Archivio mensile:giugno 2018

Archivio Pietro Sechi “Succo”

Fasc. 60 – Doc. 01 – Archivio e storia del Comandante “Succo”, Pietro Sechi: partigiano della “Brigata Zelasco” – Div.ne “Coduri” – operante nella provincia di Genova, zone del Golfo del Tigullio e del suo entroterra.

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1. Succo: periodo di ferma nella Guardia di Finanza

Pietro Sechi “Succo” (1920-2006) figlio dell’agricoltore Giuseppe (Oschiri, 08 apr 1868 – 29 nov 1942) e di Maria Francesca Sini (n. Oschiri, 25 dic 1875 ) nasce a Oschiri (SS) l’8 feb 1910.

Ma: “La dimensione socio-culturale che caratterizzava Oschiri nel tempo della formazione giovanile di Pietro, subito dopo la prima guerra mondiale, era quella di una comunità che accoglieva l’ondata di ritorno dei reduci dal fronte. Quegli uomini, forti della loro esperienza di combattenti, reclamavano il mantenimento delle promesse avute, in cambio della vittoria. Con l’aper­ta ostilità dei potentati locali videro la luce le prime cooperative agricole: a contadini e pastori veniva offerta la possibilità di svincolarsi dal cappio che gli speculatori, gli incettatori e i possessori di capitali, stringevano sul collo di una economia povera. Nel corso degli anni venti, al seguito della costruzione della diga sul Coghinas, il paese conobbe, episodio singolare in tutto il nord Sardegna, una forma di industrializzazione rappresentata dall’impianto, alla periferia del paese, in prossimità della stazione ferroviaria, di una fabbrica di concimi chimici che utilizzava le eccedenze di acqua dell’invaso del Coghinas. Il benefìcio indotto da questa industria aprì la prospettiva di una altrettanto benefica ricaduta in termini socio­politici, data la presenza di maestranze e manodopera qualificate suscet­tibili di introdurre, nell’orizzonte culturale tipico di un’economia agro­pastorale, problematiche sociali più aperte al mutare dei tempi. Ma la discontinuità produttiva, con l’altalenare di assunzioni, licenziamenti e riassunzioni dovuta all’incostante regime delle piogge, lasciava la ma­nodopera in balia di una amministrazione poco rispettosa dei diritti degli operai.

L’impossibilità di un collegamento organico con altre realtà sociali di tipo industriale e il mancato sostegno del ceto istruito locale, asservito o intimidito dal nuovo regime fascista, non permisero il benché minimo avvicinamento tra i bisogni dell’arcaico mondo agro-pastorale e le istanze di un nascente proletariato industriale che, di fatto, sopravvisse fino alla scomparsa dell’industria stessa negli anni cinquanta.

Per essere al centro delle due più importanti vie di comunicazione quali la strada e la ferrovia che collegano la costa nord con il resto dell’isola, Oschiri non conobbe l’isolamento di cui, fino a tempi recentissimi, soffriva la quasi totalità dei centri sardi. A causa o in virtù della concomitanza di questi fattori, si verificarono notevoli modificazioni nei modi di vivere tradizionali, rivelatisi più avanti nel tempo, non sempre di segno positivo. Questi spiragli attraverso cui filtravano concezioni ed esperienze di vita e di lavoro, se non nuove, certamente interessanti, permisero una certa problematizzazione delle condizioni di vita locali e sguardi critici su fatti storici posti all’origine della ricchezza di poche famiglie e della povertà della maggioranza delle altre. Venne così ad assumere contenuto politico il sordo mugugno dei diseredati rivolto ai possidenti del paese detentori di tutti i poteri” (Ndr: Non conoscendo Oschiri di persona, le soprastanti informazioni sulla località l’ho riprese dal libro di Mario Vargiu, amico fraterno di Succo, dal titolo “Pietro Sechi, partigiano”, Il Torchietto, Ozieri, s.d.).

Proveniente da questo contesto sociale troppo limitato per un giovane alla ricerca di un futuro più appagante e che anche potesse offrire prospettive più ampie, Pietro Sechi fece domanda d’arruolamento volontario nella RGdF. Dove, il 27 giugno 1929 – seguendone sempre lo stato di servizio attraverso il suo Foglio Matricolare – venne assunto nella “Legione Allievi” della GdF. Legione istituita nel 1906, con sede a Maddaloni fino al 2002 e poi trasferita a Bari. Il 1° dicembre, sempre del ‘29, promosso “Guardia di terra”, viene trasferito alla Legione Territoriale di Trieste e il 1° ottobre del ’33 a quella di Venezia. Poi il 1° ottobre del 1935, viene inviato alla 10a Legione Territoriale di Napoli ed assegnato, per mobilitazione, al Battaglione speciale “E” della RGdF. Infine, il 19 ottobre sempre del ’35, viene imbarcato sul piroscafo “Sardegna” diretto a Massaua (Eritrea) dove sbarca il 27 dello stesso mese, e dove il 15 luglio 1936, cessa di appartenere al Btg Speciale “E” per passare in forza al comando RGdF dell’A.O.I. (Africa Orientale Italiana) come venivano denominate allora le colonie italiane in Africa. L’anno dopo, il 5 ottobre 1937, rientra in Italia e viene inviato alla Legione Territoriale di Genova perché abbisognevole di cure. Da qui, il 6 dicembre, si reca a casa, in licenza straordinaria di 29 giorni, per motivi di salute.

2. Succo: suo arrivo e permanenza a Sestri Levante

Trascorso questo periodo, il giorno 5 gennaio 1938 rientra a Genova, al suo corpo d’appartenenza, da dove, l’11/06/1940, dietro sua richiesta, viene trasferito alla brigata di Sestri Levante, mobilitato per la difesa coste. Ma il 5/03/1942 subisce un altro trasferimento presso la brigata della Spezia, sempre mobilitato per la difesa coste, dove rimane fino al 15 giugno. Il 16 giugno fa ritorno a Sestri Levante, ancora mobilitato per la difesa coste, ma il 28/12/1942 cessa di essere mobilitato e il 1° febbraio 1944 viene promosso Finanziere scelto, come meglio si può vedere nell’annotazione di pag. 2 del suo Foglio Matricolare. Poi il 22 novembre 1944, per le ragioni che poi diremo, diserterà e si unirà all’allora brigata partigiana Coduri, operante nel Golfo del Tigullio e il suo entroterra. 

Quindi, dal 28/12/1942 fino al 22/11/1944, il Finanziere scelto Pietro Sechi si trova in servizio a Sestri Levante, dove vivrà tutti i drammatici eventi legati alla fatidica data dell’8 Settembre 1943 e assisterà allo sfaldamento completo dell’Esercito Italiano lasciato completamente solo, senza più ordini e direttive dalla Casa regnante  fuggita nel Sud d’Italia. Ma già prima di questa data, a Riva Trigoso (comune di Sestri Levante) dov’era dislocata la sua caserma, ha modo d’incontrare vari personaggi appartenenti alla variegata e assai politicizzata classe operaia massicciamente orientata verso i sindacati e i partiti di sinistra: di massima operai dei Cantieri del Tirreno, osti di locali dove si poteva mangiare oltre che incontrarsi per discutere di politica o promuovere incontri tra candidati alla diserzione e appartenenti alle cosiddette S.A.P. di pianura già da tempo collegate all’antifascismo attivo nelle fabbriche sestresi: quali appartenenti al Soccorso Rosso, come ad esempio Eraldo Fico (il futuro Comandante Virgola), Antonio Minetti “Gronda” (il futuro C.S.M. della Coduri), Armando Arpe “Italo” (il futuro vicecommissario della Coduri). E tanti altri di cui si può leggere ivi direttamente nell’Archivio della Coduri.
Ma dalla documentazione in nostro possesso sappiamo anche che il Sechi, prima di salire in montagna, era un affiliato SAP perché consigliato dallo stesso comandante Virgola a restare al suo posto in quanto più utile alla causa in questa veste. E quindi si deve supporre che Succo (e quasi certamente anche Matteo) abbiano avuto diversi abboccamenti con uomini rappresentativi della Coduri, divisione partigiana dove poi entrambi sono entrati a far parte quali combattenti per la libertà della nostra Italia. 

Ma a Riva Trigoso e nello stesso Sestri era, all’epoca, tutto un subbuglio. Oltre ai bombardamenti degli alleati che s’intensificarono dopo l’Armistizio, v’erano truppe germaniche acquartierate un po’ dovunque, con nidi di mitragliatrici contraeree, posti di blocco a terra, batterie dotate di pezzi d’artiglieria da 105 mm, posti di avvistamento contraereo e marinaro. E in riva al mare bunker anti sbarco armati di mitragliatrici, oppure di cannoncini più leggeri ma continuamente presidiati da truppe armate fino ai denti per timore di sbarchi alleati.

Poi furono costruiti anche muraglie anti sbarco lunghe chilometri e di spessore che superava il metro alla base. Le case più vicine alla costa vennero fatte evacuare e riempite di esplosivo. E la gente dovette sfollare. Chi verso l’entroterra per quelli più fortunati che avevano dei parenti in quei paraggi, gli altri dovettero arrangiarsi e vivere nelle gallerie, il più delle volte scavate da loro stessi. I pidocchi erano un po’ dappertutto. Poco il mangiare. Ognuno doveva arrangiarsi un po’ come meglio poteva. Triste periodo, quello. D’augurarsi che non si ripeta mai più.

Poi, verso la fine di luglio ’44 arrivarono anche gli alpini della Monterosa. E a problemi si aggiunsero problemi. Sì che erano italiani, ma dietro c’erano sempre loro: i germanici. E poi le Brigate Nere, quelle che facevano forse più paura di tutte perché non si capiva mai cosa avessero in mente di fare. Ed erano cattive anche con noi ragazzi di 8, 10, 12 anni. Dei quali i più tanti non sapevano neanche cosa erano le mutande perché non ne avevano e non potevano averne a causa della miseria in cui eravamo immersi fino al collo, e che aveva fatto loro dimenticare tutto. Anche i giochi. Una palla fatti di stracci, arrotolati stretti e poi legati più volte, era il massimo ch’essi potessimo sperare. Ci si arrangiava rubacchiando qua e là qualcosa di commestibile nei campi di frutta, con i proprietari che spesso ci rincorrevano. Molti di noi la vita, da ragazzi, se l’è goduta proprio niente.

Ma non possiamo certamente tralasciare di dire che il 5 febbraio 1940 Pietro Sechi e la signorina Bruna Sotgia convolarono a giuste nozze, e che il 1° novembre 1940 furono allietate dalla nascita di Domenico, il loro primogenito. Ragazzo che nel proseguo avremo occasione d’incontrare più volte. Ma non sappiamo con precisione la data in cui la famiglia, trovandosi il Sechi di servizio a Sestri Levante, sia andata a stabilirsi a Santa Vittoria, altro rione di Sestri al centro della Val Gromolo, più verso la collina rispetto a Riva Trigoso dove si trovava la caserma della GdF. L’altro giorno, parlando di quei tempi con un abitante di 86 anni, nativo di Santa Vittoria, si ricorda ancora perfettamente dove abitava (in località Ponzerone) la GdF Succo, si ricorda del piccolo Domenico e della signora Sechi. Ed anche di “Matteo” Angelo Monni di Sinnai (1910-1970) che coabitava, almeno per un certo periodo, a S. Vittoria con Succo. Di Matteo, qui da noi, in Liguria, fino a poco tempo fa, conoscevamo solo la sua storia di partigiano, sapevamo essere amico e conterraneo di Succo ma ben poco d’altro sapevamo. Ora sappiamo invece, grazie all’amico Nicola Serra nativo delle stesse zone della Sardegna di Succo e di Matteo, che i due si conoscevano bene, ed erano anche fortemente legati. Tanto che, ad esempio, s’erano reciprocamente scambiati il ruolo ecclesiastico di Padrini in occasione dei Battesimi dei loro figli, Domenico e Giovanni, quest’ultimo figlio di Angelo Monni e Bianca Filippini, uniti in matrimonio il 24 dicembre 1940, come risulta da una dedica con foto spedita ai coniugi Sechi che ritrae la famiglia Monni-Filippini il giorno del loro matrimonio; dal quale, l’anno dopo, nascerà il loro primogenito Giovanni, e successivamente, nel settembre 1943, la loro figlia Luisella.

3. Succo: da affiliato SAP a Partigiano combattente. 

Nel precedente paragrafo si è visto che a Riva Trigoso, dove si trovava la sua caserma, Pietro Sechi si avvicina agli uomini della Resistenza, ai quali presto si propone per poter aderire anche lui a tale missione patriottica; ma Eraldo Fico gli consiglia di rimanere al suo posto perché più utile come agente SAP. Sechi segue il consiglio ma non se ne sta con le mani in mano: visto che in zona, sul finire del mese di luglio ’44, sono giunti gli alpini della Monterosa, insieme all’amico Angelo Monni e ad altri, decide di avvicinarne qualcuno per fare opera di convincimento a disertare. E riesce particolarmente nell’intento avvicinando il sergente Arduino che comanda un reparto di salmerie nel confinante comune di Casarza Ligure. Il discorso iniziale tra i due (o i tre se con Monni presente) dovrebbe essere partito abbastanza favorito in quanto i due (o i tre) erano ancora tutti in divisa militare e appartenenti alla RSI. Quando l’accordo stava per concludersi, da parte degli alpini sopraggiunse però la richiesta di un ulteriore incontro con un comandante partigiano più alto in grado. Cosa che venne accolta e le cose si avviarono verso una diserzione bene organizzata, anche se non priva di pericoli, ovviamente. A questo punto si ritiene più opportuno affidarsi alle testimonianze lasciate dagli interessati e alla scorsa dei documenti in nostro possesso, molti conservati dalla famiglia di Pietro Sechi e rinvenuti, dopo la liberazione, presso il comando della compagnia della GdF di Chiavari.            

       a. Fonti e testimonianze sul caso Arduino e diserzione di “Succo”

Cfr. ivi, Fasc. 40 – Doc. 5: La Resistenza nel Tigullio e nelle sue vallate, ed anche in Storia e Memoria, N° 1/2014: Rivista semestrale dell’ILSREC di Genova che contiene l’ultimo episodio narrato nell’articolo di E. V. Bartolozzi All’origine della diserzione nel Levante Ligure, dove, oltre a testimonianze di partigiani si hanno anche testimonianze lasciate da alpini della Monterosa.
L’episodio si svolge in rione Battilana (Casarza Ligure) e coinvolge un distaccamento di circa 25/23 alpini con salmerie e 15 muli; comandati dal Serg. Arduino, il quale, convinto da una ragazza del luogo che in seguito diverrà la sua compagna, si consegnerà, con tutto il suo reparto, l’armamento, le salmerie e i 15 quadrupedi, al comando della Coduri. Lo stesso articolo mette in evidenza il ruolo di primo piano svolto dal finanziere Pietro Sechi sin dai primi del mese di agosto 1944, nel convincere il sergente degli alpini ad unirsi alla resistenza. E conseguentemente a costringere poi lo stesso Sechi perché scoperto, a darsi ad una precipitosa fuga notturna, insieme a tutta la sua famiglia, per evitare d’essere catturato e condannato a morte per diserzione.

Cfr. ivi Fasc. 7 – Doc. 14, Archivio della divisione Coduri, Edilio Raspolini “Lanciere” (n. 1912) Azioni varie di Lanciere:
Anche in questa testimonianza si ha una minuziosa e dettagliata descrizione del distaccamento alpino di Battilana comandato dal serg. Arduino. L’episodio è il medesimo che viene descritto nelle memorie di “Succo” Pietro Sechi e nell’articolo sulla diserzione nel Levante ligure, ma tale testimonianza non contempla più la presenza di Pietro Sechi e neanche quella di “Matteo” (Angelo Monni) perché le due guardie di finanza sarde in parte avevano esaurito il loro compito, in quanto l’operazione di convincimento degli alpini a disertare si era conclusa positivamente, ma per verificare e poter essere così tranquilli di definitivamente decidersi, gli alpini chiedevano un’ulteriore prova: avere un incontro con un comandante partigiano di grado gerarchico superiore onde poter concordare con esso particolari garanzie riguardo le proprie libere scelte future una volta raggiunte le formazioni partigiane. Insomma, molti volevano disertare solo per poter poi, una volta in banda, proseguire per tornarsene in famiglia. Cosa che venne quasi sempre assecondata, a condizione che loro lasciassero armi, indumenti, e quant’altro, alle forze partigiane che ancora scarseggiavano di tutto. Di solito, di militare, gli veniva lasciata solo un’arma individuale, gli abiti che avevano indosso, un po’ di scorta viveri e un lasciapassare per attraversare le zone presidiate dai partigiani che avessero eventualmente incontrato lungo il loro percorso. In nessun caso (a meno che non vi fossero in mezzo dei feriti o altri gravi motivi) mai nessuna scorta armata veniva loro garantita.  

Cfr. ivi Fasc. 7 – Doc. 16, Archivio della divisione Coduri, Pietro Sechi “Pietro Sechi”, pag. 8, par. 6, dove viene così descritto da Pietro Sechi l’episodio del sergente Arduino:
“Nel mese di agosto 944, assieme allo scomparso partigiano “Matteo” (Monni Angelo) convincemmo il sergente maggiore Arduino (che comandava un reparto salmeria della Monterosa) a disertare assieme ai suoi dipendenti (circa 30 alpini con muli e materiale). Il colpo riuscì alla perfezione e gli alpini furono portati al comando della nostra divisioni in Valletti.
Ed è in quella occasione che fui scoperto e processato in contumacia dallo stesso comando della divisione Monterosa, guadagnandomi la pena di morte. Tale fu la sentenza”.

A sinistra un’altra autorevole testimonianza: la pagina dattiloscritta 2/5 del Comando della Coduri, trasmessa il 17.7.1945 alla Commissione Regionale Accertamenti Titoli Partigiani per la Liguria di Genova, in cui vengono elencate e datate molte delle azioni effettuate da Pietro Sechi, gli incarichi ricoperti e gli encomi ricevuti. Serie di documenti firmati tutti da “Virgola” e “Leone”: rispettivamente Com.te e Comm. Div. “Coduri”.

Cfr. ivi Fasc. 7- Doc. 16, Archivio della divisione Coduri, Pietro Sechi Pietro Sechi, pag. 2:
Tale diserzione viene ufficializzata dalla lettera inviata dal Comando della Compagnia della GdF di Chiavari alla Monterosa, del 28/11/1944. Lettera dove viene descritta in modo dettagliato l’allontanamento di Sechi, insieme alla sua famiglia composta dalla moglie e un figlioletto di quattro anni, da Santa Vittoria (Sestri Levante) per raggiungere il Comando della formazione partigiana Coduri a Valletti (Varese Ligure, SP).

Inoltre, sono particolarmente interessanti una serie di documenti messi a disposizione dalla famiglia Sechi, che di seguito si riportano, e rinvenuti, dopo la liberazione, presso il comando della compagnia della GdF di Chiavari che illustrano, a partire dal 21 novembre 1944 e attraverso tutta una lunga serie di dispacci e comunicati, l’evolversi della diserzione di Pietro Sechi e le stringenti misure prese per catturarlo. Da notare specialmente “l’invito” della Monterosa del 21.11.1944 firmato d’ordine dall’Ufficiale 0.3. Ten. Mario Cristiani, comandante dell’ufficio detenuti politici, disertori e partigiani catturati. Per i quali, se trovati con armi addosso, ne scaturiva quasi sempre una condanna a morte per fucilazione alla schiena: 

 

ATTENZIONE:  SITO IN LAVORAZIONE!!!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Intervista a Stefano Malatesta “Croce” (Com.te Brg. Jori – Div. Cichero)

Fasc. 50 – Doc. 5 – Fascicolo dedicato al comandante della Brg. Jori (Div. Cichero) Stefano Malatesta “Croce”, composto da tre articoli, di cui il principale è un’intervista di Manlio Calegari allo stesso Croce e realizzata nella sua abitazione di Arma di Taggia il 3 agosto 1995. Presente Giambattista Lazagna “Carlo”.
                                                                                   Manlio Calegari, Elio V. Bartolozzi, Lorenzo Torre

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Contenuti: 
1). Stefano Malatesta “Croce” – Profilo
2). Intervista a Stefano Malatesta
3). Postfazione

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1. STEFANO MALATESTA (CROCE) – Profilo del comandante della Brigata Jori, dal libro di Antonio Testa “Baffo”, Partigiani in Valtrebbia. La Brigata Jori, ABA, Genova, 1980, pp.gg. 189/90; ove solo quattro sono i profili tracciati da Baffo, che con questo sembrerebbe voler mettere in particolare risalto, secondo una sua personale valutazione, i quattro maggiori personaggi della VI Zona Operativa Ligure: Aldo Gastaldi “Bisagno” comandante della Divisione “Cichero”; G.B. Canepa “Marzo” Commissario della Divisione “Cichero”; Stefano Malatesta “Croce” Comandante della Brigata Jori; Otello Pascolini “Moro” Primo commissario della Brigata Jori.

Stefano Malatesta “Croce”

Per quanto riguarda Croce, il suo profilo inizia:

“Leggiamo sul numero 13 de “Il Partigiano” del marzo 1945:
Encomio solenne al Comandante di Brigata Croce: Comandante di Brigata ed impareggiabile partigiano, in due mesi di duri ed estenuanti combattimenti, si prodigava infaticabile per la preparazione ed il coordinamento dei propri reparti. Sempre presente ove maggiore era il pericolo. In combattimento di esempio e sprone ai suoi uomini.

Croce si caratterizzava, fra i comandanti della Divisione Cichero, per il temperamento deciso, volitivo, e a volte angoloso e persino rude.
Parola sicura, fatta a scatti, creava spesso intorno a sé un rispettoso distac­co, ma nel contempo riusciva ad infondere negli uomini che lo circondavano quel senso di sicurezza assolutamente necessario perché lo seguissero con en­tusiasmo nelle azioni più difficili e nei momenti più drammatici.
Per queste sue doti egli conquistò subito la stima dei primi partigiani di Cichero, tanto che gli fu affidato il comando di una delle tre squadre origina­rie, dalle quali si sviluppò poi la formazione.
Successivamente, quando nella tarda primavera del 1944 si decise di dare maggiore respiro all’attività militare, a Croce fu affidato il compito di trasferirsi con un gruppo di uomini sull’Antola per porre sotto controllo la Val Trebbia e la strada statale 45.
Accorto nella scelta delle basi operative più rispondenti alle esigenze della guerriglia, prudente quanto rispettoso con i civili nella ricerca delle persone su cui fare affidamento nella ricerca degli insediamenti partigiani, egli riuscì a risolvere brillantemente e con rapidità i problemi della dislocazione dei re­parti in Val Trebbia. Ciò assicurato, si dedicò poi in breve volger di tempo alle azioni di guerriglia contro i nazifascisti, al miglioramento dei reparti dal punto di vista militare e morale, alla salvaguardia dei paesi della vallata.
Assolse sempre questi compiti delicati e difficili con sicurezza e capacità, quasi non avesse fatto altro nella vita; sopperiva con l’intelligenza ed il sen­so pratico, alla carenza di specifica e superiore cultura militare, che il suo pas­sato di semplice militare dell’arma dei Carabinieri non poteva avergli fornito.
L’appartenenza al rigoroso ambiente della “Benemerita” aveva però contribuito a rafforzare le naturali doti di coraggio, di altruismo, di dirittura, tanto da fargli assumere naturalmente il ruolo di capo e fargli guadagnare, come si è detto, la fiducia degli uomini.
La fiducia in una persona è un sentimento umano spontaneo, che non può essere imposto o inculcato dall’alto. La si acquisisce poco per volta atraver­so la valutazione dell’operato, l’apprezzamento, l’effetto dell’esempio.
Nella guerra partigiana la fiducia era fondamentale, indispensabile. Quan­te volte la semplice presenza di Croce, il suo incitamento, servirono a capo­volger situazioni apparentemente disperate! Quante volte, forze nemiche su­periori furono fermate da un appostamento avveduto; e ancora quante vol­te difficoltà di ordine amministrativo e politico furono superate con il con­tributo di moderazione, di equilibrio e di autocontrollo.
La vita partigiana infatti non era fatta solamente di problemi militari: ave­va molti e delicati aspetti di natura umana, sociale, culturale che occorreva affrontare con tatto, realismo e sensibilità.
Queste doti di realismo, di moderazione, di buon senso, di umile e opero­so impegno, Croce seppe trasfondere profondamente nella Brigata Jori. Essa già da allora venne spesso citata come una delle formazioni in cui più spicca­tamente era prevalso l’impegno comune per gli ideali patriottici, ed in cui più consapevolmente la disciplina era sentita non già come una imposizione, ben­sì come condizione necessaria per conseguire gli obiettivi militari richiesti dal momento.
A guerra finita, smobilitati i suoi partigiani e recuperati i corpi dei “suoi” caduti, Croce è rientrato silenziosamente nella vita civile, riprendendo con modestia la precedente attività lavorativa. Ha rifiutato i meritati riconosci­menti ufficiali che gli sono stati offerti ma non ha mai dimenticato il suo pas­sato partigiano, così come ha lasciato immutato negli uomini della formazio­ne e nella gente della Val Trebbia il ricordo e la gratitudine per il suo operato.
Ancora oggi, quando passa da quelle parti, con la sua solita aria riservata e schiva, spesso qualcuno lo fissa brevemente e sbotta: “Ma Vuî sei ü Crüxe! “.

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2. Intervista a Stefano Malatesta “Croce”, Arma di Taggia, 03/08/1995: 

Giambattista Lazagna “Carlo” (n. 1923) e Manlio Calegari (n. 1939) a colloquio con Stefano Malatesta “Croce” (n.1915), a casa sua.

Abbreviazioni nel testo:
C. =
Croce 
GB. = Giambattista Lazagna
M. 
= Manlio Calegari

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GB. Croce, hai già compiuto 80 anni?
C. Ancora no!

GB.Quando?
C. In ottobre, l’11 ottobre.

GB.Scorpione… Allora, Croce, raccontaci un po’ come sei diventato partigiano.
M. Come sei arrivato a Cichéro.
GB. Sarebbero importanti anche i particolari, quello che sapevi di coloro che già erano in montagna, se qualcuno ha fatto da mediatore, se ci si consigliava con qualcuno, se c’erano già delle idee politiche in famiglia, se l’aver fatto parte dell’Arma dei Carabinieri ha influito su di te, se c’era qualcuno conosciuto tra i Carabinieri. Insomma, anche poco, ma qualcosa che ci introduca nella tua storia.
C. Io, all’8 settembre 1943 [1] ero in una stazione dei Carabinieri in provincia di Piacenza. Il nostro piantone, alla mattina – noi eravamo un po’ fuori della città – va a fare la spesa in città e trova i tedeschi che lo disarmano e torna in caserma disarmato. Il maresciallo che avevamo, era uno che la pensava quasi… Invece, prima di Piacenza ero stato a Parma, ma lì nessuno parlava. Quando sono arrivato a Piacenza, alla stazione di San Nicolò dove ho preso servizio, invece… Ricordo un fatto: a mezzogiorno si mangiava; c’era il pane e dentro c’era quella midolla che c’è quando il pane non è cotto. Nella sala della mensa, appeso, c’era il quadro del Duce e uno la prende e ce la tira: “Mangila ti, gundun!”, in genovese. Ben, quel giorno il piantone è arrivato e ha detto: “Mi è successo così e così”, e ha raccontato com’era stato disarmato dai tedeschi. Allora, col maresciallo, parliamo e nel giro di mezz’ora, siamo scappati tutti dalla caserma. Lui ci aveva famiglia e ha detto: “Io vado nel tal posto, dove ho i parenti, con i bambini”. Io e uno di Pontedecimo con due biciclette che erano lì prendiamo la strada della val Trebbia, per venire verso Genova. E siamo arrivati quasi fino a Montebruno, ai Due Ponti, quando cominciava a far buio e ci siamo fermati. Abbiamo chiesto se ci davano da dormire. Durante la notte arriva una pattuglia di tedeschi, poi se ne sono andati. Alla mattina io vado fino a Montebruno, e all’amico che era con me ho detto: “Io non vengo giù in bicicletta, la lascio qui… Ho dei conoscenti che hanno dei parenti a Cicagna [2]; prendo per i monti, da Barbagelata, e vado a casa a piedi”.
Sono stato a casa per dieci, quindici giorni; c’erano le feste del 15 settembre. Il 18 o il 19 settembre, arriva un carabiniere a casa mia e mi dice: “Guarda che il brigadiere ti vuol parlare”. Vado dal brigadiere e lui: “Guarda che io ho qui un fonogramma… se mi dici che ti presenti e mi dai la parola, mando un fonogramma che tu domani ti presenti; se no ti devo fare accompagnare su, a Piacenza.” Gli ho detto: “No, mi presento”. A Piacenza, alla compagnia centrale dei Carabinieri, ho fatto servizio per una decina di giorni, forse quindici. Poi ho deciso di rimanere in servizio lì.
Una mattina siamo in servizio dalle otto alle dieci con altri due carabinieri. Nella stazione eravamo in tre. Era il periodo in cui i tedeschi impacchettavano tutti i carabinieri e li spedivano in Germania. C’era un treno dove ci saranno stati più di cento vagoni pieni di carabinieri. Alla stazione di Piacenza questo treno si è fermato. Quelli che arrivavano da Roma erano sui vagoni già da tre giorni, e non gli davano né da mangiare né da bere [3]. A noi che facevamo servizio in stazione chiedevano acqua. A raccontarlo adesso, non è facile. C’era quello di servizio che aveva la manichetta dell’acqua e puliva. Gli abbiamo detto: “Infila l’acqua dentro i vagoni”. Ogni due o tre vagoni della tradotta, c’era un soldato tedesco di guardia col mitra. Quello ha cominciato a buttare un po’ d’acqua dentro a un vagone, e il tedesco di guardia non ha detto niente, e così in due o tre vagoni: fin dove arrivava la manichetta, gli abbiamo dato da bere.
Dopo che il treno è partito siamo tornati in caserma. Come piantone c’era uno di Montoggio, che la pensava come noi. Tutte le pattuglie che uscivano le ha messe in allerta, dicendogli di non rientrare più. A mezzanotte il tenente che era di servizio si è accorto che non c’era più nessuno, né di servizio né in caserma, perché noi abbiamo aspettato… Io dovevo essere di servizio alla sera dalle 20 alle 24 e verso le 2,30, le 3, c’era un treno. Siamo partiti in divisa; sono partito con uno di Alessandria: quando lui è arrivato a Alessandria, s’è fermato. Io ho proseguito.

M. Ricordi quando?
C. Era il 5 di aprile, forse il 6, al massimo il 10 di aprile del ’44 [4]. I tedeschi avevano riunito tutti i carabinieri con la scusa che dovevano parlargli e invece li hanno impacchettati e spediti in Germania. La notizia si era propagata e così siamo andati a casa tutti. Sono stato a casa quindici giorni, poi… 

M. Sei tornato a casa col treno?
C. Sì, col treno. Da Genova a Sestri Levante ho avuto una grana perché sul treno c’era una donna che andava a Rapallo con un sottotenente ferito in Russia. È salito sul treno un ufficiale dell’esercito. Vede questo tenente che è seduto – era giovane ma invalido – e gli chiede il posto. Questo qua aveva insieme sua mamma, che ha cominciato a insultare questo ufficiale superiore e io ero nel corridoio e avevo messo la valigia dentro lo scompartimento, dove succedeva questa lite. Però io, col mio moschetto, stavo in corridoio. L’ufficiale mi dice: “Devi intervenire!”. Devo intervenire perché se scappo faccio la figura di uno che non è in regola. Poi un signore dice: “Io scendo a Rapallo…”. Così, bene o male, si sono riconciliati; però finché non sono scesi ci sono stati momenti di tensione.
A casa, a Cicagna, ci sono stato un po’ di giorni fino a quando i carabinieri sono di nuovo venuti a cercarmi. Mi ero fatto fare un documento di esonero dal servizio ma ai carabinieri di Cicagna l’esonero non pareva valido e una sera sono arrivati per portarmi via. Stavo ascoltando Radio Londra; l’avevo spenta un minuto prima.
Abbiamo una casa nella quale si entra e da una parte c’è la cucina; e dall’altra si va nel resto della casa. La cucina ha un’altra porta di uscita. Io ero con un amico nella sala dove avevo finito di sentire la radio. I carabinieri sono arrivati in tre. Uno si è fermato sulla porta, uno è andato in cucina e uno è venuto nella sala dove c’era la luce accesa. Come l’ho visto arrivare, mi sono alzato, e di là c’era la porta. Gli ho offerto una sedia, e gli ho detto: “Aspetta che mi prendo un’altra sedia di là!”. Lui si prende la sedia e io imbocco la scala che va sopra, dove c’era un terrazzo con una scaletta. Salgo sul tetto e scappo via dall’altra parte. E da lì sono stato una settimana a Camogli da miei parenti e una settimana a Sestri Levante da altri parenti, certi Raffo (che adesso la Ilia ha il ristorante Mira, forse l’hai conosciuta: ci sentiamo sempre con la Ilia; a suo papà i fascisti gli avevano levato un occhio). A Sestri sono stato una settimana, però era nera anche per i parenti e a stare chiuso in casa senza mai uscire, stavo male. Il mio parente, a Chiavari aveva degli amici, tra i quali un certo Zerega [5], un falegname amico di mio zio. Sono andato da lui, gli ho parlato, e poi lui s’è messo in collegamento, con Italo [6], il cognato di Bini [7], che è morto da poco, Ho parlato con lui e una mattina, in bicicletta, siamo andati fino a Cichéro insieme. Erano i primi di febbraio.

M. C’era Marzo [8] a Cichéro?
C. Sì.

M. Avevo capito che da Piacenza fossi venuto via prima!
C. Sì, però avevo passato un periodo a casa, a Cicagna, valendomi di un esonero che mi ero procurato, e in base al quale i carabinieri di Cicagna mi avevano lasciato in pace. Poi deve essere arrivata una lettera…

M. Da Piacenza sei arrivato a Chiavari nel…
C. Ai primi di aprile del ’44… al 5 di aprile del ‘43… Mi sbaglio: ottobre del ’43, verso il 5 o il 10 di ottobre ’43.

M. Con Italo, quando siete arrivati in bicicletta a Cichéro?
C. Era febbraio 1944 [9].

GB. A Cichéro chi c’era già?
C. C’era Lesta [10], Pinan [11], Bisagno [12]. Marzo non c’era, in quel periodo era a Varese Ligure dove stava organizzando qualcosa. Però poi è tornato a Cichéro. C’era Dente, c’era Moro, che poi è diventato il commissario, quando siamo andati insieme in val Trebbia.

M. Arrivi a Cichéro a 28-29 anni, decisamente più “grande” rispetto a tanti altri giovani che saliranno a Cichéro nei mesi successivi. Hai anche una certa esperienza di vita militare e di gruppo, cosa che aiuta a farti un’idea della situazione che trovi e che si andrà formando. Difficile però che tu possa aver avuto allora un’idea di come si sarebbe sviluppata la guerra partigiana. Per caso ricordi qualche pensiero di allora, cosa immaginavi che avreste dovuto o potuto fare. Eravate già organizzati in modo militare? Ne discutevate tra di voi?
C. Il primo che vedo è Pinan, scalzo. Era un tipo interessante. Suonava un po’ la fisarmonica, teneva banco. C’era anche qualcuno più vecchio di me. Come Edoardo[13] arrivato a Cichéro dall’Antola con un suo gruppetto; un tipo tutto particolare. Poi, forse per il fatto che avevo qualche anno di più, con Bisagno ci siamo capiti. Con Marzo invece, subito non ho legato. Non mi aveva preso bene. Noi, la mia famiglia, eravamo molto amici dell’avvocato Cirenei [14]: per l’avvocato Cirenei, mio zio e mio papà avevano avuto delle grane! Perché avevamo una falegnameria e un giorno arriva una cartolina che l’avvocato Cirenei da Chiavari l’avevano portato a Roma; partito da Chiavari ammanettato, durante il tragitto verso Roma gli avevano levato le manette e tra panini e fiaschi di vino erano arrivati a Roma senza accorgersene. Lui aveva mandato una cartolina allo zio raccontandogli quello che gli era successo: “Sono arrivato a Roma e quando i quattro carabinieri venuti a prelevarmi sono entrati nello scompartimento hanno detto: ‘Povera Italia!’. Eravamo tutti lì, guardie e prigioniero a mangiare e bere”. Arriva il postino e lascia questa cartolina mentre noi eravamo a Recco per lavoro. La stessa mattina arriva nella falegnameria la Guardia di Finanza che legge questa cartolina e la porta via. Hanno detto ai due operai presenti nella falegnameria: “Ditegli che passiamo poi, tra qualche giorno”. Sapevano che eravamo amici di Cirenei, e in più hanno visto questa cartolina. A mio zio l’hanno fatto soffrire un po’: aveva da finire la sua casa, gli hanno dato tanti fastidi.
Ad ogni modo, quando sono arrivato a Cichéro ho saputo che Bisagno aveva conosciuto delle persone che conoscevano la mia famiglia. Non sono passati neanche quindici giorni dal mio arrivo che mi hanno fatto caposquadra. Anche se lì ce n’erano dei vecchi…

GB. Secondo te, chi poteva avere Bisagno per informarsi sul tuo conto?
C. Aveva un collegamento, un informatore che veniva su da Chiavari anche due volte alla settimana! L’altro giorno (rivolto a G.B.; ndr), con Minetto [15] mi avete fatto delle domande per sapere come mai Bisagno aveva chiamato a Cichéro lo Scrivia [16]; Bisagno aveva capito che io, avendo qualche anno più degli altri… E questo contava: le prime azioni che abbiamo fatto, su… Perché quelle che avevano fatto che io ancora non c’ero, non erano andate a buon fine. Ma quando ad Acero sono arrivati, da Chiavari, repubblichini e carabinieri a prendere i renitenti alla leva e a Cichéro due borghesi sono venuti a avvisarci – “Ci sono i repubblichini che prendono tutti i renitenti, nel paese” – Bisagno chiama proprio me e dice: “Prenditi quattro o cinque uomini, vai su e vedi: se portano via qualcuno, li fermi. Se non portano via nessuno, lasciali andare”. Perché era un periodo che a Cichéro avevamo quasi cento persone, tutti ammucchiati; una situazione non facile; non volevamo farci individuare.
A Acero andiamo in sei. In vicinanza, ne prendo tre e gli dico: “Voi passate di lì”, perché a Acero ci sono le case che giri un angolo e trovi gli altri. Esco da un angolo e su un pianerottolo trovo i tre di Chiavari che stanno parlando con una famiglia. Uno mi dava le spalle ma gli altri due me li sono trovati di fronte. Ho dovuto dargli il “mani in alto!”. Il repubblichino che aveva un bigliettino con tutti i nomi dei renitenti, l’ha lasciato cadere. Io non me n’ero accorto ma una bambina che era lì e aveva sei anni dice: “C’è il bigliettino!”.
Ho portato a Cichéro i tre prigionieri e lì è sorta la prima tragedia: si sono messi a parlare tra loro e si sono consigliati; tutti, compreso Bisagno e gli altri. Questa, anche per Bisagno, è stata la prima volta che si passava per le armi una persona. Non è stato facile. C’è stato qualcuno che non era d’accordo, diceva: “Mandiamoli giù”… Poi è venuto qualcuno del paese di Acero… Comunque al repubblichino hanno fatto il processo e l’hanno fucilato. I due carabinieri li abbiamo mandati via la mattina dopo, all’alba. Per dire che già da questo fatto, Bisagno su di me ci contava. Anche perché ci aveva tutti ragazzini di diciotto anni. Lesta era un ragazzino anche lui; di più vecchio aveva questo Edoardo che però non era…

GB. “Italo” Arpe si era fermato con voi?
C. No, Italo è venuto su dopo. Quando io sono salito a Cichéro, lui era ancora a Lavagna e faceva da collegamento.

GB. Con voi c’erano due o tre siciliani?
C. Quelli non li ho conosciuti; erano andati via prima.

GB. C’erano anche due inglesi, Sam e Trevor?
C. Sì, quelli c’erano.

M. Hai detto che Bisagno aveva capito che tu non eri solo un po’ più vecchio ma che davi più affidamento. Vorrei sapere se tu, con Bisagno, parlavi mai. Dici che aveva preso informazioni su di te, ma si sarà messo qualche volta vicino a te, per studiarti, capire che tipo eri.
C. Sì, ma Bisagno non parlava tanto.

GB. Penso che Bisagno giudicasse un po’ d’istinto. Le informazioni che aveva ricevuto su di te non potevano essere spinte al punto di saper dire se eri coraggioso o se sapevi comandare. Mi ha un po’ stupito, nel tuo racconto, il fatto che Bisagno non sia venuto lui personalmente ad Acero con te. Dal Casone di Stecca a Acero, c’era meno di mezz’ora di cammino… Forse avrà voluto proprio metterti alla prova? Bisagno era uno che quando poteva, si metteva sempre in prima linea.
C. Sì, qualche volta mi ha preso da parte, ma non abbiamo parlato molto. Da subito, dopo quattro o cinque giorni che ero lì, sono andato con lui nelle case di Cichéro, dove per vari motivi non mandava mai nessuno, per sentire Radio Londra; mi ha fatto conoscere a una famiglia dove c’erano due o tre ragazzine già grandette che tenevano gli occhi fissi su di lui mentre lui neppure le guardava. C’era la faccenda dei lanci, e dovevamo sentire se da Radio Londra c’era il messaggio per noi. Per un periodo, tutte le notti avevamo la sveglia, perché dovevano fare i lanci; forse era già marzo. Sentivamo il messaggio e dicevamo: “Questo qua è il nostro”. Poi una sera hanno buttato giù un serbatoio vuoto. E noi che pensavamo che avessero buttato chissà che cosa, alla fine abbiamo trovato, in mezzo al bosco sul Ramaceto, il serbatoio vuoto che avevano buttato.
Bisagno non parlava molto, però capiva… Penso che avesse capito molte cose anche politicamente. Io e lui non eravamo iscritti a nessun partito: solo l’idea che eravamo antifascisti era chiara, e questo era già qualcosa per lui. Però, gli anni contano. Io ho avuto tanti incidenti, come quando hanno catturato Oreste [17] in val Borbéra, che era andato di pattuglia insieme a un altro ragazzo, Fiume [18], che era di Cicagna, e aveva la stessa mia età. Fiume si è salvato, mentre Oreste che era più giovane – era un sottotenentino di 21 anni – è stato preso. Si sono incontrati con i fascisti, nella strada che da Cabella va giù: loro camminavano sulla strada e quelli venivano su con un camion. Oreste e l’altro hanno cercato di scappare, si sono buttati dove c’è un po’ di pianura, c’era un campo di grano. Si sono buttati nel grano, e dove passavano lasciavano una scia, la traccia del grano pestato. Fiume ha corso un po’, poi ha fatto il colombo, si è fermato e si è buttato a terra. Oreste invece ha continuato a correre, e quelli dietro, finché non l’hanno preso. Sul camion c’erano in venticinque o trenta. In quel fatto lì c’era già la dimostrazione che l’età insegnava qualcosa, perché Oreste era troppo giovane, non aveva esperienza; aveva fatto quattro o cinque mesi di scuola allievi ufficiali, e poi era venuto via. Anche in tanti altri casi, l’età e l’esperienza erano importanti.

M. È chiaro che il primo periodo, circa due mesi, passati insieme a Cichéro resta molto importanti anche se, come dici, Bisagno non era tipo da far tanti discorsi. Però era uno che guardava e sapeva ascoltare. Cerco di capire che cosa ha spinto Bisagno a darti un comando.
C. Sono rimasto un po’ caposquadra, poi il fatto di Acero – che avevamo fatto quei tre prigionieri e ne avevamo mandato indietro due e uno l’avevamo fucilato – ha provocato delle conseguenze; un vespaio da Chiavari fino alla Spezia. Già due giorni dopo avevano organizzato delle puntate ma noi, già la sera del giorno dopo, avevamo deciso con Bisagno di trasferirci in massa e di andare a Varese Ligure. Bisagno mi ha detto: “Tu vai a Varese; là c’è Marzo che per dormire ha già preparato i casoni e quello che occorre”. E ha affidato tutti gli uomini a me. Invece lui, Bisagno, era andato sull’Antola per vedere dove fare le capanne; che adesso, a ripensarci… Aveva certe idee, Bisagno, che a volte erano lontane dalla realtà. Perché andare a fare delle capanne lassù e non ad esempio dove adesso c’è il ristorante, sul falso piano? Quando sono andato in questo ristorante, si parlava e mi hanno chiesto: “Perché le capanne non le avete fatte qua?”; ho risposto che non lo sapevo. Bisagno aveva cercato un posto in cima alla montagna e questi ragazzi dicevano: “Alla mattina dovevamo andare fin giù a Temossi o a Sopralacroce per comprare qualcosa”. Tenere trenta uomini lassù non aveva molto senso. Poi lì, in seguito, è stato fissato il campo di lancio e ci restavano solo due o tre partigiani di guardia mentre gli altri stavano più giù.
Io comunque sono andato con questi settantacinque o ottanta uomini a Varese Ligure. Bisagno li ha affidati a me. Ricordo che quella sera la staffetta che ci guidava verso Varese ci aveva detto che stavamo passando sul confine dove s’incontravano i territori di tre province: Piacenza, Parma e la Spezia.

GB. Con te c’erano Beppe [19] e Jack [20], due di quei posti.
C. Beppe era un ragazzo di valore! Jack non c’era ancora.

M. Comandare un gruppo così numeroso percorrendo un territorio sconosciuto. Sembra che ti riuscisse tutto facile.
C. Non saprei; forse a me veniva tutto facile o sarò stato anche fortunato, però lui, G.B., un po’ di cose le sa e altre si possono leggere nel libro di Testa [21]: la formazione di Croce, la brigata Jori, era quella più disciplinata. Non so dire il perché ma non mi sono mai trovato ad avere dei contrasti con un comandante di distaccamento, con un commissario. Anche Lesta, che era uno dei più vecchi, Bisagno se lo portava sempre con sé, e gli dava certe responsabilità. Quando qualcuno diceva a Bisagno: “Perché ti porti sempre dietro Lesta? Non si può mai parlare liberamente” [22], al che Bisagno rispondeva “Se lo lascio là è peggio! Lesta è un bravo ragazzo, e diversamente non cambierebbe mai”.

GB. Gino [23] c’era già, allora?
C. C’era, c’era ma i distaccamenti non sono stati fatti tutti e tre insieme.

GB.Voi siete partiti per primi, da Cichéro, per andare nella zona dell’Antola.
C. Ho fatto prima il mio distaccamento.

M. Quando, ti ricordi?
C. In maggio. Il 2 di maggio 1944. Il 1° maggio eravamo ancora a Varese Ligure, dove abbiamo fatto saltare due o tre tralicci della luce. Però il 1° maggio abbiamo dovuto venir via, perché di là, da La Spezia facevano una puntata, e siamo stati là quattro o cinque giorni, poi abbiamo dovuto rientrare. Rientrando a Cichéro, Bisagno ha capito che eravamo in troppi e avrà parlato con Marzo, Bini…

M.Quando partite da Cichéro, ai primi di maggio, il vostro distaccamento ha un nome?
C. Torre [24].

M. Gli altri distaccamenti vengono formati dopo.
C. Per primi da Cichéro siamo partiti noi; in val Trebbia, sotto l’Antola, ai casoni sotto l’Antola.

M. Facciamo un passo in avanti: verso la metà di giugno del 1944 c’è stata una discussione per decidere se queste formazioni dovessero entrare nelle brigate garibaldine. Si parla di assemblee. Ricordi di aver fatto delle riunioni?
C. Sempre nel giugno del ’44?

M. Sì, sembra siano state fatte, più o meno, tutte attorno a quella data, dopo la formazione dei tre distaccamenti. Dei tre distaccamenti il vostro era stato il primo…
C. Sì, il primo. Lesta, che allora era ancora a Cichéro, mi ha detto che quello di Gino era stato fatto una settimana dopo la mia partenza. Prima il Torre, e siamo partiti per l’Antola, poi è stato fatto quello di Gino e dopo è stato fatto il terzo, che poi è diventato il Peter in ricordo del polacco [25]… Poco dopo spostato a Pànnesi, comandato da Scrivia e seguito personalmente da Bisagno che non l’ha mollato un giorno.

M. Ecco, parlami un po’ di questa cosa che mi sembra interessante.
C. Tutti ci siamo un po’ domandati… Perché Bisagno è stato là per circa un mese e mezzo, nel corso del quale non ci siamo visti. Però eravamo sempre in contatto per mezzo delle staffette.

M. In quel periodo non vi siete visti per niente. Lui da voi non è venuto.
C. Infatti; è venuto soltanto con Lesta alla vigilia del giorno in cui abbiamo disarmato lo “Slavo” [26]. E in quel periodo ci scrivevamo dei bigliettini, informandoci di quello che succedeva. Bisagno è rimasto sempre con Scrivia, perché… Carlo e Minetto poco tempo fa mi hanno chiesto come mai Bisagno avesse scelto Scrivia per comandare il nuovo distaccamento: forse perché si conoscevano per essere stati studenti insieme all’Istituto tecnico e avevano fatto tutto il servizio militare insieme, come sottotenenti del Genio telecomunicazioni, fino a Caperana (Chiavari). Forse era per la politica. Allora c’era già, la politica.

M. Fosse quel che fosse, comunque Bisagno seguiva Scrivia molto da vicino.
C. Non l’ha mollato un giorno. Può darsi che a Cichéro ci sia tornato per qualche giorno, ma da me non è venuto. È rimasto sempre a Pànnesi con Scrivia. Perché? Probabilmente era preoccupato di lasciare trenta uomini ancora senza esperienza a un ragazzino come era allora anche lo Scrivia. Ma ragazzino ragazzino! Sai di quei ragazzini… Mi ricordo che è arrivato su con quei pantaloncini stretti, era anche piccolino. Gli ha dato il distaccamento però gli è andato insieme.

M. (rivolto a GB.; ndr) Quando siete andati a Pànnesi?
GB. Guarda, quando io sono arrivato a Cichéro, in aprile, verso la fine di aprile, mi pare, Scrivia non c’era ancora. È arrivato pochissimi giorni dopo che voi (rivolto a Croce; ndr) eravate partiti per l’Antola. Mi ricordo della vostra partenza. Io con il distaccamento ancora unito sono rimasto forse una diecina o una quindicina di giorni, non so dirlo con precisione. Scrivia è arrivato a Cichéro, come ho detto, che io ero lì da qualche giorno [27]. Poi io sono rimasto a Cichéro, e Scrivia è partito per andare con Nino [28], il commissario politico, a Pànnesi dove poi sono arrivato io a sostituire Nino; devo chiedere a Nino, per quale motivo mi hanno mandato a sostituirlo. Forse gli avevano dato qualche altro incarico, oppure non andava d’accordo con Scrivia. Non lo so.
C. C’era Bisagno anche quando sei arrivato a Pànnesi?
GB. No, quando ci sono andato io non c’era. Mi ha accompagnato Tromba [29]. Te lo ricordi? Siamo passati da Neirone, dove c’era Nicola [30] che faceva una festa da ballo nel bosco, con le ragazze del paese e una fisarmonica. Mi ricordo che siamo capitati in mezzo alla festa da ballo. Tanto che poi ho fatto un bigliettino per Bisagno per informarlo di quel fatto. Quando io sono arrivato a Pànnesi, Bisagno non c’era; era tornato indietro. Io ero arrivato lì verso la metà o la fine di giugno, diciamo attorno al 20 di giugno e mi pare che Bisagno fosse ormai tornato a Cichéro.
C. Bisagno è venuto con Lesta il 10 o il 12 di giugno in val Trebbia, quando abbiamo disarmato il gruppo dello “Slavo” [31]. Avevamo preso accordi con Bisagno per iscritto. C’era questa banda… Bisagno mi aveva chiesto se portare in appoggio un distaccamento dei nostri. Ma là c’era già Marco [32] con i suoi, che erano venuti dalla val Borbéra dove stavano prima che in val Borbéra arrivasse Scrivia; Scrivia in val Borbéra è arrivato dopo il rastrellamento di agosto.

GB. In val Borbéra siamo arrivati Il 24 agosto, il secondo giorno della battaglia di Pertuso.
C. Noi eravamo sull’Antola, a Capanne di Carrega, e andando in giù, a Cabella avevo trovato, insieme a Marco, un ragazzo col quale eravamo stati militari insieme. Pensa che quando ci siamo incontrati, con questo Caveggia

GB. Ah! Eliseo Cavecchia, “Tullio” [33].
C. Ci siamo parlati un quarto d’ora, venti minuti senza riconoscerci. Lui era conciato male, proprio male. Noi bene o male avevamo almeno un paio di scarpe; lui ne aveva un paio di gomma senza suola; il piede che gli perdeva sangue di sotto, la barba lunga, i capelli lunghi. Poi, dopo un po’ gli dico: “Sei Caveggia?”, e lui risponde: “E tu sei Malatesta?”.

M. Era carabiniere, Cavecchia?
C. No. Carabiniere io sono passato dopo. A militare erano arrivate delle richieste, secondo le quali avevano bisogno di carabinieri e chi faceva la domanda poteva passare dall’esercito ai carabinieri. Io, tutte le mattine – eravamo a Camporosso – andavo a Ventimiglia con uno di Riva Trigoso, che aveva poi un negozio a Sestri Levante, e vedevo questo manifesto per il passaggio nei carabinieri. Allora facciamo la domanda. A lui, dopo un mese e mezzo, gli è arrivato l’ordine di tornare allo stabilimento di Riva Trigoso [34] dove già lavorava prima di andare sotto le armi. E così sono rimasto io. Avevo già fatto una richiesta di avvicinamento a casa – avevo mio padre da solo in casa – quando mi è arrivato l’ordine di trasferimento ai carabinieri. Il colonnello mi ha chiamato e mi ha detto: “Non ci vuoi proprio più stare qui. Prima hai fatto domanda per andare a Genova, e ora…”, e io rispondo: “E voi non me n’avete concessa una”. “Adesso ti hanno richiesto alla Legione di Genova, hai fatto una domanda…”, e mi ha mandato alla Legione di Genova.
Con Caveggia eravamo militari insieme a Camporosso. Quando Bisagno mi dice: “Vengo, che distaccamento ti porto?”, io gli ho risposto: “Guarda che qui c’è già un distaccamento con un comandante, Marco, che è un ufficiale dell’esercito, dell’aviazione, e ci conosco un amico, così faccio venire questi coi quali ormai ci siamo conosciuti”. Quando Bisagno è arrivato da noi, alla sera, con Lesta, io avevo il distaccamento di Tullio e di Marco già in val Trebbia, a Gorreto.

M. È in quella occasione che Bisagno ha conosciuto Marco?
C. Sì. Marco è stato lì una settimana, poi è rientrato in Val Borbéra. Bisagno e Marco si sono parlati in quei giorni. Bisagno, con uno che era ufficiale si capiva di più. “Per lo meno – diceva – questo è un po’ più dei nostri”, perché a Cichéro eravamo un po’ in mezzo a tutti questi vecchi volponi di partito. Tu (rivolto a G.B.; ndr) lo sai, eh, di quelli che c’erano, i vecchi: tolto tuo papà (Canevari; ndr), gli altri erano già tutti patentati politicamente. Marzo, che forse era più liberale degli altri… Anche lui, però, se gli toccavi il partito, cominciava a dire: “Non va bene!”.

GB. Te lo ricordi il Grigio? [35] Era un bagnino di Lavagna, uno che aveva quaranta, cinquant’anni.
C. Ma lassù non c’era.

GB. Sì, era a Cichéro quando sono arrivato io. Poi non ne ho più saputo niente. Non mi pare che fosse comunista. Era sicuramente un antifascista di vecchia data, perché aveva dovuto scappare. Aveva i capelli bianchi, o quasi. Ce n’erano pochi di quella età.
C. Nel periodo che tu sei rimasto a Cichéro, quando a comandare c’era solo Gino. Nelle cave, alla sera, ci andavi anche tu?

GB. Siamo andati nella cava di Orero, che in paese c’era Marzo. Poi c’era Domenico [36] che andava a prenderci da mangiare. Siamo stati al buio per quasi una settimana, in questa cava di ardesia. Da lì andavamo sull’Aiona per ricevere il famoso lancio e poi tutti i giorni giù di corsa.
M. Il tuo primo comando, dopo Acero e dopo aver portato gli uomini a Varese, è stato di comandarli in val Trebbia, ai casoni dell’Antola. Guardie, staffette, messaggi, contatti, il mangiare, tutto quanto, insomma. Mi diresti qualche altra cosa di quel periodo, di come te la sei cavata?
C. Non era facile dare degli ordini a tenenti, tenentini e sottotenenti, eppure ne avevo quattro o cinque. Ultimamente ne avevo cinque o sei (nei mortaisti c’erano tre sottotenenti, ingegneri) [37]. Lì (ai casoni dell’Antola; ndr), i primi quindici giorni, ho avuto più difficoltà. Difficoltà nel senso della questione viveri, perché arrivavi nuovo del posto e andare a bussare alle porte delle case non è stato facile. Avevo con me un maresciallo che poi è andato giù con voi (rivolto a G.B.; ndr) in val Trebbia. E poi facevamo un po’ d’istruzione militare. Perdevamo quelle tre o quattro ore al giorno con questo maresciallo che era bravo con le armi, facevamo un po’ di ginnastica. Per non stare fermi, per tenerci in forma, mandavamo una pattuglia sull’Antola e una nell’altra direzione… per non tenere gli uomini fermi tutto il giorno.
Però Bisagno aveva un po’ la mania di costruire delle capanne, e un giorno mi manda a dire di fare una capanna da qualche parte sotto il monte Carmo, dentro a una foresta fitta. Allora abbiamo fatto questa capanna ma non come l’avete fatta voi di Cichéro sul monte Aiona. Abbiamo chiesto aiuto ad alcuni contadini del posto, il legname c’era già, e abbiamo coperto la capanna con la paglia del grano, come è l’uso contadino. Si fa a rotoli. E infatti il tetto proteggeva bene dalla pioggia. Abbiamo fatto una capanna di quaranta metri, e c’eravamo una trentina e potevamo starci abbastanza comodi. Ma non ci siamo stati molto. A Bisagno ho detto: “Guarda che tenere gli uomini sempre dentro a una foresta è una cosa impossibile”. Bisagno li aveva mandati su proprio in cima all’Aiona, ma poi ha dovuto rinunciarci. Allora di lì siamo passati a un casone sulla strada tra Carrega e Capanne di Carrega, ma era vicino una decina di metri dal sentiero e da lì passavano continuamente i contadini di Carrega, e quindi tutti ci vedevano. E poi la voce della nostra presenza camminava. A Alpe avevamo un prete, il primo prete che abbiamo conosciuto; uno un po’ vivace che poi gli è successo quello che gli è successo…

GB. È morto… era a Rovegno, poveretto.
C. Mah… Ha fatto una morte che non si sa ancora adesso… In ogni modo, da quando è venuto con noi (lo chiamavamo Nero per via della tonaca) è andato sempre bene, fino a marzo o aprile del ’45; in aprile si sono accorti che questo prete qua… e l’hanno levato da mezzo. C’era da fucilare due o tre persone e dicono che lui, andando là per dargli la benedizione, li slegava… ma a me non è mai risultato che avessimo legato i prigionieri. Ci aveva aiutato per più di un anno, era un prete e una brava persona, poi hanno detto che slegava questi prigionieri e l’hanno passato per le armi [38]. A noi aveva dato una mano – era uno che trafficava con sigarette e altro – e ci aveva organizzato i rifornimenti. A Bobbio c’era un consorzio dove c’era il deposito del grano. C’erano quattro o cinque repubblichini che facevano la guardia, a questo deposito. Per noi, a quei tempi, era dura. Allora don Nero è andato lì, ha parlato e ci ha guidato a Bobbio dicendoci: “Voi mandate via queste guardie, senza fargli niente”. Siamo andati a Bobbio con un camion, ci siamo caricati tutto il camion di grano e l’abbiamo portato a Bavastrelli. Lì c’era un mulino, e così abbiamo cominciato ad avere farina abbondante per mangiare. Da allora per noi è cominciata una vita diversa da quella di Cichéro.

GB. Questo prelevamento di grano a Bobbio è più o meno in luglio ’44?
C.
No, è prima: a fine maggio o ai primi di giugno. Noi, la val Trebbia, il fondo valle, l’abbiamo occupato dal 12 al 15 di giugno. Fino ad allora eravamo ancora in cima ai monti, e faceva ancora freddo. Poi, quando abbiamo occupato la val Trebbia è stato come per voi quando siete arrivati in Val Borbéra: zone ricche. Cichéro era una zona triste! Nella zona di Cichéro e dell’Aveto c’erano sempre difficoltà per i viveri; posti molto poveri già per sé stessi. Invece in val Trebbia, da Bobbio verso Piacenza, arrivava il grano e la situazione era ben diversa. A quello che mi chiedevi prima, ti rispondo che non ho trovato molte difficoltà.

M. Avevi dei collaboratori che ti davano una mano…
C. E che mi ascoltavano, anche.

GB. Ma dimmi un po’, Croce: per esempio Denis [39] e quel gruppetto, a parte l’Oreste che poveretto ha fatto quella brutta fine, quei dieci o dodici del vecchio distaccamento “Scintilla”, del primo inverno, erano con te?
C. Quel gruppo era venuto a Cichéro, in aprile mi pare.

GB. Ma poi sono ritornati con voi all’Antola, in maggio.
C. Sì, ma non tutti. Nino è andato a Pànnesi. Nicola è andato a Bargagli e ha creato un suo gruppo autonomo che in giugno o luglio si è unito alla Giustizia e Libertà.

GB. Quelli di loro che erano con te, erano già pratici della zona, perché avevano già girato tra Berga, l’Antola, Carrega e Bogli.
C. Sì, erano stati una settimana sull’Antola. Badoglino [40], per esempio, e i suoi amici, erano ragazzi che avevano preso fiducia. Badoglino una volta è andato a fare un’azione con il mio vicecomandante, che era un sottotenente. Sono andati e hanno fatto tanto che l’azione è fallita, se li sono fatti scappare. Questo ragazzino, Badoglino, allora aveva diciassette anni.

GB. Chi era il tuo vice?
C. Era Fontana [41]. Badoglino era tornato al comando ma non mi aveva detto niente. Non è che mi abbia detto: “È successo questo”. Mi dice però che uno era andato di qua e l’altro di là; dovevano essere in quindici ma mancava questo e mancava quello.
Un bigliettino da Torriglia ci aveva informato che certe carrette che portavano materiale militare e andavano a Gorreto partivano alla tale ora. A una certa ora la nostra squadra si doveva trovare nel tal punto per catturare questo materiale. Invece erano arrivati sul posto non al completo, perché si erano divisi e non avevano concluso niente. E questo ragazzino, Badoglino, aveva detto a Fontana: “Se c’era Croce…”. Fontana era il vice-comandante del distaccamento Torre, il mio distaccamento e stava con noi da parecchio. Era un po’ come Lesta, ma Lesta, se diceva qualcosa, lo ascoltavano. Fontana invece…
Io avrò anche fortuna, e ho avuto anche la fortuna di avere dei collaboratori che non piantavano grane; però qualche volta dipende anche da noi, se piantarle o no. Nella brigata Berto, il comandante era Banfi [42], un capitano dell’esercito che in seguito è diventato generale; non l’ultimo arrivato. Però non c’era giorno che non avesse grane. Avevano perfino chiamato Lesta per sostituirlo. Ho parlato con Bill [43] l’altro giorno. Era deciso: Banfi doveva andare via, Bisagno lo mandava via, poi gli hanno messo insieme Lesta come vice comandante della brigata. Alla Berto, tra il comandante e il commissario c’era sempre qualche grana. Nella mia formazione è successo un caso solo; uno che però abbiamo sistemato in ventiquattro ore.
Ho avuto la fortuna di avere un commissario come Moro [44], che era bravissimo perché, quando siamo andati a fare azioni, quando abbiamo disarmato la caserma dei carabinieri di Rovegno, l’ho decisa in una mezz’oretta. Un carabiniere è venuto su e mi ha detto “Guardi, stasera c’è così e così, c’è la festa, venite giù e li disarmiamo tutti”. Io mando un biglietto a Moro, e gli scrivo: “Vieni giù che andiamo a fare così e così” [45]
Quando Moro è arrivato a Alpe di Gorreto, mi ha preso da parte: Moro era stato già commissario del distaccamento Scintilla, con Edoardo, e gli era già successo che dovevano andare a disarmare una caserma a Garbagna, verso Tortona, dov’erano appena quattro carabinieri [46]. Però, il giorno prima andare a disarmarli, tutti già sapevano che alla tale sera i partigiani andavano a prendere quei carabinieri; e così è successo che hanno preparato l’accoglienza ai partigiani, tirandogli delle bombe a mano dalla finestra, e i partigiani erano venuti via, per fortuna senza danni. Moro, quest’uomo che aveva un po’ di anni più di me – di Moro, tu Manlio, avrai sentito parlare a Lavagna – era una persona straordinaria. A me non ha mai dato fastidi, politicamente; non ci siamo mai detto: “Tu come sei?”. Io sono come sono! Neanche con Marzo ho mai avuto fastidi, però qualche volta…
Quando poi Scrivia è arrivato in val Trebbia, Bisagno, con Marzo, ha pensato bene di prendere il nostro commissario, Moro, e di mandarlo da loro. E da me è arrivato un certo Bruno che veniva dalla Quarta zona [47]. Era bravissimo. È stato con noi una ventina di giorni però in mente aveva la politica. Era arrivato un lancio e col lancio anche le sigarette che venivano portate da me, al comando. Bruno dice: “Se mi dai una staffetta che mi accompagni, vado a fare un po’ un giro in due o tre distaccamenti”. E si prende un po’ di sigarette. Va a fare questo giro, e fa per andare giù sotto l’Antola, per andare a Casella, prima di Casella…

GB. A Frassinello, Valbrevenna, Nenno, val Vobbia…
C. Ora succede che quando a Cichéro capitavano dei carabinieri per mettersi coi partigiani, Bisagno li mandava tutti da me. E io avevo tre comandanti di distaccamento che erano carabinieri [48]. Va beh! Questo Bruno va in un distaccamento, prende il commissario, e gli dà un po’ di sigarette, e gli dice: “Stasera, quando fai la riunione, dai un po’ di sigarette agli uomini del distaccamento. A quelli che non ci sono, non ne dai. Va nell’altro distaccamento, da Gino, che è un altro carabiniere [49], e prima che arrivasse lì, a me erano già arrivati due bigliettini e poco dopo me ne arriva un terzo. Vado a Casa del Romano, dove c’era il telefono – perché avevamo un telefono a manovella –, chiamo Bruno e chiedo: “Dove ti posso vedere?”. Mi dice: “Domattina vengo a Loco”. Io vado su e racconto a Bisagno quello che è successo e gli spiego: “Questo Bruno è bravissimo, però se mi va nei distaccamenti a piantare delle grane…”. Quando Bruno è rientrato, l’hanno chiamato al comando della divisione: non è successo niente, ma due giorni dopo è stato trasferito e con me è venuto Paolo [50], un ragazzo anche lui comunista, amico di Marzo.

GB. Di questo Paolo ho sentito parlare. Chi era? Ne parla Gimelli, nel suo libro, quando riferisce della famosa riunione di Fascia, quando Santo [51] ha portato mezzo distaccamento Alpino…
C. A ogni modo, alla Jori non abbiamo avuto questioni coi commissari. Bisagno sapeva come la pensavo, però a me non succedeva come a lui, che aveva vicino quelle tre o quattro persone che gli andavano a soffiare: “Lì c’è rosso, lì c’è rosso!”. Con Bisagno, qualche volta mi sono permesso di discutere. Quando mi ha chiesto di fare la capanna, prima l’ho fatta ma poi gli ho detto: “Di lì noi veniamo via, perché non è un posto adatto per starci”.
Quando mi ha detto di fare i rifugi, gli ho detto che con i rifugi ci mettevamo fuori strada. “Abbiamo tanta montagna aperta davanti a noi; meglio stare fuori! E ci difendiamo fuori. Se facciamo i rifugi non sappiamo che cosa succede fuori”; da Scrivia hanno fatto i rifugi e poi è successo qualche patatrac, come quello di Pinan che l’hanno pescato dentro nel rifugio; a Favale si erano infilati in un casone, e poi è successo il pandemonio. Qualche volta Bisagno mi ascoltava. Mi ha ascoltato anche quando, finita la guerra, voleva portare tutti i partigiani su a Fontanigorda quando sembrava che gli americani dovessero disarmarci. Diceva: “Non ci lasciamo disarmare. Andiamo di nuovo su, in montagna, andiamo a Fontanigorda”, ma a Fontanigorda per arrivarci ce ne vuole! Eravamo di nuovo nel deserto. Eravamo già stati venti giorni a Genova, a mangiare all’albergo, seduti a tavola; a dormire bene o male in un letto; per non dire quelli che abitavano vicino e andavano a casa. Andare di nuovo su: impensabile! Poi mi ha dato retta e noi della brigata Jori siamo andati tutti a Torriglia: ma proprio tutti, ci siamo andati. Solo noi con Bisagno, ma non quelli delle altre brigate. A Torriglia c’era un albergo che neppure ci stavamo tutti e c’erano camion e macchine che andavano e venivano. A Torriglia, bene o male, ci siamo arrivati e ci siamo stati. Tenere i partigiani lì a Torriglia a dieci giorni dalla Liberazione! Siamo stati lì dieci giorni e abbiamo tenuta unita tutta la brigata.

M. Torniamo al 1944, alla vigilia dell’estate 1944, con l’avanzata degli Alleati, che liberano Roma. Tu sei al comando di un gruppo che ha fiducia in te e c’è un buon clima ma siete sui monti e state facendo la guerra. Sarei curioso di sapere cosa allora cosa pensavi della guerra che progettavate di combattere; se pensavi di dover salvaguardare i tuoi uomini, oppure di impegnarli nello scontro. Avevate nemici, repubblichini e tedeschi, superiori di forze e dai movimenti difficili da controllare, davvero pensavate di poterli contrastare?
C. Si diceva questo: “Noi siamo qui per combattere fascisti e tedeschi”, perché i fascisti andavano dietro ai tedeschi. Però, pensavamo, e così pensava anche Bisagno, che finita la guerra, per noi era finito tutto. Per tanti non era così. Quando siamo stati quei dieci giorni a Varese Ligure, Marzo (o una staffetta, o qualcuno) è andato a sentire Radio Londra, e al ritorno hanno portato la notizia che gli Alleati erano sbarcati ad Ancona: la voce era falsa ma ci era servita per capire che tra noi c’era una spia, mandata per infiltrarsi tra i partigiani, insieme a un certo Ginocchio; era stata con noi quattro giorni e aveva passato ai suoi l’informazione che i nostri comandanti ci raccontavano delle storie, che gli americani erano sbarcati e che entro dieci giorni sarebbero stati a Genova. Questa spia, quando siamo venuti via da Varese Ligure, diceva di sentirsi male, non camminava: si è dato malato ed è rimasto là ed è andato da Spiotta [52] che lo aveva mandato tra noi e che coi racconti di questo tizio ha fatto due pagine di giornale [53] scrivendo di Croce, di Bisagno e di Marzo che pensavano che la guerra stava per finire. In realtà noi pensavamo giorno dopo giorno che la guerra sarebbe finita presto e non di arrivare al 25 aprile dell’anno dopo. C’era anche il fatto dei lanci che non arrivavano e che abbiamo aspettato, giorno dopo giorno, per quattro o cinque mesi. C’erano tante cose che si pensavano. Forse tutte non si dicevano, però si pensavano. Abbiamo avuti gli americani che ci hanno bombardato il 24 aprile ’45: ci hanno preso per tedeschi [54].

M. Una certa serenità nel comando e nel modo di agire, penso derivi dalla chiarezza circa le cose che si debbono fare.
C. Il mio pensiero era puntato sui comandanti di distaccamento. Sapevo che cosa pensavo, sapevo che cosa avrei fatto. E adesso di vivi, mi pare, che non ce ne sia più neppure uno. Nessuno dei comandanti di distaccamento, quando si trovavano in qualche azione alla quale partecipavo anch’io, si tirava indietro, mentre quando si trovavano soli, non tutti, ma la maggior parte sapeva sbrigarsela. Solo qualcuno non sapeva sbrigarsela. Quando hai trenta o quaranta uomini – ultimamente era questa la forza media dei distaccamenti –, secondo le scaramucce che capitavano… Una volta con Reggio ci siamo trovati sull’Antola che ci sparavano col 65/13 da Crocefieschi e una scheggia gli ha portato via tre costole [55]. Sull’Antola, con la neve alta. L’abbiamo caricato su una slitta e l’abbiamo portato giù a Bavastri: pensa cosa vuol dire, uno che perde sangue a quel modo. L’abbiamo fasciato, legato con camicie, e però gli uomini che erano lì non hanno detto: “Adesso andiamo via, scappiamo”; sono stati lì perché lo consideravano un battesimo. Io ho avuto la fortuna di avere con me i più vecchi della Cichéro, forse i più bravi. La situazione però era cambiata con l’arrivo dei nuovi. È stato con l’occupazione della val Trebbia e quando la Colonia di Rovegno era diventata una caserma dove arrivavano le nostre reclute, da Chiavari, da Genova, da Piacenza; alla Colonia c’era la mensa con i tavoli, cucchiai, piatti e il quartino di vino; c’era tutto. Quelli che rimanevano lì per un po’, si imborghesivano e quando poi li mandavi al distaccamento e gli chiedevano: “Di dove arrivi?”, subito dopo il commento era: “Guarda che questo arriva dalla Colonia”. Ero tranquillo solo di quelli che già avevano fatto un’azione o due; allora, dicevo: “Questi qua hanno già avuto il battesimo”.
Nel mese di gennaio ’45, quando Bisagno ha avuto un incidente ed è rimasto ferito e immobile per un mesetto, noi eravamo con le missioni Alleate inglesi e americane, che tutti sapevano che c’erano [56]. Per noi queste missioni erano importanti, ma lo erano anche per i nemici. Infatti non c’era settimana che non avessimo due o tre offensive dei tedeschi: una da Torriglia, una da Bobbio, una ti arrivava dalle Capanne di Pej, un’altra ti arrivava da Carrega, un’altra da San Clemente; perché i tedeschi sapevano che c’erano queste missioni alleate e cercavano di catturarle. E per questo abbiamo avuto dei combattimenti quasi giornalieri. In due, tre mesi, abbiamo avuto qualche ferito, ma non abbiamo avuto nessun morto, capisci? Siamo la brigata che forse ha fatto qualche casino in più, ma siamo anche la brigata che ha avuto meno morti. Perché se vai a Carasco, trovi dove hanno preso tre o quattro persone, le hanno prese sulle piante di fichi, e le avevano appese lì. Da noi non c’era una disciplina cattiva, imposta, ma partigiani che avevano capito che se sbagliavi potevi pagarla con la pelle, capisci? Perché i giorni della montagna ti portano a capire, a crescere, è un po’ come quando uno va a studiare. Per noi, i mesi e i giorni erano anni. Io ho avuto forse la fortuna di avere questi ragazzi che erano già bravi, però capivano che se uno scappava, l’altro ci rimetteva. Da lì veniva la fratellanza, l’aiuto reciproco. Anche noi abbiamo anche avuto problemi, ad esempio quando abbiamo disarmato lo Slavo: era una vipera, perché era armato e a levare da mezzo uno ci pensava come a fumare una sigaretta; quando andava da un contadino, se non gli dava la roba… Quando l’abbiamo disarmato, nei suoi magazzini aveva vino, formaggio; dai Canevello, dove eravamo andati a prendere due chili di formaggio, lui era andato con dei camion e gli aveva portato via tutto [57]. I Canevello, i proprietari dei formaggi, il giorno dopo che avevamo disarmato lo Slavo sono arrivati da noi, a Ottone. Avrebbero voluto indietro la roba. Hanno chiesto del comandante, che ero io, e Canevello mi fa: “Ci conosciamo, ma io volevo parlare con Bisagno.” Gli ho risposto: “Aspetti qua, che adesso lo faccio parlare con Bisagno”. Vado da Bisagno: “Guarda che là c’è, così e così. Noi siamo andati gentilmente con un documento di Genova che indicava chi siamo e non siamo, ci siamo andati di notte perché non potevamo andare di giorno, ci ha dato due chili di lardo e un po’ di formaggio, e ce ne siamo andati. Dopo di noi c’è arrivato lo Slavo col camion e gli ha portato via tutto, anche i maiali vivi”.
Nei due mesi che siamo stati in val Trebbia, da giugno ad agosto, abbiamo tentato di fare anche tanti scambi di prigionieri. Ma non ne abbiamo concluso nessuno, perché Attilio [58] era una brava persona, però quando diceva: “A me mi devono dare il generale Rossi” [59] e quelli in cambio volevano magari tre tedeschi, lui gliene offriva soltanto mezzo. E allora il cambio non si faceva più. Per Oreste, non siamo riusciti a fare il cambio perché “volevano troppo”. L’abbiamo tirata avanti… Queste cose qua io le ho ancora qui, in gola. Perché quando c’è stato il rastrellamento di agosto, alla Colonia, noi avevamo più di duecento prigionieri tra tedeschi e repubblichini. I fascisti un anno fa sono andati a mettere una targa alla Colonia – le saprai queste cose –, sono andati a mettere una targa con i nominativi… [60] Avremmo potuto offrire qualcosa di più, visto che li avevamo e li tenevamo lì: daccene anche dieci, se ne volevano dieci. Voleva il generale Rossi, con quattro o cinque che erano a Genova, e non ci voleva dare… Lo stesso con Oreste: io, per Oreste, con Attilio ho bisticciato per mesi. Lui diceva: “Adesso lo facciamo il cambio; lo facciamo!”, e l’hanno fucilato!

GB. È che è stato difficile perché Oreste era andato a finire a Torino.
M. Ritorno su una questione che già abbiamo trattato. È personalmente Bisagno che ti dice: “Prendi il comando di questi uomini”, o è il risultato d’una riunione?
C. Me lo dice Bisagno.

M. Quando te l’ha detto, tu hai avuto un momento di esitazione?
C. No perché avevo capito, dai nostri rapporti precedenti, che proprio aveva scelto me. Allora, a Cichéro, oltre a Lesta c’erano altri anche più vecchi di me (c’era Beppe e tanti che erano già lì, da prima; c’era Pinan che era capo squadra), ma Bisagno è venuto da me: “Qua ci sono ottanta uomini e li devi portare là. Quando sei là, dividili, fai la guardia…”. Ricordo di non aver dormito per tutta la notte.

M. Non hai esitato o detto: “È meglio un altro…”?
C. No, no…

M. Nella seconda metà di giugno, in val Trebbia dovrebbe essere comparso Miro [61].
C. Sì, poi lui è arrivato.

M. Ho letto che in quel periodo ci sono riunioni per far aderire i distaccamenti alle Brigate Garibaldi: ne sai qualcosa?
C. Forse l’hanno fatto, a Cichéro…

M. Forse l’hanno fatto a Cichéro… o a Pànnesi?
C. Forse… È successo questo, che dopo l’occupazione della val Trebbia a metà giugno, a me mi hanno fatto comandante di battaglione, che comprendeva tre distaccamenti. Perché lì c’eravamo un po’ allargati e io avevo già un distaccamento di settanta uomini. Poi, con quelli della Colonia e quelli arrivati da Genova abbiamo fatto tre distaccamenti, e così mi avevano fatto comandante di battaglione, però era sempre “Battaglione Torre”. I tre distaccamenti presero il nome di… Bellucci e questo qui forse è venuto… credo che questo l’abbiamo fatto dopo il rastrellamento d’agosto, quando hanno fatto… Fino al rastrellamento d’agosto c’era la terza Brigata Garibaldi. Dopo il rastrellamento d’agosto, allora hanno fatto la “Cichéro”…

M. Ma prima di agosto, in giugno, hai visto Miro?
C. Sì, sì.

M. Col suo arrivo a Genova si pone il problema della adesione delle formazioni di Cichéro alle Brigate Garibaldi e si comincia a discutere di un Comando militare unificato. Siamo attorno alla metà di giugno. Bisagno, interpellato, si era dichiarato d’accordo. Tu ne sai niente?
C. A Miro non davamo molta importanza; per noi era un po’ uno sconosciuto. Poi arrivava dalla Jugoslavia, così… Forse ero molto… Credo però che queste cose siano nate un po’ più vicino a luglio e agosto. È venuto Marzo e l’ha presentato.

M. Che impressione ti ha fatto quando l’hai conosciuto?
C. In fondo era un bonaccione, e poi lo abbiamo trovato in azione, lui era un uomo… Quando ci siamo trovati in azione a Carrega, che lì hanno fatto una puntata, arrivati su dalla val Borbéra e io prima sono andato a Cartasegna e poi, arrivato a Cartasegna, ritorno indietro e laggiù nel fiume, c’è lui, Miro: aveva preso tre o quattro ragazzi e con una mitraglia, aveva fatto una postazione ed è rimasto là tutta la sera. C’era anche lo Scrivia, il comando di divisione e il Comando zona, la missione americana, ma lui è stato là tutta la sera, in una postazione. Era un comandante, ma era come se non l’avessimo avuto; non dirigeva. Io qualche volta ho avuto dei collegamenti con Pietra (Edoardo) [62]: con lui ci intendevamo di più; parlava un po’ il genovese, non so. Pietra poi era diventato vice comandante della Zona per l’Oltrepò. Ma in quel periodo, almeno da noi, di politica se ne parlava poco.

M. Volevo solo sapere quando l’avevi visto. Se era venuto da voi.
C. Sì, è venuto, ma così… Ci sono dei ragazzi, ancora adesso, che se gli dici “Miro”… “Miro?”, ti chiedono. Se invece parli di qualcun altro, magari qualcosa dicono. Se parli di Bini, bene o male ti dicono qualcosa. Bini era uno che se l’azione la faceva tizio, lui su “Il Partigiano” scriveva che l’ha fatta Gino [63], perché Gino era uno dei suoi… Io non ho mai fatto polemica però adesso, quando leggo i libri, mi incazzo. Adesso quando Gino parla ancora di… che lui era a Genova e l’altro non c’era… dico, ma è possibile che Gino fosse… Quella lettera lì l’ha scritta una settimana fa.

M. Oltre che con Bisagno, il comandante con cui hai un rapporto di amicizia e fiducia profondo, ci sono altre persone, magari di altre formazioni, con cui ti trovavi di più in sintonia, anche politica?
C. Adesso ti spiego. Il distaccamento Torre, quando abbiamo fatto il battaglione, l’ho dato a Gino [64], che era un carabiniere, e avevamo fatto il posto di blocco a Marsaglia; ci vado, faccio questo posto di blocco e sto lì tre giorni per metterlo a posto. In precedenza ne avevamo fatto uno prima di Torriglia.

GB. A Laccio?
C. No, prima di Torriglia, verso nord; quando non eravamo ancora venuti giù. In un secondo tempo, poi, siamo venuti giù e siamo stati da Montebruno a Laccio.
Laggiù, a Marsaglia, passavano i camion che venivano da Santo Stefano e andavano a Milano e noi, cambiando le indicazioni stradali, invece che per Milano li avevamo fatti venire verso Genova. Per cinque giorni, i camion tedeschi erano venuti dalla nostra parte. Nel giro di poco tempo avevamo alla Colonia un centinaio di tedeschi prigionieri. Ero ancora a Marsaglia che alla sera mi arriva un biglietto da Bisagno che devo rientrare, che veniva questo comandante. Io gli dico: “Chi?”. La stessa sera che vengo via, arrivano due camion di tedeschi: questo Gino è saltato sulla strada e ha portato due camion alla Colonia; ero alla Colonia quando alla mattina abbiamo visto arrivare i due camion carichi di prigionieri tedeschi e di roba. Allora, lì, tutti hanno capito che al posto di blocco c’era rimasto uno che valeva. Se c’era rimasto Croce, probabilmente non lo faceva mentre quello, invece, era saltato giù nella strada…

GB. Chi era questo Gino?
C. Gino era un carabiniere, capisci, perché coi carabinieri… era di Fidenza, è venuto poi giù una volta; era un ragazzo che…

M. Mi parli di rapporti di fiducia che nascevano dentro la tua formazione. Ora io, invece, alludevo a rapporti anche fuori della formazione. Facciamo un passo avanti e ad esempio andiamo alla riunione a Capanne di Carrega per la formazione del Comando zona, il 23-25 settembre ’44, dove anche tu sei presente. Si discute degli incarichi di comando: immagino opinioni un po’ diverse. A qualcuna sarai stato più sensibile…
C. Ma vedi, lì eravamo tutti di noi, non c’erano estranei.

M. Tutti di voi ma non tutti del tuo battaglione. Immagino ci fosse qualcuno che parlava in un modo che a te andava più a genio.
C. Prima non avevo capito… [65] In quella riunione lì, Bisagno aveva un po’ di mal di denti, e ogni tanto andava di là in cucina e faceva degli sciacqui; e Marzo gli andava dietro, perché non lo mollava. E allora lì c’era Miro, c’era Attilio, c’era Dente [66], c’era lo Scrivia; lo Scrivia allora non era un politicante: aveva le sue idee, però non le spiegava. Io mi ricordo che di loro hanno fatto… Io dicevo, nel mentre Bisagno si era allontanato, che potevamo dividere questo da quello, però poi a mangiare eravamo sempre gli stessi. Allora Bisagno, che era rientrato mentre lo stavo dicendo: “Basta Croce, non dirci più niente”; volevano levare la Coduri dalla divisione Cichéro e farne una divisione, ma Bisagno era contrario. Quando siamo scesi a Genova, su queste cose Gino [67] era d’accordo, perché c’è quella lettera che sembra che sia lui il comandante della Cichéro. E belin, non finisce qua.

M. Dai… continua a raccontare.
C. Siamo arrivati a Genova che la divisione era già ridotta a metà e Bisagno aveva solo la Jori; quando poi, a Genova – eravamo al Bristol –, hanno detto: “Adesso c’è la sfilata… Chi è che sfila per primo a Genova?” – il Comando zona, la Cichéro, però ci doveva essere la brigata… Bisagno mi chiama e dice: “Croce!”. Nessuno ha detto niente, ma quando siamo scesi a Genova, Bisagno non ci aveva quasi più nessuno; perché, alla Coduri avevano fatto una divisione per conto loro; c’era stato un voltafaccia in quell’incidente lì; e consideravano Bisagno come un comandante di brigata. Ma se quella sera avesse avuto tre brigate in più, sarebbe stato lo stesso… Lui un politico non lo era.

GB. Adesso, tanto per dire, a quella riunione di settembre del 1944 a Capanne di Carrega, c’ero anch’io ma ricordo poco; ricordo Istriano [68] che mi piglia da parte e mi dice: “Adesso andiamo giù a Carrega che c’è un’osteria”, e siamo andati…
M. Proviamo a tornare proprio a questa riunione di fine settembre 1944.
C. Io l’ho vista così, che volevano levare le brigate a Bisagno, tutto il comando che aveva, eh! Ce l’hanno tolto. Anche perché lo Scrivia, che era il loro amico…

M. Però, scusa se te lo ricordo, la riunione del 23-24 settembre 1944, era per la formazione del Comando zona; quella di cui mi dici, succede molto dopo…
GB. A marzo 1945, l’anno dopo… C’era il generale Rossi, te lo ricordi?
C. Sì, e lì è quando hanno fatto quello che in parte, forse, ho già detto. C’era la terza Brigata Garibaldina, con i tre distaccamenti che la formavano. Dopo il rastrellamento d’agosto hanno fatto la divisione “Cichéro”, e noi siamo diventati la brigata Jori, la terza brigata, la brigata nata a Cichéro, e l’hanno data a me, subito. E hanno fatto la divisione Cichéro con dentro, oltre la mia brigata, c’era la Berto (la 57a brigata), l’Oreste (la 58a brigata) e c’era la Coduri.

GB. C’era Battista… [69]
C. C’era Battista e Gino, che erano quelli – circa quindici uomini – che erano staccati vicino alla città… Su questo però non ricordo contrasti.

GB. Neanche io. Ricordo che c’era Istriano.
C. Istriano poi l’hanno passato autonomo.

GB.Volevano levarlo dalla val Nure.
M. Invece, sempre lì a Capanne, ma a dicembre, attorno a Natale del ’44, tra il 25 e il 30, forse il 23, ci sono state se non sbaglio due riunioni e ad una di queste sembra ci fossi anche tu. Riunioni in cui Bisagno era stato attaccato, criticato. Era dicembre e avevate già avuto il rastrellamento d’inverno. A dicembre muoversi non sarà stato facile. Ricordi qualcosa? GB.C’era un metro di neve!
C. Ma chi erano quelli che erano lì? Perché, scusa, da dove viene questa notizia? Vorrei vederne uno che dica, guarda che c’eri anche tu! A te chi ti ha dette queste cose? Perché, belin, per me sono un po’ nuove. Magari era una riunione del Comando divisione, o del Comando zona e può darsi che Croce non ci fosse! [70]

M. La discussione riguardava i commissari politici e in buona sostanza il controllo delle formazioni da parte del Pci; iniziativa ostacolata da Bisagno che aveva risposto con la famosa lettera “Io Bisagno”.
C. Ecco, vedi, la questione sta lì; che Croce era Croce e nella sua formazione quei problemi non c’erano. È possibile che quelle riunioni le abbiano fatte, ma io non c’ero. Eppure, con Bisagno ci vedevamo. Anche Marzo, ma qualche volta! Perché all’inizio Marzo non mi vedeva tanto bene. Poi, quando abbiamo occupato la val Trebbia, e da Cichéro veniva in val Trebbia, aveva conosciuto la mia famiglia, e pian pianino mi ha preso in simpatia, ma ce n’è voluto. Perché all’inizio non mi voleva; avrebbe voluto che andassi a comandare la Coduri; non so perché. Era critico verso Virgola [71] e compagni; che poi li ha sposati tutti e due e proprio lui ha fatto la cerimonia.
Quando abbiamo fatto saltare il ponte di Laccio, veniva giù la Monterosa, veniva giù da Milano per andare a Chiavari, arrivava da Montoggio. Il primo ponte verso Laccio, l’avevamo già fatto saltare; quello Torriglia-Genova l’avevamo minato però era sempre in funzione. C’era un distaccamento, dieci persone che facevano la guardia a questo ponte. Quando là arriva la Monterosa, trovano il ponte rotto. Si mettono sulla collina e si mettono a sparare. Io, quella mattina che vengo giù con la macchina, cerco Bisagno che mi dice: “C’è mio papà, portalo fino a Laccio, e lo lasci là, tanto poi…”, così e così, che intanto poi dovevamo mettere un distaccamento fra Laccio e Torriglia. Io sono a Laccio, in macchina con Zalavir [72]: di là arriva questa improvvisata – che non sapevo che era la Monterosa –, ci siamo messi a sparare. Io sono di là con la macchina, arrivo lì dal ponte, mi dicono: “Abbiamo mandato su qualcuno perché c’è una puntata… arrivata improvvisa”. Ma su tutte le colline sparavano. Io avevo fretta. Prendo la macchina, la metto sul ponte (sul lato verso Torriglia; ndr) e faccio saltare il ponte. Ma uno, che a Torriglia era il proprietario del ristorante Cacciatori (che poi è diventato un amico), telefona a Marzo – perché allora a Torriglia, alla Colonia e a Gorreto c’era il telefono –, si lamenta: “Non possiamo più andare a Genova!”. Gli dico: “Non ti preoccupare di andare a Genova!”, perché lì c’era la Monterosa, che poi nel pomeriggio si è ritirata e per andare a Chiavari è andata fino a Busalla; e allora prendo Bisagno e gli dico: “Guarda che Croce ha fatto così e così”. Mi guarda e si fa una risata: “Hai fatto bene! Cosa potevi fare?”. Nel pomeriggio, andiamo a ricuperare la macchina che avevamo lasciato sul ponte, ma laggiù erano già all’opera quelli che levavano le gomme e le portavano via [73].

M. In sostanza, tu dici che, delle riunioni di allora, ricordi piuttosto quella del 7-8 marzo 1945.
C. Non ne ricordo altre, perché io non avevo quelle problematiche.

GB. Della riunione del marzo ‘45 ho letto tutto quanto ne ha scritto Gimelli, e tra l’altro, ne parlavo con Minetto qualche giorno fa, dal comunicato risulta che ero presente io e che c’era anche Minetto, ma sia lui che io non ci ricordiamo quasi di niente. Adesso c’è quella faccenda di Santo che arriva lì con i suoi armati e che Bisagno aveva fatto un biglietto per avvisarlo…
M. Tu, Croce, cosa ti ricordi?
C.
Lì l’avevano organizzata bene. Io ero a Gorreto, e dov’era anche Marzo; Bisagno non c’era: era a Fascia. Io avevo il comando a Casa del Romano perché, anche se avevo i distaccamenti in giù, il comando l’ho quasi sempre tenuto in montagna per essere un pochino appartato. E questo costava, perché lassù il proprietario si era portato via tutti i materassi, lasciando solo i tavoli, e si dormiva sui tavoli. A Casa del Romano ero arrivato con Marzo, verso le dieci quando arriva la staffetta che dice: “Croce e Marzo, bisogna che andate su perché c’è Bisagno che…”. Arriviamo su. Quel giorno Marzo camminava come un accidente. Camminava più di me [74]. Si vede che lui… Io non sapevo niente di ‘sta faccenda. Arriviamo su, e c’è questa baraonda e c’è un distaccamento, Santo, che quattro o cinque giorni prima lui era a Bavastri e aveva avuto un incidente con la pattuglia: andava di pattuglia che era una mattina con un po’ di nebbia e incontra una pattuglia tedesca; si sparano e c’è un morto del distaccamento [75]. Santo era stato studente insieme a Bisagno. Bisagno va al distaccamento e sono là che piangono (cosa che, quando succedeva un incidente, non è che c’era il tempo di piangere), allora Bisagno mi dice: “Vedi un po’ se domani puoi portarlo da qualche parte, levalo un po’ di lì. Magari va da un’altra parte, si dimentica”. Allora prendo Santo e lo mando a Loco, e quello di Loco lo faccio venire su. Infatti il distaccamento Guerra si è trovato lì a Fascia perché veniva via di laggiù. Il Guerra era contro… che poi c’è stato… poi sono arrivati e si è fermato tutto, se no c’era il Guerra che diceva: “Tu, Santo, potevi stare dove eri e non venire qua. Ci vieni a sostituire e adesso pianti il posto di blocco”. Santo aveva piantato il distaccamento in un punto dove una settimana prima avevamo fatto prigionieri trentatré tedeschi [76]. Era un posto di blocco importante. Al più, di fronte alla grana, Bisagno gli avrebbe detto: “Prendi cinque uomini e vieni qua, ma lascia il distaccamento laggiù”. Allora è quando io, poi, finita tutta la baraonda, chiusa l’assemblea, la sera, ho detto a Bisagno (c’era anche lo Scrivia): “Adesso Santo lo mandi dove vuoi, lo mandi in un’altra formazione. Non tengo Santo con noi”, e Bisagno: “Scrivia, lo mando da te!”. Scrivia, che lo conosceva, perché erano tutti e tre studenti insieme: “No, non me lo mandare! Mandalo da un’altra parte!”; e Bisagno lo ha mandato da Banfi.
Probabilmente queste riunioni erano per le questioni dei commissari, che ce n’erano tante di continuo; nella “Berto” c’era sempre questa grana tra il comandante e commissario e tu lo saprai, avrai sentito qualcosa. C’è sempre qualcuno che le cose le ingigantisce un po’ di più…

M. Ma la riunione del 6-7 marzo, non si occupa di commissari politici. È una riunione dove ci sono anche dei membri del Comando militare regionale. Tu dici che c’eri.
C. C’ero, c’ero.

M. E quindi non avete discusso di commissari?
GB. È quando si è fatta la Pinan-Cichéro e Scrivia aveva una posizione diversa da come Bisagno si aspettava.
C. Ma sai, quando c’è la carriera… Bisagno a me aveva proposto diverse cose e, quando c’era la questione di Banfi, mi ha detto: “Se tu andassi là, Croce? Qua c’è Fontana e con lui starò io…”.

M. Cos’è questa storia di Banfi?
C. C’è stato un momento, due o tre giorni, che Banfi l’avevano sospeso, eh! Infatti gli stessi partigiani, gli stessi comandanti di distaccamento – motivi ce n’erano mille e non so se era per l’incidente della Forcella [77], o qualche altro incidente – avevano avuto un diverbio.

M. Questa proposta quando te l’ha fatta?
C. Non so se era in gennaio o in febbraio. Lesta lo sa, perché è quando è venuto via da Gino, perché Bisagno aveva chiamato Lesta per affiancarlo a Banfi; adesso non ricordo se era gennaio, ma sarà stato gennaio o febbraio.

M. Hai detto che Bisagno ti ha fatto altre proposte.
C. Mi aveva fatto, sì, ma proposte nel senso di lavoro, di questioni… Bisagno con me, sapeva che io non ero comunista, ma non ero neanche anti. Delle volte io lo riprendevo, perché intorno aveva dei ragazzi che erano bravi, però gli facevano vedere… che là c’era fuoco, c’era rosso, capisci?

M. Ma questa cosa, di questi ragazzi che gli facevano vedere fuoco e il rosso quando è cominciata?
C. Più si andava avanti e più era visibile. Già a Cichéro c’era qualcosa, però era più nel piccolo. Bini, per esempio, era una bravissima persona, niente da dire, però poi attribuiva a Gino l’azione che invece aveva fatta un altro. E allora lì non sei più onesto, sei disonesto! Capisci? Questo è il discorso, cosa che tutti preferiscono non dire. Magari dicono tante belinate, ma questo non lo dicono. Bini era uno di quelli che se l’azione la faceva Gino, era Gino, ma se la faceva Croce, non c’era, capisci? È scritto su “Il Partigiano”. L’altro giorno eravamo a Barbagelata con Benassai [78], uno di quelli che erano rossi rossi, ma anche uno che se gli tocchi Croce… Sapeva che non ero comunista, però non era d’accordo neanche con Bini, neanche con Gino, perché quando si trattava di portare l’acqua al mulino, portavano l’acqua al mulino; ti lasciavano, ti abbandonavano…

M. Mi hai detto che Bisagno a volte si sfogava con te, ti aveva sottoposte questioni, detto delle cose… 
C. Lui era andato là… a Piacenza, come si chiama là il comandante…?

M.Fausto [79]
C. Sì, Fausto. Da Fausto c’era il collegamento con Milano, e questo negli ultimi tempi, nel periodo di Fascia, un po’ prima o forse un po’ dopo… Probabilmente dopo, perché lui voleva staccarsi da qui, ma… non lo consigliavano bene. È questo il discorso, capisci? Io che non vedevo tutto rosso, gli dicevo: “Si può fare, ma non si deve fare”. Ma adesso, Leonzio [80] è morto, Fontana è morto; anche Paolo qualcosa sapeva. C’è stato delle notti che camminavamo fino alle due o alle tre dopo mezzanotte, e poi Marzo veniva a prenderci; eravamo nel viale di Gorreto. A Bisagno avevano suggerito di fare levare il nominativo e fare una formazione a parte. Lui mi chiedeva: “Se lo facciamo, in quanti vengono con noi?”, e io: “Con noi vengono tutti. Però non dobbiamo farlo”. Perché là gli avevano proposto una organizzazione militare, un finanziamento: tanti uomini e tanti soldi per la decade; settimanalmente. Diventavamo dei militari. Giustizia e Libertà passava con noi. Lui, lassù da Fausto, c’è andato con Lesta, proprio con Lesta e due o tre volte c’è andato anche con Dorino [81], perché per andare da Fausto dovevano passare da Bobbio e a Bobbio c’erano i tedeschi, però Dorino, con la moto, faceva una strada in mezzo ai monti e sapeva arrivarci. Bisagno, se avesse trovato qualcuno che l’avesse incoraggiato, avrebbe fatto questa formazione, pur di levarsi da qui.

M. Ne avete parlato molto…
C. Eh! Ne abbiamo parlato parecchio.

M. Di questi contatti di allora tu hai saputo mentre erano in corso?
C. Sì, certo, ma non è che la sapessero in tanti.

M. Secondo te Scrivia lo sapeva?
C. Non lo so. In quel periodo lì, Bisagno non parlava più di Scrivia; credo che non si aspettasse che Scrivia lo abbandonasse così. Invece, Scrivia ha ascoltato, ma non ha detto niente [82]. Gli altri hanno deciso tutto e lui ha detto: “Va bene”.

M. Dell’iniziativa di Bisagno verso Fausto, Minetto sapeva qualcosa?
C. Vedi cosa c’è? Tu e io ci siamo conosciuti che è due ore e con Minetto ci siamo conosciuti che è cinquant’anni; l’altro giorno è venuto qua da me e gli ho chiesto: “Dimmi un po’, che è una cosa che me la sono sempre tenuta qua, non sono riuscito a sapere dov’era Taviani [83] quando era in montagna”, perché di queste grane Minetto sa, ma scommetto che non te ne dice. L’altro giorno gli ho chiesto: “Minetto, ti ricordi di quando, con Bisagno, c’erano queste grane e tu gli dicevi «vado da Taviani, e fra due o tre giorni torno!», oppure «vado a parlarne con Taviani, poi torno»?”. Poi tornava, parlavamo, ma io – e come me anche Bisagno – non ho mai chiesto dov’era, perché magari, se il giorno dopo lo prendevano, potevano dire: “Quello ha fatto la spia”. L’altro giorno, quand’è stato qui, gli ho detto: “Minetto, davvero non ti ricordi di quando andavi da Taviani? Per la miseria!”. E lui: “Io non sono mai andato da Taviani”, invece ci andava da Taviani; ci andava prima e dopo. Ma lui: “Io non ci andavo, né prima né dopo; con Taviani, mai andato”.

M. Ti interrompo per farti fare un passo indietro. Stai passeggiando con Bisagno nel viale a Gorreto.
C. Era anche freddo…

M. Era anche freddo ma tu stavi lì a parlare con Bisagno, e vai avanti fino alle due del mattino. Ve ne sarete dette di cose…
C. Ne abbiamo dette tante ma poi erano sempre le stesse cose. Lui mi diceva questo, questo e quello… Lui di Marzo si fidava però mi diceva anche: “Va sempre con i preti”; perché Marzo, ad esempio … Io ho avuto dei parroci che ci sono stato amico, me ne sono servito e grazie che m’hanno aiutato; però, poi, non è che se passavo davanti alla chiesa, andavo a trovare il parroco. Ho avuto quello di Alpe, poverino, che è stato il primo che ci ha dato una mano, perché eravamo proprio a terra; ci ha detto dove potevamo andare a comprare un po’ di roba. Invece Marzo, lui, i preti… Siamo andati a Gorreto, dieci anni fa, da un parroco che ci abbiamo bisticciato tutti; Paroldo [84] ci ha portato da questo qui… che faceva la spia e gli diceva chi erano i nostri collaboratori. E se non lo teniamo, Paroldo gli dà uno schiaffo. Era per il fatto di Dorino: Dorino era uno che, quando siamo stati in val Trebbia, è stato il primo che abbiamo incontrato. Ci ha visti arrivare, gli abbiamo chiesto dove c’era da comprare qualcosa, dove trovare un po’ da mangiare. Con questo Dorino siamo rimasti in amicizia e con noi era in collegamento. Paroldo aveva capito che era un bravo meccanico: “Ho una macchina da mettere a posto”, l’aveva preso con sé e gli serviva. Ma il parroco gli aveva detto: “Quello lì è un partigiano, uno che dovreste levarlo da mezzo!”, e quando poi Paroldo è passato dalla nostra parte, andiamo dal parroco in quattro, Bisagno, Marzo, io e Paroldo, che gli chiede: “Cosa dice di quel Dorino?”, e il parroco: “È un bravo ragazzo!”, e Paroldo: “Ma cos’ha detto a me di lui?”. Alla fine siamo venuti via e abbiamo lasciato perdere. Dieci anni fa, per il 25 Aprile, siamo andati a Gorreto e Marzo con quel prete si abbracciano e si baciano! Io non l’ho baciato, quel prete!

GB. Marzo baciapreti!
C. Si sono abbracciati! Giuro.

M. Bisagno si fidava di Marzo e Marzo ci sapeva fare.
C. Era un liberale!

M. Non so se era un liberale o meno. Comunque, Bisagno si chiedeva e ti chiedeva chi avrebbe potuto seguirlo. Ho capito bene?
C. Sì.

M.Non sembra che Bisagno ne abbia parlato ai vari Santo e Dedo [85]; invece lo ha fatto con te. Non cercava quelli che lo avrebbero incitato, piuttosto chi sapeva capirlo, ma anche farlo riflettere. Uno come te che gli eri amico ma gli dicevi: “Si può fare, ma è sbagliato”. Ho capito bene?
C. Sì, sì. Come nel caso dei rifugi: non li ho fatti. Lui non è che m’abbia detto: “Li devi fare!”. “Se te la senti; se ti pare che, come la vedi tu, te la puoi sbrigare, allora…”. Dall’altra parte avevano le cave, andavano nelle cave [86].

M. A quando risalgono questi tuoi colloqui con Bisagno?
C. Agli ultimi mesi, subito dopo Fascia. C’era già stato qualcosa, prima: prima, Bisagno aveva cercato di portare Giustizia e Libertà con noi, di inserirli nel comando della divisione e anche della Zona. Di loro diceva che Murri [87] era un bravo partigiano; quanto a Umberto [88]: “Lo mandiamo al Comando zona, così là gli danno una carica”. Noi con Giustizia e Libertà eravamo sempre stati come cani e gatti, ma Bisagno in quel momento aveva talmente fiducia in loro che, nella zona della val Trebbia, verso Torriglia, aveva messo i due distaccamenti di Giustizia e Libertà: il primo là da dove erano venuti giù quei trentatré tedeschi (ma i G.L. invece di essere al posto di blocco, non c’erano e quelli, i tedeschi, c’erano arrivati addosso); il secondo a Prato, sopra Torriglia.
Da Torriglia, gli informatori ci avevano avvisato di un movimento; che i tedeschi che erano a Torriglia stavano rientrando a Genova. Bisagno dice: “Come partono, andiamo e, prima di arrivare a Laccio, ci appostiamo e li attacchiamo”. Andiamo in giù per attaccarli ma loro, i tedeschi, invece di andare verso Genova vengono nella direzione opposta e fanno una puntata a Porto, dove c’era il distaccamento di Giustizia e Libertà: scappati tutti! C’è stato due morti: uno della G.L. e un ragazzo [89]. Allora di lì s’è capito che la G.L. non funzionava e Porto, il paese, quando ci siamo tornati noi, ci aveva presi un po’ male: “Hai visto come stanno le cose”, ho detto a Bisagno. Avevamo dovuto rassicurare gli abitanti di Porto (molti anche gli sfollati da Genova, arrivati lì in fuga dai bombardamenti sulla costa): “Qua torniamo noi e vedrete che i tedeschi non verranno più…”, e non sono più venuti. E come è arrivato il 20 aprile, che i tedeschi da Laccio sono venuti via, a Porto ci hanno fatto un pranzo che non lo farebbero neanche adesso; ci hanno portato sul tavolo di tutto, perché i tedeschi a Porto non si erano più fatti vedere. Ai G.L. Bisagno aveva voluto dare fiducia, cercando di portarli da noi per ingrossare la formazione, ma non era stato possibile. (Rivolto a G.B.; ndr) E Minetto ora dov’è?

GB. È a Albissola e facevo conto di passare a salutarlo.
C. E passaci e portagli i miei saluti, ma digli anche che Croce, quella di Taviani non se l’è creduta!

GB. Di Taviani, Minetto parla con grande disprezzo. Però io non l’ho ancora capita…
C. Vedi, io non l’ho difeso prima, ma ora non ne parlo male…

GB. Se mi permetti, dico due cose: io quest’inverno ho letto tutti i libri di Gimelli, documenti, Bisagno, i resoconti (ci sono anche dei documenti, all’Istituto, dove bisognerebbe mettere un po’ mano, perché lì non vogliono nessuno). C’è una cosa che mi imbarazza. È che, da questa storia, io che sono del ’23, personalmente ci esco con le ossa rotte. Quando sono arrivato a Cichéro, avevo da poco compiuto vent’anni, e quando è finita la guerra, ne avevo compiuto ventuno. Quindi ero “ragazzino”, però, bene o male, in tutte queste vicende c’ero anch’io. Io non mi sono mai reso conto che ci sono state tutte queste questioni che tu hai raccontato, sigarette e altri malintesi di quel genere. Ci saranno stati, però niente di così grave che sia da dire: “No, qui non si può più andare avanti”. Né da una parte né dall’altra. I miei ricordi vanno in quel senso. Nota che io ero dall’altra parte, ero iscritto al Partito comunista; lo sono sempre stato, per venti, trenta, quarant’anni. Però con Scrivia siamo sempre andati d’accordo: insieme da Pànnesi fino all’ultimo giorno della guerra. Ogni tanto, magari, c’era qualcosa. Minetto, per esempio, all’Arzani aveva come commissario quel vecchio, Curone, Silla [90], e ricordava d’avergli detto: “Non dovete fare tanta propaganda coi ragazzi”, e Curone: “Va beh!”, e la cosa era finita lì. Voglio dire che erano situazioni normali mentre a Fascia si è quasi arrivati al rischio di spararsi…
C. Ma lì la questione era Santo: Santo è uno che ha fatto il partigiano perché andava a scuola con Bisagno, se no in montagna lui non ci stava neanche 24 ore. Lui si è sparato una raffica nel piede. Andiamo sull’Aiona e quando è là, lui prende l’esplosivo… e l’hanno buttato nel lago, se no bruciava! E a Bavastrelli, quando va con la brigata Berto, c’era un ragazzo che era in villeggiatura, era lì con loro da qualche mese e ha voluto andare con loro; figlio unico. Santo smonta una bomba, poi ha levato il coso (il detonatore; ndr) e l’ha buttato via. Il ragazzo ha visto Santo e anche lui si mette a smontare una bomba: gli è esplosa in mano ed è morto. Figlio unico, diciannove anni. Ma Santo ne ha fatto mille…

M. Vuoi dire che era un irresponsabile?
C. Sì…

M. E quel che è successo a Fascia sarebbe il risultato del modo di fare di Santo…
C. Ma è naturale! Nessuno si sarebbe… Io sono d’accordo: uno ti fa un bigliettino, tu vai… Ma lassù, a Fascia, non c’era lì un battaglione di tedeschi.

GB. C’erano questi vecchi, però!
C. Esatto. C’erano quelle tre o quattro persone che venivano da Genova e magari quelli che erano qua, l’avevano pompato (Bisagno; ndr). Marzo probabilmente non sapeva tutto, perché se partiva Bisagno, partiva anche lui. Questo è il discorso, eh! Lui difendeva Bisagno perché se Bisagno andava via, Marzo non faceva più il commissario! Ci aveva tutti contro, eh!

GB. Eh sì!
C. Dei comunisti, non ce n’era uno che andava d’accordo con lui, neanche quando è venuto a Genova; anche a Chiavari, lui gli amici ce li aveva fuori dal partito.

M. Marzo, a Fascia, aveva difeso Bisagno apertamente?
C. Sì, sì. E non lo mollava; gli stava dietro. Aveva paura anche lui, qualche volta…

GB. Cambiamo discorso. Vorrei sapere di quando hai partecipato ai disarmi della G.L.: se non sbaglio, Bisagno, questi della G.L. li ha disarmati due volte.
C. La prima volta io ero al posto di blocco e come ci arrivo mi dicono: Bisagno – che intanto era andato a disarmare la G.L. – ti ha lasciato questo biglietto di andare su con trenta uomini. E io prendo trenta uomini e vado.

GB. Nella zona di Roccatagliata…
C.
Era giugno, fine giugno [91]. Lo incontro a Barbagelata; li aveva disarmati lui perché io non c’ero (anche se, in seguito, Bonfiglioli [92], uno dei disarmati, che con me di questo non ha mai detto una parola, quando si è trovato con Scalabrino [93] gli aveva detto: “Però Croce ci ha disarmato”). Io invece ci sono andato la seconda volta, perché venivano i contadini a dire: “Ci hanno fatto questo, ci hanno portato via quest’altro”, allora era il momento che dovevi andarci. A Cicagna, avevano fatto due prigionieri, quelli della centrale del latte – erano dei fascisti, ma dei fascisti all’acqua di rose. Li avevano presi e levati da mezzo. Poi prendono altre due persone e a quelli che erano andati a cercarli gli dicono: “Li abbiamo mandati al comando di brigata, dai garibaldini, a Uscio”, dove c’era il distaccamento dei prigionieri [94]. Questi arrivano a Torriglia e mi dicono: “Hanno preso il tuo amico, così e così, e quell’altro”. Allora telefono su a Marzo e gli dico: “Guarda, c’è uno di Cicagna e uno di Lorsica che era un nostro…”, ma al controllo risulta che quelli non avevano mandato nessuno. E allora, Bisagno e Marzo per telefono gli hanno detto che gli davano 24 ore: se entro 24 ore quelli non fossero rientrati a casa, sarebbero andati lì e li avrebbero portati via tutti. “Vi portiamo via tutti, eh!”. Se entro 24 ore non fossero rientrati a Cicagna, l’avrebbero portati via tutti!

GB. A me interessava solo per un fatto che riguardava quelli di Bobbio. Due anni fa ho pubblicato il rapporto di Wheeler – l’avevo ricevuto dagli Stati Uniti – il capitano della missione americana Walla Walla, arrivata in val Trebbia nel luglio ’44 [95]. Nel rapporto c’è una mezza pagina dove dice che quelli della G.L. di Fausto nel rastrellamento erano scappati tutti, lasciando in mano ai tedeschi tanti viveri che bastavano per un anno. Poi c’era stato anche un casino con Fausto, il comandante: avevano ricevuto un lancio da dividere con la Cichéro e invece si erano tenuti tutto. Sono anche circolati dei documenti che Fausto aveva trattato una specie di armistizio con i tedeschi, tanto che il CLN di Piacenza li aveva sospesi e Parri, che era il comandante di G.L. in Italia, li aveva espulsi dalle G.L.; a Stradella, dove sono andato tre mesi fa, mi hanno detto che, proprio per via di questi accordi con i tedeschi, non li avevano smobilitati come G.L. ma come divisione autonoma “Piacenza”. Sono informazioni parziali e comunque non so quanto di queste cose allora si sapesse e Bisagno fosse informato, ma forse delle voci circolavano…
C. Si diceva che Fausto… si parlava di furti… di pendenze penali.

GB. Non mi spiego allora come, con queste voci che giravano e con tutti questi malintesi che c’erano stati, Bisagno potesse progettare di mettersi con loro.
C. Senti, Bisagno aveva… Adesso io faccio due o tre nomi: il Santo, il Biondo [96], suo cugino Caronte [97] – quattro o cinque persone –, quello di Chiavari, Dedo, quello di Sestri Levante, l’orefice Mari [98]; anche Lago [99] gli ha dato una mano, ma adesso Lago è cambiato (lo so perché Lago l’abbiamo portato in macchina con mia moglie, da Chiavari a Rapallo).
Noi abbiamo fatto quel monumentino, quel cippo, è il primo che abbiamo fatto. L’abbiamo fatto noi, a inaugurarlo era venuto Raimondo, di Borzonasca, il presidente della provincia di Genova [100]. L’abbiamo fatto subito, dopo due o tre mesi, prima che finisse il 1945: un po’ di cemento, due o tre pezzi di marmo che avevamo nel comune, in magazzino, con tutti i nomi delle brigate e in cima, ci abbiamo messo Bisagno. Un giorno Lago mi dice: “Eh! Vi siete appropriati un po’ di Bisagno”; dico: “Lago, era il nostro comandante, e l’abbiamo messo lì. Ne abbiamo parlato con suo papà, se potevamo farlo”. Ma un anno fa, Giacomo [101], Santo e compagni escono fuori che volevano cambiare la lapide. Chiedo: “Ma perché volete…?”. “Ma sai, è brutto, bisogna farla…”. “Allora, se il problema è quello che qualcuno vi ha detto che noi ci siamo appropriati del nome di Bisagno, lo leviamo eh! Prendo Bruno, che è uno che fa tutti i mestieri, lo scalpelliamo e ci mettiamo un altro nome”. Mi hanno detto: “No, no…”. Perché lassù, Bisagno era di tutti, non è che fosse soltanto cosa mia. Erano i suoi fidati, quelli che gli andavano a dire qualcosa di più, anche quello che non c’era, e lui…

M. Ma Bisagno sapeva valutare uomini. Pare strano che i personaggi che citi, che non sembrano essere personaggi di grande spicco, avessero tanta influenza su di lui.
GB. Personaggi come Biondo, Caronte…
C. Biondo era uno che, quando eravamo in val Trebbia, se non era occupato, se n’andava a dormire a casa. Non è che ha fatto tanto il partigiano.

M. Non è strano che Bisagno, che era così intransigente, tollerasse queste cose?
C. Un po’ di bruciore c’era ma, sì, le tollerava.

GB. Non ce lo vedo Bisagno a farsi influenzare da un Caronte.
C. E allora da chi?

GB.  È la domanda da un milione! Ma vorrei che cinquant’anni dopo, che non abbiamo più nessun interesse, né politico né personale, né niente, capire perché si era creata questa situazione quasi drammatica; costruita su niente, poi.
C. Beh, fattori ce n’erano e non pochi! Prendi il fatto di Dino: Dino l’hanno fucilato! Lassù, di quei casi lì ce n’è stati parecchi. Il partito comunista prende uno che non so cosa faceva in Marina, che probabilmente non faceva neanche l’autista, e lo manda su che aveva un grado, quasi il più importante grado di comando. E allora, da comandante, della prima azione che è andato a fare dovresti domandare a Denis… Denis, uno che con noi era già battezzato, è andato a fare l’azione con Dino e si è spaventato, è diventato una foglia e Marzo lo caccia via. A me è toccato recuperarlo, rifarmelo, mandarlo nel distaccamento reclute e poi, pianino pianino l’ho riportato di nuovo com’era. Ma per riportarlo com’era, quando a uno ci levi mezza gamba… Era un ragazzo, ma era già battezzato. Eppure va a fare una azione con Dino, a Barbagelata: scappano tutti, e l’altro, quello della squadra volante, che era venuto da voi…

GB. Corvo [102], Leonzio?
C. No, no. Il suo nome era Lorenzo, il comandante della volante, quel piccinetto.

GB. Sandro?
C. Sì, Sandro [103]; c’era Sandro e hanno mandato il vice comandante di divisione, Dino, che probabilmente non aveva mai sparato. E allora, scappo io che scappi tu, sono scappati tutti. È successo così; e Marzo caccia via Denis: ci sono due comandanti e se la prende con lui! Ma Denis vede che scappano i comandanti e scappa anche lui! Dice Marzo: “Si è spaventato!”. Per forza: se il comandante scappa, uno si spaventa!

M. Dicevi di Dino come l’esempio di un personaggio costruito da loro, e che non risulta all’altezza…
C. E allora lo levano da mezzo, perché ha preso due pacchetti di sigarette o due pacchetti di calzette!

GB. L’accusa era un po’ di soldi.
C. C’era un lancio; lui era lì, l’hanno messo a fare l’accompagnatore del lancio. Poi quando hanno visto che per lui era anche troppo fare l’accompagnatore degli americani, lo levano da mezzo! Mandatelo a casa! Ma no, lo fucilano! Sono stato il primo a sapere che lo avevano fucilato: arriva una staffetta, con addosso le scarpe degli americani, quelle scarpe alte che n’avevano date un paio per ciascuno solo ai comandanti. Vedo quelle scarpe lì: “Chi ti ha dato quelle scarpe? Te le ha date il comando? Quando te le hanno date?”. Ha risposto: “Stamattina, prima di partire”. Allora io dico a Fontana: “Vuoi scommettere che hanno fucilato Dino?”. Perché se ne parlava. Attilio in queste cose era esagerato.

M. Anche Bisagno?
C. Sì, anche lui, ma in altre cose. Catturava tre alpini che avevano il moschetto carico e, siccome erano alpini, se li portava insieme. Una volta è successo e lui gli dice: “Bene, venite con noialtri!”. Eravamo a Marsiglia; venivamo dall’Antola e lì, alla periferia di Torriglia, c’era un colonnello che ci dava informazioni su quello che succedeva. Bisagno va da questo colonnello e gli dice: “Vieni anche tu!”. Senza che a me abbia chiesto nulla, gli dico: “Vai da solo, vai da solo che questo qua…”. Un’altra volta arriva uno che dice: “Nell’osteria c’è degli alpini!”. Allora, prima che escano fuori, andiamo là, e troviamo sette-otto alpini con un sergente maggiore. Gli diamo il “mani in alto!” e li prendiamo. Usciamo fuori, prendiamo i moschetti, ma non li abbiamo scaricati. “Cosa fate? Venite con noi o andate a casa?”. Uno o due dicono: “Veniamo con voi”, mentre un altro dice: “Io vado via”. A quelli che vengono con noi, Bisagno mi dice: “Dagli il moschetto”. Allora io: “Aspetta un po’, scarichiamoli e poi diamoglieli”. E lui: “Ma no, vengono con noi…”. E io: “Scarichiamogli i moschetti, e andiamo su tranquilli”. Lui insiste: “No, sono alpini!”. Eppure era già successo con i due che erano con voi (rivolto a G.B.; ndr), Ruggero e Bruno…

GB. I fratelli Colombo… [104] 
C. Sì, che gli avevano dato uno spintone e li avevano cacciati giù dal sentiero e i prigionieri erano scappati.

GB. Era quando hanno portato il maresciallo delle SS Peters [105]. C’era anche Sceriffo [106].
C. Erano due che avevano un negozio di stoffe.

GB. Erano i nipoti di Cabib, quello dei tappeti. Uno l’ho incontrato ancora un mese fa.
M. Questo discorso è nato perché volevi sottolineare certe leggerezze nel modo di fare di Bisagno.
C. Lui si fidava un po’ troppo di tutti e alla Colonia, lassù, c’erano duecento (prigionieri; ndr), poi in mezzo al bosco hanno dovuto fare delle fosse che non finivano più. Infatti, i missini, sono andati a metterci le targhe. Se avessero fatto diversamente, quelli non ci andavano a portare le targhe lassù.

M. Mi dici che su questo lui non era d’accordo.
C. Non era d’accordo. Quando hanno fatto il processo, lui si è assentato. Non c’è andato.

GB. Io di Bisagno ho un ricordo bellissimo, personale. Quando sono arrivato, ferito in Fontanabuona, è venuto a prendermi con la motocicletta a Montebruno [107], mi ha portato fino all’Ospedale di Bobbio sul sellino dietro. Insomma, c’era un rapporto, diciamo di affetto, di amicizia, eccetera. Però, ecco, metterlo al vertice è un’altra cosa. Anche con Minetto, su questo abbiamo un po’ litigato: a Bisagno non voglio levare nessun merito, è stato uno dei più grandi combattenti, è stato qui, è stato là… È stato un simbolo. Però non facciamone una caricatura… da santo. A un certo momento sembrava che non ci fosse stato altro che lui.
C. Quello che dici è giusto, ed è la verità. Se vedete solo com’è capitato l’incidente, che non si può spiegare, io delle volte al fratello cerco di fargli capire… Uno che va ad accompagnare su gli alpini… Lui è andato su per Paroldo; è andato su ad accompagnare questi ragazzi, però, al ritorno, va a salire non sul cassone, ma sulla cabina. Ci sono dei camion che dai lati hanno una specie di portapacchi, ma lì, se il camion dà una frenata, scivoli giù. Quell’altro, Biondo, è stato a scrivere del caffè. Infatti abbiamo fatto quell’articolo là che vi ho dato: di lì in poi, non ho più scritto. Loro invece hanno scritto per dieci anni…

M. Vuoi dire che era proprio il tipo da mettersi lassù in cima, per una alzata di ingegno?
C. È che in certe cose era un po’ un ragazzo. In val Trebbia, anche lui, con la macchina, è andato fuori strada. E due piante l’hanno tenuto. C’era arrivato sopra… Era un ragazzino, ancora giovane.

GB. Anche con la motocicletta si divertiva. Mio padre mi raccontava che gareggiava con Miro ed erano finiti in terra, ma non c’è niente di male. A me, quello che mi gira è che Minetto dice: “Se non ci fosse stato Bisagno non ci sarebbe stato il movimento partigiano”. Forse sarebbe stato meno forte, ma il mattone l’hanno portato tutti: piccolo o grosso.
C. Ma l’autotreno l’ha portato lui. Adesso, tutti quelli dei partiti erano tutti bravi commissari, ma non ce n’era uno che valesse quattro soldi! Scusa eh! Prendimi Attilio.

GB.Allora Moro?
C. Vero, di Moro però ce n’era uno, ma gli altri… Forse perché è stato con me, ma io ho visto che Moro era preoccupato se uno lo portavano a casa ferito. Ma gli altri non capivano niente. E non sapevano niente. Marzo fumava la pipa… Attilio, Dente e tutti quelli che…

GB. Proprio Attilio, Minetto lo porta in palma di mano; anche lì, secondo me, esagerando…
C. Attilio era un settario. Quando ha fatto il S.I.P. – che poi ha preso tutti gli scalmanati – e io a Torriglia gli ho detto che con me c’erano dei ragazzi, quello lì e quello là, che erano ex poliziotti, lui ha dato un pugno sul tavolo, che c’era un bicchiere con l’acqua dentro ed è saltato per aria: “Quelli che hanno fatto la polizia nella repubblica [108], non possono fare il S.I.P. con noi”. Allora, gli ho detto: “Me ne posso andare via anch’io. Cosa ci sto a fare qui, io? Invece sono qua: combattiamo contro i fascisti e i tedeschi”. Ma no, là lui ci voleva delle persone che… poi magari ci ha messo della gente che… Ad ogni modo, Minetto ha ragione: c’era Bisagno e noi ci siamo andati dietro! Poco da fare!

GB. Sì, non lo nego ma…
M. Richiamo la domanda fatta prima da GB: “Com’è possibile che uno con le caratteristiche di Bisagno progettasse di associarsi ai G.L. che lui non stimava, abbandonando tanti suoi compagni di lotta? E solo per i suggerimenti di quattro o cinque che neppure teneva troppo in considerazione?”. Tu, Croce hai risposto: “Perché il bilancio delle esperienze fatte in montagna era pesante e le cose che non andavano erano molte”.
C. Sì, Bisagno era solo e a Genova non aveva nessuna persona che lo consigliava. Una volta arrivati a Genova, ci siamo trovati… Lui aveva detto: “Nella polizia non ci andiamo; se questi ragazzi vanno nella polizia, poi li chiamano sbirri e perdiamo tutto quel poco di buono che abbiamo fatto”. E aveva ragione. Io mi ricordo, quando lui è andato a portare su Paroldo, che mi sono trovato a Chiavari dove la Coduri faceva i funerali dei suoi caduti [109]. E hanno fatto poi una riunione, non so se al cinema Cantero, e c’era anche Giulio Bo [110], che era il capo di Stato maggiore della Zona, e c’eravamo solo lui e io a batterci… Io mi trovavo lì perché alla Colonia di Chiavari c’erano tutti i nostri partigiani che erano del meridione e gli Alleati ci avevano consigliato di mandarli tutti lì che poi a destinazione (a Roma, a Napoli) li avrebbero portati loro. Erano già quindici giorni che erano lì e dormivano nella paglia, e tutti i giorni telefonavano: “Quando c’è la partenza?”. Dico a Bisagno: “Non vengo con te, vado a Chiavari, da quei ragazzi là”, e mi sono trovato a Chiavari lo stesso giorno che c’erano i funerali. Dopo i funerali, nel pomeriggio, hanno fatto la riunione dove siamo andati anche io e Bo: erano tutti d’accordo di andare nella polizia. “Non c’è lavoro… andiamo nella polizia”. Giulio Bo era sul palco. Io i palchi li ho sempre un po’ odiati, ma mi hanno tirato su e sono salito. Anche io ho parlato: “Bisagno ha detto – forse mentre parlavo era ancora vivo – ha detto che se andiamo a fare i poliziotti, non lo sappiamo fare”. A loro ho anche detto il perché. Mentre venivo qui, mi hanno fermato: ero su una Balilla insieme a Massimo [111] e a Nervi c’era un posto di blocco fatto dai partigiani. Lì c’era qualcuno che non ci conosceva. Massimo ha detto: “Ma lo sai chi siamo? Questo qua è Croce!”. Volevano la patente, e questo e quello, ma lo facevano in un modo… Dopo che eravamo andati in montagna, e siamo stati su un anno, un anno e mezzo, non sapevamo neanche più parlare. Chiedevamo qualcosa a qualcuno ma non sapevamo cos’era il rispetto, la cortesia. Avevamo vissuto in montagna per tanti mesi. Eravamo grezzi… È così o no?

GB. Sì!
C. Tu sei avvocato, dovresti saperlo. Se prendi uno e lo mandi a fare il poliziotto, gli devi insegnare, per quindici giorni almeno! Ci ho detto: “Prendete questi ragazzi, dateci una scuola, insegnateci qualcosa, ma non mandateli in mezzo alla strada, perché facciamo la figura dei gabibbi…”. E mi hanno detto no, no… che in questura c’era questo, c’era quello. Ma vi volevo raccontare quando siamo scesi a Genova, prima di tornare su [112], non sapevamo più a che porte bussare. Un giorno Bisagno dice: “Andiamo a parlare un po’ col prefetto”, che era Martino [113]. Telefono e ci dà l’appuntamento. Andiamo là, c’era gente, abbiamo aspettato più di mezz’ora, poi siamo andati via. Poi gli ha telefonato Giulio Bo e di nuovo siamo tornati là. Martino, il Prefetto, era un liberale. Ha detto: “Bisagno, adesso vediamo… sono i primi giorni”. C’era anche la faccenda che ci volevano disarmare e già girava la voce. “Cosa ne facciamo di questi ragazzi… dove li mandiamo?”. Nessuno se ne preoccupava. Lui ci ha detto: “Vediamo, c’è questo, c’è quello… Qualcosa uscirà”, e Bisagno: “Perché io non vorrei che andasse a finire che fanno i poliziotti. Bisognerebbe trovare…”.

M. L’hai detto tu o l’ha detto lui?
C. Lui, lui, l’ha detto Bisagno, ma io ero d’accordo.

M. Al prefetto?
C. Al prefetto che ci ha anche detto “datemi del tu”. Ci ha tenuto lì una mezzoretta, abbiamo parlato. Ci ha detto di aspettare e di vedere. Poi siamo usciti, e Bisagno ha detto: “È come aver parlato con nessuno. Ora basta!”; poi Bisagno non è più tornato, ma se fosse tornato sarebbe stata una delusione, perché si sarebbe sentito responsabile, anche più di noi, forse. Poi, col tempo ci siamo messi a fare questo o quello.

M.Vorrei sapere com’è andata la riunione al Cantero di Chiavari quando avete detto queste cose.
C. Eh! Non è che ci hanno picchiato, però…

GB. Croce, ti volevo fare una domanda. Al 23 di aprile, cioè quando cominciano a scappare i tedeschi da Genova, tu dove l’avevi il comando?
C. A Torriglia.

GB. Come ti è arrivata la notizia che bisognava andare giù?
C. A me è arrivata da Bisagno; eravamo già tutti concentrati a Torriglia.

GB. Con tutta la brigata?
C. Tutta no, una parte era ancora… Infatti il 23 hanno ferito Fontana…

GB. Gli aerei alleati…
C. Avevo mandato avanti Fontana per vedere di sistemare un po’ di gente, a Montoggio. Bisagno mi aveva detto: “Tu devi scendere a Genova dai Forti”. M’aveva dato un po’ di indicazioni; lui li conosceva bene (abitava lì vicino, in Oregina); aveva fatto uno schizzo per orientarmi. “Devi fare questa strada e arrivare in Piazza Manin”.

GB. Seguivi la ferrovia Genova-Casella?
C. Eh no, un po’ più sulla destra. E a quel punto era già successo che avevano ferito Fontana e l’avevano riportato indietro. Il giorno dopo attaccano. Avevamo il distaccamento degli alpini, il battaglione Vestone, che poi non ne abbiamo parlato… Vorrei vedere in Italia, un battaglione Vestone con 800 uomini che si arrende a una formazione come la nostra! E in Italia, adesso… tutti scrivono e tutti hanno fatto. Vogliono mettere anche targhe e compagnia… Basta che Gino non dica che l’ha fatto lui. Lui dice che Paroldo, il colonnello, ha bruciato tutti i paesi, e non è vero, perché dove c’è stato questi incidenti non c’era il Vestone, ma l’altro battaglione, l’Aosta [114]. Perché per un po’ ci abbiamo parlato con questo maggiore Paroldo, prima di prenderlo. Poi, all’ultimo momento, dove loro adesso vogliono fare… Perché vedi cosa c’è: c’è che Minetto sarà democristiano, sempre…

GB. Ha detto che sono dieci anni che vota per Rifondazione!
C. Ad ogni modo è stato… Io, però, il fatto che Bisagno, poi… sono stati i democristiani, tutti, che l’hanno portato su, dopo! Dopo morto, l’hanno fatto santo, che prima non lo era! E così Minetto, e così tutti! “Bisagno l’hanno ammazzato!”. Non è vero, ma intanto è andata questa voce… Cammina, cammina, ha finito, per dieci anni… All’ultimo hanno scritto l’articolo del caffè. Gli hanno detto: “Prendi questo caffè, che io ci metto la pillola dentro! E poi ti faccio salire là sopra!”.

M. Non ti mollo Croce. Il 23 aprile c’è stato l’episodio di Fontana. E poi?
C. E poi Fontana è ferito.

M. E il giorno dopo?
GB. Scusa, Bisagno era a Torriglia?
C. No, Bisagno era con la Berto. Io lo trovo a Genova… È venuto giù con la missione americana. Gino era già qui… Fossati [115], che era con lui, l’altro giorno mi ha detto: “Sì, noi ci siamo arrivati alla Foce”.

GB. Vorrei farmi raccontare da Croce, che percorso ha fatto e come è arrivato a Genova. In proposito ho una mia teoria: ché, cioè, ordini in quei giorni lì ne sono partiti pochi e, più o meno, per quello che ne so io le formazioni si sono mosse di propria iniziativa. Per esempio: di là, l’Oreste non ha ricevuto ordini da nessuno. Ha saputo che i tedeschi scappavano, e gli erano corsi dietro.
M. Croce, ricordi il biglietto che ti ha mandato Bisagno?
C. Lui lo schizzo me l’aveva fatto due giorni prima. Il 23 aprile, a Torriglia, già i tedeschi se n’erano andati. Avevamo i telefoni che funzionavano e dalla città c’era informazione. Adesso Gino racconta… ma Gino non se la cava tanto bene… comunque, Bisagno pensava che io potevo andare a Genova da solo. Difatti sono andato da solo e tutto è andato bene. E mi aveva fatto uno schizzo dei Forti; però lui è andato con la Berto, e difatti poi la Berto – ne parlavamo ancora con Lesta l’altro giorno, e Lesta ogni tanto mi racconta, sai, pianino pianino, perché è successa quella cosa lì…

GB. Loro erano andati a Uscio.
C. A Uscio perché una colonna che veniva da Chiavari (e non era previsto che prendesse da lì per andare a Busalla), aveva trovato la scorciatoia, ma la galleria di Boasi era impraticabile perché l’avevamo fatta saltare già da mesi e allora si sono fermati là. Allora, Bisagno che cos’ha fatto? Non può far venire a Genova quelli della Berto e li fa fermare lì, e quelli alla sera cominciano a bere. Cosa è successo? Chiedi a Lago, che fra tutti è ancora uno dei migliori! L’altro giorno dice a Lesta: “Tu sai Lesta, che c’erano due o tre distaccamenti che non erano tanto tanto… uno era quello di Jack e gli altri erano quelli che erano”. E hanno cominciato a bere e è partita una bomba a mano tipo “ananas”. L’ha raccontata domenica scorsa: tre morti e sette, otto o dieci feriti; Jack ha perso la gamba. Avevano bevuto; a Lesta, quando è arrivato lì, uno col mitra puntato gli dice: “O ci lasci andare a Genova, o se no tiro il grilletto”. È pazzesco! [116] 

M. Questa però era la brigata Berto. Invece parlavamo di te: ci tieni sempre nei boschi… Facci scendere.
GB. Vorrei sapere, Croce, se da qualcuno ti è arrivato un biglietto scritto, con l’ordine: “Scendi giù subito in città con la tua brigata”.
C.  Mi è arrivato un biglietto dove mi diceva di scendere come lui m’aveva indicato. Come siamo arrivati oltre Montoggio, già nelle vicinanze dei Forti, alle tre dopo mezzanotte, mi arriva un altro biglietto, che per leggerlo abbiamo dovuto accendere i fiammiferi. Non riuscivo a capire che cosa ci voleva dire e chiedevo, all’uno e all’altro: “Leggilo tu”. In sostanza ci diceva di stare fermi; fermarci nel punto dove ci trovavamo. Eravamo lì per strada con gli zaini e con tutta la roba… Aveva scritto: “Lì dove siete”.

GB. Bisagno era verso Uscio?
C. Verso Uscio, da qualche parte. Si vede che, probabilmente, pensava al peggio; che la colonna di tedeschi, che dal ponente la colonna potesse, se fosse riuscita a passare, arrivare a Torriglia mentre noi scendevamo verso Genova. Ad ogni modo ci siamo fermati. Dopo tre quarti d’ora arriva il terzo biglietto: “Proseguite, come da ordini dati in precedenza”.

M. E questo avviene…
C. Nella notte tra il 24 e il 25 aprile. Noi siamo arrivati a Genova il 25: ai Forti troviamo ancora delle batterie tedesche che sparano verso il mare, dove c’erano delle navi che venivano… Lì c’erano ancora un centinaio di tedeschi. E quando… È la prima volta che mi sono messo il triangolo rosso dei gradi con le tre stellette da comandante di brigata. Chiede: “Garibaldini?”. “Sì”. “Capitano?”. “Sì”. “Bisagno?”, “Sì”, e dice: “Noi vogliamo parlare con Giustizia e Libertà, niente Garibaldini”. Allora io: “Cosa facciamo?”, perché c’era l’interprete. “Gli dica un po’ cosa facciamo”, gli ho ripetuto. “Se non si arrendono, noi dobbiamo sparare. Lo porti un po’ là dietro, che venga a vedere quanti uomini ci sono! Lì abbiamo 1.500 uomini, con bazooka”. Ma quello era negativo: “Niente, niente. Digli di portare Giustizia e Libertà, che noi ci arrendiamo”. Abbiamo discusso per un quarto d’ora, “sì”, “no”, “sì”, quando poi è arrivato un altro, superiore, e comincia a parlare con quello lì. Vogliono sapere le condizioni, tenere le armi. Gli ho detto: “Va bene, agli ufficiali gli lasciamo le armi, però dove vi portiamo?”. “Potreste portarci”, così e così, e siamo rimasti d’accordo che agli ufficiali lasciavamo le armi. I militari hanno poi consegnato le loro e le abbiamo ammucchiate tutte là, mentre loro li abbiamo portati giù fino a piazza Manin; a Manin, la gente… C’è da piangere ancora adesso, perché, misti a questi tedeschi c’eravamo anche noi partigiani (si commuove; ndr). Alla sera è arrivato Bisagno e l’ho visto alla Foce; io avevo la febbre a quaranta. Non dormire tutta la notte, e averci seicento persone da sistemare per mangiare… a Genova non sapevamo dove mettere le mani. Tutti, in piazza Manin, ci siamo infilati nelle scuole. Lì non c’era nessuno, le scuole erano vuote. Alla sera ero lì, con la febbre. Come infermiere avevo Madrid [117]: è andato da una famiglia lì vicino, gli hanno dato un termometro. Poi alla fine non avevo più niente.

GB. A Manin sei arrivato la mattina del 25?
C. Sì, verso le dieci del mattino.

GB. E poi alla Foce, quando siete andati?
C. Alla Foce siamo andati di rinforzo. Alla sera siamo andati giù con un quaranta uomini, a circondare il palazzo dove c’erano i tedeschi, che poi si sono arresi l’indomani mattina. Alla Foce c’era già Bisagno, altro che Gino. Racconta barzellette quello lì. I prigionieri di laggiù (alla Foce; ndr) erano 1.500 e li abbiamo portati via noialtri. Sì, li ha portati via Gino… che comandava quindici uomini.

GB. Li avete presi laggiù, dove?
C. Alla Foce.

GB.Ho sentito che era una specie di campo trincerato che comprendeva la Questura e sul mare c’erano dei trasporti marittimi.
C. Avevano mezzi di trasporto: automezzi e anche trasporti marittimi; imbarcazioni militari. Avevano evacuato con quelle bettoline, con quelle chiatte.
Ma Gino, quando parla di Paroldo, dovrebbe invece dire che il Vestone, un battaglione di alpini, si è arreso a noi della Jori non perché avevamo una bella faccia o eravamo più belli degli altri; si sono arresi perché in due mesi che sono stati lì non c’era giorno che non li attaccavamo. Gli abbiamo preso l’attendente [118], e quando voleva trattare il cambio, il primo contatto l’ha avuto con Canepa, perché io avevo detto a Paroldo: “Lassù c’è l’avvocato Canepa. Veda di parlare con l’avvocato Canepa”. Allora al colloquio c’è andato Canepa con Fontana, che era il nostro capo di Stato maggiore.

GB. Quale Canepa?
C. Marzo, ma là lo conoscevano come l’avvocato Canepa; sono andati loro due e noi abbiamo assicurato la copertura coi nostri uomini. La seconda volta, con Paroldo, in ottobre, per trattare il cambio dell’attendente, sono andato anch’io, con Bisagno e Marzo. Paroldo ha chiesto: “Mi avete portato l’attendente?”. Noi l’avevamo portato, ma l’avevamo lasciato cento metri indietro. Gli abbiamo risposto: “Sì”. Poi l’attendente si presenta e gli dice: “Signor maggiore, io non vengo più con voi – era già dieci giorni che era con noi – perché con loro mi sono trovato bene. Lassù tutti ci diamo del tu, non c’è signorsì, signornò, è un’altra famiglia”.
Allora, Paroldo: “Me l’avete stregato!”, e da lì ha cominciato a capire. Però non c’era giorno che gli davamo pace. In una sola puntata gli abbiamo portato via 45 cavalli e 15 carrette che gli portavano la roba da Torriglia, e quando hanno visto quello che gli era capitato, per portare da Torriglia i viveri ai reparti, sono stati costretti a mettere una scorta di duecento alpini E ogni volta che passavano, noi li attaccavamo. Non potevano uscire da soli. Quando c’erano degli ufficiali che andavano per donne, alla sera, si mettevano in borghese. Non giravano in divisa perché sapevano che, se si muovevano, potevano essere catturati. Paroldo si è arreso perché lo volevano mandare a Firenze con la Monterosa e poi aveva capito che con noi era un’altra cosa. Però non si è arreso perché aveva bruciato paesi o fucilato partigiani. Non è vero. Gino dice delle stupidaggini: non dovrebbe dirle! Gino comandava quindici uomini, era un caposquadra. Poi magari la formazione… Andate a vedere un po’ quante persone avrà congedato, alla smobilitazione della brigata Severino.

GB. Avevano fatto alcune squadre a Davagna, Rosso, quelle Sap… Nel libro “Scarpe rotte” di Camoriano c’è un elenco dei partigiani della Severino.
C. Per fare trecento partigiani ci avrà messo dentro tutto il partito di Genova! Perché hanno detto che sono trecento e rotti, eh! Nella brigata Severino erano in quindici. A Bisagno queste cose qua bruciavano: le vedeva, le sentiva… [119] 

GB. Quando è successo il fatto di Fascia, Bisagno ha scritto una lettera affettuosissima a Gino, e questa lettera è stata pubblicata da Miroglio e ripresa da altri.
C. Quando Bisagno è morto e l’hanno portato giù, in tasca aveva una lettera… La Maria – vedi mai la Maria, la moglie di Marzo? [120] – quando è morto Bisagno e l’hanno portato a Genova, alla Foce (perché dove prima c’erano i tedeschi, c’eravamo sistemati noi, con la divisione Cichéro), quando è arrivato il cadavere di Bisagno, nessuno ha pensato di guardare che cosa avesse in tasca: la Maria è andata a guardare in tasca e ha trovato un biglietto di Gino, un biglietto di Gino che rispondeva a Bisagno. Qualcuno l’ha letto.

GB. Io parlavo di un’altra lettera che Bisagno aveva scritto a Gino: ce l’ha, mi hanno detto, Mimmo della Severino [121] – così mi ha detto Nino [122] – che non so se sai chi è.
C. Quella che dico io ce l’aveva la Marietta [123] e ce l’ha la Maria. Quando è morto, in tasca c’aveva un bigliettino, ché lettere non ne scriveva. Quella lì (quella di cui parlava Gino; ndr) è una lettera che la scrivi in uno scagno (un posto comodo, con uno scrittoio; ndr) ma il 23 o il 24 o il 25 d’aprile non c’era tempo di scrivere delle lettere. Scrivevi tre parole e ti facevi capire e buona giornata. Ad ogni modo, il discorso è questo, che la lettera ce l’ha la Maria, e in quella Gino diceva: “Io sono comunista, però sono sempre fedele a te, Bisagno.” Capisci? E ce l’aveva la Maria, e ce l’avrà ancora. Invece (secondo Gino; ndr), Bisagno gli avrebbe scritto una lettera in quei giorni, il giorno 24 aprile… Quando uno dice quelle cose lì, a noi che abbiamo fatto il partigiano…

GB. La lettera di cui parlavo io, scritta da Bisagno a Gino, è del mese di marzo, quasi due mesi prima, ed è stata pubblicata anche sul Secolo XIX, mi pare. La lettera è uno sfogo di Bisagno per le discussioni che sono state fatte a Fascia, nella riunione del Comando zona del 7 marzo.
C. Adesso, quando uno sente quelle cose, dirà: “Ma erano quelli, i partigiani? Non è possibile!”. Quando mi ricordo quelle cose lì… Un giorno vado su al distaccamento, che è sul Monte Carmo (ndr, Lavagnola?), là, dalla galleria, che sarà distante un chilometro; arrivo là e trovo uno che era con noi prima del rastrellamento di agosto. Gli dico: “Ciao, come mai sei qua?”. Poi, rivolgendomi a Scalabrin, chiedo: “Quando è arrivato questo qui?”, e quello: “Eh son venuto su…”. “Poi ci vediamo”, gli dico. Saluto un po’ tutti, poi a Scalabrin chiedo con chi è venuto su, e lui risponde: “È venuto su con questo e con quell’altro”. Ecco, quando dico che diventi cattivo… Mi ricordo questo episodio. Io, come ho visto questo qua, dico: “Bene, chiama un po’ quell’altro! Quello che ho salutato prima!”. Non c’era più. Era già andato via, ma in tre minuti, quattro. Era andato via. Scalabrino dice: “Va spesso nel ristorante che c’è nella galleria”. Il ristorante della galleria era frequentato anche da Bisagno, perché Biondo conosceva quelli del bar – che poi era una spia, questo qua del bar! Gli dico: “Manda subito due nel bar a vedere se è là”. Vanno nel bar, lo trovano, lo prendono, lo portano da me. Lo interrogo un po’ e colleghiamo tutta questa faccenda. Quell’altro… povero ragazzo, poi hanno fucilato anche quell’altro, che era comunista. Perché allora, che cosa è successo? Io gli ho parlato un po’, l’ho fatto cantare, e allora mi ha detto: “Ma sai, sono andato lì, sono andato là, e poi sono andato nei repubblichini”. Invece lo avevano mandato su, era venuto su col muso buono, proprio… L’altro era un comunista, era venuto su insieme con questo qui. Allora l’abbiamo mandati tutti e due al distaccamento prigionieri. Però lì c’era Attilio: quando da noi c’era un po’ di burrasca, c’era qualche contrasto, ha levato da mezzo tutti e due. È lì che Bisagno ha detto, qualche volta… poi si incacchiava quando veniva a conoscenza di queste cose. Io poi, a Scalabrino, un giorno gliel’ho detto – perché lui li conosceva, erano del suo distaccamento – di dire a Bisagno le cose come sono: “Prendete Attilio, chiedetegli dove li ha fucilati, che si vada almeno a prendere la salma”. Capisci che cosa succedeva? Attilio era uno che non ci pensava su un minuto, se uno era buono o era cattivo; così, nel dubbio, via! Ma sono io che ho scoperto questi due qua, perché… io li capivo subito. Quando m’ha visto, ha incominciato a girare alla larga, a non avvicinarsi; e invece di salutarmi, si gira di là. E io l’ho visto. E gli ho detto: “Ma tu prima di agosto eri in quel distaccamento”. Dice: “Sì”. “Dove sei andato dopo?”. “Sono andato giù”. E io: “Va bene, poi ci vediamo”. Allora mi sono rivolto a Scalabrino e gli ho detto: “Scalabrino, quando è arrivato questo?”. Risponde: “Ieri mattina”. “Con chi è arrivato, chi l’ha portato?”. “Con questo qua che l’ha portato da Genova”. “Allora, prima di mandarlo al distaccamento, prendi informazioni!”, anche a Genova, ci voleva poco a chiedere. “Questo, o è un furbo, o è cattivo… avvelenato!”. Cose così ne succedevano, ne sono successe! Anche Bisagno, in certe cose… Per dire: quando vedeva un alpino… per lui un alpino era un santo.

GB. Come mai aveva questa predilezione per gli alpini? Che poi lui era del Genio radio-telegrafisti, quindi niente a che vedere con gli alpini…
C. Però aveva il cappello! Non lo so. Era montanaro… se poi tu parli con gli amici che abitavano dalle sue parti a Oregina… Io conosco due o tre persone, c’è Gianni, e Fossati.

GB. Con Fossati abbiamo mangiato qualche giorno fa, qui, insieme a Minetto.
C. Fossati ha conosciuto Bisagno da ragazzo: abitavano vicini. Dice che, da ragazzo, Bisagno era un tipo isolato, che non andava con tutti gli altri. Aveva una pianta di fico e ogni tanto i suoi amici gli facevano uno scherzo. Uno andava da una parte, l’altro girava di sotto, e lui a tirare sassi. Era un solitario, ma qualcosa nella sua testa c’era. Quando, nella caserma di Caperana, vicino a Chiavari, ha pensato di salire in montagna, non è che fosse perseguitato. Poteva andare a casa e restarsene lì tranquillo.

GB.Pratiche religiose, che tu sappia…?
C. Andava in chiesa, qualche volta. Ma io, quando dicono che andava sempre in chiesa…

GB. Io ho intervistato quello che tra ’44 e ‘45 era parroco a Fascia [124].
C. Che cosa ha detto?
GB. Che lui non l’ha mai visto andare in chiesa, e che neppure l’hanno visto i suoi colleghi, parroci di Rondanina e Carrega.

M. Tu, Croce, invece che cosa ne sai?
C. Qualche volta, se si passava di domenica davanti a una chiesa… Una volta che c’eravamo trovati davanti a una chiesa – non ricordo dove fossimo – ha detto: “Vado un momento in chiesa”. Un po’ stupito, ho chiesto: “Vai in chiesa?”. È entrato e poi subito uscito; non è che abbia assistito a una funzione. La sua famiglia, forse… Ma del resto, nel periodo partigiano, non avevamo certo tempo di andare in chiesa.

M. Ho sentito qualcuno dire che se passava davanti a una chiesa, entrava e ci stava qualche minuto.
GB. Però, testimonianze precise che abbia fatto la comunione, o che si sia confessato, non ce ne sono.
C. Quelli che gli hanno fatto il monumento, volevano beatificarlo.

GB Suo cugino Caronte…
C. Quest’anno sono andato alla commemorazione di Bisagno. Erano anni che non ci andavo più. Mi hanno detto: “Vieni, che c’è il tale, il tal altro”. Io ho chiesto: “Chi è che viene a parlare?” – l’ultimo che ha parlato è stato Marzo [125]. Banfi una volta ha detto: “Quando Bisagno mi ha visto, ha detto: «Vai là e comanda quella brigata»”. Invece, quando Banfi era arrivato, Bisagno gli aveva fatto lavare i piatti e lui si era offeso.

GB. Come si fa la storia, eh?
M. Come si fa e come si scrive: come si fa è lavando i piatti; come si scrive, dici o scrivi che hai fatto il generale.
C. Se ne parlava con Lesta, e lui: “Sì, generale! Non sai cosa gli abbiamo fatto dopo. Siamo saliti di sopra, sul terrazzo, abbiamo preso un secchio d’acqua e gliel’abbiamo messo a gavettone. Perché quando siamo andati in formazione, lui era già a Favale da un po’ di mesi e girava con un bel giaccone” – Lesta poi i racconti li ricama bene –. “L’abbiamo visto e… «Che bel giaccone ha quello lì»”. E io: “Pensavi di fargli una raffica per prendergli il giaccone?”. “La raffica no, ma prendergli quel bel giaccone, sì”. Poi Banfi è venuto su con noi.

NOTE A PIÉ PAGINE

[1] S’intenda il 9 di settembre. Per una video-intervista a Croce: https://www.youtube.com/watch?v=0pWI2pMnRcQ.

[2] In realtà, era proprio Croce a essere di Cicagna: ma, forse, per riservatezza mascherò la circostanza al compagno di fuga.

[3] Croce, probabilmente, assistette al passaggio di duemila carabinieri catturati nelle caserme di Roma il 7 ottobre 1943 e destinati ai campi di prigionia in Germania; con la nascita della Rsi, ai militi dell’Arma fu imposto di confluire nella nascente Guardia nazionale repubblicana. Tuttavia, nella primavera e soprattutto nell’estate del 1944 furono disarmati e deportati anche quelli che avevano accettato di prestare servizio al fianco dei tedeschi, perché ritenuti infedeli.

[4] Poco dopo Croce si corregge e riconduce l’episodio, appunto, all’ottobre 1943.

[5] Dovrebbe trattarsi di Luigi Zerega (1913-2001), nato a Riva Trigoso, residente a Chiavari nel 1943 e poi a Genova, nel sestiere della Maddalena, che lasciò nell’estate del 1944 per trasferirsi in val Borbéra, a Roccaforte Ligure, dove organizzò le Squadre di azione (cfr. Ailsrec, fondo AM, busta 13, fascicolo 8).

[6] Armando Arpe (1916-1994), vice-commissario della divisione Coduri operante nel Tigullio e il suo entroterra; cfr. ivi, Archivio E.V. Bartolozzi, fascicolo 4, doc. 8, “Memoria di Italo”.

[7] Giovanni Serbandini (1912-1999), responsabile del Servizio stampa e propaganda della VI Zona, direttore del giornale “Il Partigiano” e poi dell’edizione Ligure de “L’Unità”. Deputato al parlamento dal 1963 al 1968.

[8] Giambattista Canepa (1896-1994), commissario politico della divisione Cichéro; combattente nella Grande guerra, avvocato, socialista e poi comunista, combattente antifranchista nella guerra di Spagna; gior­nalista, scrittore.

[9] La commissione regionale di riconoscimento delle qualifiche partigiane riconobbe a Croce un’anzianità partigiana a datare dal 15 marzo 1944 (si vedano Ailsrec, fondo DV, busta 18 e https://www.ilsrec.it/database/ricerca.php).

[10] Emilio Roncagliolo (1924-2009): nell’ottobre del 1943 entrò nella banda di Cichéro, dove restò fino al suo passaggio, nel febbraio del 1945, alla brigata Berto per affiancare “Banfi” (Eugenio Sannia, vedi nota 42) al comando della brigata stessa.

[11] Giuseppe Salvarezza (1924-1944), di Sarissòla (Busalla), partigiano a Cichéro dai primi di marzo del 1944, comandante del distaccamento “Verardo” e poi del battaglione “Franchi” della brigata Oreste; ucciso durante un rastrellamento sul monte Bòssola, presso Rovello di Mongiardino Ligure, il 15 dicembre 1944; medaglia d’oro al valor militare.

[12] Aldo Gastaldi (1921-1945), comandante della divisione Cichéro; cfr. ivi, Archivio M. Calegari, Intervista di Gibì Lazagna, “Carlo”, al padre Umberto “Canevari”, nota 33 (d’ora in avanti “Intervista a Canevari”).

[13] Edoardo Colombari (1907–1993), cfr. ivi, Archivio M. Calegari, Intervista al partigiano Dionigio Marchelli “Denis” (d’ora in avanti “Intervista a Denis”).

[14] “Paride”, Marcello Cirenei (1897-1982), volontario nella Prima guerra mondiale in qualità di ufficiale di fanteria, decorato con la medaglia d’argento al valor militare. Nel dopoguerra si laureò in giurisprudenza, svolse la professione di avvocato e, a partire dal 1922, divenne militante e poi dirigente socialista, occupandosi dell’organizzazione di partito.

[15] Erasmo Marrè (1920-2011), membro del Team Merìden paraca­dutato dall’OSS in val Pellice; comandante della brigata Arzani dal gennaio 1945; cfr. ivi, Archivio M. Calegari, “Intervista a Canevari”, nota 7.

[16] Aurelio Ferrando (1921-1985), comandante della divisione Pinan-Cichéro, sottotenente di complemento del Genio, amico di Bisagno; cfr. ivi, Archivio M. Calegari, “Intervista a Canevari”, nota 66.

[17] Oreste Armano (1922-1944), cfr. ivi, Archivio M. Calegari, “Intervista a Denis”.

[18] Erminio Bacigalupo (1916-1953), all’8 settembre era caporale al 5° reggimento Fanteria a Chiavari; partigiano dal 6 maggio 1944, fu ferito a Loco il 25 ottobre; fu vice-comandante del distaccamento Bellucci della brigata Jori, divisione Cichéro.

[19] Mario Ginocchio (1923-1944), tornitore all’Ansaldo, all’8 settembre era marinaio alla Spezia; salì a Cichéro, da Borgonovo di Mezzanego, dove abitava, ai primi di marzo del 1944; cominciò come staffetta e arrivò ad essere, in ottobre, vice comandante della brigata Berto; ucciso durante un rastrellamento presso monte Pagliaro, sopra Favale di Malvaro, il 28 novembre 1944.

[20] Angelo Spinetto (1922-1992), di Borgonovo (Mezzanego); partigiano a Cichéro dalla metà di marzo del 1944, comandante del distaccamento Castagna della brigata Berto.

[21] Antonio Testa, nato a Napoli nel 1921, caposquadra e poi vice-comandante del distaccamento Guerra della brigata Jori, restò ferito presso la Colonia di Torriglia il 21 aprile 1945 durante un’operazione di sminamento; autore di Partigiani in Valtrebbia. La brigata Jori (Genova, 1980).

[22] Lesta era comunista, diversamente da Bisagno e da chi gli avanzava queste osservazioni.

[23] Michele Campanella (1922-2012), partigiano a Cichéro dalla metà di febbraio del 1944, comandante di distaccamento, dopo il rastrellamento dell’agosto 1944 fu nominato comandante della brigata volante Severino.

[24] In realtà, il distaccamento assunse il nome Torre dopo la fucilazione del gappista Giovanni Battista “Baciccin” Torre, eseguita il 23 maggio 1944; cfr. ivi, Archivio M. Calegari, “Intervista a Denis”.

[25] Józef Peter, partigiano a Cichéro dall’aprile 1944, vittima di un’imboscata dei tedeschi nei pressi del monte Becco, la sera del 25 giugno 1944; cfr. ivi, Archivio M. Calegari, “Intervista a Canevari”, nota 44.

[26] La banda dello Slavo, anche banda del Croato, ebbe sede a Cerignale fino al suo disarmo, avvenuto fra il 30 giugno ed il 1° luglio 1944; il comandante era uno jugoslavo fuggito dopo l’8 settembre 1943 da un campo di concentramento per militari prigionieri, nato a Lubiana nel 1915 e passato alla storia come Gaspare Ciameranik, benché esistano dubbi sulla grafia del suo cognome (si trova anche come Gialernich o Giamenich). Accusati di violenze e grassazioni, i partigiani di Gaspare furono disarmati da quelli di Bisagno con l’aiuto del gruppo di Marco e Tullio (vedi note 32 e 33), proveniente dalla val Borbéra (si veda M. Calegari, Comunisti e partigiani. Genova 1943-1945, Acqui Terme, 2007, pp. 210-213); tuttavia Gaspare al 25 aprile fu smobilitato, con il grado di comandante di distaccamento, nei ranghi della brigata Caio, comandata da un suo connazionale, “Istriano”, Ernesto Poldrugo, di Pola, classe 1923.

[27] Secondo la documentazione a disposizione (tutt’altro che insuscettibile di errori e imprecisioni, come del resto la memoria dei protagonisti), G.B. entrò in banda effettivamente alla fine di aprile del 1944, il giorno 27, mentre “Scrivia” risulta aver ottenuto un’anzianità partigiana datata 16 aprile: dieci giorni prima, anziché dopo.

[28] Stefano Porcù (n.1925); cfr. ivi, Archivio M. Calegari, “Intervista a Denis”.

[29] Luigi Borriello, nato a Napoli nel 1924, partigiano a Cichéro dal febbraio 1944 e poi in val Borbéra, nel distaccamento SIP comandato da “Nero” (Antonio Cossu, 1919-1981), smobilitato con la brigata Arzani.

[30] Nicola Cusanno (1924-1945);  cfr. ivi, Archivio M. Calegari, “Intervista a Denis”.

[31] Il disarmo dello Slavo avvenne il 1° luglio 1944, mentre qui “Croce” probabilmente fa confusione con il disarmo, ad opera sua, del distaccamento di “Giustizia e Libertà” comandato da “Murri” (Franco Fantozzi, vedi nota 87), avvenuto effettivamente tra il giorno 11 e il giorno 12, ma di luglio e non di giugno.

[32] Franco Anselmi (1915-1945); nato a Milano, ufficiale dell’Aeronautica militare, all’armistizio si trovò all’aeroporto di Cameri, presso Novara, dove si sottrasse alla cattura dopo che il comandante del campo, tenente colonnello Alberto Ferrario (genovese, n.1904), si tolse la vita per non consegnarsi ai tedeschi. Anselmi raggiunse Dernice, in val Curone, luogo di villeggiatura della sorella, dove or­ganizzò uno dei primi gruppi partigiani dell’alessandrino, poi inquadrato nella divisione Cichéro nell’estate del 1944 con il nome di “battaglione Casalini”; in settembre fu nominato vice-comandante della bri­gata Oreste, in ottobre comandante della brigata Arzani, poi dispersa dal rastrellamento di dicembre. Arrestato a Milano il 30 gennaio 1945 ai funerali del padre, ritornò libero grazie ad uno scambio di prigionieri. Trasferito in Oltrepò pavese, fu capo di stato maggiore della divisione Gramsci, alla testa della quale il 26 aprile 1945 entrò a Casteggio, dove rimase ucciso nel corso dei combattimenti.

[33] Eliseo Cavecchia (1914-1969), di San Quirico, in val Polcevera; comandante di un distaccamento della banda di “Marco”.

[34] La militarizzazione della manodopera interessò numerosi stabilimenti industriali liguri, fra cui il Cantiere Navale di Riva.

[35] Cesare Marsili, nato a Lavagna nel 1885, il più anziano partigiano della compagnia comando della divisione Coduri.

[36] Aldo Arata (1924-1999), tranviere originario di Orero, partigiano a Cichéro dalla metà di marzo del 1944.

[37] Comandante e vice-comandante del distaccamento mortaisti, nell’aprile 1945, erano “Elio” (Elio Saettone, n.1922) e “Ivan” (Giovanni Casini, n.1920), entrambi genovesi.

[38] Attilio Pavese (1908-1944), nato a Borghetto di Borbera, parroco di Alpe di Gorreto; dopo l’ar­mistizio, fornì assistenza e rifugio in canonica a militari sbandati e a renitenti alla leva. Nell’estate del 1944 fu intendente della 3ª divisione Cichéro e il 23 settembre prese parte alla riunione delle Capanne di Carrega con i comandanti della Sesta zona. Il 6 dicembre 1944, a Casanova, frazione di Rovegno, morì – secondo la versione ufficiale – mentre somministrava i conforti religiosi a sette prigionieri tedeschi condannati alla fucilazione, raggiunto accidentalmente dagli spari.

[39] Dionigio Marchelli (1925-2007); cfr. ivi, Archivio M. Calegari, “Intervista a Denis”.

[40] Giacomo Bonicelli (1927-2002); cfr. ivi, Archivio M. Calegari, “Intervista a Denis”, nonché M. Calegari, La sega di Hitler (Milano, 2004), pp. 99/103; un’intervista a Badoglino è visibile qui: https://www.youtube.com/watch?v=jloo6VcqMIo.

[41] Franco Mortarini (1920-1966), di Sampierdarena; ex sottotenente dell’esercito regio, partigiano dal luglio 1944, vice-comandante della brigata Jori dal mese di settembre alla Liberazione; ferito il 24 aprile 1945 sul ponte di Siginella, località del Comune di Torriglia nei pressi di Laccio, da un mitragliamento effettuato da aerei americani. Morì in Cile.

[42] Eugenio Sannia (1917-2007), originario di Chiavari; ufficiale d’Accademia in contatto con ambienti militari genovesi antifascisti e membro, dal novembre del 1943, dei Volontari armati italiani, fondati dal capitano di fregata Jerzy Sas Kulczycki (1905-1944, fucilato a Roma), organizzazione diretta a Genova dal tenente colonnello Efisio Simbula (n.1892); ricercato, salì in montagna nel luglio del 1944 e fu poi nominato comandante della brigata Berto.

[43] Claudio Floris (1924-2015), di Rivarolo; partigiano dal giugno del 1944, sul monte Aiona, con il distaccamento Forca della banda di Cichéro; dal marzo 1945 commissario politico del distaccamento Alpino della brigata Jori (poi della Berto); autore del volume di memorie Testimonianze partigiane: Divisione Cichero, la Brigata Berto (Genova, 2005).

[44] Otello Pascolini (1905-1962), fabbro, comunista; cfr. ivi, Archivio M. Calegari, “Intervista a Denis”.

[45] La caserma dei carabinieri di Rovegno fu disarmata dai partigiani di Croce il 5 giugno 1944 grazie ad Amilcare Del Monte (1920-1985), originario di Fidenza, carabiniere in servizio presso quella caserma. Insieme a Del Monte, che assunse nome di battaglia “Gino” e fu comandante del distaccamento Bellucci della brigata Jori, fecero il loro ingresso nelle fila partigiane i carabinieri Mario Botti (1915-1989), “Paton”, suo compaesano; Michele Gianfrancesco (1924-2000), “Giura”, foggiano; Giuseppe Giglio (1920-1962), “Fioravante”, catanese; e, forse, Domenico Lacopo (1915-1945), “Scala”, calabrese, fucilato a San Colombano Certenoli il 2 marzo 1945 (per Lacopo, cfr. ivi, Archivio E. V. Bartolozzi, “Il mio 68° 25 Aprile”).

[46] Per l’azione di Garbagna, cfr. ivi, Archivio M. Calegari, “Intervista a Denis”, infra.

[47] Francesco Rivara (1910-1970), di Sampierdarena; comunista, partigiano alla Benedicta e poi nel battaglione Casalini, dove affiancò “Tullio” in qualità di commissario politico. Rimase in val Borbéra, alla brigata Oreste, sino alla fine del mese di settembre 1944, quando giunse in val Trebbia, da Croce, alla brigata Jori; infine, nel marzo 1945, finì al comando del Sip (il Servizio informazioni e polizia) della divisione Mingo, alle pendici del monte Beigua.

[48] Si tratta di “Reggio” (Demetrio Castellini, 1904-1983), originario dell’Appennino reggiano, ma residente a Marassi sin dal 1929, comandante del distaccamento Maffei; di “Gino” (Amilcare Del Monte, 1920-1985), parmigiano, comandante del distaccamento Bellucci; e di un terzo non ancora individuato.

[49] Amilcare Del Monte; vedi note 46 e 48.

[50] Ferruccio Spagnoli (1908-1991), di Sampierdarena; commissario politico del distaccamento Alpino della brigata Jori, il 7 marzo 1945 dissentì dalla decisione del comandante del distaccamento, “San­to”, che aveva portato a Fascia i suoi uomini, e passò a far parte del comando della brigata Jo­ri con il ruolo di commissario politico.

[51] Elvezio Massai (1920-2009), partigiano in val d’Aveto dal giugno 1944, poi comandante del distaccamento Alpino della brigata Jori, distaccamento trasferito alla brigata Berto dopo l’episodio di Fascia.

[52] Vito Spiotta (1904-1946), di famiglia calabrese, piccolo industriale chimico a Lavagna, risiedeva a Chiavari; capo del fascismo repubblicano nel Tigullio, vice comandante della brigata nera genovese. Processato nell’estate del 1945, fu condannato a morte e fucilato a Genova, al poligono di tiro di Quezzi, l’11 gennaio del 1946, assieme a Enrico Podestà (n. 1913), vice segretario del Partito fascista repubblicano di Chiavari, e Giuseppe Righi (n.1897), tenente della brigata nera chiavarese.

[53] Fiamma Repubblicana, settimanale del Pfr di Chiavari diretto dallo stesso Spiotta.

[54] Nei pressi di Isola di Rovegno, il 24 aprile 1945 aerei Alleati mitragliarono un camion a bordo del quale viaggiava il distaccamento Vestone, proveniente da Ponte Organasco, alla volta di Torriglia: vi furono quattro morti e cinque feriti. Fra le vittime, il comandante del distaccamento, “Pepè” (Luciano Golfetti, n. 1924, lombardo), e i partigiani “Alfonso” (Pasquale De Martino, n. 1911, cuneese), “Fiore” (Salvatore Buttacavoli, n. 1919, palermitano) e “Napoli” (Renato Florio, n. 1917, napoletano, comandante della brigata Sap “Bedin” nella zona di Lumarzo).

[55] Demetrio Castellini, comandante del distaccamento Maffei (vedi nota 48); fu ferito il 14 dicembre 1944.

[56] Si tratta della missione inglese Clover, comandata dal tenente colonnello Peter MacMullen (n.1914), coadiuvato dal maggiore inglese Basil Davidson (1914-2010), e della missione americana Pee Dee, diretta dal maggiore italo-americano Leslie Vanoncini (1917-1996), paracadutate sui pascoli di Caprile (Propata) il 18 gennaio 1945.

[57] La proprietà dei Canevello si trovava alle porte di Torriglia, fra le località di Casabianca e Peasso.

[58] Amino Pizzorno (1909-1968), cfr. ivi, Archivio M. Calegari, “Intervista a Canevari”, nota 88; comunista, responsabile del Sip (Servizio Informazioni e Polizia) della Sesta zona operativa, poi commissario politico della stessa.

[59] Cesare Rossi (1892-1945), generale dell’esercito, comandante del Comando militare regionale ligure, arrestato alla fine di dicembre del 1944; cfr. ivi, Archivio M. Calegari, “Intervista a Canevari”, nota 49.

[60] Presso la Colonia di Rovegno avvennero numerose esecuzioni di prigionieri: ad esempio, una quarantina di brigate nere piemontesi catturate a Garbagna e fucilate intorno al 20 marzo 1945. Numerosi siti internet neofascisti riportano lunghi e imprecisi elenchi di nomi, nei quali includono anche una decina di partigiani caduti.

[61] Anton Ukmar (1900-1978), sloveno nato a Trieste, militante socialista, poi comunista, legato ai movimenti antifascisti panslavisti; combatté il fascismo in Spagna e in Etiopia, fu internato in Francia nel 1940 e, dopo l’8 settembre 1943, evase e fu inviato dal Pci a dirigere la Resistenza in Liguria nel giugno del 1944.

[62] Italo Pietra (1911-1991), nato a Godiasco in valle Staffora; ufficiale degli alpini in Etiopia e in Grecia, dopo l’8 settembre aderì alla Resistenza e fu ispettore militare e poi comandante delle divisioni garibaldine dell’Oltrepò pavese. Giornalista, scrittore, diresse il quotidiano Il Giorno – voluto da Enrico Mattei – dal 1960 al 1972.

[63] Qui si tratta di Michele Campanella (vedi nota 23).

[64] Qui, invece, il riferimento è ad Amilcare Del Monte, citato più volte in precedenza.

[65] In realtà, alla riunione delle Capanne di Carrega erano presenti anche il comunista Raffaele Pieragostini e il generale Cesare Rossi, rappresentanti del Comando militare regionale ligure, con “Miro” e “Rolando” (Anelito Barontini, 1912-1983, dirigente comunista, deputato all’Assemblea Costituente e parlamentare dal 1948 al 1968), che avrebbero ricoperto i ruoli chiave di comandante e commissario politico della Sesta zona. Croce, però, ha in mente, come appare chiaro più avanti, un’altra riunione, quella di Fascia del 7 marzo 1945.

[66] Severino Bianchini (1902-1991), di Borgoratti, ma d’origini senesi (era nato a Castiglione d’Orcia); carpentiere, militante comunista dal 1921, segretario interregionale dei giovani comunisti liguri, piemontesi e lombardi nel 1924; incarcerato dal 1927 al 1932 e confinato per ben nove anni dal 1934 al 1943 (sull’isola di Ponza, alle isole Tremiti e a Manfredonia); partigiano a Cichéro dall’ottobre del 1943, fra i principali dirigenti comunisti della Resistenza genovese; fu l’intendente della divisione Cichéro e poi dell’intera Sesta zona operativa.

[67] Si tratta, ancora, di Michele Campanella.

[68] Ernesto Poldrugo (n. 1923), nato a Pola, in Istria; fuggito da un campo di concentramento per prigionieri nel piacentino, comandante della brigata Caio, che agì dapprima in val Nure, nella XIII Zona piacentina, da cui si staccò per entrare a far parte dell’organico della VI Zona ligure, in val d’Aveto.

[69] Angelo Scala (1908-1974), di Geminiano (sopra Bolzaneto), guardiano in uno stabilimento del gruppo Ansaldo; gappista con Balilla Grillotti (1902-1944), lasciò la città coi suoi uomini alla fine di luglio del 1944 e salì in montagna, in val d’Aveto e poi in val Brevenna e a San Clemente; alla fine di novembre 1944 fu inviato sulle alture fra val Polcevera e valle Scrivia al comando della sua piccola brigata, la Volante Balilla.

[70] Croce,  che in più occasioni rivela una memoria solida, sembra che della serie di riunioni tra dicembre e gennaio non ricordi o non sappia nulla. È possibile che l’enfasi di cui resta traccia nelle fonti scritte, specie di provenienza comunista, si spieghi con l’importanza che i comunisti attribuivano alla trattativa in corso per assicurarsi il controllo delle formazioni. Non è casuale che sul fronte opposto anche Minetto, che entra come loro antagonista nella trattativa, attribuisca notevole importanza alle riunioni e alle discussioni svoltesi in quel periodo all’interno del Comando zona. A questo proposito riporto un commento manoscritto di G.B. sulla copia con la trascrizione dell’intervista a Croce: “La verità è probabilmente che di queste cose non fregava niente a nessuno fuori da alcuni pochissimi “cospiratori” anticomunisti. Io stesso di queste cose non ho quasi saputo nulla”.

[71] Eraldo Fico (1915-1959), operaio di Sestri Levante, comandante della divisione Coduri; cfr. ivi, Archivio E. V. Bartolozzi, fascicolo Eraldo Fico “Virgola”.

[72] Ugo Roda (n.1921), di Pegli, partigiano della brigata Jori dalla metà di giugno del 1944, trasferito alla volante Severino all’inizio di marzo del 1945.

[73] Il ponte in località Siginella fu minato e fatto saltare dalla squadra dei sabotatori della brigata Caio, guidata da “Volpe” (forse Domenico Rocca, 1926-1945), all’alba del 25 luglio 1944; i sabotatori dell’Istriano, nella serata dello stesso giorno, fecero esplodere la galleria di Boasi e l’indomani, 26 luglio, l’altro ponte di Laccio, quello dalla parte di Scoffera, alla presenza o comunque sotto la supervisione di Croce (cfr. Ailsrec, fondo AM, busta 18, fascicolo 1; fondo Gimelli 2, busta 4, fascicolo 1; e fondo Gimelli 3, busta 2, fascicolo 2).

[74] Marzo era claudicante e si muoveva abitualmente con l’ausilio di un bastone, ma quel giorno – a quanto ricorda Croce – dalla fretta di raggiungere Fascia pareva non zoppicare più.

[75] La mattina del 1° marzo 1945 una pattuglia del distaccamento Alpino fu sorpresa – nei pressi della galleria di Garaventa – da un drappello di soldati tedeschi di stanza a Torriglia: morì Apollonio Gimondi (n.1924), ex alpino della Monterosa, nativo di Gerosa in provincia di Bergamo.

[76] Il 24 febbraio 1945 una trentina di tedeschi giunti a Torriglia appena il giorno prima di rinforzo al locale presidio, si avventurarono in bicicletta lungo la val Trebbia e raggiunsero Rovegno; furono attaccati dal distaccamento Guerra guidato da “Scalabrino” (Marino Mascellani, 1920-1990, di Struppa) e si rifugiarono a Loco, in due abitazioni civili. Dopo ore di trattative condotte alla presenza di “Marzo” e “Moro” con la mediazione del parroco (don Giuseppe Boriotti, n.1885), dopo un tentativo notturno di sortita e numerose sparatorie, alcuni colpi di bazooka costrinsero i tedeschi alla resa, la mattina del 26 febbraio.

[77] La sera del 10 aprile 1945 un gruppo di partigiani dei distaccamenti di “Kappa” (Amedeo Ginocchio, 1916-1989) e “Lago” (Franco Paganini, 1919-2008), della brigata Berto, attaccarono il presidio tedesco al passo della Forcella: morì il partigiano “Nino” (Antonio Cabanè, n.1924, siciliano), l’azione non andò come previsto e i partecipanti corsero il rischio di rimanere intrappolati. I tedeschi furono attaccati nuovamente l’indomani e si ritirarono a Borzonasca.

[78] Giuseppe Benassai “Mario” (1927-2008), di Molassana; partigiano della banda Coduri nel giugno del 1944 e poi della brigata Jori, con il distaccamento Guerra.

[79] Fausto Cossu (1914-2005), sardo di Tempio Pausania, laureato in Giurisprudenza, ufficiale dei Carabinieri in Jugoslavia, dove l’8 settembre 1943 cadde prigioniero dei tedeschi. Fuggito, raggiunse le montagne piacentine sulla sponda sinistra del fiume Trebbia tra Bobbio e Rivergaro, dove, nel febbraio del 1944, con base alla cascina Sanese (nei pressi della piccola frazione di Scarniago, in cima alla val Luretta, tra i Comuni di Piozzano e Travo), organizzò una banda partigiana alla quale aderirono numerosi carabinieri delle stazioni vicine e che chiamò “Compagnia carabinieri patrioti”; la banda fu inquadrata poi nel dispositivo delle formazioni di “Giustizia e Libertà” e prese il nome di “Divisione Piacenza”.

[80] Cirino Paone (1921-1980), siciliano, ex tenente di fanteria del Regio esercito, reduce di Russia; nell’estate del 1944 entrò a far parte della brigata Jori, di cui fu capo di stato maggiore, incarico che mantenne presso la brigata Arzani, dove rimase da dicembre 1944 a febbraio 1945, quando ritornò alla Jori.

[81] Teodoro Capelli (1914-1977), di Gorreto, partigiano del comando divisione Cichéro.

[82] Croce qui torna a riferirsi alla riunione di Fascia del 7 marzo 1945.

[83] Paolo Emilio Taviani “Pittaluga” (1912–2001), docente universitario, membro fondatore del Cln Liguria, rappresentante della Democrazia cristiana; deputato all’Assemblea Costituente, parlamentare dal 1948 alla morte, più volte ministro.

[84] Cesare Paroldo (n.1906), di Riva del Garda, maggiore di fanteria del Regio esercito e poi (nel periodo della Rsi) della divisione alpina Monterosa; alla testa del battaglione Vestone partecipò al rastrellamento di fine agosto 1944, attraverso le valli Scrivia e Trebbia; il 4 novembre, dopo lunghe trattative, si unì ai partigiani di “Bisagno” con due compagnie del suo battaglione (le stime sulla cifra degli alpini disertori con il maggiore Paroldo indicano un numero superiore alle 100 e inferiore alle 200 unità). Chi non volle unirsi ai partigiani ebbe un lasciapassare verso casa (molti fra gli alpini erano veneti, lombardi, piemontesi ed emiliani). Vennero formati due distaccamenti, composti in prevalenza da ex alpini e che mantennero il nome di Vestone, uno alla brigata Oreste e l’altro alla brigata Jori.

[85] Vinicio Rastrelli (1924-2016), di Fegìno; partigiano ai casoni di Cichéro dai primi di marzo del 1944, poi comandante del distaccamento Forca della brigata Berto.

[86] Croce si riferisce ai partigiani della brigata Berto, che potevano contare sulle cave di ardesia della Fontanabuona, e in parte – forse – a quelli della Coduri (che potevano contare sulle cave della monte Capenardo e della val Graveglia).

[87] Franco Fantozzi (1915-1984), di Recco; graduato del Genio militare, reduce di Russia; partigiano a Torpiana di Zignago, in val di Vara, al fianco di Antonio Zolesio, alias “Umberto Parodi”, sin dagli ultimi giorni del 1943; passato con Zolesio in val Fontanabuona, partecipò alla liberazione del campo di concentramento di Calvari, nella notte fra il 4 e il 5 luglio 1944, e organizzò la diserzione di un reparto di alpini della divisione Monterosa il 3 settembre successivo. Comandante del battaglione Borrotzu e poi della brigata Lanfranconi della divisione “G&L-Matteotti”.

[88] Antonio Zolesio (1909-1980), di Genova, benché nato a Montecarlo; laureato in Economia e Commercio all’Università di Genova, tenente di vascello di complemento della Marina militare, comandante delle formazioni partigiane di montagna di “Giustizia e Libertà” nello spezzino e poi nel genovesato (si veda V. Civitella, La collina delle lucertole, Sestri Levante 2008).

[89] Croce si riferisce all’episodio del 14 marzo 1945: la frazione di Santa Maria del Porto era presidiata da un gruppo di partigiani del battaglione “Matteotti-Valbisagno” e, in tale circostanza, morì il partigiano ucraino Pavel Šaregin (n.1906); a sostituire quel reparto giunse il distaccamento Bellucci, di “Gino” (Del Monte).

[90] Mario Silla (1891-1977), contadino. Ultimo sindaco socialista di Tortona prima dell’avvento del fascismo, durante la guerra aderì al Partito comunista e dopo l’8 settembre 1943 s’impegnò per la Resistenza nel Cln di Tortona; commissario politico della brigata Arzani dall’autunno del 1944 e di nuovo sindaco di Tortona all’indomani della Liberazione.

[91] A fine giugno vi furono un paio di incontri fra i garibaldini della Cichéro – “Bisagno”, “Marzo” – e i capi della G&L, mentre i disarmi veri e propri (che furono almeno tre) avvennero tra il 10 luglio e il 3 agosto 1944.

[92] Roberto Bonfiglioli “Ruby” (1926-2000), di Recco; vice intendente della banda di Zolesio, a novembre 1944 passò il fronte sulle Alpi Apuane e si arruolò nel Gruppo di combattimento Cremona, dell’Esercito del Sud, al seguito dell’8ª armata britannica. Fu presidente dell’Anpi di Genova e segretario dell’Anpi nazionale.

[93] Marino Mascellani, vedi nota 76.

[94] L’unico comando garibaldino nella zona di Uscio nell’estate 1944, escluse eventuali brigate Sap, era quello di “Scrivia”, comandante del distaccamento Peter della brigata poi divisione Cichéro.

[95] William Calvin Wheleer, capo della missione americana Walla Walla paracadutata sul monte Aiona il 12 agosto 1944 e composta quasi interamente da volontari italo-americani.

[96] Edilio Leveratto  (1927-2002), partigiano della Cichéro dalla fine di giugno del 1944, risiedeva presso parenti in località Striola, alle porte di Torriglia; rimase gravemente ferito agli occhi da un’esplosione durante un’operazione di sminamento condotta insieme al compagno “Baffo”, il 21 aprile 1945 (vedi nota 21).

[97] Costante Lunetti (1924-2012), cugino di “Bisagno”, partigiano della banda di Cichéro dai primi di aprile del 1944.

[98] Non meglio identificato.

[99] Franco Paganini (1919-2008), di Lavagna, benché nato a Glasgow, in Scozia; vedi nota 77; partigiano a Cichéro dal marzo 1944 nel distaccamento comandato da “Gino” Campanella; a partire da giugno ebbe il comando di un distaccamento che mantenne – inquadrato nella brigata Berto – fino alla fine della guerra.

[100] Enrico Raimondo (n. 1897), democristiano; membro del primo Comitato militare del Cln ligure, designato presidente della provincia di Genova nel 1945, carica mantenuta fino al 1950.

[101] Giacomo Gastaldi (1932-2009), fratello di “Bisagno”.

[102] Benvenuto Tararbra (n.1921), partigiano al distaccamento Peter (brigata Cichéro), in val Lentro, dal giugno del 1944; in seguito fu comandante del distaccamento Castiglione e del distaccamento Villa della brigata Oreste.

[103] Alessandro Bertolami (e non Lorenzo), “Sandro”, genovese classe 1916, già partigiano con la banda del Croato, della quale favorì il disarmo. Passato in forza alla Cichéro, ebbe il comando della Volante della brigata Jori ma, nel novembre successivo, cambiò di nuovo e andò con la G&L-Matteotti, comandante della brigata di manovra “Prospero Castelletto”.

[104] Ruggero Colombo (n. 1922) e Bruno Colombo (1924-2011), figli di un commerciante di tessuti torinese, Ugo Colombo, e di Wilma Cabib, genovese. Ebrei, nascosti a Favale di Malvaro, ad inizio marzo 1944 si unirono ai ribelli di Cichéro; dopo il rastrellamento d’agosto, passarono in val Borbéra, con la brigata Oreste (cfr. Ebrei genovesi ricordano, Firenze 1995).

[105] Peters fu catturato il 14 settembre 1944 con tutto il reparto che aveva guidato, come già altre volte, in zona partigiana e in questo caso, segnatamente, in val Borbéra; il gruppo di Peters giunse a Dernìce sotto mentite spoglie partigiane, ma fu scoperto e gli uomini disarmati. Tutti furono fucilati, eccetto Peters, l’interprete altoatesino e un graduato della Xª Mas (fucilato in seguito). Il trasferimento dei prigionieri verso il comando di Carrega Ligure fu affidato ai due fratelli Colombo, dei quali il maresciallo Peters riuscì a sbarazzarsi e poté tornare a Genova.

[106] Carlo Rampani (n. 1922), partigiano della brigata Cichéro dai primi di giugno del 1944, nativo di Montreal (Canada); membro del distaccamento Castiglione della brigata Oreste, abbandonò le formazioni partigiane nell’ottobre del 1944.

[107] Gibì Lazagna fu gravemente ferito il 16 luglio 1944 durante un’imboscata tesa insieme ai compagni ad un’automobile occupata da soldati tedeschi, nei pressi di Terrarossa di Gattorna, in val Fontanabuona; fu accompagnato prima a Corsiglia, frazione di Neirone, dove ricevette le prime cure da “Vuccio” (Silvio Bendinelli, n. 1914, medico genovese, responsabile del servizio sanitario della banda di Cichéro), e poi, ai primi d’agosto, in val Trebbia.

[108] Inteso come Repubblica sociale italiana (Rsi).

[109] I funerali ai caduti della Divisione Coduri furono celebrati il 22 maggio 1945.

[110] Gianfranco Bo “Giulio” (n.1918), di Sestri Levante.

[111] Potrebbe trattarsi di Ivo Agostini (1927-2014), di Struppa, partigiano della brigata Jori dalla fine di ottobre del 1944, nel distaccamento Bellucci; verso la fine della guerra si trasferì alla brigata volante Severino.

[112] Croce intende “su a Torriglia” e si riferisce – come ha già avuto modo di specificare in precedenza – a quando Bisagno, per non consegnare le armi agli americani, voleva riportare di nuovo in montagna i suoi partigiani.

[113] Errico Martino (1907-1981), avvocato; rappresentante del Partito liberale nel Cln Liguria, alla Liberazione fu nominato prefetto di Genova e tale rimase fino al 1° marzo 1946; deputato all’Assemblea Costituente per il Partito repubblicano, si dimise nell’ottobre 1947 e intraprese carriera diplomatica.

[114] Croce deve riferirsi a quanto riportato nel libro Partigiani in azione, pubblicato nel 1983, scritto a quattro mani dal giornalista Enzo Rossi e dallo stesso “Gino”, il quale attacca duramente Paroldo e i vertici della divisione Cichéro che lo accolsero e lo impiegarono prima come consigliere militare e poi come capo di stato maggiore (pp. 87 e 109).

[115] Giuseppe Fossati “Foce” (n. 1922), genovese, partigiano della brigata Jori dal giugno 1944 e poi capo di una pattuglia di cinque uomini del Sip inviata in forza alla brigata volante Severino nell’ultimo mese di guerra. Sul clima che si respirava allora, Giovanni Proglio (n. 1924), che fu partigiano al Sip della brigata Jori, ricorda un episodio eloquente: “Lui conosceva molto bene Bisagno, perché erano tutti e due di Oregina… quando lo ha chiamato, che gli ha detto: “Aldo!”, Bisagno gli ha dato una strapazzata, perché dice: «Te non mi devi conoscere»” (vedi Ailsrec, fondo “Memoria orale”, intervista a Giovanni Proglio, novembre 1993).

[116] Il 27 aprile 1945, all’interno di un’osteria in località Borgonovo (Bargagli), scoppiò una bomba a mano che ferì molti partigiani e ne uccise due (Luigi Descalzi, “Gimmi”, n. 1921, e Bruno Menchini, “Brezza”, n. 1924, entrambi chiavaresi); altri due morirono qualche ora dopo, all’ospedale di San Martino, per le ferite riportate (Sergio Canepa, “Pesto”, n. 1927, di Chiavari; e Giovanni Laiolo, “Ferrari”, n. 1922, di Sestri Ponente).

[117] Paolo Zanettin (n. 1893), di Cornigliano; marittimo, più volte in carcere per reati comuni, espatriò in Lussemburgo nel 1930, quindi in Belgio, in Francia e in Tunisia; infine, in Spagna, dove combatté contro l’insurrezione franchista; internato in Francia dal 1939 al 1941, confinato a Ventotene fino all’agosto 1943; partigiano della Cichéro dal maggio 1944, svolse mansioni di cuoco ed infermiere presso il comando della brigata Jori.

[118] Forse si trattava di Carlo Cattaneo (n. 1916), smobilitato con la missione Merìden.

[119] A pag. 16 di Scarpe rotte, nella prefazione firmata da “Gino” Campanella, risulta che i componenti della brigata fossero non più di 25-30 elementi; in fondo al libro (pp. 146/148) viene riportato l’elenco completo dei componenti la brigata, che risultano ammontare a 150 effettivi, con 28 sapisti aggregati. Negli elenchi di smobilitazione compilati da “Gino” stesso poche settimane dopo la liberazione (cfr. Ailsrec, fondo Gimelli 3, b.2) risultano addirittura 290 nomi, dei quali però circa 150 appartenenti alle Sap di Struppa e del Comune di Davagna, circa 65 al distaccamento corrieri (che faceva diretto riferimento al Comando Zona ma che fu aggregato alla Severino negli ultimi giorni di guerra) e 5 partigiani del Sip (entrati a far parte della brigata Severino il 1° aprile 1945). A questo punto, restano 70 nomi, 40 dei quali risultano aver fatto il loro ingresso in banda nei mesi di febbraio, marzo e aprile 1945: ecco dunque che gli ultimi 30 corrispondono grosso modo a quei 25-30 di cui dice Gino nella citata prefazione. Su questo punto specifico, la polemica di Croce verso Gino appare inefficace: la Balilla, sapisti compresi, riconosce 450 fra partigiani e patrioti; in alta val Borbéra, le brigate Arzani e Oreste parrebbero poter contare su centinaia di sapisti; non troppo diversa appare la situazione dell’alta val Trebbia.

[120] Maria Vitiello (1909-2000), originaria di Ponza, dove Marzo l’aveva conosciuta (e sposata nel 1931) mentre si trovava al confino; seguì il marito sui monti, da Favale di Malvaro a Gorreto e Rovegno, e fu riconosciuta partigiana combattente.

[121] Adelmo Daminelli (n. 1926), di Cornigliano; gappista, partigiano in montagna dalla fine del mese di luglio 1944 (forse con il nucleo dei gappisti di Bolzaneto, futura brigata volante Balilla), giunse alla Severino nel dicembre seguente.

[122] Si tratta di Stefano Porcù (vedi nota 28).

[123] Angiola Berpi (1911-1989), di Cornigliano; cfr. ivi, Archivio M. Calegari, “Intervista alla partigiana Angela Berpi”.

[124] Parroco di Fascia e Rondanina, dal 1940, era don Angelo Bassi (1914-2012), originario della val Curone, autore di alcuni libretti di memorie sul periodo bellico.

[125] Croce probabilmente intende che, l’ultima volta a cui aveva assistito alla commemorazione in memoria di Bisagno, era stato Marzo a pronunciare il discorso; Marzo che era morto all’inizio del 1994 e non poteva essere presente alla commemorazione del 1995.

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3. POSTFAZIONE

Questa che pubblichiamo è la mia prima intervista a Croce. Ne sono seguite altre cinque (tra il 1996 e il 1998) corrispondenti alla registrazione di 7 cassette (2 lati di 45 minuti ognuno). Tutto materiale utile alla ricostruzione della mappa militare, politica e morale della Sesta Zona partigiana. Anche GB, che con me aveva partecipato alla prima intervista a Croce, era tornato ad intervistarlo. Della Resistenza GB era stato un protagonista ma si era reso conto, quasi con stupore, della difficoltà di incrociare i ricordi di quella stagione con quelli di molti dei compagni di allora. Difficoltà non attribuibile solo alla dispersione e al relativo isolamento – una rispetto all’altra – delle formazioni partigiane, ma alla sostanziale diversa percezione di fatti e stati d’animo che fino a quel momento aveva giudicato accomunassero il campo ribelle. Perché proprio Croce? Perché, sin dal primo incontro, aveva rivelato oltre ad una buona memoria dei fatti – dal tempo di Cichero fino alla Liberazione – uno spessore ignoto alla maggior parte degli altri intervistati. Ma non solo di questo si trattava. A metà di aprile del 1944, dopo non più di 5 o 6 settimane che era arrivato a Cichero, Croce era stato scelto da Bisagno, il comandante del piccolo gruppo che vi era stanziato, per due imprese militari concluse con successo.  In seguito, sempre su indicazione di Bisagno era diventato comandante di battaglione, poi di distaccamento e infine di brigata – la formazione più autonoma e più combattiva e meglio organizzata della Sesta. In una realtà dove non mancavano le prime donne e dove, ancora a distanza di anni, il protagonismo di molti comandanti era così vivo da produrre le ricostruzioni più strampalate, Croce raccontava battendo una moneta diversa. Uno stile – ce ne accorgemmo meglio col succedersi degli incontri – non direttamente riferibile all’esperienza partigiana.

Di Croce esiste presso l’Istituto storico una testimonianza interessante ma a parte i molti errori di fatto – facilmente emendabili – l’intervista, come le altre simili prodotte in occasione del Cinquantenario, soffre dall’essere eseguita da personale con poca o nulla conoscenza delle vicende trattate e impegnato ad usare come traccia un questionario, lo stesso per tutte le decine di intervistati. Il risultato, inevitabile stando la “anomalia” dell’esercito partigiano composto esclusivamente di volontari con alle spalle anagrafe, storie familiari e istanze personali diverse da un soggetto all’altro, è stato di produrre un archivio manchevole rispetto alla cronaca e generico anche là dove mirava a fondare una sorta di antropologia del partigianato. Può essere utile in proposito mettere a confronto la testimonianza resa da Croce e depositata in Istituto con quella – tutt’altro che un modello, tant’è che era stata necessaria la lunga coda che ho detto – con la nostra qui pubblicata. A favore di quest’ultima c’è che, non dovendo seguire un percorso obbligato, meglio si adatta (sin dall’inizio) alla storia della sua esperienza partigiana.

Perché Croce, pur nelle inevitabili (in verità non molte) incertezze circa le date, ha precisa in mente la storia – perché di storia si tratta e non di semplici ricordi – che vuole raccontare e attorno alla quale cuce gli episodi che vanno a suffragarla. Tocca agli ascoltatori coglierne il filo. Per l’esperienza che ho fatto incontrando ed intervistando alcune decine di partigiani, Croce, come pochi altri – ad es. Ezio Bartoli di cui ho scritto ne “La sega di Hitler” – racconta facendosi osservatore di se stesso, della sua esperienza. Si rivolge domande prima ancora di offrire delle risposte. Domande che lui stesso giudicava importanti cui non sempre era riuscito a dare una risposta (l’essere stato scelto “da subito” da Bisagno, la sua “fortuna” come comandante, il valore della sua formazione, la linea di condotta nei confronti della “politica” ecc.).

Ancora una precisazione e la segnalazione di un limite. Col moltiplicarsi, da parte mia, della raccolta di testimonianze partigiane mi sono convinto che, per spiegare la peculiarità dei miei eroi, la loro storia familiare, la vita nella famiglia d’origine, amici, scuola, letture ecc. non era più importante del tempo, la vita, le attività che erano seguite alla guerra di liberazione e specialmente non erano più importanti della loro disponibilità al confronto con me. Lì, nella disponibilità o desiderio del confronto, stava la peculiarità del personaggio e apparivano i frammenti delle esperienze che metteva alla base della storia che voleva raccontarmi. Ho incontrato Croce che aveva quasi 80 anni e aveva alle spalle una attività di piccolo imprenditore – distribuzione bombole di gas nella catena Agip – ma allo stesso tempo si era occupato di trasporti e altro ancora. In lui, l’esperienza partigiana, al contrario della maggior parte dei suoi compagni di poco più giovani, si era deposta su un tessuto culturale e morale già discretamente ricco: una economia familiare che assicurava indipendenza, le parole dell’antifascismo alimentate dalle relazioni politiche dello zio, l’esperienza di carabiniere e altro ancora.

I 14 mesi da partigiano non gli avevano fatto apparire un nuovo mondo ma avevano arricchito non poco quello che possedeva quanto ad amicizie, solidarietà, legami. Mondo – questo sì – fino ad allora sconosciuto, che aveva conservato per il resto della vita. Mondo della cui eccezionalità si era reso conto col passare degli anni. Io, che su quel mondo andavo ad interrogarlo, ero in qualche modo la prova della sua importanza, della sua capacità di espandersi e nello stesso tempo di offrirgli nuovi stimoli.

A me che gli chiedevo della sua “virtus” rispondeva che sì, la casa dov’era cresciuto doveva essere stata di sicuro importante. Ma non avrebbe saputo dirmi quanto. In casa il fascismo non aveva attecchito. La tradizione era quella socialista nella versione più blanda e il personaggio di maggior rilievo era lo zio, falegname come il padre, in rapporti amicali con il chiavarese avvocato Cirenei, socialista. La vicenda della cartolina scrittagli da questi da Roma all’inizio del suo percorso verso il confino è sintomatica. Padre e zio Malatesta non erano personaggi da poco. Oltre che commercianti di legname praticavano anche lavori di grossa falegnameria fuori dal territorio di Cicagna. Il nonno di Croce, emigrato negli USA nel 1883 era rientrato a Cicagna nel 1905. Due dei suoi 4 figli erano rimasti là mentre i due minori (il padre e lo “zio” di Croce) erano  a Cicagna. La famiglia di Croce era composta da padre, madre e 4 sorelle. “Eravamo artigiani e contadini”, dice Croce e a casa sua, oltre l’antifascismo indiscusso, c’era apertura al mondo e alla cultura. Il Secolo XIX arrivava in abbonamento e spesso si vedeva anche il Corriere della sera. A scuola poi Croce era andato sino alla fine del triennio postelementare.

Sui monti, con Bisagno e gli altri, Croce era arrivato – sarebbe più giusto dire “era finito”, nel febbraio del 1944 dopo aver lasciato il 9 settembre la stazione dei CC di Piacenza dove faceva servizio. C’era ritornato per pochi giorni in ottobre per poi rapidamente fuggirsela a casa fino a quando, richiesto di rientrare in servizio era riparato da certi parenti prima a Camogli e poi a Sestri Levante. Preso atto della difficoltà di restare nascosto presso di loro si era messo in cerca di un rifugio più sicuro e a Chiavari un falegname “amico dello zio” gli aveva suggerito il canale che in febbraio lo aveva portato a Cichero. La prima impressione era stata scoraggiante: una settantina di persone sistemate in modo rudimentale, mal vestite, mal calzate e alla fame. Ne ricordava uno in particolare – Pinan – che scalzo intratteneva il gruppo con la sua fisarmonica. Al suo arrivo non aveva ricevuto alcun incarico ma dopo un paio di settimane Bisagno l’aveva fatto caposquadra. Niente elezioni o discussioni o riunioni. Da chi era stato scelto? A Croce l’aveva comunicato Bisagno. Forse, ipotizza, aveva saputo qualcosa di lui da Chiavari da dove settimanalmente lo raggiungeva un informatore. Né poteva escludere che della cosa avesse parlato con quelli più importanti lassù, come Marzo o Bini (Croce non giudicava rilevante né qui né in seguito la presenza del Bugliani, ufficialmente investito della funzione di commissario politico del piccolo gruppo).  A fine aprile del 1944 Croce guida da solo il gruppetto di 6 uomini che ad Acero fanno prigioniero un terzetto arrivato, con tanto di elenco, a caccia dei locali che si erano sottratti ai bandi. Lì fa prigionieri e li porta a Cichero dove due di loro – ex carabinieri – sono rimandati liberi mentre il repubblichino viene fucilato. Fatto che per Croce precede un ulteriore incarico di comando. Deve guidare 70-80 uomini presenti a Cichero in una marcia notturna a Varese Ligure per sottrarli alla probabile reazione dei fascisti chiavaresi. Un trasferimento lungo un territorio sconosciuto che si conclude felicemente. Durante la notte precedente Croce ricorda di non aver chiuso occhio – tanto sentiva la responsabilità dell’incarico ricevuto. Pochi giorni dopo essere rientrato a Cichero con la colonna al completo Croce, secondo gli ordini di Bisagno, si era trasferito, con altrettanti elementi in Valtrebbia in certi Casoni che Bisagno aveva fatto preparare sotto l’Antola. Attorno alla metà di Giugno, nello stesso modo “informale” il distaccamento Torre che da Cichero si è trasferito in Valtrebbia diventa un battaglione composto di tre distaccamenti dove a fianco ad elementi del Torre se ne aggiungono altri, reclute provenienti dalla Colonia di Rovegno dove erano stati accolti. Croce è il comandante del battaglione che ulteriormente ingranditosi alla fine di settembre diventerà la brigata Jori.

Dai primi di ottobre Croce è al comando della Jori con l’accordo dei suoi comandanti e commissari di distaccamento e senza che emergano riserve dal neonato Comando Zona. Di nuovo tutto avviene senza elezioni. Tra gli uomini l’autorità di Croce è indiscussa, lo stile di comando condiviso, le sue azioni – in primis – quella contro la banda del Croato (“lo slavo”) sono vittoriose. Croce attribuisce la “fortuna” del suo comando ad alcuni fatti precisi: essere partito da Cichero con gli uomini più formati e responsabili che, pur privi di  esperienza militare, erano consapevoli dei rischi e della necessità di far gruppo. Altre ragioni: la cura messa nella scelta dei comandanti e dei vice alla guida dei vari distaccamenti; la presenza di Moro, il commissario politico, un comunista integro che condivide con lui una visione unitaria della lotta ed estraneo alla logica di partito; la mobilitazione continua dei reparti utile più di tanti discorsi a tenere viva la tensione dei gruppi; un rapporto con la popolazione serio e rigoroso e, infine, la rapida risoluzione di qualsiasi iniziativa che potesse mettere in discussione lo stile Jori (la questione del commissario Bruno che voleva far distribuire le sigarette solo ai frequentatori delle riunioni di partito).

Non ero né comunista né anticomunista, dice Croce; aprire quel genere di questioni era allora pericoloso per tutti. Da qui la sua decisione di non entrare nella logica perversa dello scontro tra fazioni. Sostiene che nelle brigate dove erano avvenuti scontri politici, a volte spinti al limite della sopravvivenza delle formazioni, era stato per colpa degli stessi comandanti che usavano la politica per finalità personali, per accreditarsi presso “il partito” o all’opposto per tenerlo fuori dei giochi e quindi conducendo una battaglia personale contro il commissario politico, l’uomo di partito. Contrasti che dal vertice si erano trasmessi gli uomini delle formazioni creando incertezze e minando le linee di comando. In una qualsiasi formazione con compiti militari, dice Croce, la catena di comando doveva essere unica, trasparente nel suo modo d’agire, credibile e apprezzata dai sottoposti e specialmente doveva indicare con chiarezza gli obiettivi da conseguire. Una posizione che Croce illustra ricorrendo ad esempi e che, tra i partigiani che ho incontrato ha ricevuto la formulazione forse più completa da Minetto. “In un gruppo nascono in continuazione liti, rivalità, competizioni d’ogni genere Se riesci a tenere alto, visibile, l’obiettivo comune vinci la battaglia. In prima linea le cose importanti si vedono subito e lì vengono fuori anche i comandanti, quelli veri. I fasulli, i bulli spariscono immediatamente.” Minetto aveva raccolto il comando della brigata Arzani dopo che un conflitto durissimo tra comunisti e anticomunisti l’aveva portata quasi allo scioglimento.  Un conflitto che si alimentava di personalismi ma che si era sviluppato dal tentativo dei comunisti di scalare il comando della formazione.

Con la sua linea di condotta, leale verso le forze politiche schierate dalla parte della Resistenza ma rigorosa nel difendere l’autonomia (e quindi la stessa capacità operativa) delle formazioni, Croce risolve i suoi rapporti con i comandi superiori: il Comando divisione e il Comando Zona. Col comandante di divisione, che poi è Bisagno, l’intesa è perfetta. Col Comando Zona i motivi di scontro sembrano assenti. Alla Jori apparteneva il distaccamento incaricato di proteggerlo. La Jori è un luogo di autonomia, ha un preciso territorio di riferimento che presidia con posti di blocco efficienti e mette a fuoco in piena autonomia i propri obiettivi militari – il Vestone che ha il suo comando a Gorreto – e la rete di informatori con sui sorveglia i movimenti sulla “45”. Nel periodo durissimo dell’inverno di fine ’44, dopo Alexander e sotto attacco per le puntate nemiche che mirano a scompaginare definitivamente gli insediamenti partigiani, la Jori non segue la linea, suggerita personalmente da Bisagno, di ricerca e costruzione di rifugi ma fa dell’osservazione dei movimenti nemici il riferimento dei propri necessari a sottrarsi.

La Jori vive una sorta di blindatura che la tiene fuori dalla tormentatissima discussione che investe la Sesta Zona tra dicembre ’44 e gennaio ’45. I termini dello scontro sono noti: i comunisti aspirano, come forza principale del mondo partigiano – dove hanno portato avanti l’iniziativa di partito e il reclutamento spesso mimetizzandoli con compiti di supporto alla presenza partigiana (come la creazione delle giunte comunali o attività ispettive) – ad assumerne il controllo. E’ una operazione di vertice di cui la base partigiana, anche quella comunista sa poco e niente e che Bisagno – il principale ostacolo dell’iniziativa dei comunisti – cerca di contrastare tentando di coinvolgere gli uomini delle formazioni con la famosa lettera “Io Bisagno”. La diffusione della lettera verrà impedita sul nascere ma contribuirà egualmente a contenere l’iniziativa dei comunisti ed indurli alla mediazione. Non è un clima facile da ricostruire e la documentazione è scarsa. La maggiore difficoltà per farne una rilettura viene da un fatto normalmente ignorato. In montagna si muove un quadro comunista che si sente sotto la lente del partito di città, quello con i quadri più evoluti, i dirigenti. È a loro che ci si rivolge mostrando la propria intransigenza, l’impegno egemonico, i risultati ottenuti nel portare avanti in montagna la linea del partito – numero di iscritti, percentuale dei comunisti tra i morti e i feriti partigiani. Un dialogo che si svolge tra montagna e città e che tocca un ristretto gruppo di individui ma che nelle fonti scritte ha lasciato tracce più vistose di quanto i fatti non fossero (essendo poche le fonti scritte dell’epoca e anche quelle quasi esclusivamente di provenienza comunista, l’area più coinvolta nei fatti). L’attacco comunista mirante ad aumentare il controllo sulla Sesta – un bisogno ossessivo, esorbitante e sostanzialmente inutile visto che già esisteva – prendeva spunto da una sorta di anomalia della Zona. E cioè che tutti i comandanti di brigata – salvo il caso della brigata Coduri, che però dal punto di vista militare era considerata poco interessante anche dai comunisti che ne avevano il primato – non appartenevano al partito comunista e che i commissari politici messi alle loro costole non erano riusciti a metterli sotto quando addirittura non ne erano stati conquistati. 

Tutto questo per dire che i travagli di dicembre 1944 oltre a non coinvolgere la Jori sono letti da Croce come “la solita questione dei commissari.” Come spesso succede a chi fa parte del gioco, Croce vede nello scontro più che la politica il conflitto di personalità, di cultura, di interpretazione della guerra. Di Banfi comandante della Berto, tanto per fare un nome, Croce dice che, siccome nel dopoguerra lo avevano fatto generale, non poteva certo essere considerato uno sciocco, eppure nella sua brigata il conflitto era continuo e si era arrivati all’imprigionamento e al disarmo di questi contro quelli. Secondo Croce non si trattava solo o semplicemente dell’avversione di Banfi verso il comunismo ma anche del suo modo di concepire la guerra partigiana: stanziale, poco o niente aggressiva, lassista verso la disciplina e dove la sua leadership si affermava usando una fazione con l’altra. Croce è convinto che quando queste situazioni prendono corpo è molto difficile rimettere le cose a posto perché se era facile sostituire i comandanti era invece molto difficile riportare i gruppi all’impegno richiesto dalla guerra partigiana dopo che al loro interno era passata la divisione o peggio si era affermato il quieto vivere. Tant’è che a Bisagno che gli aveva proposto di affiancare o addirittura di sostituire Banfi per qualche tempo, aveva opposto un rifiuto. Sapeva che non sarebbe servito e la prova, racconta, è il destino subito da Lesta usato da Bisagno per il medesimo scopo. Vittima di uno scontro continuo, usurante e non approdato ad alcun risultato. 

Non è un caso che la Jori che vive felicemente sotto il comando di Croce, articolata in distaccamenti con un buon livello di autonomia, al sicuro dalle dinamiche partitiche più spinte, non sia coinvolta dal Comando della Sesta Zona nel “processo” a Bisagno. La vicenda che culminerà con la riunione di Fascia del 7-8 marzo, che tanto ha fatto discutere, aveva impegnato il gruppetto influente dei comunisti che si muovevano attorno alla Zona, Rolando e Attilio in primis. Bisagno assente per quasi un mese per via di una ferita era rientrato ancora provato e zoppicante al suo comando a Gorreto il 7 febbraio. Un mese di assenza durante il quale erano successe due cose molto importanti. L’arrivo delle missioni americana e britannica aveva da un lato esaltato il ruolo del Comando Zona e dall’altra aveva provocato il temporaneo trasferimento del comando della Cichero da Bisagno a Scrivia e Moro rispettivamente comandante e commissario della brigata Oreste.  Una soluzione quest’ultima che aveva in qualche modo messo in pratica, anticipandolo, il progetto dei comunisti della Zona di ridurre l’influenza di Bisagno sulle formazioni facendo della sua brigata comandata da Scrivia una divisione. A quel punto a Bisagno sarebbe rimasta solo la fedelissima Jori, la scomoda e incerta Berto e l’ostile Coduri di cui i comunisti avevano il totale controllo. Quella dei comunisti non era solo generica ansia di supremazia: la fine della guerra era nell’aria e l’esercito partigiano più che impegnarsi contro la ritirata dei tedeschi era atteso ad assumere il potere nelle città e a garantire militarmente gli ancora incerti sviluppi della politica. Ce n’era d’avanzo per cercare di andare fino in fondo allo scontro che in ogni caso non riguardava la condotta dell’esercito partigiano sui monti ma quella imminente in città.

Bisagno, messo a giorno da Rolando delle decisioni che stavano maturando da un lato si era detto contrario e deciso anche ad andarsene se quello fosse stato l’esito. Dall’altro però aveva immaginato una linea di difesa che aveva il fulcro nell’accogliere all’interno dello schieramento della Jori due distaccamenti di Giustizia e Libertà operanti nelle vicinanze di Torriglia, col proposito di integrare il Comando Zona con un rappresentante GL. Poi, con in mano questa carta di accredito, era andato a parlare con Fausto, comandante di una divisione GL nel Piacentino. Aveva una richiesta molto semplice. L’ingresso di forze GL nella Cichero con relativo rappresentante nel Comando Zona potevano costituire un ostacolo sufficiente perché la Zona non decidesse in libertà cosa fare della sua divisione? Fausto gli aveva detto che l’imminente fine del conflitto aveva congelato le possibilità di passare dall’ombrello garibaldino a quello GL. Avrebbe tuttavia potuto metterlo in contatto con Milano, con un membro del CLNAI.  Di queste cose ho scritto a suo tempo, quasi 20 anni fa e credo che ci sia poco da aggiungere. Qui servono solo a sottolineare alcuni fatti che interessano la relazione tra Croce e Bisagno.

Croce è il comandante a cui Bisagno propone di integrare i distaccamenti GL nel suo apparato difensivo. Gli spiega anche il senso della manovra. Croce è scettico – lo dice a chiaramente a Bisagno – circa il valore delle formazioni GL. Però accetta. Nelle serate passate assieme a Gorreto a raccogliere le confidenze del suo comandante, si rende conto che è rimasto solo e da solo sta combattendo la sua battaglia. Bisagno non ha a Genova nessuna copertura politica, non ha la piena solidarietà di Scrivia e dei 4 o 5 di cui anche a lui è visibile la debolezza – Croce ne fa i nomi – che cercano di spingerlo contro comunisti. Tra l’altro, mentre Bisagno si tormenta sul che fare e chiede aiuto a Croce per attuare il suo piano, la Zona ha il suo momento di massima celebrità. Non è più il semplice (e spesso dalla città non troppo considerato) braccio armato del CLN ma il comando militare dell’esercito partigiano finalmente riconosciuto dai potenti alleati. I rapporti con la città si sono rovesciati: è dalla montagna che fluiscono le informazioni e le decisioni. In montagna le riunioni si succedono senza che Bisagno vi partecipi forse senza neppure esservi invitato non essendo più da gennaio vicecomandante di Zona. La sua ostinazione appariva ormai patetica: incombevano le sfide finali e lui si comportava come se la guerra partigiana potesse procedere com’era stato sino ad allora.

E’ la scoperta del viaggio nel Piacentino, da Fausto, che offre ai comunisti l’occasione da non perdere. Era inaccettabile che Bisagno cercasse di trasferire i suoi uomini sotto un’altra bandiera; poco meno di un tradimento. La nascita della nuova divisione doveva considerarsi scontata e quanto a lui, nel caso non avesse accettato, sarebbe stato allontanato dalla Zona e privato del comando: o a casa o da un’altra parte. La proposta della Zona che aveva ricevuto già i primi di marzo il benestare del Comando militare regionale doveva essere portata a conoscenza – “una semplice informativa” – nella riunione dei vari comandanti di brigata che avrebbe sancito la nascita della nuova divisione. Era la prima occasione in cui i risultati delle discussioni che avevano animato la Zona negli ultimi 20 giorni uscivano dal sentito dire e venivano messe sul tavolo, ufficializzate di fronte ai comandanti delle brigate. L’argomento della riunione forse non era noto, Croce comunque – forse non casualmente – non ne era informato e, come lui, forse anche Marzo, il comunista commissario della divisione comandata da Bisagno e che a lui vedeva legato il suo destino. Quando Croce e Marzo arriveranno a Fascia avvisati da una staffetta – “a Fascia si stanno sparando” o qualcosa del genere – la riunione è in parte risolta da una mediazione: la nuova divisione si farà ma Bisagno non sarà allontanato; resterà a comandare quel che resta della Cichero. Croce che non era conoscenza di quanto era già deciso e di come la mediazione costringesse il comando Zona ad un significativo passo indietro interviene ancora sull’inutilità della nuova divisione. Siamo sempre gli stessi, dice; sempre noi a dividere la stessa minestra, che senso ha? E’ lo stesso Bisagno a tacitarlo: lascia perdere Croce; qui è già tutto deciso. Era proprio così: fuori dell’osteria dove si era svolta la riunione stavano molti dei comandanti a parlare. La mediazione era avvenuta proprio lì fuori, sul prato. L’allontanamento di Bisagno non era passato, la nuova divisione sì. Il gruppetto di armati portati da Santo e arrivato a Fascia a fine mattinata a sostegno di Bisagno non aveva impensierito da un punto di vista militare. C’erano sul posto forze sufficienti per contrastarlo e la fama guerriera di Santo era scarsa. Aveva però fatto emergere improvvisamente i rischi che si correvano ad allontanare il comandante più amato, la bandiera partigiana della Sesta. Croce comunque non aveva avuto dubbi. Nella stessa serata a Bisagno aveva detto “Santo mai più con me e da subito eh.” Bisagno non aveva fatto obbiezioni e dopo un inutile tentativo di mandarlo con Scrivia lo aveva dirottato su Banfi.

Negli incontri e interviste che ho avuto con i partigiani della Sesta, sicuramente un leitmotiv, in genere a conclusione degli incontri era la delusione seguita alla Liberazione. Il contrasto tra sogni e speranze maturate durante l’esperienza partigiana a fronte della realtà materiale e specialmente morale del dopoguerra. Aspetto che qui è inutile approfondire per essere stato oggetto durante anni di una retorica abbondantissima. L’aspetto interessante della personalità di Croce è che il suo modo di essere e fare il partigiano sembra averlo messo al riparo da questa deriva. L’episodio della visita in compagnia di Bisagno – di nuovo loro due, solo loro due – al prefetto Martino è importante. Non vanno a chiedere favori ma a dirgli che dirigere gli ormai ex partigiani verso la polizia non è buona idea. Bisognava invece trovare il modo per occupare “quei ragazzi” di 20 anni, che in montagna avevano scoperto o maturato una esperienza che avrebbe potuto essere utile alle loro città, all’Italia che stava uscendo dal fascismo. Ma non facendo il poliziotto, un lavoro che non sapevano fare, che in breve li avrebbe fatti chiamare “sbirri” proprio come quelli che li avevano preceduti al servizio della Repubblica. I partigiani, questi ragazzi, sono un patrimonio da non dilapidare: è il ragionamento dei due. E’ quello che ripeterà Croce nella riunione a Chiavari a quelli della Coduri. Che però non erano d’accordo: bisognava campare, ci volevano soldi e la polizia gli dava un ruolo, un potere e un’arma che al momento sembrava corrispondere perfettamente al loro profilo guerriero.

Bisagno ed io, dice Croce, pensavamo che tornati a casa la guerra doveva considerarsi finita; che la guerra partigiana non andava messa in politica. Una idea che corrisponde perfettamente alla sua visione della guerra partigiana, al modo di aderirvi e di combatterla dal primo giorno. Quando gli avevo chiesto: ma tu, dopo i primi giorni a Cichero, immaginavi come avreste combattuto, quali difficoltà, per quanto tempo ecc. Croce, che ha guidato la formazione più combattiva della Sesta e con il minor numero di caduti, mi aveva guardato come chiedendosi se le ore di colloquio tra noi erano almeno servite a farmi capire che la loro guerra aveva ben poco di pianificabile; proprio il contrario di come in seguito molta politica l’aveva raccontata. Che il fatto di Acero era stato frutto d’una decisione di Bisagno, dopo che di là erano venuti due “borghesi” a chiedere aiuto contro quei tre a caccia di renitenti. E i due borghesi erano venuti a Cichero perché Acero non era distante e quelli sapevano che a Cichero c’erano dei ribelli, gente “contro” che poteva dargli una mano. Il trasferimento a Varese Ligure era stato per mettersi al riparo dalle conseguenze della fucilazione del repubblichino e quello in Valtrebbia perché ormai a Cichero erano troppi e anche perché Bisagno aveva in mente quello che ai più ancora sfuggiva: una specie di repubblica dei monti. Allo stesso modo la conquista del campo dello “Slavo” era stata possibile solo perché con lo “slavo”, che era un avventuriero, c’era anche gente pronta a battere la strada opposta. E quando in valle erano arrivati gli alpini del Vestone la scelta di attaccarli ma anche di convincerli a cambiare fronte o almeno abbandonare la Repubblica era stata possibile perché tra loro c’erano ragazzi che in condizioni diverse avrebbero scelto di stare a casa o andare coi partigiani. La guerra partigiana era stata una invenzione quotidiana dove discussione, responsabilità e gesti militari si intrecciavano in modo particolarissimo, diverso da un luogo all’altro, da un gruppo all’altro. Bisagno l’aveva inteso come un percorso di formazione, Croce come un lavoro di un bravo artigiano. Come aveva appreso a casa col padre e lo zio: quando cominci un lavoro devi anche portarlo a termine nel modo migliore trovando via via le soluzioni più giuste. La politica c’era e aveva la sua importanza – bisognava essere contro il fascismo – ma poteva produrre anche dei guai. Croce più attento agli uomini che alle ideologie giudicava la politica per l’uso che ne facevano i singoli: andava bene se veniva usata per unire, educare; una male se usata per prevalere o regolare conti privati, per ottenere credito presso le varie consorterie, per ipotecare ruoli nell’Italia del futuro. C’era chi considerava la Resistenza, la guerra partigiana come la fase di una guerra che era necessario prolungare. Lui invece pensava che come tutte le guerre era bene che finisse, per tornare a casa, alla normalità sconosciuta da troppo tempo. 

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Editing: Elio V. Bartolozzi 2018