Archivio mensile:maggio 2017

Gli Zelasco

Fasc. 40 Doc. 9 – Rodolfo e Giovanni Zelasco: 

Quest’articolo, che è il 23° Capitolo (pp. 365-380) del libro di Angelo Bendotti – Presidente dell’Istituto bergamasco per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea – dal titolo: Banditen. Uomini e donne nella Resistenza bergamasca, edizione Il Filo di Arianna, Bergamo 2015, viene qui integralmente proposto per gentile concessione dell’Autore che sentitamente ringrazio.  

Foto di Rodolfo Zelasco “Barba” da giovane studente.

Rodolfo Zelasco muore nelle prime ore del pomeriggio del 5 dicembre 1944, a Montedomenico, nell’entroterra del Tigullio, in un agguato che gli viene teso da un plotone di alpini della Monterosa:

Quando gli alpini cominciarono a sparare […] il primo a cadere fu Zelasco, da tem­po diventato il partigiano “Barba”. Impossibilitato a muoversi, Barba aveva ordinato ai suoi compagni (rimasti tutti illesi) di mettersi in salvo. Poi, da ferito, aveva continuato a sparare sugli alpini riservando per sé l’ultima pallottola. Era un disertore e non aveva dubbi sul trattamento che avrebbe ricevuto se si fosse fatto catturare. Basta prendere atto del trattamento che gli riservarono da morto […] raggiunto il luogo dove si era infrattato a sparare gli ultimi colpi. Immediatamente gli avevano tolto l’arma e poi, prima di abbandonare il cadavere, avevano infierito su di lui col calcio del fucile.1Elio V. Bartolozzi, Memoria addomesticata. Note sulla morte di Rodolfo Zelasco, “Studi e ricerche di storia contemporanea”, n. 76, dicembre 2011, p. 81.

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La vicenda di Giovanni Benetti, partigiano “Betti”

Giovanni “Betti” Benetti in una foto che lo ritrae prima della vicenda narrata.

 

Fasc. 40 Doc. 8:  Giovanni Benetti “Betti” (19.4.1923 – 25.12.2007) di Carpi (MO): Alpino della Monterosa, passato alla Resistenza arruolandosi nella Coduri, che catturato e condannato due volte a morte, riuscì a salvarsi. Trascrizione della registrazione fatta il 15.09.1977 allo stesso Benetti, da Minetti Antonio “Gronda”, per la “Storia della Coduri”.
Il racconto completo di queste vicende è compreso in un libro autobiografico del Betti “Memorie di un sopravvissuto” a cura di Mariagiulia Sandonà, edito a Carpi nel 1992, dove sono inserite anche due significative lettere, una di Gronda e una di Riccio, oltre a molti altri importanti documenti. Ma la cosa che angustiò il Betti più di tutte, è stata quella che da molti ambienti vicini alla Resistenza è stato sempre tenuto un po’ in disparte perché ritenuto un traditore sopravvissuto alla

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