Archivio mensile:febbraio 2017

L’agenda 1943 di Ezio Bartoli.

asc. 50 – Doc. 2 – Manlio Calegari “L’agenda 1943 di Ezio Bartoli”. Inedito. 

Introduzione: da “La sega di Hitler”  di M. Calegari, pp.81-87, Edizioni Selene, Milano 2004.

Copertina Agenda E. Bartoli 1943

Il 4 gennaio del ’43 Ezio era partito militare: Diano Marina, 34esimo Reggimento d’artiglieria di corpo d’armata. Un periodo, dice, di cui ricorda poco: tre mesi di istruzione a Diano e poi in Francia, a St. Cyr, vicino a Marsiglia. “Fame, sempre fame” e fa con la mano un gesto come dire roba da dimenticare. A Diano, nel periodo di istruzione era stato scelto per fare il puntatore. “Puntatore è il massimo, non fa niente, dà le coordinate a quello che con le ruotine orienta il pezzo e alla fine dice: pezzo pronto”. Bisognava saper fare dei calcoli, parallelismo, alzo, direzione e lui, anche se non era andato oltre la quinta elementare, sapeva farli. Frangenti della naia a parte, la grande scoperta era stata la Francia del Sud: “posti bellissimi, gente evoluta”. La nostalgia di Bolzaneto e dei famigliari non aveva oscurato il suo entusiasmo per quei luoghi fino ad allora sconosciuti. L’avventura si era conclusa ai primi di ottobre del ’43 con la fuga dai tedeschi e il rientro a Bolzaneto.

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Intervista alla partigiana Angela Berpi “Marietta”, div. Iori VI Zona Liguria.

Fasc. 50 – Doc. 1: Manlio Calegari Intervista alla partigiana “Marietta” (Angela Berpi 1911/1989). 

“Cara Marietta” – “Caro professore”
maggio-ottobre 1987

Presentazione

Sono molti a Genova, donne e uomini del disciolto Partito comunista, dell’Unione donne italiane, dell’Associazione nazionale partigiani e di altre associazioni politiche di sinistra che hanno conosciuto Marietta. E tra loro sono molti, a cominciare dai suoi famigliari, che di lei potrebbero dire più di quanto non possa io. Ho incontrato alcune volte Marietta tra la primavera e l’estate del 1987 quando studiavo i rapporti tra Partito comunista e partigiani nella guerra di resistenza. Dei nostri colloqui conservo, oltre le registrazioni e i miei appunti, anche due memorie e alcune lettere inviatemi da lei. Testimoniano di come una donna – che all’epoca aveva 76 anni – chiudeva la partita con i ricordi per aprire quella con la storia della sua vita. Lo faceva, allo stesso tempo, con entusiasmo – lei lo chiamava “spirito garibaldino” – e sofferenza. Aveva capito che per fare storia era necessario tornare a riflettere sui processi di cui era stata protagonista e confrontarsi con fatti e giudizi che non collimavano con i suoi.

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