Archivio mensile:settembre 2017

1943 – L’Agenda di Ezio Bartoli

Fasc. 50 – Doc. 2 – Manlio Calegari: “1943 – L’Agenda di Ezio Bartoli”

Introduzione: M. Calegari , “La sega di Hitler” , pp.81-87, Ed. Selene, Milano 2004.

Il 4 gennaio del ’43 Ezio era partito militare: Diano Marina, 34esimo Reggimento d’artiglieria di corpo d’armata. Un periodo, dice, di cui ricorda poco: tre mesi di istruzione a Diano e poi in Francia, a St. Cyr, vicino a Marsiglia. “Fame, sempre fame” e fa con la mano un gesto come dire roba da dimenticare. A Diano, nel periodo di istruzione era stato scelto per fare il puntatore. “Puntatore è il massimo, non fa niente, dà le coordinate a quello che con le routine orienta il pezzo e alla fine dice: pezzo pronto”. Bisognava saper fare dei calcoli, parallelismo, alzo, direzione e lui, anche se non era andato oltre la quinta elementare, sapeva farli. Frangenti della naia a parte, la grande scoperta era stata la Francia del Sud: “posti bellissimi, gente evoluta”. La nostalgia di Bolzaneto e dei famigliari non aveva oscurato il suo entusiasmo per quei luoghi fino ad allora sconosciuti. L’avventura si era conclusa ai primi di ottobre del ’43 con la fuga dai tedeschi e il rientro a Bolzaneto.

Ezio liquida il periodo della naia con poche parole come se preferisse non parlarne. Di fronte alle mie insistenze dice che di quel periodo ha conservato “una specie di diario” che ha ripreso in mano di recente. “Poco interessante”, osserva, mentre me lo mostra. Il suo giudizio abbraccia allo stesso tempo il diario e i mesi passati a soldato. E’ una piccola agenda fasciata di un cartoncino rossiccio che sulla prima di copertina porta impresso “Caffè Centro Ge-Bolzanetto”(sic). A partire dal 4 gennaio 1943, giorno di inizio della naia, le facciate di ogni paginetta – ognuna tocca due giorni – è stata compilata quotidianamente con mezzi e in condizioni non sempre favorevoli.

“Tu sei appassionato di queste cose – Ezio cerca così di spegnere l’interesse che lascio trapelare per l’agenda – e un pacco di lettere ti esalta ma è troppo sintetica. Non puoi ricavarci niente. E poi non c’è tutto; mancano episodi importanti. Come quando è venuta la neve ed è stata l’occasione per picchiare un sergente, un fetente, un sadico; di quelli che urlano come nei film dei marines. C’era chi lo aspettava al varco e, quando è venuta la neve, una coperta addosso e l’hanno lasciato in terra. Un episodio molto importante ma lì, nel diario, non c’è. Neppure c’è scritto dei treni dei deportati che ho visto in Francia per la prima volta. Né degli incontri con un emigrato antifascista che avevamo conosciuto. Neanche c’è quello che mi scriveva mia madre che mi inondava di amore materno. Erano importanti quelle lettere ma lo spazio per scrivere era poco”.

L’elenco delle cose “che non ci sono” è sufficiente per riaprire il confronto. “Treni per deportati?”, chiedo. “Sì, una cosa che allora ci sembrava incomprensibile. I tedeschi mettevano la gente sui treni e la portavano non si sapeva dove. All’epoca non conoscevamo la parola deportazione. Erano treni con gente dentro, chiusa. Carri bestiame come si usava allora per soldati, per i civili in Francia c’erano le vetture normali, ma i viaggiatori non erano normali. Si sentiva gridare, si vedevano uscire le mani; buttavano dei biglietti, chiedevano acqua. Giugno, luglio del ’43, una estate caldissima: passavano questi treni che andavano in Germania coi francesi dentro. Una cosa che noi non capivamo; poi degli amici francesi ci hanno spiegato. Emile, il padre di certe ragazze molto simpatiche con cui avevamo legato, una volta ci ha detto: se venite anche voi che siete dei militari possiamo aiutarli più facilmente, dargli dell’acqua. A guardia dei treni fermi nella stazione di St. Cyr c’erano i tedeschi ma a noi ci lasciavano fare: bottiglie d’aranciata, acqua minerale, quello che si poteva”.

Una visione angosciante che al suo ritorno a Bolzaneto, a fine ’43, Ezio aveva riportato in famiglia e agli amici destando solo curiosità; “erano increduli”, precisa. Lui stesso faticava a dare un significato a ciò che aveva visto. “Poi quando nel giugno del ’44, a Sestri, hanno preso quelli della S. Giorgio, li hanno caricati su due treni e li hanno portati in Germania, allora tutti hanno capito. Nessuno immaginava che venisse una retata, li piombassero, li spedissero… Era la stessa cosa che avevo visto un anno prima e che avevo raccontato”.

In effetti dei vagoni piombati visti alla stazione di St. Cyr sull’agendina non c’è una parola, così del pestaggio del sergente e chissà di quanti altri episodi. C’è comunque dell’altro e quando dopo qualche giorno torniamo a parlarne sono ormai convinto che i 9 mesi di naia abbiano avuto un peso considerevole su quello che succederà in seguito. Più di tutto mi ha colpito il senso di umiliazione che pervade le pagine. “Il cuore si fa duro tra tante umiliazioni” scrive il 13 gennaio; e il 27: “nulla da fare contro il destino”. Gli leggo i brani che ho messo in evidenza. “Corrisponde”, osserva pensoso e ammirato per il mio rovistare nelle pieghe del documento.

Dopo il tuo battesimo notturno e la comunione alla Guardia, osservo, credevo che tu avessi esaurito il tuo rapporto con la religione ma da quello che ho letto si direbbe di no. 15 febbraio: “Il Signore mi aiuta, ho fede”; 27 febbraio: “Il Signore è stato buono davvero e pregherò”; 7 marzo: “Ho fede. Piango in chiesa e mentre scrivo a papà”; 4 maggio: “Prego nonostante il dubbio”; 19 settembre: “Mi allontano dal prete non da Dio”; 29 luglio: “Che accadrà a Camillo? Oh dio mio aiutatelo…”; 31 luglio: “Signore aiuta il mio papà… fate che possa valere in tutto la sua intelligenza e la sua idea”.

Ezio ascolta le citazioni come se non gli appartenessero. “Leggo queste frasi, dice, come un gran bisogno di aiuto, di necessità affettiva. Forse era mia madre che mi induceva a cercare un aiuto extra, in più, per risolvere i miei problemi. Non ricordo di essermi confessato o comunicato. Neppure mia madre ci credeva. A Bolzaneto, tra i miei amici studenti qualcuno andava a messa e qualcuno no. A volte ci andavo anch’io, ma così… Non sapevo la messa e ancora oggi vado in chiesa per motivi eccezionali: un matrimonio, un funerale”.

Nel diario compaiono anche note esistenziali. 25 marzo: “Piove straordinariamente e penso alla vita. Com’è strana e assurda. Devo imparare a uccidere e massacrare dunque [n.d.a. oppure] vado dentro. Che idiozia”. 26 maggio: “Che succederà nel mondo… Perché tanta incomprensione? E’ possibile che uomini intelligenti debbano ubbidire a uomini sciocchi?”. “Ci riconosco, dice sorridendo Ezio, un certo stile di famiglia”.

La lontananza da casa era stata l’occasione per approfondire i suoi sentimenti col padre, la madre, il fratello. I riferimenti alle lettere ricevute da loro sono continui e si intrecciano con altri frutto della contemplazione di radure, albe, tramonti, stellate, fatti che emotivamente lo coinvolgono. Avrebbe voluto dare ai suoi sentimenti parole e forma poetica e lo scrive. 30 aprile: “I grilli trillano, gli alberi fremono, l’aria è un balsamo. Qualche lacrima quando andrò a casa”. 4 luglio: “Tento la poesia tra i pini olezzanti”.

Ezio ascolta le citazioni e sorride imbarazzato. “Ero sicuramente molto romantico e molto emotivo. Quando facevo il meccanico, uscivo con le ragazze che lavoravano alle stampatrici. Ero il loro attrezzista e sono uscito con tutte. Ma non avevo manifestazioni violente. Uscivo e passavo la sera con loro a passeggiare. Parlavamo della vita. Mi piaceva stare con loro, magari baciarle o carezzarsi ma era lo stare insieme a loro che mi piaceva”.

Prima di partire da Genova aveva messo nello zaino “I Sepolcri” e quando, per averlo scoperto dal Diario, glielo faccio notare, minimizza: “sì perché era un libro piccolo, leggero”. Insisto: Foscolo con la quinta elementare? E lui: “è vero, era difficile”. Foscolo a parte, Ezio aveva pensato che la poesia sarebbe scaturita, quasi spontaneamente, dalle situazioni che gli apparivano poetiche. Il più delle volte però, osserva autoironico, era rimasto deluso. “Ne ho scritto solo una. Neppure era una poesia; piuttosto una successione di frasi, di parole. Ricordo che ci avevo messo la parola licheni che allora non sapevo neppure cosa fossero. Un ufficiale, uno gentile, m’aveva chiesto cosa scrivevo e io gli avevo detto che avrei voluto scrivere una poesia e ci avevo messo dentro sti licheni anche se non sapevo… Era un dottore in agraria e me lo aveva spiegato. In una poesia, aveva detto approvandomi, i licheni ci stavano benissimo”.

Del Midi a Ezio piaceva tutto. La spiaggia e i bagni, la compagnia, i bar, le persone che si baciavano in strada, le nenie dei marocchini che abitavano le baracche vicino al cimitero e di notte cantavano canzoni loro, da villaggio; belle che si facevano sentire. Non era caduto nella trappola paesana di scambiare i luoghi della propria infanzia come gli unici al mondo ma si era entusiasmato per la Côte e i suoi abitanti che gli avevano permesso di sentirsi a suo agio malgrado portasse la divisa del nemico. Altri italiani, arrivati in passato, chi alla ricerca di lavoro chi in fuga dal fascismo, lo avevano aiutato. Di uno di questi, un antifascista, un comunista che faceva il contadino, aveva frequentato anche la casa, “una cascina bellissima dove con altri a volte ci si ritrovava la sera”. Ascoltavano la radio e le notizie della guerra mentre il padrone di casa gli raccontava degli eroi del socialismo di cui Ezio e i suoi amici non sapevano nulla: “Matteotti, Lenin, Stalin, Bakunin, specialmente Bakunin”.

Anche i compagni di naia, ragazzi con alle spalle provenienze e storie diverse, avevano dilatato il suo orizzonte e premiato la sua voglia di scoperta. Come Martone, “napoletano verace, intelligente, simpatico, una faccia latina ma anche un po’ araba, capelli neri ricciuti, sempre allegro, forse ricco, gran personaggio, con le mani bellissime di uno che non ha mai lavorato”. Mentre Ezio lo descrive e ne decanta le mani bellissime che, forse, “non avevano mai lavorato” non sento nessuna animosità nelle sue parole, solo ammirazione. Ecco un buon esempio della sua “fortuna”, penso.

C’erano anche soldati più vecchi di lui, come Cemin e Fietta, “anziani dell’8” (1908), trentini di Fiera di Primiero, suoi compagni di camera. Amichevoli sobri, innamorati del loro paese (“quando che torniamo a casa, verrai a trovarci e vedrai che bello le montagne”) e della loro famiglia. Simpatici, facevano tutto insieme, a cominciare dal dormire nello stesso castello, uno sopra e uno sotto. Divertiti alla vista di Ezio che scriveva sull’agendina – “Ma cos’è che ti ghe scrivi?” – e poi ridendo tra loro: “Sai che ora ci mette anche noi là dentro”. Ezio racconta imitando le loro voci, la loro cadenza. “Cemin aveva una faccia quadrata e gli occhi azzurri intensi. Fietta invece era alto, magro. Vorrei disegnarli e mi ci son già messo molte volte ma è come se qualcosa di loro mi sfuggisse. Due contadini intelligenti, buoni, fedeli, ubbidienti”. Anche loro contro la guerra ma rassegnati a subirla come la gente di buon senso che sa che “con la fatalità non ci si deve scontrare”.

Proprio Cemin e Fietta lo avevano messo in guardia, al suo arrivo, verso un’altra coppia, Siegfried e Schulz, tedeschi questa volta, sergenti e padroni della batteria. Siegfried alto, figura da inquisitore, rughe, vera faccia della morte che non rideva mai e Schulz, il suo contrario, piccolo, biondo, gentile ma legato a filo doppio con l’amico. Quando c’era l’allarme capaci di stare intere notti su una sdraio con una coperta addosso, il mitra ai piedi e la pistola sulla pancia. Al contrario del superiore di Ezio, un colonnello italiano che dell’artiglieria non sapeva neppure le cose più elementari, i sergenti Siegfried e Schulz avevano costruito da soli una intera batteria. Avevano cominciato ignorando le inutili proteste di una contessa e spianandone l’orto, poi, costruita la piazzola, ci avevano montato la batteria con cannoni da 220 presi ai francesi e portati lì su un treno. Avevano i disegni ma il resto lo avevano fatto loro: dall’orto della contessa alla piazzola col girevole, una roba di almeno 20 metri di diametro.

I tedeschi, chi li conosceva prima di allora? A Bolzaneto quelli che Ezio aveva visto prima di partire erano per lo più uomini d’età, pochi, acquartierati in zone defilate, che qualche volta si poteva incontrare a bere un bicchiere alla Fratellanza o alla Cattolica. Ben diversi dai tedeschi che Ezio aveva scoperto a St. Cyr, autoritari, efficienti, sprezzanti o quanto meno ironici verso l’alleato italiano così approssimativo, mal armato e mal nutrito. Tutti, anche i più anziani tra loro, quelli della Flak, l’antiaerea, i più pacifici che per prima cosa ti facevano vedere la foto della moglie e dei figli e che dicevano di continuo “ah, scheise krieg”, guerra merda, accompagnando le parole con un gesto tutto loro. “Però erano lì come gli altri a dare il grasso e a lucidare le mitragliatrici e i fucili. Loro belli, ordinati, puliti, a posto, e noi sempre incasinati. Ci avevano dati i tapum, i loro grossi fucili da fanteria, al posto dei nostri moschettini da ridere. Volevano che li tenessimo bene, puliti ma quando ci controllavano, c’era sempre un granino di polvere in più e mai che fossero appoggiati a dovere”. Per non dire di quando cercavano di sorprendere gli italiani di sentinella andando a gattoni per sfilargli il fucile. La loro disciplina era senza sbavature e l’apprendimento fondato su una violenza costante, quotidiana, applicata ad ogni minimo aspetto della vita militare. Ezio ne era stato colpito e in proposito sulla sua agenda compare la parola “martirii”. “Facevano girare i loro puniti di corsa o al passo, attorno al palo delle salmerie, lo stesso attorno al quale si facevano girare i cavalli. Così per ore con ordini urlati che facevano rabbrividire solo a sentirli”.

La svolta nel rapporto coi tedeschi era cominciata, clamorosa, a partire dal 26 luglio. Oltre al clima di incertezza che aveva coinvolto i comandi italiani, il blocco della posta (29 luglio: “Che accadrà a Camillo? Oh Dio mio aiutatelo”) e l’accavallarsi di notizie contradittorie provenienti dagli amici francesi che sentivano la radio, era esploso negli accantonamenti un lassismo liberatorio. Erano aumentate le ore di libertà e i bagni di mare (30 luglio:” In mutandine all’istruzione. Pacchia. Al bagno ogni due giorni”). Il 31 luglio era stata l’apoteosi: “Comincia un altro mese. Che succederà? Non potrà essere bello come questo: Impossibile. Che bei momenti si riescono ancora a vivere in questi tempi”. 1 agosto: “Stupendo mattino. Camillo sta bene. Il fascismo è morto. La mamma è felice e così papà. Grande giornata. La vita è bella. La vita è un sogno”. Così ancora per qualche giorno, poi era cominciata a serpeggiare l’inquietudine. Martone, l’amico napoletano dalle mani bellissime e l’intelligenza splendente, a metà agosto, tornato da una licenza, lo aveva avvisato (e Ezio l’aveva appuntato sul diario): “la pace non verrà” anzi, presto le cose si sarebbero complicate. L’8 settembre (“l’Italia chiede la resa incondizionata”) era stato il giorno della “grande notizia” che aveva provocato in tutti “un balzo nel petto e una ondata di emozione”. Il 9 la resa dei conti era già cominciata: “I tedeschi fanno bruttissime promesse… congetture sotto i pini… Si trama una fuga… Che brutti giorni… Si attende la sentenza”.

Sentenza pronunciata l’11 settembre dal comandante tedesco: “capitano Wenzel fa il discorso” aveva scritto Ezio sul diario. In verità, precisa, si trattava di un generale, ma lui l’aveva saputo dopo; sembrava uscito da un disegno di Grosz: la mano di legno, il monocolo, la divisa perfetta e un mucchio di decorazioni. Wenzel aveva offerto agli italiani una alternativa: combattere al fianco dei soldati germanici o essere istradati verso i campi di concentramento che non si sapeva bene cosa fossero ma che venivano promessi con accenti che non lasciavano dubbi. “Finalmente prigionieri” si legge nella pagina dell’11 settembre; prigionieri insieme a francesi, nordafricani e indocinesi che fino a poco tempo prima erano stati loro prigionieri. Gli italiani, ultimi arrivati nel gruppo, non erano stati accolti male. “Facevamo insieme a loro la coda per il rancio ma non ci prendevano in giro; riconoscevano che noi con loro non ci eravamo comportati male. Ci davano anche del tabacco”.

La proposta di Wenzel aveva inizialmente trovato tra i militari italiani un certo ascolto. L’11 settembre Ezio scriveva nel diario: “Lotta per la firma del tradimento… piuttosto il campo”. Non era la riflessione di un isolato, mi spiega, ma il risultato di un parlamento durato giorni. “La proposta di passare con loro a molti non sembrava uno scandalo. Aveva trovato un certo favore tra i meridionali e, più in generale, tra quelli meno preparati o che non avevano maturato una adeguata carica d’odio contro la guerra, i tedeschi e i fascisti. E’ stato necessario mettersi a parlare, spiegare. Wenzel ci aveva dato un po’ di giorni e li abbiamo usati. Tra gli anziani tedeschi c’era chi ci metteva in guardia sui campi, ci dicevano che erano posti duri, che dovevamo stare attenti a dire no. Alla fine abbiamo vinto noi e dei nostri solo un bolzanino era andato con loro; nessun altro”. “Smettiamo di fare i soldati” era stata la proposta che, come risulta dal diario, aveva vinto. Di un ufficiale che era andato coi tedeschi Ezio, il 28 settembre, scriveva “E’ un traditore” e aggiungeva “Non si combatterà, costasse la vita… Fiera determinazione di non impugnare le armi… Mormorii e movimento intenso di meningi…”. Quello stesso giorno aveva preso la parola anche il generale italiano. Ezio appunta “parole sciocche quanto inutili. Disapprovazione dei più ragionevoli”.

In attesa di essere inoltrati al campo, i prigionieri italiani erano stati addetti ai lavori pesanti della difesa costiera: picco, pala, trasporto di legname, costruzione di rifugi. Erano cominciate anche le prime fughe ma nessuna a buon fine. 7 ottobre: “Ogni colpo di piccone aumenta la ribellione. Si partirà?”. E l’8: “Sulla montagna con il picco. Intorno la libertà. Piani di fuga… L’ora della libertà si avvicina. Riusciremo? Dio ci aiuterà”. E’ la vigilia della fuga. Ezio brucia la posta (9 ottobre: “che dolore”) e dopo una improvviso cambiamento di piani comincia la fuga con altri due compagni.

“Dell’Italia, ormai dall’8 settembre, non sapevamo più niente. C’erano solo gli amici francesi che ci informavano e ci avevano dato delle dritte. Non distante dal nostro accantonamento abitava Emilio, il padre delle ragazze, che andava tutti i giorni a Marsiglia a lavorare in una officina per auto e aveva un mucchio di cartine stradali. Per me il piano è questo, ci aveva detto. Quelli prima di noi li avevano ripresi tutti. Non dovevamo sbagliare; andavamo verso il freddo e non avremmo avuto altre possibilità. Insieme abbiamo messo a punto il piano e siamo partiti. In tre: Rolland, un valdostano, Nino, un piemontese, ed io. A piedi fino a Bandol e poi sul treno fino a Nizza in un colpo solo, di notte, appesi fuori, mentre il treno andava come il diavolo. A Nizza c’erano i tedeschi schierati che controllavano documenti e bagagli di quelli che uscivano. Abbiamo aspettato che il treno partisse e tornasse il buio poi abbiamo scavalcato la cancellata e siamo arrivati sulla strada tra quelli che erano usciti regolarmente dalla stazione. Non si vedeva niente – c’era l’oscuramento – tutti diffidenti, nessuno che ci desse una indicazione. Io ero vestito da meccanico, giacchetta, baschetto e una borsa di tela a tracolla; vuota. Così i miei amici. Alla fine abbiamo visto degli alberi e ci siamo messi lì sotto”.

Alla mattina quando si erano svegliati avevano scoperto di aver dormito nel mezzo di una aiola, alla vista di tutti. Di nuovo erano tornati in stazione a prendere un “trenino”, una linea con uno scartamento diverso, che andava verso le Marittime da dove poi avrebbero tagliato per l’Italia.

“Io dovevo stare zitto. Degli altri due, Nino, il piemontese, parlava un po’ di francese, mentre Rolland, il valdostano conosceva il patois. Era stato Nino a stringere i contatti con Emilio, il meccanico, che però a Rolland non piaceva. Rolland amava fare di testa sua, era un isolato, uno bieco che come niente avrebbe potuto uccidere. Lo avevamo voluto con noi perché sapeva il patois e perché era un vero avventuriero. Nino mi diceva: quando arriviamo di là lo lasciamo andare perché questo ci porta a perdere. Di certo era un tipo intelligentissimo. Mi era capitato di perlustrare con lui le case della costa che la gente era stata costretta abbandonare e in qualche modo aveva cercato di barricare. Lì, soprattutto nelle soffitte, c’erano tonnellate di giornali, di libri e lui era un lettore straordinario, vorace di tutto. Era simpatico, interessante anche fisicamente, tipo guida alpina ma un po’ rincagnato non un bello alla Bonatti. Nino però, che aveva una mentalità più provinciale – canoni piemontesi – lo temeva”. Durante la fuga era stato sempre Rolland a parlare e decidere. “Si muoveva come fosse a casa sua. Per tutto il percorso non ha fallito un colpo. Mi dava delle gomitate: tu stai zitto. A lui bastava una occhiata per farsi ubbidire”.

A Nizza, in stazione avevano seguito l’indicazione dell’amico meccanico e cercato i macchinisti. Per loro avevano preparato soldi e sigarette. In vettura, sul trenino per Ruseran, era come se l’avessero scritto in fronte e tutti avevano capito, anche un italiano, una faccia brava, che gli aveva offerto di dormire a casa sua per andare insieme, l’indomani mattina, a cercare i funghi… Alla fine si erano fidati: la casa era una baracca, con pollaio, galline e caprette e lui gli ha dato da mangiare e da coprirsi perché cominciava a far freddo. La mattina armati di cesti erano arrivati fino ad un certo punto dove lui, con una cartina alla mano, gli aveva spiegato dov’era il controllo tedesco; bastava aggirarlo e continuare a seguire la strada. Si erano persi lo stesso e solo al pomeriggio erano arrivati finalmente al passo del diavolo: scogli che sembrava di camminare sulla luna. Da lassù erano scesi nella valle di S. Dalmazzo di Tenda. Per strada, devastato, c’era tutto quello che la Quarta Armata aveva abbandonato nella sua ritirata: tende, armi, coperte, bombe, telefoni, cavi.

A S. Dalmazzo, la sera, avevano bussato a molte porte ma inutilmente così erano finiti a dormire in un campo e la mattina dopo erano entrati in un albergo per darsi una pulita. “Non erano passati 5 minuti che è arrivato uno della Resistenza; voleva che ci mettessimo con loro. Non abbiamo accettato: volevamo solo andare a casa. Di nuovo il treno fino a Racconigi; di nuovo abbiamo aspettato la notte; di nuovo persi, l’oscuramento, i cani; finalmente a Villanova Solaro, il paese di Nino. A mezzanotte, a pochi metri da casa sua, ci bloccano i carabinieri. Armi puntate: sveglia della casa, lacrime, madre, padre, 2 sorelle maestre, il maresciallo che finalmente lo riconosce. Hanno acceso il fuoco, ci hanno fatto da mangiare, scaldato, nutrito, lavato. Una scena indimenticabile. Io sono stato lì 2 o 3 giorni poi, con dei vestiti decenti, sono partito. Dovevo andare; volevo sapere come stavano i miei, fargli sapere di me. Da Racconigi in treno fino a Savona, poi un altro treno per Genova”. A Savona, mentre aiutava una vecchietta a caricare delle patate sul treno, di colpo, come una fitta aveva visto l’Italia: carrozze da derelitti, miseria, abbandono, una solitudine che l’aveva preso alla gola. Da Sampierdarena col tram era arrivato a Bolzaneto, a casa; domenica, erano tutti a messa. Aveva suonato e ad aprire era venuta la madre. Si erano abbracciati e insieme avevano pianto; molto.

Ezio ha raccontato la storia del suo viaggio quasi d’un fiato. “L’ho già raccontata altre volte, almeno 7 o 8, mi dice. Ma quanto può valere un ricordo a questa distanza di tempo? Mi chiedo quali differenze ci siano tra il racconto che ho appena fatto e quelli precedenti”. E’ una questione importante ma, d’accordo, decidiamo di rinviarla.

La comparsa del diario ha introdotto nel confronto tra Ezio e me un elemento nuovo. Ho contemporaneamente a disposizione un testimone, Ezio, che mi racconta di fatti passati e il suo diario, appunti stesi all’epoca dei fatti. Di alcuni dei fatti, a suo tempo riferiti sul diario, Ezio non mi ha detto. Perché, spiega, non li ha ritenuti importanti; di altri invece perché, fino al momento di leggere, non ricordava. In compenso mi ha raccontato cose di cui sul diario non c’è traccia. Alcune di queste, importanti già allora, non erano state consegnate al diario per timore forse che potesse finire in mani estranee. Potrebbe essere il caso del pestaggio del sergente: un fatto di cui non si doveva parlare; figuriamoci scrivere. Ci sono poi fatti di cui solo col tempo Ezio è stato in grado di apprezzare l’importanza. E’ il caso dei treni dei deportati.

Non è difficile trovare una spiegazione accettabile per queste differenze. Al momento, l’aspetto che sembra più interessante è che il diario, la sequenza cronologica degli appunti, si è trasformata in una serie di domande che l’Ezio di allora ha rivolto all’Ezio di oggi. Il racconto che ne è venuto fuori non è solo molto più ricco di quello che inizialmente mi aveva proposto. Restituisce al ricordo movimenti cancellati e toglie ai gesti la loro fissità. Potenza dei diari.Ezio era arrivato a casa, a Bolzaneto, domenica 17 ottobre, a 8 giorni dall’inizio della fuga. Una decina di giorni dopo aveva cominciato a frequentare la scuola serale a Sampierdarena. Sulla stessa agenda – usata per qualche giorno come diario scolastico – si trovano appunti come: 15 novembre “Vita e pentimento Petrarca. La novella delle pecore dal Novellino”; 17 novembre “Consiglio degli dei. Battaglia fra Greci e Troiani”; 19 novembre, “Apparato digerente e circolatorio”. Il 28 novembre compare disegnata una mano aperta, supina, con la scritta “Alt”. Potrebbe alludere al suo abbandono seguito al consiglio del preside: meglio che alcuni non si facciano più vedere.

Negli stessi giorni in famiglia e con gli amici era iniziata la discussione sul bando di chiamata alle armi. Lui però, al contrario dei suoi amici studenti rimasti a casa, aveva già vissuto alcune esperienze significative. Aveva visto all’opera i tedeschi, un esercito determinato, maniacale, che non conosceva smagliature. Aveva partecipato attivamente a una discussione, collaborare o non collaborare con loro, dove si era confrontato dialetticamente con i suoi compagni, ragazzi di ogni provenienza; una occasione importante per trasformare le sue idee in argomenti. La linea per cui si era battuto, “smettiamo di fare i soldati”, aveva vinto ma lo aveva fatto finire nella lista dei candidati alla deportazione. Da qui la fuga, un gesto coraggioso dove tanti prima di lui avevano fallito; vissuto da seconda fila rispetto all’amico Rolland, ma con una determinazione superiore a quella di Nino che più volte aveva manifestato incertezze.

L’Ezio tornato a Bolzaneto era un giovane di 20 anni che aveva già sperimentato le parole e la dialettica del confronto provocato dall’8 settembre. A St. Cyr aveva già “scelto”, prima per opporsi poi per fuggire. Nel diario dove, come dice lui, “non c’è tutto”, c’è abbastanza per cogliere i legami profondi tra la sua storia di soldato e quella di renitente che era seguita.     (m.c.)

AVVERTENZA

Dell’Agenda 1943 di Ezio Bartoli si riportano, di seguito, le sole pagine ove vi siano annotazioni, anche se brevi e personali, che il titolare del diario abbia ritenuto utile riportare. Anche se in un primo momento si era pensato di farne solo una cernita, composta all’incirca di 29 quadri: tralasciando cioè buona parte delle pagine contenenti notizie riguardanti la famiglia, lo stesso autore dell’agenda, certe notizie troppo personali o che riguardassero persone singole o gruppi di persone occasionalmente nominate senza avere una connessione specifica col tema che qui si voleva porre in evidenza. Cioè, cosa ne pensassero, allora, i giovani delle vicende che stavano vivendo. Qual era la molla – loro che erano nati nel fascismo, che ne avevano subito l’educazione, la scuola, le adunate al sabato, il premilitare, la soffocante propaganda – che li spingeva a prendere una decisione anziché un’altra. In sostanza, si voleva, inizialmente alleggerire l’articolo senza impoverirlo nella sostanza. Ma poi si è pensato di riportare tutti i quadri affinché ognuno possa liberamente fare una lettura sua. Perciò si è preferito limitarsi a riportare tutte le pagine, tralasciando soltanto quelle completamente in bianco.