Archivio di Pietro Sechi “Succo”- Parte seconda

Fasc. 60 – Doc. 02 – “Archivio e storia del Comandante “Succo” (Pietro Sechi)”: partigiano della “Brigata Zelasco” (Div.ne “Coduri”) operante nella provincia di Genova, zone del Golfo del Tigullio e del suo entroterra.
Di Elio V. Bartolozzi e con ricerche varie e collaborazione grafica di Nicola Serra di Sinnai (CA). 

(Parte Seconda)

  

Il giorno 26 Aprile 1945 anche la Div. Coduri ha partecipato a Genova alla sfilata delle unità partigiane liguri. Qui sono in Via XX Settembre riempita da cima a fondo di gente. In testa si riconosce abbastanza bene Succo che tiene per mano la Mascotte della Coduri, di cui s’ignorano le generalità. Ma dato anche che la foto è piuttosto sbiadita e si rischia di commettere errori grossolani, preferisco non azzardare altri nomi. A sinistra, sullo sfondo, la sagoma inconfondibile del Ponte Monumentale della Città Martire.

⇒ In questa seconda parte dell’Archivio di Pietro Sechi verranno inseriti, attraverso successive sezioni, tutti i rimanenti documenti che fanno parte della documentazione che Succo aveva raccolto, catalogato e conservato: partendo da quelli compilati e inviati subito dopo la Liberazione: dal C.L.N. – Comando Sesta Zona Operativa al Comando Comando Generale della Guardia di Finanza, di Roma; e dal Comando della Divisione Garibaldina Coduri alla Commissione Regionale Accertamenti Titoli Partigiani per la Liguria, di Genova.

Nella prima parte abbiamo lasciato le formazioni partigiane (principalmente quelle appartenenti alla Sesta Zona Operativa, geograficamente più prossime a noi) che stavano festeggiando la fine della seconda guerra mondiale, unitamente alla vittoriosa lotta per la Liberazione. Ora dovremmo velocemente tornare alle vicende del partigiano Succo che meritano davvero di essere seguite punto punto.  E ciò, facendo ricorso nuovamente al suo Foglio Matricolare che ci dice (ma il 27 aprile 1945 già s’era presentato una prima volta a Genova al proprio reparto per un primo contatto) che il Sechi aveva disertato il 22 novembre 1944; e, costituendosi al Corpo G.d.F. in seguito alla liberazione nazionale, viene riassunto in servizio a Genova presso il suo Reparto, il 2 agosto 1945. E, sempre il 2 agosto, come tale mobilitato (dispaccio n. 01/2945 mob. del 28- 9- 1946 del Min. della Guerra S.M.E).

E come tale, il 1° dicembre 1946, nella Legione Terr/le di Cagliari. Quindi in stessa data Pietro Sechi rientra in servizio nella sua Sardegna, quale Brigadiere nella caserma della G.d.F. di San Giovanni Suergiu. Dove il 27.12.1947 riceve una lettera dal Coll. Tacchini (V. sotto 1a lettera a sinistra) suo ex superiore di quand’era a Genova, che lo tranquillizza circa alcune maldicenze messe in circolazione da certi colleghi poco fidati di Genova. Il coll. Tacchini, nel ringraziarlo ancora, si riferisce ad un episodio accaduto a Genova subito dopo la Liberazione. Quando il Succo, volendo rientrare in servizio, si era presentato alla locale sede Territoriale della G.d.F. di Genova e saputo che una cinquantina dei suoi vecchi colleghi erano stati arrestati dai partigiani appena erano scesi in città e li tenevano rinchiusi nelle Carceri di Marassi in attesa di chiarirne la posizione, dopo esserci qualificato, lo stesso Succo era intervenuto presso il Comando partigiano responsabile del settore per far liberare i suoi colleghi; almeno quelli sul cui capo non pendevano delitti rilevanti o non erano stati collaborazionisti dei tedeschi durante il conflitto appena terminato. E la gran parte furono presto rilasciati e tornarono tranquillamente ai loro posti.
Poi, Il 27 giugno 1947 viene ammesso alla rafferma triennale senza premio; e due anni dopo, il 26 giugno 1949 è rescissa la rafferma triennale in corso, ai sensi dell’art.6 del R.D.L. 24- 7- 1931 n. 1223, avendo in tale data compiuto i 20 anni di servizio. Ma in stessa data viene riammesso alla rafferma annuale ordinaria.
Poi, il 17 giugno 1950 viene promosso Sottobrigadiere terra per meriti di guerra, in seguito ad attività partigiana, con decorrenza a tutti gli effetti dal 28- 11- 1944 (determinazione del Ministero delle Finanze del 28- 4- 1950 circolare del Comando Generale n. 46210 inserita nel F.O. n.19 del 26- 5- 1950). E il successivo 27 Giugno 1950 viene ammesso alla rafferma annuale ordinaria. 

 

⇒ Sempre proseguendo con l’analisi del Foglio Matricolare di Sechi Pietro riportato sopra: Con rapporto giudiziario n. 245 in data 23 ottobre 1950 del Comando Stazione Carabinieri di Sestri Levante, apprendiamo che il partigiano Succo viene denunciato al Procuratore della Repubblica di Chiavari, unitamente ad altro sconosciuto, quale presunto autore dell’omicidio volontario in persona di Gandolfo Michele e Roberto da Sestri Levante.
Quindi anche Succo finisce nella sottile rete giustizialista della reazione tesa contro la Resistenza che si vuole a tutti i costi passare al setaccio per scoprire qualche manchevolezza dove poter infilare una sottile lamina biforcuta per ingrandirne la ferita. Ma un dato balza subito agli occhi, ed è evidentissimo dato il gran numero di procedimenti a cui viene dato corso anche qui da noi, nell’ambito della VI Zona e Genova provincia, a molti ex partigiani tornati ormai da tempo alla vita civile. E l’avvio delle istruttorie contro i partigiani fu piuttosto massiccio e generalizzato e si verificò, nella maggioranza dei casi, tra il 1948 e il 1949, tre o quattro anni dopo la fine della guerra e il verificarsi dei reati contestati. Successivamente le incriminazioni calarono un po’, fino a scomparire quasi del tutto dopo il 1953, anche se si continuarono a celebrare i processi già avviati. La grande quantità di incriminazioni, nel corso di quei cinque o sei anni, è tale, comunque, da autorizzare l’uso delle espressioni quali: repressione diffusa o perfino intento persecutorio.
Proseguendo poi nella disamina del suo F.M., apprendiamo ancora che il 24 gennaio 1951 Pietro Sechi è promosso Brigadiere terra con decorrenza ad ogni effetto dal 1° luglio 1947 (determinazione del Comando Generale n. 111015 del 18- 12- 1950) inserita nel F.O. n.3 del 19- 3- 1951. E il 27 giugno dello stesso anno, è ammesso alla rafferma provvisoria.

E il 24 novembre 1952, presso la Corte d’Assise Provvisoria del Tribunale di Chiavari ha inizio il procedimento penale contro il partigiano Pietro Sechi. Riteniamo d’obbligo qualche preliminare osservazione sull’episodio sottoposto a giudizio: dove Pietro Sechi “Succo”, vice comandante della brigata “Zelasco” (div. Coduri), rimarrà coinvolto, suo malgrado, a far capo dalla sera del 13 Marzo 1945, data in cui il noto atto di guerra avvenne, e sino al 15 Maggio 1953, giorno in cui il tribunale di Genova, riunitosi in Camera di Consiglio, ne decretò la fine dell’iter giudiziario, con l’assoluzione piena del partigiano Succo, perché il fatto è da considerarsi “mero atto di guerra”. Ma è stata tutta una storia lunga, travagliata e complessa, che dalla lettura di tutte le testimonianze presenti nelle memorie lasciateci dalle parti, nei riferimenti storici; ed in data odierna, dall’esame attento delle carte d’epoca messeci a disposizione dalla famiglia Sechi, quasi quasi viene a configurarsi una raffinata e persino crudele persecuzione dello stato nei confronti del vice brigadiere di finanza Pietro Sechi: dove la troppo sospetta discrezionalità dei giudici, la pesante burocrazia dello stato (triste retaggio del trascorso regime) ed anche una pervicace antinomia politica dura a ricomporsi, colpisce e ferisce, nei suoi ideali democratici e di libertà più profondi, un comandante partigiano fra i più audaci e attivi della VI Zona Operativa ligure: lasciando oltretutto sul terreno cinque, poi saliti a sei, partigiani uccisi barbaramente per rappresaglia, che nulla avevano a che fare di specifico con l’episodio. 

Ma procediamo con ordine incominciando da quella sera del tragico 13 marzo 1945: in località Santa Margherita di Fossa Lupara (comune di Sestri Levante), in una casa occupata da una famiglia molto nota nella zona, quivi sfollata, si trova il giovane sottotenente Roberto Gandolfo (n. 1913) del btg Lupo (5a cmp. armi d’accompagnamento munita di 4 mitragliatrici da 20 mm anti-cacciabombardieri angloamericani) della X Flottiglia Mas (RSI), proveniente dal fronte della Garfagnana per breve periodo di licenza premio.
Alle ore 20 circa, un gruppetto di partigiani bussa alla porta… Ma qui è meglio lasciare il campo ad una lunga serie di documenti e di testimonianze dell’epoca: cominciando ad introdurre tutti quelli in nostro possesso…
Ed eccoci così al fatidico 24 di novembre 1952, data d’inizio del procedimento penale contro Sechi, con il seguito delle cronache sequenziali delle udienze raccontate dai giornali liguri dell’epoca, accuratamente ritagliati dal Sechi e conservati dalla figlia Pina:

1. Tratto dall’articolo del giornale di Chiavari del 25/11/1952, Cronache della Riviera, comparso il giorno dopo l’apertura del processo svoltosi al tribunale di Chiavari a carico del comandante “Succo” Pietro Sechi: «Comparso dinanzi alla Corte d’Assise di Chiavari l’imputato Secchi supposto uccisore di due uomini. Rievocato il tragico episodio accaduto in una casa di Fossa Lupara – La deposizione di Maria Gandolfo accusa decisamente il brigadiere di Finanza quale autore del crimine».

Ritaglio Cronaca della Riviera del 25-11-1952

La corte è presieduta dal Comm. Rocco di Torrepadula, giudice togato il dott. Scala, cancelliere Ferrari; P.M. dott. Rinaldi. La divisione Monterosa aveva catturato, nel Marzo 1945, 5 partigiani della divisione Coduri, che era agli ordini del comandante “Virgola”, e correva voce che i 5 prigionieri, corressero il rischio della fucilazione dopo essere stati sottoposti ad un sommario processo. Il comando partigiano dopo aver fatto del suo meglio per ottenere la liberazione dei cinque catturati, visto che dal comando della Monterosa non venivano né assicurazioni né gesti che dessero una qualsiasi garanzia, pensò di adottare in contromisura degli ostaggi ed ordinò la cattura di alcuni elementi che avrebbero potuto servire per ottenere uno scambio o per lo meno imporre una tregua alle decisioni del Comando Militare della Monterosa. Venne stabilito così un posto di blocco sulla strada di Cavi di Lavagna allo scopo di fare prigionieri. L’imputato nell’attuale processo, il vice brigadiere della Guardia di finanza Pietro Sechi fu Giuseppe di 42 anni, con un altro partigiano, tale Antonioli, non meglio identificato, si recò a casa di un noto repubblichino, tale Roberto Gandolfo, da pochi giorni rientrato in licenza e assai noto per le sue arie spavalde, allo scopo di prelevarlo e farlo prigioniero per tenerlo in ostaggio.
Il Sechi però, bussato alla porta del Gandolfo, trovò il giovane tutt’altro che deciso a farsi prendere. Con la pistola in mano, il Gandolfo, appena venne segnalata la presenza dei partigiani nel paesino di Santa Margherita, dove egli abitava coi genitori e le sorelle, si presentò ai nuovi venuti intimando loro la resa. Subito dopo sparò un colpo: i partigiani risposero e un colpo di pistola raggiunse il giovane Gandolfo e lo stese morto. Indi si ingaggiò una colluttazione con il padre Michele Gandolfo e i partigiani e nella lotta anche il padre cadde ucciso da un colpo di mitra. La sorella Maria, invece, se la cavò per miracolo. In seguito a tale fatto il Sechi venne assolto per intervenuta amnistia per l’uccisione del giovane Gandolfo. Ma venne imputato di omicidio del padre Michele Gandolfo e tentato omicidio in danno della sorella. In seguito a questo egli è, perciò, comparso questa mattina a piede libero dinnanzi alla nostra Corte d’assise. L’imputato racconta che il comando partigiano aveva deciso di prelevare alcune brigate nere per poter effettuare uno scambio con dei partigiani prigionieri dei fascisti. L’imputato si recò allora a casa del Gandolfo, appartenente alla “Decima Mas”, ed abitante a Santa Margherita di Fossa Lupara. Entrò da solo ed il Gandolfo che era sull’avviso, gli sparò contro un colpo. Rispose e quello cadde. Nella colluttazione che seguì partirono altri colpi: cadde anche il padre del Gandolfo. Poco dopo i due partigiani fuggirono perché a poca distanza [Nda, a meno di 2 Km in linea d’aria], si trovava un posto di blocco dei tedeschi. Dopo l’interrogatorio dell’imputato sale sulla pedana la sorella del Gandolfo, Maria, una giovane e graziosa ragazza, che depone in senso contrario alle sue stesse precedenti affermazioni. Mentre in un interrogatorio subito nel Febbraio del 1951 a Sestri Levante, la Maria Gandolfo aveva detto “non potrei dire in coscienza chi ha ucciso mio padre”, stamane la teste afferma di essere certa che il Sechi non solo è l’uccisore del fratello, ma anche di suo padre. Due volte il presidente la invita ad essere sicura di quanto afferma. “Non verrei si trattasse di una bonaria forma di autosuggestione” egli commenta. La teste persiste nella sua nuova posizione, confermando la seguente circostanza: che cioè il 18 Marzo 1945 , sei partigiani, per rappresaglia, venivano fucilati nelle vicinanze dell’abitazione dei Gandolfo. Quindi vengono chiamati a deporre il maresciallo dei carabinieri Taschini, i brigadieri Varsallone e Capuano e l’appuntato De Paolo, che verbalizzarono le deposizioni dei componenti della famiglia Gandolfo. Questi non fanno che confermare quanto reso nei primi interrogatori. È la volta, ora, della vedova Angela Trabucchi Gandolfo, la quale ribadisce le argomentazioni dell’istruttoria. Il presidente domanda: “Perché avete fatto la denuncia a cinque anni di distanza dal luttuoso avvenimento?”.
Teste: “Non mi decidevo, e rimandavo da un giorno all’altro. Altro non posso aggiungere, dato che, appena entrati i partigiani fuggii dalla finestra della cucina in preda al terrore e rientrai quando ormai tutto era finito, e vidi i due cadaveri stesi a terra. Non so se sia stato ucciso prima mio marito o mio figlio”. L’udienza ha terminato con l’escussione della teste Annarosa Gandolfo, che rifà la triste storia. “Il Sechi sparò il primo colpo e io terrorizzata, fuggii con la mamma dalla finestra”.
Il collegio della difesa composto dagli avvocati Furnò e Vassalli chiede alla teste la conferma sull’uccisione per rappresaglia di sei partigiani. La teste risponde affermativamente. Senza dubbio le decise dichiarazioni della Gandolfo avranno un determinato peso sulla responsabilità del Secchi. La causa riprenderà martedì mattina alle 9,30. Scarso il pubblico finora presente.

2. Tratto dall’articolo del giornale di Chiavari del 26/11/1952, Cronache della Riviera, del giorno successivo della seconda udienza, del processo svoltosi al tribunale di Chiavari a carico del comandante “Succo” Pietro Sechi: «Udienza movimentata al processo di Chiavari.
La sorella del tenente ucciso allontanata dall’aula».

Ritaglio del 2-12-1952

E’ ripreso questa mattina davanti alla corte d’assise di Chiavari il processo a carico dell’ex partigiano Secchi, imputato dell’uccisione di Michele Gandolfo. È proseguita la escussione dei testimoni. E’ salita sulla pedana Emilia Mazzini che era presente nella casa dei Gandolfo la sera fatale della sparatoria. La donna si trovava in cucina da fare da mangiare e appena sentito il primo sparo afferrò i figlioletti più piccoli e fuggì dalla finestra. Non può quindi precisare chi abbia ucciso il Gandolfo. Assai più decisa è, invece, la deposizione di un figlio dell’ucciso, Francesco Gandolfo, il quale afferma che il Secchi, appena entrato, sparò contro il padre senza fare parola. Rimuovendo il cadavere, il mattino dopo, egli scoprì sul luogo una rivoltella abbandonata che pare sia stata dell’altro fratello, Roberto, ucciso in quella occasione. Scarsa importanza ha la deposizione di Berisso Ada, che dice di non ricordare più nulla, nonostante che anch’essa fosse stata presente alla sparatoria.
Il processo ha però assunto un tono di drammaticità del partigiano comandante Valerio. Egli rifà la storia di quel tragico periodo della guerra: nel gennaio del 1945 un grosso rastrellamento delle brigate nere faceva prigionieri 32 partigiani. Un gruppo di questi veniva fucilato dopo un sommario processo. E fu allora che il comando partigiano decise di fare una operazione analoga, rastrellando 32 brigate nere, con le quali poter salvare attraverso un baratto, la vita dei partigiani superstiti. L’operazione si concluse favorevolmente. In un secondo tempo altri partigiani venivano fatti prigionieri e allora il comando della Coduri, ritenne fosse opportuno effettuare una operazione analoga alla precedente. Fu in quella occasione che il comandante Virgola dette incarico ad una sua persona di fiducia – appunto il Secchi – di effettuare il prelevamento del tenente Roberto Gandolfo, che gli informatori avevano segnalato a Santa Margherita di Fossa Lupara, dove era rientrato in seno alla famiglia, dopo un periodo passato in Garfagnana con la X Mas. Il Secchi si recò a casa del Gandolfo e bussò, venne ad aprirgli la sorella che,come lo vide, si mise a gridare. Il Fratello che era in casa, affrontò decisamente il Secchi e gli sparò contro un colpo di pistola, senza però colpirlo. Il Secchi rispose ed uccise il giovane Roberto. Nella colluttazione che seguì, intervennero l’altro partigiano che accompagnava il Secchi e il padre del Gandolfo, e anche questi rimase ucciso. La missione per il quale era stato incaricato il Secchi, sostiene il teste, si era resa necessaria essendo assai frequenti le fucilazioni e le torture inflitte ai partigiani fatti prigionieri e bisognò pertanto ricorrere a contromisure per evitare altro spargimento di sangue. Il comandante Valerio a questo proposito, ricorda le numerose uccisioni avvenute alla Squazza, a San Colombano Certenoli, a Chiavari e in altre contrade del Chiavarese, uccisioni che suscitarono un’ondata di raccapriccio in tutta la popolazione. A questo punto un vivace incidente si produce nell’aula, la sorella del tenente ucciso, Maria Gandolfo, non può trattenersi da interrompere con parole vivacissime, la deposizione del testimone. Ne segue un vivace scambio di parole che provocano l’allontanamento della giovane donna dalla sala.

3. Tratto dall’articolo del giornale di Chiavari del 02/12/1952, Cronache della Riviera, comparso il giorno successivo della Terza udienza, del processo svoltosi al tribunale di Chiavari a carico del comandante “Succo” Pietro Sechi: “Smontata dalla difesa l’accusa contro il partigiano. L’azione compiuta dal Secchi fu normale operazione di guerra”.

Ritaglio del 3-12-1952

Dopo una sospensione di 5 giorni la corte d’Assise di Chiavari è tornata ad occuparsi del procedimento penale a carico di Pietro Secchi fu Giuseppe di anni 42, residente a San Giovanni Suergiu. A causa di un incidente di auto occorso ad alcuni membri della Corte, tra cui lo stesso presidente Rocco di Torrepadula, l’udienza viene riaperta alle 10,50. Ha preso la parola il P.M. Dott. Rinaldi, il quale ritiene che il Secchi sia responsabile di omicidio volontario nei confronti del vecchio Michele Gandolfo e del tentativo di omicidio nei confronti di Maria Gandolfo, concedendo le attenuanti generiche chiede per il primo reato 16 anni di reclusione e per il secondo 5 anni e mesi 8, che vengono ridotti di due terzi invece che di un terzo.
Nella ripresa pomeridiana ha preso la parola il primo difensore del Secchi, avv. Mario Furnò: ”il pubblico ministero si è chiuso – ha sostenuto il valente penalista – in una visione unilaterale di uomini e di cose. Come si può staccare la morte di queste due creature da quella che è la storia tanto recente della nostra terra? Quindi ha ricordato con palese emozione la fucilazione di tre giovani a Bolzaneto per avere solo tentato di catturare un ufficiale medico e il processo del 18 Marzo 1945 a dieci partigiani per rappresaglia dei quali sei furono fucilati. L’episodio di questo dibattimento si inserisce nella lotta partigiana poiché anteriore al 25 Aprile 1945. L’azione del Secchi e dell’altro partigiano e quella di regolari soldati di formazioni riconosciute. “Poiché il Secchi era un soldato regolare che andava a compiere un’azione di guerra, volete ora fare un processo alla storia? – ha chiesto l’avv. Furnò – C’è una norma di legge in data 12 Aprile 1945 che classifica l’azione del Secchi nelle azioni di guerra. Esaminando lo stato di servizio di guerra risultano ben cinque encomi solenni per atti di attaccamento al dovere. E costui sarebbe stato spinto dal proposito di uccidere una o due persone, sapendo che per rappresaglia avrebbero perso la vita dieci, venti cittadini. Stabilita l’assenza di ogni volontà omicida, l’episodio nella sua cruda realtà deve essere interpretato come passionalità politica, non emotiva. I due partigiani in quel frangente erano soltanto preoccupati di quella situazione precaria data la vicinanza dei tedeschi. Non parliamo di atrocità, sappiamo bene da quale parte furono maggiormente commesse. L’avv. Furnò ha concluso che il suo difeso sia prosciolto perché il fatto costituisce una azione di guerra. Un applauso spontaneo del pubblico che affollava l’aula a posto fine all’udienza del processo che è stata aggiornata a domani mattina.

4. Tratto dall’articolo del giornale di Chiavari del 03/12/1952, Cronache della Riviera, comparso il giorno successivo della Terza udienza, del processo svoltosi al tribunale di Chiavari a carico del comandante “Succo” Pietro Sechi: «Assoluzione piena per l’ex partigiano Secchi».

Ritaglio del 4-12-1952

L’ex partigiano Pietro Secchi imputato di omicidio nei confronti di Michele Gandolfo e di tentato omicidio di Maria Gandolfo, ha ottenuto l’assoluzione avendo la Corte ritenuto trattarsi di azione di guerra.
La mattinata è stata occupata dall’arringa dal secondo difensore del Secchi l’avv. Vassalli. “Sono sicuro che le parole del collega Furnò – egli ha dichiarato – hanno portato il processo nella reale atmosfera dei fatti; Il che non era successo con la pur brillante requisitoria del P.M. Possiamo rimpiangere come uomini la fine del vecchio Michele Gandolfo, ma ha dire che si tratto di un delitto ci corre; e credo che una Corte italiana non potrà giudicarlo tale. Controbbattendo punto per punto le argomentazioni del P.M., l’avv. Vassalli, ha affermato che i veri soldati regolari erano quelli che militavano nelle formazioni partigiane, unica espressione dello stato italiano dopo l’otto settembre del 43- “Pietro Secchi è stato un soldato, e ciò vada a suo merito!” ha dichiarato con foga, “e non si dimentichi che chi era dalla parte dei tedeschi era contro la patria”. A tal proposito, ha ricordato alcune sentenze, della Corte Suprema che hanno inquadrato tali fatti in azioni di guerra, mentre durante l’attuale dibattimento si è cercato di allontanarsi il più possibile da queste circostanze. A parte l’impossibilità di scindere l’episodio del Gandolfo, anche la tardiva richiesta del processo da parte della famiglia e indice del dubbio nella stessa che la tragedia rientrasse nei fatti di guerra. “Non sia lode a chi consegnò quella denuncia, ingiusta!” ha sostenuto con accento vibrante, prima di rilevare il contrasto evidente della Maria Gandolfo. Ed ha illustrato, a dimostrazione della necessità di quella azione di guerra da parte dei partigiani, ‘Il curriculum vitae’ del tenente della X Mas Roberto Gandolfo, le stragi operate da quel corpo nella Garfagnana, le torture, le carneficine nel Veneto. Assoluzione piena per il difeso ha invocato infine, perché la sua fu soltanto azione di guerra. Come la sera avanti il numeroso pubblico è esploso in una dimostrazione di solidarietà.

5. Tratto dall’articolo del giornale di Chiavari del 04/12/1952, Cronache della Riviera, comparso il giorno successivo della quarta udienza, del processo svoltosi al tribunale di Chiavari a carico del comandante “Succo” Pietro Sechi: «Assolto Pietro Secchi dalla Corte Chiavarese perché il fatto è dipendente da azione di guerra».

Ritaglio del 4-12.1952.

Chiavari, 3 – L’ex partigiano Pietro Secchi è stato assolto in corte di Assise, dove era comparso una quindicina di giorni or sono sotto l’imputazione di omicidio volontario nella persona di Michele Gandolfo, fatto avvenuto nel Marzo del 1945 in Santa Margherita di Fossa Lupara durante un’azione di guerra partigiana. Dopo la requisitoria del P.M. Dott. Rinaldi, che aveva chiesto sedici anni per l’omicidio e cinque anni per il tentato omicidio nella persona di Maria Gandolfo, la difesa del Secchi, brillantemente sostenuta dagli avvocati Furnò e Vassalli, ha confutato le argomentazioni del pubblico accusatore, è ha chiesto l’assoluzione perché il fatto deve ritenersi come dipendente da azione di guerra. Nell’ultima udienza ha parlato l’avvocato Vassalli che ha affermato che i soldati regolari erano quelli che militavano nelle formazioni partigiane, unica espressione dello stato italiano dopo l’8 settembre del 43. “Pietro Secchi è stato un soldato, e ciò vada a suo merito!” ha dichiarato con foga, “e non si dimentichi che chi era dalla parte dei tedeschi era contro la patria”. A tal proposito, ha ricordato alcune sentenze della Corte Suprema che hanno inquadrato tali fatti in azioni di guerra, mentre durante l’attuale dibattimento si è cercato di allontanarsi il più possibile da queste circostanze. A parte l’impossibilità di scindere l’episodio del Gandolfo, anche la tardiva richiesta del processo da parte della famiglia e indice del dubbio nella stessa che la tragedia rientrasse nei fatti di guerra. “Non sia lode a chi consegnò quella denuncia, ingiusta!” ha sostenuto con accento vibrante, prima di rilevare il contrasto evidente della Maria Gandolfo. Ed ha illustrato, a dimostrazione della necessità di quella azione di guerra da parte dei partigiani, ‘il curriculum vitae’ del tenente della X Mas, Roberto Gandolfo, le stragi operate da quel corpo nella Garfagnana, le torture, le carneficine nel Veneto. Assoluzione piena per il difeso ha invocato infine, perché la sua fu soltanto azione di guerra. La Corte dopo breve permanenza in camera di consiglio, circa un’ora, ha accolto la tesi difensiva e ha mandato assolto il Secchi per il già citato motivo. 

Seguono altri brani tratti da alcuni libri scritti da storici del Tigullio:

1. Amato Berti e Marziano Tasso, “Storia della Divisione Garibaldina Coduri”, pp.292/93, ed. Seriarte, 1982, Genova, scrivono: […] Verso la metà di marzo del 1945, Succo (Sechi Pietro da Oschiri, ex guardia di Finanza aggregatosi alla Coduri e divenuto poi comandante di distaccamento) informato che in quel di S. Margherita di Fossa Lupara, si trovava in licenza un ufficiale della X Mas, certo Gandolfo, decise di raggiungerlo con tre uomini per procedere alla sua cattura ai fini di un eventuale scambio con partigiani catturati. Purtroppo l’ufficiale non intendeva arrendersi e da lì nacque una sparatoria che fu fatale per l’ufficiale della X Mas e per suo padre corso in suo aiuto. Padre e figlio rimasero uccisi […].

2. Aldo Vallerio “Riccio”, nel suo libro di memorie “Ne è valsa la pena?”, p. 391, ed. 1983, scrive: […] Intanto Succo si mette ancora in azione. Parte con alcuni uomini per andare a farsi consegnare le armi da un ufficiale della X Mas che ha la famiglia sfollata, in una casa nelle vicinanze [della località “Pino”] e che è giunto in licenza dalla Garfagnana.
Succo bussa, e, aperto l’uscio, si qualifica. “Siamo partigiani, non vogliamo fare del male a nessuno: vogliamo solo le armi”. L’ufficiale che è in borghese, tergiversa, si alza dal tavolo attorno al quale si trova tutta la famiglia, eppoi sorprende Succo riuscendo ad estrarre la pistola.
Dalla pattuglia partigiana parte una raffica. Il tenente si abbatte. Il padre di questi, che siede al suo fianco si alza e cerca di strappare l’arma dalle mani del partigiano che ha fatto fuoco. Parte un altro colpo ed anche il padre cade fulminato. È una tragedia grande. Poteva ancora essere più grave perché tutto si è svolto alla presenza di altri congiunti, in particolare di donne e bambini […].

3. Sandro Antonini – “Brigata Coduri”, 2015, sull’episodio (cap. V, pp. 204/05) scrive: Nella prima quindicina del mese di marzo, però, accadono altri avvenimenti importanti che è necessario ricordare. Il primo avviene nella sera del 13: protagonisti il capo distaccamento Pietro Sechi Succo ed altri due partigiani. Saputo che il tenente Roberto Gandolfo, della Decima, è in licenza e si trova nella sua casa a Santa Margherita di Fossa Lupara, nell’entroterra di Sestri Levante, decidono di prelevarlo e si presentano all’ora di cena sicuri di convincerlo a seguirli. Ma qualcosa non va per il verso giusto.
Entrato nella casa, [Succo] intimava il “mani in alto” – scrivono Riccio e Scoglio – ma il tenente faceva fuoco con la rivoltella tenuta nella tasca dei pantaloni. Succo a sua volta faceva fuoco uccidendolo. Il padre del tenente con tutti i familiari cercarono di afferrare i due nostri compagni che erano nella stanza. Il partigiano col mitra fu disarmato dal padre del tenente. Allora Succo sparò pure su questo uccidendolo. Poi dovettero abbandonare la casa perché i tedeschi dalla sponda opposta del fiume aprirono il fuoco. (dalla nota 34) -GIM 2/1-8, Brigata Zelasco, Comando, lett. del 14 marzo 1945, Ilsrec.

4. Mario Bertelloni e Federico Canale, “Cosa importa se si muore – Chiavari e Tigullio 1943/1945”, pp.273/277, ed. 1992. (Cronologia dei fatti attraverso le cronache giornalistiche dell’epoca):
Marzo 1945 – Martedì 13 – Episodio Gandolfo: Sestri Levante. A Santa Margherita di Fossa Lupara, verso le 19,30, partigiani della Coduri cercano di catturare nella sua abitazione il tenente Roberto Gandolfo (Decima MAX, btg. Lupo), in licenza di convalescenza dal fronte del Senio, in passato pittore e scultore, scenografo del Guf di Spezia. L’ufficiale reagisce ed è ucciso a raffiche di mitra sotto gli occhi dei famigliari; il babbo tenta di proteggerlo o comunque di aiutarlo e subisce la stessa sorte.
Domenica 18: […] Il Tribunale della Monterosa lavora, e sodo, anche nei giorni festivi. Oggi l’avvocato Furnò, che continua la sua opera di difensore, riesce a salvare quattro partigiani su dieci che sono alla sbarra. Nell’udienza è affiancato dal maggiore Giovanni Trucco e dal dottor Rolando Perasso, assunto come praticante. Il membro del Cln ha modo di seguire l’attività svolta dal tribunale militare e di darne esatto resoconto in seno al comitato. Al tramonto, poche ore dopo la sentenza, i sei condannati a morte, Arturo Arosio ”Foglia”, Giuseppe Barletta “Barone”, Emanuele Giacardi “Tarzan”, Luigi Marone “Dik”, Alessandro Sigurtà “Aquila”, Mario Piana “Salita”, sono fucilati a Santa Margherita di Fossa Lupara. Del plotone di esecuzione fa parte anche Francesco Minasso, padre Illuminato, il Francescano. Nega l’assoluzione ai morituri, inveisce contro di loro, impugna un mitra e fa fuoco anche lui.
Questo lo racconterà proprio Mario Piana, per la seconda volta scampato alla morte. Lo scorso febbraio, nella zona di Cichero, era caduto in un agguato e, ferito dopo una breve sparatoria, aveva ricevuto da un ufficiale della Monterosa il colpo di grazia con una revolverata esplosa a distanza ravvicinata. Scrive a proposito Eugenio Banfi “Sannia” che “il proiettile entrato nel labbro superiore si fermò sul setto nasale senza ucciderlo”.
Un evento prodigioso, un miracolo.
Creduto morto dai nemici, Mario Piana è stato poi trovato dai compagni e curato. Le sue condizioni si sono complicate per una emorragia. Tre giorni fa è stato catturato durante una puntata degli alpini a Cichero. Molto grave, è finito in carcere a Chiavari, poi alla sbarra e quindi davanti al plotone di esecuzione.
A Santa Margherita di Fossa Lupara resta svenuto sotto i compagni morti, rinviene, si trascina nella notte per delle ore, è trovato da alcuni partigiani che in barella lo portano all’ospedale di Santo Stefano d’Aveto dove, tra gli altri, presta aiuto Lina Dentone. Il cotone non basta ad arrestare l’emorragia.  Mario Piana morirà il 14 Aprile.
Allora, questo padre Illuminato, è un frate mitra?
Stando al racconto di Mario Piana sembrerebbe di sì. Sul capo del religioso penderà l’anno dopo (29 maggio 1946), oltre all’accusa di estorsione continuata, anche quella di aver “partecipato direttamente”, in concorso con Tullio Vattuone, Agostino Romiti, Guglielmo Piumetti, Alberto Bartelloni, Giacomo Barbalace, Ettore Begani, Angelo Ferraresi, Natale Grasso e Francesco Marchese, al plotone di esecuzione.
Non potrebbe essere successo che il frate, pur facendo parte del plotone, abbia sparato per ultimo, dando il colpo di grazia ai Partigiani (“dimenticando” ovviamente Mario Piana)? L’altro giorno si è registrato al funerale del tenente Gandolfo, un episodio singolare. Padre Illuminato ha celebrato la messa e, al termine della predica, dopo aver tuonato di fratelli assassinati, di Giustizia di Dio e di giustizia degli uomini, ha estratto dal saio la pistola con cui Gandolfo aveva cercato di difendersi e di difendere i famigliari e l’ha deposta sulla balaustra. Ed è con quest’arma che oggi avrebbe sparato il colpo di grazia.
Con quei sei avrebbe dovuto esserci anche Mario Ghio. Dopo un inverno di peripezie sui monti (in cui ha salvato dall’esecuzione due fascisti ed un tedesco) è stato preso e dovrebbe comparire alla sbarra. I genitori di Ghio tentano l’ultima carta; una famiglia di Carasco, che alloggia don Miglio, cappellano della Monterosa, intercede verso il sacerdote facendo passare il giovane come un parente. Mario Ghio evita il processo e finisce in carcere. “Nessuno”, ricorda “mi ha toccato”. Un giorno, durante l’aria c’erano Cristiani e Rossi. Diedi una pacca sulla spalla a Cristiani dicendogli: “Signor capitano, mi dai una sigaretta?”. Cristiani, ridendo, si rivolse a Rossi: “Ma guarda ‘sto pezzo di merda!”. E poi mi diede un paio di sigarette che fumai con avidità, ne avevo una voglia da morire”. Forse ora conviene dare sigarette piuttosto che pedate: gli alleati dove sono?

Intervista a “Succo” tratta da Carla Rita Marchetti (coordinatrice): Storia e Memoria Anno II – Le Scuole in Rete (Nuoro) –  Un esperimento di didattica della Storia: “Intervista a Pietro Sechi”. Scuole Partecipanti: Liceo Scientifico, Scuola Media N.1; Scuola Media N.2; Scuola Media N.4; Scuola Elementare III Circolo – Nuoro; Istituto Comprensivo – Posada.
Pietro Sechi ha incontrato le classi 3a B e 3a F della Scuola Media n.4, il giorno 23 aprile 2004, venerdì. L’intervista è stata trascritta dagli alunni della classe terza F. (n.d.a., Il volume, molto interessante, oltre all’intervista di “Succo”, raccoglie anche il vissuto di Piero Terracina, Riri Lattes, Nedo Fiano e Nando Tagliacozzo. Il pezzo di “Succo” è da pag. 182 a pag. 189 del volume). 

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Sicuramente l’attenta lettura dei suriportati documenti, fa emergere in modo abbastanza chiaro che i partigiani coinvolti sono due: Pietro Sechi (il suo cognome negli articoli dei giornali, a volte, diventa Secchi) e un certo Antonioli, non meglio identificato. Ricostruire la scena di quei tragici momenti non è facile: le testimonianze di Maria Gandofo (sorella della vittima) appaiono contraddittorie e particolarmente interessate, quelle dell’imputato e di Aldo Vallerio “Riccio”, sicuramente più circostanziate e motivate.

Ma la piena assoluzione della Corte d’Assise di Chiavari del 3 dicembre 1952, non chiude la storia giudiziaria di Sechi perché il PM di Chiavari, in stessa data interpone appello. E per di più, con ordinanza n. 116228 del 12 gennaio 1953 del Comando Generale della G.d.F. il Sechi viene anche sospeso dal servizio perché in attesa di giudizio. E quindi, per sei lunghissimi mesi circa, gli verrà bloccato anche lo stipendio. E così la sua situazione psicofisica, economica e morale subisce una brusca frenata. E sarà costretto, per guadagnarsi qualcosa, a cercarsi un lavoro, ed entra come guardiano presso un complesso minerario della vicina Carbonia.
Diverse e accorate sono le lettere che intercorrono, in questa fase giudiziaria, tra i suoi due difensori (Avv.ti Furnò e Vassalli) e Pietro Sechi. Documenti che fanno bene emergere, purtroppo, le ansie e le preoccupazioni di un ex partigiano che già tanto aveva dato alla Patria: lavoratore, buon padre, ma ora, rimasto temporaneamente senza sostegno economico per poter tirare avanti la sua famigliola, composta dalla moglie e due figli minori d’età.
Gli stessi suoi avvocati difensori sono particolarmente addolorati e contrariati, quando vengono a conoscenza di questa incresciosa situazione, e più volte manifestano il loro dissenso andando a protestare direttamente presso vari uffici della Guardia di Finanza.
Questo stato di prostrazione psicofisica e morale, però, per lui si protrarrà per parte del 1953 e alcuni mesi del ’54, come emerge dalle successive lettere del Prof. Vassalli e dell’Avv. Furnò indirizzate a Pietro Sechi, e viceversa:

E finalmente, alla scorsa della documentazione suesposta e alla lettura del Foglio Matricolare:
Il 23 maggio 1953, la Corte d’Assise d’Appello di Genova con ordinanza emessa in Camera di Consiglio il 15 maggio 1953, dichiara inammissibile l’appello interposto dal Pubblico Ministero a seguito di rinuncia all’impugnazione medesima. (Notificata al P.G. il 19- 5- 1953 ed in giudicato il 23 maggio 1953).
Il 27 giugno 1954,  Collocato a riposo a domanda per anzianità di servizio.
Equiparato agli effetti del D.L. 93 del 6- 9- 1946 per il periodo dal 15- 1- 1944 al 30- 4- 1945 ai combattenti volontari della guerra di liberazione.
Ha partecipato dal 15- 4- 1944 al 30- 4- 1945 alle operazioni di guerra svoltesi in territorio metropolitano con la formazione “Brig. Zelasco”.
E a Cagliari, in data 7 SET. 1954, si chiude il Foglio Matricolare intestato a Sechi Pietro, figlio di fu  Giuseppe e di Sini Francesca.

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Nuovo inserimento del 13.06.2019: Sandro Antonini, “Intervista a Giovanni Deiana”, “Brigata Coduri, la storia – le voci”, pp. 269÷277, Ed. Internos, Chiavari, 2015.

“Succo” insieme a “Gancio” (Giovanni Deiana n.1923), Vice Comandante della Brg. “Zelasco” Div. Coduri.

Giovanni Deiana, nato a Sestri Levante il 14 febbraio 1923. Chiamato alle armi nel settembre 1942, in marina. Dapprima addestramento a La Spezia, quindi a Trieste, imbarcato sulla corazzata Cavour, in porto per ri­parazioni. Con l’8 settembre ritorna a casa. Dopo alterne vicissitudini fa il suo ingresso nei partigiani il 7 settembre 1944, all’inizio nel distaccamento di Gronda a Iscioli, poi a Statale. Il suo pseudonimo è: Gancio. Dal 1 ° gennaio 1945 e inserito nel Sip, nella squadra al comando di Succo. È il primo a entrare a Sestri Levante il 25 aprile 1945.

Legenda dell’intervista: A. = Antonini Sandro; D. = Deiana Giovanni. 

A. Intanto, desidero capire com’è avvenuto il tuo ingresso nei partigiani…
D. Devo fare una premessa. Giugno 1944, richiamo della mia classe per combattere con la Rsi. Così, decisi di nascondermi al Bracco dove avevo dei parenti. Senonché, partigiani di Virgola, proprio nello stesso tempo, spararono a un’auto tedesca in transito. Il mattino seguente, men­tre stavo dormendo, mia zia Enrichetta mi chiamò allarmata: «Sbrigati, esci, vattene che stanno arrivando i tedeschi!». Uscii subito e incontrai tre o quattro donne, tra cui la moglie del panettiere Vassallo, di Sestri Levan­te: il figlio, si trovava anch’esso con i partigiani. Volevano nascondermi, perfino vestirmi da donna per evitare di essere preso. Io invece cominciai a correre in mezzo al fieno finché… finché vidi la canna di un fucile puntata nella mia direzione, a pochi passi. Erano tedeschi e, con me, rastrellarono altre sette persone, tra cui un ottantenne. Poi giù, in marcia verso il centro di Sestri Levante, a Portobello. Riuscii, tramite un passante che conoscevo, ad avvertire mia madre. Mi raggiunse in seguito, con una conca di pastasciutta; rimanemmo comunque li alcuni giorni, finché ci dissero che ci avrebbero accompagnato al comando tedesco di Chiavari. Invece giungemmo al Palazzo di giustizia, sede della brigata nera e del famigerato Spiotta. In quattro piccole stanzette che si incontrano sulla prima rampa di scale eravamo stipati in cinquantadue.

A. Ricordi il periodo preciso?
D. No, ma saremo stati ai primi di luglio del 1944. Una notte, al ri­torno da un rastrellamento a Santa Maria del Taro, con i brigatisti arrivò pure il loro capo, Spiotta. C’era un giovanotto grande e grosso e lui lo chiamò. «Documenti», gli disse. Questo estrasse dalla tasca delle carte e gliele porse. Disse ancora: «Che mestiere fai?». E lui, ingenuo: «È scritto sulle mie carte…». Faceva il corriere. Quella risposta gli costò cara, perché cominciò a picchiarlo con quanta forza aveva usando perfino una frusta. Poi, dentro con noi. Sempre la notte, alle due, ci fecero andare al piano da sopra; in fila, nel corridoio, per l’interrogatorio. Quello stesso giovanotto volle entrare prima di me. Sentii i colpi e le urla; Spiotta, evidentemente, non era ancora soddisfatto. Poi entrai io e il comandante della brigata nera di Sestri Levante, cioè Ezio Bertozzi, mi chiese: «Come mai non ti sei presentato alla chiamata alle armi?». Avevo quasi ventun anni, avrei dovuto in teoria presentarmi. Trovai una scusa: «Ho cinque fratelli pic­coli, avevo intenzione di aiutare mio padre a mandare avanti la famiglia». Intervenne un secondo brigatista: «Va bene, lo spediamo in Germania». E il comandante: «E se poi durante il viaggio riesce a fuggire e va con i partigiani, che facciamo?». Era la prima volta che sentivo nominare i partigiani. Spiotta, seduto alla scrivania, disse la sua: «Lo denunciamo al tribunale militare per essere fucilato». Così, semplicemente, si decideva una fucilazione. Poi mi fecero uscire e, dopo forse tre giorni, dallo scalone – perché il mattino aprivano la porta per concederci un’ora d’aria – vedo comparire don Sturla, un parroco che celebrava messe nella parrocchia di Sant’Antonio, accompagnato da due brigatisti. Scambiammo qualche parola: «Vedi – disse – hanno preso anche me». Non lo incontrai più, ma lo rilasciarono e, appena più tardi, cercò uno dei miei genitori. «Ho visto vostro figlio in prigione a Chiavari. Non c’è un minuto da perdere – disse – Andate a Chiavari, alla colonia Fara e cercate, fra le suore che sono li, la Madre superiora. Lei potrà aiutarvi a farlo uscire».

A. Naturalmente, tuo padre non se lo fece ripetere…
D. Certo che no. La Madre superiora aveva, lì alla colonia Fara, un gruppo di tecnici della Todt. Li comandava un maresciallo tedesco, o forse austriaco. Comunque, lo vidi entrare nel Palazzo di giustizia e salire lo scalone. Cercava Deiana, cioè me. Ma non c’era nessuno, fra i presenti, che se la sentisse di firmare l’ordine di scarcerazione. Spiotta stava altrove. Dovetti aspettare. Venne poi fuori che i lavoratori della Todt potevano circolare liberamente. E c’è un’altra premessa. Durante l’ora d’aria scen­devo sempre sulla piazza a spaccare legna, mi offrivo volontario, giusto per uscire un po’ all’aperto e riuscii ad avvertire i miei che i lavoratori della Todt non li trattenevano. Allora mio padre tornò alla colonia Fara. Il maresciallo, sicuramente con l’intercessione della Madre superiora, com­pilò un foglio dichiarando che io lavoravo con lui. Bastò quel semplice foglio per riacquistare la libertà. E poi, chi si sarebbe messo a discutere le parole di un militare tedesco?

A. Quindi?
D. Quindi rimasi con la Todt, e con il maresciallo, all’inarca una setti­mana finché lo trasferirono a Bolzano. Mi chiese se volevo seguirlo. No, naturalmente, c’era la mia famiglia che aveva bisogno… mi spiace non ricordare il suo nome, mi ha davvero aiutato.

A. Comunque, era un soldato tedesco…
D. Sì, ma forse si trattava di un austriaco. Per un po’ rimasi con le suo­re, sloggiate anch’esse e trasferite in una villetta sopra le Grazie. Rimasi con loro, per piccoli lavori, circa una settimana. Poi tornai a casa, a Sestri Levante finché, un giorno, preparai un mandillo da gruppi (specie di largo fazzoletto di cotone che si annoda e può sostituire una piccola valigia, molto usato dai contadini, n.d.a.) con pochi effetti. C’era pericolo e de­cisi di partire. Perciò mi addentrai nell’entroterra. Santa Vittoria, Montedomenico, Iscioli. In questa località, mentre camminavo, mi sbarrò la strada un partigiano: mi puntò contro il fucile e mi intimò di fermarmi con le mani in alto. Ne giunsero subito altri: li conoscevo, erano anch’essi di Sestri Levante e mi riconobbero. Uno disse: «Sei appena arrivato ma devi subito tornare indietro». Rimasi perplesso e lui: «Tu sai dove trovare del cibo e qui non ne abbiamo mai abbastanza». Sì, mi conosceva, per­ché in precedenza praticai un po’ di borsa nera e qualcosa sapevo. «Tu -continuò ammiccando – sei un ‘gancio’ e lo sai dove andare…». Ecco il modo in cui è comparso il mio nome di battaglia: Gancio. Me lo attribuì quel partigiano. Così, il mattino dopo tornai a Sestri Levante. Anzi, da allora andai un paio di volte la settimana per organizzare questi trasporti alimentari…

A. E chi erano i partigiani della squadra di Iscioli?
G. Sembra strano, non ricordo neppure i loro nomi. Saranno stati una decina, forse dodici, collegati al distaccamento di Gronda, che si trovava a Statale. Una piccola pattuglia di guardia a Iscioli. Poi ci spostammo a Statale…

A. E Gronda, ti accettò?
D. Certo, ero con gli altri. E poi, a quel tempo, non chiedevano mica il certificato penale. Un po’ di leggerezza, forse, perché con noi c’erano anche autentici delinquenti. Pochi, per fortuna. Comunque, mi inserii con Gronda…

A. E a Statale, uno dei paesi indicati da Spiotta nei suoi rapporti come un pericoloso covo di partigiani, il peggiore forse, che cosa facevate?
D. Posso parlare delle mie giornate. Meno di quelle degli altri. Per esempio, ricordo che, un giorno, giunse da Genova un uomo – ma non so più chi fosse – nominato commissario politico. Chi me lo disse fu Aquila, che si trovava con me. Del resto, era fratello di Gronda…

A. Anche a lui ho fatto un’intervista…
D. Tornando al periodo di Statale, facevo poco o nulla. Non partecipai mai a combattimenti. Ero un punto di collegamento, nel senso che tor­navo a Sestri Levante un paio di volte la settimana e avevo con me, nello zaino, documenti e cibo… e notizie. Quelle interessavano tutti.

A. E con Gronda quanto ti fermasti?
D. Fino al 31 dicembre 1944, cioè fino al rastrellamento di Capodan­no. La sera del 31 dicembre, a Nascio e di ritorno dalla riviera, incontrai il commissario con un altro partigiano anziano, di Sestri Levante. Avevano un cavallo bianco, preso chissà dove. Mi dissero, molto preoccupati: «Non tornare a Statale, c’è un rastrellamento in corso e sono fuggiti tutti». Loro stavano andando a nascondersi sul monte Capenardo, io decisi di prose­guire. Giunsi a Statale e incontrai, subito, un uomo che conoscevo, molto agitato: «Vieni subito – mi disse. – I tuoi compagni se ne sono andati ma hanno lasciato da me due mitragliatrici e altro. Se arrivano i fascisti e me le trovano mi fucilano e bruciano la casa». Chi aveva depositato le armi era il distaccamento di Luca, che s’era ritirato sul monte Porcile. Andai con quell’uomo, senza toccare nulla, sul Porcile. Trovai Succo e Matteo e consegnai il materiale che avevo con me da Sestri e poi, con Luna e l’uo­mo, tornammo a Statale a sistemare le armi, le coperte e l’altro materiale, per non lasciare nulla che potesse compromettere quella gente.

A. E Gronda, non era anche lui sul Porcile?
D. Non lo trovai lassù. Forse si era spostato con gli uomini verso Colle di Valletti, in prossimità del comando Coduri. Per tornare a Statale, con Luna impiegammo tutta la notte a nascondere le armi e il resto. Il matti­no fummo raggiunti da un uomo anziano, che decise di darci un premio: «Giovanotti – disse – è tutta la notte che vi sento. Venite con me». Ci fece entrare in casa e, ricordo, in cucina c’era un lungo focolare acceso. Feci una colazione che ricorderò per l’intera vita: testaroli di farina di castagne farciti con salamini alla brace. Arrivò poi con un fiasco. Credemmo si trattasse di acqua e cominciammo a bere: era grappa. Io e Luna restammo a Statale, a guardare le armi, circa una settimana. Andammo anche a Frisolino per cercare di studiare i movimenti degli alpini. A Frisolino c’era un presidio Monterosa. Noi vedevamo loro; loro non vedevano noi. Ep­pure, stavamo a pochi passi. A ogni modo, il giorno dell’Epifania, arriva­rono a Statale Succo, Matteo e altri. Li seguimmo e ci spostammo a Iscioli dove, complice una damigiana di grappa, mi ubriacai una seconda volta. Poi giunsi, con altri, a Loto, sopra Sestri Levante. Un partigiano aveva dei parenti: ci diedero un pugno di riso a testa, non avevano da mangia­re neppure per loro. Quello fu il pranzo dell’Epifania. Raggiungemmo un’altra frazione, Costa Rossa. Qui incontrammo alcuni contadini, che appena ci videro dissero: «Domattina aspettiamo l’Annonaria. Ci requi­siscono l’olio. Se volete, piuttosto che ai fascisti, lo diamo a voi». Non ce lo facemmo ripetere. Tornammo a Loto e poi nuovamente a Costa Rossa con due muli e quattro botti piccole. Erano le cinque e mezza di mattina. Travasammo l’olio e, alla fine, gli rilasciai regolare ricevuta…

A. Ormai ti eri trasferito con Succo, al Sip…
D. Certo. Non avevi una carta che ti destinasse a qualche reparto par­ticolare, ma da allora rimasi con Succo, al Sip. Dopo l’episodio dell’olio e aver spedito i muli verso Valletti, ci portammo al Bargonasco, appena sopra la fabbrica Tlm. Sparammo colpi contro un reparto di tedeschi. Avevo uno Sten ma, quando raggiungevo Sestri Levante, viaggiavo con la P 38 alla cintola… non potevi mai sapere che cosa ti sarebbe capitato… anche quando mi fermò Bertin avevo la P 38…

A. E chi era Bertin?
D. Era uno dei responsabili sestresi della brigata nera. Aveva un forno in via Nazionale e il suo nome era Alberto Bartelloni. Mi fermò e mi dis­se: «Ho udito delle voci sul tuo conto: ti indicano come partigiano». Io feci finta di cadere dalle nuvole e risposi: «Partigiani? No, mai stato con loro…». Insomma, cercai di deviare il discorso. Aggiunsi: «Se a villa Rizzi – la brigata nera stava a villa Rizzi, a Portobello – mi trovate una branda, un locale e un letto e mi invitate…». Non sembrò molto convinto, lo sentii perplesso; ma non bisogna dimenticare che ero armato e, se avesse insistito, gli avrei puntato contro la pistola. Eravamo a Vico del Bottone, dove c’è la strada che porta alla Mandrella. Lo avrei fatto salire lassù e poi… poi qualcosa sarebbe accaduto.

A. E come finì?
D. Alla fine parve crederlo, o finse soltanto. Comunque, la cosa non ebbe seguito. Poi, terminata la guerra, lo processarono e lo condannaro­no, ma uscì con l’amnistia Togliatti… come tanti altri. Con il tempo, i dissidi si attenuarono…

A. E la Codurì verso il 20 gennaio si sciolse…
D. Appunto. In ogni modo, più o meno a quella data, tornai a Sestri Levante. E trovai dei partigiani, per esempio Cresta e altri. Gli dissi di rimanere calmi, tanto nessuno sarebbe andato a cercarli proprio a Sestri Levante. Avevano paura e tuttavia c’era un bando della brigata nera che assicurava a chi si fosse presentato un trattamento senza punizioni. Non sapevano che fare. Dissi ancora: «Appena la situazione migliorerà tornere­mo in montagna». Poi, ormai era notte, li lasciai e traversai gli orti che al­lora si trovavano dove adesso c’è piazza Moro, proprio nel centro di Sestri. C’era, nei pressi, il panificio di Mario Vassallo e, poco lontano, un canale asciutto. Scavalcai un cancello per raggiungerlo, mentre sopraggiungeva una pattuglia di brigatisti. Mi gettai sul fondo del canale e proseguì senza accorgersi della mia presenza. Mi rialzai, tolsi scarpe e calze, rasentai un muro e provai a raggiungere la mia casa poco distante, transitando sul marciapiedi, con la strada da un lato. Vidi però, sul marciapiedi opposto, una seconda pattuglia. Mi fermai all’istante: anche quella volta non ac­cadde nulla. Ormai ce l’avevo quasi fatta. Incontrai però un altro soldato, con una torcia in mano. Non saprei dire di che nazionalità. Lui vestito, armato, con la torcia e io scalzo. Un bell’impiccio. Poi venne verso di me, lentamente. Illuminò la mia mano – quella che reggeva le scarpe – in si­lenzio. Anch’io rimasi in silenzio. Quindi, sempre in silenzio, se ne andò. Entrai nel portone di casa e mi guardai allo specchio: avevo i capelli diritti come fiammiferi. Una bella paura!

A. Non sapresti dire se fosse tedesco o italiano…
D. No. Lui non fiatò e io neppure. Fu l’unica volta in cui ebbi davvero paura. Tra l’altro, poco distante dalla mia casa, in viale Dante, c’era un presidio della Monterosa e c’erano i tedeschi. Perciò andai lì, sicuro che nessuno mi avrebbe cercato proprio perché i soldati rappresentavano una specie di garanzia. Anticipo che al momento della Liberazione mi presen­tai con dei fiori dal parroco di Santa Maria di Nazareth, don Trofello… anzi, eravamo in tre. Io, Luna e un terzo di cui non ricordo il nome. Mi fermò qualcuno dicendo: «Guarda che sono stati in casa tua e l’hanno svuotata». Presero un salottino di vimini e altri mobili…

A. Ma chi?
D. Dal momento che nella casa erano passati alpini e tedeschi, la gente credeva che l’avessero requisita e quindi, il 25 aprile, partiti i soldati, qualcuno entrò e cominciò a prelevare mobili, pensando l’avessero lasciati loro. Così, presero anche i nostri. Seppi i loro nomi e dove abitavano. Andai a cercarli e mi feci restituire il maltolto… nessuno obbiettò, na­turalmente…

A. Stavi nel reparto di Succo. La brigata Codurì si smembrò il 20 gennaio e cominciò a ricompattarsi fine febbraio-inizio marzo. Tu, in quel periodo, che cosa facevi?
D. Come prima. Andavo e venivo. Perché è vero che la brigata si sciol­se, ma diversi partigiani rimasero sui monti nascosti qui e là, in attesa della riorganizzazione primaverile…

A. Sì, è vero, sono tutte fasi documentate. E dopo? Dopo la sua ricostitu­zione?
D. Ripresi normalmente. Anzi, si può dire che non interruppi mai. I miei compiti erano definiti.

A. E con Succo hai mai compiuto azioni?
D. No, ma tieni conto che non ero lassù tutti i giorni. Quando accadde la vicenda di Santa Margherita di Fossa Lupara (scontro e uccisione di un tenente della Decima e del padre, n.d.a.) non c’ero. Non so neppure bene come si svolsero i fatti. Me li raccontarono… poi, dopo la guerra ritrovai Succo in Sardegna, a Oschiri. Era venuto con i partigiani dopo aver la­sciato la Guardia di finanza e si comportò sempre da valoroso. A Oschiri aveva un allevamento di conigli. Il nome vero era Mario Sechi. Nel 1968 trascorsi un periodo di ferie in Sardegna. Un giorno, nel transitare verso Palau, con mia moglie decidemmo di fermarci a pranzare a Oschiri. Al ristorante ci diedero tra l’altro del coniglio arrosto, molto buono. Volli complimentarmi con il cuoco e mi disse: «Proviene da un allevamento poco lontano. Appartiene a un ex finanziere. Mi ha raccontato che duran­te la guerra era a Genova e nella sua provincia». Pensai potesse essere Succo e chiesi indicazioni per andare a vedere dove stava l’allevamento. Infatti, non sbagliavo: fu così che, con grande gioia, lo ritrovai. In seguito, capitai da lui altre volte… la questione del fatto relativo al tenente della Decima non l’abbiamo mai affrontata. Però l’intenzione di Succo era quello di cat­turarlo… poi i fatti andarono diversamente… la guerra è anche questo.

A. Ne convengo, sono azioni di guerra. E il 25 aprile, quando almeno qui da noi tutto ebbe termine, dove eravate?
D. Da Statale ci eravamo spostati nei boschi che si trovano sopra la chiesa di Santo Stefano del Ponte. Si sparò, la notte del 24, o forse del 23 in direzione di villa Serlupi, dove secondo noi doveva trovarsi un presidio tedesco. Invece, lo sapemmo più tardi, erano alpini. Quando il mattino raggiungemmo la villa andai sulla torretta: c’erano macchie di sangue, segno che non tutti i colpi erano andati a vuoto. Trovai un drappo ros­so per terra. Lo consegnai a una signora del centro, anzi della spiaggia. Lo acconciò e riuscì a ricamarvi sopra il mio nome di battaglia: Gancio. Perché arrivammo in centro. Anzi io, Luna e un terzo, fummo proprio i primi a raggiungerlo. Poi, subito dopo, arrivarono gli altri… e c’è un altro fatto. Durante il combattimento di Santo Stefano qualcosa mi colpì al petto, dalla parte sinistra. Un gran colpo. Guardai dentro il taschino: avevo un portasigarette di metallo. Era ammaccato, segno che qualcosa l’aveva colpito, forse una scheggia…

A. E appena raggiunto il centro, che capitò?
D. Capitò che i cittadini uscissero festanti e che alcune donne sorridenti ci diedero dei fiori. Raggiungemmo Santa Maria di Nazareth. All’in­terno, don Trofello celebrava una messa. Si voltò e ci vide: interruppe la funzione e si mise a piangere…

A. E gli altri partigiani?
D. La festa riguardò tutti…

A. C’erano anche gli uomini di Riccio…
D. Riccio lo cercai due volte per via del dottor Capozzi, che qualcuno voleva fucilare per via del suo passato da fascista repubblicano. Era il me­dico di famiglia e non mi risultava avesse mai commesso azioni contrarie ai partigiani…

A. Può darsi, ma esistono documenti che lo indicano fra i mandanti di alcune azioni non proprio favorevoli alla resistenza…
D. In ogni modo, mi adoperai con Riccio affinché lo liberassero. E que­sto avvenne un paio di volte. Poi nessuno lo arrestò più.

A. Un’ultima domanda, importante: che cosa ha lasciato in te l’esperienza partigiana?
D. Mi ha lasciato questo: di usare sempre il buon senso e il raziocinio. Se oggi ragionassimo tutti come allora, cioè secondo principi di ugua­glianza e di aiuto reciproco, forse non saremmo nella situazione in cui ci troviamo. Non c’era egoismo né avidità: ci sentivamo davvero tutti sullo stesso piano. (Evb 2019)  (Articolo scannerizzato da Elio V. Bartolozzi (ebv) nel giugno 2019).

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MISCELLANEA: qui si è inserito il Foglio di Congedo Illimitato del Brigadiere di G.d.F. Pietro Sechi e alcune foto ricordo di Succo in servizio a S. Giovanni Suergiu, e di quando era a casa in pensione:

Editing: Elio V. Bartolozzi