Breve memoria di normali quotidianità

Fasc. 30 – Doc. 4. Pietro Nicolini  (Nonno Peo): Breve testimonianza di normali quotidianità. Scritto consegnatomi, insieme al prezioso materiale documentario che l’accompagna, il 9.11.2002 dal Signor Pietro, residente a Castiglione Chiavarese (GE), che ringrazio.

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All’epoca noi abitavamo, la mia famiglia ed io, presso il campo sportivo di Lavagna, perché mio padre ne era il custode fin dal 1939.
L’inaugurazione del complesso sportivo avvenne, però, nel 1940 con l’istituzione del cosiddetto “Campo Dux”: ampia tendopoli dove, a tratti, era ospitata la gioventù fascista per essere opportunamente istruita, sia a livello militare che a livello ideologico, prima di essere impiegata nelle specifiche attività operative loro assegnate; oppure, per periodi più o meno brevi, da reparti di militari in transito prima di raggiungere i loro fronti di destinazione.

L’8 settembre 1943, e bene lo ricordo, nel campo erano attendati centinaia di questi militari, muniti di discreto armamento leggero che, superato il primo momento di sbandamento, abbandonarono tutto e se ne tornarono a casa, lasciando armi e bagagli sparsi per terra.
Prima di lasciare il campo, però, con un mazzuolo, alcuni vollero distruggere i simboli del fascio che campeggiavano sui muri d’ingresso: composti da tre lastre d’ardesia su cui erano scolpiti i noti fasci littori.
Mio padre, antifascista da sempre, se ne stava beatamente a godersi la scena sotto la scala dov’erano saliti i militari, quando nella vicina strada passò un fascista che si fermò e gli chiese:
– Li buttano giù…?
Al che mio padre ribatté:
– E speriamo di non rimetterli più sù!

Poco dopo, tutti i fucili e le munizioni abbandonate dai militari vennero da noi tre, mio padre, mio fratello ed io, con la collaborazione di un vigile urbano di Lavagna, presi e nascosti sotto le gradinate del campo sportivo. I fucili ammontavano a molte centinaia, e a più di quaranta le casse di munizioni.

E il tempo trascorse; e poi venne fondata la Repubblica di Salò.

Con l’inizio dei bombardamenti di Genova, da noi arrivarono anche i primi sfollati. Nella biglietteria e nella segreteria del campo sportivo, vengono ad abitare una signora anziana e due sue figlie, anche loro già oltre la cinquantina. Una di esse era impiegata alla Società Piaggio, che, forse ritenendoli più al sicuro, aveva nel frattempo traslocato tutti i suoi uffici da Genova nell’omonima Colonia in fondo alla città di Chiavari, poco distante dalle gallerie del treno. L’altra, più anzianotta, era invece impiegata al Compartimento della Ferrovia, che anche essa aveva trasferito parte dei suoi uffici pure a Chiavari.
Nel piccolissimo giardino della biglietteria avevano impiantato “l’orticello di guerra”. (A quei tempi erano presenti e piuttosto di moda pure nei giardini pubblici. Di moda sì… ma soddisfacevano anche le esigenze più elementari di molte persone sprovviste d’ogni cosa). Sopra quest’orticello, appeso ad un ferro, pendeva un grosso frammento delle ardesie che componevano i vecchi fasci littori distrutti dai militari in fuga. Quando tirava vento questi rimasugli di ardesia ondeggiava pericolosamente con il rischio di finire in testa alla signora anziana; che era anche quella che in genere si curava “dell’orticello “.

Un giorno una delle figlie chiese a mio padre se poteva per favore toglierli. Lui afferrò una scala e senza porre tempo in mezzo, li rimosse.
Ma in quel mentre stava sopraggiungendo, sulla strada vicina, un altro fascista in bicicletta che si fermò ad osservare la scena, senza però dire nulla.
Eravamo verso la metà di Dicembre del 1943. Mio padre, quando rincasò, era piuttosto preoccupato, e confidandosi con mia madre, disse:
– M’ha visto il tale, vedrai che conoscendo il mio passato, farà di tutto per mandarci via.

Fu facile profeta. Infatti il 27 Dicembre 1943 (con raccomandata R.R., su carta e busta intestata al partito fascista repubblicano ‑ fascio di combattimento di Lavagna ‑ e su foglio filigranato con l’ effigie di Mussolini a cavallo) a mio padre venne recapitata una lettera in cui era scritto:

Signor NICOLINI AGOSTINO – LAVAGNA – Via Fieschi – Campo Sportivo.

Nell’intento di aiutare e beneficiare i combattenti ed in special modo i mutilati della guerra attuale, ho deciso, d’accordo con il Commissario Podestarile della città, di riservare il posto di guardiano del Campo Sportivo di Lavagna ad un mutilato di guerra.
La presente per notificarvi che entro il 15 Gennaio 1944, dovrete lasciare libero il posto di custode ed il locale da voi sino ad ora abitato con quanto di pertinenza del campo stesso.

IL SEGRETARIO POLITICO  ( fir.to E. Sanguineti ).

Appena ricevuta la lettera, mio padre si precipitò a chiedere informazioni alla sede del fascio di Lavagna, sita a Villa Parma. Il segretario era un giovane studente universitario (sparito tra l’altro, dalla circolazione dopo circa una settimana da questi fatti) che senza troppi preamboli accusò mio padre d’aver abbattuto i fasci littori presenti nel campo sportivo, e di aver anche risposto, di fronte a testimoni: “Speriamo che non li rimettiamo più su!”
Il testimone era lo stesso vigile urbano che ci aveva aiutato a nascondere le armi dei militari ribelli, anch’egli presente all’interrogatorio.
Si vede che questo vigile aspirava molto ad apparire prono e ligio agli occhi del suo segretario, perché volle ulteriormente calcare la mano accusando, seduta stante, mio padre di aver anche occultato le armi e le munizioni dei cosiddetti “disertori”.
Mio padre si rese immediatamente conto che le cose stavano prendendo una brutta piega per lui. Perciò, cercò di difendersi rispondendo prontamente:
– Si, è vero, ma le abbiamo nascoste insieme a lui!
Tirato in ballo, il vigile si giustificò dicendo che ci aveva aiutato solo perché le armi non finissero in mani peggiori.
Dopo questa precisazione, l’interrogatorio ebbe termine. E non vi furono altre complicazioni, se non quella di sgomberare i locali entro i quindici giorni previsti, sennò sarebbero intervenuti loro e avrebbero dato fuoco a tutte le nostre cose.
Dopo affannose ricerche, alla fine trovammo sistemazione in un negozio vuoto davanti alla Chiesa Parrocchiale di Santo Stefano, proprio sotto i primi portici, dove abbiamo abitato sino al bombardamento di Lavagna del 12 Maggio 1944; per poi trasferirci nel quartiere dei Mosto, a Cogorno.foto_nonno_1

Ecco come si presentava il davanti di una carta annonaria.

Ma tre volte la settimana mia madre doveva ugualmente recarsi a Lavagna per fare la spesa. Infatti, vigeva allora il tesseramento e la spesa la si doveva prenotare e fare dove si aveva la residenza anagrafica. In questi frangenti, spesso io andavo incontro a mia madre per aiutarla a portare le borse, dato che il tragitto fino a casa, a piedi, era piuttosto lungo e faticoso per lei.
Un giorno, in prossimità di San Bartolomeo, stavo appunto camminando con le borse in mano quando un milite della Xa Mas (che si trovava lì per un rastrellamento) mi ferma e mi conduce,  assieme ad altre persone, giovani e non più giovani, presso la sede delle brigate nere, sita in Villa Parma, a Lavagna. Il comandante si chiamava Mangiante Lino, ed era fratello del mio principale. Perciò sapeva benissimo chi ero io. Mi chiese come mai fossi stato condotto lì. Gli raccontai ogni cosa. Lui allora confabulò brevemente con l’autore dell’arresto, e poi fui lasciato andare.

il davanti di una carta annonaria

Alcuni particolari ingranditi della stessa tessera annonaria,
ch’era composta di 2 fogli delle dimensioni reali di cm. 28,4 x 19,4

Un’altra volta mi trovavo a casa, a Cogorno, e sento improvvisamente urlare da qualcuno “Rastrellamento!”. Come sempre, era ora di darsela a gambe. Afferro un pezzo di pane e salgo verso San Giacomo. Salendo, scorgo un albero di fichi carico di bei frutti maturi. Non resisto: mi fermo, ci salgo sopra e mi metto a mangiarne qualcuno. In quel frattempo passa, su un sentiero poco più in alto di dove mi trovavo io, un brigatista nero. Mi scorge, mi ordina di scendere, e mi conduce nuovamente a Lavagna. Solite domande, solite risposte. E anche questa volta il comandante mi rimanda a casa.
Un’altra volta stavamo uscendo dal Ricovero Marini di Lavagna (vicino all’ospedale), dove alcuni di noi ci riunivamo con l’intento di fondare clandestinamente il C.L.N. giovanile. Ma ci sorprende il vice comandante delle brigate nere che ci chiede cosa stessimo facendo lì. Tra noi avevamo concordato che se ci avessero scoperto avremmo dovuto dire che cercavamo di istituire la San Vincenzo De Paoli per aiutare i poveri. Loro però ci sequestrarono lo stesso, e insieme ad un altro gruppo di persone già in loro mani, ci ricondussero a Villa Parma. Questa volta, oltre alle solite domande, c’imposero di unirci a loro o di andare a lavorare per loro. Spiegammo che non potevamo arruolarci perché non avevamo ancora l’età per fare il militare (io avevo appena 15 anni anche se ne dimostravo quasi venti), e preferivamo se mai andare a lavorare.
E fu così che contribuimmo anche a fondare e a far funzionare la San Vincenzo De Paoli di Lavagna. Il nostro principale compito era quello di andare in giro a raccogliere tutto quello che la gente poteva offrirci, purché fosse roba commestibile. E grazie all’instancabile e insostituibile lavoro della giovane Reverenda Madre del Ricovero Marini, riuscivamo a distribuire ogni giorno circa 100/120 pasti caldi, consistenti per lo più in piatti di minestra fumante.
Dopo di che, io con altri giovani della mia età, ci toccò d’andare a lavorare per forza con gli alpini della Monterosa: ch’era accampata a Carasco, sopra la collina che da Leivi scende verso San Colombano. Il nostro primo lavoro fu quello di tagliare circa duecento alberi di pino, toglierli la corteccia e pitturarli di catrame nero. Con alcuni formammo una serie di cavalletti conficcati per terra, sopra i quali sistemammo poi, in posizione inclinata, un altro tronco, più lungo, in maniera da far sembrare il tutto come una guarnitissima batteria di cannoni puntati verso Sestri Levante. Un maresciallo con gli strumenti da geometra c’indicava la direzione da dare alle “bocche di cannone”, e di quanti gradi le dovevamo eventualmente spostare. A lavoro ultimato, con delle reti, li mimetizzammo in modo da farli somigliare a veri cannoni pronti a far fuoco. Però, ogni tre giorni passavano dei “caccia” inglesi che ripetutamente ci sorvolavano. Forse scattavano delle fotografie. Però non hanno mai sganciato, segno che forse avevano capito ch’era tutta una messinscena.
Un altro giorno, andando a fare la spesa-viveri assieme ad un ragazzo di Chiavari di nome Schiaffino, appena oltrepassato il ponte della Monterosa (in legno, e così chiamato perché costruito dagli alpini in sostituzione di uno preesistente in muratura distrutto in un precedente bombardamento) una delle due sentinelle che si trovavano, 24 ore su 24, a far la guardia ai due capi del ponte stesso, ci gridò di gettarci in una buca “anti-mitragliamento”. Buche di questo genere erano state scavate da tempo lungo i margini di quasi tutte le strade più importanti. Immediatamente noi posammo il carretto a mano vicino ad una di queste buche, poi ci saltammo dentro pensando al solito caccia che stava volando a bassa quota. Invece, dopo pochi minuti, sopraggiunse una macchina scoperta carica di ufficiali, e in piedi, con il binocolo inforcato, il Generale Graziani della R.S.I. (allora ministro della guerra) che sembrava molto compiaciuto, e continuava a fare cenni col capo come a voler dire che da queste parti non avrebbe potuto mai passare nessun nemico.
Con questo lavoro, anche se ingrato, potei beneficiare del permesso – valido per tutti i posti di blocco del territorio – di circolare sia a piedi che in bicicletta. Questo mi permise di fare più volte la staffetta tra “Bisagno” comandante della “Cichero” e ” Richetto ” della Divisione Centocroci.
Durante uno di questi incarichi, recandomi al Passo di Centocroci per incontrare “Richetto”, lasciai la bicicletta due chilometri circa dopo Varese Ligure, vicino ad una casa mezza diroccata. Con la solita catena e un lucchetto la legai ad un robusto albero e proseguii a piedi. All’inizio la strada era solo bagnata perché cadeva poca neve; ma più in alto, dove la neve cadeva più abbondantemente e si fermava sulla strada, si faceva molta fatica ad andare avanti.
Dopo l’Albergo Alpino, sulla destra, c’era una fontana ghiacciata che non si riusciva più a scorgere, tanto la neve era alta e la copriva. Poco dopo, in lontananza, intravedo un uomo a cavallo. Per lasciarlo passare, tento di portarmi fuori strada, ma era come sprofondare nelle sabbie mobili. Una montagna di neve incominciava a coprirmi. Annaspavo. Con le mani ghiacciate, cercavo di liberarmi il viso dalla neve, ma stavo precipitando sempre più in basso. Il cavallo m’era ormai vicino. Lo sentivo ma non lo vedevo perché si trovava dietro le mie spalle. Ad un certo punto percepisco distintamente la voce di “Richetto” che mi dice di attaccarmi alla corda che mi stava gettando. Così, con l’aiuto del cavallo, mi tira finalmente fuori da quella brutta situazione in cui m’ero venuto a trovare.
Da allora, ogni volta che c’incontriamo, “Richetto” mi dice scherzosamente:
– Lo sono il tuo salvatore?
Ed io, altrettanto scherzosamente, gli rispondo di sì.

Di questi aneddoti ne potrei raccontare a migliaia, ma spero che non si debbano scrivere dei romanzi per far capire che abbiamo sì la LIBERTÀ: che nessuno, per altro, si è mai sognato di regalarci, ma che è stata conquistata a costo di immense fatiche, rischi, e molti hanno anche perso la vita. Spero che queste cose non siano mai dimenticate da nessuno, tanto da chi in qualche modo l’ha vissute, tanto dai giovani che le possono, per fortuna loro, solo ascoltare.
Io ho visitato le “Fosse Ardeatine ” una sola volta. Si trovano a Roma, ma un po’ fuori mano. Bisogna andarci apposta. Però io dico sempre che non è possibile, ma dovrebbero essere trasportate davanti alla Stazione Termini, in modo che tutti, e tutti i giorni, le potessimo vedere, e, se possibile, le potessimo visitare.

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Busta e testo della lettera di sfratto dal Campo sportivo di  Lavagna indirizzata al Sig. Agostino (Giulio) Nicolini. In trasparenza, sul foglio scritto, è riprodotta una filigrana (qui non visibile) con l’effigie di Mussolini a cavallo.

(di Pietro Nicolini (Nonno Peo) di Castiglione Chiavarese)