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(03)
LA RESISTENZA NEL TIGULLIO
E NEL SUO ENTROTERRA
NELL'INVERNO
1943/44
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* * «Successivamente alla strage della Benedicta, all'eccidio del Turchino e all'incendio del paese di Cichero, la lotta clandestina perfeziona le sue strutture politiche e militari - La "Banda Virgola" entra a far parte della Cichero - Il 2 agosto 1944, in un combattimento a Carro, muore Giuseppe Coduri (Scioa), di cui la "Virgola" ne assumerà, da quel momento in poi, il nome».
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La
"Banda Virgola", al suo nascere presenta tutte le
caratteristiche del gruppo partigiano nato spontaneamente - subito dopo
l’8 settembre 1943 - al di fuori del diretto controllo dei partiti: ma
che in seguito troverà proprio in seno a questi e alle loro organizzazioni clandestine, l'impulso a
darsi una più solida struttura, sia politica che militare, che s'andrà,
di pari passo, consolidando e perfezionando analogamente alla sua
inarrestabile crescita numerica.
Il suo trasferimento dal monte Capenardo al Casone del Sesco, a Iscioli (Val Graveglia) avvenuto agli inizi dell'inverno 1943-44, segna ufficialmente il suo ingresso in quella che può essere giustamente considerata, sotto ogni profilo, la formazione madre della Resistenza nel Genovesato e nel Levante ligure: "La Banda Cichero".
In quel durissimo e freddissimo inverno, ma sopratutto nella primavera successiva, si dovranno verificare alcuni avvenimenti assolutamente negativi, ma di fondamentale importanza per una più forte presa di coscienza da parte dell'intero schieramento partigiano, non solo ligure, e del ruolo sempre più importante ch’esso era chiamato a svolgere nell’ambito della lotta contro il nazifascismo.
Infatti, il movimento clandestino in generale ebbe un forte impulso, soprattutto in termini di affluenza numerica, in seguito alla promulgazione del bando della R.S.I. del 19 febbraio che prevedeva la pena di morte per i renitenti alla leva. Ma se l'adesione alla lotta di Liberazione di un numero sempre maggiore di giovani era un segnale più che positivo, data però la rigida stagione invernale, ciò contribuiva non poco a creare ingenti problemi logistici in seno ai vari comandi dei reparti alla macchia. Inoltre, per arginare la crescente familiarizzazione dei partigiani con le popolazioni contadine locali (che il più delle volte rappresentavano per i "ribelli” l'unica e insostituibile fonte di sostentamento) Pavolini emanò l'ordine perentorio alle federazioni liguri del P.F.R. di "passare per le armi, entro 24 ore dall'avvenimento, ogni esecutore o mandante morale della uccisione di fascisti repubblichini".
Ma, a dispetto di tutti gli sforzi di sostegno propagandistico e della loro minacciosa e capillare diffusione, questi due provvedimenti non riuscirono minimamente a far presa sulla coscienza popolare. Ormai la stragrande maggioranza dei cittadini si sentiva molto più incline a difendere il suolo su cui buona parte di loro erano nati - affluendo in modo sempre più massiccio alla macchia - che non a sottostare ad una autorità che, è proprio il caso di dirlo, di autorevole non aveva più nulla, completamente succube com’era della più bieca e criminosa volontà nazista.
Falliti questi tentativi, e vistesi anche negare la speranza che il rigido inverno riuscisse da solo a far tabula rasa delle "bande", alla R.S.I. non rimase altro da fare che ricorrere alle armi in maniera sempre più indiscriminata e massiccia. E quindi a più feroci rastrellamenti.
Ma la vera campagna di rastrellamenti ebbe inizio ai primi di marzo del 1944 . I primi, per la verità, furono rastrellamenti abbastanza circoscritti e senza eccessive conseguenze per il movimento partigiano.
Ma in quei giorni stavano sopravvenendo anche tre episodi generalmente ritenuti da tutti tra i più gravi e significativi tra quelli che si connettono alla guerra di Liberazione della Liguria; e non solo. Quanto accadde, in seguito fu ed è sempre stato analizzato e ricordato dagli storici e dai memorialisti come un punto cruciale della guerra insurrezionale, non solo per l'inaudita ferocia messa in atto in quei frangenti dai nazifascisti, ma anche per il grande significato politico e militare che assunsero nell'ambito più proprio e intrinseco della lotta partigiana.
Infatti, se da una parte la strage della Benedicta, avvenuta tra i giorni 6 e 9 aprile 1944 in coincidenza con la Pasqua (200 tra partigiani morti e feriti e oltre 200 i deportati); l'eccidio del Turchino, avvenuto il giorno 19 maggio, a poco più d’un mese di distanza (59 patrioti fucilati, tra i quali 17 partigiani provenienti dal rastrellamento della Benedicta) e l'incendio di Cichero, avvenuto il 27 maggio successivo, col suo strascico di lutti e di devastazioni, segnarono le prime veramente gravi tragedie partigiane, dall'altra ebbero significative ripercussioni sul modo di condurre e impostare, da quel momento in poi, la guerra partigiana.
Avendo,
quei fatti - ma soprattutto la strage della Benedicta - messo
chiaramente in evidenza: a)- da un lato, la mutata tattica antiguerriglia
adottata dai nazifascisti, non più, come in precedenza, condotta da
piccoli reparti fortemente armati, ma
Nel complesso, comunque, da quegli eventi così fortemente drammatici, lo spirito unitario della Resistenza ne uscì senz'altro rafforzato; e più consapevoli divennero anche i partigiani sul proprio ruolo di combattenti clandestini, e quindi esposti, in quanto tali, ad ogni sorta di persecuzione repressiva.
Tra i provvedimenti presi
Nei primi giorni del mese di giugno del 1944, la "Banda Virgola", finora impiegata principalmente in azioni di sabotaggio, di raccolta armi e di informazioni sui movimenti del nemico, si trasferisce da Iscioli a Comuneglia per unirsi alla "Banda di Bruno e Italo"; e per condurre, quindi, assieme ad essa, alcune importanti azioni di disturbo lungo la Val Petronio e sulla strada del Passo del Bracco. Il suo organico si aggirava, a quel tempo, attorno ai 130 effettivi.
Il 22 giugno, in marcia verso il Passo del Bracco per tendere uno dei tanti agguati agli automezzi nemici in transito, a Virgola giunge all'orecchio che i fascisti stanno dando alle fiamme il paese di Casali (Castiglione Chiavarese). Allora cambia immediatamente programma e accorre decisamente verso di esso per prenderne le difese. Ma purtroppo vi giungerà troppo tardi e non potrà far altro, con i suoi uomini, che prestare soccorso agli abitanti, ovviamente in preda alla più assoluta e totale disperazione per la devastazione subita.
In quel mentre sta sopraggiungendo un carro carico di provviste diretto ai cantieri T.O.T., che si trovano poco distanti da lì. Virgola ne ordina subito il sequestro e seduta stante procede all'immediata distribuzione dei viveri alla popolazione colpita. Sulla via del ritorno, verrà pure devastata la sede fascista di Castiglione Chiavarese.
Alcuni giorni dopo, a Campore, verranno arrestate due spie fasciste, le quali, per intascare la misera taglia di 5.000 lire, avevano denunciato e fatto fucilare un prigioniero inglese evaso dai campi di concentramento di Calvari che aveva trovato rifugio nei pressi.
Agli inizi di luglio, la "Banda Virgola" - ormai forte di circa 200 effettivi - si divide in due distaccamenti, di cui uno si riporta a Iscioli e l'altro al Colle di Velva. Loro compito sarà quello di tenere sotto controllo: a ovest la Val Graveglia e i macchinari dei Cantieri Navali di Riva Trigoso, colà occultati per evitarne il trasferimento in Germania (pratica sempre più diffusamente utilizzata dai tedeschi); e a est la Val Petronio, il Bracco occidentale (Via Aurelia) e la bassa Val di Vara.
A Velva avverrà intanto l'elezione dei nuovi quadri che saranno così composti: comandante Virgola (Eraldo Fico); commissario Italo (Armando Arpe); C.S.M. Bocci (Giovanni Sanguineti).
Al
fine di migliorare ulteriormente la dislocazione strategica delle sue
forze, il gruppo di Velva si suddividerà a sua volta in tre nuovi
sottogruppi -
di circa 45 uomini ciascuno - che verranno così dislocati: uno al
comando di Naccari (Italo Fico) alle Fascette; l'altro, al comando di Ce
(Talassano Cesare), a Carro; e il terzo a Velva, sede
Completata così la nuova composizione dei quadri e migliorato l'assetto logistico dei reparti, la "Banda Virgola" potrà dedicarsi - a ritmo sempre più serrato - alle azioni di sabotaggio sul Bracco e sulle strade di transito interregionale della Val di Vara e della Val Graveglia, usate dal nemico per i collegamenti con le truppe della sua riserva di stanza nella Pianura Padana.
1°
AGOSTO 1944: MORTE DI CODURI MARIO (Scioa). (Per quanto riguarda quest'episodio vedere anche al n. 12)
(Busto marmoreo dedicato al partigiano Coduri Mario (Scioa) a Carro)
Un gruppo di uomini della famigerata Brigata Alpina "Monterosa", in fase di rastrellamento, all'alba del 2 agosto 1944, a Castello, sorprenderà il distaccamento di Ce. Due partigiani: Grigio, quasi sessantenne e un suo compagno, vengono fatti prigionieri. Arrivata notizia di ciò al comando di Velva, Virgola dispone l'immediato contrattacco. Fa salire i suoi uomini (circa una cinquantina) sopra uno dei tanti camion sequestrati al nemico e si dirige subito su Carro, che dista circa 15 chilometri dalla sede del Comando. Quivi giunto, e avuta conferma che gli alpini si trovavano ancora in paese a far razzia di bestiame a spese della povera popolazione inerme, scende dal camion e comanda l'accerchiamento del paese.
Al segnale convenuto, i partigiani piombano di sorpresa sugli alpini e ne segue un furibondo corpo a corpo. In breve volgere di tempo, gli alpini - vistesi inesorabilmente sopraffatti - cercano scampo nei vicini boschi, lasciando però nelle mani dei partigiani sedici prigionieri - tra cui alcuni feriti -, ingente materiale bellico, il bestiame poco prima razziato, nonché i due partigiani in loro mani: Grigio e l'altro suo compagno.
Ma quel giorno non tutto era destinato a finire nei migliori dei modi, per i partigiani. Infatti, dal gruppo degli alpini rifugiatesi nella boscaglia partiva una raffica di mitraglia diretta su una squadra di partigiani intenti a recuperare il materiale lasciato sul campo dal nemico, e una pallottola colpiva Scioa in piena fronte facendolo stramazzare al suolo quasi completamente esanime.
Superato il primo attimo d'indicibile sgomento, due suoi compagni si lanciano allora - sfidando le nutrite raffiche di mitraglia di cui continuavano ad essere fatti segno - a recuperare il corpo di Coduri per portarlo al coperto. Ma di lì a poco attimi Scioa spirerà tra le braccia dei suoi allibiti compagni.
In fase di sganciamento, la salma di Coduri verrà poi nascosta in un vicino fienile per essere ricuperata nottetempo.
Il 2 agosto 1944, la “Banda Virgola" subiva quindi il suo primo grave lutto. La notizia e il dolore per la morte di Coduri (generoso combattente di origine francese giunto in formazione soltanto il mese prima fuggendo dalla marina germanica dove prestava servizio coatto) percorse così le rozze fibre dei partigiani, suoi compagni di lotta.
E per tramandarne per sempre il glorioso nome - e col tacito intento di combattere anche per lui fino alla vittoria conclusiva - la "Virgola", da quel momento in poi assumerà la denominazione di “Brigata Garibaldi Coduri". Denominazione con la quale si appresta ad affrontare anche i duri combattimenti che non tarderanno molto a verificarsi, e che coinvolgeranno un po' tutto il territorio italiano al di sopra della Linea Gotica. (e.v.b.)
E.V.B. |