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LA RESISTENZA NEL TIGULLIO

 

E NEL SUO ENTROTERRA

 

Per distruggere la Coduri mobilitati 12 mila uomini

 

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«Gennaio-febbraio 1945 inizia un colossale rastrellamento per annientare le brigate partigiane -  La violenza nazifascista tocca punte di bestialità inaudita – Dieci ostaggi fucilati, lasciati morire lentamente per tre giorni».

 

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Per superare le gravi difficoltà ambientali derivanti dalle rigide temperature di quel tremendo inverno, per prestare un minimo di assistenza ai feriti e ai combattenti semi assiderati, per seppellire i morti, per offrire un pezzo di castagnaccio ai partigiani affamati, per permettere, insomma, un minimo di possibilità di sopravvivenza ai resistenti – sempre volendosi limitare alla sola zona del Tigullio, perché anche altrove s’ebbe a verificare esattamente la stessa magnanima solidarietà - non va dimenticata l'opera  prestata spontaneamente dalla popolazione di tutti indistintamente i comuni in cui la “Coduri” ebbe a operare prima, dopo e specialmente durante il rabbioso rastrellamento nazifascista dell'inverno preso in esame.

 

Episodi di genuino eroismo destinati purtroppo a rimanere in gran parte sconosciuti.

 

Ed è proprio in questo frangente che la Resistenza si mostra interamente per quello che è stata realmente: l'espressione corale d'un popolo ormai stanco di sopportare la tirannide, la violenza, il gratuito sopruso, e che in tal modo vuole apertamente dimostrare d’aver maturato in sé una profonda voglia di riscossa democratica.

 

Se questa spontanea dimostrazione d'affetto moltiplica nel singolo partigiano la volontà di resistenza, nei rastrellatori produce invece l'effetto esattamente contrario: quello, cioè, di farne accrescere la rabbia. Per sfogare il loro malanimo agiscono così alla cieca, bruciando case, depredando le popolazioni inermi, oltraggiando le donne, sparando a casaccio su chiunque, civili compresi anche se a volte completamente disarmati.

 

Forse, per colpire ancora più nel profondo quella povera gente - semplice come semplici sanno da sempre essere solo le genti delle nostre brulla montagne - i famigerati rastrellatori arrestano il parroco di Valletti, don Bobbio - medaglia d’oro della Resistenza e cappellano della Divisione “Coduri” - lo traducono incatenato a Chiavari e dopo un processo da farsa, alle 8 del mattino del 3 gennaio 1945 lo fucilano nel centro del poligono di tiro di questa stessa città.

 

La furia vandalica dei rastrellatori non conosce limiti: alcune tombe partigiane del cimitero di Varese Ligure vengono infatti profanate e i poveri resti sparsi ovunque.

 

Ma il rastrellamento continua. I circa 12 mila nazifascisti, tra alpini della Monterosa, bersaglieri della divisione Italia, brigate nere, fanti tedeschi, SS e mongoli, bene armati e dotati anche di numerose armi pesanti, battono incessantemente la zona presidiata dalla “Coduri” e da altre formazioni altrettanto valorose.

 

Nella tormenta, sui sentieri resi impraticabili dal ghiaccio, con una temperatura notturna oscillante tra i meno 10 e i meno 15 gradi, i partigiani tentano di contrastare con ogni mezzo l’avanzata nemica. Ma con le armi leggere e l’esiguità di munizioni che si ritrovano, ben poco riescono a realizzare.

 

In queste condizioni di forte inferiorità numerica – e per frammentare, indebolendolo, l’apparato offensivo del nemico – l’unica tattica possibile da adottare è quella di evitare la guerra di posizione. Ed è quello che la “Coduri” - e la quasi totalità delle altre formazioni partigiane soggette a rastrellamento - fanno. I loro reparti si suddividono in gruppi e attuano la tattica di non arrestarsi mai per non offrire al nemico la possibilità di sfruttare un obiettivo statico, fermo su posizioni fisse.

 

Ma il rastrellamento prosegue. I partigiani sono spossati, malnutriti, ancor peggio vestiti; non posseggono quasi più munizioni. I collegamenti sono quasi completamente interrotti. La situazione è critica, lo stato di allerta non conosce un attimo di tregua.

 

Sul finire della seconda decade di gennaio, alla “Coduri” giunge la notizia dell'intenzione nemica di volerla stringere in un poderoso accerchiamento. I Comandanti dispongono immediatamente un piano per sottrarvisi: le formazioni, seguendo direttrici diverse, dovranno dirigersi chi su Zolezzi, chi su Chiesanuova, chi sulle pendici del Monte Capenardo, zone che sembrano sgombre da nemici. Tra innumerevoli difficoltà gli obiettivi sono alfine raggiunti. E' la salvezza! Eluso l’accerchiamento - e quindi la sua quasi certa distruzione - la “Coduri” può anche godere di condizioni climatiche certamente migliori.

 

Lo stato di allarme non è però cessato. Il 10 febbraio, nei pressi della Squazza sulla carrozzabile del Passo della Forcella, i tedeschi uccidono un alpino scambiandolo per un partigiano travestito. L'episodio scatena, però, negli alpini stessi, un'ondata d'inconcepibile furia omicida contro i partigiani che non hanno nessunissima responsabilità diretta dell’accaduto. Ma 10 detenuti partigiani appartenenti alla “Coduri” vengono lo stesso prelevati dalle carceri di Chiavari, condotti alla Squazza dove, alle ore 10 dei 15 febbraio, verranno fucilati. Per tre interi giorni, i loro poveri corpi verranno lasciati alla vista di tutti con la proibizione a chiunque di ricomporne i resti o dare assistenza agli agonizzanti.

 

Ai feriti verrà negato il colpo di grazia e resteranno così, fra atroci sofferenze, ad attendere la morte. Una donna del luogo, non riuscendo più a sopportare quell’orribile spettacolo, s'avvicina loro per offrire il pietoso conforto d'un sorso d'acqua: è fatta segno di alcuni spari che per fortuna non la raggiungono. In molti casi, l’efferatezza umana non conosce davvero limite di sorta.    (e.v.b.)

 

 

Ecco la lapide a ricordo dei 10 martiri fucilati alla Squazza:

 

Sulla lastra di pietra orizzontale è riportato l'elenco dei nominativi

mentre su quella verticale si leggono le seguenti parole: 

"TORTURATI DAI NAZIFASCISTI NELLE CARCERI DI CHIAVARI VENNERO QUI TRUCIDATI

IL 15 FEBBRAIO 1945 IL LORO SACRIFICIO SIA DI ESEMPIO E MONITO PER LE FUTURE GENERAZIONI"

 

Ed ecco i loro nomi:

 

Fortunato Acquario "Ercole"

Vittorio Annuti "Califfo"

Otello Beorchia "Venti"

Armando Berretti "Quattordici"

Augusto Betti "Titti"

Renato Colombo "Pesce"

Giovanni De Ambrosis "Cian"

Erminio Labbrati "Spalla"

Domenico Mori "Lanzi"

Ubaldo Noceti "Kobah"

 

 

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