Archivio mensile:luglio 2016

Fascicolo n. 32 – Doc. n. 1: Intervista ad Italo Fico “Naccari”

Doc. n. 1: “Intervista a Italo Fico “Naccari”. Questo primo documento (a cura del gruppo Barberis – Cordara – Costamagna – Gardella – Zerega – intitolato “Esercitazione di Storia Contemporanea”, della prof.ssa Augusta Molinari, Facoltà di lettere, Università di Genova, A.a. 1991-1992) è un’intervista a Italo Fico “Naccari”, vice comandante della brigata, poi divisione “Coduri”, dove si può capire a che distanza siderale era tenuta la gioventù e i ragazzi di allora dalla realtà viva della politica e della vita stessa. E, anche, dove la loro attenzione e i loro interessi erano immersi e allevati in una poltiglia di presunti “obblighi” o “rituali” (essere balilla, poi frequentare il premilitare con la sottile sotto-educazione alla guerra, e via di questo passo) che li tenevano, inconsapevolmente il più delle volte, sopra un vulcano di esaltazione artefatta che prima o poi doveva per forza esplodere. E infatti incominciò a farlo in capo all’armistizio dell’8 settembre 1943. Durante lo svolgersi delle conseguenze dello stesso, il Naccari vive la tragedia della divisa militare che si deve al più presto buttare per non essere “riconosciuti” quali militari italiani, ed essere per questo imprigionati o uccisi o condotti nei campi di sterminio tedeschi dagli ex nostri alleati. Poi l’affannoso ritorno a casa, disseminato di pericoli e conseguentemente l’urgenza di mettersi al riparo in qualche luogo per sfuggire alla spietata caccia dei tedeschi. E, dopo, la scoperta della Resistenza sotto la provvidenziale guida del fratello maggiore: la vita sui monti, le rocambolesche fughe per sottrarsi agli accerchiamenti del nemico, le spasmodiche ricerche d’un nascondiglio “sicuro”, che poi sicuro non lo era mai. La fame e gli enormi disagi senza avere punto la piena consapevolezza di essere nel giusto; e quale e quando, con precisione, fosse possibile una fine. E poi, ancora la scoperta degli angloamericani: non più nemici da combattere ma alleati dai quali dipendeva in gran parte la sopravvivenza fisica degli stessi partigiani. Insomma, leggendo quest’intervista si ha la sensazione di avere tra le dita una specie di termometro capace di dare la misura più o meno esatta della temperatura interna del fenomeno Resistenza.

Vedi le 11 pagine della Intervista a Naccari 

Appendice: Amnistia Togliatti

APPENDICE
Decreto presidenziale 22 giugno 1946, n. 4
Amnistia e indulto per reati comuni, politici e militari
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Il Presidente del Consiglio dei Ministri
In virtù dei poteri di Capo provvisorio dello Stato, conferitigli dall’art. 2, quarto comma, del decreto legislativo luogotenenziale 16 marzo 1946, n. 98;
Visto l’art. 8 dello Statuto;
Sentito il Consiglio dei Ministri;
Sulla proposta del Ministro per la grazia e giustizia, di concerto con i Mi­nistri per l’interno, per la guerra, per la marina, per l’aeronautica e per l’a­gricoltura;

Decreta:
Art. 1: Amnistia per i reati in genere
È concessa amnistia per i reati per i quali la legge commina una pena de­tentiva, sola o congiunta a pena pecuniaria, non superiore al massimo a cin­que anni, oppure una pena pecuniaria.
Art. 2: Amnistia per i delitti politici commessi dopo la liberazione
È concessa amnistia per i delitti politici puniti con pena anche superiore a quella indicata nell’art. 1, ove siano stati commessi nelle singole parti del territorio nazionale dopo l’inizio in esse dell’amministrazione del Governo militare alleato o, riguardo al territorio rimasto sotto l’amministrazione del Governo legittimo italiano, per i delitti suddetti commessi dopo l’8 settem­bre 1943.
Art. 3: Amnistia per altri delitti politici
È concessa amnistia per i delitti di cui agli articoli 3 e 5 del decreto legi­slativo luogotenenziale 27 luglio 1944, n. 159, ed all’art. 1 del decreto legisla­tivo luogotenenziale 22 aprile 1945, n. 152, n. 142, e per i reati ad essi con­nessi ai sensi dell’art. 45, n. 2, Codice procedura penale, salvo che siano stati compiuti da persone rivestite di elevate funzioni di direzione civile o politi­ca o di comando militare, ovvero siano stati commessi fatti di strage, sevizie particolarmente efferate, omicidio o saccheggio, ovvero i delitti siano stati compiuti a scopo di lucro.
Art. 4: Esclusioni dall’amnistia
Sono esclusi dall’amnistia concessa coi precedenti articoli:
1° il delitto di cui all’art. 575 Codice penale, salvo che sia stato commesso entro il 31 luglio 1945 nelle condizioni previste dall’art. 1, comma primo, del decreto legislativo luogotenenziale 17 novembre 1945, n. 719;
2° i reati di cui al decreto legislativo luogotenenziale 12 ottobre 1944, n. 823, sulla repressione della prostituzione, e quelli di cui agli articoli 531 e se­guenti del Capo II, Titolo IX, Libro II del Codice penale;
3° i reati di cui agli articoli 318, 319,321,422 e 564 del Codice penale;
4° i delitti previsti dal Capo IV, Titolo I, Libro II del Codice penale;
5° i reati militari per i quali provveda l’articolo 15.
Art. 5: Accertamento dell’indole politica del delitto
Ove sia stata pronunciata condanna e dalla sentenza o dagli atti del pro­cedimento non apparisca sufficientemente stabilito se il delitto sia d’indole politica, il giudice competente ad emettere la declaratoria di amnistia dispo­ne gli opportuni accertamenti.
Gli stessi accertamenti disporrà la Suprema Corte di Cassazione, ove penda ricorso.
Art. 6: Richiesta di giudizio da parte dell’imputato
L’amnistia non si applica qualora l’imputato, prima che sia pronunciata sentenza di non doversi procedere per estinzione di reato per l’amnistia, di­chiari di non volerne usufruire.
Art. 7: Computo delle pene
Agli effetti dell’applicazione dell’amnistia si seguono, per il computo delle pene e per ogni altra determinazione di legge, le regole dell’articolo 32 del Codice di procedura penale.
Art. 8: Condono per reati comuni
Fuori dei casi di amnistia di cui all’articolo 1, sono condonate le pene de­tentive non superiori a tre anni e le pene pecuniarie non superiori a lire tre­mila, e di altrettanto sono ridotte quelle maggiori inflitte o da infliggere.
Il condono è ridotto ad un anno per le pene detentive ed a lire mille per quelle pecuniarie nei confronti di coloro che, per la medesima condanna, hanno usufruito o possono usufruire dell’indulto concesso con regio decre­to 5 aprile 1944, n. 96.
Qualora il reato sia stato commesso dopo l’entrata in vigore del decreto legislativo luogotenenziale 5 ottobre 1945, n. 679, il limite della pena pecu­niaria indicato nel comma primo è raddoppiato.
Art. 9: Condono e commutazione di pena per reati politici
Fuori dei casi di amnistia di cui agli articoli 1, 2 e 3, per i delitti politici e per i delitti ad essi connessi a’ sensi dell’articolo 45, n. 2, del Codice di pro­cedura penale, si applicano le norme seguenti:
1°la pena di morte è commutata in quella dell’ergastolo, salve le eccezio­ni disposte per l’amnistia dall’articolo 3;
2° la pena dell’ergastolo è commutata in quella della reclusione per tren­ta anni;
3° le altre pene detentive, se superiori a cinque anni, sono ridotte di un terzo; ma in ogni caso la riduzione non può essere inferiore a cinque anni; le pene detentive non superiori a cinque anni sono interamente condonate;
4° le pene pecuniarie sono interamente condonate.
Art. 10: Esclusioni dal condono
Il condono non si applica:
1° nei confronti di coloro che, alla data dell’entrata in vigore del presente decreto, si trovano in stato di latitanza, salvo che si costituiscano in carcere entro quattro mesi dalla data stessa; questa disposizione non si applica nel caso in cui la pena o la residua pena siano interamente condonate e nel caso di commutazione della pena di morte e dell’ergastolo di cui all’art. 9;
2° per i reati indicati nell’art. 4;
3° per i reati previsti nel Codice penale negli articoli 314, 317, 453, 575, 628, 629, 630; salvo che siano stati commessi per motivi politici;
4° per i reati contemplati negli articoli 1 e 2 del decreto legislativo luogo­tenenziale 10 maggio 1945, n. 234, contenente disposizioni penali di caratte­re straordinario.
Art. 11: Valutazione dei precedenti penali
Ai fini dell’applicazione dei benefici concessi con il presente decreto si tiene conto dei precedenti penali solo nei casi e nei limiti stabiliti dalle di­sposizioni seguenti.

I benefici non si applicano a coloro che alla data del presente decreto hanno riportato una o più condanne per delitto non colposo a pena detenti­va superiore nel complesso a tre anni.
Nell’esame dei precedenti penali non si tiene conto delle condanne di­chiarate estinte per precedente amnistia, né dei reati estinti alla data del pre­sente decreto per il decorso dei termini della sospensione condizionale della pena a norma dell’art. 167 Codice penale, né delle condanne per le quali sia intervenuta la riabilitazione.
Nella applicazione dei benefici ai reati politici non si tiene conto dei pre­cedenti penali; ma i benefici stessi non si applicano dove si tratti di delin­quente abituale, professionale o per tendenza.
Art. 12: Revoca del condono
II condono è revocato di diritto qualora chi ne ha usufruito riporti altra condanna per delitto non colposo punibile con pena detentiva superiore nel massimo ad un anno, commesso entro cinque anni dalla data del presente decreto.
Art. 13: Reati commessi in danno delle Forze alleate
In ogni caso sono esclusi dall’amnistia e dall’indulto i reati commessi in danno delle Forze alleate o degli appartenenti a dette Forze, ovvero giudica­ti dai Tribunali alleati o in corso di giudizio presso tali Tribunali.
Art. 14: Reati finanziari
Il presente decreto non concerne i reati finanziari e non ha effetto ai fini dell’applicazione delle leggi sulla avocazione dei profitti di regime.
Art. 15: Reati militari
L’efficacia del decreto legislativo luogotenenziale 29 marzo 1946, n. 132, concedente amnistia e condono per i reati militari, è estesa ai delitti ivi con­templati che siano stati commessi a tutto il 18 giugno 1946.
Ove detto decreto subordini la concessione di un beneficio all’adempimento di un obbligo, questo deve essere adempiuto nel termine di 30 giorni dalla entrata in vigore del presente decreto. Questo termine decorre dal giorno del ritorno in Italia per chi, alla data di entrata in vigore del presente decreto, si trovi all’estero.
Ai fini dell’applicazione dell’amnistia di cui agli articoli 1 e 2 del decreto legislativo luogotenenziale suindicato, non si tiene conto dell’aumento della pena preveduto nell’art. 47 del Codice penale militare di guerra.
Art. 16: Entrata in vigore del presente decreto
Il presente decreto entra in vigore il giorno della sua pubblicazione nella «Gazzetta Ufficiale» ed ha efficacia per i reati commessi a rutto il giorno 18 giugno 1946, salvo non sia diversamente disposto negli articoli precedenti.
Nei territori non ancora restituiti all’Amministrazione italiana il presente decreto entrerà in vigore dalla data di tale restituzione o da quella in cui es­so divenga esecutivo con ordinanza del Governo Militare Alleato.
Ordiniamo che il presente decreto, munito del sigillo dello Stato, sia inse­rito nella Raccolta ufficiale delle leggi e dei decreti della Repubblica italiana. È fatto obbligo a chiunque spetti di osservarlo e di farlo osservare.

Dato a Roma, addì 22 giugno 1946
De Gasperi -Togliatti – Romita – Brosio – De Courten – Cevolotto – Gullo
Visto, il Guardasigilli Togliatti

Fasc. 31 – Doc. 3: Nella notte tra il 24-25 luglio 1943, a pochi giorni dallo sbarco degli Alleati in Sicilia (10 luglio 1943), il Gran Consiglio del fascismo si riunisce per l’ultima volta: Dino Grandi, presidente della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, firma l’o.d.g. che determina la caduta del fascismo, e del suo capo Mussolini. Che a sua volta viene fatto arrestare da re Vittorio Emanuele III e inviato al confino: prima a Ponza, poi alla Maddalena e infine a Campo Imperatore sul Gran Sasso. Il maresciallo Badoglio verrà intanto nominato Capo del Governo e riceverà dal re tutte le cariche già appartenute al Duce.

A questo punto, gli Alleati angloamericani, con lo sbarco e la conseguente occupazione della Sicilia, avevano conquistato il loro primo obiettivo: quello di costringere l’Italia a uscire dalla guerra a fianco della Germania di Hitler. In seguito al crollo del regime, il Governo militare d’occupazione (l’AMGOT, Allied Military Government of Occupied Territory) diede il via all’azione epurativa rivolta in primo luogo alla persecuzione dei fascisti più pericolosi per l’ordine pubblico.

Ma l’epurazione ebbe inizio senza l’opportuna organizzazione e inizialmente fu anche mantenuta entro limiti piuttosto ristretti. Gli Alleati preferirono risolvere prima i problemi dell’emergenza nelle zone liberate, quali, soprattutto, le necessità d’ordine pratico e d’igiene (sistemazione viaria, seppellimento cadaveri, raccolta rifiuti, disinfestazioni varie, ecc.). Il personale da rimuovere nella Pubblica Amministrazione fu limitato, dall’AMGOT, ad una “lista” di alcune migliaia di fascisti “pericolosi” che in poco tempo furono arrestati e sottoposti a provvedimenti d’epurazione dagli organi giudiziari e amministrativi preposti. Di conseguenza, tutti i Prefetti dell’isola (9) furono rimossi e, nell’attesa di nuove nomine da parte alleata, i loro vice furono provvisoriamente immessi nelle funzioni superiori. Inglesi e americani avevano deciso che l’amministrazione civile esercitata dai militari sarebbe stata discreta e indiretta: cosicché gli apparati provinciali e comunali dell’isola dovevano continuare a operare, ma sotto il controllo discreto degli Ufficiali degli Affari Civili (Civil Affairs Officiers) del Governo Alleato. Pure i podestà subirono i provvedimenti epurativi, ma, in linea di massima, solo quelli delle città più importanti perché più compromessi, in genere, con il regime fascista. Al contrario di tanti podestà dei piccoli centri che continuarono a rimanere al loro posto e a collaborare con gli Alleati. I tecnici e i gradi più bassi delle amministrazioni locali, ebbero per lo più riconfermato il loro impiego e le loro funzioni.

Questi “interventi leggeri” sull’epurazione, furono soprattutto praticati dagli americani nella parte occidentale della Sicilia. Diversamente dagli inglesi, nella parte orientale dell’isola, che furono molto più rigidi negli arresti e nelle deportazioni in Africa, dov’avevano approntato dei campi di concentramento per i gerarchi fascisti e i soldati catturati.

Completata la conquista della Sicilia (17 agosto), le truppe Alleate continuarono la loro risalita verso il nord d’Italia. Il maresciallo Badoglio, nuovo Capo di Governo, ebbe però un atteggiamento attendista nei confronti dell’epurazione, in quanto il resto del Paese era ancora sotto il dominio dei tedeschi. Si mosse solo quando fu certo del trattamento più che benevolo degli angloamericani, che con la firma dell’Armistizio cosiddetto “lungo” firmato il 29 settembre ’43 a bordo della corazzata Nelson ancorata nella rada di Malta dal M.llo P. Badoglio, per l’Italia, e dal Gen. D. Eisenhower  per le forze Alleate e dell’O.N.U (si trattava di 45 clausole di natura politica, economica e finanziaria che si andavano a aggiungere alle 12 clausole militari del cosiddetto Armistizio “corto” firmato a Cassibile il 3 settembre ’43 dal Gen. G. Castellano per l’Italia e  dal Magg. Gen. W. B. Smith per gli Alleati, ma reso pubblico solo l’8 settembre ’43) attraverso il quale veniva accolta la “resa incondizionata”, e l’Italia veniva definita non più “nazione nemica” ma più benevolmente “nazione cobelligerante”. Ad ogni buon conto, anche quando la politica delle sanzioni passò dalle mani degli Alleati, direttamente, a quelle del governo italiano, la “defascistizzazione” decadde divenendo ancora più labile e sfumata. Prevalse l’assunto che le punizioni ai fascisti non dovevano più essere comminate in relazione alla loro pericolosità (l’ipotesi di un ritorno al potere di Mussolini era ormai tramontata) bensì rispetto alle qualifiche che avevano rivestito durante la dittatura (squadristi, sansepolcristi, ufficiali della milizia volontaria per la sicurezza nazionale ecc.).

Oltre ai membri del governo fascista e l’intera direzione del partito (che sarebbero stati condannati all’ergastolo e, nei casi più gravi, alla pena di morte), andavano perseguiti e sottoposti a giudizio d’epurazione pure coloro che avevano ottenuto posti e avanzamenti ingiustificati nelle amministrazioni statali, civili o militari. E pure in quegli enti provvisti di autonoma gestione (tipo FS, Poste e Telegrafo, ecc.); come anche negli Enti locali e in tutti gli altri Istituti pubblici.

Il primo decreto in tal senso (nel Regno del Sud) fu emanato nel dicembre del 1943 (il n. 29-B del 28.12.43) intitolato: “Defascistizzazione delle amministrazioni dello Stato, degli enti locali e parastatali, degli enti sottoposti a vigilanza o tutela dello Stato e delle aziende private esercenti pubblici servizi o d’interesse nazionale”. I procedimenti erano gestiti da apposite Commissioni d’Epurazione composte dal prefetto, due magistrati e un cittadino mutilato e decorato di guerra o da un perseguitato politico. Tutti i soggetti interessati dal provvedimento dovevano compilare e controfirmare appositi questionari (Vedi oltre: esempio di Scheda Personale) che contenevano informazioni varie e dettagliate sul loro conto, sul grado e il tipo di attività svolta negli eventuali organi del fascio e sulla propria condotta in genere. Sulla base dei suddetti questionari e di altre informazioni acquisite per altre vie, sarebbero poi stati giudicati dalle Commissioni suddette.

Col r.d.l. n. 110 del 13.4.1944 venne poi istituito l’Alto Commissariato per le Sanzioni contro il Fascismo. Ma questo decreto non ha quasi avuto tempo di produrre effetti o molto pochi, perché il 22.5.1944 Badoglio forma il suo II governo; e neanche una settimana dopo, il 26.5.1944, viene emanato il r.d.l. n.134, che si avvale di un Alto Commissariato retto da Carlo Sforza, affiancato da A.C. Aggiunto retto da Mario Berlinguer del P.d’A. Questo provvedimento sembra puntare molto in alto nel voler punire i delitti del fascismo, prevedendo la pena di morte per i reati più efferati e annullando di fatto le amnistie realizzate in precedenza dal regime. L’operato dell’A.C. per le Sanzioni era affiancato, in periferia, dalle varie Delegazioni Provinciali presenti in tutto il territorio liberato dagli Alleati.

Il 27.7.1944 il nuovo Governo guidato da Ivanoe Bonomi emanò il decreto legislativo luogotenenziale n. 159, dal titolo: “Sanzioni contro il fascismo”, che disciplinava molto più in dettaglio sia l’epurazione dell’amministrazione pubblica sia le mansioni e il ruolo dell’Alto Commissariato. A sommi capi, questo provvedimento prevedeva che avrebbero dovuto essere sottoposti e sanzionati tutti coloro che avevano partecipato attivamente alla vita politica del fascismo, conseguendo nomine o avanzamenti per meriti esclusivamente fascisti; sarebbero stati inoltre allontanati dal loro posto i dipendenti delle amministrazioni che durante il ventennio fascista avevano rivestito cariche politiche importanti o che, dopo l’otto settembre 1943, erano rimasti fedeli al Governo della RSI.

Nei casi in cui i dipendenti con qualifiche fasciste non avessero fornito alcuna prova di settarismo, intemperanza o di mal costume, durante il loro incarico, avrebbero subito misure disciplinari di minore gravità. Inoltre, sarebbero state inflitte pene minori a tutti quegli impiegati che avessero dimostrato di essersi trovati esposti a gravi minacce e pericoli per la persona propria o dei loro congiunti. Chi, dopo l’8 settembre 1943, si fosse distinto nella lotta contro i tedeschi, poteva invece essere esentato da ogni misura punitiva. Il giudizio d’epurazione era affidato in primo grado alle apposite Commissioni costituite presso ogni Ministero o Amministrazione pubblica. Per le Province, la Commissione doveva essere nominata dal Prefetto e composta di un magistrato in servizio o a riposo, un funzionario di Prefettura e un membro designato dall’Alto Commissario.

Al dipendente sottoposto a procedimento d’epurazione e sospeso dalle sue funzioni, nell’attesa del verdetto finale, era concesso il solo assegno alimentare, esclusa ogni altra indennità. La dispensa dal servizio e gli altri provvedimenti disciplinari erano emanati dalle autorità competenti. I Tribunali popolari, i Tribunali militari e le Corti d’Assise straordinarie emettevano, per i reati di collaborazione con i tedeschi, le loro sentenze contro i fascisti a completamento delle indagini e conformemente alle conclusioni delle Commissioni (Vedi, per esempio, a Chiavari processo contro Spiotta Vito, Podestà Enrico e Righi Giuseppe, per le loro malefatte, condannati alla pena di morte mediate fucilazione alla schiena, nonché alla confisca dei beni a favore dello Stato).

L’Alto Commissariato decadde nel febbraio del 1946 e le sue attribuzioni passarono direttamente alla Presidenza del Consiglio dei ministri.

Nonostante il gran numero di procedimenti aperti a carico dei funzionari, il processo di defascistizzazione, nei fatti, fu assai poco incisivo. Sulla base di un rapporto molto diffuso sull’epurazione, su 143.781 dipendenti pubblici esaminati, solo 13.737 furono processati e, di questi, appena 1.476 furono rimossi dal loro incarico. L’epurazione riguardò, dunque, solo pochi funzionari, tra l’altro colpì quelli più piccoli poiché i fascisti (civili o militari) più importanti e compromessi della RSI, specialmente quelli che si trovavano al nord, riuscirono a fuggire all’estero sul finire della guerra, e solo in pochi casi poterono essere sottoposti a processo e giudicati dall’Alta Corte di Giustizia contro i criminali del regime.

Appare anche evidente che tali procedure, così complesse e arzigogolate, lasciavano ampi spazi a cavilli, giustificazioni e spesso all’uso di testimonianze favorevoli all’accusato anche da parte di coloro che i fascisti avevano in vario modo perseguitati. Ne risultò che tutti poterono avanzare benemerenze che, nella maggior parte dei casi, si erano precostituite in vista del crollo finale o subito dopo la fine del conflitto. In questo, aiutati magari dagli stessi partiti politici che l’incameravano come loro iscritti. Infatti, nel nuovo clima instauratosi dopo la proclamazione della Repubblica Italiana (10 giugno 1946) e la promulgazione della cosiddetta amnistia di Togliatti (22 giugno 1946) avvenne anche che nei confronti dei partigiani e degli antifascisti, i provvedimenti di clemenza furono adottati in maniera molto restrittiva, mentre la maggior parte dei funzionari epurati, nel contempo, veniva reintegrata con la liquidazione degli arretrati e delle spettanze che erano state loro tolte a seguito di precedenti provvedimenti di epurazione.

Anche su questo punto preferisco affidarmi, però, al giudizio espresso da un grande storico dell’epoca, e riportare un’analisi pubblicata sull’argomento dal magistrato Alessandro Galante Garrone (1909-2003) alla fine del 1947, mediante un suo saggio dal titolo: Crisi della Resistenza, nella cui premessa scriveva:

“Non eravamo animati da spirito di vendetta. Non avevamo la pretesa che la magistratura dovesse infierire per mesi e anni contro tutti i responsabili ed i complici, maggiori e minori, del fascismo, per tener fede agli ideali della Resistenza. Non chiedevamo che su tutti i colpevoli del fascismo eternamente gravasse una maledizione inesorabile. Sapevamo che i compagni caduti sulla via della nostra liberazione e del nostro riscatto non avevano combattuto per opprimere i loro oppressori.

E sentivamo anche, con obiettività di magistrati e coscienza di cittadini, che letterale applicazione non avrebbero potuto trovare tutte le norme stabilite per la punizione dei delitti dal legislatore di Roma (quanto lontano e remoto, in quei giorni della Resistenza, allorché ci pervenne il testo del decreto Bonomi, quel governo legittimo che non aveva mai dichiarato ribelli e fuori legge i collaborazionisti del Nord!); perché troppo iniquo e profondo sarebbe stato lo sconvolgimento della nazione se tutte le forme di collaborazione con il tedesco invasore, anche le meno gravi, fossero state colpite come la lettera della legge avrebbe voluto con tanto severo rigore.

Ma ci saremmo ribellati, allora, come cittadini e magistrati se ci avessero detto che i governi e la magistratura della nuova Italia avrebbero tutto, o quasi tutto, cancellato e ricoperto con il velo pietoso dell’oblio e del perdono: tutto, anche le colpe più gravi e le responsabilità più grandi. Ed invece è stato così: ed oggi, a trenta mesi dalla liberazione, non ci resta che il gramo e malinconico compito di un triste e doloroso bilancio”. (Cfr. Crisi della Resistenza, « Il Ponte », fascicolo 11-12, anno 3, 1947).

Alessandro Galante Garrone, dopo l’8 settembre 1943 ebbe un ruolo operativo molto importante nella Resistenza. Pur continuando nel suo lavoro di giudice fino al marzo 1945 (quando dovette abbandonare il Palazzo di giustizia sfuggendo miracolosamente alla cattura della polizia fascista), tenne vivo un costante collegamento tra Torino e le valli del Cuneese. Ma il suo ruolo nella Resistenza fu eminentemente politico, perché rappresentava il Partito d’Azione nel Comitato di Liberazione Nazionale del Piemonte. Per questo svolse una funzione di direzione politica fondamentale nell’organizzazione dell’insurrezione e nella liberazione finale di Torino, e poi nel governo della città e nel ripristino della convivenza civile, totalmente ristabilita prima ancora dell’arrivo delle truppe alleate in città (2 maggio 1945). Terminata la guerra, Galante Garrone tornò immediatamente al suo lavoro di magistrato e ai suoi studi storici, lasciando veramente una cospicua messe di approfonditi e vari studi sulla Resistenza. Fu anche particolarmente attivo nel dibattito culturale di Torino e nel Paese ed ebbe intensi rapporti culturali con il mondo fiorentino di Piero Calamandrei (alla cui rivista, Il Ponte, collaborò assiduamente).          

                Assieme al suo collega antifascista e magistrato Domenico Riccardo Peretti Griva (1882-1962) e a molti altri, fu strenuo sostenitore dell’idea che l’aver lasciato in vigore la legislazione vecchia consentisse di trasformare in atti criminali di ribelli le azioni partigiane. Erano questi i frutti della mancata epurazione che per essere efficace, notava anche Arturo Carlo Jemolo, avrebbe dovuto colpire 100 nomi e non di più.

Ma l’amnistia Togliatti ne ebbe ben altri di effetti negativi. Per esempio, ci fu un proliferare di ricorsi da parte soprattutto di ex militari repubblichini che chiedevano di aver riconosciuto come utile (perché per legge non lo era e l’interessato doveva quindi ripartire da zero e prestare nuovo servizio militare di leva se non completato prima della nascita della RSI) il periodo di servizio militare trascorso nell’esercito della RSI, perché costretto ad arruolarsi, magari servendosi di testimonianze “amiche” o “prezzolate”, per non mettere in pericolo di vita qualche componente della sua famiglia minacciato di essere arrestato e inviato in Germania in quanto sospettato di connivenza con i partigiani; oppure perché coartato d’autorità. Vi furono anche pratiche di militari ex RSI presentate da genitori superstiti che chiedevano l’assegnazione di un vitalizio per un figlio deceduto, sostenendo, sempre avvallandosi di testimonianze più o meno fasulle, che il figlio non era morto in uno scontro diretto con i partigiani ma era stato fucilato direttamente sul campo dal suo superiore diretto perché si era rifiutato di sparare, durante un rastrellamento, sui partigiani. Qualcuno invece si salvò per intervento benevolo di parenti o amici (magari attraverso partiti politici in cerca di adesioni per rimpinguare il numero degli iscritti) che lo fecero inserire, dalle Commissioni di Accertamento Qualifiche istituite per Legge, nel relativo elenco “dei partigiani” o “dei patrioti” arruolatosi all’ultimo momento e lo fecero allontanare per un po’ dall’Italia, inviandolo in Jugoslavia, da Tito, per un periodo di “rieducazione politica”. Un terzetto di questi, per altro noti sestrini, per esempio, riuscirono a salvarsi (aiutati da compagni di partito ad allontanarsi da Pola, dove si trovavano in quel momento, e rientrare in Patria) fuggendo dall’ira di Tito quando questi ruppe i rapporti con Mosca e se la prese anche con gli italiani presenti su territorio jugoslavo in quanto notoriamente filosovietici, e quindi, da quel momento, divenuti nemici da perseguire.

Poi, attraverso tutti questi decreti legge, insieme ad altri (in totale circa una dozzina) che furono varati dopo dai governi successivi: a cominciare dal 2° Governo Bonomi (12.12.’44 – 20.6.’45), seguito dal Governo Parri (21.6 – 9.12. “45) e dai successivi otto Governi De Gasperi (dal 10.12.’45 al 16.8.1953) la defascistizzazione (date anche le rivalità esplose tra le forze politiche che componevano i vari C.L.N. e il successivo scioglimento di questi Comitati) decadde ed ebbe praticamente termine. Lo storico e magistrato Alessandro Galante Garrone scriverà in una sua prefazione dal titolo Il fallimento dell’epurazione. Perché?, (in Roy Palmer, Processi ai fascisti, Rizzoli, Milano 1996, pag. XII):

… «l’epurazione… fu una burletta. Si sarebbe dovuto procedere dall’alto. Invece ci si accanì contro gli applicati d’ordine e gli uscieri, o magari il capofabbricato che aveva indossato la di­visa per vanità. Non si vollero o non si poterono colpire gli uomini veramente colpevoli e le vecchie strutture dello Stato e della società…».

In buona parte, poi, a far propendere la bilancia verso una politica di appeasement (anche se imperfetta e lacunosa) vi contribuì il fatto che molte forze sociali e masse di semplici cittadini (in gran numero appartenenti al ceto medio che voleva uscire dall’atmosfera pesante, di odio, di rivalsa e di vendetta che s’era, nonostante tutto, instaurata al finire della guerra) che chiedevano, ormai, a gran voce, una reale pacificazione per aver modo di raggiungere, attraverso il proprio lavoro, un soddisfacente grado di stabilità, in armonia con sé stessi e gli altri: assieme a quanti, soprattutto, avevano subito soprusi e villanie dal vecchio o per il vecchio regime. Insomma, di guerra e di morti ne avevano ormai abbastanza e volevano soltanto lasciarsi il turbolento passato dietro le spalle!

Seguono alcune fotocopie di documenti dell’epoca richiamati nel testo:

Governo Militare Alleato del Territorio Occupato:

Ordinanza Generale N° 35-A, la quale ribadisce e ordina quanto già previsto nella Ordinanza Generale N° 35 (che qui non si riporta perché la copia in mano all’a. è in cattivo stato). Cioè questa O.G. 35-A rende nullo il trattamento più ammorbidito adottato in genere dagli addetti italiani responsabili della procedura di epurazione. (Doc. reperito presso l’Archivio del Comune di Sestri Levante negli anni 1974/75). 

Vedi documenti Ordinanza Generale N° 35-A

Sotto: le quattro facciate (formato protocollo) della Scheda Personale predisposta dal “Governo Militare Alleato” appena insediatosi nei territori italiani “occupati” e liberati dal fascismo, che tutti i dipendenti pubblici avevano l’obbligo di compilare “scrupolosamente” e consegnare alle Commissioni per l’Epurazione. Dal tenore delle risposte dipendeva il mantenimento o l’allontanamento dall’impiego pubblico. (Doc. reperito presso l’Archivio del Comune di Sestri Levante negli anni 1974/75.

(Per motivi di privacy si è ritenuto opportuno oscurare alcuni nominativi).

Vedi le le quattro facciate  della Scheda Personale predisposta dal “Governo Militare Alleato”


Conseguenze dell’amnistia Togliatti: procedimenti penali contro partigiani della Coduri (2 esempi).

Come detto nel preambolo, l’amnistia di Togliatti (il cui testo completo è riportato in appendice) aprì le porte anche a diversi processi contro i partigiani. Qui faccio cenno solo a un paio che riguardano espressamente la Coduri: quello contro il caposquadra “Succo” (Pietro Sechi) indirizzando, per maggiori informazioni, il lettore verso il Doc.16 del Fasc.7 di questo stesso Archivio.

E il secondo, riportando sotto, integralmente, la sentenza emessa il 25/3/1952 dalla Sezione staccata in Chiavari della Corte d’Assise di Genova contro Arnò Paolo, Solari Tomaso e Fico Eraldo “Virgola” nati a Sestri Levante; poi Castagnino Paolo “Saetta” nato a Chiavari; Biagini Vincenzo nato a Rapallo; Mora Ernesto “Sestri” nato a Sestri Levante, quest’ultimo ricorrente in Appello:

“Tutti liberi e presenti e imputati del reato di cui agli Artt. 110, 575 C.P., per avere in Rapallo, in data imprecisata del Maggio 1945, in concorso tra loro, cagionato la morte di Antonio Lorusso Caputi sparandogli alla nuca, al fine di ucciderlo, un colpo d’arma da fuoco”.

Gruppo di partigiani, questi, che a fine guerra rimasero a disposizione del Governo provvisorio quali “Agenti con funzione di polizia” per seguire la smobilitazione, in tutta sicurezza e ordine, dei partigiani chiamati a consegnare le armi loro in dotazione. Nel Tigullio, di questi centri di polizia ne esistevano più d’uno: uno dei più importanti (per limitarci a quelli gestiti dai partigiani della Coduri) era dislocato a Villa Porticciolo di Rapallo (dov’erano acquartierati gli imputati di cui sopra), e il secondo (sempre gestito dai partigiani della Coduri) dislocato a Riva Trigoso: composto principalmente da Bergamaschi, ex alpini della Monterosa, che avevano disertato nel settembre/ottobre 1944. Tra i quali era presente anche “Argo” Luciano Galizzi che del fatto ci ha lasciato un’ampia testimonianza fotografica che prossimamente sarà inserita.

Come si potrà notare, poi, leggendo la disamina del procedimento, gli imputati furono tutti assolti con formula piena. C’è anche da osservare la correttezza (per non dire quasi la pignoleria) con la quale il Corpo giudicante non si sia lasciato impaniare dal rancore e dalle menzogne di certi testimoni mossi solo da manifesto livore anti-partigiano.

Vedi documento Sentenza Virgola


Procedimenti penali contro ex militi e ufficiali della divisione Alpina Monterosa

Esiste poi, una lunga casistica di procedimenti penali della “Sezione Speciale della Corte d’Assise straordinaria di Genova contro militi e ufficiali della divisione Alpina Monterosa”. Qui, per il momento, se ne riportano soltanto alcuni, senza commenti, perché i documenti (in questo caso solo trascritti) sono già chiari di per sé:

Corte d’assise straordinaria di Genova /Sezione Speciale di Corte d’Assise di Genova

1945_1947

Processo n. 131 – Genova, anno 1946

Imputato: AITA Guerrino, nato a Münster, 1914.  Professione: verniciatore

Imputazione: Maresciallo divisione alpina Monterosa, alla quale appartenne dal luglio 1944, accusato di aver cagionato la morte del partigiano Giovanni Serra “Gordon” e del partigiano “Parma”, colpendoli con raffiche di sten e tentando di uccidere nelle stesse circostanze il partigiano Carlo Fumagalli, riuscito a salvarsi con altri due compagni della stessa formazione.

Sentenza: Corte d’Assise Straordinaria di Genova: 07/02/1946.

Condannato ad anni 20 di reclusione, di cui un terzo condonati in virtù del decreto di amnistia 22/6/1946

Ricorso in Cassazione. Esito: La Corte di Cassazione rigetta il ricorso

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Processo n. 134  – Genova, anno 1946

Imputato: PAROLDO Cesare*, nato a Spezia, 1905.

Imputazione: Maggiore di fanteria, comandante del battaglione “Vestone” della divisione alpina Monterosa, alla quale appartenne dal luglio 1944, accusato per avere partecipato a rastrellamenti, saccheggi e sequestri.

Sentenza: Corte d’Assise Straordinaria di Genova: 18/12/1948

La Corte assolve l’imputato “per essersi particolarmente distinto nella lotta contro i tedeschi”. L’imputato rinuncia al ricorso per indulto (il compilatore della scheda ha annotato che agli atti è presente il “verbale ” della presentazione del ricorso “ma non le motivazioni dello stesso”).

*)- Il IV novembre 1944, il Comando Zona poteva diramare il seguente comunicato: «Stamane, nell’anniversario dell’armistizio che nella grande guerra, l’Italia ha imposto all’esercito austro-ungarico e tedesco, il battaglione alpino Vestone è passato al completo nelle file della Divisione Garibaldina Cichero». Infatti, in tale data, il magg. Paroldo, com.te del btg. “Vestone” della Monterosa, disertava e, alla testa del suo reparto, andava a ingrossare le file della “Cichero”: divisione partigiana garibaldina alla quale il “Vestone” si aggiunse quasi in toto,  mantenendo inalterato il suo nome e il suo comandante, sino a fine guerra (n.d.a.).

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Processo n. 135  – Genova, anno 1946

Imputato BERNARDI Vittorio, nato a -, il -, Professione: -.

Imputazione: Sergente della divisione alpina “Monterosa” è accusato per avere organizzato e diretto il rastrellamento di Riva Trigoso dell’1/10/1944 che condusse all’arresto di 36 persone, di cui 12 deportate in Germania; tentato di colpire con raffiche di mitra 8 uomini lì residenti; compiuto saccheggi, incendi e devastazioni di abitazioni e privato della libertà personale diversi individui, infliggendo maltrattamenti a loro familiari; infliggendo torture nel caso di certo Obetello. I fatti imputati avvennero a Casarza Ligure (25/1/1945 e mese di febbraio dello stesso anno), Varese Ligure (30/12/1944), Massasco (gennaio 1945), Castiglione Chiavarese (24-25/1/1945).

Sentenza Corte d’Assise Straordinaria di Genova del 20/10/1946.

Dichiarato colpevole, escludendo l’applicazione dell’amnistia per il ricorso di fatti di saccheggio e sevizie particolarmente efferate, viene condannato alla pena di anni 15 di reclusione, ridotti di anni 5 in virtù del decreto di amnistia 22/6/1946 e confisca della metà dei beni.

Ricorso in Cassazione – Esito: Dichiara estinto il reato per amnistia.

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Processo n. 144 – Genova, anno 1946

Imputato: DELLA CROCE Angelo, nato a-, 1910 – Professione: –

Imputazione: Tenente della divisione alpina “Monterosa” è accusato di avere compiuto saccheggi, incendi, proceduto ad un rastrellamento a Casarza Ligure il 2/10/1944 e a Bosco di Maissana (16/10/1944); per avere arrestato numerosi partigiani, 5 dei quali furono fucilati.

Sentenza Corte d’Assise Straordinaria di Genova: 29/5/1947

Dichiarato colpevole e condannato ad anni 12 di reclusione e confisca della metà dei beni.

Ricorso in Cassazione. Esito: Annulla la sentenza per mancanza di motivazione in ordine alla determinazione della pena e rinvia la causa alla Corte d’Assise di Alessandria. Rigetta nel resto il ricorso.

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Processo n. 172 – Genova, anno 1946

Imputato PIERI  Ermanno, nato a Ravezzano (?) di Cesena – 1912 – Professione: –, Latitante.

Imputazione: Capitano della Divisione alpina “Monterosa” è accusato per avere partecipato a vari rastrellamenti nella zona del chiavarese e, segnatamente, per avere diretto personalmente il rastrellamento di Lorsica (11/2/1945) nel corso del quale furono compiuti saccheggi, devastazioni, incendi e catturati 10 patrioti, 6 dei quali vennero trucidati a Calvari il 2/3/1945, concorrendo in tale modo al loro omicidio; per avere inoltre partecipato al rastrellamento di Velva, Squazza, San Colombano Certenoli e Cichero.

Sentenza Corte d’Assise Straordinaria di Genova del 8/3/1947:

Dichiarato colpevole, con le attenuanti generiche, e condannato ad anni 24 di reclusione.

Ricorso in Cassazione. Esito: Dichiara inammissibile il ricorso.

13/4/1954 – Declaratoria di amnistia-indulto: La Cassazione di Genova dichiara ridotta ad anni due di reclusione la pena inflitta.

24/3/1956: La Cassazione di Genova, letta la dichiarazione di impugnazione verso la sentenza del 1953, proposta da Pieri in data 24/2/1956, dichiara la stessa inammissibile poiché la sentenza è passata in giudicato.

Nota: si segnala la presenza agli atti del seguente documento: estratto dal giornale “la Fiamma Repubblicana” del 18 marzo 1945: [Sintesi del documento]: Sentenza del Tribunale di guerra divisionale della Monterosa contro Simonetti, Motta, Talassano, Bertetta, Berisso, Cardillo*, Nassano, Piombelli, Persico, Semide condannati per la loro attività partigiana alla pena di morte mediante fucilazione alla schiena. Pieri Ermanno testimoniò contro 6 di essi, in quanto artefice del rastrellamento di Lorsica dell’11 febbraio 1945.

*)- Cardillo Domenico poi corretto in  Lacono Domenico attraverso la Sentenza n. 35/92 – RG n. 473 – del 7/12/1992 emessa dal Tribunale di Chiavari e anche registrata all’Anagrafe del comune di S. Colombano Certenoli (n.d.a.).

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Archivio di Stato di Genova, fondo questura.

Di seguito si riporta una serie di “annotazioni” riguardanti personaggi noti e meno noti del nostro territorio (compresi alcuni partigiani persino insigniti di importanti riconoscimenti al merito da parte dei nostri Alleati, appartenenti tutti a stati aderenti all’ONU) che sottolineano in maniera molto efficace che anche dopo la fine della guerra “civile” diverse persone erano tenute in stretta sorveglianza e su di essi venivano stilati rapporti molto dettagliati sui loro movimenti e sulle loro idee simpatie politiche.  
Nella breve rassegna presentata qui, compare anche un documento che data 8/11/1961. Il che ci dà conferma che tale prassi era ancora vigente ben oltre la fine della guerra del 1945. Infatti, nel 1958 io ero soldato di leva assegnato al 1° Reggimento artiglieria da montagna, e mi trovavo a Torino, nella Caserma Montegrappa. Il 25 maggio 1958 si tennero le elezioni politiche per il rinnovo delle due camere del Parlamento, e noi militari fummo quasi tutti mobilitati per svolgere servizio presso i vari seggi di Torino e suoi d’intorni. Personalmente fui destinato ad un presidio sull’abbaino della caserma che doveva essere munito di un’arma contraerea. Ed eravamo già stati su a preparare la posa del mezzo, anche se il mezzo non era stato ancora prelevato dal magazzino. Comunque noi stavano rimuovendo le tegole perché l’arma potesse sparare fuori dal tetto dell’abbaino. Senonché la mattina dell’antivigilia venni chiamato in fureria dove mi fu consegnato l’autorizzazione per una licenza di cinque giorni da trascorrere a casa. Figurarsi la mia contentezza. E subito dopo il rancio di mezzogiorno andai stazione a prendere il treno. 
Senonché un paio di giorni dopo il mio ritorno in caserma, all’adunata del mattino, mi s’avvicina il commilitone dell’Ufficio matricola che mi prende in giro scherzando sul fatto che scioperando, senza far nulla m’ero guadagnato gratis cinque giorni di licenza.
Era successo che dalla mia città m’avevano richiamato perché ero un soggetto “che scioperava e che partecipava alle turbolente sfilate di protesta”. Beh, così era allora la vita. C’è anche da dire che tra l’altro non ero stato ancora iscritto a nessun partito politico: cosa che poi ho fatto regolarmente una decina d’anni dopo. (evb)

ABIRASCID Alfredo di Abbud, 21/11/1913. Busta 1.
Direttore di agenzie di viaggio e turismo, assunto dalla SIGLA (Società Industriale Grafiche e affini) dell’armatore Ernesto Fassio, fortemente raccomandato dal dr. Capaldo Enzo, ex gerarca e segretario particolare del comm. Fassio. Diresse con altri due (triumvirato insediatosi dopo dimissioni cav. Peragallo Giovanni) la Fed. Msi di Genova (Sangermano Luigi e Rolandini Giuseppe), idee di estrema destra. Il triumvirato a settembre 1958 si dimise e ne subentrò un altro (Diena Emilio, Madeo Giovanni, Taccini Casimiro).
In una nota è descritto quale collaborazionista (questore di Genova a questore di Roma, 30/1/1959).
Il 22/9/1957 partecipò a Predappio a una manifestazione del disciolto p. fascista, poi assolto perché la Corte Costituzionale non ravvedeva pericoli nell’indossare una camicia nera, fare il saluto romano, cantare inni fascisti (pretore Forlì 20/12/1958). Ex fascista da vigilare, nel 1953 si trasferì a Genova, ma già prima abitava in Liguria (Rapallo), radiato nel 1956 dal Min. Interno.
Prima della guerra: fu commissario della federazione fascista dell’Aquila, nel giugno 1944 fuggì al Nord a seguito delle truppe naziste in ritirata. Arrestato a Como, tradotto nelle carceri dell’Aquila, fu dimesso il 7/5/1946, assolto dal reato di collaborazionismo per insufficienza di prove (nota del prefetto Stella dell’Aquila, 23/2/1948).

AIMINI Guido, 11/3/1905. Busta 3.
Residente a Lavagna, pescatore, meccanico. Nel dopoguerra conduceva vita ritirata e si teneva distante dalla politica. Costantemente vigilato dal 1947 al 1955, venne poi radiato nel 1956 (era stata disposta “normale vigilanza” con un rapporto ogni 12 mesi, Min Interno a pref Genova, 21/8/1947) . Il suo nome era indicato in una circolare del 1946 quale individuo da arrestare. L’8/11/1947 subì un attentato con una bomba fatta esplodere sul davanzale di casa sua (nota CCRR a questore Genova 20/11/1947, nella quale si descrive l’ordigno come una bomba di “basso potenziale” che ha provocato danni lievi). Un articolo de «Il Lavoro» titola Bomba sul davanzale dell’ex gerarca e gonfiava la notizia riferendo di una bomba ad alto potenziale che avrebbe provocato gravi danni («Il Lavoro», 9/11/1947).
Dopo l’8 settembre 1943 entrò a far parte delle Brigate Nere, coinvolto nel saccheggio di un negozio di Lavagna, nel pestaggio di un vecchio antifascista e di altri atti di terrorismo a danno di persone pressoché inermi e di violenza sulle cose. Fu prosciolto da ogni accusa il 6/3/1947 per amnistia. La Corte d’Assise straordinaria lo aveva processato insieme ai fratelli Quintino, Guido e Agostino, oltre a Bellagamba Umberto, Pinasco Michele, Sanguineti Eugenio per aver saccheggiato il negozio dei fratelli Betti, per aver fatto pressioni all’autorità fascista affinché li consegnassero alle SS, per aver minacciato di morte, fatto internare, fatto arrestare e deportare. Con la sentenza del 6/3/1947 il tribunale di Genova dichiara di non doversi procedere per estinzione del reato in applicazione del decreto di amnistia, revocando quindi il mandato di cattura.
Interessante l’esposto dei fratelli Betti a fine guerra, dal quale si evince che i suddetti il giorno dopo l’arresto di Mussolini avevano esposto le bandiere per festeggiare. Dopo l’8/9 avevano fornito munizioni ai primi gruppi partigiani. Sarebbero stati questi i motivi per i quali il fascio di Lavagna fondato dai fratelli Aimini organizzò una spedizione punitiva nella notte del 6/11. Il gruppo di BN era giunto nei pressi del negozio insieme all’autorità annonaria, ma poi i militi diressero l’azione obbligando l’autorità ad allontanarsi. Asportarono beni mobili e condussero i fratelli Betti nella sede del fascio di Chiavari, al cospetto del tristemente famoso Vito Spiotta. Qui furono interrogati, percossi e torturati, segregati per 5 mesi. “In tutto questo procedimento irregolare non mancò il ricatto”, il fascista Giacomo Olivari si presentò ai parenti proponendo il suo aiuto per occultare armi e munizioni. Ottenuta la fiducia della moglie di Gino Betti, ritirò le armi dall’appartamento nel quale erano nascoste e invece di occultarle se le spartì con gli Aimini e gli altri militi della BN. Inoltre i fratelli Aimini fecero pressioni sul segretario del fascio di Lavagna Eugenio Sanguineti perché consegnasse i fratelli Betti alle SS.
Aimini Guido fu arrestato a Bassano sul Grappa, lo comunicava il CLN di Lavagna al questore il 17/6/1945 e lo indicava quale appartenente al PFR e autore di violenze.   

ALABASTRO Giobatta, di Ignazio, 3/8/1882. Busta 3.
Farmacista, residente a Genova dal 1927. Appena diciottenne fu segnalato dalla squadra politica come accusato del reato di gioco d’azzardo, ma senza prove venne assolto (appunto squadra politica 12/8/1910). Nel 1917 risultava esonerato dal servizio militare in quanto unico farmacista in località Traso, ma venne poi richiamato alle armi il 4/2/1918 e destinato all’Ospedale militare G.Verdi di Rapallo con il grado di sergente. Fu arrestato il 27/2/1919 perché autore del furto di un cavallo con calesse (appunto squadra politica 4/3/1919). Dopo la morte della moglie tornò a giocare d’azzardo, oltre a frequentare prostitute (appunto squadra pol s.d.). Le sue idee erano considerate dall’autorità sovversive: descritto come anarchico nel 1918, come socialista massimalista nel 1920, come anarchico nel 1927-28, come “scartato” dal Psi perché di cattivi precedenti morali. Cambiò spesso residenza, nel 1934 viveva con la figlia Liliana in una villa a Bolzaneto. Dimostrava indifferenza verso le manifestazioni del regime fascista, non era iscritto al sindacato e non iscrisse la figlia alle organizzazioni fasciste giovanili. Non era considerato pericoloso, ma le autorità lo indicavano come incapace di “ravvedersi”, quindi il suo nominativo da non cancellarsi dal casellario politico. Nel 1936 fu arrestato e condannato a 10 giorni di carcere per detenzione abusiva di armi. Dopo l’arresto andò ad abitare in via Smirne con la figliastra, lavorando nello studio dell’avv. Poggi come consulente legale e “non dà luogo a rilievi speciali” per la polizia politica, la quale comunque lo sorvegliava continuamente. Nel 1938 in occasione della visita a Genova del capo dello stato fascista non è arrestato preventivamente. Nel 1940, sempre sorvegliato, tutte le sere si recava a Serravalle dove aveva condotto la figlia tubercolotica. Contemporaneamente aprì un laboratorio di surrogati del sapone in v. Pareto. Il biglietto anonimo inviato alla questura di Genova e datato 4 aprile 1941 lo indicava quale fonte di informazioni politiche internazionali e di commenti antifascisti, quindi indicato dai consueti verbali di sorveglianza come “vociferatore” e “disfattista”.
Biglietto postale anonimo, f.to “Un fascista”, timbrato 4/4/1941:
“Volete sapere i bollettini internazionali e avere i commenti antifascisti del giorno? Cercate avvicinare Giovanni Alabastro sotto i portici piazza De Ferrari”.

ALESSANDRINI Arturo di Saverio, 5/8/1898. Busta 4.
Gli unici documenti presenti nel fascicolo che si riferiscono al periodo fascista sono una richiesta di informazioni sul suo conto da parte del Ministero della Marina alla prefettura di Genova e la risposta: buona condotta morale, iscritto al fascio di Molfetta dal 28 ottobre del 1922, cioè dalla marcia su Roma, di razza ariana e di fede cattolica. Nulla ostava, allora, alla sua ammissione al concorso per ufficiale di complemento istituito dalla Regia Marina (Ministero Marina a prefetto Genova, 29/5/1940; Legione territoriale CCRR di Lido di Albaro a questura di Genova, 11/6/1940). Anzi, probabilmente la data della sua iscrizione garantì in qualche modo la serietà fascista dell’Alessandrini. Dopo questo scambio istituzionale di informazioni, l’autorità fascista mai si occupò di lui. Se ne occupò invece il CLN e la polizia partigiana all’indomani della Liberazione. Su di lui gravavano almeno due denunce di privati cittadini, uno dei quali, tal Maietta, aveva combattuto durante la Resistenza nel novarese. Oltre all’opinione pubblica del paese, che lo indicava come “un prepotente che ha commesso atti di violenza del tutto arbitrari nei confronti della popolazione” protetto in ciò dall’autorità del podestà di Bogliasco Carlo Calvi (Corpo Volontari della Libertà, polizia partigiana SIP comando, verbale di arresto 13/5/1945). Negli interrogatori che inevitabilmente seguirono al suo arresto l’Alessandrini scaricava le responsabilità sul podestà e con atteggiamento del tutto privo di quella prepotenza che lo aveva fatto conoscere alla popolazione di Bogliasco dichiarava di essersi preoccupato per le dichiarazioni sul Maietta fatte al podestà senza intenzione, ma che avevano procurato una condanna a 6 anni di carcere al malcapitato. Dichiarava inoltre di aver aderito al partito fascista nel 1932 senza mai aver ricoperto ruoli all’interno dell’organizzazione. L’aver posticipato di dieci anni la sua adesione al fascismo contribuiva a delineare un ritratto dell’Alessandrini come di un fascista senza particolare convinzione, iscritto al partito più per convenienza che per vocazione alla violenza (Verbali di interrogatorio di Alessandrini Arturo, 14/8/1945, 28/8/1945; questore Genova a Corte Assise Straordinaria, 5/9/1945). Fu rilasciato per amnistia l’8/1/1946 (Direzione carceri a questore, ufficio politico 8/1/1946).     

BACIGALUPO Luigi Agostino, fu Gerolamo, 10/10/1899. Busta 6.
Non c’è nel suo fascicolo la nota biografica con la quale molti sovversivi erano schedati. Il primo documento che lo riguarda è una lettera al fratello scritta dalla Francia, dov’era andato a lavorare, nel 1926. La polizia politica aveva sottolineato con la matita blu le frasi giudicate più sospette, come la dichiarazione di non interessarsi più di politica, di essersi liberato “dal più infame e dal peggiore dei vizi e pericoli” e l’accenno ai fatti esteri che il Bacigalupo avrebbe raccontato al fratello una volta reimpatriato (lettera di Louis Bacigalupo, 20/6/1926). Nel 1928 le autorità sospettarono potesse essere implicato nell’attentato di Milano del 12 aprile al quale scampò il re Vittorio Emanuele III (prefetto di Genova a questore di Genova, 2/5/1928). Quel sospetto scaturì dalla testimonianza del cittadino ungherese Giuseppe Schneider alla delegazione d’Italia con sede a Budapest. Lo Schneider aveva scritto una lettera e poi era comparso davanti alle autorità di lì il 25 aprile per essere interrogato. Aveva riferito che il Bacigalupo nella prigione di Belgrado, dove fu detenuto insieme a lui nel maggio dell’anno precedente, si sarebbe vantato di essere un esperto di ordigni, intento a realizzare una bomba per un attentato e in contatto con i comunisti di Basilea (Delegazione d’Italia a Budapest, 26/4/1928). Una testimonianza alla quale le autorità fasciste diedero subito credito, intente com’erano a ricercare i colpevoli tra gli antifascisti, come aveva ordinato Mussolini all’indomani dell’attentato. La Legione territoriale dei carabinieri di Genova lo indicava quale “provetto e intelligente artista in elettromeccanica”, la risposta al quesito del questore di Milano – se fosse o meno capace di costruire bombe a orologeria – era dunque positiva. Interrogato in merito dal console di Bruxelles, Camillo Giuriati, il Bacigalupo smentiva le dichiarazioni dell’ungherese, non aveva mai lavorato in silurifici, mai iscritto a partiti politici sentendosi piuttosto un indipendente, antireligioso e antipolitico. In ogni caso il console dichiarava di aver avuto la netta impressione che il Bacigalupo non fosse un elemento pericoloso, ma “semplicemente un tipo di squilibrato, imbevuto di teorie sociali”, uno con “l’anima dello zingaro, abituato a peregrinare da un paese all’altro” (Consolato di Bruxelles a Ministro dell’Interno, Ministero degli Esteri, Ambasciata italiana a Bruxelles, prefetti di Genova e di Milano). In un certo senso il soggetto perfetto per essere incriminato di strage quale autore dell’attentato di Milano, senza legami con i fuoriusciti antifascisti, i quali avrebbero potuto diffondere la notizia ed enfatizzare l’arresto di un estraneo alla vicenda come ennesimo rimarco del regime di polizia instauratosi in Italia. Inoltre il suo ritratto soddisfaceva lo stereotipo dell’attentatore: di idee anarchiche, isolato quindi presumibilmente individualista come lo era stato Gaetano Bresci che aveva attentato alla vita del re Umberto I e lo aveva assassinato con tre colpi di pistola nel 1900. Le autorità fasciste, il ministero dell’Interno, nonché il prefetto di Genova per competenza territoriale, continuarono per tutti gli anni Trenta a monitorare, grazie alle informazioni che provenivano dai consolati all’estero, gli spostamenti del Bacigalupo, permettendo comunque il rilascio del passaporto quando ne faceva richiesta. Lo scoppio della guerra e l’occupazione nazista del Belgio costrinsero il Bacigalupo al rientro in Italia, fu così arrestato il 7/6/1940 e tradotto nel carcere di Marassi a Genova, a disposizione delle autorità. Durante l’interrogatorio della polizia politica del successivo 24 giugno il Bacigalupo ripercorse con precisione il suo particolarissimo itinerario di emigrato, di “zingaro” per usare le parole del console Giuriati, alla costante e testarda ricerca di un posto dove lavorare sodo e condurre vita isolata. Congedato dal servizio militare nel febbraio 1921, si trasferì a Como a lavorare in un’officina meccanica, l’anno seguente decise di espatriare in Germania. La crisi economica del primo dopoguerra aveva colpito duramente il paese, dove la disoccupazione era una delle gravi conseguenze delle spese di guerra imposte dalle potenze vincitrici alla repubblica di Weimar. Il Bacigalupo non poté rimanere a lungo senza lavoro e dovette raggiungere la Francia. A Parigi dapprima lavorò come meccanico in un circo equestre, poi sempre come meccanico in una fabbrica di auto per 4 mesi. Nel 1924 si trasferì nel comune di Muochard, vicino al confine con la Svizzera, dove lavorò ancora come meccanico di auto in una piccola officina. Qui fu accusato di aver sabotato un macchinario e anche se l’incidente era stato puramente casuale, incarcerato per 3 mesi ed espulso dalla nazione. A gennaio del 1925 si trasferì a Bruxelles, ma non trovò miglior impiego dell’asciuga-posate in un ristorante. L’anno seguente tornò in Francia come clandestino, a suo dire era la nazione dove uno come lui riusciva a trovare più facilmente lavoro ed a vivere discretamente del suo stipendio. Per 5 o 6 mesi continuò a lavorare in Alsazia, poi si trasferì a Marsiglia dove venne arrestato ed espulso perché su di lui gravava ancora il foglio di via del 1924. Trasferitosi in Svizzera, a Basilea trovò lavoro come manovale edile probabilmente per l’interessamento di qualche comunista. Ma rifiutò di iscriversi al sindacato antifascista di lì e per questo perse il lavoro. Nel 1927 attraversò l’Austria senza fermarsi in nessuna città, passò in Iugoslavia e fu arrestato dalle autorità di Beskerek perché in possesso di un passaporto scaduto. Fu tradotto in prigione a Belgrado, ma negava di aver conosciuto un ungherese e di essersi con lui intrattenuto in discorsi di qualunque tipo, non conosceva ancora bene il francese e di certo non parlava ungherese. Rilasciato riparò di nuovo in Belgio, nel 1928 si trasferì in Tunisia per lavorare in un cantiere navale di riparazioni. Nel 1929 passò in Algeria come operaio in un’autorimessa, poi in Marocco in un’altra officina di riparazioni. Sempre nel 1929 tornò a Bruxelles ancora trovando impiego come operaio meccanico e contemporaneamente arrotondando lo stipendio come fotografo ambulante (interrogatorio del 24/6/1940, polizia politica di Genova). Nonostante il ministero dell’Interno continuasse a far riferimento alle confidenze dello Schneider circa la sua partecipazione all’attentato di Milano, il podestà del comune di Sestri levante per interessamento del fratello del Bacigalupo asseriva si trattasse la sua di una famiglia in condizioni economiche disagiate, ma onesta e laboriosa, la quale in paese godeva della generale estimazione. Non aveva mai manifestato sentimenti contrari alle istituzioni e al regime fascista (podestà a questore di Genova, 23/7/1940). S’interessò al suo caso anche don Angelo Zolezzi, prete di una frazione di Sestri levante, per interessamento della sorella del Bacigalupo che ne era la governante. La famiglia era cattolica e mai aveva avuto problemi con le autorità, meno che mai di carattere politico (Lettera di don Angelo Zolezzi al questore di Genova, 15/7/1940). Il maresciallo Vercesi, a capo della squadra politica di Genova probabilmente fu l’estensore della nota che riguardava il Bacigalupo e il suo parere influenzò la decisione d’internarlo in un campo di concentramento. Scriveva che il soggetto in questione non avesse mai offerto motivi di rimarco per speciale attività politica, però risultava prima del suo espatrio frequentasse elementi anarchici, comunisti e socialisti. Riteneva il Bacigalupo fosse “elemento anarchico idealista per cui come tutti gli anarchici idealisti in questi ultimi tempi si sono piuttosto appartati dalla vita politica” (squadra politica a questore di Genova, 8/8/1940, f.to V.). Insomma, il ragionamento del Vercesi inchiodava in ogni caso il Bacigalupo, lo riteneva senza possibilità di riscatto un elemento sospetto, proprio perché non si occupava di politica. Probabilmente da giovane aveva frequentato gli anarchici, ma senza essere stato mai un attivista. Un altro aspetto della sua vita che insospettiva le autorità ed era rimarcato dal Vercesi era la vita “quasi avventurosa” all’estero, dove Bacigalupo aveva avuto contatti con elementi sospetti. Siccome al momento dell’arresto la situazione dell’Italia era quella di un paese in guerra, il maresciallo propendeva per l’internamento in un campo di concentramento. Di identico parere era il prefetto di Genova quando inoltrò l’istanza dell’internato Bacigalupo, il quale scriveva al ministro dell’Interno da Manfredonia dove era stato trasferito: chiedeva di essere assegnato a un comune, piuttosto che in un campo di concentramento, perché avesse modo di lavorare come operaio tornitore e potesse quindi migliorare la sua condizione (lettera di Luigi Bacigalupo allegata a prefetto di Genova a ministro dell’Interno, 13/8/1940). Le autorità che s’interessarono al suo caso era concordi a ritenerlo per niente pericoloso, “incapace dell’attività sovversiva e terroristica di cui è stato indiziato in base alle note dichiarazioni dell’ungherese Giuseppe Schneider” (prefetto di Genova a ministero dell’Interno, 13/8/1940). Il Ministero rigettò la richiesta e lo trattenne prima nel campo di concentramento di Manfredonia, poi in quello di Istonio Marina (Ministero dell’Interno a prefetto di Genova, 3/2/1941). Sono due le lettere di Bacigalupo dirette al ministero dell’Interno, una scritta appena giunto a Manfredonia, nell’autunno del 1940, l’altra dell’agosto 1941. In entrambe ribadiva come non avesse dato nessuna attività politica, ma che anzi vedesse “con intima simpatia l’attuale regime fascista” (Direttore campo di concentramento presso comune di Manfredonia a questori di Foggia, di Genova, 11/11/1940 e lettera di Luigi Bacigalupo Istonio Marina, 22/8/1941). La revoca della misura d’internamento ci fu nell’autunno del 1941, a fine settembre si presentò alla questura di Genova e dichiarò che avrebbe fatto ritorno a Sestri levante dove fu disposta vigilanza, come di consueto (questore di Genova a CCRR Chiavari, 27/9/1941, prefetto di Genova a ministero dell’Interno 7/10/1941, CCRR Chiavari a questore di Genova, 6/10/1941).

BADINO Pierino fu Michele, 27/8/1903. Busta 6.
La proposta di iscrizione al Casellario politico centrale del 10/3/1955 indicava Badino “comunista di vecchia data”, ma le motivazioni per le disposizioni di “attenta riservata vigilanza” riguardavano la sua attività politica degli anni Cinquanta. Era ritenuto elemento pericoloso per l’ordinamento democratico dello Stato in quanto “uomo di fiducia” del partito comunista, segretario della CI dei Cantieri del Tirreno presso i quali lavorava, sindaco comunista di Roccagrimalda (Al)  dal carattere violento (Proposta di iscrizione al Cpc del questore di Genova, 10/3/1955). Inoltre in una nota del maresciallo di Ps Bucolo (s.d. ma dopo il 1951) era sospettato di essere “il capo dell’organizzazione paramilitare dei Cantieri del Tirreno”. Nel passato fu denunciato al Tribunale speciale dalle autorità fasciste per aver riorganizzato insieme a Luigi Grassi una associazione comunista. Condannato a 12 anni con sentenza del 18/1/1938, graziato nell’agosto del 1943 per interessamento dell’avvocato Alfredo Tucci e liberato dalla casa di reclusione di Castelfranco Emilia, dove peraltro aveva frequentato il corso del partito (questore di Genova a Ministro dell’Interno, 20/2/1968, nota f.ta maresciallo Vincenzo Bucolo, s.d., richiesta di scarcerazione f.ta avv. Tucci, 18/8/1943). Nel 1944 la squadra politica ne aveva perso le tracce, lo credevano a Roccagrimalda in provincia di Alessandria. Probabilmente invece entrò a far parte della divisione Mingo, operante nella provincia di Alessandria (Biografia del militante Pci, Fondo deceduti presso sede Ds Genova).    

BAGNASCO Luigi di Francesco, 13/6/1898. Busta 6.
Il cenno biografico di Bagnasco compilato il 21/12/1928 lo indicava quale comunista di Lavagna. Renitente di leva nel 1917, gli venne revocata la condanna e dichiarato abile, arruolato in terza categoria. Era descritto come un personaggio dal carattere violento, capace di reati contro la proprietà. Scapolo, dedito all’ozio e al vagabondaggio, frequentava bettole e prostitute, lavorava poco e viveva di espedienti. Alla voce “espressione fisionomica” il funzionario aveva scritto: “sprezzante”. Era iscritto al partito comunista, anche se non s’impegnò mai nell’attività politica. Frequentava altri comunisti e continuò a frequentarli anche quando non si occupò più di politica. A causa di queste note negative nel 1929 fu obbligato a munirsi di carta d’identità in quanto soggetto pericoloso e nel 1930 incluso nella lista di pericolosi da arrestare. Fu costantemente sorvegliato nei 10 anni successivi, non diede mai adito a note particolari, ma soltanto al consueto rimarco del funzionario: “conserva idee comuniste, non offre motivo a rilievi in linea politica”. Fu fermato in occasione della visita del capo dello stato fascista a Genova, nel maggio del 1938, e trattenuto per più di dieci giorni in carcere per misure preventive. Poi nuovamente sorvegliato con verbale periodico dal tono monotono e ripetitivo: “si conferma cenno precedente”. Nel giugno 1940 l’Italia fascista con roboante propaganda e poche armate militari invase la Francia già sconfitta dai nazisti. E mentre i carri armati di Hitler sfilavano tra l’Arc de Triomphe e la Tour Eifell, l’esercito italiano riusciva a stento a raggiungere Menton. A luglio scattava però lo stato d’emergenza dettato dalla guerra. Tra le misure dello stato di emergenza vi fu l’arresto dei soggetti considerati pericolosi. Pur non avendo mai commesso alcun illecito, mai esser stato fermato con documenti compromettenti, stampa comunista o armi ed esplosivi, mai esser stato nemmeno sospettato di aver contatti con i fuoriusciti o con il Centro estero comunista, Luigi Bagnasco, ormai quarantenne, sposato e padre di tre figli, fu fermato e condotto senza possibilità di appello ad Avellino, a disposizione della locale questura per essere internato a Vallata, piccolo comune dell’Irpinia a 870 m.s.l.m. Immediatamente Bagnasco scrisse al Ministero dell’Interno, una lettera dal tono per niente supplicante. Chiedeva semplicemente il suo rilascio, di esser restituito alla famiglia in quanto unico sostentamento della moglie e dei tre figli piccoli. Per tutta risposta il prefetto di Genova Umberto Albini informò il Ministero nonostante da anni il Bagnasco non desse alcun motivo a rilievi da parte delle autorità era da ritenersi un “convinto e pericoloso comunista” e per questo il parere sul suo rilascio era indubbiamente negativo. Ancora l’anno successivo il Bagnasco inoltrò al Ministero la richiesta di revoca dell’internamento formulata nell’identico modo. E ottenne un parere positivo, nel 1941 ritornò a Lavagna dopo un anno di internamento.

BALDUINI Maria Isabella di Ettore, 18/5/1905. Busta 7.
Il 7/9/1931 fu arrestata e denunciata al Tribunale speciale per correità in attentati terroristici con Bovone Domenico. L’attività terroristica antifascista del Bovone, imprenditore genovese legato a Giustizia e Libertà, era stata scoperta in seguito alla deflagrazione di un ordigno nel suo appartamento. La bomba casalinga da lui stesso confezionata gli aveva amputato un braccio e causato la morte della madre, presente nell’appartamento. Condannato a morte, la sentenza venne eseguita nel giugno del 1932. La Balduini conviveva con Enza Carlo, un elemento della banda di attentatori, fu così che finì arrestata insieme al suo convivente. La corrispondenza del prefetto con il ministero traccia il ritratto della giovane prima del 1931: “non aveva offerto motivo a rilievi in linea politica”. Descritta come una donna “dai facili costumi” per via della convivenza con un uomo nella camera affittata presso una pensione di Genova, probabilmente era a conoscenza dei piani del Bovone, ma non era ritenuta pericolosa (min. interno a prefetto, 28/1/1932 e prefetto di Genova a ministero interno 6/2/1932). Quando fu rilasciata ritornò a Genova e andò ad abitare in corso Magenta presso gli zii. La nota biografica compilata dal commissario di Ps a tre anni di distanza dai fatti rimarca la condotta regolare perseguita dalla Balduini: nessuna frequentazione, nessuna amicizia, solo il lavoro di casalinga. Il rapporto rileva però indifferenza della giovane verso le istituzioni, la cui mancata iscrizione a sindacati e organizzazioni fasciste sarebbe stata indicativa. Per niente pericolosa, il suo nome non era stato cancellato dall’elenco dei sovversivi perché per le autorità non esistevano segni di ravvedimento (nota biografica 23/11/1934, comm. Ps. Circonvallazione a Questura di Genova). Non diede più luogo a rimarchi in linea politica, condusse vita regolare da casalinga presso la famiglia Marini e sposò lo zio nel frattempo divenuto vedovo cinque anni più tardi, nel 1938.

BANCHI Gian Carlo di Cesare, 3/3/1926. Busta 8.
Operaio, membro del comitato direttivo della sezione del P.C.I. “Federico Avio” di Sampierdarena, secondo un appunto della squadra politica del 1955. Ai Cantieri navali Ansaldo non svolgeva attività politica o sindacale ed era considerato dai suoi superiori un buon elemento (Commissariato Ps Sestri Ponente a questore e al Commisariato Ps di Sampierdarena, 8/2/1955). Non era ritenuto un elemento pericoloso, tuttavia rimase costantemente sorvegliato per tutti gli anni Cinquanta perché iscritto al P.C.I., come venne tenuto sotto controllo l’organizzazione comunista quartiere per quartiere (appunto polizia politica 1957, in fondo al documento si legge: “Vedi fascicolo del p.c.i. Sampierdarena). Venne proposta l’iscrizione del suo nominativo al Casellario Politico centrale perché si distingueva durante le manifestazioni politiche e sindacali ed era considerato “uno degli attivisti del P.C.I. più palesemente rivoluzionari, assolutamente contrario a qualsiasi forma di democrazia” (Commissariato Ps a questore di Genova, 20/1/1953). La polizia lo indicava come uno dei gregari più convinti del partito, un elemento violento e dunque pericoloso, frequentatore “di persone e di ambienti socialcomunisti” (Commissariato ps Sampierdarena a questore di Genova, 23/10/1951). L’unica volta che venne fermato fu nell’autunno del 1951 perché vendeva il quotidiano comunista «L’Unità» senza regolare autorizzazione e in “spregio” dell’ordinanza prefettizia che vietava lo strillonaggio delle notizie (Commissariato Ps di Genova-Sampierdarena a questore di Genova, 23/10/1951 e Questore Genova a pretura di Sampierdarena, all’Intendenza di Finanza e alla Questura, divisione II).

BANDINI Enrico di Mario, 16/3/1913. Busta 8.
Non dava luogo a rilievi nel dopoguerra, ma era considerato ancora nel 1960 fautore di una “assidua e faziosa attività politco-sindacale” per il P.C.I. (Commissariato Ps Genova-Rivarolo a questore di Genova, 18/8/1960). Impiegato all’Ansaldo Meccanico di Sampierdarena, s’iscrisse al partito comunista nel 1952, versando la quota alla sezione Jori di Rivarolo dove abitava. La polizia del quartiere genovese lo sorvegliava perché ritenuto “capo del movimento estremista” dell’Ansaldo Meccanico e “capo della cellula segreta”, oltre a comandare “le squadre d’azione” (Questore di Genova a Ministro dell’Interno, proposta d’iscrizione al CPC, 7/7/1952, dove l’ultima affermazione è cancellata con un tratto di penna). Fu proprio la polizia di Rivarolo che si oppose alla radiazione del suo nominativo dal Casellario politico centrale proposta dal questore nel 1955 e nel 1956 (Commissariato Ps Rivarolo a questore di Genova, 7/8/1955 e Commissariato Ps Rivarolo a questore 7/1956).

BARBA Giuseppe di Guglielmo, 5/2/1913. Busta 8.
La scheda informativa è stata compilata dall’Ufficio politico di Genova appena finita la guerra, nel luglio del 1945. Vi si trova allegato un verbale d’interrogatorio nel quale il Barba spiegava perché così di sovente nell’autunno del 1944 era stato visto entrare nella Casa dello Studente, sede del comando dei nazisti. Lo accusava di collaborazionismo il questore che nel 1946 scrisse all’avv. Boselli della Corte d’Assise Straordinaria. Dal controllo del carteggio del comando nazista installatosi alla Casa dello studente erano stati rilevati i moduli di ingresso, da compilare obbligatoriamente da parte di chi entrava per conferire coi nazisti. Il questore dell’Italia democratica e repubblicana, con solerzia e diligente impegno spesi in favore del nuovo governo, sottolineava la particolarità delle schede d’ingresso che riguardavano il Barba. Non era indicato il suo recapito, secondo il questore ciò dimostrava una certa familiarità con il comando SS: lo conoscevano bene, non c’era motivo di specificare ogni volta le sue generalità. In due moduli, inoltre, al posto dell’indirizzo erano indicate le lettere V.M., abbreviazione della parola tedesca “Vertrauerman”, “con la quale venivano qualificati gli agenti ed informatori” (questore di Genova a PM avv. Boselli, Corte d’Assise straordinaria di Genova, 28/5/1946). Il termine significa letteralmente “uomo di fiducia”. Era stato Ludovico Scotto –condannato a morte per aver fatto parte della polizia politica e attivamente collaborato con il comando SS della Casa dello studente- a denunciare lui e Luigi Falugiani come collaboratori dei nazisti (questore di Genova a PM avv. Boselli, Corte d’Assise straordinaria di Genova, 9/5/1946). Il Barba era stato arrestato il 28 aprile 1945, all’indomani della Liberazione della città, dal comando SIP della Brigata Berto, la polizia partigiana (Comando SIP Brigata Berto, div. Cichero, 2/5/1945 con allegata dichiarazione f.ta Giuseppe Barba). Nell’interrogatorio il Barba si difendeva –come nella dichiarazione redatta a matita per i partigiani della Berto- smentendo le accuse e asserendo invece di aver aiutato diversi patrioti prigionieri. Per sua richiesta nell’ottobre del 1943 era stato assunto da una ditta edile impegnata a realizzare fortificazioni per i nazisti. In seguito era entrato nella marina mercantile della repubblica di Salò e per non essere inviato in Germania nell’autunno del 1944 era entrato a lavorare come cuoco alla Casa dello studente. Non si iscrisse mai al partito fascista della repubblica di Salò. In seguito –probabilmente per merito, per essere appunto un VM, un uomo degno della fiducia delle SS- fu assegnato al ruolo di piantone, addetto alla sicurezza degli uffici dei nazisti. Il servizio di piantone si svolgeva, tra gli altri, nell’ufficio informazioni, la camera 116. Il Barba indicava con una certa precisione elementi del battaglione preposto all’ordine pubblico quali responsabili dei rastrellamenti in città, come pure i nomi della squadra dei torturatori e delle guardie “assidue nel ricattare” i parenti delle vittime. Allontanava da sé il sospetto di collaborazionismo indicando i nomi di quelli a suo parere più coinvolti con i nazisti, quelli che –a differenza di lui- si erano confusi con i nazisti per crudeltà. Lui invece si dichiarava di sentimenti antifascisti, quindi avrebbe svolto il suo incarico di piantone per paura di essere deportato, oppure per raggiungere uno stato di privilegio. Dal febbraio del 1945 aveva smesso di lavorare alla Casa dello studente ed era stato assunto dalla ditta di trasporti di un tal Sartori. Anche quest’ultimo, a detta del Barba, era implicato con il regime nazi-fascista perché, oltre ad aver la tessera dei repubblichini, era in contatto con Benedetto Franchi appartenente alle brigate nere e collaboratore dei nazisti nelle operazioni militari, poi condannato a morte e giustiziato nel gennaio del 1946 (Scheda informativa questura di Genova, ufficio politico con allegato verbale di interrogatorio, 25/7/1945). Il Barba è l’esempio di come sotto l’occupazione nazista, quando cioè l’oppressione era al massimo grado, si potesse sopravvivere diventando disponibili a lavorare per gli e affianco agli oppressori. Questo non implicava necessariamente l’accusa di collaborazionismo, si difendeva il Barba. E portava a sua discolpa esempi. La Corte d’Assise lo prosciolse grazie all’amnistia (Direttore carceri giudiziarie a questore di Genova, 17/11/1945).                    

BARDELLA Angelo di Aldo, 22/1/1909. Busta 9.
All’indomani della Liberazione un curioso biglietto firmato da un privato cittadino informava il Comando SIP della Brigata Severino della appartenenza del Bardella alle brigate nere o alle SS naziste (Al Comando della Brigata di polizia Severino, f.to Alfonso Secco, 5/7/1945). Da indagini della polizia –ordinate a partire dalla segnalazione del SIP della Severino- si appurò che il Bardella era stato fascista e appartenne alle brigate nere, ma non fu coinvolto in atti di violenza. Interrogato nel novembre del 1946 dall’ufficio politico della questura, il Bardella ricostruì le dinamiche del suo arresto. Era stato fermato non appena varcata la soglia di un palazzo di via Gramsci, sede del partito del Lavoro, una organizzazione politica di orientamento monarchico. A suo dire era andato lì perché qualcuno gli aveva promesso un lavoro, ma il suo stato di disoccupazione pareva destinato a protrarsi (ufficio politico della questura, verbale di interrogatorio.   

BARIGHINI Roberto di Luigi, 21/6/1924. Busta 9.
Il 14 luglio, alla notizia dell’attentato al segretario del P.C.I. Palmiro Togliatti, il Barighini partecipò agli sbarramenti delle strade messi in atto dai militanti comunisti in ogni quartiere. Per questo motivo le autorità eseguirono l’ordine di cattura e lo arrestarono poco più di 15 giorni dopo (questore di Genova a procura della Repubblica, 8/8/1948). Fu condannato a 10 mesi di reclusione dalla Corte di Appello, in una seduta particolarmente partecipata da ex-partigiani e simpatizzanti comunisti (Prefetto di Genova a Ministero dell’Interno, 14/1/1949). Il suo nome venne iscritto al Casellario politico centrale nel 1951 su indicazione del prefetto di Genova che lo considerava un elemento pericoloso, uno dei tanti iscritti al P.C.I. per il quale predisporre “normale vigilanza”. Nel passato, cioè durante l’occupazione nazifascista, non si era mai interessato di politica; reclutato nella X Flottiglia Mas aveva disertato per entrare nelle file partigiane, (Prefetto di Genova a Ministero dell’Interno, 10/9/1951, oggetto: proposta di iscrizione al Casellario politico centrale). Fu poi radiato dal Cpc nel 1961 (Ministero dell’Interno a questore di Genova, 8/11/1961).

BARILE Nicolò fu Antonio, 12/10/1908. Busta 9.
Denunciato al Tribunale speciale fascista nell’autunno 1927, durante l’attività febbrile della polizia genovese agli ordini del questore Pietro Bruno, era sconosciuto alle autorità prima di quella data. Fu prosciolto in fase di istruttoria per insufficienza di prove, ma sottoposto a costante vigilanza per anni (prefetto di Genova a Ministero dell’Interno, 22/2/1928; questore di Genova a podestà, 23/10/1928; questore di Genova a 36ma Legione MVSN e a prefetto di Genova). Quando fu arrestato nell’autunno del 1927 e interrogato, rivelò di aver conosciuto e frequentato saltuariamente i comunisti di Quezzi. Era stato invitato a partecipare a un’assemblea da Gb Sivero (1910), detto Bacci, nell’estate del 1925. Le riunioni si tenevano in un prato vicino alla chiesa di Quezzi, lì non più di 5 o 6 giovani ascoltavano Carlo Picollo (1906) illustrare la storia del comunismo tre volte a settimana. Alla fine dell’assemblea – o per meglio dire, del breve corso di partito- il Picollo e il Bacci consegnavano ai presenti manifestini di propaganda comunista, ma Barile rifiutò sempre di prenderli con la scusa che non era molto bravo a leggere. Così come rifiutò un opuscolo che il Bacci provò a vendergli. Della sua adesione al gruppo di Quezzi venne a sapere il fratello maggiore, il quale lo ‘convinse’ con le bastonate a lasciar perdere i comunisti e a iscriversi al partito fascista. Da quando passò al partito fascista il Barile smise di frequentare i comunisti riuniti vicino alla chiesa di Quezzi, continuando a vedere il solo Bacci col quale aveva mantenuto un rapporto di amicizia (Verbale di interrogatorio di Barile Nicolò, 3/11/1927). A dispetto della franchezza con la quale il Barile rispose alle domande poste dalla polizia politica, fu schedato come sospetto (questore di Genova a podestà, 23/10/1928). Ancora nel 1934 -nonostante non avesse mai dato adito a rilievi in linea politica, per usare la fraseologia delle autorità- era considerato “sospettabile” e “non ravveduto” (Regia questura di Genova a Commissariato Ps Marassi, 24/11/1934). L’appunto del Cav. Vercesi, capo della polizia politica della questura di Genova, esprimeva nel 1940 parere contrario alla sua radiazione dal Casellario politico centrale e motivava tale parere con un giudizio di tipo psicologico. Il Barile –a suo parere- sarebbe stato di buona condotta morale, per niente pericoloso, ma di carattere debole. Iscritto al sindacato fascista degli scatolai, prendeva “volenterosa parte” alle manifestazioni di regime, ma “Per quanto il Barile tenda effettivamente a ravvedersi tuttavia, stante il suo carattere, si ritiene esprimere per ora parere contrario alla sua radiazione in attesa di un suo completo e sicuro ravvedimento” (Appunto squadra politica, 19/5/1940, f.to Vercesi). Insomma, continuamente sorvegliato per essere di carattere debole.  

BERPI Angiola di ignoti, 30/3/1911. Busta 16.
Nel dopoguerra fu un’attivista del P.C.I. della sezione Pieragostini, iscritta all’Udi, all’Anpi, consigliere comunale fino al 1951, oratrice durante le campagne elettorali, organizzatrice di manifestazioni. La sua attività politica secondo la polizia cominciò…

FALUGIANI Luigi di Giuseppe, 20/6/1921. Busta 63.
Era stato chiamato alle armi dall’esercito tedesco quando la regione dell’Alto Adige dove risiedeva era entrata a far parte del III Reich dopo l’8 settembre. Si era rifiutato di assolvere all’obbligo militare e aveva ottenuto un posto di interprete, con l’assicurazione –a suo dire- di non vestire mai la divisa delle SS e di essere addetto a mansioni da traduttore. Prese servizio alla Casa dello Studente nell’agosto del 1944 fino alla Liberazione, al servizio dei marescialli SS Carlo Helmer e Max Ablinger, della polizia criminale che si occupava di borsa nera, disertori, furti e rapine. Durante il suo interrogatorio di fronte al comando della polizia partigiana, come di fronte alla polizia politica post-regime, dichiarò la sua estraneità a fatti di violenza delle SS, egli nel corso delle requisizioni di beni o degli interrogatori svolse sempre e soltanto opera di traduttore (Corpo Volontari della Libertà, Verbale di arresto 18/7/1945 e Verbale di interrogatorio polizia politica, 18/8/1945). Le accuse contro di lui erano state formulate da Mario Faccio (1918), il quale si presentò spontaneamente al Comando della polizia partigiana il 1° maggio 1945. Il Faccio era meccanico alla Fiat, fu prelevato dalle SS a forza e destinato all’officina della Casa dello Studente. Indicò il nome del Falugiani e quello di altri come collaboratori dei nazisti e a riprova del loro coinvolgimento disse di averli visti fuggire poco prima della Liberazione con indosso la divisa delle SS (Comando SIP IV Zona, 1/5/1945). Tomaso Ungener (1922), ex militare tedesco ed ex interpete alla Casa dello Studente dichiarò in sua difesa che il Falugiani non rivestì mai gradi militari delle armate tedesche e non partecipò a rastrellamenti in montagna o in città (Dichiarazione di Tomaso Ungener.. Anche Alessandro Clerici (1895) difese il Falugiani asserendo di esser stato visitato dalle SS, i quali non avrebbero effettuato la perquisizione del suo alloggio per intervento disinteressato dell’interprete (Verbale di interrogatorio di Clerici Alessandro, ufficio della questura, 7/8/1945). Fu prosciolto in virtù dell’amnistia dall’accusa di collaborazionismo il 28/2/1947 e liberato dall’Albergo dei poveri adibito a carcere, dove era detenuto da più di un anno (direttore delle carceri giudiziarie, foglio di liberazione di Falugiani Luigi, 1/3/1947). La sua liberazione fu tuttavia sottoposta al giudizio dell’Intelligence Corps, un reparto speciale inglese costituito durante la seconda guerra mondiale e rimasto a fine conflitto a controllare i territori liberati dagli alleati che presentavano problematicità relativa appunto a collaborazionismo. L’85° Port Security Section di stanza a Genova interveniva nei confronti dei detenuti a disposizione della Corte d’Assise straordinaria, demandando alle autorità italiane il compito di procedere contro i detenuti, ma avocando a sé il loro rilascio se i processi avessero avuto esito assolutorio. Gli alleati, pur avendo dichiarato di non volersi intromettere nei processi, nei confronti del detenuto Ezio Radossi fecero presente alcuni elementi a suo favore, come la detenzione subita sotto il fascismo per spionaggio e il rifiuto a partecipare alla missione nel territorio liberato per conto del servizio informazioni germanico (85 Port security a questore di Genova, 19/7/1946). In ogni caso il Falugiani, come pure il Radossi, fu assolto per amnistia e liberato. Sottoposto negli anni Cinquanta a normale vigilanza, non dette adito a rilievi. Manifestò comunque sempre simpatia per i partiti dell’ordine (Vice brigadiere Ps a direttore ufficio politico, 1/3/1951).

GRASSI Luigi fu Agostino, 25/1/1884. Busta 80.
Vigilato a Recco già nel 1919 in quanto socialista, lavorava come capostazione nelle FFSS e quando il fascismo conquistò il potere venne licenziato: ufficialmente per scarso rendimento, secondo i carabinieri invece per motivi politici (Legione territoriale CCRR Genova Esterna a questore di Genova, 24/12/1928). Rimase sempre di idee socialiste, in un primo tempo le diffuse in “forma celata”, poi smise ogni tipo di propaganda ritirandosi a vita privata. La nota biografica compilata del 1935 lo indica “indifferente” al regime fascista, capace di trovare qualsiasi scusa per non partecipare alle adunate o alle manifestazioni del regime (Compagnia CCRR Esterna a questore, Nota biografica riconsegnata compilata l’8/3/1935). Di retti sentimenti morali, di buona condizione economica, non fu mai proposto per provvedimenti di polizia, né nel 1938 in occasione della visita di Mussolini in città, né allo scoppio del conflitto, quando il questore chiese informazioni sulla sua condotta. L’oculata vigilanza alla quale era sottoposto continuò comunque, anche se Grassi abbandonò qualsiasi attività politica evitando accuratamente commenti sulla situazione militare e politica italiana (Legione territoriale CCRR Esterna a questore di Genova: 9/3/1938, 20/4/1941 e Legione territoriale CCRR Genova tenenza di Lido di Albaro a questore, 26/1941).

RIVA Giuseppina di Giuseppe, 24/10/1913. Busta 134.
Il cenno biografico risale al 10 maggio 1937. A quindici anni rimase orfana del padre Giuseppe Riva, morto nel carcere di Marassi a seguito delle torture a cui era stato sottoposto in questura, a palazzo Ducale. I suoi compagni di lotta sostennero da subito che il Riva fosse morto in seguito al trattamento del noto questore Bruno in quanto considerato pericoloso comunista con un ruolo non marginale nell’organizzazione. Giuseppina, l’anno in cui suo padre morì, fu assunta dalla Rappresentanza sovietica di Genova proprio per il suo stato di figlia di vittima politica. Svolgeva il lavoro di dattilografa per il quale era pagata 1200 lire al mese, al tempo un buon stipendio. L’anno seguente aprì una pensione con la madre, pur rimanendo a lavorare per la Rappresentanza. Giovanissima, segnata dal lutto familiare che la rese irrequieta, scappò più volte di casa finché la madre la fece ricoverare in una casa di correzione. Lasciò nel 1931 la casa materna e il lavoro alla Rappresentanza sovietica, prese alloggio all’albergo Colombo mantenendosi facendo la prostituta, era per questo indicata nelle carte di polizia come una donna di “scarsa moralità”. La polizia politica la interrogò nel 1937 a proposito di alcuni suoi viaggi all’estero, in Francia. Alle autorità risultava che Giuseppina non avesse mai ottenuto il passaporto, quindi i suoi espatri clandestini insospettirono la polizia politica che la conosceva come la figlia di un comunista, di sentimenti avversi al regime. In realtà Giuseppina aveva partecipato a qualche riunione dei comunisti amici del padre, ma si era convinta come per essi il futuro fosse il carcere o il confino o il regime di ammonizione e decise di disinteressarsi di politica, di allontanarsi dai compagni di suo padre. Quando la polizia politica la interrogò nel 1937 giustificò ogni viaggio in Francia con motivazioni di carattere sentimentale, lontane anni luce dalla politica. Ammise di conoscere diversi comunisti che lavoravano o avevano lavorato alla Rappresentanza sovietica, oltre a funzionari del partito prima dell’entrata in vigore delle leggi eccezionali, come Gaetano Perillo della segreteria e Silvio Barbagelata della commissione agitazione e propaganda. Le conoscenze di Giuseppina potevano interessare l’Ovra, un funzionario incaricato andò all’albergo Colombo – curiosamente non la convocarono negli uffici di polizia, certamente per precauzione e a voler essere più maliziosi si può immaginare che il funzionario inviato non si sia affatto presentato ufficialmente ma abbia atteso il suo turno in anticamera- a far compilare e firmare una relazione della donna, ricca il più possibile di nomi. Non fece più di quelli già noti, probabilmente, addusse come scusa l’impenetrabilità delle regole di cospirazione che voleva si adottassero soprannomi, dei quali ovviamente lei non sapeva indicare le vere generalità. Assicurò la polizia politica che un corriere comunista era solito entrare in Italia almeno una volta a settimana. Il corriere di nome Carlo non attraversava la frontiera sempre nello stesso modo. Qualche volta utilizzava il passaporto, qualche altra passava clandestinamente dalla valle del Roja o scendendo nei pressi di Grimaldi. Esisteva inoltre un centro di fuoriusciti italiani a Nizza, gestito dall’ex onorevole Arturo Bendini. Il corriere comunista che raggiungeva Genova – rivelava Giuseppina Riva- era in contatto con Perillo. Poco tempo prima la ragazza era stata a cena ospite proprio della famiglia Perillo, poteva così confermare nella sua relazione per la polizia politica il rinnovato impegno nell’organizzazione dei comunisti dell’amico di suo padre, il quale nulla sospettava e perciò durante la serata aveva parlato liberamente. Il corriere Carlo -le aveva confidato- era atteso verso la fine di quel mese, se lei fosse stata d’accordo avrebbe potuto recarsi fuori città per incontrarlo. Tramite il corriere arrivava in città tutto il materiale per la propaganda, come pure il denaro, grazie ai russi che finanziavano il Centro estero a Parigi. Perillo le aveva fatto capire che le avrebbe voluto far conoscere il responsabile del gruppo comunista genovese, dal quale anche lui dipendeva. La collaborazione della giovane con l’ufficio politico della questura di Genova non sembra sia continuata a lungo, si trasferì a Milano dove rimase costantemente vigilata e oggetto di rapporti di polizia periodici e continui. Dal fascicolo della Riva depositato nel fondo questura non si può ricavare altro, quindi non se ne ricava la ragione del suo trasferimento a Milano, si può ipotizzare che il cambiare aria sia servito ad allontanare l’interesse della polizia politica genovese da sé e forse anche a cambiare decisamente fonte di reddito: con i capelli tagliati e ossigenati, vestita elegantemente, divenne l’artista di varietà Zenit.

SANGUINETI Giovanni di Bartolomeo, 3/3/1914. (Partigiano “Bocci”, C.S.M. della Div. “Coduri” operante nel Tigullio e il suo entroterra).
La proposta di iscrivere il suo nome nel CPC come comunista violento venne avanzata dal prefetto di Genova dopo i fatti del luglio 1948. Quando si diffuse la notizia dell’attentato a Togliatti i comunisti si mobilitarono militarmente, si ricostituirono alcune squadre dei partigiani, furono organizzati blocchi delle strade di molti quartieri e paesi del Nord Italia. In tale contesto il Sanguineti – che durante la Resistenza era stato comandante di stato maggiore della Brigata Coduri operante nell’entroterra di Lavagna – organizzava una squadra composta da circa una decina di uomini. Il 14 luglio la squadra intimò la chiusura agli esercizi pubblici e al cotonificio di Lavagna, controllando il territorio di Lavagna. Il 15 la squadra procedeva come il giorno prima a tenere chiusi esercizi pubblici e fabbrica, nonostante già dalla mattina fosse stata diramata la notizia dai vertici del PCI che Togliatti stava bene e che raccomandava ai suoi di non far “sciocchezze”. Finiti i disordini, gli appartenenti alla squadra venivano interrogati e solo uno di essi, tal Cappelletti Davide (1901), ammetteva l’attività svolta giustificandola come l’esecuzione di ordini precisi che avrebbero ricevuto nella sede del partito comunista di Lavagna. Oltre alla chiusura degli esercizi tali ordini avrebbero riguardato l’assalto alle caserme dei carabinieri, l’occupazione dei punti nevralgici della città, come la sede de municipio, la stazione, la centrale elettrica, la centrale telefonica. L’iscrizione al CPC del Sanguineti comportò il provvedimento di continua vigilanza, poi tramutato in normale vigilanza e lo stesso indicato quale elemento pericoloso in caso di tumulti (prefetto di Genova a Ministero dell’Interno, proposta iscrizione al CPC, 29/4/1949; Legione carabinieri stazione di Lavagna a questore di Genova, 2/8/1948).

SANNIA Eugenio di Attilio, 4/2/1917. da finire.
Figlio di un generale in pensione, Sannia era un capitano del Regio esercito rimasto ferito durante la campagna di Grecia. Tornò a casa per la convalescenza, poi ripartì per raggiungere la Regia Accademia militare di Modena dove era stato destinato col compito di istruire le reclute. Dopo l’8 settembre scomparve (Appunto squadra politica 31/3/1944). Il questore di Genova Bigoni diramò una circolare alle questure delle province libere per coordinare le ricerche dell’irreperibile Sannia, ricercato dalla polizia militare tedesca (Circolare per i questori delle province libere, 8/5/1944). La casa dei suoi genitori a Genova fu minuziosamente perquisita, ma non furono trovati né armi né documenti che potessero aiutare nelle ricerche e indagini, il cui esito rimase negativo (Verbale di perquisizione, 3/4/1945). Informazioni giunte alla polizia da fonti fiduciarie indicavano il Sannia appartenente al gruppo di ribelli della zona di Torriglia (questore a Ministro dell’Interno, 18/9/1944). Un documento della Divisione Cichero sequestrato dalla polizia lo indicava quale referente per il prestito della somma di lire 100.000 effettuata da un benestante a favore della
Il questore trasmise le generalità del capo dei ribelli al comando delle SS di stanza alla Casa dello Studente, indicandolo quale capo dei ribelli e rivelando il suo pseudonimo, Banfi (questore a Comando SS germaniche, Casa dello Studente di Genova, 4/4/1945).
Le informazioni da fonti fiduciarie giunte al ministero e trasmesse al Podestà di Genova.

Fasc. 31 – Doc. 2: Amministrazione della Giustizia e della Disciplina nelle formazioni partigiane

Fasc. 31 – Doc. 2: Amministrazione Giustizia e Disciplina nelle formazioni partigiane:

Parlare di “Disciplina” e di “Giustizia” nelle formazioni partigiane è un compito che all’inizio può sembrare arduo, visti gli enormi spazi all’aperto su cui esse agivano e si muovevano. Sempre in movimento, continuamente cambiando dislocazione, sempre vigilando di non lasciare tracce della loro presenza o del loro passaggio. Ma certamente, per “compattare” un gruppo così disomogeneo, composto da operai, marinai provenienti dal piccolo e medio cabotaggio, pescatori di professione, professionisti (medici, avvocati, ecc.), studenti di vario ordine e grado, e  altri giovani e meno giovani provenienti dai vari corpi militari del Regno che avevano lasciato i loro reparti perché abbandonati al proprio destino, senza ordini, stanchi e sfiduciati dal regime, non dev’essere stato tanto un compito facile da affrontare.

A un certo punto, però, ai “capi” apparve indispensabile creare un insieme di norme a cui tutti dovevano singolarmente e collegialmente attenersi e obbedire. Intanto questo era un compito da assolvere principalmente dagli “intellettuali” aggregati alle formazioni. E i molti studenti e laureati presenti non mancarono di assolverlo con impegno e dedizione. Ma per arrivare a ciò non vennero pensati e redatti “codici” ma fu intrapresa la via dell’autodisciplina e dei buoni esempi dati dai capi nel più assoluto rigore morale. Perciò nelle riunioni serali, quando la nostalgia del focolare domestico si faceva più acuta e rischiava di trasformarsi in accorata malinconia, s’iniziò a parlare non solo di “azioni militari”, ma s’incominciò a ragionare “politicamente” sul regime e sulla sua natura antidemocratica e servile, dove molte norme contenute nei vari codici in uso erano repressione allo stato puro. Quando, invece, per distinguersi e cambiare le cose, occorrevano norme e modi che sapessero educare e preparare alla nuova società futura, più libera e vicina all’”uomo”, dove ogni singolo attore doveva apportare il suo personale contributo per renderla veramente più attuabile ed efficace.

Ma per coglierne meglio il valore intrinseco e la natura più genuina di questa concezione, credo sia più giovevole scorrere quanto, chi questa esperienza l’ha vissuta direttamente, ci ha tramandato nei suoi scritti:

di G.B. Lazagna (“Carlo”)*

Alla sera, dopo la seconda razione di castagne secche, ci riunivamo nella stanza più grande […]. Stabilivamo in discussione il turno di guardia per la notte e per la pattuglia dell’indomani. Poi Bini ci leggeva […] un riassunto delle notizie di radio Londra, che egli andava a prendere in una cascina a mezz’ora di strada verso la valle […]. Poi discutevamo dei nostri problemi, della vita politica internazionale, della giustizia, dell’onestà che avremmo portato nella vita sociale quando avessimo liberato le nostre città.

Eravamo abbastanza ignoranti di politica: alcuni si dicevano liberali, altri comunisti. Oltre agli inglesi che stavano un po’ per conto loro, ed agli ex-detenuti politici tutti comunisti, eravamo tutti giovani sui vent’anni: cinque studenti, sette od otto contadini e gli altri venti tutti giovani operai delle fabbriche di Genova. Ma la vita in comune, lo stesso desiderio di lotta, le fatiche, i pericoli vissuti insieme cementarono una unione ed una compattezza tra noi che ci permise di affrontare le situazioni e le prove sempre più difficili senza urti, e ci consentirono di inquadrare e di educare in seguito con quello stesso spirito, che non si può dire altro che partigiano, le migliaia di giovani che vennero gradualmente ad ingrossare le nostre file. In questi scambi di idee delle riunioni serali si stabilì poco a poco una specie di regolamento morale che non fu mai scritto, ma che per il suo rigore e per la lealtà e l’ardore con cui ognuno di noi lo osservava, formò una tradizione talmente democratica e così profondamente insita nei nostri animi, che fece dei partigiani qualcosa di completamente nuovo socialmente e ci dette una forza che non si esaurisce nelle funzioni militari della guerra, ma che sarà trasportata in tutta la vita politica sociale della nazione. Malgrado le divergenze che potevamo manifestare nelle nostre discussioni politiche, mettevamo al di sopra di tutto quella visione concreta dei problemi che avevamo da risolvere senza altra guida che la nostra, ed il nostro sentimento di giustizia e di onestà […].

Bisogna perciò ricercare nella vita di questo periodo, che fu una scuola di libertà e di ordine, di disciplina e di giustizia, le cause del nostro successo militare e politico, dell’avvenire degli uomini educati e dei metodi escogitati in quel regime di vita esemplare.

Eleggevamo i nostri capi che erano due a pari grado. Il comandante aveva la direzione delle questioni militari: guardia, addestramento al combattimento, maneggio e manutenzione delle armi, direzione dei colpi di mano, piani di attacco e di difesa.

Il commissario politico sorvegliava i rifornimenti, amministrava i denari, spiegava il senso della guerra di liberazione, si occupava dei rapporti con la popolazione, ed era responsabile della disciplina della formazione.

Il potere dei comandanti e commissari era però sempre, salvo casi di emergenza, sottoposto all’approvazione di tutta la formazione che alcune volte arrivò fino a destituire alcuni comandanti e commissari che non si erano dimostrati all’altezza dei loro compiti […].

Dai nostri comandanti, oltre al senso di responsabilità, al coraggio, e alla capacità, esigevamo per tradizione tacita che fossero i primi nel pericolo e nelle fatiche, gli ultimi nei vantaggi. Abitualmente i comandanti erano gli ultimi a servirsi nelle distribuzioni di viveri e di indumenti; se il loro compito non lo impediva, facevano i servizi come gli altri. Per esempio montavano di guardia al casone ma non di pattuglia perché ciò avrebbe importato un allontanamento dal grosso degli uomini, incompatibile con la funzione di comandante. Il comandare partigiani fu sempre un grande onore ed un grande onere, come lo dimostra l’alta percentuale di comandanti partigiani caduti in combattimento.

Quando nella giornata vi erano stati tra noi piccoli litigi, era abitudine chiederne conto ai compagni partigiani nella riunione serale. Così, dopo una spiegazione sincera dell’incidente, in cui tutti giudicavamo chi avesse ragione e chi torto, non era possibile covare rancori o antipatie che a lungo andare avrebbero potuto nuocere alla nostra compattezza ed alla nostra fratellanza. Nella riunione serale si domandava conto ai comandanti di qualche ordine dato durante la giornata che potesse sembrare arbitrario o sbagliato.

La necessità della nostra vita nascosta e randagia ci obbligava a molte altre precauzioni. Ci chiamavamo tra noi con pseudonimi, per evitare che i fascisti, sapendo i nostri nomi, potessero attuare le terribili rappresaglie che solevano fare contro le famiglie dei partigiani: imprigionamenti ed uccisioni di padri, madri, fratelli, e confische di beni. Chiamavamo con nomi convenzionali i paesi, i monti dove andavamo o abitavamo. Così Forca fu lo pseudonimo del Monte Aiona, dove avevamo costruito una capanna per rifugiarci; Mare fu il nome di Temossi, dove avevamo un recapito per le comunicazioni con la città. Intorno al casone badavamo molto alla pulizia, a non lasciare nessun oggetto che potesse indicare la nostra permanenza se dovevamo improvvisamente spostarci.

Se per ragioni di servizio dovevamo allontanarci dalla cascina dove abitavamo non dovevamo andare nei paesi, fermarci coi contadini o con ragazze, per non far scoprire la nostra presenza e la nostra dimora.

Se i contadini che dovevamo vedere per comperare i viveri ci offrivano qualcosa da mangiare, lo rifiutavamo pensando ai compagni che avevano fame, oppure lo portavamo al casone per dividerlo fra tutti. Questo per evitare che chi andava a far la spesa fosse un privilegiato, ed anche perché non nascesse un bisogno troppo frequente di andare nei paesi a far compere.

Una domenica il nostro commissario arrivò dal paese vicino, dove era stato per servizio, con un piatto di ravioli che gli era stato regalato, e tutti ne mangiammo una forchettata. Una volta sì distribuì mezza sigaretta a testa, offerta da uno di noi, che le aveva ricevute dalla famiglia. Non bestemmiavamo per non offendere i nostri compagni religiosi. La pulizia del casone, le corvées per prendere l’acqua o la legna, erano sempre fatte da volontari.

Spesso qualcuno faceva volontariamente il doppio turno di guardia notturna per alleviare un compagno che era stanco.

Questo regime di vita, che solo chi lo ha vissuto o visto da vicino (come i paesani di Cichero) può comprendere, fu il segreto del nostro successo. Ed a elevare in tal modo il nostro livello di vita contribuì specialmente Bini, oltre al Bisagno, Lucio e Marzo. Bini era sempre vigile, come il maestro in una classe di scolari irrequieti. Notava il pezzo di carta abbandonato intorno al casone e il grattarsi scomposto di qualcuno che aveva preso i pidocchi. E a tutto voleva che fosse rimediato, con la pulizia del casone o con la bollitura degli indumenti dell’individuo sospetto.

Sorvegliava le razioni in modo che ognuno avesse la sua parte esatta e qualche volta interveniva in cucina per migliorare la cottura dei cibi, diceva lui, ma i «risotti alla Bini» resteranno sempre nella nostra memoria come qualcosa di digeribile solo al disopra dei mille metri e dopo parecchie settimane di regime di dieta.

Ma quello che Bini curava soprattutto era il morale del distaccamento. Non vi dovevano essere litigi che incrinassero il fronte di resistenza al nemico.

E Bini voleva che fossimo sempre informati di quanto accadeva nel mondo civile. Per questo ogni sera ci informava delle notizie di radio Londra e collezionava in un suo tascapane giornali ed opuscoli clandestini che riusciva a far venire dalla città e che ognuno di noi poteva leggere nei momenti di riposo.

Quando si dovevano prendere provvedimenti di ordine interno dal distaccamento, eravamo spesso propensi a lasciarne la decisione ai comandanti in cui avevamo ormai piena fiducia. Ma Bini voleva che ogni decisione fosse presa da tutti. «Ognuno di noi deve saper dirigere il distaccamento», diceva.

E poi alla fine della riunione serale, per fare un po’ di allegria, attaccava canzoni militari con quella sua voce tanto stonata che ha fatto turare le orecchie a migliaia di partigiani fino alla fine della guerra […].

Accanto a Bini, Bisagno dà ai partigiani la sua impronta di comando militare. Sempre infaticabile camminatore, pronto a tutti i sacrifici, non un teorico, ma pieno di buon senso e avaro di parole. Studia la possibilità di difesa e di ritirata; prepara i piani di attacco, insegna ad usare le armi. Sempre di buon umore, ma serio e riflessivo. Quando si spara allora diventa un leone ed ha in pugno tutta la situazione con ordini calmi e sensati.

Poi alla sera, intorno al fuoco del distaccamento, mescola la sua voce ai cori con un tono nostalgico e vigoroso.

* G. B. Lazagna (Carlo) – “Ponte Rotto”, pp. 31÷35, ed. Colibrì, Paderno Dugnano (MI), 2005.


       Altro esempio degno di nota mi pare il seguente:

       di Antonio Testa: ”Disciplina e Giustizia” (**).

   Un insieme di norme di comportamento è essenziale, come si può facilmente intendere, ad ogni struttura sociale. Il “gruppo”, anzi, acquista la propria particolare identità di aggregazione di individui proprio quando essi si riconoscono soggetti ad una certa normativa.

Il problema della disciplina e della giustizia è oltremodo delicato in tutti i movimenti di ribellione ad un regime esistente, proprio perché i “ribelli” si pongono in una situazione di rottura nei riguardi della legalità e della “disciplina” proposta dal sistema che vogliono abbattere.

D’altronde, un movimento come quello partigiano, se vuole vivere ed operare proficuamente, deve evitare di essere vanificato da forze centrifughe, spinte individualistiche ed anarcoidi; deve darsi rapidamente una nuova disciplina, cioè un insieme di norme da tutti riconosciute ed accettate. Deve esistere insomma nel gruppo la consapevolezza della obbligatorietà di certi principi.

Di ciò si resero ben conto coloro che formarono i primi gruppi della “Cichero”, i quali elaborarono, fin dall’inizio, una precisa disciplina.

Questa non poté certo essere fissata in codici, ma fu altrettanto chiara, indiscutibile e rigorosa perché derivava direttamente e spontaneamente dai motivi ideali della lotta partigiana.

Queste regole di autodisciplina e questo rigore morale permeavano il comportamento dei partigiani, non solo per quanto concerne l’azione militare, ma anche la vita di relazione all’interno delle formazioni e nei rapporti con i civili.

Il comando della Jori fu sempre molto attento affinché tale “codice” non scritto non venisse disatteso e si adoperò, in ogni maniera, perché fosse assimilato dai partigiani a tutti i livelli.

Il processo di educazione ai nuovi valori, del resto, faceva parte di quel programma di preparazione alla società futura che dalla Resistenza avrebbe dovuto nascere.

Alla sera, quando gli uomini si radunavano attorno al fuoco, i temi ed i motivi di questa disciplina venivano dibattuti e commentati. Si parlava della necessità di mostrare un comportamento retto alle popolazioni civili rispettando la libertà personale e i beni; di fraternizzare con i civili ricambiandone i sentimenti di solidarietà e di amicizia senza compromettere le esigenze militari di sicurezza; di evitare rapporti sentimentali con le ragazze per dar prova di quell’esclusivo impegno patriottico che il momento richiedeva e per non mettere a repentaglio, anche in tal modo, la sicurezza dei reparti, creando pericolosi canali di notizie.

Ovviamente, come si è detto, nei dibattiti serali ricorrevano anche i temi politici di fondo che stavano alla base della lotta antifascista e che non toccavano solo gli aspetti più aberranti e immediatamente percepibili del regime, ma anche i suoi errori culturali nei vari risvolti morali, individuali e sociali.

Per dare testimonianza di questa presa di coscienza, i partigiani dovevano, fin d’allora, rappresentare all’esterno, nell’opinione pubblica, il nuovo model­lo di vita, improntato all’eguaglianza ed alla solidarietà, che si apprestavano a proporre al paese.

Quindi, nessuna diversificazione o privilegio nell’ambito del distaccamen­to, frugalità nei pasti, sistemazione spartana per tutti nel dormire per terra o sulla paglia delle cascine e delle stalle messe a disposizione dai contadini.

Divieto di consumare individualmente i pasti a volte offerti dai civili se non nei casi di evidente necessità oppure a seguito di apposito permesso dei comandanti.

I canoni di questo comportamento erano trasmessi, come si è detto, in­nanzi tutto con l’esempio dei capi; essi venivano normalmente e naturalmen­te osservati da tutti; il venirne meno era motivo di discussione e di dibattito e, a volte, ai più recidivi, costava qualche ora di “palo”.

Ciò comportava stare legato ad un albero, in posizione piuttosto scomoda, con i polsi dietro la schiena. In questo genere di punizione, oltre alla costri­zione fisica, pesava la mortificazione di rimanere esposto agli sguardi di tutti, specie quando si era nei centri abitati.

Difficilmente sfuggiva al “palo” chi non adempiva con dovuta diligenza ai turni di guardia, ai servizi di pattuglia, o chi, con il proprio comportamento, recava danno o era motivo di pericolo per i compagni.

Le punizioni per colpe più gravi o per veri e propri reati venivano deman­date ai comandi superiori, i quali procedevano adeguandosi alle norme della giustizia penale ordinaria, tenendo conto dell’aggravante data dall’essere in istato di guerra.

Nei primordi, i giudizi e le relative procedure erano, a causa della situazio­ne contingente, piuttosto sommari e venivano formulati da organi formati per l’occasione. Dopo la costituzione della VI Zona Operativa e del S.I.P., si crearono veri e propri tribunali che amministravano la giustizia sia nei con­fronti dei partigiani sia verso i terzi, civili e militari e furono meglio precisate attribuzioni, norme e pene valide per tutte le formazioni dipendenti.

I partigiani venivano giudicati da tribunali di Brigata; i capi, i civili ed i prigionieri catturati, dal tribunale di Zona, di cui facevano parte i massimi responsabili politici e militari.

Riportiamo qui di seguito due circolari, inviate dal Comando della Brigata Jori ai vari distaccamenti dipendenti, che stanno a dimostrare l’impegno e la serietà con cui si cercava, pur nella precarietà della situazione, di trattare il delicato problema dell’amministrazione della giustizia. Le circolari sono ri­portate nella stesura originale.

1a Circolare

“REGOLAMENTO DI DISCIPLINA PARTIGIANA”

Ai Commissari e Comandanti di distaccamento.

1 ) Disubbidienza ai Comandanti, Vicecomandanti, Commissari in perio­do normale, viene punita, nei casi lievi dai Comandanti e dai Commissari in genere.

Nei casi gravi la punizione viene inflitta dal Comando.

  • La disubbidienza ai comandi in combattimento: fucilazione diretta o a mezzo del tribunale di brigata.
  • Furto, ricatto a giudizio del tribunale. Furto a mano armata, violenza carnale: fucilazione diretta o a mezzo del tribunale di brigata.
  • Perdita delle armi e materiale in consegna a giudizio del tribunale di brigata.
  • Leggerezza nei segreti militari e nelle cose inerenti alle formazioni: giu­dizio del tribunale di brigata. In casi gravi di spionaggio inconscio e spionag­gio: fucilazione a giudizio del tribunale di brigata.
  • Rissa fra compagni: a giudizio dei Comandanti e Commissari di distac­camento i quali hanno possibilità di espulsione dalla brigata. La rissa con scorrimento di sangue: a giudizio del tribunale di brigata.
  • Appropriazione indebita in prelevamenti ordinati dal Comando e nelle azioni: a giudizio del tribunale di brigata.
  • Disgregazione, sobillazione, sabotaggi ai valori morali e materiali del­la brigata; a giudizio del tribunale di brigata.
  • Puntare le armi per gioco sui compagni, sarà punito dai Comandanti e Commissari in genere. Esplosione d’armi da fuoco contro i compagni: a giudizio del tribunale di brigata.
  • Ubriachezza, ineducazione, nei riguardi dei civili e dei compagni: a giu­dizio dei Comandanti e dei Commissari di distaccamento. In caso recidivo: a giudizio del tribunale di brigata.
  • Furto tra compagni: giudizio del Comando.

PENE DI COMPETENZA DEI COMANDANTI E COMMISSARI DI DISTACCAMENTO

  • Palo: da due a otto ore.
  • Espulsione dalla brigata con perdita dei diritti partigiani.

PENE EROGATE DAL COMANDO DI BRIGATA

  • Espulsione dalla Brigata con perdita dei diritti partigiani.

PENE DEL TRIBUNALE DI BRIGATA

  • Campo di concentramento.
  • Condanna prigionia da scontarsi dopo la guerra; nel frattempo trattenuto nel campo di concentramento.

IL COMMISSARIO        ILCAPOS.M.     IL COMANDANTE


2a circolare

            3a BRIGATA JORI COMANDO

Circolare n. 33-

Oggetto: Costituzione del tribunale di brigata.

Il tribunale di brigata, come da circolare del comando VI Zona Operativa, ha il compito di giudicare quei partigiani componenti la brigata che hanno mancato in modo grave.

Esso è costituito dal Comandante e dal Commissario di brigata e da  un  rappresentante di tutti i distaccamenti.

Il giudizio è a voti e vale tanto il voto del Comandante e del Commissario, quanto quello del semplice partigiano.

Il partigiano accusato è libero di scegliersi un difensore tra i partigiani del­la brigata, senza distinzione di grado.

Si pregano tutti i Comandanti di distaccamento di designare il rispettivo componente del tribunale e di comunicare quindi il nome di battaglia a que­sto comando.

Tale designazione deve essere molto meditata: scegliere un partigiano di provata serietà e coscienza, possibilmente non troppo giovane, preparato quin­di al grave compito cui egli è destinato.

Inoltre, si tenga presente che dal voto dipende, in gran parte quella legge di giustizia inflessibile per la quale stiamo combattendo.

  1. IL COMANDANTE  IL CAPO S.M.          IL COMMISSARIO

       (FONTANA)                           (LEONZIO PAOLO)


Occorre rilevare che i giudizi emessi dai tribunali partigiani ai vari livelli, erano, in genere, molto severi.

Le condanne venivano eseguite presso il distaccamento “prigionieri” nel quale venivano custoditi promiscuamente civili, partigiani, prigionieri milita­ri, fascisti e tedeschi.

Questo distaccamento, di cui si parla anche in altra parte, fu affidato dap­prima a Reggio, poi, fino al dicembre 1944, a Walter, successivamente a Leo e al Commissario Due. Esso seguiva le vicissitudini dei reparti combattenti e si spostava spesso in occasione dei rastrellamenti a vasto raggio, per sfuggire alle puntate nemiche.

Sentenze molto dure furono emesse a carico di tedeschi e di fascisti mac­chiatisi di nefandezze e di reati gravi nei confronti della popolazione civile, ma non meno severe furono, come si è detto, quelle a carico di partigiani ri­conosciuti colpevoli di reati.

Ne riferiamo alcune.

  • Capo del primo gruppo costituitosi sull’Antola, incorse in un tragico errore che gli costò la destituzione e la espulsione dalla zona partigia­na.

Il C.M.R.L. aveva inviato sull’Antola un ufficiale superiore dell’esercito con il compito di studiare le possibilità di approntare un campo idoneo a ri­cevere materiale aviolanciato dagli alleati.

L’ufficiale però, con le sue domande circospette rivolte ai civili sulla dislo­cazione e sulla consistenza dei gruppi partigiani, suscitò sospetti ed anzi ag­gravò ulteriormente la propria posizione mettendo in atto un tentativo di fuga dal locale dove era stato relegato, in attesa delle informazioni sul suo conto.

Edoardo ne ordinò la fucilazione.

Si trattò di un tragico errore, ma, in sede di giudizio, a carico di Edoardo emersero anche altri elementi che furono determinanti per la decisione a suo carico.

  • Ex comandante di distaccamento, fu espulso dalle formazioni e condannato a dodici anni di carcere per essersi appropriato di qualche ogget­to in pelle, tra quelli depositati in zona partigiana da un commerciante geno­vese. Per la stessa appropriazione, assieme a lui, furono condannati: Pirata (15 anni); Mario (12 anni); Boby (8 anni).
  • Leone, Danese e Pippo. Furono imputati di estorsione e furto. I primi due furono condannati alla pena capitale, il terzo, in considerazione della giovane età, fu condannato a cinque anni di carcere, da scontarsi a guerra fi­nita.
  • Altri due partigiani, sorpresi durante il rastrellamento di agosto con al­cuni oggetti preziosi rubati a civili di Bogli e Artana furono consegnati al Co­mando di Divisione a Casa del Romano. Giudicati colpevoli, furono fucilati immediatamente.
  • Guerra, commissario di un distaccamento, non avendo di che sfamare i propri uomini durante il rastrellamento di agosto, si fece consegnare con la forza un vitello dai contadini di Bogli.

Fu destituito dal Comando e condannato a venti anni di carcere, da scon­tarsi a guerra finita.

  • Comandante del distaccamento prigionieri, fu accusato di mal­trattamenti nei confronti di coloro che gli venivano affidati in custodia.

Espulso dalla formazione, rientrò a Genova, ma fu preso dai tedeschi.

Minacciato di morte, nella speranza di salvarsi, decise di accettare di guida­re una colonna di uomini attraverso sentieri sicuri per sorprendere e cattura­re la Missione Alleata ed il Comando Zona di stanza a Carrega Ligure.

Senonché, la colonna fu respinta dal distaccamento Guerra, che presidiava il paese, per cui i tedeschi, che avevano riportato numerose perdite, gli attri­buirono la responsabilità dello smacco subito e lo uccisero.

  • In proposito leggiamo sul “Partigiano” del 21 aprile 1945:

“Il tribunale di Zona ha giudicato il partigiano Dino (ex vice comandante della Div. Cichero) e lo ha riconosciuto colpevole di appropriazione indebita continuata e qualificata. Lo condanna a morte. Sentenza eseguita. Questo Comando, dolente che un provvedimento cosi grave si sia reso necessario con­tro un partigiano, confida che la inesorabilità della nostra giustizia possa ser­virà da monito contro quei partigiani i qua li non fossero fermamente con­vinti che l’onestà è il primo dovere di chi ha l’onore di appartenere alle nostre formazioni. “

**Antonio Testa – “Partigiani in Valtrebbia. La Brigata Jori”, pp. 45÷50, ed. AGA, Genova 1980.


Ma scorrendo le varie bibliografie riguardanti la materia, o visitando i tanti siti web esistenti in rete, le grandi unità partigiane (tipo la VI o la IV Zona, per limitarci alla sola nostra zona: Genovesato e zona confinante dello Spezzino), non ebbero solo il compito di “amministrare la Giustizia e imporre Disciplina” nei loro reparti combattenti, ma con l’ausilio del SIP (Servizio Informazione Polizia) dovettero molte volte intervenire anche all’esterno delle loro unità operative. Solo per portare qualche esempio:

      di Antonio Testa:***  “S.I.P., SERVIZIO INFORMAZIONE POLIZIA”

Il rastrellamento di agosto aveva messo in evidenza numerose carenze di ordine strutturale, quali, ad esempio, quella dei collegamenti, quella del munizionamento dei reparti e della insufficienza di armi a lunga gittata: tutti problemi invero di difficile soluzione immediata.

Ce n’era uno, però, che poteva essere risolto col solo ausilio dell’impegno e della buona volontà: quello della lotta agli informatori ed alle spie fasciste che si inserivano con eccessiva facilità nello schieramento partigiano.

Abbiamo accennato, nel corso della narrazione, come “Aldo”, la S.S. appartenente alla “Casa dello Studente” di Genova, fosse riuscito ad infiltrarsi in zona partigiana attraverso una banda irregolare.

Ma un altro grave episodio si verificò nello stesso periodo, segno inequivo­cabile dell’azione di spionaggio ad ampio raggio che i fascisti stavano attuan­do. Fu la cattura sull’Antola della spia Alcide Ravenna, il quale confessò di essere stato prosciolto, dalla magistratura repubblichina, da un reato di ra­pina, dietro sua promessa di introdursi fra i partigiani di montagna per ucci­dere Bisagno e il suo commissario Marzo.

Non fu difficile far vuotare il sacco al Ravenna, il quale denunciò anche l’in­filtrazione di altre due spie e fece il nome di alcuni informatori tra la popola­zione civile, di cui i fascisti abitualmente si servivano.

Pescati i due spioni ed individuati i civili delatori, si ebbe la certezza della trama su vasta scala che i nemici andavano predisponendo, intesa da ottene­re notizie più precise sulla consistenza numerica delle formazioni e sull’ubica­zione dei vari reparti.

Apparve quindi estremamente urgente superare l’apparato informativo esistente, affidato alla estemporaneità dei simpatizzanti dei vari paesi, i quali facevano solo uso della buona volontà e della conoscenza dell’ambiente, per tenere d’occhio eventuali fatti significativi degni di nota.

Ciò evidentemente non poteva più bastare, anche perché, troppo nume­roso era il movimento quotidiano della gente sfollata, di borsari neri e dei renitenti in cerca di un rifugio sicuro o di un collegamento con i partigiani.

Il gioco dei nemici diventava più sottile e bisognava farvi fronte con una struttura apposita, ben addestrata, organizzata e articolata capillarmente, che svolgesse un lavoro sistematico e continuo per salvaguardare i reparti militari, mettendoli tempestivamente in allarme al primo sentore di pericolo.

Per questi motivi, una delle prime iniziative della riorganizzazione, dopo il rastrellamento di agosto, fu la creazione del S.I.P. (Servizio Informazioni Po­lizia).

Ne fu dato incarico ad Attilio (Attilio Pizzorno), uomo dinamico e valido organizzatore, il quale, nel corso di poche settimane, riuscì a mettere a pun­to una struttura a rete abbastanza ampia ed efficiente.

Ne fu data notizia sul “Partigiano” del 16 ottobre 1944, con uno stringato comunicato di stile alquanto burocratico:

“E’ stato istituito un corpo Speciale denominato Servizio Informazioni di Polizia, al comando del compagno Attilio, con i seguenti compiti: Operazio­ni di polizia contro i fascisti, falsi partigiani; requisizioni e perquisizioni, sor­veglianza di partigiani che si trovino per qualche motivo fuori reparto.

Rimane stabilito:

  1. nessun distaccamento potrà procedere a sequestri di persone o requisizioni senza il benestare del S.I.P., salvo casi eccezionali e urgenti per i quali il Co­mandante e il Commissario politico di ogni reparto assumeranno responsabi­lità personale.
  2. il S.I.P. dipende direttamente dal Comando Zona, quindi tutti i partigiani dovranno aderire alla richiesta dei rappresentanti di detto Corpo, sia per quan­to riguarda le questioni delle persone, sia per le merci recuperate o requisite che dovranno essere messe a disposizione di questo comando.

c) nessun prigioniero potrà essere rilasciato senza il consenso del S.I.P.”

Anche la Jori ebbe il suo reparto S.I.P. a capo del quale fu posto Manuel (Emanuele Bracco), che ebbe come collaboratori diretti Eugenio (Del Cin­que), Pomello (Giovanni Proglio) e Pedro (Aldo Frattini). Il S.I.P. mise in piedi nella vallata una rete di informatori distribuita in tut­ti i paesi occupati dai partigiani e, in qualche caso, anche al di fuori della zo­na. Questi erano scelti con cura fra gli elementi più fidati delle S.A.P. e, periodicamente, dovevano inviare un rapporto informativo di carattere genera­le, nonché relazioni su particolari avvenimenti locali o persone in qualche modo “interessanti”.

Particolare cura veniva dedicata al controllo sia degli elementi locali sospet­ti o simpatizzanti dei fascisti, sia dei componenti delle famiglie sfollate, i qua­li, muovendosi quasi giornalmente tra Genova e i paesi della vallata, potevano facilmente fungere da informatori dei nemici.

Nonostante fossero venuti a conoscenza della nuova struttura di preven­zione, i fascisti non desistettero dai tentativi di infiltrare qualche loro elemen­to nei reparti partigiani; in questa attività mandavano spesso allo sbaraglio gente pregiudicata penalmente, disposta a rischiare la vita pur di uscire dalla galera, oppure giovani sconsiderati che, per leggerezza o per spirito di avven­turaci cimentavano nell’impresa.

A volte questi elementi arrivavano in montagna nella maniera più sprovve­duta, muniti di falsi lasciapassare rilasciati dai più impensati C.L.N.

Alcune spie vennero individuate attraverso la carta d’identità, su cui era stata segnata in un angolo una piccola “beta” di riconoscimento.

Non molti però riuscirono nell’intento, o perché, come si è detto, venivano subito individuati dal fiuto dei partigiani, ormai smaliziati, o perché si servi­vano, come tramite per trasmettere le informazioni, di elementi locali, in ge­nere donne o gestori di pubblici locali, già tenuti d’occhio con attenzione dai responsabili del S.I.P.

Mal gli incolse, ad esempio, a chi cercò di usare la titolare di un esercizio di Torriglia, o la figlia di un noto professionista dello stesso paese, o una bion­da fanciulla sfollata a Fontanigorda e attentamente sorvegliata.

Altrettanto preziose furono anche le informazioni che pervenivano dall’e­sterno della “Repubblica di Torriglia” dove gli uomini del S.I.P. svolgevano in permanenza un accurato lavoro di raccolta delle notizie sui movimenti del­le truppe nemiche.

Tutte queste notizie, venivano accuratamente selezionate e, come tanti tas­selli, messe insieme da Vero (Vero Mitta), che si occupava del controspionag­gio e della informazione nell’area della Divisione Cichero.

Il coordinamento generale del S.I.P. della VI Zona ed il vaglio delle notizie fornite dai prigionieri, nonché le operazioni di scambio, erano affidate ad At­tilio. Divenuto questi, successivamente, Commissario di Zona, Vero fu nomi­nato a sua volta unico responsabile zonale dei servizi di informazione.

Di fatto, con l’istituzione del S.I.P. e con l’osservanza di più rigorose mi­sure di sicurezza, il fenomeno delle spie e degli informatori non provocò più quei danni che si erano verificati in precedenza.

Riportiamo qui di seguito due circolari molto significative, emanate dal Comando Divisione e da quello della Brigata.

1a Circolare

“Da 3a Divisione Cichero a Comando Brigata Jori, Berto, Coduri.

Si inviano nominativi di persone che cercano di infiltrarsi nelle nostre for­mazioni che sono spie nemiche:

TREVISO VITO – Si reca in zona partigiana per assumere informazioni. Ha carta d’identità rilasciata ad Alessandria.

GAMBELLI – Tenente degli alpini. Circola in borghese in zona.

RUIZI – Capitano. Presta servizio presso l’ufficio di spionaggio di Carasco.

CRISTIANI – Tenente. Ufficio di spionaggio di Carasco. Gira in borghese.

SOLARI SEVERINO – Sergente. Viaggia in borghese. E’ l’anima nera del ge­nerale Delogu. Compie missioni in borghese, nelle zone controllate dai patrio­ti.”.

  1. F.TO IL CAPO DI STATO MAGGIORE MARANZA

2a circolare

“Da 3a Brigata Garibaldina “Jori” ai Comandi dei Distaccamenti.

Gli attacchi che il nemico ha ultimamente condotto contro le nostre popo­lazioni e nei quali il fattore sorpresa ha fruttato bene all’avversario, sono sta­ti preceduti dal consueto sguinzagliamento di spie e sono stati inoltre effet­tuati ad ore insolite, verso sera. Al fine di sabotare il servizio d’informazione avversario ed imporre a noi stessi un senso di scaltrita vigilanza, per evitare quei minimi errori che possono costare la vita a compagni preziosi, vogliamo dare qualche chiarimento circa le spie e l’ora di attacco.

Che il nemico sia stato istruito e guidato da informatori lo dimostra a chia­re note il fatto che esso si è spinto fin presso i nostri accampamenti ed ad im­mediato ridosso delle nostre posizioni, evitando le consuete vie di accesso, quelle controllate e battute dalle nostre pattuglie; nota di rilievo che una spia confessa, (Lo Spezia), sia stata bloccata proprio nella zona d’attacco e pochi giorni prima che l’attacco avesse luogo.

Di conseguenza ci si richiama particolarmente alla rigorosa osservanza del­le norme impartite al riguardo da questo comando con precedente circolare, norme che a titolo di messa a punto, qui riportiamo:

  1. Tutti i partigiani sbandati, e che dichiarino di appartenere ad altra brigata o ad altra divisione, che comunque non siano in possesso di regolare lascia­passare, siano accompagnati al Comando di Brigata, anche se dichiarano di dover recare ordini o comunicazioni urgentissime e segretissime; si stabilisce che debbono essere ritenuti validi solamente i lasciapassare firmati da perso­na nota ed autorizzata alla firma.
  2. Analogo trattamento sia usato nei riguardi dei borghesi per i quali, ferme restando le superiori disposizioni che limitano l’ingresso in zona solo a chi ri­siede stabilmente e l’uscita solo a chi ne dimostri provata necessità.
  3. Ad evitare che diserzioni malintenzionate ed escludere che spie travestite da partigiani possano uscire dalla zona per riferire ai loro mandatari fascisti e tedeschi, si sospendono i permessi per fuori zona, limitandone la concessio­ne solo ai casi di necessità (decesso e grave malattia di congiunti). Detti per­messi saranno comunque rilasciati solo dal Comando di Brigata.

Per quel che riguarda l’ora di attacchi eventuali, è evidente che come le nostre pattuglie e i nostri distaccamenti operano indifferentemente a tutte le ore del giorno e della notte, cosi anche il nemico ha le stesse possibilità.

Poiché, anche se l’avversario non ha quella conoscenza e quella pratica del­le mulattiere che è necessario per compiere marce notturne, è pure evidente altrettanto che, servendosi di guide locali volontarie o forzate, può raggiun­gere perfettamente l’obiettivo.

  1. E’ quindi arbitrario e ingenuo credere che il nemico possa attaccare sola­mente all’alba e al tramonto o ad altra ora.
  2. Le pattuglie esploranti avanzate siano vigili così di giorno come di notte; l’esperienza insegna che se di notte l’oscurità impedisce di scorgere a distanza, l’udito tuttavia nel buio si fa più sensibile e ogni piccolo fruscio, nel silenzio si avverte.
  3. Da noi, come nei grandi teatri di operazione, la salvaguardia del grosso è affidata agli avamposti e alle piccole pattuglie di punta.
  4. Avvistato il nemico, valutata la sua forza, le sue direttrici di attacco, il ti­po di armamento, la pattuglia deve correre al distaccamento a riferire; la tempestività dell’allarme fasi che spesso il nemico da attaccante diventi at­taccato e spesso liquidato con poche precise raffiche sventagliate da buona posizione.
  5. Nella valutazione delle informazioni attinte da fonte borghese, tener pre­sente che i civili tendono ad esagerare sempre in più e mai in meno: ricorda­re a m’ di esempio per l’avvistamento, che una colonna di 300 uomini che si snoda in fila indiana lungo una mulattiera, avendo a seguito le relative salmerie, copre un tratto di circa 1 Km.
  6. In caso di forzato ripiegamento di fronte a forze soverchianti, il distacca­mento non si allontanerà dalla zona, ma riparerà nei rifugi (dei quali si solle­cita la costruzione) e rioccuperà poi, non appena possibile, la primitiva di­slocazione.

Firmato: Il Comandante Croce; il Commissario Bruno

Datato 7 dicembre 1944.

*** Antonio Testa – “Partigiani in Valtrebbia. La Brigata Jori”, pp. 51÷55, ed. AGA, Genova 1980.


Non solo i partigiani dovettero perseguire elementi (spie, ladri, truffatori, delatori, ecc) di nazionalità italiana, ma dovettero gestire anche prigionieri della Wehrmacht (e SS tedeschi, polacchi e di molte altre nazionalità che collaboravano con la Germania). E anche in questi casi, dopo un’attenta indagine sui loro trascorsi, veniva emessa una sentenza che in alcuni casi fu la condanna alla fucilazione, se avevano operato in maniera d’aver procurato morti non in combattimento, ma stragi e fucilazioni particolarmente efferate, o torture crudeli e invalidanti, sia nei confronti di partigiani fatti prigionieri, o contro civili per costringerli a fare la spia o esclusivamente per usuale e bestiale rappresaglia.

Solo in casi eclatanti di estrema gravità, però, veniva decretata la pena di morte. Nella maggior parte dei casi i condannati venivano condotti nel campo di concentramento partigiano di Bogli, nel basso alessandrino (sempre per limitarci a parlare di VI Zona) dove questi erano tenuti a disposizione per eventuali scambi di prigionieri. Prassi divenuta via via quasi una periodica consuetudine e attraverso la quale poterono essere salvati decine di giovani, sia italiani che di altre nazionalità.

Vedi Lettera della brigata “Cento Croci”, firmata commissario “Benedetto” e comandante di Brg. “Richetto”

Lettera della brigata “Cento Croci”, firmata commissario “Benedetto” e comandante di Brg. “Richetto”

Lettera della brigata “Cento Croci”, firmata commissario “Benedetto” e comandante di Brg. “Richetto”

Solo per fare un esempio riporto qui una lettera della brigata “Cento Croci”, firmata commissario “Benedetto” e comandante di Brg. “Richetto”, indirizzata A tutti i Comandi dipendenti, e p.c. “Al Comando Divisione”, con Oggetto: “Patrioti puniti o espulsi” dove vengono resi noti i provvedimenti disciplinari adottati dal 15/11/’44 al 26/11/’44.

Fasc. 31 – Doc. 1: Costituzione, organico e competenza del Tribunale militare di guerra della Divisione alpina repubblicana “Monterosa”

Fasc. 31 – Doc. 1:Costituzione, organico e competenza del Tribunale militare di guerra della Divisione alpina repubblicana ‘Monterosa”. (Documento in fotocopia di 30 f. intestati, a sinistra in alto, “C.L.N. Chiavari”, composto da p.30 dattil., s.d. e s.f.), pervenuto al sottoscritto da privato che chiede l’anonimato. Non mi è stato comunque possibile alcun altro suo riscontro o reperimento in quanto l’Archivio del CLN di Chiavari non è risultato presente in nessuna delle seguenti sedi qualificate: Archivio della Società Economica di Chiavari; Archivio di Stato di Genova; Archivio dell’Istituto Ligure per la Storia della Resistenza e dell’Età Contemporanea. Nella visita a quest’ultimo mi sono anche premurato di consegnarne copia zippata.

Il documento, senz’altro attendibile, è presumibile sia un memoriale compilato e utilizzato quale documentazione allegata a procedimenti giudiziari (a carico o a difesa) dov’erano imputati militari dell’ex RSI, oppure partigiani. Il compilatore o i compilatori sono senz’altro persone molto qualificate e addentro all’organizzazione del Tribunale di Guerra della Monterosa di Chiavari. Da notare che il S.Ten. Beltrametti, Avv. Attilio di Savona (Procuratore Militare in buona parte dei processi Monterosa) e il S.Ten. Furnò, Avv. Emilio  di Chiavari (difensore d’ufficio, o prescelto, in quasi tutti i processi Monterosa successivi alla fase iniziale  – agosto/inizio settembre 1944 – in cui quello di Chiavari funzionò come tribunale divisionale straordinario, con il Ten. Col. A. Farinacci come presidente) furono entrambi costantemente in contatto col C.L.N. di Chiavari, e, attraverso Pilade Queirolo (PSI), in contatto anche col C.L.N.A.I. In effetti questa sembrerebbe essere la fonte, in qualche modo, più probabile.

Vedi Documento del CLN di Chiavari

CLN Chiavari

Memorandum ripartizione delle competenze nel Tribunale Militare della Divisione Alpina “Monterosa” della RSI .