Archivio mensile:Marzo 2016

Fascicolo n.7 – Doc. n.17 – “Azione Toro”.

Fascicolo n.7 – Doc. n.17 – “Azione Toro” – Doc. in fotoc., comp. da 4 f., 4 p. manoscr., s.d., s.f. – Testimonianza inclusa nel fascicolo ma senza nessuna specifica circa l’autore o gli autori.

Trascrizione.
Azione “Toro”: (Manzi Silvio 20.1.1920-15-4.1945 Casarza L./Masso).

Si era nel [mese di Aprile 1945] e giunge l’ordine dal Comando Divs. di attaccare il Bargonasco. Il concentramento avviene a Bargone (fraz. di Casarza come il Bargonasco) una parte deve prendere posizione al Gruppo Lungo, prospiciente al Bargonasco, questo gruppo deve attaccare la casa di Gardella dove si trovava il Comando della Xa  Mas. Le batterie alpine appostate a Masso (frazione di Castiglione) erano d’accordo, dopo lunghi approcci e discussioni, che non sparassero a Bargone e zona limitrofa, alla disperata, ricevendo l’ordine di sparare, che lo facessero sì, ma in una zona ben circoscritta, dove non si trovavano n/s forze; a questi componenti delle batterie di Masso viene anche chiarificato che un distaccamento di partigiani si sarebbe portato in posizione strategica per attaccare le batterie se le stesse avessero sparato in zone dove trovavansi partigiani, questo per precauzione. Viene scelto per questa azione il Comand. di Distacc. Toro perché della zona e quindi la conosceva a menadito tutta. Toro decide di andare in zona in “borghese” per dare meno nell’occhio e cerca un vestito borghese alla proprietaria del Tabacchino di Bargone, Sig.ra Roscelli che nel dare questa roba si raccomanda al Toro dicendogli: “Mi raccomando però, questa roba è dei miei figli, portamela indietro!!!”. Toro ha risposto: “Se non potrò portarvela indietro, verrete a prendervela a Masso!!!”. Toro parte con i suoi uomini e si dirige verso Masso. Si deve però dire che il Toro non dovette intervenire contro le batterie, visto che queste si sono attenute scrupolosamente agli ordini.
Nel paesello di Masso, dopo che Toro aveva piazzato gli uomini nei punti prestabiliti, si portò con altri 5 uomini e andò in casa di un n/s collaboratore, Tealdi, che diede loro le ultime notizie e fece fare uno spuntino; fuori c’era la sentinella. A un certo momento la sentinella segnala che dal versante delle batterie degli alpini, stavano venendo su della gente, 3 o 4, presumibilmente alpini, al che Toro, lascia ogni cosa e con i pochi partigiani che aveva si va a piazzare proprio dinanzi alla porta della Chiesa che domina un po’ dovunque. La notte è molto buia, non si vede a 5 mt di distanza, i partigiani sono in attesa, Toro però sa che non dovrebbe succedere niente e dà ordine di non sparare, ma di attendere un suo ordine. Tutto ad un tratto da un lato della chiesa si comincia a sparare contro di noi, Toro dà ordine di rispondere e di spostarsi; il mitragliatore spara verso il Comando degli alpini, gli altri, con armi leggere, nella direzione da dove proveniva il fuoco nemico. Toro dice: “Siamo caduti in una imboscata, stati fermi ai v/s posti, io faccio il giro della Chiesa e cerco di prenderli alle spalle. Toro, in punta di piedi e strisciando, si avvicina alla zona che si era prefissa di raggiungere e qui giunto si mette in agguato. Non sente niente, aspetta un po’ poi con estrema precauzione, si alza e scorge degli alpini appostati a poca distanza, preme il grilletto e lascia partire una raffica, il nemico risponde qualche colpo e poi si dà alla fuga, lasciando sul terreno un ferito, dopodiché non si sente più nulla. Nasce una grossa confusione fra alpini e partigiani e mentre gli alpini si danno alla fuga, i partigiani rimasti, due in tutto essendo gli altri 4 portatisi dove Toro aveva ordinato, chiamano insistentemente Toro con un nome convenzionale, ma non ricevendo risposta anche loro si ritirano dalla zona, dato che nel frattempo l’azione svolta dal grosso contro il Bargonasco era finita.
Che cosa era successo di preciso in quegli ultimi istanti della sparatoria, venne a conoscenza dei partigiani dopo la guerra, nel processo fatto a carico di un alpino presente al fatto.

Dichiarò l’alpino al processo:
“Noi eravamo al corrente di tutto quanto era intercorso fra i partigiani e il n/s comando di batteria, quindi sapevamo che a Masso non si dovevano incontrare partigiani, allora io e altri 4 commilitoni ci siamo portati in quella frazione in cerca di viveri (leggi a rubare galline e conigli) quando giunti sul piazzale della Chiesa, ci siamo accorti che si trovavano già sul posto degli uomini armati; la notte era buia, non riuscivamo a distinguere nulla e allora abbiamo sparato, ma visto il fuoco che contro di noi veniva da loro, ci siamo ritirati e appostati, in attesa degli eventi, ancora convinti di esserci sparati a vicenda fra alpini. Dopo un po’ di tempo sopra di noi si stagliò una figura di un uomo in borghese che ci chiese: “Chi va là!”. “Alpini – rispondemmo – e voi?”. “Inglesi” ci rispose! Contemporaneamente partirono due colpi! Un mio compagno rimase ferito ad una gamba, fratturata dalla pallottola partita dalla rivoltella del borghese e cominciò a lamentarsi; allora noi, presi dal panico ci siamo dati alla fuga, sentendo dalle case vicine richiami di altra gente.
Il mattino scoprimmo che il n/s commilitone ferito si trovava in casa di un abitante del posto e un partigiano (lo scoprimmo dopo perlustrando il terreno della sparatoria) con un colpo dritto al cuore, giaceva morto, proprio da dove ci aveva sparato”.
Così cadde da eroe il Comand. di Distaccamento, della Divisione Coduri, TORO! – “Brigata Dell’Orco”.

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Fascicolo n.7 – Doc. n.16: “Sechi Pietro”

Fascicolo n.7 – Doc. n.16: “Sechi Pietro”. Doc. in fotoc., comp. di 9 f., 9 p. dattil. o miste, s.d., f.to. Testimonianza scritta da Pietro Sechi “Succo”, nato l’8.2.1910 a Oschiri (SS) e inviata al Comitato per la storia della Coduri negli anni 1976/79.

Trascrizione delle sole parti manoscritte

Testimonianze rilasciate per iscritto da “Succo” al Comitato per la “Storia della Divisione Coduri”.

Zone operative su cui operò: Levante Ligure (Golfo del Tigullio e suo entroterra).
Distaccamento di appartenenza: distac.to “Succo”.
Periodo: dal 10/3/1944 al 25/4/1945.

2/11/944. – Rientrato nella formazione “CODURI” e destinato a statale di Né (Genova) quale comandante della Polizia S.I.P. di nuova istituzione, per la sua attività svolta nel periodo che va dal 15/1/1944 al 22/11/1944 cioè, organizzatore della S.A.P. di Sestri Levante, trascinatore e animatore dei giovani per arruolarsi nelle formazioni partigiane, fornitura di armi, munizioni, viveri e tutte le informazioni che interessavano la formazione partigiana.
                Il Comm.rio (Leone)                                                        Il Com.te (Virgola) 

Azioni partigiane a cui partecipò:
1)- In data 3.12.44 – con 5 uomini mi recai presso il comune di Sestri Levante, sfollato nei pressi di Villa Serlupi allo scopo di distruggere documenti dei nazifascisti, l’operazione riuscì e nell’occasione fu recuperato parecchio materiale necessario ai nostri reparti, macchine da scrivere, ciclostile ecc.

2)- Non ricordo la data, credo nei primi di marzo 45. – In quel periodo ci furono fucilazioni di partigiani a catena, fui informato che in S.M. Fossa Lupara vi era un tenente della famigerata X Mas, mi recai sul posto con altri 3 partigiani nel tentativo di farlo prigioniero nasceva una sparatoria indescrivibile – il tenente rimase ucciso con altra persona. Riuscimmo a sganciarci e rientrare alla formazione.- Lo scopo dell’azione fu di fare prigioniero il tenente per poi barattarlo con dei partigiani che in quel periodo erano molti nelle loro mani – che molti di essi furono fucilati.
3)- Il 25.2.45 – Per svolgere una attiva propaganda nelle file nemiche, che il “Comando della Divisione Garibaldina Coduri” a suo tempo aveva fatto affiggere dei manifesti nella città di Lavagna, Cavi di Lavagna, Sestri Levante e Riva Trigoso, avvisava la popolazione, che sarebbero stati effettuati tiri con armi pesanti vicino alle stesse città, quindi di allontanarsi.
Poiché detti tiri non potevano essere effettuati per la mancanza delle nominate armi pesanti, inviava volontariamente il partigiano Succo con 20 uomini a posare sulla spiaggia di Cavi di Lavagna diversi proiettili da 149 mm con detonatori a tempo. Anche questa azione andò a buon fine.
4)- Per quanto riguarda gli aiuti datici dalla popolazione durante la permanenza sulle montagne, bisogna riconoscere che tutto quello che potevano dare lo davano, a volte privavano anche i propri familiari per dare un piatto di qualche cosa a noi, questo si verifica soprattutto nella vallata di S. Vittoria con particolare la frazione di Montedomenico.
Ricordo molto bene che i fratelli Sivori da Casarza ci fornivano sacchi di pane, pasta e riso.- Questo perché economicamente non avevamo nulla ed eravamo alla giornata. Quante castagne fresche e secche sono state divorate? Io lo ricordo bene e penso che anche voi non lo abbiate dimenticato perché non si può dimenticare certe gravi situazioni.
5)- 8.4.45 – con 15 partigiani, in località S. Antonio di Frisolino (in casa della Matta) fummo sorpresi dal famoso rastrellamento composto da truppe di Alpini, bersaglieri, mongoli e brigate nere, appena accortomi della presenza del nemico lanciai una bomba a mano ed alcuni colpi di pistola invitando gli uomini alla lotta ed al successivo ritiro.

In quella occasione rimaneva ferito il V. Comandante del distaccamento, ed il Partigiano “Grande”, Bozzano Giuseppe, fu fatto prigioniero.
Il nome del ferito lo troverete segnato con una croce in una foto al mio fianco sinistro.
6)- Nel mese di agosto 944, assieme allo scomparso Partigiano “Matteo” – Monni Angelo – convincemmo il Sergente maggiore Arduino (che comandava un reparto della salmeria della Monterosa) a disertare assieme ai suoi dipendenti (circa 30 alpini con muli e materiale) il colpo riuscì alla perfezione e furono portati al comando della nostra divisione in Valletti.
Ed è in quella occasione che fui scoperto e processato in contumacia dallo stesso comando della divisione Monterosa, guadagnandomi la pena di morte. – Tale fu la sentenza.
7)- Ricordo ancora che il 22.12.44 inviai una pattuglia composta da Girardi Luigi “Gira” e il partigiano “Luna” per appurare movimenti della Monterosa e Tedeschi, in località Caminata di Né. In quella triste giornata trovò gloriosa morte il “Gira” mentre il “Luna” fu ferito. Gli elementi alpini vestivano divise Partigiane e solo per questo furono sopraffatti. Il Partigiano “Luna” potrà dire di più.
8)- Altra azione in S. Vittoria – non ricordo la data precisa – però penso sia negli ultimi giorni di settembre 1944.
Molti cittadini di Sestri Levante, S. Vittoria, Riva Trigoso, Montedomenico e altre frazioni si presentavano a più riprese perché erano troppe le tasse che pagavano, per questo fu organizzato il sabotaggio dell’ufficio del registro di Sestri Levante sfollato nei pressi della chiesa di S. Vittoria, nell’occasione furono distrutti tutti i registri e così i cittadini non pagarono più tasse fino a dopo la Liberazione. L’azione fu portata a termine da altri 7 partigiani in quanto nelle vicinanze esisteva un forte Comando tedesco.
9)- Non ho avuto nessuna rappresaglia in quanto feci in tempo a riparare in montagna assieme alla propria famiglia composta da mia moglie ed un bambino di appena 4 anni.
10)- Ogni qualvolta cadeva un compagno Partigiano sentivo nel mio animo che doveva essere vendicato, non pianto, non lacrime ma pallottole sparate contro il barbaro nemico con coraggio e senza alcuna pietà, dare loro la caccia ovunque si annidassero.

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Fascicolo n.7 – Doc. n.15 bis: “Alpini portati in montagna” (seguito).

Fascicolo n.7 – Doc. n.15 bis: “Alpini portati in montagna” (seguito). Doc. in fotoc., comp. da 6 f., 6 p. manosc., s.d. e s.f.  Testim.za di Giovanni Agazzoni “Moschito” nato il 6.12.1920 a Cominiago (NO), raccolta da A. Minetti “Gronda” negli anni 1976/79 e scritta sul rovescio dei fogli del Doc. n.15, (Test.za di “Rango”).

Trascrizione
Azione di “Moschito” Agazzoni Giovanni
: Alpini portati in montagna (seguito)

«Era una mattina di fine settembre [’44] mi trovavo alla casa Bianca con Gronda (mi ricordo che nel momento c’era anche Virgola) quando vidi entrare un ragazzo di Montedomenico dicendo che da Balicca c’era un giovane che voleva parlare con noi poiché a Riva tre alpini volevano congiungersi con i partigiani e malgrado i dissensi di Gronda e di Virgola, scesi al punto indicato e trovai Gaggiati Domenico, che vedendomi disse come mai ero lì. Risposi che avevo portato granoturco al mulino, poi disse che lui ci si trovava per mettersi in contatto con i partigiani. Avendo intuito che il partigiano ero io e, assieme su una bicicletta, scendemmo immediatamente  a Riva passando il posto di blocco tedesco, sito sulla strada di S. Vittoria passando dalla via Don Toso Emanuele (allora chiamata via dei Chiodi), S. Bartolomeo e le Rocche, Gaggiati prese la bicicletta in spalla e siamo scesi a Riva Ponente dirigendosi verso Via Genova ed entrammo in casa del signor Bruzzone (poi assessore del Comune di Sestri Levante). In quell’appartamento vi era un gruppo di giovani, qui ho notato che il padrone di casa era molto preoccupato dalla mia presenza e chiesi subito dove erano i tre alpini, si fece avanti un giovane che si faceva chiamare Macario (era di Molassana, lavorava a Riva nella Todt). Il quale mi accompagnò all’inizio del Ponte sul Petronio, indicandomi il Bunker dove si trovavano gli alpini, dato che in quell’istante era suonato l’allarme aereo, Macario fuggì verso i rifugi e io pensai che era il momento di agire, e mi diressi verso il bunker, entrai e vidi che gli alpini non erano 3 ma 4, con la pistola in pugno dissi loro che ero un partigiano e sono venuto a prelevare i tre che volevano venire con me, essi rimasero allibiti, ci fu qualche minuto di silenzio, la situazione si faceva sempre più imbarazzante per tutti, poi uno mi disse ora non si può c’è pericolo, venga questa sera alle ore 20 alla trattoria del Carbonino (era in via E. Piaggio) siamo tutti d’accordo, mi tese la mano che la strinsi. Anche gli altri mi salutarono allo stesso modo. Uscii preoccupato temendo che mi sparassero alla schiena, ma camminando a passo lento e avendo percorso una decina di metri, mi rassicurai subito, pensai che c’era un alpino in più e un fucile in più. Arrivato all’altezza della farmacia incontrai Valentino (Specchio) faceva parte delle S.A.P. di città, gli chiesi se aveva l’A.B.C. del Partito, (poiché Meneghetta, Dellepiane Bruno medico della «Coduri», lo voleva leggere e mi disse se avessi incontrato Specchio di farmelo dare) di passare dopo tre giorni che me lo avrebbe procurato.
Io andai a casa mia, cenato, ritornai per l’ora prescritta all’appuntamento dal Carbonino, entrai e vidi una tavolata di soldati tedeschi che mangiavano, mi avvicinai al banco e chiesi alla titolare, Giulia Venzi, dov’erano gli alpini, mi rispose che erano nell’altra sala, apersi la porta e entrai, davanti a me mi si presentò un quadro che al momento era funereo, gli alpini non erano più 4 [ma] due tavolate tutti seduti in attesa di mangiare.
Chiusi la porta a chiave, mi levai il soprabito, misi la pistola e lo sten sul tavolo e chiesi il responsabile, si presentò un caporal maggiore, gli dissi: 1500 partigiani hanno circondato Riva Centro, ho tempo ¼ d’ora per trattare con voi, se entro tale termine di tempo non escono hanno ordine di attaccare; alle mie parole gli alpini allibirono, ma parte si alzarono in piedi, il caporal maggiore mi fece notare che il tempo da me richiesto era limitatissimo e che non si poteva nemmeno discutere, (a parte che il sottoscritto ha parlato così perché è stato preso dalla paura trovandosi di fronte ad un gruppo così numeroso rinfrancato dalla richiesta del caporal maggiore, chiesi se si poteva prendere due ore di tempo per le trattative, avuto conferma, dissi loro che dovevo uscire per avvertire i reparti (che praticamente non esistevano) così uscii e andai all’osteria di Magin (Castagnola Tomaso in via Libertà, e in seguito a [Riva] Ponente [all’osteria del] da Muleta ho fatto trascorrere 40 minuti in tutto dando loro la convinzione che i partigiani c’erano realmente.
Rientrato ho mangiato con loro una bella polenta con spezzatino, piatto da Natale per me, con la fame arretrata che avevo nello stomaco.
Ci siamo messi d’accordo che al sabato notte sarebbero venuti [30 settembre ’44] via tutti. Uscii per primo, i tedeschi erano andati via, e io andai a casa mia a dormire, l’indomani mattina raggiunsi Iscioli e dissi Gronda che gli Alpini del presidio di Riva venivano tutti con noi però per forza di cose dovevo portarli verso Moneglia in quanto a farli passare nella Valle del Gromolo era pericoloso dato che esistevano gli Alpini da Barattieri Alpini e tedeschi a Villa delle Pesche in Sara e i tedeschi nelle vicinanze di Villa Zarello e ho pregato che mi desse in aiuto Rango che lui era pratico dei distaccamenti nemici dal versante di Moneglia, ed era più facile far passare il reparto da quella zona che da quella su citata. Era il 30/9/44 giorno di sabato, scendo con il compagno Rango e arriviamo a Trigoso in casa mia. Ed è qui che dissi al compagno di aspettarmi a Moneglia all’imbocco della galleria che sarei arrivato con gli Alpini, e ci lasciammo coadiuvati dal gruppo S.A.P. di Riva gli Alpini lasciarono i bunker e si portarono all’imbocco della galleria, qui con il compagno Bottari Enrico partigiano King arrivammo a Moneglia con gli Alpini, purtroppo data l’ora tarda, «Rango» non c’era più, e io mi misi in testa alla colonna e King la chiudeva. Mi inerpicai sulla collina in mezzo agli uliveti, dopo una ½ ora di marcia vedo il chiaro dentro un rustico, busso la porta, sento dire chi è, partigiani rispondo, aprite, ho bisogno di parlarvi, la risposta è negativa, non apro a nessuno, io gli rispondo che se non avesse aperto gli avrei fatto saltare il casolare, allora la moglie disse al marito carogna apri e così che mi si presentò un uomo con il volto terrorizzato che tremava come una foglia, io le misi una mano sulla spalla dicendo ma siamo tutti partigiani non abbiate paura siamo mica fascisti, preso da parte chiesi l’itinerario da fare senza incappare nei distaccamenti nemici, la strada me l’insegnò giusta e io sbagliai e camminavo verso la Bottigliona, è stata una vera fortuna che incontrai la zia Rango, la quale mi mise al corrente che la Bottigliona era occupata dai tedeschi, mi mise al corrente dove poter nascondere gli Alpini, i quali li ho sistemati in due baracche e mandai a chiamare Rango il quale si presentò con un altro non ricordo se era Braccone, Lupo, oppure il fratello di Rango, a loro lasciai gli Alpini e tornai a Riva con Bottari per ritirare la stampa da Valentino, senonché incappai nel rastrellamento che i tedeschi e i fascisti avevano iniziato e mi rifugiai in un buco nel cortile di casa mia e mandai una staffetta da Virgola per avvertire che gli Alpini erano al sicuro e al mattino seguente arrivai a Iscioli che gli Alpini condotti da Rango erano appena arrivati. Bottino 27 uomini e 27 fucili dei quali 10 semiautomatici, 3 machinenghewer e 3500 colpi.

Alla conclusione dell’operazione la Signora Venzi Giula e Macario sono stati arrestati e condotti a Castiglione Chiavarese, il comando Alpino voleva sapere da loro chi era l’uomo del soprabito, cosa che nessuno dei due poteva dirlo poiché non ero conosciuto da loro, in più presero numerosi giovani che in parte portati in Germania. [La signora Gai e Macario vennero rilasciati dopo una quindicina di giorni di detenzione].  (evb)

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Fascicolo n.7 – Doc. n.15: “Alpini portati in montagna”.

Fascicolo n.7 – Doc. n.15: “Alpini portati in montagna”. Doc. in fotoc., comp. da 4 f., 4 p. manoscr., s.d. e s.f.. Testim.za di Silvio Groppo “Rango” nato il 22.12.1914 a Moneglia (GE), raccolta da A. Minetti “Gronda” negli anni 1976/79.

Trascrizione
“Alpini portati in montagna”.

Groppo Silvio “Rango”, partigiano della “Coduri”, residente in fraz. Bracco (Moneglia) agricoltore e quindi molto pratico dei luogo dove l’operazione si svolgeva.

 «Era il giorno 16 settembre ’44, quando al distaccamento coman­dato da Gronda si ritorna a parlare dei 26 alpini di stanza a Riva Trigoso che sono decisi a venire in montagna con tutte le armi; chi ancora una volta ne parlava era Moschito, allora il Rango dice: “Mi sembra diventata una favola ormai, mi dà la sensazione che tu Moschito vuoi ritornare giù con la scusa degli alpini e che invece vuoi andare a trovare la tua giovane moglie, proprio non ci credo più”. Moschito ribatte che vada anche lui a sincerarsi e così si renderà conto. Rango accetta, ma Gronda, che ancora non aveva parlato, prese la parola e disse: ragazzi, non è uno scherzo da nulla prelevare, anche se vengono volontariamente, 26 alpini a Riva Trigoso, farle attraversare tutte le gallerie che portano a Moneglia, at­traversare il paese, salire su al Bracco (e sappiamo quanti accampamenti di alpini e Tedeschi ci sono lungo questo tragitto) at­traversare la statale del Bracco , sempre pattugliata, scendere a Fiume di Castiglione, risalire verso S. Pietro di Frascati attraversando l’altra strada battuta in continuazione dal nemico, con accantonamenti di alpini a S. Pietro – di alpini e Tedeschi in quantità a Castiglione Chiavarese, per non parlare del traffico che il Caposaldo del Santuario di Velva riversava su quella via – del forte gruppo di fascisti esistenti a Castiglione, è una azione questa che va molto meditata, ma soprattutto dobbiamo prima sincerarsi dove sono ubicati i nemici, quanti sono, tracciare accuratamente l’itinerario e dislocare lungo tutto il percorso staffette del posto pronte ad intervenire per avvertire di eventuali cambiamenti di percorso per forze maggiori. Stati calmi, penserò a tutto e poi vedremo il da farsi. Tutti ne convennero e così fu fatto. Furono fatti tutti gli accertamenti e il giorno 6 ottobre avuto ordine dal Gronda partii per incontrarmi la sera a casa di Moschito e decidere il da fare; ricordo sempre che il Gronda mi disse: stai bene attento Rango, se vedi che ci sono pericoli lascia perdere tutto, non voglio rischiare la vita di nessuno, del resto se non li prendiamo adesso li prendiamo un’altra volta.  Mi trovai con Moschito, parlammo anche con due alpini e si decise che la sera dopo, alla mezzanotte io sarei stato ad aspettarli all’uscita dell’ultima galleria, fin lì li avrebbe accompagnati Moschito. La sera dopo attesi fino all’una, e oltre; poi visto che non si vedeva nessuno raggiunsi casa mia e mi sistemai in un fienile, ormai albeggiava e di giorno era molto pericoloso camminare senza essere notati, poi al Bracco tutti sapevano che io ero andato in montagna e quindi c’era poco da fidarsi. Al mattino presto arriva mio padre e mi dice: è venuto Bracconi (Lupo – una delle staffette dislocate lungo il percorso) e mi ha detto che ti aspetta al più presto al posto che tu sai, ma stai attento, perché stamane c’è un movimento di nemici molto più fitto, non so il perché. Mi reco all’appuntamento con Lupo e mi dice: “Sono venuti gli alpini?”. Dico di no. “Meno male – risponde – questa notte hanno beccato Bozzano e il cognato di Moschito”. Mentre eravamo intenti a discutere di questo e pensavamo che alla sera con il buio saremmo tornati al Distaccamento e Moschito ci avrebbe ragguagliato del fallimento; in quel mentre arriva mio fratello più anziano e mi dice: “Possibile che ne combini sempre delle nuove?”. “Ma che c’è?” chiedo io. E lui: “Guarda che giù a valle, subito fuori del paese di Moneglia, c’è Moschito con una trentina di alpini, che ti aspetta! sono nascosti fra gli ulivi al tale posto…”. Allora dico a mio fratello: “Tu vai giù direttamente, dato che nessuno ti dice nulla, avvisi Moschito che io arrivo per altra via, e te Lupo tieni gli occhi bene aperti, se ci saranno novità ti manderò ad avvisare”. Mi porto sul luogo indicatomi, trovo Moschito con gli alpini, me li consegna e torna indietro attraverso i boschi. Ormai da Riva è stato dato l’allarme della fuga e tutta zona è in agguato. Dove mettere 26 alpini in pieno giorno e darle da mangiare? Li faccio passare in un valletto profondo e raggiungo 2 casolari miei pieni di fieno e li faccio sistemare alla meglio; eravamo sotto una batteria di alpini a non più di 200 mt, dalla zona ho fatto allontanare gli sfollati, dei miei parenti, alla chetichella per non dare nell’occhio e feci sistemare alla porta di ogni casolare una mitraglia “maschinengewehr tedesca” dicendo loro di stare calmi, non parlate e non uscite fuori, attorno ci sono una 50ina di partigiani pronti ad intervenire in caso di bisogno, la batteria sopra di noi è sotto tiro, quindi non avete ad aver paura, pensiamo noi a tutto. Di partigiani in tutta quella zona ero il solo e su in alto c’era Lupo.
Mio fratello racimolò un po’ di viveri nella frazione di S. Saturnino e ce li portò e la giornata passò senza nessun inconveniente. Alla sera verso le 21 partiamo, io ero molto pratico del posto e conoscevo i viottoli più impensati a menadito; così raggiungemmo il Lupo, ci portammo nelle vicinanze della Via Aurelia dove pensavamo fosse meno pericoloso l’attraversamento e a 4 per volta li facevo passare dalla parte opposta; ma mi accorsi che così facendo perdevamo troppo tempo, allora l’ultimo gruppo lo feci attraversare tutto insieme. Quando fummo dalla parte opposta tutti, ci contammo, mancavano 3 alpini che diedero l’allarme e infatti una grossa pattuglia giunse sul posto e si mise a sparare nella direzione da dove proveniva il rumore, ma andò bene, nessuno rimase ferito. Dovevamo fare presto, scendere al Fiume dove un’altra staffetta attendeva (Scanavino di Campegli, in seguito caduto) lo raggiungemmo ma ci disse che lo Zeffiro (n/s collaboratore al corrente di tutto) era venuto ad avvisarlo che a S. Pietro di Frascati e Castiglione [i nazi-fascisti] erano in allarme, perciò di cercare un altro passaggio per attraversare la rotabile Sestri Levante – Varese Ligure. Non c’era più tempo da perdere, ormai avevamo perso troppo tempo, imbracciammo le armi e tentammo di passare fra Castiglione e S. Pietro; ci andò ancora una volta bene e così all’alba raggiungemmo il Distaccamento. In località Lenzano di Monte Pu trovammo l’ultima staffetta scaglionata lungo il percorso.
Tutti questi alpini [che da 26 qual erano partiti rimasero in 23 perché 3, come abbiamo visto, si dileguarono lungo il percorso mettendo a rischio anche la vita dei loro commilitoni] dopo essersi riposati, chiesero il n/s lasciapassare e si avviarono verso le loro case. Lasciarono tutto l’armamento e le scarpe buone di cui avevamo molto bisogno.
Quella volta, dopo tanta apprensione per l’attesa, facemmo festa, il Distaccamento aveva in dotazione 2 mitraglie pesanti e per noi, allora, era cosa molto, molto importante».   (evb)

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Fascicolo n.7 – Doc. n.14: “Azioni varie di Lanciere”.

Doc. n.14: “Azioni varie di Lanciere” – Doc. in fotoc., comp. da 12 f., 12 p. manosc., s.d. e s.f. – Testimonianza resa da Edilio Raspolini “Lanciere” nato il 4.3.12 a Sestri Lev. e da Edoardo Solari, raccolta da A. Minetti “Gronda” nel febbraio 1976.

Trascrizione

Azioni varie di “Lanciere”, Raspolini Edilio, nato a Sestri Levante il 4.5.1912 e residente a Casarza Ligure, descritte da Gronda.

Azione: Batteria di 20 alpini e 11 muli

Questa importante batteria si trovava accampata in località Battilana di Casarza Ligure e oltre al lavoro di salmeria e di approvvigionamento per le altre postazioni site in tutta la zona della Val Petronio, aveva il compito di sorvegliare pure un grosso deposito di armi e munizioni sito nelle vicinanze dove la stessa si trovava accampata. Noi sapevamo che fra le donne della zona e il Sergente che comandava questa batteria, che per la precisione era il Serg. Arduino in seguito sposatosi con una ragazza del posto la quale sembra abbia avuto molto ascendente sulle decisioni che lo stesso in seguito prese (l’allora Sig.na Osma) c’era bisogno di un incontro a livello partigiano per decidere definitivamente tutta la faccenda e il paesaggio di tutti gli uomini e vettovagliamento, ma soprattutto delle armi, al movimento partigiano.
Per questo delicato, quanto rischioso compito si offrirono il Lanciere e il Comandante di Distaccamento Toro. I due, vestitesi in borghese, dopo avere avuto un ultimo colloquio con Virgola, partirono alla volta di Battilana dove giunsero verso le ore 15; il Toro abitava proprio in quella zona ed essendo molto conosciuto si fermò in casa propria, mentre il Lanciare da solo si portò sul posto. Racconta che era armato di una pistola Beretta calibro 12 che teneva ben nascosta fra la cintura dei pantaloni; si avvicinò alle tende degli alpini e chiese del Sergente Arduino, lo chiamarono, si appartarono dagli altri e iniziarono il colloquio. Il Lanciare si fece conoscere per chi veramente era, avvertendo il sergente che un centinaio di partigiani erano appostati nei dintorni, ciò che non era assolutamente vero, ma al che l’Arduino rispose non essercene la necessità, perché tutti erano d’accordo di andare con i Partigiani, eccetto due che in quel momento si trovavano di guardia al deposito munizioni. Lanciere chiese ed ottenne di potersi recare a parlamentare anche con loro per vedere di convincerli. Si avvicina ai due e quando furono vicini per parlare senza essere ascoltati da nessuno disse loro: “Sentite giovanotti, io sono un partigiano, sono già d’accordo con il sergente v/s per il passaggio di tutto il v/s gruppo ai partigiani, sono tutti d’accordo, gli unici contrari siete voi, ma penso che ormai avete ben capito che la guerra per voi è finita, è persa, gli Americani sono alla linea Gotica, sappiamo di preciso che presto lanceranno una decisiva avanzata che spazzerà via tutto perché volete sacrificarvi? Non pensate alle vostre mamme, papà, fidanzate, fratelli, sorelle e amici? Non pensate alla vostra pelle? Capirete bene che se vi prenderemo con le armi in pugno quando verrà la vostra sconfitta saranno guai per voi? Venite con noi, starete bene abbiamo da mangiare, siamo al sicuro e se non vorrete fermarvi a combattere con noi, potrete raggiungere le v/s famiglie attraverso le montagne con un n/s salvacondotto, quanti come voi lo hanno già fatto.” Un bel momento il più giovane dei due si decise e disse: “anch’io vengo con gli litri miei amici”. Il più restio disse: “ma lo sa che io potrei arrestarlo e denunciare tutti gli altri?” e  no caro giovanotto, pensi forse che non sappiamo chi sei? come ti chiami? e che dopo ne pagheresti amaramente?  ma non sai che hai una pistola puntate su di ti pronta a sparare? Non sai che un centinaio di portigiani mi seguono e sono pronti a farvi fuori tutti? a queste parole si mise il moschetto sulle spalle e disse: anch’io vengo con i partigiani, ma poi proseguirò per il mio paese; era costui della prov. di Parma. Ritornai dal serpente, prosegue Lanciere, lo misi al corrente di tutto e decidemmo che lo avrei fatto incontrare con un comandante non lontano. In quel mentre si senti un rombo di moto-sidecar che si avvicinava, il Sergente mi annunciò tempestivamente che stava giungendo il Colonello, io mi lasciai filare lungo il breve pendio, estrassi la pistola, tolsi la sicura e mi preparai al peggio. La moto si fermò e il Colonello diede ordine al Sergente che al più presto doveva recarsi con i muli alla batteria del Bracco, coricare tutte le armi e l’esplosivo e trasportarlo nella Cappelletta di S. Antonio sita al bivio che porta a Bargone della località Bargonasco. C’è stato segnalato un grosso movimento di “Ribelli” perciò dobbiamo concentrare il materiale per una più sicura difesa da eventuali attacchi di quei traditori e ripartì. Risalii sulla strada e accompagnai il Sergente dal Toro e assieme prendemmo le decisione: saremmo tornati la sera dopo verso le 21 e che loro si tenessero pronti con muli carichi e tutto l’armamento e quello che non si poteva trasportare, doveva venire distrutto.

Raspolini (Lanciere) e Toro (Manzi) ritornano al comando della Divisione e fanno presente quanto deciso. La sera dopo, da Iscioli, parte il Lanciere, Toro con il suo distaccamento e Tigre con un altro distaccamento; appena partiti il Tigre ordina al Lanciere di andare al distaccamento di Aquila che trovavasi alla Casa Bianca di Monte Domenico, e farsi dare il Banchero (Penin) molto pratico di muli che ci poteva servire per ogni evenienza, si sarebbero dovuti trovare a Bargone. Giunti all’appuntamento, i due distaccamenti non c‘erano più, avevano proseguito per Battilana, era però ad aspettarli il Gek che diede loro le informazioni. Proseguimmo anche noi due, ma giunti poco sotto le case di Massasco sentiamo sotto di noi una sparatoria tremenda, urli, imprecazioni, noi saltammo fuori della strada e rimanemmo in attesa. Era una pessima serata, buia pesta, con scrosci d’acqua a non finire e la burrasca che stava avvicinandosi; dopo poco vedemmo nello penombra,  passare una persona che camminava in modo strano e con la pistola in pugno, era un partigiano o un alpino? Impossibile distinguere, lo seguimmo con lo sguardo e lo notammo bussare alla porta della Signora Muzio (moglie del Generale Muzio) sostenitrice di quella gentaglia e spesso e volentieri in casa sua si tenevano “festini” molto “liberi” (così si diceva nel paesino) alla richiesta dall’ interno di chi fosse, rispose “sono l’ufficiale degli alpini ….. (non capimmo il nome). La porta si apre immediatamente e così si rinchiuse. Capii ormai che l’azione di prelievo degli alpini era fallita e io e Penin ritornammo indietro. Che cosa era successo? Quella sera due ufficiali degli alpini accasermati al Bargonasco, si erano recati in casa della solita signora e dopo avere gozzovigliato stavano tornando al quartiere; lungo la strada erano di guardia due partigiani, anche per aspettare noi due, mentre gli altri avevano preso posizione come precedentemente prestabilito ed erano tutti in attese di me, ero infatti io che dovevo presentarmi al Sergente; sentendo venire giù lungo il viottolo due persone, diedero il “chi va là” e chiesero la parola d’ordine, gli ufficiali accortisi che arano partigiani fecero fuoco al che i n/s risposero, un’ufficiale rimase ferito nelle parti basse (ecco perché camminava in quel modo) e un partigiano [venne ferito] ad un polpaccio di una gamba, ma fortunatamente non troppo gravemente; [si] seppe dopo che tutta l‘altra sparatoria fu una messa in scena del Serg. Arduino per camuffare tutta l’operazione.
La sera dopo la sparatoria, tornammo ancora giù io e il Toro [Manzi Silvio di Casarza], mi presentai al Sergente, spiegai quello che era successo e allora caricati i muli di armi e munizioni prelevate dal deposito (un grosso aiuto ci fu dato da gente del posto, ma particolarmente da Attilio … che per caricare i muli fece la spola da deposito alla strada, cosi da Battilana partirono verso la montagna ben 15 muli carichi di armi e munizioni e 25 alpini con il loro sergente Arduino. Ad accompagnare tutta quella gente eravamo “ Lanciere e Toro!!!”. Da notare che oltre ai muli avevamo preso anche il cavallo del Colonnello. La notte fu veramente inclemente, acqua a non finire che ci accompagnò per tutta la notte.
Il tragitto attraverso i boschi, al buio, sotto la pioggia battente non ebbe più intoppi di sorta e così giungemmo a destinazione, a Iscioli, che stava spuntando l’alba. Tigre fece sistemare muli e alpini, asciugarono la roba che avevamo addosso, si distribuirono le armi di cui tanto avevamo di bisogno, alla notte successiva si dovette ripartire, il Comando Divisione ci aveva assegnato un casolare situato sopra Buto, perché nella n/s zona era stato segnalato un rastrellamento.
Si riparte verso le 2 di notte e attraverso il monte Bianco, monte Zanone, Disconesi e Maissana, ci portiamo sopra la strada che dal Santuario di Velva porta a Varese Ligure. In quel tempo Varese Ligure ora ancora in mano ai Nazi-Fascisti e mentre eravamo appostati sopra la strada in attesa di attraversarla passò un’auto con sul davanti una bandierina con molte stellette, certamente vi era sopra un alto ufficiale della repubblica di Salò, infatti davanti ad essa e dopo viaggiavano molte moto bene armate; sapemmo dopo che sulla macchina viaggiava il Generale Graziani, penso che un’occasione simile non si sia mai presentata a nessuna formazione partigiana e a noi è sfuggita. A Buto troviamo un distaccamento della Centocroci che al n/s sopraggiungere si ritira da comandi ricevuti. Ci sistemiamo alla meglio ma poi bisogna pensare al vettovagliamento: Tigre mi dice di prendere un uomo e di andare a cercare da mangiare. Mi porto alle case del paesino a racimolare ben poco, ritornando verso i compagni passo vicino ad un casolare dove una donna stava cuocendo un po’ di polenta, doveva mandarne al marito sui monti dove stava lavorando a fare carbone e sfamare 4 o 5 bambini; fu questa donna che mi diede l’informazione che risultò poi tanto utile. Poco prima ero passato da una casa e avevo chiesto aiuto per una 40ina di partigiani che avevano fame, ma mi fu risposto che non avevano assolutamente nulla; la donna mi disse; “andate in quel casone vicino la casa, troverete almeno 2 sacchi di formaggio che quel signore ha truffato al suo padrone (era questi un gerarca fascista che  risiedeva a Sesta Godano) visto che dovrà con lo stesso dividere il formaggio stesso, quindi in casa ne ha molto altro e se lo vende a prezzi che nessuno di noi può comprarlo!!!”. Tornai da Tigre e dagli altri, mi vestii da sergente degli alpini, presi con me altri partigiani vestiti anch’essi da alpini, mi ripresentai allo stesso signore e gli chiesi il formaggio spettante al suo padrone della Sesta come lui ci aveva ordinato e mi furono consegnate un mucchio di formaggine in diversi sacchi, alla fine dissi “adesso andate a prendere quello che avete nascosto nel casone, datecelo e noi taceremo il tutto con il vostro padrone; così fu fatto, fingemmo di andare verso Sesta Godano, poi ritornammo indietro e passammo davanti la casa della povera vecchietta le lasciammo un bel po’ di forme di quel bene racimolato e giunti al casone, dove avevano già cotta la polenta con la farina raccolta, un po’ di patate, spaccammo quelle forme e facemmo festa. Dopo poco vidi giungere tutto trafelato quello del formaggio che veniva a denunciare che gli alpini le avevano portato via tutto, ma che noi potevamo ancora riprenderli, attraverso scorciatoie che lui conosceva; rivoleva il suo formaggio! Presi una bomba Sipe, la disinnescai e la feci scoppiare, lanciandola lontano dal casone e gridai: siamo attaccati dagli alpini! Bene! Dovevate vedere quel “sciacallo” come se le è data a gambe levate.
Il padrone del contadino era il Dottore della Sesta e comandava le brigate nere, era forse il più ricco del paese e un vero fetente!
Dopo pochi giorni ci arrivò l’ordine di rientrare nella n/s zona.

Sempre Lanciere che parla:

Un giorno mi trovavo da mio suocero e passò da casa un mio cognato che era in servizio nella R.S.I. ed era diretto al fronte e le avevamo data una breve licenza; lo convinsi ad andare in montagna e così fece; fu un buon partigiano e si beccò anche una bella ferita in una gamba in uno scontro avuto con una pattuglia di Tedeschi, ma questi furono decimati.
Altra azione importante e che se non fosse stato per una spiata di una ragazza, la batteria con 4 cannoni di stanza a Conscenti, sarebbe passata ai partigiani. Questa volta era con me anche Italo e Bocci. Ci salvammo per un puro caso e lo dobbiamo ai padroni della trattoria che si trovava sulla piazza di quel paese, che a rischio della loro vita ci fecero passare attraverso una porticina secondaria e così ci potemmo mettere in salvo.
Questa azione dovrebbe descriverla Italo, certamente se la ricorda meglio di me oppure Naccari. Era con noi anche Viola. 

Come andai in montagna e perché: “Lanciere”

È passato un periodo a Casarza Ligure che i Tedeschi pagavano molto bene tutti coloro che si prestavano a fare la guardia ai fili lungo la linea, perché già troppe volte, dicevano loro, i “Ribelli” le avevano interrotte.
Anch’io entrai in quel gruppo e ricordo che a turno due di noi dovevamo farne saltare un pezzo; così, a essere ben pagati, potevamo boicottare loro, noi al loro servizio. La cosa prese ad essere conosciuta da molta gente e un giorno mi si presentò Biggi (oggi papavero della DC) che allora militava nelle brigate nere di Sestri Levante e che guidò i Tedeschi e i fascisti in un rastrellamento Cardini dove venne ucciso un innocente valligiano, (in caso di schiarimenti su ciò chiedere al Gronda) e mi avvertì di fuggire perché proprio quel giorno sarebbero venute le brigate nere a prendermi, non solo per il boicottaggio che facevo ai camerati Tedeschi, ma anche per aver inviato alpini in montagna e perché “Comunista”! Io non volevo credere a ciò, pensavo che lo stesso volesse accattivarsi della simpatia da parte n/s, visto che le cose per loro si mettevano molto male. Allora il Biggi mi fece il nome della spia di Casarza che era andata a spifferare tutto a Sestri. Si fingeva una n/s collaboratrice e lo era, ma faceva il doppio gioco; dovetti arrendermi all’evidenza, avvertii mia moglie di quello che stava accadendo, dicendole che se fossero venuti a cercarmi anche lei con i due bambini mi doveva raggiungere immediatamente perché altrimenti ne avrebbe pagato le conseguenze lei. Quel giorno si tenne nascosta in casa di amici e puntualmente  le brigate nere vennero a cercarmi, così io, mia moglie e i miei due bambini in tenera età ci demmo alla montagna.

Azione di San Rocco: Prime armi alla Div. Coduri – Prese al nemico

Il giorno che scappai ai monti, capitai a Bargone, allora, i partigiani erano ancora molto pochi, ricordo che proprio a Bargone mi incontrai con Virgola, Naccari, Gronda, e pochi altri che stavano tornando da un’azione andata male in quel di Deiva Marina dove si erano recati per prelevare da un presidio di fascisti, oltre ai militi, che come fatto in altre parti li spogliavano e li mandavano in paese in mutande, particolarmente le armi che avevano segnalato essere buone e automatiche, come mitra e 2 mitraglie; purtroppo tutto il gruppo era stato spostato nella cappella di S. Rocco sopra Casarza. All’intorno però, sulla strada del Bracco avevano attaccato una macchina di ufficiali Tedeschi, 3 per l’esattezza più l’autista di grado elevato e li abbatterono, poi, per il sopraggiungere di altre macchine e camion dovettero sganciarsi senza potersi impossessare delle armi che avevano.
Virgola e Gronda mi chiamarono da parte e mi dissero: “Senti Raspolini (allora non avevo ancora il nome di battaglia) ti diamo una pistola con 3 colpi, non ne abbiamo di più, te la sentiresti di andare a S. Rocco con 5 o 6 ragazzi disarmati, fingendo di andare a raccogliere legna, per vedere se puoi prendere quelle armi? Sottinteso che non devi esporti troppo al pericolo!!!”. Pensai su un po’, poi accettai; però dissi: “Se mi accorgo che c’è pericolo non mi espongo!”. “Certo – risposero loro – è tuo dovere sincerarti bene che non succeda niente a te e ai ragazzi”. Partii e ricordo che con me c’erano i fratelli Gamboni di Sestri Levante, il fratello di Peter e altri 2 o 3 che non ricordo più chi fossero, però interrogando questi si sapranno anche i nomi degli altri …………………… Ci portammo sulla strada del Bracco, camuffati da cercatori di legna e al momento propizio la attraversammo, ricordo che era il 3 di Giugno 44. Salimmo con molta circospezione verso la cappelletta e giunti nelle vicinanze appostai i ragazzi dando loro gli ordini di come comportarsi in ogni evenienza. Erano le 14, faceva un caldo cane, io ero vestito con un paio di pantaloncini cotone, mi avvicinai cautamente alla finestrella e notai che diversi militi stavano dormendo, uno si faceva la barba e un altro stava pulendosi dalle piattole che sicuramente le davano molto fastidio, mi portai alla porta, saltai dentro e con la pistola in pugno (con 3 pallottole appena) intimai il mani in alto e dissi loro con fare deciso: siete circondati dai partigiani, non vi vogliamo fare alcun male e nemmeno portarvi via, vogliamo soltanto le armi, altrimenti vi facciamo fuori tutti! Stettero fermi con le mani in alto, allora chiamai: prima squadra disarmata avanti! Arrivarono di corsa, ci impossessammo delle armi e ci facemmo dare le scarpe. Ora, dissi loro, ve ne state buoni, buoni per un paio d’ore, poi andate dal comando e raccontate che siete stati sopraffatti dai partigiani che erano un 100tinaio e non avete potuto opporre resistenza, ma non fatevi più trovare con indosso quella sporca divisa perché allora non avremo più nessuna pietà. Giunti che fummo nel casone del Sesco fu festa, quelle armi furono per la formazione Virgola tanta manna.
Le armi prelevate furono: 12 fucili; 2 cassette di bombe a mano; c.a. 2000 pallottole; 2 Mitragliatrici Beretta; 3 mitra. Molte pallottole.
Prima di partire feci tagliare i fili di collegamento.
Da notare ancora che coloro che vennero con me in quella azione, furono tutti dei volontari, perché la banda Virgola, divenuta poi Divisione Coduri, per le azioni di guerriglia volle sempre dei volontari, mai nessuno fu obbligato a parteciparvi con la forza, era contro il n/s modo di pensare e di agire. “Considerazioni di Gronda”.

Attacco al Comando della Divisione Coduri da parte Tedesca e fascista

Racconta sempre il Lanciere: Quella sera Virgola invita il sottoscritto e Colombo, allora Comandante della polizia, di recarci nella casa vicina alla Chiesa dove funzionava l’infermeria con a capo il Dott. Canna, avvertire i tre feriti che colà si trovavano e con in testa il Canna che si portassero alle Colle di Valletti in casa del n/s amico Ghiggeri, perché, ci disse, sembra ci sia un rastrellamento in corso: giunti a una decina di metri dalla casa, noto di fronte a me, in posizione sottostante, delle ombre che si muovevano, era buio, saranno state le 22, ma prima che io e Colombo si chiedesse loro chi fossero ci sentimmo dire Non sparate! Siamo Alpini! La neve, caduta in abbondanza in quei giorni, superava i 50 cm di altezza; io rimasi come agghiacciato; in quell’attimo pensai pensai: sono morto, non vedrò più né mia moglie, né i miei bambini! Mi volto per chiedere a Colombo il da farsi, ma lui resosi immediatamente conto della situazione era già corso indietro ad avvertire il Comando, che al completo, si trovava in casa, ignaro di quanto succedeva: è mancato un pelo che la manovra dei Tedeschi riuscisse in pieno. Prendere il Comando al Completo!!! Che colpo sarebbe stato!!! Immediatamente, visto che non mi sparavano, con due balzi felini mi buttai ai piedi della casa dove era il Comando; lì nascosto notavo sotto di me gli elmetti dei Tedeschi che stavano avvicinandosi alla porta del Comando in un bel momento, sopra la mia testa, attraverso una finestrella, partì una raffica che comprendeva pallottole traccianti; allora gridai che facevano, stavano sparandomi a non più di 5 cm sopra la mia testa; da dentro sentii chiedermi la parola d’ordine, al che risposi: “Italo”. Virgola mi riconobbe dalla voce e mi chiese: “ma che succede?” sono circondato dai Tedeschi, non posso muovermi, risposi; Virgola: lancia le due Sipe nel gruppo più vicino, salta la fascia che ti separa dal fianco della casa e forse ce la fai, noi ti copriamo con scariche automatiche; presi le due Sipe, tolsi la sicura e le tenni in mano non so quanto, poi le lanciai, una scoppiò in mezzo, l’altra scoppiò che era ancora in aria, ma sollevò una spessa nube di neve e così potei ritirarmi da quella trappola mortale; appena raggiunto Virgola ci ritirammo alle Colle di Valletti, trovandoci dietro un ufficiale degli alpini che era stato fatto prigioniero giorni prima. Il mattino vennero attaccati i partigiani alla casa sopra la Gattea, a tradimento morirono ……… partigiani.
Come poté il nemico arrivare fini alla casa dei Comandi della Divisione senza che nessuno desse l’allarme? Eppure da ogni parte v’erano distaccamenti partigiani! Il fatto è che ancora una volta i partigiani mostrarono la loro dabbenaggine, per non dire di più. Era successo che circa un mese prima era stato fatto prigioniero un maresciallo Tedesco e le informazioni giunte dal posto dove operava erano state molto buone, allora, pensando ad un suo eventuale ricupero, lo si mandò in un distaccamento, sempre disarmato beninteso, ma libero di circolare a suo piacimento; di nascosto si fece una mappa tanto precisa della gola quasi impraticabile, mai sorvegliata da n/s pattuglie, che insieme al suo comando, dopo che ci era fuggito, pensò di portare una colonna di Tedeschi fino al Comando di Divisione e prenderlo al completo e quasi ci era riuscito! Ecco uno dei gravi errori commessi dalla Coduri! È fuggito un prigioniero, prigioniero che era libero di circolare come voleva e noi non siamo stati capaci di rintuzzare quanto lui così abilmente aveva saputo fare?
Come spiegano ciò i componenti del Comando di Divisione? Naccari, Leone, Italo, Miro, Falco, Bocci, e tutti gli altri? Come funzionava la n/s polizia?
Osservazioni di Gronda!: “E il cappellano della Divis. Don Bobbio!?!”  (e.v.b.)

ooOoo

 

 

 

Fasc. n.7 – Doc. n.11 bis: “Prolusione allo scoprimento del Cippo in memoria di Coduri

Doc. n.11 bis: “Prolusione allo scoprimento del Cippo in memoria di Giuseppe Coduri, Scioa”. (Doc. in fotoc., comp. di 2 f., 2 p. dattil. sp. 2, s.d. e s.f.). Testim.za raccolta da Antonio Minetti “Gronda”.

Trascrizione

Partigiani, Cittadini,

a nome del Comitati Unitario di Casarza Ligure, comprendente tutti i Partiti Politici e tutte le organizzazioni e in collaborazione con l’Amministrazione Comunale, per celebrare il Trentennale della Resistenza, dando inizio a questa manifestazione, cercherò di dire alcune cose su CODURI, di cui questo Cippo ne immortala il suo imperituro ricordo. Era un luminoso mattino della primavera del 1944, un gruppo di “ribelli” (come li chiamavano i fascisti) e di banditi (come invece li definivano i nazisti) seduti sul ciglio montano ai piedi del Monte Bianco, da dove, con lo sguardo, potevano spaziare lungo tutta la vallata di S. Vittoria fino a Sestri Levante, stavano discutendo sul nome da dare alla loro formazione, di recente creatasi nella zona, quando il partigiano SCIOA (CODURI) faceva una proposta, che diceva: “per adesso non diamo nessun nome alla nostra formazione, prenderà quello del suo primo caduto!
VIRGOLA – LEONE – BOCCI – GRONDA – TIGRE – NACCARI, che assieme a SCIOA formavano quel gruppo, furono presi da un senso di indefinibile sbigottimento, del resto ben comprensibile, ma alla fine tutti furono d’accordo. Dopo poche settimane la formazione ebbe il battesimo del fuoco vero e proprio ed ebbe il primo caduto, qui, dove siamo riuniti e fu proprio lui, SCIOA – CODURI.
Era, Coduri, un cittadino francese, di natali Italiani, non soggetto ad obblighi di leva militare, che in un rastrellamento venne catturato dai nazisti e incorporato nella marina da guerra germanica. L’insofferenza di dover servire in un esercito invasore, l’affetto che lo legava alla sua terra natia, lo spinsero a disertare, e fu così che, assieme ad altri, abbandonò “armi e bagagli”, il posto e venne fra di noi. Si distinse subito per le doti di sprezzo del pericolo non comuni. E per il senso di organizzazione che era innato in lui venne prescelto per il comando di una squadra. All’alba di una luminosa mattina di Lug1io, un battaglione di alpini della Monterosa appena rientrati dalla Germania dove erano stati addestrati particolarmente per la guerriglia, con una imboscata, sorprende il presidio partigiano di Castello che per l’inatteso attacco si ritirava, lasciando nelle mani del nemico 16 partigiani e molti civili che erano stati rastrellati in paese. Veniva immediatamente avvertito il Comando della Formazione e VIRGOLA dava subito ordine di partire per CARRO. Ci appostammo lungo la rotabile che da Castello porta a Carro, decisi a tutto osare per liberare i nostri compagni e i civili rastrellati e per dare al nemico una lezione tale di cui si sarebbe ricordato per sempre. Ma per la vigliaccheria del nemico, che si servì da scudo sia dei partigiani che dei civili, non fu possibile portare a termine l’attacco che fu soltanto rimandato. La colonna nemica passò sotto di noi e si portò qui in Carro dove, dopo avere riunita la popolazione, il tenente si mise a parlare e stava arringandola con frasi come: ECCO CHE CASA SONO I RIBELLI – DEI VIGLIACCHI – DEI CODARDI – DEGLI ASSASSINI  – così fanno soltanto i gradassi quando noi siamo lontani, ma appena ci vedono arrivare se la danno a gambe abbandonando in balia di sé stessi gli abitanti del paese, ma ancor più, quei REBELLINI, lasciano al loro triste destino anche coloro che in buona fede li hanno seguiti.
Chi vi parla, assieme ad altri due partigiani valorosi che rispondono ai nomi di NUBE e di PARENTESI, ascoltarono con le proprie orecchie queste frasi, trovandosi a non più di 15–20 metri da dove venivano pronunciate. Non potevano sparare perché anche qui gli alpini si circondarono di cittadini del paese, ma appena due di loro si staccarono dal gruppo, le nostre armi automatiche cominciarono a cantare e fu questo il segnale di attacco, a suo tempo convenuto con il rimanente della formazione. L’attacco venne sferrato di sorpresa e con una violenza tale che mise lo scompiglio nelle file nemiche, fu un fuggi fuggi generale e alla fine di quella battaglia vennero liberati i nostri compagni e tatti i civili, rimasero in nostre mani 7 prigionieri, dei quali qualcuno ferito, tutti gli altri, con gli ufficiali in testa se la diedero a gambe levate lasciando sul terreno molto materiale bellico.
Fu a questo punto, quando noi ci stavamo congratulando l’un l’altro per la bella vittoria riportata, che accadde l’imponderabile! Infatti, CODURI, che alla testa della sua squadra stava rastrellando il materiale lasciato dal nemico, raggiunto da Leone stava con lo stesso congratulandosi, venne colpito alla fronte dal colpo di una raffica di mitraglia sparata da un gruppo di alpini che stavano ritirandosi. Il colpo fu mortale, CODURI, cadde riverso sotto lo sguardo incredulo dei compagni presenti e di Leone che era al suo fianco. Non era ancora morto (racconta lo stesso Leone) ma non ebbe più la forza di dire una parola; nel cadere ebbe un gesto di disprezzo rivolto al nemico – rimase con gli occhi aperti e sorridenti – con il respiro ansimante del morente, conscio della sua sorte. A braccia venne trasportato in paese ma qui giunto ci si accorse che stava morendo, eppure lui, con lo sguardo profondo e buono, guardava i compagni impotenti e allibiti che gli stavano al fianco, come a voler parlare loro per incitarli alla lotta, senza curarsi di lui, della sua sorte.
La formazione di VIRGOLA (come lui ebbe a proporre) da quel preciso momento aveva un nome, un nome fulgido e grande, un nome consacrato dal sangue del suo primo caduto – CODURI. Ed è nel suo ricordo, nel ricordo di tanti e tanti altri che lo seguirono, che oggi noi, a distanza di 30 anni dalla LIBERAZIONE, qui, davanti al Cippo che ricorda e tramanda alle generazioni che verranno, il suo sacrificio, uniti e invitti nella lotta non più armata, lanciamo un appello a tutti i partigiani e a tutti coloro che amano la libertà e la pace, di rimanere vigili e uniti attorno alle nostre bandiere e alle nostre organizzazioni, perché ancora c’è bisogno di noi, per far tacere una volta per sempre quel rigurgito fascista che tutto verrebbe travolgere e seppellire. È un giuramento, compagno CODURI che ti facciamo, accomunando a te tutti i caduti della Resistenza e ancora e sempre diciamo che “il vostro sacrificio non sarà stato vano” che seguiteremo a camminare sulla strada che ci avete indicata e tracciata con il vostro sangue, fino a che si affermi per sempre in Italia e nel mondo la LIBERÀ e la PACE per tutti.

= *La parola al Senatore Bertone – Partigiano “Walter”!  / Frase finale di Commiato: Cari Partigiani – Cittadini, nel ringraziarvi tutti per aver preso parte a questa manifestazione, a nome di tutti i componenti il Comitato Unitario di Casarza Ligure, dichiariamo la stessa terminata.

[NOTA di e.v.b.: Nel testo non viene indicato né il luogo né la data né l’oratore che ha letto questa prolusione, ma dalle parole ch’essa contiene si può evincere che è stata pronunciata nel 30° anniversario della Liberazione, cioè il 25 Aprile 1975, a Carro (SP), sulla piazza principale del paese, in occasione pure dello scoprimento del cippo in memoria di “SCIOA”, Coduri Mario, poi accertato che si chiamava Giuseppe.
La parte di testo a caratteri barrati sembrerebbe annullata o sostituita durante la lettura, ma non si è a conoscenza del testo che può averla sostituita. Inoltre c’è da tener presente che su questo avvenimento esistono altre versioni (p.e. ivi Fasc.6-Doc.10: Appunti Personali di V. Cosso) con alcuni particolari che divergono].

 

 

 

Fascicolo 7: “Sfaldamento divisione alpina Monterosa. Azioni varie”

Fascicolo Nr. 7: Documenti contenuti: n. 11, 11bis, 12, 12bis, 13, 14, 15, 15bis, 16, 17, 18, 19, 19bis. “Sfaldamento divisione alpina Monterosa. Azioni varie”. Testim.ze di: “Aquila”; “Gronda”; “Leone”; “Lanciere”; “Rango”; “Moschito”; “Succo”; “Violetta”.

Doc. n.11: “Le sorelle Azaro di Casarza Ligure”. Testim.za resa nel 1976 da Ildo Minetti “Aquila” nato a Casarza Ligure il 4.9.1918 e redatta dal fratello A. Minetti “Gronda” nato a Casarza L. il 14.11.1920. (Doc. in fotoc., comp. da 1 f., 1 p. manosc., s.d. e s.f.).

Trascizione: Le Sorelle Azaro – di Minetti Ildo “Aquila”

“Era circa la metà Sett. ‘44 quando una sera, con molta circospezione, venni avvicinato dalle sorelle Azaro Luisa [vulgo Luisitta (1920-1986) sposatasi a fine guerra con Sebastiano Pino (1920-2012), di Messina, ex militare del disciolto R.E., ospitato dalla famiglia Azaro dopo l’8 Sett. ’43 e divenuto poi il partigiano “Rizzieri”; e Ida (19231983)] che mi mettevano al corrente del lavoro di convincimento fatto con un gruppo di alpini di stanza alle “Case Nuove” [dove anche loro abitavano] di Casarza Ligure ed erano riuscite a convincerli ad abbandonare la Monterosa e a trasferirsi in montagna.
Mi recai a parlamentare con gli alpini (5 in tutto) e presi accordi, [e una la] sera, accompagnati da un loro commilitone da tempo con noi in collaborazione, ci incontrammo in località Castello e di lì, attraverso le montagne, li accompagnammo a Colle di Maissana dove si trovavano i partigiani al comando di Gronda.
Questa diserzione, allarmò non poco il comando alpini che fece una approfondita inchiesta e si suppone (non abbiamo prove) che un altro alpino, a conoscenza del fatto, abbia fatto i nomi delle sorelle Azaro e dell’alpino che con noi collaborava; vennero arrestati assieme al fratello gemello di Ida Azaro, Bernardo (1923-1956) e tradotti alle carceri di Chiavari, dalle brigate nere di Chiavari [e poi trasferite in quelle di Milano dove rimasero fino alla loro liberazione]. L’alpino n/s collaboratore fu detto che lo avrebbero mandato in Germania (non se ne seppe più nulla) il Bernardo chiese ed ottenne di entrare nelle brigate nere e le sorelle, dopo 3 mesi di carcere furono liberate. Appena liberate le sorelle, il Bernardo si diede alla fuga e raggiunse i partigiani. L’alpino che denunciò l’accaduto, fuggì anche lui ai monti, venne arrestato dai partigiani, ma mentre si cercavano le prove del suo misfatto, la formazione Coduri venne attaccata da preponderanti forze nemiche (rastrellamento invernale) ci fu uno sbandamento e l’alpino riuscì a sfuggire alla giusta pena e di lui non si seppe mai più nulla”.
N.B.: le parti comprese tra parentesi quadre sono di e.v.b.

Fascicolo 6 – Doc. 10 bis: “Memorie sul rastrellamento invernale 1944/45”

Doc. n.10 bis: “Memorie sul rastrellamento invernale 1944/45”. Testim.za di Vladimiro Cosso “Miro”, V. Commissario Divisione Coduri. (Doc. in fotoc., comp. da 4 f., 4 p. dattil. sp. 1, d. 11.XII.1975, f.to in calce).