Milizia nazionale forestale denominati Personale della Milizia Nazionale Forestale che ha ottenuto la qualifica di Squadrista, pubblicati sul Bollettino della Milizia nazionale fore­stale. Dispense n.11 del 29 ottobre 1939, n.2 del 30 novembre 1940, n.3 del 31 dicembre 1940, n.6 del 31 marzo 1941, n.7 del 16 maggio 1941 e n.4 del 31 gennaio 1942. L’iscrizione in tali elenchi avveniva solo su richiesta dell’interessato, accompagnata da spe­cifica attestazione del commissario federale locale.)
Ad arbitrare lo scontro, che aveva visto coinvolte oltre le associazioni partigiane anche autorità politiche dei comuni vicini e della Provincia ed era stato occasione di interpellanze parlamentari, veniva chiamato il mini­stro delle Politiche agricole, Martina, che, dopo aver invitato i contendenti al superamento delle “antiche contrapposizioni”, disponeva la sostituzione della targa con l’intitolazione a Menechini con altra più sobria: “Corpo Fo­restale dello Stato Comando Stazione di Lavagna”.
Meriterebbe più attenzione il fatto che il processo di omologazione in corso da anni in Italia tra le forze politiche conosca i suoi rari sussulti so­lo in ragione di antiche appartenenze. Non è questo però lo scopo delle pagine che seguono. Che invece vorrebbero mostrare come per com­prendere modi e natura d’una “guerra civile” a poco servano le categorie – fatalmente schematiche – della “guerra grossa” e della grande politica e più utile risulti approfondire la natura sociale dello scontro e dei suoi protagonisti.

 2. A Borzonasca, Menechini era arrivato a dicembre del 1935 e dal 1936 aveva assunto il comando del locale Distaccamento della Milizia na­zionale forestale, col grado di maresciallo. Dopo l’8 settembre, al tempo di Salò, quando la Milizia nazionale forestale era diventata Guardia della montagna e delle foreste, il maresciallo era stato chiamato “aiutante ca­po”. Solo una questione di nomi che non aveva fatto presa: per le valli dello Sturla e dell’Aveto Menechini era rimasto “il maresciallo”. Ad ucci­derlo, nel pomeriggio del 23 giugno 1944, era stato Silvio Solimano (n.1925), il partigiano “Berto”, un giovane di Santa Margherita Ligure tra i primi a raggiungere nell’inverno tra il 1943 e 1944 la banda ribelle di Cichero comandata da Bisagno. (nota2 Berto era arrivato a Cichero in fuga dalla prigione di Rapallo nel gennaio 1944 “B. GA­RAVENTA, Memorie e cronache degli eventi durante la lotta di Liberazione 1943-45 – Da Pannesi a Lumarzo, Uscio (GE) 2014, pp. 21 e 90″. Una conferma nella testimonianza del partigiano Piemonte che nel gennaio 1944 aveva ospitato Berto, appena scappato da Rapallo, in compagnia di Bini con cui aveva proseguito per Cichero [Istituto ligure di storia della Resi­stenza e dell’età contemporanea, ILSREC – Fondo Cln Liguria, busta 27B, fasc.12.)

Oltre la vittima e l’aggressore – morto a sua volta a circa due mesi di distanza in combattimento e decorato di medaglia d’oro alla memoria – il fatto aveva avuto due soli testimoni: la fi­glia di Menechini (n.1927), che quel pomeriggio pedalava in compagnia del padre, e una giovane contadina, Maria Giovanna Zaccaron (n.1921), “Gianna” per gli amici, che nelle stesse ore si trovava a falciare erba in un terreno poco distante dal luogo dell’agguato. Di lei però nell’inchiesta se­guita al fatto non rimase traccia. Temendo l’inevitabile reazione da parte fascista – e sapendo molto più di quanto non avesse visto coi suoi occhi dal prato dove si trovava al lavoro – Gianna aveva preso il largo insieme ai gestori della vicina osteria e un altro che abitava nei pressi. Ecco per­ché per l’autorità di polizia e in particolare per il superiore di Menechini, Leo Brenno Zuccolini, comandante della Coorte di Genova, Maria Me­nechini venne considerata, “l’unica presente al fatto”, la sola fonte a di­sposizione. (nota3 II Comando Coorte di Genova della Guardia nazionale repubblicana della montagna e delle foreste (da questo momento Gmf) aveva competenza sull’intero territorio della pro­vincia di Genova: alle sue dipendenze vi erano i comandi Distaccamento di Masone, Busalla, Prato, Chiavari e Borzonasca oltre ai comandi Stazione di Voltri, Pontedecimo, Ruta, Cicagna, Torriglia, Montebruno, Rezzoaglio, Santo Stefano d’Aveto e Casarza Ligure.)
Secondo “Fiamma Repubblicana” – settimanale dei “Fasci Repubbli­cani di Combattimento della zona di Chiavari” – del 2 luglio 1944, l’uccisione di Menechini era l’inevitabile frutto del ribellismo ma anche delle tacite solidarietà che ormai da settimane colpevolmente lo accom­pagnavano.(nota4 Assassini e vigliacchi, in “Fiamma Repubblicana”, n. 27, domenica 2 luglio 1944, Set­timanale politico dei Fasci repubblicani di combattimento della zona di Chiavari.L’interpretazione, tipica d’un foglio che faceva della lotta antipartigiana – comprese le sue espressioni più feroci – una bandiera, as­sociava la pervasività del ribellismo alla colpevole sottovalutazione dei più. Una interpretazione già allora poco convincente. La Guardia della montagna e delle foreste, entrata con Salò a far parte della Gnr, restava pur sempre una seconda linea, un corpo con funzioni di controllo e am­ministrative, e l’uccisione di Menechini era un caso isolato, se mai da ap­profondire per quel che ci si doveva aspettare nel futuro prossimo. (nota5 La Milizia nazionale forestale entrata a far parte della Guardia nazionale repubblica­na (Gnr) nel novembre 1943, aveva assunto la denominazione “Guardia Nazionale Re­pubblicana – Milizia Forestale”. La denominazione “Guardia Nazionale Repubblicana – Guardia della montagna e delle foreste” viene assunta dall’aprile del 1944.) Così come fece in prima persona il superiore diretto di Menechini, il capitano Leo Brenno Zuccolini. Alle 15,10 del 24 giugno con un telegramma da Chiavari aveva informato a Oderzo il Comando centrale della Guardia nazionale repubblicana della montagna e delle foreste che, in “seguito ag­gressione”, il giorno precedente era “deceduto” il maresciallo Michele Menechini del Distaccamento di Borzonasca. (nota6 Archivio di deposito dell’Ispettorato generale del CFS (Allerona, Terni), da ora A.IG., Fascicoli personali, fase. Michele Menechini n. 3811, telegramma n. 79, 24 giugno 1944.) Al telegramma aveva fatto seguito, il 26 giugno successivo, il “Rapporto sull’uccisione dell’aiutante capo Menechini Michele ad opera di sicario”. (nota7 Archivio di deposito del Comando provinciale del Corpo forestale dello Stato di Genova (presso Comando Stazione Forestale di Lavagna), da ora A.CPGe, fald. 3, fasc. VIII, nota n.1517, 26 giugno 1944.) Era il risultato di una lun­ga conversazione tra lo stesso Zuccolini e Maria, figlia dell’aiutante Me­nechini, ritenuta la sola testimone della sua morte.
Il 23 giugno 1944 – questa la ricostruzione degli eventi contenuta nel rapporto – l’aiutante capo Michele Menechini doveva incontrare a Chia­vari nel primo pomeriggio lo stesso Zuccolini per “conferire in merito al servizio” e per “consegnare il listino paga quietanzato e ritirare altro listi­no paga col relativo importo”. Il Menechini, aveva potuto riprendere la strada di ritorno per Borzonasca “soltanto verso le 18”, a causa dei “con­tinui allarmi aerei e bombardamenti” di quel giorno. Durante il viaggio, in bicicletta, in compagnia della figlia – dal rapporto non risultava che la fi­glia, come lui in bicicletta, si trovasse già in compagnia del padre alla par­tenza da Borzonasca nel primo pomeriggio – in località Costa Canale di Carasco, a una ottantina di metri dall’osteria omonima, “un individuo sui vent’anni, vestito dimessamente, armato di <mitra> di fabbricazione stra­niera gli si parò improvvisamente dinanzi sbucando dal bosco e intiman­dogli di consegnarli la pistola”. Secondo la deposizione della figlia, il Me­nechini “chiese a costui chi fosse”. Ne ebbe in risposta che era “uno di quelli che non si erano presentati alla chiamata alle armi ed una nuova in­timazione di consegnare la rivoltella”. Il Menechini “cercando evidente­mente di prendere tempo onde mettersi in condizioni di poter opporre resistenza” aveva messo mano alla fondina e di fronte ad una “ulteriore intimazione unita alla minaccia di far fuoco” aveva afferrato la canna del­l’arma “allo scopo evidente di deviare i colpi.” Una raffica però lo aveva investito al basso ventre facendolo cadere a terra. L’aggressore dopo aver puntato l’arma contro la figlia del Menechini – “che con parole violente aveva reagito contro il feritore del padre” – ma, senza sparare oltre, era fuggito. La figlia, dopo aver chiesto aiuto – peraltro senza ottenerlo – ad un paio di persone tra cui una donna che si trovavano in vicinanza dell’o­steria, non ritenendo il padre in pericolo di vita si era recata a Mezzanego a chiamare un medico. Questi intervenuto “prontamente” e preso atto della gravità delle ferite ne aveva disposto il trasporto con un mezzo pri­vato all’Ospedale di Chiavari dove il Menechini era però giunto cadavere.
Il Rapporto steso da Zuccolini, oltre a mettere a fuoco un profilo del­l’aggressore che corrispondeva in tutto alle necessità propagandistiche di Salò, era una preoccupata difesa del comportamento del sottoposto. Zuc­colini era consapevole della tortuosità della pratica che sarebbe seguita alla morte del subalterno. Aveva saputo da Maria della richiesta al padre di presenziare in divisa alla consegna della pagella e si era impegnato a produrre una versione che oltre ogni dubbio confermasse come Mene-chini fosse morto “in servizio” e per “cause di servizio”.
Ragioni di servizio – l’incontro con lo stesso Zuccolini – erano all’origi­ne del viaggio a Chiavari del maresciallo, cui solo gli allarmi per i bombar­damenti avevano imposto il ritorno a Borzonasca ad un’ora insolita come le 6 di sera. Il dialogo tra Menechini e il suo attentatore provavano come l’assassino fosse un ribelle, uno “che non si era presentato alla chiamata al­le armi”. La natura politica dell’aggressione, così come l’arma usata per il delitto (un “mitra di fabbricazione straniera”) confermavano il legame tra il ribellismo e il nemico. Infine la resistenza alle imposizioni dello scono­sciuto – Menechini non intendeva “consegnare l’arma prima d’essersi stre­nuamente difeso” – erano la dimostrazione dell’“attaccamento al suo ruolo di soldato”. Un quadro senza ombre della vittima per ragioni di servizio.
Lo stesso quadro fatto proprio – alla lettera – dal verbale steso in data 7 novembre 1944 dalla Commissione medico-legale di prima istanza della Gnr, primo importante atto amministrativo del percorso per il riconosci­mento di pensione e premi in favore della vedova. (nota8 A.IG., fase. 3811, cit., Ispettorato regionale – Servizio sanitario, Guardia nazionale repubblicana, “Verbale di visita medico collegiale della Commissione medico-legale di prima istanza”, 7 novembre 1944.) In previsione della riu­nione della Commissione, e “allo scopo di accertare la presunta causa di servizio” della morte del padre, anche Maria Menechini aveva prodotto in data 22 settembre una “Dichiarazione”.(nota9 Ivi, Dichiarazione scritta di Maria Menechini del 22 settembre 1944, controfirmata dal comandante Zuccolini, 30 settembre 1944.) Un documento sobrio di poche righe dove, oltre la conferma della versione dei fatti fornita da Zuccolini, si ufficializzava per la prima volta la presenza di Maria a fianco del padre sin dalla partenza da Borzonasca. Da lì, scriveva Maria – continuando però a tacere sulle ragioni della sua discesa a Chiavari – s’erano mossi “unitamen­te in bicicletta e per ragioni del suo servizio”. Sulla via del ritorno c’era sta­to l’incontro con lo sconosciuto che aveva intimato il fermo al padre, il ra­pido dialogo concluso con gli spari e il suo “spavento… indescrivibile”.
A distanza di oltre 65 anni, la controversia seguita all’inaugurazione della caserma, è stata l’occasione per la produzione di alcuni documenti – le dichiarazioni fatte da Maria in occasione dell’inaugurazione (nota10 Intervista della giornalista Cristina Oneto il 23 febbraio 2010 a Maria Menechini; in onda su Telepace di Chiavari (GE) nel corso della trasmissione “Guardando la settimana”, 28 febbraio 2010.) e le te­stimonianze di Maria Zaccaron (nota11 Intervista di Silvio Ciapica e Federico Boggiano a Maria Giovanna Zaccaron in data 16 ottobre 2013, presso la sua abitazione in loc. Loreto di Carasco (GE), della durata di 2 ore circa.)  e della stessa Maria Menechini (nota12 Intervista di Silvio Ciapica a Maria Menechini, alla presenza della figlia Daniela Camerini, in data 22 agosto 2014, presso la sua abitazione in Caprarola (VT), della durata di 2 ore circa.) registrate nelle rispettive abitazioni il 16 ottobre 2013 a Carasco (GE) e il 22 agosto 2014 a Caprarola (VT). Nel “ricordo” prodotto nel febbraio 2010 in occasione dell’inaugurazione della caserma, Maria aveva detto, per la prima volta, come lei avesse percorso col padre — che “indossava la divi­sa” – in bicicletta i 18 km da Borzonasca a Chiavari per andare a ritirare la sua pagella. A cose fatte, sulla strada del ritorno, avevano gareggiato.
“Ci mettemmo a fare una corsa in bici. Io con i miei 17 anni lo prece­devo. Improvvisamente vidi scendere un uomo armato dalla montagna e lo sentii sparare. Quando mi girai vidi mio padre a terra, lungo la strada. Mi avvicinai era stato colpito e sanguinava. Mi chiese dell’acqua. Presi la bici e corsi al telefono più vicino…”.
Il tempo ha sicuramente essenzializzato il ricordo ma qui, finalmen­te, per la prima volta si sente parlare, oltre che della pagella, del padre in divisa – come fosse un evento non secondario – e del loro gioco a supe­rarsi sulla strada del ritorno. Poi la visione dell’uomo che discendeva il pendio e, pochi attimi dopo, lo sparo che l’aveva fatta voltare – da dove si deduce che pedalava davanti al padre – per scoprirlo a terra in una pozza di sangue. Nessun riferimento – la stessa scena lo escludeva – a battute tra il padre e l’attentatore o al suo tergiversare nell’estrarre la pi­stola. Maria stava davanti e quando in seguito allo sparo si era girata l’aveva visto a terra sanguinante.
Il racconto di Maria faceva a pezzi il rapporto di Zuccolini, ma aveva bisogno di un ulteriore approfondimento. Maria diceva d’aver visto un uomo armato scendere dalla riva a fianco della strada e – dopo – d’aver sentito lo sparo che l’aveva fatta girare e scoprire il padre a terra morente. Dunque, se dialogo tra i due c’era stato, certo non era lei che poteva sa­perlo. La conferma è venuta dall’intervista dell’agosto 2014 che ha per­messo di modificare definitivamente la scena dell’omicidio consegnata al­la storia dal Rapporto Zuccolini. Maria pedalava davanti al padre di qual­che decina di metri. Si era girata all’esplosione d’una breve raffica – “ta, ta, ta” – e solo allora aveva visto Berto, sulla strada a fianco del padre or­mai a terra mentre cercava di prendergli la pistola. Dalla bocca del padre, verso il quale era subito accorsa, aveva sentito debolissima uscire una pa­rola sola: acqua. Niente dialoghi sul chi sei o chi non sei, niente tentativi di lotta tra il padre e Berto; solo il padre a terra in una pozza di sangue (nota13  II “Rapporto” Zuccolini aveva anche altri punti deboli. A parte il dialogo poco cre­dibile tra Berto e Menechini c’erano, rispetto alla “Dichiarazione” del 22 settembre, evi­denti incongruenze circa la sequenza dei fatti.)
A conferma delle parole di Maria sono venute quelle di “Gianna”, Maria Zaccaron, l’altro testimone presente sulla scena. Gianna conosceva bene sia il maresciallo sia Berto, il suo assalitore. Conosceva così bene quest’ultimo che, quando era arrivata sul campo a falciare e l’aveva trovato già lì in attesa, si erano scambiati persino qualche parola. Poche, “al massimo due”, perché quello era un tipo che “non ci stava a chiacchiera­re. Di più ci stava l’altro, quello che era di scorta, ma non si è fatto vede­re. Senz’altro era Mario, perché erano sempre assieme”. Il pomeriggio del 23, quando verso le 4 o le 5 del pomeriggio Gianna era arrivata sul campo, Berto stava già lì. Guardava “verso la curva dove c’è la Madonnetta” e lei aveva pensato che doveva essere in attesa di qualche “pollo”. Non dice se aveva pensato al maresciallo ma, precisa, se di lui si fosse trattato, a prenderlo ci voleva solo pazienza. Berto “poteva essere sicuro che sarebbe passato di lì anche quel giorno”. La stessa sicurezza di Gian­na a proposito del fatto che Mario, l’amico inseparabile di Berto, dovesse trovarsi nelle vicinanze. Non l’aveva visto ma di sicuro stava lì attorno da qualche parte a coprirgli le spalle. Perché Mario – Mario Ginocchio (n.1923), Beppe da partigiano, nato a Borgonuovo frazione del comune di Mezzanego (GE) con Berto faceva coppia fissa. Era lui che conosceva i posti; al contrario di Berto, uno di Santa Margherita, un foresto.
Mario – così lo ha descritto in anni recenti un compagno d’allora – era uno “spirito indipendente che agiva da tutte le parti”. (nota14 Claudio FLORIS “Bill” e Carla CASAGRANDE MASCHIO, Testimonianze partigiane: Divisione Cicbero – La Brigata Berto, Bruzzone Arti Grafiche, Genova 2005.A 21 anni aveva visto più mondo della maggior parte dei suoi coetanei lì attorno. Due an­ni da tornitore a Genova all’Ansaldo prima di essere chiamato alle armi in marina. L’8 settembre l’aveva sorpreso al Crem (Corpo reale equipag­giamenti marittimi) di La Spezia, ma non aveva perso tempo a tornare a casa. Oltre a un po’ di parole della politica e una certa passione argomen­tativa, Beppe possedeva un’insuperabile conoscenza dei luoghi dov’era cresciuto, viottoli, sentieri, persone, animali e le occasioni che gli offriva­no, a seconda del momento, di farsi o meno vedere. Per i ribelli di Cichero, Beppe era importante; stava raramente lassù, al casone, con gli altri. Preferiva muoversi “in giù”, a cercar di sapere cose e a tessere le fila della sua rete. Berto e Beppe “pattugliavano” la zona, aveva scritto Marzo, G.B.Canepa, col linguaggio militare con cui in genere, a fatti avvenuti, le azioni più casuali vengono ricordate come frutto di laboriosi piani di battaglia. (nota15 “La croce di Sant’Uberto” di G.B. Canepa (“Marzo”) pubblicato sul n.1 de “Il Partigiano – Volontario della libertà – Organo della III Divisione garibaldina Cichero” del 01 agosto 1944.) Raccoglievano informazioni, tenevano i contatti con un po’ di coetanei del luogo e, specialmente, contribuivano a non gravare sul magrissimo bilancio alimentare dei “cicheriani”.
Berto, diventato inseparabile di Beppe dopo essersi conosciuti a Cichero, da quando era nato il loro sodalizio pernottava spesso “in giù”, a casa sua o in altri ricoveri “sicuri”. Due anni di differenza: Beppe era un fratello maggiore che già possedeva molto di quel che il mondo ribelle, alla vigilia dell’estate 1944, era ancora alla ricerca. A cominciare dalla sua straordinaria capacità di dominare i luoghi dove si aggirava, compresa la zona grigia dei ragazzi rimasti alla finestra, e la sua intraprendenza nel progettare azioni anche lontano dalla casa madre. Lui e i suoi amici: nella zona tra Carasco, Mezzanego e Borzonasca, oltre a “Die” (Giovanni Rocca, Carasco, 1921), galante di Gianna che a fine guerra avrebbe spo­sata, c’erano Pedun, Boia (Luigi Garibaldi, n. a Carasco 1917) e altri an­cora. Specialmente Gianna che sapeva benissimo le cose di Berto, Beppe e Die; li sentiva parlare e conosceva i loro piani. Gianna non era un gre­gario ma una che ci metteva del suo. Non era un caso che Mario, “Bep­pe”, nei suoi soliti “giri”, facesse abitualmente tappa “lì, a Costa Canale”, dalla sua famiglia e da lei “a prendere notizie”.
Alle donne che hanno preso parte al movimento partigiano la retorica storiografica ha riconosciuto, a cose fatte, compiti di staffetta, portatrici di messaggi o, a volte, anche di armi e di viveri, ma non ruoli di comando o d’indirizzo. Quando a Gianna è stato fatto notare che negli elenchi de­gli smobilitati della brigata Berto lei era l’unica donna che compariva co­me comandante di Distaccamento s’è schermita scrollando le spalle. (nota16 Intervista cit. a Maria Giovanna Zaccaron.) Mai stata comandante, ha detto. Effettivamente era così, ma è probabile che quel ruolo le fosse stato attribuito dal gruppo incaricato di stilare gli elenchi della smobilitazione ricordando che Gianna di cose, anche im­portanti, ne aveva fatte parecchie e aveva cominciato molto prima che na­scesse la brigata Berto con cui a fine guerra era stata smobilitata. Gianna sapeva dei tre amici e dei loro discorsi, sapeva del sodalizio tra Beppe e Berto, sapeva che Berto dormiva a volte in casa dell’amico o di suoi co­noscenti. Sapeva che “la parola d’ordine era di non parlare”, neppure coi vicini di casa. “Quando c’era da dire qualcosa si diceva di nascosto”. Gianna era “coraggiosa” nel senso che sapeva come muoversi e non a ca­so c’era chi nei sempre rischiosi trasferimenti d’allora tra un paese e l’altro, chiedeva d’essere accompagnato da lei. Gianna aveva una sorella sposata a Cichero, il paese dei ribelli, e questo ne aveva fatto uno dei contatti fissi tra la base partigiana, il casone di Stecca e “quelli d’ingiù”, i ragazzi che all’inizio dell’estate del 1944, dopo la scadenza dell’ultimo bando, avrebbero dovuto presentarsi ma non l’avevano fatto. Alcuni la­voravano per la Todt dei tedeschi o erano in attesa di conferma dell’eso­nero forestale; altri stavano nascosti non lontani da casa, in posti non troppo segreti fidando che la complicità nella protezione dei figli supe­rasse le storiche ostilità tra clan familiari.
Dopo l’arrivo della Monterosa in Riviera, il nuovo posto di blocco di Terrarossa – pressappoco dove era stato ucciso Menechini – tra agosto e settembre del 1944 era diventato un luogo di assaggi e messaggi. Proposte e propositi di diserzione da parte dei monterosini si mescolavano ai tentativi di infiltrazione tra i partigiani; a Gianna era toccato più volte il ruolo di filtro e di tramite. Quando, dopo una spiata, i fascisti erano saliti da Chiavari a prelevare padre e fratello di Beppe e con loro un fratello di Gianna, era andata lei di persona a Chiavari alla Casa del fascio a cercare notizie e fare le sue ragioni.
Nel resoconto fornito da Gianna sulla morte del “maresciallo”, Berto – che “aveva una giacca un po’ larga e non si vedeva cosa aveva sotto” -dopo avvistato il maresciallo era sceso facilmente sulla strada. All’epoca tra questa e il campo dove Berto stava in osservazione c’era un semplice declivio – non il muraglione di oggi alto circa quattro metri – e il mare­sciallo aveva visto il giovane solo all’ultimo momento.
“Berto gli ha detto solo una parola, l’altro ha messo la mano sulla ri­voltella e Berto gli ha sparato; è stato un fulmine lì, perché non erano co­se da stare a pensare tanto… e la figlia è andata dietro a Berto, a gridargli, e l’ha inseguito anche fino alle fasce più sotto dove i padroni dell’osteria seminavano qualcosa, e l’ha visto bene, perché ha perfino detto che aveva i pantaloni strappati fino al ginocchio”.
“Berto aveva una giacca larga che sotto ci poteva tenere anche uno sten senza farlo vedere… ma non so se era proprio uno sten. Era qualco­sa del genere, perché il maresciallo è caduto subito a terra in un lago di sangue… La figlia, quando è successo il fatto, è andata dietro a quello là che è scappato… e gridava… Gli urlava dietro ma quello era già lontano”.
“Dopo – sarà passato un po’ di tempo perché macchine allora non ce n’erano e se ne passavano due al giorno era già tanto – eravamo lì, è ve­nuta quella dell’osteria che ha portato un po’ di grappa, poi il marito e poi un altro… Poi è arrivata una macchina che veniva da Chiavari… Ci hanno visto qui che eravamo 4 o 5, sono venuti lì e hanno detto: “è me­glio caricarlo in macchina e portarlo all’ospedale” ma per me era già morto lì. E allora l’hanno caricato e l’hanno portato giù. La figlia? è salita sulla macchina, mi sembra.”

3. “Era sceso a Chiavari per cose d’ufficio e la figlia giovinetta lo ac­compagnava… incalzati dagli allarmi ritornavano a casa… pedalavano…. S’avvicinò un giovane biondo, esile nelle forme. Forse aveva vent’anni. Il colloquio fu improvviso e violento poi una raffica di mitra e l’uomo cad­de in una pozza di sangue… E implorava la giovanetta aiuto e pietà per il padre. Frettolosi i passanti sbirciavano e si allontanavano. E la vittima priva di aiuto si dissanguava e lentamente si spegneva. A tarda sera nel covo campestre i ribelli brindavano all’eroica gesta del giovane commili­tone… e nel proprio letto i viandanti che non avevano saputo essere umani dormivano il sonno dei giusti… Questi i nudi fatti dell’assassinio del Maresciallo Menechini Michele. Così cadono sotto il piombo di assassini prezzolati dal sovversivismo i nostri camerati… Ci rifiutiamo di riconoscere per avversari e per nemici tali assassini. La forca per costoro e non la fucilazione alla schiena…”. (nota 17 Assassini e vigliacchi”, cit.)Così “Fiamma Repubblicana” del 2 luglio 1944 nel suo corsivo di pri­ma pagina. Altre voci provenienti dallo stesso campo sostenevano però che Menechini fosse rimasto vittima di un tentativo di disarmo finito ma­le. Da settimane i tentativi di disarmo non erano una novità e il profilo dell’aiutante capo Menechini non ne faceva un obiettivo politico e milita­re tale da giustificarne l’esecuzione da parte dei ribelli. Anche quelli di Salò ne erano convinti; diversamente la sua uccisione avrebbe imposto la risposta militare che invece non ci fu. Il problema era semmai prosciuga­re le fonti dell’approvvigionamento di armi che da settimane faceva di chi ne avesse una addosso un potenziale obiettivo dei ribelli. Non a caso, il 28 giugno 1944, dando seguito ad un indirizzo proveniente dal Comando centrale (Oderzo, TV), il Comando di Legione della Guardia della mon­tagna e delle foreste di Torino, da cui il Comando di Coorte di Genova dipendeva, invitava i comandi periferici, “per evitare di esporre il nostro personale a disarmi da parte dei ribelli” e qualora “ravvisassero l’opportunità di mantenere in sede i Militi anche in zone controllate o minacciate da ribelli… di esaminare se in tali casi sia o meno opportuno ritirare al personale totalmente o parzialmente le armi e le munizioni in dotazione conservandole in luogo ritenuto sicuro…”. (nota 18 A.CPGe, Fald. 2, fasc. “Riservato pos. IV affari generali – 1945”, nota n.383 ris., 28 giugno 1944, Comando Legione Gmf di Torino al Comando Coorte Gmf di Genova.)
Non era un segreto che a giugno del 1944 i partigiani di Cichero fos­sero alla ricerca di armi. Basterebbe ricordare la festa con cui era stato ac­colto Carlo quando aveva esibito la Walter presa a un ufficiale repubbli­chino che procedeva solo su un calesse dalle parti di Carasco. (nota19  LAZAGNA, Ponte rotto, ed. Colibrì, Paderno Dugnano (MI) 1996, pp. 53-56.) Quel giorno Carlo stava rientrando da Chiavari con una grossa somma ricevu­ta dal Cln e prudenza avrebbe voluto che non si infilasse in azioni ri­schiose. Per questo al suo ritorno alla base qualcuno aveva duramente criticato l’iniziativa, ma l’importanza della pistola in una armeria sguar­nita aveva finito per mettere a tacere le obiezioni e a Carlo era stata persi­no concesso di non depositarla nel comune fondo delle armi e tenerla per sé. Era successo il 13, pochi giorni prima del progetto di disarmo del ma­resciallo. (nota20 Sull’episodio oltre G. LAZAGNA, cit., anche B. GARAVENTA, Memorie e cronache, cit., pp. 21, 89-90 e 183. Interessante la versione del fatto nella nota n. 109697 del 5 luglio 1944 della Questura Repubblicana di Genova (Archivio di Stato di Genova, Fondo Prefettura RSI 23/7): “Il 13 giugno, alle ore 20.00 circa, un gruppo di due o trecento ribelli assaliva ed incendiava, armato di armi automatiche e bombe a mano, la Casa Comunale di Lumarzo, nella quale ha sede anche l’Ufficio postale ed il Fascio Repubblicano, uccidendo l’autista del Fascio di Chiavari, che in quel momento sopraggiungeva con un rinforzo di fascisti, uno dei quali scompariva durante l’assalto stesso”.) Un episodio che nella piccola comunità ribelle aveva fatto parlare molto e probabilmente aveva ispirato a Berto e Beppe l’impresa di pochi giorni dopo. Se l’obiettivo dei due fosse stato d’uccidere non sa­rebbero mancate occasioni più sicure; comunque prive dei rischi del con­tatto diretto. Menechini si muoveva indifeso. Per uccidere non ci sarebbe stato bisogno di tanta messa in scena né di chiedergli l’arma e in quel ca­so, all’appuntamento ci sarebbe stato sicuramente anche Beppe. Invece non c’era perché conosciuto da Menechini che avrebbe potuto denun­ciarlo tra gli autori del sequestro dell’arma. Al contrario di Berto, a cui era toccato il compito del disarmo trattandosi per il maresciallo d’uno sconosciuto.
Un obiettivo facile Menechini: sulla cinquantina, “un po’ tondetto”, non agile – anzi con qualche difetto nella camminata – con alla cintura una pistola che pare non avesse mai usato. Un’azione poco rischiosa che nel circondario non avrebbe sollevato clamore. In ogni caso non un’ese­cuzione. Nessuno appartenente al gruppo di Cichero avrebbe potuto pianificare una operazione militare così grave – una esecuzione dalle conseguenze incontrollabili – senza l’approvazione del Comando. E il gruppo di comando di Cichero non aveva in mente nulla del genere: si stava preparando a lasciare la base e non intendeva affrontare i vespai che inevitabili sarebbero esplosi promuovendo simili azioni nel territorio cir­costante.
La morte di Menechini era stata un errore, una fatalità. La conferma l’aveva data, a un mese di distanza dal fatto, il racconto di “Marzo”, La croce di Sant’Uberto, pubblicato sul primo numero de “Il Partigiano” e distribuito il primo agosto 1944. (nota21 La croce di Sant’Uberto, cit.) Nessun dubbio sui propositi dell’assa­litore. Marzo poteva affermarlo con sicurezza: la fonte della sua ricostru­zione era proprio Beppe che – come Gianna aveva supposto – da un suo osservatorio aveva visto lo svolgersi della scena. Berto – così Beppe aveva detto a Marzo – stava lottando “con il maresciallo che non voleva farsi disarmare quando era partita una scarica e il maresciallo giù a terra a ran­tolare mentre Berto con lo sten in mano pareva impietrito”. In seguito – e qui la fonte di Marzo diventava lo stesso Berto – questi, aveva vagato a lungo prima di tornare tra i suoi compagni. A loro aveva detto che lui, non avrebbe voluto uccidere: stava “con lo sten puntato a convincere il maresciallo che si lasciasse disarmare” ma questi “rapido gli aveva affer­rato l’arma e cercava di strappargliela… Avevano lottato un bel po’… poi era partita la scarica…”. Angosciato dall’esito dello scontro, Berto aveva camminato per ore fino a quando aveva raggiunto un luogo dell’infanzia, dove da piccolo lo portava la madre: una gran croce, la croce di Sant’Uberto che si ergeva sulla cresta della montagna alle spalle della costa di Sori. Lì, dopo aver a lungo pregato, aveva sciolto il dubbio se continuare a combattere a fianco dei suoi compagni.
La croce di Sant’Uberto non parlava solo di Berto, giovane eroe posi­tivo tornato ad interrogarsi sulla sua scelta partigiana nel luogo dove da ragazzo, nella stagione della purezza, la madre lo portava a pregare. Mar­zo scriveva anche di Menechini, il maresciallo che, qualche tempo prima, a capo dei suoi “scagnozzi” era stato messo in fuga da un gruppo di “vil­lici” guidati da un vecchio prete che gli avevano impedito il taglio d’un loro bosco. In quell’occasione il maresciallo “demonio, s’era messo a berciare: vigliacchi, ve la farò pagare io… ce la rivedremo presto”. “Villi­ci” e parroco, nel racconto di Marzo che proprio in occasione della mor­te del maresciallo era capitato nel loro paesino, avevano festeggiato all’o­steria: “stavolta andrà a tagliarli all’inferno i suoi castagni”.
Berto vestiva l’innocenza della giovinezza, Menechini la divisa del so­pruso, ma non sarebbe stato sufficiente per ucciderlo. Era stato un inci­dente, non un’esecuzione come sullo stesso giornale voleva invece far cre­dere una rubrichetta, dal titolo assieme ironico e provocatorio “PERI­COLO zona infestata da ribelli”, con l’elenco delle recenti azioni parti­giane. Tra queste: “Il 28 giugno (nda in realtà il 23) giustiziato il mare­sciallo della Milizia forestale di Borzonasca. Squadrista odiato dalla popo­lazione per le sue continue vessazioni”. Dalla morte di Menechini era pas­sato solo un mese ma la rubrica mostrava come nel frattempo la morte del maresciallo fosse ormai entrata anche in un’altra contabilità: esecuzione di condanne a morte per comportamenti iniqui e vessatori o per rappresa­glia. Il primo agosto 1944, giorno dell’edizione del numero uno de “Il partigiano”, la guerra sembrava avviarsi verso una rapida conclusione. I fatti, anche quelli di pochi giorni precedenti, perdevano i loro agganci con la realtà per divenire strumenti di propaganda della forza partigiana, della sua capacità di interpretare sentimenti collettivi, di individuare i responsa­bili del male anche nelle figure apparentemente più secondarie. (nota22 Sullo stesso numero de “Il partigiano” – in prima pagina col titolo Severino – il ri­cordo dolente di Severino Raimondo (n. 1923), primo ucciso della banda di Cichero: “Sa­pete chi era Severino gente di Borzonasca che avete applaudito ai suoi assassini? Un sici­liano era, scappato dalla guerra…”. L’articolo si chiudeva annunciando la morte di uno dei suoi “assassini”: “Uno dei suoi assassini è caduto. Gli altri cadranno.” Poteva alludere a Menechini ma più probabile che riguardasse Errerà, segretario del fascio di Borzonasca -“uno dei complici dell’assassinio di Severino” – catturato secondo “Il partigiano” il 9 lu­glio ma di cui non si diceva la sorte. Secondo quanto riportato in I caduti della RSI, cit., pp. 604 e 608, “Errera”, (vero nome Rera Aldo, n. a Milano il 5 luglio 1892, capo centrale elettrica e segretario del Fascio repubblicano di Borzonasca) era stato catturato da cinque partigiani alle 19 del 4 luglio 1944 ed ucciso il 9 luglio insieme a Francesco Rossi (62 anni, albergatore.)
La croce di Sant’Uberto come gli altri articoli contenuti sul primo nu­mero de “Il partigiano” e su quelli seguenti erano, nel territorio della “Sesta zona partigiana”, la prima espressione pubblica del movimento. Si rivolgeva al proprio interno, “all’esercito dei partigiani d’Italia”, ma an­che a quanti, la stragrande maggioranza, conoscevano il mondo ribelle solo attraverso gli stereotipi della propaganda di Salò. Nello stesso nu­mero, su tre articoli della prima pagina, due – // secondo Risorgimento e Le Brigate Garibaldi – erano dedicati a Garibaldi, alla “lotta contro la ti­rannide” che avvicinava gli “eroi della montagna” agli “eroi del Risorgi­mento”. L’esercito partigiano era lo “strumento principale dello… sforzo che l’Italia sta compiendo per liberarsi dall’oppressione nazifascista”, ma non il solo. “Non basta contrapporre il nostro nuovo esercito a quello fascista e porlo a presidio del paese. Per avere la nostra Italia libera do­vremo formarcela nei suoi istituti e nelle sue funzioni civili”. Era dunque necessario “incominciare fin da oggi a ricostruire il nostro paese nei suoi organismi pubblici e privati con sani elementi popolari…” e “prescindere con intransigenza assoluta da quei loschi figuri… del precedente regime” a favore di “individui che “prima ancora di requisiti tecnici dimostrino di possedere una assoluta autorità morale.” La “ricostruzione democratica” sarebbe stata “intimamente legata alla lotta in corso”; l’episodio da cui traeva spunto La croce di Sant’Uberto ne era la prova. Il vecchio parroco, brandendo il crocifisso, aveva fronteggiato il maresciallo venuto coi suoi “scagnozzi” a tagliare il bosco di castagni. Presto, aveva minacciato il parroco, a dargli una lezione sarebbero venuti i partigiani che armati di “mitraglia e cannoni” si trovano a poca distanza.
“Marzo”, anima e principale penna de “Il partigiano”, aveva intuito – al contrario dei capi locali del suo partito – come ciò che doveva distin­guere il ribellismo di fronte al mondo non fosse il credo politico ma il desiderio di giustizia e di riscatto dell’anima popolare, la stessa della pro­venienza dei ragazzi saliti ai monti; punto di saldatura tra gli interessi e gli umori del popolo (tutto, compreso il suo prete) e i guerrieri della montagna non a caso evocati come paladini della giustizia. La disgraziata morte di Michele Menechini, funzionario ligio a compiti d’ufficio da me­si asserviti alle richieste dell’occupante tedesco, sembrava confezionata su misura per confermare il suo punto di vista. Denunciava la sua con­dotta cieca, ostinata nel cercare giustificazione in un passato e in un ruo­lo di cui le direttive forestali affermatesi in tempo di guerra e l’ultimo cambio di regime avevano conservato solo l’involucro.
Un comportamento incomprensibile anche per coloro – i più – che pensavano come prudenza suggerisse di fare un passo indietro. Menechi­ni invece faceva, con la solerzia di sempre, quello che aveva sempre fatto; ignorando come i tempi avessero cambiato segno anche ai gesti più tradi­zionali. Così lui stesso aveva aperto la porta alla sua diffamazione. Le normalissime periodiche discese a Chiavari al Comando di Coorte veni­vano descritte come abboccamenti con la feccia repubblichina, le manca­te concessioni di esonero per i lavori forestali erano vendette consumate in difetto di omaggi ricevuti, il controllo degli esonerati Todt una inutile prova di fiscalismo; requisizioni e pressanti richieste sulle ditte impegna­te nel taglio del legname erano gratuiti atti di sopraffazione, prova del suo disinteresse per il territorio che lo ospitava e che, con inutile ostina­zione, contribuiva a trasformare in zona di guerra.
Se non un nemico Menechini doveva considerarsi almeno un ostacolo ai pochi vantaggi che la montagna traeva dalla crudezza dei tempi: il commercio di legna e carbone lungo le strade della borsa nera. In poche parole una vittima solo di sé stesso; uno che, rifiutandosi di cedere la pi­stola, se l’era cercata.

4. C’è normalità e allo stesso tempo esemplarità nel profilo di Michele Menechini tramandato dalla fonte amministrativa. Le stesse caratteristi­che che avevano colpito i suoi superiori durante la prima guerra e poi la sua carriera di forestale e, prima ancora, al tempo della sua esperienza scolastica. Cresciuto in una famiglia di “comprovata povertà”, Menechi­ni, nato nel 1896 a Caprarola comune del Viterbese, aveva concluso la scuola elementare nell’estate del 1909 alla vigilia dei 13 anni con giudizi quasi encomiastici e la media dell’otto. (nota23 A.IG., fasc. 3811 cit., Certificato del Casellario giudiziale del Tribunale di Viterbo, 16 giugno 1924.) In seguito aveva frequentato la scuola ancora per un anno – “la sesta” – come in genere veniva suggerito agli studenti migliori privi della possibilità di proseguire negli studi. A Menechini tanto era bastato per acquisire una ortografia e una sintassi si­cure e una calligrafia da manuale. Qualità messe in evidenza e ulterior­mente affinate in seguito, nell’espletamento del lavoro forestale, ma già riconosciutegli quando a maggio del 1916 Menechini era partito per il “territorio di guerra” col grado di caporale. Ferito nel luglio del 1916 e rientrato al reparto alla fine dello stesso anno, dal gennaio del 1917 era stato incaricato – intanto nel febbraio del 1917 era stato fatto caporal-maggiore – della “istruzione reclute”. Compito dove s’era fatto apprez­zare e che aveva conservato fino al febbraio 1918 quando, nominato ser­gente, era stato inviato con alcuni reparti scelti sul fronte francese. (nota 24 Ivi, 25 maggio 1925, Dichiarazione manoscritta di Michele Menechini, “Notizie del servizio militare prestato durante la guerra 1915-18 da Menechini Michele di Giuseppe na- to a Caprarola (Prov. di Roma) il 30 settembre 1896”.)
L
a guerra e i riconoscimenti ricevuti avevano convinto il giovane Me­nechini, rientrato a Caprarola alla fine del 1919, di possedere le qualità necessarie per emanciparsi dalla sua condizione di “agricoltore boscaiolo”. (nota25 Ivi, Dichiarazione del Comune di Caprarola (VT), 31 maggio 1924.) L’obiettivo era il servizio forestale; localmente un’importante e di­gnitosa occasione di occupazione. A gennaio del 1923 s’era iscritto al Pnf – aumentando così il peso della tessera dell’Associazione combattenti e reduci presa al ritorno dalla guerra – e dai primi mesi del 1924 aveva ini­ziato la raccolta della documentazione necessaria. Il 3 giugno 1924 pre­sentava all’Ispettorato forestale del Dipartimento di Roma domanda di essere ammesso al concorso per allievi sorveglianti forestali completata pochi giorni dopo (27 giugno 1924) dall’attestato dei carabinieri di Caprarola che lo definiva soggetto “di ottima condotta” che, per la sua esperienza di “contadino”, possedeva i necessari requisiti “al servizio di campagna”. A sostegno della sua richiesta Menechini aveva prodotto, in data 9 settembre 1924, anche un documento dove l’Ufficio medico legale della Associazione invalidi di guerra dichiarava che, pur essendo “invali­do di guerra per ferita – d’arma da fuoco alla gamba destra” – era peral­tro di “sana e robusta costituzione fisica” e “idoneo al servizio di sorve­glianza forestale”. Ovviava così al rischio che i vantaggi derivanti alla sua candidatura per essere invalido di guerra lo facessero giudicare inidoneo al servizio di campagna.
Il primo dicembre 1925, superato il corso di 9 mesi a Cittaducale, il Sorvegliante forestale Michele Menechini entrava “in servizio di ruolo nell’amministrazione dello stato”. (nota26 Ivi, Stato di servizio del Maresciallo capo Michele Menechini – Milizia Nazionale Forestale 1925-1944, documento senza data.) Destinato a Chatillon, in Val d’Aosta alla fine del 1925, vi era arrivato i primi di gennaio 1926. L’undici gennaio 1926, nei locali del Reale ispettorato forestale di Torino, ottenuta la nomi­na stabile a posto di ruolo, giurava la sua fedeltà al re. Era il primo tra­guardo d’una scalata faticosa che però, solo cinque mesi dopo, era inter­rotta da un evento inatteso: lo scioglimento del Real Corpo delle Foreste di cui era appena entrato a far parte.
In una logica di riordino di tutte le forze armate, e con l’intenzione di sottrarle gradualmente alla influenza monarchica, il governo fascista aveva deciso di abolirlo per dare vita sulle sue ceneri – Regio Decreto 16 maggio 1926, n.1066 – alla Milizia nazionale forestale (Mnf). Il 16 settembre 1926 Menechini chiedeva — possibilità offertagli dalla stessa Legge n° 1465 – di essere ammesso a fare passaggio nel ruolo del corpo appena costituito. Nessuna novità quanto a compiti e competenze. (nota27 Ivi, Domanda di ammissione del Sorvegliante forestale Michele Menechini al passaggio nel ruolo della Milizia Nazionale Forestale, 16 settembre 1926.Alla Mnf toccavano gli stessi servizi fino a quel momento “disimpegnati” dal personale tecnico e di custodia del Real Corpo delle Foreste. La differenza stava altrove: la Mnf entrava a far parte, quale corpo tecnico militarizzato, delle forze armate dello Stato e i suoi appartenenti divenivano soggetti a tutte le disposi­zioni sulla Milizia volontaria per la sicurezza nazionale. A dirigerla Mus­solini aveva chiamato un giovane bellicoso fascista della prima ora, Augu­sto Agostini, 28 anni, che al momento dell’investitura aveva assicurato il duce della incondizionata fedeltà del corpo al capo del fascismo.
Gli anni piemontesi, prima del suo arrivo a Borzonasca alla fine del 1935, contribuirono in modo decisivo alla definizione del profilo di Menechini all’interno della macchina forestale. Non c’è una relazione su di lui che non ne dia un giudizio positivo, ben oltre le formule tradizionali in simili casi. Il 28 marzo 1927 (1687) la federazione del Pnf di Aosta lo definisce “ottimo elemento, di buona condotta privata e politica, buon funzionario.” Costante, si diceva, era il suo impegno a far meglio. Anche se non era andato oltre la licenza elementare, scrivevano – con tronfio stupore – i suoi superiori, Menechini possedeva grandi qualità. Le note di merito a partire dal 1927 lo definiscono “ottimo”, valutato sempre con 10 punti su 10, “idoneo a rivestire il grado superiore”.
Lui aveva cercato di non deluderli: il 28 marzo 1930 – divenuto dal 1 gennaio 1927 “milite forestale” – aveva chiesto al Comando della Mnf di essere ammesso al “primo corso allievi sottufficiali presso la scuola di prossima istituzione a Vallombrosa (Firenze), la sede storica dei forestali. (nota28 Ivi, Domanda di ammissione alla partecipazione al 1° Corso allievi sottufficiali del- la Milizia Nazionale Forestale, 28 marzo 1930.) Domanda accolta favorevolmente dal console comandante per le virtù in varie occasioni messe in luce da Menechini: “buon rendi­mento”, “subordinato verso i superiori”, capace di “trattare bene il pub­blico in modo da ritenerne stima e rispetto”. (nota29 Ivi, Giudizio di idoneità per l’ammissione alla Scuola allievi sottufficiali di Vallom- brosa del Comando IV Legione di Torino M.N.F., documento senza data.) Grazie al corso a Vallom­brosa, l’allievo sottufficiale Menechini era stato promosso – DM 6 di­cembre 1932 – a v.brigadiere per anzianità dal primo gennaio 1933 (nota30 Diventerà v. brigadiere solo a decorrere dal 1933 perché l’art. 76 del RD 1997/1929 prevedeva che quel grado non potesse essere conferito se non dopo almeno sei anni di servizio nella Milizia nazionale forestale. Menechini era entrato nella Mnf nel 1926 e il sesto anno maturava col 1932.) e da v.brigadiere a “brigadiere “a scelta” – non per semplice anzianità! – dal primo gennaio 1934. Il 14 aprile del 1934, in corrispondenza del suo avanzamento al grado superiore, il rapporto informativo della Coorte di Aosta suonava come un elogio a tutto campo: intelligente, volenteroso, ligio e disponibile allo stesso tempo. Due anni dopo, nel 1936, altra pro­mozione: il brigadiere Menechini diventava “maresciallo a scelta” con decorrenza primo gennaio. Una nomina attesa che lo raggiungeva nell’a­prile successivo a Borzonasca dove era stato da poco trasferito per assu­mere la responsabilità di quel distaccamento. (nota31 D.M. 25 aprile 1936, pubbl. Bollettino Mnf Dispense n.8-9, anno 1936.)E “maresciallo” Menechini era rimasto per tutti fino alla sua morte nel giugno del 1944 anche se, nel frattempo, dal 1941, era diventato “maresciallo capo”.
Michele Menechini era arrivato Borzonasca con moglie (Maria Mad­dalena Cristofori, n. Caprarola 1901) e figlia (Maria, nata l’anno dopo il suo arrivo in vai d’Aosta, nel 1927), il 20 dicembre 1935 con la funzione, da subito di comandante di distaccamento. Aveva chiesto il trasferimento per potersi avvicinare al mare necessario alla moglie ed era stato accon­tentato due volte. Perché Borzonasca distava dal mare una ventina di km e perché era una sede importante: 15 mila ha di cui circa oltre un terzo a bosco e con circa 1000 ha di foreste demaniali statali (le più importanti della provincia di Genova). Ancora più importante perché al distacca­mento di Borzonasca erano sottoposti i comandi di stazione di S. Stefano d’Aveto e Rezzoaglio che tutti assieme facevano una superficie di 30mila ha di cui poco meno della metà a bosco e tra questi 4500 ha di terreni de­maniali comunali. Un incarico importante ma anche faticoso per la morfologia dell’area dove a pochi km dalla costa c’erano montagne come Zatta, Aiona, e Penna attorno ai 1500 m che implicavano trasferimenti difficili e notevoli escursioni termiche. Un incarico complicato dalla so­pravvivenza sullo stesso territorio di un diffuso sistema di usi civici – un intreccio tra diritti particolari, frazionali e comunali, da decenni e in qualche caso da secoli conflittuali tra loro – fortemente segnato da prati­che consuetudinarie. (nota32 Una situazione frequente nella montagna italiana che il regime aveva deciso di superare in via definitiva con la creazione di un “commissario per la liquidazione degli usi civici” considerati un ostacolo sulla via d’un “moderno” uso delle risorse montane (Legge 1766, 16 giugno 1927). Nel 1937, a un anno dall’insediamento di Menechini, anche il territorio di Borzonasca, era stato oggetto di una missione ordinata dal “Commissario”.) Bisognava dividersi tra ufficio e territorio, farsi vedere, sentire e nello stesso tempo rispondere alle richieste dell’ammini­strazione che non ammetteva discontinuità di gestione.
Da un lato c’erano gli indirizzi del governo che, come Agostini co­mandante generale della Forestale ricordava nei frequenti messaggi ai mi­liti, erano frutto della personale attenzione riservata da Mussolini alla ma­teria forestale. Dall’altra c’era la montagna che, grazie all’impegno del fa­scismo e della Mnf, si intendeva sottrarre alla marginalità economica e allo spopolamento per diventare una delle principali risorse del paese. In mez­zo stavano gli oltre 5500 forestali cui dovevano aggiungersi le decine di migliaia di stagionali e il personale delle ditte incaricate di tagli e manu­tenzioni: un complesso che faceva della competenza e dell’inquadramento militare il punto di forza nella battaglia per migliorare la bilancia com­merciale e fronteggiare le sanzioni imposte dal 1936. (nota33 Bollettino MNF, 30 aprile 1930, dispensa n. 3, nota n. 1284, 20 gennaio 1930, Comando Milizia Nazionale Forestale Divisione II diretta agli uffici dipendenti.) L’importazione di legname era tra quelle che maggiormente pesava in senso negativo – circa il 5,22% del commercio complessivo dell’Italia, per 7.677 milioni di lire. (nota34  N. GIORDANO, C. SANCHIOLI, Il Corpo Forestale dello Stato. Origini, evoluzione storica e uniformi, Ministero delle Politiche Agricole e Forestali, Direzione generaledelle Risorse forestali, montane e idriche, 2002, p. 42.) Per contrastarla erano nati i Consorzi provinciali di rimboschimento col compito di aumentare le superfici boscate e di favorire il miglioramento e la conservazione dei boschi – e, specialmente, incentivare la conversione dei cedui in fustaie. (nota 35 All’interno dei cedui, ove possibile, doveva essere valorizzata la componente alto fu- sto anche per mezzo di “coniferamenti” con effetti visibili ancora oggi: pini sparsi qua e là all’interno di boschi di castagno o di quercia. In tutti i regolamenti locali di uso dei boschi (le Prescrizioni di massima e di Polizia forestale valide a livello provinciale) venne apposita- mente inserito un articolo che prescriveva il divieto di taglio delle piante conifere nei cedui.) Il fascismo chiamava la Mnf a combattere una guer­ra molto speciale dove la contabilità delle vittorie si traduceva in numeri di piantine forestali messe a dimora e di ettari rimboschiti. In proposito un primo importante traguardo era stato già raggiunto nel 1934, indicato da Agostini come l’anno della svolta. Gli ettari di terreni nudi rimboschiti erano stati 12.774, valore mai raggiunto in precedenza, e 60 milioni le piantine forestali messe a dimora; una attività che aveva occupato com­plessivamente 14.000 operai! (nota36 Bollettino MNF, dispensa n. 6, 25 marzo 1935, Comunicato Stefani 17 febbraio 1935.)
La parola d’ordine era produrre di più. Nel periodo tra 1937 e 1939 la produzione media annua di legname nella giurisdizione di Borzonasca – i tagli boschivi effettuati dai privati – aveva toccato i 15mila quintali; valo­re di tutto rispetto che si progettava di incrementare aumentando ulte­riormente le superfici boscate. (nota37  Come nel caso dell’importante rimboschimento sul monte Bozale. Il 6 giugno 1940, qualche giorno prima che l’Italia entrasse in guerra, furono presi in consegna circa 160 ettari di proprietà indivisa appartenenti a 36 comproprietari, abitanti della frazione di Temossi nel comune di Borzonasca, che l’avevano ceduta gratuitamente per 40 anni al Consorzio provinciale rimboschimenti.) A spingere la produzione locale era l’industria del tannino cui era destinato il castagno locale (il 60% della produzione complessiva), e il carbone (di poco superiore al 25% della stessa). Chiamato a comandare il distaccamento della Forestale di Borzo­nasca, Menechini era convinto del ruolo che era stato chiamato a inter­pretare. Sentiva di rappresentare lo Stato, il pubblico contro il privato, la lungimiranza contro gli egoismi immediati, una silvicoltura moderna da opporre a pratiche che giudicava antiquate o maldestre. Non era la con­vinzione di un animo semplice forgiato dal fascismo: dietro ci stava la fi­losofia e la cultura del più antico Corpo reale delle Foreste e quella di analoghi organismi degli antichi stati. Anche i valligiani dell’Aveto o del­la valle Sturla, che in vari modi cercavano di sottrarsi alla supremazia del­la Forestale, consideravano lo Stato un antagonista portatore di interessi non banali. Il credito della Forestale e quindi dello Stato dipendevano da come Menechini era capace di affermare sul campo, con le mediazioni e gli accorgimenti necessari, l’opportunità delle sue proposte.
Poteri di controllo e d’indirizzo estesi ma anche notevole discreziona­lità avevano offerto a Menechini spazi di trattativa di cui aveva saputo avvantaggiarsi sin dall’inizio della responsabilità della nuova sede. Come nel caso del rimboschimento del Bozale o quello di Monte Ghiffi che avevano aperto scenari e posto problemi inattesi sia rispetto agli usi sto­rici sia rispetto alle proprietà frazionali dei territori. Era stato necessario condurre trattative, supportarle con ricerche d’archivio, suggerire media­zioni – ad esempio il “pascolo alberato” invece d’un rimboschimento se­condo il modulo tradizionale – con l’obiettivo costante di rimarginare il tessuto sociale che il progetto andava a lacerare. La Milizia forestale era stata investita del compito di ricollocare l’economia di oltre due terzi del territorio nazionale in quella più vasta diretta al servizio dei consumi ur­bani e del popolamento delle colonie. Ai Menechini di turno toccava il compito, arduo, dell’esecuzione sul campo.
Così era stato fino a quando la guerra, con il R.D. del 18 agosto 1940, n.1408 – “Determinazione dei compiti del ministero dell’Agricoltura e delle Foreste per il servizio degli approvvigionamenti del legname nazio­nale in caso di mobilitazione” – non era venuta a rovesciare il piatto. (nota38  Bollettino MNF, 29 ottobre 1940, Dispensa n. 1.) Una svolta radicale: col “1408” la Milizia nazionale forestale veniva di­stolta dai fini di istituto e di sistemazione montana praticati sino ad allo­ra per assumere il compito della produzione legnosa per fini bellici. Se­condo l’art. 1, al ministro dell’agricoltura e foreste da cui dipendeva la Forestale toccava infatti “assicurare la migliore utilizzazione delle risorse forestali nazionali per far fronte in caso di mobilitazione generale, par­ziale o quando il Governo del Re lo ritenesse necessario, all’approvvigio­namento dei legnami e dei combustibili vegetali necessari alle Forze ar­mate, alla popolazione e alle industrie.” Il Comando centrale della Mili­zia nazionale forestale assumeva nel caso il compito di predisporre “i piani di ripartizione dell’onere degli approvvigionamenti fra le zone ter­ritoriali di competenza dei dipendenti Comandi forestali” (art.2). (nota39 Veniva inoltre prevista, con gli articoli 6, 7 e 8, l’istituzione, presso il Ministero del- l’Agricoltura e delle Foreste, di una Commissione consultiva chiamata ad esprimere parere su il fabbisogno nazionale di materiale legnoso da soddisfare in base alle richieste e in base alla disponibilità di prodotti legnosi. Oltre a ciò anche la ripartizione, fra le varie zone di produzione, dei quantitativi di materiale legnoso da approvvigionare; le eventuali propo- ste relative alla fissazione o alla modificazione, da parte del Ministero delle Corporazioni, dei prezzi massimi di vendita dei prodotti boschivi, nonché sulla determinazione dei prez- zi locali di incetta, di requisizione e di cessione dei prodotti anzidetti.)
Le disposizioni comportavano l’individuazione delle quantità dei vari assortimenti di legname da prodursi nelle varie giurisdizioni, regionali, provinciali e sub-provinciali con relative scadenze temporali delle forniture. (nota40 Ad esempio la previsione di produzione legnosa nel territorio del Comando Legio- ne GMF IV (Piemonte, Liguria e Val d’Aosta), per l’anno 1942, era circa di 9 milioni di quintali di legna da ardere e 500.000 quintali di carbone vegetale: A.CPGe, fald. 3, fasc. “1948 ispettori riservato”, nota n. 8631 del Comando IV Legione della Milizia nazionale forestale 12 maggio 1942 a tutti i Sigg. Ufficiali dipendenti. Nella giurisdizione del Comando Distaccamento GMF forestale di Borzonasca nel 1942 furono prodotti 9.269 q. di legna da ardere, 3.660 q. di carbone vegetale e 484 me di legname da opera (rapportando il tutto in quintali complessivamente si ottengono circa 30.000 quintali, cioè il doppio della produzione media annua prima della guerra): Archivio deposito del Comando Stazione forestale di Borzonasca, presso Comando Stazione forestale di Lavagna, fald. “Pos. V anni 1939-43”, fase. “Mobilitazione forestale – elenco boschi in corso di utilizzazione 1941- 42”, note del Comando Distaccamento Forestale Borzonasca al Comandi Distretto di Chiavari n.19 8 gennaio 1942, n. 158 9 marzo 1942, n. 37 7 maggio 1942, n. 642 8 luglio 1942, n. 806 9 settembre 1942 e n. 931, 8 novembre 1942 (da questo momento A.SB, Fald. V39-43.) Obiettivi per il cui raggiungimento la Milizia nazionale Forestale era stata dotata di poteri straordinari. Tali dovevano intendersi gli atti di requisizioni dei boschi a carico dei privati, organizzare lavorazioni bo­schive e di segherie per aumentare o accelerare la produzione di materiale legnoso in relazione ai bisogni nazionali; effettuare richieste di esonero al servizio militare per le persone necessarie al fabbisogno di legname della nazione; decidere la ripartizione e l’assegnazione ai vari concessionari della produzione legnosa; fissare i prezzi massimi di vendita dei prodotti legnosi (in dipendenza dei quali i Consigli provinciali delle Corporazioni avrebbero determinato i prezzi locali per le precettazioni e le requisizio­ni); assicurare l’esercizio degli usi civici e di particolari diritti civici nei boschi requisiti da utilizzare.
Il R.D. 1408 del 1940 investiva i comandi di Distaccamento e delle Stazioni forestali di un potere e una discrezionalità mai conosciuta in passato; dal “prezzo politico” d’acquisto dei tagli alla valutazione dell’e­conomicità delle utilizzazioni forestali in modo che ne fosse verificato il “macchiatico positivo”. (nota41 Bollettino MNF, 31 luglio 1940, Dispensa n.11, 28 aprile 1940 Circolare N.P. 765 del Ministero delle Corporazioni, “Disciplina dei prezzi”. Per utilizzazioni forestali a “macchiatico positivo” debbono intendersi tagli boschivi per i quali il valore mercantile del legname ricavato supera convenientemente i costi per eseguire l’intervento (comprendenti le spese di esbosco). Dovevano inoltre individuare le ditte boschive a cui affidare il taglio dei boschi; decidere dove e a carico di chi andava effettuata la requisizione dei boschi, fare in modo che nella propria giuri­sdizione fossero prodotti i quantitativi di legname richiesti per poi farli conferire nella più vicina piazza di mercato; (nota42  II quantitativo complessivo di legna da ardere (compresa quella usata per produrre carbone vegetale) prodotta nella giurisdizione di Borzonasca nel 1942 era di circa 30.000 quintali: A.SB, fald. V39-43, fasc. “Mobilitazione forestale”, note del Comando Distaccamento Forestale di Borzonasca n. 19, 158, 37, 642, 806 e 931 del 1942, cit.) assicurare l’esonero dal servizio militare per gli operai specializzati nelle utilizzazioni boschive. (nota43 La cosiddetta “dichiarazione di non disponibilità agli effetti del servizio militare”.) Una discrezionalità che i comandi di Coorte – in nome delle urgenze di guerra – avevano esteso ulteriormente. A Genova, il Comando della MNF aveva fornito ai comandi periferici un certo numero di “Ordini di requisizione” dei boschi precompilati e firmati in bianco dal Comandan­te la Coorte di Genova. Per renderli esecutivi il Comando periferico do­veva solo completarli indicando il proprietario del bosco, località e su­perficie interessata, specie legnosa, il presunto quantitativo dell’assorti­mento legnoso ritraibile e importo dell’indennità di liquidazione. Consi­derato inoltre che le ditte boschive si trovavano ad operare in maniera forzosa, con prezzi fuori dalle regole di mercato, la scelta dei siti in cui operare da parte dei comandanti di stazione risultava strategica al fine della riduzione dei costi di esbosco per consentire alle imprese di operare vantaggiosamente. Un fattore importante specie in Liguria, dove la parti­colare morfologia aggravava i costi dell’esbosco facendo diminuire mar­gini di guadagno delle ditte, già resi modesti dal “prezzo politico”. (nota44 Circolare N.P. 765 del 28 aprile 1940, cit.)
Il “1408” non era una sorpresa; piuttosto il punto d’arrivo di un pro­cesso che ormai da mesi aveva investito la macchina organizzativa fore­stale fino alla sua estrema periferia. Risaliva al 10 ottobre 1939 – nove mesi prima dell’entrata in guerra – l’indirizzo del Comando di Coorte di Genova al Comando staccato di Chiavari circa “l’approvvigionamento di legna per l’esercito”. In seguito ai contatti tra Mnf e i comandi militari di Piemonte e Liguria, il testo invitava tutti i comandi forestali a prepararsi a fronteggiare – “stando l’inutilizzabilità sempre maggiore dei reparti di prima linea” – un sostanzioso aumento della necessità di legna da ardere per la cottura rancio, riscaldamento e panificazione. I comandi periferici dovevano prevedere di supplire al fabbisogno con acquisti adeguati – da completarsi “nel periodo gennaio marzo 1940”. (nota45 A.CPGe, fald. 1 fasc. “Riservato 1 mobilitazione forestale”, nota n. 28 mob. 10 ottobre 1939 del Comando Coorte MNF di Genova al Comando Staccato MNF di Chiavari.)  Nei mesi a seguire, mentre le “ditte produttrici” avrebbero dovuto lavorare al massimo, compito della Mnf sarebbe stato di “facilitare e dar corso sollecito a tutte le pratiche di taglio” sia con l’azione diretta del personale dirigente sia “valorizzando le proprie conoscenze nell’ambito montano” col sollecita­re “le imprese di taglio più oneste e meglio quotate per la loro attrezza­tura”. Si trattava, secondo il Comando centrale della Mnf, d’iniziative da condursi con la necessaria riservatezza (“oculatissime”) ma anche “senza venire meno al concetto di un’oculata conservazione delle nostre mode­ste risorse boschive”. Stava ai comandi forestali sul campo studiare come fosse possibile coniugare direttive tanto contrastanti.
Non c’era voluto molto agli uomini della Mnf per cogliere il netto cambio di indirizzo della politica forestale. A mimetizzarlo non bastava certo il fatto che personale, relazioni, uffici, sistemi di comunicazione fossero rimasti gli stessi. La dialettica sociale non opponeva più il singo­lo, l’interesse privato, allo Stato ma i singoli e la comunità locale allo sta­to in guerra. Prezzi politici, obbligo di consegna all’ammasso, requisizio­ni dei boschi, e specialmente una smentita aperta, dichiarata a regole della selvicoltura fino a quel momento considerate inderogabili. Col novem­bre 1940 in tutti i boschi si dava il via libera al taglio di una massa legno­sa superiore alla ripresa normale sino al doppio; a tutte le richieste di ta­glio dovevano essere accolte con “sollecito corso”; il turno minimo del taglio dei boschi cedui poteva essere abbreviato di un anno. (nota46 La nota n. 2461 del 20 novembre 1940 del Comando staccato Mnf di Chiavari, di- retta a tutti i comandi dipendenti, sollecitava “le utilizzazioni in corso onde evitare che la trascuratezza degli acquirenti o proprietari possa portare alla requisizione dei prodotti ri- cavabili da parte della Milizia Forestale ed alla utilizzazione diretta”: A.SB., fald. V39-43, fasc. “Pos V n. 5” (da questo momento fasc. V-prod).Era solo l’inizio. Da quella data la macchina delle restrizioni nei confronti della proprietà e qualsiasi altro tipo di iniziativa presa dai privati aveva preso a correre e non s’era più fermata.

5. L’inverno tra 1940 e 1941 aveva accelerato la messa a punto della macchina forestale impegnata nella guerra. Guerra che, oltre a non essere “lampo” come si continuava a sostenere, aveva sollevato problemi inatte­si o comunque sottovalutati. Le richieste dell’esercito, dell’industria, e della popolazione civile potevano essere soddisfatte solo assicurando l’assoluto controllo della giurisdizione da parte della Mnf. Anche al di­staccamento di Borzonasca, come in tutte le strutture periferiche della Forestale, le tradizionali mediazioni tra amministrazione e proprietari dei boschi da difficili stavano diventando impossibili. Primaria tra le “contingenze” imposte dalla guerra c’era, per il distaccamento di Borzo­nasca, il rifornimento di castagno alle fabbriche di tannino. (nota47 Così il 27 febbraio 1941 scriveva il Comando staccato Mnf di Chiavari ai comandi forestali di Chiavari, Borzonasca, Ruta, Cicagna e Rezzoaglio: “Il servizio per approvvi- gionamento combustibili vegetali, pure avendo carattere di precedenza sulle altre pratiche, non deve assolutamente arrestare l’assegno delle piante di castagno per estratti tannici i quali rivestono un carattere di particolare importanza in questo momento della Nazione al pari della legna da ardere e carbone.”. A.SB., fald. V39-43, fasc. “Pos V 1-7 V 4-3 castagni 1939-43”, nota n. 607, 27 febbraio 1941.)
La nota n.179 del 21 gennaio 1941 della Sezione ufficio legnami del Comando staccato di Chiavari, indirizzata ai comandi dipendenti, dispo­neva che “il disbrigo delle le pratiche relative al servizio legna e carbone” avesse “assoluta precedenza” rispetto alle altre. (nota48 A.SB., fald. V39-43, fase. “Pos V n 4 requisizioni”, nota n. 179, 21 gennaio 1941 del Comando staccato Mnf di Chiavari Sezione ufficio legnami, diretta ai comandi forestali di Chiavari, Borzonasca, Ruta, Cicagna e Rezzoaglio.)
Contestualmente le ditte boschive della zona venivano invitate ad im­pegnarsi a fondo – quelle più importanti anche per 2000 quintali all’anno – nella produzione di legna da ardere. (nota49 Ivi, note n.337 del 20 febbraio 1942 e n. 1337 del 4 giugno 1942 del Comando staccato Mnf di Chiavari diretta a tutti i comandi dipendenti.) I comandi della Mnf dovevano “sollecitare le utilizzazioni in corso onde evitare che la trascuratezza de­gli acquirenti o proprietari” imponesse alla Milizia forestale “la requisi­zione dei prodotti ricavabili e l’utilizzazione diretta.” Stando le “partico­lari esigenze della Provincia di Genova – proseguiva la nota – si doveva “far opera di attiva persuasione affinché sia prodotto il più possibile car­bone”. Legname e carbone vegetale dovevano essere conferiti all’ammas­so presso l’Ente prefettizio distribuzione legna di Lavagna – detto anche “deposito Mnf di Lavagna” (presso l’omonimo scalo ferroviario) – e i trasporti dovevano essere effettuati previa autorizzazione con apposita bolletta dei locali Comandi Mnf.
Il giro di vite aveva riguardato dapprima le risorse poste sotto il diret­to controllo della Mnf, soprattutto i boschi di proprietà comunale (come quello del Monte Zatta del comune di Borzonasca). Requisizioni e pre­cettazioni di beni privati però non erano tardate. Nell’ottobre del 1942, in seguito alla promulgazione del RDL n. 882, quattro provvedimenti del Comando staccato Mnf di Chiavari avevano interessato località tra S. Siro e il Passo del Bocco nel territorio del Comune di Mezzanego (ordine di requisizione 15 ottobre 1942); nella zona tra Caregli, Brizzolara, Gazzolo, Temossi, Bertigaro, nel comune di Borzonasca (ordine di requisizione del 21 ottobre 1942); il versante sinistro del Torrente Mogliana, nel co­mune di Mezzanego (ordine di requisizione del 6 novembre 1942) e tutto il territorio comunale di San Colombano Certenoli. (nota50 Ivi, Ordini di requisizione trasmessi nel 1942 con note n. 2977, 21 ottobre, n. 3005, 24 ottobre, n. 3169, 6 novembre e n. 3295, 17 novembre del Comando staccato Mnf di Chiavari dirette al Comando Distaccamento Gmf forestale di Borzonasca e ad altri co- mandi dipendenti.)
La “requisizione” veniva adottata in difetto dell’iniziativa da parte dei privati interessati. Era il motivo per cui i comandi superiori avevano spronato i comandi dipendenti a “fare intensa opera di persuasione inco­raggiando l’iniziativa privata data la grande richiesta che si fa del carbone e il suo alto prezzo attuale, facendo presente che il carbone potrà essere commerciato senza ingerenza della Milizia Forestale, alla quale saranno denunciati solo i quantitativi prodotti”. (nota51 II taglio dei boschi requisiti doveva essere preceduto dalle operazioni di martellatura da parte del personale Mnf. Nel caso riguardassero boschi di alto fusto, veniva affidato per lo più a ditte boschive della zona oppure ai singoli proprietari, appositamente autorizzati, a con- dizione che cedessero la legna bordo strada alle ditte che operavano nella zona (ad es. la ditta Guglielminetti operava nella zona requisita del passo del Bocco). Ivi, nota n.188, 23 gennaio 1941 del Comando staccato Mnf di Chiavari diretta a tutti i Comandi dipendenti.)
Oltre la requisizione entrava in campo la “precettazione”. Requisizione e precettazione, riferite alla pro­duzione dei combustibili vegetali, riguardavano due situazioni diverse. La requisizione era da riferirsi sia ai boschi in piedi, quelli per i quali i proprietari non manifestavano l’intenzione di sottoporre a taglio, che al materiale preventivamente precettato. La precettazione invece riguardava solitamente i prodotti accatastati in bosco o addirittura già esboscati: s’intendeva così – questo il motivo addotto – evitare che la legna da arde­re della zona fosse portata fuori provincia. Tutti i quantitativi di legna forte (rovere, cerro o faggio) già approntati nelle vicinanze della carroz­zabile o caricati su autocarro andavano subito precettati per essere reca­pitati ai magazzini della Mnf in Lavagna. (nota 52 Ivi, nota n. 1819, 28 ottobre 1941, del Comando staccato Mnf di Chiavari – Sezione ufficio legnami diretta ai Comandi di Chiavari, Borzonasca, Cicagna, Rezzoaglio, Ruta.) Il pagamento della legna pre­cettata sarebbe avvenuto comunque ai prezzi stabiliti per le pezzature or­dinarie (1,20 m di lunghezza per un diametro compreso tra un minimo di 6 e un massimo di 25 cm) anche se questa era già stata “depezzata” per le stufe. Era il modo per contrastare chi tentava di aggirare l’imposizione della consegna cercando di dimostrare l’uso personale. (nota53 Ivi, note del Comando Staccato Mnf di Chiavari n. 583, 20 marzo 1942, a tutti i co- mandi dipendenti e n. 1337, 4 giugno 1942, ai comandi di Chiavari, Borzonasca, Cicagna, Rezzoaglio, Ruta. Quasi sempre le quantità precettate erano superiori a quelle effettiva- mente consegnate a Lavagna (nota n.583). Facile immaginare la ‘partita’ sistematicamente ingaggiata tra produttori e autorità di controllo. Nel giugno 1942 (nota n. 1337) la ditta Curotto Attilio di Brizzolara, Borzonasca, cui erano state assegnate precettazioni per 1500 quintali ne aveva consegnato solo 188.)
Nel corso del 1941 la situazione si era ulteriormente inasprita. L’intensificarsi dello sfruttamento delle risorse boschive aveva peggiorato la loro ubicazione già sfavorevole, spingendo i boschi sempre più in alto e lontani dai centri di consumo, con l’inevitabile diminuzione dei valori di macchiatico e quindi della convenienza ad utilizzarli. Per non dire del­le difficoltà di reclutamento della mano d’opera specializzata e della scar­sità dei mezzi di trasporto in montagna, a cominciare dai quadrupedi, ef­fetto delle requisizioni dell’esercito. Per fronteggiare la situazione fattasi caotica e per semplificare e razionalizzare gli interventi accumulatisi in materia forestale, nell’estate del 1942, dopo una laboriosa discussione, era emanato il Decreto Legge 18 agosto 1942, n. 882. Tutta la produzione di legna da ardere e di carbone vegetale, “per qualsiasi quantitativo e spe­cie” consegnata dai produttori alla Milizia nazionale forestale doveva es­sere sottoposta, per la parte interessante la popolazione civile, alla com­petenza dell’Ente provinciale distribuzione, per gli usi militari alle FF AA e per le industrie all’Ente unificato. Le autorizzazioni rilasciate in precedenza, e che fino a quel momento avevano permesso ai produttori di disporre in libero uso di una quota dei prodotti requisiti, dovevano in­tendersi definitivamente “abolite”.

Accertato che nei due precedenti anni di guerra i migliori risultati era­no stati ottenuti con le requisizioni, il RDL n.882 autorizzava la “messa disposizione della Mnf di tutti i boschi “anche al fine di stabilire quale aliquota di essi possa utilmente essere determinata per ritrarne i combu­stibili vegetali.” (art. l). Nell’occasione venivano fissati i criteri per la de­terminazione delle indennità conseguenti alle requisizioni stabilendo i valori minimi (secondo le valutazioni della Mnf) con integrazioni a cari­co dello Stato (artt. 2-3) – analogamente a quanto era stato fatto durante la prima guerra mondiale – per evitare che in certi casi risultassero nulle o negative. L’art. 4, allo scopo di assicurare l’osservanza dei prezzi stabi­liti e disciplinare la distribuzione alle categorie destinatarie (forze armate, popolazione civile, industrie), stabiliva che la vendita dei combustibili vegetali dovesse essere effettuata dai produttori esclusivamente agli enti costituiti in base al successivo art. 5 che riservava all’Ispettorato servizio legnami – organo dello Stato Maggiore dell’esercito costituito da perso­nale della Milizia nazionale forestale – i compiti in materia di forniture di legname e carbone vegetale. (nota54 Le Sezioni dell’Ufficio legnami, coordinate dall’Ispettorato servizio legnami a livello centrale, furono istituite presso tutti gli uffici Mnf (in seguito Gmf) comandati da un ufficiale (Comandi Legione, Coorte e Staccati) e rimasero operative fino alla fine della guerra. Erano costituite da personale dell’ufficio destinato solo alle pratiche riguardanti le utilizzazioni boschive per fini bellici.) Le richieste dell’Ispettorato dovevano considerarsi prioritarie rispetto a ogni altra pratica d’ufficio. L’art.7 infi­ne conferiva alla Mnf, che per questo aveva facoltà di ricorrere alla mobi­litazione civile, il potere di utilizzare incondizionatamente le maestranze forestali per dare attuazione ai Piani nazionali di produzione.
La risposta del corpo forestale al decreto “882” era stata conforme al­le attese: 10.000 domande di taglio avevano avuto rapido corso con una produzione legnosa di oltre 5 milioni di metri cubi. (nota55 Produzione e servizi forestali, articolo non firmato in “Notiziario” de “La Rivista Forestale Italiana”, marzo/aprile 1943, anno V, n.3-4, p. 70 (134).) Un impegno a tut­to campo che aveva confermato autorità e autorevolezza della Mnf sulla montagna italiana, i suoi storici abitatori e la massa di “civili” che nel frattempo li aveva raggiunti. Col 1942 infatti era diventato impetuoso lo “sfollamento” dalla città di una parte di popolazione decisa a sottrarsi ai bombardamenti e a raggiungere zone dove fosse più facile acquistare ge­neri alimentari. Un fenomeno che aveva modificato il fabbisogno di le­gna e carbone delle grandi città e, di riflesso, dei comuni costieri e del­l’interno. Anche la provincia di Genova, in seguito ai numerosi bombar­damenti, aveva registrato, dall’inizio del 1942, un significativo movimen­to dalla costa verso l’interno, montagna e campagne limitrofe. Il fatto aveva rivoluzionato le previsioni della prima ora e imposto il loro inevi­tabile cambiamento.
La “nota” n. 4375 del 10 dicembre 1942 del Comando Coorte della Mnf di Genova (“Distribuzione legna da ardere e carbone vegetale alle famiglie sfollate della città di Genova”) evidenzia la necessità degli storni di combustibile verso i piccoli comuni imposti dagli sfollamenti da Ge­nova. (nota56 A.SB., fald. V39-43, fase, “pos V n 3 fabbisogni consumi”, nota n. 3803, 26 dicembre 1942, del Comando staccato Mnf di Chiavari diretta ai comandi di Chiavari, Borzonasca, Cicagna, Rezzoaglio, Ruta.) Era necessario, scriveva il comandante della Coorte di Chiavari dopo averla ricevuta, procedere ad un rigoroso aggiornamento dei nume­ri della popolazione dei piccoli comuni del circondario. Il podestà col fe­derale locale e il rappresentante del Consorzio agrario provinciale (Cap) dovevano indicare il numero delle famiglie immigrate bisognose di legna da ardere e di carbone vegetale (un quintale di carbone vegetale era con­siderato pari a 5 quintali di legna da ardere). I comandi di Distaccamento e Stazione forestali erano impegnati a mettere a disposizione della locale agenzia del Cap il contingente di combustibile vegetale stabilito nella riunione. I contingenti dovevano essere prelevati dai produttori locali o, in mancanza, tramite requisizioni (casi da considerarsi eccezionali ma in­derogabili). Ai sensi dell’art.5 del R.D.L. 18.08.1942 N.882 sarebbe stato il Cap a occuparsi della distribuzione della legna e del carbone vegetale alla popolazione. I comandi di Distaccamento e stazione erano tenuti ad inviare a un “rapportino” settimanale con i quantitativi messi a disposi­zione dei Cap per i bisogni degli sfollati.
Allo scopo rendere più efficace il controllo sui soggetti coinvolti il Comando staccato di Chiavari aveva integrato la nota differenziando le disposizioni tra comuni litoranei e interni. Nei comuni litoranei, dove vi­geva un razionamento carbone, ma anche della legna da ardere, sarebbe stato il Cap a provvedere direttamente con i suoi incaricati alla distribu­zione. I comandi Distaccamento e stazione avrebbero controllato l’afflusso del carbone e della legna ai minutanti ai quali sarebbero state avviate tutte le partite prodotte nella giurisdizione accompagnate dalla prescritta bolletta Cap. (nota57 A trasporto effettuato, le bollette avrebbero dovuto essere ritirate, firmate dal minutante, con la indicazione del peso netto e ritornate al Comando staccato Mnf di Chiavari.) Per i comuni interni invece, poiché il sistema adottato dai Cap con i propri incaricati non avrebbe potuto dare suffi­cienti garanzie, si disponeva la fornitura di legna e carbone per la popola­zione civile, direttamente da parte dei minutanti nominati dai singoli co­muni limitatamente ai quantitativi stabiliti che dovevano poi essere co­municati al Comando di Chiavari. Per i panificatori, alberghi, trattorie il Cap avrebbe emesso speciali buoni mensili con l’indicazione del fornito­re, validi solo se accompagnati dalla bolletta rilasciata dal Comando stac­cato di Chiavari o dai comandi dipendenti. Il Comando interessato avrebbe fatto ritirare la bolletta dal ricevente la merce con le indicazioni del peso netto accertato, per poi restituirla al Comando di Chiavari. I “rapportini” quindicinali con indicazione delle partite affluite ai distri­butori locali, avrebbero permesso di valutare gli approvvigionamenti alla popolazione sfollata. Un sistema giudicato a prova di frode completato dall’obbligo di accompagnare ogni transito di legna e carbone scortati da una apposita bolletta della Mnf. (nota58 Per produttore e minutante le bollette del Cap avevano solo carattere indicativo. Assumevano valore di autorizzazione per il trasporto solo se unite a quelle della Milizia nazionale forestale.)
La tessitura laboriosa, prodotta nel corso dei primi tre anni di guerra e mirata a non lasciar sfuggire all’occhio dello Stato il più piccolo pezzo di legna o di carbone, subì un urto violento dopo l’8 settembre 1943 con la nascita della Repubblica di Salò. Nel giro di poche settimane e per ef­fetto dell’occupazione delle truppe germaniche la destinazione degli ap­provvigionamenti legnosi cambiò ancora una volta le sue priorità. Secon­do la nota della “Guardia Nazionale Repubblicana della montagna, Mili­zia Forestale Coorte di Genova” n.547 del 23.2.1944 – che riprendeva al­la lettera la circolare n. 1177 del 24 gennaio 1944 del “Comando Centrale sui rapporti con le autorità germaniche” – i comandi di Coorte dovevano inviare il 5 e il 20 di ogni mese “una relazione sui rapporti e gli accordi presi con gli Uffici tedeschi” su ogni aspetto riguardante la produzione e la destinazione dei prodotti forestali. (nota59  A.CPGe, fald. 1, fasc, “riservato 5 generiche”, Circolare n.1177 del Comando centrale Gmf (Oderzo), trascritta nella nota n. 547, 23 febbraio 1944 del Comando Coorte Gmf di Genova diretta a tutti gli uffici dipendenti.) Per gli “Uffici tedeschi” compito prioritario della Gnr doveva considerarsi la produzione di legna da arde­re e carbone vegetale per le armate germaniche e l’organizzazione Todt (l’impresa di costruzioni di strade, ponti ed opere di comunicazione e di fortificazioni della Linea Gustav e della Linea Gotica). Il piatto era rove­sciato: i soldati delle forze armate germaniche e dell’organizzazione Todt erano diventati i primi destinatari delle risorse forestali italiane. Non più gli italiani così come aveva sancito l’articolo 1 del RD 18 agosto 1940, n.1408.

6. Dall’inizio dell’estate del 1944, l’uccisione di Menechini entrò con altre simili vicende nella discussione apertasi nella Gmf tra Comando centrale e comandi di Legione e tra questi con i rispettivi comandi di Coorte. Argomento: le misure atte a fronteggiare il diffondersi del ribel­lismo. Luglio, agosto e settembre 1944 furono per la Gmf mesi densi di circolari, supplementi interpretativi, incomprensioni e rettifiche tutti ispirati dalla preoccupazione di mantenere assieme al controllo del terri­torio quello sul personale e le sedi operative. Il venir meno a volte im­provviso o anche il semplice indebolirsi della giurisdizione statale sul territorio dove da decenni i forestali dettavano le regole richiedeva rapidi interventi a cominciare da quelli necessari a mettere in sicurezza il perso­nale dei comandi minori o avanzati o comunque esposti alle azioni ribel­li. Non era, per il Comando della Gmf, l’unica preoccupazione. A con­tatto col mondo ribelle o con quello che le traversie della guerra avevano separato dalle centrali politiche e amministrative, i forestali avevano fini­to spesso per adottare una personale linea compromissoria subendo, an­ziché sottrarsi ai diktat, una limitazione dei propri compiti. Situazione giudicata “inaccettabile” dai comandi superiori, germanici e repubblica­ni, decisi a rovesciarla ricorrendo all’azione militare. A renderla operati­va, nell’estate del 1944, sarebbero stati oltre i reparti germanici, corpi speciali italiani – a cominciare dalla “Monterosa” – addestrati in Germa­nia per l’azione antipartigiana. Sarebbero toccati a loro i “grandi rastrel­lamenti” annunciati da mesi, grazie ai quali ribelli e banditi avrebbero fi­nalmente abbandonato il campo. A cose fatte, il personale infedele o in­cline a sottrarsi agli ordini delle rispettive Coorti non avrebbe più avuto spazio. L’inizio della discussione sul “che fare” lo diede, il 17 luglio 1944, la “Circolare 131” inviata dal “Comando Centrale della Gnr della monta­gna” ai Comandi provinciali della Gmf e, ma solo per conoscenza, ai co­mandi di Legione loro diretto superiore: una singolarità dovuta forse al­l’urgenza delle informazioni da raccogliere per le incombenti decisioni. (nota60 A.CPGe, fald. 2, fasc. “riservato – affari generali – pos IV 1945”, Circolare n. 131, nota n. 191, 17 luglio 1944, del Comando centrale Gmf di Oderzo (TV), diretta ai coman­di provinciali Gmf e per conoscenza ai comandi Legione Gmf, Direzione ASFD e Ispetto­rato servizio legnami.) “L’approvvigionamento del legname da lavoro e dei combustibili vegetali alla Nazione in guerra” – era scritto – stava incontrando “una serie di gravi difficoltà” ed era ostacolata “dalle azioni delittuose del ribellismo e del banditismo.” Una situazione che tendeva “sempre più ad aggravarsi in seguito al ripiegamento dei presidi della Guardia nazionale repubbli­cana da molti centri urbani” e che richiedeva urgenti provvedimenti. En­tro il 5 agosto successivo i Comandi provinciali avrebbero dovuto forni­re tutte le informazioni necessarie circa il ripiegamento della Gnr dalle rispettive zone e “i provvedimenti idonei a consentire la prosecuzione del servizio.” La 131 invitava inoltre i comandanti di Coorte ad esamina­re “la possibilità di accentrare i Distaccamenti e le Stazioni nei punti me­no infestati dai ribelli ed in particolare nelle zone che presentino maggio­ri possibilità di produzione, anche nei riguardi delle utilizzazioni dei pioppeti e delle piante sparse” (nda sottolineato nel testo).
Se
nza troppi giri di parole il Comando centrale attribuiva la perdita di giurisdizione sul territorio alla crisi della Gnr, rivelatasi non in grado di sostituire l’arma dei carabinieri. Ribelli e banditi erano una realtà incresciosa ma superabile dove Salò fosse riuscita a conservare i tradizionali presidi dell’Arma da dove aveva erroneamente pensato di ricevere in do­te la maggior parte dei suoi effettivi. Così però non era avvenuto. Dalla Gnr dunque bisognava partire per ridefinire una maglia credibile dei pre­sidi forestali capaci cioè di corrispondere alle richieste del governo cen­trale. Su questa base ed entro il successivo 5 agosto 1944 i comandi di Coorte avrebbero dovuto fornire a Oderzo una cartografia completa dei comandi minori – Distaccamenti e Stazioni – che rimasti in ostaggio del­l’eversione, avrebbero dovuto essere soppressi.
To
no e linguaggio della “131” erano spicci, militareschi e i riferimenti alla Gnr non erano diplomatici. C’era la consapevolezza che si trattava di prendere atto d’una realtà non facile da modificare, ma la richiesta rivolta alle coorti d’un elenco di Distaccamenti e Stazioni da sopprimere non prevedeva che attorno a tale questione si aprisse la discussione che invece seguì. Era vero – questa la risposta dalla maggior parte delle Coorti – che la stabile presenza militare sul territorio necessaria ad assicurare la giuri­sdizione forestale era andata a farsi benedire e, almeno in tempi brevi, non c’era da aspettarsi alcun cambiamento ma, prima di prendere deci­sioni gravi e irrevocabili come la soppressione di comandi e distaccamen­ti, era opportuno attendere gli effetti dei rastrellamenti annunciati e a volte già in corso nello stesso mese d’agosto.
Da Genova Zuccolini, comandante interinale della Coorte locale, in data 10 agosto riconosceva le limitazioni poste in alcune zone alla Gmf ma lan­ciava egualmente messaggi rassicuranti. (nota61 Ivi, nota n. 50 ris. 10 agosto 1944, del Comando Coorte Gmf di Genova diretta al Comando centrale Gf per rispondere alla nota n.191, cit.) “Nel complesso il servizio di con­trollo e vigilanza dei trasporti dei combustibili vegetali viene eseguito ugualmente da tutti i comandi dipendenti” con la sola eccezione della sta­zione di Montebruno “il cui personale è stato accentrato nel Distaccamento di Prato e ciò in attesa che in quella giurisdizione venga ultimato il rastrella­mento delle bande ribelli.” Pressoché normale doveva considerarsi l’attività nei “comandi minori” di Rezzoaglio, S. Stefano d’Aveto, Masone, Busalla, Voi tri e Prato…”. Critica invece la situazione “nei comandi di Cicagna, Borzonasca, Chiavari, Torriglia, Casarza Ligure e Pontedecimo” dove la Gmf doveva al momento contentarsi del “solo controllo indiretto della produzione in quanto i capi delle bande ribelli hanno proibito l’ulteriore utilizzazione dei boschi ed il controllo in parte del personale forestale.”
Si trattava, secondo Zuccolini, d’una situazione temporanea e “se l’azione dei reparti addetti al rastrellamento in corso avrà l’effetto sperato si potrà riprendere quanto prima l’attività pressoché normale per quanto riguarda il controllo della produzione e ciò con il ritmo ridotto a causa dell’abbandono delle lavorazioni da parte degli operai e delle difficoltà dei trasporti che hanno consigliato le imprese a rallentare la produzione stes­sa.” Al momento, secondo lo scrivente, “eseguire accentramenti di Co­mandi minori verso la costa” non sembrava necessario. Quanto all’avve­nire “ci si regolerà di volta in volta a seconda delle mutevoli situazioni di sicurezza del personale dipendente.” Una risposta che sembrava non te­nere in gran conto l’indirizzo del Comando centrale che non aveva fatto attendere una risposta. In attesa dei risultati dei rastrellamenti, Torino fa­ceva notare come la Coorte genovese non avesse approntato il piano di accentramento dei Comandi minori come invece era stato richiesto con la “131”. Sarebbe stato, nelle settimane successive, l’argomento centrale del confronto tra comandi periferici e Comando centrale della Gmf.
A dare spessore alla discussione contribuì in modo decisivo la memo­ria diretta il 13 agosto dall’ing. Giuliano Mazzantini, comandante della Legione di Torino – da cui dipendevano tutte le coorti provinciali di Pie­monte, Liguria e Val d’Aosta – al Comando centrale di Oderzo. (nota62 Ivi, nota n.427 ris., 13 agosto 1944, del Comando Legione Gmf di Torino diretta al Comando centrale Gmf di Oderzo (TV).)  La sua Legione – scriveva Mazzantini – aveva una particolare competenza a proposito della materia trattata dalla 131. Era stata infatti “la prima a ri­sentire le difficoltà e i disagi creati al servizio della Gmf dalle azioni de­littuose del banditismo che ebbe origine su vasta scala sulle Alpi occiden­tali in seguito allo sbandamento della IV Armata, subito dopo l’8 settem­bre…”. Già dall’inverno precedente “molti comandi minori erano stati accentrati… o spostati in zone dove risultava ancora efficiente il servizio dei combustibili vegetali e minori le minacce delle bande…”. Da allora però i tempi erano mutati e “il dilagare del ribellismo” era “giunto ormai ad invadere tutta la piana fino alla periferia della Città, specie dopo il 25 giugno…”. Il ritiro dei presidi della Gnr aveva fatalmente peggiorato “le condizioni di vita e di lavoro dei vari comandi decentrati e di quelli che, non avendo ancora subito alcuna minaccia, erano rimasti sul posto.” La conseguenza erano stati “numerosi disarmi, catture e uccisioni e varie forme di prepotenze ed imposizioni” nei confronti del personale della Gmf con l’inevitabile limitazione della “efficacia del servizio”. Al perso­nale “venuto a trovarsi sotto il controllo dei ribelli era stato in genere… imposto di seguitare il proprio servizio con l’obbligo però di non muo­versi dalla residenza pena rappresaglie contro le famiglie.” Se il personale non era arretrato all’avvicinarsi dei ribelli era solo per la “tema di dover staccarsi dalle proprie famiglie ed abbandonarle agli eventi.” Decisione che si era rivelata doppiamente pericolosa: “oltre la minaccia delle bande in continuo spostamento” il personale si era trovato esposto ai “rischi” delle “azioni di rappresaglia e di rastrellamento, effettuate dalle FFAA germaniche e repubblicane…”. Vittime del fuoco amico, non era stata riconosciuta “in quei trambusti, la loro posizione di Militi” e neppure -“come già alcuni casi sono avvenuti” — erano state “rispettate le case ed i locali del Comando dalla furia di struggitrice del ferro e del fuoco”.
Tutto il personale della Gmf, “compreso buona parte degli ufficiali” -assicurava Mazzantini – era disponibile a trasferirsi ma alla condizione di potere “recare seco la famiglia.” Stando però le difficoltà di mettere in pratica un trasferimento così massiccio nelle nuove sedi, “qualunque or­dine di ripiegamento o spostamento, al di fuori dell’impedimento posto dai ribelli, non verrebbe eseguito e avremmo tante denunce in più di di­serzione oltre quelle già avanzate da questa legione.” A Oderzo il Co­mando centrale avrebbe dovuto prendere atto che la messa in pratica di quanto prospettato nella 131 avrebbe probabilmente incrementato i pe­nosi comportamenti già venuti alla luce nei mesi precedenti. Non era fa­cile, scriveva Mazzantini, “cambiare improvvisamente la mentalità ed il sentimento ad uomini che per decenni hanno fatto il forestale e che per solo tale lavoro si sentono legati al vincolo del dovere, essendo in molti ormai spento o almeno molto sopito, il carattere militare di cui vorrem­mo resuscitarne le energie.” Bisognava invece prendere tempo ed agire con maggiore cautela: “è necessario che il nostro lavoro segua un intelli­gente adattamento alle situazioni…”. Non era solo una opinione perso­nale, precisava Mazzantini: “Tutti i Comandi di Coorte sono concordi su questo parere… basato su condizioni di carattere pratico e psicologico.” Parere importante che teneva conto di possibili futuri vantaggi. Così fa­cendo i Forestali si sarebbero infatti trovati “in vantaggiosa condizione rispetto ai comandi arretrati o addirittura portati in pianura” non appena le zone di maggiore produzione fossero state rastrellate dalle “Forze Re­pubblicane”. Il vero ostacolo da fronteggiare – Mazzantini tornava a sot­tolinearlo – erano se mai “gli atteggiamenti spesso ostili della Gnr e Au­torità Politiche che dubitano sul nostro comportamento che spesso può sembrare ambiguo, impostoci invece solo dalle necessità del servizio”.
La posizione di Mazzantini doveva essere stata giudicata inaccettabile a Oderzo perché il 18 agosto, a soli 5 giorni di distanza dalla memoria in­viata al Comando centrale, lo stesso Mazzantini inviava alle Coorti di­pendenti e p.c. a Oderzo una “legionale” di ben diverso contenuto. (nota63 Ivi, nota n. 5147, 18 agosto 1944 dal Comando Legione Gmf di Torino diretta a tutti i Comandi Coorte Gmf dipendenti e per conoscenza al Comando centrale Gmf.) Così diverso che aveva sentito la necessità di farlo seguire da una precisa­zione inviata sempre alle Coorti dipendenti il 22 agosto dove dichiarava che tra la sua del 13 a Oderzo e quella del 18 alle Coorti il contrasto era “soltanto apparente e non sostanziale”. (nota64 Ivi, nota n. 450 ris, 22 agosto 1944, del Comando Legione Gmf di Torino diretta a tutti i Comandi Coorte Gmf dipendenti.)In realtà si trattava d’un rovesciamento delle posizioni espresse pochi giorni prima; un riallineamento, salvo qualche modesto particolare alle richieste della “131”. “Non appe­na le operazioni di rastrellamento da parte delle forse repubblicane, ovunque in corso in grande stile, raggiungano di volta in volta sedi di no­stri Comandi minori rimasti prigionieri e con i quali non era stato più possibile avere alcun contatto si provveda a mezzo di Ufficiali che segua­no da vicino le operazioni a consigliare, in fraterna forma convincente, tutto il personale che ancora tiene la famiglia in zone di montagna, di tra­sportarla altrove in luogo più sicuro, profittando del periodo di calma che però potrebbe essere nuovamente turbato da un momento all’al­tro…”. Era un indirizzo, scriveva Mazzantini, che lui stesso aveva ribadi­to più volte ma che “salvo pochi casi non ha avuto esito trovandosi a ri­dire sulle difficoltà di procurare idonee sistemazioni per le famiglie. Si è invece preferito rimanere con i ribelli ad affrontare il doppio rischio, ren­dendo inutile il servizio e facendo sorgere diffidenze per l’ambiguo at­teggiamento.” In futuro però simili posizioni non sarebbero più state tollerate. “Nello svolgersi degli avvenimenti futuri” chi “non obbedisse prontamente agli ordini di ripiegamento, sarà senz’altro deferito al Tri­bunale per diserzione.”
“Legionale” del 18 e precisazione-rettifica del 22 non erano riuscite a venire a capo dell’insofferenza o addirittura dell’ostilità con cui le Coorti avevano accolto la “131”. Da Genova, il 2 settembre 1944, Zuccolini scri­veva a Mazzantini delle difficoltà insormontabili incontrate a proposito delle recenti direttive. (nota65 Ivi, lettera manoscritta non ufficializzata del 2 settembre 1944 del Comando Coor­te Gmf di Genova diretta al Comando Legione Gmf di Torino.) La lettera, rinvenuta solo in forma manoscritta e non ufficializzata, è interessante per cogliere il sentimento di Zuccolini in quel momento. Lui, Zuccolini, si era speso nel consigliare “i propri di­pendenti a trasferire in luogo sicuro la famiglia e rendersi quanto più in­dipendente possibile da legami famigliari”. Ma il suo consiglio non aveva incontrato “né entusiasmo né approvazione. E ciò non per mancanza di fede o di spirito di sacrificio… ma perché effettivamente il trasferimento di una famiglia da un posto all’altro dell’Italia settentrionale oggi è pres­soché impossibile…”. A ben vedere, era il commento Zuccolini, il perso­nale non aveva poi tutti i torti. “Non esistono più in questa parte d’Italia luoghi cosiddetti sicuri (quelli non esposti alle offese belliche sono in mano ai ribelli)” ed era “pressoché impossibile spostarsi da un luogo al­l’altro con masserizie e bambini perché quasi tutte le strade sono inter­rotte e i mezzi di trasporto introvabili.”
A settembre, mentre al Comando centrale e in quelli di Legione si cercava di capire quali fossero stati realmente gli effetti dei rastrellamenti che quasi dappertutto si stavano concludendo, due provvedimenti registravano lo stato di incertezza che accompagnava l’attività dei forestali. Il 2 settembre da Genova Zuccolini, rispondendo ad una richiesta del Co­mando di Torino, comunicava di aver provveduto “al ritiro a tutto il per­sonale dipendente di moschetto e munizioni lasciando in dotazione la sola pistola”. (note66 Ivi, nota n. 45 ris. 2 settembre 1944 del Comando Coorte Gmf di Genova in risposta alla nota n. 383 ris in data 28 giugno 1944 del Comando IV Legione Gmf di Torino.) Il 3 settembre, il Comando centrale autorizzava i coman­di di Legione e provinciali “per agevolare il disimpegno (del servizio) con una maggiore elasticità e snellezza… a dare adeguate disposizioni af­finché i servizi isolati ritenuti pericolosi vengano espletati in abito civi­le”. (nota67 Ivi, nota n. 369, 3 settembre 1944, della Gnr Guardia della montagna e delle foreste Comando centrale diretta a tutti i comandi della Gmf.) In entrambi i casi il desiderio di offuscare il più possibile l’immagine di corpo militare andava probabilmente messo in relazione con le istanze diffuse tra il personale preoccupato della propria sopravvi­venza. Un clima generale di abbandono se non un “si salvi chi può”.
Il 25 settembre ’44 il Comando Coorte Gmf di Genova mentre invita­va nuovamente i comandi dipendenti a richiamare i forestali al “dovere” metteva in luce una Caporetto giustificabile solo in parte con le “partico­lari situazioni ambientali dovute al ribellismo o al timore di subire rap­presaglie”. (nota68 Ivi, nota n. 75 ris, 25 settembre 1944, del Comando Coorte Gmf di Genova diretta a tutti i comandi dipendenti e per conoscenza al Comando Legione Gmf di Torino.) “Tagli abusivi, furti, omesse denunce di produzione, transiti non autorizzati, evasione sul blocco dei prezzi, ritardato od omesso pa­gamento dei macchiatici, mancata consegna delle copie delle bollette e delle fatture, poco controllo sugli operai esonerati e di quelli in genere adibiti ai lavori con la conseguente irregolarità delle assegnazioni dei ge­neri alimentari” erano la conseguenza “dell’inoperosità del personale di­pendente” sensibile più all’interesse personale che al dovere.
Dopo settembre il problema dell’arretramento del personale era tor­nato ancora, più volte, nella corrispondenza tra i comandi ma l’attesa per l’azione taumaturgica dei rastrellamenti era finita. Il clima era quello del­la ricerca d’una soluzione personale. Il 30 gennaio 1945 lo stesso Zucco­lini, in uno degli ultimi giri di ispezione sul territorio della sua Coorte, scriveva a Mazzantini d’aver dato “disposizioni per l’immediato ripiega­mento del personale dei Comandi periferici a Chiavari e per una sollecita sistemazione delle rispettive famiglie”. (nota69 Ivi, nota n. 8 ris, 30 gennaio 1945 del Comando Coorte Gmf di Genova diretta al neonato Comando Legione Gmf “Liguria”.) In una successiva a soli 6 giorni di distanza, era però costretto ad ammettere che i trasferimenti appena concordati erano rimasti lettera morta. (nota70: A.CPGe, fald. 2, fasc. “riservato pos II sottufficiali e guardie”, nota n. 12 ris, 5 feb- braio 1945 del Comando Coorte Gmf di Genova diretta al Sig. Comandante del Comando Legione Gmf di Torino).
Dall’uccisione di Menechini erano passati solo pochi mesi ma la scena era completamente cambiata. Esplodevano processi – a giugno 1944 sicu­ramente già in corso ma meno visibili o comunque sottovalutati – su cui quotidianamente agivano moltiplicatori possenti ed egualmente inattesi. La dinamica militare imposta – malgrado la sproporzione delle forze in campo – dal movimento partigiano al corpo sociale s’era rivelata decisiva nell’alimentare il senso di precarietà che più di tutto aveva investito l’apparato statale. Indifeso e contestato dalla maggior parte della popola­zione, anche quella che non solidale coi ribelli non gli riconosceva però l’autorità a prelevare risorse per una guerra perduta. L’uccisione di Me­nechini era avvenuta mentre era in corso un profondo cambiamento della sensibilità collettiva nei confronti della guerra. La popolarità – a volte addirittura il favore – per i ribelli, i “sicari al soldo del nemico”, i “giovi­nastri” sfuggiti agli obblighi di leva che si aggiravano sui monti, era cre­sciuta di pari passo coi tentativi di gran parte della popolazione di sot­trarsi alle requisizioni, alle consegne all’ammasso, alla partecipazione ai sacrifici d’una guerra condivisa ormai solo da pochi. Non era un fronte omogeneo; neppure lontanamente. C’era però ad accomunarlo l’ostilità o almeno l’estraneità ad uno Stato che si reggeva sulla presenza di armate ostili e predatrici a cui consegnava in ostaggio i propri cittadini.
Menechini era cresciuto nella vita e nella carriera di forestale con un forte senso dello Stato; lo Stato per cui, ventenne, aveva combattuto nella prima guerra e si era distinto. Al servizio dello Stato aveva posto impe­gno e qualità umane, la capacità di dialogo e di ascolto, che gli venivano dal suo ceppo laziale e che tanto avevano stupito i suoi superiori e favori­to la sua carriera. Dallo Stato, cui aveva dato molto aveva ricevuto in cambio un prestigio che riteneva fosse sufficiente a difenderlo. Purtrop­po per lui, in un mondo dove autorità e credibilità dello Stato erano profondamente incrinate e le armi non erano più un suo monopolio, quella regola era scaduta.