Archivio mensile:marzo 2016

Fascicolo n.9 – Doc. dal n.29 al n. 53: “Azioni e corrispondenze varie”.

FASCICOLO Nr. 9: “Azioni varie – Corrispondenza tra la “Coduri”, la “Cichero” e la VI Zona”.

Per l’eventuale consultazione presso l’Archivio dell’ILSREC di Genova dei documenti di questo 9° Fascicolo si riportano le note preliminari della “Guida” del “Database” online del Fondo “Giorgio Gimelli”, dove tali documenti sono archiviati in maniera e sotto sigla diversa:          

“ILSREC di Genova.

Fondo: “Raccolta di documenti sull’organizzazione e azioni militari delle formazioni partigiane liguri, già Fondo AM”.  (AM = sigla distintiva che sta per “Comando operativo 6A Zona”). 

Buste: 29; fascicoli complessivi: 510; estremi cronologici: 9/5/1934 – 5/7/1996. 

Nella seduta del 12 marzo 1956, il Consiglio direttivo dell’Istituto storico della Resistenza in Liguria deliberò di intraprendere l’ordinamento del materiale archivistico conservato in sede costituito esclusivamente da documenti di provenienza privata, in quanto l’archivio del Cln Liguria era stato depositato presso l’Archivio di Stato di Genova fin dal 1948. L’incarico venne affidato a Maria Eugenia (Genny) Burlando, che era stata segretaria del Cln ligure, da poco assunta presso l’Istituto, la quale avrebbe dovuto lavorare sotto la direzione del consigliere Giovanni Battista Lazagna, ex vicecomandante della divisione partigiana Cichero, che proprio fra il 1956 e il 1957 aveva fatto dono all’Istituto di un consistente nucleo di documenti da lui raccolti. Il metodo di ordinamento prescelto fu quello “per argomento”: in pratica i documenti vennero organizzati in modo tematico, senza tenere conto della provenienza. Il cosiddetto “fondo Attività militare” è dunque in realtà una raccolta di documentazione, sia in originale che in fotocopia, donata o depositata da una molteplicità di persone, nella maggior parte dei casi protagonisti della Resistenza ligure. Nelle intenzioni originarie, avrebbe dovuto costituire una sottosezione della più ampia voce “Resistenza”, insieme con quello che sarebbe stato in seguito definito “fondo Attività politica” e il fondo “Giorgio Gimelli”. La sua denominazione dipende dal fatto che il materiale in esso conservato riguarda l’organizzazione delle formazioni partigiane operanti in Liguria e le azioni militari da loro condotte. Esso risulta pertanto articolato al suo interno secondo le gerarchie degli organismi militari che hanno operato durante la Resistenza in Liguria ed è costituito non soltanto da documenti anteriori alla liberazione ma anche da cronache, memorie e relazioni commemorative redatte successivamente. Oltre che documenti prodotti da vari organi della Resistenza ligure, esso comprende manifesti, volantini, fotografie, giornali e altre testimonianze di natura assai varia. All’interno di ogni voce principale del quadro di classificazione adottato la documentazione risulta ulteriormente ripartita secondo una sequenza logica che può essere così schematizzata: rapporti con altri organi, disposizioni, azioni militari, aviolanci, intendenza, sanità, stampa e propaganda, Sap, Sim e Sip, Ufficio stralcio, smobilitazione. La maggior parte dei documenti riguarda la VI zona operativa (Genova e provincia), mentre la storia delle altre zone militari liguri (I zona – Imperia, II zona -Savona e IV zona La Spezia) e di altre zone militari confinanti è documentata in misura minore. Le prime tre buste del fondo contengono documenti del Comando generale Alta Italia, del Corpo volontari della libertà, del Comando militare regionale ligure, del Comando piazza di Genova. Segue quindi la documentazione del Comando VI zona e delle divisioni e brigate operanti nella provincia di Genova, contenuta nelle buste 4-25. […] La documentazione relativa all’ “Attività militare” è stata descritta in entrambe le Guide a stampa degli archivi della Resistenza (1974 e 1983), ma la sua consistenza risulta variata nel tempo in quanto, come si è detto, la raccolta veniva progressivamente integrata mediante muove acquisizioni. Considerato che appare ormai impossibile, nella maggior parte dei casi, ricostruire l’originale provenienza delle carte, e che il materiale in questione è stato ampiamente consultato e citato in varie pubblicazioni, si è ritenuto opportuno, in questa sede, mantenerne la struttura e l’ordinamento interno, evitando di scorporare il materiale, […]. Le segnature sono quelle apposte all’epoca della redazione dell’inventario dattiloscritto del 1992, in quanto quelle indicate nelle precedenti Guide a stampa non rispecchiavano più la consistenza della raccolta”.

Fascicolo n.9 – Doc.ti dal n.29 al n.53. “Azioni e corrispondenze varie tra la “Coduri”, la “Cichero”, la VI Zona, e viceversa”. All’interno sono contenuti 25 documenti – dal n.29 al n.53 – tutti provenienti e contrassegnati col timbro rettangolare dell’Archivio dell’Istituto Ligure della Storia della Resistenza e Contemporanea di Genova. (A.I.L.S.R.E.C.).

Doc. n.29: Bruno Pellizzetti “Scoglio”, (nato il 27.10.23 a Genova, Vice Com. “Brg. Dell’Orco e poi Brg. Zelasco) – “RASTRELLAMENTO INVERNALE 1945 – ‘DIVISIONE CODURI’ – (Copia) – (Doc. in fotoc., comp. da 4 f., 4 p. dattil. spazio 1, s.d., f.to Scoglio). (AM/H a)   3.) – (A.I.L.S.R.E.C.).

Doc. n.30: Lettera del Comando Brigata “Coduri” al Comando 3A Divisione “Cichero”, p.c. al Comando 6A Zona Operativa e all’Ufficio Stampa. – RELAZIONE SULLO SVOLGIMENTO GENERALE DELLE AZIONI FATTE DALLA BRIGATA A PARTIRE DAL 12.1.1945. – (Lett. Comp. da 4 f., 4 p. dattil. sp. 1, s.d., f.to Com. “Virgola” e Comm. “Leone”). (AM/H  a)   3.) – (A.I.L.S.R.E.C.).

Doc. n.31: MOTIVAZIONI PROPOSTE RICOMPENSE AI CADUTI – (Doc. Comp. da f. 6, p. 6 dattil. sp. 1, s.d. e s.f.). (AM/H a)   7.) – (A.I.L.S.R.E.C.).

Doc. n.32: (Copia) BIOGRAFIA PARTIGIANO “MONELLO” (BIANCONCINI ALBERTO) – (Doc. Comp. da f. 1, p. 1 dattil. sp. 1, s.d. e s.f.). (AM/H a)   8.) – (A.I.L.S.R.E.C.).

Doc. n.33: (Copia) Lettera Comando VI Zona a Comando Brigata Coduri – (Doc. Comp. da f. 2, p. 2 dattil. sp. 1, d. 2.12.1944, f.to: Comm. di Zona e Com. di Zona). (AM/H  a)   1.) – (A.I.L.S.R.E.C.).

Doc. n.34: (Copia) CONVENZIONE STIPULATA TRA IL “COMANDO IA DIVISIONE LIGURE” E LA “BRIGATA CODURI” – (Doc. Comp. f. 1, p. 1 dattil., sp. 1, d. 14.12.1944, f.to: Col. Turchi IA Div. Ligure e Virgola com. Brg. Coduri; Salvatore comm. IA Div. Ligure e Leone comm. Brg. Coduri.  (AM/H  a)   2.) – (A.I.L.S.R.E.C.).

Doc. n.35: (Copia) Lettera del Comando “Brigata Coduri” al Comando 3A Divisione Cichero, e Com. 6A Zona Operativa – (Doc. Comp. da f. 1, p. 1 dattil. sp. 1, d. Zona lì 22.12.1944, f.to: Com. Virgola e Comm. Leone). (AM/H  a)   1.) – (A.I.L.S.R.E.C.).

Doc. n.36: (Copia) Lettera del Comando “Brigata Coduri” al Comando 3A Divisione Cichero, Com. 6A Zona Operativa e “Bini” Capo Uff. Stampa 6a Zona O. – (Doc. Comp. da f. 2, p. 2 dattil. sp. 1, d. Zona lì 27.12.1944, f.to: Com. Virgola e Comm. Leone). (AM/H  a)   3.) – (A.I.L.S.R.E.C.).

 Doc. n.37: (Copia) Lettera del Comando “Brigata Coduri” al Comando 3A Divisione Cichero, Com. 6A Zona Operativa e Capo Uff. Stampa 6A Zona Op. (Bini) RELAZIONE IN MERITO ALLE AZIONI FATTE DALLA BRIGATA – (Doc. Comp. da f. 3, p. 3 dattil. sp. 1, d. Zona lì 14.01.1945, f.to: Com. Virgola e Comm. Leone). (AM/H  a)   3.) – (A.I.L.S.R.E.C.).

Doc. n.38: (Copia) Lettera della 3A Divisione Garibaldina Cichero al Comando Brigata Coduri. – PER IL COMANDO DELLA BRIGATA CODURI – (Doc. Comp. da f. 1, p. 1 dattil. sp. 1, d. 14.02.1945, s.f.). (AM/H  a)   1.) – (A.I.L.S.R.E.C.).

Doc. n. 39: (Copia) Lettera della “Brigata Coduri” al Comando 3A Divisione Cichero e Comando 6A Zona Operativa. – RICHIESTA LANCIO – (Doc. Comp. da f. 1, p. 1 dattil. sp. 1, d. Zona lì 28.03.1945, f.to: Com. Virgola e Comm. Leone). (AM/H  a)   1.) – (A.I.L.S.R.E.C.).

Doc n. 40: (Copia) Lettera della “Brigata Coduri” al Comando Regionale Ligure, e p.c. al Comando 6A Zona Operativa. – RICHIESTA AMPLIAMENTO ZONA OPERATIVA DELLA BRIGATA – (Doc. Comp. da f. 1, p. 1 dattil. sp. 1, d. 15.03.1945, f.to: Com. Virgola e Comm. Leone). (AM/H  a)   1.) – (A.I.L.S.R.E.C.).

Doc n. 41: (Copia) Lettera del Comando della “Brigata Coduri” al Comando 3A Divisione Cichero, Comando 6A Zona Operativa e Capo Uff. Stampa (Bini)  – RELAZIONE SULL’ATTIVITÀ DI BRIGATA – (Doc. Comp. da f. 1, p. 1 dattil. sp. 1, d. Zona lì 20.03.1945, f.to: Com. Virgola e Comm. Leone). (AM/H  a)   3.) – (A.I.L.S.R.E.C.).

Doc n. 42: (Copia) Lettera del Comando della “Brigata Coduri” al Comando 6A Zona Operativa – DOMANDA DI OTTENERE AUTONOMIA – (Doc. Comp. da f. 1, p. 1 dattil. sp. 1, d. Zona lì 23.03.1945, f.to: Com. Virgola e Comm. Leone). (AM/H  a)   1.) – (A.I.L.S.R.E.C.).

Doc n. 43: (Copia) Lettera del Comando della “Brigata Coduri” al Comando 6A Zona Operativa e al Comando 3A Divisione Cichero – RICHIESTA DI SVOLGERE IL PROPRIO COMPITO AUTONOMAMENTE – (Doc. Comp. da f. 1, p. 1 dattil. sp. 1, d. Zona lì 27.03.1945, f.to: Com. Virgola e Comm. Leone). (AM/H  a)   1.) – (A.I.L.S.R.E.C.).

Doc n. 44: (Copia) Lettera del Comando della “Brigata Coduri” al Comando 3A Divisione Cichero, Comando 6A Zona Operativa e Capo Uff. Stampa (Bini) – RELAZIONE SULL’ATTIVITÀ DI BRIGATA – (Doc. Comp. da f. 1, p. 1 dattil. sp. 1, d. Zona lì 3.4.1945, f.to: Com. Virgola e Comm. Leone). (AM/H  a)   3.) – (A.I.L.S.R.E.C.).

Doc n. 45: (Copia) Lettera del Comando della “Brigata Coduri” al Comando 6A Zona Operativa – IN RISCONTRO ALLA VOSTRA IN DATA 5 corr. – (Doc. Comp. da f. 1, p. 1 dattil. sp. 1, d. Zona lì 6.4.1945, f.to: Com. Virgola e Comm. Leone). (AM/H  a)   1.) – (A.I.L.S.R.E.C.).

Doc n. 46: (Copia) Lettera del Comando della “Brigata Coduri” al Comando 3A Divisione Cichero, e p.c. al Comando 6A Zona Operativa – RELAZIONE – (Doc. Comp. da f. 1, p. 1 dattil. sp. 1, d. Zona lì 8.4.1945, f.to: Com. Virgola e Comm. Leone). (AM/H  a)   1.) – (A.I.L.S.R.E.C.).

Doc. n. 47: (Copia) dal Comando Sesta Zona Operativa – BOLLETTINO delle AZIONI MILITARI della BRIG. DI MANOVRA “CODURI e della BRIG. GARIBALDI 32A  (Doc. Comp. da f. 2, p. 2 dattil. sp. 1, s.d. e s.f.). (AM/H  a)   3.) – (A.I.L.S.R.E.C.).

Doc n. 48: (Copia) Lettera del Comando della “Brigata Coduri” al Comando 6A Zona Operativa, e p.c. al Comando 3A Divisione Cichero e al Capo Uff. Stampa (Bini) – RELAZIONE SULL’ATTIVITÀ DI BRIGATA – (Doc. Comp. da f. 1, p. 1 dattil. sp. 1, d. Zona lì 8.4.1945, f.to: Com. Virgola e Comm. Leone). (AM/H  a)   3.) – (A.I.L.S.R.E.C.).

Doc n. 49: (Copia) Lettera del Comando della “Brigata Coduri” al Comando 3A Divisione Cichero, e p.c. al Comando 6A Zona Operativa – RELAZIONE – (Doc. Comp. da f. 1, p. 1 dattil. sp. 1, d. Zona lì 8.4.1945, f.to: Com. Virgola e Comm. Leone). (AM/H  a)   3.) – (A.I.L.S.R.E.C.).

Doc n. 50: (Copia) Lettera del Comando della “Brigata Coduri” al Comando 6A Zona Operativa, al Comando 3A Divisione Cichero, e al Capo Uff. Stampa (Bini) – RELAZIONE SULL’ATTIVITÀ DI BRIGATA – (Doc. Comp. da f. 1, p. 1 dattil. sp. 1, d. Zona lì 8.4.1945, f.to: Com. Virgola e Comm. Leone). (AM/H  a)   3.) – (A.I.L.S.R.E.C.).

Doc n. 51: (Copia) Lettera del Comando della “Brigata Coduri” al Comando 6A Zona Operativa – RELAZIONE SUL LANCIO DEL GIORNO 12 c.m. – (Doc. Comp. da f. 1, p. 1 dattil. sp. 1, d. Zona lì 14.4.1945, f.to: Com. Virgola e Comm. Leone). (AM/H  a)   1.) – (A.I.L.S.R.E.C.).

Doc n. 52: (Copia) LASCIAPASSARE PER PARENTI DEL PARTIGIANO “RAIMONDO” FERITO. – (Doc. Comp. da f. 1, p. 1 dattil. sp. 1, d. Zona lì 17.4.1945, f.to: Com. Virgola e Comm. Leone). (AM/H a)   1.) – (A.I.L.S.R.E.C.).

Doc n. 53: (Copia) ZONE OPERATIVE DELLA FORMAZIONE CODURI e ZONE OCCUPATE. – (Doc. Comp. da f. 3, p. 3 dattil. sp. 1, s.d. e s.f.). (AM/H a)   5.) – (A.I.L.S.R.E.C.).

 

Fascicolo n.10 – Doc. a), b), c): “Scambio di opinioni tra “Leone” B. Monti e A. Berti”.

Fascicolo Nr. 10Doc. b) Documenti contenuti tre – distinti in quanto privi di numerazione progressiva – dalle lettere:  a)- 1a Lettera di Amato Berti a Bruno Monti “Leone” (mancante);  b)- 1a Lettera di Bruno Monti “Leone” a Amato Berti;  c)- 2a Lettera di Amato Berti a Bruno Monti “Leone”. 

Doc. b): “1a Lettera di ‘Leone’ a Amato Berti”.  (Doc. in fotoc., comp. da 9 f., 9 p. dattil. spazio 1, s.d., f.to in calce Bruno da Monti).

Lettera di Leone ad Amato Berti pag. 1

 

Fascicolo n.8 – Doc. n.27: “Racconto di Leone sulla figura del Com.te Virgola”.

Fascicolo n.8 – Doc. n.27: “Racconto  di Leone sulla figura del Com.te Virgola”. (Doc. in fotoc., comp. da 1 f., 1 p. dattil. spazio 1, s.d., f. in calce “Il distaccamento dei Corsari”). Lettera già contenuta nel testo “Virgola, l’operaio divenuto comandante partigiano e liberatore del Tigullio”, ed. Univ.tà Pop. Sestri Lev., 1972, consegnata a mano al sottoscritto/curatore da Aldo Vallerio “Riccio”, il quale si disse autore, insieme ad altri suoi compagni, della stessa e comandante/fondatore del distaccamento “Corsari”. Nel libro dello stesso Riccio “Ne è valsa la Pena?” è contenuta una foto dove “Riccio” appare con lo stemma del “Distaccamento Corsari” appuntato sulla giubba.

Racconto di Leone sulla figura del Com.te Virgola

 

Fascicolo 8 – Doc. n. 26: “Comunicazione evasione prigionieri”.

Fascicolo n.8 – Doc. n.26: “Lettera del Comando della Brg. Coduri. (Doc. in fotoc. comp. di f. 1, p. 1, dattil., d. 9 Marzo 1945)  e indirizzata ad “Attilio”, capo della S.I.P. della 6A Zona, f.ta “Virgola” e “Leone”; dove vengono comunicati nomi dei 13 evasi dalle carceri mandamentali di Chiavari appartenenti alla “Coduri”.

1 Comunicazione evasione prigionieri

 

Fascicolo n.8 – Doc. n.25: “Spettacolo di eroismo a Chiavari”.

Fascicolo n.8 – Doc. n.25: “Spettacolo di eroismo a Chiavari”. Stralcio di un articolo dell’Unità del 22 maggio 1945, in occasione del funerale collettivo dei 43 Caduti della “Coduri” tenutosi a Chiavari il giorno precedente, 21 maggio 1945. Le 43 salme erano rimaste esposte e vegliate tutta la notte nella chiesa delle Suore Giannelline a mare. Luogo da cui la mattina del 22 l’interminabile corteo funebre, con le 43 bare portate a spalla dai compagni, si mosse per raggiungere la cattedrale della Madonna dell’Orto, al centro di Chiavari, dove poi ebbe luogo la cerimonia d’addio. Al termine della quale gruppi di compagni scortarono le varie salme dei Caduti nelle loro città o paesi d’origine.

1-SPETTACOLO DI EROISMO A CHIAVARI

Fascicolo n.8 – Doc. n.24: “Elenco dei Partigiani Caduti”.

Fascicolo n.8 – Doc. n.24: “Elenco dei Partigiani Caduti”. (Doc. in fotoc., comp. da 5 f., 5 p. dattil., d. 30/6/1945, f. Comm. “Miro” e Com. “Virgola”). Doc. che dalle parole di commiato di cui all’ultima pagina, si evince essere l’allegato di una lettera inviata dai firmatari a qualche organo centrale di cui non si è riusciti però a stabilire il nome.

1 ELENCO DEI PARTIGIANI CADUTI

Fascicolo n.8 – Doc. n.20: “Ricordo del partigiano Salita”

Fascicolo Nr. 8: All’interno sono contenuti sei documenti contrassegnati con il n.20, n.24, n.25, n.26, n.27 e n.28. Mancanti: i n.21, 22 e 23.

Fascicolo n.8 – Doc. n.20: “Ricordo del Partigiano Salita”. (Doc. in fotoc., comp. da 2 f., 2 p. dattil. spazio 1, s.d., f. sul frontespizio). – Ricordo scritto nel 1975 da “Gronda” in memoria del partigiano “Salita” – sopravvissuto alla fucilazione nell’eccidio di S. Margherita di Fossa Lupara del 25 marzo 1945 – in quanto creduto morto. Ferito e sanguinante dopo il colpo di grazia che gli aveva solo colpito il naso, rimase sepolto sotto i corpi esamini degli altri suoi compagni fucilati, che gli erano nel frattempo stramazzati sopra. Finché non rinvenne e raggiunse un gruppo di suoi compagni partigiani.

1 RICORDO DEL PARTIGIANO SALITA

Fascicolo n.7 – Doc. n.19 bis – “Sfaldamento della Monterosa da parte della Coduri”.

Fascicolo n.7 – Doc. n.19 bis – “Sfaldamento della Monterosa da parte della Coduri”. “Testimonianza di A. Minetti “Gronda”, e altri. (Doc. in fotoc., comp. da 9 f., 9 p. manosc., d. presunta 1976/79, s.f.). Presente pure all’ILREC di Genova: Fondo Gimelli 2-b19-23.

Sfaldamento Monterosa pag. 1

Trascrizione

Sfaldamento della Monterosa da parte della Coduri.
Autori: Minetti Ildo “Aquila” e Minetti Egidio “Tom”, fratelli di “Gronda” – Perego Luigi – Minetti Antonio “Gronda” – Braconi Arnaldo “Marte” e la signora Lina sua moglie – e Piero cognato di Braconi. 

Aquila (Minetti Ildo).
«Era il giorno 27 Agosto 44, venni chiamato dal Tasso [Tasso G. Battista n. 1892],  nella sua bottega da ciclista (sita a Casarza Ligure nella attuale via Annuti Vittorio “Califfo” n. 1921), Partigiano fucilato alla Squazza dalle brigate nere di Chiavari) che mi mise al corrente di approcci da lui avuti con 2 alpini della Monterosa e che era riuscito a convincerli ad abbandonare il loro reparto per raggiungere i partigiani, però prima di decidersi a salire in montagna, volevano parlare con un collaboratore dei partigiani, per avere notizie di come vivevano, quanti armamenti avevano, dove si trovavano ecc., che se la cosa fosse stata seria e sicura, loro avrebbero cercato di convincere tutta la batteria che si trovava in Francolano [frazione di Casarza Ligure sul confine col comune di Sestri Lev. n.evb.] composta da una 30ina di alpini. Sentito tutto quello che volevano sapere, che certamente non avrei detto, mi insospettii e dissi al Tasso: “Sentite Giovanni, quello che questi due vogliono sapere non mi ispira nessuna fiducia, state attento che possono essere due spie, che una volta saputo quello che gli interessa e conosciuti noi per quello che siamo, ci denunciano e andiamo incontro a guai seri, voi siete già stato arrestato una volta e la seconda non ve la perdonerebbero di certo”.

“No, no, mi rispose, sono convinto che sono sinceri, sono dei bravi ragazzi, sono certo che fanno sul serio, ad ogni modo, se non vuoi aiutarmi, mi rivolgo altrove ma in questa faccenda voglio andarci fino in fondo”. Vista la sua decisione e la sicurezza e fiducia che aveva gli ho detto: “Va bene Giovanni, vi aiuterò, vedremo se sarà possibile far passare tutta la batteria ai partigiani, ma per adesso non si può far nulla, i partigiani non sono in zona, sapete che hanno subito un rastrellamento e hanno dovuto ritirarsi [era il periodo tra il 2 agosto e i primi di settembre in cui la Coduri s’era trasferita sul M. Penna. n.evb.], appena tornano in zona incontreremo i due alpini e vedremo il da farsi”. Quando i partigiani tornarono in zona, ho avuto un biglietto da Gronda, mio fratello, che mi chiedeva tabacco e altra roba e mi dava appuntamento a Iscioli. Mi recai all’appuntamento e spiegai loro quello che il Tasso voleva fare e chiedevo consigli; ricordo bene che Virgola mi disse: “ State bene attenti che non sia un trucco e che vi tirino in un’imboscata, è già successo, state molto all’erta”. E rivolto a Gronda: “curati di questa faccenda, ma se vedi che ci sono dei dubbi non andare, matureranno bene e poi si vedrà!». Tornato a casa misi al corrente il Tasso di tutto e decidemmo di avere un colloquio con i due alpini. Ci siamo incontrati nel retro bottega del Tasso e ci siamo messi d’accordo, però gli alpini, dopo averci assicurati che tutta la batteria sarebbe venuta via, ci dissero che questa loro adesione doveva figurare come un’azione fatta dai partigiani e che loro sopraffatti dovettero arrendersi. Dopo un altro incontro con il Gronda, si decise di fingere l’azione la sera e demmo agli alpini la [nostra] parola d’ordine che era [quella sera]: “Gino-Genova”. Ricordo bene che la sera del [1° ott. 44] verso le ore 19, ci siamo incontrati io, Tasso, Odofaci Giuseppe “Geppin” n. 1909, [Gueglio Achille e Finocchietti Cesare] e un altro signore di Genova di cui non ricordo il nome e che era con noi in contatto [Pecchioli Ruggero?]; avevano già prelevato un alpino che volontariamente ha voluto andare con i partigiani e un altro alpino “Roma” che però all’ultimo momento si ritirò dicendo che voleva convincere i suoi commilitoni che trovavansi alle Case Nuove e che erano parecchi. Dissi a coloro che rimanevano a casa e particolarmente al Tasso, “state all’erta, almeno fino alle ore 23 e se sentite sparare è segno che abbiamo avuto un’imboscata, quindi regolatevi in merito, ma voi Giovanni [Tasso] dato che vi conoscono bene, in questo caso allontanatevi da casa”; lui mi rispose “non pensare a noi, stai attento tu che noi ce la caveremo comunque”. Partimmo io, il [Gueglio Achille] e l’alpino [Roma] e ci incontrammo con Gronda al punto fissato, alla Madonnina di Verici. Il Gronda, che nel frattempo aveva avuto un’altra  segnalazione di un altro gruppo di alpini che volevano venire in montagna, con appuntamento dalla Chiesa di Verici, e visto che noi non avevamo notato nulla passando da lì, si insospettì e decise di andare lui con 6 uomini a vedere di che si trattava, e mandava altri 12 partigiani con me a prelevare gli altri in Francolano. Ricordo che c’erano, fra gli altri, Rango, Valencia, Bruneri, Cannella, Bertieri. Mentre il Gronda partiva per la Chiesa, io e gli altri ci incamminammo in fila indiana lungo il pendio che dalla Madonnina scende a Francolano; dopo circa 10 minuti che camminavamo e quando già eravamo in vista della casa dove erano acquartierati gli alpini, ho notato (dato che camminavo in testa e la nottata era chiara) brillare due canne di fucile, o mitra, e immediatamente mi gettai a terra e gridai agli altri di fare altrettanto. Indi scaricai contro gli alpini il caricatore della pistola,  mentre gli altri miei compagni lanciarono bombe a mano contro il nemico appostato mettendolo in fuga. E quando ritornarono con i rinforzi noi ci eravamo già dileguati.
Che cosa era successo?! Perché anziché  trovare gli alpini pronti a seguirci, ci siamo trovati di fronte ad una pattuglia appostata? I due alpini con i quali eravamo andati a colloquio si erano lasciati andare un po’ troppo nelle loro intenzioni, qualcuno capì che cosa si andava creando e quindi fece la spia (sembra sia stata una ragazza, ma non ci fu mai possibile appurarlo, essendo venuti a mancare i due protagonisti, come vedremo in seguito). Il comando alpino, tenendo all’oscuro l’intera batteria, sistemava intanto una pattuglia appena sopra la casa e rimaneva in attesa che gli alpini si muovessero per salire in montagna, ma non era a conoscenza della nostra venuta, ecco perché noi ci potemmo salvare. La stessa notte dell’imboscata, la Monterosa effettuò un grosso rastrellamento a Casarza Ligure, arrestò molta gente, fra cui il Tasso [Aquila e suo fratello minore, Minetti Egidio, appena sedicenne n.evb.] e li condusse nelle carceri di Chiavari. Ma mentre tutti gli altri, dopo un po’ di tempo vennero rilasciati, Tasso Giovanni venne invece processato e fucilato nel poligono di tiro di Chiavari il 5 ottobre 1944».

I due alpini, Francesconi Renato (n. 1925 a Crevalcore BO) e Santagostino Alessandro (n. 1924 a Casorate VA), furono arrestati e processati a Chiavari dal Tribunale di Guerra, dove, durante il dibattimento, ammisero (o gli fecero ammettere in maniera violenta) la loro connivenza con i partigiani. Condannati a morte per tentata diserzione e alto tradimento, furono fucilati nel cimitero di Casarza Ligure il 12-10-’44.
Ma nel cimitero di Casarza Ligure vennero fucilati dai nazifascisti altri tre alpini della Monterosa, incriminati degli stessi reati: Lazzaro Sergio (n. 1925 a Strà VE) il 9-9-’44; Milani Alfonso (n. 1924 a Cursolo-Orasso VB) e Moraldi Pietro (lombardo) il 20-10-’44. Dopo questi fatti la batteria alpina di Francolano venne smistata in altra zona.
A questo punto mi sembra oltremodo doveroso ricordare pure Ferrari Ernesto di Bargone, partigiano della «Coduri» che dopo essere stato arrestato dai nazi-fascisti e processato, fu condannato a morte. L’esecuzione avvenne il 24-9-’44 al poligono di tiro di Chiavari. E poi, il 30/9/44 a Castiglione Chiavarese, per diserzione, s’aggiunse pure quella dell’alpino Pezzotti Giovanni (n. 1925 a Brescia BR).

Perego Luigi
«La sera del 1° ott. 1944 mi trovavo in casa del Tasso assieme allo stesso e a Noce Antonio per ascoltare come di consueto radio Londra. In attesa della trasmissione, il Tasso ebbe a dirmi: ”questa sera succederà qualcosa do grosso”” al che io, all’oscuro di tutto, consigliai il Tasso ad allontanarsi da casa, perché tutti sapevamo che era segnalato, ma lui non ne volle sapere. Eravamo intenti all’ascolto della radio, quando sentimmo bussare fortemente al portone di casa; immediatamente ognuno di noi se ne tornò alla sua dimora (abitavamo tutti e tre nello stesso palazzo); qualcuno andò ad aprire e gli alpini, perché di loro si trattava, arrestarono tutti gli uomini, venni portato in istrada con tutti gli altri, dopo poco vidi venire dalla stradina nei ??? Mi portarono poi in casa del Minetti e cercavano Ildo “Aquila” ma non trovandolo, arrestarono il fratello di appena 15 anni, che logicamente era all’oscuro di tutto. Ci portarono tutti sotto il piazzale della chiesa e dopo una sommaria cernita, ci condussero alle carceri di Chiavari. Rimasi in quelle carceri 23 gg. Durante i quali assistetti a un’infinità di atti veramente barbari che commettevano particolarmente le brigate nere, nei confronti dei più segnalati. Pestaggi e torture di ogni tipo, prelievo quasi periodico di uomini, che i più fortunati venivano mandati nei campi di lavoro in Germania, mentre molti altri venivano portati sui luoghi dove venivano barbaramente uccisi. Poi finalmente venni rilasciato, a mio carico non risultò nulla di grave e anche per l’interessamento di un prete».

Minetti Egidio (“Tom” n. 1928)
«Confermo quanto detto dal Perego e aggiungerò solo che il Tasso era ormai certo della sorte della sorte che lo aspettava, non mangiava, fumava molto, rimase con noi 2 giorni, poi lo portarono nella cella dove andavano solo i condannati. Subì molti interrogatori, durante i quali le venivano inferte ogni sorta di sevizie, dopo 3 gg. di quel calvario, lo vidi passare ammanettato insieme al Canzio Antonio di Castiglione (5 ott. 1944), sembravano due maschere, pieni di lividi, di sangue di gonfiori di ogni genere, passando un brigatista ci disse: questi hanno finito di fare i traditori, li portiamo a fucilare !!!.

Io uscii dopo 16 giorni, venni due volte interrogato dallo Spiotta e dal Tenente Cristiani, non mi picchiarono, forse per la mia giovane età, ma appena a casa presi la strada dei monti e divenni un partigiano».

Minetti Antonio (“Gronda” n. 1920)
Da qui il testo di ricerca è di Gronda che scrive: Mi pare che questi fatti andassero descritti dettagliatamente, anche per dimostrare il valore di tutti coloro che si sono prodigati nello sfasciamento della Monte Rosa, dei pericoli a cui si esponevano, e con il sacrificio della vita, come toccò al Tasso Giovanni e al Canzio Antonio. (Nota fuori testo di Gronda: Gli alpini inviati dal Canzio in montagna erano del Rep. Sanità operante in Castiglione Chiavarese. Il Canzio ha sempre agito da solo, non si fidava di nessuno a Castiglione Ch.).
«La morte del Canzio la si deve soprattutto all’aiuto che sempre ha dato al movimento partigiano, al suo antifascismo e per l’abbattimento del fascismo stesso. Il “Tigre” con altri partigiani, in una azione a Masso fecero prigionieri n° 7 alpini, durante il ritorno si fermarono, come di consueto, in casa del Canzio in località Baresi di Castiglione Chiavarese. Venivano rifocillati, il Canzio diede le ultime notizie al Tigre, della forza e delle loro azioni delle forze delle forze nemiche (era il Canzio un ex maresciallo dei C.C.) poi il Tigre partì. Dopo qualche giorno, uno di questi alpini, fuggì, carpendo la buona fede dei partigiani e segnalò subito al comando quanto aveva visto e come il Canzio collaborasse con i partigiani. Appena scoperta la fuga, il comando partigiano, mandava ad avvertire il Canzio suggerendole di allontanarsi da casa, non volle sentire ragione e dopo poco lo prelevarono, lo incatenarono con le stesse catene con cui teneva legate le mucche e lo trascinarono a Castiglione Chiavarese. Lo fecero. Lo fecero sfilare così incatenato com’era nel paese come ammonimento dicevano, poi lo portarono a Chiavari e come il Tasso subì ogni sorta di sevizie finché lo portarono al poligono di Chiavari e lo fucilarono».

Braconi, la sua Signora e Piero, cognato di Braconi.
(Lavoro svolto da Naccari, Luciano – parente di Marzo – e Gronda).

Signora Braconi
La signora Bracconi, in quel tempo ancora signorina, abitava con il padre, la madre e il fratello, in Torza di Maissana, gestivano la rivendita di tabacchi e un negozio di commestibili. Fin dagli inizi delle formazioni partigiane collaborò con gli stessi e grande fu il suo apporto alla lotta di Liberazione; ma diamo a lei la parola:

«Sento, con molto piacere, che state raccogliendo materiale per dare a colui che scriverà la storia della Coduri e che adesso state cercando, come diceva prima Luciano, particolarmente materiale inerente lo sfaldamento della Monterosa, ebbene io posso dirvi che noi a Torza abbiamo molto lavorato in tal senso, particolarmente noi ragazze che più di altri potevamo avvicinare i giovani alpini venuti dalla Germania dove avevano detto loro che in Italia vi erano molti giovani che avevano tradito la Patria e si erano dati alla montagna e agivano come dei veri banditi, il loro compito era quello di far cessare quello sconcio e debellare una volta per tutte questa piaga, questa onta che macchiava il popolo Italiano. La parola che maggiormente dicevano era che i responsabili di questo erano i sovversivi e loro complici.
Noi ragazze che niente sapevamo di sovversivi, di partiti, di politica in genere, spiegavamo a questi giovani che non era vero niente di quanto le avevano detto in Germania, ma che anzi, coloro che erano in montagna lottavano per un’Italia nuova e libera e soprattutto lottavano perché la guerra avesse finalmente fine. Ma non pensate che fosse tutto così semplice, cioè poter parlare in questo modo con gli alpini: dovevamo prima fare amicizia con loro, vedere di come pensavano e capire se ci si poteva fidare e tutto ciò per noi inesperte, era un lavoro non indifferente. Capito poi il soggetto, visto che si poteva parlare cominciava il nostro lavoro di convincimento, di chiarificazione. Non vi nascondo che fra un appuntamento e l’altro ci scappava anche qualche innocente bacetto, ma noi pensavamo che il gioco valesse la candela.
Il lavoro fatto diede poi i frutti, che se proprio non andò in porto come noi avremmo voluto, servì a qualche cosa. Infatti diversi di questi giovani convintisi che la vera ragione stava dalla parte di coloro che erano in montagna parecchi di loro presero quella via, ma l’intendimento dei partigiani era un altro: vedere di avere colloqui con gli ufficiali comandanti il presidio di Velva, convincerli a passare in massa dalla loro parte!
Cominciammo allora ad avvicinare qualche ufficialetto e via via sempre più in alto fino a che gli altri, molto più preparati di noi e avendo un terreno già ben preparato combinarono un primo incontro proprio in casa nostra. Eravamo allora nel mese di Agosto 44 ed io venni avvertita di preparare un locale per un incontro fra i partigiani e il comando del presidio di Velva. Non vi nascondo la mia eccitazione e anche la mia soddisfazione! Preparai la saletta di casa, qualche bottiglia di buon vino, pane e un po’ di salame nostrano. Il giorno prestabilito, mentre ero in strada ad attendere le due delegazioni, vidi diversa gente del paese che scappava in preda al panico (erano coloro che nulla sapevano) e gridavano arrivano gli alpini, scappate…! Cercai di calmarli, ma non potevo dire loro quanto stava succedendo. Avevano avvistata una pattuglia di alpini, con in testa tre ufficiali, che si dirigevano su Torza. Ma ecco che dallo stradone provinciale, provenienti da Varese giungevano i partigiani, erano in 4 e precisamente: Virgola, Leone, Bocci e Gronda; non vi dico la meraviglia dei miei compaesani e degli sfollati! (allora erano molti. Le due delegazioni si incontrarono proprio di fronte a casa mia, si salutarono militarmente e si presentarono, ricordo il più alto in grado degli alpini, che poi seppi era il capitano Garofalo, rivolgendosi a Virgola disse: Finalmente ho il piacere di conoscere il famoso comandante, tutti parlano di lei e se devo dire la verità, ne parlano molto bene! Chiese poi di vedere le armi “americane” e infine si accomodarono in casa e iniziarono il colloquio. Di questo ne parleranno coloro che vi hanno preso parte. In seguito poi, visto che tutto non andò in porto come doveva, anche se altri colloqui ci furono, anche al Santuario di Velva, io e la mia famiglia, ormai scoperti, dovemmo darci alla fuga, senza per questo aver cessato mai di dare il nostro contributo alla causa comune». (evb)

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Fascicolo n.7 – Doc. n.19 – “Contatti con la Monterosa”.

Fascicolo n.7 – Doc. n.19 – “Contatti con la Monterosa”. Testim.za di Irene Giusso  “Violetta”, residente a Velva e poi a Torza ma nata il 3.8.1918 a Willenol, Inghilterra. (Doc. in fotoc., comp. da 1 f., 1 p. datt., d. presunta 1976, c.f.).

CONTATTI CON LA MONTE ROSA

Trascrizione:

Giusso Irene “Violetta” moglie di “Miro“: Contatti con la Monterosa.

Eravamo a settembre 1944 (circa la metà del mese) e mi trovavo in Torza, ove abitavo con la mia famiglia (dopo che la mia casa di Velva era stata incendiata e distrutta dagli alpini della M.Rosa), già da tempo a contatto con la Coduri e cioè da quando la Banda Virgola era appunto a Velva.
Venni incaricata di recarmi al Bracco per portare notizie alla famiglia del partigiano Bracconi e, trovandomi a transitare dal Colle di Velva, oltre il Santuario, ove era di stanza un presidio della M.Rosa, trovai una decina di militari che si recavano per servizio al Bracco.
Poiché facevano la mia stessa strada, mi accompagnai ad essi e, chiacchierando riuscii a sapere che stavano cercando di disertare, ma non sapevano ove dirigersi. Con molta cautela, temendo potesse trattarsi di un tranello, feci intendere che avrei potuto condurli in zona partigiana.
Venne quindi stabilito un appuntamento per il giorno successivo. Essi si sarebbero trovati fuori della zona minata, in località Barbea, per lasciare la M.Rosa. Un gruppo di 4 militari si presentava infatti all’appuntamento stabilito, affermando che gli altri sarebbero seguiti a breve tempo (a loro dire per non destare sospetto allontanandosi tutti insieme nella stessa direzione). Malauguratamente, ad uno dei 4 alpini, sfuggiva di mano l’arma che portava con sé, dalla quale partiva un colpo.
Il primo pensiero che mi venne alla mente fu quello di essere caduta in un agguato, e quel colpo apparentemente incauto non fosse altro che un avviso ad altri militari, appostati nelle vicinanze. Fortunatamente non fu così perché, anche i 4 fuggitivi si mostrarono allarmati e preoccupati del seguito, per la piega che poteva prendere la faccenda. Nulla avvenne al momento. Tale fatto però sviava i nostri piani perché, il colpo metteva in allarme il presidio del Santuario; pattuglie venivano sguinzagliate lungo la strada e dovetti quindi desistere dall’attendere gli altri fuggitivi che evidentemente, erano rimasti bloccati. Accompagnai quindi i 4 alpini a Disconesi ove trovavasi una formazione della Coduri comandata da Saetta. Non potei più continuare però i contatti perché, scoperta, dovetti lasciare la famiglia. Seppi poi che l’indomani del fatto di cui sopra e altre due volte successive, vennero prelevati e portati al comando del Santuario, mia madre e mio padre, minacciati di gravi rappresaglie (come se averci bruciato la casa non fosse ancora abbastanza) se non avessero dato notizie utili alla mia cattura insieme a quella dei disertori.
Dopo questo fatto, Virgola mi vietò di lasciare la formazione Partigiana e così cominciò la mia milizia attiva e definitiva nei Partigiani. 

Per una Storia della Coduri                           (F.to Giusso Irene “Violetta”)

Fascicolo n.7 – Doc. n.18 – “Il caposaldo posto al Santuario di Velva (m 540 s.l.m.) conquistato”.

Fascicolo n.7 – Doc. n.18. “Il caposaldo posto al Santuario di Velva (m 540 s.l.m.) conquistato!”. Testim.za di A. Minetti “Gronda”. (Doc. in fotoc., comp. da 4 f., 4 p. manoscr., d. presunta 1976/79, s.f.).

Il Caposaldo posto al Santuario di Velva pag. 1

Trascrizione: 

Nelle prime ore del mattino del 21 aprile 1945, il Gronda – capo di Stato Magg. della Brigata Dell’Orco, secondo gli ordini ricevuti, stava reclutando in quel di Maissana, tutti i giovani della vallata che già avevano aderito al movimento Partigiano e che già altre volte avevano preso parte ad azioni di guerriglia, doveva formare un nuovo distaccamento e tenerlo pronto per eventuali bisogni, era intento al suo lavoro quando gli veniva annunciato che il (Marchese Paradis, grande collaboratore dei partigiani) desiderava parlargli; il Comandante e il Marchese? Si incontrarono ed ebbero un lungo colloquio segreto, indi si separarono: il comand. Gronda ebbe il suo daffare quel giorno, formò il distaccamento al comando del quale fu messo v.com. —- comm. —- in tutto, il distaccamento era composto da una 20na circa di unità, alla sera tutto fu pronto, ognuno ebbe la sua arma automatica leggera, essendo questo Distacc. una unità mobile e di attacco ravvicinato, perciò nessuna arma pesante faceva parte dell’armamento (in seguito vedremo come e quanto sarebbe invece stata utile). Alla sera il Gronda inviava una staffetta a Bargone dove risiedeva il Comando di Brigata e in un biglietto, chiuso in busta, spiegava a Tigre di quanto si proponeva di fare e si seppe poi che chiedeva il Distaccamento del Duca [D. Bertolone n.1920 a Castiglione Ch.] come rinforzo e per le armi pesanti, perché nella giornata del 22 intendeva attaccare il caposaldo di Velva, sorprendere i componenti lo stesso fra artiglieria alpina ed ex superstiti della Xa Mas e fare in modo che gli stessi non potessero attuare i loro progetti ben noti. A notte inoltrata il Gronda svegliava il Distaccamento e teneva loro un discorsetto semplice ma conciso dove diceva di un’azione da svolgere molto pericolosa per tutti e lasciava perciò libertà a ognuno di decidere in merito; il Gronda confessava in seguito di essere rimasto molto impressionato nel constatare che non uno si era tirato indietro, ma che anzi erano tutti ben decisi ad affrontare assieme a lui tutti i pericoli; erano circa le ore 2 del 22 Aprile 45, quando questo manipolo di uomini si incamminava lungo i pendii che da Maissana portano a Tavarone, località questa che dista pochi km dalla rotabile provinciale che da Velva, obiettivo del Gronda, porta a Varese Ligure; alle prime case del paesino il Gronda fermava il Distaccamento e chiedeva 3 volontari che con lui dovevano entrare in paese per vedere se tutto era calmo e per avere le ultime notizie, i 4 si portarono sulla piazza, perlustrarono il paesino e vedendo che tutto era calmo, bussarono alla porta di un loro informatore il quale avuta la parola d’ordine, che per l’occasione era “Marina”, aprì la porta e diede le informazioni che si voleva; ritornati sui loro passi, riunitesi al rimanente degli uomini in postazione, si riprendeva la marcia deviando a destra e prendendo il viottolo che porta alla frazione Fascette di Velva, la strada era tortuosa e difficile per l’incuria in cui gli anni di guerra l’avevano ridotta, si continuava a salire finché non si raggiunse l’abitazione del Paradis in attesa, breve sosta e si riprende il cammino; fu proprio allora che i partigiani compresero quale fosse l’obiettivo del Gronda, ne capirono la grande importanza e da quel momento più nessuno osò parlare e dissentire; in testa marciava il Gronda seguito dal Comandante Nino e dal Comm. —– chiudeva la fila il V.com. ——- il Paradis che avrebbe raggiunto il Distaccamento per altra via, dovendosi ancora sincerare della manovre e delle intenzioni del Tenente Garuffi, comandante il caposaldo di Velva.  Giunti che furono sulle alture che dominano e spaziano tutta la vallata della Val Petronio, si fermarono, erano circa le ore 5 del mattino, questo era il punto in cui questi uomini dovevano incontrarsi con il Distaccamento del Duca proveniente da Bargone, l’ora fissata era le 5,30; la mattinata era fredda una spessa coltre di nebbia avvolgeva la zona, impossibile la visibilità, il distaccamento piazzato alla meglio con sentinella avanzata; il tempo scorreva lento e implacabile, dalla strada che dal Monte Zanone porta a Velva dalla quale doveva giungere il Distaccamento (del Duca) non si vedeva nessuno, perciò tutto il piano congegnato da Gronda andava in fumo, occorrevano armi pesanti, mortai – bazooka e mitraglie, non si poteva attaccare il caposaldo che da lontano, essendo tutto intorno molto minato, non si conosceva l’ubicazione delle mine, l’attacco doveva svolgersi nel modo seguente: mentre le armi pesanti appostate a distanza l’una dall’altra a forma di semicerchio a Nord-Ovest del Caposaldo, dovevano dare la parvenza al nemico di un forte attacco da quella parte, un gruppo armato di armi leggere doveva aggirare il caposaldo e attaccare da Sud tagliando la strada che porta a Sestri Levante, unica via di ritirata dei nemici, come si vede un piano semplice ma ben congegnato e il Gronda contava molto sul morale, molto in ribasso dei componenti quel caposaldo, era stato inviato in più il Paradis per parlamentare e per convincere dell’inutilità della resistenza, pensava infine che la simultaneità dell’attacco avrebbe dato sicuramente il suo frutto; ma purtroppo di tutto ciò non se ne poté fare nulla non essendo giunto il rinforzo; si aspettò gli eventi, verso le 8,30 un forte boato squarciò l’aria, rimbombò per la vallata e allora si sentì il Gronda pronunciare una frase di stizza: “È saltata la strada, ormai stanno ritirandosi!”. Arrivò infatti tutto trafelato il Paradis e con lui in testa il conoscitore di un passaggio non minato, dopo zig-zagare attorno al caposaldo infine lo raggiungemmo, Velva era finalmente libera!

Il distaccamento del Duca arrivò nel pomeriggio, spiegando che a lui giunse l’ordine di portarsi a Velva quando già si trovava sopra Lavagna e si deve questo ritardo al fatto che durante la serata del 21, il comando della Brigata Dell’Orco ha dovuto portarsi a Monte Domenico sopra Sestri Levante dove più ferveva la lotta. Quella mattina di Domenica 22, il nemico saputo dell’occupazione da parte partigiana del caposaldo di Velva, lo martellò per più di un’ora con i 4 cannoni della  batteria del Bracco, ma certamente fu un atto più di stizza che di effetto, infatti i colpi che giunsero nelle vicinanze furono pochi e non sortirono effetto alcuno. Immediatamente Gronda inviò una staffetta al Comando di Divisione e al Comando di Brigata per portare la notizia della liberazione di Velva e fu una notizia, come ebbe a dire il Comand. Virgola che fece molto piacere e infuse ancora più coraggio e certezza di vittoria per le battaglie finali e per la liberazione di tutto il Levante. (evb)

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