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La sega di Hitler

Fasc. 50 – Doc. 6: Manlio Calegari “La sega di Hitler”. (libro)

I. La tana dei Coronelli

Tracce non secondarie della seconda guerra mondiale erano apparse, martedì 16 aprile 1985, nella “terra di Nisio”, in località Coronelli di Begato, frazione collinare dell’antico comune di Rivarolo Ligure. Le piogge cadute abbondanti in primavera avevano fatto sprofondare il terreno di una fascia rivelando l’esistenza di un ricovero. Chi l’aveva costruito aveva provveduto a sostenere il terreno soprastante con tronchi e assi che in seguito erano marcite e crollate. Affacciandosi dall’alto si vedevano cassette metalliche da munizioni, caricatori, canne di sten e quella bucherellata di un grosso mitragliatore.

“È una sega di Hitler”, aveva detto Gino mentre io per guardare meglio mi sporgevo sul terreno sprofondato. “Dopo la guerra mio padre con quella ci tagliava gli alberi. Una raffica e via; un rumore terribile, una specie di fischio, come le bindelle quando gli parte la lama”. La stanza sotterranea era opera del padre. Aveva la mania dei rifugi. Ne aveva ricavato uno perfino nella roccia viva poco più in basso. L’aveva scavato durante la guerra usando polvere da cava; approfittava dei bombardamenti sulla città per mimetizzare l’esplosione delle sue cariche. In quello dove erano appena riapparse le armi, si entrava da sotto, dal muro di contenimento del terreno. Alcune pietre imbragate in un telaio di ferro giravano su delle mappe. Bastava spingere in un certo punto e si apriva “come una porta”.

Mappa dove operò principalmente la Div. Cichero, dentro i territori della VI Zona Operativa Liguria.

Con gli anni le pietre soprastanti avevano ceduto e la tana era diventata inaccessibile. Almeno da 30 anni, sosteneva Gino. Nella primavera del 1944 c’era stato nascosto suo cugino Luciano. Salito ai monti per fare il partigiano, era incappato, i primi giorni d’aprile del ’44, nel rastrellamento della Benedicta. Ai Coronelli era arrivato di notte dopo 3 giorni di cammino. Aveva bussato alla finestra della cucina: “barba sun mi”, zio sono io, aveva detto. “Era mal ridotto, pieno di graffi, strappato ma non si poteva tenerlo in casa. Mia madre gli aveva fatto un po’ di latte caldo e mio padre l’aveva guidato alla tana”. All’epoca Gino non aveva ancora 23 anni; 3 più di Luciano.

Dopo le elementari, per poter frequentare la scuola industriale, Gino (n. 1921) aveva vissuto per tre anni a casa di Luciano (n. 1924), a Bolzaneto. Confidenza? “Sì, ma quando si è giovani 3 anni di differenza sono tanti”. Le armi che vedevo? Di Luciano o dei suoi amici. Ai Coronelli Luciano era rimasto poco più di un mese fin quando una notte di fine maggio era andato via con “due come lui”. Aprile, maggio 1944, più di un mese, “notti intere” passate da Gino e Luciano a parlare “ma non di politica; piuttosto di gente che conoscevamo o di quello che gli era successo nel rastrellamento”.

Anche Gino aveva le sue tane segrete dove andava a dormire; ma non sottoterra. “E poi in campagna ci sono i cani; è facile sentire se arriva qualcuno”. Precauzione necessaria perché nell’agosto del ’43 aveva disertato dalla Marina. “Ci avevo passato 15 mesi e me l’ero cavata per miracolo. Una infinità di morti; in mare affondati e poi a Napoli nei bombardamenti. No, per me la guerra era finita già prima dell’8 settembre”. Luciano invece non si era presentato alla chiamata di Salò e si era rifugiato con altri sui monti vicino alle Capanne. A farli scappare però “erano bastate quattro fucilate”. Neppure sapevano dove si trovavano, commentava Gino.

Gino parlava in piedi, sull’orlo della piccola voragine, compiaciuto che la terra avesse restituito tracce materiali capaci di confermare le sue storie. Lo guardavo da dove mi ero sdraiato per avanzare il più possibile sull’apertura senza franare insieme al terreno circostante. Aveva un curioso modo di interrogarsi e rispondersi nello stesso tempo. Se la domanda fosse un segno zodiacale sarebbe stato il suo. A volte, per sottolinearne la difficoltà, aggrottava la fronte e stringeva le labbra in una smorfia buffa, volutamente teatrale. Alla spiegazione teorica preferiva l’esempio, l’apologo. Spaziava con naturalezza dalla morale alla politica, dal mondo animale a quello vegetale. Coltivava il paradosso; una barriera che amava mettere tra sé e i suoi simili di cui, osservava preoccupato, spesso faticava a comprendere i comportamenti.

C’eravamo conosciuti qualche anno prima, agli inizi del 1968, in uno dei tanti incontri, comuni all’epoca, tra studenti e operai. Era dei pochissimi che non diceva “noi operai” o “voi studenti”; neppure manifestava diffidenza verso i giovani alieni che si presentavano davanti alle portinerie delle fabbriche per dettare le regole della rivoluzione. Era invece interessato a sapere cosa pensavano del mondo quelli che avevano frequentato le scuole “alte”. Se, per caso, esistessero cose che a lui operaio erano rimaste nascoste. Nelle riunioni si distingueva per una sua maieutica, domande provocatorie riconducibili al tema dello “sviluppo”, concetto la cui apparizione giudicava nefasta non solo per il movimento comunista ma per tutto il genere umano.

Lo “sviluppo”, durante i decenni precedenti, era stato l’alibi per le decisioni più cervellotiche. Anche Pier Paolo Pasolini la pensava come lui. “L’abbiamo pensato ognuno per conto suo”, sottolineava con orgoglio. “Sviluppo” lasciava credere che il meccanismo della crescita economica come quello che c’era stato al tempo del “miracolo” (“che poi bisognerebbe vedere che miracolo è stato”) fosse capace di operare all’infinito. Una idea smentita dalle osservazioni che lui stesso aveva condotto sul mondo circostante ma che inspiegabilmente permaneva. Che spiegazione potevo dargli io, che facevo lo storico, della sua persistente popolarità a fronte delle prove indiscutibili del suo fallimento? E perché gli uomini cadevano in una trappola così mal costruita di cui tutti i giorni potevano constatare la falsità?

Gino non sapeva degli autorevoli scienziati impegnati, dagli anni Sessanta, a dimostrare i “limiti dello sviluppo” ma, quando glielo avevo detto, non si era stupito. Una critica alla sua portata, aveva osservato, a maggior ragione doveva esserlo per dei “professori”. Lo addolorava invece che, nel campo amico dei partiti di sinistra e dei sindacati, “sviluppo” avesse sostituito “progresso”, parola meravigliosa colpevolmente dimenticata. Vuoi vedere, diceva, che gli studenti del ’68, gli “extraparlamentari”, erano accusati dai partiti di sinistra di essere “astratti” e “fumosi” solo perché avevano scoperto l’imbroglio? Dalla Cina a Parigi fino a Campi, la frazione di Genova Sampierdarena dove c’era il suo stabilimento, Ansaldo Elettromeccanico, il ritorno dell’utopia e la critica dello “sviluppo” lo avevano fatto sperare. A me, come storico, Gino aveva affidato il compito di studiare i cambiamenti improvvisi di umore di cui entrambi, io nell’università e lui in fabbrica, eravamo stati testimoni. Diceva che se fossi riuscito a scoprire le ragioni profonde di quei movimenti che così facilmente avevano superato barriere geografiche e sociali sarei sicuramente diventato una celebrità; “un nobel” precisava.

La nostra era diventata rapidamente una amicizia senza riserve fatta di confronti furiosi e di scoperte; specialmente mie. Abitava con la moglie Delia e una vecchia madre, Felicina, ai Coronelli in una piccola casa a due piani, scomoda da raggiungere – collegata alla carrozzabile da una lunga scalinata e un sentiero percorribile solo a piedi – ma dove a chiunque era assicurata, in qualsiasi giorno dell’anno, una accoglienza fastosa. Il vino, rigorosamente bianco, proveniva dalla sua “villa” e costituiva insieme alla politica il consumo principe. Col tempo, insieme ad un amico da me trascinato nell’avventura, ero diventato suo vicino, proprietario di un piccolo vigneto da restaurare. Lui curava la sua vigna; noi guardavamo, provavamo e imparavamo. Intanto ci raccontava del padre, del nonno, dei vicini mostrando le tracce, ancora visibili sul terreno, di chi in passato aveva lavorato quelle ville. La mattina d’aprile del 1985, quando avevo scoperto il vano segreto, stavo ultimando la potatura della vigna. Quel giorno, nel mondo dei Coronelli che i racconti di Gino, mese dopo mese, avevano dilatato a nostro beneficio, era entrato con le sue armi anche Luciano, il cugino salito in montagna con i partigiani.

“Io – aveva detto Gino – sarei l’eroe negativo che nei romanzi serve per far capire l’importanza dell’eroe positivo che poi sarebbe Luciano. In aprile, maggio del ’44, quando era rifugiato qui, abbiamo passato notti intere a parlare. Lui mi raccontava di lassù ma io non capivo. Avevo visto navi intere andare a fondo, aerei, cannoni, gente morta che un attimo prima eran lì a parlare con me. Mi sembrava di sapere tutto della guerra e questi che volevano combattere stando sui monti non arrivavo a capirli. Mi sembravano più scemi che coraggiosi. Mi ricordavo di questo cugino bravo, preciso, silenzioso e non ce lo vedevo andare a mettersi in quelle storie… Pensavo che potesse essere la conseguenza di abitare a Bolzaneto, una periferia. Questi poverini, mi ero detto, non hanno capito cos’è la guerra; non sanno ancora niente”. Anche lui, quando era partito nel ’42, non sapeva niente. Ma aveva imparato in fretta: “già prima del 25 luglio c’era gente imbarcata con me sul Vivaldi che, appena poteva, scendeva a terra per qualche lavoro e non la vedevi più”. Erano stati i siciliani a dare il via. Loro sapevano le cose sempre prima degli altri. “E poi a bordo non è come l’esercito che la truppa non sa niente. A bordo si sa tutto di tutto”.

A fine agosto la nave di Gino era arrivata a Genova per dei lavori. Tutti a bordo, consegnati, fino a sera quando era arrivato un ammiraglio. All’adunata sul ponte, al momento di cominciare a parlare, aveva buttato il suo berretto da una parte; un gesto confidenziale che a Gino era parso sospetto. Le parole che erano seguite non erano state più rassicuranti; qualcosa come “vi ho aspettato a Genova con ansia; purtroppo vi comunico che dovete partire immediatamente per una cosa breve ma vi dò la mia parola che per quando ritornerete vi organizzerò una bella festa”. Gino aveva lanciato una occhiata a un coetaneo di Rivarolo, imbarcato con lui. Semplice “acquaiolo” ma capace di “tenere testa anche gli ufficiali”, era uno che della nave possedeva il cuore. A distanza di anni era come se Gino lo avesse ancora davanti. “Niente parole; ha fatto la faccia seria, ha aggrottato la fronte e mi ha fatto un segno, ma piccolo eh, con la testa come dire andiamo. Abbiamo imboccato lo scalandrone e portato via u belin. La sera stessa la nave è andata a Sud senza di noi. Dopo l’8 settembre, mentre passava le Bocche di Bonifacio, i tedeschi le hanno mollato due o tre cannonate; a fondo: morti quasi tutti. Salvi solo una decina presi dagli americani e portati a Bari. Altri venti o venticinque, di duecento che eravamo, li hanno presi i tedeschi e deportati in Germania. In tutto a salvarsi, alla fine, non sono stati più di 15″.

Abbandonato il Vivaldi, Gino era tornato a casa, ai Coronelli, e organizzato la sua sopravvivenza. “Zappavo e facevo i lavori. Avevo anche una capra e me la portavo a pascolare nelle ore che era meglio stare distante da casa. Per parlare c’erano le figlie degli sfollati. La notte, dove dormivo, mi tenevo vicino il fucile. Avevo imparato a sparare bene, non ero un inesperto; a Pola avevo fatto una vera scuola. Avevo la tranquillità del guerriero; mi dicevo: se vengono mi trovano”.

Così erano passati circa dieci mesi fino alla notte in cui ai Coronelli era comparso Luciano che, anche dopo aver visto da vicino, alla Benedicta, una guerra finita male, avrebbe finito per tornarci dentro. Risalito sui monti nell’estate del ’44, era approdato alla fine dell’autunno alla banda di Battista, la Balilla, che operava sulle colline che circondavano Bolzaneto. Una ventina d’uomini, senza una vera base, che si spostavano in continuazione da un luogo all’altro. Tipi duri, decisi, aveva detto Gino. Una volta i tedeschi, scontrandosi con loro, a Cravasco, un piccolo borgo lì vicino, avevano perso 9 uomini. Per vendicarsi avevano prelevato una ventina di politici in carcere e li avevano portati sul posto e fucilati. Quelli della Balilla però non ci avevano pensato due volte e, per rappresaglia, sempre nello stesso posto, avevano fucilato 40 loro prigionieri.

Della “controrappresaglia” di Cravasco sapevo vagamente. Non era un segreto ma apparteneva agli atti di guerra di cui non si ama parlare. Contrastava sicuramente con l’immagine generosa, consolidata ormai da tempo, del movimento partigiano. Ne ebbi una conferma la settimana successiva quando con Gino andammo a mangiare nella trattoria della “Gusta”, a Camporsella, poche case in collina sopra Bolzaneto. La Gusta, sosteneva Gino, gli uomini di Battista li aveva conosciuti bene. Tante volte li aveva ospitati, per dormire o per mangiare.

Arrivammo portandoci il vino (“qui si può e poi a me piace solo il mio…”) e mangiammo con altri a una tavolata sotto una pergola. In cucina vidi la Gusta: minuta, magra, occhi chiari e pungenti, privi di simpatia. Un filo di rossetto, applicato in modo approssimativo, contrastava con l’abito dimesso e l’età, sicuramente superiore agli ottanta.

– Sai cosa voleva sapere, questo mio amico…? della Balilla, di quei giorni là, di Battista.
– Perché non glielo dici tu.
– Ma tu li hai conosciuti bene e poi lui vuol sapere di Cravasco, di quella volta che…
– Avrebbero dovuto farlo prima e il doppio, non 40 ma 100…

Durante lo scambio di battute, in dialetto, lo sguardo della Gusta non mi aveva neppure sfiorato; come se non ci fossi. “Erano molto giovani” avevo detto io, cercando di richiamare la sua attenzione su di me. E lei, sempre senza guardarmi e in genovese, “non erano giovani, erano uomini, quelli”. Come dire che noi lì – io sicuramente e forse anche Gino – non potevamo essere considerati tali. Da qui il suo disinteresse per il seguito della conversazione e, a mo’ di congedo, m’aveva indicato con un movimento degli occhi un quadretto posto vicino al banco zincato delle bibite dove comparivano incorniciate sette o otto foto tessera. Conoscevo solo il volto di Battista, il comandante della Balilla. Chiesi degli altri ma lei mi girò le spalle per tornare in cucina. Così era finito il primo tentativo di sapere di più. Proposi allora a Gino di organizzare un incontro con Luciano, il cugino che si era rifugiato nella tana dei Coronelli.

Arrivò due settimane dopo. Basso di statura, tarchiato, sorriso gentile, cauto nei giudizi, stava finendo la sua carriera nella popolazione attiva come maresciallo della polizia stradale. Preciso nel ricordare i fatti, era di una meticolosità ossessiva nel richiamarne i particolari. Al momento pensai che si trattasse d’una deformazione professionale: l’infinità di verbali di incidenti stradali che aveva dovuto compilare. Solo col progredire dei nostri rapporti mi resi conto come Luciano attribuisse ai particolari il compito di tracciare il confine tra il caso e la necessità. Bonario, con qualcosa di pretesco, proponeva una immagine di sé che contrastava con quella che m’ero fatta di un duro uomo d’azione. Conciliante, interessato alle sfumature, i suoi giudizi contrastavano con quelli drastici, sempre al limite del provocatorio, di Gino, che però uomo d’azione non era stato. Malgrado ciò il legame tra loro era profondo; una stima reciproca, totale, visibile. Un sodalizio che ormai doveva intendersi esteso anche a me e che fu celebrato a tavola. Qui, dopo la consueta rassegna di ricordi casalinghi si arrivò a parlare della famosa notte in cui Luciano era giunto ai Coronelli, del suo incontro con il cugino disertore, della tana, delle armi e dei partigiani. Di Cravasco e delle rappresaglie non si parlò salvo che per una allusione. “Quel fatto che vuoi studiare e che poi ne parleremo” aveva detto a un certo punto Luciano, rivolgendosi a me, aggiungendo di aver saputo da Gino della nostra andata dalla Gusta. Si parlò invece dell’8 settembre, di quello che loro due all’epoca sapevano della guerra, e dei bandi ultimativi che a partire da novembre imponevano a Gino come militare e a Luciano come richiamato della leva del ’24 di presentarsi ai rispettivi distretti.

Gino era rimasto a casa, nascosto nei dintorni della sua “villa”, dedito al pascolo e alle conversazioni con le ragazze sfollate. Luciano dopo aver partecipato alla raccolta di un po’ di fucili abbandonati dai soldati nella notte tra l’8 e il 9 settembre e aver affisso qualche volantino per conto dei comunisti, il 20 febbraio 1944 era salito ai monti. Il giorno successivo era l’ultimo giorno utile per presentarsi al distretto. Aveva scelto la renitenza ma “non pensavo certo di andare a far la guerra”.

I tedeschi, aveva commentato Gino, fino ad allora erano sembrati tipi tranquilli. “Forse perché i primi che avevano mandato in Italia erano anche i più vecchi”. Con questa convinzione, il 9 settembre 1943, dopo l’annuncio dell’armistizio, era sceso a Rivarolo, in piazza dove, nei pressi del consueto mercatino di frutta stazionava, arrivata con altre durante la notte, una autoblindo tedesca con tanto di soldato che spuntava dalla torretta. “Guardavo e intanto mangiavo una mela; alla fine – non so cosa m’era girato – gli ho tirato il torsolo; tanto bene che è finito proprio lì dove lui veniva fuori. Una bravata non una cosa politica. Di colpo è venuto un silenzio strano; tutti fermi a guardare. Quello che spuntava ha detto qualcosa a uno di sotto e il cannone ha cominciato a girare dalla mia parte. Un fuggi fuggi che non ti dico; io con gli altri. Intanto mi dicevo: ma guarda un po’, chi l’avrebbe pensato. Per dire come dei tedeschi fino a quel giorno proprio non sapevamo niente”.

Luciano ascoltava divertito, approvando. “Io, ero ancora più ignorante di te. La notte tra l’8 e il 9 avevo visto i tedeschi prendere la caserma vicino a casa mia. Avevano fatto prigionieri migliaia dei nostri, così tanti che alla fine li avevano dovuti mollare. Erano bastati pochi di loro per mettere fine a un esercito; migliaia di soldati scomparsi in un soffio. Poi la calma, il mondo di tutti i giorni. Che ragionamenti vuoi che facessi; che fin lì ci si poteva anche stare; avevo il mio lavoro”.

L’8 settembre aveva coinciso per entrambi con la scoperta dei tedeschi. Nessuno dei due ricordava d’aver provato sentimenti di ribellione. Piuttosto stare in campana; Gino nella sua “villa”, Luciano a Bolzaneto. In seguito, quando il cerchio si era stretto, si erano imposte decisioni più meditate. Gino, catturato dalle Brigate nere a caccia di imboscati mentre portava al pascolo la sua capra, era riuscito a fuggire buttandosi a capofitto in una forra. A sera era tornato a casa ma da quel momento aveva moltiplicato le cautele (“Qualcuno sapeva, vedeva, ma in campagna se qualcuno ti denuncia non è difficile sapere chi è stato…E lo sa anche lui”). Quanto a Luciano, invece di presentarsi in caserma come richiesto dal bando, aveva accolto la proposta di un comunista conosciuto nelle settimane precedenti ed era salito ai monti.

In seguito mi sono chiesto se i due, prima di essere sollecitati da me, avessero mai messo a confronto le rispettive storie. Entrambi erano comunisti – sui generis, come tutti i comunisti che ho conosciuto – in pace con la coscienza. Uno era andato a combattere coi partigiani mentre l’altro era rimasto a casa, tutti e due, almeno all’apparenza, ben convinti di quello che stavano facendo. Si raccontavano i particolari delle rispettive esperienze ridendo e commentandoli senza timore che l’altro potesse vedervi una pur minima contrapposizione. Giudicavano la rispettiva scelta nei confronti della guerra come frutto della necessità, risultato di un destino maturato in precedenza, altrove. Non mi era chiaro quando e dove.

Era un territorio che, sia pure in modo approssimativo, avevo cominciato a esplorare raccogliendo storie di operai, di militanti politici, di partigiani. Cercavo le relazioni tra i destini individuali e gli eventi “epocali” tra cui sicuramente andava collocata la guerra e la guerra partigiana in particolare. Quei punti di intersezione tra noi e “i fatti generali” dove – si dice (si legge nei libri ma non è vero o comunque non vanno presi alla lettera) – siamo obbligati a scegliere tra l’andare da una parte o dall’altra.

Roberto Battaglia (n. 1913), a 20 anni promettente studioso del Barocco, era stato sorpreso a Roma dal 25 luglio “intento a correggere pazientemente le bozze di un volume sul Bernini”. Nell’ufficio dove lavorava i ritratti del duce erano stati accuratamente staccati e sul muro era rimasto solo quello del re “sotto una corona reale opportunamente ingrandita”. L’8 settembre, dal suo ufficio, aveva sentito crepitare le mitragliatrici che difendevano porta S. Paolo contro i tedeschi e si era unito alla folla che guardava silenziosamente i granatieri che tornavano stanchi dal combattimento, sicuri di poter ancora vincere. Poco dopo aveva assistito “allo spettacolo umiliante dei nostri soldati trasformati nel giro di poche ore in fuggiaschi che buttavano via giacca e stellette”. Ma ciò che lo aveva deciso ad abbandonare Roma e a lasciare le sue amate ricerche non era stato quel giorno di vera tragedia ma “come spesso capita, un particolare della mia vita abituale, l’ultima goccia d’acqua di un vaso già pieno. Nella stanza del mio ufficio con la stessa tranquillità con cui s’era staccato il ritratto del duce, si staccò quello del re e si sostituì con quello del pontefice: l’Istituto di cultura già “Reale”, abbreviò il proprio titolo in “R.” Il che, come gli aveva spiegato con compiacenza il suo direttore, poteva significare tanto “reale” quanto “repubblicano”. “Disgusto e incapacità di sopportare le piccole cose, mentre si è assistito senza capacità di reazione ai più vasti avvenimenti: ecco ciò che in questo caso, come in altri della vita, dà l’ultima spinta verso il futuro…”. Quello stesso giorno Battaglia aveva deciso di lasciare Roma senza rimpianto.

Le date topiche, come l’8 settembre e il 25 luglio, esistono per davvero ma esse non possono essere sovrapposte in modo meccanico a quelle delle decisioni dei singoli: restare, scappare, nascondersi, andare con gli uno o con gli altri o, come nel caso di Battaglia, decidere che la misura è colma. Queste infatti non hanno il giorno sul calendario e in qualche modo hanno a che fare con quello che ognuno di noi ha già vissuto. Le storie del disertore Gino e del renitente Luciano erano per caso già scritte? Cosa aveva fatto di un mite e laborioso ragazzo della Bolzaneto povera un guerriero deciso al punto di non arretrare di fronte ai gesti più cruenti? Cosa aveva spinto Gino a imboccare ancor prima dell’8 settembre la rischiosa strada della diserzione e in seguito a tenersi lontano dal mondo della ribellione armata?

Quel giorno a tavola cominciai lentamente a capire. Quella dell’eroe negativo, come Gino si autodefiniva in contrapposizione a Luciano, era solo una battuta destinata a me. Un modo con cui mi informava delle sue frequentazioni letterarie. In verità le rispettive storie avevano ai loro occhi un identico segno di valore; il disertore come il partigiano. Al contrario di quanto avviene nella storiografia resistenziale, o nel racconto morale, dove la figura del primo – in assenza di particolari motivi d’ordine religioso – ottiene una considerazione positiva solo se prelude ad una svolta verso la seconda; da disertore della guerra sbagliata a combattente di quella giusta, da renitente a partigiano e così via.

A tavola, quel giorno, risultò evidente anche la solitudine dei loro percorsi, delle condizioni in cui avevano maturato la loro “scelta”. Nelle storie di uomini e donne che ebbero una parte, anche modesta, nella Resistenza, compaiono sovente organizzazioni politiche o reti amicali intervenute a sostenere in qualche modo i comportamenti dell’uno o dell’altro. Si tratta di supporti che, per lo più, entrano in campo quando le decisioni sono già prese. La resistenza al fascismo non nacque corale; lo diventò, ma poco, verso la fine. Le storie dei suoi protagonisti piccoli e grandi provano come la maggior parte di loro non abbia pensato di interpretare i sentimenti dei più. Solo i pochi appartenenti ai gruppi armati poterono godere, una volta compiuta “la scelta”, del conforto del gruppo e dell’approvazione dei partiti antifascisti.

Era la solitudine il primo segno di valore che accomunava le scelte di Gino e di Luciano. Renitenza e diserzione, anche quando non avevano avuto uno sviluppo verso la guerra combattuta, erano viste da entrambi come degne dello stesso rispetto; la stessa fatica solitaria, lo stesso pericolo. Erano il primo fondamentale gesto di resistenza, la ribellione alla imposizione, alla autorità, al senso comune. Ribellione era la parola magica; corrispondeva al vissuto di entrambi ed eguagliava le loro esperienze.

Potrei intitolare così il confronto tra Gino e Luciano: “Come nel 1985 un operaio in pensione e un maresciallo della polizia stradale, che nel ’43 avevano rispettivamente 22 e 19 anni, dibattendo di renitenza e diserzione, posizioni manifestatesi tra i giovani in seguito ai bandi di chiamata alle armi della “repubblica”, le giudicano, al contrario dei partiti politici antifascisti – allora appena ricomparsi – che le avevano considerate politicamente poco significative, importantissime per il movimento di resistenza che era seguito”. Avevano infatti costretto centinaia di migliaia di individui e di famiglie a interrogarsi e a scegliere (resto o vado; aiuto o non aiuto; decido subito o rinvio la scelta ecc.). Un decidere che si era protratto e rinnovato per mesi in situazioni sempre diverse. Uno choc, commentava Gino. I partigiani – proseguiva con l’approvazione compunta di Luciano – avevano violentato l’antifascismo, compreso buona parte di quello comunista che “parlava di armi ma non le aveva mai usate”. In seguito, celebrazioni e retorica di partito avevano oscurato i fatti preferendo interpretare il partigianato come uno sviluppo dell’antifascismo tradizionale. “Ma di quella roba, diceva Luciano, noi o almeno io non sapevamo niente; niente di niente”.

Gino – dissacrante come sempre e forse pro domo sua – affermava che il vero nemico del fascismo di Salò e dei tedeschi era stato il renitente, il ribelle prima ancora del partigiano. Per capire come stavano allora le cose, diceva, bastava guardare i loro manifesti: “fucilazione per i renitenti”, “attenzione banditi”, “attenzione zona infestata da ribelli”, “taglia di un kg di sale per informazioni sui ribelli”. Erano i tedeschi e i fascisti a dirlo: il loro nemico erano renitenti, ribelli, banditi e partigiani. “I manifesti non erano contro l’antifascismo ma contro i ribelli; l’antifascismo c’era anche prima, il ribelle no”.

Il ribelle aveva avuto il potere di dividere o anche solo scremare l’antifascismo. Gino lo spiegava con abbondanza di esempi tratti dalla esperienza quotidiana di Begato, il borgo che comprendeva la frazione dei Coronelli dove abitava. La figlia del fascista sfollato che disprezzava il padre – “gli piaceva farlo indispettire” – e portava alla Gusta, a Camporsella, dove si diceva che passassero i partigiani, la roba da mangiare che il padre nascondeva in cantina. Due ragazze che, per proteggere i renitenti locali, avevano organizzato una specie di osservatorio sulla strada che dalla costa di Rivarolo portava a Begato e battevano dei colpi su una latta se vedevano arrivare dei foresti.

Imbracciare le armi aveva costituito la provocazione insanabile; aveva radicalizzato ma anche rinnovato gli schieramenti. Un compagno di sventura di Luciano, come lui in fuga dalla Benedicta, era riparato in casa di un fascista che aveva mandato a dire alla “Società” di Bolzaneto dove gli antifascisti si incontravano in riunioni evidentemente non troppo segrete che se lo venissero a prendere. La beghina Manin, mamma di Luciano, che “faceva acquisti e cucina ” per i partigiani. Gusta e altri impegnati a fondo (“ora tocca a noi”) nel sostenere la Balilla al contrario ad esempio di altri patrioti che, pur impegnati nella causa, erano restii a collaborare con i partigiani per il timore di possibili ritorsioni. E al contrario anche dei due “compagni” di Begato che attivi nella cospirazione – “la notte attaccavano i volantini del CLN ” – auspicavano, “per la sicurezza di tutti”, una rapida partenza dei partigiani per una montagna più lontana.

Imbracciare le armi era stato il frutto d’un percorso quasi sempre privato. Segnato in qualche caso dall’ideologia, dalla politica, dalle parole familiari; più spesso risultato di intrecci apparentemente fortuiti di cui gli storici – altro nodo che Gino mi incaricava di sciogliere – erano chiamati a dare ragione. E qui i due davano fondo ai loro ricordi dove, in una gustosa casistica, parenti, amici, conoscenti, conoscenti di conoscenti andavano a comporre una complessa geografia della opposizione al fascismo di cui solo in seguito avrei apprezzato a fondo l’importanza ma che allora ascoltavo con una certa sufficienza; come succede quando qualcuno pretende di illustrarci le vicende della macroeconomia con osservazioni condotte sul mercato rionale.

In nome di questa complessità Luciano, interrogato, cercava di ricostruire la serie infinita di piccoli gesti in cui amava scomporre le sue azioni passate perché – diceva sorridendo – sperava sempre di trovare nascoste da qualche parte le ragioni delle scelte della sua vita, su cui più volte si era interrogato ma che continuavano a sfuggirgli. “A meno di non volere – chiosava – far riferimento ai soliti paroloni che, quelli come me, allora, neppure conoscevano”. Per questo si prodigava a elencare gli episodi, a dividerli in sottoepisodi e poi a scomporli ulteriormente col risultato di allontanare l’argomento per cui lo avevo contattato, che poi era la storia delle rappresaglie di Cravasco e di come lui era diventato un guerriero.

Ci lasciammo verso sera con l’impegno che sarei andato a trovarlo e lui m’avrebbe finalmente raccontato di sé. Al momento del congedo Gino era intervenuto pressante. “Parlighe, digghe tutto, gli aveva detto, t’è capiu?” (Parlagli, digli tutto, hai capito?). E – ancora in dialetto – “è uno storico; deve sapere; devono sapere”. Tu, aveva aggiunto rivolto a me – il tono era un dolce invito a superarmi – “cerca di farti capire, fatti dire bene chi erano, cosa facevano, cosa si dicevano, cosa mangiavano… che poi verrà un giorno che di loro non ci sarà più nessuno e non si capirà niente di quello che è successo”. Era sinceramente preoccupato che “dopo” non si venisse a sapere o, peggio sopravvivessero solo storie di comodo. Come succedeva quando si parlava di fabbriche e di operai: “quando leggo i documenti del partito sulle fabbriche – diceva – mi domando se sono gli stessi posti dove lavoro io…”.

Circa un mese dopo andai ad Alessandria. Qui Luciano aveva casa ma per parlare scelse un bar. Vi lessi un desiderio da parte sua di temporeggiare, un passo indietro rispetto all’incontro precedente. Ci rivedemmo solo 4 anni dopo, nel febbraio del 1989. Gli avevo fatto avere un primo abbozzo del lavoro che andavo scrivendo sui partigiani della Sesta Zona. Gli era piaciuto e, questa volta, era stato lui che, tramite Gino, m’aveva proposto un appuntamento. Di nuovo ad Alessandria ma a casa sua: moglie, figlia, appartamento ordinato, una ospitalità dolce, discreta. Subì coraggiosamente il mio interrogatorio a cui ne seguirono altri. Ad una mia richiesta di precisazioni che gli avevo fatta pervenire per lettera rispose in modo puntuale con una memoria, scritta, di una decina di pagine. Malgrado col tempo la nostra confidenza fosse cresciuta, non abbandonò mai la cautela. Se trattava di questioni che giudicava troppo personali mi chiedeva di spegnere il magnetofono. Non era mancanza di fiducia, mi diceva, ma “delle cose di guerra non sempre si può parlare in tempo di pace”. Anni dopo, una frase quasi identica la sentirò pronunciata da Mauro, un altro partigiano della Balilla che ero andato a intervistare sulla stessa materia.

Con Luciano ci vedemmo anche in occasione di commemorazioni partigiane e di nuovo, più volte, a Begato prima della morte di Gino avvenuta per un cancro ai polmoni nel dicembre del 1991 dopo pochi mesi di malattia. Gino aveva fatto del suo cancro l’ennesima occasione di provocazione. All’inizio mi aveva chiesto di aiutarlo a morire. Mi accusava di tradire la nostra amicizia. Non puoi accettare di vedermi soffrire, mi diceva, mentre mi chiedeva di portargli una pistola. Poi era entrato in una fase di riflessione. Telefonava agli amici le sue sensazioni di moribondo. Chiedeva che lo venissero a trovare. “Ora è possibile, poi non ci vedremo più”, diceva, stupito di fronte al paradosso di poter annunciare la propria morte e compiaciuto per come riusciva a controllare una fase così precaria della sua vita. Comparvero così ai Coronelli una infinità di compagni di lavoro, che – malgrado i nostri 20 e più anni di frequentazione – mi erano rimasti del tutto sconosciuti.

Intanto la chemio faceva la sua parte. “Ma guarda, diceva stupito, succede proprio come ho sentito dire da altri: a volte pensando alla morte non mi dispiace, la sento come qualcosa che mi completa, che corrisponde al fatto che io sono un corpo, che ero piccolo e poi sono cresciuto e via così. Altre volte invece sono triste. La morte mi sembra crudele”. Leggeva Camus e Canetti e trovava strabiliante che persone “senza essere malate” potessero esprimere concetti capaci di tradurre i suoi stati d’animo. Qualcosa però, diceva, su quei libri mancava e di nuovo avrei dovuto essere io ad indagarla: se c’era un rapporto tra la vita che lui aveva vissuto e il suo modo di morire. Perché, aggiungeva, un rapporto non riducibile a quello materiale dei suoi polmoni compromessi da milioni di sigarette doveva pur esserci.

Un giorno mi aveva sorpreso mentre, nella stanza semibuia, lo guardavo. Appena tornati da una terapia in ospedale, un viaggio in ambulanza penosissimo: lui, sfinito, abbandonato sul letto. Lo osservavo chiedendomi se sarei stato capace di soffocarlo, chiudere la partita come a suo tempo m’aveva fatto giurare che avrei fatto quando si fosse avvicinato il momento. Forse il mio sguardo era particolarmente esplicito, comunque era stato sufficiente a preoccuparlo. “Magari ti chiederai, mi aveva detto con un filo di voce, perché ora non voglio più morire; beh non lo voglio. Sarei disposto a vivere, anche ridotto così. Chissà perché… Io che son qui che muoio dovrei saperlo ma non so dirtelo. Eppure vorrei saperlo. Sarebbe una cosa importante, per tutti”. Davvero la sua passione speculativa non conosceva ostacoli. Morì due settimane dopo senza trovare una risposta convincente all’ultimo quesito che lo aveva appassionato.

Otto anni dopo anche Luciano si ammalò di cancro e ne morì, all’inizio del 1999. Dopo che il tumore era ormai in fase molto avanzata ci eravamo sentiti e scritti almeno un paio di volte. “Vieni a trovarmi quando vuoi”. Io avevo sempre domande; non è perché uno sta morendo che ci sia motivo di non farle. E poi è un modo per tenersi compagnia.

 

II. La prima vacanza

– Ma tu, con precisione, cosa vorresti sapere?
– Com’è andata che sei andato lassù, coi partigiani.
– Me lo sono chiesto anch’io – Luciano sorride – non sai quante volte.
– Potresti almeno farmi fare con te un po’ della strada di quel giorno.
– Era il 20 febbraio, 1944, pomeriggio di domenica, le 5 o al più tardi le 6. Questo è assolutamente certo. Manin, mia madre non era in casa perché a quell’ora era a vespro. Io non avevo ancora compiuto 20 anni.

Facile a ricordarsi perché il lunedì 21, il giorno successivo, era l’ultimo utile per presentarsi a Vercelli, al distretto militare, e lui, prima di decidersi per il “no”, ci aveva rimuginato a lungo contribuendo così a rendere memorabile la data del 20. Ma non tutto quello che era avvenuto in seguito era cominciato il 20 febbraio. Anzi. Ad esempio, dopo pochi giorni, qualcuno salito ai monti insieme a lui aveva deciso di tornare indietro: troppo freddo, troppa fame, troppa incertezza. Lui invece era rimasto: anche quello – mi aveva fatto notare – doveva essere considerato un giorno importante, no? E poi durante il rastrellamento della Benedicta dei primi di aprile del ’44 il buttare via le armi, il giurare mai più lassù e poi invece tornarci: quanti giorni decisivi, quante scelte. Non si poteva farle discendere tutte da quella iniziale. La pensavo così anch’io? C’era stato chi era tornato a casa dopo pochi giorni e chi, scampato all’eccidio seguito al rastrellamento, era passato col nemico o si era presentato al distretto chiedendo scusa per il ritardo. E chi come lui era entrato in una squadra gappista fino a quando, scoperto, era di nuovo salito in montagna, aveva combattuto, era stato ferito e, guarito, era tornato in banda coi vecchi compagni e con loro aveva combattuto fino alla Liberazione.

No, la sua renitenza non gli sembrava “una scelta obbligata”. Comunque il padre non c’entrava. Era morto da tempo e a Luciano ne era rimasta una immagine sbiadita; a letto o su una sedia, frustrato dal non poter lavorare, affiancato da una moglie silenziosa sempre impegnata ad arginare, inventare per sostenere il peso quasi impossibile di due figli e che così facendo sottolineava involontariamente l’inconsistenza del marito sempre più diafano e malato. Luciano e il fratello, maggiore di lui di due anni, ne avevano assunto, una parte per ciascuno, il ruolo. Un patto silenzioso con la madre che Luciano aveva rotto la domenica 20 febbraio 1944; da solo, perché del fratello, dal luglio 1943, non si sapeva più nulla. A Vercelli, al distretto dove Luciano avrebbe dovuto presentarsi il giorno successivo, forse l’aspettava l’esonero: la madre vedova, il fratello disperso, il Vittoria – lo stabilimento dove lavorava – impegnato nella produzione bellica. Invece era andato ai monti. Più di una partenza: la rottura della solidarietà familiare, l’abbandono della madre. Se ne era andato e basta. “Ancora oggi mi chiedo come ho fatto, se avevo dei dubbi ma non ricordo niente, una specie di trance…”.

Dopo era cominciato un viaggio, faticoso, dove tutto quello che aveva immaginato, desiderato o temuto, era scomparso di fronte a una organizzazione deprimente e pericolosa. Ma non per questo aveva preso in considerazione la possibilità di un ritorno. “No; era impossibile”. Quella domenica pomeriggio la sua vita era cambiata perché aveva deciso – disse che gli appariva chiarissimo solo ora che me lo stava raccontando – che non sarebbe tornato indietro.

Cosa gli era piaciuto lassù? La possibilità di applicarsi ad una organizzazione, e poi una certa pace che neppure le scomodità potevano incrinare; il cominciare a pensare una vita da zero, quasi un gioco, di quelli che, da ragazzo, non gli erano stati concessi. E poi il suo comandante, Casalini (Emilio Casalini n. 1920), “dolce”, convincente; la sua sicurezza di ufficiale, vero, il suo modo di guardare negli occhi in silenzio mentre gli parlavi. “Un grande: aveva solo 4 anni più di me ma lui era un uomo compiuto. Penso che fosse per la cultura dato che di vita e lavoro io ne avevo da dar via…”. In seguito Luciano aveva scoperto che anche altri saliti allora con lui avevano tratto dall’incontro con Casalini la stessa impressione profonda: rispetto, familiarità, le sue parole sconosciute il cui significato risultava però chiarissimo a tutti.

Alla Grilla, la cascina dove era stato accantonato il suo distaccamento, Casalini gli aveva proposto un rapporto umano basato sull’educazione e il rispetto. Niente a che fare con Leo (n. 1923), un giovane che li aveva ricevuti allo smistamento, “che urlava ordini alla militare e ci trattava come bestie”. Casalini invece gli chiedeva se conoscevano quei luoghi, delle loro scuole, del lavoro. Aveva un modo semplice, gentile, incoraggiante. “Per noi lassù, ma credo per qualunque ragazzo di allora, il suo era un atteggiamento sorprendente. Tra grandi e giovani i rapporti allora erano rozzi; anche tra giovani”.

Quanto al combattere facevano dei discorsi sulle possibili ritirate e sulle manovre da fare ma l’idea dello scontro proprio non c’era. “Aspettavamo tutti la fine dell’inverno e l’arrivo degli Alleati. L’aspettavamo armati ma aspettavamo”. Non erano sbarcati l’8 settembre ma l’avrebbero fatto in primavera. Sarebbero arrivati e, quel giorno, loro, i partigiani, avrebbero detto: ecco siamo qui anche noi. Andare in montagna non aveva ancora il significato, assunto in seguito, di andare a combattere. Anzi. Per non dire che le montagne, quelle vere, da loro non c’erano, e quelle esistenti erano solo meta di cacciatori o di appassionati dei circoli escursionistici. Loro, i giovani della periferia o dei comunelli periurbani, sapevano solo che i monti lì attorno erano poveri, incolti, inospitali; non una economia rispettabile ma una sopravvivenza. Un ricovero scomodo, fuori mano del nemico – o almeno così ingenuamente si credeva – e per questo sicuro.

Dal punto di vista militare il discorso finiva lì: erano i primi ad avere la consapevolezza dei loro limiti. Una notte erano scappati tutti a gambe levate per il raglio di un asino prima di scoprire che era un merciaio che girava per la montagna, da una cascina all’altra, per vendere la sua roba. Un’altra volta mentre andavamo in cinque o sei verso Ovada con un mulo, per prendere della farina, erano stati sorpresi dalla nebbia. Erano lì a discutere sul che direzione prendere quando gli era arrivata una raffica, partita da un gruppo di russi disertori nascosti da quelle parti. “Feriti ad una gamba uno che era con noi e il mulo che abbiamo dovuto abbattere”. Il mulo macellato era stato diviso tra i vari distaccamenti e per un giorno o due avevano mangiato carne.

Politica? Se ne parlava, si diceva come avrebbe dovuto essere la società del futuro. Tutti, “proprio tutti”, erano convinti di essere all’inizio di una cosa nuova. C’era anche “un certo via vai” di persone più anziane che si fermavano uno o due giorni, “tenevano delle riunioni sul futuro dell’Italia” e poi se ne andavano. Dopo, dicevano, e intendevano dire alla fine della guerra, tutto sarebbe stato diverso. Era una idea che loro, i giovani, avevano assimilato facilmente, come un fatto “naturale”. Della politica faceva parte, in modo vistoso, il moralismo. Ne erano portatori i più anziani, “gente del partito”, con modi che a loro sembravano incomprensibili. “Una mattina, di pattuglia, siamo arrivati vicini a una cascina; in un pollaio, per terra, c’erano delle castagne secche andate a male buttate lì per le galline. Noi eravamo distrutti dalla fame; ci siamo messi a mangiarle come fossero una torta. In quell’attimo arriva uno dei nostri, del comitato del fondovalle: strepiti, accuse di furto; per due castagne marce… Dovete comportarvi bene, urlava”. Avevano convogliato in montagna un esercito di affamati e la loro preoccupazione maggiore era cosa ne avrebbe pensato la gente del posto.

Era una situazione non facile ma, freddo e fame a parte, col seguire dei giorni a Luciano era parsa sempre più coinvolgente. “Era nuova, mi piaceva. Ricordo la mattina che Casalini – era appena arrivato un tavolino pieghevole con una sedia, l’unica – si era messo a scrivere i versi della canzone Dalle belle città date al nemico. In seguito la canzone è stata un po’ cambiata ma allora quando lui l’ha scritta c’era un verso che diceva di giustizia è la nostra disciplina/comunista è l’idea che ci avvicina/ rosso sangue il color della bandiera/ di Stalin l’armata rossa schiera”. Nella versione diventata popolare “comunista”, “Stalin” e “armata rossa” erano stati sostituiti con altre parole “ma le parole vere, lassù, erano quelle”.

Era stato Casalini in persona a dirgli di chiudere la fila quando il 6 aprile – “non albeggiava ancora” – avevano cominciato a tagliare la corda. Gli aveva affidato un’arma automatica nuova di zecca, uno sten inglese, arrivato solo da pochi giorni con uno dei primi “lanci”, agli Eremiti. Anche per questo gli dispiaceva aver perso il contatto col gruppo; scomparso in un attimo nella nebbia. Da Costa Lavezzara dirimpetto alla Benedicta avevano sentito e visto sparare, colpi di intensità diversa, movimenti buffi, piccole corse, il terreno che si alzava come nei film di guerra, che gli piacevano così tanto, ma con in più le scie terrificanti dei lanciafiamme e l’abbaiare dei cani lupo. Si sapeva: erano “cani speciali, addestrati per stanare gli uomini, azzannarli”. La marcia, l’apprensione (“non pensavamo di andare a combattere ma di scappare”), la ricerca di una via di fuga verso il Gorzente, verso Genova, “probabilmente perché il gruppo, lo stesso Casalini, conosceva di più quel lato”. E lui a chiudere la fila, con un mitra, uno dei pochi. Un incarico di responsabilità, un compito solitario. Sulla passerella del lago Bruno erano passati a intervalli, tre per volta mettendo in mostra i loro ultimi scampoli di tattica militare. Da lì in poi c’era stata solo la fuga. Lui sempre ultimo e un po’ staccato. Li aveva perduti. Al suo primo vero incarico militare aveva fallito. Cosa aveva pensato? Niente; ricordava solo il silenzio, interrotto dai colpi sordi dei cannoni delle autoblindo e da qualche raffica, rara e distante, e i luoghi sconosciuti: una situazione irreale. Poi la marcia nell’ovatta della nebbia, il materializzarsi di forme umane, altri “anche più disperati” di lui che come lui si erano sciolti, perduti.

In seguito aveva saputo che mentre loro lì giravano, si cercavano, si trovavano e si perdevano, i nemici fuori, in cerchio, li aspettavano. Eppure loro erano filtrati, senza neppure accorgersene: “le loro maglie non erano tanto strette; ci consideravano poco”. Altri però li aspettavano più in basso. Quando aveva incontrato Luci (n. 1923), anche lui in rotta alla ricerca di una soluzione, erano già in cinque, un siciliano, un calabrese, un sampierdarenese e uno di Rivarolo; lui di Bolzaneto come Luci: insomma l’Italia. Le armi le avevano buttate sin dal giorno prima; le scarpe invece le avevano ancora ma Luci gliele aveva fatte togliere. “Aveva un carattere forte. Non gli avevo mai parlato ma lo sapevo. Forse per qualcosa che mi aveva colpito da bambino; abitava poco distante da me. Lui era senza scarpe e ci è arrivato vicino senza che noi ce ne accorgessimo”. Era tanta la sicurezza, la determinazione che emanava che tutti erano stati d’accordo per chiedergli di guidarli fuori da lì. E lui, per ricambiarli della fiducia, aveva detto: sì, ma toglietevi le scarpe.

– Ma ci sono i ricci di castagno, aveva obiettato Luciano.
– Appunto. Così quando appoggiate il piede, sentite pungere e non fate rumore.

Parole che corrispondevano alla singolarità del personaggio. Loro comunque se le erano tolte e appese al collo. Andavano convinti di avercela fatta quando avevano incontrato un tedesco che se ne andava soletto. Magari s’era perduto anche lui o aveva cercato di filarsela, come quel Mucha, polacco ma soldato del Reich, che poi era finito a combattere con loro nella Balilla. Fatto sta che gli aveva dato il mani in alto. Presi, “sei disarmati catturati da uno solo, però armato”. Camminavano in colonna, loro davanti con le mani in alto e il tedesco dietro con l’arma puntata, mentre Luciano si chiedeva cosa avevano sbagliato: prendere quella strada, lasciare le armi, non prevedere un nemico isolato e sbandato come loro. Mezz’ora dopo un altro incontro: un tipo che se ne andava chissà dove quando le persone di buon senso stavano ben ferme e nascoste. Uno un po’ più grande di loro, ancora giovane però, “che dovunque tu lo avessi visto inquadrato, dalla parte tua o dei tuoi nemici”, capivi che era “uno che faceva da solo e infatti poi da mezze parole è uscito che faceva il ladro”. Messo a marciare davanti al tedesco, come gli altri con le mani in alto, non aveva dimenticato di averle. Aveva fatto finta di inciampare – ma Luciano più avanti e di spalle non aveva visto bene – e, fatto un mezzo giro, aveva infilato una baionetta nel collo del guardiano. “Ecco, tanto per dire il tipo, era uno che, in mezzo a quell’inferno, girava da solo con una baionetta nascosta”. Avevano sentito una specie di urlo, “un po’ strozzato, quasi gorgoglio”, e il tonfo del tedesco che andava in terra. “Ci guardava stupito; dalla gola non uscivano dei suoni, piuttosto quel glu glu glu che fa l’acqua quando sale nei tubi”. Ecco, aveva pensato Luciano, anche lui, il tedesco, aveva sbagliato; aveva sottovalutato il ladro di galline.

Dai Piani di Praglia fino a San Martino erano scesi bene. Niente tedeschi. In compenso a San Martino – era mattina presto – gli erano venute incontro delle donne: andate via, andate via per amor di dio; sono appena passati, hanno ammazzato uno. Di nuovo era stato Luci a decidere: dobbiamo dividerci, aveva detto. Luci si era preso il calabrese, lui il siciliano, i due locali se ne erano andati assieme; da solo, naturalmente, il ladro di polli. Infine ai Coronelli: “Barba sun mi”

– La sera dell’8, o del 9?
– Direi la notte tra l’8 e il 9 ma non dormire fa perdere il senso del tempo.
– Di quei due giorni ricordi un sentimento più di altri, la disperazione di aver perso i compagni, la paura di morire, il pensiero di tua madre…
– Ti sembrerò uno spaccone ma dentro ero calmo; mi è successo anche in seguito, da grande, quando mi sono trovato in altre situazioni difficili. Non ricordo di aver detto: li ho perduti, sono finito o qualcosa del genere.

Guardava le cose come se ne fosse fuori, con distacco. Non diceva: vado là, mi riparo qui. Non era in grado di fare progetti, questo lo capiva benissimo. Neppure aveva avuto quei pensieri del tipo: ma chi me l’ha fatto fare; no. Anche dopo, nei giorni, nelle settimane successive, aveva ripensato più volte alle ore passate lassù, ai compagni che aveva appena conosciuto, a quella vita che gli era piaciuta subito e il sentimento più forte che provava al ricordo non era la paura ma una specie di irritazione. Quel giorno avrebbero potuto prenderlo e fucilarlo come tanti altri e forse allora gli sarebbe venuta qualche altra idea ma almeno fino a quel momento il suo sentimento principale era che si sentiva offeso per essersi trovato alla mercé di gente che in quattro e quattro otto li aveva messi a perdere facendoli correre da una parte all’altra. Non sapeva con precisione cosa stavano facendo o forse non ci voleva pensare. Ma di essere stato messo in fuga lo sapeva e questo gli provocava un sentimento tra la rabbia e l’insofferenza.

“Credo che sia il sentimento che mi ha avvicinato a Luci quando, nella notte, avevamo parlato. In realtà era lui a parlare. Più delle sue parole ho in mente la sua faccia che peraltro conoscevo bene: era strana; aveva una smorfia che sembrava che ridesse. Invece era serio. Mi sembra di ricordare un certo mio stupore di fronte a uno come lui che non mi aveva mai dato l’impressione di possedere molte parole. Quella notte era la prima volta che parlavamo. In un certo senso anche l’unica perché in seguito, pur vivendo insieme nella stessa formazione, non ricordo episodi analoghi. Forse, ripeto tre volte forse, le sue parole andavano incontro a quello che stavo provando: una storia che mi era piaciuta interrotta da quel fiume di fuoco che ci aveva attraversato. O la mia voglia di rispondere, di far le cose per bene, far vedere che ci riuscivo, come all’Ilva quando facevo più monelle del mio compagno, o alla scuola Ansaldo quando cercavo di prendere il premio. Ci tenevo; a me piaceva fare bene.”

Il pomeriggio di domenica 20 febbraio 1944, quando era partito per la montagna, sua madre era a vespro, suo padre era morto già da 7 anni e del fratello, rimasto a Sud con l’esercito, non si sapeva niente da più di 6 mesi, tanto che sua madre prendeva “la bandiera”, l’indennità per i militari dispersi. Aveva messo le sue cose in uno zaino militare, “di quelli abbandonati dai soldati dopo l’8 settembre” e, anche se ci aveva messo tutto quello che aveva, alla fine c’era ancora posto. Non aveva preso un centesimo né un pezzo di pane, niente. Anche se partiva di nascosto intendeva mostrare così il suo rispetto per la casa e la madre; era sempre lui, il suo Luciano. Tram fino a Pontedecimo, poi a Campomorone in casa di un tale dove c’erano altri come lui, una ventina, tutti renitenti. Lui unico di Bolzaneto, gli altri di località attorno: Cadisette, Morigallo, la strada della Secca per andare a Pedemonte, il ponte di San Quirico, Pontedecimo, Campomorone. I più erano suoi coetanei, conosciuti almeno di vista, ma non c’era entusiasmo nel rivedersi in quella situazione; al contrario erano tutti abbastanza “pensosi”. Da Campomorone erano partiti insieme, il 21, con un po’ (“ma poco”) di latte caldo nello stomaco; la salita, il Gorzente, i laghi della Lavagnina. Con una fame che cresceva e scavava dentro mentre fuori prima pioveva e poi nevicava. Arrivati al Gorzente, per guadarlo, lui era entrato nell’acqua. “Sapevo nuotare abbastanza bene, credevo di essere esperto, ma attraversare un torrente, vorticoso, era roba da morire, farsi portar via. Avevo lo zaino e sono andato a un pelo dal restarci”.

La sera alla Lavagnina si erano spogliati e avevano acceso un fuoco. Al Brignoleto, il luogo del reclutamento, erano arrivati a metà del giorno dopo, senza mangiare. E sempre senza mangiare, o quasi, erano rimasti lì tre giorni, chiusi in una stalla, con un “comandante”, Leo, che urlava minacce incomprensibili a coloro che solo si affacciavano sulla porta “a vedere”. C’era chi per i morsi della fame cadeva per terra svenuto. Una mattina davanti all’uscio della stalla era stata appoggiata una cesta di pane caldo e il profumo era così forte che qualcuno si era commosso, fino alle lacrime. Un altro, più pratico, aveva messo fuori la mano catturando una pagnotta rapidamente divisa e inghiottita in silenzio. Meno di un morso a testa. Leo aveva estratto la pistola, voleva il nome, gli avrebbe sparato, gridava. L’inquadramento e poi la partenza – “in 36, ho sempre avuto la mania della contabilità” – per la cascina Grilla, erano stati una liberazione.

Alla Grilla oltre la fame, la scoperta di una generale inettitudine: “tutti da anni abituati al lavoro ma nessuno che sapesse cuocere un po’ di riso”. Qui però la differenza l’aveva fatta l’assenza di Leo e la presenza di Casalini, il maestro Casalini, l’ufficiale Casalini che, così come niente, davanti a tutti, dopo qualche giorno, aveva scritto una canzone che i partigiani avrebbero cantato per sempre. Lui invece era morto neppure due settimane dopo.

“No, non provavo vergogna per aver abbandonato in quel modo mia madre. Più volte, negli anni seguenti e ancora oggi, mi sono chiesto come fosse possibile che pur essendo noi così legati, io non avessi provato rimorso per la partenza segreta di quel pomeriggio. Sono sicuro che provavo un sentimento positivo, non lo vivevo come l’inizio di una avventura militare; no, era una pausa; se la parola non apparisse un po’ curiosa direi una vacanza. C’era la cartolina, la minaccia di morte per i renitenti ma avevo anche la possibilità di medicarmela: per il fratello disperso avrei potuto avere l’esonero e poi l’Ansaldo, la produzione militare. Ma non mi interessava. Avevo il desiderio di andarmene. Era un caos; ogni giorno potevi essere fermato, portato via.

Era un sentimento confuso: non cercava l’azione ma un posto per fermarsi. C’era il bando ma si giudicava abbastanza sveglio da presentarsi alla caserma, a Vercelli, capire come stavano le cose e, se gli fosse girato, tornarsene a casa. Non aveva in mente la lotta contro i tedeschi; voleva andarsene. “In fondo le vacanze sono proprio questo, no? Dalla fine della quinta elementare avevo sempre lavorato, sempre, senza fermarmi mai. Guai restare con le mani in mano; anche in quei pochi giorni che si stava in campagna dai parenti. Credo che arrivassero a inventarsi le cose da fare pur di non lasciarti giocare un po’. Dal punto di vista del gioco non mi sembra d’essere mai stato un bambino, non ne ho i ricordi”.

Aveva cominciato la prima elementare con il padre già malato e in quinta la situazione in casa era tale che era stato messo in collegio al don Bosco, a Sampierdarena. Finita la scuola, la madre e lo zio erano andati a prenderlo; il 24 di giugno. “Ricordo il giorno perché era San Giovanni Battista e a Genova è festa. Alle 11 e mezza abbiamo preso il tram e siamo arrivati a Bolzaneto. All’una e mezzo ero a lavorare: il mio primo lavoro, da un calzolaio. Non un ciabattino; proprio un calzolaio, figlio d’arte, uno che stava bene: scarpe nuove per gente con soldi; anche cacciatori. Così fino a 13 anni, quando ho trovato da lavorare a Genova: provveditoria di bordo, da 12 lire alla settimana a 36; e un lavoro che mi piaceva”.

Arrivavano le navi in porto e lui di corsa, con la bicicletta, a prendere le commissioni e poi sempre in bici in città dai fornitori e poi di nuovo in piazza Cavour a cercare carretti, facchini, camalli, e poi ai magazzini dove aveva fatto arrivare la roba. “Mi piaceva: correre, la bicicletta, il porto, i bigliettini con gli elenchi di questo e di quello, l’odore della banchina e poi a bordo” con i commissari che lo trattavano come un uomo. Era il mestiere che avrebbe voluto fare ma nel ’39 le corse in bici, le navi e il porto, erano finiti: “Avevo compiuto 14 anni e mia madre voleva un posto dove si lavorasse col libretto: Ilva Refrattari, un lavoro tremendo. Nessuno di quelli che ho incontrato lì può venirlo a raccontare. Più nessuno vivo: morti tutti, proprio tutti. All’Ilva da 36 lire alla settimana sono passato a 3 volte tanto: 220 lire alla quindicina; più di tanti manovali a giornata. Resistevano i più robusti ma io avevo carattere; o forse era ostinazione: non ero uno che si tirava indietro. Non che volessi prevalere ma mi piaceva capire dove potevo arrivare. Una specie di sfida. Anche in bicicletta: prendevo una salita dura con un rapporto alto per vedere fin dove sarei riuscito a tenerlo. Mi guardavo come se fossi stato un allenatore con il suo campione”. Lo stesso quando, col sacco sulle spalle, aveva cercato di attraversare il Gorzente in piena.

All’Ilva facevano mattoni di ogni tipo, malocchi, munelle – da grandi a piccolissimi – tutti in parte composti con silice, una infarinatura che si dava agli stampi. Colava dappertutto; lavoravano vicino ai forni intrisi da questa roba; temperature proibitive: addosso solo un paio di mutande nient’altro, neppure le scarpe. La silice gli seccava addosso, era nell’aria, nel naso, in bocca, dappertutto. Per staccare il mattone dallo stampo c’era poi una pressetta con un olio schifoso che dove toccava riempiva di brigole. Lì, appena vedevano quello che si impegnava, da garzone lo passavano a munellante, a cottimo. Lavoravano a coppie e l’ambizione di un giovane, appena entrato, era far coppia con un munellante esperto, da cottimi altissimi. Si parlava solo di soldi. La grinta di Luciano era stata notata: “ero considerato; sapevo realizzare cottimi da far paura. In due: una gara perversa; attento a non rallentare, a non dar segni di debolezza. Così avanti per 15 mesi, dal giugno del ’39 all’agosto del ’40”. La guerra era cominciata e lui era lì. Dieci, dodici ore, poi si lavava, usciva e via in bicicletta, da corsa, col cambio; il suo sogno. Capace, dopo 10 ore di munelle, di pedalare fino ai Giovi, scendere a Busalla e poi di nuovo su ai Giovi e tornare a Bolzaneto. Era staccarsi da terra, da quella vita, da tutto. Sentiva solo l’aria, la leggerezza; “salendo guardavo la strada scivolare sotto le ruote e mi sembrava lontanissima”.

A Bolzaneto tutti sapevano che di Ilva si moriva. Non si diceva apertamente ma si sapeva. Anche sua madre, passato il primo entusiasmo per la paga, non era più tanto contenta: quel cottimo era una gara con la morte. Così, nell’estate del ’40, aveva fatto domanda per farlo entrare da Ansaldo. Ma aveva fatto confusione e lo aveva iscritto alla prova d’ammissione per entrare alla scuola apprendisti invece che a quella per essere assunto in stabilimento. A Luciano comunque era sembrata facile: dopo le elementari aveva frequentato, di sera perché di giorno lavorava, 4 anni di complementari – “le solite cose, italiano, matematica, specialmente un bravo insegnante di disegno, conservo ancora i disegni fatti allora”. Sufficienti per superare con naturalezza anche la domanda finale, quella che veniva posta dal direttore della scuola.

– Lo sai perché adesso non si fanno più gli scioperi?
– Perché adesso ci sono i Fasci di combattimento che impediscono…

Il direttore, compiaciuto, gli aveva battuto la mano sulla spalla. “Bravo, bravo, vai”, gli aveva detto, e dal 2 settembre del 1940 Luciano era diventato un allievo modello della Scuola apprendisti Ansaldo, a Sestri Ponente. Da 220 lire alla quindicina era sceso 20, meno del 10%. Sua madre, quando a poche settimane dall’inizio aveva scoperto la confusione, ne aveva fatto una malattia. Era andata dal direttore della scuola a scongiurarlo.

– Cambiategli posto, prendetelo in stabilimento.
– Lo lasci dov’è, è un ragazzo in gamba, con noi farà strada.

Per riequilibrare il bilancio Manin, la madre, aveva affittato la sua stanza a un “vicino”, così allora si chiamavano gli ospiti a pagamento, e aveva preso Luciano a dormire con sé. Aveva affittato anche la stanza del figlio militare di cui non si conosceva il destino; da parte sua aveva aumentato “i lavori in giro”. Luciano era risultato il primo del corso del ’40-’41, secondo nel ’41-42, settimo nel 42-43. Un successo dato che quasi tutti i suoi compagni di corso venivano da vere scuole professionali come la tecnica Gaslini o la commerciale Caffaro. “Ma io rispetto a loro, oltre a leggere bene il disegno, avevo una manualità, una forza… Picchiavo come un fabbro. Avevo una struttura temprata dal lavoro pesante”. A metà luglio del ’43 c’era stato l’esame: teoria e prove pratiche. Nessuna sorpresa: il 26 luglio doveva ritirare il diploma e il 2 settembre sarebbe entrato al Vittoria, l’Elettrotecnico Ansaldo di Campi.

Il 25 luglio l’aveva soltanto visto. Per viverlo avrebbe avuto bisogno di qualcosa che non aveva. Era cominciato nella notte, dopo che era andato a letto e già era suonato una volta l’allarme. In rifugio non ci andava mai, avevo sonno, restava in casa a dormire. L’opposto della madre. Lo avevano svegliato il rumore, le voci che venivano dalla strada, sotto la sua finestra. Affacciato aveva visto i camion con i soldati sopra, le divise in disordine. Cantavano. Ricordava il bianco degli occhi, le facce. Cantavano l’Inno di Mameli che si sapeva che c’era ma non si cantava mai; al contrario dell’inno dei Savoia e le canzoni del fascio come Giovinezza. Quella notte invece solo Inno di Mameli. “C’era un lampione davanti alla mia finestra e vedevo le loro bocche che cantavano. Era una situazione eccessiva, come di ubriachezza”.

Una specie di canto veniva anche dal piano di sotto, dove abitava il calzolaio Patuelli, un marchigiano che si sussurrava fosse un anarchico. Batteva i piedi sul pavimento scandendo una specie di cantilena; bastardi, assassini, vigliacchi, diceva; poi altre parole incomprensibili. La mattina – alla fine Luciano si era riaddormentato – “era ancora lì che girava e gridava, con una voce che ormai sembrava un gargarismo, bastardi assassini, vigliacchi”. Era stata sua madre a dirgli: sai, è caduto il fascismo. Lo aveva sentito dire nel rifugio; loro la radio non l’avevano. Va beh, aveva pensato Luciano, e si era preparato per la scuola. Era appena salito sul tram che il tramviere gli aveva indicato il distintivo della Gil che aveva sulla giacca. Toglitelo, svelto, gli aveva detto e lui l’aveva messo in tasca. A Sampierdarena c’era una confusione incredibile. I distintivi del partito fascista sul binario del tram a farli schiacciare e tutti in giro a battere le mani. A scuola facevano tutto in fretta, come se volessero chiudere da un momento all’altro. “Sembravano burattini”. Fuori dei cancelli c’era gente che faceva ressa per entrare: fascisti, gridava. Ma erano intervenuti i pompieri ed era finita lì.

Le scene che gli erano rimaste più impresse le aveva viste al ritorno, a Cornigliano: la strada piena di donne, centinaia, con i capelli in disordine e appena vestite di quelle vestagliette che allora si portavano per casa. Dappertutto falò accesi: come la presa della Bastiglia che conosceva grazie ad una illustrazione d’un libro di scuola. Lo stesso a Bolzaneto, ma qui le facce gli erano note. “Ricordo un uomo, un certo Bagiàn, avrà avuto già 35 anni. Aveva una tromba e suonava; suonava e camminava, come quello della favola, pa, pa, parapapa, e la gente gli andava dietro e batteva le mani. L’ho rivisto poi alla Benedicta, nel marzo del ’44, ma col rastrellamento è scomparso; morto o deportato, non si è mai saputo. Ricordo Lombardi Settimio, che poi è diventato un partigiano della Balilla, “Anselmo”, e altri che salivano nelle case per buttare giù la roba. Io guardavo, tranquillo, non ricordo emozioni particolari. La politica per quelli come me non esisteva. Il fascismo era l’autorità, lo stato. A un mio compagno di corso che aveva litigato con il controllore del tram avevano ritirato la tessera della Gil per 15 giorni e per 15 giorni era stato sospeso da scuola. Tram, Gil, scuola tutta una stessa cosa. Comunque dopo due o tre giorni era tutto finito e, tranne che per le camicie nere e i distintivi, la vita era la stessa”.

Venti giorni dopo, lunedì 16 d’agosto 1943, Luciano era entrato per la prima volta al Vittoria. Operaio qualificato elettricista: doveva occuparsi delle macchine delle avvolgitrici, le operaie che sfogliavano la mica. Lì, per la prima volta, aveva visto i comunisti, “ma non più di 3 o 4, gente anziana, qualificata, seria” che fino ad allora gli erano rimasti sconosciuti ma della cui esistenza non si era stupito dato che, a bassa voce, già ne aveva sentito parlare. Così per 3 settimane, fino all’ 8 settembre: “una lacerazione, una esperienza dolorosa; al contrario del 25 luglio, la caduta del fascismo, che invece mi era sembrata una cosa festosa”.

Quando, nelle prime ore della sera dell’8, c’era stato l’annuncio dell’armistizio, nella piazza centrale di Bolzaneto, un centinaio di persone si erano raccolte attorno ad un oratore improvvisato. Era Riccardo Rissotto, uno che lavorava all’Ilva ferriera. “All’Ilva ferriera operai ce n’erano almeno tremila; altrettanti all’Ilva refrattari dove lavoravo io: ma passavamo tutti dallo stesso ingresso e ci si conosceva un po’ tutti, almeno di vista.” Rissotto parlava; diceva che bisognava combattere i tedeschi, prendere le armi. “Parole che neppure capivo. Poi è arrivata un’autoblindo italiana. Un maggiore – i gradi li conoscevo già bene dalla scuola apprendisti – scende dall’autoblindo e dice: andate via, a casa, scioglietevi. Si stava facendo sera e, anche se c’era ancora l’ora legale – saranno state le sette e mezza – tutti siamo andati a casa. Io con altri 5 o 6 che conoscevo appena, giovani, forse un po’ giovinastri, andavamo su, verso la ferriera. In strada nessuno: niente tram, tutti in casa. Non so chi ha cominciato ma ci siamo messi a cantare: Vegnì a quattru a quattru sci ben che ghei u baccu, vegnì… (Venite a quattro a quattro, anche se voi avete il bastone! venite…). E siamo andati avanti così per un po’, 4 o 5 volte di seguito. Noi lì, soli; una specie di sfogo fisico. Poi a dormire”.

Nella notte si era sentito sparare, fucilate, cannonate, dalle parti della caserma. Era buio, “saranno state le quattro del mattino”, e Luciano, che abitava a due passi da lì, affacciato, aveva visto i tedeschi avanzare, uno di qua uno di là dalla strada. Durante l’estate nelle caserme di Bolzaneto erano arrivati tre o quattromila militari dell’Ottantanovesimo fanteria, una parte della divisione Lupi di Toscana. Con i soldati che già erano lì, una decina di migliaia, “avrebbero potuto fare una guerra da soli”. Invece ai tedeschi erano bastati pochi colpi sparati con dei cannoncini per farli arrendere. Poi, tra le otto e le nove del mattino, era stato come un fiume quando rompe gli argini. I tedeschi si erano resi conto che erano troppi e avevano lasciato andare i militari italiani fatti prigionieri nella notte. Camminavano, correvano, scappavano. “Chi è andato in su e chi in giù; era il caso: tanto che due di questi hanno sposato due cugine nostre, l’Anita e la Ninni solo perché sono andati in una direzione invece che in un’altra”. La divisa bruciava. Tutti chiedevano qualche straccio, pantaloni, giacche, camicie. In cambio davano quello che potevano.

Al pomeriggio, all’una, massimo alle due, in giro non c’era più neppure un’anima. Prima una valanga di persone che non finiva mai e poi il deserto, il silenzio. “Io ero con 2 o 3 amici seduto su una grossa ringhiera di ghisa che era tra gli uffici dell’Ilva e la strada. C’era la fermata del tram e solitamente andavamo a sederci lì, a parlare un po’; il nostro ritrovo. Vedo venire giù una motocarrozzetta con sopra due tedeschi e più lontani, vicino alla portineria dell’Ilva, a neanche cento metri, c’erano ancora, seduti lì per terra, quattro o cinque soldati, gli unici che non erano scomparsi come gli altri. Dei due sulla moto, quello sul sidecar va verso i soldati mentre quello che guida si dirige verso di noi. Io istintivamente scappo e mi infilo giù nella cantina del primo portone che incontro; trovo una catasta di legna, mi nascondo. Sopra sento il suo passo, patapin patapun. Sono uscito, dopo un bel po’, quando non c’era più nessuno. I soldati e i miei amici erano stati portati via; presi per fare delle postazioni”.

Così erano passati un paio di giorni prima di tornare lavorare. Solo allora era cominciato il “movimento”, i discorsi su quello che era successo, le mezze parole. “Sotto casa c’era un’osteria con i biliardi e tra gli avventori un tale, Ratto Luigi (n. 1904), che abitava in un caseggiato di fronte. Un osservatore; ti parlava e ti studiava”. Un giorno, di ottobre o di novembre perché faceva già freddo, gli aveva detto di certi fucili abbandonati fuori della cinta della caserma, in un fossato e altri sparsi nel bosco, un ceduo di castagni lì vicino. Se hai voglia andiamo a prenderli, gli aveva proposto.

Ne avevano caricato una trentina: munizioni e fucili, tutti 91. Bisognava essere cauti: c’era vicino una postazione tedesca, con la sentinella. Nascosti con delle frasche li avevano portati nella sua cantina. Era passato un po’ di tempo e Ratto si era fatto di nuovo vivo: manifesti da attaccare. “Di notte, col coprifuoco; erano cose pericolose ma per dire quale fosse il grado della mia coscienza politica di allora vale un particolare. Sul manifestino da attaccare, in fondo, con caratteri più grossi, c’era scritto: Chi li attacca è un patriota. Io pensavo: sono un patriota perché sto attaccando i manifesti. Ed ero tutto compreso di quello che facevo. Ecco, io ero questo. Da novembre del ’43 a febbraio ’44 quando sono salito avrò fatto un paio di altre cose, piccole, di questo genere. Fino a quando, mi pare ai primi di febbraio, esce sul giornale Chiamata alle armi classi 24 e 25… Saranno fucilati alla schiena… Niente cartolina, dovevi presentarti entro il tale giorno e basta.

Era allora che gli era montata la rabbia, il rifiuto. C’entrava anche il padre: 36 mesi in marina, dal ’10 al 13 per la Libia, poi in Albania. Era appena tornato che l’avevano chiamato di nuovo: sotto dal ’15 fino al ’19. Manin non perdeva occasione per ricordarlo ai figli: gente, diceva, ne ha fatto 8 anni, lui. Come dire che ne aveva fatto per tutti e per cause di guerra era anche morto. “Mio fratello era già stato richiamato. Io ero incerto: scappare dove? Lì di nuovo è intervenuto Ratto che mi dice: ma vai lassù, vai coi partigiani. Non se ne sapeva molto ma si sussurrava che ci fossero molti partigiani nascosti sui monti in attesa di attaccare i tedeschi. Io a lui davo credito; era un operaio dell’Ilva, del giro del Soccorso rosso, del Partito comunista. Su noi giovani aveva un certo ascendente. La data di scadenza del bando si avvicinava; bisognava prendere una decisione. Ho lavorato ancora venerdì e sabato; lunedì 21 avrei dovuto presentarmi a Vercelli, nel pomeriggio di sabato vedo Ratto. Non presentarti, mi dice, vai a Pontedecimo, e da lì a Campomorone… Sembrava che ci fosse chissà quale organizzazione”.

A farlo decidere in quel momento non era stato l’antifascismo. “E’ che non volevo andare a militare, alla guerra. Il mio era piuttosto antimilitarismo anche se era una parola che neppure conoscevo. Credo che siano state le parole di Manin, mia madre, a trasmetterci l’avversione al militare, alla guerra”. Gli 8 anni di guerra del padre che ne era uscito malato, abbattuto su una sedia, con degli occhi che dovevi solo cercare di non pensarci e poi il fratello che non se ne sapeva niente. Per una casa dove non c’era un uomo a lavorare era miseria. Manin era di chiesa, bigotta, ma sapeva parlare a voce alta, fare le sue ragioni, aveva dentro forte un sentimento di giustizia. A novembre, alle Poste di Bolzaneto dove andava a ritirare la bandiera, aveva fatto montare una grana che se ne era parlato in giro. Prima il marito, poi un figlio e ora un altro figlio, si era messa a gridare, e aveva scatenato le altre donne che erano lì. “Io sentivo l’ingiustizia della guerra sulla mia famiglia ma so che allora non avrei detto le parole guerra fascista. Il fascismo era una cosa più lontana”.

Sapeva, per averlo sentito dire in casa, a mezza bocca, che il fascismo era entrato anche un po’ nella sua nascita. Il 28 ottobre del ’24, il giorno prima che nascesse, suo padre era uscito di casa per andare a chiamare la levatrice. Già una volta gliele avevano promesse ma la sera che si erano presentati allo stabilimento per pestarlo aveva appena avuto un incidente: una goccia di soda caustica in un occhio. Era uscito con la testa bendata aiutato da altri e, senza saperlo, aveva evitato le botte. Ma era solo un rinvio. Se il 28, giorno di festa del fascismo, anniversario della marcia su Roma, lo avessero trovato in giro non l’avrebbe fatta franca una seconda volta. Lui lo sapeva e in casa si raccontava del percorso strano che aveva fatto per arrivare dalla levatrice: prima nel letto del torrente poi muovendosi lungo un argine per evitare di essere notato. “Il fascismo per noi, in casa, era il mancato riconoscimento da parte delle autorità della malattia che era insorta in lui a causa della malaria, l’abbandono a cui ci avevano condannato: una ingiustizia. Quando s’era ammalato – io avevo 6 anni e mio fratello 10 – eravamo già in grado di capire, ma respiravamo questa ingiustizia solo come qualcosa di famigliare; una cosa nostra. Il fascismo ai giovani, ai ragazzi come noi le differenze neppure le lasciava immaginare. Il passato? Ma quale? Volevano bastonare mio padre. Questo l’avevo capito. Il perché lo intuivo ma non avrei saputo dare una vera spiegazione. Non sapevo – me l’ha detto Gino dopo la fine della guerra – che la bandiera del club di Begato che ha nel mezzo due mani che si stringono l’aveva disegnata mio nonno, il papà di mio papà. Il fascismo aveva abolito quel passato. Se fosse durato ancora pochi anni avremmo perso tutto”.

– Avevi saputo di cosa era successo lassù alla Benedicta, delle fucilazioni, dei deportati?
– Si era saputo qualcosa ma le notizie allora erano incontrollabili.

“A volte si parlava di decine di morti e poi magari ne risultava uno. Vivevamo in mezzo alle voci. In me, come succede spesso nei giovani, c’era una propensione all’incredulità. Rispetto a quello che era successo mi ero convinto che lassù neppure i comandanti sapevano qualcosa. Altro che partigiani; eravamo ostaggi. Per non dire del mucchio di gente che girava lì intorno, vedeva, parlava… Erano rischi anche per i nostri famigliari. Il modo come ci avevano messi nel sacco l’avevo sentito come una offesa ma, ormai, era successo. Anche stare ai Coronelli dagli zii non è che mi piacesse molto. Gino voleva che restassi lì ma mi sembrava che sua madre non fosse tanto contenta: ce n’era già poco per loro. Comunque fino a quel momento non ero diventato il guerriero che credi. Anzi, per aiutare gli zii mi ero rimesso a fare il calzolaio”. Fino a metà maggio, quando era arrivato Zorro (n. 1920), di Bolzaneto anche lui, ma che Luciano conosceva solo di vista. Aveva tre pacchi di pasta, lunghi, fasciati di carta, che aveva lasciato alla zia e a lui aveva detto: ora puoi tornare giù. Ratto, lo stesso che lo aveva mandato in montagna, aveva saputo dalla madre che era nascosto lì e si era prima occupato del suo esonero poi aveva mandato Zorro a prenderlo. Appena tornato a Bolzaneto Luciano aveva cominciato a lavorare per i tedeschi della Todt. Ratto invece era stato catturato e fucilato con altri al Turchino.

Era la sola possibilità di cavarsela: lavorare per loro. “Ti presentavi col nome che volevi; non ti chiedevano niente: oggi qui, domani là. Col nome che avevi scelto andavi in un comune a chiedere una tessera per un mese: ti serviva per mangiare. Poi con un nome diverso andavi in un altro comune e facevi lo stesso. Lavorando sotto più nomi si poteva avere più tessere; bastava cambiare comune. L’ho fatto anch’io. Stavo facendo il minatore sul ponte di Recco sotto un altro nome: ho preso la mia bicicletta e sono andato al comune di Serra Riccò. Mi ero detto: ho un nome di fuori, parlerò toscano. Mi presento, comincio a raccontare la storia e vedo davanti a me l’impiegato; esterrefatto. Ci conoscevamo benissimo: era il marito di quella a cui noi, anni prima, avevamo ceduto la latteria. Non mi ha neppure fatto un segno, niente; solo mi ha dato la tessera. Tempi così. È stato in uno di quei viaggi che di nuovo ho incontrato Luci.

La mattina che si erano separati aveva trovato rifugio in casa di un fascista, a Livellato. Era stato fortunato. La presenza dei tedeschi aveva cambiato un po’ le cose. C’era gente che era stata fascista ma non stava con la “repubblica” o aveva capito come sarebbe andata a finire e cercava di tirarsi fuori. Luci aveva trovato uno di questi. Poi era andato a Trieste: raggiungere i partigiani sloveni era la sua idea fissa e ne aveva parlato a Luciano anche in quella famosa notte. Alla fine risultava ricercato anche là ed era tornato. Tutto in meno di due mesi: Luciano lo era stato a sentire a bocca aperta. Luci riusciva sempre a stupirlo, come quando gli aveva fatto togliere le scarpe. Alla fine gli aveva detto: fatti vedere in piazza stasera. E in piazza lo aveva presentato a Battista: lui è Enzo, gli aveva detto, indicando Luciano col nome di battaglia che si era scelto lassù, con Casalini; eravamo insieme alla Benedicta. Battista (n. 1908), occhi indagatori privi di simpatia, baffi alla Clark Gable, 36 anni portati bene e una cacciatora indossata con una certa eleganza, lo aveva guardato in silenzio per qualche secondo come se lo volesse pesare. Poi, senza rivelare particolari segni di simpatia, “vediamoci più tardi alla Cattolica”, gli aveva detto in dialetto. Così l’aveva reclutato.

“Da quella sera è cominciata un’altra storia. A dormire alla Cattolica o in case di chissà chi, mangiare dove si poteva e poi in azione: un gruppo di 4, Battista, il capo, Luci, Biscia e io. Ci appostavamo a raccogliere informazioni sugli obiettivi e poi a colpire. Per certe cose eravamo di più ma la base stabile era costituita da noi 4. I politici erano Morasso e Parodi, i comunisti importanti di Bolzaneto, ma si vedevano solo con Battista, per lo più alla Cattolica, in un seminterrato. I gestori erano i Lucchini, una famiglia per niente di sinistra che però dava una disponibilità piena. Mauro, uno dei figli, era dei nostri”.

Era la guerra dei Gap di cui Luciano non aveva mai sentito parlare fino al momento dell’incontro con Battista. Nel gruppo lui era considerato “il meno esperto, un gregario”. La sua formazione politica era “elementare”, modesta; “ma ero serio, come in tutto quello che facevo”. Nessun sentimento di vendetta. E poi contro chi? La Benedicta, malgrado tutto, non aveva contorni precisi: i fuochi dei lanciafiamme, le raffiche, il tedesco sgozzato, la gente terrorizzata al loro passaggio. Più che con i Gap lui si era messo con Luci.

– Davvero non sapevi chi fossero i gappisti?
– Davvero; non ne sapevo niente.
– Era solo perché te l’aveva chiesto Luci? Ti sembrava di dovergli restituire un favore?
– Forse; ma allora non eravamo così profondi.

Per Luci provava considerazione. “Mi sembrava che mi completasse. Che se lo faceva lui poteva essere una cosa buona anche per me. Oggi penso che tra noi fosse maturato una specie di legame. I discorsi di quella notte, la sua decisione; a quell’età sono cose importanti”. Luciano sapeva che del suo gappismo Manin non sarebbe stata contenta. Ma c’era l’amicizia, il credito maturato nella notte passata a parlare assieme. Incontro che non si poteva ricostruire perché il Luciano dalla memoria straordinaria di quei discorsi diceva di non ricordare una parola, uno spunto, niente. Ma quella notte la sua condizione solitaria – “di uno che stava piuttosto per conto suo” – fino ad allora così consueta da apparirgli naturale, si era frantumata. In quel ragazzo improbabile dalla faccia sghemba aveva finalmente riconosciuto il suo doppio.

“Operavamo a Voltri, a Genova, a Sampierdarena, Cornigliano. Dappertutto. Non si scherzava. Battista era deciso a entrare in prefettura. Cercava il colpo grosso, il prefetto in persona, Basile. C’erano molti conti da saldare; il più grosso: quello delle deportazioni degli operai il 16 giugno”.

Basile a Genova era il fascismo. Amico di Mussolini, molto più di un qualsiasi prefetto, amava rivolgersi direttamente agli operai della grande industria impegnata nella produzione di guerra con messaggi al tempo stesso minacciosi e paterni. State buoni, diceva, non scioperate, fate come vi dico e darò soddisfazione alle vostre richieste; diversamente vi punirò, chiuderò le vostre fabbriche, farò deportare gli scioperanti. Guardate, aggiungeva, che conosco il peggio; che so essere come non vorreste mai. Così in un alternarsi di lusinghe e minacce aveva ordinato le fucilazioni di dicembre ’43, poi di gennaio ’44 e quelle che erano seguite. Delle deportazioni del 16 giugno ’44 si era pubblicamente vantato: avete visto cosa succede a non darmi retta, aveva scritto; vi avevo avvisato che sono uno di parola, che non minaccia invano. Da dicembre 1943 i suoi messaggi deliranti avevano contribuito non poco a rafforzare l’idea che il seguito della guerra sarebbe stato più simile a un lungo regolamento di conti. Così, dal marzo ’44, Basile era diventato il primo obiettivo dei Gap. Quello che meglio avrebbe fatto capire con quale determinazione e contro quali obiettivi i Gap erano decisi a combatter. Battista aveva accettato con convinzione l’incarico ricevuto dal gruppo di comando di farlo fuori. Era anche convinto di essere l’unico che avrebbe potuto farcela.

“Solo per prepararci abbiamo corso rischi incredibili. Tanto per dire: una volta, a un controllo, ci hanno chiesto i documenti e ci sono scappati due morti. Era una situazione che non lasciava respiro. Fino al 13 luglio del ’44 quando è morto Iori. Non lo conoscevo: solo allora ho saputo che era il capo dei Gap. Due settimane dopo siamo andati in montagna coi partigiani; sarebbe più giusto dire che siamo scappati dalla città. Battista ha detto: basta, ormai li abbiamo addosso; voleva dire che eravamo individuati. L’aveva detto a malincuore ma aveva capito che era il momento di fare un passo indietro. Iori l’avevano preso su un tram durante un controllo che lì per lì era apparso casuale ma Battista aveva capito che lo stavano seguendo. Pochi giorni prima avevano preso uno dei nostri, dei capi, di Bolzaneto e da quel momento lui aveva detto che non ce n’era più per nessuno. In quei casi tutti i contatti vengono bruciati. Battista doveva andarsene e noi con lui”. 

A Rovegno, in val Trebbia, sede del Comando di divisione della Cichero erano arrivati, carichi come muli, alla fine di luglio, in 9, tutti del giro di Bolzaneto. Lì avevano conosciuto i comandanti, Bisagno, Marzo, Attilio; gli avevano parlato. Attilio, anche lui di Bolzaneto e tecnico del Vittoria, di loro sapeva parecchio; stava per diventare il capo della polizia partigiana e aveva cercato di tenerli con sé. Nel complesso una situazione caotica ma densa di ottimismo: finalmente si mangiava e poi era estate. Per loro che venivano da due mesi col cuore in gola, lassù era il bengodi, una villeggiatura. Stavano formando i distaccamenti e quelli di Bolzaneto erano stati destinati prima ad Acero poi a Villa Cella, in val d’Aveto. Il 25 agosto il sentore dell’attacco; da Rezzoaglio erano scesi in Fontanabuona e da lì a Cardenosa. “Quando, il giorno dopo, il rastrellamento è cominciato – beh a parte che in quei momenti non si sa mai da dove arriva, quanti sono e così via – sono venute fuori le debolezze. Avevo il ricordo di una cosa già vista. Per fortuna lo svolgimento è stato più lento e gli spazi di manovra maggiori”. Molti avevano perso la testa, altri avevano reagito bene ma in nessuno c’era l’idea di come comportarsi. Davanti alla Monterosa che attaccava li avevano fatti schierare in linea, come al fronte. Luciano aveva un moschetto, il 91/38, e dopo aver sparato tutti e 6 i colpi del caricatore, era come ubriaco, sordo completo e la spalla a pezzi. Prima di allora aveva sparato una sola volta, alla scuola apprendisti, un colpo dentro una lamiera. Aveva cercato dell’acqua per lavarsi la faccia e si era preso una sventagliata in una gamba. Era il 26 agosto.

Aveva avuto fortuna. Tra il 26 e il 27 con altri feriti attraverso la val d’Aveto lo avevano portato a Bobbio. Il rastrellamento era al massimo. In fuga anche da Bobbio l’avevano caricato con altri feriti su dei camion guidati da tedeschi, che pochi giorni prima avevano disertato convinti come molti che la guerra fosse alla fine. Mentre risalivano una strada di montagna verso Coli, vedevano dalla parte opposta della valle altri tedeschi, quelli veri, scendere dal Penice. Da Coli, trascinati su dei carretti, verso la val Nure, dove era rimasto nascosto per tre settimane vicino a un ruscello e poi in un paesino. Due mesi di convalescenza, di fame e di paura; e di rischi per chi lo aveva aiutato. Ai primi di novembre del ’44, si era finalmente ritrovato con gli amici di Bolzaneto, a San Clemente dove erano accantonati. Stiamo per muoverci, era stata la prima cosa che gli aveva detto Battista salutandolo, ci avviciniamo a Genova; anche lui non ne poteva più di star lì. “Ho pensato: meno male, qualsiasi posto ma non qui in cima a aspettarli. M’era andata bene già due volte e mi ero convinto senza troppi ragionamenti che quella era una guerra impossibile”.

Lassù era il suicidio, gli ultimi a sapere dei movimenti del nemico ma sempre lì ad aspettarlo; poco mancava che avessero un indirizzo. Il segreto era anticiparlo, non farsi trovare. Bisognava andarsene. A Battista lo avevano ordinato; Luciano se n’era convinto da solo. “Allo stesso modo come tante volte mi ero messo a pensare a come avrei potuto fare meglio o più in fretta un lavoro. Non potevamo giocare a sembrare un esercito, tenere posizioni o mettere in movimento gruppi numerosi. Era il piccolo gruppo la nostra forza. Per di più, nel rastrellamento d’agosto avevo assistito a scene penose: paura, nervosismo, tentativi – in quel momento impossibili – di mettersi in contatto coi comandi superiori. Tanti avevano pensato di consegnarsi. Non era la mancanza di coraggio che mi colpiva ma l’ingenuità. Eppure anche io, solo 5 mesi prima, avevo ragionato allo stesso modo. Non sapevano chi avevano di fronte. Invece io, noi saliti da Bolzaneto, lo sapevamo. Tra noi e loro c’erano due mesi di gappismo. In città avevamo vissuto un’altra storia, sapevamo che ormai era una guerra senza quartiere: se ti prendevano ti sparavano. A meno che tu non sparassi per primo. Nell’estate del 1944 la maggior parte di quelli che erano in montagna non aveva ancora maturato la violenza necessaria allo scontro”.

 

III. Il tempo della Balilla

Dall’inizio dell’estate ’44 la guerra tra fascisti e tedeschi da una parte e partigiani della Sesta Zona dall’altra (la parte centrale della Liguria con parti di Piemonte, Lombardia e Emilia) aveva assunto una forma propria. A fronte di fascisti e tedeschi che regnavano sulle città, le vie di comunicazione e i campi trincerati, stava un territorio che oltre che per la loro assenza si distingueva per essere frequentato da una popolazione straordinaria: gente in fuga dalle città, borsari neri, pochi di buono, renitenti, ribelli e quel particolare tipo di cittadino villeggiante che aveva deciso che era ormai arrivato il momento di “tirarsi fuori”. Persone tutte animate da interessi diversi tra loro ma accomunate dal desiderio di sottrarsi agli occupanti. Dello stesso territorio faceva sicuramente parte la montagna e i partigiani che vi avevano le loro basi. La montagna, ancora all’inizio dell’estate ’44 più ricovero dove sfuggire al nemico (fuggimmo un dì sulle aride montagne, aveva scritto nel marzo del 1943 Casalini nella sua canzone) che nuova frontiera della ribellione, era stata proclamata dai partigiani zona libera, l’inizio di quello che presto sarebbe diventata l’Italia.

Ma fascisti e specialmente tedeschi consideravano il territorio che avevano momentaneamente deciso di non occupare come parte integrante di quello sul quale regnavano. Conoscevano gli effetti negativi delle zone franche e sapevano scoraggiarle, in particolare col rastrellamento. La parola, divenuta popolare in quei mesi, significava che un loro gruppo armato percorreva in modo sistematico la zona in discussione, eliminava gli eventuali armati nemici, puniva chi li aveva aiutati, incendiava, fucilava, rubava così da sconsigliare nei locali qualsiasi intenzione trasgressiva. Di fronte al rastrellamento i partigiani potevano solo ritirarsi o nascondersi; una pratica rischiosa per l’uso da parte dei rastrellatori di cani addestrati alla ricerca di umani.

All’inizio dell’estate del 1944, quando il rastrellamento della Benedicta era ormai solo un penoso ricordo e nella convinzione che l’imminente fine della guerra avrebbe sconsigliato gli occupanti da gesti avventati, il comando della Sesta Zona aveva deciso che sarebbero stati i partigiani a dar inizio al rovesciamento delle parti e con due loro formazioni si sarebbero insediati ai margini del territorio nemico. Ma a rinviare l’esecuzione era arrivato, alla fine d’agosto, un rastrellamento così pesante, lo stesso dove Luciano era stato ferito, che aveva richiesto oltre un mese per rimettersi in piedi.

Quando nessuno ci pensava più, in una riunione del Comando zona tenuta il 23-24 settembre 1944 a Capanne di Carrega, il responsabile della attività militare del partito comunista, Raffaele Pieragostini, aveva richiamato le decisioni prese a suo tempo ottenendo che il Comando autorizzasse la dislocazione di due piccole brigate “volanti” (“Balilla” e “Severino”, una quarantina di uomini in tutto) nei pressi di Genova. Era inteso che a comandarle sarebbero stati uomini di completa fiducia dei comunisti. La nascita delle due formazioni corrispondeva infatti al loro desiderio di disporre nella zona nord orientale (Severino) e nord occidentale (Balilla) della città di formazioni militari efficienti e fedeli, in grado di costituire il braccio armato del partito al momento dell’insurrezione finale.

A parte la supremazia che così veniva sancita della influenza militare dei comunisti sulle vicende della città, alla base del progetto c’era una idea ancora molto approssimativa dell’evolversi dello scontro tra patrioti e occupanti. Supponeva ad esempio lo sviluppo in città di una forte iniziativa militare e cospirativa e un intensificarsi delle lotte operaie che invece, dalla seconda metà del ’44, sarebbero risultate inferiori alle previsioni. Sottovalutava inoltre l’organizzazione militare del nemico, la sua capacità a frantumare la città attraverso controlli di ogni tipo. Come sottovalutava gli effetti deprimenti, sulla rete di sostegno dei patrioti, del crescente clima di paura dovuto a bombardamenti, deportazioni e carestia. Elementi importanti che, insieme ad altri, rendevano ancora più precaria la vita di gruppi obbligati a muoversi di continuo ai margini e dentro il territorio urbano.

La decisione di dar vita alla Balilla sotto il comando di Battista era arrivata, attorno al 20 novembre, a San Clemente, località dove era accantonato un consistente nucleo di giovani partigiani bolzanetesi. A parte Battista, nessuno di loro sapeva chi e perché avesse preso quella decisione ma ci avevano visto la conferma dell’avvicinarsi della stretta finale. Un paio di riunioni erano state sufficienti a individuare gli uomini che avrebbero fatto parte della nuova brigata: non più di 25, la metà di quelli lassù. Gli altri, “per lo più gente di fuori”, avevano preferito cambiare formazione. Alcuni era stato lo stesso Battista a scaricarli. Aveva cominciato a stilare l’elenco ben prima che fosse decisa la partenza.

– Autoritario?
– Autoritario e autorevole.

La Balilla era nello stesso tempo il risultato di indirizzi precisi dati dalla direzione comunista ma anche di casualità e particolarità che nel movimento partigiano erano la regola. Le particolarità erano state Battista, comunista bolzanatese, affiancato nel comando da un gruppo che con lui aveva condiviso l’esperienza gappista, e il suo rapporto a doppio filo coi comunisti di Bolzaneto, una organizzazione il cui prestigio si estendeva ben oltre il piccolo nucleo degli iscritti, e la cui superiorità politica e morale sul gruppo armato risultava indiscussa. Particolarità era anche il suo operare in una zona, il Bolzanetese, dove lo scontro fisico tra fascisti e antifascisti si era protratto sino al ’26, lasciando strascichi profondi, irrisolti.

Anche la giovinezza di Battista ne era stata segnata e questo aveva avuto un certo peso nel fargli accettare, all’inizio del ’44, la proposta di Iori di mettersi alla testa di una formazione gappista bolzanetese. In quella occasione aveva scelto come nome di battaglia “cacciou”, in dialetto cacciatore. Nomen omen poiché Battista del cacciatore aveva sicuramente l’astuzia oltre la passione che metteva nel cacciare la preda. Solo nelle guerre tradizionali il nemico, armi, divise, difese è una entità generica, e generica è spesso anche l’idea dello scontro. La guerra partigiana che Battista, da cacciatore, aveva maturato, voleva obiettivi precisi da colpire, condizioni di scontro favorevoli, azioni di disorientamento che dovevano preludere ad altre mirate, azioni militari che avevano una spiegazione politica, azioni politiche condotte con tecnica militare. “Oggi vedo il suo comportamento d’allora come un confronto personale col nemico: tedeschi, fascisti, le divise in genere; tutti quelli che avevano il cappello, diceva lui. Da noi esigeva una disciplina assoluta; ubbidire senza fare discorsi. A suo modo sapeva essere convincente. Parlare si poteva ma solo dopo; allora si discuteva su cosa era successo, sui comportamenti dei singoli, di tutti e di tutto senza eccezione. Ma prima no. Se diceva non vi muovete, nessuno si muoveva. Un giorno intero in una cascina a aspettare che facesse notte e lui tornasse. Ma nessuno di noi ha detto una parola, ha protestato o solo sbuffato. Anche chi sopportava malvolentieri capiva che uno così era la nostra difesa. Noi, specialmente quelli come me che venivano dall’esperienza fatta in città, condividevamo in pieno. La nostra esigenza non era di fare dei discorsi. Ci sembravano perdite di tempo rispetto alla sostanza che era cercare il nemico e batterlo. Eravamo prevenuti nei confronti di quelli che avevano studiato. Avevamo paura che ci mettessero nel sacco, che ci fregassero. Ci sentivamo operai che volevano emanciparsi da quelli che avevano la cultura, il potere. Era una visione ristretta che ci segnava in un modo che oggi giudicherei pericoloso. Battista avvalorava questa nostra convinzione; la rappresentava al massimo e lui era il comandante”.

Da San Clemente ai dintorni di Bolzaneto: una zona che molti di loro conoscevano palmo a palmo, come solo i ragazzi conoscono i posti, le buche e i punti di vista che spesso sono più importanti dei nascondigli. L’idea di avere la copertura dei comunisti dava un senso di protezione. “Sapevo che c’era, l’avevamo sperimentata ai tempi del gappismo: segnali di pericolo, indicazione di posti dove riparare, mangiare e dormire. Forse non era proprio una organizzazione politica ma erano le stesse persone che potevi incontrare per strada”.

Il trasferimento era durato 3 giorni; l’ultima parte di notte. Freddo e silenzio come essere sulla luna: si sentivano solo i colpi di cannone che sparavano in Garfagnana. La prima notte avevano sentito anche colpi di mortaio e di fucile che venivano da San Clemente. Stavano rastrellando e loro erano venuti via appena in tempo. Fino alla Sella erano andati coi muli poi, a piedi, per Camporsella, all’osteria della Gusta dove, oltre a lasciare un po’ di roba, avevano avuto le prime defezioni. Ancora un trasferimento breve a Begato, nelle vicinanze dell’osteria del Cin dove erano rimasti chiusi in una cascina per tutto il giorno. Nella notte erano scesi a Bolzaneto, alla Cattolica, la base storica da dove eravano partiti 4 mesi prima. Questa volta però erano in venti, armati, equipaggiati come la gente che girava sui monti, tutti insieme nello stesso buco a due passi dal nemico. Nessuno era tranquillo; qualcuno era terrorizzato. Dovevano fare una brigata volante ma non avevamo ricoveri, protezioni, niente; e ne avevano persi altri due. Sapevano solo che dovevano andarsene alla svelta.

La notte successiva avevano traversato Bolzaneto, in due colonne e da lì erano saliti a Murta: una piccola azione militare contro un avvistamento dove avevano catturato una mitragliatrice e delle armi e poi di nuovo via nella notte. “Avevamo preso anche un’oca e per strada l’abbiamo mangiata. Sarà stato il 28 o il 29 novembre”. I movimenti di quei primi giorni erano casuali. I compagni di Bolzaneto non si aspettavano di veder comparire all’improvviso una ventina di persone e non avevano saputo come sistemarli. Le notti erano già fredde, c’era poco da mangiare e nessuno di loro sapeva come si sarebbe messa. A Luciano però – ricordava benissimo il particolare – quella vita appena assaggiata, garbava. Chissà stasera dove andremo, si diceva. “O meglio: chissà domattina, perché in genere di notte si girava e di giorno dormivamo”. Cercavano un posto sicuro, si sparpagliavano il più possibile, mettevano le guardie e giù a dormire. Così per una quindicina di giorni: Sella, Cravasco, Camporsella, Bolzaneto e poi di nuovo in alto. Né tazze, né gamelle, niente; una coperta, le armi e basta. Di notte camminavano di giorno riparavano; ma a ogni giro erano uno di meno.

Luciano non sa dire se l’idea gli era venuta dal girovagare di quei giorni ma ricorda che era stato allora che un po’ tutti avevano pensato che quella poteva essere la soluzione. Bisognava formare dei gruppi più piccoli, due o tre, e muoversi di continuo. Facile solo a dirsi perché contro avevano il freddo, che con la fame cresce moltissimo, l’acqua, la neve e le bronchiti. Avevano bisogno di case, di ricoveri dove almeno non piovesse e senza acqua per terra. A metà dicembre, prima del natale ’44, sfiniti, erano scesi a Bolzaneto per dividersi in due o tre case; una era quella dei Lucchini, i gestori della Cattolica. Il 22 dicembre avevano fatto il colpo più clamoroso, alla Chimica Bello, una raffineria di benzina. Danneggiato e incendiato gli impianti, prelevato denaro. In seguito dai loro rifugi di Bolzaneto erano usciti 3 o 4 volte per azioni nei dintorni, Rivarolo, Teglia, Certosa, Pontedecimo; volantinaggi, azioni di polizia sui tram, cose rischiose ma rapide. Anche azioni fortunate perché il nemico era disorientato.

L’estate del ’44, dal punto di vista dello scontro con gli occupanti, era stata tranquilla; solo iniziative sporadiche, poco significative. Poi, da novembre, avevano cominciato loro: un susseguirsi di colpi eseguiti simultaneamente in posti diversi da gruppi che, nello sganciarsi, complicavano i percorsi prendendo direzioni contrarie a quelle dove volevano andare. Si facevano vedere in posti lontanissimi da quelli che sceglievamo per ricoverarsi e i fascisti avevano perso tempo a mettere a fuoco che si trattava di un’unica banda che agiva dentro la città. Se da subito avessero immaginato come stavano le cose li avrebbero sbaragliati facilmente. Ma la prima carta vincente della Balilla era stata la sorpresa; la seconda, che nessuno dei tanti che sicuramente li vedeva andava a raccontare.

Vivevano in una tensione che li esaltava ma anche l’usura cresceva, un giorno dopo l’altro. “Eravamo come ingolfati; avevamo bisogno di aiuto ma poteva venirci solo da fuori”. Finalmente, a metà gennaio ’45, le Sap gli avevano allestito un buon ricovero, un edificio abbandonato nel recinto della ferriera Bruzzo. La salvezza: poco accessibile, buone vie di fuga, ben mimetizzato e perfino con l’acqua calda. E i guardiani che lavoravano per loro. Anche la rete degli informatori aveva cominciato a funzionare. I fascisti ormai avevano capito di aver a che fare con gruppetti che si muovevano lungo percorsi fissi e avevano cominciato a mettere trappole, posti di blocco, a tendere imboscate. Gli informatori li precedevano, li avvisavano. “Li trovavamo lungo le nostre strade, prima dei posti di blocco: potete andare, aspettate, girate di là. Altre volte eravamo noi a cercarli; sapevamo dove stavano”. C’era qualcosa di eccitante in tutto questo contattarsi. A volte provavano un senso di potenza inaudito: sapevano tutto, avevano segnali per tutto. A loro toccavano le azioni ma non erano più il gruppo isolato, allo sbando come nelle prime settimane.

Luciano non ricordava che avessero mai fatto una riunione o anche solo parlato di quel loro modo di far la guerra seguito alla discesa da S. Clemente. Si muovevano, “come se fosse una cosa naturale”, all’interno di un triangolo di cui loro erano uno dei lati e gli altri due erano, rispettivamente, l’organizzazione di partito e quella più informale dei patrioti o dei sostenitori occasionali. Ognuno dei tre gruppi rinviava agli altri due e nessuno era libero di agire in piena autonomia. Niente parole o riunioni, semplicemente sapevi che esistevano, cosa pensavano, quali potevano essere le loro necessità o le loro preoccupazioni e ti comportavi di conseguenza. Da febbraio, finalmente, erano anche più coperti, vestiti con le divise inglesi. La roba che indossavano prima era inadeguata, improbabile. In guerra i vestiti non sono meno importanti che in pace. In montagna e in campagna la gente andava vestita con roba da lavoro, della fabbrica, della guerra del ’15, roba anche strappata, piena di rappezzi. “Puoi essere vestito come loro o meglio. Non peggio. Assomigliare a un derelitto può valerti una elemosina ma in chi ti osserva spesso suggerisce il disprezzo. Quando gli Alleati ci hanno dato le divise, le sciarpe, tutti, anche quelli che già ci vedevano di buon occhio, ci hanno considerato di più. Ora tutti sapevano chi eravamo, il nemico e la gente del posto”. Battista aveva dettato le regole militari e definito gli spazi di manovra dei gruppi o dei singoli che si muovevano attorno alla loro zona. “Qui comandiamo noi, aveva detto a tutti: non venite a rompere le scatole; non voglio vedere in giro gente armata se non la mia. Avevamo bisogno di una zona libera dove ci fossimo solo noi e i nemici. Chi ci veniva lo faceva a suo rischio. Ladri compresi”.

A rendere il messaggio più convincente c’erano state le fucilazioni; molte: agenti di Ps di scorta alle vetture tramviarie fatti prigionieri sui tram bloccati di sorpresa, X mas, ladri, soldati, magari catturati sul treno Genova Casella grazie al blocco dei binari ottenuto con cataste di legna. Azioni ora mirate ora improvvisate ma sempre una via l’altra, da non lasciare respiro. “Una volta, appostati nelle vicinanze, a Cravasco avevamo visto un camion, sopra dei borghesi e uno con l’uniforme della GNR reduci da un furto di biancheria in una casa. Abbiamo aspettato il camion sulla via del ritorno: fermato, bruciato, prese e nascoste le gomme, fucilato il milite, abbiamo messo la roba nelle federe, ognuno di noi ne portava due, attaccate, una davanti e una dietro e le abbiamo portate a Bolzaneto. Noi in fila sotto la luna che faceva brillare ste federe bianche. E poi via di nuovo”.

È l’azione di sorpresa quella che mette in difficoltà il nemico ma, se anche gli obiettivi risultano sorprendenti, concepiti per il solo gusto delle sfregio o per affermare la propria presenza, allora l’effetto confusionale è garantito e si è a un passo dalla leggenda. Era voce corrente che quelli della Balilla potessero arrivare ovunque e in qualsiasi momento: le azioni sui tram, sulla ferrovia, sulle strade erano la prova che loro erano lì, sul posto; come del resto i loro informatori o ispiratori delle azioni. Gli stessi che scrivevano “prenotato” sui portoni o le saracinesche del fascista o del repubblichino, o che preparavano i volantini minacciosi alla cui diffusione nei locali pubblici sovrintendevano quelli della Balilla.

Una guerra che 7 mesi prima, ai tempi della Benedicta, o 5 mesi prima, sui monti della val Trebbia neppure era immaginabile, molto diversa da quella dei partigiani che operavano nel territorio della Sesta. Qui la situazione appariva rovesciata: era territorio partigiano, con tanto di posti di blocco e avvistamento per fronteggiare gli intrusi. Il nemico poteva cercare di entrarci ma solo in armi con operazioni militari eccezionali, i rastrellamenti, e alla fine doveva abbandonarlo ai vecchi occupanti. La guerra della Balilla invece, portava in questa fase, dal dicembre ’44 al gennaio ’45, la più dura della sua storia, il segno dello scontro tra le mura di casa che poi sarebbe stato chiamato guerra civile.

Lo stile era lo stesso del gappismo del giugno luglio ’44; così la compattezza e la rapidità nell’operare. Solo il numero di quelli impegnati nell’azione era superiore. Colpiva la loro aggressività nell’affrontare – in pubblico, in una piazza di paese, in pieno giorno – i sospetti. Erano finiti i modi impauriti, piagnucolosi di fronte alle imposizioni di qualsiasi divisa. Erano loro a urlare, a dare gli ordini, a fare prigionieri. Fascisti, tedeschi e i loro fiancheggiatori trovavano per la prima volta pane per i loro denti. Il popolo antifascista, lo stesso che conosceva i nomi e le case dei fascisti e che da anni covava il sogno di regolare antiche pendenze, aveva finalmente i suoi eroi. Luoghi come l’osteria della Gusta erano pronti ad accoglierli proprio perché erano il contrario di imbelli, non solo voci ma armi. La loro non era una guerra elegante – ammesso che questa esista – ma il suo contrario.

– Brutale?
– Dura, molto dura

Forse, dati i tempi in cui fu scritta – nel 1946 – era inevitabile che Leonida Balestreri, autore de “La Brigata Balilla”, nel ricostruire le gesta della formazione desse più spazio ai sentimenti di giustizia e alla generosità dei partigiani piuttosto che alla brutalità che sempre si accompagna agli atti di guerra (L.Balestreri, “La brigata Balilla”, Genova, Il partigiano, 1947). Ma una storia che descriva la Balilla come una formazione partigiana “normale”, solo un po’ più vicina alla città e un po’ più bellicosa non dà ragione dei fatti. La vicinanza, l’azione militare in città o ai suoi margini, avveniva quasi sempre su indicazioni di informatori locali, e quindi dell’organizzazione comunista. Una differenza sostanziale rispetto alle formazioni di montagna, autonome nella individuazione dei loro obiettivi militari. Quanto agli scontri veri e propri essi non lasciavano scampo a chiunque fosse stato fatto prigioniero. “Eravamo una formazione senza retrovie, o meglio le avevamo nello stesso campo nemico. Facevamo prigionieri solo per interrogarli. Diversamente…”.

Il 4 aprile 1945 a Cravasco un gruppo di partigiani della Balilla fucilava 39 prigionieri tedeschi e fascisti, prelevati dal campo di prigionia partigiano di Rovegno e condotti, con una marcia di 3 giorni, sul luogo della fucilazione. Una controrappresaglia necessaria, aveva spiegato Battista al Comando della Sesta Zona partigiana da cui dipendeva; un atto di guerra inevitabile dopo che i tedeschi avevano fucilato a Cravasco venti patrioti, prelevati nelle carceri di Marassi, per rappresaglia della morte di 9 SS tedesche cadute in uno scontro a fuoco con un gruppo di suoi partigiani. A prelevare, scortare e fucilare i 39 era stata una squadra della Balilla dopo che la brigata, all’unanimità, si era dichiarata a favore dell’azione. Per controllare un gruppo così numeroso in condizioni tanto sfavorevoli – a scortare i 39 durante tre giorni di marcia a piedi e per monti non c’era neppure una decina di partigiani – era stato detto ai prigionieri che il trasferimento preludeva ad uno scambio. Giunti sul posto prescelto – lo stesso dove pochi giorni prima erano stati fucilati i patrioti – i prigionieri erano stati falciati dalle armi automatiche dei partigiani. Nei giorni successivi il gesto era stato rivendicato da un volantino: “Il comando dei Patrioti che non ha mai preso l’iniziativa di fucilazioni d’inermi, né ha mai fatto ricadere su civili le responsabilità per azioni di guerra, avverte i nazifascisti che i Patrioti risponderanno ad ogni crimine del genere di quello commesso a Cravasco, con rappresaglie immediate.” La firma in calce al documento, opera dell’Ufficio stampa della Sesta, era – forse non casualmente – poco ortodossa “Il comando dei patrioti” e non come sarebbe stato lecito aspettarsi, “Il Comando della sesta zona operativa” o altra dicitura egualmente ufficiale. Un segno delle incertezze che avevano accompagnato la decisione.

Dopo l’esecuzione quelli della Balilla si erano appostati per fronteggiare una eventuale ritorsione sul paese che però non c’era stata. In città – di questo però allora e per molto tempo in seguito non si seppe nulla – si erano scontrati due partiti: da un lato Engel e le SS che avevano proposto di rilanciare eliminando una ottantina di prigionieri politici, dall’altra Meinhold, il comandante tedesco della piazza, convinto che una operazione del genere non avrebbe facilitato l’imminente uscita delle sue forze dalla città per dirigersi verso Nord. Meinhold aveva avuto la meglio.

La controrappresaglia aveva posto i partigiani su un terreno in precedenza frequentato quasi esclusivamente da fascisti e tedeschi. Il gesto, che rompeva con lo stile della Sesta Zona, non era però del tutto una novità. Già il 18 luglio ’44, il Comando delle Brigate Garibaldi per la Liguria, in esecuzione di un ordine del Comando Militare che a livello regionale coordinava le formazioni partigiane, aveva deciso una “controrappresaglia” ordinando la fucilazione di 100 “militari nazifascisti” catturati dalle varie formazioni liguri. Era la risposta alla avvenuta fucilazione da parte tedesca – annunciata il 6 luglio – di 70 prigionieri politici detenuti nel campo di Fossoli; a sua volta ordinata per rappresaglia dell’attentato (avvenuto il 25 giugno) dei Gap genovesi contro il Bar Olanda dove erano morti 7 militari germanici. In seguito alla decisione, alla Terza brigata, quella comandata da Bisagno, era toccato di fucilare 15 prigionieri tedeschi, appartenenti alle SS. Ma dell’episodio, avvenuto a metà luglio ’44, si era saputo poco e nel movimento aveva lasciato scarsissime tracce. L’opposto di quanto accadde per Cravasco.

La sfida di Battista discendeva direttamente da quella vinta il 22 marzo quando i suoi uomini avevano affrontato e ucciso in uno scontro aperto 9 SS. Un gesto che il comando tedesco aveva giudicato intollerabile tanto da ordinare la rappresaglia immediata, eseguita la notte successiva, nello stesso posto dove era avvenuto lo scontro. I tedeschi avevano inteso così punire la guerra d’attacco da tempo messa in opera dalla Balilla. Per lo stesso motivo Battista e i suoi, che avevano colto il significato del messaggio “da ora in poi non toccateci più oppure…”, si erano fatti promotori della controrappresaglia. Più dei loro comandi superiori, lontani dai luoghi dello scontro e impregnati di difensivismo, avevano capito che la rappresaglia tedesca aveva il solo scopo di bloccare la loro attività militare. Non si poteva fingere che non fosse avvenuta.

Dalle carceri di Marassi, dove erano detenuti i politici, era arrivato ai partigiani un messaggio inequivoco: non proseguite nelle ritorsioni o ci faranno fuori tutti. Nella Balilla solo il gruppo di comando ne era venuto a conoscenza ma la proposta della controrappresaglia non era stata abbandonata: messa ai voti, tutta la formazione si era dichiarata favorevole. Subito dopo Battista aveva girato la richiesta ai suoi compagni comunisti di Bolzaneto perché la portassero al CLN locale. Qui però erano prevalsi i dubbi. Se la spirale delle rappresaglie fosse continuata? La conclusione della guerra era imminente: era giusto ignorare i messaggi che provenivano dal carcere che chiedevano di limitare al massimo i sacrifici umani? In ogni caso era una decisione militare, avevano concluso al CLN; toccava al Comando zona assumersene la responsabilità. Anche alla Zona la proposta aveva sollevato perplessità. Ce n’era ancora per pochi giorni, avevano detto; perché correre il rischio di una ulteriore rappresaglia tedesca?

Si disse in seguito – ma non vi sono conferme – che alla Zona fosse stato Scrivia, il comandante della Pinan Cichero, il più ostile alle richieste di Battista. Un favore discreto era invece venuto dalla missione britannica che non aveva mai nascosto la sua simpatia per la piccola formazione che operava nei pressi della città tanto da armarla al completo coi preziosi Marlin, un mitra fino a quel momento appannaggio solo di qualche supercomandante. Una simpatia tutt’altro che politica – la fede comunista della Balilla era ben nota – ma erano pochi, disciplinati e molto bellicosi. Proprio come i britannici avrebbero voluto fossero i gruppi partigiani: simili a dei commandos. Pensavano infatti che la fede comunista sarebbe stata meno ingombrante dei grandi numeri quando, dopo la resa tedesca, si sarebbe dovuto fare i conti con loro. Infine a favore di Battista c’era un argomento non politico ma, in quel momento, di un certo rilievo. Il campo dei prigionieri era sovraccarico di militari e civili parte dei quali, sommariamente giudicati e condannati a morte, era stata tenuta in vita in prospettiva di uno scambio. La guerra però volgeva alla fine e i tedeschi, in passato interessati a simili trattative, ora sembravano aver cambiato idea. I fascisti poi erano allo sbando. Così Battista ottenne senza troppa fatica che l’esecuzione di una parte dei prigionieri già condannati a morte avvenisse sotto la sua responsabilità a Cravasco assumendo il significato di una controrappresaglia. Un escamotage a cui probabilmente va fatta risalire la mancanza nelle carte del Comando Zona del pur minimo riferimento ad una decisione in proposito.

Tre giorni di marcia, con i prigionieri legati con le corde leggere dei paracadute dei lanci, le notti all’aperto, le intimidazioni: “se scappa l’ultimo fuciliamo penultimo e terzultimo, se scappa uno in mezzo, fuciliamo quello prima e quello dopo”, infine l’esibizione di armi moderne come una specie di pistola col silenziatore mostrata a più riprese durante le soste facendo credere che ogni partigiano ne fosse dotato. La convinzione dei prigionieri di essere scambiati – a diffidare solo due SS, che al momento dell’esecuzione avevano tentato la fuga – e alla fine una montagna di morti. Battista era andato dal parroco di Cravasco: “gli dica di venirseli a prendere ma che non facciano scherzi con la popolazione o pensino di bruciare il paese. Siamo qui in giro, abbiamo tanti prigionieri che possiamo continuare per giorni…”.

All’esecuzione avevano partecipato gli stessi, “meno d’una decina”, che li avevano scortati durante i tre giorni e pochi altri che si erano aggiunti verso la fine del viaggio quando tutto il gruppo era passato nelle vicinanze della Sella, uno dei loro campi base, dove avevano raccolto altri due prigionieri da fucilare. La maggior parte dei partigiani aveva un’età attorno ai 20 anni, uno ne aveva 16, un altro 17. Battista, il comandante, aveva 37 anni ed era uno dei più vecchi. Dei fucilati, tre avevano 17 anni.

Anche se era noto che i soldati germanici non tolleravano nell’ambito urbano e periurbano attentati alle loro forze – e non perdevano certo l’occasione di ricordarlo – la controrappresaglia, voluta fortemente da Battista e approvata dai suoi, c’era stata. Nel campo della Sesta non aveva provocato singhiozzi né pentimenti e aveva confermato la fama di una Balilla aggressiva, che non si lasciava condizionare dal nemico. Luciano era uno dei comandanti del gruppo che aveva accompagnato i prigionieri nel loro viaggio verso l’esecuzione ma tutta l’operazione era stata condotta da Battista in persona. A lui e agli altri comandanti non erano sfuggite le possibili ulteriori tragiche conseguenze di quel gesto. Un gesto di una durezza inaudita reso possibile dalla coesione maturata dai suoi esecutori che andava fatta risalire, più che alle direttive politiche e militari che avevano dato vita alla brigata volante, alle storie dei protagonisti e più ancora alle solidarietà maturate tra loro nelle settimane precedenti.

“Non eravamo come gli altri, lassù, sempre in attesa del rastrellamento. Qui eravamo noi a fare il gioco salvo che ogni volta, negli scontri, dovevamo giocarci tutto; non avevamo retrovie. Ne eravamo consapevoli, almeno quelli più esperti tra noi; certamente io lo ero. Potevamo sopravvivere solo combattendo in quel modo. Poi c’erano altri fattori: ad esempio il nostro entusiasmo; aveva qualcosa di puerile ma il morale è molto importante per combattere e noi l’avevamo. Ci vuole anche fortuna: la nostra è stata avere il tempo necessario per imparare. Ma alle circostanze fortunate anche noi avevamo contribuito”.

Avevano scoperto solidarietà inattese. In seguito, dopo la guerra, parlando, Luciano si era convinto che i bombardamenti alleati avevano avuto un peso enorme per demolire l’immagine del fascismo. Era la prova che gli Alleati potevano colpire ovunque, impunemente, quando e come volevano. Uno dei bombardamenti più pesanti dell’ottobre del 1942 aveva bloccato gli orologi della città: per mesi e mesi tutti fermi sulle 22,25, l’ora delle bombe. Una specie di promemoria; il segno dell’impotenza del regime. La maggior parte delle famiglie non sapeva dei figli. Un capo dei falegnami dell’Ilva aveva saputo del suo, sportivo, corridore in bicicletta, che era morto a Tobruk. La moglie aveva messo tutti i quadri della Madonna sul terrazzo: la prima bomba che arriva è la tua, aveva detto. Da gente come loro – osserva Luciano – erano arrivate, inattese, le complicità che, unite ad altre più antiche, avevano alzato una barriera attorno alla Balilla. Tutta gente che “si sarebbe fatta tagliare la gola” pur di non denunciarli.

Loro i partigiani avevano fatto la sola cosa in loro potere, avevano cercato di resistere, di sopravvivere. “Se resti sulla strada impari o muori; diversamente abbandoni. Sarebbe bastato un niente per mandarci all’aria”. Tra la Benedicta, dove erano stati messi in rotta, e Cravasco dove ad attaccare e a uccidere le 9 SS erano stati i partigiani, erano passati solo 11 mesi ma la differenza era enorme. “I 9 di Cravasco non erano dei rimbambiti; erano nove tedeschi, 9 SS, esperti, armati perfettamente, ma quando li abbiamo attaccati non hanno neanche avuto il tempo di rendersi conto di quello che succedeva. Un anno prima, 9 come loro, con le armi che avevano, avrebbero facilmente sbaragliato la Zona. È un fatto che, come altre nostre azioni di quei giorni, dà la misura di quello che eravamo diventati. Eravamo capaci di sfruttare a fondo il terreno e le armi e, specialmente, volevamo colpire”.

È la vigilia di natale del 1998. Luciano parla con difficoltà; è divorato dalla malattia. Forse per fare i conti col mondo che gli sopravviverà, mi ha affidato due settimane prima il compito di controllare i giornali, la cronaca genovese del 1944 e ’45. Vuole sapere se e cosa dicono di loro, di lui. È pronto a precisare, smentire. D’accordo che nel frattempo è passato mezzo secolo. Ma ora è venuto il momento, il suo; dopo non gli sarebbe più possibile. Tra l’altro può valersi della mia collaborazione, “un esperto”.

Torna a farmi notare, con una certa ironia – una sfida ai miei tentativi di ricostruzione delle storie di allora? – come spesso sono gli eventi più casuali ad avere un peso notevole sulla nostra vita. Lo sorprende (“è un sentimento che provavo già da giovane”) lo spreco della vita che si fa nel mondo, un bene rapido ad estinguersi e così difficile da apprezzare. Prova la sofferenza di chi sta per abbandonarla. Riconosce i sentimenti che sta provando perché ha vissuto e ha pensato. Avverto in lui un orrore sincero per la guerra ma anche la difesa delle sue scelte d’allora. Combattere è stato giusto, ripete. Ha sempre avvertito il limite del “chiamarsi fuori”: è un aspetto del suo carattere, dice, non il risultato d’una convinzione politica. “Se vado indietro coi pensieri mi sembra di essere stato sempre così”; così a scuola, sul lavoro, con sua madre, con se stesso.

Nel febbraio ’44 ha fatto una scelta che in seguito ha avuto l’approvazione della storia. Ma di quei giorni lontani ricorda piuttosto la sofferenza sua e di tanti altri lasciati “soli di fronte a decisioni così gravi”. Ricorda anche la povertà dei suoi stimoli, dei suoi argomenti. “Oggi i ragazzi sanno di più, parlano di più. Chissà cosa si dicono ma parlano; anche con i genitori. Per noi era tutto diverso: il lavoro, la famiglia, gli amici; tutto diverso. Per problemi come quelli che mi si sono presentati allora non avevo neppure le parole, la confidenza”. Era per via del fascismo ma anche per la povertà, materiale e morale di una famiglia dove prestissimo era scomparsa la voce del padre e dove si parlava solo di lavoro, lavoro, lavoro. Così vivevamo, dice.

Nel combattere aveva fama di intransigente ma nel suo racconto non avverto mai un senso di superiorità personale sugli “altri”, i rimasti a casa o gli stessi nemici. Cravasco, la decisione presa allora, “non alla leggera ma meditata e per giunta anche votata”, gli serve per farmi capire chi era lui, Luciano, e gli altri capi della Balilla. “I tedeschi davano la prova della loro decisione; noi della nostra. Per la prima volta era superiore alla loro. Sapevamo che avrebbero potuto rilanciare. Eravamo pronti a superarli ancora”. Lo guardo incredulo: “loro 80 e voi, a vostra volta, 100, 150 e poi ancora quanti?”. Mi risponde serio: “l’esecuzione è stata una scelta terribile ma non ci era costata molto tempo. Avevamo dentro le motivazioni necessarie. La maggior parte di noi, sicuramente io, alla partenza non le possedeva. Per maturarle c’erano volute settimane, mesi. Si matura, o si cambia a seconda di come oggi giudichi quel gesto, ma non te ne accorgi. Di colpo o gradualmente? Chi lo sa. Uno non sale ai monti per fucilare la gente”.

Mi faccio coraggio e gli dico: tra quelli da fucilare, con la divisa delle Brigate nere, c’erano anche dei ragazzi di 16, 17 anni. Uno di loro, incitato dal padre, aveva infierito su un partigiano ferito uccidendolo. Vedevi che era un ragazzo? “Anche tra noi c’erano dei ragazzi della stessa età. Uno di loro mi ha detto in seguito che al momento di sparare non se l’era sentita. Ma in quel momento non è la giovinezza del nemico che ti turba – anche tu ti senti giovane – è la sua ostinazione. Può succedere che pianga ma, per lo più, ti aggredisce. È terribile, lo so, ma ti appare irrecuperabile, bruciato per sempre. Cerchi di non guardarlo: non per la sua giovinezza ma perché ha qualcosa che ti fa paura. Certo, ti chiedevi come mai fossero finiti in quel gruppo di malcapitati, ma era la guerra di allora. Pensavi a finire, a finirli, a finirla. Come in quelle di oggi, credo”. La guerra, aveva aggiunto, era in ogni caso “una disgrazia terribile”. Chi ne era rimasto fuori per età, fortuna o scelta non doveva far altro che compiacersene. Se però “dopo” – voleva dire dopo la sua morte – avessi ancora voluto approfondire quei problemi dovevo cercare un suo compagno della Balilla, Ezio, uno che “sapeva e pensava molto” e che “a suo modo aveva studiato”. Dovevo dirgli, ripeté più volte dandomi il recapito telefonico, della nostra amicizia e di come ci eravamo conosciuti.

Chiedo ancora: quanto aveva pesato la Benedicta su tutta la sua storia? Risponde: vista col senno di poi, molto. Lassù aveva vissuto quasi tutto: la vita del campo che gli era piaciuta, Casalini, l’esperienza della preda in fuga dal cacciatore, il rapporto con un’arma “che all’inizio ti inorgoglisce e ti rassicura ma che al momento della prova capisci che non ti serve. Perché non sai usarla, perché ogni arma è un modo di schierarsi, di guardare…”. E poi ancora l’incontro con Luci con quello che ne era seguito. La Benedicta? Ma sì, molte cose erano cominciate lì, “non tutte però, perché non si mai dove cominciano le cose”.

Fu il nostro ultimo incontro. Gli avevo mostrato i risultati della mia inchiesta sui giornali dell’epoca a proposito della controrappresaglia di Cravasco e delle esecuzioni – avvenute dopo la Liberazione e materialmente eseguite da reparti di polizia composti da elementi provenienti dalle forze partigiane – di condanne alla fucilazione di alcuni criminali fascisti. Era soddisfatto; “bisogna lasciare le cose in ordine”, aveva detto sorridendo. Mi consegnò anche un piccolo ricordo. Fu un vero congedo ma senza alcuna concessione al patetico. Morì tre settimane dopo.

Al suo funerale – religioso – nella parrocchiale di Serravalle, spiccava tra le altre una corona di fiori rossi con un nastro tricolore, “I compagni della Balilla”; a fianco un piccolo gruppo di anziani, i sopravvissuti della formazione. In stazione, dove per un’eternità avevo aspettato un treno che mi riportasse a Genova, ripensavo ai miei incontri con lui. L’avevo interrogato su aspetti che appartengono alla storia di qualsiasi guerra. Ma era il suo personale rapporto con i fatti che avevo cercato di indagare; un territorio che lui aveva già esplorato per proprio conto e sul quale aveva accettato di accompagnarmi con una certa prudenza. Non per timore che scoprissi chissà che; piuttosto perché non credeva all’utilità di quell’esercizio.

La sua storia partigiana, cominciata nel febbraio ’44, era proseguita quasi ininterrottamente fino alla Liberazione; 14 mesi, una delle più lunghe. Non era il frutto di una fortissima determinazione iniziale; piuttosto la risultante di svolte successive segnate via via dall’incontro col comunista Ratto, con l’umanità di Casalini, con Luci, Battista e i Gap. Una guerra fatta ugualmente di colpi inferti al nemico e di legami coi compagni: l’amicizia messa alla prova ogni giorno. Niente tentennamenti neppure quando, a maggio del ’44, dopo settimane che non si vedevano, aveva rivisto Manin. “Stai bene? mi ha detto, e basta; non mi ha neppure abbracciato, forse mi ha dato un colpetto qui, sulla guancia”. O quando, dopo la ferita e due mesi di convalescenza in condizioni difficilissime, era tornato coi vecchi compagni, entusiasta della “brigata volante” che somigliava un po’ ai Gap, con il comandante d’un tempo ma un gruppo più numeroso.

Tutto questo doveva essere fatto risalire all’antifascismo? E quale? L’antifascismo di famiglia, del padre, l’aveva percepito sì ma non avrebbe saputo spiegarlo. Non aveva vissuto la mortificazione del ’22, né conosciuto la rabbia di dover tacere o nascondersi. Come invece il padre che il 28 ottobre per andare a chiamare la levatrice aveva dovuto camminare nascosto nel fossato. Luciano non aveva faticato a dare la risposta giusta al direttore della scuola apprendisti quando gli aveva chiesto perché non c’erano più gli scioperi. Perché le cose “stavano così come in quel momento gli dicevo e anche il distintivo non mi ricordo che mi desse noia portarlo”. Per cui sì antifascismo ma come un “sentimento primordiale” e comunque non di lotta; al massimo una vaga consapevolezza che era esistita una opzione diversa; niente di più. La versione più convincente dell’antifascismo di casa, era che il padre avesse subito una terribile ingiustizia, “una cosa familiare” più che politica. “E poi chi ero io? Ero un ragazzo che pensava molto al lavoro, a portare i soldi a casa; ne facevo un punto d’onore, questo lo ricordo benissimo”. La loro era una miseria relativa perché c’era chi stava peggio ma era sempre miseria e tutti i loro sforzi, non potendola vincere, erano diretti a contenerla.

L’antifascismo di Manin? La madre che ogni mattina andava alla prima messa e si segnava ad ogni passaggio di fronte a una chiesa o a una edicola sacra? Manin era stata una sorpresa anche per Luciano. Tra la primavera e l’estate del ’44, lo aveva visto, armato, nella Cattolica: “dormivamo con le armi addosso e spesso con le scarpe ai piedi”. Aveva capito benissimo cosa lui e i suoi compagni facessero con quelle armi ma non gli aveva chiesto nulla né fatto raccomandazioni; solo silenzio.

E il comunismo? Gli era apparso per la prima volta dopo l’8 settembre con l’espressione bonaria e autorevole di 3 o 4 operai, “gente più grande che ne sapeva più di noi”. Solo loro, i comunisti – “e questo dovrebbe far riflettere”, aggiungeva – avevano avuto qualcosa da dire ai ragazzi nella sua situazione. Pochi mesi dopo, nella primavera del ’44 la novità era stata ancora il comunismo, nella versione giovane di Casalini, che gli aveva proposto un rapporto tra eguali. I Gap infine gliene avevano offerto un’ulteriore versione, più semplificata e accessibile. Da loro Luciano aveva assunto, come se fossero “naturali”, i modi e le parole che ne avevano fatto un uomo di Battista, uno di “quelli di Bolzaneto”. Che non a caso avevano riscosso l’interesse di Attilio, l’operaista capo del Servizio Informazioni Partigiano, quando a fine luglio ’44 erano arrivati in montagna.

Sollecitato da me Luciano era tornato a pensare al Luciano di allora; con qualche disagio, diceva, per il “minimo” che era stato. Non s’era pentito d’essersi sciolto dalla madre né di essere salito ai monti. Un gesto che lo aveva trasferito da un mondo ad un altro. Il suo partigianato era stato la linea di spartiacque tra il “minimo” che era prima e l’uomo del dopo, lo stesso che stava parlando con me. Lassù aveva imparato a conoscersi e questo aveva fatto la differenza.

Quanto al modo in cui era finito nella storia, erano i casi che mi aveva offerto da dipanare che lo avevano spinto “dalla parte dove si stava in piedi”; non dei più colti, o più coraggiosi, o più qualcos’altro. No, solo dalla parte di quelli in piedi.

– E dall’altra parte chi?
– Gli altri, quasi tutti; e vai a capire perché.
– Così, subito dopo essersi collocato tra gli eletti tornava a richiamare l’importanza del caso che non aveva suggerito agli altri di fare lo stesso.

Il racconto della sua vita fino al 20 febbraio ’44 aveva le parole e i riferimenti d’una storia privata; diverse da quelle usate per raccontare il seguito quando, alla fine della primavera ’44, si era messo coi Gap. Queste ultime erano più simili a quelle dei libri di storia. Non conosceva altra lettura. In ogni caso giudicava superfluo, forse addirittura pericoloso offrirne una personale. Mi ero persino chiesto se il suo lavoro in polizia non fosse all’origine della sua autocondanna al silenzio. Forse era la consapevolezza dei rischi di una persecuzione giudiziaria. “Noi non scherzavamo” mi ha detto una volta e, in un altro caso, serio, “non erano scherzi, quelli”.

Viveva le mie sollecitazioni ad approfondire – non sempre discrete ma leali – con stupore. Ad esse contrapponeva formule consolidate, approvate dalla storia. Solo a volte, incidentalmente, lasciava trapelare il suo travaglio, la solitudine, l’incertezza di allora ma se glielo facevo notare di colpo arretrava. Pensava sinceramente che le ragioni personali non aggiungessero nulla; poco importanti di fronte a quelle generali che subito mi riproponeva. Aveva dalla sua almeno un buon motivo: il fondamento morale dei suoi gesti stava nella storia non nelle sue intenzioni. Perché dunque parlarne?

Sin dall’inizio dei nostri colloqui la controrappresaglia di Cravasco mi era apparsa un fatto capace di rappresentare da solo l’insieme dei processi morali, militari e politici, di cui la Balilla era stata espressione. Non poteva però dare anche ragione della storia di coloro che ne avevano fatto parte. Bastava, per convincersene, quello che Luciano e altri partigiani, della Balilla e di altre formazioni della Sesta, mi avevano raccontato. Storie diverse che si erano intrecciate in montagna durante pochi mesi per poi separarsi nuovamente. Esaminate da vicino mostravano ingredienti simili sia pure in proporzioni variabili: un certo antifascismo (in infinite varietà e gradazioni), una certa indipendenza di giudizio, un certo rapporto con la famiglia, una certa consapevolezza delle sorti della guerra, il desiderio di sottrarsi ad essa e altro simile. Uno schema buono per interrogare i protagonisti ma di scarso aiuto per capire i perché che solo ascoltando è possibile ricostruire; i perché del salire, del restare, del combattere a quel modo, della fedeltà al gruppo e così via.

Al momento di scriverne – grazie agli appunti e alle registrazioni fatte a suo tempo – ho rimpianto di non aver insistito nel chiedergli di più dei suoi compagni di banda, del peso delle diverse individualità sullo stile del gruppo. Ma, quando l’avevo fatto, Luciano mi aveva rimandato a “La brigata Balilla” di Balestreri. Una storia piena di ammirazione per i giovani generosi, disciplinati e combattivi che dal nulla le avevano dato vita. Un omaggio al popolo, anonimo protagonista della lotta di liberazione, con solo qualche insignificante eccezione per i protagonisti di alcuni episodi. La Balilla testimoniava l’antifascismo irriducibile del popolo di Bolzaneto, la continuità tra partigiani, popolazione e – non detto ma sottinteso – il partito comunista, cuore politico della brigata. Ma perché loro? Perché quelli e non altri? Alla domanda non rispondevano il libro di Balestreri né i racconti di Luciano. Eppure era una questione importante, la principale, se si voleva dare ragione sia dei singoli sia delle gesta della banda. Il “chi erano” faceva infatti tutt’uno con le loro azioni, il loro stile militare.

Depurata dai particolari degli eventi di cui era intessuta, la storia della Balilla aspettava ancora d’essere ricondotta a quello che in chimica si chiama il residuo secco che potrebbe avvicinarsi a ciò che i filosofi chiamano forma, il qualcosa che la individuava e la distingueva dalle altre formazioni, risultato di casi e caso essa stessa.

IV. La foto di gruppo

 Nel febbraio del ’99, un mese dopo il funerale di Luciano, andai a trovare Ezio a casa sua. Stavo concludendo la stesura di “Comunisti e partigiani. Genova 1942-45”, un libro sui rapporti tra Partito comunista e movimento partigiano nel Genovesato. Avevo messo da parte i miei interrogativi sulla Balilla ed ero alla ricerca di riscontri su alcuni episodi avvenuti a Genova durante l’insurrezione. Sorridente, disponibile, Ezio, pur incuriosito dalle mie ricerche, fu discreto; capì di cosa avevo bisogno, mi mise in contatto con alcuni informatori e la cosa finì lì.

Ci rivedemmo a teatro, casualmente, a distanza di due anni, domenica 11 febbraio del 2001, alla rappresentazione di “4 bombe in tasca”, un soggetto partigiano di Ugo Chiti. Ezio era con la moglie Miranda. “Potremmo portare in teatro la storia della Balilla” gli avevo detto, scherzando, alla fine della rappresentazione. “Certo”, aveva risposto lui senza battere ciglio. Scoprimmo così che tutti e due, io per le mie ricerche e lui per il suo vissuto, avevamo proiettato sulla scena altri personaggi e altri luoghi: quelli che ci erano familiari. Guadagnai un invito a casa loro

Fu la settimana dopo. Ezio, nell’attesa, si era avventurato in una sorta di scenografia. Aveva schizzato gli ambienti e il profilo di alcuni dei personaggi della storia: anziani i cui racconti, grazie ad un gioco di flashback, sarebbero stati interpretati da giovani attori chiamati a dare voce e volto ai ragazzi di allora. Era entrato nella parte al punto che la messa in scena sembrava una questione di pochi mesi. Non posso seguirti su questo terreno, gli avevo detto; nessuno di noi due si intende di scrittura teatrale. Proviamo invece a produrre insieme un materiale grezzo. Chissà che qualcuno più esperto non sia disposto a metterci le mani.

Nell’aprile successivo uscì il mio “Comunisti e partigiani”. Era l’occasione per sciogliermi da una materia che da tempo mi sovrastava. Naturalmente c’erano motivi che rendevano difficile il distacco. L’invio dell’opera per richieste di recensione, le presentazioni – in verità poche -, qualche chiacchierata con amici e colleghi, le telefonate e le lettere di sconosciuti che facevano precisazioni; mandavano congratulazioni o insulti. Una sensibilità per l’argomento che mi aveva sorpreso; ma non fu questo il motivo per cui di nuovo cercai Ezio. Forse era per l’entusiasmo con cui aveva accolto il progetto di portare in teatro la storia che aveva vissuto. O forse per l’interesse genuino, non retorico, che in casa di Ezio e Miranda avevo avvertito per i temi partigiani. Andai a casa loro il 13 dicembre 2001. In seguito i nostri incontri ebbero una cadenza quindicinale, io armato di registratore, lui di pazienza. L’oggetto erano loro, i “ragazzi” della Balilla.

Mi sono chiesto a più riprese, quale fosse il motivo per cui Luciano mi aveva spinto ad incontrare Ezio. Non credo perché mi dovesse rivelare chissà quali segreti anche se in seguito ho scoperto che qualche piccolo segreto c’era. Ad esempio il nome di chi tra loro, a Cravasco, nello scontro che aveva causato la morte dei 9 tedeschi, aveva sparato per primo mettendosi così idealmente all’inizio di una terribile catena di morti. Ma anche a vederla in questo modo non era poi un segreto tale da incidere in modo significativo sulla ricostruzione dei fatti. L’unica spiegazione che col tempo ho trovato è che Luciano riconoscesse a Ezio una riserva di parole – forse, anche di critica – superiore alla sua.

Ezio, sin dal nostro primo incontro, dopo poche battute dedicate alla storia familiare, aveva usato, riferendosi alla sua storia partigiana, parole come “sofferenza”, “rituali dolorosi”, “scavo delle fosse”, “tirare a sorte il plotone”. Aveva anche detto del suo desiderio, all’epoca, di chiudere rapidamente con quella esperienza pur riconoscendo l’importanza enorme che aveva avuto per lui. Non era un modo per prenderne le distanze. I distinguo, aveva precisato, riguardavano semmai il periodo successivo alla Liberazione. Fino a quel giorno c’era stata una storia sola, una responsabilità collettiva.

Nato nel 1923 a Bolzaneto, allora comune autonomo, (in seguito delegazione della “Grande Genova”) Ezio, cresciuto in una famiglia operaia, era andato a lavorare prima dei 14 anni. A 20 anni, nel 1943, chiamato alle armi – artiglieria del 34esimo reggimento – dopo un periodo di istruzione a Diano Marina, aveva seguito la Quarta Armata nel Sud della Francia, già occupata dai tedeschi. Prigioniero in seguito all’8 settembre, era riuscito a scappare e, dopo un viaggio avventuroso, a rientrare a casa, a Bolzaneto, attorno alla metà di ottobre. Alla fine di novembre del 1943 erano scaduti i bandi della Repubblica di Salò che ingiungevano agli ex militari e ai giovani di leva di presentarsi ai centri di reclutamento. Ezio aveva temporeggiato. Si era imboscato fino a quando, complice il fratello, nel marzo del 1944, era entrato in cospirazione, nella Resistenza. Collaborava a stampare e a trasportare il materiale di propaganda del Fronte della Gioventù, l’organizzazione dei giovani comunisti. Una attività clandestina per cui, oltre il rischio di ritorsioni sui familiari, era prevista la pena di morte. Ezio si muoveva con documenti falsi e, dall’autunno ’44, quando il suo impegno nell’organizzazione era cresciuto, armato di pistola. Nel dicembre del 1944 la sua organizzazione era stata scoperta: alcuni catturati, altri, tra cui lui stesso, ricercati. Dopo essere rimasto nascosto per circa tre mesi, nei primi giorni di febbraio del 1945 Ezio era stato accolto nella “Balilla” e con i suoi nuovi compagni aveva combattuto fino al giorno della Liberazione, il 25 aprile 1945.

La sua storia mostrava da subito due particolarità interessanti. Era arrivato in montagna ai primi di febbraio del ’45 quando la fase più caotica della piccola brigata era ormai alle spalle. I componenti storici del gruppo avevano manifestato – con battute sui rischi e le durezze del “prima” rispetto ai vantaggi di quanti invece erano arrivati “dopo” – una certa ritrosia a condividere con gli ultimi arrivati la gloria della brigata. Alla fine l’assimilazione c’era stata ma non aveva impedito a Ezio, uno degli arrivati “dopo”, di mettere a fuoco le caratteristiche del gruppo storico: codici, gerarchie, individualità.

La seconda particolarità derivava dall’aver vissuto Ezio, dopo la guerra, e al contrario ad esempio di Luciano, una densa esperienza di militante del partito comunista da cui si era sciolto in seguito a seri ripensamenti all’inizio degli anni Sessanta. Ripensamenti che non avevano toccato il periodo della cospirazione e della lotta partigiana ma la strategia “solo predicatoria” del partito nel dopoguerra. Un segno interessante di una personalità critica, non adagiata sul proprio vissuto.

– Fammi vedere la foto.
– La foto?
– Sì, la fotografia del gruppo. L’hai scattata nei primi giorni quando sei arrivato lassù dove loro stavano già da settimane. Una bella foto grande dove si vede tutto… armi, abitudini, parole.

Quello di immaginare la lettura d’una fotografia che nessuno ha mai scattato è un espediente che non sempre funziona. A Ezio sembra piacere.

“Arrivo e scopro di conoscerne un sacco: gente di Bolzaneto che mai più avrei immaginato di trovare tra i partigiani. Forse non corrispondevano alla visione romantica che avevo in testa. Una notte, a Bolzaneto, in un loro rifugio, ne avevo visti alcuni. Vieni con noi, guarda che belle armi, che bei vestiti, che scarpe… lassù si sta bene. Cosa stai a fare qui, sei in pericolo, lassù almeno puoi difenderti” gli aveva detto uno di loro. Di quella notte Ezio ricordava con precisione i loro vestiti, le armi, gli scarponi militari ma non i visi; solo quello che l’aveva apostrofato. Arrivando lassù era stato l’opposto. Erano le loro facce che aveva guardato e che ora, a mio uso, ricordava.

Due o tre di quelli che aveva trovato in montagna erano suoi amici, altri li conosceva appena. C’era anche gente che sicuramente non avrebbe mai frequentato; verso cui provava più diffidenza che amicizia, comunque indifferenza. Si conoscevano come abitanti di Bolzaneto o perché erano andati insieme a scuola; con Luci, ad esempio, in classe insieme. Di Ramon (n. 1924) sapeva che era uno che gli piaceva ballare, gentile, sempre nella Fratellanza, uno da ragazze, elegante, impomatato… E se lo era trovato lì. Come lui altri compagni di scuola a cui mai avrebbe attribuito sentimenti tali da arruolarsi in un esercito di quel genere per andare a far la guerra a fascisti e tedeschi.

Cosa avevano in comune? chiedo. “Potrei dire l’antifascismo o la necessità di sottrarsi ai bandi ma sarebbe una risposta a metà. Se io invitassi in casa mia tutti i miei amici, tutta la gente che conosco sia pure con una certa gradualità di amicizia, non diventerebbero per questo un gruppo d’amici. Sicuramente qualcuno direbbe stupito: guarda c’è il tale, oppure: ma come farà a essere amico di quello lì. Lassù qualcuno o qualcosa faceva la parte dell’amico che invita: un sentimento comune o qualche altra ragione, magari diversa da uno all’altro. Per rispondere dovremmo ricostruire le ragioni di ognuno. Ad esempio di Biscia (n. 1924) il duro, o di Ramon (n. 1924), compagno di scuola, allegro, spiritoso e ballerino di tango, o di Elpe (n. 1924) l’amico fraterno, di Mou (n. 1912), il bevitore incallito, di Alvaro (n. 1925), un altro compagno delle elementari, di Daniele (n. 1908), uno vecchio che avrà avuto almeno 50, 55 anni. Chissà come erano finiti lassù. Nell’insieme un gruppo di 30, 35 persone con dentro tutto: l’emotivo, il truculento, quello che ha sempre paura, quello della crisi isterica, il sempre buono…”.

Alvaro ad esempio era il genio incontrollabile degli scherzi; continui, pesanti, pericolosi. Ne aveva organizzato uno alle spalle di Mascotte (n. 1926), una specie di armadio un po’ ingenuo a cui tutti cercavano di affidare i carichi più pesanti o i lavori più sgradevoli. Odiava i fascisti in un modo viscerale e un giorno Alvaro, era arrivato al campo con un prigioniero: una brigata nera, aveva detto. In realtà era un sapista che si era prestato al gioco. Del fascista aveva l’aria; sfottente, provocatore, aveva confessato di aver fatto un bel po’ di carognate ai danni dei patrioti e seduta stante era stato condannato a morte. Al momento di scavare la fossa però si era rifiutato. Presi in giro: scavatela voi, aveva detto e mentre fumava l’ultima sigaretta si era messo a cantare “Giovinezza”. A quel punto Mascotte, con gli occhi fuori delle orbite e mentre quello continuava a sfotterlo, aveva chiesto di poter essere lui a liquidarlo. Aveva già cominciato a sparare quando si era reso conto che le sue pallottole erano caricate a salve. “Per poco non ha sparato a noi, ma proiettili veri, poi aveva riso; un partigiano preso in giro da un sapista… Perché un partigiano pensava che un sapista non valesse un suo dito”.

Ad Alvaro la passione per gli scherzi con le bombe a mano – ne aveva sempre di scariche e di armate – una volta per poco non era costata cara. All’improvviso, davanti un tedesco, non ricordava più quale fosse quella buona e si era salvato per un pelo. Ma non aveva perso l’abitudine e quando nessuno se l’aspettava era capace di buttarne una sul tavolo: veri coup de theatre col seguito di fughe generali. Una scena, faceva notare Ezio richiamando maliziosamente il nostro progetto iniziale, che in teatro avrebbe davvero fatto colpo. “Leggera penombra, ragazzi che parlano a mezza voce attorno a un tavolo, un braccio che emerge dalla porta o da una finestra. annunciato magari da un cigolio che attrae l’attenzione dei presenti, e la bomba che piomba in mezzo a loro. Silenzio improvviso e allibito di tutti poi la fuga, frenetica. Era lo scherzo che avrebbe fatto lui; forse lo ha anche fatto. Non credo però che fosse salito in montagna per quello”.

Fachiro (n. 1920) era un tipo svelto, intelligente, elegante che lavorava all’Elettrotecnico dove Battista, il comandante, aveva fatto il guardiano; per questo si conoscevano. “Aveva una certa superiorità sugli zoccoloni che eravamo noi. Aveva studiato, tanto che poi ha finito la sua carriera come vicequestore a Roma. Faceva parte dei comandanti, come Mauro (n. 1924), Luci, Zorro (n. 1920), Enzo (n. 1924), Anselmo (n. 1919). Anselmo era un tipo molto positivo. Era riuscito – avevamo il problema del rancio – a convincere certe donne della Sella a farci da mangiare; ne aveva fatto le cuoche della brigata. Dolce, scherzoso, un contadino dal cervello fine, poco più vecchio di me ma energico e, specialmente, grande comunicatore. C’era anche Tracche (n. 1927), un ragazzino che aveva perso un occhio in combattimento. Di notte non ci vedeva quasi; tutto meno che un guerriero”.

Zorro, il commissario politico, comunista, era un amico di Battista e, come lui, un cacciatore. Non il tipo di commissario predicatore ma uno che si faceva il mazzo come gli altri. Apparteneva al gruppetto di comando, quelli che sapevano cose che non tutti dovevano sapere e che conservavano i documenti. Come Mauro che ne faceva parte anche se aveva un anno meno di Ezio. I suoi erano i gestori della Società Cattolica: avevano ospitato le prime riunioni del movimento e continuavano ad ospitarli quando scendevamo a Bolzaneto; per non dire del loro appartamento che avevano messo a disposizione della Balilla.

Anche Biscia, a suo modo, era un comunicatore. Dopo la guerra era diventato usciere di San Martino e conosceva personalmente tutti i professori dell’ospedale. Plateale nelle sue prese di posizione, mai d’accordo con qualcuno ma sempre pronto ad eseguire gli ordini, Biscia aveva la fama di quello che non ci pensava due volte; fama che dopo la Liberazione si era rafforzata. Lassù Ezio aveva trovato anche Luigin (n. 1922), un tipo posato a cui, in seguito, un figlio malato “aveva portato via la vita”. C’era Bruno Pifferi (n. 1920), pacato, intelligente, simpatico, cacciatore come Battista e Zorro, abituale accompagnatore di tanti saliti in montagna e, come i suoi fratelli, organizzatore e uomo di fiducia del partito.

Lino (n.1925) era arrivato in montagna con Ezio, ai primi di febbraio. Prima di partire era passato a salutare sua madre. Cerca di non far male a nessuno, gli aveva raccomandato, ma se ti fanno male, difenditi, fatti rispettare. Insomma fai del male ma solo se ne faranno a te. Era una donna mite, di chiesa. Lo vedeva andare in guerra e gli raccomandava di non far male a nessuno; solo se gli avessero sparato allora avrebbe dovuto reagire. Era morto senza quasi avere il tempo di accorgersene, poco più di due mesi dopo, il 14 aprile, colpito da una mitragliata sparata da lontano.

Anche Giuliani (n.1922), uno degli “studenti” che durante il 1942 aveva fatto parte del gruppo di Buranello, operava sul territorio della Balilla ma non faceva parte del suo organico. Era un “indipendente” che a volte partecipava a qualche loro impresa. Un trattamento di favore dovuto al suo strettissimo collegamento col partito comunista e ai compiti particolari di cui si diceva fosse investito. Capitava di sorpresa nei posti dove loro eravano accantonati e mai che riuscissero a sapere da dove venisse o dove andasse o cosa stesse per fare. Un incontrollabile che mandava in bestia Battista che però era costretto a sopportarlo. Di lui Ezio aveva sentito parlare da certi suoi amici studenti liceali come di uno un po’ matto capace il 7 novembre di salire su un banco e commemorare la rivoluzione d’ottobre. Già questa era una anomalia: parlare della rivoluzione d’ottobre in novembre. Così anche il primo maggio o altre ricorrenze politiche di cui nessuno allora sapeva niente ma che erano occasione di altrettanti comizi. Una pazzia: roba da farsi espellere, come puntualmente era successo. Lassù era uno sempre in lite con tutti; combattivo ma un vero isolato; uno tosto, di quelli che conoscevano i metodi per farti parlare e non perdevano l’occasione per farlo sapere. Dopo la guerra aveva rivelato una passione segreta, il cinema. Aveva collaborato alla sceneggiatura di “Achtung Banditi” (1951) di Lizzani, riunendo in casa sua per l’occasione molti compagni partigiani; in seguito era diventato il produttore dei fratelli Taviani. Per sé, ne “La notte di San Lorenzo” aveva ritagliato una piccola parte: l’ufficiale delle Brigate Nere che comandava i fascisti nello scontro nel campo di grano; l’emblema rovesciato della sua fede politica.

Nel complesso, di loro, reciprocamente, lassù sapevano poco: quello che vedevano lì più qualche ricordo comune nel caso si conoscessero da prima. “Su 40 avrò saputo di una decina, compagni di scuola, vicini di casa, del quartiere” Poi c’erano gli altri di cui non sapeva e neppure voleva sapere. Una omertà necessaria a difendere la sicurezza di ognuno: qualcosa a cui Ezio era stato preparato già dalla cospirazione. Col suo capo, Rista, ci aveva lavorato insieme per mesi senza saperne nulla. Poi, una volta, Ezio, che doveva andare da un industriale a prelevare dei soldi, gli avevo detto “non è che quando arrivo lì quello mi chiama la polizia?” e lui “no, vai tranquillo, è mio padre”. Era il figlio del direttore della Pettinatura Biella: gliel’aveva detto per tranquillizzarlo ma s’era messo in pericolo.

Non sapere: una convenzione tacita che aveva finito per condizionare i loro ricordi. Non veniva fuori il passato: chi eri stato, perché eri finito lassù. No, solo il presente: chi eri in quel momento. “Una situazione che per rappresentarla in teatro si dovrebbe ricorrere a delle maschere; espressioni stabili, uguali, senza storia. Diversamente dovremmo cercare di individuare, facendone un elenco, le cose che potevano legarci. L’antifascismo, la precarietà derivante dall’essere renitenti, la necessità di sopravvivenza. In un esercito mercenario ti danno dei soldi ma lì nessuno ti dava niente; salvo il mangiare, ma non sempre, il dormire in una cascina, lavarsi quando era possibile, con la possibilità di essere catturati e fatti fuori. Ci univano motivi generali ma anche particolarità, diverse per ognuno di noi. Difficile ricostruirle. Neppure è detto che uno, interrogato di sé, le ricordi, ammesso che abbia mai saputo di possederle”.

Anche di Battista, il comandante, Ezio sapeva ben poco. Era uno dei cacciatori di Bolzaneto e lassù era il capo riconosciuto da tutti: da loro, dalla Zona, dagli inglesi di Davidson. Invece conosceva Luciano anche se ora si faceva chiamare Enzo. Dal suo amico Elpe aveva saputo che era lassù ma non sapeva come ci fosse arrivato. Lo conosceva dalla scuola, dai giochi di strada e perché era un frequentatore della Società cattolica. Viveva in un altro quartiere; altri amici, altro giro. Abitava dai Parpelin, poche case per andare all’ospedale, vicino al Priun, un quartiere dove abitavano i poveri: si allagava durante le piene, ci andavano le giostre, c’erano i trogoli, i lavatoi pubblici perché in molte case non c’era l’acqua. Luciano faceva parte delle persone che Ezio riteneva oneste, laboriose. Perché c’erano anche i lavativi, quelli che rubavano, come uno, un ragazzo intelligente che suonava il pianoforte, che si faceva chiudere dentro al circolo per poi rubare nella cassa. C’erano poi quelli che, pur schierati per la causa, non rientravano tra le persone che Ezio considerava rispettabili. Erano diversi, trasgressivi; sempre nelle osterie a giocare, si ubriacavano. “Io non sono mai entrato dallo Scagiun, un posto che mi appariva fosco dove c’erano degli omacci che bevevano, parlavano a voce alta, bestemmiavano. Mia madre poi mi teneva d’occhio. Lì no, mi diceva; e bastava”.

Conosceva Luciano anche se con lui non aveva fatto cose. Non andati allo stadio insieme e neppure a sciare. Invece ci era andato con uno che era finito nella Balilla perché, alla San Giorgio, dove lavorava, aveva rubato. Era stato beccato con altri e ai suoi amici aveva detto che lo aveva fatto per l’organizzazione, per il Soccorso rosso. “Per carità, era uno che politica niente. Ambizioso, sempre vestito alla moda, bravo a sciare dove andava coi fascisti del dopolavoro; legami che gli erano stati utili per ritardare il processo e fare a tempo ad andare in montagna. Quando mi hanno detto che era coi partigiani io sono cascato dall’ultima nuvola; tutto pensavo meno che uno come lui potesse finire lì”.

Di Luci invece Ezio era stato compagno di classe. Non lo ricordava come un ragazzo intelligente. Aveva una faccia asimmetrica; sembrava tagliata con l’accetta: un aspetto che faceva pensare a una persona irregolare. La stessa impressione, ma per altri motivi, che gli dava suo padre, un invalido di guerra, piccolo, sempre vestito di scuro, che faceva i giochi di prestigio e suonava il mandolino… Di Luci Ezio sapeva che, dopo l’8 settembre, se ne era venuto via dalla sua caserma a Casale, sopra un carrarmato. “Dava l’impressione di uno deciso, determinato, ma credo che mascherasse così un carattere semplice, buono. Una sera a Bolzaneto, in uno dei periodici giri che la nostra squadra faceva dopo il coprifuoco, per caso troviamo una brigata nera in compagnia di una ragazza. Luci gli dà il mani in alto; vuole prendergli il mitra. Damme chi, gli dice in dialetto. Quello reagisce e Luci fa partire una raffica: lo uccide e ferisce la ragazza. Prendiamo il mitra e torniamo al rifugio a dormire. Arrivati lui si mette a piangere come una fontana, disperato per quello che era successo. Non volevo, diceva; era inutile”. Ezio ne era rimasto colpito. Lo vedeva come un duro. Pensava che gli avrebbe detto: ma guarda un po’ che stupido quello lì che reagisce a quel modo. Invece piangeva, un pianto che non finiva più.

La forza della sua personalità, suggerisce Ezio, discendeva direttamente dal suo aspetto. Quello di uno di cui non ci si poteva fidare ciecamente; doppio come la sua faccia che si leggeva diversamente a seconda della parte da dove si guardava. Un aspetto che produceva ammirazione o inquietudine anche se chi lo conosceva sapeva che era un ragazzo buono – c’era il suo pianto a provarlo – che viveva quelle esperienze terribili in modo conflittuale. Il partigiano, comunque, lo faceva bene: andava, comandava, si sacrificava. Sempre in prima linea: per questo piaceva a Battista.

Uno “strano” era anche Mou che a Bolzaneto, un giorno sì e uno no era ubriaco. Quando Ezio l’aveva visto lassù si era chiesto come diavolo avesse fatto ad arrivarci. Beveva come una terrazza, era sdentato e aveva i piedi piatti. Una partigiano coi piedi piatti è difficile da immaginare. Invece c’era e chissà come c’era finito. Di Bolzaneto, ma conosciuto da Ezio solo di vista, era Brin (n. 1908), un omettino dall’apparenza insignificante, malaticcio al punto che durante certi trasferimenti, i compagni lo portavano a spalla: invece era stato un gappista e di quelli tosti; lo stesso che aveva messo la bandiera rossa sulla ciminiera della Bruzzo il primo maggio del ’44. Autorità morale indiscussa, intransigente, Brin, che era anche il loro cuoco, non conosceva le mezze misure; lui era per uccidere sempre e il più possibile.

Di Elpe, Ezio era amicissimo già da ragazzo. Avevano continuato ad incontrarsi, segretamente, quando, tra ’44 e ’45, Elpe scendeva a Bolzaneto su incarico di Battista ed Ezio era nascosto in attesa di raggiungere la banda. Gli raccontava di loro e gli chiedeva se voleva andare. Un anno meno di Ezio, di famiglia antifascista, il padre operaio della ferriera, Elpe era salito per via dei bandi, renitente. Era il tipo che sapeva sempre tutto di tutti; uno così: la prima biro, la sua; il primo rasoio elettrico, lui. Poteva fare tutto e lo faceva sempre per primo. Andava a trovare Ezio nel suo rifugio con la macchina da scrivere e la carta per farsi confezionare i volantini che avrebbero distribuito nei bar di Bolzaneto quando operavano dopo il coprifuoco. Alla Balilla Ezio era arrivato grazie a lui perché dalla fine del ’44 non volevano più reclutare nessuno. Dicevano: noi siamo arrivati quando non si sapeva come si sarebbe messa e questi vengono adesso a prendere la gloria. Lui però lo rassicurava: verrai su quando lo dico io; ne parlo io a Battista”.

Luci, Zorro, Elpe, Tracche, ognuno lassù aveva una sua storia. Come quel giovane caposquadra, “un omettino da niente, ligio, serio” che, verso la fine, aveva chiesto a Battista una breve licenza per andare a casa e il permesso di portare con sé lo sten. Era passato da Arquata, era entrato in farmacia e aveva fatto fuori il farmacista. Non era stata considerata una azione partigiana ma il regolamento di un conto privato; chissà quale e di quando. Lui comunque lo aveva tenuto dentro.

La Balilla era un mondo nuovo, mai visto. “Non era la cospirazione. C’erano regole nuove da osservare. Non sapevi tutto ma c’era un gruppo di comandanti in cui avevi fiducia e che sapeva quello che dovevi fare”. Una autorità morale e militare riconosciuta che dettava la disciplina interna, proponeva gli obiettivi e li giustificava. Sopra di loro Battista, un comandante per certi aspetti sgradevole ma credibile. Lineare fino alla rozzezza ma – precisa Ezio – all’epoca le semplificazioni apparivano persuasive. “Quando scenderemo faremo fuori tutti quelli che hanno una divisa” era una delle sue frasi preferite che molti ripetevano con convinzione. La cultura, quella che c’era, non aveva molte ragioni per comparire. Se si parlava era di guerra, di azioni fatte o da fare.

E poi la banda: non erano tanti ma c’era tutto: quello che aveva paura, che schivava i camallaggi, che gli facevano male i piedi, che non voleva andare, che voleva essere dappertutto. Un microcosmo, una quarantina di uomini, dove i ruoli non si discutevano; niente da interpretare. Un esercito straordinario che non assomigliava agli eserciti che Ezio aveva conosciuto; né al tedesco, né al francese, né all’italiano. Un esercito fatto di persone che Ezio non si aspettava di trovare lì; per questo “inattesi”, “strani”. “Non strani perché tra loro c’era qualche lucco, no. Non ricordo che ci fosse uno solo coi capelli lunghi. Se ci fosse stato, Battista, pidocchi a parte, glieli avrebbe fatti tagliare”. Battista infatti non sopportava chi non aderiva in modo totale alla sua condotta della guerra. Neppure perdeva l’occasione di farlo notare. Gli “studenti”, come Giuliani o come Ezio, anche se era andato a fare l’operaio a 14 anni, erano tra i bersagli preferiti della sua ironia. Leggete un po’ qui voi che avete studiato, era una delle sue frasi abituali. Avevano ricevuto, in un lancio, delle trappole esplosive ma le istruzioni erano in inglese e non riuscivano a farle funzionare. Era stata una delle tante occasioni per mostrare il suo disprezzo per gli studenti: “guardali questi che neppure sanno leggere sulle scatole di carne”.

Durante la sua permanenza in montagna, Ezio era stato per Battista un soggetto poco interessante. Solo nei combattimenti finali del 26 aprile quando a Bolzaneto aveva rimesso in funzione un cannone nemico contribuendo alla resa di una postazione tedesca, l’aveva guardato incredulo, come se lo vedesse per la prima volta. Senza dire una parola si era tolto i binocoli e glieli aveva dati. Era stato il suo primo riconoscimento.

La lingua della brigata era il genovese; tutti – “meno Giusto, un soldato meridionale di quelli dell’8 settembre e altri 2 o 3” – parlavano in dialetto; anche gli studenti. “Dialetto anche a casa mia, ma lì parolacce mai; erano sberle. Invece, arrivato lassù, è stato uno choc: una bestemmia dopo l’altra, un turpiloquio come non avevo mai sentito. Estremo, ostentato: dio, madonna, santi più che in Toscana. Ma i toscani sono più gentili, più artisti, alla madonna mettono aggettivi curiosi, spiritosi. Qui no, era il puro giastemà. Il sesso invece era tabù. Si cercava le ragazze nelle case dei contadini per qualche raro, modesto contatto; ma tutto alla luce del sole. C’era un controllo ferreo. Battista era intransigente. Forse anche oltre i motivi di sicurezza. Avevamo compiti precisi. Non dovevamo distrarci”.

In montagna c’era un programma definito per tutto, pause comprese: pulizie, parlare, cantare. Delle canzoni, ma anche di alcune poesie, giravano i testi scritti. “Battista voleva che cantassimo e che cantassimo bene. Capace di arrabbiarsi quando sbragavamo. Come il generale che vuole la truppa in ordine, bella figura, armi lucide… e intonata. Dovevamo sempre essere i più bravi. Tutti, anche i fascisti, cantavano; noi dovevamo farlo meglio”. Alla Sella, il più importante dei loro accantonamenti dove potevano cantare anche se protetti dalle sentinelle, il canto usciva dalle mura e arrivava alle orecchie dei locali. Per migliorarsi provavano ripetendo i pezzi più difficili. Mou, quello che beveva, aveva una voce ben modulata, sicura; faceva parte delle squadre di canto e come loro portava la mano all’orecchio. “Uno bravo è importante perché riesce a guidarti. Il repertorio era il solito: La guardia rossa, Fischia il vento, Dalle belle città. Niente Bella ciao; mai cantata. Piuttosto mettevamo parole nostre alla melodia di Katiuscia, la canzone russa”.

La brigata era organizzata in piccoli gruppi che si avvicendavano nell’occupare un certo numero di rifugi, ognuno con caratteristiche proprie. La Sella era il numero uno, la casa madre. Un altro rifugio era a Bolzaneto: la casa della famiglia Lucchini; un altro ancora, poco distante, nella ferriera Bruzzo; più lontano, nella valle della diga della Busalletta, ce n’era uno creato ai primi del ’45. Altro rifugio era la Zona: un gruppo andava avanti e indietro con ordini, materiali, armi. Da Bruzzo andavano per riposare, lavarsi e spidocchiarsi: c’erano i gabinetti e le docce; era il rimessaggio della banda. Dai Lucchini prendevano viveri e soldi frutto di una raccolta permanente. L’avvicendamento tra un rifugio e l’altro era quasi automatico; ad ognuno corrispondeva un campo d’azione.

La Sella era la base più ambita: un campo trincerato anche se, in parte, erano ostaggi dei locali; neutrali salvo la famiglia di Passerella, un contadino democristiano che la mattina li faceva entrare a lavarsi. Gli altri niente ma capitava che i partigiani più giovani qualche volta ci andassero a mangiare. Verso la fine il legame coi locali era migliorato un po’: nell’attacco tedesco che aveva fatto due morti ai partigiani, Giusto, il meridionale della Balilla, aveva salvato uno dei figli del falegname. Il gesto era stato apprezzato: “il rosso che salva il figlio del paolotto”. Alla Sella avevano una cucina con una donna a disposizione; quella reclutata da Anselmo; se no panetti, uova, formaggio, salame, latte in scatola. Nella casa di Passerella, in una stanza grande discutevano delle azioni fatte o da fare e cantavano. Lì o all’osteria ascoltavano Radio Londra e facevano anche le riunioni di partito. Per l’archivio, i documenti e il diario, c’erano dei posti segreti; segreti anche i depositi di viveri: latte condensato, pasta, zucchero, un po’ di cioccolata.

Il loro territorio era punteggiato oltre che dai rifugi, dai luoghi destinati sia all’osservazione sia all’incontro con gli informatori delle Sap locali. Poi c’era, importante, la rete delle osterie, storiche mete delle feste del primo maggio e delle gite fuori porta. Camporsella dove imperava la Gusta, la trattoria di Lencisa, quella di Nane a Gemignano, di “Colla” a Murta, dove sulla piazza c’era un gelso così grande che sopra ci mettevano i tavoli e le sedie per la gente che mangiava, del “Cin” a Begato, nel cui pozzo si diceva che durante il Risorgimento avessero trovato rifugio i carbonari, dei “Giuanelli” dove si mangiava solo lumache e altre ancora. Luoghi consueti della festa popolare ne avevano conservato le suggestioni tanto che continuavano ad essere il ritrovo di molti “perseguitati dal fascismo, antifascisti incalliti, comunisti più o meno consapevoli, socialisti primordiali”. Un intreccio di contatti decisivo per la sopravvivenza della banda. A loro, i partigiani, toccava di conoscere a menadito valli e colline che circondavano la Polcevera e i suoi affluenti, compresi i tempi e le condizioni di percorrenza, di notte e di giorno, di ogni più piccolo sentiero. Dovevano spostarsi in fretta, mangiare e dormire solo se si poteva e, specialmente, colpire.

Per dormire avevano nello zaino una copertaccia e le sciarpe americane, quelle tubolari. Ci si poteva infilare dentro parte del braccio e con alcuni accorgimenti permettevano di dormire proteggendosi la testa dal freddo. Poi le foglie; di quelle ne avevano tante e la preferenza era, nell’ordine, per quelle di faggio seguite da quelle di castagno. Il fieno era un po’ freddo; ultima la paglia. Dovunque si fermassero, per mangiare, dormire o parlare, mettevano le guardie; i turni erano di 3 o 4 ore e a dirigere il cambio c’erano altri, diversi dalle due guardie, quella che smontava e quella che montava. La sicurezza degli uomini era un punto fermo: per decidere come era meglio sistemare una guardia capitava a volte che facessero una vera discussione.

I depositi di armi erano a volte nei pressi dei rifugi a volte altrove. Ad esempio alla Busalletta avevano smontato la mangiatoia di una casa colonica abbandonata per farne un deposito di armi. Costruito poche settimane prima della Liberazione, forse era stato pensato più per il dopoguerra che per la battaglia finale. Non tutti nella brigata erano informati dei luoghi dove erano conservate armi ed esplosivi e ogni squadra aveva accesso solo a parte delle informazioni. Nei rifugi capitava di passarci la notte ma, più frequentemente, il giorno. Scoperti dovevano essere immediatamente abbandonati e sostituiti. “Una volta, mentre stavamo per raggiungere un nostro posto abbiamo visto delle persone che ci stavano curiosando. Li abbiamo inseguiti ma inutilmente. La notte successiva ci hanno tirato addosso con un cannone dal Righi. Avevamo rischiato; avremmo dovuto abbandonarlo subito”.

Ogni gruppetto aveva il suo capo, ogni azione, anche la più modesta aveva un responsabile. Il comandante doveva essere capace di affrontare gli imprevisti, continui in quel tipo di guerra, a cominciare da nervosismo e paura che spesso si manifestavano a sorpresa. Una volta, in 5 o 6 erano scesi dalla Castagnola per raggiungere Isola del Cantone e superare lo Scrivia. Da Fraconalto a Isola l’avevano fatta tutta di notte e durante il giorno si erano imboscati. Bisognava passare un ponte, un sapista del luogo gli aveva fatto vedere dove, ma era allo scoperto e non sapevano se era sorvegliato. Per muoversi avevano aspettato la notte ma, arrivati al ponte, uno da poco in formazione, aveva detto che non se la sentiva. O tutti o nessuno: un quarto d’ora a parlare, a cercare le parole giuste per convincerlo; ma non c’era stato verso. Passare il ponte non era difficile ma un ponte è falciabile da qualsiasi posizione. Poi uno di loro era passato, da solo. Non era successo niente; non era guardato. Dopo di lui, erano passati tutti, uno a uno, in silenzio.

Avevano camminato fino a quando era venuto giorno e si erano fermati a riposare. In una casa vicina un cane abbaiava, snervante, e non li lasciava dormire. Era uscita anche una donna e Sergio (n. 1923), un vice commissario che in quel momento comandava il gruppo, uno dei pochi che aveva la scuola superiore, le aveva detto: richiami questo cane o lo uccido. Lei ci aveva provato ma quello, un vero cane di campagna, non mollava. Sergio, rapido, lo aveva fulminato. La donna prima aveva gridato e poi si era quietata così loro avevano potuto dormire fino a sera. Ezio racconta la scena del cane come un film: la raffica, il guaito che sembrava un sospiro e loro che non aspettavamo altro che chiudere gli occhi. “La guerra era dappertutto e la tensione non ti abbandonava mai; toccava anche ai cani”.

Il mondo, le notizie sulla guerra passavano come per tutti attraverso Radio Londra che ascoltava nei rifugi da Bruzzo o alla Sella, gli stessi dove in genere elaboravano i piani di attacco. Per quello alla Chimica Bello c’era voluto un sacco di tempo. Erano venuti i sapisti a portare le informazioni necessarie ma loro ne avevamo chieste altre. Un lavoro lungo come l’attacco alla corriera della Feld Post di Bolzaneto. Cronometrando i tempi di passaggio avevano scoperto che le variazioni d’orario corrispondevano ad un piano predisposto così avevano fatto centro. Tutte le azioni importanti erano pianificate con la collaborazione dei sapisti. Anche i volantinaggi nei bar, dopo mezzanotte, a Bolzaneto o San Quirico; oppure le scritte sugli edifici pubblici. Azioni azzardate, clamorose che richiedevano una preparazione minuziosa: orari, percorsi, vie di fuga.

I sapisti preparavano i volantini e loro, dopo aver passato tutto il giorno a riposo nel rifugio di Bolzaneto, a notte uscivamo, percorrevano le strade, entravano nei bar. “Mettevamo delle scarpe di pezza – una specie di guerra in pantofole – che Battista aveva fatto fare per noi dalle donne di Bolzaneto e uscivamo. C’era il coprifuoco. Era il tuo paese dove conoscevi tutte le pietre, tutte le porte, tutte le atmosfere… La pallottola in canna, il dito sul grilletto. Se inciampavi era un colpo che partiva. A viso scoperto; solo qualcuno aveva il volto un po’ nascosto dalla sciarpa. Erano giri di propaganda. Entravamo nelle osterie, controllavamo chi c’era, davamo il nostro materiale. All’ultimo se proprio non avevi catturato o fatto secco nessuno si diceva: andiamo a sparare alla caserma. Passavamo di là e lanciavamo qualche bomba o facevamo una scarica. Era il risultato di una tensione estrema”. Tutto il giorno nel rifugio, chiusi, al buio, isolati. Solo la visita di qualcuno che gli portava un bidone di pasta poi via, nella notte. L’imprevisto c’era quasi sempre e la cosa più semplice poteva trasformarsi facilmente in un fatto cruento. Come la sera del pianto di Luci.

Per fare fronte c’era solo la disciplina. “In questo, Battista, con i suoi limiti, era un grande comandante, un vero militare; scostante, sembrava nato per quel ruolo. Si muoveva sempre con noi, ora con un gruppo, ora con un altro”. Non era preoccupato di lasciare il comando ai suoi uomini di fiducia. Zorro, Mauro, Luci erano bravi comandanti.; avevano assimilato la sua mentalità, senza sforzo perché era anche la loro: efficienza, disciplina e combattere molto. “Noi, la truppa, eravamo consapevoli che la brigata aveva uno stile, un suo rigore. Se dovevamo fare un trasferimento lungo, ad esempio andare in Zona, era inteso che non dovevamo dipendere. Ci portavamo un pezzo di formaggio, di pane o di qualcosa. Se non ci bastava per andare e tornare, ci davano i soldi per comprare. Non andavamo, come in Fenoglio, alla questua dei contadini forse perché da noi i contadini erano poveri. Noi compravamo: castagne secche, patate, uova. Ricordo ancora la meraviglia dei contadini per come ci comportavamo. Capitava che cambiassero il loro atteggiamento sospettoso e ci offrissero da dormire o di mangiare una minestra con loro”.

A fine febbraio del ’45, Ezio, Elpe e altri due erano andati in Zona a prendere un lancio. Per il trasporto ci volevano 12 muli: non li avevano messi insieme col mitra ma coi soldi. È vero che qualcuno non ne voleva sapere e avevano dovuto minacciarlo ma la maggior parte aveva preso i soldi ed era poi andata a riprendersi le bestie. Avevano fama di essere intransigenti ma anche solvibili, onesti; la gente lo sapeva e li distingueva da quelli che a volte andavano a mangiare nelle osterie e se ne andavano senza pagare. In val Brevenna c’era chi faceva così; non facevano la guerra, sopravvivevano. “Ancora oggi lì i partigiani non hanno buona fama. Noi no: puliti, fucile lucido, educati, soldi in tasca. Battista in questo era esemplare. Sapeva che dovevamo affrontare situazioni difficili, in parte compromesse da altri. Facevamo una guerra dura, d’attacco. Le scie di quelli che sparano sono già abbastanza pesanti, non c’è bisogno di aggiungerne di nuove”.

Di quello che succedeva “lassù” Ezio, fino al momento di arrivarci, aveva creduto di sapere. Elpe gli aveva detto di quelli che avrebbe trovato, delle azioni che avevano fatto, dei loro discorsi. Una volta arrivato però, aveva cambiato idea ma non perché Elpe gli avesse taciuto qualcosa. “Eravamo diversi. Lui vedeva e specialmente non vedeva cose da cui invece io, dopo il mio arrivo lassù, sarò colpito. Ero un timido catapultato in un mondo dove forse non avrei voluto trovarmi. A me ne cresceva di quello che avevo già fatto in giù. Eravamo alla fine della guerra: aspettavo che i russi arrivassero a Berlino. Non era il momento di prendere rischi. Mi definirei un opportunista. Da ragazzo avevo capito che l’opportunismo era molto importante. Bastava esserlo in modo decente, non a scapito di altri o in modo malvagio. Se ci sono da camallare i 50 k e i 30 k io cerco subito i 30. Se poi non è possibile mi prendo i 50. La prossima volta però è chiaro che mi toccano i 30. Così l’opportunismo si affina, si perfeziona. Forse la cospirazione era stata il mio modo per non andare in montagna. Non so come mi sarei comportato se da subito avessi avuto la possibilità di andarci”.

Avere un’arma in mano, tua, sempre, era diverso da fare il soldato che deve sparare per ordine di un superiore o per obbligo di servizio. Ezio, in Francia, aveva sparato a un tedesco. “Facevano i furbi; cercavano di sorprenderci quando eravamo di sentinella; venivano a gattoni, volevano sfilarci il fucile, per dileggio. Ci disprezzavano. Così oltre a quelli del Maquis dovevamo fronteggiare anche loro. E io gli avevo sparato. L’unica volta, durante 9 mesi di militare. Coi partigiani invece era molto diverso. Avevi un fucile con cui potevi sparare a chiunque quando volevi. Era meglio che stare in città a prenderle: la città era angosciante. A volte anche la montagna: quando catturavi un tedesco, lui per prima cosa apriva il portafoglio e ti faceva vedere la foto della famiglia, la moglie, i figli…”.

Le parole di Elpe non erano servite a Ezio ad immaginare quello che avrebbe trovato lassù. Più del dramma della morte, della soppressione del nemico, dello spararsi Elpe preferiva vederci l’avventura. Forse perché fino a quel momento, a parte un po’ di feriti, i loro scontri erano stati tutti vincenti e tra loro non avevano avuto morti mentre degli altri ne avevano fatto fuori una caterva, tedeschi, civili, di tutti i generi. Era certo che il nemico, se li avesse catturati, non avrebbe avuto dubbi su come comportarsi e questo era un buon argomento a favore del loro comportamento aggressivo ma in diversi c’era il magone per dover agire in quel modo. Per non dire delle differenze che c’erano tra i giovanissimi e i più grandi.

Colpire per primi era un modo per difendersi e aveva il consenso di tutti. Era il desiderio di colpire che invece li trovava diversi. In alcuni appariva come un sentimento primordiale, quasi una rabbia contro il nemico ma anche contro l’autorità, lo stato di allora: una ribellione totale. Altri la mettevano sul facile o sull’indifferente; altri ancora sopportavano o si adeguavano. Era una cosa talmente intima che neppure vivendo fianco a fianco l’uno sapeva dell’altro. “Chi ha ucciso, da vicino, faccia a faccia, di fronte, se lo porta comunque dentro per tutta la vita. Anche il cannone uccide, ma è una cosa diversa, non sai con precisione dove e come; non vedi facce, né occhi che ti guardano”.

Pena e rabbia, il desiderio di colpire e quello di abbandonare sono sentimenti che coesistono. “Criccare un prigioniero tedesco, un bel ragazzo, che ti ha appena fatto vedere le foto della sua famiglia e ha mangiato con noi ma che deve essere ucciso: mi domando come si potesse fare. Bisogna darsi delle motivazioni forti, dirti che sei un soldato, che è una decisione presa d’accordo con gli altri, che è un nemico che ci ha fatto del male, che va sconfitto. Non puoi dire: non ci vado. O puoi dirlo ma allora è il tuo rapporto col gruppo che cambia; finisce…”.

Abbandonare, farsi da parte non era facile; forse neppure era possibile. “Se lo avessero chiesto a me di fare quel lavoro, avrei detto di no. Ma non sono sicuro. Oggi è facile parlare ma allora… In ogni caso il peso del ricordo non è molto diverso. Mi sembra di vederlo lì davanti che cerca di parlare con noi. Chissà se lo avessimo lasciato andare forse non sarebbe successo niente; o lo mettevano in galera perché si era allontanato, o lo avrebbero punito loro, ucciso o mandato in un campo. Chissà. Ma poteva anche tornare dai suoi e fare la spia…”. L’offerta di amicizia del nemico, la sua mansuetudine risultano a distanza di tanto tempo una prova più dura dell’affrontarne la violenza. Un nemico che gli aveva dato la vittoria senza combattere e a cui tutti avevano sentito di voler bene ma che era necessario uccidere perché con la sua condotta inquinava la guerra terribile che dovevano combattere. Distoglieva dalla divisa e riportava l’attenzione su colui che la indossava e questo in guerra non si poteva fare, non si doveva.

A sostegno del loro modo di agire avevano argomenti solidi: per raggiungere il più vicino campo di prigionia c’erano oltre 40 km per monti. “Non era per andare su e giù dai monti con dei prigionieri che combattevamo”. La motivazione più forte era però il rapporto col gruppo e quindi coi più autorevoli, i più anziani, i più decisi. Un gruppo che quando Ezio era arrivato aveva già una sua mitologia: una brigata di combattimento, di sparatori, di gente che non passava il tempo a difendersi ma andava all’attacco; che non faceva prigionieri perché non aveva retrovie. “Sparare, aveva detto Luciano, serve solo se lo fai prima del nemico e di più perché il nemico devi anche impaurirlo. Lui non ti perdona niente e spara; tu gli fai vedere che spari più di lui. È una cosa perversa perché la guerra è perversa”.

Rispetto ad altre formazioni partigiane si sentivano una formazione d’assalto. C’era la paura di lasciarci la pelle ma anche convinzione. Quasi tutti quelli che Ezio aveva trovato lassù erano consapevoli di combattere una guerra vera, con tutti i rischi che comportava. La brigata, quando era arrivato, aveva già avuto diversi feriti anche se nessun morto. Tutti curati clandestinamente all’ospedale di Bolzaneto e traferiti per la convalescenza in case amiche. Era la prova del legame che li univa alla popolazione, il fattore morale, la loro marcia in più di cui aveva a lungo parlato Luciano. Poi c’era la fortuna: in passato, altri, anche meno pericolosi di loro, erano stati venduti. Ora però la guerra stava per finire: il nemico era più crudele ma anche più fragile; quasi tutti pensavano che fosse arrivato il momento di farla finita.

In montagna Ezio aveva scoperto quanto fossero importanti le armi. Più di quanto aveva sperimentato nell’esercito o in cospirazione. Quando era arrivato il gruppo era già strutturato e ognuno aveva le sue armi. Armi diverse che segnavano, oltre le preferenze di ognuno, la sua posizione nel gruppo. “Se davi a uno un fucile di quelli tradizionali tipo 91 lo teneva solo perché non c’era altro. Si preferiva un mitra veloce come lo sten, che stava anche sotto una giacca. Lo avevano costruito gli inglesi e distribuito a uomini, donne e ragazzi quando temevano lo sbarco tedesco. Era lento ma potevi metterlo nell’acqua e quando lo tiravi fuori sparava lo stesso. La machine pistol era veloce il doppio ma lo sten si poteva smontare e ridurre quasi a niente. Verso la fine sono arrivati i marlin, una velocità spaventosa. Chi non l’ha avuto ci ha sofferto un po’. Io ad esempio lo avrei voluto ma perché era più leggero”.

C’era qualcosa di infantile, un tornare ad essere ragazzi, in tutto quel loro maneggio delle armi. La prima volta che avevano avuto per le mani un bazooka, contenti come studenti in gita, tutti d’accordo avevano deciso di sparare il primo colpo alle Brigate nere. Erano scesi a Bolzaneto, alle Bratte, dove avevano il loro accantonamento: bazukata dentro, l’autore era stato Fakiro, e poi con calma se ne erano andati ridendo come matti; non era il genere di azione che potesse prenderli più di tanto. Quelli non avevano capito cosa fosse successo e l’indomani avevano bruciato il monte: cercavano i bossoli del cannone. Invece era il bazuka che la missione inglese aveva fatto arrivare apposta per la Balilla.

Ma non era un gioco; si trattava invece della morte, dell’amico o del nemico. “Quelli che uccidevamo in combattimento, tedeschi o fascisti, se li portavano via loro, ma i prigionieri toccavano a noi. Niente vie di mezzo: se catturavamo dei nemici o li lasciavi andare o dovevi farli fuori. È stato il nodo più doloroso che ha costretto dei ragazzi a una esperienza terribile. A me non è mai capitato ma sono sicuro che se mi fosse toccato, lo avrei portato con me per tutta la vita. Ho visto come sono rimasti tormentati quelli che l’hanno fatto; tutti salvo uno o due che non erano particolarmente sensibili”.

Quando si trattava di prendere uno e “mandarlo in Piemonte” – questo il gergo d’allora – automaticamente si poneva il problema di chi avrebbe dovuto mandarcelo, cioè portarlo da qualche parte e farlo fuori. “Allora in tutti subentrava uno stato d’animo particolare. Lo notavo, credo che molti neppure ne avessero coscienza, perché rispetto ad alcuni di loro forse ero un po’ più vecchio o forse un po’ più sensibile o più abituato a riflettere su certi aspetti della vita. Forse avevo solo letto più romanzi. Sembrava che non lo considerassero un evento tragico ma era visibile la difficoltà che stavano vivendo. Lo coglievo perché ero terrorizzato che toccasse a me. Alcuni pensavano solo a fare in fretta, a finirla. Ricordo uno solo che per una insaziabile sete di vendetta, per quello che la famiglia aveva subito, li avrebbe uccisi tutti lui”.

Sui loro comportamenti giocavano le provenienze sconosciute, misteriose di ognuno. Erano amici come i ragazzi cresciuti negli stessi quartieri, non amicizie profonde, e non era possibile sapere come ognuno vivesse quel momento terribile, di angoscia. Il rapporto con la morte, darla, vederla infliggere, è personale. Quando la decisione era presa c’era solo da compatire chi era stato incaricato. Ezio non ricorda, forse non è un caso, come venissero scelti: se qualcuno si offriva o fossero comandati da un superiore o se si tirasse a sorte. Di sicuro non c’era possibilità di scelta. Non c’erano alternative, la montagna era partigiana, la città degli occupanti. Ma loro si muovevano sul territorio del nemico; spesso anche in città. “Per noi c’era la fucilazione sul posto. I fascisti preferivano impiccarci. La guerra non lascia scampo. Comunque finisca ti distrugge dentro”.

Dare la morte: un argomento che tra loro non si toccava mai. Tabù, come la controrappresaglia di Cravasco. Messa ai voti: cosa ne pensate? Tutti d’accordo per farla. “Chissà come mi comporterei se dovessi votare oggi. La ragione, sia pure in quelle condizioni eccezionali, stava dalla nostra parte. Avevamo vinto uno scontro leale, contro un gruppo dei loro, tutti soldati esperti. Per risposta hanno fatto una macelleria: 17 morti, fucilati che avrebbero dovuto essere 20 se due non fossero riusciti a scappare e uno non si fosse ritrovato ferito ma vivo sotto i morti. Un gruppo dei nostri allora è andato al campo di prigionia, ha prelevato 39 già condannati a morte, li ha portati sul posto della rappresaglia e li ha falciati lì. I prigionieri erano 39 e i nostri meno di 10. Come diavolo avete fatto a farvi seguire?, ho chiesto a uno di quelli che era andato a prenderli. Erano convinti che li avremmo scambiati, mi ha risposto. Solo la mattina quando siamo arrivati sul prato, dopo quasi tre giorni di cammino, gli abbiamo detto che li fucilavamo e subito abbiamo cominciato a sparare. È una delle poche occasioni che, in tutti questi anni passati, ho avuto per parlare di quel fatto. C’era pudore, disagio a parlarne. È l’effetto d’una rimozione. Sono pensieri dolorosi, insopportabili specie per quelli che hanno dovuto eseguire materialmente la decisione che avevamo preso tutti insieme e che aveva avuto l’approvazione del CLN e della Zona”.

L’esecuzione non era un fatto privato: questa almeno non lo era. Rinviava al rapporto col resto della banda: decisa tutti insieme. Una situazione, osserva Ezio, che favoriva sempre le scelte più drastiche. A volte nel gruppo c’era come un desiderio di superarsi, in altri casi a prevalere era il desiderio di accodarsi; in tutti e due i casi a vincere era sempre la scelta più dura. Difficile dire il perché. “Forse, quando sei giovane, dubiti di te, senti di più le tue debolezze e hai bisogno di mostrare la tua decisione prima di tutto a te stesso”.

Ai primi di febbraio quando Ezio era salito in montagna i comportamenti militari della Balilla erano ormai consolidati. “Non capivo e neppure l’ho capito in seguito, perché non si usasse di più l’arma della distruzione delle cose invece che delle persone. Ad esempio perché non far saltare la Camionale invece che andarci a fare gli agguati e a prendere le loro corriere? Perché non far crollare un viadotto sul serio e non solo un pochino? Perché dopo la Liberazione servirà a noi, dicevano. Ma noi chi? Noi cittadini italiani o gli Alleati che pensavano di dover inseguire i tedeschi verso Nord? D’accordo per non far deragliare un treno perché c’erano i passeggeri o per limitare certi danni ma il resto… Il plastico è arrivato tardissimo. Non avevamo esperti. C’erano i bobby trap, scatole con dentro quei meccanismi che anni dopo hanno usato in Corea, che fan venire giù con facilità irrisoria alberi, rocce… Ce n’erano di ingegnosissimi. Li avevamo ma nessuno sapeva adoperarli”.

Neppure dal Comando Zona avevano mai mandato qualcuno per insegnare ad usarli. Gli avevano mandato un mortaio e tra loro solo Jimmy sapeva usarlo. Dei primi due colpi di prova, a Montoggio, non avevano mai saputo dove fossero finiti. Avevano anche il plastico, fulminanti e miccia elettrica, roba fantastica vista lassù per la prima volta. Avrebbero potuto far saltare la Camionale se le missioni alleate glielo avessero chiesto. Ma non volevano. “Invece per proteggere la Sesta, dove stavano loro, i ponti li avevano buttati giù. E il trenino di Casella a chi serviva? Agli sfollati per andare al lavoro, rispondevano. Ma serviva anche ai tedeschi che ci arrivavano alle spalle quando volevano”. Era perché, oltre che della guerra, alla Balilla era stato imposto di farsi carico anche dei problemi dell’economia urbana, dal pendolarismo alla piccola borsa nera.

Ezio è contento quando la domanda gli offre la possibilità di ricostruire la complessità di una situazione. L’entusiasmo con cui aveva accolto la proposta di una versione teatrale della vicenda della Balilla non era estemporaneo. Per lo stesso motivo aveva cominciato ad immaginare le scene dell’azione e a tracciare i profili di alcuni protagonisti. Credo dipenda dal fatto che ama il disegno e pensa attraverso il disegno.

Racconta scegliendo le parole; le scandisce, le apprezza: timore è diverso da paura a sua volta diversa da angoscia o terrore. La richiesta di approfondire è accolta sempre con interesse anche quando l’argomento risulta emotivamente forte. Ezio sente che io muovo da punti di osservazione particolari, diversi dai suoi. Non lo disturba; piuttosto lo incuriosisce. Se ad esempio gli chiedo se durante la sua permanenza in montagna si lavava i piedi rimane stupito perché non riesce a immaginare in quale contesto io possa utilizzare la sua risposta. Ma cerca egualmente di rispondere in modo meditato. Sa che un punto di vista si valuta per i suoi risultati e l’unica possibilità che ha per scoprire il mio mestiere – ne è curioso – è osservarne i risultati a cose fatte.

Ezio è sinceramente interessato alla cultura. È convinto che si possa arrivare a parlare di ciò che lui ha visto battendo strade che gli sono sconosciute. Sa che l’esperienza muore con chi ne è stato protagonista. La semplice memoria di un fatto gli pare poca cosa. Solo la storia – e più della storia, aggiunge, la letteratura – è in grado di dare significato ad una esperienza. Che storia intendo scrivere delle cose che lui ha vissuto allora? Chi erano loro e chi era lui lassù? Si aspetta che io glielo dica. Una attesa discreta, conviviale, vagamente ironica che mi provoca una certa inquietudine.

Tre sedute, quasi 6 ore di registrazione per comporre un quadro dove ritorna spesso la parola “strani”, “inattesi”. Ezio definisce così la maggior parte di quelli trovati in montagna nei primi giorni del suo arrivo; “strana” è anche la situazione. Strani perché? torno a domandare. Risponde lentamente come se per la prima volta si interrogasse su quanto gli sto chiedendo. Fa i conti con una sensazione nettissima che risale però a oltre 50 anni prima. Da quelli che aveva incontrato lassù e che già conosceva, mi dice, non aveva mai sentito pronunciare, neppure timidamente, le parole della politica; non riconosceva in loro l’impegno di vecchia pezza, non sapeva di martìri familiari, non gli risultavano frequentazioni politiche: erano giovani senza parole. Per giunta molti gli erano noti come dei trasgressivi, un profilo che aveva immaginato incompatibile con l’esercito partigiano. Dunque “inattesi” e “strani” perché diversi tra loro e specialmente da lui.

Col passare dei giorni però – quando lui stesso era entrato a far parte di quella stranezza – aveva scoperto come essa derivasse proprio da quel modo di trovarsi lassù, insieme. “Lassù si facevano le riunioni, si domandava la parola, si interveniva, anzi ti sollecitavano ad intervenire. Dì qualcosa, ti chiedevano gli altri, oppure: cosa ne pensi? Volevano sapere la tua opinione. Prima di allora nessuno mai si era interessato a saperla. Al sabato fascista nessuno ci aveva mai chiesto cosa ne pensi. Così a scuola nessuno ti chiedeva cosa pensavi di quello che stava succedendo. Così a militare e in famiglia; la mia da questo punto di vista era una eccezione. Lassù, invece, l’opinione di ognuno aveva un valore”. Cosa potevano chiedere di più.

Dopo una marcia piena di dubbi se ne era convinto anche lui. “Un posto così strano, così nuovo che già per questo ti spingeva ad essere solidale con coloro che ci incontravi; a lavorare, camminare, faticare con loro. Arrivi e provi un senso di liberazione rispetto a quello che hai fuggito. La tua incolumità è sicuramente più certa di prima. Invece di essere da solo, ti trovi con altri nella tua stessa situazione tra cui alcuni che hanno maturato una certa esperienza e ti danno un bel mitra, pistole, bombe a mano. Hai la possibilità di vender cara la pelle. Una situazione materialmente e psicologicamente molto diversa rispetto all’essere nascosto in qualche appartamento dove arriva uno che dà un calcio alla porta e ti spara o ti porta a Mauthausen”.

Rispetto al mondo che aveva lasciato, che conosceva solo adunate stentoree e anonime, il partigianato era l’esatto contrario. Lassù aveva vissuto per la prima volta qualcosa che nel seguito della sua vita non aveva più provato. In condizioni normali non avrebbe mai provato affetto per Mou, il bevitore, come invece aveva avuto lassù. Lassù Mou, come tutti gli altri, come lo stesso Ezio, l’ultimo arrivato, era diventato una persona nobile perché come tutti si stava sacrificando per una causa che era di ognuno. Questo li univa. Dopo la Liberazione non si erano più frequentati ma quando si incontravano i suoi sentimenti erano gli stessi che aveva maturato allora.

Arrivato in montagna Ezio aveva trovato una formazione sperimentata, consapevole del proprio mito. Ne aveva colto la compattezza, il gusto del gesto sportivo: più abili, più pronti, più combattenti; pesci nell’acqua dello stagno di casa. Aveva notato anche la presunzione – l’eccessivo senso di sicurezza denunciato anche da Luciano – e l’intransigenza quasi inspiegabile. Non sapeva quanto fosse il segno di prove laceranti vissute nei mesi precedenti: il gappismo dell’inizio estate ’44, la selezione operata da Battista prima di partire da S. Clemente e quella successiva avvenuta tra novembre e dicembre ’44 quando la formazione si aggirava malconcia nei dintorni di Bolzaneto. Non sapeva dello “sbando”, nelle notti tra dicembre ’44 e gennaio ’45, e della paura d’essere in procinto di perdere tutto, di non uscirne vivi.

Di quelle ore io avevo saputo da Mauro: “Rastrellavano e bussavano a tutti i portoni, casa per casa. Ci aspettavamo che buttassero giù la porta. C’era un corridoio e i primi li avremmo fatti fuori facilmente dopo però sarebbe toccato a noi di uscire e di sicuro non se ne salvava neppure uno. Avevamo un piano utile solo per portarne via un po’ con noi… al cimitero”. Ezio di tutto questo non sapeva – sarò io a dirgliene per la prima volta – ma lo stile della formazione, quel modo di stare insieme e di fare la guerra, lo aveva colpito. Ci aveva riconosciuto, cogliendo nel segno, l’impronta di capi come Battista, Mauro, Luci, Luciano, Zorro, Biscia e altri. Perché i capi sono importanti: coprono i vuoti, difendono dagli errori, ti fanno vedere come si fa. Specialmente affrancano dalla solitudine che assale ogni volta che il gesto ti chiama in causa individualmente.

In particolare attorno a Battista era maturata l’unificazione sia militare sia morale e politica del gruppo. Nel racconto di Ezio il nome del comandante ritorna per tutto: combattere e cantare, le ragazze e il rapporto con la popolazione, la scelta degli uomini. Perché, come mi aveva detto Luciano, “Battista gli uomini li sceglieva”. Non sceglieva guerrieri esperti, del resto ce n’era ben pochi. Piuttosto uomini fedeli e specialmente giovani, sui quali più facilmente poteva esercitare il suo carisma o la sua autorità

Ezio usa per Battista parole come “rozzo”, “dialettale”, “pesantemente ironico verso gli studenti”, “limitato”. Ma ne fa risaltare l’autorità militare, credibile, e lo zelo nella difesa degli uomini. Richiesto di tracciarne un profilo Ezio ha scritto: “Un uomo capace di dissimulare le emozioni, temuto; meglio: rispettato da tutti. Esplicito nei rimproveri più che nell’approvazione. Si esprime solo in dialetto, come tutti lassù, ma al contrario degli altri non riesce a parlare italiano se non con difficoltà. Fa trapelare il senso dell’onestà, dell’onore, del coraggio che sia pure in modo rozzo cerca di trasferire ai subalterni. La sua dedizione alla causa comune è totale. Dal nemico è conosciuto e temuto. Il suo odio per lui è viscerale, totale come l’amore per le armi che rappresentano il potere che non ha mai potuto avere se non come cacciatore”.

Battista era un cacciatore; anche il gappismo da dove proveniva con alcuni dei suoi uomini era stata una specie di caccia. Ciò non toglie che il suo stile fosse condiviso da molti, quasi da tutti. Ezio ha detto: “Era un modo di aggredire ma anche di difendersi, di imporsi; una guerra seria che cercava di lasciare poco al caso. Per un giovane, specie per chi ha paura è rassicurante”.

 

V. Il gioco delle domande

A guerra finita si erano visti, magari una mangiata, ma non avevano parlato di quello che avevano fatto o del loro passato. Per mesi avevano dormito insieme sugli stessi giacigli senza parlare di sé e anche in seguito, quando avrebbero potuto farlo, avevano taciuto. “Forse non è un caso se la nostra conoscenza reciproca, con qualche rara eccezione, è rimasta la stessa di allora, come ci vedevamo lassù. Negli anni ’46 e ’47, avremmo potuto ancora mettere insieme le storie, ricostruire i motivi per cui ognuno di noi era salito in montagna e cosa aveva visto o sentito. Niente. Siamo tornati a pensarci solo attorno all’Ottanta, ai tempi di Pertini, quando ci hanno invitato nelle scuole a raccontare della nostra esperienza partigiana. Prima c’erano state solo le manifestazioni, i rituali del 25 aprile, i cortei, la banda, Bella ciao”. In montagna, insiste Ezio, ad unirli, oltre e più dei motivi dichiarati, erano state particolarità rimaste sconosciute.

Mentre parla, si capisce che Ezio passa in rassegna i volti dei suoi compagni di allora. “A suo tempo, dice sorridendo, avremmo dovuto fare dei test come per la patente: sei scappato da casa? I tuoi genitori come la pensavano? Ti hanno favorito? Qualche amico ti ha indirizzato? E così via. Oramai solo i pochi sopravvissuti potrebbero partecipare a questo gioco. Di tutti gli altri restano solo le maschere”.

Dei sopravvissuti della Balilla avevo già conosciuto Badoglino (n. 1927); incontrato due anni prima quando ancora lavoravo al mio libro. Croce, il comandante della brigata a cui apparteneva, me lo aveva descritto come “un ragazzo semplice e generoso”; acuto come sanno esserlo quelli che hanno conosciuto la strada. “Capace di sentire una foglia cadere dall’albero”, diceva di lui. Era stato uno dei partigiani più giovani della Sesta e con la montagna più lunga: quasi 18 mesi, un record difficilmente superabile. Il nome di battaglia alludeva ad una sua breve permanenza nel Cuneese, alla fine di settembre del 1943.

Operaio dell’Ilva, 16 anni, aveva visto passare il 25 luglio senza troppe emozioni, “una specie di festa di tutti”, rientrata rapidamente. Ricordava invece la mattina del 9 settembre e poi quelle del 10 e dell’11 come il vero inizio della sua storia: i soldati in fuga, gli operai che avevano disertato il lavoro in attesa del da farsi, il gioco, suo e di altri ragazzi come lui, del recupero delle armi sotto il naso dei tedeschi (“per nostro conto; non avevamo contatti politici”) e l’esercito degli occupanti, sprezzante, autoritario, “elegante” che li faceva sentire ancora più miserabili e arrabbiati. “Girava la voce che c’erano dei militari, alpini che non si erano arresi, in su, verso Cuneo e io con un altro ci siamo detti, andiamo da loro, a vedere”. A Cuneo, quando avevano chiesto alla proprietaria del bar della stazione dov’erano gli alpini che combattevano i tedeschi, lei li aveva ammutoliti: via, di là e non muovetevi. La stazione era piena di soldati della Wermacht alla ricerca di sbandati. “Di là”, una piccola stanza piena di scatoloni, era arrivato a tirarli fuori un coetaneo che senza tante parole li aveva messi sulla strada per Boves: avanti così poi qualcuno troverete. A Boves la loro richiesta aveva riscosso maggiore attenzione: “andate a San Giacomo e vi diranno”. Lì finalmente avevano trovato i badogliani: alpini, qualche sottufficiale, un capitano. Più di 40 giorni con loro. “Quando c’è stato il rastrellamento di Boves, anche noi siamo stati attaccati e ci siamo ritirati. Si combatteva non alla garibaldina ma come nell’esercito: in riga, dalla trincea, a sparare finché c’erano munizioni poi, se non ti avevano ucciso, ti ritiravi. Anche io ho sparato”. Alla fine si erano ritirati, per ore, nella notte, risalendo la montagna: una baita a quasi 2000 metri dove neppure ci stavamo tutti. Il capitano aveva parlato: oggi non si può; domani chissà. Aveva diviso fra i presenti la cassa e a ognuno erano toccate 500 lire. Poi via, tutti, chi da solo e chi a gruppetti. Per strada avevano incontrato una formazione di garibaldini: “ma loro erano già diversi, anche nel ritirarsi e non ci hanno voluto. Siamo al completo, ci avevano detto”.

Tornato a Bolzaneto, era stato il padre di un giovane compagno di lavoro a fargli la proposta: niente badogliani ma partigiani veri e non in Piemonte ma qui vicino a casa, nei pressi dell’Antola. Una lettera in tasca e ai primi di gennaio del ’44 era partito di nuovo, questa volta da solo. In corriera fino a Busalla poi, a piedi, a Laccio e a Torriglia. “Devo arrivare sull’Antola” aveva detto a una che vendeva frutta e verdura in paese. Lei aveva spalancato la bocca “c’è più di mezzo metro di neve”. “Ma io devo andare…”. La mattina successiva si era messo in marcia e dopo 12 ore era arrivato, di notte, nella neve, al rifugio dei Musante.

Il custode l’aveva guardato scettico: “Partigiani qui? Mai visti”. Gli aveva dato un po’ di polenta e l’aveva chiuso a chiave in una stanza. La mattina seguente, un russo – il partigiano Mikailo – con altri tre gli avevano fatto l’esame. Chi era, chi lo mandava, chi conosceva, cosa aveva visto a Boves, cosa a Genova: alla fine gli avevano detto: d’accordo, sei dei nostri, ti prendiamo. I nostri, come aveva scoperto subito dopo, non erano più di una ventina, niente in confronto a quello che avevo visto a San Giacomo, anche se lassù era finita come era finita. “Di quello che m’avevano detto a Genova non c’era niente di vero. Altro che partigiani a centinaia”. Solo un gruppetto, infreddolito, calzato e vestito alla bell’e meglio. Ma non aveva pensato di tornare indietro: “lassù era bello; c’era la calma, la neve e Moro, il commissario, un grande. Davanti al fuoco, la sera, parlava di cose che non avevo mai sentito: mi ha fatto capire che ero arrivato. Della guerra, dei fronti, delle armi, della politica, quelli come me non sapevano niente. Come immaginare l’importanza che avremmo avuto… Impossibile”.

Dall’Antola di Moro, in aprile, erano passati a Cichero con Bisagno e poi di nuovo in val Trebbia con la brigata Iori comandata da Croce. Il resto era la storia della Sesta, di tutti. Lui era stato ferito due volte, durante il rastrellamento d’agosto ’44 e poi di nuovo durante quello d’ottobre. Della Balilla aveva saputo già nell’inverno: al comando di divisione, dove era convalescente, si parlava molto delle gesta del gruppo di Bolzaneto. Fino a quando un giorno, erano i primi d’aprile del ’45 e tutti sapevano che stava finendo, al Comando era comparsa proprio una squadra della Balilla. “Portatemi con voi, vengo con voi” aveva chiesto Badoglino. Battista, che aveva visto il veterano delle due ferite e il ragazzo di Bolzaneto di cui tutti dicevano bene, aveva detto sì.

Badoglino non sapeva che erano quelli incaricati della controrappresaglia di Cravasco. Il caso aveva voluto che il ritorno tra i suoi compagni di giovinezza coincidesse con quella esperienza, terribile al punto che durante il nostro primo incontro aveva evitato di parlarne. Quando tornai da lui e gli chiesi non più della montagna ma di Bolzaneto, dei nuovi compagni, di Battista e della sua marcia con i prigionieri da fucilare, mi aveva guardato con sospetto. Poi, rassicurato, aveva detto di come i modi della banda di Battista lo avessero trovato impreparato. Poche battute sufficienti però a restituire l’angoscia provata di fronte ad una linea di condotta sconosciuta e che al momento gli era parsa inaccettabile. “Anche noi lassù avevamo fatto prigionieri: gli alpini del Vestone e poi quelli dell’autocolonna ma non ne abbiamo mai toccato nessuno. Abbiamo fatto riunioni, chiesto se volevano rimanere con noi… La nostra, lassù, era una scuola diversa, quella dei Moro, dei Croce. Avevamo per massima che gli alpini, guai, i tedeschi, guai, i fascisti… se potevi qualcuno lo facevi anche fuori ma anche con loro bisognava vedere”.

Della controrappresaglia Badoglino non amava parlare. Sapeva che anche gli altri, i compagni di allora, non ne parlavano volentieri. Una esperienza “terribile” che lo aveva “scioccato”; difficile liberarsi anche solo del pensiero. Il messaggio che la Balilla intendeva lanciare richiedeva un rispetto rigoroso della contabilità tanto ne avevano prelevato 39 invece che 36, l’esatto doppio dei fucilati dai tedeschi, solo per mettersi al riparo da qualche fuga. Tra i prigionieri c’era anche un ragazzo, il figlio di un comandante delle Brigate nere che lui durante il viaggio avrebbe voluto salvare. “Era un ragazzo, forse aveva un anno meno di me. Ma lui ha rifiutato, era convinto che lo avremmo scambiato. Non ero solo io che volevo salvarlo. Anche altri compagni non avrebbero fatto difficoltà ma lui non voleva. E poi siamo arrivati là, sul prato, quella mattina… Io sono stato male, subito, e ho continuato a vomitare per 15 giorni. Non è perché fossi giovane, no. È perché non ero come loro. Io venivo da un altro mondo”.

Badoglino è morto nel settembre del 2002. Non ricordava d’aver sentito in casa, prima di salire in montagna, una sola parola contro il fascismo. Dopo l’8 settembre aveva raccolto con dei coetanei armi e munizioni abbandonate dai soldati in fuga precisando che le avevano nascoste in depositi segreti “che conoscevano solo loro” e che “i grandi non c’entravano”. “Politica? No, né in casa, né fuori”, ha ripetuto più volte. In casa, ha aggiunto a mo’ di spiegazione, erano un mucchio di fratelli e spesso neppure sapevano cosa mangiare. A monte della partenza per Cuneo ricordava solo il suo desiderio di avventura e la rabbia: i soldati tedeschi, “eleganti, perfetti, come se andassero a una esercitazione” e i nostri che “per scappare si mettevano addosso braghe che ci stavano due volte e giacche che cadevano da tutte le parti”. I primi da disprezzare i secondi da compatire. In mezzo lui e i suoi amici – Luciano li avrebbe definiti “giovinastri” – che avevano sfidato entrambi.

Quanto al suo desiderio di raggiungere Balilla non c’erano segreti. Lì stavano i suoi amici e, con loro, sarebbe stato sicuramente tra i primi a entrare in Bolzaneto liberata. Perché di questo si parlava lassù: di tornare a casa, far vedere a tutti cosa erano diventati, cosa avevano scoperto. Lui fremeva: non metteva piede a Bolzaneto da quasi 15 mesi. Con la Balilla aveva passato 25 giorni e già i primi 4 erano bastati per fargli capire che di nuovo era capitato in un mondo sconosciuto. “Con loro guai a parlare – voleva dire, obiettare – perché se parlavi ce n’era anche per te”. Per giunta anche la sfortuna ci si era messa di mezzo. Durante quel trasferimento sciagurato, aveva detto più volte, il tentativo di salvare “il ragazzo” era stato fatto, ma quello non aveva voluto…

Non è importante stabilire se il tentativo c’era stato realmente. Forse Badoglino e qualche altro avrebbero desiderato che le cose fossero andate così: loro lo avevano graziato ma lui non si era fidato di loro e il destino si era compiuto egualmente. Ma il desiderio, di graziarlo, velleitario o retrospettivo che sia, è importante. Prova come Badoglino, allora e in seguito, potesse rispecchiarsi, senza troppa fatica, nel coetaneo con la divisa delle Brigate nere che stava scortando alla fucilazione.

Di resistenze, ha detto Badoglino, lui ne aveva visto almeno tre: con gli alpini di Boves, con Croce e poi con Battista. Si capiva a chi andavano le sue preferenze ma, ci teneva a precisare, “ci stavano tutte”. La Resistenza “l’aveva vista nascere” ma doveva riconoscere che anche lui era nato in quei mesi. Quel poco che aveva maturato, “la politica, la disciplina, il rispetto delle persone, l’amicizia” gli era venuto da lì.

Anche con Mauro (n. 1924) mi ero già incontrato, nella sede dell’Associazione Nazionale Combattenti e Reduci di Bolzaneto di cui era presidente, nei primi mesi del ’99, quando stavo concludendo il mio libro. Occhiali da vista spessi – “di giorno vedo poco e appena comincia il buio non vedo niente” – sorridente, costruttivo, diretto, Mauro della Balilla era stato un comandante, un vice di Battista. “Dopo l’8 settembre e poi nella guerra partigiana, quando i giovani sono diventati importanti, ho capito di avere un certo ascendente; la gente mi seguiva, ci credeva. Molti, anche più vecchi, oltre l’amicizia mi usavano un certo rispetto. Io – me lo riconosco – ero più maturo dell’età che avevo. Anche finito la guerra ero meno scalmanato degli altri. Ma basta; non mi chiedere altro. Chi si loda…”.

Per Mauro, figlio di toscani, carrarini, la politica era cominciata prima di salire in montagna; non in famiglia però. Il padre, operaio di Bruzzo, era arrivato a Genova, avanti la prima guerra, richiamato dalle fortune della siderurgia locale. Non aveva la tessera del fascio “perché i vecchi, al contrario dei giovani che invece erano obbligati, potevano anche non prenderla”; comunque, politica niente. “Era un bonaciun, un benpensante; non direi un opportunista ma un uomo all’antica, che pensava alla famiglia, pacificissimo. Usciva da lavorare e andava in un magazzino di vendita all’ingrosso dove camallava sacchi per pagare l’affitto. Dal ’37 poi lui e mia madre avevano preso la gestione della Società cattolica dove vendevano anche un po’ di vino. Un uomo tutto casa e figli eppure… A natale del ’44, quando la Balilla era mezza sbandata e non sapevamo più dove infilarci, lui e mia madre sono andati a stare nella Cattolica e noi, la banda, ci siamo infilati in casa loro”.

La politica invece Mauro l’aveva scoperta alla “ferriera” dove era entrato a lavorare a 17 anni, a un treno di laminazione. Era stato un capo degli attrezzisti, “già di quelli col timbro”, a “battere il chiodo” e lui si era mostrato disponibile. Non sapeva dirne il motivo. Forse, suggeriva, perché, là dentro, l’unica parola contro che si sentiva era comunismo e c’erano 4 o 5 antifascisti, più grandi di lui e di un gruppetto di amici suoi, che raccontavano di un periodo precedente quando i fascisti venivano ad aspettarli all’uscita, alle portinerie, e giù botte. Per i ragazzi erano storie nuove, sconosciute; episodi su cui rimuginavano. Non sapevano di partiti o della politica di prima del fascismo ma solo quelle storie lì, le bastonature alle portinerie, l’olio di ricino. Stavano a sentire a bocca aperta, quasi imbarazzati che una storia così importante fosse nota solo a loro. Lì era nata la loro cocca con i comunisti; “ma solo parole, nient’altro”.

Una parola dopo l’altra e quel passato era diventato anche suo e dei suoi amici. A pensare cosa era stato il fascismo, precisava Mauro, il loro era davvero un punto di vista limitato, sufficiente però – “allora eravamo dei semplici” – per decidere da che parte stavano i cattivi. All’inizio, comunque, erano state solo “parole”, come del resto quelle che i comunisti facevano tra loro. Ad esempio due comunisti importanti, notori, Parodi e Morasso, che spesso vedeva riunirsi nei fondi della Cattolica “mentre di sopra c’era mio padre, quelli che giocavano a carte e magari qualche tedesco che veniva a prendersi il quartino”. A quelle riunioni i giovani, non erano ammessi perché, ripeteva Mauro, i giovani non erano ancora diventati importanti.

Il cambiamento era cominciato solo dopo l’8 settembre. Mauro, in marina, a La Spezia, la mattina del 9 era stato caricato con altri marinai su delle tradotte e portato a Pavia da dove, “con altri di Bolzaneto” era scappato e tornato a casa. Con i contatti già maturati, a cominciare dal “soccorso rosso”, il passo successivo era risultato quasi naturale. I grandi avevano fatto dei volantini e loro, i giovani, erano andati a attaccarli qua e là. Una sera, nell’inverno tra ’43 e ’44 uno di loro era stato preso dai carabinieri. In 4 o 5 erano andati a liberarlo di notte, alla caserma: “avevamo qualche pistola ma non abbiamo faticato troppo a farlo mollare; era una situazione incerta anche per loro”. In primavera, quando nella Cattolica aveva piantato le tende il gruppetto dei Gap, Mauro aveva collaborato con loro. A metà luglio, quando erano fuggiti in montagna la sua sola preoccupazione era stata di raggiungerli. “Avevo solo paura di non arrivare a tempo”, diceva ridendo.

A tempo era arrivato ma per incappare nel rastrellamento di fine agosto ’44 dove più di tutto a colpirlo era stata “l’ingenuità” di tanti che “pensavano che bastasse lasciare le armi per salvarsi”. Loro invece, che avevano già vissuto il gappismo e gli scioperi, sapevano che “era proprio una guerra”. La Balilla, suggeriva Mauro, nata in seguito a S. Clemente, non era stata solo un gruppo bolzanetese dal marchio comunista molto pronunciato ma anche l’approdo naturale di chi, “avendo capito” come stavano le cose, la guerra la cercava sul serio.

La montagna aveva rivelato aspetti sconosciuti dei loro caratteri e creato gerarchie che poco avevano a che fare con la vita normale. Luci ad esempio. Quando Mauro era andato a prenderlo nella casa del fascista di Livellato, che aveva fatto sapere ai comunisti di Bolzaneto di portarselo via, ne aveva ricevuto una impressione diversa da quella avuta in seguito, in montagna. Lassù, col passare dei giorni, aveva visto crescere l’ascendente di Luci; la metamorfosi “straordinaria” di un ragazzo che veniva da “una famiglia normale neppure proprio antifascista”: una sorella monaca, un padre che suonava il mandolino, divenuto un temerario che non aveva paura di niente. “Non saprei spiegare; non incuteva paura, piuttosto trasmetteva sicurezza, determinazione. Un numero segreto più degli altri, quasi un fenomeno fisico, più da guardare che da seguire. Non lo faceva per esibirsi, no; era nel suo carattere ma era uscito lassù”. E come lui tanti altri.

Zorro (n. 1920) ad esempio, uno che lavorava con Mauro e che come lui, prima dell’estate del ’44, aveva fiancheggiato i Gap, aveva un padre moderatamente antifascista, comunque “non da piazza”. Eppure a dicembre del ’44, quando erano arrivati nelle vicinanze di Bolzaneto – pochi ma sempre troppi per muoversi assieme – si era rivelato un capo tanto che i comandi delle loro due squadre erano: Battista e Zorro da una parte, Luci e Mauro dall’altra. Tre giovani e solo un “grande”: era la rappresentazione fedele della Resistenza armata e della parte durissima che ai giovani era toccata.

“Sono state settimane, mesi terribili per tutti perché quando chiudi gli occhi la sera e pensi ai 39 di Cravasco stesi là e a tutti gli altri che hanno incrociato la nostra strada non è che dormi tranquillo. L’hai fatto con convinzione, con decisioni prese d’accordo con tutti gli altri, col favore dei comandi superiori, delle missioni alleate e tutto il resto, ma c’è sempre qualcosa che non puoi mettere a dormire”. Tra loro, ha confermato Mauro, c’erano state delle differenze. In certe occasioni c’era stato chi non aveva voluto sparare. “Gente che, il rimorso, se così si può chiamare, lo ha avuto prima e non dopo. Lo capisco; non era facile; non è mai facile. Neppure prendere una spia confessa e fucilarla è facile. Facevamo le cose seriamente, processi con la p minuscola ma dove prima di decidere cercavamo di accertare i fatti, le responsabilità. Ho visto però tante volte tra noi, anche di fronte alla confessione spontanea o alla prova certa, l’esitazione, i restii. Li capivo. Hai di fronte una persona viva, magari un gran bastardo ma un uomo come te. Lì conta solo la determinazione. Ha fatto la spia, cosa vuoi che facciamo? Che lo liberiamo? Non ero d’accordo con chi esitava. Piuttosto non mi piaceva far scavare la fossa, una cosa che ho visto male dal primo giorno. Fucilare non mi dava grossi problemi ma far scavare una fossa era una tortura e non mi piaceva. Era una di quelle classiche deviazioni che c’erano e ci sono da una parte e dall’altra.

“L’uomo nella guerra è una bestia. Della guerra non si può parlare come abbiamo fatto noi due, qui, seduti, tranquilli… Non sapevi; facevi. Combattevi per colpire, per difenderti, per affermarti. La guerra travolge; ti obbliga”.

Gli ingredienti della storia di Mauro sono comuni ad altre di quell’epoca e di quel campo: l’incontro con “i più grandi”, i comunisti della fabbrica, la fascinazione delle loro storie che riportano ad una epoca precedente quando erano stati sconfitti. Conosce la solidarietà elementare e di classe, il Soccorso rosso, le prime azioni: i volantini affissi di notte, la liberazione – importantissima, una svolta nel loro comportamento – del compagno prigioniero in caserma e poi, tra la primavera e l’estate del ’44, il sostegno ai Gap di Battista, la convinzione che il tempo della rivincita fosse finalmente arrivato. Mauro amava ripeterlo: solo dall’estate ’44 i giovani erano diventati importanti e la marcia era stata graduale. Le date di nascita dei 4 gappisti del gruppo di Bolzaneto erano la prova del cambio di generazione: a fianco di Battista, 36 anni, c’erano due ragazzi di venti e uno di 21. Non era più il tempo della raccolta dell’obolo né dei volantini. Erano i giovani a fare la guerra anche perché i bandi cercavano proprio loro, i giovani. Tutte le risorse dell’organizzazione erano per loro: per proteggerli, alimentarli, armarli.

Dalla famiglia, Mauro non ha ricevuto le parole dell’antifascismo ma il credito e il rispetto per le sue scelte sì. La madre era stata l’ultima da cui si era congedato prima di salire in montagna. Erano stati i genitori che, d’accordo, spontaneamente e “senza fare tante parole”, avevano lasciato alla vigilia di natale del ’44 la loro casa agli sbandati della Balilla. Ancora la madre aveva portato da mangiare al gruppetto dei rifugiati: “Arrivava silenziosa con le sue borse, metteva giù la roba, ripartiva con qualcosa dentro… Camminava senza neppure guardarsi dietro, calma”. Il suo modo d’essere partigiano era uscito segnato dai comunisti conosciuti alla ferriera, dai Gap e dalla personalità di Battista e da quel dicembre ’44 quando il nemico perquisiva una dopo l’altra le case vicine a quella dove erano riparati e loro fermi, in silenzio, dietro alle persiane con i mitra puntati, a contare i secondi. Ma non era tutto: alle spalle c’era una famiglia con la rettitudine, la pulizia e la lealtà che ne attraversavano ogni gesto.

Io, dice Bufalo (n. 1927), uno come Mauro lo mettevo già tra i “grandi”. Quando a metà ottobre del ’44 era arrivato in montagna a San Clemente, lui aveva 17 anni e Mauro 20. Era il suo secondo tentativo di raggiungere i partigiani. Il primo, precedente di qualche settimana, sempre con Bill, il fratello, un anno più di lui, verso Voghera, in treno, di nascosto. Avevano lasciato un biglietto sul tavolo: “andiamo via coi partigiani”. A Voghera i partigiani non li avevano trovati ma a Bolzaneto, del loro viaggio a vuoto, qualcuno doveva aver saputo perché pochi giorni dopo l’aveva fermato Settimio, uno della Bruzzo, uno dei “vecchi”, che sul tentativo fallito gli aveva fatto domande.

– Davvero vuoi andare in montagna, dai partigiani?
– Sì, sono stufo di fare questa vita. Sono scappato per andare coi partigiani ma non li ho trovati.

“Non si poteva uscire che subito c’era qualcuno che ti chiedeva i documenti, ti imponeva… Una sera esco dal cinema e lì fuori c’è uno stupido armato, uno giovane, una brigata nera che mi punta, a me, un ragazzo di 16 anni, e comincia: documenti. Non ci ho più visto e l’ho pestato; ma bene eh. Davo di pugilato, leggeri, alla palestra Della Rovere a Genova. Ero bravo, capace di difendermi. Mio fratello lo avevano preso in un rastrellamento e aveva fatto una settimana a Marassi. Io quella gente la odiavo”.

Della seconda partenza per la montagna – lui, il fratello e un amico – la madre era stata avvisata. Era mattina, li aveva salutati sulla porta dandogli qualcosa da portar con sé, da mangiare. Il padre invece era rimasto a letto, piangeva. “Avevo un fratello, del ’21, un sommergibilista che aveva affondato la Maryland, preso in Francia a Bordeaux, in un campo di concentramento in Germania. Un altro fratello era prigioniero degli americani in Sardegna. Quando io e quell’altro siamo andati in montagna di 4 figli in casa non ce n’era più nessuno. I miei piangevano sempre”.

Avevano seguito le indicazioni date da Settimio: da Genova prendere il treno per Casella dove qualcuno li avrebbe guidati. Così era stato ed erano arrivati in val Brevenna dove una donna gli aveva consegnato una scatola da scarpe piena di fazzoletti rossi – “ne ho uno ancora in casa” – da portare al Comando Zona, a Carrega. Lì un tale, che li conosceva per aver lavorato con suo fratello, gli aveva dato un fucile, un 91, “più alto di me, senza cinghia e con due o tre pallottole”. Così, dopo una rapida scazzottata col fratello, che aveva approfittato della sua relazione per farsi dare il nome di battaglia di Bill che Bufalo avrebbe invece voluto per sé, era entrato nei partigiani. Il giorno dopo erano a S. Clemente con gli altri di Bolzaneto.

Facce sconosciute solo in parte. Luci ad esempio lo aveva conosciuto sul lavoro, all’Ilva, e a dir la verità, neppure gli era parso “troppo furbo”. Solo quando l’aveva visto all’opera ne aveva avuto una impressione tutta differente. Un altro che conosceva da prima era Luciano: vicino di casa; “un ragazzo calmo, normale quasi più degli altri, con poche amicizie; lo vedevi più solo che in compagnia”. Ma lassù anche lui, come Luci, gli era apparso diverso. In montagna tutti quelli Bufalo aveva conosciuto da prima erano cambiati, diversi. “Le azioni per lo più le facevano i più anziani, come Luci e Luciano. A volte neppure ci portavano con loro, altre sì”.

Bufalo dice di aver cercato i partigiani per spirito d’avventura anche se ammette che “una certa idea” dentro già l’aveva. Del fascismo lui conosceva solo il presente, le Brigate nere e le odiava; del passato sapeva che il padre doveva entrare in ferrovia ma non l’avevano preso per motivi politici e aveva dovuto fare il muratore. Una volta erano perfino venuti a prenderlo a casa; l’aveva denunciato un fascista, un vicino. “Mia madre – l’ho davanti come se ancora la vedessi – è venuta sulla porta con tutti noi 4 fratelli in fila, io ero l’ultimo, il più piccolo. Stavamo al pianterreno. Ha detto solo: se portate via lui portate via anche questi 4. Quella volta era finità lì”. Quanto a suo padre non è che facesse quelle gran parole. Se a casa venivano i suoi amici si capiva che erano gente contro ma loro, i ragazzi, non ne sapevano niente. Era un limite grave ma quando il mondo all’improvviso gli era venuto addosso la loro fortuna era stata l’avere già una mentalità da grandi: “andavamo tutti a lavorare, eravamo uomini non ragazzi. Forse anche per questo la vita partigiana ci ha dato molto”.

Dal campo dei prigionieri erano partiti la mattina e avevano camminato tutto il giorno, la notte e poi ancora tutto l’indomani. “Non passavamo nei paesi; solo nei boschi. A Cravasco siamo arrivati la mattina prima di mezzogiorno. In giro non si vedeva nessuno. Non è vero che gli abbiamo dato il volantino con la decisione… Loro credevano di essere lì per un cambio ma, quando siamo arrivati sul prato del cimitero, Battista gli ha detto: vi abbiamo portato qui perché è il posto dove hanno ammazzato i nostri compagni; questa è una rappresaglia. Allora abbiamo cominciato a sparare. Solo un tedesco ha cercato di scappare ma ha fatto poca strada. Era un graduato e se l’era data. Gli italiani, i fascisti, erano convinti del cambio; i tedeschi invece diffidavano. Avevamo tutti fucili mitragliatori. Battista un marlin, io una maschinpistol; c’era anche un bren. Poi il prete ha chiamato i tedeschi e gli ha detto: venite a prenderli, i partigiani non vi fanno niente basta che non tocchiate il paese. Perché la volta precedente, quando loro avevano fucilato i 20, avevano anche bruciato il paese. Così Battista quando ha avvisato il prete che venissero a prendersi i morti, gli ha detto anche che non toccassero il paese sennò gli avremmo dato il resto.

“Io avevo 17 anni come Badoglino e uno più di Terribile, un altro ragazzo che era lì. Ero giovane e una cosa così… Badoglino e Terribile si erano ritirati dall’azione, andati da una parte. E poi per dire la verità chi ha sparato tanto quel giorno era la gente più esperta, più grande. Loro sparavano per davvero. Anche io ho sparato ma una raffica e poi basta. Praticamente sono stato a vedere. Dovevamo pensare a quello che avevano fatto ai nostri… ma in quei momenti ti scappa tutta la poesia che c’è. E non torna più.

“Sono tornato dalla guerra partigiana che compivo i 18 anni; diverso da come ero partito. Lassù abbiamo visto e fatto cose che ci hanno cambiato la vita. Ci hanno dato molto ma tolto definitivamente la giovinezza. La gioventù non l’ho conosciuta. Anche Cravasco ha avuto la sua parte”.

Da allora era stata solo una lunga corsa. Sposato a 22 anni, licenziato dall’Ilva, trasfertista, finito alle dipendenze di una raffineria aveva sempre lavorato “come una bestia”. Non gli era rimasta nessuna mentalità guerriera. “Solo le divise… non le ho mai potute vedere, neanche oggi”.

La sua storia? L’avventura, la ribellione contro l’ingiustizia che aveva condannato il padre a un lavoro che non era un lavoro, una madre dolente che li aveva schierati davanti ai fascisti, sfidandoli: “prendetevi anche loro”. Poi ci sono “i vecchi” come Settimio e altri “che sapevano le cose”. Infine i giovani che lassù gli erano apparsi “diversi” da come li aveva conosciuti, come diverso era diventato anche lui.

A incontrare Johnson (cl. 1923), nella sede dell’ANPI di Bolzaneto, mi ha accompagnato Ezio. “Johnson, mi dice, è buon esempio di quello che sapevamo e non sapevamo di noi. Sapevo che era un renitente e che aveva quel nome per via della Johnson & Johnson di New York, produttrice dei callifughi che suo padre vendeva su un banchetto sotto la ferrovia, alla stazione di Sampierdarena. Uno che vendeva su una bancarella callifughi, lamette da barba, la produzione della J & J, non poteva essere un anarchico, un rivoluzionario; semmai un mite. Eppure suo figlio era andato in montagna prima di me”.

Johnson tratta il suo partigianato con disinvoltura e al tempo stesso con uno stupore divertito. Non ero uno di quelli che alle cose ci pensava molto, dice quasi scusandosi dei suoi ricordi un po’ confusi. Militare di marina, nel 1943, a Pola, era stato imbarcato sulla corazzata Giulio Cesare. Sulle navi da guerra erano i clan a comandare e, tra loro, quelli che controllavano il mangiare avevano un potere enorme. Lui, pivello del clan dei genovesi, “uno dei più forti con quello dei siciliani e dei napoletani”, era stato addetto alla caffetteria; una fortuna con cui aveva guadagnato la sua prima licenza. Doveva rientrare il 9 settembre e stava andando a prendere il treno quando aveva incontrato uno che gli aveva detto: ma dove vai, non sai cosa è successo, lascia perdere… Così era rimasto a casa. Tra lavori, lavoretti e un po’ di fortuna – “ma non sapevo neppure di averla avuta” – era riuscito a superare l’estate del ’44 fino a quando uno del suo bar, “uno che si sapeva che tirava un po’ da quella parte”, gli aveva detto: guarda che qui i tedeschi o ti fucilano o ti deportano.

– Ma dove posso andare?”
– Con quelli che stanno sui monti”.
– Dove sono?”
– Ma tu ci vuoi proprio andare?”

Ad accompagnarlo era stato proprio quel tipo. Mentre racconta Johnson ci tiene a sottolineare il suo stupore: aveva fatto la cosa giusta ma non ricorda d’aver avuto in testa una sola parola di quelle che in seguito aveva scoperto lassù: “politica, democrazia, destra, sinistra, antifascismo; niente”. Per non dire che almeno fino a 20 anni – lavorava al Delta dove facevano bossoli – non gli dispiaceva lavorare per la patria. Anzi, aggiunge ridendo, “credo di essere stato proprio un fascistello di quelli che si eccitavano ai discorsi del duce”. Del suo arrivo in montagna, ai primi di ottobre del ’44, avevano saputo anche quelli di Bolzaneto accantonati a San Clemente che gli avevano fatto arrivare un messaggio: perché non vieni con noi? Johnson naturalmente ne conosceva più di uno. Luci ad esempio, che però, a suo tempo, gli era sembrato “scialbo, una nullità” tanto che non pensava di trovarlo lassù. Una figura secondaria come anche il padre, “uno sempre vestito di scuro, col cappello; un credente”. Invece, lassù aveva scoperto un Luci sconosciuto che aveva messo a disposizione del nuovo arrivato la sua esperienza. La prima regola della loro guerra, gli aveva detto, era “sparare sempre per primo; attaccare e darsela a gambe”. Il nemico faccia a faccia, Johnson non lo aveva mai incontrato ma col passare delle settimane si era convinto che fossero parole piene di buon senso.

Nei 7 mesi passati in montagna Johnson non ricordava occasioni in cui si era sentito un coraggioso; al contrario. Col senno di poi si sarebbe definito una via di mezzo tra innocente e irresponsabile, uno scemelan che non capiva neppure i pericoli che si correvano. “Ero salito come se fossi andato in campagna. All’inizio tutto era una novità, una specie di gioco. A quell’età si pensa che le cose possano succedere solo agli altri, mai a noi. Non capivo neppure il ruolo che avrei dovuto avere. Mi ricordo di quando mi avevano dato uno sten; mi aveva fatto piacere ma lì per lì mi era sembrato un giocattolo”.

Aveva partecipato all’avvicinamento a Bolzaneto in novembre e vissuto la crisi di fine dicembre ’44 quando “non sapevamo dove sbattere la testa” e Battista aveva dato il permesso a lui e altri 3 di dormire a casa sua, con la madre, due zie, una nonna. Da lì – “irresponsabili, oggi non mi vengono altre parole” – uscivano la notte per andare a fare le azioni. Rispetto a quando era salito, le motivazioni erano cresciute un po’ ma non di molto. “Eravamo un gruppo straordinario, di amici, di compagni. Facevamo tutto insieme come in un gioco”. Tra loro c’erano quelli più bravi, a pensare, decidere, sparare; quelli a cui Johnson aveva affidato volentieri il compito di guidarlo.

L’idea di Ezio di un pacchetto di domande, le stesse per tutti, dirette a ricostruire i diversi approdi al partigianato è buona ma, di comune accordo, decidiamo almeno temporaneamente di soprassedere. Ho anche l’impressione che covi un po’ di delusione: come se le storie che abbiamo raccolto non fossero utili a diradare la nebbia sulle ragioni di chi era salito in montagna.

In verità la nostra piccola inchiesta conferma la sua l’intuizione come anche le parole di Luciano: per essere lì non bastava aver scelto una volta sola. Lassù si arrivava per motivi diversi, con diverse storie alle spalle e ci si fermava per motivi che a volte si aggiungevano o più spesso si sostituivano ai precedenti. Lassù ognuno aveva contribuito con gli altri a dar vita ad una realtà dove le motivazioni personali di ciascuno erano state riplasmate. Una miscela forte che aveva in parte trasformato il bagaglio con cui in origine ognuno di loro era salito ai monti. La patente di partigiano non era la patente di guida che superato l’esame ti viene data per sempre o quasi. Piuttosto una scelta, un legame che si rinnovava sul campo. A maggior ragione quando – lo ha fatto notare Ezio – era difficile andarsene; almeno dalla Balilla.

C’è un’altra osservazione di Luciano che dopo i colloqui con Bufalo, Badoglino, Johnson, Mauro e lo stesso Ezio ha assunto sempre più rilievo. Riguarda la provenienza operaia, dalle fabbriche, della maggior parte dei componenti del gruppo. Che peso aveva avuto sui loro comportamenti? Bufalo ha detto: non sapevamo di fascismo e di politica ma di fronte al mondo che ci era caduto addosso la nostra fortuna era che “andavamo tutti a lavorare, eravamo uomini non ragazzi. Forse anche per questo la vita partigiana ci ha dato molto”. È meno di quanto succede a Mauro che in fabbrica aveva incontrato anche il comunista che gli aveva “battuto il chiodo” ma simile all’esperienza di Badoglino che in fabbrica aveva conosciuto solo altri come lui, insofferenti, arrabbiati. Invece Luciano della fabbrica aveva apprezzato l’ordine, la disciplina; aveva studiato per diventare un “capo” e appena entrato gli era stata attribuita una responsabilità che lo toglieva dal rango dei generici. Un sentimento complesso che in montagna si era trasformato: “eravamo prevenuti nei confronti di quelli che avevano studiato. Avevamo paura che ci mettessero nel sacco, che ci fregassero. Ci sentivamo operai che volevano emanciparsi da quelli che avevano la cultura, il potere”.

Nel caso della Balilla, la provenienza dalla fabbrica della maggior parte dei giovani partigiani non aveva funzionato come un richiamo alla “classe” che allora sarebbe stato anacronistico essendo la parola bandita e dimenticata, come banditi erano i socialisti e i comunisti, gli unici a conoscerne il significato. Niente classe ma massa numerica sì, moltitudine comandata dalle sirene che entrava e usciva dalle portinerie sotto gli occhi ostili della sorveglianza e le cui abitazioni e i quartieri erano considerati dall’autorità una penosa ma inevitabile propaggine dello stabilimento. Una moltitudine dai movimenti scanditi da orari, turni, cottimi: governata dalla gerarchia, sottoposta agli umori degli operai più anziani e a regole cervellotiche come il divieto del fumo, causa prima di infinite bruciature degli abiti da lavoro dove all’occorrenza venivano nascosti i mozziconi ancora accesi. Loro, gli operai più giovani, avevano l’insofferenza di chi ancora non era stato modellato dal sistema repressivo che invece aveva impastato i più vecchi al punto da rendergli estraneo il più semplice pensiero di ribellione. In fabbrica capitava spesso che i giovani provocassero, anche con scherzi feroci, i comportamenti paurosi degli anziani, ma le cose sarebbero finite lì se non ci fosse stata quella storia dei bandi. Nate in fabbrica la trasgressione e la voglia di insubordinazione dei “giovinastri”, come pudicamente sia Badoglino sia Luciano li avevano chiamati, erano finite direttamente nella loro guerra che era diventata così, oltre che patriottica e del CLN, guerra all’autorità, ai capetti, ai riti del lavoro, risultato della convinzione di essere molto ma di non contare nulla. Tanti, riflettendo sui loro sentimenti d’allora, ricordavano d’aver pensato che dopo quella guerra i giovani non avrebbero dovuto aspettare 20 anni e diventare vecchi per sentirsi o essere considerati qualcuno. In questo senso la fabbrica c’entrava eccome ma non come qualcuno avrebbe voluto per sottolineare la nobiltà della loro militanza; piuttosto per segnalarne la rabbia e una particolare aggressività.

Ezio ha organizzato e partecipato ai miei incontri con Mauro, Bufalo, Johnson. Partecipazione discreta ma importante: è stato l’avallo della mia inchiesta. È intervenuto raramente come del resto gli avevo raccomandato. A volte le parole dei suoi vecchi compagni lo hanno sorpreso. Non per le inevitabili differenze di punti di vista a proposito di un fatto ma per il personale rapporto che ognuno di loro rivelava col proprio partigianato. Era la conferma della sua intuizione: “eravamo saliti in montagna per motivi diversi, una diversità che però non si rivelava nel modo di agire che invece rigorosamente ci omologava l’uno all’altro”. Diverse erano invece le rispettive storie e i modi di pensare: le loro parole ne hanno conservato, sia pure vaghe, le tracce.

– Ti è sembrato utile? Ho chiesto a Ezio.
– È strano; ci siamo frequentati per anni senza mai farci domande. Non credo per paura di scoprire differenze; piuttosto perché non pensavamo che ce ne fossero.
– Hai visto in loro, chiedo, persone diverse da allora?
– Sì e no. Riconosco le parole, i gesti, le battute; ma è come se ne vedessi anche una parte che mi era rimasta sconosciuta, una specie di completamento dell’immagine di allora.

 

VI. La battaglia della Sella

La battaglia della Sella, combattuta dagli uomini della Balilla contro un numero imprecisato (“da 30 a 40”) di soldati tedeschi, cominciò sabato 14 aprile poco prima di mezzogiorno e finì meno di un’ora dopo. In seguito, la sua ricostruzione, al contrario di altri episodi militari di cui la Balilla era stata protagonista, risultò difficile e colma di incertezze. I sopravvissuti, interrogati, ne hanno data più di una versione a cominciare da quanto era durata. “E’ un altro aspetto paradossale del ricordo, ha detto Ezio. Feriti, morti, sangue, urla da rabbrividire ma con precisione vedo solo un grilletto di pasta appoggiato sul tavolo, il pranzo di mezzogiorno del distaccamento. Forse era già pronto quando hanno cominciato a sparare”.

Alla fine i tedeschi si erano ritirati lasciando sul campo 2 feriti gravi morti poco dopo e una notevole quantità di armi. Nel campo partigiano i morti furono due: Lino, 20 anni appena compiuti, la cui morte aveva dato il via allo scontro, e Luci, 22 anni, colpito nella fase finale e morto due giorni dopo, il 16, in seguito alle ferite.

La formazione tedesca, evitando i percorsi tradizionali sui quali era attivo il controllo delle pattuglie della Balilla, era riuscita a guadagnare, percorrendo un sentiero ritenuto fino a quel momento inaccessibile e pertanto non sorvegliato, una posizione che sovrastava “la Sella”, i prati e i due piccoli nuclei di case, Sella e Cravasco di Sella, dove quella mattina, sparpagliati e incuranti, si muovevano i partigiani. Il 14 era una bella giornata di primavera e il sole cominciava a essere caldo. A parte la sensazione, piacevole e comune a tutti, di essere agli ultimi fuochi, era stato deciso che la giornata dovesse essere dedicata alla messa a punto delle armi, in particolare i nuovi Marlin, personale omaggio della missione inglese a Battista e ai suoi. Era il motivo per cui, eccezionalmente, tutte le squadre si trovavano contemporaneamente al campo della Sella. “Tutti lì in giro a sparacchiare” ha detto Mauro. Per lo stesso motivo quando da parte tedesca erano partiti i primi colpi nessuno si era messo in allarme.

Si avvicinava mezzogiorno che combinato al fatto di essere alla Sella comportava un piatto caldo di pasta. Ezio e Lino si erano attardati nella bottega del falegname a pulire i loro “vecchi” mitra Beretta. Per loro, ultimi arrivati, niente armi nuove riservate invece al gruppo di fuoco, gli anziani. Dalla bottega del falegname erano usciti insieme per raggiungere a un centinaio di metri un dorso pianeggiante dove avevano incontrato Alvaro, quello degli scherzi e una paio d’altri, reduci da una pattuglia. Alvaro chiacchierava e spaziava l’orizzonte con i suoi binocoli; era l’unico oltre Battista a possederne un paio. A un certo punto, con la solita faccia, quella degli scherzi, aveva guardato i due pivelli – in realtà era più giovane di loro ma aveva più mesi da partigiano – e li aveva apostrofati, in dialetto, “ragazzi, mi sembra di vedere i tedeschi”. Ezio gli aveva preso di mano il binocolo e aveva puntato. “Come il fotogramma d’un film. L’elmetto visto di fronte e, sotto, la canna della mitragliatrice, una sega di Hitler. Stava mettendo a posto il mirino. Ha capito che l’avevamo visto e s’è messo a sparare”. Lino era caduto colpito alla gola, non aveva più detto una parola ed era morto di lì a poco. Tra quelli che erano lì attorno c’era stato il fuggi fuggi, prima per coprirsi poi per raggiungere una zona al riparo dal tiro della mitragliatrice. “I tedeschi, dice Ezio, erano arrivati in un posto sopra di noi dove solo dei buoni soldati potevano arrivare ma noi non ce ne eravamo accorti. Li aspettavamo sul sentiero mentre loro erano già lassù”.

In effetti il punto raggiunto dai tedeschi era tale da tenere facilmente sotto tiro tutta la Sella e i prati circostanti dove quella mattina d’aprile si aggiravano “sparacchiando” i partigiani della Balilla. Si sentivano sicuri, avevano le pattuglie che andavano, venivano, controllavano. Avevano specialmente la convinzione che la loro tattica di movimenti rapidi e continui avesse definitivamente disorientato il nemico. Erano loro i cacciatori e giorno dopo giorno si erano convinti d’aver scoperto la tattica vincente. Ne era derivato un ingiustificato senso di impunità aumentato dal muoversi su un terreno conosciuto e dalla loro fama che non lasciava dubbi sulla fine riservata agli informatori al servizio del nemico. Così erano arrivati a considerare la Sella, il loro campo base, un luogo sicuro, inaccessibile. Il patto dichiarato con gli abitanti del posto, diverse famiglie, uomini, donne, bambini, era stato: noi né qui, né attorno, colpiremo mai e voi, case, persone, bestiame sarete al riparo da qualsiasi rappresaglia.

Una ingenuità dato che la loro base non era certo rimasta sconosciuta al nemico. Era già successo una volta che una colonna di una trentina di Brigate nere si addentrasse casualmente nel perimetro protetto. L’avevano attaccata di sorpresa infliggendole 9 morti e quasi altrettanti feriti gravi. Anche i partigiani, malgrado il vantaggio della sorpresa, avevano avuto tre feriti. “Mandate uno dei vostri a cercare aiuto per i feriti e poi vi lasceremo liberi” avevano detto i partigiani al sottotenente comandante della colonna. In altre condizioni la partita con loro sarebbe stata chiusa diversamente ma in quel caso era necessario distogliere la loro attenzione dalla Sella. Non era servito ad evitare i rastrellamenti dei giorni successivi ma la base non era stata toccata.

Il 14 però i tedeschi non erano capitati lassù per caso. Chissà perché ci si rifiutava di pensare che i soldati di un esercito vero potessero muoversi anche sui sentieri da capre e non, come i repubblichini, solo sulle normali sterrate. Non averlo previsto aveva tra l’altro mostrato come i partigiani della Balilla non avessero piani utili a fronteggiare un attacco di sorpresa. Quando la sega aveva cominciato a battere, qualcuno era scappato, qualcuno aveva cercato di mettersi al coperto per studiare il da farsi, i più animosi avevano cercato il contrattacco. Tra questi Mauro, Fachiro e altri 4 o 5 che casualmente quella mattina si erano trovati a Cravasco di Sella, sul lato opposto dell’abitato di Sella, una posizione defilata e fuori vista rispetto alla posizione occupata dai tedeschi. A sparatoria iniziata, messi in allarme oltre che dagli spari da qualcuno del posto, avevano risalito la collina sbucando di sorpresa a poca distanza da dove i germanici sparavano. “Non è che avessero fatto una trincea, sparavano tranquilli, dall’alto”, ricordava Mauro. Fachiro, diventato da qualche settimana il più bravo nell’uso del bazooka, era riuscito con un colpo fortunato a centrare il gruppo addetto al mitragliatore. Era stata la svolta della battaglia. La massa di fuoco dei nuovi marlin e la decisione dei partigiani aveva convinto il gruppo tedesco a ritirarsi. “Non fuggivano; si ritiravano da soldati. Ogni tanto un gruppetto si fermava e ci sparava mentre gli altri continuavano a ritirarsi”. Era stato allora, alla fine, a battaglia finita quando ormai i partigiani sparavano “in piedi” sui tedeschi lontani sotto di loro che Luci si era beccato una pallottola nella pancia.

La fine dello scontro era stato l’inizio del caos. Quanti erano i morti e i feriti partigiani? Come avevano fatto i tedeschi a raggiungere indisturbati la località che sovrastava la Sella senza che le pattuglie avessero dato l’allarme? Rabbia, incredulità nel prendere atto che avevano raggiunto la posizione lungo un percorso che il comando della Balilla non aveva mai previsto di dover presidiare, quasi fosse accessibile solo a loro, ai partigiani. Per non dire della sorpresa: da quanto erano lì a tenerli sotto tiro? Cosa sapevano della Sella? Avevano cominciato a sparare quando probabilmente si erano resi conto di essere entrati nel binocolo di Alvaro e poi di Ezio, quando la Balilla era ancora poco concentrata, e senza prevedere l’esistenza del bazooka. Si erano ritirati, con ordine, lasciando alle spalle i feriti gravi, con idee precise su quello che avrebbero dovuto fare alla mossa successiva. Di quest’ultimo aspetto erano perfettamente coscienti sia gli abitanti della Sella sia Battista e i vari comandanti della Balilla.

Le conseguenze che lo scontro minacciava di avere sulla popolazione civile era l’altra fonte di caos. La rappresaglia di Cravasco era troppo fresca per illudersi che alla Sella le cose sarebbero andate diversamente. Dei feriti si doveva occupare la popolazione, ricoverarli, curarli se possibile, se no fare in modo di farli scomparire. Proprio sulla popolazione della Sella incombevano ormai i rischi maggiori. Il copione sarebbe stato il solito: incendio, ostaggi, stalle svuotate, forse qualche locale fucilato, comunque una rappresaglia dura. Tutti ne erano certi al punto che, appena finito lo scontro, già c’era chi raccoglieva familiari, animali e masserizie per porsi alla ricerca di un rifugio. Alla Sella i partigiani non avevano mai goduto di un particolare favore ma, almeno inizialmente, il loro campo base era stato una sorta di Svizzera, un luogo laico senza il rischio del coinvolgimento. Ora cambiava tutto. La popolazione si trovava improvvisamente in prima fila, dove non intendeva stare, mentre i partigiani dovevano smobilitare alla svelta i loro depositi di armi, documenti, il bottino di guerra che proprio alla Sella si era accumulato una settimana dopo l’altra.

Sopra ogni movimento di quelle ore incombeva la stessa domanda: quando sarebbero tornati i tedeschi? E cosa avrebbero fatto questa volta? A parte la morte di Lino, e la ferita di Luci che da subito era apparsa gravissima, la situazione si era di colpo rovesciata. Come ci si sarebbe dovuti comportare di fronte ad una rappresaglia? Raddoppiare come a Cravasco o lasciare il campo per un po’? Intanto bisognava trovare il modo di far arrivare un medico da Bolzaneto a Montoggio dove Luci, deposto su una scala a pioli era stato trasportato a spalle dai suoi. Poi avvisare i familiari… Non era questione marginale anche in quel clima di guerra. Non si poteva ignorare la continuità del tessuto dentro cui si erano mossi sino ad allora; avevano regole da rispettare. Il 15 da Bolzaneto, su una ambulanza, scortato da “sapisti”, era arrivato il clinico Catterina convocato dal solito Morasso. Gli era bastata una occhiata: no, niente da fare, aveva detto. Ne avrà per poco. Stategli vicino. Loro, i suoi compagni, a piangere e lui, il medico, che gli aveva ricordato cosa stavano facendo: siete in guerra, qualcuno deve morire. Le lacrime cominciate il 15 erano continuate il 16 quando Luci era morto e poi il 17 quando nella chiesa di Montoggio c’erano stati i funerali di Luci e Lino.

Funerali grandiosi; la chiesa addobbata a lutto ma con mazzi di fiori di campo e la bandiera rossa della brigata, la popolazione, loro, gli eroi, piangenti e le ragazze che li compativano. Il pianto, una cosa giovane, fresca contribuiva a fare dei partigiani le persone comuni che erano. Un funerale straordinario ma anche normale, con i parenti, la chiesa, i fiori, il prete: una sfrontatezza, la prova che il senso di impunità non li aveva abbandonati. “Se fossero arrivati con due camion – è Ezio a parlare – non sarebbero bastate certo le 2 squadre messe di guardia. Ci comportavamo come se la guerra fosse lontana. Avevamo deciso che quel giorno non sarebbero arrivati”.

Un funerale celebrato in modo clamoroso per provare che erano stati i partigiani a vincere lo scontro diretto. Con loro c’era tutto il paese, una manifestazione di affetto, di partecipazione. Con la morte in battaglia si concretava in modo definitivo l’immagine del sacrificio che quei ragazzi stavano facendo. “In vita potevano considerarci degli sbandati, gente poco affidabile, che va in giro per spirito di avventura… Così fino a quando due di noi erano morti”. La morte cambiava tutto. Era il sacrificio che avvalorava ciò che fino ad allora avevano fatto. Era stata l’occasione offerta a chi dubitava per modificare il proprio atteggiamento verso la Resistenza. ” I partigiani ci morivano pure; non andavano solo in giro armati o a mangiare nelle trattorie senza pagare il conto”.

Prima di abbandonare la Sella era stata conclusa l’inchiesta per scoprire chi dei dintorni avesse guidato i tedeschi lassù. Il 18 l’interrogatorio – condotto in modo crudele, dirà poi qualcuno – era terminato con la fucilazione della spia. Il processo contro la quinta colonna aveva avuto anche il compito di assolvere il comando della brigata. I tedeschi erano arrivati lassù solo perché c’era stato un traditore. Una formulazione preferita all’altra più imbarazzante: i tedeschi erano arrivati lassù perché, da bravi soldati, avevano cercato di arrivarci senza incappare nelle pattuglie partigiane. In ogni caso c’erano arrivati perché avevano deciso di chiudere la partita col gruppetto della Balilla dopo che alla controrappresaglia di Cravasco non avevano potuto rispondere come avrebbero voluto. Diversi fatti avrebbero dovuto mettere sull’avviso i partigiani circa le intenzioni del nemico ma, un po’ l’insipienza e un po’ l’ebbrezza degli ultimi giorni avevano fatto credere che dopo Cravasco i tedeschi si fossero quietati.

A suggerire il contrario sarebbe bastato osservare che dopo settimane in cui le uniche vittime delle azioni della Balilla erano stati i fascisti, a partire dal 6 marzo, troppe volte era toccata ai soldati tedeschi. Il 6 marzo erano state uccise le sentinelle della batteria di Montegalletto, il 21 c’era stata clamorosa l’azione contro il camion della Feldpost: 7 morti tedeschi nello scontro e altri 6 fucilati poco dopo più quello casualmente giunto sul posto con una macchina. Il 22 c’era stato lo scontro di Cravasco con l’uccisione di 9 SS a cui era seguita la rappresaglia tedesca: i 18 politici provenienti da Marassi. Il 4 aprile la controrappresaglia partigiana: 39 fucilati tra cui almeno una dozzina di soldati germanici. Poi, uno o due giorni dopo, era toccato a un marinaio tedesco a Creto e l’8 aprile, in uno scontro sulla strada della Castagnola, altri 5 tedeschi erano stati uccisi.

Ce n’era abbastanza perché il comando tedesco decidesse la definitiva eliminazione del gruppo che aveva contravvenuto, con indifferenza e irrisione, al diktat tedesco: guai a toccare i soldati del Reich. La rappresaglia di Cravasco, due italiani per un tedesco, da considerarsi contenuta rispetto ad altre già messe in opera – 7 o 10 italiani per un tedesco – non era servita. Toccava all’azione militare di liquidare il gruppo ribelle che non accettava di limitare le sue azioni agli uomini della “repubblica”. L’arrivo sul posto era stato meno laborioso di quanto quelli della Balilla, che dei tedeschi avevano maturato una immagine riduttiva, potessero immaginare; la sorpresa era riuscita. Imprevista invece la reazione dei ribelli dovuta ad un avvistamento casuale, che forse aveva costretto i tedeschi ad anticipare i tempi, e alla disponibilità tra i partigiani di un’arma di effetto dirompente come il bazooka. Da qui il rientro dei tedeschi al campo in attesa di sferrare un secondo colpo, questa volta definitivo.

“Alla Sella, osserva Ezio, ci è andata bene. Dopo il sopravvento iniziale, se i tedeschi avessero resistito ancora 5 minuti per noi probabilmente sarebbe stata finita. Erano soldati fortissimi con motivazioni sconosciute ad altri eserciti. Motivazioni sofferte ma tali da renderli invincibili. Ho visto fare, in una loro caserma di Marsiglia, l’istruzione a dei sottufficiali tedeschi. Ci sarebbe voluta una cinepresa. Pioveva, una giornata uggiosa, un cortile lastricato: voci, urli; impressionanti. Noi ne eravamo rimasti inorriditi. E loro, i sottufficiali, pallidi, preoccupati. Così ottenevano l’uniformità, la sincronia maniacale che lasciava stupito chiunque avesse a che fare con loro. Costruivano i loro cervelli. Diversamente li punivano. Se uno non era come doveva essere era marcato. Penso che i tedeschi siano stati per tutti i nemici più duri. La loro machine gewer, la sega di Hitler, era il corrispondente dei bren inglesi; quando sparava faceva vibrare l’aria come le lame delle seghe elettriche, uuem uuem; terrorizzante. Era il nostro terrore. Una velocità spaventosa. Ne parlavano preoccupati anche quelli che non l’avevano mai sentita”.

Durante lo scontro della Sella furono catturate ai tedeschi molte armi compresa la “sega” che aveva ucciso Lino, la stessa che fa mostra di sé nella foto a p.148 de “La brigata Balilla”; un’arma pesante, poco adatta alla guerra dei partigiani. Inoltre la sua velocità “spaventosa” imponeva un rifornimento esorbitante di munizioni. Ci volevano, ricordava Mauro, 2 o 3 uomini solo per portare le cassette di pallottole necessarie e loro, i partigiani, per consumarne meno, caricavano i nastri lasciando un vuoto ogni 10 colpi in modo da fare raffiche più brevi; ma anche così l’impegno era risultato eccessivo.

Essendo necessario smobilitare i depositi della Sella e in previsione dell’insurrezione venne deciso di distribuire le armi appena catturate nei vari rifugi della brigata. Nessuno poteva immaginare come si sarebbe svolta la battaglia finale, quanti giorni sarebbe durata, quali azioni militari e quali armi sarebbero state necessarie. Dalla Sella erano partiti carichi come muli; lo scontro che li aveva toccati così profondamente aveva generato in ognuno di loro energie impreviste subito messe al servizio di quel trasporto eccezionale. Fu allora che la sega giunse ai Coronelli, a meno di un’ora di cammino da Bolzaneto dove però non arrivò mai. L’insurrezione ebbe tempi brevi e modi imprevisti e la sega restò lassù dove era riapparsa la mattina di martedì 16 aprile 1985 in seguito alle piogge primaverili.

Gino non ne conosceva la storia ma ne sarebbe stato entusiasta. Nei suoi racconti amava presentare i Coronelli, Begato, l’Ansaldo e, in definitiva, la sua vita come un crocevia della storia. Naturalmente Begato e il resto erano semplici metafore. La storia infatti, sosteneva Gino, passava dappertutto; solo gli “scemi” non la vedevano.

Lino e Luci erano stati i primi e unici morti della Balilla. Proprio alla fine, quando coi compagni stavano pregustando il trionfo. A Luci combattere quella guerra piaceva. Era la sua, ci metteva del suo perfezionando giorno dopo giorno la sua interpretazione. Neppure Lino era lassù per caso anche se avrebbe preferito non esserci. Due storie, una sola morte e un solo messaggio: combattevano una guerra cruenta e la loro morte aveva cambiato anche la cifra dei sopravvissuti.

– Anche della controrappresaglia di Cravasco? chiedo a Ezio.
– Sì, anche di quella. Dopo ha pesato meno.
– “Coloro che combatto non odio/ coloro che difendo non amo”. Ti riconosceresti in questo verso di Yeats?
– Per noi era diverso: amavamo le nostre idee, ciò per cui ci battevamo, e odiavamo e disprezzavamo i fascisti e probabilmente con loro anche i tedeschi. Non era una anomalia. È che non eravamo soldati normali, eravamo partigiani; di parte, come dice la parola, e quindi amavamo e odiavamo. Alcuni di noi lassù hanno acquistato un certo equilibrio ma molti erano lì solo perché amavano e specialmente odiavano”.

Il 17 giugno, giorno del funerale, Luci era uscito dalla vita dei suoi amici per entrare stabilmente nei loro pensieri. Comandante, coetaneo, compagno di scuola e di lavoro, uno che tutti loro conoscevano da 20 anni ma che era sempre apparso un enigma, aveva fatto a tempo a sciogliere l’interrogativo su quale fosse il lato della sua faccia sghemba che dovevano ricordare: quella di un guerriero che la generosità e il suo perenne andar oltre non avevano messo al riparo dalla morte. Il 17 giugno era stato anche il giorno della morte, metaforica ma non meno importante, di ognuno di loro; una fortuna concessa a pochi. Nella morte di Lino e Luci ognuno di loro aveva infatti potuto vedere la propria, fino ad allora solo supposta o intravista nella morte del nemico. Così era stato anche per Ezio che era salito in montagna a tempo a Lino che quel giorno gli era morto a neppure un metro di distanza.

In seguito, dopo la Liberazione, aveva raccontato per decine di volte alla madre della morte del figlio. Andava a trovarla e piano piano il discorso finiva su quel giorno, l’ora e il luogo della morte, su dove si trovava Ezio rispetto a Lino, la loro vicinanza e sul caso che aveva ucciso uno e lasciato vivo l’altro. Ogni volta lei chiedeva che Ezio aggiungesse nuovi particolari come volesse ritardare la conclusione di una storia già scritta. Si affacciava così, all’insaputa del figlio, sul luogo dove lui stava per essere ucciso e, ogni volta, assisteva in lacrime alla sua morte. E Ezio costretto a raccontare la morte dell’amico come fosse la propria quasi a compensare la madre del furto subito e per spingere al limite massimo l’impossibile scambio.

 

VII. Correre da isolati

In più occasioni, durante i nostri incontri con i compagni partigiani, Ezio mi ha fatto notare le differenze tra la loro e la sua storia. La sua, mi dice, era sicuramente più prevedibile. È il 28 marzo 2002 quando gli chiedo se avrebbe voglia di raccontarla.

Era andato coi partigiani solo perché il gruppo di cospiratori a cui apparteneva era stato scoperto e lui non sapeva più dove battere la testa. In precedenza aveva preferito la cospirazione alla montagna perché dopo i 9 mesi del 1943 a fare il soldato, lontano, riteneva di aver già dato abbastanza. Nel suo antifascismo e nella sua adesione alla Resistenza avevano pesato in tanti: genitori, fratello, amici, compagni di lavoro e forse altri ancora. Più difficile stabilire l’importanza di ognuno. Ad esempio quella del fratello di poco maggiore di lui, poteva essere confrontata con quella dei genitori? E quella degli amici? E gli stessi genitori non era più giusto considerarli separatamente? “Che famiglia era la mia? Una famiglia è anche un modo di stare a tavola, di parlarsi, di chiamarsi nelle scale…”.

Con la famiglia Ezio aveva vissuto un legame profondo, esclusivo, fin da bambino. C’era di mezzo un sacrificio di cui era stato spettatore. Un vero sacrificio, col sangue, il mistero e la consegna del silenzio durata anni.

Il padre, Amato Bartoli, era un socialista che nel ’21 era passato ai comunisti. Una sera d’inverno, novembre o forse dicembre del ’26 o del ’27, i fascisti lo avevano aspettato all’uscita dal lavoro, a fine turno e lo avevano pestato. Ezio aveva 3 o 4 anni e dormiva in una branda vicino al letto dei genitori. Ricorda la pioggia che batteva contro i vetri, la casa gelata al punto che ghiacciava anche l’acqua sui comodini. La pioggia aveva avuto nella storia la sua importanza perché il padre, per ripararsi in qualche modo da catene e bastoni si era servito anche di un ombrello. “Era arrivato a casa tutto insanguinato; sentivo il pianto di mia madre, le esclamazioni. Aveva la testa spaccata, sangue dappertutto ma non potevi chiamare il medico. Bisognava tacere, non denunciare nessuno; silenzio anche tra noi”. Vivevano coi nonni materni in una casa dove l’ingresso disimpegnava 4 stanze e ai Bartoli ne toccavano 2: una convivenza un po’ forzata dato che tra il padre e il suocero i rapporti non erano buoni. Dei fatti di quella notte solo Ezio e il fratello avevano parlato tra loro, “ma di nascosto”. Poi da grandi, prima della Liberazione, la madre, non il padre, gli aveva raccontato.

I pianti e il sangue di quella notte: un ricordo nitido come l’imperativo casalingo di non parlarne. Una consegna accettata da tutti anche per rispettare il silenzio che dopo quella notte il padre si era imposto. Fuori di casa non aveva più parlato. In casa sì, ma con discrezione, invitando a osservare e a riflettere più che a militare.

Aveva pensato a educarli. Quando era venuta la guerra, e Ezio e il fratello ormai grandi erano entrati nella Resistenza, lui di quella notte, del suo passato aveva continuato a tacere. Mai che avesse manifestato il desiderio di tornare un giorno a pareggiare i conti. Quei fatti li avevano ricostruiti solo in seguito con la madre. E quando Ezio, nell’autunno del ’44, era arrivato a casa con una pistola il padre aveva mostrato il suo dissenso. Non aveva detto bravi o finalmente e neppure li aveva incitati ad andare avanti. Piuttosto: state attenti, non esagerate. Aveva scelto di vivere, proteggerli, educarli, sciogliendosi dal rancore personale. Diversamente non sarebbe riuscito a trasmettere ai figli la sua filosofia del mondo, segnata da un positivismo ottimista che neppure le legnate avevano potuto scalfire.

A Genova Amato Bartoli era arrivato da piccolo, con i genitori, da Cireglio, comunello montano in provincia di Pistoia, popolato da carbonai e siderurgici che, dalla fine dell’Ottocento, la modernizzazione aveva richiamato verso la costa tirrenica, prima a Piombino e poi a Bolzaneto, agli altoforni di Bruzzo. Cireglio non era solo il borgo familiare, ma anche la patria di Policarpo Petrocchi, autore di un famoso “Dizionario della lingua italiana”, che proprio a Castel di Cireglio era nato nel 1852 e di cui Amato vantava orgogliosamente la parentela.

Amato era un uomo intelligente. Sapeva parlare bene e conosceva il piacere della cultura. Aveva fatto le elementari dalla prima alla sesta, con un maestro che a lui e ai suoi compagni, fedeli e pronti ad accettare orari impossibili, aveva insegnato cose da liceo come astronomia o geometria, roba che alle elementari non si faceva. Ma era specialmente la lingua che lo affascinava. A Genova si era innamorato del genovese – “conosceva a memoria le poesie di Martin Piaggio” – al punto da eleggerlo a seconda lingua anche nei giochi di parole ed enigmistici di cui era espertissimo. Genovese anche la lingua di casa dove l’italiano era ricomparso solo quando Ezio e il fratello Camillo, diciottenni, l’avevano imposto come prima lingua per via delle loro relazioni con le ragazze.

Dopo la notte del pestaggio Amato Bartoli aveva lasciato la politica, salvato la famiglia e continuato a pensare e a parlare solo coi figli. Sapeva cogliere le occasioni e aveva commenti puntuali per gli episodi del fascismo che scandivano la vita quotidiana della gente. Non solo il grande comizio ma il contratto di lavoro, le corporazioni, le decisioni del consiglio dei ministri, il fatto che non si andasse a votare. Tutte cose che lui rimarcava e spiegava. Quando nel ’40 Mussolini aveva dichiarato la guerra lui li aveva messi in guardia sulle condizioni difficili in cui si sarebbero trovati. “Era una bussola che ci indirizzava, puntuale nel farci vedere la stupidità dei fascisti, la loro violenza, le loro manifestazioni becere, i loro soprusi. Aveva toni sprezzanti per le loro messe in scena e, giorno dopo giorno, ci aveva vaccinato, permeato di cultura politica”. Dopo Pearl Harbor aveva preannunciato la discesa in campo degli americani. Sapeva che la Russia per Hitler sarebbe stata un osso duro e che l’America avrebbe fatto la differenza. Attento alle complicazioni dello scenario militare e politico era un assiduo ascoltatore di Radio Londra grazie a una Galena con le cuffie che a suo tempo si era costruito. Un giorno Camillo, che lavorava all’Elettrotecnico, gliene aveva comprata d’occasione una più bella. Pesava molto e per appoggiarla Ezio aveva fissato due angolari nel muro in cucina nel punto dove in genere si sistemava lui. Gliela avevano fatta trovare lì al ritorno dal lavoro. È rimasto esterrefatto ma non era tipo da manifestare molto i suoi sentimenti. Ha cominciato a trafficare fin quando tun tun tun tun, Radio Londra: Curcil; lui Churchill lo chiamava così”.

Ezio è sicuro di non aver mai sentito pronunciare dal padre parole che suggerissero la necessità di un antifascismo militante. “Il suo atteggiamento non era quello di catechizzarci, di farci il lavaggio del cervello, di introdurci in un antifascismo da manifestare, anche perché, dopo la lezione che aveva ricevuto, era subentrata in lui la necessità d’essere prudenti: perché il fatto non si ripetesse, per non lasciarci la pelle e per sbarcare il lunario”. Guadagnava poco e la madre, per arrotondare, andava a cucire in casa di un ricco di Bolzaneto, “un conservatore ma non un fascista, un ambiente sano”. Se il padre fosse stato colpito ancora per loro sarebbe stato il lastrico.

Alle messe in scena del fascismo e alla retorica militarista il padre contrapponeva un umanesimo non parolaio, gesti essenziali, genuini, il piacere della cultura, il valore della pace, il gusto per la prova di intelligenza, delle osservazioni dirette: dalle naturalistiche alle astronomiche, le stelle che sin da bambino lo avevano affascinato. Ma era specialmente il gioco che lo coinvolgeva; tutti i giochi. “Giocava molto con la lingua italiana o genovese; con le parole. Era il suo passatempo”. Leggeva “La Domenica del Corriere” ma anche le riviste che Ezio e Camillo gli passavano. Leggeva e assorbiva.

Era anche un buon raccontatore. Sicuramente più di suo padre, pensionato della ferriera, che a Ezio appariva un contadino intelligente ma rozzo e primitivo, vernacolare, che sbarcava il lunario vendendo in casa prodotti toscani, farina di castagne e olio. In famiglia erano tre sorelle e tre fratelli: un ambiente forse socialista, comunque genuinamente toscano, “prosaici, crapuloni, bestemmiatori, ma solo nella loro cerchia e quando parlavano la loro lingua”. Uno zio somigliava all’attore Luigi Trenker che nei film d’allora faceva la parte del bel montanaro: alto, fondatore del Club Alpino di Bolzaneto, bravissimo fotografo, magico affabulatore. Se raccontava un film la gente pendeva dalle sue labbra al punto che alla fine gli chiedevano di raccontarne un altro. Anche lui lavorava in una ferriera di Bolzaneto. Le zie facevano le modiste; sempre attente ad essere aggiornate, avevano un negozietto. Tra loro, tutti, la cultura girava: libri di montagna, di fotografia, riviste di moda. Anche il mondo d’oltre Atlantico era ben presente in casa Bartoli con i racconti della cugina Bettina, in realtà una sorella della nonna, arrivata a Bolzaneto da Pittsburgh dove in un passato più lontano era emigrata con la famiglia e dove, unica, era scampata ad un terribile incendio.

Ogni membro della parentela dei Bartoli era riconoscibile per un segno. Quello del padre era il frutto dell’incontro con persone e situazioni che lo avevano marcato a vita; a cominciare dal suo insegnante elementare che aveva frequentato per sei anni. “Una volta ci ha raccontato che era così innamorato della scuola che una sera ci si era lasciato chiudere dentro di nascosto. Per 6 anni era andato sempre a scuola, con qualsiasi tempo, senza ammalarsi mai; per 6 anni a sentire uno che gli aveva dato tutto; come lui del resto”. Era stato il suo insegnante a fargli scoprire Flammarion. Sapeva a memoria tutto quello che aveva scritto sulle stelle: nomi, distanze, periodi…Aveva nel cervello le schede di tutto il firmamento. Così come avvenivano le tempeste, la nebbia, il gelo, il tuono. Era la cultura con cui Amato Bartoli aveva costruito una insuperabile barriera tra sé e le sue disgrazie.

Di Flammarion possedeva le opere; Dante lo conosceva a memoria così come le poesie del Giusti; Omero, Pirandello, Verga, Hugo, i russi di cui in casa esistevano alcuni esemplari rientravano nelle sue normali frequentazioni letterarie. Di teatro invece non aveva letto e molti autori amati dai figli, come London, da lui erano trattati con distacco.

“In casa nostra i libri giravano già da prima che io e mio fratello cominciassimo a comprarne. Noi due però gli abbiamo dato un posto preciso. Prima erano sistemati qua e là, anche nella credenza della nonna; roba come la Papessa Giovanna, che io non ho mai letto, ma anche Fogazzaro e Manzoni. Noi due fratelli abbiamo portato gli americani: London, Steinbeck, Zane Grey e, quando è uscita Americana, la bellissima antologia di Vittorini”. London era una delle loro passioni. In montagna, in omaggio a Martin Eden, Ezio si era scelto Martin come nome di battaglia, “accentato sulla a e non sulla i come fanno i genovesi”, e Camillo aveva scelto “fumo” in ricordo di Smoke Bellew, di nuovo un protagonista di un racconto di London. “In casa niente enciclopedie; solo un dizionario, il Melzi, che davvero abbiamo consumato; per non dire del Petrocchi che per via della parentela era obbligatorio. Nel ’43, grazie a mio fratello che lo aveva avuto dal dopolavoro Ansaldo, è entrato anche il Dizionario Enciclopedico Fascista di cui dopo la Liberazione era stato fatto un volume di aggiornamento per democratizzarlo un po’. Una enciclopedia io l’ho desiderata per molto tempo ma allora proprio non si poteva. Si comprava pochissimo ma si coglieva ogni occasione per leggere. Con mio fratello abbiamo letto tutti i libri che un giornalaio teneva in un suo magazzino a Bolzaneto. Così avevamo fatto con quelli della biblioteca della Casa del fascio che però erano poco interessanti”.

Al gusto per i libri, la cultura, le parole Ezio e Camillo erano stati iniziati dal padre: “a 4 anni, io e mio fratello, sapevamo già la parola clessidra che tra i nostri coetanei nessuno conosceva”. Convinto dell’importanza di ciò che aveva faticosamente scoperto, il padre non perdeva occasione per riproporglielo. La cultura in casa Bartoli, prima d’essere la condizione d’un privilegio sociale era la via maestra dell’emancipazione morale e politica, l’unica possibilità per conoscere e apprezzare le cose belle, fosse letteratura, musica o scienza.

Della maggior parte delle opere liriche Amato conosceva i libretti e la musica a memoria; non apprezzava invece la musica sinfonica. “Noi amavamo il jazz mentre lui non lo poteva soffrire al contrario del melodramma che amava, suonava e cantava. “Forse era un limite generazionale. Suonava la chitarra e il mandolino. Cantava nel coro della Fratellanza di cui era un socio fondatore. Tutto quello che imparava nel coro, la domenica mattina lo cantava insieme a noi a letto. Mentre mia madre si alzava per preparare qualcosa, io e mio fratello andavamo nel letto grande, con lui, e cantavamo: romanze… tutto”.

Nel richiamare gli aspetti straordinari della personalità del padre, Ezio non nasconde la sua insofferenza per quello che chiama “il suo perenne essere così se stesso” che pure, da ragazzino, lo aveva affascinato. Col tempo però ne aveva colto il limite: un distacco eccessivo dalla vita d’ogni giorno, dai fatti che peraltro sapeva commentare con tanta acutezza. La critica di Ezio era maturata definitivamente quando, a militare in Francia, aveva avvertito la lontananza del padre rispetto alla sua condizione.

Al contrario delle lettere della madre, Clara, le lettere del padre lo irritavano: gli mandava crittografie, puzzle, acrostici, rebus e altri problemi enigmistici da risolvere pensando forse di alleggerire così la sua situazione. Neppure era stato sfiorato dall’idea che la censura li potesse scambiare per messaggi criptati. La madre invece era pragmatica; aveva scoperto un cugino generale a Roma e brigava per far avvicinare il figlio a casa.

“Mio padre la prendeva in giro dall’alto della sua presunzione di autodidatta ma anche lei scriveva benissimo e leggeva libri. Un giorno, con mio fratello, abbiamo scoperto le loro licenze di sesta; i voti di mia madre erano più belli e noi lo avevamo preso in giro. Scriveva semplice, efficace, senza ricercatezze ma sapeva esprimere molto bene quello che sentiva. Le lettere che mi inviava a militare erano lunghe, profonde, bellissime. Ancora oggi rimpiango di averle dovute abbandonare, nascoste nel cavo d’un albero, prima della mia fuga dalla Francia. Eppure mio padre la considerava meno dotata di lui. Forse perché non conosceva l’astronomia o la teoria dell’evoluzione. Era una donna dolcissima ma nello stesso tempo di una intransigenza silenziosa difficile da superare. Non so da dove le venisse. Ricordo solo che nella sua famiglia non andavano in chiesa. Lei ad esempio a comprare allo spaccio della Cattolica non sarebbe mai andata e non ci è mai andata”.

Durante il servizio militare la differenza del rapporto di Ezio con la madre e col padre era aumentata. “Le lettere, anche se frequenti, non possono essere confuse con una conversazione o una telefonata. Le lettere sono esperienze concluse e maturano in una situazione di isolamento, di distacco; pesano”. Il padre le risolveva proponendogli riflessioni astratte, lontane dai problemi che andava vivendo. “Era come era sempre stato, spontaneo ma anche distaccato; trincerato nel suo mondo. Lui era molto lui, sempre; mia madre invece era sempre gli altri. Stoica, operata due o tre volte, mai un segno di debolezza, borse enormi, 5 piani di scale, sempre andare, mai lamentarsi; straordinaria. Io l’aiutavo. In questo ero diverso da mio fratello. L’ho aiutata a piegar lenzuola, a fare i letti. Mi rendevo conto che con 3 uomini aveva una vita pesante. Mio padre non avrebbe mai portato una sporta anche solo con delle bottiglie di vino, delle patate. Lui portava la busta paga, l’acqua di Vichy e l’anice, le cose che la ferriera passava a quelli che lavoravano ai forni. Ma non l’aiutava mai. Era l’atteggiamento degli uomini. Veniva a casa e poi andava in Fratellanza a giocare a scacchi, a dama, a tresette, o stava in casa a leggere. Faceva una vita dura: 8 ore di lavoro più due per andare e tornare. I turni sono una esperienza traumatica. L’ho capito meglio in seguito, quando lavoravo alle Autostrade. Lì, osservando le malattie dei turnisti ho capito certe manifestazioni che avevo colto in mio padre: cadute di attività fisica, abbandono. Lavorava in un ambiente ostile, difficile, inquinato. Ci aveva anche perso un occhio. Una scheggia gli aveva tranciato il nervo ottico”.

Il rapporto con la madre, divenuto ancora più importante durante il 1943, trascorso da Ezio lontano da casa, si era rafforzato al suo ritorno. Nessuna ridistribuzione di affetti; piuttosto nuove solidarietà. Di fronte alle scelte che incombevano, la madre, grazie al suo pragmatismo, aveva occupato in casa, quasi naturalmente, la posizione di rilievo. Alla fine del 1943, quando erano usciti i primi bandi che imponevano di presentarsi nelle caserme della “repubblica”, in famiglia ne avevano parlato e lei era d’accordo perché Ezio non mi presentasse. “La nostra era una piccola comunità di caseggiato che viveva il problema in modo solidale. A parte il figlio di un fascista, i ragazzi della scala erano tutti antifascisti, o almeno tutti per non partire. Nel palazzo c’era un appartamento vuoto e stavamo tutti lì nascosti. Un rifugio sicuro: io ne sono uscito ma gli altri ci sono rimasti sino alla fine”.

Così fino al marzo del ’44 quando Ezio, indirizzato dal fratello, era entrato in cospirazione. Una esperienza con risvolti anche routinari ma che, in qualsiasi momento, poteva svoltare in tragedia. La madre sapeva ma non gli aveva fatto domande. Preoccupata non più di quando lui, deciso di andare a sciare, era arrivato a casa per la prima volta con gli sci. Clara con la cospirazione era d’accordo. Aveva in animo l’amarezza del marito picchiato; la rabbia per la violenza subita allora e continuata nel tempo. “Penso che la sua idea fosse: è l’occasione che si ribaltano le cose e tiriamo su la testa”. Ezio non sa dire cosa nell’atteggiamento della madre gli suggerisse quella interpretazione peraltro non suffragata da alcuna parola. Sa che a volte la nostra certezza, in questo caso la sua, poggia su sentimenti segreti che non hanno bisogno di parole ma nascono da gesti impercettibili o semplici occhiate.

“Avvertivo in lei la solidarietà, il consenso per la mia decisione. Esattamente come quando avevamo deciso che sarei andato in montagna. La sera della notizia che la mattina dopo sarei partito per la montagna, mia madre prende una delle coperte che l’8 settembre mio fratello aveva portato via dal distretto militare e agisce. Non sta lì a chiedersi cosa sarà di me o a lamentarsi, no. Il suo problema è come potrò proteggermi dal freddo lassù. Cosa indossare, cosa calzare. Mio padre invece non ricordo che mi abbia chiesto dove vai, cosa farai, come mai; niente”. Lo stesso fatalismo che durante gli allarmi lo faceva restare a casa, a letto, a dormire tranquillo.

Il contrario della madre. “La vedo ancora con la coperta in mano che suona dalla Rosetta, che lavorava all’Unione Militare, sorella del calzolaio comunista Andrea Dameri, uno che sapeva tutto di tutti, campionato di calcio compreso. In tre ore la coperta era stata trasformata in un giaccone bellissimo, caldo, col colletto alto che riparava le orecchie, per andare a fare il partigiano. Qui c’era tutta mia madre. Quando sono arrivato al campo, Battista mi ha guardato quasi con compatimento e m’ha detto: e tu sei venuto su con quella roba lì? Non ti serve a niente, è troppo pesante. E io l’ho data a Balin, l’operaio della ferriera, con cui qualche mese prima ero andato a sbullonare i binari per fare deragliare un treno. Questa era mia madre: preoccupata ma confortante; come le sue lettere. S’era resa conto – ci aveva osservato crescere più da vicino – che io e mio fratello, a 20 anni, eravamo adulti, responsabili. Sapevamo prendere decisioni serie e se lei interferiva lo faceva alla pari con noi”. Come quella volta che avevano deciso di tagliare i cassetti del comò.

“A dicembre del ’43 ero diventato un illegale; di giorno stavo nell’appartamento di sotto ma a mangiare e dormire salivo in casa. Una soluzione un po’ ingenua ma ancora non si sentiva di controlli alla ricerca di renitenti. La domanda era: dove mi nascondo se arrivano mentre siamo lì a dormire? Allora abbiamo deciso il taglio. L’idea era venuta a mia madre da una storia che si raccontava in casa dei suoi vecchi. Erano spezzini, della Lunigiana, ma l’avevamo sentita anche in casa dei nonni paterni che venivano dal Pistoiese. Si trattava di tagliare i cassetti in modo da lasciare un vano libero per nascondersi. Mia madre l’ha pensata e l’ha proposta. Mio padre: no, i cassetti no. A lui quel cambiamento non andava giù. E lei: invece sì, i cassetti sì. Abbiamo deciso: 3 contro 1. Che poi non è che ci fosse tutta quella roba da spostare. In casa nostra era più lo spazio della roba”.

Clara era una donna libera. La sua autonomia non era facilmente riconoscibile in un contesto familiare così denso di compiti. Ezio però, forse più del fratello e sicuramente più del padre, l’aveva avvertita sin da ragazzino grazie al rapporto particolare che aveva stabilito con lei. Era stata lei che aveva accettato di rispondere alle domande che lui e il fratello, quando avevano 7 o 8 anni, avevano fatto sulla famosa notte dell’aggressione. “Papà aspettato e picchiato perché aveva idee che davano fastidio al potere”. Aveva detto “potere”, termine risultato ai due ragazzi più oscuro di “fascismo”. In seguito, prima della Liberazione, era stata di nuovo lei a parlare ma questa volta indicando puntigliosamente uno per uno quelli che avevano pestato il marito. Era la prova di una contabilità ancora aperta che doveva risultare chiusa solo il 26 aprile 1945 quando a Ezio, appena rientrato a casa dopo gli ultimi fuochi, lei, abbracciandolo, aveva fatto l’elenco di quelli che erano stati trovati morti dicendo “ci sono tutti; solo Scarafò è scappato”. Solo Scarafò, il macellaio che aveva preso il largo già dopo il 25 luglio, l’aveva fatta franca; gli altri no. Clara aveva tenuto in mente i loro nomi per 19 anni in attesa che la ruota tornasse a girare dalla sua parte.

“Era una donna determinata. Da piccolo ero bello, anche mio fratello lo era: due bei bambini; io in particolare avevo una faccetta attraente, simpatica. C’era una occasione e lei ha deciso di farmi partecipare a un concorso di bellezza, in centro, al Genovese. Ho vinto il premio – ricordo ancora la cupola del teatro piena di palloncini – e ho avuto il nome sul giornale. Devono esserci le foto fatte forse da mio zio che aveva questa passione. È un fatto marginale ma dà l’idea della donna che, pur sapendo di appartenere ad un ceto sociale basso, da ferriera, da poveri, aveva l’amor proprio della nostra intelligenza, del nostro modo non pecoroso ma decoroso di vivere, battagliero, di affermazione nello sport, di orgoglio per mio fratello di cui i maestri erano in ammirazione, e per me, un bambino così bello che potevo prendere il premio in una gara di bellezza dove partecipavano i figli dei ricchi. Ci teneva puliti, ci dava da mangiare l’uovo sbattuto; ci tirava su al massimo; non bambini da poveri, da sobborghi, sbrindellati”.

Ezio non definisce il padre un estraneo alla vita familiare ma, ancora oggi, sembra stupirsi della sua determinazione nel non lasciarsi coinvolgere. “Direi che non gli è appartenuto niente di quello che abbiamo fatto sia io sia mio fratello”. Comò a parte, la cospirazione poneva giornalmente problemi difficili da risolvere. Per circolare Ezio usava il permesso di cui il fratello Camillo era titolare in quanto impiegato nell’industria di guerra. Per utilizzarlo aveva sostituito la fotografia di Camillo con la sua; si capisce che da quel giorno non si erano più fatti vedere insieme. Era stata un’idea di Camillo. Cose proibite, rischi che il padre preferiva ignorare e che a suo tempo aveva deciso di non correre.

Nella visione del mondo di Amato Bartoli il caso non poteva introdursi se non di soppiatto: figuriamoci la religione ed Ezio, alla nascita, non ero stato battezzato. Amato non era un bestemmiatore e neppure un agnostico ma un vero ateo. Darwinista intransigente, credeva nella scienza e basta; la religione proprio non ci stava: quindi niente battesimo. Neppure Clara andava in chiesa, salvo che per i funerali. Ma lei, la stessa che non avrebbe mai comprato neppure mezzo litro di vino alla Cattolica, sapeva ciò che al marito invece sfuggiva. Che il battesimo non sarebbe servito ad assicurare ai figli l’aldilà ma gli avrebbe evitato ulteriori discriminazioni. Così una volta che il marito faceva il turno di notte ed Ezio aveva poco più di due anni, Clara con l’aiuto di un’amica lo aveva portato in una parrocchia vicina e l’aveva fatto battezzare. Il padre l’aveva saputo solo molto dopo; comunque aveva incassato. Nel suo mondo ideale più di Marx c’erano Turati e Pietro Chiesa, romantici e intransigenti. Poi erano arrivate le botte che l’avevano ridotto al silenzio. Non aveva abiurato ma aveva capito che non era il momento delle contrapposizioni. Alla Liberazione però lui, al contrario di Clara, non aveva manifestato sentimenti di rivalsa: anche in quel caso aveva fatto prevalere la coerenza.

Nel sottolineare le differenze tra i genitori, e non nascondendo le sue preferenze per la madre, Ezio torna a pensare al padre. Come se di colpo scoprisse quanto tutti loro gli dovevano: per aver deciso di sopravvivere alla sconfitta della sua parte e per aver messo la sua intelligenza al servizio dell’unica causa praticabile, la famiglia, i figli. Agli sconfitti invece non apparteneva la madre che era rimasta per anni in attesa del giorno in cui il mondo si sarebbe rovesciato. Al padre Ezio fa risalire il sentimento – lui e Camillo, mi dice, l’avevano avuto sin da ragazzi – di “correre da isolati”; un sentimento positivo ma nello stesso tempo inquietante avendo a che fare con la solitudine. Correre da isolati: Ezio è insoddisfatto della formula, consapevole della sua ambiguità. Non era una questione di parole o di ideali politici, precisa; semplicemente legavano solo con alcuni ragazzi che avevano storie simili alle loro. Lui però se ne era reso conto solo in seguito, da adulto.

Sintonie indefinibili che Ezio più che al censo o al lavoro fa risalire all’essere “figli di toscani”, quei toscani dell’Appennino che come i Bartoli erano finiti nelle ferriere di Bolzaneto dopo essere passati da quelle piombinesi. “Eppure, osserva Ezio, era gente ormai amalgamata con la realtà locale di Bolzaneto, e tutti parlavamo genovese”. In comune avevano una ostilità, una autonomia – a volte semplice distacco – nei confronti del “potere”, di quelli che comandavano: “il podestà, il federale, il capo manipolo; tutta gente che derivava la propria autorità dal fascismo”.

Ezio e Camillo si erano formati in un clima familiare segnato da parole e giudizi che potevano essere pronunciati solo in casa. “Fuori” c’era il regime, un sistema onnipresente anche se vacuo e retorico, a cui ci si poteva sottrarre solo con l’astuzia.

“Ricordo precisa una mia sensazione di allora. Sentivo di non avere niente, radio, musica, luce. Mancavo di soldi; ci mancava tutto quello che vedevamo al cinema, specialmente in quelli americani. Quelli italiani erano i telefoni bianchi ma era dai film americani che arrivava l’urto: le automobili, la vita, l’arredamento, i saloni. Lì non c’erano le lampadine appese al soffitto come a casa nostra; c’erano luci diverse a seconda delle stanze e delle necessità. Le luci dei film americani mi avevano colpito al punto che dopo la guerra, quando ancora ero disoccupato, m’era venuta l’idea con un amico di fare lampade da tavolo. La fama degli americani in Italia era per quello che la gente ne vedeva al cinema. Avevano tutto mentre da noi mancava tutto. In compenso avevamo le inaugurazioni, una al giorno di tutto, strade, case del popolo, acquedotti, dopolavoro. Avevamo i treni popolari, le colonie estive, le divise; ce n’era una per tutte le età. Erano in tanti a essere affascinati da questi ruoli inventati dai fascisti; sembravano delle ragazzate. Avevano le loro feste, il 21 aprile e il 28 ottobre, giorni in cui bisognava stare in casa. Se trovavano un giovane senza camicia nera pestavano, portavano dentro, e lì davano il resto. Eppure non era della democrazia che sentivamo la mancanza. Anzi, era una parola che proprio non esisteva. È che sapevamo che esistevano cose che ci piacevano ma che non potevamo avere. Sognavamo; sognavamo le orchestre jazz che non c’erano; le canzoni dei neri così belle e diverse dalle nostre; la letteratura americana di cui conoscevamo qualche scampolo, così pratica, diretta, aderente alla vita d’ogni giorno. Non avevamo coscienza che dipendesse dal tipo di governo che c’era. Ma che il fascismo impedisse la nostra crescita, che era l’ostacolo per cominciare a possedere o a godere di queste cose, sì questa idea c’era, tra la gente e tra noi”.

Capivano che il fascismo gli impediva di esprimersi: libri che non si potevano leggere, musica che non si poteva sentire, giornali dove certe notizie non si potevano trovare. Che dissentire fosse impossibile lo sapevano tutti; era palpabile. Bastava fischiare nella sala buia del cinema quando nel giornale Luce appariva Mussolini e subito, tutto acceso, si mettevano a cercare chi avesse fischiato. Allo stesso modo tutti sapevano che non si doveva andare in giro con una camicia rossa. “Tutte cose che ti suggerivano di chiederti perché non le potevi fare. Questo era il fascismo. Io non sapevo che era andato al potere con un colpo di mano; sapevo però che non potevo dissentire. La guerra, la sofferenza dei bombardamenti, aveva aumentato ancora questa oppressione con in più una fame orba per tutti. Anche la distruzione di cose che facevano parte da sempre del tuo quotidiano, come il taglio della cancellata o delle inferriate del palazzo vicino, facevano esplodere domande più di tante considerazioni politiche”.

Quando il fratello gli aveva proposto di entrare in cospirazione Ezio l’aveva considerata una opportunità per andare contro un regime che uccideva tutto quello che toccava. C’era anche la convinzione, forse il piacere di andare oltre le parole, staccarsi dai grandi, fare qualcosa. Era un po’ il rimprovero che avevano fatto ai loro vecchi: di aver lasciato venir su il fascismo. In cospirazione ma specialmente in montagna finalmente potevano andare contro, in concreto, combattendo ma anche discutendo di tutto, votando. A quel punto il cinema era ormai finito in secondo piano: “noi venivamo tutti dalle fabbriche o dalla vita militare, due realtà lontane dal modo di vita americano”.

In montagna era cambiata la natura del sogno. Lassù si combatteva non più per cose ma per idee. Catene di eventi fino ad allora imprevedibili offrivano la possibilità di realizzare il sogno socialista, il sogno dei padri, “una società più equa, la fratellanza sociale, il benessere sociale, contare di più”. Ezio non sa dire se il loro sogno fosse lo stesso che i “vecchi” avevano avuto in passato. Avvertiva però una continuità, non fosse che per le parole che erano le stesse. Di diverso c’era che loro, i giovani, non erano tra quelli che in passato erano stati sconfitti; e che a loro si stavano unendo molti che per anni avevano accettato il fascismo ma che ora avevano deciso di liberarsene.

Riflettendo sulla sua esperienza familiare e sull’evolversi del suo antifascismo Ezio ha usato spesso la prima plurale. Racconta infatti una storia di cui è protagonista col fratello Camillo a cui lo legava e ancora lo legano affetto e ammirazione. Un anno e mezzo di differenza, Camillo è del ’22 e Ezio del ’23, ma un lungo procedere appaiati

“Tra noi c’era un rapporto molto forte anche se a un certo punto i nostri interessi si sono divisi. È cominciata nel gioco. Lui amava il pallone, i contatti violenti, il confronto diretto. Io no; amavo lo sci, le passeggiate. Io ho trovato nuovi amici e lui lo stesso ma la stima, lo scambio di fiducia reciproco è rimasto. Caratteri diversi: lui calmo, io invece più emotivo, romantico. Lui era più dotato, aveva la battuta pronta. Una volta a un amico benestante, che gli chiedeva perché al cinema andavamo sempre nei terzi posti lui, al volo, aveva risposto: perché non ci sono i quarti. Era uno che sapeva 200 barzellette d’ogni genere, sporche, pulite, adatte ad ogni occasione; un intrattenitore straordinario. Eppure era piuttosto timido o almeno riservato; in certi momenti anche impacciato. Non era uno spaccone che mettesse in mostra le sue qualità. Piuttosto le nascondeva. I problemi di matematica erano la sua specialità. Era una leggenda. Con lui i maestri impazzivano di gioia”.

Tra loro il dialogo, la complicità era continua. Leggevano gli stessi libri. Sempre stanchi, la mattina si alzavano presto per andare a lavorare, al sabato e alla domenica leggevano “come matti”; a volte anche di notte, nella stessa stanza, fino alle 2 o alle 3 del mattino. Insieme anche al cinema. Ezio aveva ammirazione per Camillo che a sua volta pensava che Ezio avesse una bella voce, bianca, intonatissima, tanto che gli aveva organizzato una audizione. Ezio non ne era convinto, lui invece ne era certo. Sempre Camillo lo aveva avviato alla cospirazione. Sapeva come Ezio la pensava e come ci fosse la possibilità di ricevere qualche piccolo contributo. Sempre Camillo, a metà ottobre del ’43, aveva approvato la decisione di Ezio di tornare a scuola quando, scappato dalla prigionia in Francia, era tornato a Bolzaneto. La scuola però, il Pareto a Sampierdarena, l’aveva vista per poco. Una sera dopo le prime settimane (“del libro di latino saremo stati sì e no a pagina 10”) era arrivato il preside. Vi faccio una comunicazione molto privata, aveva detto; ho ricevuto una circolare che mi impone di segnalare tutti i renitenti e quanti corrispondano ai requisiti dei bandi. Se volete continuare a venire a scuola potete farlo ma credo che non vi convenga.

“Un’altra sconfitta nella mia scalata alla cultura. Avrei dovuto provare riconoscenza per chi mi metteva in guardia ma erano gesti che ancora ci apparivano ovvi. Dopo di allora c’è stato il taglio del comò ed è cominciata la mia vita nell’appartamento segreto, nascosto con gli altri renitenti. Lì ho imparato tutti i giochi possibili; fino a marzo del ’44 quando sono entrato nella Resistenza. In Ansaldo mio fratello aveva conosciuto gente che lo aveva introdotto nella cospirazione; si occupava della raccolta di fondi e della produzione di documenti falsi. Una sera mi ha detto: loro hanno bisogno di aiuto, di una persona fidata. Se vuoi andare con loro ti faccio un documento. Ci sto, gli ho risposto. Tipografia clandestina in vico Viani, a Rivarolo: dovevo comprare carta, inchiostro, cliché; gesti banali ma che potevano destare sospetto. Bisognava scaglionare gli acquisti, farli lontano dal posto dove operavamo. Poi battere a macchina, ciclostilare, impacchettare, portare a destinazione. La città era dura, molto. Se finivi dentro un rastrellamento era la fine”.

Camillo si trova ad un punto di svolta dell’antifascismo di Ezio; ha i contatti giusti e propone. Ezio, partecipe dell’ammirazione familiare per la sua intelligenza conquistatrice, la matematica e i problemi più astrusi, consapevole, accetta convinto. Del fratello, scambiando le foto sul documento, assume addirittura le generalità.

Camillo e Ezio hanno vissuto la loro giovinezza scambiando tra loro tutto: libri, tormenti, fantasie anche se molto presto hanno avuto giochi e amici diversi; anche i destini: Ezio va a lavorare, prima dei 14 anni. Camillo invece grazie alle pressioni dei suoi insegnanti riesce a fare 3 anni di scuola media e il primo di magistrali a pensione a Genova da un parente. Poi il bilancio familiare costringe anche lui a fermarsi. Alle serali prende un diploma di computista commerciale che lo porterà da Ansaldo. Nel dopoguerra, lavorando, si diplomerà ragioniere alle serali.

Camillo ha il fascino del fratello maggiore e il prestigio che gode presso Ezio è lo stesso che incontra in casa e presso gli amici comuni. Conosce di Ezio più di quanto allora Ezio non sappia di sé: ad esempio che ha una bella voce e altre qualità. Conosce anche le sue incertezze ma non gliele fa pesare, al contrario gli lancia messaggi su come affrontarle. Approva, al ritorno dalla Francia, la decisione di Ezio di iscriversi a scuola; gli propone di partecipare alla Resistenza in un modo che giudica appropriato alle caratteristiche del fratello; gli offre per farlo, la sua identità. È stato lui ad instradarmi”, ha ripetuto più volte Ezio.

Il rapporto di Ezio con il fratello maggiore quasi coetaneo non ha bisogno di parole per alimentarsi anche se ne conosce di bellissime. Non è però un rapporto semplice. Nelle parole di Ezio, Camillo sembra sovrastarlo. Camillo che pratica sport che privilegiano lo scontro fisico, vincente al pallone e nello studio, gioia del padre e dei suoi maestri di scuola e che, al contrario di Ezio, può continuare a studiare, sia pure per poco. Camillo che in azienda, nel dopoguerra, viene rapidamente individuato e scelto da dirigenti di gran nome che lo cooptano nel loro gruppo; che da Genova passerà a Roma, alla Finmeccanica, all’Alitalia, fino a raggiungere i vertici più alti.

Lo stesso Camillo che sapeva come la differenza tra loro due era altro che non la velocità nel risolvere i problemi di matematica. Come del resto era apparso, nel dopoguerra, dal rispettivo rapporto con la politica, col comunismo e coi compagni. Camillo si era rapidamente convinto dell’inutilità dell’eroismo del militante, là dove Ezio, emancipato anche dall’esperienza partigiana, aveva fatto a modo suo. Aveva accettato con convinzione che fosse il partito a dettare il suo destino e aderito in modo totale alla battaglia da dove era uscito a pezzi. Condizione che si era rivelata necessaria per iniziare una lenta ricostruzione della sua vita privata e di lavoro. Almeno nei tempi Camillo, ancora una volta, aveva preceduto Ezio.

Solo col passare degli anni Ezio sembra essersi scoperto interprete di una propria personale filosofia della vita. Una vita vera con propri valori, mediazioni, gusto delle cose che, come per ognuno di noi, può essere letta come risultato inevitabile delle contingenze ma anche del personale rapporto che stabiliamo con esse. Ezio ha scoperto col tempo – il confronto tra noi è servito per metterci attorno qualche parola – che la sua e quella di Camillo erano già allora storie diverse, storie di fratelli che si amavano come in seguito hanno continuato ad amarsi, cresciuti in uno stesso contesto che avevano però elaborato diversamente. La cospirazione antifascista era stato il loro punto più alto di complicità politica ma anche, come in seguito si sarebbe visto meglio, anche l’ultimo.

 

VIII. Prove di libertà 

Tra i protagonisti della sua storia Ezio mette Carlin. Conosciuto tra i 14 e i 15 anni, al tempo del suo primo lavoro in una fabbrica di giocattoli: un incontro breve, intenso, importante anche se tra loro non erano passate le parole della politica. Ezio mi mostra il “libretto di lavoro” e lui stesso lo osserva stupito. Non era neppure un ragazzo e già era entrato a pieno titolo nella massa itinerante che giornalmente, a Bolzaneto, faceva la spola, a piedi, tra l’abitazione e lo stabilimento o la fabbrichetta.

Lavoro a 14 anni voleva dire che la stagione del gioco era conclusa. Finite le estati meravigliose vissute alla spiaggia o a certi laghetti non lontani da Bolzaneto, sopra a Gemignano, dove aveva imparato a nuotare. Alla fine della scuola sua madre comprava a lui e a Camillo una paio di scarpe di gomma, da ginnastica. Calzoni corti, di fustagno; in tasca corda, coltellino, fionda, sempre a piedi, a camminare, a rubare frutta. Mai per strada; entravano nel fiume e risalivano tutte le sue cascate fino al lago, il loro, il lago rosa, limpido, fresco. Risalivano i torrentelli come fossero il Rio delle Amazzoni o il Mississippi e loro Tarzan o Sandokan. In giù venivano per erba, seduti, fiancheggiando gli orticelli che i contadini facevano vicino all’acqua. Il lago era una pozza larga una quindicina di metri dove non si toccava, una cascata e una roccia affiorante, piana, sempre calda dove si sdraiavano quando tremanti uscivano dall’acqua. Lì, tutti, avevano imparato a nuotare. Dall’acqua affiorava una radice come una spalliera d’una piscina di oggi e chi già era esperto aiutava gli altri ad arrivarci. Si attaccavano, si allungavano, capivano di non toccare, imparavano a battere i piedi, a galleggiare. Sempre nudi. Nudi anche quando si bagnavano nel Polcevera, mentre il vigile gli fischiava dalla strada.

La mattina Ezio aiutava la mamma. Insieme andavano al mercato e lui portava a casa la cassetta della frutta; quinto piano. La giornata vera cominciava subito dopo il pranzo di mezzogiorno. Poche ore che la densità delle emozioni rendeva infinite: esplorazioni, caccia, guerra. Con la fionda la caccia era agli uccelli, “tutti, compresi quelli bianchi e neri che sembrano rondini ma sono i balestrucci”. Volavano raso sull’acqua e il tiro (“usavamo pallini di piombo”) era considerato difficile, quasi impossibile. Oltre la fionda i sassi. “All’epoca tutti facevano le guerre a sassate: un quartiere contro un altro. Tutti si beveva alle fontanelle. Tutti si mangiava un panino. Tutti si andava a rubare, ma solo le ciliege, la frutta; di quella ce n’era tanta. Cose comuni a tutti e in un certo senso normali. Rubavamo, non distruggevamo”.

Il distruggere, fa notare Ezio quasi colpito dalla sua stessa constatazione, è cosa moderna, appartiene all’oggi. “Il rispetto che durante la vita partigiana abbiamo avuto per i contadini e le situazioni che incontravamo faceva già parte della nostra storia personale. Mi sembra che già da ragazzi riconoscessimo l’esistenza di regole. Nelle nostre scorribande in campagna capitava che incrociassimo u segnù, un personaggio imponente che portava sulle spalle la borraccia pesante del latte. Ti fermavi, salutavi, davi il passo. Sapevi che lui aveva già fatto 4 km con quel carico sulle spalle e lo trovavi sempre, dappertutto, estate e inverno con sta borraccia maledetta, lungo la strada dove aveva le sue pose. Incontravamo gente, contadini che lavoravano alla ferriera con mio padre e scendevano e salivano a piedi tutti i giorni dai paesini intorno. Estate, inverno, notte, giorno, mattina e sera. Provavamo rispetto per questa gente”.

Così le estati di Ezio, dai 7-8 anni fino a quella del 1936 quando, a 13 anni, era stato messo a vendere giornali, il suo primo lavoro. Un pomeriggio aveva visto passare i suoi compagni, felici: vieni, andiamo al lago, a Gemignano; lui non aveva resistito. Tutti in pensiero a cercarlo, per ore. In casa avevano capito ma era stato sgridato lo stesso.

Mentre Ezio ricorda l’episodio ne fornisce la chiave: un gesto trasgressivo che non apparteneva al suo carattere, la consapevolezza della fine dell’infanzia. In autunno dai giornali era passato ad una fabbrica giocattoli, a Teglia. Così piccola che non aveva neppure la sirena – “non c’era orologio interno, cartellino, niente” – e loro, gli operai, si regolavano con le campane della chiesa. Suonava mezzogiorno e il capo buttava il grembiule. Andiamo a mangiare, diceva. Se anche non ci fosse stata la chiesa di fronte sarebbe stato difficile non sentire il mezzogiorno perché vicino c’era una fabbrica di maglie dalla sirena acutissima. Al contrario di Tassani, quello della cementite, che ne aveva una che si sentiva appena. Penetrante era invece quella di Gaslini che con altre suonava a mezzogiorno. Lo stesso l’Ilva che però scandiva altre ore, 6, 14, 22, quelle dei turni come Bruzzo, che a differenza di tutti gli altri “suonava un corno così potente che si sentiva in tutta la vallata”. Corni e sirene governavano la vita di Bolzaneto. Quando i fascisti erano andati ad aspettare suo padre non avevano avuto dubbi sull’ora.

Al loro suono le strade di colpo si popolavano. A Bolzaneto nessuno prendeva il tram neppure quando pioveva o nevicava. Pedonavano tutti: capoufficio, dirigente, direttore, operai. Tutto Tassani, tutto Bruzzo, tutta la Ferriera, tutto Gaslini, tutti insieme, migliaia, a piedi. Suonavano le campane, il corno, le sirene di ogni tipo, mollavano il lavoro tutto e tornavano a casa a mangiare, tutti insieme; poi, di nuovo insieme, a lavorare. “Un direttore di Gaslini a piedi come mio padre e come mio fratello, 4 volte al giorno. A volte, mio fratello ad esempio, anche 6 perché dopo cena andava da un maestro a prendere lezione”. Ma era l’unico punto in comune perché le differenze sociali c’erano, e profonde. L’impiegato di Gaslini, casa unifamiliare, faceva studiare i figli. Non aveva l’automobile ma andava in vacanza; e aveva il telefono e il bagno. Il bagno a Bolzaneto era una rarità; l’ascensore non esisteva. Le auto erano tre: due di industriali e la 509 di Giulli, un analfabeta ricco padrone di camion che ogni tanto portava a spasso i Bartoli perché Amato, il padre, gli scriveva le lettere. I commercianti, come i professionisti, costituivano un gruppo a parte. Tra un operaio e un commerciante c’era l’abisso. “Un commerciante guadagnava 50, 100 volte più di mio padre, mentre un impiegato dirigente solo 10 o 20 volte”.

Una mattina dell’autunno del 1936 anche Ezio si era messo in strada, a piedi come il resto del popolo di Bolzaneto, per andare a lavorare a un paio di km da casa, in una fabbrica di giocattoli. Lì, sotto le sembianze di Carlin, aveva incontrato la fortuna. Una prima volta, perché, dice Ezio, la sua vita aveva conosciuto molti incontri fortunati. Lui sembra non attribuirsene un merito particolare.

Facevano automobili a pedali, camioncini, carrozzelle, tutti giocattoli per bambini. Ezio era timido, incerto. Carlin, figlio di un ferroviere, era il capo del reparto falegnameria; 20 anni ma era un uomo fatto. Gli aveva dato molto, ma in modo diverso dal padre. Aveva capito il carattere del ragazzo e piano piano gli aveva insegnato ad avere fiducia in se stesso. L’azienda comprendeva falegnami e fabbri, verniciatura, spedizionieri. Loro due erano i falegnami e Carlin, letteralmente, lo aveva adottato. Era appassionato di montagna e un giorno, alla fine del lavoro, era andato a chiedere alla madre di Ezio di lasciarlo andare con lui in montagna la domenica. “Per mia madre ero il bene più prezioso. Quando lui me l’aveva proposto io gli avevo detto di chiederlo a lei, diversamente non avrei potuto. Ero un bel ragazzino e la pedofilia usava anche allora. Comunque mia madre l’ha visto e ha capito il personaggio. Lui le ha detto: ha bisogno degli scarponi e dello zaino. E siamo andati; lui e io, soli.

“Oggi lo definirei un pedagogo comunista. Non faceva il sabato fascista ma con me non si è mai rivelato. Tra noi c’erano 6, 7 anni di differenza; tantissimi per quel momento della vita. È stato lui a insegnarmi la ginnastica, a saltare il tavolo, a fare la verticale sulle sedie e io a casa lo rifacevo. Io avevo sempre le mani fredde coi geloni – lui calde, fini – e mi mandava a scaldare la colla perché stessi vicino al fuoco. Era un educatore. Andavamo in gita al Dente e da lì scendevamo a Vesima, alla spiaggia dove solo io facevo il bagno mentre lui, che non sapeva nuotare e del mare aveva paura, mi osservava dalla spiaggia e poi col treno a casa. Aveva un modo di fare che dava fiducia; calmo, acuto. Ci siamo trovati in mezzo alla nebbia densa e lui: ancora 100 metri e vedremo questo segnale o sentiremo le galline del tal pollaio. Tutte cose che succedevano puntualmente. Un personaggio da leggenda, straordinario; come camminare con Tarzan, Mandrake e Gordon, tutti insieme. Così anche sul lavoro: ti faceva vedere, ti chiedeva, ti metteva in guardia sempre con calma, disteso. Lì ho preso la sicurezza che non avevo, la fiducia nei miei mezzi. Lui trovava in me un ammiratore: il fratello giovane che non aveva. Il nostro era un rapporto intenso, pieno d’affetto, ma non morboso. Ho vissuto con lui momenti straordinari, importantissimi. Da timido, con una discreta manualità e una certa disposizione al disegno, sono diventato autonomo con idee più chiare e ho conosciuto gente che stimava quello che facevo”.

Un anno denso di scoperte, lunghissimo, e Carlin era partito per il militare. Il padrone aveva chiamato Ezio: se il suo lavoro lo fai tu, bene, diversamente chiudo, gli aveva detto. “Io non avevo ancora 15 anni ma non doveva sembrargli una cosa strana”. Oltre ai due falegnami c’erano i fabbri, due fratelli con un garzone, e il padrone che si occupava delle gabbie da imballaggio. Ezio aveva risposto sì e quello gli aveva aumentato la paga a 30 centesimi, “i soldi dell’Avventuroso”. Da Bolzaneto a Teglia, avanti e indietro due volte al giorno; tre quando sotto le feste ci tornava anche la sera. Niente bicicletta perché nella paga non c’entrava. E a mezzogiorno con gli altri a mangiare a casa.

“Nella fabbrica di giocattoli ho imparato a organizzarmi per fare il lavoro in serie. Da allora mi è rimasto come un marchio; anche se devo pulire i fagiolini. Non bisogna lavorare nella confusione; bisogna levare tutto quello che non serve al lavoro; curare l’alimentazione come lo scarico; diversamente la catena non funziona, tempi uguali. L’avevo imparato così bene che avrei potuto insegnarlo. Cercare di non mangiare polvere; tenere 10 chiodi in una mano e farli passare uno via l’altro. Lì non c’era solo la serie ma una infinità di piccole intuizioni, vere interpretazioni del lavoro che impedivano che i prodotti fossero perfettamente uguali. Facevamo una automobilina a pedali, una topolino e alla fine il pittore ci disegnava sopra un topolino, a mano libera, ogni volta”.

Aveva avuto di nuovo fortuna quando, per la chiusura della fabbrica di giocattoli, era finito in una fabbrichetta che faceva banchi da bar che quasi subito era stata rilevata, operai compresi, da un ingegnere, per produrre frigoriferi: Isothermo. Lui era un falegname ma lì bisognava occuparsi di impianti elettrici. Di nuovo la fortuna: aveva conosciuto uno che gli aveva insegnato a diventare attrezzista. Era una situazione amichevole, una grande famiglia di progettisti, disegnatori, operai. I più bravi erano riusciti a far assumere diversi amici di Bolzaneto che come manovali non valevano molto ma sapevano cantare e nell’intervallo avevano fatto una “squadra”. Castellani, il padrone, era uno intelligente e lasciava fare ma la disciplina c’era: “lo straordinario, l’orario, i controlli, lavorare anche al sabato se ce lo chiedeva, gli infortuni, le donne che lasciavano le falangi sotto le presse: tutti gli aspetti crudeli del lavoro”.

Da falegname ad attrezzista, capace ormai di “muovere le mani come comandava la testa”, e avendo imparato a fare l’elettricista, Ezio aveva completato la sua “fortuna” incontrando alla scuola serale un bravo insegnante che lo aveva iniziato al disegno tecnico. In alternativa al premilitare – “non mi piaceva andare a marciare, fare il buffone” – si era iscritto a un corso serale, da frequentare il sabato, per radiotelegrafisti. Aveva pensato che gli RT in guerra non dovevano essere uomini da prima linea (“evidentemente il pensiero della guerra lo avevamo”) e che il telegrafo poteva offrirgli nuove possibilità di lavoro, sulle navi o nelle stazioni. All’epoca aveva scoperto anche nuovi amici, 5 in particolare, benestanti, tutti studenti delle superiori e poi dell’università. “Tra noi l’anomalia ero io. Tra le loro famiglie e la mia la distanza sociale era enorme. Ero un meccanico di una ditta di frigoriferi eppure mi volevano bene; mi venivano a prendere quando al pomeriggio uscivo dal lavoro”. In seguito, alla fine del ’43, era stato con loro, oltre che con i genitori e il fratello, che Ezio aveva discusso come regolarsi con i bandi. Nel frattempo con loro, nelle passeggiate serali, parlava delle cose dei giovani, compresa la guerra dichiarata dall’Italia nel giugno del ’40.

Il 4 gennaio del ’43 Ezio era partito militare: Diano Marina, 34esimo Reggimento d’artiglieria di corpo d’armata. Un periodo, dice, di cui ricorda poco: tre mesi di istruzione a Diano e poi in Francia, a St. Cyr, vicino a Marsiglia. “Fame, sempre fame” e fa con la mano un gesto come dire roba da dimenticare. A Diano, nel periodo di istruzione era stato scelto per fare il puntatore. “Puntatore è il massimo, non fa niente, dà le coordinate a quello che con le ruotine orienta il pezzo e alla fine dice: pezzo pronto”. Bisognava saper fare dei calcoli, parallelismo, alzo, direzione e lui, anche se non era andato oltre la quinta elementare, sapeva farli. Frangenti della naia a parte, la grande scoperta era stata la Francia del Sud: “posti bellissimi, gente evoluta”. La nostalgia di Bolzaneto e dei famigliari non aveva oscurato il suo entusiasmo per quei luoghi fino ad allora sconosciuti. L’avventura si era conclusa ai primi di ottobre del ’43 con la fuga dai tedeschi e il rientro a Bolzaneto.

Ezio liquida il periodo della naia con poche parole come se preferisse non parlarne. Di fronte alle mie insistenze dice che di quel periodo ha conservato “una specie di diario” che ha ripreso in mano di recente. “Poco interessante”, osserva, mentre me lo mostra. Il suo giudizio abbraccia allo stesso tempo il diario e i mesi passati a soldato. È una piccola agenda fasciata di un cartoncino rossiccio che sulla prima di copertina porta impresso “Caffé Centro Ge-Bolzanetto”(sic). A partire dal 4 gennaio 1943, giorno di inizio della naia, le facciate di ogni paginetta – ognuna tocca due giorni – è stata compilata quotidianamente con mezzi e in condizioni non sempre favorevoli.

“Tu sei appassionato di queste cose – Ezio cerca così di spegnere l’interesse che lascio trapelare per l’agenda – e un pacco di lettere ti esalta ma è troppo sintetica. Non puoi ricavarci niente. E poi non c’è tutto; mancano episodi importanti. Come quando è venuta la neve ed è stata l’occasione per picchiare un sergente, un fetente, un sadico; di quelli che urlano come nei film dei marines. C’era chi lo aspettava al varco e, quando è venuta la neve, una coperta addosso e l’hanno lasciato in terra. Un episodio molto importante ma lì, nel diario, non c’è. Neppure c’è scritto dei treni dei deportati che ho visto in Francia per la prima volta. Né degli incontri con un emigrato antifascista che avevamo conosciuto. Neanche c’è quello che mi scriveva mia madre che mi inondava di amore materno. Erano importanti quelle lettere ma lo spazio per scrivere era poco”.

L’elenco delle cose “che non ci sono” è sufficiente per riaprire il confronto. “Treni per deportati?”, chiedo. “Sì, una cosa che allora ci sembrava incomprensibile. I tedeschi mettevano la gente sui treni e la portavano non si sapeva dove. All’epoca non conoscevamo la parola deportazione. Erano treni con gente dentro, chiusa. Carri bestiame come si usava allora per soldati, per i civili in Francia c’erano le vetture normali, ma i viaggiatori non erano normali. Si sentiva gridare, si vedevano uscire le mani; buttavano dei biglietti, chiedevano acqua. Giugno, luglio del ’43, una estate caldissima: passavano questi treni che andavano in Germania coi francesi dentro. Una cosa che noi non capivamo; poi degli amici francesi ci hanno spiegato. Emile, il padre di certe ragazze molto simpatiche con cui avevamo legato, una volta ci ha detto: se venite anche voi che siete dei militari possiamo aiutarli più facilmente, dargli dell’acqua. A guardia dei treni fermi nella stazione di St. Cyr c’erano i tedeschi ma a noi ci lasciavano fare: bottiglie d’aranciata, acqua minerale, quello che si poteva”.

Una visione angosciante che al suo ritorno a Bolzaneto, a fine ’43, Ezio aveva riportato in famiglia e agli amici destando solo curiosità; “erano increduli”, precisa. Lui stesso faticava a dare un significato a ciò che aveva visto. “Poi quando nel giugno del ’44, a Sestri, hanno preso quelli della S.Giorgio, li hanno caricati su due treni e li hanno portati in Germania, allora tutti hanno capito. Nessuno immaginava che venisse una retata, li piombassero, li spedissero… Era la stessa cosa che avevo visto un anno prima e che avevo raccontato”.

In effetti dei vagoni piombati visti alla stazione di St. Cyr sull’agendina non c’è una parola, così del pestaggio del sergente e chissà di quanti altri episodi. C’è comunque dell’altro e quando dopo qualche giorno torniamo a parlarne sono ormai convinto che i 9 mesi di naia abbiano avuto un peso considerevole su quello che succederà in seguito. Più di tutto mi ha colpito il senso di umiliazione che pervade le pagine. “Il cuore si fa duro tra tante umiliazioni” scrive il 13 gennaio; e il 27: “nulla da fare contro il destino”. Gli leggo i brani che ho messo in evidenza. “Corrisponde”, osserva pensoso e ammirato per il mio rovistare nelle pieghe del documento.

Dopo il tuo battesimo notturno e la comunione alla Guardia, osservo, credevo che tu avessi esaurito il tuo rapporto con la religione ma da quello che ho letto si direbbe di no. 15 febbraio: “Il Signore mi aiuta, ho fede”; 27 febbraio: “Il Signore è stato buono davvero e pregherò”; 7 marzo: “Ho fede. Piango in chiesa e mentre scrivo a papà”; 4 maggio: “Prego nonostante il dubbio”; 19 settembre: “Mi allontano dal prete non da Dio”; 29 luglio: “Che accadrà a Camillo? Oh dio mio aiutatelo…”; 31 luglio: “Signore aiuta il mio papà… fate che possa valere in tutto la sua intelligenza e la sua idea”.

Ezio ascolta le citazioni come se non gli appartenessero. “Leggo queste frasi, dice, come un gran bisogno di aiuto, di necessità affettiva. Forse era mia madre che mi induceva a cercare un aiuto extra, in più, per risolvere i miei problemi. Non ricordo di essermi confessato o comunicato. Neppure mia madre ci credeva. A Bolzaneto, tra i miei amici studenti qualcuno andava a messa e qualcuno no. A volte ci andavo anch’io, ma così… Non sapevo la messa e ancora oggi vado in chiesa per motivi eccezionali: un matrimonio, un funerale”.

Nel diario compaiono anche note esistenziali. 25 marzo: “Piove straordinariamente e penso alla vita. Com’è strana e assurda. Devo imparare a uccidere e massacrare dunque (Nda., oppure) vado dentro. Che idiozia”. 26 maggio: “Che succederà nel mondo… Perché tanta incomprensione? È possibile che uomini intelligenti debbano ubbidire a uomini sciocchi?”. “Ci riconosco, dice sorridendo Ezio, un certo stile di famiglia”.

La lontananza da casa era stata l’occasione per approfondire i suoi sentimenti col padre, la madre, il fratello. I riferimenti alle lettere ricevute da loro sono continui e si intrecciano con altri frutto della contemplazione di radure, albe, tramonti, stellate, fatti che emotivamente lo coinvolgono. Avrebbe voluto dare ai suoi sentimenti parole e forma poetica e lo scrive. 30 aprile: “I grilli trillano, gli alberi fremono, l’aria è un balsamo. Qualche lacrima quando andrò a casa”. 4 luglio: “Tento la poesia tra i pini olezzanti”.

Ezio ascolta le citazioni e sorride imbarazzato. “Ero sicuramente molto romantico e molto emotivo. Quando facevo il meccanico, uscivo con le ragazze che lavoravano alle stampatrici. Ero il loro attrezzista e sono uscito con tutte. Ma non avevo manifestazioni violente. Uscivo e passavo la sera con loro a passeggiare. Parlavamo della vita. Mi piaceva stare con loro, magari baciarle o carezzarsi ma era lo stare insieme a loro che mi piaceva”.

Prima di partire da Genova aveva messo nello zaino “I Sepolcri” e quando, per averlo scoperto dal Diario, glielo faccio notare, minimizza: “sì perché era un libro piccolo, leggero”. Insisto: Foscolo con la quinta elementare? E lui: “è vero, era difficile”. Foscolo a parte, Ezio aveva pensato che la poesia sarebbe scaturita, quasi spontaneamente, dalle situazioni che gli apparivano poetiche. Il più delle volte però, osserva autoironico, era rimasto deluso. “Ne ho scritto solo una. Neppure era una poesia; piuttosto una successione di frasi, di parole. Ricordo che ci avevo messo la parola licheni che allora non sapevo neppure cosa fossero. Un ufficiale, uno gentile, m’aveva chiesto cosa scrivevo e io gli avevo detto che avrei voluto scrivere una poesia e ci avevo messo dentro sti licheni anche se non sapevo… Era un dottore in agraria e me lo aveva spiegato. In una poesia, aveva detto approvandomi, i licheni ci stavano benissimo”.

Del Midi a Ezio piaceva tutto. La spiaggia e i bagni, la compagnia, i bar, le persone che si baciavano in strada, le nenie dei marocchini che abitavano le baracche vicino al cimitero e di notte cantavano canzoni loro, da villaggio; belle che si facevano sentire. Non era caduto nella trappola paesana di scambiare i luoghi della propria infanzia come gli unici al mondo ma si era entusiasmato per la Côte e i suoi abitanti che gli avevano permesso di sentirsi a suo agio malgrado portasse la divisa del nemico. Altri italiani, arrivati in passato, chi alla ricerca di lavoro chi in fuga dal fascismo, lo avevano aiutato. Di uno di questi, un antifascista, un comunista che faceva il contadino, aveva frequentato anche la casa, “una cascina bellissima dove con altri a volte ci si ritrovava la sera”. Ascoltavano la radio e le notizie della guerra mentre il padrone di casa gli raccontava degli eroi del socialismo di cui Ezio e i suoi amici non sapevano nulla: “Matteotti, Lenin, Stalin, Bakunin, specialmente Bakunin”.

Anche i compagni di naia, ragazzi con alle spalle provenienze e storie diverse, avevano dilatato il suo orizzonte e premiato la sua voglia di scoperta. Come Martone, “napoletano verace, intelligente, simpatico, una faccia latina ma anche un po’ araba, capelli neri ricciuti, sempre allegro, forse ricco, gran personaggio, con le mani bellissime di uno che non ha mai lavorato”. Mentre Ezio lo descrive e ne decanta le mani bellissime che, forse, “non avevano mai lavorato” non sento nessuna animosità nelle sue parole, solo ammirazione. Ecco un buon esempio della sua “fortuna”, penso.

C’erano anche soldati più vecchi di lui, come Cemin e Fietta, “anziani dell’8” (1908), trentini di Fiera di Primiero, suoi compagni di camera. Amichevoli sobri, innamorati del loro paese (“quando che torniamo a casa, verrai a trovarci e vedrai che bello le montagne”) e della loro famiglia. Simpatici, facevano tutto insieme, a cominciare dal dormire nello stesso castello, uno sopra e uno sotto. Divertìti alla vista di Ezio che scriveva sull’agendina – “Ma cos’è che ti ghe scrivi?” –  e poi ridendo tra loro: “Sai che ora ci mette anche noi là dentro”. Ezio racconta imitando le loro voci, la loro cadenza. “Cemin aveva una faccia quadrata e gli occhi azzurri intensi. Fietta invece era alto, magro. Vorrei disegnarli e mi ci son già messo molte volte ma è come se qualcosa di loro mi sfuggisse. Due contadini intelligenti, buoni, fedeli, ubbidienti”. Anche loro contro la guerra ma rassegnati a subirla come la gente di buon senso che sa che “con la fatalità non ci si deve scontrare”.

Proprio Cemin e Fietta lo avevano messo in guardia, al suo arrivo, verso un’altra coppia, Siegfried e Schulz, tedeschi questa volta, sergenti e padroni della batteria. Siegfried alto, figura da inquisitore, rughe, vera faccia della morte che non rideva mai e Schulz, il suo contrario, piccolo, biondo, gentile ma legato a filo doppio con l’amico. Quando c’era l’allarme capaci di stare intere notti su una sdraio con una coperta addosso, il mitra ai piedi e la pistola sulla pancia. Al contrario del superiore di Ezio, un colonnello italiano che dell’artiglieria non sapeva neppure le cose più elementari, i sergenti Siegfried e Schulz avevano costruito da soli una intera batteria. Avevano cominciato ignorando le inutili proteste di una contessa e spianandone l’orto, poi, costruita la piazzola, ci avevano montato la batteria con cannoni da 220 presi ai francesi e portati lì su un treno. Avevano i disegni ma il resto lo avevano tutto loro: dall’orto della contessa alla piazzola col girevole, una roba di almeno 20 metri di diametro.

I tedeschi, chi li conosceva prima di allora? A Bolzaneto quelli che Ezio aveva visto prima di partire erano per lo più uomini d’età, pochi, acquartierati in zone defilate, che qualche volta si poteva incontrare a bere un bicchiere alla Fratellanza o alla Cattolica. Ben diversi dai tedeschi che Ezio aveva scoperto a St. Cyr, autoritari, efficienti, sprezzanti o quanto meno ironici verso l’alleato italiano così approssimativo, mal armato e mal nutrito. Tutti, anche i più anziani tra loro, quelli della Flak, l’antiaerea, i più pacifici che per prima cosa ti facevano vedere la foto della moglie e dei figli e che dicevano di continuo “ah, scheise krieg”, guerra merda, accompagnando le parole con un gesto tutto loro. “Però erano lì come gli altri a dare il grasso e a lucidare le mitragliatrici e i fucili. Loro belli, ordinati, puliti, a posto, e noi sempre incasinati. Ci avevano dati i tapum, i loro grossi fucili da fanteria, al posto dei nostri moschettini da ridere. Volevano che li tenessimo bene, puliti ma quando ci controllavano, c’era sempre un granino di polvere in più e mai che fossero appoggiati a dovere”. Per non dire di quando cercavano di sorprendere gli italiani di sentinella andando a gattoni per sfilargli il fucile. La loro disciplina era senza sbavature e l’apprendimento fondato su una violenza costante, quotidiana, applicata ad ogni minimo aspetto della vita militare. Ezio ne era stato colpito e in proposito sulla sua agenda compare la parola “martirii”. “Facevano girare i loro puniti di corsa o al passo, attorno al palo delle salmerie, lo stesso attorno al quale si facevano girare i cavalli. Così per ore con ordini urlati che facevano rabbrividire solo a sentirli”.

La svolta nel rapporto coi tedeschi era cominciata, clamorosa, a partire dal 26 luglio. Oltre al clima di incertezza che aveva coinvolto i comandi italiani, il blocco della posta (29 luglio: “Che accadrà a Camillo? Oh Dio mio aiutatelo”) e l’accavallarsi di notizie contradittorie provenienti dagli amici francesi che sentivano la radio, era esploso negli accantonamenti un lassismo liberatorio. Erano aumentate le ore di libertà e i bagni di mare (30 luglio: “In mutandine all’istruzione. Pacchia. Al bagno ogni due giorni”). Il 31 luglio era stata l’apoteosi: “Comincia un altro mese. Che succederà? Non potrà essere bello come questo: Impossibile. Che bei momenti si riescono ancora a vivere in questi tempi”. 1° agosto: “Stupendo mattino. Camillo sta bene. Il fascismo è morto. La mamma è felice e così papà. Grande giornata. La vita è bella. La vita è un sogno”. Così ancora per qualche giorno, poi era cominciata a serpeggiare l’inquietudine. Martone, l’amico napoletano dalle mani bellissime e l’intelligenza splendente, a metà agosto, tornato da una licenza, lo aveva avvisato (e Ezio l’aveva appuntato sul diario): “la pace non verrà”  anzi, presto le cose sarebbero complicate. L’8 settembre (“l’Italia chiede la resa incondizionata”) era stato il giorno della “grande notizia” che aveva provocato in tutti “un balzo nel petto e una ondata di emozione”. Il 9 la resa dei conti era già cominciata: “I tedeschi fanno bruttissime promesse… congetture sotto i pini… Si trama una fuga… Che brutti giorni… Si attende la sentenza”.

Sentenza pronunciata l’11 settembre dal comandante tedesco: “capitano Wenzel fa il discorso” aveva scritto Ezio sul diario. In verità, precisa, si trattava di un generale, ma lui l’aveva saputo dopo; sembrava uscito da un disegno di Grosz: la mano di legno, il monocolo, la divisa perfetta e un mucchio di decorazioni. Wenzel aveva offerto agli italiani una alternativa: combattere al fianco dei soldati germanici o essere istradati verso i campi di concentramento che non si sapeva bene cosa fossero ma che venivano promessi con accenti che non lasciavano dubbi. “Finalmente prigionieri” si legge nella pagina dell’11 settembre; prigionieri insieme a francesi, nordafricani e indocinesi che fino a poco tempo prima erano stati loro prigionieri. Gli italiani, ultimi arrivati nel gruppo, non erano stati accolti male. “Facevamo insieme a loro la coda per il rancio ma non ci prendevano in giro; riconoscevano che noi con loro non ci eravamo comportati male. Ci davano anche del tabacco”.

La proposta di Wenzel aveva inizialmente trovato tra i militari italiani un certo ascolto. L’11 settembre Ezio scriveva nel diario: “Lotta per la firma del tradimento… piuttosto il campo”. Non era la riflessione di un isolato, mi spiega, ma il risultato di un parlamento durato giorni. “La proposta di passare con loro a molti non sembrava uno scandalo. Aveva trovato un certo favore tra i meridionali e, più in generale, tra quelli meno preparati o che non avevano maturato una adeguata carica d’odio contro la guerra, i tedeschi e i fascisti. È stato necessario mettersi a parlare, spiegare. Wenzel ci aveva dato un po’ di giorni e li abbiamo usati. Tra gli anziani tedeschi c’era chi ci metteva in guardia sui campi, ci dicevano che erano posti duri, che dovevamo stare attenti a dire no. Alla fine abbiamo vinto noi e dei nostri solo un bolzanino era andato con loro; nessun altro”. “Smettiamo di fare i soldati” era stata la proposta che, come risulta dal diario, aveva vinto. Di un ufficiale che era andato coi tedeschi Ezio, il 28 settembre, scriveva “E’ un traditore” e aggiungeva “Non si combatterà, costasse la vita… Fiera determinazione di non impugnare le armi… Mormorii e movimento intenso di meningi…”. Quello stesso giorno aveva preso la parola anche il generale italiano. Ezio appunta “parole sciocche quanto inutili. Disapprovazione dei più ragionevoli”.

In attesa di essere inoltrati al campo, i prigionieri italiani erano stati addetti ai lavori pesanti della difesa costiera: picco, pala, trasporto di legname, costruzione di rifugi. Erano cominciate anche le prime fughe ma nessuna a buon fine. 7 ottobre: “Ogni colpo di piccone aumenta la ribellione. Si partirà?”. E l’8: “Sulla montagna con il picco. Intorno la libertà. Piani di fuga… L’ora della libertà si avvicina. Riusciremo? Dio ci aiuterà”. È la vigilia della fuga. Ezio brucia la posta (9 ottobre: “che dolore”) e dopo un improvviso cambiamento di piani comincia la fuga con altri due compagni.

“Dell’Italia, ormai dall’8 settembre, non sapevamo più niente. C’erano solo gli amici francesi che ci informavano e ci avevano dato delle dritte. Non distante dal nostro accantonamento abitava Emilio, il padre delle ragazze, che andava tutti i giorni a Marsiglia a lavorare in una officina per auto e aveva un mucchio di cartine stradali. Per me il piano è questo, ci aveva detto. Quelli prima di noi li avevano ripresi tutti. Non dovevamo sbagliare; andavamo verso il freddo e non avremmo avuto altre possibilità. Insieme abbiamo messo a punto il piano e siamo partiti. In tre: Rolland, un valdostano, Nino, un piemontese, ed io. A piedi fino a Bandol e poi sul treno fino a Nizza in un colpo solo, di notte, appesi fuori, mentre il treno andava come il diavolo. A Nizza c’erano i tedeschi schierati che controllavano documenti e bagagli di quelli che uscivano. Abbiamo aspettato che il treno partisse e tornasse il buio poi abbiamo scavalcato la cancellata e siamo arrivati sulla strada tra quelli che erano usciti regolarmente dalla stazione. Non si vedeva niente – c’era l’oscuramento – tutti diffidenti, nessuno che ci desse una indicazione. Io ero vestito da meccanico, giacchetta, baschetto e una borsa di tela a tracolla; vuota. Così i miei amici. Alla fine abbiamo visto degli alberi e ci siamo messi lì sotto”.

Alla mattina quando si erano svegliati avevano scoperto di aver dormito nel mezzo di una aiola, alla vista di tutti. Di nuovo erano tornati in stazione a prendere un “trenino”, una linea con uno scartamento diverso, che andava verso le Marittime da dove poi avrebbero tagliato per l’Italia.

“Io dovevo stare zitto. Degli altri due, Nino, il piemontese, parlava un po’ di francese, mentre Rolland, il valdostano conosceva il patois. Era stato Nino a stringere i contatti con Emilio, il meccanico, che però a Rolland non piaceva. Rolland amava fare di testa sua, era un isolato, uno bieco che come niente avrebbe potuto uccidere. Lo avevamo voluto con noi perché sapeva il patois e perché era un vero avventuriero. Nino mi diceva: quando arriviamo di là lo lasciamo andare perché questo ci porta a perdere. Di certo era un tipo intelligentissimo. Mi era capitato di perlustrare con lui le case della costa che la gente era stata costretta abbandonare e in qualche modo aveva cercato di barricare. Lì, soprattutto nelle soffitte, c’erano tonnellate di giornali, di libri e lui era un lettore straordinario, vorace di tutto. Era simpatico, interessante anche fisicamente, tipo guida alpina ma un po’ rincagnato non un bello alla Bonatti. Nino però, che aveva una mentalità più provinciale – canoni piemontesi – lo temeva”. Durante la fuga era stato sempre Rolland a parlare e decidere. “Si muoveva come fosse a casa sua. Per tutto il percorso non ha fallito un colpo. Mi dava delle gomitate: tu stai zitto. A lui bastava una occhiata per farsi ubbidire”.

A Nizza, in stazione avevano seguito l’indicazione dell’amico meccanico e cercato i macchinisti. Per loro avevano preparato soldi e sigarette. In vettura, sul trenino per Ruseran, era come se l’avessero scritto in fronte e tutti avevano capito, anche un italiano, una faccia brava, che gli aveva offerto di dormire a casa sua per andare insieme, l’indomani mattina, a cercare i funghi… Alla fine si erano fidati: la casa era una baracca, con pollaio, galline e caprette e lui gli dato da mangiare e da coprirsi perché cominciava a far freddo. La mattina armati di cesti erano arrivati fino ad un certo punto dove lui, con una cartina alla mano, gli aveva spiegato dov’era il controllo tedesco; bastava aggirarlo e continuare a seguire la strada. Si erano persi lo stesso e solo al pomeriggio erano arrivati finalmente al passo del diavolo: scogli che sembrava di camminare sulla luna. Da lassù erano scesi nella valle di S. Dalmazzo di Tenda. Per strada, devastato, c’era tutto quello che la Quarta Armata aveva abbandonato nella sua ritirata: tende, armi, coperte, bombe, telefoni, cavi.

A S. Dalmazzo, la sera, avevano bussato a molte porte ma inutilmente così erano finiti a dormire in un campo e la mattina dopo erano entrati in un albergo per darsi una pulita. “Non erano passati 5 minuti che è arrivato uno della Resistenza; voleva che ci mettessimo con loro. Non abbiamo accettato: volevamo solo andare a casa. Di nuovo il treno fino a Racconigi; di nuovo abbiamo aspettato la notte; di nuovo persi, l’oscuramento, i cani; finalmente a Villanova Solaro, il paese di Nino. A mezzanotte, a pochi metri da casa sua, ci bloccano i carabinieri. Armi puntate: sveglia della casa, lacrime, madre, padre, 2 sorelle maestre, il maresciallo che finalmente lo riconosce. Hanno acceso il fuoco, ci hanno fatto da mangiare, scaldato, nutrito, lavato. Una scena indimenticabile. Io sono stato lì 2 o 3 giorni poi, con dei vestiti decenti, sono partito. Dovevo andare; volevo sapere come stavano i miei, fargli sapere di me. Da Racconigi in treno fino a Savona, poi un altro treno per Genova”. A Savona, mentre aiutava una vecchietta a caricare delle patate sul treno, di colpo, come una fitta aveva visto l’Italia: carrozze da derelitti, miseria, abbandono, una solitudine che l’aveva preso alla gola. Da Sampierdarena col tram era arrivato a Bolzaneto, a casa; domenica, erano tutti a messa. Aveva suonato e ad aprire era venuta la madre. Si erano abbracciati e insieme avevano pianto; molto.

Ezio ha raccontato la storia del suo viaggio quasi d’un fiato. “L’ho già raccontata altre volte, almeno 7 o 8, mi dice. Ma quanto può valere un ricordo a questa distanza di tempo? Mi chiedo quali differenze ci siano tra il racconto che ho appena fatto e quelli precedenti”. È una questione importante ma, d’accordo, decidiamo di rinviarla.

La comparsa del diario ha introdotto nel confronto tra Ezio e me un elemento nuovo. Ho contemporaneamente a disposizione un testimone, Ezio, che mi racconta di fatti passati e il suo diario, appunti stesi all’epoca dei fatti. Di alcuni dei fatti, a suo tempo riferiti sul diario, Ezio non mi ha detto. Perché, spiega, non li ha ritenuti importanti; di altri invece perché, fino al momento di leggere, non ricordava. In compenso mi ha raccontato cose di cui sul diario non c’è traccia. Alcune di queste, importanti già allora, non erano state consegnate al diario per timore forse che potesse finire in mani estranee. Potrebbe essere il caso del pestaggio del sergente: un fatto di cui non si doveva parlare; figuriamoci scrivere. Ci sono poi fatti di cui solo col tempo Ezio è stato in grado di apprezzare l’importanza. È il caso dei treni dei deportati.

Non è difficile trovare una spiegazione accettabile per queste differenze. Al momento, l’aspetto che sembra più interessante è che il diario, la sequenza cronologica degli appunti, si è trasformata in una serie di domande che l’Ezio di allora ha rivolto all’Ezio di oggi. Il racconto che ne è venuto fuori non è solo molto più ricco di quello che inizialmente mi aveva proposto. Restitusce al ricordo movimenti cancellati e toglie ai gesti la loro fissità. Potenza dei diari.

Ezio era arrivato a casa, a Bolzaneto, domenica 17 ottobre, a 8 giorni dall’inizio della fuga. Una decina di giorni dopo aveva cominciato a frequentare la scuola serale a Sampierdarena. Sulla stessa agenda – usata per qualche giorno come diario scolastico – si trovano appunti come: 15 novembre “Vita e pentimento Petrarca. La novella delle pecore dal Novellino”; 17 novembre “Consiglio degli dei. Battaglia fra Greci e Troiani”; 19 novembre, “Apparato digerente e circolatorio”. Il 28 novembre compare disegnata una mano aperta, supina, con la scritta “Alt”. Potrebbe alludere al suo abbandono seguito al consiglio del preside: meglio che alcuni non si facciano più vedere.

Negli stessi giorni in famiglia e con gli amici era iniziata la discussione sul bando di chiamata alle armi. Lui però, al contrario dei suoi amici studenti rimasti a casa, aveva già vissuto alcune esperienze significative. Aveva visto all’opera i tedeschi, un esercito determinato, maniacale, che non conosceva smagliature. Aveva partecipato attivamente a una discussione, collaborare o non collaborare con loro, dove si era confrontato dialetticamente con i suoi compagni, ragazzi di ogni provenienza; una occasione importante per trasformare le sue idee in argomenti. La linea per cui si era battuto, “smettiamo di fare i soldati”, aveva vinto ma lo aveva fatto finire nella lista dei candidati alla deportazione. Da qui la fuga, un gesto coraggioso dove tanti prima di lui avevano fallito; vissuto da seconda fila rispetto all’amico Rolland, ma con una determinazione superiore a quella di Nino che più volte aveva manifestato incertezze.

L’Ezio tornato a Bolzaneto era un giovane di 20 anni che aveva già sperimentato le parole e la dialettica del confronto provocato dall’8 settembre. A St. Cyr aveva già “scelto”, prima per opporsi poi per fuggire. Nel diario dove, come dice lui, “non c’è tutto”, c’è abbastanza per cogliere i legami profondi tra la sua storia di soldato e quella di renitente che era seguita.

 

IX. Il giorno della pistola

L’annuncio di una imminente chiamata alle armi da parte della repubblica di Salò era stato dato per la prima volta alla radio sabato 16 ottobre 1943 e ripetuto, giornalmente a partire dal giorno successivo, sempre alla stessa ora, le 14,50. Così fino al 9 novembre quando il bando era stato pubblicato. Manifesti murali e stampa quotidiana informavano che, tra il 15 e il 30 dello stesso mese, i militari dell’esercito, le classi ’23 e ’24 in congedo provvisorio o rinviati o dispensati, studenti universitari compresi, tutto il ’25 leva di terra e i militari, che già avevano risposto alla chiamata, nati nel secondo e terzo quadrimestre del ’24 avrebbero dovuto presentarsi ai distretti. Le direzioni scolastiche avevano ricevuto l’incarico di denunciare e allontanare dalla scuola gli studenti che avessero le caratteristiche previste dal bando. A fine novembre c’era stato anche l’ultimo incontro di Ezio con gli amici del cuore. Si erano trovati tutti insieme per decidere il da farsi: a parte Ezio, erano tutti studenti universitari che non potevano più avvalersi della possibilità del rinvio. L’alternativa era: presentarsi o renitenza.

– Sedersi attorno ad un tavolo per decidere il proprio destino ha molto di letterario.
– È vero. Qualcosa del genere l’ho letto ne “I piccoli maestri”.

Quella sera in casa Meirana (“bifamiliare, giardino, pianterreno; il padre era un direttore di Gaslini”) c’erano, oltre a Ezio, Mario Schiavi, Elio Pittaluga, Giovanni Sconfienza, Luciano Sartirana ed Ezio Meirana, figlio del padrone di casa. In seguito Meirana era diventato medico, Schiavi ingegnere, Pittaluga ingegnere, Sconfienza medico, Sartirana medico dentista. Il fratello di Ezio Meirana, Egidio – 7 o 8 anni più del fratello – era già medico. Amici con destini incrociati: sorelle e amiche fidanzate con alcuni di loro o altri loro amici. I Meirana avevano il giradischi e spesso il gruppo si ritrovava a casa loro a ballare. Quella sera però avevano parlato solo del bando. Aveva suscitato emozione; tutti erano in attesa di qualcosa ma niente di così ultimativo e minaccioso.

L’esercito si era dissolto ma ne veniva annunciata la nascita di un altro, composto delle leve più giovani, ’23, ’24, ’25, per combattere una guerra che sembrava già decisa. Del bando colpiva l’aggressività a fronte di una situazione in disfacimento, segnata dai bombardamenti quotidiani, la penuria alimentare, la borsanera che non aveva più bisogno di mimetizzarsi, l’attesa dello sbarco alleato visto quasi da tutti come la definitiva fine dei guai. A Ezio e ai suoi amici il bando appariva incomprensibile, sproporzionato. Erano arrivati persino a chiedersi se il suo significato fosse quello letteralmente espresso nel testo o se non si trattasse d’una delle tante operazioni di facciata a cui il fascismo li aveva abituati. Ezio ricorda una discussione pacata, non drammatica, tanto che a un certo punto la madre di Meirana aveva messo la testa dentro per chiedere, “con curiosità e senza alcuna tensione”, cosa alla fin fine avessero deciso di fare.

“Loro hanno deciso di presentarsi; tutti. Due avevano il padre fascista, gli altri no. Ma non significa che non vedessero e capissero. Alcuni conoscevano l’inglese, leggevano libri americani in lingua originale, amavano il jazz. Se non andiamo, hanno detto, succede quella cosa lì, che poi voleva dire prenderci a forza, e quindi andiamo e stiamo a vedere cosa succede”.

Avevano la sensazione, non solo loro in verità, che ci fosse tempo e modo per capire “cosa poteva succedere”. Per lo stesso motivo giudicavano il tono del bando inutilmente drammatico. La conclusione della riunione ne aveva sottolineato il significato simbolico: utile a sancire più che a elaborare le loro differenze.

“Tranne in un caso, non si può dire che aderissero allo spirito della convocazione; ma avevano già deciso di andare. Ubbidivano convinti che ci sarebbero stati dei margini di manovra. È normale. Eravamo di fronte ad un documento terroristico ma cartaceo. Erano studenti e pensavano alla possibilità di una qualche esenzione. Non era facile immaginare che la storia da quel momento sarebbe stata un’altra. Io ho detto no, perché quello che ci chiamava non era l’esercito – ormai si era sciolto – ma il fascismo e coi fascisti non ci volevo andare. La mia decisione doveva risultare ovvia anche a loro perché non ricordo che mi avessero chiesto perché e percome. Della mia famiglia non sapevano niente; solo dove vivevo e basta. A suo tempo mi avevano adottato; ci piacevano le stesse cose. Tra noi le differenze sociali c’erano ma in comune avevamo molta cultura: la lettura dei libri, del Marc’Aurelio, le battute, l’avanspettacolo, un po’ di teatro, i dischi, il jazz. Tutti sentivamo Radio Londra. Uno di loro in particolare aveva una radio potentissima e tutti insieme andavamo a sentirla a casa sua. Loro sapevano quello che sapevo io; forse di più. Egidio Meirana ad esempio, il fratello maggiore dell’amico che ci ospitava, non aveva dubbi su come sarebbe finita. Quando gli americani erano entrati in guerra aveva detto: qui non ce n’è più per nessuno. Non si può vincere una guerra contro l’America. L’America ha questo e quest’altro. Sapeva l’inglese, leggeva libri in inglese, era informatissimo e come noi sentiva Radio Londra. Era colto e sapeva trasmetterci le sue certezze. Del resto non erano posizioni isolate. Anzi. Così, a mezza voce, capitava di sentirle anche in giro; perfino nei rifugi dove si finiva durante gli allarmi”.

Durante la discussione in casa Meirana, Ezio aveva detto che coi fascisti non voleva andare. I bandi erano l’espressione del fascismo che non accettava di farsi da parte e lui era deciso a sottrarsi. A militare, in Francia, aveva sperimentato il velleitarismo del regime nel punto più alto della sua retorica, l’esercito. Aveva anche visto all’opera i tedeschi, prima da alleato e poi da prigioniero, per non dire di quei treni misteriosi che portavano in condizioni orribili e chissà dove una massa di sconosciuti. Tutte cose di cui al ritorno aveva discusso con loro. Ma loro non avevano capito o lui non era riuscito a spiegarsi. Pensavano che si fosse sbagliato, che avesse visto sì quei treni con le persone dentro ma che fosse una cosa francese e non c’entrasse con noi.

“Che a Bolzaneto, l’8 settembre, dei soldati italiani fossero stati uccisi dai tedeschi, si sapeva ma anch’io, se pensavo al nemico, pensavo a Mussolini e ai fascisti di prima, quelli di mio padre. Che si camuffassero cambiava poco. Erano sempre loro; quelli che ci avevano fregato”. I tedeschi invece, dopo il loro arrivo in seguito all’8 settembre, non si vedevano molto. Avevano un comando, defilato, in una villa a Morego, una località non lontana da Bolzaneto dove peraltro non se ne incontrava mai. Al contrario dei repubblichini ben in vista nella ex caserma dei carabinieri, al centro della delegazione. A catturare Maffei e Livraghi, due che poi erano stati fucilati, nelle manifestazioni operaie di metà dicembre ’43 erano stati poliziotti fascisti, in borghese. A sparare a Silvio Montecucco nell’ottobre del ’44, la sera che con lui avrebbe dovuto essere anche Ezio, erano stati i fascisti. A Mignanego, a fare la guardia ai viadotti c’erano repubblichini, GNR, Xmas. Solo in fondo ai Giovi, verso Pontedecimo, c’erano dei tedeschi; così anche a Teglia ma non erano loro che in genere chiedevano i documenti. Solo verso la fine, in previsione dei loro movimenti di ritirata, si erano visti di più. I fascisti invece erano diffusi capillarmente; il vero nemico, infido perché i tedeschi erano sempre in divisa là dove i fascisti andavano anche in borghese, camuffati. Gli accantonamenti tedeschi avevano posti precisi; i fascisti invece erano dappertutto e potevi trovarli anche nella scala di casa.

Dopo quella sera, giorno più giorno meno, il gruppo di amici si era sciolto. Ezio, presa la decisione di non presentarsi, si era ritrovato a casa. Madre e fratello erano d’accordo; il padre, come altre volte, osservava. L’ultima data utile per presentarsi era scaduta senza che si sapesse di controlli da parte di polizia o carabinieri. Così traccheggiandosi era passato il mese di dicembre durante il quale Ezio aveva mantenuto i contatti solo con uno degli amici del vecchio gruppo, uno dei due col padre fascista, l’unico che aveva scelto di entrare nelle Brigate nere. Era in caserma a Genova e spesso la sera tornava a casa.

“Abitavamo di fronte ma a casa lui tornava in borghese; non era clamoroso nell’ostentare la sua scelta. Stava al primo piano; tra noi sì e no 20 metri. C’era il coprifuoco; ci facevamo dei segnali, con la luce, per capire se eravamo in casa. Allora attraversavo ed ero da lui. Capitava che ci vedessimo anche durante gli allarmi; se non succedeva niente approfittavamo per passeggiare un po’ in strada. Parlavamo sinceramente, apertamente. Mi diceva della divisa che gli avevano data, del mitra – nessuno aveva i mitra; loro sì – e poi della guerra. Anche lui si aspettava che finisse e come gli altri aveva la consapevolezza delle cose che stavano succedendo: il possibile sbarco alleato, la crisi tedesca, l’avanzata dei russi. Tutti sapevamo come sarebbe andata a finire. Ci siamo visti così fin quando son stato a casa coi miei poi, quando mi sono imboscato nell’appartamento di sotto, basta”.

In seguito quei 20 metri sarebbero apparsi a Ezio una distanza enorme, smisurata, ma allora, nella notte, gli era stato facile riempirla. Il punto d’unione era l’età, gli anni passati insieme, l’amicizia, l’affetto che c’era tra loro. Aveva deciso di andare con la GNR per motivi che Ezio definisce di classe. “Le divisioni di classe erano molto marcate: a Bolzaneto dopo un paio di industriali e i professionisti, notaio, medici, farmacisti, c’erano i commercianti e suo padre era un commerciante. Il mio amico sapeva tutto quello che sapevo io. Potrei dire che condividesse anche alcuni dei giudizi che davo sulla situazione. Ma era schierato dall’altra parte, coi fascisti”.

A partire dalla metà di dicembre c’erano state nelle zone operaie della Polcevera manifestazioni contro il caro vita e, a sorpresa, due manifestanti di Bolzaneto erano stati catturati e fucilati. La notizia data dalla stampa il 20 dello stesso mese aveva gelato tutti. Se mai c’erano stati dubbi, era il segnale che “la repubblica” faceva sul serio. Ezio, d’accordo con la madre e Camillo, era entrato a far parte del gruppo di coetanei, tutti ragazzi del caseggiato che, decisi a non presentarsi, avevano trovato rifugio nell’appartamento vuoto che si trovava al piano sotto al suo. Lì dentro ad accomunare era l’idea che non fosse quello il momento per andare in guerra: il fascismo era una esperienza finita e si trattava solo di aspettare. Si giocava (“tutti i giochi, carte, dama, scacchi…”) e si leggeva. A mangiare rientravano a casa; così anche a dormire, la sera.

Mentre descrive la situazione Ezio si rende conto di quanto essa possa apparire improbabile. La loro fortuna, aggiunge, stava nella rete di protezione che il caseggiato, e forse altri vicini, avevano steso attorno al piccolo gruppo. C’era poi, importante anche se pericolosa, la conoscenza del proprio spazio, saper riconoscere ogni più piccolo rumore, delle scale, del portone, della strada. Quanto alle sorprese notturne, ognuno aveva approntato la sua soluzione. In casa Bartoli c’era il vano costruito sacrificando i cassetti del comò.

Così fino a marzo, all’inizio della primavera, quando Camillo gli aveva proposto la cospirazione. Camillo ci era entrato già dall’autunno del ’43. Tre giorni dopo l’8 settembre – stava facendo il militare a Genova – era tornato a lavorare in Ansaldo, a Sampierdarena, dove, era stato contattato dai comunisti. Tra febbraio e marzo del ’44 Camillo aveva a sua volta reclutato il fratello. L’aveva fatto cautamente, in una forma che aveva lasciato a Ezio l’ultima parola e la possibilità di una ritirata dignitosa.

L’entrata in cospirazione, oltre a fargli finalmente mettere il naso fuori di casa, aveva coinciso per Ezio con un nuovo, entusiasmante incontro con la fortuna sotto forma della famiglia Pirc. Era stata una delle sorelle Pirc, Anna, ad entrare in contatto con Camillo. “Allora il movimento clandestino, la cospirazione, non erano ben delineati. Conoscere questo nucleo così addentro, così determinato era stata una sorpresa anche per mio fratello: finalmente spuntavano i comunisti”. Anna abitava con i genitori e tre sorelle, Ivanka, Lidia e Giustina, nel casello ferroviario ai Barabini di Teglia, località tra Bolzaneto e Rivarolo. Il padre Ivan, un triestino del Carso sloveno, dipendente delle ferrovie mandato a Genova a “snazionalizzarsi”, la madre Anna, “una di quelle donne magre, sempre vestite di nero”, e le 4 ragazze, “straordinarie: belle, bionde, intelligenti e di sinistra”, che scrivevano, traducevano, dattilografavano volantini e clichet, cantavano e specialmente ridevano. “Alto, magro, abbronzato, pieno di muscoli, una faccia da aquila, occhi neri che fulminavano, l’espressione dell’uomo leale, Ivan era bellissimo, un comunista che dava l’idea dell’anarchico Barbariccia, quello con la miccia accesa che mette le bombe nelle carrozze. Gli mancavano quasi tutte le dita della mano destra così che quando ti dava la mano da stringere trovavi un grumo, un nodo. La zampa del leone, la chiamavano in casa”.

Erano Ivan e la figlia Ivanka le figure più significative della famiglia Pirc. Da loro, al casello di Trasta, si saliva da Teglia, lungo una mattonata, esclusivamente a piedi. Si scendeva dal tram, si traversava il fiume e poi si saliva al casello. Ivan doveva percorrere la linea e controllare gli scambi col martello: un mucchio di binari da guardare e altrettanti nascondigli pieni di armi. “Ivanka, avrà avuto 25 anni, era un fiore, alta, bella, evoluta, come le sue sorelle; tutte che parlavano chiaro. Due erano maestre. Avevano un mucchio di libri; sapevano le lingue: mi sembravano dei geni. Rispetto a loro la mia provenienza mi appariva modesta. La loro casa era di più e tutte le cose che rappresentavano un di più, un avanzamento culturale, mi affascinavano”.

In casa Pirc Ezio aveva scoperto anche la musica sinfonica di cui fino ad allora neppure aveva supposto l’esistenza. “Avevano il pianoforte e lo suonavano. A Bolzaneto c’erano solo due case col pianoforte. La terza era quel casello attaccato alla ferrovia: un pianoforte in un casello dove neppure c’era la luce elettrica… Lì davvero c’era da imparare. L’antifascismo di Ivan era fisico, totale; una lotta a morte contro il fascismo condivisa dalle figlie che ci aggiungevano la loro gioia squillante. Nella casa, abbastanza isolata e quindi favorevole alle brighe cospirative, messa a posto “in modo intelligente” da persone “frugali”, Ezio era stato “accettato alla pari”. Aveva scoperto “un mondo diverso: stranieri, ferroviere, 4 ragazze; tutto era molto particolare”. Come il loro coraggio. Quando i fascisti erano andati a cercare Ivanka all’Ansaldo, lei era uscita dalla finestra aspettando il momento favorevole per rientrare, portarsi via la macchina da scrivere e scappare di nuovo. “Con Ivanka andavo a comprare la carta da ciclostile, pacchi da 10 kg. Una volta alla fermata di Sampierdarena c’erano delle Brigate nere e lei – d’accordo, era carta, ma se sei in difetto non puoi non aver paura – ha fatto un approccio con uno di loro e si è fatta camallare il pacco per salire sul tram. Io sudavo”. Lei invece, “bella e dotata”, aveva spianato un sorriso raggiante e si era divertita a far portare il pacco al fascista.

Casa Pirc trasudava determinazione, gentilezza, cultura e molta gioia di vivere. Parlavano sloveno e, “almeno in italiano”, il turpiloquio era bandito. “Tutte molto per bene, educate, in ordine, emancipate, maestre; libri, pianoforte: lì c’era un’aria diversa e i libri avevano un posto”. Alla cospirazione di Ezio i Pirc avevano dato corpo e anima confermandolo nella convinzione che, nei momenti difficili, bellezza e cultura erano ancora più necessarie. Quanto al suo lavoro cospirativo vero e proprio non è che gli piacesse molto. Non era il tipo di militante permeato di politica al punto da trarre soddisfazione anche da compiti umili e routinari.

“Era un lavoro di manovalanza: clichet sempre pieni di inchiostro, sempre casini. Con Rista, il mio capo, parlavo delle cose che scrivevano e che io battevo a macchina. Loro, i giovani comunisti, erano il Fronte della Gioventù e il giornalino che facevamo si chiamava Il Fronte della Gioventù. Rista ci credeva; credeva nel futuro del Fronte. Io invece, forse perché ne sapevo poco, ero perplesso. I fascisti avevano già fatto il dopolavoro e quello che noi stavamo progettando gli assomigliava molto. Magari, pensavo, lo faremo meglio, con un nuovo punto di vista, perché diversamente sarebbe stato uguale a quello di Mussolini. Certo, con Mussolini non c’era partecipazione e tu non potevi mai dire niente. Ti mettevano lì e dovevi fare quello che volevano: no, silenzio, non si può. Rista invece lo pensava con la democrazia, la partecipazione e la creatività dei giovani, la musica, lo sport, la scuola; insomma tutte le emancipazioni possibili. Era convinto che il Fronte sarebbe stato una realtà nuova, non un semplice dopolavoro. Io pensavo: questo che c’è è già bello; ci sono le colonie, si va a sciare, ci sono i treni popolari, le vacanze. Se fossimo riusciti a metterci anche la democrazia non poteva che migliorare. Su queste cose facevamo dei volantini che però mi sembravano astratti. Non si capiva quale parte avrebbero avuto, dopo, i comunisti, e come sarebbe stato questo Fronte dove tutti, non solo i comunisti erano uniti. Sembrava un po’ la stessa cosa che avevano fatto tutti i regimi, anche Hitler…”.

Mese dopo mese, Rista, le ragazze Pirc, i loro amici cospiratori e il lavoro di tipografia si erano intrecciati sempre di più. Fino a quando anche a Ezio era apparso il partito nella persona del suo rappresentante bolzanetese di maggiore spicco, Giuseppe Morasso, “Alfredo”, classe 1906. Affabile, equilibrato, ironico, tratto poco frequente nell’ambiente comunista e che, dati i tempi, risultava ancora più raro, Morasso estendeva la sua popolarità ben oltre il gruppetto dei comunisti di Bolzaneto. Lo doveva, oltre che alla simpatia che emanava, alla sua vena poetica, maccheronica e grottesca, che riversava nella “banda musicale del tutu-pampam”, più nota come “Tarasca”, di cui era presidente e animatore: una trentina di elementi con un trombone, zucche, caccavelle e bastoni con cerchi metallici. Sciolta nel ’22 per l’incompatibilità del suo stile dissacratore, goliardico e plebeo, comune ad altre bande rumpi e streppa dell’epoca, con la retorica del fascismo nascente, era riemersa dalle ceneri nel 1937 grazie alle brighe di Morasso. I suoi concerti, preceduti da rumorosi cortei in un clima di sagra, avevano il momento topico nella piazza delle carrozze di Bolzaneto quando, in frak e cilindro, lo stesso Morasso pronunciava il suo discorso da un terrazzo sovrastante la piazza.

“Ho conosciuto bene Morasso e la cosa che all’epoca mi appariva più rilevante di lui non era l’essere un rappresentante del partito ma il capo della Tarasca. Io amavo tutti quelli che odiavano i fascisti. La Tarasca era un elemento raffinato di derisione dei fascisti e per me come per altri antifascisti aveva un grande significato. Dal terrazzo da dove si esibiva, Morasso si rivolgeva al popolo dei taraschesi declamando versi maccheronici di cui lui stesso era autore, ispirati a Tartarin di Tarascona. Era la storia dell’oppresso che risultava più furbo di quelli che lo opprimevano. Un aspetto che io coglievo grazie a mio fratello e a mio padre. La maggior parte della gente vedeva nella Tarasca una semplice mascherata, una cosa folkloristica, fantasiosa, simpatica. Ma quando lui si affacciava dal poggiolo soprastante la piazza per fare il discorso ai taraschesi allora la cosa cambiava. Forse non tutti lo coglievano ma quelli erano discorsi antifascisti; sotto sotto, alla larga e alla lunga ma antifascisti. Tutti erano divertiti e noi, che ci andavamo apposta, più degli altri”.

Fronte della Gioventù a parte, Ezio della cospirazione fino ad allora aveva saputo poco. Era stato Morasso, in occasione del loro incontro ad accennargliene. Modo di parlare calmo, urbano, interessato alla sua situazione familiare, con tono non saccente gli aveva fatto capire che sapeva della sua attività e che dietro al Fronte, le SAP, i partigiani in montagna, le taglie, il Soccorso Rosso c’erano sempre loro, i comunisti. Trasmetteva fiducia in quello che era giusto fare, era serio, credibile, dice Ezio.

L’incontro con Morasso aveva coinciso con un salto di qualità dei suoi compiti cospirativi e un aumento dei rischi. Dalla tipografia era passato alle scritte stradali, alla raccolta di taglie, al sabotaggio. “Fascisti ancora 300 km di vita” era stata la scritta tracciata sulla casa del fascio di Bolzaneto che, prima di essere faticosamente cancellata, tutti avevano fatto a tempo a vedere. Il suo capolavoro. Voleva far sapere ai fascisti – era la fine novembre del ’44, pochi giorni dopo il proclama di Alexander – che ne avrebbero comunque avuto ancora per poco.

“La casa del fascio aveva alla base una decorazione di lastre di travertino, sarà stata 12 m, e l’idea di scriverci era invitante. La loro casa; una sfida. Sapevo fare in modo rapidissimo con uno schizzo essenziale la faccia di Garibaldi e relativa stella. La frase l’aveva pensata mio fratello; ironica e non truculenta come al solito. A scrivere sono andato io, di notte, col coprifuoco. Avevo un buon occhio e, dopo esserci passato davanti diverse volte, mentalmente avevo preso le misure, fatto i miei calcoli. Ad agire con me anche Cicillo, il calzolaio. Io col pennello e lui col secchio dove avevamo mescolato tinta e bitume. Un risultato sensazionale; una emozione quasi come per il primo maggio ’44 quando sulla ciminiera della Bruzzo alta 30 metri era comparsa la bandiera rossa. A mettercela era stato Brin, il gappista; un gesto rischioso e, per lui, di notevole impegno dato che era asmatico. Per i fascisti uno smacco; gli altri invece tutti contenti: allora ci sono, dicevano. Facevamo anche altre scritte. Per esempio sulla porta del negozio o della casa della spia scrivevamo “prenotato” e quello se era furbo tagliava la corda. Ma non erano quelli come me a decidere i destinatari. A noi mandavano a dire il nome, il posto, la scritta. Erano personaggi che a Bolzaneto tutti conoscevano. Avevano picchiato, dato l’olio… Cose di prima della guerra”.

Già da settembre, in corrispondenza ai suoi nuovi incarichi, Morasso, per strada e senza troppo parere, gli aveva allungato un giornale come dirgli “t’è, leggiti un po’ questo articolo”. Dentro però c’era una pistola.

“Era il riconoscimento di una maturità avvenuta; una specie di consacrazione per il ruolo che stavo assumendo in cospirazione. Non c’era tanta gente da reclutare, eravamo una minoranza. Prenderla voleva dire potersi difendere. Volevamo fare la guerra; era inevitabile. Io mi ero già mosso di notte col coprifuoco. Quando andavamo a fare scritte non portavo armi ma la volta che avevamo traslocato la tipografia eravamo tutti armati. C’era un commissariato di polizia a meno di 50 metri e la possibilità di doversi sparare era alta. Eravamo carichi di volantini e altri materiali già stampati. A volte le armi si portavano, a volte no. Ad esempio quando andavo dai Pirc non portavo armi. Se in un rastrellamento ti beccavano con un’arma addosso ti criccavano sul posto. Senza, invece, ti restava qualche possibilità in più”.

Si capisce che la prima domanda che si era fatto era stata: ora cosa ne faccio? A casa sua madre l’aveva vista; Ezio non voleva nascondere niente a sua madre. “Non so cosa possa avere pensato e se, alla vista della pistola, il suo stato d’animo fosse cambiato. C’eravamo dentro e fino ad allora aveva accettato tutto. Era una donna molto determinata ed è possibile che l’abbia considerata come una possibilità in più per me di sopravvivere. O forse più che complicità ha provato rispetto per la scelta che avevo fatto. Ecco, avrà pensato, siamo arrivati a questo; oltre che a scrivere, stampare e portare, anche a spararci”. Era la guerra, erano in pericolo; lo era anche lei; lo era già stata per via del marito. In fondo Ezio era arrivato, ma 15 anni dopo, dove lei già si trovava e forse lo stava aspettando. Era consapevole di quanto succedeva.

“Del resto quando Morasso mi ha dato la pistola io non mi sono chiesto: mio padre sarà d’accordo? E mia madre? No. L’ho dato per scontato. Il problema semmai era un altro: dove la mettiamo quando sono in casa? Di nuovo ha deciso mia madre senza che io neppure dovessi fiatare. Facciamo un bel sacchetto, ha detto prendendola, e la mettiamo fuori della finestra nel cestino delle mollette. E così ha fatto”.

Tra novembre e dicembre del ’44 Rista, il capo di Ezio, e altri del Fronte erano stati catturati. Avevano addosso le foto di alcuni, compreso Ezio, da inserire su nuovi documenti falsi. C’era stato appena il tempo di traslocare, di notte, la tipografia, macchine e materiali, in un posto sicuro e poi si erano imboscati; come la maggior parte dei frequentatori di casa Pirc, tutti meno la madre e la figlia più giovane. A scegliere il ricovero di Ezio era stata, ancora una volta la madre: a Trasta, fuori mano, nel fondo di un palazzo.

“Lì, chiuso, non potevo far niente. In montagna non ne volevano più; problemi logistici, alimentari. Mia madre veniva la mattina; la sera, col buio, mio fratello mi portava da mangiare. Doveva attraversare il ponte di San Francesco ma era sorvegliato dalle Brigate nere e lui prendeva la passerella di via Barchetta. Veniva a portarmi da mangiare per tutto l’indomani; cioè quasi niente. Del mio rifugio sapevano oltre i miei, solo Elpe e Miranda. Disegnavo, leggevo, scrivevo. Elpe mi aveva portato una macchina da scrivere – già che hai tanto tempo, mi aveva detto – che serviva a battere le matrici dei volantini che quelli della Balilla davano di notte nei bar di Bolzaneto. E poi disegnavo. Ancora oggi disegno… mi prendono dei veri attacchi di disegno, olio, acquerello. L’altro giorno a villa Serra ho incontrato una bella oca; vive fuori dal gruppo, ti viene incontro, ti parla, cu, cu, cu. L’ho carezzata, siamo diventati amici. A casa ho disegnato oche per tutta la sera. Mai viste così da vicino; mai toccate”.

Durante i due incontri che abbiamo dedicato alle sua avventure cospirative il ricordo più gioioso è stato sicuramente quello riservato alla fantastica casa dei Pirc, le 4 sorelle, il padre, la madre e il loro pianoforte. A Ezio, mentre raccontava, brillavano gli occhi. Da lui ho saputo che Giustina, la più giovane delle sorelle Pirc vive da sola – è vedova – a Genova. Decidiamo di andarla a trovare. Ezio si incarica di combinare l’appuntamento.

L’incontro è affettuoso. Lei è un po’ stupita del mio curiosare ma Ezio è un lasciapassare convincente. Giustina racconta della famiglia una storia priva di retorica. Si capisce che giudica normali le cose che, allora, agli occhi di Ezio erano apparse straordinarie, entusiasmanti; a cominciare dal fatto che tutte loro, le sorelle, andassero a scuola. I genitori, spiega paziente, erano cresciuti “sotto l’Austria”; per questo, entrambi, avevano studiato fino a 14 anni. Trovavano quindi ragionevole che le figlie non solo facessero altrettanto ma andassero oltre. Ricorda come anche i loro vicini non riuscissero a trattenere lo stupore: spendere dei soldi per istruire ragazze “che poi si sposano e il diploma non gli serve a niente”. E suo padre: “no, la cultura serve; serve sempre”.

Giustina è divertita dell’ammirazione con cui Ezio ha raccontato di loro. Avverte, oggi più di ieri, l’importanza che la cultura aveva in casa sua. Il pianoforte in affitto – “credo che in tutta l’Italia fosse l’unico esistente in un casello ferroviario” – i libri (“Dumas, Tolstoi, London, Cronin…”) che venivano comprati usati e che spesso venivano rivenduti (“dolorose rinunce”) per alimentare nuove letture, il fonografo a manovella acquistato usato, come anche i dischi d’opera e sinfonici, da una famiglia che era passata all’elettrico. Ricorda il canto che aveva occasioni quotidiane e le parole per la patria lontana, la Slovenia sempre favoleggiata. E ancora l’8 settembre e i militari sloveni della caserma di Campomorone che erano andati da Ivan (“evidentemente mio padre aveva già un contatto con loro”) per avere abiti borghesi e suo padre che per loro “si era spogliato; era rimasto solo con la roba che aveva addosso”.

Giustina ricorda l’arresto della sorella Lidia e la fuga delle altre due e del padre alla fine del ’44, la perquisizione della casa ormai abitata solo da lei e dalla madre e i pedinamenti a cui era stata sottoposta. Così anche gli interrogatori dei poliziotti che le mostravano le foto dei cospiratori, “i ragazzi del Fronte”, e lei che in cuor suo se la rideva e diceva che erano tutti fidanzati delle sorelle. Ricorda anche la convinzione dei “compagni” che Lidia, in carcere, “avesse parlato”. Gli stessi compagni che, quando era uscita, “l’avevano cercata per farla fuori ma per fortuna non l’avevano trovata”; la madre, saggia, aveva capito il vento e l’aveva allontanata. Quest’ultima battuta ha il potere di dissolvere la rappresentazione fino a questo momento semplice e ottimistica dello scontro di allora: da un lato l’antifascismo dall’altro i suoi nemici. Le parole di Giustina hanno di colpo introdotto il sospetto, capace di dissolvere in un attimo solidarietà e amicizie fino a quel momento vissute come immodificabili.

Quasi a voler bilanciare l’inquietante messaggio che ha appena lanciato Giustina sorride e rivolta a Ezio aggiunge “ma tu allora avevi altro da pensare, ti ricordi, eri innamoratissimo, innamorato pazzo”. Ezio accoglie la battuta sorridendo, con l’espressione di chi vede scoperto un suo piccolo segreto. È Miranda, la ragazza di cui Ezio, come ha detto Giustina, era innamoratissimo; la stessa che in seguito ha sposato e che ci sta aspettando a casa per la cena.

X. La cucina di Miranda

Ai miei incontri con Ezio, Miranda (n. 1926), la moglie, non ha mai partecipato. Solo, una delle prime volte, attratta dai nostri discorsi, si era messa a lavorare in una poltrona vicina. “Me ne sto qui buona, non parlo, non vi disturbo”, aveva promesso. “Non ci sono segreti, avevo detto, ma anche se non ne hai l’intenzione, finiresti per influire sul nostro dialogo”. Miranda aveva capito e, presi i suoi gomitoli, si era ritirata altrove. A tavola però, nella loro cucina dove la sera si concludevano le nostre chiacchierate, abbiamo sempre parlato, tutti insieme, di tutto. Ecco perché non mi era sconosciuto il rilievo di Miranda, a partire dal 1944, nella storia di Ezio.

Con gli occhi che solo i ragazzi possiedono, Giustina non ricordava Ezio come un pericoloso cospiratore – in fondo in casa sua lo erano tutti – ma come un “innamoratissimo” giovanotto che approfittava della confusione dei tempi per vivere una straordinaria storia d’amore. Dove l’amore, più che la cornice un po’ casuale d’una vicenda politica le era apparso, proprio come nei romanzi, il contenuto principale. Fino a quel momento Miranda era entrata molto parcamente nelle parole di Ezio. Le parole di Giustina, accompagnate da una risata aperta, come quelle, immagino, un tempo frequenti in casa Pirc, avevano lasciato intravvedere appuntamenti proibiti, scorribande in bicicletta, ore gioiose rubate agli allarmi e all’organizzazione.

Miranda non è imbarazzata dalle mie domande. Ci frequentiamo da circa 5 mesi ma di fronte alle mie richieste non avverto da parte sua né compiacimento né reticenza a riflettere di sé in un modo che sicuramente non le è familiare. Se manifesta incertezze è perché teme, mi dice, che attraverso i singoli episodi io non riesca a cogliere “il quadro d’insieme”.

Rispetto al dialogo in corso ormai da settimane tra Ezio e me, non sento concorrenza. Neppure il desiderio di completare la storia di Ezio con la sua. È consapevole del fatto che si tratta di storie diverse con un contesto largamente comune, e che a me interessano le peculiarità dei rispettivi percorsi. Come Ezio si impegna ad approfondire, non a celebrare: non consegnano né raccomandano i loro ricordi a nessuno; li indagano. Hanno scoperto – non c’è voluto molto – che faccio parte dello stesso gioco: li interrogo e mi lascio interrogare. Mi sono assunto il compito di restituire “a un certo punto” una storia. Come sarà? Lo sapremo solo giocando. Un risultato concreto i nostri incontri lo hanno avuto comunque: sono le visite reciproche, le discussioni, le cene, le letture; un ottimo risultato.

Dentro il gioco c’è la nostra vita. Quest’anno Ezio compirà 80 anni e Miranda 77: cosa riserverà il futuro alla coppia che hanno interpretato fino ad oggi? L’handicap grave di Miranda dovuto alle conseguenze della polio contratta a 20 anni ha contribuito a rendere il loro legame anche funzionalmente necessario. Il tempo di cui Miranda ha bisogno per accingersi a qualsiasi attività, la necessità di avere a disposizione una automobile per movimenti anche modesti, l’organizzazione della vita familiare, la disposizione degli oggetti in casa, ogni minimo particolare è stato da loro messo a punto per un benessere e una normalità che prevede una rigorosa pianificazione di compiti e di tempi. E dopo? Sorridenti, distaccati, quanto basta per non gravare con le proprie preoccupazioni sul prossimo, Ezio e Miranda a queste cose hanno pensato e pensano. Molti dei loro coetanei non ci sono più; da tempo.

C’entra qualcosa con quello che stiamo facendo? Credo di sì. Intanto lo giudicano una cosa bella e vorrebbero che durasse. Vorrebbero tempo e salute per altri incontri, conoscere altri miei amici, il libro che scriverò, qualche giorno di vacanza insieme. Sanno benissimo che è il caso a sovrintendere a questo genere di unioni e che al nostro incontro non sono estranei i nostri caratteri, la loro curiosità ad indagare la vita, la loro vita ma non solo. È la “fortuna” di cui più volte ha raccontato Ezio.

La linea ferroviaria che apre a Genova la porta della pianura padana, è detta dei Giovi dal nome del colle che la sovrasta, ancora oggi percorso dalla statale 35. Mignanego “Piano orizzontale” è l’ultima stazione prima che il treno imbocchi la galleria che porta oltre Appennino. Il nome allude ad epoche più lontane quando i treni provenienti da Genova volevano un locomotore di supporto per scalare il tratto in salita. Mignanego, si trova sul versante meridionale dei Giovi, quello genovese, lo stesso dove, dalla seconda metà dell’Ottocento, i borghesi abbienti di città hanno costruito le loro palazzine a fianco di quelle del piccolo notabilato locale e di altri residenti.

A cominciare dalla fine del 1940, dopo i primi bombardamenti su Genova, i Giovi avevano vissuto una popolarità sino ad allora sconosciuta. Dalla città, pericolosa, dove i rifornimenti alimentari erano sempre più problematici, i proprietari si erano trasferiti nelle loro residenze di villeggiatura. Qui, oltre i benefici economici e la maggiore sicurezza, avevano riscoperto la vita di società: case aperte tutto il giorno, scambi di ospitalità e, per completare, il ballo, il gioco, gli spettacolini; “il cittadino in villa”. La ferrovia assicurava rapidi contatti con Genova; andare e tornare in giornata era comodissimo. “Non era gente che facesse quei gran discorsi di politica: Aspettavano che finisse; dicevano cosa avrebbero fatto dopo…”, osserva Miranda.

Miranda, figlia di una maestra e di un impiegato del Delta, fabbrica meccanica di Sampierdarena, era arrivata a Mignanego nel 1942, sfollata come tanti altri ma col vantaggio di una madre che insegnava ormai da qualche anno nelle locali scuole elementari. Da Mignanego “scendeva” giornalmente a Bolzaneto dove nel ’42-’43 aveva cominciato a frequentare il penultimo anno magistrale presso il collegio San Tomaso d’Aquino tenuto da suore-terziarie domenicane. Una succursale di quello che aveva frequentato nei 6 anni precedenti, a Sestri Ponente, come allieva interna. Le suore e il collegio: un luogo penoso dove, dice Miranda, per le ragazze che lo frequentavano, non c’era ascolto; “piuttosto mistificazione”. Dal collegio si usciva, ma accompagnati, solo a natale, a pasqua e per il sabato fascista. “I ragazzi poi non esistevano”. Sul sesso e la morale solo risposte morbose o ambigue. Miranda sostiene di aver smesso molto presto, grazie al collegio e alle sue insegnanti, di correre “il rischio di essere contaminata dalla religione”. In compenso aveva imparato a mentire e a tenere un falso diario ad uso degli occhi indiscreti delle assistenti. Della sua vita in collegio, quando aveva da poco compiuto 13 anni, Miranda ha conservato alcune pagine di appunti stesi allora e provenienti dai suoi diari segreti; “quelli veri”, precisa. Me li porge; li aveva già messi da parte per farmeli vedere. “Ci sono cose intime, personali ma non importa, mi dice. Sono andata a cercarli nei giorni scorsi quando avevamo deciso di parlare insieme. Lì c’è la prova di quello che dico oggi, di quello che pensavo allora del collegio, di loro”.

Leggo. “Scrivere per me sarà più facile che per la scuola e i ricordi li devo conservare per quando sarò grande e dovrò educare dei bambini miei e degli altri. Lo farò bene se avrò sempre presente come ero io, come vedevo gli adulti, come di loro anche a questa età si può capire…. Il collegio è sempre brutto, ricordatelo bene Miranda; mai tua figlia in collegio… Oggi mi sono vista per la prima volta, sono stata alla villetta a fare il bagno e là i bagni sono piastrellati di nero. Non pensavo di potermici specchiare e quando sono uscita dal bagno e mi sono vista così non mi sono riconosciuta. Come sono diversa… Le terziarie fanno il bagno con la camicia per modestia ma io non lo sono e poi mi sembra una falsità. Oh, giusto, ho imparato una parola più adatta: ipocrisia… Dopo essermi esaminata ho stabilito che sono fatta bene per comprarmi dei bambini. Ora non so ancora come avviene che nascono. Cioè ne so un po’ poco. Me lo farò dire dal confessore”.

È difficile raccontare di un mondo, il fascismo, che non conosceva la parola politica ma solo messaggi propagandistici. Miranda, quando aveva 14 o 15 anni, era stata colpita da quelli che esaltavano la missione civilizzatrice dell’Italia. Apprezzava anche l’importanza che il corpo umano, forza, bellezza assumevano nelle rappresentazioni del fascismo tanto che si era impegnata a fondo per primeggiare nei corsi di ginnastica. Quando però aveva scoperto che la medaglia che le avevano dato non era per la sua bravura ma “per alto spirito fascista”, si era offesa e non l’aveva ritirata. Dopo 4 anni di collegio, Miranda, la ragazza che grazie al pericolo dei bombardamenti tornava in famiglia a Mignanego, aveva maturato un discreto armamentario difensivo verso l’autorità e molta curiosità per il mondo circostante che dal collegio le era stato inibito. Anche molte incertezze alimentate dalle accuse di essere una studentessa pigra, disinteressata alla scuola, “senza niente dentro”. Provava la solitudine di chi sa di vivere problemi non riducibili ad un malessere personale.

Miranda era bella: un fascino delicato e un carattere prepotente la facevano notare anche ai più “grandi”. Per lei, dopo l’uscita dal collegio e il quotidiano vai e vieni da scuola col treno e le piccole libertà conquistate con la scusa degli allarmi, era cominciata una nuova vita. La distinzione che le veniva dall’essere figlia della maestra diventata segretaria del locale fascio (“nel ’33 per ottenere il ruolo e così poter far studiare tutte e due le figlie era entrata nell’Opera Balilla”), le avevano aperto molte delle ville dei Giovi. La famiglia del notabile locale presso cui erano in affitto avrebbe visto volentieri il matrimonio del figlio con la figlia della maestra. Un avvocato, poco dopo il suo arrivo a Mignanego, le aveva fatto una proposta di matrimonio: tu giovane e bella, io esperto e in grado di darti la sicurezza di cui hai bisogno, le aveva detto più o meno. Proposta che naturalmente Miranda aveva tenuto per sé. Guai ad accennarne in casa, neppure alla sorella, maggiore di lei di 6 anni, o alla madre. “Non mi avrebbero più lasciata uscire”. Non avrebbe potuto più frequentare il mondo dei borghesi, dei ricchi delle ville, che tanto la attraeva. Era specialmente il loro desiderio di divertimento a conquistarla. Unici a praticarlo in modo visibile anche se in forme esclusive: “erano belli, ben pettinati, avevano begli abiti” così le calze e le scarpe. Miranda era colpita dalla loro attenzione alle cose “di classe” e al “decoro”; da come ne parlavano e ne facevano una misura della realtà.

A Mignanego la guerra, già presente con gli allarmi, le bombe che cadevano sui vicini centri industriali, e un presidio di soldati tedeschi, con l’estate del ’42 si era presentata a Miranda da un nuovo punto di vista. Con un paio di amiche, e per conto della locale Casa del fascio, aveva cominciato a corrispondere con i soldati al fronte. Le lettere dei soldati arrivavano con i segni della censura e i tratti scuri che nascondevano parte dei loro messaggi avevano colpito la sua fantasia. Qualcosa di problematico, di oscuro che era andato a mescolarsi con altre riflessioni sulla violenza della guerra; messaggio che aveva ricevuto in collegio da un’insegnante e, in casa, ma tepidamente, dal padre. Di lui ricorda l’insofferenza per il sabato fascista, “per la divisa che lo faceva sudare”, ma anche il materializzarsi, ogni tanto, grazie alla parola Turati, di una antica fede socialista. La guerra comunque non aveva guadagnato il cuore di Miranda.

Il 25 luglio e poi l’8 settembre Miranda li aveva vissuti tra le ville dei Giovi. Il 25 luglio l’aveva costretta a prendere atto, di colpo, del “fascismo” della madre. La maestra, brava e benvoluta, offertasi al regime per una collocazione di routine, nel giro di poche ore era diventata il capro espiatorio della piccola comunità locale, benestante e decisa così a salvarsi l’anima. “Non ricordo cosa allora ho pensato di preciso”, dice. Ma, quando aveva saputo che in municipio si erano riuniti un po’ di personaggi “improbabili”, compreso l’avvocato suo ammiratore, che avevano deciso di mandare la maestra a “cancellare le scritte di Mussolini”, io, dice Miranda, “non ci ho più visto. Mi sono messa la mia gonna migliore – ne avevo due – sono andata da loro e ho fatto una sfuriata. Alla fine gli ho detto: datemi il secchio e vado io a fare il lavoro che volete far fare a mia madre”.

Guardo Miranda a bocca aperta. “Sei sicura di ricordarti bene? Avevi 17 anni…”. “Ero prepotente e poi loro non mi facevano paura. Probabilmente non capivo neppure bene cosa fosse successo. Sapevo che mia madre aveva aiutato e aiutava, la consideravo superiore a quelli che la giudicavano, non solo perché era mia madre”. “E tuo padre, tua sorella… sapevano che saresti andata in municipio da sola…”. “Sì; ero io che avevo deciso”. La ricostruzione dell’episodio lascia pochi dubbi. Miranda ci tiene comunque a precisare: “Non era questione di fascismo o antifascismo. La sentivo come una offesa, una ingiustizia; commessa da persone non stimabili”.

Meno coinvolgente dal punto di vista personale ma sempre lacerante era stato il suo 8 settembre. Questa volta i protagonisti erano stati i tedeschi. Non quelli arrivati a Bolzaneto nella notte tra l’8 e il 9 ma quelli che, per il rilievo di Mignanego nel traffico ferroviario Nord Sud, ci stavano da quando l’Italia era entrata in guerra. Non giovani ma “padri di famiglia” che facevano vedere a Miranda la foto di moglie e figli quando lei la sera andava a prendere il latte vicino alla corte dove erano insediati. “Ricordo quella mattina, ero allegra, forse cantavo: tutti pensavamo che sarebbe stata la fine dei bombardamenti; loro erano lì, nella stessa corte dove passavano il tempo a lucidarsi il fucile, a suonare la fisarmonica e dove a volte mi davano il loro pane nero spalmato di margarina. Arrivo da questi quasi amici e uno di loro mi guarda serio, si alza e mi punta addosso il fucile. Lì ho capito: poco, ma qualcosa ho capito. Che tutto quello che c’era stato prima era finito”. Circolavano parole nuove come “renitenti”, “ragazzi che venivano presi a forza” o “ragazzi che cercavano di aggiustarsi” come due suoi amici che erano riusciti a farsi mettere nell’antiaerea e che poi erano stati uccisi, da chissà chi; partigiani, ribelli, banditi. “A quel punto ho avvertito, per la prima volta, la presenza di una forza superiore a me, a noi, che ci travolgeva, spingeva. La sentivo come una cosa vicina, incombente”.

Aveva conosciuto Ezio grazie ad amicizie comuni poco prima che partisse per il militare. Si erano rivisti al suo ritorno e il 4 giugno 1944 si erano scambiati una promessa. Di lui, dice Miranda, l’aveva colpita la confidenza, la libertà reciproca e la responsabilità che aveva scoperto nella sua famiglia.

“Facevo dei confronti e mi consolavo dicendo: è perché io sono una femmina e lui è un maschio. La madre aveva un modo tutto suo di condurre la casa. Arrivava a casa con le sporte e si metteva a leggere il giornale. Cosa che in casa mia non si sarebbe mai fatto. Invece lei posava tutto e leggeva. Non si metteva subito a fare da mangiare e magari aveva le stanze ancora da fare. Era un modo di vivere che mi era sconosciuto, libero. Gente che non aveva soldi ma generosa”.

Con Ezio, Miranda aveva conosciuto una cultura diversa. “Leggere tanto, vivere indipendentemente dai quattrini: mi sembrava una cosa enorme. Più colto, più razionale, più libero; a un certo punto mi son detta: è il tipo di uomo che andrà bene per i miei figli. Lo vedevo padre, educatore. Diversissimo dagli altri, una cosa nuova, una purezza, una semplicità, un grande rispetto; e il loro modo di vivere. Mi aveva raccontato di quando la domenica si svegliavano e la madre andava in cucina a fare il caffè e loro tre uomini tutti a letto, nello stesso letto, mentre il padre fischiava e cantava romanze e pezzi d’opera. Da me andare in bagno, lavarsi, mettersi a fare i lavori; loro invece a letto, a cantare”.

Ezio, dice Miranda, era arrivato nella sua vita non ad esasperarne i conflitti ma, piuttosto, a sdrammatizzarli. “All’inizio, quando l’ho conosciuto, non mi sono sentita messa in discussione… Avvertivo piuttosto il pericolo della guerra”. Una guerra che oltre a certi protagonisti misteriosi faceva vedere cose di cui però non si doveva parlare. Come era successo per il treno del 16 giugno 1944 passato dal Piano orizzontale con i deportati della San Giorgio.

“Quando quel famoso treno è passato io ho cominciato a pensare: perché, cosa succede… A sentire quelli di lì era gente che andava in Germania a lavorare. Non c’era l’idea di dove finissero ma non se ne voleva parlare. Ne ho un ricordo preciso: la villa, il poggiolo, il treno che passa lì sotto… e l’urlo. Ero in camera. Corro sul poggiolo. Avverto questo rumore, un grido enorme e mi viene ancora la pelle d’oca, qualcosa di particolare, più persone, un verso non umano. E poi vedo questo treno rosso. Che arriva, arranca, c’era la salita, il treno rosso, i vagoni, queste braccia fuori. Il treno che si ferma. I treni prima di imboccare la galleria si fermavano sempre lì, dalla nostra casa, al piano orizzontale. Era pomeriggio ed era il treno di Sestri.

“Eravamo tanto lontani dall’immaginare che ci chiedevamo cosa stava succedendo. Poi quando il treno è partito e per terra sono rimasti i bigliettini con i nomi, i messaggi, allora abbiamo cominciato a capire. La reazione però, almeno nell’ambiente di lassù, è stata di silenzio. Nessuno che dicesse: stanno succedendo queste cose. C’era la consapevolezza di qualcosa di sinistro ma ricordo solo un grande silenzio. Nei negozi eravamo noi, i più giovani, che dicevamo cosa avevamo visto o il biglietto raccolto sulla massicciata. Gli altri… solo silenzio”.

A dicembre ’44 l’organizzazione di Ezio era stata scoperta e lui, in attesa di salire in montagna, si era nascosto. Andarlo a trovare era pericoloso; Miranda lo sapeva ma, dice, ricorda incontri festosi e non solo preoccupati.

“Andavo da lui, ogni volta una strada diversa, serenamente, senza angoscia. Ero disinvolta, mi guardavo intorno: mi sentivo sicura. Lui disegnava, scriveva, leggeva. Si muoveva nelle vicinanze del rifugio. Ci lasciavamo dei messaggi in posti che solo noi sapevamo e ci trovavamo magari in cima alle stradine che ci sono lì attorno. Ricordo la neve, le violette. A volte ci infilavamo in quei ricoveri che si trovano nelle fasce. Il desiderio di bruciare le tappe non c’è mai stato. Forse lo volevamo tenere lontano. Si cominciava a sapere cosa succedeva alla Casa dello studente. Erano fatti che gravavano anche su di noi. C’era però qualcosa di più forte che ci spingeva a vederci lo stesso, a portargli il pezzo di pane o di lardo o le uova che rubavo in casa.

Sapeva che Ezio aspettava di andare in montagna coi partigiani. Un giorno era arrivata e attaccato all’inferriata di una finestrina del rifugio c’era un messaggio: “nuvola, devo andare”. Da quel momento la separazione era stata assoluta. Solo una o due cartoline anonime e una lettera lasciata per lei a Camillo. “Ce l’ho ancora… A volte, dopo le nostre discussioni, torno a leggerla”.

“D’istinto, automaticamente, forse per il bisogno di non interrompere il nostro rapporto, sono andata, un po’ coi mezzi un po’ a piedi, in città, dal fotografo più famoso che c’era allora. Volevo fargli avere una mia fotografia. Da Bolzaneto a Genova, solo con questo pensiero. Per fortuna la foto m’era parsa brutta e la cosa era finita lì. Non avrei saputo come fargliela arrivare e ho capito che sarebbe stato pericoloso. Una risposta d’istinto che ancora oggi non saprei decifrare: da un lato un gesto leggero dall’altra un senso di disperazione, di vuoto “.

L’aveva rivisto a Liberazione avvenuta quando Ezio era arrivato, in macchina, con un amico, al Piano orizzontale. “Ero nei campi; li ho visti. Mi sono precipitata, avevo il cuore in gola. Neanche un bacino, naturalmente”. Quella era una guerra che dovevano ancora vincere.

La “batosta”, la polio, era arrivata nel ’47, contratta a scuola da due bambini durante una supplenza. Un dramma che apre definitivamente a Ezio la casa di Miranda. Ospedale; poi 8 ore di ginnastica al giorno fatte dalla mamma, dal massaggiatore, da Ezio. “Mia madre aveva capito che ci volevano bene, ci ha aiutati. La crisi invece l’ho avuta io. Quando mi sono resa conto… ho detto: no, basta, non si può condannare un uomo a vivere così, senza figli. Lui è riuscito a convincermi che la bomba era caduta su tutti e due e nel ’54 ci siamo sposati.

Quello che precede è un riassunto stringato dei miei colloqui con Miranda. Dovrebbe essere sufficiente per dare ragione della domanda che ho rivolto a Ezio in seguito all’incontro con Giustina. Quale rapporto vedi, gli ho chiesto, tra la tua storia di cospiratore e poi di partigiano e quella d’amore con Miranda?

“Per il nostro amore rischiavamo. È vero che quello che Miranda sapeva di me era poco. Io solo conoscevo gli altri del gruppo; lei no. Ma anche lei era compromessa. Presa, avrebbero potuto torturarla, farle dire dov’ero, cosa facevo. Sulla mia attività non potevano esserci dubbi. Ma il mio sentimento non era di protezione. Se avessimo avuto sentimenti simili ci saremmo separati, invece abbiamo continuato a vederci.

“Non sono scelte che si fanno col solo ragionamento. Sei travolto dall’amore – lo so, è una parola grossa – travolto da sentimenti che superano tutti i tuoi problemi quotidiani, di rapporto con gli altri, di sopravvivenza, di tutto. Perché quella cosa che vivi in quel momento è la cosa più importante, quella che ti sta rendendo superiore a tutti gli altri problemi. È anche la stessa che ti dà la possibilità di superare la situazione difficile; che ti aiuta a salvarti.

“Trovarsi, scambiare le proprie esperienze e i propri sogni: da lì veniva la forza per andare avanti, superare le difficoltà. Avevamo un forte proposito di stare insieme, di vivere. Il nostro amore era sicuramente un modo per superare le sciagure. Che poi neppure conoscevamo. Ad esempio dell’orrore dei campi di concentramento abbiamo saputo solo a guerra finita. No, gli orrori della guerra noi non li conoscevamo. Conoscevamo solo un nemico che ti costringeva ad andare con lui o ti sparava. I bandi erano un orrore della guerra: ragazzi che non potevano vivere come volevano. Ti condannavano a morte se non facevi quello che volevano.

“Volevamo vivere e il nostro amore era reso ancora più travolgente da quel contesto così pieno di conflitti e di pericoli. Era la cosa più bella che io avessi in quel momento… A parte, s’intende, il salame che a volte lei mi portava.

XI. La svolta dell’8 settembre

In una conversazione che si protrae per settimane è inevitabile che si proceda a zig zag. Tra un incontro e l’altro, mentre riascolto e trascrivo le registrazioni, scopro vere e proprie incomprensioni con tanto di involontari effetti umoristici. A volte gli argomenti esplodono, inattesi; altre stentano. Dopo mesi di incontri, Ezio, ha scoperto come anche lui, semplicemente sdoppiandosi, può rivolgersi delle domande che, se a volte non hanno una risposta, non sono per questo meno utili. Interrogarsi su cosa pensava al momento in cui votavano la controrappresaglia di Cravasco è ad esempio una domanda che difficilmente può trovare risposta. Ma il fatto di porsela sposta l’attenzione su comportamenti propri ed altrui, battute e gesti che hanno relazione col fatto e che possono aiutare a ricostruirlo. Ecco perché da qualche tempo un intercalare di Ezio è diventato “bisognerebbe chiedere” oppure “bisognerebbe sapere”. In corrispondenza di ciò ha preso anche a manifestare un cauto scetticismo verso le affermazioni definitive. Come ha fatto durante il nostro incontro del 2 ottobre 2002, il primo dopo il rientro suo e di Miranda dalla villeggiatura in Alto Adige.

Arrivo a casa loro attorno alle cinque del pomeriggio; come al solito dovremmo registrare fin verso le 8 quando Miranda ci chiama per la cena. Siamo nel suo studio seduti a due piccole scrivanie, contigue ma disposte ad angolo. Faccio partire il nastro. In genere Ezio, in attesa delle mie domande, fa girare una matita tra una mano e l’altra o sposta, ma di pochissimo, gli oggetti che sono sullo scrittoio; non per ordinarli; piuttosto per confermarli nell’ordine che già possiedono. Questa volta invece tiene fermi e stretti tra pollice e indice delle due mani gli estremi della matita e sorride. “Ho pensato alla storia che abbiamo ricostruito, dice, e mi sembra che non funzioni tanto bene”. Lo guardo, interrogativo. “Andare tanto indietro, prosegue, forse non serve. L’inizio di tutto, per tutti, anche per me, è stato proprio l’8 settembre”.

Non era una opinione che smentiva quello che avevamo messo assieme sino a quel momento. Piuttosto una sottolineatura: non diversa da quelle analoghe fatte a suo tempo da Gino, Luciano, Mauro, Badoglino, Bufalo, Miranda e altri. Tutti, senza che io li avessi in alcun modo sollecitati, avevano indicato nell’8 settembre una svolta delle loro storie individuali. Badoglino non ricordava niente del 25 luglio ma non aveva dubbi nel far cominciare la sua storia dal 9 settembre. Per Luciano “la caduta del fascismo era risultata una cosa festosa” da dove rapidamente si era tornati ad una quasi normalità. L’8 settembre invece era stata “una lacerazione, una esperienza dolorosa” che lo aveva “scioccato”. E Bufalo faceva risalire la sua avversione alle Brigate nere “con l’8, quando si era sciolto l’esercito e il fascismo era veramente finito” – per cui “quei signori” non avrebbero “neppure dovuto esserci”.

All’origine della battuta di Ezio, nel pomeriggio del 2 ottobre, c’era la riscoperta del suo piccolo diario. “Serve a capire che non ho aspettato l’8 settembre per cambiare il modo di pensare – certe idee le avevo già – ma è il mio modo di fare che è cambiato quel giorno. In quelle ore ho compiuto dei gesti che il giorno prima non sarebbero stati immaginabili. Ho nascosto la posta, preso contatti col nemico francese, tramato la fuga. Da militare, membro di un esercito, ho cercato una soluzione personale. Non solo io ma tutti erano andati fuori, dal re fino in fondo; e se loro erano così, figurarsi noi…”. E siccome l’ultima volta che ci eravamo visti lo avevo tormentato sul suo concetto di patria, in famiglia e poi in montagna, aveva aggiunto: “Il nostro, il mio concetto di patria veniva da quel giorno lì. Era qualcosa da demolire dalle fondamenta. Non sapevamo cosa avremmo fatto dopo ma sul cancellare tutto, azzerare quello che c’era stato prima, dal re al fascismo a quelli che ci avevano costretto a fare le cose che avevamo fatto ma che non avremmo voluto fare, eravamo tutti d’accordo”.

I sentimenti di quei giorni gli apparivano “la vera svolta”, il terreno politico su cui si era innestata la cospirazione e poi la montagna.

“Volevamo tornare a fare quello che volevamo; tutti: ebreo o comunista o chissà chi. È un pensiero che, nato quel giorno, ci ha seguito in montagna: tutto questo viver male col fascismo…basta, finito. Non avevamo le idee chiare, non potevamo averle, ma in tutti gli animi c’era un gran risentimento e la voglia di farla finita. Sognavamo un mondo che poi è risultato non esserci ma la patria non ne faceva parte. I fascisti, loro sì, parlavano di patria e combattevano con la bandiera bianca rossa e verde; noi della Balilla invece di tricolore non ne avevamo neanche uno. Bandiere rosse sì, tante, sempre; come i fazzoletti. Ma lassù, dove eravamo noi, la patria non c’era; comunisti e basta. La Balilla era con Stalin. I commissari promettevano giustizia sociale, lavoro per tutti, assistenza per tutti e i ricchi un po’ meno ricchi. Non sapevamo come ma avremmo fatto un mondo migliore, quello delle nostre canzoni; Il Manifesto era la nostra tabella di marcia. Lassù non c’era molta roba ma qualche libretto di quel genere lo avevamo. Dall’estate del ’44 la guerra era decisa. Sapevamo che l’avremmo vinta perché erano entrati in campo gli americani che però a guerra finita sarebbero andati via mentre l’Armata rossa sarebbe rimasta – La guardia rossa era la canzone che amavamo di più – e avrebbe messo a posto tutto. Avere le idee chiare su chi eravamo noi e cosa sarebbe avvenuto dopo era impossibile. Ma ci sentivamo comunisti”.

L’8 settembre era stato la speranza, fortissima, di farla finita con la guerra, un sentimento generale, il primo che dopo anni avesse sinceramente accomunato gli italiani. Ad esso era seguito l’abbandono unilaterale, individuale della guerra e della sua logica diabolica, il “tutti a casa” che, in seguito considerato ingenuo, era stato invece la premessa necessaria, l’inizio del rimescolio di posizioni di cui i miei interlocutori, Ezio, Badoglino, Luciano e gli altri dicevano d’essere stati i primi a sorprendersi. La stessa sorpresa che aveva colto Ezio quando, salito in montagna, aveva scoperto d’avere per compagni personaggi “inattesi”.

Dopo l’8 settembre non era stato facile stendere la nuova mappa dei cattivi. Ne esisteva una storica, seguita al ’22, ma non funzionava più se non per spezzoni.

“La verità è che prima del ’43 a Bolzaneto i fascisti li conoscevano tutti, nome per nome, e tutti conoscevano tutti: i fascisti, quelli della parrocchietta, i beghini, i proletari, le teste calde e sapevi di chi ti potevi fidare, dal livello più basso a quello più alto. Dopo il ’43, dopo l’8 settembre, no; cambiato tutto”.

Un cambiamento che aveva provocato un corrispondente bisogno di cercarsi, di riconoscersi – letteralmente conoscersi di nuovo – pur con i rischi della presenza di repubblichini e tedeschi. Come era stato ad esempio al funerale di Silvio Montecucco (n. 1920), cospiratore morto sparato la notte del 30 ottobre del ’44, mentre cercava con altri di sminare un ponte. Al suo funerale erano andati in centinaia, migliaia, “una enormità”; spie e questurini compresi. Tutti, amici e nemici, sapevano cosa Montecucco stava facendo la notte che lo avevano ucciso. “Tutta la sinistra, tutto il popolo di Bolzaneto era al funerale. Era un ragazzo di famiglia media, sportivo, un calciatore, simpatico, conosciuto; una figura limpida… Essere al suo funerale era rischioso come partecipare a uno sciopero. Un corteo che non finiva mai per uno ucciso mentre sminava un ponte, una azione militare, fuorilegge ma fatta da un ragazzo irreprensibile, bravo, leale. Nessuno era lì per caso. Un corteo silenzioso, senza bandiere; e le facce, la gente che si guardava negli occhi. Per riconoscersi e per sfida”.

Dopo l’8 settembre la guerra era cambiata; con essa i segni per riconoscere le appartenenze dei singoli. Avevano perso valore i codici tradizionali, condivisi ed era prevalsa la morale individuale: per la famiglia o per sopravvivere poteva essere lecito rubare o fare borsa nera, disertare o sottrarsi ai bandi. Nuovi codici ma anche nuovi interrogativi: come si sarebbero comportati i vicini? Quali le solidarietà su cui far conto? Una nuova dimensione della guerra era entrata con parole inquietanti, misteriose – bandito, partigiano, ribelle, renitente, taglia… – ma anche con le armi, nei quartiere, nel bar, nei rifugi. Fino al giorno prima a decidere per tutti c’era lo stato; dopo l’8 settembre tutto diverso. Ognuno, individualmente, era stato chiamato a decidere su come comportarsi di fronte ai bandi, difendersi dai bombardamenti, sbarcare il lunario, non farsi spedire in Germania.

“Volontà di azzeramento” e “stupore”: parole che Ezio ripete più volte. Luci in fuga dalla Benedicta che si era salvato in casa d’un fascista; stupefacente come la “enormità” di popolo convenuto, con gravissimo rischio, al funerale di Montecucco, come la “stranezza”  dei compagni scoperti in montagna. Lo stesso stupore che Ezio aveva avvertito in coloro che, a Bolzaneto, il giorno della Liberazione lo avevano visto per strada, armato, in divisa da partigiano: “Mia, u Essiu…u figgiu du Bartoli” (guarda, Ezio, il figlio di Bartoli).

“Non sapevano che ero coi partigiani. Forse neppure lo immaginavano. Avevamo portato i prigionieri tedeschi nelle scuole di Bolzaneto. Ero sulla scalinata, sicuramente anche per pavoneggiarmi, e guardavo le facce dei bolzanetesi, lì sotto; allibiti; tutta la gamma della meraviglia. Mi salutavano con rispetto e a volte con tenerezza. E poi, dopo, passeggiando per Bolzaneto, mi sentivo abbracciare, stringere da gente che non avrei mai supposto che mi amasse così; una sensazione nuova, quasi un turbamento. Non ricordo un solo sguardo che mi dicesse: maledetto, sei andato a fare quel lavoro lì. Solo consenso o meraviglia, specialmente meraviglia. I fascisti, almeno in quel momento, erano tutti morti”.

Le facce di Ezio e dei suoi compagni di montagna non appartenevano al passato ma al presente. Anche per questo era più facile per loro riscuotere l’ammirazione e la riconoscenza dei più. Il giorno della Liberazione era stata la vera fine dell’8 settembre perché aveva messo la parola fine al tormento di non riconoscersi, all’isolamento, alla ricerca della soluzione individuale. Dopo un tempo che era parso infinito gli attori della liberazione erano stati l’ultima sorpresa e l’inizio di una nuova normalità. “Al momento della Liberazione non c’era ancora governo, niente. C’era però la certezza assoluta della direzione che avremmo presa: avanti. Non saremmo tornati indietro”.

Il giorno della Liberazione, che a Bolzaneto si era conclusa il 26 aprile, era stato “bello, bellissimo, uno dei più belli” della vita di Ezio. Ci sono gesti, semplici, naturali ma compiuti in situazioni straordinarie, che hanno il potere di svelarci a noi stessi; subito o col tempo. Giacimenti che continuano a fornire materiali utili anche dopo anni dalla loro scoperta. I colpi di cannone sparati da Ezio il 26 aprile dalla galleria della camionale, “dietro a Gaslini”, e indirizzati sulla collina opposta, le “case Borneto”, sede di un comando tedesco che rifiutava la resa, erano stati l’occasione irripetibile per potersi apprezzare ed essere apprezzato. Ezio racconta l’episodio come un film, il film della vittoria dove il caso aveva voluto che a lui, uno degli ultimi arrivati nella Balilla, un guerriero che Battista giudicava di “seconda scelta”, toccasse la parte di protagonista.

Artigliere del regio esercito che non aveva mai sparato un colpo se non di prova, Ezio, con pochi ma veri colpi sparati con un cannone nemico in parte smantellato, era entrato e uscito gloriosamente dalla guerra nel giro di qualche ora. Dopo, i suoi compagni e la gente che dai terrazzi e dai tetti aveva fatto da spettatore (“una battaglia è sempre uno spettacolo, pericoloso ma spettacolo”), lo avevano guardato in un altro modo. E Battista gli aveva regalato i binocoli. “Incredulo, senza dire una parola se li era sfilati dal collo. Tieni, aveva detto”. Forse, osserva Ezio con il suo solito sorriso dolce ironico, li aveva appena presi a qualche ufficiale tedesco e ai suoi occhi non avevano quel gran valore.

“Loro ci sparavano addosso, dal loro comando, la collina delle case Borneto. Noi eravamo dalla parte opposta e in mezzo la gente, a guardare. A militare, come puntatore, avevo fatto le esercitazioni ma il contrasto tra le condizioni previste a scuola e quelle in cui mi trovavo era enorme. Se ci fosse stato il mio ufficiale mi avrebbe messo in prigione per due o tre mesi: ho violato tutte le regole possibili e immaginabili. Bisognava sapere con precisione le dosi di polvere, il fulminante, il proiettile ma in quel momento era impossibile E poi non c’era l’alzo: i tedeschi lo avevano distrutto prima di abbandonare il pezzo.

“Qui – Ezio, per spiegarsi, usa una mappa presa da Tuttocittà – la collina, Morigallo, con le casette dette da Borneto. Qui c’è il Secca che viene giù, qui il Polcevera, qui il ponte sul Secca, qui la Camionale e il casello, qui l’ospedale Pastorino, poi la curva e la galleria dove stavano i tedeschi, snidati e portati via prigionieri, e dove stavamo noi: io, Johnson e qualche altro. Dalle case Borneto i tedeschi sparavano in tutte le direzioni. Battista, il prete, l’avvocato Costa erano andati con la bandiera bianca a chiedergli la resa ma loro non ne volevano sapere. Dentro la nostra galleria c’erano due cannoni, mi sembra 105 o 110. Ho detto a Battista: c’è un cannone; se le mitragliatrici da 20 non servono, un cannone… Lui mi ha guardato come a dirmi: ma chi lo fa sparare? Ci penso io, gli ho detto. Posso? E lui, dubbioso: va beh. Ma… sei sicuro?

“Prima di armare il cannone l’ho tenuto in galleria. Poi ho puntato ma c’era una curva e non sapevo dove appoggiarlo. Era un cannone da campagna, con delle ruote di ferro e i sedili per i soldati, come quelli della guerra ’15-’18. C’era il problema della polvere, dei fulminanti. In galleria ce n’era ma in un caos indescrivibile. Cerco quello che serve: la polvere era nei sacchetti, dischi già predisposti. Mi sono detto: proviamo con due sacchetti. Poi la stoppa. Trovo anche i fulminanti. Alla fine lo spingiamo fuori dalla galleria ma avevo fatto un errore: non avevo pensato, prima di metterlo in posizione, di guardare dentro la canna. In mancanza di alzo guardare dentro la canna è l’unico modo per puntare.

“Sono andato a occhio, sopra la volata. Di là intanto continuavano a spararci. Mi riparavo dietro lo scudo. Non conoscevo il mezzo ma ero sicuro di saper sparare. In testa io e gli altri che erano con me avevamo un elmetto tedesco dipinto di rosso col minio. Ce li avevano dati quelli delle SAP. Pioveva. Ho negli occhi la terrazza dell’Ospedale: medici, malati, infermieri tutti lì, sotto la pioggia ad aspettare che il colpo partisse. Avevano visto che armeggiavamo mentre, chissà come, si era sparsa la voce che avremmo sparato con un cannone. Avevo calcolato lo sbandamento del cannone e ho raccomandato agli altri di mettersi tutti da una certa parte. Andrà a finire qui, gli ho detto. Ho legato una corda al revolver, ho mirato al centro della collina, sono andato distante e ho tirato. Una atmosfera d’attesa, come se in quel gran caos per un attimo si fosse fermato tutto; tutti in silenzio: solo il rumore della pioggia e loro che continuavano a sparare da matti. Tiro la corda, parte il colpo. Il cannone fa un casino impressionante, picchia nel muro e storce lo scudo ma alla fine si ferma. Battista coi binocoli cerca l’effetto. Niente; il colpo era finito dietro la collina, sopra a chissà chi. Mi ha guardato dubbioso ma io ho ricominciato, tranquillo: questa volta ero sicuro di fare centro. Ho rimesso il cannone in posizione, ho guardato dentro alla canna, ho mirato bene e abbiamo sparato di nuovo: il primo colpo è andato al centro delle villette e il secondo è entrato in una delle finestre. Battista era emozionato: guardava ora il bersaglio ora me.

“Il pubblico, quello della terrazza dell’ospedale, urlava, applaudiva, salutava con dei gesti delle braccia. Altre persone si erano ammucchiate nei punti da dove si vedeva la scena. Abbiamo sparato ancora 3 o 4 colpi fin quando loro hanno alzato la bandiera bianca. A quel punto c’è stata una ovazione ma noi avevamo già il colpo in canna. Un proiettile con la spoletta. E chi lo levava? Intanto un sacco di gente si era messa a correre verso la collina dove i tedeschi si dovevano arrendere. Non era solo la guerra; era una corsa alla roba, viveri, vestiti, strumenti. Fame ma anche commercio: ormai la borsa nera era nel entrata nel DNA. Io il colpo non lo levo, ho detto; e un altro: ormai che c’è glielo tiriamo lo stesso, dai. Dopo tutto anche loro avevano sparato su quelli che andavano a parlamentare con la bandiera bianca. E così gli abbiamo spedito anche quello.

“Battista, dopo la loro bandiera bianca, era corso là a vedere: c’erano ufficiali, camion, macchine: una cosa seria. Lui era il comandante militare, era il momento della gloria. Poi è ritornato indietro e ci siamo visti dov’era la sede delle Brigate nere. È stato allora che mi ha dato il binocolo. Lo stesso che porto al collo nella foto riportata sul libro di Balestreri mentre scortiamo i prigionieri tedeschi.

“Il trattore, che si vede nella foto che trascina il cannone, lo avevamo preso a Morigallo. Dopo la resa di Bolzaneto la voce che avevamo un cannone si era sparsa. C’era stato un accavallarsi di richieste: tutti ci volevano per snidare gli irriducibili. Ma i camion erano stati sabotati, gomme, motori a pezzi. Quel trattore invece aveva le gomme piene e miracolosamente funzionava. Abbiamo agganciato e siamo partiti: col trattore pieno di proiettili, polvere, fulminanti; un rischio enorme. E la gente in giro che faceva ala, applaudiva, ci buttava i fiori: un trionfo. Al Campasso il trattore si è sganciato. Io e Ramon, seduti sul cannone che era attaccato a rovescio, siamo finiti col timone in una farmacia. Una figura barbina ma noi invece giù a ridere. Avevamo vent’anni, eravamo felici, ridevamo come matti. E tutti ridevano con noi. Abbiamo riattaccato mentre tutti continuavano a ridere e applaudire. Era una grande festa, la nostra, la loro.

“Così fino a Sampierdarena dove, nella curva di viale Canepa, abbiamo piazzato il cannone. Dietro un silos di vini con i muri tutti scavati dalle schegge c’era un deposito di mine marittime e dentro un gruppo di tedeschi che non voleva mollare. Solita preparazione e poi tiro, un colpo, due, tre… Al terzo una esplosione indescrivibile, mai sentita, mai vista: tutte le persiane di Sampierdarena, tutti i vetri di Sampierdarena, tutti i cornicioni di Sampierdarena si sono messi a salire in una nuvola enorme sopra di noi. Noi, col nostro elmetto rosso, la guardavamo salire a bocca aperta, stupefatti per le conseguenze catastrofiche di quel colpetto da niente. Dentro c’era di tutto, ma proprio tutto: spranghe di ferro, secchi di legno, scale. Ci siamo buttati in un portone prima che tetti, cornicioni, la roba di tutta Sampierdarena cominciasse a pioverci in testa. Il deposito di mine era esploso, polverizzato.

“Stavamo per tornare a casa col nostro cannone quando quelli della brigata Buranello ci hanno detto: c’è ancora un lavoro da fare alla Lanterna. In un casino inimmaginabile, rimettiamo il cannone su viale Canepa e coi binocoli cerco di individuare il punto. Sotto la Lanterna c’erano delle casematte. Quelle, chiedo io? E loro: no, più su, più in alto. Guardo e vedo che più su ho dentro la Lanterna. Se sparo così, dico, butto giù la Lanterna. Non lo faccio. E loro: Alua, ciù vixin che ti peu (allora più vicino che puoi). Comincio a battere da sotto e poi piano piano salgo. Poi ho detto: no, basta, non sparo più, non voglio passare alla storia per quello che ha tirato giù la Lanterna. Perché le cannonate, come i colpi di mortaio, anche solo vicine, qualche effetto lo hanno comunque”.

L’avventura delle cannonate di Bolzaneto, di Sampierdarena e poi della Lanterna, un vero racconto sceneggiato, ha creato tra noi un clima di ilarità. La nuvola di oggetti che si alza roteando nel cielo di Sampierdarena tra lo stupore di un gruppetto di artiglieri improvvisati che hanno in testa un elmetto rosso di minio è mimata da Ezio in modo talmente felice che ho la sensazione di trovarmi sul posto. Ezio è un affabulatore ed è consapevole dell’effetto raggiunto. All’improvviso però diventa serio e si interroga sul racconto appena concluso. Qual è il significato di questo racconto? chiede. Tutto quello che ho riferito è vero ma ci sono aspetti di cui non ho parlato che però hanno la loro importanza. Quel giorno, in quelle ore avevano riso molto – lo ricordava perfettamente – ma aveva vissuto anche altri sentimenti, più solitari: la fatica dello scontro, il timore di non andare a segno. Ne era uscito scavato. C’era dentro tutto, dalla stima di se stesso alla storia della sua istruzione militare. Anni dopo era andato a Pescia per incontrare il tenente che nel ’43 a Diano Marina gli aveva fatto istruzione. “Volevo dirgli che i suoi insegnamenti mi erano serviti; lui era uno contro i tedeschi e gli avrebbe fatto piacere”.

“Mi sembra, dice ancora Ezio con tono scettico, che le emozioni del proprio vissuto non si riescano a trasmettere. Nel racconto tutto diventa astratto. La drammaticità di un episodio di un cannone rimesso in batteria in condizioni improbabili e utilizzato con modalità assurde, da fucilazione, si perde… Invece per me quello è stato il momento centrale della Liberazione: ero il protagonista e toccava a me prendere le decisioni. Una situazione appagante ma anche drammatica: la gente intorno aspettava il finale ma io avevo la preoccupazione che saltasse tutto; l’atmosfera era pesante, carica di attesa, di paura poi di colpo, con la resa, il clima è cambiato, grida, applausi, abbracci; tutte cose che però prendono significato solo dal dramma precedente”.

Le cannonate di Ezio avevano contribuito, e non solo perché avevano costretto alla resa un presidio nemico, alla fine della guerra. Si sa che, perché questo avvenga, devono essere sopiti o soddisfatti i desideri di vendetta che si trovano nell’animo di ognuno. Grazie alla partecipazione di popolo, sia pure in posizione di osservatore, alle sue cannonate, alla fine di quella giornata molti avevano accettato più facilmente l’idea che la guerra fosse definitivamente finita.

 

XII. Il disertore

Alla fine del ’46, dopo un anno nella polizia – glielo aveva chiesto il partito – Ezio era andato a lavorare a Sampierdarena, operaio dell’Allestimento Navi.

“Sui moli della Fiumara un universo di 2 o 3 mila persone, sembrava di essere in Unione Sovietica; almeno noi la immaginavamo così. Capo del personale, comunista; capo reparto, comunista. Gaggero, lucidatore del mio reparto, fratello di Andrea, prete, partigiano e comunista. Sempre in riunione, sempre politica. C’era la crisi e non si lavorava mai”. Riunioni, lettura dei testi sacri del marxismo, discussioni; l’ideale non avrebbe potuto sopravvivere senza autodidatti entusiasti e loro lo erano. Di tutto quanto succedeva, la cellula di partito era il cuore pulsante. “Ho fatto il segretario per 15 anni. All’inizio era facile. Facevi il tesseramento per un partito che aveva combattuto più di tutti, màrtiri più di tutti, sacrifici più di tutti, l’ideologia più bella di tutte, il futuro più bello di tutti… Beh, cosa fai? Non vuoi prendere la tessera? Infatti la prendevano”.

Poi, neppure troppo lentamente, le cose erano cambiate. Sui moli a cancellare il lavoro e a disarmare l’operaio era arrivata la crisi: economica, aziendale, di settore. “Eravamo i primi a essere convinti che la crisi ci fosse davvero. Sapevamo che erano necessari ordini, armatori, capitali. Volevamo collaborare ma era il contrario di quello che voleva la dirigenza. Avevamo appena finito una guerra che abbiamo dovuto cominciarne un’altra: per tenere aperte le fabbriche, per non licenziare nessuno, per fare piani per trasformare le aziende. C’erano i consigli di gestione, ma non contavano niente. Gli operai erano un’arma che avrebbe potuto essere utile anche a loro, ai dirigenti, ma l’hanno rifiutata, derisa.

La lotta degli operai dell’Ansaldo era stata terribile. “Noi, gli operai, avevamo l’illusione di uscire finalmente dagli anni bui del fascismo, della guerra, da uno stato di inferiorità e di oppressione a cui eravamo sempre stati sottoposti. Sapevamo che eravamo un paese distrutto; che i soldi erano pochi e i sacrifici necessari. Ma da loro veniva solo una persecuzione che non aveva ragioni economiche: volevano gli operai in ginocchio. E’ stato terribile. Tagliavano i tempi, il cottimo; lo straordinario diventava ordinario o prolungamento d’orario, oppure ti tenevano lì a far niente con salari impossibili. Ci dicevamo: come può chiamarsi democrazia un sistema che permette tanta prepotenza?

“Ti costringevano allo sciopero e ci rimettevi un sacco di soldi; uno sciopero di 8 ore era sangue, costava una fortuna. Per quelli come me che lavoravano in coppia magari con uno che non era un compagno – con un compagno era più facile, chiudevi la cassetta dei ferri e te ne andavi – e avevi con lui la stessa bolla di cottimo, era un casino. Fine della solidarietà, dell’amicizia: tu ti fermavi per due ore e lui no: alla fine erano 4 ore di differenza di lavoro e di stipendio. Il calcolo della bolla diventava complicato e quello non voleva più far coppia con me, perché scioperavo”.

A noi, agli operai, dice Ezio, mancava la cultura politica necessaria per contrastare tanta “prepotenza”. C’era il partito, ma era diretto da “predicatori, utopisti, uomini il cui credito personale derivava dall’aver patito la prigionia, il confino, il Tribunale speciale. Venivano anche loro dal mondo che avevamo sconfitto e i loro discorsi non servivano a capire le cose che stavano succedendo nella fabbrica. Ce ne siamo resi conto quando si è cominciato a ristrutturare, licenziare, a cambiare i dirigenti, far sparire i Consigli di gestione, limitare l’azione della Commissione interna. Allora finalmente abbiamo cominciato a capire. Anche loro, le dirigenze aziendali, erano in ritardo. Ma tra loro quelli che non capivano li cambiavano. Da noi no. E quando la direzione Ansaldo ha messo la cassetta delle idee che avrebbe potuto essere una occasione per dire la nostra sulla fabbrica, la parola d’ordine del partito era stata: boicottare. Guai a collaborare; lo avevano fatto solo la Cisl, i crumiri e i falegnami.

“Sì, i falegnami, il mio reparto, da tutti giudicati il punto debole dello schieramento operaio; artigiani piuttosto che operai. Quasi tutti col doppio lavoro – lavoravano nelle botteghe – erano anche i più crumiri. Era tra loro che aveva preso piede la Cisl, altro fatto che ci aveva trovato impreparati. Quando l’avevano fondata, all’Allestimento, siamo stati noi a portare in salvo, e con difficoltà, quello che era venuto a presentarla, perché gli operai volevano annegarlo. Era la fine dell’unità sindacale ma noi continuavamo a pensare che avremmo potuto fare da soli. Erano i tempi in cui la CGIL prendeva il 70% dei voti”.

Invece la Cisl, “a volte solo un nome, un personaggio sparuto, magari venuto da fuori”, aveva dato un volto a posizioni che tra gli operai esistevano realmente ma dal partito erano sottovalutate o giudicate con disprezzo. Col passare del tempo erano aumentate anche le divisioni. Gli operai avevano rivelato una complessità che contrastava con gli schematismi con cui il partito era solito rappresentarli. Il partito che, per nascondere le sue difficoltà, si muoveva alla perenne ricerca della prova di forza.

“Abbiamo fatto una infinità di scioperi ma non trovavamo mai il tempo per discutere davvero di politica. I nostri problemi non corrispondevano a quelli di cui leggevi quotidianamente sul giornale o andavi a discutere in sezione. Lì si parlava sempre di organizzazione mentre noi lottavamo per il lavoro, il pane. Lotte drammatiche; ogni 2 o 3 anni una crisi: chiudiamo! E noi: no, non chiudete. Lo Statuto dei lavoratori è arrivato dopo anni, eppure era dopo la Liberazione che avremmo dovuto farlo. Ma chi ci pensava? Perché a noi comunisti non sembrava importante? Ci hanno pensato i socialisti, Brodolini, ma non noi. Noi in compenso scioperavamo per tutto: la pace, Lumumba, la Spagna, tutto. Persino per uscire a dare l’ultimo saluto ad Antonio Negro, al suo funerale che passava: noi lì allineati, col pugno levato e due ore di permesso non pagato. Doveva passare alle 3 e invece è passato alle 4. Non ci hanno dato la multa ma abbiamo dovuto pregarli di prolungare il permesso. No, non avevamo dirigenti politici adeguati. Non avevamo una politica”.

Per quasi 15 anni, il segretario di cellula Ezio Bartoli aveva combattuto in prima fila: tesseramento, sottoscrizioni, diffusione stampa, volantini, riunioni, contabilità e palchetto per gli oratori. Era dura dover spiegare alla gente le cose di cui non era convinto, ma era stato allora che aveva scoperto che erano in tanti a non crederci. “Ci sono dei segnali che aiutano a capire: la diffusione della stampa, la raccolta dei soldi delle tessere, le sottoscrizioni. E’ facile chiedere soldi per una causa in cui credi; ma se quelli che devono darteli hanno degli squagliamenti allora diventa impossibile. Il nostro appuntamento era il movimento di massa, la politica; lì siamo caduti.

“Non avevamo alternative. Stava solo a noi migliorarci; diventare la forza che dicevamo di essere. Non ci siamo riusciti anche se, ancora per qualche anno dopo la Liberazione, abbiamo pensato che ce l’avremmo fatta. C’erano persone che sapevano farci vibrare: Concetto Marchesi, Terracini, che nel Convegno dei 5, alla radio sapeva mettere a posto tutti, e poi Banfi, Calvino, Pasolini. Sì, Pasolini, anche se è venuto dopo. Lui è stato una cosa nuova. Non era ben visto nel partito ma quando è nato l’ho amato subito. E con me tanti altri. Della sua esistenza non me l’aveva detto nessuno; al partito ufficiale dava noia Mi dispiaceva che avesse delle grane con la questura per fatti di malcostume ma era fuori di dubbio che fosse una cosa nuova. Avrebbe dovuto essere lui il segretario del partito e forse qualche scossa l’avrebbe data”.

Ai dubbi e alle sollecitazioni che venivano dalla fabbrica, i dirigenti reagivano con insofferenza. Paura di aprire falle organizzative, di perdere l’autorità di cui ancora godevano. Oppure gli proponevano il comunismo realizzato, quello sovietico. Come fosse una alternativa credibile al malessere generale e in ogni caso senza dirgli come ci sarebbero arrivati. Capaci solo a ridicolizzare le cose che dicevano gli avversari. “Quando Agnelli aveva detto: l’auto costerà come le bistecche, tutti a dirgli che era un buffone che per dimostrare la superiorità del capitalismo diceva delle stupidaggini. Invece era vero: oggi l’auto costa come le bistecche, forse un po’ meno”.

Dall’URSS, portate da compagni che tornavano di là magari dopo un viaggio premio, arrivavano invece notizie inquietanti. Morasso, il mitico capo dei comunisti di Bolzaneto e della Tarasca, di ritorno dall’URSS aveva detto a Ezio “non so come facciano a vivere; sono tutti poveri; lavorano tutti ma sono tutti stracci”. C’era anche chi tornava col cuore gonfio di gioia “per le manifestazioni, le bandiere, il trionfalismo”, ma veniva preso in giro. Ezio e altri gli dicevano “ma noi abbiamo lottato per farci piacere queste cose? L’Italia come loro in parata? E’ roba che conosciamo bene; qui abbiamo già avuto il fascismo”. Non era solo questione di militanti, di iscritti ma di tutti quei lavoratori non di partito a cui tutti i giorni raccontavano la storia del futuro del comunismo e che appena ne succedeva una, a Potsdam o in Ungheria, gli dicevano: beh, adesso come la mettiamo?

“Era un tormento continuo; quando lavoravi o nelle pause; quando entravi nello spogliatoio o quando ne uscivi, mentre andavi alla mensa, mentre tornavi dalla mensa; sempre, in continuazione. Se Gagarin andava in orbita quel giorno tiravi finalmente un respiro; in orbita anche tu. Quando invece arrivava l’Ungheria… allora restavi a terra. Lì, subito, arrivava il maestro d’ascia, il tubista: ti presenti solo quando le cose vanno bene, ti diceva. Era solo l’inizio”.

Erano le vittime di qualcosa che loro stessi avevano costruito, con fatica, un giorno dopo l’altro. Ogni avvenimento del globo terrestre doveva toccarli; responsabili di tutto: fame, disgrazie, occupazioni, bombardamenti, persecuzioni. Portavano il mondo sulle loro spalle; difendevano tutta l’umanità. In realtà non riuscivano neppure a difendere se stessi e così facendo cercavano solo di nasconderlo. Erano compiti assurdi, spropositati. A volte se lo chiedevano: ma come faremo, a fronte di tutte queste cose, ad arrivare al comunismo? Poi si erano resi conto che non ci sarebbero arrivati mai e che tutto gli stava cadendo addosso: dirigenti, contratti, economia, piani aziendali; altro che comunismo.

Ezio non era il tipo di militante che si sentiva investito del compito di liberare il popolo. Apparteneva piuttosto al popolo che lottava per liberarsi dalla miseria materiale, dalle mortificazioni, dalla insicurezza. Anche per questo non aveva avuto difficoltà a riconoscere che le risposte del partito erano inadeguate.

“Eravamo in mezzo. Da una parte gli operai, i compagni di lavoro, dall’altra i nostri capi, i funzionari di federazione. A questi toccava a noi dirgli di tutto: come facciamo a spiegare queste cose alla gente, ai compagni? E voi stessi come ve le spiegate? Sul giornale le risposte che cercavamo non c’erano mai. Abbiamo dovuto aspettare il memoriale di Yalta per dirgli: vedete che era vero quello che vi dicevamo? Che quella strada qui non funziona. E che loro, per convincere le persone che le cose vanno bene, hanno bisogno del KGB”.

Ezio, come molti altri suoi compagni, era permeato di democrazia, credeva nella libera discussione e nella critica. Non aveva capito però che quella non era una discussione vera e che a lui era stato assegnato solo il compito di propagandare la politica del partito, non di sperimentarla.

“Dovevi interrogarti su quanto avevi raccontato sino ad allora. Dovevi convenire: sì, c’è un problema Stalin; c’è la dittatura, la burocrazia, la persecuzione dei poeti, degli artisti, dei pittori. Perché dall’Urss non usciva mai uno scrittore, un pittore, un musicista? Voleva dire che la creatività della gente, del popolo, era oppressa, limitata. Tra i compagni erano in tanti a pensarlo. E poi che sistema è che se non sei d’accordo ti arrivano i carri armati? Che democrazia può essere quella dove le percentuali dei favorevoli erano quelle assurde che ci venivano fornite. Infine, colmo del ridicolo, i resoconti entusiasti di quelli che andavano là e ti raccontavano delle porcellaie con gli addetti in grembiule bianco e i maiali puliti come se fossero usciti da un bagno schiuma. Per non dire di altre notizie a loro modo esaltanti: mietitrebbia enormi, camion enormi, silos enormi, raccolti enormi. Poi tutti gli anni a comprare il grano e a sperare che l’America glielo vendesse”.

Dall’altra parte l’America del maccartismo, nemica dei comunisti e quindi degli operai, che sosteneva i democristiani e i dirigenti nemici degli operai. L’America disinteressata al fatto che anche il popolo comunista l’aveva amata. “Alla fine eri costretto a scegliere tra due mali e già questo del male minore era un brutto scegliere. Quelli là, i tuoi, non avevano capito, forse avevano male interpretato, comunque avevano fatto errori gravi ma il marxismo non sembrava da buttare via. Questi qui però i nostri problemi – per la madonna – proprio non volevano risolverli. Non ci volevano, non volevano la nostra intelligenza, ci negavano”.

Nel ’61 Ezio aveva lasciato il cantiere, i compagni, il fronte di lotta. Non era stato l’inizio della revisione ma il punto di arrivo. Dentro si era rotto qualcosa. “Il 30 giugno del ’60, il giorno famoso della manifestazione contro Tambroni, mentre i miei compagni facevano a sassate, io ero alla spiaggia, ai bagni Europa. E’ la prova che non mi sentivo più coinvolto, che avevo maturato il rifiuto. Non ne potevo più di salvare il cantiere, di scendere in strada. All’ennesima crisi produttiva ho preso la decisione di andarmene ma non ero il primo; piuttosto il duemillesimo. Anche questo ha avuto il suo peso. Quel compagno se n’era andato, quello anche, così quell’altro e l’altro ancora. A questo punto anch’io mi sono sentito autorizzato a lasciare. Nel 1960 avevo 37 anni e non potevo andare avanti con Ansaldo, sempre crisi, sempre manovale specializzato”.

Uno “strazio”, altro che decisione facile: l’abbandono di “un fronte ormai sguarnito che il mio gesto contribuiva a indebolire”; non tanto l’abbandono del partito ma dei compagni di lavoro. “Disertavo. Ho tradito il movimento operaio: era questo il mio sentimento di allora. Ci avevo pensato a lungo, da solo e con Miranda. Ma non avevo vie d’uscita. Niente futuro per il cantiere, niente futuro personale, nessun futuro per la nostra politica. Per primo se n’era andato il segretario e fondatore della sezione del Cantiere, la prima sezione di fabbrica fatta in Italia, e dopo di lui gli altri. Le motivazioni di 10 o 15 anni prima erano finite e al loro posto non ce n’era di nuove. La crisi del settore era continua: ogni tanto arrivava un petroliera sennò Q90, voleva dire stare dentro a far poco o niente. Avvilente: riunioni di cellula, corsi di partito. Parlavamo solo tra noi; una cosa ridicola, un passatempo insopportabile”.

Con Miranda, da quando nel 1954 si erano sposati, stavano a Genova, nel quartiere di san Fruttuoso. “Mi alzavo alle 5 e mezza e a piedi andavo a Terralba a prendere il tram: quasi un’ora in piedi fino a Sestri. Arrivavo e c’erano 100 gradini per andare nello spogliatoio che era all’ultimo piano, poi li scendevi e andavi a bordo a lavorare. Per accedere alla mensa c’erano quasi 2 km da fare a piedi, lo stesso per tornare a bordo: passerelle, scalandroni. E’ difficile, per chi non ha visto, immaginare le condizioni di lavoro a bordo, in una nave appena varata: buchi, correnti… Fianco a fianco, in mezzo a correnti mortali che passano dagli oblò aperti o dai varchi delle porte da completare, lavorano quello che salda lo zinco, l’operaio che sistema la lana di vetro, quello che prende a mazzate le lamiere, il saldatore, quello che usa la fiamma… Un ambiente indescrivibile. Mio fratello, che una volta era venuto al Cantiere in visita con altri dirigenti, alla vista di quel casino era rimasto incredulo, allibito.

“Tornavo a casa tramortito, assiderato, col mal di testa, di schiena, di piedi e cominciavo l’assistenza di Miranda. Era maestra ma è stata 7 anni senza lavorare per i postumi della polio. Si trattava di recuperarla. Io avevo dei problemi enormi e lei non ne parliamo. Il partito poi non è che mi assecondasse; anzi. Ero tra i pochi attivisti che potessero sfruttare e mi sfruttavano. La domenica, quando finalmente potevo stare con lei, aiutarla, capitava che mi mandassero a diffondere l’Unità o a raccogliere le firme per la pace. Poi c’erano i congressi di cellula, di sezione, le assemblee, gli attivi…”.

Ezio, lo riconosce di buon grado, non aveva mai avuto “l’orgoglio dell’operaio”. Anche per questo aveva approfittato di una delle tante crisi con relativo Q90 per riprovarci con la scuola. “Mi portavo i libri sul lavoro, uscivo e andavo al Pareto. Ho fatto 3 anni in uno anche se non ero più tanto fiducioso nelle mie capacità”. Se l’era cavata. “In italiano andavo bene. E poi i miei compagni di classe erano degli zoccoloni, addormentati; io invece andavo lì con l’idea di riscattarmi – sposo una maestra e ho solo le scuole elementari. Al primo tema ero stato il migliore; avevo preso 10. Il professore mi aveva chiesto: fa il professionista? E io: veramente sono un manovale specializzato. Lui allora mi aveva fatto un sacco di complimenti. Non si occupi più dell’italiano, mi aveva detto, ma solo delle materie dove è più indietro. Era stato un inizio confortante”.

Nel ’61 – “finalmente”, chiosa Ezio – c’era stata l’ennesima crisi. “Sempre fuori a bastonarsi con la Celere, a bloccare il traffico; una angoscia: soldi pochi e niente”. Miranda invece aveva cominciato a riprendersi e a fare qualche supplenza. “La situazione era migliorata, ho capito che era venuto il momento. Vanno via tutti, ho detto, vado via anch’io. Quello che dovevo fare l’ho fatto”. Basta obbedire come soldati: andare nella polizia o fare il segretario di cellula: “all’inizio ero d’accordo, dopo non più”. Nel ’61 aveva conosciuto un collega di Miranda, un maestro, che faceva il doppio lavoro; una ditta di Milano: buoni nelle cassette della posta, concorsi per la promozione delle lavatrici. Erano uscite le prime ma le vendite non marciavano. “Una ditta di Milano aveva inventato i buoni da mettere nelle cassette. Si chiamava Publidì. Il maestro mi aveva fatto la proposta. Quando ho avuto la sicurezza dell’assunzione, il 25 dicembre del ’61 mi sono licenziato. Coi soldi della liquidazione ho comprato una Seicento e due mesi dopo, a febbraio, ho cominciato a lavorare con Publidì. Così per 7 anni; ho fatto anche carriera: capo zona, ispettore; dovevo viaggiare, Roma, Torino, Padova…”.

Con la Publidì aveva un contratto a prestazione, se restava a casa niente soldi, e lui, per integrare, si era messo con Miranda a fare ceramica. “Abbiamo frequentato una scuola e vendevamo discretamente. Quando ricominciava la campagna dei buoni, partivo. Tra l’altro ero arrivato a godere d’una certa considerazione; mi facevano fare anche interviste di consumatori, sondaggi per vari clienti… Con loro ho chiuso nel 1969. All’epoca, mio fratello era il capo personale dell’Alitalia e conosceva il capo del personale della Società Autostrade. Quando ancora lavoravo al Cantiere mi aveva detto più di una volta “vai via, lascia; non fare più il comunista; hai dato abbastanza”. Ma quando nel ’61 ero uscito il mio era ancora il profilo di un non raccomandabile; diverso da quello che mi ritrovavo nel ’69. Ormai ero un dimenticato, potevo ricominciare. Società Autostrade: ero preoccupato. Non ero preparato a fare l’impiegato dentro un ufficio; forse avrei potuto fare l’assistente, l’esattore. Alla fine mi hanno messo agli stipendi: 200 persone. Avevo 45 anni e il primo mese non lo dimenticherò mai; da brivido. Ma la gente brava esiste e mi ha aiutato”.

Al colloquio di assunzione il responsabile del personale, mentre gli chiedeva dei lavori precedenti, leggeva il suo curriculum: manovale, manovale, Publidì… “Mi guardava incredulo. Ma lei da dove viene? mi ha chiesto. A più di 40 anni, senza un titolo di studio non si assume nessuno. Mi guardava e si chiedeva chi mai potessi essere. Stavo lì davanti a lui, un pacco raccomandato, una meteora piovuta sul primo tronco Autostrade SPA. Lui, che aveva una lista di attesa chissà quanto lunga, confezionata ad uso di tutti i politici di allora, continuava a studiarmi. Alla mano, intelligente, simpatico, di Camogli, pallanuotista, guardava ora me ora il mio libretto di lavoro. Ma lei da dove viene? ha ripetuto. E io: vengo da Asteriti – era il capo del personale delle Autostrade, amico di mio fratello. Ah, ha detto lui. E’ rimasto un po’ in silenzio e poi: qui sono tanti, maledetti e subito, ha detto. Infatti erano 15 mensilità”.

In seguito erano tornati a parlarsi e Ezio gli aveva raccontato la sua storia. Lui aveva detto: peccato, dopo il ’45 lei ha perso l’autobus. Sceso dai monti non doveva andare nella polizia ma fare la cosa giusta, studiare… Appunto, aveva pensato Ezio.

“Con Autostrade sono stato fino all’83. Avrei avuto dei vantaggi se ci fossi rimasto ancora 6 mesi e mi hanno chiesto se per caso avevo dimenticato di approfittarne. No, gli ho detto, non voglio lavorare più. Ho cominciato a 13 anni… è quasi da 50 che lavoro. Senza titolo di studio ero entrato al sesto livello ma ci stavo benissimo: dalle mense dell’Ansaldo a una mensa col cameriere! Dopo il periodo di prova, ogni tanto, ci andavo anche con l’Unità in tasca e loro hanno capito. Non mi sono iscritto a nessun sindacato: ero un intoccabile ma era meglio così. Tutti amici, un mucchio di soldi, un mucchio di ferie, la mensa col cameriere; il mio capoufficio che dava del tu a tutti ma che a me ha sempre dato del lei”.

Ezio tace un po’, poi fa un gesto con la mano come dire, peccato. “Facevamo Settembrate meravigliose, avevamo giornali per ogni età e ogni cultura – Rinascita, l’Unità, Vie Nuove, Noi donne, il Pioniere, Il contemporaneo, Politica e economia – sedi imponenti; tutte cose costate anni di sottoscrizioni e di sofferenze di tutti i lavoratori ma abbiamo demolito tutto. Abbiamo bruciato montagne di miliardi per arrivare a un punto dove probabilmente saremmo arrivati comunque…”.

Chiedo: “E’ questa la morale? E lui: “Ce n’è una diversa?”.

 

XIII. Il ricordo

26 settembre 2002: abbiamo deciso di porre fine almeno per un po’ alle registrazioni. Ora tocca a me: devo cominciare a scrivere.

Ezio ci ha pensato durante le due settimane che ci dividono dall’incontro precedente e ha steso alcuni appunti su un foglietto che ora tiene davanti a sé. “La memoria si perde. È un fatto biologico” dice, stupito che uno come me che passa il tempo a maneggiare i ricordi del prossimo non mostri interesse per questo aspetto. “Bisogna accontentarsi”, osservo sorridendo. Sorride anche lui ma la battuta lo lascia insoddisfatto. Forse, fa notare, ciò che si perde non è casuale ed è difficile attribuire un valore a ciò che si ricorda se non si sa cosa si è perduto. Gli chiedo se ci sono cose che gli sono tornate in mente sotto le mie sollecitazioni. Tornate in mente no, risponde, ma ripensate o lette da un altro punto di vista, attribuendo a certi particolari una importanza nuova, questo sì. Ecco, gli dico, una prova che il ricordo è una specie di principio attivo. Sono molti i fattori che possono modificarlo e noi con lui. Piuttosto, chiedo, da dove arriva l’osservazione con cui mi ha accolto?

Quando erano scesi dai monti erano stati loro, i partigiani, che avevano fatto tutto: dalle sezioni di partito alle sale da ballo; loro che avevano vitalizzato le vecchie società operaie, fatto circolare la carta stampata. Loro, tutti insieme: quelli che lassù avevano scoperto le discussioni e il fare “alla garibaldina”, senza aspettare la mano dal cielo. Poi, col tempo, ognuno aveva preso la sua strada.

“Ci siamo separati; venuti via da Bolzaneto. E’ stata anche la fine della nostra storia che era personale ma, specialmente, di un gruppo”. Via il gruppo, i ricordi erano rimasti patrimonio di singoli. Ma quale conto si poteva fare della memoria del singolo? La domanda se l’era già fatta quando, dopo la Liberazione, era entrato nella polizia. Con altri poliziotti partigiani – non molti ma, almeno fino ai primi mesi del ’46, ancora “sulla cresta dell’onda” – si era occupato della istruzione delle pratiche di epurazione e di concessione dei passaporti (“c’era un sacco di gente che voleva emigrare”). Raccogliendo testimonianze nelle portinerie, il vicinato, i colleghi di lavoro, Ezio si era reso conto della loro parzialità. “Sullo stesso fatto ricevevo dichiarazioni assolutamente inconciliabili; quasi mai per malizia ma per un diverso modo di sentire”. Aveva scoperto come semplici sensazioni prendessero facilmente il posto dei fatti ai cui contorni sfumati “ognuno spesso supplisce mettendoci del suo”.

L’aveva notato anche le rare volte che aveva messo a confronto i suoi ricordi partigiani con quelli dei suoi compagni. “A volte il ricordo di una situazione è affidato a un particolare che però ha colpito solo te”. Diverso il particolare, anche il ricordo del fatto spesso mutava. “Il mio comandante che per farci dormire aveva ucciso il cane che abbaiava quello è un fatto. Lo ricordo, credo, perché aveva per me un significato preciso nel contesto che stavamo vivendo. Dovevamo essere cattivi con gli umani e non era certo un cane che poteva farci esitare. Noi non andavamo in giro a uccidere cani o gatti o mucche, noi cercavamo gente, uomini da uccidere. Ma era anche un gesto bellicoso che probabilmente contrastava con l’indole e l’inclinazione dei più, certamente con la mia. E’ questo mio disagio, chiede Ezio, la ragione del ricordo di quel particolare e quindi del fatto?”.

C’è anche, prosegue, il ricordo che si trasforma con noi. Che si impoverisce o si arricchisce, comunque si essenzializza. “La mia fuga dalla Francia l’avrò raccontata almeno 10 volte, ai miei genitori, ai miei amici, a mia cugina, ai miei nipoti e ora a te. Col passare del tempo ho notato che tralasciavo certi particolari, a volte a favore di altri, e che le versioni che via via ne davo non somigliavano alle precedenti. Ma non per questo erano meno vere”.

A confonderlo ci si era messa anche l’impossibilità di trovare riscontri di episodi che invece nel ricordo emergevano nettissimi. Ad esempio il percorso seguito durante la fuga dalla Francia. “Anni dopo la fine della guerra ho rifatto il percorso dalla Francia fin al colle dell’Iseran, il passo del diavolo, lo stesso che avevo attraversato a piedi, in fuga verso l’Italia. Ero passato da lì, mi ero fermato; probabilmente qualcosa era cambiato ma di quel che avevo visto a suo tempo non riconoscevo nulla”. Era, chiede, per l’emozione di allora o per quella di esserci tornato?

E i vuoti? Quale significato attribuire all’oblio completo di azioni che pure avevano una ripetizione pressoché quotidiana? “In montagna cosa mangiavamo al mattino? Ci lavavamo? E dove? E la barba? Solo due di noi l’avevano. Ma gli altri dove se la facevano? In casa dei contadini? Ricordo solo una vivagna dove ci si lavava, sotto la strada, a Cravasco. Ma la pulizia, la faccia, i piedi, le palle, il sedere… A volte mi viene il dubbio che non ce li siamo mai lavati. Forse quando andavamo a Montoggio in albergo ci si lavava. Ma non avevamo biancheria di scorta, asciugamani, mutande, niente. Tutto questo, per mesi, comportava dei problemi”. Che però non avevano lasciato traccia.

La memoria, fa notare ancora Ezio, dipende sicuramente dal nostro personale rapporto coi fatti. Là dove il ricordo è “pesante” viene accantonato; si preferisce l’oblio. Ezio usa più volte la parola “rimozione”. Alla fine della guerra, dice, solo i partigiani avevano un rapporto positivo coi fatti successi nei mesi precedenti. Erano sopravvissuti allo scontro e al ritorno erano stati osannati: si sentivano eroi, erano giovani. Gli altri, quasi tutti gli altri, giovani e meno giovani, di ricordi piacevoli non ne avevano molti; comunque preferivano guardare avanti. Il dopoguerra era stato un fiume; “dopo pochi mesi non si ricordava più niente, prevaleva la voglia di vivere. Qualche manifestazione ancora il secondo anno, poi tutti travolti dalla ricostruzione, dalle necessità. C’era bisogno di lavorare e di divertirsi. Le sezioni di partito erano diventate sale da ballo. La prima cosa che hanno fatto è fare sale da ballo dappertutto”.

Lo stesso avevano fatto lui e altri suoi compagni di partigianeria ma non solo perché pressati dalle impellenze durissime della vita. Erano stati i fatti avvenuti dopo il 25 aprile a ferirli.

“C’è stata una specie di rimozione. Anche io come gli altri non ne volevo più sentir parlare. C’erano i comunisti che organizzavano le manifestazioni ma ci andavano solo i comandanti, Battista, Zorro… quelli lì. Da parte mia e di altri c’era stato un basta; abbiamo fatto la guerra, battuto il fascismo ma ora non parliamone più. Non solo perché bisognava occuparsi del lavoro, la casa, il mangiare, i processi ai partigiani ma, specialmente, per gli episodi di sangue, le vendette che avevano macchiato la bellezza, il valore della nostra guerra”.

Al contrario di quello che si era fatto credere in seguito, già allora, fa notare Ezio, quei fatti erano apparsi gravissimi, terribili, non inevitabili. “Gente dell’ultimo minuto che con un’arma in mano si era trovata nell’opportunità di risolvere un conto personale e che in quei frangenti ci è riuscita. La Liberazione è stata un bagno di sangue… Io ero nella polizia partigiana e l’ho vista dalla caserma di Bolzaneto. Arrivavano gli americani a farci l’esame balistico delle nostre armi per vedere se eravamo stati noi a sparare. Non eravamo noi ma non riuscivamo a impedire quelle cose. Succedevano”.

L’atmosfera di quel periodo ne era uscita “avvelenata”; non era stato possibile “cogliere il frutto dei sacrifici che avevamo fatto”. Si erano liberati ma molti – “gli anziani più dei giovani” – avevano faticato a capire che era l’inizio di una fase nuova e non il regolamento di un vecchio conto. Come sua madre: una donna generosa, aperta, consapevole che la sera del suo ritorno a casa gli aveva annunciato con la soddisfazione dei giusti che quelli che dovevano pagare avevano pagato anche se, purtroppo, all’appello ne mancava uno.

“E’ vero, sono gli aspetti inevitabili della guerra: l’odio che si accumula, la lotta per la sopravvivenza, la necessità di trovare comunque un colpevole di qualcosa di cui ognuno era un po’ responsabile. Erano storie che risalivano alla vittoria del fascismo. Il primo pensiero di quelli che sono tornati a Bolzaneto dopo la Liberazione è stato di andare a cercare tutti i fascisti che avevano tiranneggiato, i cattivi, i manganellatori, i distributori di olio di ricino, gente conosciuta da tutti con nome e cognome che poi son stati trovati morti, tutti o quasi, nel canale davanti al cimitero. La puzza dei cadaveri era tale che si sentiva a distanza”.

La caccia era cominciata con i più stupidi; quelli che si erano arruolati per soldi nelle Brigate nere, magari pochi giorni prima della fine quando i furbi si squagliavano. Dopo di loro era toccata agli altri, donne comprese.

“E’ stata un’ombra sul movimento di resistenza, sulla montagna, sui partigiani, sulle nostre belle avventure ideali. Quello che succedeva era altro dalla nostra storia comune, quella di lassù; era il prevalere di altre storie, di motivazioni individuali; vendette personali. A Bolzaneto c’era un campo di concentramento, in un deposito di legnami, un capannone sulla strada per andare a Gemignano. Non sono mai andato, forse non volevo sapere. Lì facevano delle specie di processi. Tutti quelli che hanno partecipato a ste cose non ci sono più. Non ho mai cercato di indagare. Molti prigionieri poi sono stati trovati morti. Chissà chi era andato a prenderli, cosa gli era stato contestato, chi li aveva giudicati, chi eseguito la condanna. Sono cose che allora si facevano; una esaltazione collettiva, impressionante. Credo che la rimozione sia avvenuta anche per questo. Per me almeno è stato così. Io ho avuto una saturazione tale da questi fatti che non desideravo mettermi lì a ripensare, a raccontare. Tanto che quando Leonida Balestreri, il giornalista, è venuto a raccogliere i nostri ricordi, per fare il libro sulla Balilla, mi ricordo che Battista ci ha portato lì quasi a forza perché nessuno ci voleva andare. E sì che Balestreri era pieno di rispetto per noi e ci ha dedicato espressioni romantiche, gentili. Ma non riuscivamo più a mettere insieme il gruppo: chi non voleva, chi non poteva, chi era in prigione”.

Persino la ricorrenza del 25 aprile ne aveva sofferto. Tanto che ogni gruppo di partigiani, appena aveva potuto, se n’era fatta una sua propria, da celebrare in un posto particolare dove avevano combattuto o erano morti dei loro compagni. Ma neppure così era stato facile. Quando nel ’46, a un anno dalla Liberazione, qualcuno aveva detto “andiamo alla Sella a commemorare i nostri”, la reazione dei più era stata “di nuovo sulla Sella?”. Bisognava andarci a piedi, spiega Ezio, e nessuno ne voleva sapere: “perché andare fin lassù? Vediamoci qui all’Anpi di Bolzaneto…”. Da allora, tutti gli anni c’erano tornati ma all’inizio era stato necessario trascinarceli perché nessuno ne aveva voglia.

Lo stesso desiderio di chiudere e dimenticare anche con gli amici della famosa sera in casa Meirana. Dopo la guerra da dove tutti erano usciti vivi, non c’era stato un seguito di spiegazioni; né con quelli che, dopo aver risposto al bando, erano finiti in campo di concentramento, in Germania, né con chi era andato con Salò.

“Non ricordo discussioni né ci siamo rinfacciati. Per tutti era una storia finita; fino a 21 anni insieme poi ognuno per la sua strada. Per lo stesso motivo, dopo la guerra, la gente si era messa a ballare e non la smetteva più. Ballavano dappertutto. La cosa principale era ballare. Noi, il Fronte della gioventù, eravamo in difficoltà: avevamo sognato una società nuova ma non di ballerini. Convocavi una riunione e non veniva nessuno. Tutti dovevano andare a ballare o a ricostruirsi una vita o a ricominciare a lavorare o a cercarsi una ragazza e la riunione non serviva a nessuna di queste cose. Tutto distrutto, tutti senza soldi, poco o niente da mangiare. Ancora per anni c’è stata una crisi spaventosa. Non c’era lavoro, si cercavano i prigionieri scomparsi; non potevamo metterci a fare i conti tra di noi: tu hai fatto così e lui colà. In seguito lo abbiamo fatto; ma, appunto, in seguito. Prima invece è stata davvero una liberazione, una parola che racchiude tutti questi significati. Che bella! Voleva dire basta, niente più bombardamenti, dormire per tutta la notte, fine dell’oscuramento e poi fumare, finalmente”.

Tutti, anche Ezio. Non aveva deciso di dimenticare; semplicemente era stato preso dalla vita. Prima di salire in montagna era un aggiustatore meccanico ma al suo ritorno l’azienda si era trasferita a Bresso e lui non aveva avuto voglia di mettersi in viaggio. Mentre pensava a sistemarsi il partito gli aveva chiesto di fare il commissario di polizia. Quando, dopo un anno e mezzo, aveva lasciato erano rimaste solo le briciole. Ognuno correva per la sua strada, di nuovo da solo, e non aveva più voglia di sentir parlare di quelle storie.

Una rimozione che si era approfondita nel corso degli anni Cinquanta e Sessanta. “C’erano stati i processi ai partigiani e di Resistenza era meglio non parlare troppo; tabù”. Era stato quello il momento della soluzione di continuità, “quando tutti abbiamo cercato di dimenticare cosa era successo. Io ne parlavo un po’ con Miranda, magari non nei particolari, ma con altri no, mai”. E poi, aggiunge Ezio, “altro è il ricordo di un episodio, altro un racconto col quale dare un senso ad una serie di fatti, vissuti da noi e da altri”. Il punto debole, l’inizio del distacco poteva essere fatto risalire alla mancanza di una trama, di una storia che desse un senso alle loro storie di renitenza, di cospiratori, di partigiani. Un problema con cui Ezio si era trovato a misurarsi in almeno in due occasioni: una volta, alla fine degli anni Cinquanta, davanti ai suoi compagni di lavoro del Cantiere navale e in seguito, quando ormai era pensionato, durante gli anni Ottanta, con dei ragazzini delle scuole elementari e medie.

“Al Cantiere di fare la commemorazione me lo avevano chiesto il giorno prima del 25 aprile; roba da infarto. Dì pure quello che vuoi ma non farla lunga, mi ha detto il compagno che mi aveva incaricato. Odio quelli che arrivano coi foglietti in mano ma ho passato la sera precedente a scrivere. Dalla Liberazione erano passati quasi 15 anni e già allora sembravano tantissimi. Mi domandavo a cosa legarla perché non avevo dubbi: dovevo legarla a quello che eravamo noi lì”. Era una lotta che continuava; così la sentiva lui, così i suoi compagni comunisti, così la presentava la stampa di partito. Resistenza, Liberazione, Costituzione, lotta per attuarla, e loro, i partigiani, i democratici, gli operai a combattere per l’occupazione, gli investimenti e tutto il resto. Non c’era posto per le storie, le esperienze individuali.

“Avevamo un capo del personale, un vero stronzo, e le mortificazioni erano continue. Io l’ho messa sul piano della democrazia, della libertà. Avevamo combattuto, ho detto, e molti ci avevano lasciato la pelle, per la libertà, la democrazia anche se lì c’era qualcuno che non se ne dava per inteso. Intendevo così restituire attualità a quello che avevamo fatto. Quella volta me l’ero cavata ma in seguito, quando abbiamo incontrato i bambini delle scuole che ci domandavano perché avevamo scelto di fare il partigiano, le cose che avevo detto allora non mi sembravano più comprensibili”.

Chiedo a Ezio se si era chiesto quale rapporto ci fosse tra la lotta dei partigiani e la vita di quei ragazzini. Risponde: “Dovevano essere i libri e non io a dirlo. Io potevo solo rispondere alla domanda perché allora avevo fatto quella scelta”.

Lui e altri partigiani della Balilla comparsi a scuola per l’occasione, si erano comportati “onorevolmente” ma non avevano faticato a capire che le loro storie poggiavano sul vuoto. Appartenevano ad un racconto declamato per anni quasi esclusivamente ad uso interno – il sacrificio degli antifascisti, la costituzione inattuata, il tradimento dello spirito del CLN, il filoamericanesimo della Dc. Sciolte da queste riflessioni anche le loro storie di partigiani scomparivano o “si riducevano ad un fumetto”.

“Agli incontri con gli studenti andavamo in due o tre, in gruppo; forse per farci coraggio o per confermare quello che diceva l’uno o l’altro”. Uno quasi cieco, uno con la tosse e la sciarpa, l’altro con l’asma. Tutti vestiti da vecchi e più coperti di quello che la stagione richiedesse: una immagine patetica, scoraggiante. “Altro che conquista della rossa primavera. Io soffrivo. Non potevamo ricorrere alla magia della letteratura, ai flash back di una pellicola cinematografica. Avvertivo la perplessità dei ragazzi mentre noi gli dicevamo: cercateci, chiamateci perché siamo sempre meno a poter rispondere. Tartassateci perché presto nessuno potrà più rispondere alle vostre domande”.

La memoria altrui – ha scritto Vittorio Foa – ha senso solo se elaborata su domande proprie: la scuola, gli insegnanti e i ragazzi, avevano curiosità, simpatia per Ezio e i suoi amici partigiani, ma non domande, (Vittorio Foa, “Questo Novecento”, Torino, 1996, p. IX). Erano invece loro, i partigiani, che volevano parlare, rispondere agli interrogativi che ancora avevano dentro.

I libri di scuola di quei ragazzi, Ezio lo sapeva da Miranda, arrivavano per lo più alle soglie della seconda guerra mondiale. “Non so come ci avesse presentato la maestra, se aveva usato la parola partigiani e quale significato avesse per lei. Al contrario dei miei compagni, io sapevo chi erano i bambini. Con loro bisogna essere cauti; il lavoro della maestra è molto delicato. Ci voleva anche diplomazia. Per un partigiano che entrava nella scuola le maestre dovevano invitare un idraulico, un giornalista, la tromba del Carlo Felice, un poliziotto… Come loro, anche noi eravamo una categoria, quella degli ex partigiani, sbucati dal nulla grazie alle sollecitazioni di Pertini, il presidente della Repubblica che era stato partigiano.

“I miei amici avevano qualche difficoltà a inquadrare il contesto delle loro decisioni. Io invece cercavo di spiegare come vivevamo e di cosa allora sentivamo la mancanza. Anche Luciano lo faceva ma, meticoloso com’era, finiva per perdersi nei particolari. I ragazzi ci facevano sempre le stesse domande. La prima, nelle classi elementari, era: quanti ne avete uccisi?”

E noi, dice Ezio, a rispondere che la guerra era una cosa complicata, che si spara ma non si sa con precisione dove finiscono i colpi e che il fatto più importante non era sparare ma scegliere di non andare coi fascisti e tedeschi, di opporsi con le armi a una guerra insensata e così via. Raccontavano poco della guerra e molto di quando erano stati ragazzi, del loro desiderio di libertà. Sui loro libri, alla Resistenza erano dedicate poche righe. “A noi toccava di animarle. La cosa più difficile da spiegare a dei ragazzi è che una persona anziana è stata giovane”.

Alle medie la richiesta più frequente era “com’è che siete andati coi partigiani?”. La questione della scelta, osserva Ezio, era il nocciolo ma non era facile da spiegare.

“Come si fa a dire – ammesso che te lo ricordi – cosa hai pensato nei giorni e nelle notti passate in bianco a decidere da che parte andare. Da un lato ero spinto ad andare indietro, a quando si è bambini, ai tanti bivi che si incontrano nella vita e a quando si sceglie una strada e un’altra. Ma se scegli vuol dire che dentro hai già qualcosa che ti permette di orientarti, magari la semplice capacità di ragionare e questo vuol dire educazione familiare, abitudini, amici… Se imbocchi questa strada rischi di non finirla più. Serve però a far capire che, quando arriva il giorno in cui devi scegliere tra due soluzioni i pensieri riguardano piuttosto il come fronteggiare le conseguenze, perché sulla direzione da prendere non hai molti dubbi”.

Ezio se la cavava parlando poco della sua famiglia e puntando invece sulle vicende di allora, la guerra di cui, tranne uno o due, la maggior parte dei ragazzi presenti non sapeva.

“Con la guerra, gli dicevo, nessuno poteva decidere niente. Gli uomini partivano per il fronte ma le famiglie sapevano solo vagamente dove si trovavano e contro chi combattevano. Per chi restava c’era una fame orba, i bombardamenti di notte e di giorno, le distruzioni, l’oscuramento, il coprifuoco, la borsa nera. Il fascismo era un regime autoritario, nato senza elezioni, che aveva messo in galera gli oppositori, i capi dei partiti di sinistra, dei sindacati e usava una sacco di spioni – spesso gente comune alla ricerca di piccoli favori – per controllare i cittadini. Poi gli parlavo di casa mia dove non c’era l’acqua calda, il telefono, la radio e dove la bicicletta era un mito. A questo punto infilavo l’8 settembre: lo sfacelo. Centinaia di migliaia di soldati che si erano trovati in posti sconosciuti, spesso circondati da gente che gli voleva fare la pelle, abbandonati da un’ora all’altra senza informazioni, senza ordini. E per quelli che in qualche modo erano riusciti a ritornare casa c’erano stati dal novembre del ’43 i bandi della repubblica che li chiamavano alle armi per combattere a fianco dei tedeschi”.

Cosa avrebbero dovuto fare, chiedeva Ezio, quelli come lui? Presentarsi o imboscarsi? E chi decideva di scappare, dove mai avrebbe potuto andare?

“Se ero riuscito ad agganciarli andavo avanti e mi mettevo a parlare di quelli che avevano preso il fucile, come noi che eravamo lì, ma anche degli altri che magari erano stati incerti fino all’ultimo o erano stati male consigliati dai genitori o si erano affidati alle autorità dell’epoca. Le alternative, dicevo, erano o andare con la repubblica di Salò, che stava coi tedeschi contro Alleati e italiani che risalivano da Sud, o fare il contrario. A distanza di tempo la decisione può sembrare facile ma allora la situazione era confusa, drammatica. Sbagliarsi era possibile. Alcuni erano andati prima da una parte e poi dall’altra, e viceversa. I più avevano cercato di prendere tempo, di sottrarsi. C’era anche il problema della sopravvivenza. Oggi è difficile da immaginare ma c’erano giorni che non si sapeva proprio cosa mangiare. I partigiani non ti davano soldi ma un’arma e con loro avevi anche un po’ da mangiare. Ma era tutta una incertezza. Se andavi con i partigiani e venivi catturato dai fascisti, era la fucilazione. Se sapevano che eri con loro mettevano in galera i tuoi famigliari. Se andavi con quelli di Salò mangiavi ma eri al servizio dei tedeschi e ti mandavano a dar la caccia ai partigiani per fucilarli. Bisognava decidersi. Alla fine la guerra l’avevano vinta gli Alleati. La storia, dicevo ai ragazzi, aveva dato ragione a noi e a quelli che avevano lottato contro il fascismo e contro il nazismo”.

Ma più della guerra i ragazzi volevano sapere dove dormivano, cosa mangiavano, le armi che avevano, se avevano ammazzato molti nemici…

“In tutti i film il bravo è quello che ammazza più cattivi e loro, almeno mi pareva, ci avevano dato il ruolo dei bravi. Ma era un atto di fiducia perché non ci voleva molto a capire che del passato, del fascismo, di guerra e dopoguerra loro non sapevano niente. E i ragazzi, se nessuno racconta, non chiedono. Ho pensato che fosse perché noi partigiani e sapisti eravamo pochi e la Resistenza era stato un fatto straordinario ma circoscritto. Una spiegazione che mi è parsa debole quando ho scoperto che neppure mio nipote sapeva qualcosa di allora. Eppure suo padre, mio fratello, era stato attivo nella cospirazione, aveva rischiato molto. Ma non aveva raccontato. Perché? E’ vero che la Resistenza armata è stata un fatto limitato a pochi ma per i pochi che combattevano c’era tantissima gente ad aiutare. Ma nemmeno questi hanno parlato”.

Per loro, i partigiani andati a scuola a raccontarsi, c’era stata attesa. Era la parola guerra che incuriosiva il giovane pubblico e suggeriva scenari avventurosi.

“Era stato così anche per quelli della mia generazione con la prima guerra: i racconti in casa, i disegni su La Domenica del Corriere, le divise, le armi, episodi eroici e sacrifici d’ogni tipo. Ma noi sapevamo molto della prima guerra. Loro invece della seconda non sapevano niente: schieramenti, armi, battaglie, fascismo, nazismo, processo di Norimberga, niente. Nel 1983 e ’84, quando noi siamo capitati a scuola, gli anni Trenta e Quaranta non c’erano ancora arrivati; qualche informazione e basta. Oggi mi chiedo cosa realmente possano aver pensato quei ragazzi, quei bambini di fronte alla nostra esibizione. Noi ce la mettevamo tutta. Capitava che qualcuno di noi avesse qualche difficoltà a spiegarsi ma nel complesso – coi bambini è più facile – è andata sempre bene. Non mettiamoci in soggezione, avevo detto ai miei compagni, ci faranno delle domande e noi risponderemo. Se riusciamo a infilarci qualche nostra opinione o qualche nostra esperienza, tanto meglio. Diciamo le cose come siamo capaci. Le maestre, le professoresse, i direttori erano rimasti contenti. Qualcuno ci aveva perfino chiesto di ritornare”.

Quando il vento che li aveva portati fin lì aveva smesso di fischiare, a loro che avevano fatto quell’esperienza erano rimaste le domande dei ragazzi. Sufficienti per capire che, a scuola, di nazismo, di fascismo e della guerra di liberazione si sapeva ben poco e che loro, i partigiani, non esistevano se non per se stessi. Le pagine dei libri di scuola che avrebbero dovuto parlare di quei fatti erano bianche o insufficienti.

“Anche noi, quand’ero ragazzo, guardavamo con curiosità i superstiti della guerra del ’15 – ’18; nei cortei dei combattenti, ai funerali. Ho fatto a tempo a vedere l’ultimo garibaldino superstite. Lo portavano con cura, su una sedia perché non si stancasse. A vederlo così non si poteva certo capire come avesse fatto a seguire Garibaldi ma io conoscevo quella storia, avevo visto le raffigurazioni della partenza da Quarto, dello sbarco e delle battaglie in Sicilia; sapevo che era stato giovane come quelli ritratti sulle stampe”.

Una volta, durante uno degli incontri avuti in una classe elementare, Ezio aveva anche incontrato “il bambino che non la beve”. Non più di 10 anni, aveva una bella faccina intelligente ed era stato zitto a fissarlo, attento. Alla fine aveva alzato la mano e gli aveva detto che lui la scelta di fare il partigiano l’aveva capita ma quella di andare a fare la guerra, e ad ammazzare altre persone, no. Lì per lì la cosa lo aveva fatto sorridere: come si poteva fare il partigiano e non fare la guerra? Quella volta era stato attento a dosare le parole più impegnative, a mettere a fuoco l’importanza dei messaggi familiari rispetto a quelli politici più difficili da spiegare ai bambini. Sugli aspetti militari, cruenti aveva sorvolato. Il ragazzo però non si era lasciato fuorviare. Era sbagliato, aveva detto, stare dalle parte dei cattivi, che avevano voluto la guerra e avevano fatto i campi di concentramento ma, era stata la sua domanda, entrando nella Resistenza sapeva che avrebbe dovuto ammazzare delle persone? Non gli aveva chiesto quanti ne aveva ammazzati ma se al momento della scelta aveva preso in considerazione la possibilità di dover ammazzare qualcuno. Ezio non ricorda cosa avesse risposto ma in seguito aveva ripensato più volte a quella che allora gli era parsa una piccola provocazione.

Operavano in una zona il cui controllo era conteso tra loro e il nemico. Ognuno dei contendenti doveva far capire all’altro di essere il più coriaceo; e non a parole. In seguito era diventata la regola di ogni guerra ma allora era una realtà sconosciuta.

“Potrei dire di me che ero un ragazzo sensibile, un cuore tenero. Nella brigata che operava in quella terra di confine io ero finito in parte per necessità – mi cercavano per farmi fuori – in parte per caso: mi avevano accolto quando ormai le formazioni partigiane avevano chiuso il reclutamento. Se devo essere sincero erano scelte che non avrei voluto fare. Non sentivo il bisogno di cospirare né di fare il partigiano. Mi bastava che i russi arrivassero a Berlino. Vedevo la morte tutti i giorni, la morte vera: gente sparata, sequestrata. Rischiarla proprio quando la guerra stava per finire e i tedeschi avrebbero fatto le valige non mi piaceva. Sono salito in montagna perché era l’unico sistema per sopravvivere. In città prima o poi sarei stato preso. Quelli come me li impiccavano. Ma, mi chiedo come quel bambino mi chiedeva, tutto questo è sufficiente per spiegare perché uno va ad accoppare altri come lui?”.

Prova inquietudine chiunque scopra come sentimenti, parole e gesti che hanno segnato la sua vita appaiano, in un breve volgere di tempo, incomprensibili. Nell’ultimo scontro coi tedeschi prima della Liberazione la Balilla aveva avuto due morti. Lino, salito tra gli ultimi in montagna, era morto all’inizio della battaglia senza neppure avere il tempo di capire cosa stesse succedendo. Luci era morto poco dopo, mentre combatteva al suo solito modo, sfrontato. Una storia passata, certo. Ma chi erano Lino e Luci? E come era che quel giorno si trovavano lì a far quella cosa che gli era finita così male? Erano le domande a cui, a 40 anni dai fatti, i loro compagni, a scuola, davanti a dei ragazzini, avevano cercato di rispondere. Liberi dall’obbligo della celebrazione, avevano dato l’unica risposta possibile: avevano raccontato di sé.

Sei chiamato due volte a parlare della Resistenza, dico a Ezio, e lo fai in un modo completamente diverso. La prima volta esalti la continuità tra la tua lotta di operaio degli anni Cinquanta e la lotta in montagna. La seconda scegli di raccontare di te. Cosa è successo, durante i quasi trent’anni che separano i due fatti, che ti ha indotto a cambiare il tuo racconto? La mia osservazione crea a Ezio un po’ di disagio. “In tutte e due le situazioni ho fatto la stessa cosa, mi risponde, solo che i ragazzi volevano sapere perché eravamo diventati partigiani…”. Gli faccio notare come al Cantiere avesse trattato il passato come parte integrante di un processo in corso là dove, molto tempo dopo ne aveva parlato come se lo giudicasse concluso.

Dietro le due diverse “commemorazioni”, al Cantiere e a scuola, che a distanza di anni Ezio aveva proposto, c’era la sua storia nel dopoguerra, di militante politico comunista, di operaio e poi, dal 1961 di agente pubblicitario e ancora, dal 1969, di impiegato della Società Autostrade; una vicenda non solo economica ma anche morale e politica.

“Tutto questo essere pestati… finita la prospettiva di vincere e anche solo quella di migliorare… S’era capito che il partito non avrebbe governato mai”. Ecco un’altra buona ragione – ho pensato – che aveva spinto Ezio e altri, negli anni Cinquanta e Sessanta, a cercare di rimuovere il passato. Perché la continuità che lui disciplinatamente aveva ribadito durante la sua commemorazione del 25 aprile alla lunga risultava ingombrante. Se non si andava al governo anche Lino e Luci erano morti per niente per non dire di loro, i comunisti, che per anni erano stati tartassati e discrimimati “per non approdare a nulla”. Dimenticare era un modo per separarsi da un passato il cui richiamo risultava insopportabile.

“A scuola, dice Ezio, raccontare di noi ai ragazzi serviva a far capire che, almeno per la maggior parte, eravamo il risultato dei bandi di Salò, i bandi che da novembre ci chiamavano a combattere a fianco dei tedeschi”. Nino, il piemontese compagno di fuga di Ezio dalla Francia, mentre a St. Cyr il generale Wolf arringava gli italiani prigionieri dicendo che sarebbero stati ben accolti nell’esercito tedesco, aveva urlato con veemenza: “mio nonno ha combattuto contro di voi; io con voi a combattere mai”. Lo aveva urlato con tutto il fiato che aveva in gola prima ancora che il generale finisse di fare la sua offerta. Eppure, sottolinea Ezio per far notare l’enormità della ribellione esplosa in quei giorni, Nino era “un piemontese benpensante” che dopo il ritorno in Italia si era imboscato per riemergere solo a guerra finita.

Era stata la nascita della repubblica di Salò e la sua chiamata alle armi, dice Ezio, che aveva dato inizio alla renitenza e poi alla Resistenza. “Se non ci fossero stati i bandi io non avrei cospirato o fatto il partigiano; avrei preso la licenza media e forse quella superiore. I ragazzi volevano sapere perché noi eravamo diventati partigiani: beh, quella era la spiegazione”. Certo, non tutti – ad esempio i suoi amici studenti di Bolzaneto – avevano scelto la renitenza ma i bandi di Salò avevano creato una situazione senza uscita. La massa dei renitenti, diventata per una minima parte esercito partigiano, aveva esteso alla popolazione anche non personalmente coinvolta il dilemma della collaborazione, dando vita ad una catena che alla lunga si era ritorta contro i repubblichini e la Germania. Così la renitenza era diventata la grande occasione per l’antifascismo storico che aveva potuto, muovendosi al suo interno, recuperare un dialogo diversamente impossibile o almeno molto difficile.

Ezio è consapevole del significato provocatorio delle sue considerazioni che ha svolto di getto, in una concatenazione logica. Alla fine mi guarda e chiede: “chissà come sarebbero andate le cose se i tedeschi e Salò non avessero fatto i bandi?”. Forse, aggiunge, ci sarebbe stata egualmente una Resistenza, magari un po’ meno popolare e un po’ meno giovanile di come invece era stata. La guerra sarebbe finita più o meno alla stessa ora, al massimo qualche minuto dopo. Una riflessione non diversa da quella fatta a proposito delle “lotte terribili” vissute dopo 1946 alla fine delle quali erano approdati “dove forse saremmo arrivati comunque”.

Lotte diverse riunite da Ezio in una visione che vede singoli e gruppi agitarsi inutilmente ai margini del processo storico, oggettivo, rigido nei propri tempi. Un modo di pensare che, a partire specialmente dalla fine degli anni Settanta, ha interessato tanta memorialistica partigiana. Muovendo dalla constatazione che l’Italia non era diventata, dopo la Liberazione, il paese sognato in montagna, molti autori hanno sostenuto che il sacrificio di tante vite, non solo dei resistenti, non era sortito a nulla.

Mostro a Ezio il pacco di fogli che contiene il completo resoconto dei pomeriggi passati assieme. Tu stesso, gli dico, hai risposto alla tua domanda,. L’hai fatto anche quando sei andato a scuola a parlare ai ragazzi. Gli avevi detto che eri diventato partigiano per sottrarti ai bandi e alla guerra di fascisti e tedeschi, non per far finire prima la seconda guerra mondiale. A loro però, per pudore o nel timore che non potessero capire, non avevi detto come hai detto a me che tu e gli altri, vi eravate iscritti alla guerra grossa per combatterne una vostra, per una resa dei conti con vecchi e nuovi fascisti, i capi, le divise, i bastonatori di tuo padre, comunque contro i nemici della porta accanto. Tu stesso ad una mia domanda su chi fosse il nemico non hai avuto dubbi a rispondere: il fascista. Il tedesco, hai precisato, era assurto a rango di primo nemico, solo verso la fine, quando si era rivelato il solo ostacolo al vostro progetto di supremazia militare.

Non avevano combattuto per abbreviare la guerra ma per darle un segno che diversamente non avrebbe avuto, durante e specialmente dopo. Guerra civile, era la parola che definiva la loro lotta. Chiedersi se le loro azioni erano servite ad abbreviare la guerra era una falsa domanda poiché non era questo lo scopo. Semmai bisognava domandarsi se con le loro gesta avevano offerto all’Italia del dopoguerra, di cui lui e molti suoi compagni avevano colto piuttosto la precarietà e le contraddizioni, una base di partenza più decente. Grazie alla Resistenza i buoni e i giusti si erano ritrovati dalla stessa parte, si erano riconosciuti, erano tornati a pensare, a sperare. Avevano contribuito a creare il clima dell’inizio, del cominciare e non solo del ricominciare o del correggere come sarebbe stato se la questione fosse stata limitata alla generazione dei loro padri. Non era poco.

Tu, voi, gli incontri a scuola come anche il nostro qui, dico a Ezio, sono uno dei risultati possibili di quella storia. Lui sorride, gentile. Penso che volesse sentirselo dire ma non son sicuro d’averlo convinto.

 

Postfazione

Ho cominciato a scrivere “la sega di Hitler” all’inizio dell’autunno del 2002 e ne ho concluso la stesura nell’estate del 2003.

La sera del 26 giugno 2003 – il giorno dopo sarebbe stato il loro 49esimo di matrimonio – mentre stavamo a tavola insieme, Miranda ha chiesto a Ezio quale impressione gli aveva fatto rileggere la lettera di congedo, lunga, densa di sentimenti che lui le aveva scritto prima di salire in montagna e che per l’occasione lei aveva fatto riemergere da un cassetto. Ezio risponde senza apparente disagio. Erano, dice pressappoco, parole che avevo in testa e che avevo raccolto qua e là; leggevo molti libri e alcuni mi colpivano per il rapporto tra quello che ci trovavo scritto e quello che sentivo. Mi paiono parole e concetti “di recupero”; ad esempio da una delle firme che più mi erano care del Marc’Aurelio: “Federico”, che poi era Federico Fellini. Non mi paiono riflessioni autonome, consapevoli… E poi recitavo una parte, un ruolo. Il ragazzo che ama ma deve partire; che finge di sdrammatizzare magari per ottenere l’effetto opposto.

Ezio si osserva e si è osservato da fuori: non per prendere le distanze ma perché impegnato a ricostruire l’essenziale. Ha raccontato la “sua” storia come già l’aveva in mente: all’inizio il sacrificio del padre, poi il suo speciale rapporto con la madre, e ancora quello a lungo simbiotico col fratello e i giochi, il canto, le escursioni naturalistiche nell’età in cui le differenze col padre e col fratello non eran ancora maturate. La solidarietà familiare di cui in seguito renitenza, cospirazione e partigianeria avevano mostrato prove sostanziose era già lì. La “importanza straordinaria” che Ezio attribuisce alla sua esperienza resistenziale, derivava dall’originale mescolarsi in essa di valori familiari e comunitari – bolzanetesi – di vecchio antifascismo e aspirazioni recenti, di ragazzi. Un intreccio di autonomia e di storia familiare quasi inestricabile.

La cospirazione e la militanza comunista di Ezio e Camillo non possono però essere fatte risalire solo ai genitori. Come del resto prova il seguito delle loro storie, diverse malgrado gli stretti legami iniziali. A cominciare dal fatto che Ezio aveva fatto il partigiano sia pure obtorto collo mentre Camillo aveva frequentato solo la cospirazione. Sono i rapporti e i sentimenti maturati tra i partigiani, amicizia, fraternità, sofferenza che a Ezio hanno probabilmente fatto ritenere ragionevole la richiesta del partito di mettersi a disposizione facendo prima il poliziotto e poi il segretario di cellula. Era il prezzo della rivoluzione. Anche Camillo aveva preso in esame la possibilità della rivoluzione. Ma nel suo stile: come una forma superiore della razionalità produttiva, un’intelligenza capace di indicare il miglior uso delle risorse. All’indomani della guerra aveva constatato che le forze della modernizzazione a cui intendeva applicarsi consideravano gli operai una semplice variabile dei loro piani. Alla rivoluzione Camillo aveva dato pochi mesi di tempo, passato il quale l’aveva giudicata superata, impraticabile.

Ezio aveva avuto bisogno di tempi più lunghi per trarre un bilancio. Avrebbe potuto metterci meno ma anche di più perché non si trattava solo di un bilancio politico ma anche umano e morale; separarsi voleva dire sciogliersi dal mondo dei compagni. Ezio aveva colto il punto debole della politica comunista. Erano solo parole, ha detto; gesti simbolici, manifestazioni risultate inutili anche solo a difendersi.

Digli tutto o finisce non si saprà niente, aveva detto Gino a Luciano e lui, a parte qualche reticenza, ci si era messo d’impegno. Anch’io del resto. Ma non solo di impegno si trattava. Lo stesso Luciano ma anche Mauro e altri lo hanno ripetuto: non è facile raccontare la guerra in tempo di pace. Avevo inteso la battuta – così l’ho conservata nel testo – nel senso letterale: sappiamo tutti del Caino che esiste dentro di noi; contentiamoci e non scaviamo troppo. Ma c’era di più. Guerra e pace scandiscono il tempo in modo diverso (quanto era durato il combattimento della Sella? quanto il giorno della morte di Luci? E quello della contro-rappresaglia?), hanno modi diversi per osservare gli stessi luoghi, cose, persone, gesti o stati d’animo. Con quanti ho parlato ho avvertito l’insoddisfazione per le proprie parole, come se contenessero approssimazioni insopportabili anche quando, come nel caso di Luciano la massa dei particolari permetteva di giudicarle se non complete almeno soddisfacenti. Tocca a chi ascolta riempire il vuoto ma non è facile. Mi viene in mente solo una battuta de “I piccoli maestri”: “Quei giorni sono avvolti in un’aria di confusione; da allora ne parliamo, ne parliamo, quelli che siamo ancora qua, ma una versione ufficiale non esiste, il nostro canone è perduto, la cronologia è a caleidoscopio.”

Per “La sega di Hitler” ho rielaborato materiali corrispondenti a tre fasi diverse delle mie ricerche. Quelli relativi a Gino – appena utilizzati ma che mi sono serviti a capire la stagione operaia di Ezio – fanno parte di un blocco consistente, che potrebbe intitolarsi “militanti politici di base”, raccolto a partire dal 1969. Corrispondono alla mia “scoperta” degli operai, fisica alternativa alla classe, entità di consistenza per me solo libresca. Una scoperta avvenuta grazie alla frantumazione del cristallo ideologico e l’apparizione di facce, storie, voci, contrasti e differenze. Frantumazione risultata da vicende – il movimento per il Vietnam e quello degli studenti del ’67 e ’68 – che avevano indotto nella società una reazione a catena. Le parole d’ordine antimperialiste e poi quelle della democrazia diretta (“assemblea, assemblea”) lanciate dagli studenti e dai “comitati di base”, avevano minato l’ordine sociale costruito sulla separazione degli ordini professionali, delle categorie produttive ecc. Tra gli studenti, gli operai, i giornalisti, i medici, gli psichiatri e così via in tutta la società erano nate le ribellioni e le divisioni.

Finivano l’omogeneità e l’omologazione; esplodevano le differenze, le particolarità, le sigle. I medici che volevano chiudere i manicomi si dividevano da quelli che volevano conservarli, i giornalisti leali da quelli prezzolati, gli studenti che occupavano le facoltà da quelli che volevano tenerle aperte, e così anche nelle fabbriche dove chi voleva mettere in discussione l’ordine esistente si scontrava con chi, memore delle sconfitte passate, temeva di precipitare ancora più in basso. Dopo decenni di silenzio gli operai erano tornati all’onore del mondo: diversi da una fabbrica all’altra, i giovani dai vecchi, i giovani da altri giovani, i vecchi da altri vecchi fino a diventare, come nelle assemblee studentesche, individui con nomi e parole proprie. Ogni gruppo aveva una storia come una storia aveva ognuno di quelli che ne facevano parte. In comune avevano la voglia di autonomia, di farsi valere, di incontrarsi finalmente con tutto il mondo che stava usando le stesse parole. Ogni gruppo era il risultato di uno scontro diverso con un altro che gli resisteva perché aveva paura di perdere piccoli poteri, o l’esclusiva della rappresentanza, o il sonno, o perché temeva l’ignoto o semplicemente perché rimpiangeva la sua giovinezza o aveva in odio i più giovani o chissà cosa.

La lacerazione aveva avuto anche un altro effetto: di mettere in primo piano la storia riducendo il fascino dell’economia politica. L’idea della raccolta di storie di operai, di compagni nacque allora. Non fu una idea originale perché ci pensarono in molti che neppure si conoscevano e fu sicuramente ingenua perché, salvo qualche eccezione, corrispondeva all’idea che un buon numero di storie avrebbero finalmente permesso di ricostruire “da dentro” processi che fino ad allora erano stati letti o attraverso le storie delle organizzazioni politiche e sindacali o attraverso categorie economico-politiche (il “miracolo economico”, le “migrazioni interne” e i “bisogni del padronato” ecc.). Per quanto mi riguarda finii presto sommerso da una massa di materiali che non riuscivo a dominare.

Agli anni ’88, ’89 e ai seguenti appartiene il secondo blocco di fonti impiegate qui: storie di partigiani raccolte per il mio “Comunisti e partigiani”. Numerose ma, questa volta, a salvarmi è stata un’idea più precisa di dove avrei dovuto approdare. A mio favore giocavano processi e discussioni che in modo diverso a partire dagli stessi anni avevano toccato anche il movimento partigiano. Mi limito a ricordare la “caduta del muro” con la fine del “comunismo reale”. Importantissimo, durante la prima fase della ricerca, è stato anche l’accreditamento ricevuto, presso molti compagni partigiani, da Giambattista Lazagna, il partigiano “Carlo”. Un comunista la cui fama risultò decisiva per aprire i miei interlocutori a confronti diversamente impossibili.

Il materiale relativo ad Ezio – molto consistente, oltre 50 ore di registrazione – fa storia a sé. Cominciato con lo scopo di approfondire la storia di un “gruppo di fuoco” partigiano, la Balilla, si è trasformato in un tentativo di approfondire le relazioni tra memoria dei fatti e storia personale. I risultati sono nella seconda parte di questo libro. Ezio è alla fine ma anche all’inizio di questo lavoro. Come ho scritto da qualche parte, quando abbiamo cominciato a lavorare insieme avevo abbandonato qualsiasi progetto di storia della Balilla e di utilizzazione dei materiali prodotti a suo tempo con Luciano e Gino. Sono state le conversazioni con lui che mi hanno spinto a riprenderli in mano, a rileggerli e a rielaborarli.

Questo libro è costruito muovendo da storie di vita, intrecciandole, rielaborandole. Ezio a proposito del suo incontro con i ragazzi delle scuole ma anche con altri a cominciare dai suoi nipoti, ha osservato con stupore come i loro genitori, nonni, zii non avevano raccontato. E non solo della Resistenza o della guerra ma, più in generale, del passato, la loro vita, le loro case, i loro bilanci, i loro sogni. Salvo onorevoli eccezioni la seconda metà del secolo XX sembra in questo molto diversa dalla prima metà. Non si è raccontato: censure nei confronti di passate condizioni familiari oggi giudicate indecorose, perdita di memoria legata alla rapidità del cambiamento sociale e a ritmi di vita in precedenza sconosciuti, l’idea di non possedere un passato, una storia, o al contrario quella di possederne uno di cui si preferisce liberarsi… Resta il fatto che solo pochissimi hanno raccontato e sarebbe interessante cercarne il perché.

Ezio ha detto che, alla fine, i giorni della montagna erano risultati bellissimi ma anche terribili. Lui comunque invece che fare il partigiano avrebbe preferito andare a scuola. Si è definito un romantico che avrebbe voluto vivere in un posto tranquillo, magari una biblioteca, ordinando e toccando libri e disegni. Sono convinto della sua sincerità ma nelle storie che mi ha raccontato compare un evidente gusto per l’azione che risulta assente nel profilo che lui traccia di sé. Da Carlin aveva appreso con entusiasmo non solo il lavoro ma il controllo delle mani e del corpo (la verticale sulla sedia e il resto) che avevano contribuito a dargli un impianto atletico. A st.Cyr aveva aspettato al varco e sparato al tedesco che era venuto a gattoni a cercare di sfilargli il fucile. Dopo l’8 era stato parte attiva delle discussioni avvenute al campo contro il collaborazionismo e poi era entrato nella fuga vincente. A Bolzaneto, dove prima era stato renitente poi cospiratore infine partigiano, aveva chiuso la sua guerra cannoneggiando, con una iniziativa personale e in condizioni molto sfavorevoli, una postazione tedesca di irriducibili. Dopo la guerra, in un periodo quando ancora ci si sparava per la strada, era entrato in polizia; in seguito aveva fatto il segretario di cellula quando ancora non era una attività da pensionati. Aveva lasciato la fabbrica a quasi 40 anni e investito la liquidazione in una automobile per mettersi alla testa di un gruppetto di promotori di lavatrici. Infine, aveva sfidato le sue coronarie, approdando in un ufficio dove si era occupato fino alla pensione delle paghe di 200 persone.

Non è tutto. Molte delle sue osservazioni anche casuali lasciano trapelare il suo rispetto per quanti difendono posizioni giuste in modo intransigente, per gli uomini disposti a fare e non solo a dire. A volte, parlando di qualcosa, esclama “non è possibile” in un modo che vuol dire: così no, non è accettabile, bisogna andarci contro. Un giorno m’ha detto che, da ragazzo, la lettura de La Cittadella di Cronin gli aveva fatto scoprire come la rabbia poteva tradursi in gesti. “Siccome non c’erano le fognature, quelli vanno a mettere la dinamite nei canali sotterranei. Un po’ di dinamite, un po’ di sughero, apri il tombino e parte; e chissà dove esplode. Entusiasmante! Chi non ha avuto il pensiero di distruggere qualcosa così? Da noi una cosa del genere non si poteva fare; sarebbe apparso strano. In Inghilterra invece un laureato, un medico, poteva prendere questa iniziativa… La sua ribellione, aggiunge, sarebbe però stata meno anarchica, più “positiva” e consona alla tradizione di famiglia. “Non l’incendio dimostrativo ma il distruggere per costruire una casa nuova, utile”. Come ad esempio, aggiunge, il mercato ortofrutticolo vicino a casa sua, l’ingrosso per tutta la città di Genova, da decenni fatiscente, “scandaloso in modo insopportabile”. “Ho pensato almeno due o tre volte di andarlo a bruciare e ne ho parlato anche a un compagno. E lui: ma perché ti incazzi… vedrai che poi lo fanno. E io: ma è 40 anni che lo dicono. Senti, una notte andiamo lì e gli diamo fuoco. O almeno ci scriviamo qualcosa sopra, o facciamo un po’ di casino, un blocco stradale”.

Ezio parlava mentre l’osservavo perplesso; forse per questo aveva aggiunto: “io sono per le regole ma anche chi governa deve imparare a rispettarle”. Il sentimento di rivolta, suggerisce, non è in contrasto con l’uomo di pace; anzi.

Questo lavoro è dedicato ai miei amati compagni di viaggio e per tutti a G.B.

Genova 7 settembre 2000

 

Intervista a Stefano Malatesta “Croce” (Com.te Brg. Jori – Div. Cichero)

Fasc. 50 – Doc. 5 – Fascicolo dedicato al comandante della Brg. Jori (Div. Cichero) Stefano Malatesta “Croce”, composto da tre articoli, di cui il principale è un’intervista di Manlio Calegari allo stesso Croce e realizzata nella sua abitazione di Arma di Taggia il 3 agosto 1995. Presente Giambattista Lazagna “Carlo”.
                                                                                   Manlio Calegari, Elio V. Bartolozzi, Lorenzo Torre

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Contenuti: 
1). Stefano Malatesta “Croce” – Profilo
2). Intervista a Stefano Malatesta
3). Postfazione

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1. STEFANO MALATESTA (CROCE) – Profilo del comandante della Brigata Jori, dal libro di Antonio Testa “Baffo”, Partigiani in Valtrebbia. La Brigata Jori, ABA, Genova, 1980, pp.gg. 189/90; ove solo quattro sono i profili tracciati da Baffo, che con questo sembrerebbe voler mettere in particolare risalto, secondo una sua personale valutazione, i quattro maggiori personaggi della VI Zona Operativa Ligure: Aldo Gastaldi “Bisagno” comandante della Divisione “Cichero”; G.B. Canepa “Marzo” Commissario della Divisione “Cichero”; Stefano Malatesta “Croce” Comandante della Brigata Jori; Otello Pascolini “Moro” Primo commissario della Brigata Jori.

Per quanto riguarda Croce, il suo profilo inizia:

“Leggiamo sul numero 13 de “Il Partigiano” del marzo 1945:
Encomio solenne al Comandante di Brigata Croce: Comandante di Brigata ed impareggiabile partigiano, in due mesi di duri ed estenuanti combattimenti, si prodigava infaticabile per la preparazione ed il coordinamento dei propri reparti. Sempre presente ove maggiore era il pericolo. In combattimento di esempio e sprone ai suoi uomini.

Croce si caratterizzava, fra i comandanti della Divisione Cichero, per il temperamento deciso, volitivo, e a volte angoloso e persino rude.
Parola sicura, fatta a scatti, creava spesso intorno a sé un rispettoso distac­co, ma nel contempo riusciva ad infondere negli uomini che lo circondavano quel senso di sicurezza assolutamente necessario perché lo seguissero con en­tusiasmo nelle azioni più difficili e nei momenti più drammatici.
Per queste sue doti egli conquistò subito la stima dei primi partigiani di Cichero, tanto che gli fu affidato il comando di una delle tre squadre origina­rie, dalle quali si sviluppò poi la formazione.
Successivamente, quando nella tarda primavera del 1944 si decise di dare maggiore respiro all’attività militare, a Croce fu affidato il compito di trasferirsi con un gruppo di uomini sull’Antola per porre sotto controllo la Val Trebbia e la strada statale 45.
Accorto nella scelta delle basi operative più rispondenti alle esigenze della guerriglia, prudente quanto rispettoso con i civili nella ricerca delle persone su cui fare affidamento nella ricerca degli insediamenti partigiani, egli riuscì a risolvere brillantemente e con rapidità i problemi della dislocazione dei re­parti in Val Trebbia. Ciò assicurato, si dedicò poi in breve volger di tempo alle azioni di guerriglia contro i nazifascisti, al miglioramento dei reparti dal punto di vista militare e morale, alla salvaguardia dei paesi della vallata.
Assolse sempre questi compiti delicati e difficili con sicurezza e capacità, quasi non avesse fatto altro nella vita; sopperiva con l’intelligenza ed il sen­so pratico, alla carenza di specifica e superiore cultura militare, che il suo pas­sato di semplice militare dell’arma dei Carabinieri non poteva avergli fornito.
L’appartenenza al rigoroso ambiente della “Benemerita” aveva però contribuito a rafforzare le naturali doti di coraggio, di altruismo, di dirittura, tanto da fargli assumere naturalmente il ruolo di capo e fargli guadagnare, come si è detto, la fiducia degli uomini.
La fiducia in una persona è un sentimento umano spontaneo, che non può essere imposto o inculcato dall’alto. La si acquisisce poco per volta atraver­so la valutazione dell’operato, l’apprezzamento, l’effetto dell’esempio.
Nella guerra partigiana la fiducia era fondamentale, indispensabile. Quan­te volte la semplice presenza di Croce, il suo incitamento, servirono a capo­volger situazioni apparentemente disperate! Quante volte, forze nemiche su­periori furono fermate da un appostamento avveduto; e ancora quante vol­te difficoltà di ordine amministrativo e politico furono superate con il con­tributo di moderazione, di equilibrio e di autocontrollo.
La vita partigiana infatti non era fatta solamente di problemi militari: ave­va molti e delicati aspetti di natura umana, sociale, culturale che occorreva affrontare con tatto, realismo e sensibilità.
Queste doti di realismo, di moderazione, di buon senso, di umile e opero­so impegno, Croce seppe trasfondere profondamente nella Brigata Jori. Essa già da allora venne spesso citata come una delle formazioni in cui più spicca­tamente era prevalso l’impegno comune per gli ideali patriottici, ed in cui più consapevolmente la disciplina era sentita non già come una imposizione, ben­sì come condizione necessaria per conseguire gli obiettivi militari richiesti dal momento.
A guerra finita, smobilitati i suoi partigiani e recuperati i corpi dei “suoi” caduti, Croce è rientrato silenziosamente nella vita civile, riprendendo con modestia la precedente attività lavorativa. Ha rifiutato i meritati riconosci­menti ufficiali che gli sono stati offerti ma non ha mai dimenticato il suo pas­sato partigiano, così come ha lasciato immutato negli uomini della formazio­ne e nella gente della Val Trebbia il ricordo e la gratitudine per il suo operato.
Ancora oggi, quando passa da quelle parti, con la sua solita aria riservata e schiva, spesso qualcuno lo fissa brevemente e sbotta: “Ma Vuî sei ü Crüxe! “.

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2. Intervista a Stefano Malatesta “Croce”, Arma di Taggia, 03/08/1995: 

Giambattista Lazagna “Carlo” (n. 1923) e Manlio Calegari (n. 1939) a colloquio con Stefano Malatesta “Croce” (n.1915), a casa sua.

Abbreviazioni nel testo:
C. =
Croce 
GB. = Giambattista Lazagna
M. 
= Manlio Calegari

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GB. Croce, hai già compiuto 80 anni?
C. Ancora no!

GB.Quando?
C. In ottobre, l’11 ottobre.

GB.Scorpione… Allora, Croce, raccontaci un po’ come sei diventato partigiano.
M. Come sei arrivato a Cichéro.
GB. Sarebbero importanti anche i particolari, quello che sapevi di coloro che già erano in montagna, se qualcuno ha fatto da mediatore, se ci si consigliava con qualcuno, se c’erano già delle idee politiche in famiglia, se l’aver fatto parte dell’Arma dei Carabinieri ha influito su di te, se c’era qualcuno conosciuto tra i Carabinieri. Insomma, anche poco, ma qualcosa che ci introduca nella tua storia.
C. Io, all’8 settembre 1943 [1] ero in una stazione dei Carabinieri in provincia di Piacenza. Il nostro piantone, alla mattina – noi eravamo un po’ fuori della città – va a fare la spesa in città e trova i tedeschi che lo disarmano e torna in caserma disarmato. Il maresciallo che avevamo, era uno che la pensava quasi… Invece, prima di Piacenza ero stato a Parma, ma lì nessuno parlava. Quando sono arrivato a Piacenza, alla stazione di San Nicolò dove ho preso servizio, invece… Ricordo un fatto: a mezzogiorno si mangiava; c’era il pane e dentro c’era quella midolla che c’è quando il pane non è cotto. Nella sala della mensa, appeso, c’era il quadro del Duce e uno la prende e ce la tira: “Mangila ti, gundun!”, in genovese. Ben, quel giorno il piantone è arrivato e ha detto: “Mi è successo così e così”, e ha raccontato com’era stato disarmato dai tedeschi. Allora, col maresciallo, parliamo e nel giro di mezz’ora, siamo scappati tutti dalla caserma. Lui ci aveva famiglia e ha detto: “Io vado nel tal posto, dove ho i parenti, con i bambini”. Io e uno di Pontedecimo con due biciclette che erano lì prendiamo la strada della val Trebbia, per venire verso Genova. E siamo arrivati quasi fino a Montebruno, ai Due Ponti, quando cominciava a far buio e ci siamo fermati. Abbiamo chiesto se ci davano da dormire. Durante la notte arriva una pattuglia di tedeschi, poi se ne sono andati. Alla mattina io vado fino a Montebruno, e all’amico che era con me ho detto: “Io non vengo giù in bicicletta, la lascio qui… Ho dei conoscenti che hanno dei parenti a Cicagna [2]; prendo per i monti, da Barbagelata, e vado a casa a piedi”.
Sono stato a casa per dieci, quindici giorni; c’erano le feste del 15 settembre. Il 18 o il 19 settembre, arriva un carabiniere a casa mia e mi dice: “Guarda che il brigadiere ti vuol parlare”. Vado dal brigadiere e lui: “Guarda che io ho qui un fonogramma… se mi dici che ti presenti e mi dai la parola, mando un fonogramma che tu domani ti presenti; se no ti devo fare accompagnare su, a Piacenza.” Gli ho detto: “No, mi presento”. A Piacenza, alla compagnia centrale dei Carabinieri, ho fatto servizio per una decina di giorni, forse quindici. Poi ho deciso di rimanere in servizio lì.
Una mattina siamo in servizio dalle otto alle dieci con altri due carabinieri. Nella stazione eravamo in tre. Era il periodo in cui i tedeschi impacchettavano tutti i carabinieri e li spedivano in Germania. C’era un treno dove ci saranno stati più di cento vagoni pieni di carabinieri. Alla stazione di Piacenza questo treno si è fermato. Quelli che arrivavano da Roma erano sui vagoni già da tre giorni, e non gli davano né da mangiare né da bere [3]. A noi che facevamo servizio in stazione chiedevano acqua. A raccontarlo adesso, non è facile. C’era quello di servizio che aveva la manichetta dell’acqua e puliva. Gli abbiamo detto: “Infila l’acqua dentro i vagoni”. Ogni due o tre vagoni della tradotta, c’era un soldato tedesco di guardia col mitra. Quello ha cominciato a buttare un po’ d’acqua dentro a un vagone, e il tedesco di guardia non ha detto niente, e così in due o tre vagoni: fin dove arrivava la manichetta, gli abbiamo dato da bere.
Dopo che il treno è partito siamo tornati in caserma. Come piantone c’era uno di Montoggio, che la pensava come noi. Tutte le pattuglie che uscivano le ha messe in allerta, dicendogli di non rientrare più. A mezzanotte il tenente che era di servizio si è accorto che non c’era più nessuno, né di servizio né in caserma, perché noi abbiamo aspettato… Io dovevo essere di servizio alla sera dalle 20 alle 24 e verso le 2,30, le 3, c’era un treno. Siamo partiti in divisa; sono partito con uno di Alessandria: quando lui è arrivato a Alessandria, s’è fermato. Io ho proseguito.

M. Ricordi quando?
C. Era il 5 di aprile, forse il 6, al massimo il 10 di aprile del ’44 [4]. I tedeschi avevano riunito tutti i carabinieri con la scusa che dovevano parlargli e invece li hanno impacchettati e spediti in Germania. La notizia si era propagata e così siamo andati a casa tutti. Sono stato a casa quindici giorni, poi… 

M. Sei tornato a casa col treno?
C. Sì, col treno. Da Genova a Sestri Levante ho avuto una grana perché sul treno c’era una donna che andava a Rapallo con un sottotenente ferito in Russia. È salito sul treno un ufficiale dell’esercito. Vede questo tenente che è seduto – era giovane ma invalido – e gli chiede il posto. Questo qua aveva insieme sua mamma, che ha cominciato a insultare questo ufficiale superiore e io ero nel corridoio e avevo messo la valigia dentro lo scompartimento, dove succedeva questa lite. Però io, col mio moschetto, stavo in corridoio. L’ufficiale mi dice: “Devi intervenire!”. Devo intervenire perché se scappo faccio la figura di uno che non è in regola. Poi un signore dice: “Io scendo a Rapallo…”. Così, bene o male, si sono riconciliati; però finché non sono scesi ci sono stati momenti di tensione.
A casa, a Cicagna, ci sono stato un po’ di giorni fino a quando i carabinieri sono di nuovo venuti a cercarmi. Mi ero fatto fare un documento di esonero dal servizio ma ai carabinieri di Cicagna l’esonero non pareva valido e una sera sono arrivati per portarmi via. Stavo ascoltando Radio Londra; l’avevo spenta un minuto prima.
Abbiamo una casa nella quale si entra e da una parte c’è la cucina; e dall’altra si va nel resto della casa. La cucina ha un’altra porta di uscita. Io ero con un amico nella sala dove avevo finito di sentire la radio. I carabinieri sono arrivati in tre. Uno si è fermato sulla porta, uno è andato in cucina e uno è venuto nella sala dove c’era la luce accesa. Come l’ho visto arrivare, mi sono alzato, e di là c’era la porta. Gli ho offerto una sedia, e gli ho detto: “Aspetta che mi prendo un’altra sedia di là!”. Lui si prende la sedia e io imbocco la scala che va sopra, dove c’era un terrazzo con una scaletta. Salgo sul tetto e scappo via dall’altra parte. E da lì sono stato una settimana a Camogli da miei parenti e una settimana a Sestri Levante da altri parenti, certi Raffo (che adesso la Ilia ha il ristorante Mira, forse l’hai conosciuta: ci sentiamo sempre con la Ilia; a suo papà i fascisti gli avevano levato un occhio). A Sestri sono stato una settimana, però era nera anche per i parenti e a stare chiuso in casa senza mai uscire, stavo male. Il mio parente, a Chiavari aveva degli amici, tra i quali un certo Zerega [5], un falegname amico di mio zio. Sono andato da lui, gli ho parlato, e poi lui s’è messo in collegamento, con Italo [6], il cognato di Bini [7], che è morto da poco, Ho parlato con lui e una mattina, in bicicletta, siamo andati fino a Cichéro insieme. Erano i primi di febbraio.

M. C’era Marzo [8] a Cichéro?
C. Sì.

M. Avevo capito che da Piacenza fossi venuto via prima!
C. Sì, però avevo passato un periodo a casa, a Cicagna, valendomi di un esonero che mi ero procurato, e in base al quale i carabinieri di Cicagna mi avevano lasciato in pace. Poi deve essere arrivata una lettera…

M. Da Piacenza sei arrivato a Chiavari nel…
C. Ai primi di aprile del ’44… al 5 di aprile del ‘43… Mi sbaglio: ottobre del ’43, verso il 5 o il 10 di ottobre ’43.

M. Con Italo, quando siete arrivati in bicicletta a Cichéro?
C. Era febbraio 1944 [9].

GB. A Cichéro chi c’era già?
C. C’era Lesta [10], Pinan [11], Bisagno [12]. Marzo non c’era, in quel periodo era a Varese Ligure dove stava organizzando qualcosa. Però poi è tornato a Cichéro. C’era Dente, c’era Moro, che poi è diventato il commissario, quando siamo andati insieme in val Trebbia.

M. Arrivi a Cichéro a 28-29 anni, decisamente più “grande” rispetto a tanti altri giovani che saliranno a Cichéro nei mesi successivi. Hai anche una certa esperienza di vita militare e di gruppo, cosa che aiuta a farti un’idea della situazione che trovi e che si andrà formando. Difficile però che tu possa aver avuto allora un’idea di come si sarebbe sviluppata la guerra partigiana. Per caso ricordi qualche pensiero di allora, cosa immaginavi che avreste dovuto o potuto fare. Eravate già organizzati in modo militare? Ne discutevate tra di voi?
C. Il primo che vedo è Pinan, scalzo. Era un tipo interessante. Suonava un po’ la fisarmonica, teneva banco. C’era anche qualcuno più vecchio di me. Come Edoardo[13] arrivato a Cichéro dall’Antola con un suo gruppetto; un tipo tutto particolare. Poi, forse per il fatto che avevo qualche anno di più, con Bisagno ci siamo capiti. Con Marzo invece, subito non ho legato. Non mi aveva preso bene. Noi, la mia famiglia, eravamo molto amici dell’avvocato Cirenei [14]: per l’avvocato Cirenei, mio zio e mio papà avevano avuto delle grane! Perché avevamo una falegnameria e un giorno arriva una cartolina che l’avvocato Cirenei da Chiavari l’avevano portato a Roma; partito da Chiavari ammanettato, durante il tragitto verso Roma gli avevano levato le manette e tra panini e fiaschi di vino erano arrivati a Roma senza accorgersene. Lui aveva mandato una cartolina allo zio raccontandogli quello che gli era successo: “Sono arrivato a Roma e quando i quattro carabinieri venuti a prelevarmi sono entrati nello scompartimento hanno detto: ‘Povera Italia!’. Eravamo tutti lì, guardie e prigioniero a mangiare e bere”. Arriva il postino e lascia questa cartolina mentre noi eravamo a Recco per lavoro. La stessa mattina arriva nella falegnameria la Guardia di Finanza che legge questa cartolina e la porta via. Hanno detto ai due operai presenti nella falegnameria: “Ditegli che passiamo poi, tra qualche giorno”. Sapevano che eravamo amici di Cirenei, e in più hanno visto questa cartolina. A mio zio l’hanno fatto soffrire un po’: aveva da finire la sua casa, gli hanno dato tanti fastidi.
Ad ogni modo, quando sono arrivato a Cichéro ho saputo che Bisagno aveva conosciuto delle persone che conoscevano la mia famiglia. Non sono passati neanche quindici giorni dal mio arrivo che mi hanno fatto caposquadra. Anche se lì ce n’erano dei vecchi…

GB. Secondo te, chi poteva avere Bisagno per informarsi sul tuo conto?
C. Aveva un collegamento, un informatore che veniva su da Chiavari anche due volte alla settimana! L’altro giorno (rivolto a G.B.; ndr), con Minetto [15] mi avete fatto delle domande per sapere come mai Bisagno aveva chiamato a Cichéro lo Scrivia [16]; Bisagno aveva capito che io, avendo qualche anno più degli altri… E questo contava: le prime azioni che abbiamo fatto, su… Perché quelle che avevano fatto che io ancora non c’ero, non erano andate a buon fine. Ma quando ad Acero sono arrivati, da Chiavari, repubblichini e carabinieri a prendere i renitenti alla leva e a Cichéro due borghesi sono venuti a avvisarci – “Ci sono i repubblichini che prendono tutti i renitenti, nel paese” – Bisagno chiama proprio me e dice: “Prenditi quattro o cinque uomini, vai su e vedi: se portano via qualcuno, li fermi. Se non portano via nessuno, lasciali andare”. Perché era un periodo che a Cichéro avevamo quasi cento persone, tutti ammucchiati; una situazione non facile; non volevamo farci individuare.
A Acero andiamo in sei. In vicinanza, ne prendo tre e gli dico: “Voi passate di lì”, perché a Acero ci sono le case che giri un angolo e trovi gli altri. Esco da un angolo e su un pianerottolo trovo i tre di Chiavari che stanno parlando con una famiglia. Uno mi dava le spalle ma gli altri due me li sono trovati di fronte. Ho dovuto dargli il “mani in alto!”. Il repubblichino che aveva un bigliettino con tutti i nomi dei renitenti, l’ha lasciato cadere. Io non me n’ero accorto ma una bambina che era lì e aveva sei anni dice: “C’è il bigliettino!”.
Ho portato a Cichéro i tre prigionieri e lì è sorta la prima tragedia: si sono messi a parlare tra loro e si sono consigliati; tutti, compreso Bisagno e gli altri. Questa, anche per Bisagno, è stata la prima volta che si passava per le armi una persona. Non è stato facile. C’è stato qualcuno che non era d’accordo, diceva: “Mandiamoli giù”… Poi è venuto qualcuno del paese di Acero… Comunque al repubblichino hanno fatto il processo e l’hanno fucilato. I due carabinieri li abbiamo mandati via la mattina dopo, all’alba. Per dire che già da questo fatto, Bisagno su di me ci contava. Anche perché ci aveva tutti ragazzini di diciotto anni. Lesta era un ragazzino anche lui; di più vecchio aveva questo Edoardo che però non era…

GB. “Italo” Arpe si era fermato con voi?
C. No, Italo è venuto su dopo. Quando io sono salito a Cichéro, lui era ancora a Lavagna e faceva da collegamento.

GB. Con voi c’erano due o tre siciliani?
C. Quelli non li ho conosciuti; erano andati via prima.

GB. C’erano anche due inglesi, Sam e Trevor?
C. Sì, quelli c’erano.

M. Hai detto che Bisagno aveva capito che tu non eri solo un po’ più vecchio ma che davi più affidamento. Vorrei sapere se tu, con Bisagno, parlavi mai. Dici che aveva preso informazioni su di te, ma si sarà messo qualche volta vicino a te, per studiarti, capire che tipo eri.
C. Sì, ma Bisagno non parlava tanto.

GB. Penso che Bisagno giudicasse un po’ d’istinto. Le informazioni che aveva ricevuto su di te non potevano essere spinte al punto di saper dire se eri coraggioso o se sapevi comandare. Mi ha un po’ stupito, nel tuo racconto, il fatto che Bisagno non sia venuto lui personalmente ad Acero con te. Dal Casone di Stecca a Acero, c’era meno di mezz’ora di cammino… Forse avrà voluto proprio metterti alla prova? Bisagno era uno che quando poteva, si metteva sempre in prima linea.
C. Sì, qualche volta mi ha preso da parte, ma non abbiamo parlato molto. Da subito, dopo quattro o cinque giorni che ero lì, sono andato con lui nelle case di Cichéro, dove per vari motivi non mandava mai nessuno, per sentire Radio Londra; mi ha fatto conoscere a una famiglia dove c’erano due o tre ragazzine già grandette che tenevano gli occhi fissi su di lui mentre lui neppure le guardava. C’era la faccenda dei lanci, e dovevamo sentire se da Radio Londra c’era il messaggio per noi. Per un periodo, tutte le notti avevamo la sveglia, perché dovevano fare i lanci; forse era già marzo. Sentivamo il messaggio e dicevamo: “Questo qua è il nostro”. Poi una sera hanno buttato giù un serbatoio vuoto. E noi che pensavamo che avessero buttato chissà che cosa, alla fine abbiamo trovato, in mezzo al bosco sul Ramaceto, il serbatoio vuoto che avevano buttato.
Bisagno non parlava molto, però capiva… Penso che avesse capito molte cose anche politicamente. Io e lui non eravamo iscritti a nessun partito: solo l’idea che eravamo antifascisti era chiara, e questo era già qualcosa per lui. Però, gli anni contano. Io ho avuto tanti incidenti, come quando hanno catturato Oreste [17] in val Borbéra, che era andato di pattuglia insieme a un altro ragazzo, Fiume [18], che era di Cicagna, e aveva la stessa mia età. Fiume si è salvato, mentre Oreste che era più giovane – era un sottotenentino di 21 anni – è stato preso. Si sono incontrati con i fascisti, nella strada che da Cabella va giù: loro camminavano sulla strada e quelli venivano su con un camion. Oreste e l’altro hanno cercato di scappare, si sono buttati dove c’è un po’ di pianura, c’era un campo di grano. Si sono buttati nel grano, e dove passavano lasciavano una scia, la traccia del grano pestato. Fiume ha corso un po’, poi ha fatto il colombo, si è fermato e si è buttato a terra. Oreste invece ha continuato a correre, e quelli dietro, finché non l’hanno preso. Sul camion c’erano in venticinque o trenta. In quel fatto lì c’era già la dimostrazione che l’età insegnava qualcosa, perché Oreste era troppo giovane, non aveva esperienza; aveva fatto quattro o cinque mesi di scuola allievi ufficiali, e poi era venuto via. Anche in tanti altri casi, l’età e l’esperienza erano importanti.

M. È chiaro che il primo periodo, circa due mesi, passati insieme a Cichéro resta molto importanti anche se, come dici, Bisagno non era tipo da far tanti discorsi. Però era uno che guardava e sapeva ascoltare. Cerco di capire che cosa ha spinto Bisagno a darti un comando.
C. Sono rimasto un po’ caposquadra, poi il fatto di Acero – che avevamo fatto quei tre prigionieri e ne avevamo mandato indietro due e uno l’avevamo fucilato – ha provocato delle conseguenze; un vespaio da Chiavari fino alla Spezia. Già due giorni dopo avevano organizzato delle puntate ma noi, già la sera del giorno dopo, avevamo deciso con Bisagno di trasferirci in massa e di andare a Varese Ligure. Bisagno mi ha detto: “Tu vai a Varese; là c’è Marzo che per dormire ha già preparato i casoni e quello che occorre”. E ha affidato tutti gli uomini a me. Invece lui, Bisagno, era andato sull’Antola per vedere dove fare le capanne; che adesso, a ripensarci… Aveva certe idee, Bisagno, che a volte erano lontane dalla realtà. Perché andare a fare delle capanne lassù e non ad esempio dove adesso c’è il ristorante, sul falso piano? Quando sono andato in questo ristorante, si parlava e mi hanno chiesto: “Perché le capanne non le avete fatte qua?”; ho risposto che non lo sapevo. Bisagno aveva cercato un posto in cima alla montagna e questi ragazzi dicevano: “Alla mattina dovevamo andare fin giù a Temossi o a Sopralacroce per comprare qualcosa”. Tenere trenta uomini lassù non aveva molto senso. Poi lì, in seguito, è stato fissato il campo di lancio e ci restavano solo due o tre partigiani di guardia mentre gli altri stavano più giù.
Io comunque sono andato con questi settantacinque o ottanta uomini a Varese Ligure. Bisagno li ha affidati a me. Ricordo che quella sera la staffetta che ci guidava verso Varese ci aveva detto che stavamo passando sul confine dove s’incontravano i territori di tre province: Piacenza, Parma e la Spezia.

GB. Con te c’erano Beppe [19] e Jack [20], due di quei posti.
C. Beppe era un ragazzo di valore! Jack non c’era ancora.

M. Comandare un gruppo così numeroso percorrendo un territorio sconosciuto. Sembra che ti riuscisse tutto facile.
C. Non saprei; forse a me veniva tutto facile o sarò stato anche fortunato, però lui, G.B., un po’ di cose le sa e altre si possono leggere nel libro di Testa [21]: la formazione di Croce, la brigata Jori, era quella più disciplinata. Non so dire il perché ma non mi sono mai trovato ad avere dei contrasti con un comandante di distaccamento, con un commissario. Anche Lesta, che era uno dei più vecchi, Bisagno se lo portava sempre con sé, e gli dava certe responsabilità. Quando qualcuno diceva a Bisagno: “Perché ti porti sempre dietro Lesta? Non si può mai parlare liberamente” [22], al che Bisagno rispondeva “Se lo lascio là è peggio! Lesta è un bravo ragazzo, e diversamente non cambierebbe mai”.

GB. Gino [23] c’era già, allora?
C. C’era, c’era ma i distaccamenti non sono stati fatti tutti e tre insieme.

GB.Voi siete partiti per primi, da Cichéro, per andare nella zona dell’Antola.
C. Ho fatto prima il mio distaccamento.

M. Quando, ti ricordi?
C. In maggio. Il 2 di maggio 1944. Il 1° maggio eravamo ancora a Varese Ligure, dove abbiamo fatto saltare due o tre tralicci della luce. Però il 1° maggio abbiamo dovuto venir via, perché di là, da La Spezia facevano una puntata, e siamo stati là quattro o cinque giorni, poi abbiamo dovuto rientrare. Rientrando a Cichéro, Bisagno ha capito che eravamo in troppi e avrà parlato con Marzo, Bini…

M.Quando partite da Cichéro, ai primi di maggio, il vostro distaccamento ha un nome?
C. Torre [24].

M. Gli altri distaccamenti vengono formati dopo.
C. Per primi da Cichéro siamo partiti noi; in val Trebbia, sotto l’Antola, ai casoni sotto l’Antola.

M. Facciamo un passo in avanti: verso la metà di giugno del 1944 c’è stata una discussione per decidere se queste formazioni dovessero entrare nelle brigate garibaldine. Si parla di assemblee. Ricordi di aver fatto delle riunioni?
C. Sempre nel giugno del ’44?

M. Sì, sembra siano state fatte, più o meno, tutte attorno a quella data, dopo la formazione dei tre distaccamenti. Dei tre distaccamenti il vostro era stato il primo…
C. Sì, il primo. Lesta, che allora era ancora a Cichéro, mi ha detto che quello di Gino era stato fatto una settimana dopo la mia partenza. Prima il Torre, e siamo partiti per l’Antola, poi è stato fatto quello di Gino e dopo è stato fatto il terzo, che poi è diventato il Peter in ricordo del polacco [25]… Poco dopo spostato a Pànnesi, comandato da Scrivia e seguito personalmente da Bisagno che non l’ha mollato un giorno.

M. Ecco, parlami un po’ di questa cosa che mi sembra interessante.
C. Tutti ci siamo un po’ domandati… Perché Bisagno è stato là per circa un mese e mezzo, nel corso del quale non ci siamo visti. Però eravamo sempre in contatto per mezzo delle staffette.

M. In quel periodo non vi siete visti per niente. Lui da voi non è venuto.
C. Infatti; è venuto soltanto con Lesta alla vigilia del giorno in cui abbiamo disarmato lo “Slavo” [26]. E in quel periodo ci scrivevamo dei bigliettini, informandoci di quello che succedeva. Bisagno è rimasto sempre con Scrivia, perché… Carlo e Minetto poco tempo fa mi hanno chiesto come mai Bisagno avesse scelto Scrivia per comandare il nuovo distaccamento: forse perché si conoscevano per essere stati studenti insieme all’Istituto tecnico e avevano fatto tutto il servizio militare insieme, come sottotenenti del Genio telecomunicazioni, fino a Caperana (Chiavari). Forse era per la politica. Allora c’era già, la politica.

M. Fosse quel che fosse, comunque Bisagno seguiva Scrivia molto da vicino.
C. Non l’ha mollato un giorno. Può darsi che a Cichéro ci sia tornato per qualche giorno, ma da me non è venuto. È rimasto sempre a Pànnesi con Scrivia. Perché? Probabilmente era preoccupato di lasciare trenta uomini ancora senza esperienza a un ragazzino come era allora anche lo Scrivia. Ma ragazzino ragazzino! Sai di quei ragazzini… Mi ricordo che è arrivato su con quei pantaloncini stretti, era anche piccolino. Gli ha dato il distaccamento però gli è andato insieme.

M. (rivolto a GB.; ndr) Quando siete andati a Pànnesi?
GB. Guarda, quando io sono arrivato a Cichéro, in aprile, verso la fine di aprile, mi pare, Scrivia non c’era ancora. È arrivato pochissimi giorni dopo che voi (rivolto a Croce; ndr) eravate partiti per l’Antola. Mi ricordo della vostra partenza. Io con il distaccamento ancora unito sono rimasto forse una diecina o una quindicina di giorni, non so dirlo con precisione. Scrivia è arrivato a Cichéro, come ho detto, che io ero lì da qualche giorno [27]. Poi io sono rimasto a Cichéro, e Scrivia è partito per andare con Nino [28], il commissario politico, a Pànnesi dove poi sono arrivato io a sostituire Nino; devo chiedere a Nino, per quale motivo mi hanno mandato a sostituirlo. Forse gli avevano dato qualche altro incarico, oppure non andava d’accordo con Scrivia. Non lo so.
C. C’era Bisagno anche quando sei arrivato a Pànnesi?
GB. No, quando ci sono andato io non c’era. Mi ha accompagnato Tromba [29]. Te lo ricordi? Siamo passati da Neirone, dove c’era Nicola [30] che faceva una festa da ballo nel bosco, con le ragazze del paese e una fisarmonica. Mi ricordo che siamo capitati in mezzo alla festa da ballo. Tanto che poi ho fatto un bigliettino per Bisagno per informarlo di quel fatto. Quando io sono arrivato a Pànnesi, Bisagno non c’era; era tornato indietro. Io ero arrivato lì verso la metà o la fine di giugno, diciamo attorno al 20 di giugno e mi pare che Bisagno fosse ormai tornato a Cichéro.
C. Bisagno è venuto con Lesta il 10 o il 12 di giugno in val Trebbia, quando abbiamo disarmato il gruppo dello “Slavo” [31]. Avevamo preso accordi con Bisagno per iscritto. C’era questa banda… Bisagno mi aveva chiesto se portare in appoggio un distaccamento dei nostri. Ma là c’era già Marco [32] con i suoi, che erano venuti dalla val Borbéra dove stavano prima che in val Borbéra arrivasse Scrivia; Scrivia in val Borbéra è arrivato dopo il rastrellamento di agosto.

GB. In val Borbéra siamo arrivati Il 24 agosto, il secondo giorno della battaglia di Pertuso.
C. Noi eravamo sull’Antola, a Capanne di Carrega, e andando in giù, a Cabella avevo trovato, insieme a Marco, un ragazzo col quale eravamo stati militari insieme. Pensa che quando ci siamo incontrati, con questo Caveggia

GB. Ah! Eliseo Cavecchia, “Tullio” [33].
C. Ci siamo parlati un quarto d’ora, venti minuti senza riconoscerci. Lui era conciato male, proprio male. Noi bene o male avevamo almeno un paio di scarpe; lui ne aveva un paio di gomma senza suola; il piede che gli perdeva sangue di sotto, la barba lunga, i capelli lunghi. Poi, dopo un po’ gli dico: “Sei Caveggia?”, e lui risponde: “E tu sei Malatesta?”.

M. Era carabiniere, Cavecchia?
C. No. Carabiniere io sono passato dopo. A militare erano arrivate delle richieste, secondo le quali avevano bisogno di carabinieri e chi faceva la domanda poteva passare dall’esercito ai carabinieri. Io, tutte le mattine – eravamo a Camporosso – andavo a Ventimiglia con uno di Riva Trigoso, che aveva poi un negozio a Sestri Levante, e vedevo questo manifesto per il passaggio nei carabinieri. Allora facciamo la domanda. A lui, dopo un mese e mezzo, gli è arrivato l’ordine di tornare allo stabilimento di Riva Trigoso [34] dove già lavorava prima di andare sotto le armi. E così sono rimasto io. Avevo già fatto una richiesta di avvicinamento a casa – avevo mio padre da solo in casa – quando mi è arrivato l’ordine di trasferimento ai carabinieri. Il colonnello mi ha chiamato e mi ha detto: “Non ci vuoi proprio più stare qui. Prima hai fatto domanda per andare a Genova, e ora…”, e io rispondo: “E voi non me n’avete concessa una”. “Adesso ti hanno richiesto alla Legione di Genova, hai fatto una domanda…”, e mi ha mandato alla Legione di Genova.
Con Caveggia eravamo militari insieme a Camporosso. Quando Bisagno mi dice: “Vengo, che distaccamento ti porto?”, io gli ho risposto: “Guarda che qui c’è già un distaccamento con un comandante, Marco, che è un ufficiale dell’esercito, dell’aviazione, e ci conosco un amico, così faccio venire questi coi quali ormai ci siamo conosciuti”. Quando Bisagno è arrivato da noi, alla sera, con Lesta, io avevo il distaccamento di Tullio e di Marco già in val Trebbia, a Gorreto.

M. È in quella occasione che Bisagno ha conosciuto Marco?
C. Sì. Marco è stato lì una settimana, poi è rientrato in Val Borbéra. Bisagno e Marco si sono parlati in quei giorni. Bisagno, con uno che era ufficiale si capiva di più. “Per lo meno – diceva – questo è un po’ più dei nostri”, perché a Cichéro eravamo un po’ in mezzo a tutti questi vecchi volponi di partito. Tu (rivolto a G.B.; ndr) lo sai, eh, di quelli che c’erano, i vecchi: tolto tuo papà (Canevari; ndr), gli altri erano già tutti patentati politicamente. Marzo, che forse era più liberale degli altri… Anche lui, però, se gli toccavi il partito, cominciava a dire: “Non va bene!”.

GB. Te lo ricordi il Grigio? [35] Era un bagnino di Lavagna, uno che aveva quaranta, cinquant’anni.
C. Ma lassù non c’era.

GB. Sì, era a Cichéro quando sono arrivato io. Poi non ne ho più saputo niente. Non mi pare che fosse comunista. Era sicuramente un antifascista di vecchia data, perché aveva dovuto scappare. Aveva i capelli bianchi, o quasi. Ce n’erano pochi di quella età.
C. Nel periodo che tu sei rimasto a Cichéro, quando a comandare c’era solo Gino. Nelle cave, alla sera, ci andavi anche tu?

GB. Siamo andati nella cava di Orero, che in paese c’era Marzo. Poi c’era Domenico [36] che andava a prenderci da mangiare. Siamo stati al buio per quasi una settimana, in questa cava di ardesia. Da lì andavamo sull’Aiona per ricevere il famoso lancio e poi tutti i giorni giù di corsa.
M. Il tuo primo comando, dopo Acero e dopo aver portato gli uomini a Varese, è stato di comandarli in val Trebbia, ai casoni dell’Antola. Guardie, staffette, messaggi, contatti, il mangiare, tutto quanto, insomma. Mi diresti qualche altra cosa di quel periodo, di come te la sei cavata?
C. Non era facile dare degli ordini a tenenti, tenentini e sottotenenti, eppure ne avevo quattro o cinque. Ultimamente ne avevo cinque o sei (nei mortaisti c’erano tre sottotenenti, ingegneri) [37]. Lì (ai casoni dell’Antola; ndr), i primi quindici giorni, ho avuto più difficoltà. Difficoltà nel senso della questione viveri, perché arrivavi nuovo del posto e andare a bussare alle porte delle case non è stato facile. Avevo con me un maresciallo che poi è andato giù con voi (rivolto a G.B.; ndr) in val Trebbia. E poi facevamo un po’ d’istruzione militare. Perdevamo quelle tre o quattro ore al giorno con questo maresciallo che era bravo con le armi, facevamo un po’ di ginnastica. Per non stare fermi, per tenerci in forma, mandavamo una pattuglia sull’Antola e una nell’altra direzione… per non tenere gli uomini fermi tutto il giorno.
Però Bisagno aveva un po’ la mania di costruire delle capanne, e un giorno mi manda a dire di fare una capanna da qualche parte sotto il monte Carmo, dentro a una foresta fitta. Allora abbiamo fatto questa capanna ma non come l’avete fatta voi di Cichéro sul monte Aiona. Abbiamo chiesto aiuto ad alcuni contadini del posto, il legname c’era già, e abbiamo coperto la capanna con la paglia del grano, come è l’uso contadino. Si fa a rotoli. E infatti il tetto proteggeva bene dalla pioggia. Abbiamo fatto una capanna di quaranta metri, e c’eravamo una trentina e potevamo starci abbastanza comodi. Ma non ci siamo stati molto. A Bisagno ho detto: “Guarda che tenere gli uomini sempre dentro a una foresta è una cosa impossibile”. Bisagno li aveva mandati su proprio in cima all’Aiona, ma poi ha dovuto rinunciarci. Allora di lì siamo passati a un casone sulla strada tra Carrega e Capanne di Carrega, ma era vicino una decina di metri dal sentiero e da lì passavano continuamente i contadini di Carrega, e quindi tutti ci vedevano. E poi la voce della nostra presenza camminava. A Alpe avevamo un prete, il primo prete che abbiamo conosciuto; uno un po’ vivace che poi gli è successo quello che gli è successo…

GB. È morto… era a Rovegno, poveretto.
C. Mah… Ha fatto una morte che non si sa ancora adesso… In ogni modo, da quando è venuto con noi (lo chiamavamo Nero per via della tonaca) è andato sempre bene, fino a marzo o aprile del ’45; in aprile si sono accorti che questo prete qua… e l’hanno levato da mezzo. C’era da fucilare due o tre persone e dicono che lui, andando là per dargli la benedizione, li slegava… ma a me non è mai risultato che avessimo legato i prigionieri. Ci aveva aiutato per più di un anno, era un prete e una brava persona, poi hanno detto che slegava questi prigionieri e l’hanno passato per le armi [38]. A noi aveva dato una mano – era uno che trafficava con sigarette e altro – e ci aveva organizzato i rifornimenti. A Bobbio c’era un consorzio dove c’era il deposito del grano. C’erano quattro o cinque repubblichini che facevano la guardia, a questo deposito. Per noi, a quei tempi, era dura. Allora don Nero è andato lì, ha parlato e ci ha guidato a Bobbio dicendoci: “Voi mandate via queste guardie, senza fargli niente”. Siamo andati a Bobbio con un camion, ci siamo caricati tutto il camion di grano e l’abbiamo portato a Bavastrelli. Lì c’era un mulino, e così abbiamo cominciato ad avere farina abbondante per mangiare. Da allora per noi è cominciata una vita diversa da quella di Cichéro.

GB. Questo prelevamento di grano a Bobbio è più o meno in luglio ’44?
C.
No, è prima: a fine maggio o ai primi di giugno. Noi, la val Trebbia, il fondo valle, l’abbiamo occupato dal 12 al 15 di giugno. Fino ad allora eravamo ancora in cima ai monti, e faceva ancora freddo. Poi, quando abbiamo occupato la val Trebbia è stato come per voi quando siete arrivati in Val Borbéra: zone ricche. Cichéro era una zona triste! Nella zona di Cichéro e dell’Aveto c’erano sempre difficoltà per i viveri; posti molto poveri già per sé stessi. Invece in val Trebbia, da Bobbio verso Piacenza, arrivava il grano e la situazione era ben diversa. A quello che mi chiedevi prima, ti rispondo che non ho trovato molte difficoltà.

M. Avevi dei collaboratori che ti davano una mano…
C. E che mi ascoltavano, anche.

GB. Ma dimmi un po’, Croce: per esempio Denis [39] e quel gruppetto, a parte l’Oreste che poveretto ha fatto quella brutta fine, quei dieci o dodici del vecchio distaccamento “Scintilla”, del primo inverno, erano con te?
C. Quel gruppo era venuto a Cichéro, in aprile mi pare.

GB. Ma poi sono ritornati con voi all’Antola, in maggio.
C. Sì, ma non tutti. Nino è andato a Pànnesi. Nicola è andato a Bargagli e ha creato un suo gruppo autonomo che in giugno o luglio si è unito alla Giustizia e Libertà.

GB. Quelli di loro che erano con te, erano già pratici della zona, perché avevano già girato tra Berga, l’Antola, Carrega e Bogli.
C. Sì, erano stati una settimana sull’Antola. Badoglino [40], per esempio, e i suoi amici, erano ragazzi che avevano preso fiducia. Badoglino una volta è andato a fare un’azione con il mio vicecomandante, che era un sottotenente. Sono andati e hanno fatto tanto che l’azione è fallita, se li sono fatti scappare. Questo ragazzino, Badoglino, allora aveva diciassette anni.

GB. Chi era il tuo vice?
C. Era Fontana [41]. Badoglino era tornato al comando ma non mi aveva detto niente. Non è che mi abbia detto: “È successo questo”. Mi dice però che uno era andato di qua e l’altro di là; dovevano essere in quindici ma mancava questo e mancava quello.
Un bigliettino da Torriglia ci aveva informato che certe carrette che portavano materiale militare e andavano a Gorreto partivano alla tale ora. A una certa ora la nostra squadra si doveva trovare nel tal punto per catturare questo materiale. Invece erano arrivati sul posto non al completo, perché si erano divisi e non avevano concluso niente. E questo ragazzino, Badoglino, aveva detto a Fontana: “Se c’era Croce…”. Fontana era il vice-comandante del distaccamento Torre, il mio distaccamento e stava con noi da parecchio. Era un po’ come Lesta, ma Lesta, se diceva qualcosa, lo ascoltavano. Fontana invece…
Io avrò anche fortuna, e ho avuto anche la fortuna di avere dei collaboratori che non piantavano grane; però qualche volta dipende anche da noi, se piantarle o no. Nella brigata Berto, il comandante era Banfi [42], un capitano dell’esercito che in seguito è diventato generale; non l’ultimo arrivato. Però non c’era giorno che non avesse grane. Avevano perfino chiamato Lesta per sostituirlo. Ho parlato con Bill [43] l’altro giorno. Era deciso: Banfi doveva andare via, Bisagno lo mandava via, poi gli hanno messo insieme Lesta come vice comandante della brigata. Alla Berto, tra il comandante e il commissario c’era sempre qualche grana. Nella mia formazione è successo un caso solo; uno che però abbiamo sistemato in ventiquattro ore.
Ho avuto la fortuna di avere un commissario come Moro [44], che era bravissimo perché, quando siamo andati a fare azioni, quando abbiamo disarmato la caserma dei carabinieri di Rovegno, l’ho decisa in una mezz’oretta. Un carabiniere è venuto su e mi ha detto “Guardi, stasera c’è così e così, c’è la festa, venite giù e li disarmiamo tutti”. Io mando un biglietto a Moro, e gli scrivo: “Vieni giù che andiamo a fare così e così” [45]
Quando Moro è arrivato a Alpe di Gorreto, mi ha preso da parte: Moro era stato già commissario del distaccamento Scintilla, con Edoardo, e gli era già successo che dovevano andare a disarmare una caserma a Garbagna, verso Tortona, dov’erano appena quattro carabinieri [46]. Però, il giorno prima andare a disarmarli, tutti già sapevano che alla tale sera i partigiani andavano a prendere quei carabinieri; e così è successo che hanno preparato l’accoglienza ai partigiani, tirandogli delle bombe a mano dalla finestra, e i partigiani erano venuti via, per fortuna senza danni. Moro, quest’uomo che aveva un po’ di anni più di me – di Moro, tu Manlio, avrai sentito parlare a Lavagna – era una persona straordinaria. A me non ha mai dato fastidi, politicamente; non ci siamo mai detto: “Tu come sei?”. Io sono come sono! Neanche con Marzo ho mai avuto fastidi, però qualche volta…
Quando poi Scrivia è arrivato in val Trebbia, Bisagno, con Marzo, ha pensato bene di prendere il nostro commissario, Moro, e di mandarlo da loro. E da me è arrivato un certo Bruno che veniva dalla Quarta zona [47]. Era bravissimo. È stato con noi una ventina di giorni però in mente aveva la politica. Era arrivato un lancio e col lancio anche le sigarette che venivano portate da me, al comando. Bruno dice: “Se mi dai una staffetta che mi accompagni, vado a fare un po’ un giro in due o tre distaccamenti”. E si prende un po’ di sigarette. Va a fare questo giro, e fa per andare giù sotto l’Antola, per andare a Casella, prima di Casella…

GB. A Frassinello, Valbrevenna, Nenno, val Vobbia…
C. Ora succede che quando a Cichéro capitavano dei carabinieri per mettersi coi partigiani, Bisagno li mandava tutti da me. E io avevo tre comandanti di distaccamento che erano carabinieri [48]. Va beh! Questo Bruno va in un distaccamento, prende il commissario, e gli dà un po’ di sigarette, e gli dice: “Stasera, quando fai la riunione, dai un po’ di sigarette agli uomini del distaccamento. A quelli che non ci sono, non ne dai. Va nell’altro distaccamento, da Gino, che è un altro carabiniere [49], e prima che arrivasse lì, a me erano già arrivati due bigliettini e poco dopo me ne arriva un terzo. Vado a Casa del Romano, dove c’era il telefono – perché avevamo un telefono a manovella –, chiamo Bruno e chiedo: “Dove ti posso vedere?”. Mi dice: “Domattina vengo a Loco”. Io vado su e racconto a Bisagno quello che è successo e gli spiego: “Questo Bruno è bravissimo, però se mi va nei distaccamenti a piantare delle grane…”. Quando Bruno è rientrato, l’hanno chiamato al comando della divisione: non è successo niente, ma due giorni dopo è stato trasferito e con me è venuto Paolo [50], un ragazzo anche lui comunista, amico di Marzo.

GB. Di questo Paolo ho sentito parlare. Chi era? Ne parla Gimelli, nel suo libro, quando riferisce della famosa riunione di Fascia, quando Santo [51] ha portato mezzo distaccamento Alpino…
C. A ogni modo, alla Jori non abbiamo avuto questioni coi commissari. Bisagno sapeva come la pensavo, però a me non succedeva come a lui, che aveva vicino quelle tre o quattro persone che gli andavano a soffiare: “Lì c’è rosso, lì c’è rosso!”. Con Bisagno, qualche volta mi sono permesso di discutere. Quando mi ha chiesto di fare la capanna, prima l’ho fatta ma poi gli ho detto: “Di lì noi veniamo via, perché non è un posto adatto per starci”.
Quando mi ha detto di fare i rifugi, gli ho detto che con i rifugi ci mettevamo fuori strada. “Abbiamo tanta montagna aperta davanti a noi; meglio stare fuori! E ci difendiamo fuori. Se facciamo i rifugi non sappiamo che cosa succede fuori”; da Scrivia hanno fatto i rifugi e poi è successo qualche patatrac, come quello di Pinan che l’hanno pescato dentro nel rifugio; a Favale si erano infilati in un casone, e poi è successo il pandemonio. Qualche volta Bisagno mi ascoltava. Mi ha ascoltato anche quando, finita la guerra, voleva portare tutti i partigiani su a Fontanigorda quando sembrava che gli americani dovessero disarmarci. Diceva: “Non ci lasciamo disarmare. Andiamo di nuovo su, in montagna, andiamo a Fontanigorda”, ma a Fontanigorda per arrivarci ce ne vuole! Eravamo di nuovo nel deserto. Eravamo già stati venti giorni a Genova, a mangiare all’albergo, seduti a tavola; a dormire bene o male in un letto; per non dire quelli che abitavano vicino e andavano a casa. Andare di nuovo su: impensabile! Poi mi ha dato retta e noi della brigata Jori siamo andati tutti a Torriglia: ma proprio tutti, ci siamo andati. Solo noi con Bisagno, ma non quelli delle altre brigate. A Torriglia c’era un albergo che neppure ci stavamo tutti e c’erano camion e macchine che andavano e venivano. A Torriglia, bene o male, ci siamo arrivati e ci siamo stati. Tenere i partigiani lì a Torriglia a dieci giorni dalla Liberazione! Siamo stati lì dieci giorni e abbiamo tenuta unita tutta la brigata.

M. Torniamo al 1944, alla vigilia dell’estate 1944, con l’avanzata degli Alleati, che liberano Roma. Tu sei al comando di un gruppo che ha fiducia in te e c’è un buon clima ma siete sui monti e state facendo la guerra. Sarei curioso di sapere cosa allora cosa pensavi della guerra che progettavate di combattere; se pensavi di dover salvaguardare i tuoi uomini, oppure di impegnarli nello scontro. Avevate nemici, repubblichini e tedeschi, superiori di forze e dai movimenti difficili da controllare, davvero pensavate di poterli contrastare?
C. Si diceva questo: “Noi siamo qui per combattere fascisti e tedeschi”, perché i fascisti andavano dietro ai tedeschi. Però, pensavamo, e così pensava anche Bisagno, che finita la guerra, per noi era finito tutto. Per tanti non era così. Quando siamo stati quei dieci giorni a Varese Ligure, Marzo (o una staffetta, o qualcuno) è andato a sentire Radio Londra, e al ritorno hanno portato la notizia che gli Alleati erano sbarcati ad Ancona: la voce era falsa ma ci era servita per capire che tra noi c’era una spia, mandata per infiltrarsi tra i partigiani, insieme a un certo Ginocchio; era stata con noi quattro giorni e aveva passato ai suoi l’informazione che i nostri comandanti ci raccontavano delle storie, che gli americani erano sbarcati e che entro dieci giorni sarebbero stati a Genova. Questa spia, quando siamo venuti via da Varese Ligure, diceva di sentirsi male, non camminava: si è dato malato ed è rimasto là ed è andato da Spiotta [52] che lo aveva mandato tra noi e che coi racconti di questo tizio ha fatto due pagine di giornale [53] scrivendo di Croce, di Bisagno e di Marzo che pensavano che la guerra stava per finire. In realtà noi pensavamo giorno dopo giorno che la guerra sarebbe finita presto e non di arrivare al 25 aprile dell’anno dopo. C’era anche il fatto dei lanci che non arrivavano e che abbiamo aspettato, giorno dopo giorno, per quattro o cinque mesi. C’erano tante cose che si pensavano. Forse tutte non si dicevano, però si pensavano. Abbiamo avuti gli americani che ci hanno bombardato il 24 aprile ’45: ci hanno preso per tedeschi [54].

M. Una certa serenità nel comando e nel modo di agire, penso derivi dalla chiarezza circa le cose che si debbono fare.
C. Il mio pensiero era puntato sui comandanti di distaccamento. Sapevo che cosa pensavo, sapevo che cosa avrei fatto. E adesso di vivi, mi pare, che non ce ne sia più neppure uno. Nessuno dei comandanti di distaccamento, quando si trovavano in qualche azione alla quale partecipavo anch’io, si tirava indietro, mentre quando si trovavano soli, non tutti, ma la maggior parte sapeva sbrigarsela. Solo qualcuno non sapeva sbrigarsela. Quando hai trenta o quaranta uomini – ultimamente era questa la forza media dei distaccamenti –, secondo le scaramucce che capitavano… Una volta con Reggio ci siamo trovati sull’Antola che ci sparavano col 65/13 da Crocefieschi e una scheggia gli ha portato via tre costole [55]. Sull’Antola, con la neve alta. L’abbiamo caricato su una slitta e l’abbiamo portato giù a Bavastri: pensa cosa vuol dire, uno che perde sangue a quel modo. L’abbiamo fasciato, legato con camicie, e però gli uomini che erano lì non hanno detto: “Adesso andiamo via, scappiamo”; sono stati lì perché lo consideravano un battesimo. Io ho avuto la fortuna di avere con me i più vecchi della Cichéro, forse i più bravi. La situazione però era cambiata con l’arrivo dei nuovi. È stato con l’occupazione della val Trebbia e quando la Colonia di Rovegno era diventata una caserma dove arrivavano le nostre reclute, da Chiavari, da Genova, da Piacenza; alla Colonia c’era la mensa con i tavoli, cucchiai, piatti e il quartino di vino; c’era tutto. Quelli che rimanevano lì per un po’, si imborghesivano e quando poi li mandavi al distaccamento e gli chiedevano: “Di dove arrivi?”, subito dopo il commento era: “Guarda che questo arriva dalla Colonia”. Ero tranquillo solo di quelli che già avevano fatto un’azione o due; allora, dicevo: “Questi qua hanno già avuto il battesimo”.
Nel mese di gennaio ’45, quando Bisagno ha avuto un incidente ed è rimasto ferito e immobile per un mesetto, noi eravamo con le missioni Alleate inglesi e americane, che tutti sapevano che c’erano [56]. Per noi queste missioni erano importanti, ma lo erano anche per i nemici. Infatti non c’era settimana che non avessimo due o tre offensive dei tedeschi: una da Torriglia, una da Bobbio, una ti arrivava dalle Capanne di Pej, un’altra ti arrivava da Carrega, un’altra da San Clemente; perché i tedeschi sapevano che c’erano queste missioni alleate e cercavano di catturarle. E per questo abbiamo avuto dei combattimenti quasi giornalieri. In due, tre mesi, abbiamo avuto qualche ferito, ma non abbiamo avuto nessun morto, capisci? Siamo la brigata che forse ha fatto qualche casino in più, ma siamo anche la brigata che ha avuto meno morti. Perché se vai a Carasco, trovi dove hanno preso tre o quattro persone, le hanno prese sulle piante di fichi, e le avevano appese lì. Da noi non c’era una disciplina cattiva, imposta, ma partigiani che avevano capito che se sbagliavi potevi pagarla con la pelle, capisci? Perché i giorni della montagna ti portano a capire, a crescere, è un po’ come quando uno va a studiare. Per noi, i mesi e i giorni erano anni. Io ho avuto forse la fortuna di avere questi ragazzi che erano già bravi, però capivano che se uno scappava, l’altro ci rimetteva. Da lì veniva la fratellanza, l’aiuto reciproco. Anche noi abbiamo anche avuto problemi, ad esempio quando abbiamo disarmato lo Slavo: era una vipera, perché era armato e a levare da mezzo uno ci pensava come a fumare una sigaretta; quando andava da un contadino, se non gli dava la roba… Quando l’abbiamo disarmato, nei suoi magazzini aveva vino, formaggio; dai Canevello, dove eravamo andati a prendere due chili di formaggio, lui era andato con dei camion e gli aveva portato via tutto [57]. I Canevello, i proprietari dei formaggi, il giorno dopo che avevamo disarmato lo Slavo sono arrivati da noi, a Ottone. Avrebbero voluto indietro la roba. Hanno chiesto del comandante, che ero io, e Canevello mi fa: “Ci conosciamo, ma io volevo parlare con Bisagno.” Gli ho risposto: “Aspetti qua, che adesso lo faccio parlare con Bisagno”. Vado da Bisagno: “Guarda che là c’è, così e così. Noi siamo andati gentilmente con un documento di Genova che indicava chi siamo e non siamo, ci siamo andati di notte perché non potevamo andare di giorno, ci ha dato due chili di lardo e un po’ di formaggio, e ce ne siamo andati. Dopo di noi c’è arrivato lo Slavo col camion e gli ha portato via tutto, anche i maiali vivi”.
Nei due mesi che siamo stati in val Trebbia, da giugno ad agosto, abbiamo tentato di fare anche tanti scambi di prigionieri. Ma non ne abbiamo concluso nessuno, perché Attilio [58] era una brava persona, però quando diceva: “A me mi devono dare il generale Rossi” [59] e quelli in cambio volevano magari tre tedeschi, lui gliene offriva soltanto mezzo. E allora il cambio non si faceva più. Per Oreste, non siamo riusciti a fare il cambio perché “volevano troppo”. L’abbiamo tirata avanti… Queste cose qua io le ho ancora qui, in gola. Perché quando c’è stato il rastrellamento di agosto, alla Colonia, noi avevamo più di duecento prigionieri tra tedeschi e repubblichini. I fascisti un anno fa sono andati a mettere una targa alla Colonia – le saprai queste cose –, sono andati a mettere una targa con i nominativi… [60] Avremmo potuto offrire qualcosa di più, visto che li avevamo e li tenevamo lì: daccene anche dieci, se ne volevano dieci. Voleva il generale Rossi, con quattro o cinque che erano a Genova, e non ci voleva dare… Lo stesso con Oreste: io, per Oreste, con Attilio ho bisticciato per mesi. Lui diceva: “Adesso lo facciamo il cambio; lo facciamo!”, e l’hanno fucilato!

GB. È che è stato difficile perché Oreste era andato a finire a Torino.
M. Ritorno su una questione che già abbiamo trattato. È personalmente Bisagno che ti dice: “Prendi il comando di questi uomini”, o è il risultato d’una riunione?
C. Me lo dice Bisagno.

M. Quando te l’ha detto, tu hai avuto un momento di esitazione?
C. No perché avevo capito, dai nostri rapporti precedenti, che proprio aveva scelto me. Allora, a Cichéro, oltre a Lesta c’erano altri anche più vecchi di me (c’era Beppe e tanti che erano già lì, da prima; c’era Pinan che era capo squadra), ma Bisagno è venuto da me: “Qua ci sono ottanta uomini e li devi portare là. Quando sei là, dividili, fai la guardia…”. Ricordo di non aver dormito per tutta la notte.

M. Non hai esitato o detto: “È meglio un altro…”?
C. No, no…

M. Nella seconda metà di giugno, in val Trebbia dovrebbe essere comparso Miro [61].
C. Sì, poi lui è arrivato.

M. Ho letto che in quel periodo ci sono riunioni per far aderire i distaccamenti alle Brigate Garibaldi: ne sai qualcosa?
C. Forse l’hanno fatto, a Cichéro…

M. Forse l’hanno fatto a Cichéro… o a Pànnesi?
C. Forse… È successo questo, che dopo l’occupazione della val Trebbia a metà giugno, a me mi hanno fatto comandante di battaglione, che comprendeva tre distaccamenti. Perché lì c’eravamo un po’ allargati e io avevo già un distaccamento di settanta uomini. Poi, con quelli della Colonia e quelli arrivati da Genova abbiamo fatto tre distaccamenti, e così mi avevano fatto comandante di battaglione, però era sempre “Battaglione Torre”. I tre distaccamenti presero il nome di… Bellucci e questo qui forse è venuto… credo che questo l’abbiamo fatto dopo il rastrellamento d’agosto, quando hanno fatto… Fino al rastrellamento d’agosto c’era la terza Brigata Garibaldi. Dopo il rastrellamento d’agosto, allora hanno fatto la “Cichéro”…

M. Ma prima di agosto, in giugno, hai visto Miro?
C. Sì, sì.

M. Col suo arrivo a Genova si pone il problema della adesione delle formazioni di Cichéro alle Brigate Garibaldi e si comincia a discutere di un Comando militare unificato. Siamo attorno alla metà di giugno. Bisagno, interpellato, si era dichiarato d’accordo. Tu ne sai niente?
C. A Miro non davamo molta importanza; per noi era un po’ uno sconosciuto. Poi arrivava dalla Jugoslavia, così… Forse ero molto… Credo però che queste cose siano nate un po’ più vicino a luglio e agosto. È venuto Marzo e l’ha presentato.

M. Che impressione ti ha fatto quando l’hai conosciuto?
C. In fondo era un bonaccione, e poi lo abbiamo trovato in azione, lui era un uomo… Quando ci siamo trovati in azione a Carrega, che lì hanno fatto una puntata, arrivati su dalla val Borbéra e io prima sono andato a Cartasegna e poi, arrivato a Cartasegna, ritorno indietro e laggiù nel fiume, c’è lui, Miro: aveva preso tre o quattro ragazzi e con una mitraglia, aveva fatto una postazione ed è rimasto là tutta la sera. C’era anche lo Scrivia, il comando di divisione e il Comando zona, la missione americana, ma lui è stato là tutta la sera, in una postazione. Era un comandante, ma era come se non l’avessimo avuto; non dirigeva. Io qualche volta ho avuto dei collegamenti con Pietra (Edoardo) [62]: con lui ci intendevamo di più; parlava un po’ il genovese, non so. Pietra poi era diventato vice comandante della Zona per l’Oltrepò. Ma in quel periodo, almeno da noi, di politica se ne parlava poco.

M. Volevo solo sapere quando l’avevi visto. Se era venuto da voi.
C. Sì, è venuto, ma così… Ci sono dei ragazzi, ancora adesso, che se gli dici “Miro”… “Miro?”, ti chiedono. Se invece parli di qualcun altro, magari qualcosa dicono. Se parli di Bini, bene o male ti dicono qualcosa. Bini era uno che se l’azione la faceva tizio, lui su “Il Partigiano” scriveva che l’ha fatta Gino [63], perché Gino era uno dei suoi… Io non ho mai fatto polemica però adesso, quando leggo i libri, mi incazzo. Adesso quando Gino parla ancora di… che lui era a Genova e l’altro non c’era… dico, ma è possibile che Gino fosse… Quella lettera lì l’ha scritta una settimana fa.

M. Oltre che con Bisagno, il comandante con cui hai un rapporto di amicizia e fiducia profondo, ci sono altre persone, magari di altre formazioni, con cui ti trovavi di più in sintonia, anche politica?
C. Adesso ti spiego. Il distaccamento Torre, quando abbiamo fatto il battaglione, l’ho dato a Gino [64], che era un carabiniere, e avevamo fatto il posto di blocco a Marsaglia; ci vado, faccio questo posto di blocco e sto lì tre giorni per metterlo a posto. In precedenza ne avevamo fatto uno prima di Torriglia.

GB. A Laccio?
C. No, prima di Torriglia, verso nord; quando non eravamo ancora venuti giù. In un secondo tempo, poi, siamo venuti giù e siamo stati da Montebruno a Laccio.
Laggiù, a Marsaglia, passavano i camion che venivano da Santo Stefano e andavano a Milano e noi, cambiando le indicazioni stradali, invece che per Milano li avevamo fatti venire verso Genova. Per cinque giorni, i camion tedeschi erano venuti dalla nostra parte. Nel giro di poco tempo avevamo alla Colonia un centinaio di tedeschi prigionieri. Ero ancora a Marsaglia che alla sera mi arriva un biglietto da Bisagno che devo rientrare, che veniva questo comandante. Io gli dico: “Chi?”. La stessa sera che vengo via, arrivano due camion di tedeschi: questo Gino è saltato sulla strada e ha portato due camion alla Colonia; ero alla Colonia quando alla mattina abbiamo visto arrivare i due camion carichi di prigionieri tedeschi e di roba. Allora, lì, tutti hanno capito che al posto di blocco c’era rimasto uno che valeva. Se c’era rimasto Croce, probabilmente non lo faceva mentre quello, invece, era saltato giù nella strada…

GB. Chi era questo Gino?
C. Gino era un carabiniere, capisci, perché coi carabinieri… era di Fidenza, è venuto poi giù una volta; era un ragazzo che…

M. Mi parli di rapporti di fiducia che nascevano dentro la tua formazione. Ora io, invece, alludevo a rapporti anche fuori della formazione. Facciamo un passo avanti e ad esempio andiamo alla riunione a Capanne di Carrega per la formazione del Comando zona, il 23-25 settembre ’44, dove anche tu sei presente. Si discute degli incarichi di comando: immagino opinioni un po’ diverse. A qualcuna sarai stato più sensibile…
C. Ma vedi, lì eravamo tutti di noi, non c’erano estranei.

M. Tutti di voi ma non tutti del tuo battaglione. Immagino ci fosse qualcuno che parlava in un modo che a te andava più a genio.
C. Prima non avevo capito… [65] In quella riunione lì, Bisagno aveva un po’ di mal di denti, e ogni tanto andava di là in cucina e faceva degli sciacqui; e Marzo gli andava dietro, perché non lo mollava. E allora lì c’era Miro, c’era Attilio, c’era Dente [66], c’era lo Scrivia; lo Scrivia allora non era un politicante: aveva le sue idee, però non le spiegava. Io mi ricordo che di loro hanno fatto… Io dicevo, nel mentre Bisagno si era allontanato, che potevamo dividere questo da quello, però poi a mangiare eravamo sempre gli stessi. Allora Bisagno, che era rientrato mentre lo stavo dicendo: “Basta Croce, non dirci più niente”; volevano levare la Coduri dalla divisione Cichéro e farne una divisione, ma Bisagno era contrario. Quando siamo scesi a Genova, su queste cose Gino [67] era d’accordo, perché c’è quella lettera che sembra che sia lui il comandante della Cichéro. E belin, non finisce qua.

M. Dai… continua a raccontare.
C. Siamo arrivati a Genova che la divisione era già ridotta a metà e Bisagno aveva solo la Jori; quando poi, a Genova – eravamo al Bristol –, hanno detto: “Adesso c’è la sfilata… Chi è che sfila per primo a Genova?” – il Comando zona, la Cichéro, però ci doveva essere la brigata… Bisagno mi chiama e dice: “Croce!”. Nessuno ha detto niente, ma quando siamo scesi a Genova, Bisagno non ci aveva quasi più nessuno; perché, alla Coduri avevano fatto una divisione per conto loro; c’era stato un voltafaccia in quell’incidente lì; e consideravano Bisagno come un comandante di brigata. Ma se quella sera avesse avuto tre brigate in più, sarebbe stato lo stesso… Lui un politico non lo era.

GB. Adesso, tanto per dire, a quella riunione di settembre del 1944 a Capanne di Carrega, c’ero anch’io ma ricordo poco; ricordo Istriano [68] che mi piglia da parte e mi dice: “Adesso andiamo giù a Carrega che c’è un’osteria”, e siamo andati…
M. Proviamo a tornare proprio a questa riunione di fine settembre 1944.
C. Io l’ho vista così, che volevano levare le brigate a Bisagno, tutto il comando che aveva, eh! Ce l’hanno tolto. Anche perché lo Scrivia, che era il loro amico…

M. Però, scusa se te lo ricordo, la riunione del 23-24 settembre 1944, era per la formazione del Comando zona; quella di cui mi dici, succede molto dopo…
GB. A marzo 1945, l’anno dopo… C’era il generale Rossi, te lo ricordi?
C. Sì, e lì è quando hanno fatto quello che in parte, forse, ho già detto. C’era la terza Brigata Garibaldina, con i tre distaccamenti che la formavano. Dopo il rastrellamento d’agosto hanno fatto la divisione “Cichéro”, e noi siamo diventati la brigata Jori, la terza brigata, la brigata nata a Cichéro, e l’hanno data a me, subito. E hanno fatto la divisione Cichéro con dentro, oltre la mia brigata, c’era la Berto (la 57a brigata), l’Oreste (la 58a brigata) e c’era la Coduri.

GB. C’era Battista… [69]
C. C’era Battista e Gino, che erano quelli – circa quindici uomini – che erano staccati vicino alla città… Su questo però non ricordo contrasti.

GB. Neanche io. Ricordo che c’era Istriano.
C. Istriano poi l’hanno passato autonomo.

GB.Volevano levarlo dalla val Nure.
M. Invece, sempre lì a Capanne, ma a dicembre, attorno a Natale del ’44, tra il 25 e il 30, forse il 23, ci sono state se non sbaglio due riunioni e ad una di queste sembra ci fossi anche tu. Riunioni in cui Bisagno era stato attaccato, criticato. Era dicembre e avevate già avuto il rastrellamento d’inverno. A dicembre muoversi non sarà stato facile. Ricordi qualcosa? GB.C’era un metro di neve!
C. Ma chi erano quelli che erano lì? Perché, scusa, da dove viene questa notizia? Vorrei vederne uno che dica, guarda che c’eri anche tu! A te chi ti ha dette queste cose? Perché, belin, per me sono un po’ nuove. Magari era una riunione del Comando divisione, o del Comando zona e può darsi che Croce non ci fosse! [70]

M. La discussione riguardava i commissari politici e in buona sostanza il controllo delle formazioni da parte del Pci; iniziativa ostacolata da Bisagno che aveva risposto con la famosa lettera “Io Bisagno”.
C. Ecco, vedi, la questione sta lì; che Croce era Croce e nella sua formazione quei problemi non c’erano. È possibile che quelle riunioni le abbiano fatte, ma io non c’ero. Eppure, con Bisagno ci vedevamo. Anche Marzo, ma qualche volta! Perché all’inizio Marzo non mi vedeva tanto bene. Poi, quando abbiamo occupato la val Trebbia, e da Cichéro veniva in val Trebbia, aveva conosciuto la mia famiglia, e pian pianino mi ha preso in simpatia, ma ce n’è voluto. Perché all’inizio non mi voleva; avrebbe voluto che andassi a comandare la Coduri; non so perché. Era critico verso Virgola [71] e compagni; che poi li ha sposati tutti e due e proprio lui ha fatto la cerimonia.
Quando abbiamo fatto saltare il ponte di Laccio, veniva giù la Monterosa, veniva giù da Milano per andare a Chiavari, arrivava da Montoggio. Il primo ponte verso Laccio, l’avevamo già fatto saltare; quello Torriglia-Genova l’avevamo minato però era sempre in funzione. C’era un distaccamento, dieci persone che facevano la guardia a questo ponte. Quando là arriva la Monterosa, trovano il ponte rotto. Si mettono sulla collina e si mettono a sparare. Io, quella mattina che vengo giù con la macchina, cerco Bisagno che mi dice: “C’è mio papà, portalo fino a Laccio, e lo lasci là, tanto poi…”, così e così, che intanto poi dovevamo mettere un distaccamento fra Laccio e Torriglia. Io sono a Laccio, in macchina con Zalavir [72]: di là arriva questa improvvisata – che non sapevo che era la Monterosa –, ci siamo messi a sparare. Io sono di là con la macchina, arrivo lì dal ponte, mi dicono: “Abbiamo mandato su qualcuno perché c’è una puntata… arrivata improvvisa”. Ma su tutte le colline sparavano. Io avevo fretta. Prendo la macchina, la metto sul ponte (sul lato verso Torriglia; ndr) e faccio saltare il ponte. Ma uno, che a Torriglia era il proprietario del ristorante Cacciatori (che poi è diventato un amico), telefona a Marzo – perché allora a Torriglia, alla Colonia e a Gorreto c’era il telefono –, si lamenta: “Non possiamo più andare a Genova!”. Gli dico: “Non ti preoccupare di andare a Genova!”, perché lì c’era la Monterosa, che poi nel pomeriggio si è ritirata e per andare a Chiavari è andata fino a Busalla; e allora prendo Bisagno e gli dico: “Guarda che Croce ha fatto così e così”. Mi guarda e si fa una risata: “Hai fatto bene! Cosa potevi fare?”. Nel pomeriggio, andiamo a ricuperare la macchina che avevamo lasciato sul ponte, ma laggiù erano già all’opera quelli che levavano le gomme e le portavano via [73].

M. In sostanza, tu dici che, delle riunioni di allora, ricordi piuttosto quella del 7-8 marzo 1945.
C. Non ne ricordo altre, perché io non avevo quelle problematiche.

GB. Della riunione del marzo ‘45 ho letto tutto quanto ne ha scritto Gimelli, e tra l’altro, ne parlavo con Minetto qualche giorno fa, dal comunicato risulta che ero presente io e che c’era anche Minetto, ma sia lui che io non ci ricordiamo quasi di niente. Adesso c’è quella faccenda di Santo che arriva lì con i suoi armati e che Bisagno aveva fatto un biglietto per avvisarlo…
M. Tu, Croce, cosa ti ricordi?
C.
Lì l’avevano organizzata bene. Io ero a Gorreto, e dov’era anche Marzo; Bisagno non c’era: era a Fascia. Io avevo il comando a Casa del Romano perché, anche se avevo i distaccamenti in giù, il comando l’ho quasi sempre tenuto in montagna per essere un pochino appartato. E questo costava, perché lassù il proprietario si era portato via tutti i materassi, lasciando solo i tavoli, e si dormiva sui tavoli. A Casa del Romano ero arrivato con Marzo, verso le dieci quando arriva la staffetta che dice: “Croce e Marzo, bisogna che andate su perché c’è Bisagno che…”. Arriviamo su. Quel giorno Marzo camminava come un accidente. Camminava più di me [74]. Si vede che lui… Io non sapevo niente di ‘sta faccenda. Arriviamo su, e c’è questa baraonda e c’è un distaccamento, Santo, che quattro o cinque giorni prima lui era a Bavastri e aveva avuto un incidente con la pattuglia: andava di pattuglia che era una mattina con un po’ di nebbia e incontra una pattuglia tedesca; si sparano e c’è un morto del distaccamento [75]. Santo era stato studente insieme a Bisagno. Bisagno va al distaccamento e sono là che piangono (cosa che, quando succedeva un incidente, non è che c’era il tempo di piangere), allora Bisagno mi dice: “Vedi un po’ se domani puoi portarlo da qualche parte, levalo un po’ di lì. Magari va da un’altra parte, si dimentica”. Allora prendo Santo e lo mando a Loco, e quello di Loco lo faccio venire su. Infatti il distaccamento Guerra si è trovato lì a Fascia perché veniva via di laggiù. Il Guerra era contro… che poi c’è stato… poi sono arrivati e si è fermato tutto, se no c’era il Guerra che diceva: “Tu, Santo, potevi stare dove eri e non venire qua. Ci vieni a sostituire e adesso pianti il posto di blocco”. Santo aveva piantato il distaccamento in un punto dove una settimana prima avevamo fatto prigionieri trentatré tedeschi [76]. Era un posto di blocco importante. Al più, di fronte alla grana, Bisagno gli avrebbe detto: “Prendi cinque uomini e vieni qua, ma lascia il distaccamento laggiù”. Allora è quando io, poi, finita tutta la baraonda, chiusa l’assemblea, la sera, ho detto a Bisagno (c’era anche lo Scrivia): “Adesso Santo lo mandi dove vuoi, lo mandi in un’altra formazione. Non tengo Santo con noi”, e Bisagno: “Scrivia, lo mando da te!”. Scrivia, che lo conosceva, perché erano tutti e tre studenti insieme: “No, non me lo mandare! Mandalo da un’altra parte!”; e Bisagno lo ha mandato da Banfi.
Probabilmente queste riunioni erano per le questioni dei commissari, che ce n’erano tante di continuo; nella “Berto” c’era sempre questa grana tra il comandante e commissario e tu lo saprai, avrai sentito qualcosa. C’è sempre qualcuno che le cose le ingigantisce un po’ di più…

M. Ma la riunione del 6-7 marzo, non si occupa di commissari politici. È una riunione dove ci sono anche dei membri del Comando militare regionale. Tu dici che c’eri.
C. C’ero, c’ero.

M. E quindi non avete discusso di commissari?
GB. È quando si è fatta la Pinan-Cichéro e Scrivia aveva una posizione diversa da come Bisagno si aspettava.
C. Ma sai, quando c’è la carriera… Bisagno a me aveva proposto diverse cose e, quando c’era la questione di Banfi, mi ha detto: “Se tu andassi là, Croce? Qua c’è Fontana e con lui starò io…”.

M. Cos’è questa storia di Banfi?
C. C’è stato un momento, due o tre giorni, che Banfi l’avevano sospeso, eh! Infatti gli stessi partigiani, gli stessi comandanti di distaccamento – motivi ce n’erano mille e non so se era per l’incidente della Forcella [77], o qualche altro incidente – avevano avuto un diverbio.

M. Questa proposta quando te l’ha fatta?
C. Non so se era in gennaio o in febbraio. Lesta lo sa, perché è quando è venuto via da Gino, perché Bisagno aveva chiamato Lesta per affiancarlo a Banfi; adesso non ricordo se era gennaio, ma sarà stato gennaio o febbraio.

M. Hai detto che Bisagno ti ha fatto altre proposte.
C. Mi aveva fatto, sì, ma proposte nel senso di lavoro, di questioni… Bisagno con me, sapeva che io non ero comunista, ma non ero neanche anti. Delle volte io lo riprendevo, perché intorno aveva dei ragazzi che erano bravi, però gli facevano vedere… che là c’era fuoco, c’era rosso, capisci?

M. Ma questa cosa, di questi ragazzi che gli facevano vedere fuoco e il rosso quando è cominciata?
C. Più si andava avanti e più era visibile. Già a Cichéro c’era qualcosa, però era più nel piccolo. Bini, per esempio, era una bravissima persona, niente da dire, però poi attribuiva a Gino l’azione che invece aveva fatta un altro. E allora lì non sei più onesto, sei disonesto! Capisci? Questo è il discorso, cosa che tutti preferiscono non dire. Magari dicono tante belinate, ma questo non lo dicono. Bini era uno di quelli che se l’azione la faceva Gino, era Gino, ma se la faceva Croce, non c’era, capisci? È scritto su “Il Partigiano”. L’altro giorno eravamo a Barbagelata con Benassai [78], uno di quelli che erano rossi rossi, ma anche uno che se gli tocchi Croce… Sapeva che non ero comunista, però non era d’accordo neanche con Bini, neanche con Gino, perché quando si trattava di portare l’acqua al mulino, portavano l’acqua al mulino; ti lasciavano, ti abbandonavano…

M. Mi hai detto che Bisagno a volte si sfogava con te, ti aveva sottoposte questioni, detto delle cose… 
C. Lui era andato là… a Piacenza, come si chiama là il comandante…?

M.Fausto [79]
C. Sì, Fausto. Da Fausto c’era il collegamento con Milano, e questo negli ultimi tempi, nel periodo di Fascia, un po’ prima o forse un po’ dopo… Probabilmente dopo, perché lui voleva staccarsi da qui, ma… non lo consigliavano bene. È questo il discorso, capisci? Io che non vedevo tutto rosso, gli dicevo: “Si può fare, ma non si deve fare”. Ma adesso, Leonzio [80] è morto, Fontana è morto; anche Paolo qualcosa sapeva. C’è stato delle notti che camminavamo fino alle due o alle tre dopo mezzanotte, e poi Marzo veniva a prenderci; eravamo nel viale di Gorreto. A Bisagno avevano suggerito di fare levare il nominativo e fare una formazione a parte. Lui mi chiedeva: “Se lo facciamo, in quanti vengono con noi?”, e io: “Con noi vengono tutti. Però non dobbiamo farlo”. Perché là gli avevano proposto una organizzazione militare, un finanziamento: tanti uomini e tanti soldi per la decade; settimanalmente. Diventavamo dei militari. Giustizia e Libertà passava con noi. Lui, lassù da Fausto, c’è andato con Lesta, proprio con Lesta e due o tre volte c’è andato anche con Dorino [81], perché per andare da Fausto dovevano passare da Bobbio e a Bobbio c’erano i tedeschi, però Dorino, con la moto, faceva una strada in mezzo ai monti e sapeva arrivarci. Bisagno, se avesse trovato qualcuno che l’avesse incoraggiato, avrebbe fatto questa formazione, pur di levarsi da qui.

M. Ne avete parlato molto…
C. Eh! Ne abbiamo parlato parecchio.

M. Di questi contatti di allora tu hai saputo mentre erano in corso?
C. Sì, certo, ma non è che la sapessero in tanti.

M. Secondo te Scrivia lo sapeva?
C. Non lo so. In quel periodo lì, Bisagno non parlava più di Scrivia; credo che non si aspettasse che Scrivia lo abbandonasse così. Invece, Scrivia ha ascoltato, ma non ha detto niente [82]. Gli altri hanno deciso tutto e lui ha detto: “Va bene”.

M. Dell’iniziativa di Bisagno verso Fausto, Minetto sapeva qualcosa?
C. Vedi cosa c’è? Tu e io ci siamo conosciuti che è due ore e con Minetto ci siamo conosciuti che è cinquant’anni; l’altro giorno è venuto qua da me e gli ho chiesto: “Dimmi un po’, che è una cosa che me la sono sempre tenuta qua, non sono riuscito a sapere dov’era Taviani [83] quando era in montagna”, perché di queste grane Minetto sa, ma scommetto che non te ne dice. L’altro giorno gli ho chiesto: “Minetto, ti ricordi di quando, con Bisagno, c’erano queste grane e tu gli dicevi «vado da Taviani, e fra due o tre giorni torno!», oppure «vado a parlarne con Taviani, poi torno»?”. Poi tornava, parlavamo, ma io – e come me anche Bisagno – non ho mai chiesto dov’era, perché magari, se il giorno dopo lo prendevano, potevano dire: “Quello ha fatto la spia”. L’altro giorno, quand’è stato qui, gli ho detto: “Minetto, davvero non ti ricordi di quando andavi da Taviani? Per la miseria!”. E lui: “Io non sono mai andato da Taviani”, invece ci andava da Taviani; ci andava prima e dopo. Ma lui: “Io non ci andavo, né prima né dopo; con Taviani, mai andato”.

M. Ti interrompo per farti fare un passo indietro. Stai passeggiando con Bisagno nel viale a Gorreto.
C. Era anche freddo…

M. Era anche freddo ma tu stavi lì a parlare con Bisagno, e vai avanti fino alle due del mattino. Ve ne sarete dette di cose…
C. Ne abbiamo dette tante ma poi erano sempre le stesse cose. Lui mi diceva questo, questo e quello… Lui di Marzo si fidava però mi diceva anche: “Va sempre con i preti”; perché Marzo, ad esempio … Io ho avuto dei parroci che ci sono stato amico, me ne sono servito e grazie che m’hanno aiutato; però, poi, non è che se passavo davanti alla chiesa, andavo a trovare il parroco. Ho avuto quello di Alpe, poverino, che è stato il primo che ci ha dato una mano, perché eravamo proprio a terra; ci ha detto dove potevamo andare a comprare un po’ di roba. Invece Marzo, lui, i preti… Siamo andati a Gorreto, dieci anni fa, da un parroco che ci abbiamo bisticciato tutti; Paroldo [84] ci ha portato da questo qui… che faceva la spia e gli diceva chi erano i nostri collaboratori. E se non lo teniamo, Paroldo gli dà uno schiaffo. Era per il fatto di Dorino: Dorino era uno che, quando siamo stati in val Trebbia, è stato il primo che abbiamo incontrato. Ci ha visti arrivare, gli abbiamo chiesto dove c’era da comprare qualcosa, dove trovare un po’ da mangiare. Con questo Dorino siamo rimasti in amicizia e con noi era in collegamento. Paroldo aveva capito che era un bravo meccanico: “Ho una macchina da mettere a posto”, l’aveva preso con sé e gli serviva. Ma il parroco gli aveva detto: “Quello lì è un partigiano, uno che dovreste levarlo da mezzo!”, e quando poi Paroldo è passato dalla nostra parte, andiamo dal parroco in quattro, Bisagno, Marzo, io e Paroldo, che gli chiede: “Cosa dice di quel Dorino?”, e il parroco: “È un bravo ragazzo!”, e Paroldo: “Ma cos’ha detto a me di lui?”. Alla fine siamo venuti via e abbiamo lasciato perdere. Dieci anni fa, per il 25 Aprile, siamo andati a Gorreto e Marzo con quel prete si abbracciano e si baciano! Io non l’ho baciato, quel prete!

GB. Marzo baciapreti!
C. Si sono abbracciati! Giuro.

M. Bisagno si fidava di Marzo e Marzo ci sapeva fare.
C. Era un liberale!

M. Non so se era un liberale o meno. Comunque, Bisagno si chiedeva e ti chiedeva chi avrebbe potuto seguirlo. Ho capito bene?
C. Sì.

M.Non sembra che Bisagno ne abbia parlato ai vari Santo e Dedo [85]; invece lo ha fatto con te. Non cercava quelli che lo avrebbero incitato, piuttosto chi sapeva capirlo, ma anche farlo riflettere. Uno come te che gli eri amico ma gli dicevi: “Si può fare, ma è sbagliato”. Ho capito bene?
C. Sì, sì. Come nel caso dei rifugi: non li ho fatti. Lui non è che m’abbia detto: “Li devi fare!”. “Se te la senti; se ti pare che, come la vedi tu, te la puoi sbrigare, allora…”. Dall’altra parte avevano le cave, andavano nelle cave [86].

M. A quando risalgono questi tuoi colloqui con Bisagno?
C. Agli ultimi mesi, subito dopo Fascia. C’era già stato qualcosa, prima: prima, Bisagno aveva cercato di portare Giustizia e Libertà con noi, di inserirli nel comando della divisione e anche della Zona. Di loro diceva che Murri [87] era un bravo partigiano; quanto a Umberto [88]: “Lo mandiamo al Comando zona, così là gli danno una carica”. Noi con Giustizia e Libertà eravamo sempre stati come cani e gatti, ma Bisagno in quel momento aveva talmente fiducia in loro che, nella zona della val Trebbia, verso Torriglia, aveva messo i due distaccamenti di Giustizia e Libertà: il primo là da dove erano venuti giù quei trentatré tedeschi (ma i G.L. invece di essere al posto di blocco, non c’erano e quelli, i tedeschi, c’erano arrivati addosso); il secondo a Prato, sopra Torriglia.
Da Torriglia, gli informatori ci avevano avvisato di un movimento; che i tedeschi che erano a Torriglia stavano rientrando a Genova. Bisagno dice: “Come partono, andiamo e, prima di arrivare a Laccio, ci appostiamo e li attacchiamo”. Andiamo in giù per attaccarli ma loro, i tedeschi, invece di andare verso Genova vengono nella direzione opposta e fanno una puntata a Porto, dove c’era il distaccamento di Giustizia e Libertà: scappati tutti! C’è stato due morti: uno della G.L. e un ragazzo [89]. Allora di lì s’è capito che la G.L. non funzionava e Porto, il paese, quando ci siamo tornati noi, ci aveva presi un po’ male: “Hai visto come stanno le cose”, ho detto a Bisagno. Avevamo dovuto rassicurare gli abitanti di Porto (molti anche gli sfollati da Genova, arrivati lì in fuga dai bombardamenti sulla costa): “Qua torniamo noi e vedrete che i tedeschi non verranno più…”, e non sono più venuti. E come è arrivato il 20 aprile, che i tedeschi da Laccio sono venuti via, a Porto ci hanno fatto un pranzo che non lo farebbero neanche adesso; ci hanno portato sul tavolo di tutto, perché i tedeschi a Porto non si erano più fatti vedere. Ai G.L. Bisagno aveva voluto dare fiducia, cercando di portarli da noi per ingrossare la formazione, ma non era stato possibile. (Rivolto a G.B.; ndr) E Minetto ora dov’è?

GB. È a Albissola e facevo conto di passare a salutarlo.
C. E passaci e portagli i miei saluti, ma digli anche che Croce, quella di Taviani non se l’è creduta!

GB. Di Taviani, Minetto parla con grande disprezzo. Però io non l’ho ancora capita…
C. Vedi, io non l’ho difeso prima, ma ora non ne parlo male…

GB. Se mi permetti, dico due cose: io quest’inverno ho letto tutti i libri di Gimelli, documenti, Bisagno, i resoconti (ci sono anche dei documenti, all’Istituto, dove bisognerebbe mettere un po’ mano, perché lì non vogliono nessuno). C’è una cosa che mi imbarazza. È che, da questa storia, io che sono del ’23, personalmente ci esco con le ossa rotte. Quando sono arrivato a Cichéro, avevo da poco compiuto vent’anni, e quando è finita la guerra, ne avevo compiuto ventuno. Quindi ero “ragazzino”, però, bene o male, in tutte queste vicende c’ero anch’io. Io non mi sono mai reso conto che ci sono state tutte queste questioni che tu hai raccontato, sigarette e altri malintesi di quel genere. Ci saranno stati, però niente di così grave che sia da dire: “No, qui non si può più andare avanti”. Né da una parte né dall’altra. I miei ricordi vanno in quel senso. Nota che io ero dall’altra parte, ero iscritto al Partito comunista; lo sono sempre stato, per venti, trenta, quarant’anni. Però con Scrivia siamo sempre andati d’accordo: insieme da Pànnesi fino all’ultimo giorno della guerra. Ogni tanto, magari, c’era qualcosa. Minetto, per esempio, all’Arzani aveva come commissario quel vecchio, Curone, Silla [90], e ricordava d’avergli detto: “Non dovete fare tanta propaganda coi ragazzi”, e Curone: “Va beh!”, e la cosa era finita lì. Voglio dire che erano situazioni normali mentre a Fascia si è quasi arrivati al rischio di spararsi…
C. Ma lì la questione era Santo: Santo è uno che ha fatto il partigiano perché andava a scuola con Bisagno, se no in montagna lui non ci stava neanche 24 ore. Lui si è sparato una raffica nel piede. Andiamo sull’Aiona e quando è là, lui prende l’esplosivo… e l’hanno buttato nel lago, se no bruciava! E a Bavastrelli, quando va con la brigata Berto, c’era un ragazzo che era in villeggiatura, era lì con loro da qualche mese e ha voluto andare con loro; figlio unico. Santo smonta una bomba, poi ha levato il coso (il detonatore; ndr) e l’ha buttato via. Il ragazzo ha visto Santo e anche lui si mette a smontare una bomba: gli è esplosa in mano ed è morto. Figlio unico, diciannove anni. Ma Santo ne ha fatto mille…

M. Vuoi dire che era un irresponsabile?
C. Sì…

M. E quel che è successo a Fascia sarebbe il risultato del modo di fare di Santo…
C. Ma è naturale! Nessuno si sarebbe… Io sono d’accordo: uno ti fa un bigliettino, tu vai… Ma lassù, a Fascia, non c’era lì un battaglione di tedeschi.

GB. C’erano questi vecchi, però!
C. Esatto. C’erano quelle tre o quattro persone che venivano da Genova e magari quelli che erano qua, l’avevano pompato (Bisagno; ndr). Marzo probabilmente non sapeva tutto, perché se partiva Bisagno, partiva anche lui. Questo è il discorso, eh! Lui difendeva Bisagno perché se Bisagno andava via, Marzo non faceva più il commissario! Ci aveva tutti contro, eh!

GB. Eh sì!
C. Dei comunisti, non ce n’era uno che andava d’accordo con lui, neanche quando è venuto a Genova; anche a Chiavari, lui gli amici ce li aveva fuori dal partito.

M. Marzo, a Fascia, aveva difeso Bisagno apertamente?
C. Sì, sì. E non lo mollava; gli stava dietro. Aveva paura anche lui, qualche volta…

GB. Cambiamo discorso. Vorrei sapere di quando hai partecipato ai disarmi della G.L.: se non sbaglio, Bisagno, questi della G.L. li ha disarmati due volte.
C. La prima volta io ero al posto di blocco e come ci arrivo mi dicono: Bisagno – che intanto era andato a disarmare la G.L. – ti ha lasciato questo biglietto di andare su con trenta uomini. E io prendo trenta uomini e vado.

GB. Nella zona di Roccatagliata…
C.
Era giugno, fine giugno [91]. Lo incontro a Barbagelata; li aveva disarmati lui perché io non c’ero (anche se, in seguito, Bonfiglioli [92], uno dei disarmati, che con me di questo non ha mai detto una parola, quando si è trovato con Scalabrino [93] gli aveva detto: “Però Croce ci ha disarmato”). Io invece ci sono andato la seconda volta, perché venivano i contadini a dire: “Ci hanno fatto questo, ci hanno portato via quest’altro”, allora era il momento che dovevi andarci. A Cicagna, avevano fatto due prigionieri, quelli della centrale del latte – erano dei fascisti, ma dei fascisti all’acqua di rose. Li avevano presi e levati da mezzo. Poi prendono altre due persone e a quelli che erano andati a cercarli gli dicono: “Li abbiamo mandati al comando di brigata, dai garibaldini, a Uscio”, dove c’era il distaccamento dei prigionieri [94]. Questi arrivano a Torriglia e mi dicono: “Hanno preso il tuo amico, così e così, e quell’altro”. Allora telefono su a Marzo e gli dico: “Guarda, c’è uno di Cicagna e uno di Lorsica che era un nostro…”, ma al controllo risulta che quelli non avevano mandato nessuno. E allora, Bisagno e Marzo per telefono gli hanno detto che gli davano 24 ore: se entro 24 ore quelli non fossero rientrati a casa, sarebbero andati lì e li avrebbero portati via tutti. “Vi portiamo via tutti, eh!”. Se entro 24 ore non fossero rientrati a Cicagna, l’avrebbero portati via tutti!

GB. A me interessava solo per un fatto che riguardava quelli di Bobbio. Due anni fa ho pubblicato il rapporto di Wheeler – l’avevo ricevuto dagli Stati Uniti – il capitano della missione americana Walla Walla, arrivata in val Trebbia nel luglio ’44 [95]. Nel rapporto c’è una mezza pagina dove dice che quelli della G.L. di Fausto nel rastrellamento erano scappati tutti, lasciando in mano ai tedeschi tanti viveri che bastavano per un anno. Poi c’era stato anche un casino con Fausto, il comandante: avevano ricevuto un lancio da dividere con la Cichéro e invece si erano tenuti tutto. Sono anche circolati dei documenti che Fausto aveva trattato una specie di armistizio con i tedeschi, tanto che il CLN di Piacenza li aveva sospesi e Parri, che era il comandante di G.L. in Italia, li aveva espulsi dalle G.L.; a Stradella, dove sono andato tre mesi fa, mi hanno detto che, proprio per via di questi accordi con i tedeschi, non li avevano smobilitati come G.L. ma come divisione autonoma “Piacenza”. Sono informazioni parziali e comunque non so quanto di queste cose allora si sapesse e Bisagno fosse informato, ma forse delle voci circolavano…
C. Si diceva che Fausto… si parlava di furti… di pendenze penali.

GB. Non mi spiego allora come, con queste voci che giravano e con tutti questi malintesi che c’erano stati, Bisagno potesse progettare di mettersi con loro.
C. Senti, Bisagno aveva… Adesso io faccio due o tre nomi: il Santo, il Biondo [96], suo cugino Caronte [97] – quattro o cinque persone –, quello di Chiavari, Dedo, quello di Sestri Levante, l’orefice Mari [98]; anche Lago [99] gli ha dato una mano, ma adesso Lago è cambiato (lo so perché Lago l’abbiamo portato in macchina con mia moglie, da Chiavari a Rapallo).
Noi abbiamo fatto quel monumentino, quel cippo, è il primo che abbiamo fatto. L’abbiamo fatto noi, a inaugurarlo era venuto Raimondo, di Borzonasca, il presidente della provincia di Genova [100]. L’abbiamo fatto subito, dopo due o tre mesi, prima che finisse il 1945: un po’ di cemento, due o tre pezzi di marmo che avevamo nel comune, in magazzino, con tutti i nomi delle brigate e in cima, ci abbiamo messo Bisagno. Un giorno Lago mi dice: “Eh! Vi siete appropriati un po’ di Bisagno”; dico: “Lago, era il nostro comandante, e l’abbiamo messo lì. Ne abbiamo parlato con suo papà, se potevamo farlo”. Ma un anno fa, Giacomo [101], Santo e compagni escono fuori che volevano cambiare la lapide. Chiedo: “Ma perché volete…?”. “Ma sai, è brutto, bisogna farla…”. “Allora, se il problema è quello che qualcuno vi ha detto che noi ci siamo appropriati del nome di Bisagno, lo leviamo eh! Prendo Bruno, che è uno che fa tutti i mestieri, lo scalpelliamo e ci mettiamo un altro nome”. Mi hanno detto: “No, no…”. Perché lassù, Bisagno era di tutti, non è che fosse soltanto cosa mia. Erano i suoi fidati, quelli che gli andavano a dire qualcosa di più, anche quello che non c’era, e lui…

M. Ma Bisagno sapeva valutare uomini. Pare strano che i personaggi che citi, che non sembrano essere personaggi di grande spicco, avessero tanta influenza su di lui.
GB. Personaggi come Biondo, Caronte…
C. Biondo era uno che, quando eravamo in val Trebbia, se non era occupato, se n’andava a dormire a casa. Non è che ha fatto tanto il partigiano.

M. Non è strano che Bisagno, che era così intransigente, tollerasse queste cose?
C. Un po’ di bruciore c’era ma, sì, le tollerava.

GB. Non ce lo vedo Bisagno a farsi influenzare da un Caronte.
C. E allora da chi?

GB.  È la domanda da un milione! Ma vorrei che cinquant’anni dopo, che non abbiamo più nessun interesse, né politico né personale, né niente, capire perché si era creata questa situazione quasi drammatica; costruita su niente, poi.
C. Beh, fattori ce n’erano e non pochi! Prendi il fatto di Dino: Dino l’hanno fucilato! Lassù, di quei casi lì ce n’è stati parecchi. Il partito comunista prende uno che non so cosa faceva in Marina, che probabilmente non faceva neanche l’autista, e lo manda su che aveva un grado, quasi il più importante grado di comando. E allora, da comandante, della prima azione che è andato a fare dovresti domandare a Denis… Denis, uno che con noi era già battezzato, è andato a fare l’azione con Dino e si è spaventato, è diventato una foglia e Marzo lo caccia via. A me è toccato recuperarlo, rifarmelo, mandarlo nel distaccamento reclute e poi, pianino pianino l’ho riportato di nuovo com’era. Ma per riportarlo com’era, quando a uno ci levi mezza gamba… Era un ragazzo, ma era già battezzato. Eppure va a fare una azione con Dino, a Barbagelata: scappano tutti, e l’altro, quello della squadra volante, che era venuto da voi…

GB. Corvo [102], Leonzio?
C. No, no. Il suo nome era Lorenzo, il comandante della volante, quel piccinetto.

GB. Sandro?
C. Sì, Sandro [103]; c’era Sandro e hanno mandato il vice comandante di divisione, Dino, che probabilmente non aveva mai sparato. E allora, scappo io che scappi tu, sono scappati tutti. È successo così; e Marzo caccia via Denis: ci sono due comandanti e se la prende con lui! Ma Denis vede che scappano i comandanti e scappa anche lui! Dice Marzo: “Si è spaventato!”. Per forza: se il comandante scappa, uno si spaventa!

M. Dicevi di Dino come l’esempio di un personaggio costruito da loro, e che non risulta all’altezza…
C. E allora lo levano da mezzo, perché ha preso due pacchetti di sigarette o due pacchetti di calzette!

GB. L’accusa era un po’ di soldi.
C. C’era un lancio; lui era lì, l’hanno messo a fare l’accompagnatore del lancio. Poi quando hanno visto che per lui era anche troppo fare l’accompagnatore degli americani, lo levano da mezzo! Mandatelo a casa! Ma no, lo fucilano! Sono stato il primo a sapere che lo avevano fucilato: arriva una staffetta, con addosso le scarpe degli americani, quelle scarpe alte che n’avevano date un paio per ciascuno solo ai comandanti. Vedo quelle scarpe lì: “Chi ti ha dato quelle scarpe? Te le ha date il comando? Quando te le hanno date?”. Ha risposto: “Stamattina, prima di partire”. Allora io dico a Fontana: “Vuoi scommettere che hanno fucilato Dino?”. Perché se ne parlava. Attilio in queste cose era esagerato.

M. Anche Bisagno?
C. Sì, anche lui, ma in altre cose. Catturava tre alpini che avevano il moschetto carico e, siccome erano alpini, se li portava insieme. Una volta è successo e lui gli dice: “Bene, venite con noialtri!”. Eravamo a Marsiglia; venivamo dall’Antola e lì, alla periferia di Torriglia, c’era un colonnello che ci dava informazioni su quello che succedeva. Bisagno va da questo colonnello e gli dice: “Vieni anche tu!”. Senza che a me abbia chiesto nulla, gli dico: “Vai da solo, vai da solo che questo qua…”. Un’altra volta arriva uno che dice: “Nell’osteria c’è degli alpini!”. Allora, prima che escano fuori, andiamo là, e troviamo sette-otto alpini con un sergente maggiore. Gli diamo il “mani in alto!” e li prendiamo. Usciamo fuori, prendiamo i moschetti, ma non li abbiamo scaricati. “Cosa fate? Venite con noi o andate a casa?”. Uno o due dicono: “Veniamo con voi”, mentre un altro dice: “Io vado via”. A quelli che vengono con noi, Bisagno mi dice: “Dagli il moschetto”. Allora io: “Aspetta un po’, scarichiamoli e poi diamoglieli”. E lui: “Ma no, vengono con noi…”. E io: “Scarichiamogli i moschetti, e andiamo su tranquilli”. Lui insiste: “No, sono alpini!”. Eppure era già successo con i due che erano con voi (rivolto a G.B.; ndr), Ruggero e Bruno…

GB. I fratelli Colombo… [104] 
C. Sì, che gli avevano dato uno spintone e li avevano cacciati giù dal sentiero e i prigionieri erano scappati.

GB. Era quando hanno portato il maresciallo delle SS Peters [105]. C’era anche Sceriffo [106].
C. Erano due che avevano un negozio di stoffe.

GB. Erano i nipoti di Cabib, quello dei tappeti. Uno l’ho incontrato ancora un mese fa.
M. Questo discorso è nato perché volevi sottolineare certe leggerezze nel modo di fare di Bisagno.
C. Lui si fidava un po’ troppo di tutti e alla Colonia, lassù, c’erano duecento (prigionieri; ndr), poi in mezzo al bosco hanno dovuto fare delle fosse che non finivano più. Infatti, i missini, sono andati a metterci le targhe. Se avessero fatto diversamente, quelli non ci andavano a portare le targhe lassù.

M. Mi dici che su questo lui non era d’accordo.
C. Non era d’accordo. Quando hanno fatto il processo, lui si è assentato. Non c’è andato.

GB. Io di Bisagno ho un ricordo bellissimo, personale. Quando sono arrivato, ferito in Fontanabuona, è venuto a prendermi con la motocicletta a Montebruno [107], mi ha portato fino all’Ospedale di Bobbio sul sellino dietro. Insomma, c’era un rapporto, diciamo di affetto, di amicizia, eccetera. Però, ecco, metterlo al vertice è un’altra cosa. Anche con Minetto, su questo abbiamo un po’ litigato: a Bisagno non voglio levare nessun merito, è stato uno dei più grandi combattenti, è stato qui, è stato là… È stato un simbolo. Però non facciamone una caricatura… da santo. A un certo momento sembrava che non ci fosse stato altro che lui.
C. Quello che dici è giusto, ed è la verità. Se vedete solo com’è capitato l’incidente, che non si può spiegare, io delle volte al fratello cerco di fargli capire… Uno che va ad accompagnare su gli alpini… Lui è andato su per Paroldo; è andato su ad accompagnare questi ragazzi, però, al ritorno, va a salire non sul cassone, ma sulla cabina. Ci sono dei camion che dai lati hanno una specie di portapacchi, ma lì, se il camion dà una frenata, scivoli giù. Quell’altro, Biondo, è stato a scrivere del caffè. Infatti abbiamo fatto quell’articolo là che vi ho dato: di lì in poi, non ho più scritto. Loro invece hanno scritto per dieci anni…

M. Vuoi dire che era proprio il tipo da mettersi lassù in cima, per una alzata di ingegno?
C. È che in certe cose era un po’ un ragazzo. In val Trebbia, anche lui, con la macchina, è andato fuori strada. E due piante l’hanno tenuto. C’era arrivato sopra… Era un ragazzino, ancora giovane.

GB. Anche con la motocicletta si divertiva. Mio padre mi raccontava che gareggiava con Miro ed erano finiti in terra, ma non c’è niente di male. A me, quello che mi gira è che Minetto dice: “Se non ci fosse stato Bisagno non ci sarebbe stato il movimento partigiano”. Forse sarebbe stato meno forte, ma il mattone l’hanno portato tutti: piccolo o grosso.
C. Ma l’autotreno l’ha portato lui. Adesso, tutti quelli dei partiti erano tutti bravi commissari, ma non ce n’era uno che valesse quattro soldi! Scusa eh! Prendimi Attilio.

GB.Allora Moro?
C. Vero, di Moro però ce n’era uno, ma gli altri… Forse perché è stato con me, ma io ho visto che Moro era preoccupato se uno lo portavano a casa ferito. Ma gli altri non capivano niente. E non sapevano niente. Marzo fumava la pipa… Attilio, Dente e tutti quelli che…

GB. Proprio Attilio, Minetto lo porta in palma di mano; anche lì, secondo me, esagerando…
C. Attilio era un settario. Quando ha fatto il S.I.P. – che poi ha preso tutti gli scalmanati – e io a Torriglia gli ho detto che con me c’erano dei ragazzi, quello lì e quello là, che erano ex poliziotti, lui ha dato un pugno sul tavolo, che c’era un bicchiere con l’acqua dentro ed è saltato per aria: “Quelli che hanno fatto la polizia nella repubblica [108], non possono fare il S.I.P. con noi”. Allora, gli ho detto: “Me ne posso andare via anch’io. Cosa ci sto a fare qui, io? Invece sono qua: combattiamo contro i fascisti e i tedeschi”. Ma no, là lui ci voleva delle persone che… poi magari ci ha messo della gente che… Ad ogni modo, Minetto ha ragione: c’era Bisagno e noi ci siamo andati dietro! Poco da fare!

GB. Sì, non lo nego ma…
M. Richiamo la domanda fatta prima da GB: “Com’è possibile che uno con le caratteristiche di Bisagno progettasse di associarsi ai G.L. che lui non stimava, abbandonando tanti suoi compagni di lotta? E solo per i suggerimenti di quattro o cinque che neppure teneva troppo in considerazione?”. Tu, Croce hai risposto: “Perché il bilancio delle esperienze fatte in montagna era pesante e le cose che non andavano erano molte”.
C. Sì, Bisagno era solo e a Genova non aveva nessuna persona che lo consigliava. Una volta arrivati a Genova, ci siamo trovati… Lui aveva detto: “Nella polizia non ci andiamo; se questi ragazzi vanno nella polizia, poi li chiamano sbirri e perdiamo tutto quel poco di buono che abbiamo fatto”. E aveva ragione. Io mi ricordo, quando lui è andato a portare su Paroldo, che mi sono trovato a Chiavari dove la Coduri faceva i funerali dei suoi caduti [109]. E hanno fatto poi una riunione, non so se al cinema Cantero, e c’era anche Giulio Bo [110], che era il capo di Stato maggiore della Zona, e c’eravamo solo lui e io a batterci… Io mi trovavo lì perché alla Colonia di Chiavari c’erano tutti i nostri partigiani che erano del meridione e gli Alleati ci avevano consigliato di mandarli tutti lì che poi a destinazione (a Roma, a Napoli) li avrebbero portati loro. Erano già quindici giorni che erano lì e dormivano nella paglia, e tutti i giorni telefonavano: “Quando c’è la partenza?”. Dico a Bisagno: “Non vengo con te, vado a Chiavari, da quei ragazzi là”, e mi sono trovato a Chiavari lo stesso giorno che c’erano i funerali. Dopo i funerali, nel pomeriggio, hanno fatto la riunione dove siamo andati anche io e Bo: erano tutti d’accordo di andare nella polizia. “Non c’è lavoro… andiamo nella polizia”. Giulio Bo era sul palco. Io i palchi li ho sempre un po’ odiati, ma mi hanno tirato su e sono salito. Anche io ho parlato: “Bisagno ha detto – forse mentre parlavo era ancora vivo – ha detto che se andiamo a fare i poliziotti, non lo sappiamo fare”. A loro ho anche detto il perché. Mentre venivo qui, mi hanno fermato: ero su una Balilla insieme a Massimo [111] e a Nervi c’era un posto di blocco fatto dai partigiani. Lì c’era qualcuno che non ci conosceva. Massimo ha detto: “Ma lo sai chi siamo? Questo qua è Croce!”. Volevano la patente, e questo e quello, ma lo facevano in un modo… Dopo che eravamo andati in montagna, e siamo stati su un anno, un anno e mezzo, non sapevamo neanche più parlare. Chiedevamo qualcosa a qualcuno ma non sapevamo cos’era il rispetto, la cortesia. Avevamo vissuto in montagna per tanti mesi. Eravamo grezzi… È così o no?

GB. Sì!
C. Tu sei avvocato, dovresti saperlo. Se prendi uno e lo mandi a fare il poliziotto, gli devi insegnare, per quindici giorni almeno! Ci ho detto: “Prendete questi ragazzi, dateci una scuola, insegnateci qualcosa, ma non mandateli in mezzo alla strada, perché facciamo la figura dei gabibbi…”. E mi hanno detto no, no… che in questura c’era questo, c’era quello. Ma vi volevo raccontare quando siamo scesi a Genova, prima di tornare su [112], non sapevamo più a che porte bussare. Un giorno Bisagno dice: “Andiamo a parlare un po’ col prefetto”, che era Martino [113]. Telefono e ci dà l’appuntamento. Andiamo là, c’era gente, abbiamo aspettato più di mezz’ora, poi siamo andati via. Poi gli ha telefonato Giulio Bo e di nuovo siamo tornati là. Martino, il Prefetto, era un liberale. Ha detto: “Bisagno, adesso vediamo… sono i primi giorni”. C’era anche la faccenda che ci volevano disarmare e già girava la voce. “Cosa ne facciamo di questi ragazzi… dove li mandiamo?”. Nessuno se ne preoccupava. Lui ci ha detto: “Vediamo, c’è questo, c’è quello… Qualcosa uscirà”, e Bisagno: “Perché io non vorrei che andasse a finire che fanno i poliziotti. Bisognerebbe trovare…”.

M. L’hai detto tu o l’ha detto lui?
C. Lui, lui, l’ha detto Bisagno, ma io ero d’accordo.

M. Al prefetto?
C. Al prefetto che ci ha anche detto “datemi del tu”. Ci ha tenuto lì una mezzoretta, abbiamo parlato. Ci ha detto di aspettare e di vedere. Poi siamo usciti, e Bisagno ha detto: “È come aver parlato con nessuno. Ora basta!”; poi Bisagno non è più tornato, ma se fosse tornato sarebbe stata una delusione, perché si sarebbe sentito responsabile, anche più di noi, forse. Poi, col tempo ci siamo messi a fare questo o quello.

M.Vorrei sapere com’è andata la riunione al Cantero di Chiavari quando avete detto queste cose.
C. Eh! Non è che ci hanno picchiato, però…

GB. Croce, ti volevo fare una domanda. Al 23 di aprile, cioè quando cominciano a scappare i tedeschi da Genova, tu dove l’avevi il comando?
C. A Torriglia.

GB. Come ti è arrivata la notizia che bisognava andare giù?
C. A me è arrivata da Bisagno; eravamo già tutti concentrati a Torriglia.

GB. Con tutta la brigata?
C. Tutta no, una parte era ancora… Infatti il 23 hanno ferito Fontana…

GB. Gli aerei alleati…
C. Avevo mandato avanti Fontana per vedere di sistemare un po’ di gente, a Montoggio. Bisagno mi aveva detto: “Tu devi scendere a Genova dai Forti”. M’aveva dato un po’ di indicazioni; lui li conosceva bene (abitava lì vicino, in Oregina); aveva fatto uno schizzo per orientarmi. “Devi fare questa strada e arrivare in Piazza Manin”.

GB. Seguivi la ferrovia Genova-Casella?
C. Eh no, un po’ più sulla destra. E a quel punto era già successo che avevano ferito Fontana e l’avevano riportato indietro. Il giorno dopo attaccano. Avevamo il distaccamento degli alpini, il battaglione Vestone, che poi non ne abbiamo parlato… Vorrei vedere in Italia, un battaglione Vestone con 800 uomini che si arrende a una formazione come la nostra! E in Italia, adesso… tutti scrivono e tutti hanno fatto. Vogliono mettere anche targhe e compagnia… Basta che Gino non dica che l’ha fatto lui. Lui dice che Paroldo, il colonnello, ha bruciato tutti i paesi, e non è vero, perché dove c’è stato questi incidenti non c’era il Vestone, ma l’altro battaglione, l’Aosta [114]. Perché per un po’ ci abbiamo parlato con questo maggiore Paroldo, prima di prenderlo. Poi, all’ultimo momento, dove loro adesso vogliono fare… Perché vedi cosa c’è: c’è che Minetto sarà democristiano, sempre…

GB. Ha detto che sono dieci anni che vota per Rifondazione!
C. Ad ogni modo è stato… Io, però, il fatto che Bisagno, poi… sono stati i democristiani, tutti, che l’hanno portato su, dopo! Dopo morto, l’hanno fatto santo, che prima non lo era! E così Minetto, e così tutti! “Bisagno l’hanno ammazzato!”. Non è vero, ma intanto è andata questa voce… Cammina, cammina, ha finito, per dieci anni… All’ultimo hanno scritto l’articolo del caffè. Gli hanno detto: “Prendi questo caffè, che io ci metto la pillola dentro! E poi ti faccio salire là sopra!”.

M. Non ti mollo Croce. Il 23 aprile c’è stato l’episodio di Fontana. E poi?
C. E poi Fontana è ferito.

M. E il giorno dopo?
GB. Scusa, Bisagno era a Torriglia?
C. No, Bisagno era con la Berto. Io lo trovo a Genova… È venuto giù con la missione americana. Gino era già qui… Fossati [115], che era con lui, l’altro giorno mi ha detto: “Sì, noi ci siamo arrivati alla Foce”.

GB. Vorrei farmi raccontare da Croce, che percorso ha fatto e come è arrivato a Genova. In proposito ho una mia teoria: ché, cioè, ordini in quei giorni lì ne sono partiti pochi e, più o meno, per quello che ne so io le formazioni si sono mosse di propria iniziativa. Per esempio: di là, l’Oreste non ha ricevuto ordini da nessuno. Ha saputo che i tedeschi scappavano, e gli erano corsi dietro.
M. Croce, ricordi il biglietto che ti ha mandato Bisagno?
C. Lui lo schizzo me l’aveva fatto due giorni prima. Il 23 aprile, a Torriglia, già i tedeschi se n’erano andati. Avevamo i telefoni che funzionavano e dalla città c’era informazione. Adesso Gino racconta… ma Gino non se la cava tanto bene… comunque, Bisagno pensava che io potevo andare a Genova da solo. Difatti sono andato da solo e tutto è andato bene. E mi aveva fatto uno schizzo dei Forti; però lui è andato con la Berto, e difatti poi la Berto – ne parlavamo ancora con Lesta l’altro giorno, e Lesta ogni tanto mi racconta, sai, pianino pianino, perché è successa quella cosa lì…

GB. Loro erano andati a Uscio.
C. A Uscio perché una colonna che veniva da Chiavari (e non era previsto che prendesse da lì per andare a Busalla), aveva trovato la scorciatoia, ma la galleria di Boasi era impraticabile perché l’avevamo fatta saltare già da mesi e allora si sono fermati là. Allora, Bisagno che cos’ha fatto? Non può far venire a Genova quelli della Berto e li fa fermare lì, e quelli alla sera cominciano a bere. Cosa è successo? Chiedi a Lago, che fra tutti è ancora uno dei migliori! L’altro giorno dice a Lesta: “Tu sai Lesta, che c’erano due o tre distaccamenti che non erano tanto tanto… uno era quello di Jack e gli altri erano quelli che erano”. E hanno cominciato a bere e è partita una bomba a mano tipo “ananas”. L’ha raccontata domenica scorsa: tre morti e sette, otto o dieci feriti; Jack ha perso la gamba. Avevano bevuto; a Lesta, quando è arrivato lì, uno col mitra puntato gli dice: “O ci lasci andare a Genova, o se no tiro il grilletto”. È pazzesco! [116] 

M. Questa però era la brigata Berto. Invece parlavamo di te: ci tieni sempre nei boschi… Facci scendere.
GB. Vorrei sapere, Croce, se da qualcuno ti è arrivato un biglietto scritto, con l’ordine: “Scendi giù subito in città con la tua brigata”.
C.  Mi è arrivato un biglietto dove mi diceva di scendere come lui m’aveva indicato. Come siamo arrivati oltre Montoggio, già nelle vicinanze dei Forti, alle tre dopo mezzanotte, mi arriva un altro biglietto, che per leggerlo abbiamo dovuto accendere i fiammiferi. Non riuscivo a capire che cosa ci voleva dire e chiedevo, all’uno e all’altro: “Leggilo tu”. In sostanza ci diceva di stare fermi; fermarci nel punto dove ci trovavamo. Eravamo lì per strada con gli zaini e con tutta la roba… Aveva scritto: “Lì dove siete”.

GB. Bisagno era verso Uscio?
C. Verso Uscio, da qualche parte. Si vede che, probabilmente, pensava al peggio; che la colonna di tedeschi, che dal ponente la colonna potesse, se fosse riuscita a passare, arrivare a Torriglia mentre noi scendevamo verso Genova. Ad ogni modo ci siamo fermati. Dopo tre quarti d’ora arriva il terzo biglietto: “Proseguite, come da ordini dati in precedenza”.

M. E questo avviene…
C. Nella notte tra il 24 e il 25 aprile. Noi siamo arrivati a Genova il 25: ai Forti troviamo ancora delle batterie tedesche che sparano verso il mare, dove c’erano delle navi che venivano… Lì c’erano ancora un centinaio di tedeschi. E quando… È la prima volta che mi sono messo il triangolo rosso dei gradi con le tre stellette da comandante di brigata. Chiede: “Garibaldini?”. “Sì”. “Capitano?”. “Sì”. “Bisagno?”, “Sì”, e dice: “Noi vogliamo parlare con Giustizia e Libertà, niente Garibaldini”. Allora io: “Cosa facciamo?”, perché c’era l’interprete. “Gli dica un po’ cosa facciamo”, gli ho ripetuto. “Se non si arrendono, noi dobbiamo sparare. Lo porti un po’ là dietro, che venga a vedere quanti uomini ci sono! Lì abbiamo 1.500 uomini, con bazooka”. Ma quello era negativo: “Niente, niente. Digli di portare Giustizia e Libertà, che noi ci arrendiamo”. Abbiamo discusso per un quarto d’ora, “sì”, “no”, “sì”, quando poi è arrivato un altro, superiore, e comincia a parlare con quello lì. Vogliono sapere le condizioni, tenere le armi. Gli ho detto: “Va bene, agli ufficiali gli lasciamo le armi, però dove vi portiamo?”. “Potreste portarci”, così e così, e siamo rimasti d’accordo che agli ufficiali lasciavamo le armi. I militari hanno poi consegnato le loro e le abbiamo ammucchiate tutte là, mentre loro li abbiamo portati giù fino a piazza Manin; a Manin, la gente… C’è da piangere ancora adesso, perché, misti a questi tedeschi c’eravamo anche noi partigiani (si commuove; ndr). Alla sera è arrivato Bisagno e l’ho visto alla Foce; io avevo la febbre a quaranta. Non dormire tutta la notte, e averci seicento persone da sistemare per mangiare… a Genova non sapevamo dove mettere le mani. Tutti, in piazza Manin, ci siamo infilati nelle scuole. Lì non c’era nessuno, le scuole erano vuote. Alla sera ero lì, con la febbre. Come infermiere avevo Madrid [117]: è andato da una famiglia lì vicino, gli hanno dato un termometro. Poi alla fine non avevo più niente.

GB. A Manin sei arrivato la mattina del 25?
C. Sì, verso le dieci del mattino.

GB. E poi alla Foce, quando siete andati?
C. Alla Foce siamo andati di rinforzo. Alla sera siamo andati giù con un quaranta uomini, a circondare il palazzo dove c’erano i tedeschi, che poi si sono arresi l’indomani mattina. Alla Foce c’era già Bisagno, altro che Gino. Racconta barzellette quello lì. I prigionieri di laggiù (alla Foce; ndr) erano 1.500 e li abbiamo portati via noialtri. Sì, li ha portati via Gino… che comandava quindici uomini.

GB. Li avete presi laggiù, dove?
C. Alla Foce.

GB.Ho sentito che era una specie di campo trincerato che comprendeva la Questura e sul mare c’erano dei trasporti marittimi.
C. Avevano mezzi di trasporto: automezzi e anche trasporti marittimi; imbarcazioni militari. Avevano evacuato con quelle bettoline, con quelle chiatte.
Ma Gino, quando parla di Paroldo, dovrebbe invece dire che il Vestone, un battaglione di alpini, si è arreso a noi della Jori non perché avevamo una bella faccia o eravamo più belli degli altri; si sono arresi perché in due mesi che sono stati lì non c’era giorno che non li attaccavamo. Gli abbiamo preso l’attendente [118], e quando voleva trattare il cambio, il primo contatto l’ha avuto con Canepa, perché io avevo detto a Paroldo: “Lassù c’è l’avvocato Canepa. Veda di parlare con l’avvocato Canepa”. Allora al colloquio c’è andato Canepa con Fontana, che era il nostro capo di Stato maggiore.

GB. Quale Canepa?
C. Marzo, ma là lo conoscevano come l’avvocato Canepa; sono andati loro due e noi abbiamo assicurato la copertura coi nostri uomini. La seconda volta, con Paroldo, in ottobre, per trattare il cambio dell’attendente, sono andato anch’io, con Bisagno e Marzo. Paroldo ha chiesto: “Mi avete portato l’attendente?”. Noi l’avevamo portato, ma l’avevamo lasciato cento metri indietro. Gli abbiamo risposto: “Sì”. Poi l’attendente si presenta e gli dice: “Signor maggiore, io non vengo più con voi – era già dieci giorni che era con noi – perché con loro mi sono trovato bene. Lassù tutti ci diamo del tu, non c’è signorsì, signornò, è un’altra famiglia”.
Allora, Paroldo: “Me l’avete stregato!”, e da lì ha cominciato a capire. Però non c’era giorno che gli davamo pace. In una sola puntata gli abbiamo portato via 45 cavalli e 15 carrette che gli portavano la roba da Torriglia, e quando hanno visto quello che gli era capitato, per portare da Torriglia i viveri ai reparti, sono stati costretti a mettere una scorta di duecento alpini E ogni volta che passavano, noi li attaccavamo. Non potevano uscire da soli. Quando c’erano degli ufficiali che andavano per donne, alla sera, si mettevano in borghese. Non giravano in divisa perché sapevano che, se si muovevano, potevano essere catturati. Paroldo si è arreso perché lo volevano mandare a Firenze con la Monterosa e poi aveva capito che con noi era un’altra cosa. Però non si è arreso perché aveva bruciato paesi o fucilato partigiani. Non è vero. Gino dice delle stupidaggini: non dovrebbe dirle! Gino comandava quindici uomini, era un caposquadra. Poi magari la formazione… Andate a vedere un po’ quante persone avrà congedato, alla smobilitazione della brigata Severino.

GB. Avevano fatto alcune squadre a Davagna, Rosso, quelle Sap… Nel libro “Scarpe rotte” di Camoriano c’è un elenco dei partigiani della Severino.
C. Per fare trecento partigiani ci avrà messo dentro tutto il partito di Genova! Perché hanno detto che sono trecento e rotti, eh! Nella brigata Severino erano in quindici. A Bisagno queste cose qua bruciavano: le vedeva, le sentiva… [119] 

GB. Quando è successo il fatto di Fascia, Bisagno ha scritto una lettera affettuosissima a Gino, e questa lettera è stata pubblicata da Miroglio e ripresa da altri.
C. Quando Bisagno è morto e l’hanno portato giù, in tasca aveva una lettera… La Maria – vedi mai la Maria, la moglie di Marzo? [120] – quando è morto Bisagno e l’hanno portato a Genova, alla Foce (perché dove prima c’erano i tedeschi, c’eravamo sistemati noi, con la divisione Cichéro), quando è arrivato il cadavere di Bisagno, nessuno ha pensato di guardare che cosa avesse in tasca: la Maria è andata a guardare in tasca e ha trovato un biglietto di Gino, un biglietto di Gino che rispondeva a Bisagno. Qualcuno l’ha letto.

GB. Io parlavo di un’altra lettera che Bisagno aveva scritto a Gino: ce l’ha, mi hanno detto, Mimmo della Severino [121] – così mi ha detto Nino [122] – che non so se sai chi è.
C. Quella che dico io ce l’aveva la Marietta [123] e ce l’ha la Maria. Quando è morto, in tasca c’aveva un bigliettino, ché lettere non ne scriveva. Quella lì (quella di cui parlava Gino; ndr) è una lettera che la scrivi in uno scagno (un posto comodo, con uno scrittoio; ndr) ma il 23 o il 24 o il 25 d’aprile non c’era tempo di scrivere delle lettere. Scrivevi tre parole e ti facevi capire e buona giornata. Ad ogni modo, il discorso è questo, che la lettera ce l’ha la Maria, e in quella Gino diceva: “Io sono comunista, però sono sempre fedele a te, Bisagno.” Capisci? E ce l’aveva la Maria, e ce l’avrà ancora. Invece (secondo Gino; ndr), Bisagno gli avrebbe scritto una lettera in quei giorni, il giorno 24 aprile… Quando uno dice quelle cose lì, a noi che abbiamo fatto il partigiano…

GB. La lettera di cui parlavo io, scritta da Bisagno a Gino, è del mese di marzo, quasi due mesi prima, ed è stata pubblicata anche sul Secolo XIX, mi pare. La lettera è uno sfogo di Bisagno per le discussioni che sono state fatte a Fascia, nella riunione del Comando zona del 7 marzo.
C. Adesso, quando uno sente quelle cose, dirà: “Ma erano quelli, i partigiani? Non è possibile!”. Quando mi ricordo quelle cose lì… Un giorno vado su al distaccamento, che è sul Monte Carmo (ndr, Lavagnola?), là, dalla galleria, che sarà distante un chilometro; arrivo là e trovo uno che era con noi prima del rastrellamento di agosto. Gli dico: “Ciao, come mai sei qua?”. Poi, rivolgendomi a Scalabrin, chiedo: “Quando è arrivato questo qui?”, e quello: “Eh son venuto su…”. “Poi ci vediamo”, gli dico. Saluto un po’ tutti, poi a Scalabrin chiedo con chi è venuto su, e lui risponde: “È venuto su con questo e con quell’altro”. Ecco, quando dico che diventi cattivo… Mi ricordo questo episodio. Io, come ho visto questo qua, dico: “Bene, chiama un po’ quell’altro! Quello che ho salutato prima!”. Non c’era più. Era già andato via, ma in tre minuti, quattro. Era andato via. Scalabrino dice: “Va spesso nel ristorante che c’è nella galleria”. Il ristorante della galleria era frequentato anche da Bisagno, perché Biondo conosceva quelli del bar – che poi era una spia, questo qua del bar! Gli dico: “Manda subito due nel bar a vedere se è là”. Vanno nel bar, lo trovano, lo prendono, lo portano da me. Lo interrogo un po’ e colleghiamo tutta questa faccenda. Quell’altro… povero ragazzo, poi hanno fucilato anche quell’altro, che era comunista. Perché allora, che cosa è successo? Io gli ho parlato un po’, l’ho fatto cantare, e allora mi ha detto: “Ma sai, sono andato lì, sono andato là, e poi sono andato nei repubblichini”. Invece lo avevano mandato su, era venuto su col muso buono, proprio… L’altro era un comunista, era venuto su insieme con questo qui. Allora l’abbiamo mandati tutti e due al distaccamento prigionieri. Però lì c’era Attilio: quando da noi c’era un po’ di burrasca, c’era qualche contrasto, ha levato da mezzo tutti e due. È lì che Bisagno ha detto, qualche volta… poi si incacchiava quando veniva a conoscenza di queste cose. Io poi, a Scalabrino, un giorno gliel’ho detto – perché lui li conosceva, erano del suo distaccamento – di dire a Bisagno le cose come sono: “Prendete Attilio, chiedetegli dove li ha fucilati, che si vada almeno a prendere la salma”. Capisci che cosa succedeva? Attilio era uno che non ci pensava su un minuto, se uno era buono o era cattivo; così, nel dubbio, via! Ma sono io che ho scoperto questi due qua, perché… io li capivo subito. Quando m’ha visto, ha incominciato a girare alla larga, a non avvicinarsi; e invece di salutarmi, si gira di là. E io l’ho visto. E gli ho detto: “Ma tu prima di agosto eri in quel distaccamento”. Dice: “Sì”. “Dove sei andato dopo?”. “Sono andato giù”. E io: “Va bene, poi ci vediamo”. Allora mi sono rivolto a Scalabrino e gli ho detto: “Scalabrino, quando è arrivato questo?”. Risponde: “Ieri mattina”. “Con chi è arrivato, chi l’ha portato?”. “Con questo qua che l’ha portato da Genova”. “Allora, prima di mandarlo al distaccamento, prendi informazioni!”, anche a Genova, ci voleva poco a chiedere. “Questo, o è un furbo, o è cattivo… avvelenato!”. Cose così ne succedevano, ne sono successe! Anche Bisagno, in certe cose… Per dire: quando vedeva un alpino… per lui un alpino era un santo.

GB. Come mai aveva questa predilezione per gli alpini? Che poi lui era del Genio radio-telegrafisti, quindi niente a che vedere con gli alpini…
C. Però aveva il cappello! Non lo so. Era montanaro… se poi tu parli con gli amici che abitavano dalle sue parti a Oregina… Io conosco due o tre persone, c’è Gianni, e Fossati.

GB. Con Fossati abbiamo mangiato qualche giorno fa, qui, insieme a Minetto.
C. Fossati ha conosciuto Bisagno da ragazzo: abitavano vicini. Dice che, da ragazzo, Bisagno era un tipo isolato, che non andava con tutti gli altri. Aveva una pianta di fico e ogni tanto i suoi amici gli facevano uno scherzo. Uno andava da una parte, l’altro girava di sotto, e lui a tirare sassi. Era un solitario, ma qualcosa nella sua testa c’era. Quando, nella caserma di Caperana, vicino a Chiavari, ha pensato di salire in montagna, non è che fosse perseguitato. Poteva andare a casa e restarsene lì tranquillo.

GB.Pratiche religiose, che tu sappia…?
C. Andava in chiesa, qualche volta. Ma io, quando dicono che andava sempre in chiesa…

GB. Io ho intervistato quello che tra ’44 e ‘45 era parroco a Fascia [124].
C. Che cosa ha detto?
GB. Che lui non l’ha mai visto andare in chiesa, e che neppure l’hanno visto i suoi colleghi, parroci di Rondanina e Carrega.

M. Tu, Croce, invece che cosa ne sai?
C. Qualche volta, se si passava di domenica davanti a una chiesa… Una volta che c’eravamo trovati davanti a una chiesa – non ricordo dove fossimo – ha detto: “Vado un momento in chiesa”. Un po’ stupito, ho chiesto: “Vai in chiesa?”. È entrato e poi subito uscito; non è che abbia assistito a una funzione. La sua famiglia, forse… Ma del resto, nel periodo partigiano, non avevamo certo tempo di andare in chiesa.

M. Ho sentito qualcuno dire che se passava davanti a una chiesa, entrava e ci stava qualche minuto.
GB. Però, testimonianze precise che abbia fatto la comunione, o che si sia confessato, non ce ne sono.
C. Quelli che gli hanno fatto il monumento, volevano beatificarlo.

GB Suo cugino Caronte…
C. Quest’anno sono andato alla commemorazione di Bisagno. Erano anni che non ci andavo più. Mi hanno detto: “Vieni, che c’è il tale, il tal altro”. Io ho chiesto: “Chi è che viene a parlare?” – l’ultimo che ha parlato è stato Marzo [125]. Banfi una volta ha detto: “Quando Bisagno mi ha visto, ha detto: «Vai là e comanda quella brigata»”. Invece, quando Banfi era arrivato, Bisagno gli aveva fatto lavare i piatti e lui si era offeso.

GB. Come si fa la storia, eh?
M. Come si fa e come si scrive: come si fa è lavando i piatti; come si scrive, dici o scrivi che hai fatto il generale.
C. Se ne parlava con Lesta, e lui: “Sì, generale! Non sai cosa gli abbiamo fatto dopo. Siamo saliti di sopra, sul terrazzo, abbiamo preso un secchio d’acqua e gliel’abbiamo messo a gavettone. Perché quando siamo andati in formazione, lui era già a Favale da un po’ di mesi e girava con un bel giaccone” – Lesta poi i racconti li ricama bene –. “L’abbiamo visto e… «Che bel giaccone ha quello lì»”. E io: “Pensavi di fargli una raffica per prendergli il giaccone?”. “La raffica no, ma prendergli quel bel giaccone, sì”. Poi Banfi è venuto su con noi.

NOTE A PIÉ PAGINE

[1] S’intenda il 9 di settembre. Per una video-intervista a Croce: https://www.youtube.com/watch?v=0pWI2pMnRcQ.

[2] In realtà, era proprio Croce a essere di Cicagna: ma, forse, per riservatezza mascherò la circostanza al compagno di fuga.

[3] Croce, probabilmente, assistette al passaggio di duemila carabinieri catturati nelle caserme di Roma il 7 ottobre 1943 e destinati ai campi di prigionia in Germania; con la nascita della Rsi, ai militi dell’Arma fu imposto di confluire nella nascente Guardia nazionale repubblicana. Tuttavia, nella primavera e soprattutto nell’estate del 1944 furono disarmati e deportati anche quelli che avevano accettato di prestare servizio al fianco dei tedeschi, perché ritenuti infedeli.

[4] Poco dopo Croce si corregge e riconduce l’episodio, appunto, all’ottobre 1943.

[5] Dovrebbe trattarsi di Luigi Zerega (1913-2001), nato a Riva Trigoso, residente a Chiavari nel 1943 e poi a Genova, nel sestiere della Maddalena, che lasciò nell’estate del 1944 per trasferirsi in val Borbéra, a Roccaforte Ligure, dove organizzò le Squadre di azione (cfr. Ailsrec, fondo AM, busta 13, fascicolo 8).

[6] Armando Arpe (1916-1994), vice-commissario della divisione Coduri operante nel Tigullio e il suo entroterra; cfr. ivi, Archivio E.V. Bartolozzi, fascicolo 4, doc. 8, “Memoria di Italo”.

[7] Giovanni Serbandini (1912-1999), responsabile del Servizio stampa e propaganda della VI Zona, direttore del giornale “Il Partigiano” e poi dell’edizione Ligure de “L’Unità”. Deputato al parlamento dal 1963 al 1968.

[8] Giambattista Canepa (1896-1994), commissario politico della divisione Cichéro; combattente nella Grande guerra, avvocato, socialista e poi comunista, combattente antifranchista nella guerra di Spagna; gior­nalista, scrittore.

[9] La commissione regionale di riconoscimento delle qualifiche partigiane riconobbe a Croce un’anzianità partigiana a datare dal 15 marzo 1944 (si vedano Ailsrec, fondo DV, busta 18 e https://www.ilsrec.it/database/ricerca.php).

[10] Emilio Roncagliolo (1924-2009): nell’ottobre del 1943 entrò nella banda di Cichéro, dove restò fino al suo passaggio, nel febbraio del 1945, alla brigata Berto per affiancare “Banfi” (Eugenio Sannia, vedi nota 42) al comando della brigata stessa.

[11] Giuseppe Salvarezza (1924-1944), di Sarissòla (Busalla), partigiano a Cichéro dai primi di marzo del 1944, comandante del distaccamento “Verardo” e poi del battaglione “Franchi” della brigata Oreste; ucciso durante un rastrellamento sul monte Bòssola, presso Rovello di Mongiardino Ligure, il 15 dicembre 1944; medaglia d’oro al valor militare.

[12] Aldo Gastaldi (1921-1945), comandante della divisione Cichéro; cfr. ivi, Archivio M. Calegari, Intervista di Gibì Lazagna, “Carlo”, al padre Umberto “Canevari”, nota 33 (d’ora in avanti “Intervista a Canevari”).

[13] Edoardo Colombari (1907–1993), cfr. ivi, Archivio M. Calegari, Intervista al partigiano Dionigio Marchelli “Denis” (d’ora in avanti “Intervista a Denis”).

[14] “Paride”, Marcello Cirenei (1897-1982), volontario nella Prima guerra mondiale in qualità di ufficiale di fanteria, decorato con la medaglia d’argento al valor militare. Nel dopoguerra si laureò in giurisprudenza, svolse la professione di avvocato e, a partire dal 1922, divenne militante e poi dirigente socialista, occupandosi dell’organizzazione di partito.

[15] Erasmo Marrè (1920-2011), membro del Team Merìden paraca­dutato dall’OSS in val Pellice; comandante della brigata Arzani dal gennaio 1945; cfr. ivi, Archivio M. Calegari, “Intervista a Canevari”, nota 7.

[16] Aurelio Ferrando (1921-1985), comandante della divisione Pinan-Cichéro, sottotenente di complemento del Genio, amico di Bisagno; cfr. ivi, Archivio M. Calegari, “Intervista a Canevari”, nota 66.

[17] Oreste Armano (1922-1944), cfr. ivi, Archivio M. Calegari, “Intervista a Denis”.

[18] Erminio Bacigalupo (1916-1953), all’8 settembre era caporale al 5° reggimento Fanteria a Chiavari; partigiano dal 6 maggio 1944, fu ferito a Loco il 25 ottobre; fu vice-comandante del distaccamento Bellucci della brigata Jori, divisione Cichéro.

[19] Mario Ginocchio (1923-1944), tornitore all’Ansaldo, all’8 settembre era marinaio alla Spezia; salì a Cichéro, da Borgonovo di Mezzanego, dove abitava, ai primi di marzo del 1944; cominciò come staffetta e arrivò ad essere, in ottobre, vice comandante della brigata Berto; ucciso durante un rastrellamento presso monte Pagliaro, sopra Favale di Malvaro, il 28 novembre 1944.

[20] Angelo Spinetto (1922-1992), di Borgonovo (Mezzanego); partigiano a Cichéro dalla metà di marzo del 1944, comandante del distaccamento Castagna della brigata Berto.

[21] Antonio Testa, nato a Napoli nel 1921, caposquadra e poi vice-comandante del distaccamento Guerra della brigata Jori, restò ferito presso la Colonia di Torriglia il 21 aprile 1945 durante un’operazione di sminamento; autore di Partigiani in Valtrebbia. La brigata Jori (Genova, 1980).

[22] Lesta era comunista, diversamente da Bisagno e da chi gli avanzava queste osservazioni.

[23] Michele Campanella (1922-2012), partigiano a Cichéro dalla metà di febbraio del 1944, comandante di distaccamento, dopo il rastrellamento dell’agosto 1944 fu nominato comandante della brigata volante Severino.

[24] In realtà, il distaccamento assunse il nome Torre dopo la fucilazione del gappista Giovanni Battista “Baciccin” Torre, eseguita il 23 maggio 1944; cfr. ivi, Archivio M. Calegari, “Intervista a Denis”.

[25] Józef Peter, partigiano a Cichéro dall’aprile 1944, vittima di un’imboscata dei tedeschi nei pressi del monte Becco, la sera del 25 giugno 1944; cfr. ivi, Archivio M. Calegari, “Intervista a Canevari”, nota 44.

[26] La banda dello Slavo, anche banda del Croato, ebbe sede a Cerignale fino al suo disarmo, avvenuto fra il 30 giugno ed il 1° luglio 1944; il comandante era uno jugoslavo fuggito dopo l’8 settembre 1943 da un campo di concentramento per militari prigionieri, nato a Lubiana nel 1915 e passato alla storia come Gaspare Ciameranik, benché esistano dubbi sulla grafia del suo cognome (si trova anche come Gialernich o Giamenich). Accusati di violenze e grassazioni, i partigiani di Gaspare furono disarmati da quelli di Bisagno con l’aiuto del gruppo di Marco e Tullio (vedi note 32 e 33), proveniente dalla val Borbéra (si veda M. Calegari, Comunisti e partigiani. Genova 1943-1945, Acqui Terme, 2007, pp. 210-213); tuttavia Gaspare al 25 aprile fu smobilitato, con il grado di comandante di distaccamento, nei ranghi della brigata Caio, comandata da un suo connazionale, “Istriano”, Ernesto Poldrugo, di Pola, classe 1923.

[27] Secondo la documentazione a disposizione (tutt’altro che insuscettibile di errori e imprecisioni, come del resto la memoria dei protagonisti), G.B. entrò in banda effettivamente alla fine di aprile del 1944, il giorno 27, mentre “Scrivia” risulta aver ottenuto un’anzianità partigiana datata 16 aprile: dieci giorni prima, anziché dopo.

[28] Stefano Porcù (n.1925); cfr. ivi, Archivio M. Calegari, “Intervista a Denis”.

[29] Luigi Borriello, nato a Napoli nel 1924, partigiano a Cichéro dal febbraio 1944 e poi in val Borbéra, nel distaccamento SIP comandato da “Nero” (Antonio Cossu, 1919-1981), smobilitato con la brigata Arzani.

[30] Nicola Cusanno (1924-1945);  cfr. ivi, Archivio M. Calegari, “Intervista a Denis”.

[31] Il disarmo dello Slavo avvenne il 1° luglio 1944, mentre qui “Croce” probabilmente fa confusione con il disarmo, ad opera sua, del distaccamento di “Giustizia e Libertà” comandato da “Murri” (Franco Fantozzi, vedi nota 87), avvenuto effettivamente tra il giorno 11 e il giorno 12, ma di luglio e non di giugno.

[32] Franco Anselmi (1915-1945); nato a Milano, ufficiale dell’Aeronautica militare, all’armistizio si trovò all’aeroporto di Cameri, presso Novara, dove si sottrasse alla cattura dopo che il comandante del campo, tenente colonnello Alberto Ferrario (genovese, n.1904), si tolse la vita per non consegnarsi ai tedeschi. Anselmi raggiunse Dernice, in val Curone, luogo di villeggiatura della sorella, dove or­ganizzò uno dei primi gruppi partigiani dell’alessandrino, poi inquadrato nella divisione Cichéro nell’estate del 1944 con il nome di “battaglione Casalini”; in settembre fu nominato vice-comandante della bri­gata Oreste, in ottobre comandante della brigata Arzani, poi dispersa dal rastrellamento di dicembre. Arrestato a Milano il 30 gennaio 1945 ai funerali del padre, ritornò libero grazie ad uno scambio di prigionieri. Trasferito in Oltrepò pavese, fu capo di stato maggiore della divisione Gramsci, alla testa della quale il 26 aprile 1945 entrò a Casteggio, dove rimase ucciso nel corso dei combattimenti.

[33] Eliseo Cavecchia (1914-1969), di San Quirico, in val Polcevera; comandante di un distaccamento della banda di “Marco”.

[34] La militarizzazione della manodopera interessò numerosi stabilimenti industriali liguri, fra cui il Cantiere Navale di Riva.

[35] Cesare Marsili, nato a Lavagna nel 1885, il più anziano partigiano della compagnia comando della divisione Coduri.

[36] Aldo Arata (1924-1999), tranviere originario di Orero, partigiano a Cichéro dalla metà di marzo del 1944.

[37] Comandante e vice-comandante del distaccamento mortaisti, nell’aprile 1945, erano “Elio” (Elio Saettone, n.1922) e “Ivan” (Giovanni Casini, n.1920), entrambi genovesi.

[38] Attilio Pavese (1908-1944), nato a Borghetto di Borbera, parroco di Alpe di Gorreto; dopo l’ar­mistizio, fornì assistenza e rifugio in canonica a militari sbandati e a renitenti alla leva. Nell’estate del 1944 fu intendente della 3ª divisione Cichéro e il 23 settembre prese parte alla riunione delle Capanne di Carrega con i comandanti della Sesta zona. Il 6 dicembre 1944, a Casanova, frazione di Rovegno, morì – secondo la versione ufficiale – mentre somministrava i conforti religiosi a sette prigionieri tedeschi condannati alla fucilazione, raggiunto accidentalmente dagli spari.

[39] Dionigio Marchelli (1925-2007); cfr. ivi, Archivio M. Calegari, “Intervista a Denis”.

[40] Giacomo Bonicelli (1927-2002); cfr. ivi, Archivio M. Calegari, “Intervista a Denis”, nonché M. Calegari, La sega di Hitler (Milano, 2004), pp. 99/103; un’intervista a Badoglino è visibile qui: https://www.youtube.com/watch?v=jloo6VcqMIo.

[41] Franco Mortarini (1920-1966), di Sampierdarena; ex sottotenente dell’esercito regio, partigiano dal luglio 1944, vice-comandante della brigata Jori dal mese di settembre alla Liberazione; ferito il 24 aprile 1945 sul ponte di Siginella, località del Comune di Torriglia nei pressi di Laccio, da un mitragliamento effettuato da aerei americani. Morì in Cile.

[42] Eugenio Sannia (1917-2007), originario di Chiavari; ufficiale d’Accademia in contatto con ambienti militari genovesi antifascisti e membro, dal novembre del 1943, dei Volontari armati italiani, fondati dal capitano di fregata Jerzy Sas Kulczycki (1905-1944, fucilato a Roma), organizzazione diretta a Genova dal tenente colonnello Efisio Simbula (n.1892); ricercato, salì in montagna nel luglio del 1944 e fu poi nominato comandante della brigata Berto.

[43] Claudio Floris (1924-2015), di Rivarolo; partigiano dal giugno del 1944, sul monte Aiona, con il distaccamento Forca della banda di Cichéro; dal marzo 1945 commissario politico del distaccamento Alpino della brigata Jori (poi della Berto); autore del volume di memorie Testimonianze partigiane: Divisione Cichero, la Brigata Berto (Genova, 2005).

[44] Otello Pascolini (1905-1962), fabbro, comunista; cfr. ivi, Archivio M. Calegari, “Intervista a Denis”.

[45] La caserma dei carabinieri di Rovegno fu disarmata dai partigiani di Croce il 5 giugno 1944 grazie ad Amilcare Del Monte (1920-1985), originario di Fidenza, carabiniere in servizio presso quella caserma. Insieme a Del Monte, che assunse nome di battaglia “Gino” e fu comandante del distaccamento Bellucci della brigata Jori, fecero il loro ingresso nelle fila partigiane i carabinieri Mario Botti (1915-1989), “Paton”, suo compaesano; Michele Gianfrancesco (1924-2000), “Giura”, foggiano; Giuseppe Giglio (1920-1962), “Fioravante”, catanese; e, forse, Domenico Lacopo (1915-1945), “Scala”, calabrese, fucilato a San Colombano Certenoli il 2 marzo 1945 (per Lacopo, cfr. ivi, Archivio E. V. Bartolozzi, “Il mio 68° 25 Aprile”).

[46] Per l’azione di Garbagna, cfr. ivi, Archivio M. Calegari, “Intervista a Denis”, infra.

[47] Francesco Rivara (1910-1970), di Sampierdarena; comunista, partigiano alla Benedicta e poi nel battaglione Casalini, dove affiancò “Tullio” in qualità di commissario politico. Rimase in val Borbéra, alla brigata Oreste, sino alla fine del mese di settembre 1944, quando giunse in val Trebbia, da Croce, alla brigata Jori; infine, nel marzo 1945, finì al comando del Sip (il Servizio informazioni e polizia) della divisione Mingo, alle pendici del monte Beigua.

[48] Si tratta di “Reggio” (Demetrio Castellini, 1904-1983), originario dell’Appennino reggiano, ma residente a Marassi sin dal 1929, comandante del distaccamento Maffei; di “Gino” (Amilcare Del Monte, 1920-1985), parmigiano, comandante del distaccamento Bellucci; e di un terzo non ancora individuato.

[49] Amilcare Del Monte; vedi note 46 e 48.

[50] Ferruccio Spagnoli (1908-1991), di Sampierdarena; commissario politico del distaccamento Alpino della brigata Jori, il 7 marzo 1945 dissentì dalla decisione del comandante del distaccamento, “San­to”, che aveva portato a Fascia i suoi uomini, e passò a far parte del comando della brigata Jo­ri con il ruolo di commissario politico.

[51] Elvezio Massai (1920-2009), partigiano in val d’Aveto dal giugno 1944, poi comandante del distaccamento Alpino della brigata Jori, distaccamento trasferito alla brigata Berto dopo l’episodio di Fascia.

[52] Vito Spiotta (1904-1946), di famiglia calabrese, piccolo industriale chimico a Lavagna, risiedeva a Chiavari; capo del fascismo repubblicano nel Tigullio, vice comandante della brigata nera genovese. Processato nell’estate del 1945, fu condannato a morte e fucilato a Genova, al poligono di tiro di Quezzi, l’11 gennaio del 1946, assieme a Enrico Podestà (n. 1913), vice segretario del Partito fascista repubblicano di Chiavari, e Giuseppe Righi (n.1897), tenente della brigata nera chiavarese.

[53] Fiamma Repubblicana, settimanale del Pfr di Chiavari diretto dallo stesso Spiotta.

[54] Nei pressi di Isola di Rovegno, il 24 aprile 1945 aerei Alleati mitragliarono un camion a bordo del quale viaggiava il distaccamento Vestone, proveniente da Ponte Organasco, alla volta di Torriglia: vi furono quattro morti e cinque feriti. Fra le vittime, il comandante del distaccamento, “Pepè” (Luciano Golfetti, n. 1924, lombardo), e i partigiani “Alfonso” (Pasquale De Martino, n. 1911, cuneese), “Fiore” (Salvatore Buttacavoli, n. 1919, palermitano) e “Napoli” (Renato Florio, n. 1917, napoletano, comandante della brigata Sap “Bedin” nella zona di Lumarzo).

[55] Demetrio Castellini, comandante del distaccamento Maffei (vedi nota 48); fu ferito il 14 dicembre 1944.

[56] Si tratta della missione inglese Clover, comandata dal tenente colonnello Peter MacMullen (n.1914), coadiuvato dal maggiore inglese Basil Davidson (1914-2010), e della missione americana Pee Dee, diretta dal maggiore italo-americano Leslie Vanoncini (1917-1996), paracadutate sui pascoli di Caprile (Propata) il 18 gennaio 1945.

[57] La proprietà dei Canevello si trovava alle porte di Torriglia, fra le località di Casabianca e Peasso.

[58] Amino Pizzorno (1909-1968), cfr. ivi, Archivio M. Calegari, “Intervista a Canevari”, nota 88; comunista, responsabile del Sip (Servizio Informazioni e Polizia) della Sesta zona operativa, poi commissario politico della stessa.

[59] Cesare Rossi (1892-1945), generale dell’esercito, comandante del Comando militare regionale ligure, arrestato alla fine di dicembre del 1944; cfr. ivi, Archivio M. Calegari, “Intervista a Canevari”, nota 49.

[60] Presso la Colonia di Rovegno avvennero numerose esecuzioni di prigionieri: ad esempio, una quarantina di brigate nere piemontesi catturate a Garbagna e fucilate intorno al 20 marzo 1945. Numerosi siti internet neofascisti riportano lunghi e imprecisi elenchi di nomi, nei quali includono anche una decina di partigiani caduti.

[61] Anton Ukmar (1900-1978), sloveno nato a Trieste, militante socialista, poi comunista, legato ai movimenti antifascisti panslavisti; combatté il fascismo in Spagna e in Etiopia, fu internato in Francia nel 1940 e, dopo l’8 settembre 1943, evase e fu inviato dal Pci a dirigere la Resistenza in Liguria nel giugno del 1944.

[62] Italo Pietra (1911-1991), nato a Godiasco in valle Staffora; ufficiale degli alpini in Etiopia e in Grecia, dopo l’8 settembre aderì alla Resistenza e fu ispettore militare e poi comandante delle divisioni garibaldine dell’Oltrepò pavese. Giornalista, scrittore, diresse il quotidiano Il Giorno – voluto da Enrico Mattei – dal 1960 al 1972.

[63] Qui si tratta di Michele Campanella (vedi nota 23).

[64] Qui, invece, il riferimento è ad Amilcare Del Monte, citato più volte in precedenza.

[65] In realtà, alla riunione delle Capanne di Carrega erano presenti anche il comunista Raffaele Pieragostini e il generale Cesare Rossi, rappresentanti del Comando militare regionale ligure, con “Miro” e “Rolando” (Anelito Barontini, 1912-1983, dirigente comunista, deputato all’Assemblea Costituente e parlamentare dal 1948 al 1968), che avrebbero ricoperto i ruoli chiave di comandante e commissario politico della Sesta zona. Croce, però, ha in mente, come appare chiaro più avanti, un’altra riunione, quella di Fascia del 7 marzo 1945.

[66] Severino Bianchini (1902-1991), di Borgoratti, ma d’origini senesi (era nato a Castiglione d’Orcia); carpentiere, militante comunista dal 1921, segretario interregionale dei giovani comunisti liguri, piemontesi e lombardi nel 1924; incarcerato dal 1927 al 1932 e confinato per ben nove anni dal 1934 al 1943 (sull’isola di Ponza, alle isole Tremiti e a Manfredonia); partigiano a Cichéro dall’ottobre del 1943, fra i principali dirigenti comunisti della Resistenza genovese; fu l’intendente della divisione Cichéro e poi dell’intera Sesta zona operativa.

[67] Si tratta, ancora, di Michele Campanella.

[68] Ernesto Poldrugo (n. 1923), nato a Pola, in Istria; fuggito da un campo di concentramento per prigionieri nel piacentino, comandante della brigata Caio, che agì dapprima in val Nure, nella XIII Zona piacentina, da cui si staccò per entrare a far parte dell’organico della VI Zona ligure, in val d’Aveto.

[69] Angelo Scala (1908-1974), di Geminiano (sopra Bolzaneto), guardiano in uno stabilimento del gruppo Ansaldo; gappista con Balilla Grillotti (1902-1944), lasciò la città coi suoi uomini alla fine di luglio del 1944 e salì in montagna, in val d’Aveto e poi in val Brevenna e a San Clemente; alla fine di novembre 1944 fu inviato sulle alture fra val Polcevera e valle Scrivia al comando della sua piccola brigata, la Volante Balilla.

[70] Croce,  che in più occasioni rivela una memoria solida, sembra che della serie di riunioni tra dicembre e gennaio non ricordi o non sappia nulla. È possibile che l’enfasi di cui resta traccia nelle fonti scritte, specie di provenienza comunista, si spieghi con l’importanza che i comunisti attribuivano alla trattativa in corso per assicurarsi il controllo delle formazioni. Non è casuale che sul fronte opposto anche Minetto, che entra come loro antagonista nella trattativa, attribuisca notevole importanza alle riunioni e alle discussioni svoltesi in quel periodo all’interno del Comando zona. A questo proposito riporto un commento manoscritto di G.B. sulla copia con la trascrizione dell’intervista a Croce: “La verità è probabilmente che di queste cose non fregava niente a nessuno fuori da alcuni pochissimi “cospiratori” anticomunisti. Io stesso di queste cose non ho quasi saputo nulla”.

[71] Eraldo Fico (1915-1959), operaio di Sestri Levante, comandante della divisione Coduri; cfr. ivi, Archivio E. V. Bartolozzi, fascicolo Eraldo Fico “Virgola”.

[72] Ugo Roda (n.1921), di Pegli, partigiano della brigata Jori dalla metà di giugno del 1944, trasferito alla volante Severino all’inizio di marzo del 1945.

[73] Il ponte in località Siginella fu minato e fatto saltare dalla squadra dei sabotatori della brigata Caio, guidata da “Volpe” (forse Domenico Rocca, 1926-1945), all’alba del 25 luglio 1944; i sabotatori dell’Istriano, nella serata dello stesso giorno, fecero esplodere la galleria di Boasi e l’indomani, 26 luglio, l’altro ponte di Laccio, quello dalla parte di Scoffera, alla presenza o comunque sotto la supervisione di Croce (cfr. Ailsrec, fondo AM, busta 18, fascicolo 1; fondo Gimelli 2, busta 4, fascicolo 1; e fondo Gimelli 3, busta 2, fascicolo 2).

[74] Marzo era claudicante e si muoveva abitualmente con l’ausilio di un bastone, ma quel giorno – a quanto ricorda Croce – dalla fretta di raggiungere Fascia pareva non zoppicare più.

[75] La mattina del 1° marzo 1945 una pattuglia del distaccamento Alpino fu sorpresa – nei pressi della galleria di Garaventa – da un drappello di soldati tedeschi di stanza a Torriglia: morì Apollonio Gimondi (n.1924), ex alpino della Monterosa, nativo di Gerosa in provincia di Bergamo.

[76] Il 24 febbraio 1945 una trentina di tedeschi giunti a Torriglia appena il giorno prima di rinforzo al locale presidio, si avventurarono in bicicletta lungo la val Trebbia e raggiunsero Rovegno; furono attaccati dal distaccamento Guerra guidato da “Scalabrino” (Marino Mascellani, 1920-1990, di Struppa) e si rifugiarono a Loco, in due abitazioni civili. Dopo ore di trattative condotte alla presenza di “Marzo” e “Moro” con la mediazione del parroco (don Giuseppe Boriotti, n.1885), dopo un tentativo notturno di sortita e numerose sparatorie, alcuni colpi di bazooka costrinsero i tedeschi alla resa, la mattina del 26 febbraio.

[77] La sera del 10 aprile 1945 un gruppo di partigiani dei distaccamenti di “Kappa” (Amedeo Ginocchio, 1916-1989) e “Lago” (Franco Paganini, 1919-2008), della brigata Berto, attaccarono il presidio tedesco al passo della Forcella: morì il partigiano “Nino” (Antonio Cabanè, n.1924, siciliano), l’azione non andò come previsto e i partecipanti corsero il rischio di rimanere intrappolati. I tedeschi furono attaccati nuovamente l’indomani e si ritirarono a Borzonasca.

[78] Giuseppe Benassai “Mario” (1927-2008), di Molassana; partigiano della banda Coduri nel giugno del 1944 e poi della brigata Jori, con il distaccamento Guerra.

[79] Fausto Cossu (1914-2005), sardo di Tempio Pausania, laureato in Giurisprudenza, ufficiale dei Carabinieri in Jugoslavia, dove l’8 settembre 1943 cadde prigioniero dei tedeschi. Fuggito, raggiunse le montagne piacentine sulla sponda sinistra del fiume Trebbia tra Bobbio e Rivergaro, dove, nel febbraio del 1944, con base alla cascina Sanese (nei pressi della piccola frazione di Scarniago, in cima alla val Luretta, tra i Comuni di Piozzano e Travo), organizzò una banda partigiana alla quale aderirono numerosi carabinieri delle stazioni vicine e che chiamò “Compagnia carabinieri patrioti”; la banda fu inquadrata poi nel dispositivo delle formazioni di “Giustizia e Libertà” e prese il nome di “Divisione Piacenza”.

[80] Cirino Paone (1921-1980), siciliano, ex tenente di fanteria del Regio esercito, reduce di Russia; nell’estate del 1944 entrò a far parte della brigata Jori, di cui fu capo di stato maggiore, incarico che mantenne presso la brigata Arzani, dove rimase da dicembre 1944 a febbraio 1945, quando ritornò alla Jori.

[81] Teodoro Capelli (1914-1977), di Gorreto, partigiano del comando divisione Cichéro.

[82] Croce qui torna a riferirsi alla riunione di Fascia del 7 marzo 1945.

[83] Paolo Emilio Taviani “Pittaluga” (1912–2001), docente universitario, membro fondatore del Cln Liguria, rappresentante della Democrazia cristiana; deputato all’Assemblea Costituente, parlamentare dal 1948 alla morte, più volte ministro.

[84] Cesare Paroldo (n.1906), di Riva del Garda, maggiore di fanteria del Regio esercito e poi (nel periodo della Rsi) della divisione alpina Monterosa; alla testa del battaglione Vestone partecipò al rastrellamento di fine agosto 1944, attraverso le valli Scrivia e Trebbia; il 4 novembre, dopo lunghe trattative, si unì ai partigiani di “Bisagno” con due compagnie del suo battaglione (le stime sulla cifra degli alpini disertori con il maggiore Paroldo indicano un numero superiore alle 100 e inferiore alle 200 unità). Chi non volle unirsi ai partigiani ebbe un lasciapassare verso casa (molti fra gli alpini erano veneti, lombardi, piemontesi ed emiliani). Vennero formati due distaccamenti, composti in prevalenza da ex alpini e che mantennero il nome di Vestone, uno alla brigata Oreste e l’altro alla brigata Jori.

[85] Vinicio Rastrelli (1924-2016), di Fegìno; partigiano ai casoni di Cichéro dai primi di marzo del 1944, poi comandante del distaccamento Forca della brigata Berto.

[86] Croce si riferisce ai partigiani della brigata Berto, che potevano contare sulle cave di ardesia della Fontanabuona, e in parte – forse – a quelli della Coduri (che potevano contare sulle cave della monte Capenardo e della val Graveglia).

[87] Franco Fantozzi (1915-1984), di Recco; graduato del Genio militare, reduce di Russia; partigiano a Torpiana di Zignago, in val di Vara, al fianco di Antonio Zolesio, alias “Umberto Parodi”, sin dagli ultimi giorni del 1943; passato con Zolesio in val Fontanabuona, partecipò alla liberazione del campo di concentramento di Calvari, nella notte fra il 4 e il 5 luglio 1944, e organizzò la diserzione di un reparto di alpini della divisione Monterosa il 3 settembre successivo. Comandante del battaglione Borrotzu e poi della brigata Lanfranconi della divisione “G&L-Matteotti”.

[88] Antonio Zolesio (1909-1980), di Genova, benché nato a Montecarlo; laureato in Economia e Commercio all’Università di Genova, tenente di vascello di complemento della Marina militare, comandante delle formazioni partigiane di montagna di “Giustizia e Libertà” nello spezzino e poi nel genovesato (si veda V. Civitella, La collina delle lucertole, Sestri Levante 2008).

[89] Croce si riferisce all’episodio del 14 marzo 1945: la frazione di Santa Maria del Porto era presidiata da un gruppo di partigiani del battaglione “Matteotti-Valbisagno” e, in tale circostanza, morì il partigiano ucraino Pavel Šaregin (n.1906); a sostituire quel reparto giunse il distaccamento Bellucci, di “Gino” (Del Monte).

[90] Mario Silla (1891-1977), contadino. Ultimo sindaco socialista di Tortona prima dell’avvento del fascismo, durante la guerra aderì al Partito comunista e dopo l’8 settembre 1943 s’impegnò per la Resistenza nel Cln di Tortona; commissario politico della brigata Arzani dall’autunno del 1944 e di nuovo sindaco di Tortona all’indomani della Liberazione.

[91] A fine giugno vi furono un paio di incontri fra i garibaldini della Cichéro – “Bisagno”, “Marzo” – e i capi della G&L, mentre i disarmi veri e propri (che furono almeno tre) avvennero tra il 10 luglio e il 3 agosto 1944.

[92] Roberto Bonfiglioli “Ruby” (1926-2000), di Recco; vice intendente della banda di Zolesio, a novembre 1944 passò il fronte sulle Alpi Apuane e si arruolò nel Gruppo di combattimento Cremona, dell’Esercito del Sud, al seguito dell’8ª armata britannica. Fu presidente dell’Anpi di Genova e segretario dell’Anpi nazionale.

[93] Marino Mascellani, vedi nota 76.

[94] L’unico comando garibaldino nella zona di Uscio nell’estate 1944, escluse eventuali brigate Sap, era quello di “Scrivia”, comandante del distaccamento Peter della brigata poi divisione Cichéro.

[95] William Calvin Wheleer, capo della missione americana Walla Walla paracadutata sul monte Aiona il 12 agosto 1944 e composta quasi interamente da volontari italo-americani.

[96] Edilio Leveratto  (1927-2002), partigiano della Cichéro dalla fine di giugno del 1944, risiedeva presso parenti in località Striola, alle porte di Torriglia; rimase gravemente ferito agli occhi da un’esplosione durante un’operazione di sminamento condotta insieme al compagno “Baffo”, il 21 aprile 1945 (vedi nota 21).

[97] Costante Lunetti (1924-2012), cugino di “Bisagno”, partigiano della banda di Cichéro dai primi di aprile del 1944.

[98] Non meglio identificato.

[99] Franco Paganini (1919-2008), di Lavagna, benché nato a Glasgow, in Scozia; vedi nota 77; partigiano a Cichéro dal marzo 1944 nel distaccamento comandato da “Gino” Campanella; a partire da giugno ebbe il comando di un distaccamento che mantenne – inquadrato nella brigata Berto – fino alla fine della guerra.

[100] Enrico Raimondo (n. 1897), democristiano; membro del primo Comitato militare del Cln ligure, designato presidente della provincia di Genova nel 1945, carica mantenuta fino al 1950.

[101] Giacomo Gastaldi (1932-2009), fratello di “Bisagno”.

[102] Benvenuto Tararbra (n.1921), partigiano al distaccamento Peter (brigata Cichéro), in val Lentro, dal giugno del 1944; in seguito fu comandante del distaccamento Castiglione e del distaccamento Villa della brigata Oreste.

[103] Alessandro Bertolami (e non Lorenzo), “Sandro”, genovese classe 1916, già partigiano con la banda del Croato, della quale favorì il disarmo. Passato in forza alla Cichéro, ebbe il comando della Volante della brigata Jori ma, nel novembre successivo, cambiò di nuovo e andò con la G&L-Matteotti, comandante della brigata di manovra “Prospero Castelletto”.

[104] Ruggero Colombo (n. 1922) e Bruno Colombo (1924-2011), figli di un commerciante di tessuti torinese, Ugo Colombo, e di Wilma Cabib, genovese. Ebrei, nascosti a Favale di Malvaro, ad inizio marzo 1944 si unirono ai ribelli di Cichéro; dopo il rastrellamento d’agosto, passarono in val Borbéra, con la brigata Oreste (cfr. Ebrei genovesi ricordano, Firenze 1995).

[105] Peters fu catturato il 14 settembre 1944 con tutto il reparto che aveva guidato, come già altre volte, in zona partigiana e in questo caso, segnatamente, in val Borbéra; il gruppo di Peters giunse a Dernìce sotto mentite spoglie partigiane, ma fu scoperto e gli uomini disarmati. Tutti furono fucilati, eccetto Peters, l’interprete altoatesino e un graduato della Xª Mas (fucilato in seguito). Il trasferimento dei prigionieri verso il comando di Carrega Ligure fu affidato ai due fratelli Colombo, dei quali il maresciallo Peters riuscì a sbarazzarsi e poté tornare a Genova.

[106] Carlo Rampani (n. 1922), partigiano della brigata Cichéro dai primi di giugno del 1944, nativo di Montreal (Canada); membro del distaccamento Castiglione della brigata Oreste, abbandonò le formazioni partigiane nell’ottobre del 1944.

[107] Gibì Lazagna fu gravemente ferito il 16 luglio 1944 durante un’imboscata tesa insieme ai compagni ad un’automobile occupata da soldati tedeschi, nei pressi di Terrarossa di Gattorna, in val Fontanabuona; fu accompagnato prima a Corsiglia, frazione di Neirone, dove ricevette le prime cure da “Vuccio” (Silvio Bendinelli, n. 1914, medico genovese, responsabile del servizio sanitario della banda di Cichéro), e poi, ai primi d’agosto, in val Trebbia.

[108] Inteso come Repubblica sociale italiana (Rsi).

[109] I funerali ai caduti della Divisione Coduri furono celebrati il 22 maggio 1945.

[110] Gianfranco Bo “Giulio” (n.1918), di Sestri Levante.

[111] Potrebbe trattarsi di Ivo Agostini (1927-2014), di Struppa, partigiano della brigata Jori dalla fine di ottobre del 1944, nel distaccamento Bellucci; verso la fine della guerra si trasferì alla brigata volante Severino.

[112] Croce intende “su a Torriglia” e si riferisce – come ha già avuto modo di specificare in precedenza – a quando Bisagno, per non consegnare le armi agli americani, voleva riportare di nuovo in montagna i suoi partigiani.

[113] Errico Martino (1907-1981), avvocato; rappresentante del Partito liberale nel Cln Liguria, alla Liberazione fu nominato prefetto di Genova e tale rimase fino al 1° marzo 1946; deputato all’Assemblea Costituente per il Partito repubblicano, si dimise nell’ottobre 1947 e intraprese carriera diplomatica.

[114] Croce deve riferirsi a quanto riportato nel libro Partigiani in azione, pubblicato nel 1983, scritto a quattro mani dal giornalista Enzo Rossi e dallo stesso “Gino”, il quale attacca duramente Paroldo e i vertici della divisione Cichéro che lo accolsero e lo impiegarono prima come consigliere militare e poi come capo di stato maggiore (pp. 87 e 109).

[115] Giuseppe Fossati “Foce” (n. 1922), genovese, partigiano della brigata Jori dal giugno 1944 e poi capo di una pattuglia di cinque uomini del Sip inviata in forza alla brigata volante Severino nell’ultimo mese di guerra. Sul clima che si respirava allora, Giovanni Proglio (n. 1924), che fu partigiano al Sip della brigata Jori, ricorda un episodio eloquente: “Lui conosceva molto bene Bisagno, perché erano tutti e due di Oregina… quando lo ha chiamato, che gli ha detto: “Aldo!”, Bisagno gli ha dato una strapazzata, perché dice: «Te non mi devi conoscere»” (vedi Ailsrec, fondo “Memoria orale”, intervista a Giovanni Proglio, novembre 1993).

[116] Il 27 aprile 1945, all’interno di un’osteria in località Borgonovo (Bargagli), scoppiò una bomba a mano che ferì molti partigiani e ne uccise due (Luigi Descalzi, “Gimmi”, n. 1921, e Bruno Menchini, “Brezza”, n. 1924, entrambi chiavaresi); altri due morirono qualche ora dopo, all’ospedale di San Martino, per le ferite riportate (Sergio Canepa, “Pesto”, n. 1927, di Chiavari; e Giovanni Laiolo, “Ferrari”, n. 1922, di Sestri Ponente).

[117] Paolo Zanettin (n. 1893), di Cornigliano; marittimo, più volte in carcere per reati comuni, espatriò in Lussemburgo nel 1930, quindi in Belgio, in Francia e in Tunisia; infine, in Spagna, dove combatté contro l’insurrezione franchista; internato in Francia dal 1939 al 1941, confinato a Ventotene fino all’agosto 1943; partigiano della Cichéro dal maggio 1944, svolse mansioni di cuoco ed infermiere presso il comando della brigata Jori.

[118] Forse si trattava di Carlo Cattaneo (n. 1916), smobilitato con la missione Merìden.

[119] A pag. 16 di Scarpe rotte, nella prefazione firmata da “Gino” Campanella, risulta che i componenti della brigata fossero non più di 25-30 elementi; in fondo al libro (pp. 146/148) viene riportato l’elenco completo dei componenti la brigata, che risultano ammontare a 150 effettivi, con 28 sapisti aggregati. Negli elenchi di smobilitazione compilati da “Gino” stesso poche settimane dopo la liberazione (cfr. Ailsrec, fondo Gimelli 3, b.2) risultano addirittura 290 nomi, dei quali però circa 150 appartenenti alle Sap di Struppa e del Comune di Davagna, circa 65 al distaccamento corrieri (che faceva diretto riferimento al Comando Zona ma che fu aggregato alla Severino negli ultimi giorni di guerra) e 5 partigiani del Sip (entrati a far parte della brigata Severino il 1° aprile 1945). A questo punto, restano 70 nomi, 40 dei quali risultano aver fatto il loro ingresso in banda nei mesi di febbraio, marzo e aprile 1945: ecco dunque che gli ultimi 30 corrispondono grosso modo a quei 25-30 di cui dice Gino nella citata prefazione. Su questo punto specifico, la polemica di Croce verso Gino appare inefficace: la Balilla, sapisti compresi, riconosce 450 fra partigiani e patrioti; in alta val Borbéra, le brigate Arzani e Oreste parrebbero poter contare su centinaia di sapisti; non troppo diversa appare la situazione dell’alta val Trebbia.

[120] Maria Vitiello (1909-2000), originaria di Ponza, dove Marzo l’aveva conosciuta (e sposata nel 1931) mentre si trovava al confino; seguì il marito sui monti, da Favale di Malvaro a Gorreto e Rovegno, e fu riconosciuta partigiana combattente.

[121] Adelmo Daminelli (n. 1926), di Cornigliano; gappista, partigiano in montagna dalla fine del mese di luglio 1944 (forse con il nucleo dei gappisti di Bolzaneto, futura brigata volante Balilla), giunse alla Severino nel dicembre seguente.

[122] Si tratta di Stefano Porcù (vedi nota 28).

[123] Angiola Berpi (1911-1989), di Cornigliano; cfr. ivi, Archivio M. Calegari, “Intervista alla partigiana Angela Berpi”.

[124] Parroco di Fascia e Rondanina, dal 1940, era don Angelo Bassi (1914-2012), originario della val Curone, autore di alcuni libretti di memorie sul periodo bellico.

[125] Croce probabilmente intende che, l’ultima volta a cui aveva assistito alla commemorazione in memoria di Bisagno, era stato Marzo a pronunciare il discorso; Marzo che era morto all’inizio del 1994 e non poteva essere presente alla commemorazione del 1995.

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3. POSTFAZIONE

Questa che pubblichiamo è la mia prima intervista a Croce. Ne sono seguite altre cinque (tra il 1996 e il 1998) corrispondenti alla registrazione di 7 cassette (2 lati di 45 minuti ognuno). Tutto materiale utile alla ricostruzione della mappa militare, politica e morale della Sesta Zona partigiana. Anche GB, che con me aveva partecipato alla prima intervista a Croce, era tornato ad intervistarlo. Della Resistenza GB era stato un protagonista ma si era reso conto, quasi con stupore, della difficoltà di incrociare i ricordi di quella stagione con quelli di molti dei compagni di allora. Difficoltà non attribuibile solo alla dispersione e al relativo isolamento – una rispetto all’altra – delle formazioni partigiane, ma alla sostanziale diversa percezione di fatti e stati d’animo che fino a quel momento aveva giudicato accomunassero il campo ribelle. Perché proprio Croce? Perché, sin dal primo incontro, aveva rivelato oltre ad una buona memoria dei fatti – dal tempo di Cichero fino alla Liberazione – uno spessore ignoto alla maggior parte degli altri intervistati. Ma non solo di questo si trattava. A metà di aprile del 1944, dopo non più di 5 o 6 settimane che era arrivato a Cichero, Croce era stato scelto da Bisagno, il comandante del piccolo gruppo che vi era stanziato, per due imprese militari concluse con successo.  In seguito, sempre su indicazione di Bisagno era diventato comandante di battaglione, poi di distaccamento e infine di brigata – la formazione più autonoma e più combattiva e meglio organizzata della Sesta. In una realtà dove non mancavano le prime donne e dove, ancora a distanza di anni, il protagonismo di molti comandanti era così vivo da produrre le ricostruzioni più strampalate, Croce raccontava battendo una moneta diversa. Uno stile – ce ne accorgemmo meglio col succedersi degli incontri – non direttamente riferibile all’esperienza partigiana.

Di Croce esiste presso l’Istituto storico una testimonianza interessante ma a parte i molti errori di fatto – facilmente emendabili – l’intervista, come le altre simili prodotte in occasione del Cinquantenario, soffre dall’essere eseguita da personale con poca o nulla conoscenza delle vicende trattate e impegnato ad usare come traccia un questionario, lo stesso per tutte le decine di intervistati. Il risultato, inevitabile stando la “anomalia” dell’esercito partigiano composto esclusivamente di volontari con alle spalle anagrafe, storie familiari e istanze personali diverse da un soggetto all’altro, è stato di produrre un archivio manchevole rispetto alla cronaca e generico anche là dove mirava a fondare una sorta di antropologia del partigianato. Può essere utile in proposito mettere a confronto la testimonianza resa da Croce e depositata in Istituto con quella – tutt’altro che un modello, tant’è che era stata necessaria la lunga coda che ho detto – con la nostra qui pubblicata. A favore di quest’ultima c’è che, non dovendo seguire un percorso obbligato, meglio si adatta (sin dall’inizio) alla storia della sua esperienza partigiana.

Perché Croce, pur nelle inevitabili (in verità non molte) incertezze circa le date, ha precisa in mente la storia – perché di storia si tratta e non di semplici ricordi – che vuole raccontare e attorno alla quale cuce gli episodi che vanno a suffragarla. Tocca agli ascoltatori coglierne il filo. Per l’esperienza che ho fatto incontrando ed intervistando alcune decine di partigiani, Croce, come pochi altri – ad es. Ezio Bartoli di cui ho scritto ne “La sega di Hitler” – racconta facendosi osservatore di se stesso, della sua esperienza. Si rivolge domande prima ancora di offrire delle risposte. Domande che lui stesso giudicava importanti cui non sempre era riuscito a dare una risposta (l’essere stato scelto “da subito” da Bisagno, la sua “fortuna” come comandante, il valore della sua formazione, la linea di condotta nei confronti della “politica” ecc.).

Ancora una precisazione e la segnalazione di un limite. Col moltiplicarsi, da parte mia, della raccolta di testimonianze partigiane mi sono convinto che, per spiegare la peculiarità dei miei eroi, la loro storia familiare, la vita nella famiglia d’origine, amici, scuola, letture ecc. non era più importante del tempo, la vita, le attività che erano seguite alla guerra di liberazione e specialmente non erano più importanti della loro disponibilità al confronto con me. Lì, nella disponibilità o desiderio del confronto, stava la peculiarità del personaggio e apparivano i frammenti delle esperienze che metteva alla base della storia che voleva raccontarmi. Ho incontrato Croce che aveva quasi 80 anni e aveva alle spalle una attività di piccolo imprenditore – distribuzione bombole di gas nella catena Agip – ma allo stesso tempo si era occupato di trasporti e altro ancora. In lui, l’esperienza partigiana, al contrario della maggior parte dei suoi compagni di poco più giovani, si era deposta su un tessuto culturale e morale già discretamente ricco: una economia familiare che assicurava indipendenza, le parole dell’antifascismo alimentate dalle relazioni politiche dello zio, l’esperienza di carabiniere e altro ancora.

I 14 mesi da partigiano non gli avevano fatto apparire un nuovo mondo ma avevano arricchito non poco quello che possedeva quanto ad amicizie, solidarietà, legami. Mondo – questo sì – fino ad allora sconosciuto, che aveva conservato per il resto della vita. Mondo della cui eccezionalità si era reso conto col passare degli anni. Io, che su quel mondo andavo ad interrogarlo, ero in qualche modo la prova della sua importanza, della sua capacità di espandersi e nello stesso tempo di offrirgli nuovi stimoli.

A me che gli chiedevo della sua “virtus” rispondeva che sì, la casa dov’era cresciuto doveva essere stata di sicuro importante. Ma non avrebbe saputo dirmi quanto. In casa il fascismo non aveva attecchito. La tradizione era quella socialista nella versione più blanda e il personaggio di maggior rilievo era lo zio, falegname come il padre, in rapporti amicali con il chiavarese avvocato Cirenei, socialista. La vicenda della cartolina scrittagli da questi da Roma all’inizio del suo percorso verso il confino è sintomatica. Padre e zio Malatesta non erano personaggi da poco. Oltre che commercianti di legname praticavano anche lavori di grossa falegnameria fuori dal territorio di Cicagna. Il nonno di Croce, emigrato negli USA nel 1883 era rientrato a Cicagna nel 1905. Due dei suoi 4 figli erano rimasti là mentre i due minori (il padre e lo “zio” di Croce) erano  a Cicagna. La famiglia di Croce era composta da padre, madre e 4 sorelle. “Eravamo artigiani e contadini”, dice Croce e a casa sua, oltre l’antifascismo indiscusso, c’era apertura al mondo e alla cultura. Il Secolo XIX arrivava in abbonamento e spesso si vedeva anche il Corriere della sera. A scuola poi Croce era andato sino alla fine del triennio postelementare.

Sui monti, con Bisagno e gli altri, Croce era arrivato – sarebbe più giusto dire “era finito”, nel febbraio del 1944 dopo aver lasciato il 9 settembre la stazione dei CC di Piacenza dove faceva servizio. C’era ritornato per pochi giorni in ottobre per poi rapidamente fuggirsela a casa fino a quando, richiesto di rientrare in servizio era riparato da certi parenti prima a Camogli e poi a Sestri Levante. Preso atto della difficoltà di restare nascosto presso di loro si era messo in cerca di un rifugio più sicuro e a Chiavari un falegname “amico dello zio” gli aveva suggerito il canale che in febbraio lo aveva portato a Cichero. La prima impressione era stata scoraggiante: una settantina di persone sistemate in modo rudimentale, mal vestite, mal calzate e alla fame. Ne ricordava uno in particolare – Pinan – che scalzo intratteneva il gruppo con la sua fisarmonica. Al suo arrivo non aveva ricevuto alcun incarico ma dopo un paio di settimane Bisagno l’aveva fatto caposquadra. Niente elezioni o discussioni o riunioni. Da chi era stato scelto? A Croce l’aveva comunicato Bisagno. Forse, ipotizza, aveva saputo qualcosa di lui da Chiavari da dove settimanalmente lo raggiungeva un informatore. Né poteva escludere che della cosa avesse parlato con quelli più importanti lassù, come Marzo o Bini (Croce non giudicava rilevante né qui né in seguito la presenza del Bugliani, ufficialmente investito della funzione di commissario politico del piccolo gruppo).  A fine aprile del 1944 Croce guida da solo il gruppetto di 6 uomini che ad Acero fanno prigioniero un terzetto arrivato, con tanto di elenco, a caccia dei locali che si erano sottratti ai bandi. Lì fa prigionieri e li porta a Cichero dove due di loro – ex carabinieri – sono rimandati liberi mentre il repubblichino viene fucilato. Fatto che per Croce precede un ulteriore incarico di comando. Deve guidare 70-80 uomini presenti a Cichero in una marcia notturna a Varese Ligure per sottrarli alla probabile reazione dei fascisti chiavaresi. Un trasferimento lungo un territorio sconosciuto che si conclude felicemente. Durante la notte precedente Croce ricorda di non aver chiuso occhio – tanto sentiva la responsabilità dell’incarico ricevuto. Pochi giorni dopo essere rientrato a Cichero con la colonna al completo Croce, secondo gli ordini di Bisagno, si era trasferito, con altrettanti elementi in Valtrebbia in certi Casoni che Bisagno aveva fatto preparare sotto l’Antola. Attorno alla metà di Giugno, nello stesso modo “informale” il distaccamento Torre che da Cichero si è trasferito in Valtrebbia diventa un battaglione composto di tre distaccamenti dove a fianco ad elementi del Torre se ne aggiungono altri, reclute provenienti dalla Colonia di Rovegno dove erano stati accolti. Croce è il comandante del battaglione che ulteriormente ingranditosi alla fine di settembre diventerà la brigata Jori.

Dai primi di ottobre Croce è al comando della Jori con l’accordo dei suoi comandanti e commissari di distaccamento e senza che emergano riserve dal neonato Comando Zona. Di nuovo tutto avviene senza elezioni. Tra gli uomini l’autorità di Croce è indiscussa, lo stile di comando condiviso, le sue azioni – in primis – quella contro la banda del Croato (“lo slavo”) sono vittoriose. Croce attribuisce la “fortuna” del suo comando ad alcuni fatti precisi: essere partito da Cichero con gli uomini più formati e responsabili che, pur privi di  esperienza militare, erano consapevoli dei rischi e della necessità di far gruppo. Altre ragioni: la cura messa nella scelta dei comandanti e dei vice alla guida dei vari distaccamenti; la presenza di Moro, il commissario politico, un comunista integro che condivide con lui una visione unitaria della lotta ed estraneo alla logica di partito; la mobilitazione continua dei reparti utile più di tanti discorsi a tenere viva la tensione dei gruppi; un rapporto con la popolazione serio e rigoroso e, infine, la rapida risoluzione di qualsiasi iniziativa che potesse mettere in discussione lo stile Jori (la questione del commissario Bruno che voleva far distribuire le sigarette solo ai frequentatori delle riunioni di partito).

Non ero né comunista né anticomunista, dice Croce; aprire quel genere di questioni era allora pericoloso per tutti. Da qui la sua decisione di non entrare nella logica perversa dello scontro tra fazioni. Sostiene che nelle brigate dove erano avvenuti scontri politici, a volte spinti al limite della sopravvivenza delle formazioni, era stato per colpa degli stessi comandanti che usavano la politica per finalità personali, per accreditarsi presso “il partito” o all’opposto per tenerlo fuori dei giochi e quindi conducendo una battaglia personale contro il commissario politico, l’uomo di partito. Contrasti che dal vertice si erano trasmessi gli uomini delle formazioni creando incertezze e minando le linee di comando. In una qualsiasi formazione con compiti militari, dice Croce, la catena di comando doveva essere unica, trasparente nel suo modo d’agire, credibile e apprezzata dai sottoposti e specialmente doveva indicare con chiarezza gli obiettivi da conseguire. Una posizione che Croce illustra ricorrendo ad esempi e che, tra i partigiani che ho incontrato ha ricevuto la formulazione forse più completa da Minetto. “In un gruppo nascono in continuazione liti, rivalità, competizioni d’ogni genere Se riesci a tenere alto, visibile, l’obiettivo comune vinci la battaglia. In prima linea le cose importanti si vedono subito e lì vengono fuori anche i comandanti, quelli veri. I fasulli, i bulli spariscono immediatamente.” Minetto aveva raccolto il comando della brigata Arzani dopo che un conflitto durissimo tra comunisti e anticomunisti l’aveva portata quasi allo scioglimento.  Un conflitto che si alimentava di personalismi ma che si era sviluppato dal tentativo dei comunisti di scalare il comando della formazione.

Con la sua linea di condotta, leale verso le forze politiche schierate dalla parte della Resistenza ma rigorosa nel difendere l’autonomia (e quindi la stessa capacità operativa) delle formazioni, Croce risolve i suoi rapporti con i comandi superiori: il Comando divisione e il Comando Zona. Col comandante di divisione, che poi è Bisagno, l’intesa è perfetta. Col Comando Zona i motivi di scontro sembrano assenti. Alla Jori apparteneva il distaccamento incaricato di proteggerlo. La Jori è un luogo di autonomia, ha un preciso territorio di riferimento che presidia con posti di blocco efficienti e mette a fuoco in piena autonomia i propri obiettivi militari – il Vestone che ha il suo comando a Gorreto – e la rete di informatori con sui sorveglia i movimenti sulla “45”. Nel periodo durissimo dell’inverno di fine ’44, dopo Alexander e sotto attacco per le puntate nemiche che mirano a scompaginare definitivamente gli insediamenti partigiani, la Jori non segue la linea, suggerita personalmente da Bisagno, di ricerca e costruzione di rifugi ma fa dell’osservazione dei movimenti nemici il riferimento dei propri necessari a sottrarsi.

La Jori vive una sorta di blindatura che la tiene fuori dalla tormentatissima discussione che investe la Sesta Zona tra dicembre ’44 e gennaio ’45. I termini dello scontro sono noti: i comunisti aspirano, come forza principale del mondo partigiano – dove hanno portato avanti l’iniziativa di partito e il reclutamento spesso mimetizzandoli con compiti di supporto alla presenza partigiana (come la creazione delle giunte comunali o attività ispettive) – ad assumerne il controllo. E’ una operazione di vertice di cui la base partigiana, anche quella comunista sa poco e niente e che Bisagno – il principale ostacolo dell’iniziativa dei comunisti – cerca di contrastare tentando di coinvolgere gli uomini delle formazioni con la famosa lettera “Io Bisagno”. La diffusione della lettera verrà impedita sul nascere ma contribuirà egualmente a contenere l’iniziativa dei comunisti ed indurli alla mediazione. Non è un clima facile da ricostruire e la documentazione è scarsa. La maggiore difficoltà per farne una rilettura viene da un fatto normalmente ignorato. In montagna si muove un quadro comunista che si sente sotto la lente del partito di città, quello con i quadri più evoluti, i dirigenti. È a loro che ci si rivolge mostrando la propria intransigenza, l’impegno egemonico, i risultati ottenuti nel portare avanti in montagna la linea del partito – numero di iscritti, percentuale dei comunisti tra i morti e i feriti partigiani. Un dialogo che si svolge tra montagna e città e che tocca un ristretto gruppo di individui ma che nelle fonti scritte ha lasciato tracce più vistose di quanto i fatti non fossero (essendo poche le fonti scritte dell’epoca e anche quelle quasi esclusivamente di provenienza comunista, l’area più coinvolta nei fatti). L’attacco comunista mirante ad aumentare il controllo sulla Sesta – un bisogno ossessivo, esorbitante e sostanzialmente inutile visto che già esisteva – prendeva spunto da una sorta di anomalia della Zona. E cioè che tutti i comandanti di brigata – salvo il caso della brigata Coduri, che però dal punto di vista militare era considerata poco interessante anche dai comunisti che ne avevano il primato – non appartenevano al partito comunista e che i commissari politici messi alle loro costole non erano riusciti a metterli sotto quando addirittura non ne erano stati conquistati. 

Tutto questo per dire che i travagli di dicembre 1944 oltre a non coinvolgere la Jori sono letti da Croce come “la solita questione dei commissari.” Come spesso succede a chi fa parte del gioco, Croce vede nello scontro più che la politica il conflitto di personalità, di cultura, di interpretazione della guerra. Di Banfi comandante della Berto, tanto per fare un nome, Croce dice che, siccome nel dopoguerra lo avevano fatto generale, non poteva certo essere considerato uno sciocco, eppure nella sua brigata il conflitto era continuo e si era arrivati all’imprigionamento e al disarmo di questi contro quelli. Secondo Croce non si trattava solo o semplicemente dell’avversione di Banfi verso il comunismo ma anche del suo modo di concepire la guerra partigiana: stanziale, poco o niente aggressiva, lassista verso la disciplina e dove la sua leadership si affermava usando una fazione con l’altra. Croce è convinto che quando queste situazioni prendono corpo è molto difficile rimettere le cose a posto perché se era facile sostituire i comandanti era invece molto difficile riportare i gruppi all’impegno richiesto dalla guerra partigiana dopo che al loro interno era passata la divisione o peggio si era affermato il quieto vivere. Tant’è che a Bisagno che gli aveva proposto di affiancare o addirittura di sostituire Banfi per qualche tempo, aveva opposto un rifiuto. Sapeva che non sarebbe servito e la prova, racconta, è il destino subito da Lesta usato da Bisagno per il medesimo scopo. Vittima di uno scontro continuo, usurante e non approdato ad alcun risultato. 

Non è un caso che la Jori che vive felicemente sotto il comando di Croce, articolata in distaccamenti con un buon livello di autonomia, al sicuro dalle dinamiche partitiche più spinte, non sia coinvolta dal Comando della Sesta Zona nel “processo” a Bisagno. La vicenda che culminerà con la riunione di Fascia del 7-8 marzo, che tanto ha fatto discutere, aveva impegnato il gruppetto influente dei comunisti che si muovevano attorno alla Zona, Rolando e Attilio in primis. Bisagno assente per quasi un mese per via di una ferita era rientrato ancora provato e zoppicante al suo comando a Gorreto il 7 febbraio. Un mese di assenza durante il quale erano successe due cose molto importanti. L’arrivo delle missioni americana e britannica aveva da un lato esaltato il ruolo del Comando Zona e dall’altra aveva provocato il temporaneo trasferimento del comando della Cichero da Bisagno a Scrivia e Moro rispettivamente comandante e commissario della brigata Oreste.  Una soluzione quest’ultima che aveva in qualche modo messo in pratica, anticipandolo, il progetto dei comunisti della Zona di ridurre l’influenza di Bisagno sulle formazioni facendo della sua brigata comandata da Scrivia una divisione. A quel punto a Bisagno sarebbe rimasta solo la fedelissima Jori, la scomoda e incerta Berto e l’ostile Coduri di cui i comunisti avevano il totale controllo. Quella dei comunisti non era solo generica ansia di supremazia: la fine della guerra era nell’aria e l’esercito partigiano più che impegnarsi contro la ritirata dei tedeschi era atteso ad assumere il potere nelle città e a garantire militarmente gli ancora incerti sviluppi della politica. Ce n’era d’avanzo per cercare di andare fino in fondo allo scontro che in ogni caso non riguardava la condotta dell’esercito partigiano sui monti ma quella imminente in città.

Bisagno, messo a giorno da Rolando delle decisioni che stavano maturando da un lato si era detto contrario e deciso anche ad andarsene se quello fosse stato l’esito. Dall’altro però aveva immaginato una linea di difesa che aveva il fulcro nell’accogliere all’interno dello schieramento della Jori due distaccamenti di Giustizia e Libertà operanti nelle vicinanze di Torriglia, col proposito di integrare il Comando Zona con un rappresentante GL. Poi, con in mano questa carta di accredito, era andato a parlare con Fausto, comandante di una divisione GL nel Piacentino. Aveva una richiesta molto semplice. L’ingresso di forze GL nella Cichero con relativo rappresentante nel Comando Zona potevano costituire un ostacolo sufficiente perché la Zona non decidesse in libertà cosa fare della sua divisione? Fausto gli aveva detto che l’imminente fine del conflitto aveva congelato le possibilità di passare dall’ombrello garibaldino a quello GL. Avrebbe tuttavia potuto metterlo in contatto con Milano, con un membro del CLNAI.  Di queste cose ho scritto a suo tempo, quasi 20 anni fa e credo che ci sia poco da aggiungere. Qui servono solo a sottolineare alcuni fatti che interessano la relazione tra Croce e Bisagno.

Croce è il comandante a cui Bisagno propone di integrare i distaccamenti GL nel suo apparato difensivo. Gli spiega anche il senso della manovra. Croce è scettico – lo dice a chiaramente a Bisagno – circa il valore delle formazioni GL. Però accetta. Nelle serate passate assieme a Gorreto a raccogliere le confidenze del suo comandante, si rende conto che è rimasto solo e da solo sta combattendo la sua battaglia. Bisagno non ha a Genova nessuna copertura politica, non ha la piena solidarietà di Scrivia e dei 4 o 5 di cui anche a lui è visibile la debolezza – Croce ne fa i nomi – che cercano di spingerlo contro comunisti. Tra l’altro, mentre Bisagno si tormenta sul che fare e chiede aiuto a Croce per attuare il suo piano, la Zona ha il suo momento di massima celebrità. Non è più il semplice (e spesso dalla città non troppo considerato) braccio armato del CLN ma il comando militare dell’esercito partigiano finalmente riconosciuto dai potenti alleati. I rapporti con la città si sono rovesciati: è dalla montagna che fluiscono le informazioni e le decisioni. In montagna le riunioni si succedono senza che Bisagno vi partecipi forse senza neppure esservi invitato non essendo più da gennaio vicecomandante di Zona. La sua ostinazione appariva ormai patetica: incombevano le sfide finali e lui si comportava come se la guerra partigiana potesse procedere com’era stato sino ad allora.

E’ la scoperta del viaggio nel Piacentino, da Fausto, che offre ai comunisti l’occasione da non perdere. Era inaccettabile che Bisagno cercasse di trasferire i suoi uomini sotto un’altra bandiera; poco meno di un tradimento. La nascita della nuova divisione doveva considerarsi scontata e quanto a lui, nel caso non avesse accettato, sarebbe stato allontanato dalla Zona e privato del comando: o a casa o da un’altra parte. La proposta della Zona che aveva ricevuto già i primi di marzo il benestare del Comando militare regionale doveva essere portata a conoscenza – “una semplice informativa” – nella riunione dei vari comandanti di brigata che avrebbe sancito la nascita della nuova divisione. Era la prima occasione in cui i risultati delle discussioni che avevano animato la Zona negli ultimi 20 giorni uscivano dal sentito dire e venivano messe sul tavolo, ufficializzate di fronte ai comandanti delle brigate. L’argomento della riunione forse non era noto, Croce comunque – forse non casualmente – non ne era informato e, come lui, forse anche Marzo, il comunista commissario della divisione comandata da Bisagno e che a lui vedeva legato il suo destino. Quando Croce e Marzo arriveranno a Fascia avvisati da una staffetta – “a Fascia si stanno sparando” o qualcosa del genere – la riunione è in parte risolta da una mediazione: la nuova divisione si farà ma Bisagno non sarà allontanato; resterà a comandare quel che resta della Cichero. Croce che non era conoscenza di quanto era già deciso e di come la mediazione costringesse il comando Zona ad un significativo passo indietro interviene ancora sull’inutilità della nuova divisione. Siamo sempre gli stessi, dice; sempre noi a dividere la stessa minestra, che senso ha? E’ lo stesso Bisagno a tacitarlo: lascia perdere Croce; qui è già tutto deciso. Era proprio così: fuori dell’osteria dove si era svolta la riunione stavano molti dei comandanti a parlare. La mediazione era avvenuta proprio lì fuori, sul prato. L’allontanamento di Bisagno non era passato, la nuova divisione sì. Il gruppetto di armati portati da Santo e arrivato a Fascia a fine mattinata a sostegno di Bisagno non aveva impensierito da un punto di vista militare. C’erano sul posto forze sufficienti per contrastarlo e la fama guerriera di Santo era scarsa. Aveva però fatto emergere improvvisamente i rischi che si correvano ad allontanare il comandante più amato, la bandiera partigiana della Sesta. Croce comunque non aveva avuto dubbi. Nella stessa serata a Bisagno aveva detto “Santo mai più con me e da subito eh.” Bisagno non aveva fatto obbiezioni e dopo un inutile tentativo di mandarlo con Scrivia lo aveva dirottato su Banfi.

Negli incontri e interviste che ho avuto con i partigiani della Sesta, sicuramente un leitmotiv, in genere a conclusione degli incontri era la delusione seguita alla Liberazione. Il contrasto tra sogni e speranze maturate durante l’esperienza partigiana a fronte della realtà materiale e specialmente morale del dopoguerra. Aspetto che qui è inutile approfondire per essere stato oggetto durante anni di una retorica abbondantissima. L’aspetto interessante della personalità di Croce è che il suo modo di essere e fare il partigiano sembra averlo messo al riparo da questa deriva. L’episodio della visita in compagnia di Bisagno – di nuovo loro due, solo loro due – al prefetto Martino è importante. Non vanno a chiedere favori ma a dirgli che dirigere gli ormai ex partigiani verso la polizia non è buona idea. Bisognava invece trovare il modo per occupare “quei ragazzi” di 20 anni, che in montagna avevano scoperto o maturato una esperienza che avrebbe potuto essere utile alle loro città, all’Italia che stava uscendo dal fascismo. Ma non facendo il poliziotto, un lavoro che non sapevano fare, che in breve li avrebbe fatti chiamare “sbirri” proprio come quelli che li avevano preceduti al servizio della Repubblica. I partigiani, questi ragazzi, sono un patrimonio da non dilapidare: è il ragionamento dei due. E’ quello che ripeterà Croce nella riunione a Chiavari a quelli della Coduri. Che però non erano d’accordo: bisognava campare, ci volevano soldi e la polizia gli dava un ruolo, un potere e un’arma che al momento sembrava corrispondere perfettamente al loro profilo guerriero.

Bisagno ed io, dice Croce, pensavamo che tornati a casa la guerra doveva considerarsi finita; che la guerra partigiana non andava messa in politica. Una idea che corrisponde perfettamente alla sua visione della guerra partigiana, al modo di aderirvi e di combatterla dal primo giorno. Quando gli avevo chiesto: ma tu, dopo i primi giorni a Cichero, immaginavi come avreste combattuto, quali difficoltà, per quanto tempo ecc. Croce, che ha guidato la formazione più combattiva della Sesta e con il minor numero di caduti, mi aveva guardato come chiedendosi se le ore di colloquio tra noi erano almeno servite a farmi capire che la loro guerra aveva ben poco di pianificabile; proprio il contrario di come in seguito molta politica l’aveva raccontata. Che il fatto di Acero era stato frutto d’una decisione di Bisagno, dopo che di là erano venuti due “borghesi” a chiedere aiuto contro quei tre a caccia di renitenti. E i due borghesi erano venuti a Cichero perché Acero non era distante e quelli sapevano che a Cichero c’erano dei ribelli, gente “contro” che poteva dargli una mano. Il trasferimento a Varese Ligure era stato per mettersi al riparo dalle conseguenze della fucilazione del repubblichino e quello in Valtrebbia perché ormai a Cichero erano troppi e anche perché Bisagno aveva in mente quello che ai più ancora sfuggiva: una specie di repubblica dei monti. Allo stesso modo la conquista del campo dello “Slavo” era stata possibile solo perché con lo “slavo”, che era un avventuriero, c’era anche gente pronta a battere la strada opposta. E quando in valle erano arrivati gli alpini del Vestone la scelta di attaccarli ma anche di convincerli a cambiare fronte o almeno abbandonare la Repubblica era stata possibile perché tra loro c’erano ragazzi che in condizioni diverse avrebbero scelto di stare a casa o andare coi partigiani. La guerra partigiana era stata una invenzione quotidiana dove discussione, responsabilità e gesti militari si intrecciavano in modo particolarissimo, diverso da un luogo all’altro, da un gruppo all’altro. Bisagno l’aveva inteso come un percorso di formazione, Croce come un lavoro di un bravo artigiano. Come aveva appreso a casa col padre e lo zio: quando cominci un lavoro devi anche portarlo a termine nel modo migliore trovando via via le soluzioni più giuste. La politica c’era e aveva la sua importanza – bisognava essere contro il fascismo – ma poteva produrre anche dei guai. Croce più attento agli uomini che alle ideologie giudicava la politica per l’uso che ne facevano i singoli: andava bene se veniva usata per unire, educare; una male se usata per prevalere o regolare conti privati, per ottenere credito presso le varie consorterie, per ipotecare ruoli nell’Italia del futuro. C’era chi considerava la Resistenza, la guerra partigiana come la fase di una guerra che era necessario prolungare. Lui invece pensava che come tutte le guerre era bene che finisse, per tornare a casa, alla normalità sconosciuta da troppo tempo. 

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Editing: Elio V. Bartolozzi 2018

 

Intervista al partigiano Dionigio Marchelli “Denis”

Fasc. 50 – Doc. 4 Fascicolo dedicato al partigiano “Denis”, Dionigio Marchelli, composto, come da indice dei contenuti, da sei articoli distinti, compresa un’intervista di M. Calegari allo stesso Denis realizzata nella sua abitazione, a Genova Pra (C.E.P.), l’8 gennaio 1998. La “cassetta” contenente la registrazione fa parte dell’archivio personale dell’intervistatore.
                                                                             Manlio Calegari, Lorenzo Torre, Elio V. Bartolozzi 

Indice dei contenuti.
1. Preambolo
2. Intervista al partigiano “Denis” (Dionigio Marchelli)
3. Elenchi di “Denis” degli appartenenti al distaccamento “La Scintilla”
4. Note di Lorenzo Torre agli elenchi di “Denis”
5. Testo di Annamaria Manaratti “Fase di transizione tra il periodo iniziale di incubazione e quello successivo di concreta organizzazione. (Marzo 1944 – Maggio 1944)
6. Osservazioni di Vero Mitta e Denis Marchelli al Testo di Annamaria Manaratti.

1. Preambolo

Nel pomeriggio dell’8 gennaio 1998, a conoscere e ad intervistare Denis (Dionigio Marchelli, n.1925) a casa sua mi aveva accompagnato Giambattista Lazagna. Accoglienza amichevole e generosa. GB aveva con sé copia di un dattiloscritto di 31pagine (“Fase di transizione tra il periodo iniziale e quello successivo di concreta organizzazione. marzo 1944-maggio 1944”) che Denis gli aveva consegnato anni prima, il 10 novembre 1992 quando GB era impegnato con me a ricostruire le vicende del Comando della VI Zona partigiana. All’epoca Denis aveva dichiarato di non ricordare quando e da chi il dattiloscritto gli fosse arrivato tra le mani. In un biglietto scritto di suo pugno e allora allegato al dattiloscritto GB ipotizzava che l’autore fosse una donna (p.1 “mi sono valsa”) e, nel caso, si trattasse della “prof. Manaratti”. Aggiungeva infine di avere qualche dubbio sulla cronologia proposta dal testo circa alcuni avvenimenti tra marzo e maggio del 1944.

E’ pressoché certo che autrice del dattiloscritto fosse la sig.ra Annamaria Manaratti. La stessa  che nell’aprile del 1973 aveva consegnato il suo saggio “Bisagno: la scuola di Cichero e la terza divisione garibaldina” alla rivista “Civitas” diretta allora da Paolo Emilio Taviani (con cui la Manaratti era in contatto) che la pubblicherà nel 1974 nella “Antologia di Civitas” dal titolo “Saggi sulla Resistenza”. Dopo quel primo lavoro la Manaratti aveva deciso di approfondire l’argomento con una tesi di laurea. Da un lato aveva iniziato a frequentare le riunioni del prof. Costantini presso l’Istituto di Storia Moderna della Facoltà di Lettere dell’Università di Genova dall’altra aveva sviluppato i suoi contatti con reduci del partigianato. Il dattiloscritto sembra concludere questa seconda fase di ricerca e dovrebbe essere precedente al 1985 (anno di pubblicazione in tre volumi delle “Cronache militari della Resistenza in Liguria” di Giorgio Gimelli che l’autrice però cita solo nella precedente edizione in due volumi). Non è quindi impossibile che Denis avesse ricevuto copia del dattiloscritto da qualche compagno partigiano con cui era rimasto in contatto; probabilmente Michele Campanella “Gino” con cui la stessa Manaratti aveva avuto diversi incontri. 

Ricevuto il dattiloscritto Denis lo aveva postillato qua e là fin quando non aveva avuto occasione di parlarne con Vero Mitta, partigiano della prima ora e colonna del Servizio informazioni della Sesta diretto da Amino Pizzorno (“Attilio”), venuto ad abitare nelle vicinanze. Fu allora – come si legge nell’intervista “dopo il ’78, attorno al ’79-’80” – che del dattiloscritto avevano a lungo discusso assieme. Frutto delle loro riflessioni era stato il memoriale “Le strade per i monti” steso da Vero, che Denis aveva a suo tempo consegnato a GB assieme al testo della Manaratti che ne era stato l’occasione.

Al tempo dell’intervista dell’8 gennaio 1998 Denis ci mostrò due suoi dattiloscritti, anche questi probabilmente compilati dopo aver rinfrescato i suoi ricordi con quelli di Vero. Si trattava dell’ “Elenco approssimativo degli appartenenti al distaccamento Scintilla affluiti a Cichero nel marzo del 1944” (17 nomi) e l’elenco di “Coloro che nel periodo tra la fine di ottobre 1943 e il marzo 1944, militarono nel distaccamento La Scintilla e che per vari motivi l’abbandonarono prima del trasferimento a Cichero”( 9 nomi). Per tutti questi materiali – L’intervista, “Le strade per i monti” e i due elenchi di nomi – Lorenzo Torre, curatore di questo fascicolo relativo al “partigiano Denis” ha prodotto il corposo, necessario e laboriosissimo corredo di note atto a renderli comprensibili.  D.ta da Manlio Calegari,

2. Intervista al partigiano “Denis” (Dionigio Marchelli)

M = Manlio Calegari (Intervistatore)
D =
Denis Dionigio Marchelli (del distacc. La Scintilla, div. Cichero)
GB
 = Giambattista Lazagna (commissario divisione Cichero)

Dionigio Marchelli “Denis” (col il mitra) e Antonio Noceti “Romeo” della Brg. Volante Severino – III Div. Garibaldina Ligure Cichero”.

Marchelli, Dionigio “Denis”  (1925 – 2007): operaio nei cantieri genovesi del Tirreno e poi in altri di Catellamare di Stabia. Nel 1942 fa ritorno a Genova ed entra nei cantieri genovesi dell’Oarn. Nell’ottobre 1943 sale in montagna insieme a Vladimiro Diodati, “Paolo”, per organizzare la guerriglia partigiana; ed entra nel distaccamento La Scintilla, da poco venutosi a costituire nella zo­na del monte Antola. Indi partecipa alla riunio­ne dei responsabili dei vari gruppi partigiani per decidere sulle stra­tegie da adottare. Il 19 dicembre, col suo distaccamento, prende parte allo scontro con i fascisti in località Bogli (PC), e successiva­mente, all’attacco di San Sebastiano Curone (AL). Nel marzo 1944 il distaccamento La Scintilla confluisce nel gruppo di Cichero. Nell’a­prile 1945 Denis è tra gli addetti alla Sip della volante Severino. M.d’argento al V.M.
Suo padre era del 1893/94, e a 16/17 anni s’era arruolato volontario nelle F.A. partecipando, nel 1912, alla guerra di Libia. Paese dove poi si ferma per alcuni anni.

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L’8 gennaio 1998 – “Denis”, Dionigio Marchelli” (D), in casa propria, a Pra (CEP), a colloquio con Gianbattista Lazagna (GB) e Manlio Calegari (M):

M Posso cominciare? Per prima cosa vorrei chiedere di quando, verso la fine del ’43, i circoli rionali furono convocati al Teatro della Gioventù.
D Ah, sì! Eravamo già in periodo di crisi. Ero di quelli che frequentavano il sabato il premilitare. Periodo? Dunque… ante ’42 sono andato a lavorare a Napoli [1]; dopo… venuto di luglio… eh! Forse eravamo nella prima primavera del ’43 o primavera inoltrata. Tutti i sabati dovevamo andare a fare il premilitare a Struppa: istruzione avanti e indietro… Al sabato tutti là radunati. Si va a Genova in tram, alla casa del Balilla. Arriviamo… e là c’erano già tutti i circoli rionali di Genova. Da Voltri a Nervi, da Pontedecimo… ci avevano radunati tutti. Io facevo 11 ore al giorno ai Cantieri del Tirreno e al sabato mi lasciavano mezza festa e mi facevano lavorare la domenica!, perché dovevo andare al premilitare. Se non andavo a fare il premilitare dovevo o portare la giustificazione dello stabilimento o viceversa.
Nel Teatro dietro la Casa del Balilla… dove dentro c’era un gruppo, con un tizio che ci fa un discorso patriottico, ci cita gli eroi di Bir el Gobi, la resistenza di Giarabub, e in ultimo ci dice se vogliamo arruolarsi nella milizia, nei giovani fascisti. Silenzio di tomba! Allora ha detto in genovese: “pigemmu i ciù tanardi” [Trad. “prendiamo i più scimuniti, i più tardi di comprendonio] .
Allora incomincia: “Il gruppo rionale di… – tutti i gruppi avevano un nome – alzatevi! Chi vuole, chi vuole arruolarsi nei giovani fascisti” – noi titubanti, molto – ci siamo un po’ guardati, poi uno ha cominciato ad avere il coraggio ed è uscito dalla sala. Per farla corta siamo usciti tutti e naturalmente ci siamo poi fermati nelle retrovie a vedere. Loro sono andati avanti, a giro. Quelli che si arruolavano dovevano star dentro seduti. Alla fine mi pare che seduti ne fossero rimasti solo tre, tra cui uno che è uscito dopo perché non aveva capito. Allora, dal palco: “Traditori…” Ce ne ha dette di tutti i colori… ma poi è finita lì.
Dopo alcuni mesi, forse un mese prima del 25 luglio, sono stato convocato individualmente – ma credo che ci avessero convocato tutti – alla Casa del Balilla, in un ufficio dove c’era uno già anziano e uno più giovane che mi rinnovano l’offerta di arruolarmi nella difesa contraerea, facendo anche balenare che non sarei partito per il militare… Gli ho fatto un discorso che a volte mi dico: mi è andata bene che non mi abbiano dato qualche ceffone… perché quello in piedi, più anziano, era un grande fanatico:
“Vorrei andare in marina, sono marinaio…”. La prendevo alla larga.
Lui continua a sbraitare: “Gli uomini di fede fascista si arruolano nella milizia… I veri fascisti…”.
E io: “Ma non tutti quelli della milizia sono veri fascisti…”.
Lui: “Gli antifascisti puzzano… Si sente quando sono antifascisti…”.
E io: “Io non li ho mai sentiti puzzare…”. Il giovane che aveva forse capito la situazione, mi fa sedere e mi fa segno di calmarmi. Mi calmo e m’è andata bene. Il vecchio era un vecchio squadrista.

GB Tu Denis, di che leva sei? Del ‘26 o…?
D Sono del 1925 e il 25 luglio ero al Comando Marina per passare la visita per partire. Per esempio, che avevano arrestato Mussolini l’ho saputo alla capitaneria di Porto. Osservavamo i marinai che mettevano il caricatore nel moschetto – no, non era il 25 ma il 26 – la notizia tra la gente si è sparsa il 26, al mattino. E io ero lì, con altri, la mattina del 26, che ci passavano la visita, quando abbiamo visto i marinai che…, si è sparsa la voce e non ci hanno nemmeno passato la visita. Spediti a casa.

M Vorrei farti una domanda sul tuo stato d’animo verso la fine della guerra, marzo/aprile 1945.
D IIl mio stato d’animo, come quello di altri che avevo insieme, era normale. Si prevedeva che non durasse più molto. Gli americani avanzavano: era un incoraggiamento a continuare la lotta.
Passato l’inverno… la primavera… cosa abbastanza normale: continuavamo a fare quello che dovevamo. Io con quattro o cinque ero a Montoggio, facevamo avvistamenti, servizio informazioni. Per dissidi interni eravamo passati con la Severino. Era dietro a Montoggio. Zona popolata e dovevamo sempre muoverci. A Frassinello, allora era venuta lì… Ti dirò che il 23 aprile ci ha preso di sorpresa. Io ero di guardia proprio a Frassinello e sentivo in distanza qualche rimbombo. A Genova era cominciata la mattina del 23. Io ero di guardia la notte del 23 (tra 23 e 24), quando sono arrivate le staffette da Genova, le prime ore del 24, erano… e Nicola [2] a dire: “Le SAP sono insorte bisogna correre giù”. Allora, prima cosa, distribuzione delle divise. Addosso avevamo quelle vecchie ma da parte avevamo quelle nuove: tirate fuori dai nascondigli, quelle kaki, ce le siamo messe e siamo scesi giù, eravamo circa una quarantina. Siamo poi saliti a Creto dove ho trovato un paracadutista americano, o inglese, che per prima cosa ci ha fatto vedere tutti i segni delle bruciature che aveva addosso. Aveva le piaghe, era scappato dalla Casa dello Studente [3], cicatrici di sigarette. Ci aveva raccomandato che, se prendevamo SS o brigate nere, di fucilarle… Di lì siamo scesi a Molassana e lì abbiamo contribuito alla resa del presidio: E mi ricordo sempre che io ero l’ultimo della colonna, e che quando sono arrivato alle case popolari denominate Arizona, due ragazzi mi han preso e portato in una casa perché c’era un sapista ferito al polmone che aveva detto che prima di morire voleva vedere un partigiano. Poi mi hanno detto che era sopravvissuto. Lì, quella sera, ci siamo fermati a Molassana, e poi al mattino…

GB Chi vi comandava? Gino?
D “Sì! Il comandante era Gino” [4]. Siamo poi andati giù e subito ci siamo fermati in Via Cesarea: qui ci hanno poi distribuito tra Corso Torino e Via Casaregis, da quell’ultimo gruppo di case… no…! Tra Corso Torino e Viale Brigate Partigiane: presso quelle case nuove, di fronte all’ACI, lì dove c’era il più grosso presidio tedesco. Siamo stati lì un giorno o due e ogni tanto, a gruppi, ci spostavamo. Io ad esempio m’hanno mandato all’Abbazia di San Giuliano. Ai piedi si vede ancora che sotto il muraglione c’è una specie di portone, lì c’era una batteria tedesca. Uno di noi ha sparato con un tracciante, così ci hanno individuato benissimo e allora giù cannonate che fulminavano. Di lì, in seguito alla resa, abbiamo preso questi tedeschi e li abbiamo portati all’Albergo dei Poveri col patto che gli lasciavamo tutto meno quello che era militare: per militare s’intendeva pistola, bussola, ecc. Solo che a metà perquisizione abbiamo capito che bussole e binocoli li distruggevano sotto i piedi. Allora abbiamo fatto la rappresaglia! Saponette e sigarette: con metà tedeschi ne abbiamo caricato un autocarro. Io ho perquisito gente carica, in tasca, di biglietti da mille… nei pantaloni, in ogni tasca… a pacchi. Poi li abbiamo consegnati agli americani. L’ho visti uscire dal campo del football, erano puliti, neanche più gli zaini, ma poi li abbiamo rispettati.

GB Da chi dipendevano i vostri movimenti: da Gino? E poi in città…? Oppure andava un po’ a caso?
D Era tutto un po’ così; mancavano i collegamenti. Le staffette venivano da Genova: Spartaco [5], Nicola, gente più anziana…

GB Ma quando eravate in città i vostri movimenti erano comandati da qualcuno in alto?
D Io credo di no perché la Jori e la Cichero erano rimaste… E poi Gino sarà stato affiancato, non so…

GB Tu hai continuato anche nell’attività di polizia?
D Sì, perché era nata l’esigenza di formare un corpo per l’ordine pubblico. Forse anche per contrapporsi…

M Eravate in molti?
D Noi, naturalmente, credevamo di essere degli eroi e in parecchi ci siamo fermati nella polizia. Poi c’è stata una selezione e molti elementi sono stati allontanati.

M C’è stata anche una fase di regolamento di conti, nei primi 15 giorni?
D C’è stata, ma non era delle formazioni che scendono dalla montagna. Venivano piuttosto dalle SAP. Ci sono i sapisti dell’ultimo momento che il 25 aprile hanno imbracciato il fucile… che non avevano nessuna disciplina. Una esperienza l’avevo avuta a Molassana quando abbiamo catturato quel presidio tedesco; li abbiamo messi in una galleria e gli zaini lasciati fuori con i sapisti di guardia, un gruppo armato. Ci sono tornato dopo un paio d’ore: i tedeschi erano là ma le guardie non c’erano più, e neanche gli zaini! È stata una delusione forte. Erano formazioni raccogliticce. Alla fine una fascia al braccio e un fucile si aggregano un po’ tutti. Sono convinto che c’è stato un regolamento di conti, ma da parte delle formazioni già dette. In città c’era disciplina: venivamo da una concezione, almeno noi qui, cattolica o comunista con due etiche simili: non si va a ballare, si cerca di essere onesti. Avevamo assimilato una disciplina… quando siamo arrivati in montagna, dove era vietato impadronirsi di una sigaretta! L’avevamo assimilata abbastanza bene! Avevamo una nostra disciplina…

M Dov’era Denis alla vigilia del rastrellamento d’agosto ’44?
D Ero in lite col Comando di Zona! Torno indietro: ero facente funzione di commissario di distaccamento: la Volante, comandante Sandro [6]. Gli alpini attaccano Barbagelata e noi eravamo a Torriglia. Con noi c’era anche, a sovrintendere, il vice comandante di divisione, Dino [7]. Noi, come Volante, avevamo chiesto di collaborare con gli altri, attaccando di fianco gli alpini. Intervenne Dino: “Se un distaccamento di partigiani non è capace a far fuori questi alpini qui che partigiani sono?”. Così per 24 ore. Poi va! Sorpresa: scontro con feriti e uno di loro che gridava: “Savoia”… “Avanti Savoia!”. Confusione da morire… poi diversi che abbandonano il materiale. Io vado poi a Gorreto, da Marzo [8], e gli dico: “Guarda che Dino è un incapace, dopo averci fatto perdere mezza giornata ci ha portato in una imboscata”  [9]. Marzo protegge Dino “È un compagno! Ti permetti di attaccare un compagno?” “Ma che belin di compagno! Per poco ci lasciamo la pelle tutti per incapacità…”. Da quel momento mi hanno mandato due o tre giorni alla Colonia di Rovegno; poi col rastrellamento sono giunto sul Monte Prela, e da lì è incominciato il rastrellamento vero e proprio. Ero un mezzo pesce! Sul Prela mi ricordo che abbiamo fatto un po’ di resistenza, e a un veneto vicino a me gli è scoppiato la canna del fucile in faccia. L’abbiamo fasciato. Poi ci siamo ritirati a Bogli, a Cariseto. A Cariseto, non ho vergogna a dirlo, eravamo in tre e abbiamo incontrato uno vestito con l’abito talare, con due, che ci dice: “Bisagno ha dato ordine di nascondere le armi e di disperdervi”. Noi ci siamo raggruppati due o tre qui, due o tre là. Sinceramente, io ho tenuto la pistola perché me l’ero portata da casa, e siamo andati a finire in una caverna. C’era di tutto: un carabiniere che marciava in divisa perché, diceva, che così se lo prendevano non lo fucilavano. E poi, dopo due giorni siamo usciti. A Cariseto, quando siamo usciti, Marzo mi ha preso subito: “Hai osato accusare Dino, ecc… e lui è là che combatte con Istriano [10], e invece alla Colonia di Rovegno si sono ritirati”. Voleva mandarmi via…! Se non l’avessi vissuto io personalmente, con altri che avevo insieme, non crederei. Dopo il contestato sono stato io, che mi volevo allontanare, ma poi c’è stato Paolo Diodati (ero andato in montagna con lui) che mi ha tenuto dieci giorni con sé e poi sono tornato con la Jori. Ma con Marzo ero sempre in lite.

GB Dopo hai incontrato Croce? [11] Dopo i fatti di Torriglia?
D A settembre?

GB Croce vi avrebbe visto al ritorno dall’azione di Torriglia… demoralizzati.
D Non ricordo il particolare ma se era dopo l’imboscata di Barbagelata ce n’era ragione. Il fatto di Dino…

GB Quando il Comando Zona lascia Gorreto si porta dietro una ventina di prigionieri, mentre gli altri vengono eliminati alla Colonia…
D Può darsi! Non lo so!

GB Ma hai avuto notizia del fatto, sia pure indirettamente… o no?
D Non è che le esecuzioni fossero… Pensavo alla rappresaglia della Scoffera dove tre partigiani erano stati fucilati, e dove sono stati fucilati dei tedeschi, lì alla Scoffera, giugno ’44! [12] Per tutte le altre, non è che siano state tanto pubblicizzate. In genere poi gli esecutori erano i russi. Allora nella Jori c’era anche un distaccamento di russi che dopo il rastrellamento sono stati spediti. In genere erano loro addetti a questo… Russi che dopo un certo tempo sono passati alla Pinan Cichero. Si erano ubriacati… hanno sparato… e li hanno spediti da loro. Da noi non se ne parlava quasi!

GB Ma l’hai saputo o no?
Se pensi che erano già stati catturati dei tedeschi, dei mongoli… Io nel periodo che sono stato a Rovegno ho visto che c’era un ufficiale russo tra questi, e ho visto i russi che lo tiravano fuori di prigione e lo mettevano sull’attenti, e poi cominciavano a bestemmiare in russo. Poi lo rimettevano dentro e dopo mezz’ora andava un altro russo, lo tirava fuori di nuovo sull’attenti, e ricominciava… Trenta russi, trenta volte tirato fuori… Posso immaginare che quello lì non ha fatto molto cammino. Però non era un sistema pubblicizzato; rimaneva semiclandestino… Questa della Colonia poi mi suona nuova. Credevo che tutti i prigionieri che c’erano, che non l’avevo mai visti, fossero concentrati nel bosco col Comando Zona nel bosco di Cariseto.

GB Potresti farmi un profilo di Maltese? [13]
D È Franco l’unico che riesce a convivere con Banfi [14]… Un uomo profondamente attaccato al partito, però era un carattere molto conciliante. Non so quando arriva in formazione, non era a Cichero… Era conciliante: aveva quella possibilità di convivere con Banfi, ché penso che ce l’abbiano messo apposta perché se c’era un altro con più… nel dualismo del comando, uno doveva subire, l’altro comandare. Se commissario e comandante avevano personalità forti, scoccavano scintille!

GB Cosa sai dei disarmi di Bogli?
Non so niente come fino a qualche anno fa ho ignorato persino la questione dell’Alpino. [15]

GB Quando eravate a Frassinello… tutti radunati come un po’ tutti in riposo?
D Sì! Erano gli ultimi di marzo, primi di aprile.

GB Eravate un po’ nervosi… stanchi?
D Sì. C’era stata la cattura di Gimmi [16]. Eravamo in una zona arida, molto popolata. A Prato (Struppa) c’erano state un sacco di puntate.

GB Ma in quel periodo, prima di andare a Frassinello, i gruppetti erano molto frazionati: cinque o sei uomini per gruppo.
D Si! Gino era a volte a Alpesisa, a volte…

GB Dopo Molassana, siete arrivati forse ad essere una quarantina…
D Sì, non di più.

GB Come siete andati verso la Foce? A piedi?
D No, siamo andati con gli autocarri. Siamo partiti da Molassana in mezzo a due ali di folla…

GB E quando siete arrivati alla Foce, Croce non c’era ancora?
D Per quello che ne so, la Jori era rimasta sulle alture del Righi perché Bisagno aveva paura di cadere in una trappola e così di restare accerchiato dentro la città. [17] 

GB. Eravate pochi…! [18]
D Questioni di primogenitura! So ad esempio che c’era una squadra della Jori del distaccamento Cialacche, mi pare, che era a Sturla. C’era Fasce [19]. Erano scesi per un’azione loro e si sono trovati in mezzo. Loro sono stati i primi.

GB I tedeschi erano almeno 2.000 e voi eravate in pochi…
D Sì, eravamo appostati nei portoni; temevamo un’azione di forza (alla quale non avremmo potuto opporci), aspettavamo i rinforzi che non arrivavano mai. Sì! Fossati era con noi! Era prima con noi a Montoggio; poi quando siamo passati con la Severino, un po’ per divergenze con Croce, c’eravamo Foce [20], io, Bianchi [21], Jolli [22], Tommi [23]. La Jori e il Comando Zona erano vicini e ogni volta che mi muovevco incontravo Marzo: una lite. All’inizio, lui, Dino l’apprezzava. È dopo che ha cambiato idea. Marzo era di quelli che “il partito”… Ma dopo, Rolando mi ha detto: “Ho richiamato Marzo all’ordine, che la finisca di romperti le scatole…”. Non mi sono allontanato per la Jori ma per Marzo.

M Denis, hai visto i protagonisti dall’inizio, nel momento pre-eroico. Fammi qualche nome.
D Bisagno. Bisagno aveva un grande fascino. Era leale, alla buona, ti dava un senso di coraggio. Tolta la retorica che è nata, emergeva sempre questo dato: dove andava a fare un’azione lui era il primo, non è che comandasse dalle retrovie… Visto alla luce di adesso non lo vedo come un condottiero ma come un ragazzo di coraggio, che si espone. Sul piano morale: inattaccabile: se aveva una sigaretta… tanto così… la divideva. Sul piano politico aveva le sue idee. Era cattolico osservante. Sembra che avesse dietro personaggi che spingevano. Oh!, io mai visto che andasse a messa! Lo stimavamo tutti. Aveva un carisma che non ti chiedevi perché ti fa fare quella cosa: la fai… perché riusciva ad avere un ascendente su di te che la facevi! E aveva un modo di comportarsi direi… di conseguenza. Affabile ma di distacco: confidenza sì ma con quei limiti… Per me era la capacità di saper dirigere, comandare.

M Italo? [24]
D L’ho conosciuto a Cichero, un uomo serio, capace. A Cichero però non c’era la possibilità di sviluppare troppo la personalità, perché all’ultimo eravamo una cinquantina, sessanta. C’erano già i comandanti: Moro, che era commissario; i militari, che erano Bisagno, Croce, Gino…

M Croce era autoritario? Lui era del ’15. Se la dava da vecchio?
D Infatti, l’unico che è diventato comandante della nostra età è stato proprio Gino, del ’22, poi gli altri avevano otto, dieci, dodici anni di più. A noi sembravano vecchi. Croce sapeva comandare, aveva assimilato bene lo spirito che c’era a Cichero. I comandanti sono stati scelti, non diciamo eletti, perché le elezioni… Con dei criteri che si son dimostrati poi giusti, non hanno deluso. Può aver deluso un Banfi che è venuto dopo, ma quelli iniziali sono stati scelti con criteri giusti. Moro: un grande uomo, modesto, simpatico, onesto… Bini [25]: anche lui l’ho conosciuto, era l’intellettuale! Bravissimo, ma mi faceva soggezione. Più chiuso. Non era espressivo. Uno con le sue idee era Lucio [26], anche lui… [fa segno con le mani di una testa quadrata] Era il classico stalinista. Di quello che faceva lui, diceva: “È il partito…”. E tu dovevi andare… Ma poi era lui (non il partito).

GB E la lettera che hai scritto…?
D Era la vecchia polemica con Santo [27]. Aveva fatto quella lettera…

GB E la data dello scritto steso con Vero di risposta…  [28]
D È stato scritto da Vero, ed è stato dopo il  ’78, nel ’79/’80 dopo che Vero è venuto a stare più vicino. Prima lo vedevo di rado.

GB E l’indirizzo del PCI di raccogliere le armi, dopo l’8 settembre…?
D A Sestri, vicino alla San Giorgio, c’era un certo Leali che aveva un moschetto in casa, un Saint Etienne con munizioni, che a sua volta l’aveva ereditata da un netturbino che dopo l’8 settembre l’aveva trovato e l’aveva caricato sulla sua carretta della spazzatura, e che poi abbiamo portato, con certo Aldo [29], a Torriglia, e poi in Zona… Il famoso Saint Etienne che per un po’ è stata l’unica arma automatica che avevamo [30].

GB Anche a Tortona: qualche passa parola ci deve essere stata… [31].
D Io mi son trovato in due episodi: uno con Jursé [32]. Io lavoravo all’allestimento navi e Jursé era il mio capo. Dopo l’8 settembre, una mattina che stavo per timbrare il cartellino mi dice: “Timbra e vieni con me. Ho raccolto, per incarico di quelli del Campasso, in casa mia, due valigie con bombe e munizioni. Bisogna andarle a prendere perché sono proprio, tra via Barabino e via Buranello, via Sampierdarena, dove i tedeschi hanno cominciato a rastrellare (la sua casa era proprio appena fuori della postazione). Prese le due valigie, usciti, presi due o tre tram e portate al Campasso, dove c’era un gruppo organizzato, dei nostri.
Altro episodio a Prato. Lì c’era un distaccamento della sanità e un deposito d’armi. Dopo l’8 settembre mi son trovato che c’era Diodati (Paolo), Guglielmetti [33], Turco [34], e abbiamo concordato col tenente che comandava quella compagnia di lasciare tutta la roba del deposito, scarpe, ecc., e portare via le armi. Mi sembra che non ci fossero spontaneità ma… parliamo, conveniamo e concordiamo.

GB All’Antola era Nenno il vostro punto d’appoggio?
D So solo che a Nenno arrivavano provviste che erano della mensa dell’Ansaldo, i primi tempi, a novembre del ’43. C’era chi faceva la corveé: Maggi, Vero, ecc., e andavano a prendere questi viveri.

M Come sei arrivato in montagna?
Mi ha portato su Diodati. Era militare, a Prato, nella sanità. Anch’io abitavo a Prato e Diodati abitava proprio davanti a casa mia, in una corriera, perché non c’era caserma. Mio padre aveva fatto le scuole in Francia [35]. Si erano conosciuti dopo l’8 settembre; Diodati con la chitarra stava strimpellando l’Internazionale, Bandiera rossa, ecc… Ormai aveva fatto base in casa mia: sbarbato, vestiti, ecc… [36] E poi, un giorno mi viene a salutare: “Vado in montagna”. “Vengo anch’io…” Era il 28 ottobre ’43, e siamo arrivati sull’Antola con tanto di coperta sulla spalla che alla casa del Picetto ci hanno preso per due ambulanti e ci hanno chiesto se avevamo delle spille. Guarda che aria da guerrieri! Sull’Antola c’era un gruppetto composto da Vero, Villa [37], Marzo, i due cugini Beer [38], Castagneto (lo zio di Bill), l’ingegner Agostini. Eravamo sette o otto e abbiamo finto di non conoscerci. L’Albina ci ha chiesto se volevamo mangiare tutti insieme. Nella saletta mangiavamo e parlavamo come organizzare la resistenza sulla montagna, ma quando entrava uno dei fratelli Musante: tutti in silenzio. Albina e Alfredo erano anziani ma non stupidi. Nel pomeriggio hanno radunato la banda. Albina: “Vuscià, sciù Vero e sciù Villa, gh’ei a camia… che poi duman ve n’ané. I atri signuri u i cunusciu… Paian ese gente onestissima però che mì, tutte e votte che intru cangian discursu… Chì semmo gente povie ma oneste, quindi via!”. [Trad. Voi, signor Vero e signor Villa, ci avete la camera… che poi domani ve n’andate. Gli altri signori non li conosco… Sembrano essere gente onestissima però che io, tutte le volte che entro, cambino discorso… Qui siamo gente povera ma onesta, quindi via!”]. 
C’era nebbia, fine ottobre. Abbiamo dovuto andare alla casa del Romano dove non ci volevano aprire. Ci siamo arrivati di notte. Poi Marzo gli ha fatto vedere la sua gamba… e abbiamo dormito lì. “A n’ha scurio… de bruttu.[Trad. “Ci ha mandato via… di brutto]. Dopo due o tre giorni è partito Paolo, è andato là e gli ha parlato chiaramente, ad Alfredo e Albina, e da quel giorno dovevamo evitare l’Antola, non solo perché le porte erano sempre aperte ma – mi aveva spiegato – perché ci davano qualunque cosa da mangiare e non volevano niente. Loro due erano di Bavastrelli.

GB Il povero Agostini era dappertutto, alla Benedicta, a Tortona, con Marzo, all’Antola…
D. Poi da noi è arrivato Baciccia Torre… che poi è venuto giù per qualche medaglia d’oro…

GB Ti ricordi di Franco Vallarino, “Francone”, di Voltri?
D Era un brav’uomo; mi sembrava una persona anziana… Lassù abbiamo girato per un po’ di giorni. Paolo aveva contattato il gruppo di Dinamite [39], ma non aveva voluto stare con noi. Poi era andato con l’Americano[40]. Paolo sapeva spiegare bene e nei paesi ha creato delle basi.

GB Nel memoriale [41] si dice che Bisagno è arrivato a Berga il 9 gennaio.
D Ma di passaggio: sono cose distinte. S’era formato il gruppo Scintilla che gravitava intorno all’Antola, Bogli… Poi c’era un gruppo formato da Lesta [42], Bini, Marzo, Bisagno, Giuseppe, il Siciliano [43], e ci hanno mandato, come comandante, Edoardo Colombari…

GB Da dove esce? Chi l’aveva scelto?
D …che poi è risultato un omosessuale. Se n’è accorto Lucio quando siamo andati a Cichero. Aveva atteggiamenti dittatoriali. Se continuavamo con lui, andavamo ad assaltare le banche. Aveva l’idea che “autofinanziamento” volesse dire assaltare le banche! Tanto che Mitta e altri a un certo punto se ne sono andati perché non volevano cadere su quel terreno. Allora è venuto Bisagno da Favale per vedere un po’, ma s’è fermato all’Antola, mentre noi eravamo a Berga, e ci sono andati a parlare Lucio e Edoardo: noi non l’abbiamo visto. Anni dopo mi telefona: “Sono Edoardo…” – aveva sentito fare il mio nome a Sant’Alberto di Pegli – “Mi date un po’ il suo numero, perché era un mio sottoposto!”. Aveva fucilato anche il colonnello Pompei: anche lì a fucilare c’erano Mikaio, il russo, e Nicola! Tra parentesi, mi aveva detto che era nei battaglioni della Ghepeù [44] e quando sono arrivati gli altri russi, “ora glielo dico”. “No, per favore”. Gli avrebbero fatto la pelle.

GB Rolando l’hai visto andare?
D Sì! Ho visto arrivare lui e Pizzorno [45] – una figura esemplare – mi sembra che sia arrivato dopo l’agosto ’44. Prima…? O era a Gorreto, al comando…? Ma non mi ricordo… Dava l’esempio: scarpe rotte, pidocchi… Era l’uomo che prima pensava agli altri.

GB Chi comanda in città dalla Liberazione al 15 maggio?
D Non so dirlo…

GB E da chi prende gli ordini Battista? [46]… L’episodio di Serravalle, per esempio [47]
D Qualcosa ho sentito anche a Pontedecimo. Il suo gruppo era molto combattivo. Di cose fatte da loro, dopo, ho sentito anche perché c’era qualcuno che quasi quasi si vantava. Io ho l’impressione che siano fatti dell’alta Valpolcevera, nel Busallese. Non so se sono eccessi, non li giudico. Tra Voltri e Prà c’era la Mingo, ma si sono sciolti dopo il primo mese. C’era rimasta solo la Severino che ha assorbito elementi della Balilla, oppure c’è chi è andato nella Stradale, come Borneto[48].

GB È Attilio che pilota la sfilata dei prigionieri, che dà gli incarichi per la questura?
D È perché era del SIP… e allora credo che tutto quello ha riguardato la polizia, dopo, dipendeva da lui. In questura c’era Manuel [49], Turno, uomini del SIP; forse Gino ne sa di più… Lo conosco da ragazzo. È uscito dalla polizia e crede che siamo con lo spirito del ’45. Ha avuto delle delusioni e si sfoga! Ha taciuto per quarant’anni, ha ingoiato, e poi è diventato come una diga. Ha cercato di riprendere i contatti con quelli della Severino, ma la maggior parte gli ha girato la schiena.

GB A volte non ti vuol rispondere…
D Era un autoritario, e poi non avevano commissari: né lui, né Battista. C’erano ma solo sulla carta.

M Tu, che eri stato portato in montagna dal partito, hai mai fatto riunioni di partito?
D Poche volte. Forse i primi tempi, col Scintilla, ma dopo non mi ricordo di aver fatto riunioni di partito  [50]. Tacitamente eri un compagno, ma poi, che ci fosse una riunione… Sapevano che eri comunista, ma più in là non si andava, forse perché mancava la capacità di dialogare e ognuno era accettato per quello che esprimeva, per come si comportava, ecc. E poi il problema d’essere comunista era piuttosto di quelli che uscivano dalle officine: quelli che si definivano comunisti uscivano dall’Ansaldo, dal Cantiere, dalla scuola della San Giorgio; tutti da lì. Gli altri, studenti, ecc… era raro.

M Erano molti quelli di provenienza operaia?
D All’inizio erano senz’altro la maggioranza; della Jori, non saprei… mi sembra che il nucleo operaio fosse ben rappresentato. Dopo la guerra ho scoperto che molti, diciamo, erano figli di papà. Ma ognuno aveva una storia. Chi era venuto deliberatamente, chi per sottrarsi agli obblighi di leva – forse i più – ma anche lì c’era una selezione. Quando arrivano i rastrellamenti, le formazioni diminuivano: chi era venuto un po’ per caso, non resisteva e s’allontanava. Nessuno li tratteneva. Poi c’erano gli ex militari sbandati, quasi tutti meridionali. Sono venuti, magari, perché non potevano andare a casa, ma poi si sono comportati molto bene. Ci sono stati dei contadini… 
Mi ricordo il terzo distaccamento Peter, da giugno a luglio: è arrivato il gruppetto di Marco [51] dal distretto; poi i bersaglieri che venivano da Monte Moro, pochi passi e arrivavano; poi i marinai [52] e diversi altri gruppetti, magari sollecitati dall’oste…
E la Monterosa? Se prendi a fine luglio, al posto di blocco di Loco si presentavano alpini della Monterosa appena rientrati dalla Germania, con questa caratteristica: maniche di camicia e fucili senza proiettili. Li portavano al Righi, a Quezzi, a fare le esercitazioni, ma non gli davano i proiettili. Quando erano nei boschi, tagliavano la corda. Sono stato per un certo periodo con un gruppo di alpini emiliani che, dopo quindici o venti giorni che eravamo insieme a loro, sono voluti andare verso le loro zone, e ho saputo di alcuni che si sono distinti molto, come partigiani.

GB Non bisogna sottovalutare la propaganda dei civili che spesso gli urlavano: “Andatevene a casa…”.
D E poi attorno al movimento partigiano si era creato un certo romanticismo. Eravamo imbevuti delle avventure di Robin Hood e di altra roba vista al cinema… Vedi dai nomi di battaglia: Zorro, Sandokan…

NOTE

[1] Denis aveva iniziato a lavorare come garzone ai Cantieri del Tirreno nel 1940, quindi era passato al reparto calderai, dove guadagnava 75 centesimi all’ora; nel 1942 si era fatto portavoce di un gruppo di coetanei per chiedere un aumento di paga: “Ogni lavoro era accompagnato dalla cosiddetta commessa, che doveva essere devoluta all’operaio che aveva fatto il lavoro, in più della paga (…), solo che quando avevamo terminato il lavoro ci accorgevamo che queste commesse non erano date a noi ma erano date ad altri operai che, non so, non avevano terminato i lavori in tempo utile, erano in rimessa, non lo so; non venivano date a noi. Io posso capire la scelta oggi, probabilmente quegli altri avevano famiglia, anche noi avevamo famiglia alle spalle perché se eravamo lì a lavorare… Insomma un certo giorno ho preso tutti i ragazzi, mi sono fatto portavoce di tutti i ragazzi, andai dal capo e gli dissi che da quel giorno lì avevamo deciso di non lavorare più da soli, ma di ritornare insieme agli operai come aiutanti. Sostanza della faccenda, io che ero il portavoce andai a finire naturalmente a fare di nuovo il garzone, con la minaccia del capo che se avessi fatto un’altra cosa così mi avrebbe denunciato. Io non me ne rendevo conto, però gli avevo organizzato uno sciopero…”. A quel punto Denis andò a lavorare per qualche mese ai cantieri navali di Castellammare di Stabia – “si guadagnavano, per undici ore, centoventi lire al giorno, quando mio padre, che era falegname, ne guadagnava quasi cinquecento al mese” – e rientrò a Genova dopo un bombardamento alleato: “Lì mi ha impressionato quel rumore di migliaia di zoccoli degli operai del cantiere che scappavano; il rimbombo sulle lamiere delle navi di migliaia di zoccoli, copriva anche il rumore delle bombe che scoppiavano” (Ailsrec, fondo “Memoria orale”, b.3, f.20, intervista a Dionigio Marchelli, rilasciata a Fabrizio Bazurro il 15 novembre 1994).

[2] Sede del Comando delle “SS” di Genova che, dunque, era già stata evacuata.

[3] Ermes Arduini (1913-1973), nato a San Benedetto Po, in provincia di Mantova, abitava a Sestri Ponente; in montagna dal 15 maggio 1944, fu una delle principali staffette della Sesta zona operativa.

[4] Michele Campanella (n.1922 a San Siro di Struppa), abitava a Prato; partigiano a Cichéro dal 15 febbraio 1944, dopo il rastrellamento dell’agosto 1944 fu inviato a ridosso della val Bisagno a comandare la brigata volante Severino.

[5] Spartaco Di Prete, partigiano del distaccamento Scintilla e poi staffetta di collegamento fra città e montagna.

[6] Alessandro Bertolami (n.1916), genovese; partigiano con la banda del Croato a Cerignale, in val Trebbia, d’accordo con Bisagno contribuì al disarmo del Croato il 1° luglio 1944 e passò in forza alla Cichéro, al comando della “Volante”. In autunno passò invece alla divisione G&L “Matteotti” e fu comandante della brigata di manovra “Prospero Castelletto”.

[7] Antonio Muzzi (n.1912), nato a Genova da genitori calabresi; vice-comandante della divisione Cichéro, fu accusato di furto dai suoi compagni e fucilato il 28 marzo 1945.

[8] Giovanni Battista Canepa (n.1896 a Chiavari), commissario della divisione Cichéro.

[9] Denis si riferisce agli scontri avvenuti il 13 agosto 1944 con gli alpini della Monterosa, nella zona fra Barbagelata e il passo del Portello, che precedettero di qualche giorno il rastrellamento di fine agosto.

[10] Ernesto Poldrugo (n.1923 a Pola), comandante della brigata Caio.

[11] Stefano Malatesta (n.1915 a Cicagna), abitava a Chiavari; comandante della brigata Jori.

[12] Al passo della Scoffera il 27 luglio 1944 furono fucilati tre partigiani della Cichéro catturati poco prima. La sera stessa seguì la rappresaglia partigiana: tre militari tedeschi vennero passati per le armi dagli uomini di Bisagno e abbandonati nello stesso luogo.

[13] Edilio Maltese (n.1908 a Genova), commissario della brigata Berto, salito in montagna a luglio del 1944.

[14] Eugenio Sannia (n.1917 a Chiavari), ufficiale d’accademia, comandante della brigata Berto.

[15] Il riferimento è all’episodio di Fascia: il tentativo di allontanare  Bisagno dalla Sesta zona e l’intervento del distaccamento “Alpino” a sua difesa.

[16] Nino Ferretti (Jimmy, n.1920 a Collagna, sull’Appennino reggiano) fu catturato nel paese di Canate, in occasione del rastrellamento del 20 marzo 1945.

[17] Denis qui specifica che ciò che conosce in  merito lo sa “anche per aver letto”.

[18] In questo passaggio Gibì fa riferimento ai bigliettini scambiati fra Bisagno e Croce e alla discussione fra Croce stesso e Fossati circa l’arrivo della Severino alla Foce

[19] Angelo Fasce (Risso, n.1920 a Genova), caposquadra del distaccamento Sardegna (e non Cialacche), partigiano dal 1° gennaio 1945.

[20] Giuseppe Fossati (Foce, n.1922 a Genova), partigiano della Cichéro dal 15 giugno 1944, responsabile del nucleo di polizia partigiana aggregato alla brigata Severino negli ultimi giorni di guerra.

[21] Rinaldo Manstretta (n.1926 a Sampierdarena).

[22] Michele Amerio (n.1925 a Sampierdarena).

[23] Mario Gatto (n.1926 a Cornigliano).

[24] Armando Arpe (n.1916 a Genova), tra gli animatori della brigata Coduri, ne diventa il vice-commissario.

[25] Giovanni Serbandini (n.1912 a Lavagna), primo commissario politico della banda di Cichéro e poi responsabile della stampa per la Sesta zona.

[26] Athos Bugliani (n.1903 a Carrara), di Sampierdarena; commissario politico della divisione Cichéro.

[27] Elvezio Massai (n.1920 a Genova), comandante del distaccamento Alpino della brigata Jori.

[28] Si tratta del manoscritto “La strada per i monti”, qui pubblicato.

[29] Qui non è chiaro se Denis si riferisca ad Aldo Leali o all’altro Aldo del primo gruppo dell’Antola, Aldo Picollo.

[30] Vladimiro Diodati sostiene di aver trasportato la mitragliatrice con le relative munizioni insieme a Denis, all’interno di due valigie, a bordo della corriera Genova-Torriglia; scesi alla fermata prima del capolinea, davanti ad un bar, “ove c’era Garbarino, Gino”, ad aspettarli, trovano anche due carabinieri, che li fermano. Un carabiniere “dice: “Cosa c’è qui dentro?” – “Cosa vuole che ci sia, un po’ d’olio, un po’ di riso” – “No, no, qui ci sono delle bombe” – “Come delle bombe? Aprite!”. E quelli non aprono e ci portano dentro questo bar”. Uno dei due carabinieri si allontana per andare ad avvisare i tedeschi, mentre l’altro si gira in modo da favorire la fuga di Paolo e Denis: “Io credo che quei due carabinieri l’han fatto apposta perché insistevano a dire aprite, ma loro non aprivano (…), e poi il fatto che uno è andato a chiamare il comando tedesco, io non so se è arrivato mai… Dietro c’è un vicoletto, pigliamo su con le due valigie e siamo spariti” (Ailsrec, fondo “Memoria orale”, b.3, f.12, intervista a Vladimiro Diodati, rilasciata a Fabrizio Bazurro il 12 aprile 1995).

[31] Con “passa parola” Gibì intende una indicazione del Partito.

[32] Ernesto Iursè (n. 1903 a Pola), ucciso dai fascisti il 15 gennaio 1945 nel corso del così detto “eccidio del panino e della mela”, presso un archivolto ferroviario, al Campasso di Sampierdarena: abitava a San Fruttuoso, in via Donghi, ed era stato arrestato solo due giorni prima. Fu ucciso insieme a Giuseppe Spataro (n. 1925 a Roccella Jonica, in Calabria), giovane militante del Fronte della Gioventù al Campasso.

[33] Romeo Guglielmetti (n.1909 a Genova), operaio dell’azienda tranviaria municipale, fucilato al Forte di San Martino, insieme ad altri sette militanti antifascisti (in maggioranza comunisti) il 14 gennaio 1944 come rappresaglia all’attentato dei Gap del giorno prima contro due ufficiali tedeschi.

[34] Epeo Girardi (n.1910 a Parma), di Struppa, militante comunista arrestato più volte negli anni Venti e Trenta; intendente della brigata volante Severino.

[35] Pietro Marchelli, il padre di Denis, in Francia era cresciuto e si era anche sposato: Denis nacque a Nizza e tre anni dopo, nel 1928, la famiglia rientrò in Italia: “Io sono cresciuto in un ambiente che mio padre, pur senza essere un antifascista militante, mi ha sempre insegnato a criticare (…). Il suo spirito era quello di seguire cosa avveniva nel mondo; è sempre stato un uomo che il giornale l’ha sempre comprato. Anzi, se penso che, quando lavorava, allora c’erano i biglietti del tram andata e ritorno, lui per risparmiare i venticinque centesimi, che gli servivano per acquistare il giornale, scendeva un chilometro prima, si faceva un chilometro a piedi, però coi venti centesimi che risparmiava si comprava il giornale. Ha avuto qualche grana: per esempio, una volta a Sampierdarena ha visto in una libreria, lì da piazza Vittorio Veneto, un libro, intitolato “Il primo piano quinquennale dell’Unione Sovietica”. È entrato incuriosito, se lo ha comprato. Però appena uscito è stato fermato (…), lo hanno portato in commissariato. In commissariato, di fronte alle obiezioni del commissario, del funzionario di turno, mio padre diceva: “Ma è un libro che viene venduto normalmente, non è un libro clandestino”. Mi ricordo che mio padre mi diceva che questo commissario gli aveva fatto questo discorso: “Guardi che se io vedo un signore che compra il Corano, io penso che sia musulmano, quindi capiamoci…”. E mio padre tranquillamente si è passato un po’ di giorni in prigione! Avevamo avuto anche una perquisizione in casa, per vedere se trovavano manifesti, materiale clandestino, cosa che, mio padre non era militante, non li aveva (Ailsrec, fondo “Memoria orale”, b.3, f.20, intervista a Dionigio Marchelli, rilasciata a Fabrizio Bazurro il 15 novembre 1994).

[36] Vladimiro Diodati disse a Manlio Calegari che si erano testati, ma non rivelati.

[37] Arturo Villa, di Cornigliano.

[38] Gino Beer (n.1925 a Chiavari), di famiglia ebraica, viveva a Chiavari: in montagna non salì con un cugino, e neppure con il fratello (come scrive Antonio Testa in “Partigiani in Valtrebbia”), che nel 1943 aveva solo quattordici anni. In una intervista rilasciata a Gibì nel febbraio del 1998 è lo stesso Beer a chiarire l’equivoco: sfollato con suo padre a Torriglia, salì in Antola con un amico, coetaneo, di Scoffera, tale Mario Galletto, che fra i partigiani si fermò solo per pochi giorni.

[39] Carlo Manildo (n.1916 a Serravalle Scrivia), capo banda in val Borbera ai primi del 1944.

[40] Domenico Mezzadra (n.1920), di Broni, nato negli Stati Uniti d’America, Windsor Locks, nel Connecticut, da famiglia bronese. Guida la banda promossa dal Pci vogherese nel maggio 1944 sul monte Chiappo; il 25 aprile 1945 libera Voghera alla testa della divisione Aliotta.

[41] Non è chiaro a quale memoriale si riferisca Gibì: nel testo di Vero (“Le strade per i monti”) non c’è menzione del transito di Bisagno a Berga il 9 gennaio 1944, e neppure in quello della Manaratti.

[42] Emilio Roncagliolo (n.1924 a Santa Margherita Ligure); diventò vice-comandante della brigata Berto.

[43] Nel gruppo di Bini e Bisagno ci furono tre militari siciliani: Beppe, Rizzo e Severino; il primo fu deportato, il secondo lasciò la banda e il terzo fu catturato e ucciso a Borzonasca il 21 maggio 1944; è inoltre possibile che per Giuseppe si intenda Józef Peter, un ex prigioniero polacco, caposquadra a Cichéro nell’aprile 1944, ferito a morte in una imboscata ne pressi del monte Becco (fra Pànnesi e Terrusso) la sera del 25 giugno 1944

[44] La polizia segreta sovietica.

[45] Amino Pizzorno (Attilio, n.1909), impiegato all’Ansaldo Artiglieria di Fegino, comunista, capo del Sip della Sesta zona operativa.

[46] Angelo Scala (n.1908), capo del Gap di Bolzaneto, sale in montagna coi suoi uomini nell’estate del 1944; comandante della brigata volante Balilla.

[47] Questo pare un riferimento all’episodio di Arquata Scrivia: il 16 maggio 1945 alcuni partigiani della brigata Balilla prelevarono dalle guardine della locale caserma dieci detenuti, li condussero a Bolzaneto, in frazione Murta, e li passarono per le armi all’interno di un ricovero antiaereo. Si trattava dei fascisti (o sospetti tali) arquatesi, trattenuti in attesa di accertamenti, tra i quali il farmacista del paese, alcuni ex militari ed alcuni commercianti e professionisti.

[48] Luciano Borneto (n.1924), reduce della Benedicta, poi gappista a Bolzaneto e partigiano con la Balilla.

[49] Manuelito Bracco (n.1921 a Moneglia), capo del Sip della brigata Jori.

[50]Il nucleo della Scintilla era composto da elementi molto politicizzati, gente che era venuta non come soldati alla macchia, ma proprio per convinzione” (Ailsrec, fondo “Memoria orale”, b.3, f.20, intervista a Dionigio Marchelli, rilasciata a Fabrizio Bazurro il 15 novembre 1994).

[51] Giuseppe Balduzzi (n.1922), poi comandante del SIP della divisione Pinan-Cichéro.

[52] Vladimiro Gatta (Brescia, n.1924 a Genova), Glauco Samorì (Crik, n.1927 a Forlì), Angelo Cecchinelli (Macario, n.1926 a Carrara, ucciso durante un rastrellamento a Pobbio, frazione di Cabella Ligure, il 28 dicembre 1944) ed altri.

3. Elenchi di “Denis” 

1° Elenco: appartenenti al distacc.to “La Scintilla” affluiti a Cichero nel marzo 1944: 

1° Edoardo (Colombari Edoardo): Classe 1911, ex confinato appartenente al P.C.I.; inviato in montagna dal partito.
2° Moro (Otello Pascolini): Classe 1905, abitante a Sestri Levante o Lavagna, artigiano ex confinato politico inviato in montagne dal P. C.I.
3° Denis (Marchelli Dionigio): Classe 1925, operaio, in montagna con Paolo Diodati.
4° Castagneto: Circa 40 anni, operaio ex confinato politico appartenente al P.C.l.
5° Micaio (Kakasivilli): Classe 1920, ucraino, ex prigioniero dei tedeschi, già appartenente all’Armata Rossa, fuggito da un convoglio ferroviario che trasportava prigionieri sul fronte italiano per costruire fortificazioni. Dopo un peregrinare nella zona di Sarzana, aiutato dai contadini, venne con noi.
6° Francesco (Augusto Francesco): Classe I922/23, affermava di aver trascorso tutta la sua giovinezza in un orfanotrofio piemontese, sino al momento del militare. Fucilato alla Scoffera nel 1944.
7° Nicola: Venuto in montagna spontaneamente e reclutato dall’Alfredo Musante dell’Antola.
8° Giacomo o Giovanni: Come sopra, arrivato assieme a Nicola, erano già amici.
9° Bruto: Ricordo solo che era a Berga col Scintilla.
10° Oreste (Armani Oreste): Classe 1922, nativo di Pozzolo Formigaro (AL) venuto in montagna di propria iniziativa, e naturalmente reclutato da Alfredo dell’Antela. (M. d’A. al V.M.).
11° Toto (Gugliardi Salvatore): Classe 1926, lontano parante di Edoarto. Residente a Sampierdarena ed era orgoglioso di essere di etnia Calabro Albanese; operaio.
12° Badoglin (Binicelli Giacomo): Classe I928, presentato da Alfredo, dopo aver girovagato a cercarci perché costretto ad allontanarsi da casa perché braccato dai fascisti: avendo militato per un breve periodo nelle formazioni badogliane dell’alto cuneense. Abitante nella delegazione di Bolzaneto.
13° Tigre (Cambiaso Vittorio): Classe 1924, operai delle Acciaierie Bruzzo di Bolzaneto. Inviato in montagna dal comitato clandestino dello stabilimento. Abitante nella zona di San Quirico-Pontedecimo.
14° Franco: Operaio nativo e residente a Voltri. Inviato dal P.C.I. perché ricercato.
15° Meronte: Classe 1922, forse originario di Quezzi; accompagnato in montagna da una staffetta.
16° Spartaco: Staffetta che teneva i collegamenti con la città, operaio di Quezzi.
17° Nino (Porcu Stefano): Classe 1925, credo inviato in montagna dal P.C.I. genovese. Dopo la guerra giornalista all’Unità.

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    2°) – Questo secondo elenco riguarda coloro che nel periodo tra la fine dell’ottobre ’43 e il marzo ‘44 militarono nel distaccamento “La Scintilla” ma che per vari motivi l’abbandonarono prima del trasferimento a Cichero:

Diodati Wladimiro (Paolo): Classe 1914, organizzatore del distaccamento, ex militare originario della Spezia e proveniente dall’emigrazione antifascista in Francia. Ritornato in città, con incarichi di Partito (P.C.I.). 
2° Baciccia (Torre G.B.): Classe 1911, operaio di Sestri Pensate, ritornato in città dove svolse incarichi per il P.C.I.  Catturato venne fucilato (Medaglia d’oro al valore).
3° Rino (Montan Rino): Classe 1908, operaio abitante a Cornigliano, inviato dal P.C.I. e successivamente ritornato in città per altri incarichi.
4° Pippo (Bozzano Giuseppe): Classe 1908, operaio abitante a Cornigliano e appartenente al P. C. I., ritornato in città con incarichi nei G.A.P.
5° Ernesto (Bossi Ernesto): Classe 19I4, di origine torinese, abitante a Cornigliano e già autiere nell’esercito italiano. Partito nel 1938 per l’Africa Orientale, si trovò in Spagna con il suo reparto durante la guerra civile.
6° Genio (Bugatti Eugenio): Classe 1927, abitante al Campasso, poi tornato in città.
7° Carloforte: Originario di Carloforte (Sardegna): ex militare dell’esercito italiano dal quale disertò a fine dicembre 1943.
8° Vero (Mitta Vero): Classe 1920 di Cornigliano, proveniente te da famiglia antifascista. Il padre era socialista, inviato in montagna dal P.C.I.
9° Paiotto: Casse 1920, contadino originario di Garbagna (AL) presentatosi spontaneamente al distaccamento. Catturato a Berga (Val Borbera/AL), là dove, al momento del trasferimento a Cichero era gravemente ammalato, perciò impossibilitato a muoversi. La sua cattura avvenne in seguito, forse a di delazione. Rintracciato nel dopo guerra mi dichiarò di essere finito in un campo di concentramento in Germania.

N.B.: Dei nomi sopraelencati (Vero, Ernesto, Rino e Paolo, successivamente ritornarono in montagna. Questi due elenchi sono stati redatti con la presunzione di essere stato abbastanza preciso nei miei ricordi. Al momento del trasferimento a Cichero, il distaccamento aveva già avuto il battesimo del fuoco a Bogli (Val Boreca/PV) a metà dicembre ’43; compiute alcune azioni a Garbagna; il disarmo di due carabinieri in Valbrevenna; e alcuni atti di sabotaggio a S. Margherita di Staffora (PV).
                                                                                                                             Marchelli Dionigio (Denis)

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4. Note relative ai nominati nei due elenchi forniti da Denis

Edoardo Colombari (Edoardo): nacque a Formignana in provincia di Ferrara il 4 maggio 1907 (non 1911, né 1905, come figura nella cronologia della “Intervista a Minetto”); emigrò a San Pier d’Arena nel 1926 con la famiglia.
Fu arrestato nell’aprile del 1937 perché individuato come promotore di una cellula comunista: con lui vennero condannati altri cinque operai: tre di Cornigliano, uno di Bolzaneto e suo fratello minore Severino (1910-1992), giovani d’età compresa fra i 23 e i 32 anni. Il 15 maggio 1937 fu condannato a cinque anni di confino, ma fu liberato soltanto dopo la caduta del Fascismo, il 25 luglio 1943.
Presso l’Archivio di Stato di Genova (ASG), che conserva una parte dell’archivio dell’ufficio politico della Questura genovese, non figura il fascicolo nominativo di Colombari, né del fratello, mentre compaiono quelli di due degli operai. Dopo il trasferimento a Cichéro della banda Scintilla, fu trasferito nella zona del Tobbio, presso il comando della brigata Buranello, dove si trovava nel luglio del 1944, con il nome di battaglia di “Woman”. Colombari era omosessuale: tuttavia, dopo la guerra si sposò (nel 1946) ed ebbe un figlio. È  morto nel 1993.

Otello Pascolini (Moro): nacque a Udine il 21 maggio 1905; comunista dal 1921, artigiano meccanico nella lavorazione dei metalli, emigrò a Chiavari nel 1929 e quindi si stabilì a Lavagna nel 1930; sposò Maria Angiolina Rossi (n.1915) ed ebbe un figlio, Enzo, nel 1938; fu arrestato nel 1939 per attività comunista e propaganda sovversiva, processo nel 1940 finì assolto. Salì in montagna nella banda di Cichéro nel 1943, quindi raggiunse il distaccamento Scintilla nel febbraio 1944 per fungere da commissario politico. Giunse alla Liberazione da commissario della divisione Pinan-Cichero. Fu segretario del PCI di Lavagna; morì, sempre a Lavagna, nel 1962; presso l’archivio di Stato di Genova non c’è il suo fascicolo personale, ma ci sono quelli – tuttavia istruiti a partire dal primo dopoguerra – della moglie Maria Angiolina Rossi e del fratello maggiore Leonardo (n.1899), commissario politico della brigata partigiana “Po-Argo”.

Dionigio Marchelli (Denis): nacque a Nizza, in Francia, il 20 giugno 1925; nel 1943 era residente a Struppa. Nell’archivio ILSREC (fondo “Gimelli 3”, busta 2, fascicolo 3) sono conservati materiali sulla brigata volante Severino, con la quale “Denis” concluse la sua esperienza partigiana. Egli, secondo i ruolini conservati nel fondo citato, salì in montagna il 28 ottobre 1943 (con Vladimiro Diodati), fu staffetta dal 10 novembre 1943, poi caposquadra dall’8 gennaio 1944, sempre nello Scintilla; quindi, avvenuto il trasferimento a Cichéro, fu eletto vice-commissario di distaccamento dal 20 marzo 1944 (era il distaccamento che in marzo si trasferì dalla zona di Cichéro a quella dell’Antola, sopra Bavastrelli, e che in maggio prese il nome di “Torre”, dal cognome del gappista “Baciccia”, fucilato a Genova il 23 maggio 1944 e già membro del distaccamento Scintilla). Fu poi commissario del distaccamento Guerra (una costola del distaccamento Torre) dal 1° luglio 1944, quindi vice-comandante del distaccamento Ravera dal 5 novembre 1944 e poi dal 19 dicembre 1944, per un breve periodo, comandante del distaccamento Cialacche; restò alla brigata Jori fino alla primavera del 1945, quindi fu partigiano del Sip (servizio informazioni e polizia) alla Severino dal 1° aprile 1945; vigile urbano nel dopoguerra, è deceduto nel 2007.

Giacomo Castagneto (Elettrico): nacque a Porto Maurizio (Imperia) il 21 giugno 1903; di famiglia borghese, da ragazzo animò il circolo repubblicano della sua città natale; nel 1921 si diplomò capitano di lungo corso e nel 1924 ragioniere; s’impiegò come contabile alla F.lli Carli (produttori d’olio a Oneglia); aderì al PCI verso la fine degli Anni Venti, ma non fu confinato politico. Fu tra gli organizzatori dell’attività partigiana fra le province di Cuneo ed Imperia; nel febbraio 1944 si trova già a Cuneo a dirigere quella federazione di partito e dunque credo abbia partecipato alle riunioni per la costituzione del distaccamento Scintilla ma non ne abbia mai fatto davvero parte (né tantomeno abbia seguito il gruppo a Cichéro). Morì nel 1995.

Micaio (o Mikaio): l’identità di questo partigiano sovietico è quanto mai incerta. Nel testo “Le strade per i monti”, Vero scrive che nacque a Voronež, in Russia, mentre Denis nel suo “Elenco approssimativo degli appartenenti al distaccamento La Scintilla” lo definisce ucraino, nato nel 1920.
Nel volume “I partigiani sovietici nella Sesta zona” pubblicato nel 1975, alle pagine 37 e 91/93 viene menzionato Micaio: egli arriva allo Scintilla nel dicembre 1943 dopo essere evaso da un convoglio ferroviario diretto a Genova, poco prima del passo dei Giovi, lanciandosi dal treno in corsa con altri connazionali prigionieri. Unico superstite, si unì al distaccamento dell’Antola: quando si presentò a “Moro”, il commissario, “pareva l’«ecce homo» tanto era pesto e sanguinante”; all’epoca erano una ventina, “male in arnese e affamati”. Ha trent’anni, tarchiato, biondo, di media statura. Durante i rastrellamenti “lo si sentiva borbottare: «qui scappare sempre…». E invece quando c’era da fare un’azione, marciava l’intera notte senza fiatare”. Diventa commissario di tutti i partigiani russi della Sesta zona e poi comandante del distaccamento dei russi nella brigata Caio.
I dubbi sulla sua identità vengono risolti in questo modo: individuati tre “Micaio” fra i partigiani della VI Zona, ed escluso (per l’età) un ventenne, l’unico ad essere definito “ottimo” combattente (e non semplicemente “buono” come gli altri due) è Mikajo Vasil’evič Volkov, nato a Voronos (Voronež, in un’area pianeggiante al confine con l’Ucraina) il 19 gennaio 1914, partigiano dal 1° novembre 1943 e smobilitato effettivamente con la brigata Caio (tuttavia, nell’archivio ILSREC – fondo DV, busta 18, fascicolo 10 – è conservato un elenco dei partigiani stranieri che hanno combattuto nella Sesta zona operativa: tra i russi si trova il nome di Micaio Vasillievic Volcof, nato in Russia, nel Voronežsckaja oblast’, partigiano della brigata Jori e non della Caio).
Vero probabilmente lesse questo libro, e non solo: laddove indica precisamente la città di nascita di Micaio, lascia pensare di avervi preso spunto alla lettera. Denis, come si è visto, nel suo “Elenco” lo definisce non più russo, ma ucraino (benché Voronež si trovi comunque al confine con l’Ucraina) e più giovane di qualche anno (nato nel 1920 e non nel 1914); inoltre, individua il luogo di fuga dalle parti di Sarzana (e non già del passo dei Giovi, come si legge ne “I partigiani sovietici nella Sesta zona”), soprattutto indica Micaio con il cognome “Kakasivilli”.
Il 9 maggio 1945 viene ricoverato all’ospedale San Martino il partigiano russo Michele Cascasciwili, detto “Tiflis”, della brigata di Croce (la Jori). Nel citato elenco dei partigiani stranieri c’è anche il nome di Mikaio Kakasivili, detto “Mikaio”, nato nel 1920 a Tiflis, nel Caucaso (ossia Tbilisi, attuale capitale della Georgia), partigiano dal 29 aprile 1944, appartenenuto al distaccamento Bellucci, brigata Jori, ferito a Loco di Rovegno da una scheggia di mortaio il 29 marzo 1945 e probabilmente ricoverato in ospedale al termine della guerra. Negli elenchi approntati dalla Commissione per il riconoscimento delle qualifiche partigiane, fra il gennaio e il marzo del 1946, viene indicato in due diversi elenchi come partigiano combattente tal Mikao (o Mikael) Kakagisivili (o Kakskuili), nato a Tiflis il 19 marzo 1920, membro della brigata Jori dal 27 marzo 1944 (oppure dal 5 gennaio e in questo caso indicato come vice-comandante di distaccamento). Anche alla luce di queste ultime indicazioni si propende per identificare Micaio in questo ultimo, georgiano e non ucraino, classe 1920, partigiano dal 5 gennaio 1944.

Francesco Aguto (o Agudo): orfano, non se ne conosce l’età, né il luogo di nascita. Per la sua storia, si vedano il capitolo dedicato da “Marzo” G.B. Canepa nel suo “La repubblica di Torriglia” (a pagina 60 dell’ultima ristampa del 2009) e le pagine di Nino Porcù nel suo “Nonno, chi erano i partigiani?” (a pagina 52). Fu fucilato il 27 luglio 1944 con Domenico Tripaldi (n.1925 a Roccella Jonica, in Calabria), di Sampierdarena, e Mario Musso (n.1924 a Genova), di Sant’Eusebio.

Nicola Cusanno (Nicola): nacque a Cerignola in provincia di Foggia, il 21 febbraio 1924; militare in Piemonte, fu sergente negli alpini. Seguì il distaccamento Scintilla alla volta di Cichéro, ma lasciò ben presto quella banda per costituirne una propria, nel maggio 1944, fra Barbagelata e Roccatagliata; in breve tempo entrò a far parte delle formazioni Giustizia e Libertà “Giacomo Matteotti” comandate da “Umberto” Zolesio; personalità esuberante, fu disarmato dai garibaldini e, nell’inverno 1945, anche dai giellisti. Terminò la guerra come comandante del distaccamento “Spano” della brigata Lanfraconi, ma morì a Gattorna, in seguito ad un incidente d’armi, il 15 maggio 1945; fondate perplessità sulle versioni ufficiali sono state avanzate nel volume di Paolo Cugurra (“Passo del Gabba”, 2007, p.165), il quale riporta le voci secondo le quali Nicola sarebbe stato ucciso da Giovanni “Nino” Pompei (Ugo, n.1919), luogotenente di Zolesio, comandante della brigata G&L “Borrotzu”, per vendicare il padre, ucciso sull’Antola dai partigiani dello Scintilla, di cui Nicola era vice-comandante.

Giacomo (o Giovanni): è sconosciuto. Nel suo libro, Nino Porcù accenna ad un partigiano di nome “Venezia”, lo definisce amico di Nicola e indica entrambi come ex alpini. Il partigiano “Giorgio” (Ferdinando Parodi, n.1925) che nel giugno 1944 entrò a far parte della banda che Nicola, dopo aver lasciato Cichéro, costituì sui monti di Neirone, ricorda che il braccio destro di Nicola era Giovanni Scimone, nato a Messina nel 1917, il quale alcuni mesi dopo si aggregò alla missione alleata di Emanuele Strasserra (n.1909, agente dell’OSS, membro del Partito d’Azione, collaboratore della organizzazione Otto) e ne seguì le sorti: Strasserra e Scimone furono fucilati il 26 novembre 1944, insieme ad altri tre compagni, dai partigiani del distaccamento di Francesco Moranino, “Gemisto”, perché furono scambiati per spie nazifasciste.

Bruto: è sconosciuto. Potrebbe trattarsi di Bruto Domenichelli, nato a Fano, in provincia di Pesaro nelle Marche, il 21 gennaio 1901. Anarchico e poi comunista, collettore del Soccorso rosso, nel 1937 fu accusato di propaganda in favore della Spagna repubblicana: fu arrestato e confinato a Ponza, dove rimase fino al 1939. Arrestato di nuovo nel gennaio del 1943 per attività comunista insieme ad altri operai collegati al gruppo degli studenti (Buranello e Fillak), liberato nell’agosto del 1943. È stato riconosciuto partigiano a partire dal 5 febbraio 1944 con il grado di commissario di distaccamento (brigata Berto, divisione Cichéro). Denunciato, arrestato e deportato, fu riconosciuto invalido per cause di guerra. Morì nel 1947.

Oreste Armano (Oreste): nacque a Pozzolo Formigaro, presso Novi Ligure, il 16 ottobre 1922, da una famiglia di contadini benestanti. Studente alla facoltà di lettere a Genova, militare di leva a Roma nel 1943, entrò in banda il 25 febbraio, a Berga (ma secondo alcune fonti era salito in val Borbera sin dall’autunno precedente). Dopo il periodo di Cichéro (aprile 1944), tornò in Antola con il distaccamento Torre (comandante Croce, commissario Moro, vice-commissario Denis) e ne divenne il vice-comandante. Catturato nei pressi di Cabella Ligure il 25 giugno 1944, fu  trasferito in Alessandria, quindi ad Asti e poi a Torino, dove fu processato e fucilato il 22 settembre 1944.

Salvatore Guagliardi (Totò): nacque in Calabria a San Demetrio Corone, provincia di Cosenza, il 26 febbraio 1925; abitava a Sampierdarena, lavorava da meccanico. Fu partigiano dal 25 gennaio 1944: dopo la Scintilla e la banda di Cichéro, fece sempre parte della brigata Jori e giunse al 25 aprile nel distaccamento Bellucci con il ruolo di caposquadra. Ritornato in Calabria, emigrò in Argentina nel 1951.

Giacomo Bonicelli (Badoglino): nacque a Pian Camuno, in val Camonica, provincia di Brescia, il 12 ottobre 1927; abitava a Bolzaneto. Partigiano in provincia di Cuneo nel 1943, in seguito si presentò al distaccamento Scintilla ed ebbe riconosciuta un’anzianità partigiana a datare dal 6 gennaio 1944. Rimase ferito durante il rastrellamento dell’agosto 1944; verso la fine della guerra passò dalla brigata Jori alla brigata volante Balilla; morì nel 2002. È possibile vedere una sua intervista all’interno del documentario “Noi della Jori” (uscito nel 2000, a cura di Manlio Calegari, Mauro Fantoni e Fulvio Fossati).

Vittorio Cambiaso (Tigre): nacque a Pontedecimo il 17 settembre 1924; entrò a far parte del distaccamento Scintilla il 4 gennaio 1944; fu smobilitato come partigiano alle dipendenze del comando Sesta zona operativa. Morì nel 1998.

Franco Vallarino (Franco): nacque a Voltri il 1° agosto 1911; celibe (si sposò dopo la fine della guerra), fu partigiano dal 25 ottobre 1943, alla smobilitazione si trova tra le fila della brigata Oreste, divisione Pinan-Cichéro. Morì nel 1970.

Meronte: è sconosciuto. Graziella Gaballo, nel suo volumo su Oreste Armano, lo identifica con Franco Vallarino, ma erroneamente. Nell’intervista conservata nell’archivio Ilsrec (fondo “Memoria orale”) e rilasciata da Vladimiro Diodati a Fabrizio Bazzurro è citato quale autore dell’attentato gappista del 15 maggio 1944 al cinema Odeon di via Ettore Vernazza, mentre il partigiano Gianni Ponta indica Ernesto Bossi come autore dell’attentato. Diodati in quell’intervista sosteneva che Meronte fosse di Quezzi: “non parlava nemmeno genovese, ma solo [dialetto; nda] di Quezzi (…), era un ladruncolo di nascita, che poi si è redento (…), rubava per passione contro il fascismo ”.

Spartaco Di Prete (Spartaco): nacque a Levanto il 19 novembre 1905 da genitori pisani. Muratore, abitava a Quezzi; fu arrestato nel 1927 con un gruppo di giovani e giovanissimi comunisti del quartiere, che si riunivano sotto la copertura di una società sportiva di via Ferreggiano. Partigiano dal 2 ottobre 1943; ricercato dalla Squadra politica della Questura nel luglio del 1944, sfuggì all’arresto. Intendente e poi staffetta per il Comando zona. Presso l’Archivio di Stato, fondo Questura, c’è un fascicolo intestato a suo nome. Morì nel 1987.

Stefano Porcù (Nino): nacque a Sampierdarena il 29 marzo 1925 da genitori sardi: il padre Giovanni (n.1892), comunista, era fabbro alla SIAC di Cornigliano, la madre Vincenzina Musso (n.1903) gestiva un banco del lotto. Partigiano in Antola dal 29 novembre 1943, dovette ritornare in città dopo che, il 14 gennaio 1944, arrestarono il padre (che fu poi deportato in Germania il 15 febbraio seguente: esiste un fascicolo a suo nome presso l’Archivio di stato – fondo Questura). Tornò in montagna, tra Cisiano e Pannesi dietro il monte Fasce, nella primavera del 1944; partecipò alla fase finale della guerra partigiana tra le fila della 31ª brigata Garibaldi, in provincia di Parma. Nel 2001 ha pubblicato le sue memorie (Nonno, chi erano i partigiani?).

Vladimiro Diodati (Paolo): nacque a La Spezia il 5 dicembre 1915 da genitori toscani (il padre Dino, n.1893, era un falegname con simpatie anarchiche). Emigrò in Francia nel 1937 con tutta la famiglia (la sorella Bianca, n.1923, a Parigi sposò Piero Pajetta). Entrò a far parte del Pci, fu inviato in Italia per svolgere attività di propaganda nell’esercito, ma fu arrestato e confinato a Pisticci, in Basilicata; fu prosciolto e arruolato nuovamente in una compagnia di sanità. L’8 settembre 1943 era di stanza in val Bisagno, alla Doria, dove conobbe il padre di Denis: partigiano dal 1° ottobre 1943, dopo lo Scintilla fu gappista in città con Germano Jori e finì la guerra come commissario politico della brigata Caio del comandante Istriano, in val d’Aveto.

Giovanni Battista Torre (Baciccia): nacque a Sestri Ponente il 4 marzo 1911. Fu arrestato nel 1943 e scarcerato dopo l’8 settembre. Gappista, fu ferito e catturato in azione in piazza Giusti, nel quartiere di San Fruttuoso, il 29 aprile 1944: venne fucilato al Forte di San Giuliano il 23 maggio seguente.

Francesco Montan (Rino): nacque a Sampierdarena il 2 agosto 1908; militante comunista, operaio all’Ansaldo Meccanico; partigiano dal 6 febbraio 1944, salì in montagna definitivamente in luglio. Ispettore del Comando zona alla brigata Berto, fu ferito il 22 dicembre 1944 al casone di Centonoci, presso Favale di Malvaro, nel corso di un rastrellamento. Terminò la propria esperienza partigiana come capo della polizia partigiana della brigata Berto.

Giuseppe Bozzano (Pippo): nacque a Cornigliano il 28 maggio 1908; militante comunista, secondo alcune fonti combatté in Spagna contro il franchismo, ma non se ne trova conferma. Operaio all’Ansaldo Artiglieria di Fegino, è l’autore, con Giacomo Buranello, del primo attentato del gappismo genovese, il 28 ottobre 1943, ai danni di Manlio Oddone, ufficiale della milizia fascista. Sale di nuovo in montagna nell’estate del 1944, ai laghi della Lavagnina (monte Tobbio), per contribuire alla costituzione della brigata Buranello (divisione Mingo); ritornato in città, comanda le Sap (Squadre di azione patriottica) di Cornigliano durante la fase insurrezionale. All’interno del fondo Questura (ASG) esiste anche il suo fascicolo. Morì nel 1981.

Ernesto Bossi (Maggi): nacque a Vercelli il 22 novembre 1914, visse in Francia fino ai vent’anni, quando rientrò in Italia, a Torino, per adempiere agli obblighi militari. Fu bersagliere in Spagna con il contingente italiano inviato al fianco del dittatore Francisco Franco, ma non fu ritenuto idoneo, fu riformato e rimpatriato. Si sposò nel 1940 e si trasferì a Genova-Cornigliano nel 1942, per lavoro (era operaio montatore con una ditta in appalto presso la Siac); partigiano dall’11 novembre 1943, dopo lo Scintilla fu comandante di distaccamento alla Benedicta, poi tornò sull’Antola, alla brigata Jori, comandante del distaccamento reclute. A suo nome è intestato uno dei vari fascicoli nominativi dell’archivio politico della Questura (conservato in ASG). È morto nel 1994.

Eugenio Bugatti (Genio): nacque a Sampierdarena il 20 novembre 1926; risulta partigiano solamente a partire dal 1° luglio 1944 (a meno che non si tratti del 1° gennaio); dagli elenchi approntati dalla Commissione regionale della Liguria per il riconoscimento delle qualifiche partigiane, risulta aver concluso la guerra con la brigata Oreste.

Carloforte: è sconosciuto.

Vero Mitta (Vero): nacque a Cornigliano il 17 marzo 1921; partigiano dal 20 settembre 1943, si occupò del Sip della brigata Jori, poi fu al Comando zona come vice di “Attilio” Pizzorno (n.1909); suo padre, Mario Mitta (n.1894), socialista, lo raggiunse ai monti nell’ottobre del 1944 (e fu commissario politico della brigata Matteotti, quella dei fratelli Macchiavelli). Quando, ad un mese dalla fine della guerra, “Attilio” fu nominato commissario politico della Sesta zona operativa, “Vero” fu promosso capo del Sip della zona. Morì nel 1987.

Antonio Leidi (Garbagna): nacque a Garbagna il 12 luglio 1914; piccolo venditore ambulante. Fu partigiano dal 15 novembre 1943. Sofferente di artrite, non poteva fare vita di banda come gli altri: perciò, si stabilì a Berga, nell’osteria del paese (gestita da Ambrogio Chiesa, n.1895) e funse da arruolatore per il distaccamento. “Garbagna” e l’oste “Broziu” furono arrestati la mattina del 25 marzo 1944 dalla polizia di Guido Alfieri (il capo della Sicherheits-kompanie di Voghera, corpo alle dirette dipendenze dei tedeschi) accompagnata dai carabinieri di Rocchetta Ligure. Alfieri ricevette indicazioni da alcuni renitenti alla leva che aveva arrestato e che avevano indicato Berga come luogo di reclutamento per aspiranti ribelli. L’oste e il partigiano furono incarcerati a Voghera, processati a Milano e infine deportati in Germania (da dove ritornarono entrambi); anche l’oste ottenne il riconoscimento di partigiano combattente, dal 1° ottobre 1943. Sposò nel 1947 una donna austriaca che aveva conosciuto in seguito alla deportazione, ma morì poco dopo, nel 1950.

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5. “Fasi di transizione tra il periodo iniziale di incubazione e quello successivo di concreta organizzazione. (Marzo 1944 – Maggio 1944)”. Testo della Sig.ra Annamaria Manaratti. [Doc. composto di 32 fogli dattiloscritti su facciata singola].

-Le strade per i monti
– Vita di banda.
-Prime azioni di movimento e di disturbo 
-Puntate intimidatorie di parte nemica e necessità di spostamenti 
-Afflusso di uomini (bandi di reclutamento e disfatta della Benedicta) e problemi connessi.
-Spostamento generale della banda in Val d’Aveto e costruzione di baracche sul Monte Aiona.
-Divisione delle forze (decentramento).

Per la ricostruzione di questo periodo, che va dal Marzo 1944 al Maggio 1944, oltre al materiale raccolto per mezzo di interviste, ho attinto a quanto è stato scritto e pubblicato riguardo a questa fase: per precisare lo spirito, il clima, le consuetudini e le norme  della vita di banda, mi sono valsa delle vivaci descrizioni che G.B. Lazagna (Carlo)  offre in “Ponte Rotto”; per lo svolgimento de­gli avvenimenti e per i rapporti fra città e montagna, delle “Cronache militari della Resistenza in Liguria” I e II volume; per le informazioni sul C.L.N. e sul C.M.R.L., del volume “Documenti sulla Resistenza in Li­guria”.

N.B. – In marron, note scritte a mano su pag. 2 da G.B. Lazagna).

a)- Manca tutta la parte precedente: la suddivisione in zone con i comandanti che corrispondevano a 1 mese dell’anno. (Ed esattamente, i nuovi arrivati assumevano il nome del mese in cui si univano ai partigiani). Ad esempio: Villa = Aprile, perché si era presentato in banda nel mese di aprile; G.B. Canepa = Marzo, perché si era unito ai partigiani nel mese di Marzo. Ecc.
b)-
  Distaccamento SCINTILLA (aveva anche la canzone – primo scontro con i fascisti qualche giorno prima di Natale – 1 morto fascista. Sentire Denis, Spartaco, Rino, Dente, Maggi, Pippo e Paolo.
c)-   No, lo spostamento fu deciso per un altro motivo.

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LE STRADE PER I MONTI

Poco dopo l’arrivo di Lucio in banda (primi di marzo), un gruppo di partigiani [del Distaccamento Scintilla – aveva anche la canzone. Suo primo scontro con i fascisti qualche giorno prima di Natale: 1 morto fascista. Sentire Denis, Spartaco, Rino, Dente, Maggi, Pippo e Paolo. Nota nel testo di GB. Lazagna]  (20, 25 uomini) che si trovava a Bogli (Val Borreca – PV ) comandati da un certo Edoardo, aveva raggiunto Cichero, abbandonando una zona troppo isolata che offriva scarse possibilità di azione a causa della stagione non ancora favorevole. [No, lo spostamento fu deciso per un altro motivo. Nota nel testo di GB. Lazagna].
La banda aumenta il numero degli effettivi, che resta tuttavia assai modesto rispetto alla presenza massiccia di uomini in altre zone, particolarmente nella IIIa zona, al cui sviluppo e potenziamento fu rivolta l’attenzione dell’organizzazione provinciale clandestina fino all’aprile 1944.[1]
Tra le ragioni che limitarono l’accrescimento numeri­co della formazione, determinante fu la mancanza di armamento adeguato, almeno fino agli inizi di maggio e il criterio di severa selezione degli effettivi, che costituiva l’impegno principale dei responsabili della banda.In effetti numerosi erano coloro che lasciavano la città per raggiungere la zona partigiana, ma i più si scoraggiavano al primo incontro, anzi scontro, con la vita dei monti, e i “vecchi” della banda non facevano nulla, per persuaderli a rimanere.
Intorno ai primi di marzo del 1944 due giovani, ex militari del regio esercito, Vinicio Rastrelli (Dedo) e Michele Gava (Michele) [2]  decidono di darsi ai monti e, dopo aver preso contatto con un elemento dell’organizzazione clandestina di città che faceva capo al partito comunista, raggiungono Casella.
Dall’intervista registrata con il partigiano Michele Gava (Michele):  “Qui una guida di nome Spartaco [Di Prete, comunista] li prende in consegna e li conduce, attraverso un itinerario accidentato, non privo di rischi e di difficoltà, toccando località come Avosso [dove esisteva un recapito dalla Severa, maestra], Nenno, Montebuio, fino a Berga (dove si trovava il gruppo di Edoardo, con un vettovagliamento di fortuna, raccolto ora qua ora là, e talvolta inesistente.

Ad ogni tappa all’esiguo nucleo iniziale si aggiungono nostri nuovi elementi, che i primi ostacoli rendono perples­si e dubbiosi; da Berga, dove il gruppo assiste impotente alla cattura dell’oste della locanda, collaboratore dei partigiani, si scende in Val Trebbia: in tutto 20, 22 uomini. Giunti infine nella zona di Cichero, dopo giorni di marcia, non senza qualche defezione, il gruppo viene si­stemato in un casone isolato: lo sconforto è generale e la situazione peggiora con la visita di Moro, un anziano della formazione il quale tiene un discorso molto duro, distrug­gendo le residue illusioni di coloro che erano saliti in cerca di facile avventura e sciorinando come programma di vita partigiana: fame, freddo, fucilate. Il gruppo fu lasciato a meditare nel casone, sebbene i partigiani non si illudessero sulle intenzioni dei nuovi arrivi; in realtà dovevano decidere come e quando rispedir­li in città senza correre rischi: gli uomini furono lasciati liberi di andarsene in occasione di uno spostamento della banda, e di tutti rimasero solo Dedo, Michele e Denis. Alla loro decisione di restare non fu estranea la curiosità di indagare che uomini fossero e che tempra questi cheaccettavano di restare al freddo, di sopportare la farne, di prendere fucilate”.

Un altro percorso abituale per salire ai monti nella zona di Cichero, prevedeva come punto d’incontro e di par­tenza Nervi, di solito davanti al municipio, nelle prime ore lei mattino. Coloro che si recavano all’appuntamento, fissato da un elemento dell’organizzazione di partito, si incontrava con una guida, riconoscibile a mezzo di un se­gnale prestabilito. Se al luogo d’incontro si trovavano più persone, la regola era camminare, seguendo la guida ad una distanza li 50 metri l’uno dall’altro, senza comu­nicare a parole per alcun motivo e, nel caso la guida fosse ritornata indietro sui suoi passi ciò significava pericolo, cercare una via di scampo, salvo poi a riprendere, di lì a qualche tempo, i contatti precedenti (vedere: Gimelli vol. II).
Il percorso toccava Terrusso, Neirone, Monte Becco e, specie nei primi tempi, prima cioè che il servizio di staffette e di corrieri di collegamento fra città e montagna venisse organizzato e potenziato in maniera stabile, (vedere: Gimelli vol. II) il compito di condurre a destinazione i nuovi arrivi veniva spesso affidato a “Dente”.
Le provenienze dal Levante erano controllate da Marzo; che si era portato nella zona di Comuneglia fin dall’inizio della primavera. Qui Marzo riceveva i giovani che salivano e li tratteneva per impartire loro le prime fondamentali nozioni di lotta partigiana. Il gruppo di Comuneglia fu trasferito a Cichero solo nella primavera inoltrata.

VITA DI BANDA

Se non si dovesse fuggire spesso e in tutta fretta, la vita al Casone sarebbe abbastanza tranquilla. Verso le quattro del mattino viene data la sveglia agli uomini cui tocca il servizio di pattuglia: 2 al Ramaceto e 2 al Passo del Dente. Da questi due punti si controllano tutte le provenienze per Cichero; dal Passo del Dente si domina la statale che sale a Favale e a Lorsica; sul Ramaceto vi è un punto, cui si giunge in circa venti minuti salendo per un sentiero pietroso e particolarmente nascosto da dove ai domina la strada che da Chiavari sale alla Forcella e a Rezzoaglio ed i sentieri che da Borzonasca, la base avanzata lei fascisti e il punto di partenza delle loro spedizioni punitive, salgono a Cichero.
In lontananza dal Ramaceto si scorge il monte Aiona che con la primavera diventerà la sede di un distaccamento e la base per gli aviolanci alleati. Per ragioni precauzionali si usano pseudonimi anche per le località oltre che per gli uomini: il monte Aiona diventa: il Forca.
I momenti della vita di banda sono descritti con imma­gini colorite da G.B. Lazagna (Carlo) nel suo “Ponte Rotto” (1) alle Pagg. 28, 29, 30.
“Nel pomeriggio chi non aveva nulla da fare si dava a va­rie occupazioni. Avevamo quattro camicie e due pantaloni, oltre a quello che uno aveva addosso.
Questi indumenti erano un patrimonio della collettività e quando uno voleva lavarsi i vestiti aveva diritto (quando era il suo turno) di indossare i vestiti del “di­staccamento” (la definizione distaccamento in quel periodo non esisteva ancora). “Ci sdraiavamo nelle ore di ozio intorno al Casone”. Alcuni, tra gli “intellettuali” legge­vano i libri ed i giornali della biblioteca, che era composta ai 4 volumi: “La madre” di Gorki; “Sepolti vivi” di Dostoiewski; “le avventure di Tom Sawyer” di Mark Twain e “La porta dalle sette chiavi” di F. Wallace.
Altri rammendavano con dello spago certe reticelle, che erano state una volta calze. Altri ancora facevano pietose applicazioni di tela di sacco su qualche falla che si era aperta nel fondo dei pantaloni. Gli snob, e cioè gli studenti, giocavano a bridge con gli inglesi. “In questa atmosfera bucolica vi era sempre un rompiscatole che ci interrompeva rudemente nelle nostre occupazioni, per farci fare una passeggiata con un secchio di acqua o con qualche grosso pezzo di legna da spaccare e non era mai contento della velocità con cui si eseguivano i suoi ordini.”
La necessità della vita nascosta obbligava gli uomini a molte precauzioni: intorno al Casone la pulizia era rigorosa ed una delle prime regole che si insegnavano ai “nuovi” era quella di non lasciare mai alcun oggetto nei dintorni, che potesse indicare, la presenza dei “ribelli”, se questi dovevano spostarsi in tutta fretta.
Il momento più significativo della giornata era cer­tamente la riunione serale e per il fatto stesso di ritrovarsi tutti vicini, fisicamente e spiritualmente, e per­ché, soprattutto, costituiva una lezione di democrazia quotidiana,  il cui significato era tanto più importante in quanto si imponeva come l’espressione più aperta del rifiuto al recente passato e delle speranze per il futuro, che si profilava più ricco di quanto in realtà non fu e coloro che vissero questa prima fase della esperienza partigiana ne rimasero custodi gelosi, come se quel patrimonio di idee, di pensieri e di fede non potessero essere facilmente compresi da quelli che vennero dopo e che di questo patrimonio conobbero di riflesso in una atmosfera già mutata, in un modo di vita ancora difficile e pericoloso, ma cui manca la totale e orgogliosa povertà dell’inizio.

Durante la riunione serale si stabilivano il turno di guardia per la notte e quello per la pattuglia dell’in­domani. Poi Bini leggeva un riassunto delle notizie trasmesse da Radio Londra e gli uomini discutevano dei pro­gressi delle armate alleate, dell’avanzata russa, facen­do ipotesi ottimistiche sul tempo che gli anglo-america­ni avrebbero impiegato ad arrivare a Genova, tutti fermamente convinti che la guerra sarebbe finita di lì a qualche mese, nonostante il bollettino ripetesse da tempo: “Sul fronte italiano il maltempo ha ostacolato l’attivi­tà degli alleati”.
Poi si discuteva dei problemi inerenti alla organizzazione partigiana, della vita politica, internazionale, della giustizia e dell’onestà, che avrebbero portato nel­la vita sociale delle città liberate.
Il particolarismo politico, sebbene gli “anziani” fossero in primo luogo uomini di partito, si affacciò molto più tardi: in quel periodo le discussioni politiche erano alquanto generiche e l’unico elemento che tradiva la loro appartenenza politica era il richiamo costante, in ogni discorso, tendente a dimostrare la validità della ribellione popolare, alla Russia e alla sua rivoluzione. Ma ciò era facilmente accettabile, sia perché si riconosceva ai comunisti la solidità e la superiorità della loro organizzazione anti-fascista, sia perché la Russia, che per tanti anni era stata l’oggetto di esecrazione continua da parte della propaganda fascista, appariva ora come il simbolo di una riconquistata libertà civile e sociale.
Alcuni tuttavia, nonostante la genericità dei discorsi, avvertivano già la presenza di un disegno politico ben determinato e se ne mostravano contrariati; Bisagno  fungeva in quel periodo da elemento equilibratore, che si sforzava di far superare queste posizioni di punta per evitare rotture dannose al futuro della formazione, riconoscendo che il merito della organizzazione clandestina di città e di montagna spettava, almeno agli inizi, al partito Comunista senza vedere al di là della comune preoccupazione di liberare l’Italia dai fascisti e dai tedeschi, il proposito di instaurare un tipo di organizzazione politica, ben determinata.
“I rapporti fra Bisagno e i comunisti sono strani fin da principio: la stessa guerra con prospettive che divergono, lo stesso rigore con imperativi dissimili, gli stessi simboli con significati diversi; un inganno, se questo è un inganno reciproco; una spiegazione e una rottura sempre eluse”. 

PRIME AZIONI DI MOVIMENTO E DI DISTURBO

Nella seconda metà di marzo, Bisagno si vide poco in banda, perché stava organizzando il recupero delle armi nascoste a Chiavari 1’8 settembre. Fin d’ora e in futuro vedremo Bisagno preparare con estrema diligenza, direi quasi con una pignoleria tutta ligure, le azioni, per trarne il maggior profitto con il minor danno, prevenendo per quanto possibile, le reazioni del nemico.
Nel caso dei recupero armi, Bisagno studiò con cu­ra l’itinerario più conveniente, fissò i tempi di azio­ne entro i quali ogni uomo doveva svolgere un compito, già ben definito in precedenza, e con un margine di si­curezza notevole.
Il recupero venne effettuato verso la fine di mar­zo. La mattina precedente l’azione, Bisagno e Lesta, ar­mati di pistola, da Cichero raggiungono S. Martino dei Venti e di qui scendono a Chiavari passando per il po­sto di blocco di Carasco; Bisagno vuole appurare la consistenza delle forze tedesche di guardia. A 50 me­tri dal posto di blocco, Bisagno avverte Lesta che, nel caso i tedeschi li fermassero, l’unica soluzione è sparare e fuggire.
Durante la riunione serale vanivano rimessi a giu­dizio di tutto il gruppo i litigi della giornata.
La spiegazione franca e sincera dell’incidente e la “sentenza” dei compagni, impediva il sorgere di ran­cori personali, che a lungo andare avrebbero potuto minare la compattezza del gruppo e inoltre si domandava con­to di qualche ordine dato durante la giornata e ritenuto arbitrario o sbagliato.
I tedeschi li lasciano passare senza difficoltà, ma Bisagno si ferma con il pretesto di allacciarsi una scarpa proprio davanti alla porta della guardiola, per veri­ficare il numero dei tedeschi che la occupano: 4 o 5 in tutto. Giunti a Chiavari, sostano a lungo in una posizio­ne da cui è chiaramente visibile 1’ospedale e la zona verde che lo circonda, nonché il castello, che funge da osservatorio tedesco antiaereo, sotto il quale si esten­de il terreno coltivato a orto e frutteto, in cui erano state, nascoste le armi.
Studiando passo passo il percorso, scendono nel centro di Chiavari, passando sotto le mura che cingono il castello e che sarà necessario superare per fuggire. Compiuto il sopralluogo, che doveva imprimere nella loro mente le caratteristiche dei luoghi, per poterli ricono­scere nell’oscurità, ritornano in distaccamento.
Qui Bisagno raduna gli uomini, ne sceglie quindici, calcolando che siano sufficienti a portare il carico di armi; traccia uno schizzo del luogo preciso del nascondiglio e delle adiacenze. Gli uomini prescelti vengono istruiti su quanto devono eseguire.
Il gruppo parte la Cichero il giorno successivo verso le 12 per giungere a Chiavari nelle prime ore del co­prifuoco, evitando le strade frequentate e passando a pochi metri dal posto li blocco di Carasco: in caso di incontri indesiderati sparare e darsi alla fuga.

Tutto il gruppo penetra nel giardino dell’ospedale, dove restano 10 uomini affidati a Bini; un partigiano salirà sul muro alto circa 2 metri che chiude il giardino medesimo, per ricevere le armi da un altro partigiano, il quale acquattato tra gli arbusti spinosi ai pie­di del muro del castello, riceverà le armi attraverso una larga fenditura, la cui esistenza Bisagno e Lesta avevano scoperto durante la perlustrazione del giorno precedente. Condizione fondamentale per il buon esito dell’azione: agire nel silenzio più assoluto.
Tra i due muri di cinta, quello dell’ospedale e quello dell’osservatorio, una ripida discesa conduce in Via Ravaschieri. Qui giunti, Bisagno seguito da Le­sta, Nero, Berto, si imbatte in una pattuglia di Cara­binieri: la mano corre alla pistola; ma la pattuglia si allontana senza sospetto.
Raggiunto il n. 47 di Via Ravaschieri, Bisagno suona ad un campanello: viene ad aprirgli Don Raggio; un breve parlottare sull’uscio e i 4 vengono introdotti nell’appartamento del sacerdote da dove raggiungono l’orto retrostante, in cui si trova la vasca di cemen­to contenente le armi e nel silenzio inizia l’opera di recupero.
Tolta la terra che li ricopre, ad uno ad uno i mo­schetti (circa una cinquantina, più i caricatori e le munizioni), vengono rimossi dal loro nascondiglio e portati, superando i 200 metri di terreno tra la vasca e il muro di cinta del castello, ai piedi del muro stes­so e passati attraverso la fenditura al partigiano, cui
le spine dei rovi cominciano a procurare terribili punture (il giorno successivo in banda gli estrarranno un gran numero di aculei da tutto il corpo), il quale le porge al compagno che sta a cavalcioni del muro di cinta dell’ospedale e che a sua volta le consegna agli uomini rimasti nel giardino: questi facendo il passamano radunano i fucili e le munizioni in un punto abbastanza lontano dal luo­go del recupero, in modo da potersi dileguare con le armi anche in caso di allarme. Il tutto si svolge nel giro di 45 minuti circa.

Sopra le loro teste i tedeschi parlottano ignari. A lavoro ultimato Bisagno ordina agli uomini oltre il muro di allontanarsi, concedendo loro 20 minuti prima di tentare egli stesso la fuga con i tre compagni, per evitare che, i tedeschi insospettiti da qualche rumore proveniente dal giardino, diano l’allarme prima che il grosso de­gli uomini, gravati dal peso delle armi, siano fuori del­la zona pericolosa.
Si verifica infatti che uno dei quattro, nel tentativo di risalire il muro, cade, provocando un po’ di tramestio e svegliando il custode, che abita la casa sotto il castello a ridosso del muro di cinta, il quale si affac­cia chiedendo ad alta voce “chi è la”; tentano di farlo tacere e gli intimano di aprire loro la porticina che im­mette nella discesa al di là della cinta.
Anche il cane comincia ad abbaiare. Il custode non capisce e preso dal panico grida sempre più forte “chi è là”.
Il tempo stringe: una veloce arrampicata su per il muro e giù un salto nei rovi, mentre dall’osservatorio viene dato l’allarme, ancora un muro e un salto e una rapi­dissima corsa per raggiungere i compagni.
Il gruppo, ricostituitosi, arriva a S. Martino del Vento. Lungo la strada, poiché alcuni uomini non reggono alla fatica, cui si aggiunge la mancanza di cibo, Bisagno li solleva dal carico e lo assume su di sé.
Ma il partigiano Puglia sviene più volte e Bisagno, deposte le armi, se lo carica sulle spalle, portandolo per un lungo tratto mentre un altro del gruppo, precedendo i compagni, raggiunge Cichero per rifornirsi di pane e di acqua e ridiscende verso il gruppo per rifocillare i più esausti.
Dopo il recupero delle armi vennero formate le prime squadre armate. Successivamente all’azione di Chiavari, i contadini della zona informarono i comandanti partigiani che i tedeschi, i quali gestivano una fabbrica di tannino a Carasco, avevano richiesto il taglio dei castagni per alimentare appunto la produzione di tannino.
I  capi partigiani consigliarono i contadini di non ottemperare all’ordine e per manifestare la loro solidarietà con la popolazione decisero un’azione di sabotaggio al­la linea elettrica che alimentava 1’industria del tannino a Carasco.
Lesta e Berto ebbero l’incarico di far saltare i tra­licci bell’alta tensione a Borgonuovo di Mezzanego, mentre Bisagno con Bini avrebbe provveduto a quelli di S. Martino del Vento.
II tritolo occorrente era stato procurato dall’organizzazione clandestina di Chiavari, che faceva capo al partito comunista, tramite una staffetta di Carasco, il cui nome di battaglia era Boia.
Bisagno istruì Lesta e Berto sul modo di utilizza­re il tritolo, risparmiando sulla quantità necessaria a far saltare entrambi i pali, sfruttando la pendenza del terreno, in maniera che, abbattendo uno dei due piloni, questo trascinasse con sé anche l’altro. Venne fissato il giorno e l’ora precisa: infatti per dare maggiore ri­sonanza al sabotaggio, le due esplosioni avrebbero dovu­to avvenire contemporaneamente.
L’azione, abbastanza clamorosa, diede ai fascisti ed ai tedeschi il primo sentore che il movimento partigiano della zona passava all’attacco, e ciò incoraggiò parecchi giovani che si tenevano nascosti, ma estranei alla lotta, a salire.
Poco dopo si registrava una cavalcata di Spiotta e compagnia (circa 150 squadristi su due camions) a Favale di Malvaro.
Qui giunto Spiotta aprì il fuoco all’impazzata sul­la piazza del paese, dove si stava giocando una partita a bocce, solo perché la gente appena riconosciutolo, si era data a precipitosa fuga: una manifestazione di violenza e di tracotanza tipica dello squadrista chiavarese.
Bisagno, informato dell’arrivo di Spiotta a Favale, scende con una squadra di 15 uomini e si apposta un po’ a monte del ponte di Lorsica, lungo la rotabile che conduce a Favale di Malvaro, per attaccarlo sulla via del ritorno.
Inutile attesa; i fascisti sono già ridiscesi schiamazzando, come li informa Costante Lunetti, cugino di Bisagno, il quale, trovandosi nascosto presso una zia in località Castagnelo, si imbatte casualmente nel gruppo e riconosce nel capo di quel eterogeneo insieme di uomini Aldo Gastaldi, di cui egli ignorava l’attività partigiana.
Bisagno si accorge di essere stato riconosciuto e fa un cenno al cugino di non palesare il loro legame di paren­tela.
Il giorno delle palme, 2 aprile 1944, Costante Lunetti decide di andare in cerca dei partigiani, per unirsi a loro, e sul monte Rondanara, dietro il Ramaceto, incontra fra i primi il partigiano Denis, che lo conduce a Cichero dove egli ebbe il numero di matricola 50 e nome di battaglia Caronte.

AFFLUSSO DI UOMINI E PROBLEMI CONNESSI

Gli uomini di Cichero vivevano in quel periodo divisi in due casoni, uno alle dirette dipendenze di Bisagno, vice comandante Gino (Michele Campanella) e l’altro affidato a Giuseppe, detto il Polacco,
Con la Pasqua del 1944 e la tragedia della Benedicta una parte degli scampati si rifugia a Cichero. L’afflusso di nuovi elementi, che si faceva via via più frequente provocato dalle retate germaniche e dai bandi di Mussolini, non costituiva per il momento un reale profitto per la formazione, che in quel periodo (aprile, metà maggio) denunciava ancora chiaramente la sua insufficienza e dal punto di vista organizzativo militare e sul piano dell’approvvigionamento viveri. Bisagno sostenne in quel periodo lunghe e vivaci discussioni con Bini, Lucio, Marzo, disapprovando il tentativo delle organizzazioni cittadine di mandare su uomini, nonostante l’evidente impossibilità dell’organizzazione partigiana a controllane i movimenti, a difenderli ad alimentarli; e a sostegno elle sue argo­mentazioni portava 1’esempio tragicamente recente della Benedicta, dove l’afflusso massiccio di nomini in una zona limitata, aveva reso più facile l’opera dei rastrellatori. Ecco un primo motivo di  divergenza: da una parte i so­stenitori della necessità di coinvolgere nella lotta un maggior numero possibile di Italiani, per dare volume al movimento popolare di ribellione al nazi-fascismo,  e dal­l’altra la chiara e dolorosa consapevolezza di non poter ancora allargare la propria consistenza numerica, senza arrecare  danno alla preparazione di una solida base di uo­mini capaci, destinati ad assumere i quadri di comando futuri ed a imprimere il carattere della “Scuola Cichero” ai distaccamenti e alle brigate, senza imporre agli uomini restrizioni ancora maggiori di quelle presenti e difficilmente sopportabili.

Non bisogna dimenticare che ancora ad aprile la situazione viveri era molto precaria: il vitto era costituito da una minestra, più esattamente brodaglia, senza sale, con qualche raro pezzo di patata, un po’ di fagioli e pasta ancora più rada, cioè acqua scondita come primo e una fet­ta di torta di castagne (la torta era del diametro di cir­ca 30 cm, da dividersi tra 25-30 uomini): nonché un pezzo di pane sottilissimo condito con un cucchiaio di glucosio liquido (testimonianza Caronte).
Affinché nessuno dei partigiani, spinto dalla fame, scendesse in paese a cercare cibo, la sentinella al Casone aveva l’ordine dita sparare a chiunque si allontanasse più di 50 mt senza permesso.
Jack di Borgonuovo fu messo sotto processo durante la riunione serale, perché un tale di nome Cacin, infor­matore dei partigiani, aveva riferito ai comandi che Jack aveva chiesto da mangiare ad una famiglia di Lorsica.
Jack fu redarguito severamente da Bisagno il quale ribadiva il concetto di autosufficienza, ripetendo che i partigiani erano saliti ai monti di propria volontà e non dovevano, anche se digiuni da uno o due giorni, sentirsi in diritto di andarne a prendere dove era possibile tro­varne, principalmente per distinguersi dai soldati della milizia repubblichina, i quali salendo nei paesi effettua­vano il primo rastrellamento nelle stalle e nelle cantine.
La punizione del palo fu adoperata per la prima vol­ta ai danni di un partigiano di Voltri di nome Berto, il quale, durante il turno di guardia notturno, entrò nel Casone in cui stavano cuocendo le castagne per la colazio­ne (la razione mattutina di castagne non era tanto scarsa) e ne mangiò alcune, confessando poi al mattino la propria debolezza. Si riunirono gli uomini e tutti furono d’accor­do di punirlo per l’infrazione: occorreva tuttavia una pu­nizione che fosse sentita, non tanto come sofferenza fisi­ca quanto piuttosto come mortificazione di fronte ai pro­pri compagni, e venne fuori l’ora di palo (testimonianze Lesta, Dedo, Caronte).
A migliorare temporaneamente la situazione “cibarie”, si presentò a metà aprile l’opportunità di un recupero di viveri a Cavi di Lavagna, la famosa “marcia del formaggio”.

Furono scelti 34 uomini dotati di buona forza fisica e tra questi Caronte, Jack, Lenta, Dedo, Gino, Croce, Michele, Mare. Si trattava di trasportare forme di formag­gio di circa 30 Kg l’una e per un lungo percorso.
Partirono da Cichero verso l’imbrunire: l’ordine era: zaino vuoto, armi e munizioni (prevalentemente moschetti, qualche fucile 91 e 1 mitra).
Il gruppo camminò tutta la notte per giungere all’albeggiare in vista di Cavi, e qui fece sosta in una macchia di verde. Le forme di formaggio erano state asportate da un camion tedesco, da un gruppo di uomini appartenenti al­la futura formazione Coduri.
Il quantitativo di formaggio era stato destinato dal C.L.N. di Chiavari ad alcune formazioni del Levante e alla banda di Cichero ne erano toccate una trentina: il quantitativo era stato occultato in una grotta.
Ultimata l’operazione di recupero, gli uomini si misero in cammino. Dopo mezz’ora di marcia, per allontanarsi dal­la zona, il gruppo si fermò in una località boscosa, dove Bisagno decise di trattenersi fino all’imbrunire per ri­prendere il cammino.
La colazione di quel giorno consistette quasi esclusivamente di formaggio parmigiano, distribuito in porzioni abbonanti ed accettato con esultanza. I guai cominciarono quando si manifestò in tutti una insostenibile sete.
Il luogo non offriva altro che un esiguo rigagnolo, dove ciascun partigiano, usando le foglie come contenito­ri, raccoglieva poche gocce, mettendosi poi ordinatamente e pazientemente in fila ad attendere il turno successivo. Così trascorse la giornata.

La sera si riprese la marcia con questo ritmo: mez­zora di marcia, cinque minuti di riposo, in considera­zione del notevole peso che gravava sulle spalle di ciascuno: formaggio 30 Kg più armi e munizioni = circa 35-40 Kg. Ma tale disposizione fu presto infranta, quando si giunse in una località che offriva acqua in abbondanza: zaino e munizioni a terra e tutti a bere come forsennati. La difficoltà del cammino era costituita, oltre che dal peso, dalle dolorose trafitture provocate spigolo della forma, che batteva sulla schiena sempre nello stesso punto: tutti infatti giunsero a destinazione con il dorso più o meno gravemente piagato.
Il mattino il gruppo giunse in vista di Cichero: le donne di Cichero attesero sugli usci delle case l’arrivo dei partigiani, offrendo loro latte appena munto, per dissetarli e ristorarli. Alla popolazione venne distribuita una notevole quantità di formaggio.
Dopo il recupero viveri a Lavagna inizia un periodo di continui spostamenti, effettuati per evitare possibili puntate nemiche e per ingannare eventuali informatori fa­scisti: la necessità di tali spostamenti costituiva inol­tre un efficace esercizio, per migliorare nei singoli partigiani, provenienti in maggioranza dalla città, la cono­scenza della zona, consentendo   anche di sviluppare e di rafforzare i legami con la popolazione contadina della valli adiacenti alla zona di Cichero, soprattutto in di­rezione della Val d’Aveto.
Nella seconda metà di aprile i due gruppi, quello di Gino e quello di Giuseppe il Polacco, si spostarono a Costadarena, una località disabitata a circa mezzora da Favale di Malvaro.
Due giorni dopo l’arrivo alla nuova base giunse l’informazione che una spia cercava notizie sui partigiani. Trascorsero altri due giorni e la spia fu catturata e condotta in un casone isolato in attesa di giudi­zio. La spia fu trovata in possesso di una pistola e di una tessera che testimoniava la sua appartenenza ai gruppi di S.S. italiani. Durante tutta la notte venne interrogata da Bini, Lucio, Sam l’Inglese, alla presenza di Bisagno e di Jack di Borgonuovo (al quale appartiene questa testimonianza).
L’individuo confessò di essere salito in zona per localizzare la posizione dei ribelli e per segnalarla al gruppo di tedeschi e fascisti che in numero rilevan­te (circa 250) sarebbero saliti il mattino successivo.
Le colonne salirono infatti, ma non trovarono la guida, che, come si diceva in gergo partigiano, “era stata mandata in Piemonte”.
Fu la prima esecuzione avvenuta presso la banda di Cichero, e benché si trattasse di un reo confesso, tutti ne riportarono una profonda impressione, anche perché l’esecuzione avvenne in maniera alquanto drammatica e l’uomo ferito in varie parti del corpo, (le numerose fe­rite non sono state inferte per prolungare l’agonia, ma per l’evidente incapacità degli esecutori a colpire in maniera definitiva) fu finito mentre invocava una pietà che le circostanze non consentivano.
Ci fu un momento di perplessità negli uomini, che erano pronti a combattere, anzi impazienti, ma non si sentivano di fare i giustizieri, sebbene razionalmente comprendessero che la necessità di sopravvivenza imponeva di accettare anche episodi come questo, che naturalmente ripugnano alla coscienza del singolo. Si impone la necessità di spostarsi.

SPOSTAMENTO GENERALE DELLA BANDA IN VAL D’AVETO E COSTRUZIONE
DI BARACCHE SUL MONTE AIONA.

Da Costadarena si torna a Cichero ad Acero, una loca­lità oltre il Ramaceto verso la Val d’Aveto.
Durante la breve permanenza ad Acero giunse il messaggio positivo, come se dovesse esserci il lancio a Cichero.
Alle due di notte si parte, perché il lancio doveva avvenire alle 4 ed era necessario accendere i fuochi si segnalazione: corsa a Cichero ma niente lancio; e non fu l’unica attesa delusa.
La banda si stabilisce in una casa abbandonata.
La mattina successiva all’arrivo ad Acero, mentre un gruppetto di partigiani stava commentando con Bisagno ciò che era accaduto a Costadarena e la gravità della de­cisione, una staffetta del paese avverte che giù ad Acero un maresciallo maggiore della milizia repubblicana accompagnato da due carabinieri, andava cercando di casa in casa i renitenti. Bisagno manda Croce (cui appartiene questa testimonianza) con 5 uomini ad Acero con la conse­gna di non intervenire fino a che i tre non tentassero qualche cattura. Purtroppo, entrando in paese, prima di averli localizzati, Croce si imbatte nella pattuglia e non gli resta che intimare 1’Alt. I prigionieri vengono condotti al comando partigiano, Bisagno reagisce energicamente, mostrandosi alquanto contrariato dell’accaduto, che impo­ne la necessità di processare gli uomini catturati:
va di accettare anche episodi come questo, che naturalmente ripugnano alla coscienza del singolo. Si impone la necessità di spostarsi.

Bisagno si rifiuta di partecipare al sommario processo, che con i suoi ordini precisi egli intendeva appunto evitare, conscio delle conseguenze che tali esecuzioni provocavano: fughe, spostamenti, rappresaglie, oltre agli aspetti propriamente umani della cosa.
Ai due Carabinieri vennero tolte le scarpe e lasciati andare. Il maresciallo maggiore, il quale durante il processo mantenne un atteggiamento sprezzante e provocatorio, fu condannato alla fucilazione. Una staffetta informò Bisagno della decisione ed egli, pressato anche dalle insistenze degli uomini, in gran parte con­trari a queste soluzioni estreme, mandò a dire al Bini e agli altri di attendere il suo arrivo prima di procedere all’esecuzione: la sentenza era già stata eseguita.
La viva contrarietà suscitata negli uomini da ciò che era appena accaduto, 1’immediata necessità di uno spossamento, che fu preceduto da un pauroso temporale, il timore che la popolazione avesse a subire le conse­guenze di tale decisione, provocarono in molti un pro­fondo turbamento, un ondeggiamento nella volontà di proseguire.
Uno di essi, Dedo, per nascondere la tensione che gli avvenimenti avevano creato in lui, si rifugiò nel­l’oscurità della stalla situata al pianterreno della casa, buttandosi a corpo morto nel fieno e dando li­bero sfogo alla sua pena. Ripresosi, appena i suoi oc­chi cominciarono a scorgere i contorni delle cose, vide un’ombra appoggiata alla porta: era Bisagno: anche lui aveva cercato rifugio alla sua amarezza, al suo dolore per quanto era accaduto e che costituiva una violenza alla sua umanità, alla sua fede nell’amore per il prossimo. Fu proprio Bisagno con il suo momentaneo scoramento ad aiutare Dedo a comprendere che la guerra partigiana non era fatta solo di coraggio di fronte al nemico, ma anche di rinunce personali, di delusioni, di sofferenze morali, ma che nonostante tutto bisognava procedere senza incertezze.
Dopo l’esecuzione del maresciallo maggiore non bastò più spostare gli uomini da un casone all’altro, fu necessario cambiare temporaneamente zona, poiché la Val Fontanabuona stava diventando troppo pericolosa.
Bisagno invia Testa e Jack a cercare nuove possibilità di occultamento, indicando la zona del lago di Giacopiane, in Val d’Aveto. Lesta e Jack si recano a   Campori, una località sulla statale della Val d’Aveto, da Campori a Temossi, da Temossi al lago di Giacopiane, e qui, in prossimità del lago, trovano alcuni casoni, spogli di tutto all’interno.
Tornati ad Acero, la notte stessa, sotto una pioggia torrenziale, tutta la banda si mette in cammino con armi e masserizie, non escluso il calderone di rame, che ruzzolando lungo la scarpata insieme a Beppe che lo portava sulle spalle, provocò un fragore sinistro in quel silenzio quasi assoluto: Jack e Lesta davanti agli altri per guidarli lungo il cammino percorso durante il giorno.
Mentre gli uomini si sistemano provvisoriamente nei casoni fra Temossi e il lago di Giacopiane, Lesta e Jack riprendono il cammino in cerca di nuove sistemazioni, portandosi a Sopralacroce, non lontano dal monte Aiona, ai casoni del Cosso; riescono a convincere i proprietari, inizialmente alquanto diffidenti, a conce­dere l’uso dei casoni, nei quali i partigiani avrebbero trovato, quali materassi, foglie di castagno e di faggio: era già un lusso.
Tornate le staffette a Temossi, la banda fa traslo­co ai Casoni del Cosso.  All’epoca degli ultimi spostamenti di fine aprile, la banda contava circa una settantina di uomini.

A Sopralacroce inizialmente la popolazione si di­mostrò alquanto ostile. Entrati in rapporti di amicizia con alcuni del paese, i partigiani scoprirono che la scon­trosità della popolazione era provocata dal timore che il proprietario all’albergo di Sopralacroce, un certo Rossi di Genova, informatore di Spiotta, fucilato dai partigiani nel luglio 1944 (vedi n° 2 del “Partigiano di montagna” del 12 agosto 1944) potesse denunciarli. Spiotta sa­liva infatti ogni mese una volta a Favale di Malvaro, con molta prudenza, poiché sapeva la zona frequentata dai partigiani, e una volta a Sopralacroce.
Vi fu naturalmente un tentativo di catturarlo in oc­casione della visita mensile. Avvertiti di questa eventualità, Jack, Michele e Croce scesero sulla statale della Val d’Aveto e nella notte precedente la “passeggiata” dello squadrista chiavarese recisero quasi totalmente un al­bero che si innalzava sul ciglio della strada, in curva, lo legarono con robuste corde in modo da tenerlo ancora eretto.
Croce e Michele rimasero accanto all’albero, mentre Jack si portò in una posizione da cui poteva dominare la strada che sale a Borzonasca, con l’accorto che, all’arri­vo di Spiotta, Jack avrebbe sventolato un fazzoletto; in realtà fece un gesto con la mano, che fu interpretato dagli altri come il segnale di lasciar cadere l’albero ad ostruire completamente la strada; ma dietro la vettura di Spiotta apparvero numerose autoblindo tedesche e i tre si diedero a precipitosa fuga entro la macchia, inutilmente inseguiti lai fuoco nemico.
Durante il soggiorno a Sopralacroce, che si protrasse a tutta la prima quindicina di maggio, Bisagno condus­se con sé una squadra di quindici uomini, a costruire le baracche sul monte Aiona, avvertendo la necessità di sta­bilire dei punti strategici, in posizioni non facilmente accessibili, di creare dei punti di difesa e di occulta­mento, dominanti in pari tempo una vastissima zona circo­stante.
Proprio in quel periodo il comando militare aveva inviati in zona il figlio del colonnello Pompei (fucila­to a Berga per tragico errore degli uomini di Edoardo), Ugo Pompei, insieme ad un funzionario della Camera del Lavoro, un certo Mattei, ora defunto, per cercare i campi di lancio. Insieme a Bisagno i due effettuarono un giro di perlustrazione passando sull’Aiona e raggiungendo an­che la zona di Capanne di Carrega.

Il primo lancio organizzato dalla “Otto” e destina­to alle formazioni garibaldine della IV zona (questa era la denominazione che la delegazione Brigate Garibaldi aveva dato al territorio che si estendeva dalla Valle dell’Olba alla Valle dell’Aveto e comprendente perciò la vallata di Cichero) divenne IIIa zona in base alla suddivisione effettuata dal Comando Unificato Militare Ligure nel luglio del 1944 (secondo le disposizioni del Comando Generale del C.V.L. per l’Alta Italia) in vista della creazione di Comandi Zona alle cui dipendenze venissero inquadrati tutti i reparti operanti nel territorio di giurisdizione di ogni singolo comando (Lo schema subì successive modifiche e la IIIa Zona divenne VIa Zona nell’agosto 1944) (Vedere Gimelli Voi. II) fu ricevuto nel paese di Brignole, nell’alta Val d’Aveto, dal maresciallo dei carabinieri e dal Parroco del paese: il lancio avvenne tra il dicembre ‘43 e il gennaio ‘44. Le armi recuperate in quel lancio furono inviate a Genova per armare i gruppi di Gappisti, vivente ancora “Buranello”.
I primi lanci ricevuti dalla formazione Cichero avvennero nel luglio 1944. La scelta era caduta appunto sul monte Aiona, perché vi si estendeva un pianoro di notevoli dimensioni, utilizzabile in caso di lanci.
Bisagno scelse gli uomini tra i più fidati e vecchi di Cichero, i quali erano i soli a conoscere l’ubicazione del luogo; infatti le staffette che avevano il compito di portare i rifornimenti viveri, si incontravano con le pattuglie del “Forca” in una località a metà percorso, per evitare che, in caso di cattura, potessero rivelare l’esi­stenza del gruppo. Giunti infatti sul Forca i 15 uomini vennero divisi in tre squadre, a ciascuna delle quali fu affidato un compito specifico: tagliare gli alberi, pulir­li, asportare le zolle di terreno.
Le due baracche costruite in una insenatura di faggi, venivano erette a forma di capanna con i tronchi d’albero e il loro tetto veniva ricoperto di zolle erbose, per cui si confondevano quasi totalmente con la vegetazione circo­stante.
Oltre alle baracche destinate ad ospitare gli uomi­ni, vennero approntati, sempre sotto la guida “tecnica” di Bisagno, alcuni rifugi per materiale di lancio. Rifugi molto capaci e sicuri, costruiti, com’erano, in maniera da ingannare anche l’occhio più indagatore.
Lungo il pendio del monte vennero tagliate delle ca­vità ad angolo retto, da cui si asportavano le zolle erbo­se che venivano custodite al fresco, nella boscaglia, per evitare che si disseccassero. Quando le cavità furono ben ripulite, sul loro fondo vennero sistemate tre file di tronchi di faggio, disposti in scala e tutti con una biforcazione alla sommità, sulla quale poggiavano i tron­chi sistemati a reticolato, e su questi ultimi venivano poste le zolle erbose, asportate in precedenza, così da ricostruire il pendio del monte.
Entro la prima metà di maggio le baracche erano pronte e circa una ventina di uomini vennero condotti lassù ad occuparne una, ma prima del rastrellamento di fine agosto anche l’altra era al completo.
Il primo comandante del distaccamento Forca fu Bini, poi sostituito da Dedo, allorché Bini assunse la direzio­ne dell’ufficio stampa (luglio 1944).
Durante il periodo di attesa dei lanci, verso sera gli addetti lasciavano le baracche e si portavano sul pia­noro di atterraggio dei lanci che si estendeva sull’Aiona, in posizione più elevata rispetto alle baracche.
Sul pianoro c’era una tenda che serviva di ricovero a coloro che si avvicendavano nei turni di guardia in at­tesa del lancio.
Il segnale luminoso convenuto per il lancio era una ipsilon, per cui venivano preparate quattro cataste di legna con un recipiente pieno di benzina accanto, in modo che anche in caso di pioggia, non veniva meno la possibi­lità di accendere il fuoco.
Il messaggio di Radio Londra destinato al Forca era: “Bianco 212, è cessata la pioggia”. Questa frase si ripe­teva fino a che non era giunto il momento del lancio: la frase indicativa era “Bianco 212, il vento è spento” e significava che quella notte o nelle notti successive avrebbe potuto avvenire il lanciò. Naturalmente un servi­zio di staffette tra il Forca e Sopralacroce, metteva i partigiani in condizione di preparare in tempo i fuochi.
Il rifornimento viveri era organizzato da Jack a Sopralacroce e verso sera le pattuglie scendevano a ri­tirare le provviste, sempre piuttosto scarse, che veniva­no integrate con la raccolta di fragole, lamponi e mirtilli; la raccolta di fragole consentiva ai partigiani di fare scambi con la popolazione, attraverso il parroco di Temossi, Don Gigetto, che si incaricava di distribuirle, ricevendo per contro zucchero, pasta, un po’ di verdura.
Al distaccamento Forca non era assegnato uno specifi­co compito militare; la naturale posizione di difesa, poi, non imponeva una costante vigilanza, per cui, dopo i pri­mi entusiasmi per la vita bucolica e contemplativa, cominciava ad insinuarsi il desiderio di una più intensa at­tività di movimento, l’impazienza di combattere.

Utilizzando degli stracci, i partigiani avevano da­to forma ad un pallone, che serviva loro per ingaggiare furibonde partite di calcio, che rompevano temporaneamente la monotonia e l’immobilità.
Durante la permanenza a Sopralacroce, Lucio e Bini, ebbero un incontro con i primi elementi del gruppo, da cui ebbe origine la formazione di Virgola (verificare e sviluppare). In quel periodo Aurelio Ferrando (Scrivia) sollecitato da Bisagno, salì ai monti, raggiungendo da Nervi la zona di Cichero e di cui il gruppo del Forca, presso il quale si trovava Bisagno.
Appena giunto sull’Aiona, Bisagno lo presentò agli uomini come il suo più caro amico, le cui doti e capaci­tà, così affermava Bisagno, erano senz’altro superiori alle sue; il discorso fu accolto da sghignazzate e proteste, che fecero intendere a Scrivia, novellino e con l’aria un po’ troppo cittadina per quei tipi barbuti che lo guardavano con una certa ironia, che essi consideravano Bisagno un capo insostituibile.
Verso la metà di maggio c’è un ritorno di tutta la formazione a Cichero, dove si attende il lancio, prean­nunciato dal Comando Militare di Genova (vedi Gimelli Vol. II).
Sul Forca rimase una squadra di 4 o 5 uomini a guardia del materiale custodito nelle baracche.  il messaggio di radio Londra per Cichero era: “La mia barba è bionda” cui doveva seguire: “l’erba cresce d’estate”. Anziché il lancio, vanamente atteso, vi fu il giorno 20 maggio una ricognizione sul monte Ramaceto da parte di un aereo germanico che effettuò un lancio di volantini, con i quali si invitavano i ribelli ad ottemperare al bando Graziani, minacciando gravi sanzioni ai renitenti.

DIVISIONE DELLE FORZE E DECENTRAMENTO

L’imminente scadenza del bando (25/5/’44) aveva spinto in montagna nuovi gruppi di giovani, tanto che la presenza massiccia di uomini in quella zona, e con il sentore del rastrellamento, che non avrebbe mancato di sopraggiungere allo scadere del bando stesso, indus­se il Comando a suddividere gli uomini in tre distacca­menti che vennero dislocati in tre località diverse, a circa 12   ore di cammino l’una dall’altra.
Il primo distaccamento, da cui ebbe origine la brigata Jori, fu affidato come comando militare a Croce (Stefano Malatesta), come commissariato a Moro (Pascolini Otello) e fu avviato in Val Trebbia.
Croce con i suoi uomini si accampò in alcuni fie­nili sotto 1 ‘Antola e vi rimase circa 15 giorni; dal­l’Antola si spostò poi sul Monte Carmo.
Poiché, dopo lo spostamento del gruppo di Bogli verso Cichero, la Val Trebbia era rimasta completamente abbandonata dalle forze partigiane, a Croce e al suo distaccamento venne affidato il compito di studiare la si­tuazione in questo settore, di valutare la consistenza di eventuali bande e gruppi illegali che vi operavano, e di segnalare la possibilità di azione e di disturbo sul­la statale 45, nonché di localizzare punti base per la dislocazione di nuovi distaccamenti, in vista di uno spostamento gravitazionale delle forze e dei comandi par­tigiani dalla Val Fontanabuona alla Val Trebbia.
Il secondo distaccamento ebbe come comandante Gino (Michele Campanella) e come commissario Bini (Giovanni Serbandini) dislocato nella zona di Cichero. Il distaccamento di Gino continuò a funzionare come punto di raccolta e di smistamento degli uomini, che salivano sempre più nume­rosi ai monti, e con incarichi di controllo e vigilanza sulla statale della Val d’Aveto, specialmente nel tratto com­preso tra Borzonasca e il passo della Forcella.
Il terzo distaccamento venne affidato a Scrivia (Au­relio Ferrando) con commissario Nino presto sostitui­to da Carlo (G.B. Lazagna) e inviato nella zona di Pannesi.
La nomina di Scrivia a comandante del IIIo distacca­mento costituì un gesto di autoritarismo da parte di Bisagno, in contrasto con le tradizioni di democratica scelta dei capi tipica della banda di Cichero. Di fronte ai dis­corsi e alle rimostranze degli uomini, specialmente vecchi, mal tolleranti a un nuovo arrivato, di cui non conosceva­no né qualità di uomo né di comandante, venisse affidato un compito di così grave responsabilità, sostenne: “Ne rispondo io”, e fu tutto.
Il distaccamento di Pannesi costituiva una punta avanzata in una posizione particolarmente critica, cui tocca­va di fronteggiare e contenere le puntate provenienti dalla città. Dopo la suddivisione dei distaccamenti, Bisagno si portò nella zona di Pannesi, dove rimase presso Scrivia, per aiutarlo e istruirlo sul modo di organizzare la vita di un distaccamento: gli approvvigionamenti, le difese; gli attacchi e la maniera di sganciarsi. E si trovava, presso Scrivia, quando: il rastrellamento del 27 maggio investì le posizioni di Pannesi e di Cichero, fornendo a Scrivia la dimostrazione pratica dei recenti insegnamenti.

“Le basi dei tre distaccamenti erano molto lontane le une dalle altre. Circa dodici ore di marcia separavano il se­condo distaccamento dal terzo; circa otto ore il terzo dal primo; circa dieci ore il primo dal secondo.
Avevamo perciò una grande autonomia gli uni dagli altri e ci limitavamo a mandare una volta alla settimana una staf­fetta a Cichero con un rapporto di quanto accadeva, cui Lucio, Bisagno, e Marzo rispondevano con delle direttive generali”.
“La posizione del terzo distaccamento era abbastanza pericolosa; ci trovavamo sul costone nord del Monte Becco, da dove in circa quaranta minuti si poteva scendere a Ge-Nervi, in un’ora a Ge-Prato e in un’ora e mez­za a Uscio, sopra Recco. Era quindi una posizione molto avanzata, ottima per effettuare colpi di mano, ma vicinis­simo al nemico: a soli trenta minuti di strada verso Ge-Nervi, vi era una batteria costiera di tedeschi e italiani”. (Da “Ponte Rotto”, pag. 75).

NOTE

[1] Testimonianza diretta del partigiano Vinicio Rastrelli (Dedo), nato a Genova nel 1924, prese parte alla lotta di Liberazione poco dopo l’armistizio dell’8 sett. Fu comandante del distaccamento Forca.

[2] Michele (anche Lino) Andrea Gava: tra i primi partigiani della Cichero, poi CSM della Divisione “Pinan Cichero”.

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6. Osservazioni di Vero Mitta e Denis Marchelli relative al testo della sig.ra Annamaria Manaratti “Fase di transizione tra il periodo iniziale di incubazione e quello successivo di concreta organizzazione. (Marzo 1944 – Maggio 1944)”.

Non conosco, come tu non conosci, la prima parte della tesi ma, con tutta tranquillità, si può rilevare che è un errore di fondo partire dai primi di marzo.
Non si può comprendere, a mio avviso, tale periodo saltando quello che va dall’8 settembre 1943 (anche se vogliamo porci un limite), al marzo, quando avvenne la fusione o, come dice la Manaratti, l’immissione, dopo un po’ di purgatorio, dei ribelli di Bogli nella banda di Cichero.
Nessuno può storicamente non riconoscere al PCI di avere preso l’iniziativa, ai primi segni di dissoluzione dell’esercito (8 – 12 settembre) di occultare le armi abbandonate dai militari. Il caos provocato nel Paese dal proclama di Badoglio, l’inettitudine degli alti Comandi, trovò relativamente impreparata l’organizzazione del PCI.
Non dimentichiamo che proprio in quei giorni molti preziosi dirigenti del PCI si trovavano ancora in carcere o al confino.
A Genova, nei quartieri operai in particolare, il primo compito fu di occultare le armi (ma perché occultarle se non adoperarle?), mettere in salvo dall’invio in Germania i soldati abbandonati a sé stessi, recuperare tutto quanto veniva trovato nelle caserme.
Peccato, veramente, che Antolini Franco, lo stesso Agostini Adriano, non abbiano lasciato scritti su quel periodo e su quello immediatamente successivo. Questa lacuna potrebbe essere colmata da Bugliani Athos (Lucio), da Bianchini Severino (Dente), da Montan Francesco (Rino), da Diodati Wladimiro (Paolo) [1]
Certo è che verso la fine di settembre esisteva già l’indirizzo di portarsi sui monti, raccogliere i soldati sbandati, creare le basi e dare vita alle prime bande.
Mitta Vero (Vero) che aveva avuto la fortuna di fare parte del PCI a Cornigliano, prima dell’invio a militare, viene indirizzato, con Leali Aldo [2] e Picollo Aldo [3], sul monte Antola, al rifugio dei Musante [4].
Per responsabile della zona dell’Antola era stato scelto Villa Arturo, un antifascista di Cornigliano. Le zone erano state suddivise per numeri avendo per confini i fiumi e i torrenti.
La zona dell’Antola era limitata a ponente dallo Scrivia e a levante dal Trebbia ed era chiamata IV Zona. La Manaratti cita la III Zona (quella che andava dallo Scrivia all’Olba e ciò conferma che esisteva una suddivisione in zone.
I responsabili delle varie zone avevano come nome di battaglia i mesi dell’anno, iniziando da gennaio. Questo spiega perché Canepa G.B. venne chiamato Marzo.
Anche l’invio del Villa Arturo (Aprile) e del Mitta, nella zona dell’Antola era dovuto al fatto che, essendo gli stessi da anni amanti della montagna, conoscevano i posti e avevano buoni rapporti con i Musante dell’Antola.
Era opportuno insistere su questo per fare rilevare che, sia pure con limiti evidenti, il PCI aveva autonomamente preso delle misure organizzative per gettare le basi della formazione dei primi nuclei di resistenza ai nazifascisti.
È, altresì, certo che fu la classe operaia ad avviare, almeno per le zone attorno a Genova, il processo di formazione delle bande.
Il rilievo della Manaratti sulla “presenza massiccia di uomini in altre zone, particolarmente poi nella III zona”, è giusto.
L’avere compiuto la scelta di sviluppare e potenziare la III Zona si dimostrò, nella Pasqua del 1944, un grave errore. A posteriori, giova ricordare, è molto facile formulare rilievi critici, soprattutto se si tiene conto dell’inesperienza esistente, della non conoscenza globale delle zone e delle loro caratteristiche naturali, della mancanza di quadri militari che sapessero, per cognizione diretta o teorica, cosa era la guerriglia.

Tutto questo portò a sopravalutare la III Zona.
Forse perché più facilmente e rapidamente accessibile dalla città, o forse, anche, i responsabili di quella zona (Mandoli) avevano più personalità e, quindi, riuscivano a porsi al centro dell’attenzione dei dirigenti genovesi del PCI.
Certo fu un errore non dare la preferenza, nella scala delle precedenze, a zone come quella dell’Antola, che consentiva lo sviluppo di più bande per la vastità del territorio, la scarsità di strade di penetrazione, maggiori possibilità di occultamento, sia nella buona che nella cattiva stagione, nel mezzo di due fra le più importanti strade di comunicazione verso la Valle del Po: l’autostrada Genova Serravalle Scrivia e la statale 45 Genova–Piacenza.
Le stesse considerazioni valgono per la zona di Cichero che andava dal Trebbia a Chiavari.
Non si può essere d’accordo con la Manaratti quando scrive che la banda di Bogli avesse abbandonato “una zona troppo isolata e che trovava scarse possibilità di azione a causa della stagione poco favorevole”.
Per quanto soprascritto la zona dell’Antola era ottima.
La banda aveva avuto un favorevole inizio. Buoni erano i collegamenti con il fondo valle e Genova.
A Nenno, per chi arrivava con il trenino di Casella, un punto di appoggio era dalla Severa [5]. Vitto, alloggio, deposito di materiale, punto di sosta per chi andava verso l’Antola: tutto questo dalla Severa era garantito.
A Torriglia, da Gino (Garbarino, l’ex Sindaco) [6] e dai compagni del luogo (Bambalin [7], ecc.) era la stessa cosa per chi arrivava con la corriera Genova–Piacenza.
A Bavastrelli, dai Musante o da Momo i primi resistenti erano i benvenuti.

La banda era stata inquadrata nei reparti garibaldini. Il nome scelto dai partigiani, riuniti in assemblea, fu quello di Scintilla.
Aveva una sua canzone: “e la Scintilla è forte… ecc. ecc.” arrangiata da Wladimiro Diodati (Paolo).
Buone basi erano state approntate al casone di Bogli [8], ai casoni di Berga, sotto l’Antola, lungo il sentiero che porta a Bavastrelli, un “secaigiu” (capanno in muratura usato per seccare le castagne), al quale venne posto il nome di “E 42”.
Il distaccamento poteva, quindi, spostarsi con facilità e rapidamente da un paese all’altro, da una base posta in provincia di Pavia (Bogli) [9] a quelle in provincia di Genova.
Il collegamento con la città era continuo: munizioni (per la verità poche), viveri, vestiario, giungevano con un discreto ritmo.
Mancavano, quasi sempre, i soldi malgrado le collette fatte dagli operai in città.

Presso il distaccamento trovarono rifugio i compagni ricercati dai fascisti e tra questi Montan Francesco (Rino), Bozzano Giuseppe (Pippo), Diodati Wladimiro (Paolo), Torre G.B. (Baciccia).
L’armamento era discreto: un fucile mitragliatore Saint Etienne, moschetti, qualche pistola, un po’ di esplosivo e poche munizioni. (Due mitra Berretta con pochi colpi) [10].
Che i partigiani del distaccamento Scintilla non stessero fermi ed inoperosi è dimostrato da alcune azioni anche se non proprio guerresche.
Il recupero delle armi scatenò l’ira del Macchiavelli (Stella) nei confronti dei garibaldini tacciati come comunisti. Le armi erano state nascoste vicino a Santa Maria del Porto dai soldati di stanza a Torriglia all’8 settembre.
 Il Macchiavelli (Stella) lo sapeva e… in attesa di tempi migliori, le lasciava marcire sotto terra. Anche Gino di Torriglia lo sapeva. Una notte tutto il distaccamento si portò da Bogli a Santa Maria del Porto. Gino di Torriglia con qualche altro erano ad attenderlo.
 Scavarono, trovarono le armi e le cassette di munizioni e, carichi come muli, presero la via del ritorno.

Chi conosce le mulattiere che conducono da Santa Maria del Porto a Bogli, può immaginare la fatica che costò quel trasporto, tanto più che, allora, i trasferimenti avvenivano sempre di notte, per ovvi motivi di sicurezza.
Il rientro a Bogli doveva, quindi, avvenire prima dell’alba. La marcia fu lunga; la neve non riusciva a calmare la sete. Micaio, il russo, originario di Voronez, abituato alle sconfinate pianure del suo paese, imprecava: “Sempre salire e scendere”.
A gruppetti di due o tre, con intervalli che variavano dai dieci minuti alla mezz’ora e all’ora, tutto il distaccamento fece ritorno al casone di Bogli.
 Il Macchiavelli Giuseppe (Stella) protestò a Genova (vedi lettera inviata al Comando Unificato per la Liguria, al C.L.N. e all’esecutivo del P.S.I.U.P. datata 29/7/1944 che conferma quanto scritto) sostenendo che i comunisti gli avevano sottratto le armi. Era la prima delle molte lamentele in fatto di armi.
Naturalmente il Macchiavelli, che sapeva dell’esistenza (come ormai lo sapevano tutti nei paesi della Val Trebbia) di una banda di ribelli, poteva unirsi a quei quattro gatti che cercavano, fra mille difficoltà, non ultima proprio quella delle armi, di dare inizio alla resistenza ai nazifascisti.
Al casone di Bogli l’unico che sapeva montare e smontare il fucile mitragliatore era Bossi Ernesto (Ernesto o Maggi). Con religiosa attenzione fu, dai ribelli, seguito il rito del montaggio della prima mitraglia e, grande, fu l’entusiasmo quando rimbombarono nella Val Boreca le prime raffiche.

Sui monti di Val Trebbia i ribelli annunciavano la loro presenza. Seguì un po’ di addestramento militare, assimilato con attenzione da tutti.
Al distaccamento si erano uniti, prima del recupero delle armi, un giovane proveniente da Garbagna, che venne battezzato con il nome del suo paese, e un russo che disse di chiamarsi Micaio.
Così il distaccamento cresceva e della sua esistenza erano ormai a conoscenza un po’ tutti gli abitanti dalla Val Borbera alla Val Trebbia, dalla Val Brevenna alla Val Boreca. A Ottone, ad esempio, si diceva che i ribelli avessero anche dei cannoni.
Ma l’eco delle raffiche sparate a Bogli giunse anche ai fascisti.
Il distaccamento Scintilla ebbe il battesimo del fuoco nei giorni attorno al 10 dicembre 1943.
Una compagnia di fascisti salì da Ottone, Valsigiara, Zerba, Artana attaccando il casone di Bogli. I partigiani, avvertiti dai contadini di Artana del pericolo incombente, si appostarono sopra il casone e qui avvenne il primo scontro a fuoco. Il distaccamento non era al completo perché un gruppo si era recato a Nenno a prelevare, dalla Severa, materiale giunto da Genova.
Dopo una breve sparatoria i partigiani si ritirarono nei boschi soprastanti. I fascisti si portarono a Bogli attestandosi sulla piazzetta del paese. Informati dai contadini sulla situazione, due partigiani (Denis e Genio) vennero inviati in paese con il compito di gettare bombe a mano contro il nemico. Senonché i fascisti si erano frammisti ai contadini ed allora i due partigiani decisero di sparare con pistola e moschetto a quello che ritenevano fosse un ufficiale.
Il fascista, cadendo a terra, sparò una raffica di mitra senza conseguenze per i partigiani.
Il distaccamento si sganciò e, con una marcia forzata nella neve si trasferì sull’Antola, al rifugio Musante [11].

In risposta all’attacco di Bogli, venne decisa l’eliminazione del commissario prefettizio di Ottone, ritenuto responsabile dell’accaduto.
Marchelli Denis (Denis) e Bossi Ernesto (Ernesto e successivamente Maggi) vennero incaricati dell’azione.
La sera del 24 dicembre 1943 si portarono a Ottone, bussarono alla porta animati da fieri propositi.
Senonché ad aprire si presentarono il commissario prefettizio con un bimbo piccolo in braccio, attorniato da una nidiata di figli, uno dei quali vestito da prete. Di fronte a quel gruppo di fanciulli, che guardavano con fare interrogativo, venne meno l’odio per il fascista ed i partigiani si limitarono a chiedere cosa convenisse fare ad un renitente alla leva, qual era Denis. Candidamente il commissario consigliò di presentarsi alle Autorità della Repubblica Sociale.
Incavolati per il fallimento della missione, i due partigiani presero la via di Gorreto. Qui giunti, si fermarono alla trattoria per mangiare. Dopo poco tempo entrò nel locale un ufficiale tedesco con due ragazze.
Adocchiata la preziosa preda, Denis ed Ernesto si misero rapidamente d’accordo per prelevarlo oppure ucciderlo, secondo le circostanze avrebbero consentito. L’oste, al quale non era sfuggito il conciliabolo tra i due, chiamò l’Ernesto, che era il più anziano, nel retrobottega e lo scongiurò di non provocare guai e rappresaglie e gli offrì in cambio mezza mucca.
Usciti, si appostarono dietro gli alberi, ma l’oste inviò in avanscoperta un cliente per controllare i dintorni.
Dopo tre quarti d’ora circa, l’ufficiale tedesco uscì con sottobraccio le due ragazze, attorniato da tutti i clienti che si trovavano nell’osteria.
Anche questa volta l’azione andò a vuoto per non provocare vittime innocenti.

Mentre Ernesto e Denis rientravano, Vero partì dall’E42 e attraverso il Brugneto, Montebruno e Barbagelata si portò a Cichero per prendere contatto con Marzo. Al casone trovò Severino [12], Marzo e qualche altro. Bisagno non c’era. Le possibilità di azione erano diventate molte a partire dal novembre 1943.
Il fatto è che il distaccamento era male guidato come comando. Il comandante, Edoardo (Edoardo Colombani di Pegli), un ex confinato politico, non aveva nessuna capacità di comando. Basti dire che non sapeva leggere una cartina topografica, e male si orientava sui monti alla ricerca dei sentieri.
Il commissario Moro (Pascolini Otello) era bravo e buono, sempre di esempio a tutti, capace di intrattenere, alla sera, i ribelli in lunghe discussioni (sovrastato però dall’Edoardo in possesso di una buona dialettica) sull’antifascismo, ma non riusciva a vedere e di fatto avallava la pochezza di Edoardo come militare.
Infatti le azioni o le non azioni progettate e condotte dall’Edoardo poco mancò non si risolvessero in disastro.
Una fu quando tedeschi della Flak (Antiaerea) vennero sotto la cima del Caval… [13] per fare esplodere delle bombe perdute da un aereo inglese che, a causa di una tempesta di neve, aveva urtato contro la cima del monte.
Grande discussione ci fa quella volta perché Edoardo sosteneva la tesi di rimanere rintanati nel casone a controllare i tedeschi che passavano 4/5 metri sul soprastante sentiero. Ernesto e Vero sostenevano, invece, che non volevano fare la fine dei topi e proponevano di nascondersi, a controllare la situazione, nella boscaglia al di sopra del sentiero che i tedeschi avrebbero percorso.
Edoardo non riuscì a convincere i partigiani, ma questi tirarono un sospiro di sollievo quando i tedeschi sfilarono in fila indiana davanti al casone, senza sospettare, e soprattutto grazie al fatto di non avere avuto spiate, che una decina di fucili e un mitragliatore erano puntati contro di loro.
Da questo episodio nacque un dissenso che, acuitosi per la mancanza di fiducia in Edoardo ritenuto da loro un pazzo, provocò l’abbandono, nel febbraio 1944, del distaccamento e il rientro a Genova dell’Ernesto e del Vero. Moro si schierò con Edoardo e, quest’ultimo dette ordine di inseguire e fucilare Vero e Ernesto. Cosa che non avvenne. (Vedi in testimonianza 2) [14].

L’altra, invece, doveva portare al recupero di armi e alla eliminazione dei presidi dei carabinieri assorbiti nella G.N.R.
Per mandare ad effetto il suo disegno l’Edoardo mandava una lettera ai carabinieri preannunciando l’arrivo dei patrioti e sollecitando la resa e la consegna delle armi. A Garbagna, salvo errori, la risposta venne da una gragnuola di bombe a mano lanciate da finestre ben munite di sacchetti di sabbia, seguite da fucilate. Tutto questo grazie all’Edoardo. Se non ci furono morti e feriti gravi ciò fu dovuto al fatto che le bombe a mano erano “Balilla”. Anche quest’azione avvenne nel febbraio 1944 [15].
Altro episodio da riferire per dimostrare che, malgrado tutto, la banda di Bogli e dell’Antola esisteva, è quello che avvenne verso la fine di gennaio. Si presentò Bisagno a Berga e si convenne di fare una marcia di addestramento. Il distaccamento, di notte, armato di tutto punto, con coperte e vestiario, partì dal casone di Berga e, attraverso le Capanne di Carrega si portò nei casoni posti al di sopra di Barchi. Bisagno, Moro e Edoardo precedevano il distaccamento per predisporre le basi per riposare durante il giorno. Superato il Trebbia, nei pressi di Gorreto, il distaccamento fece sosta a Garbarino prima e ai Casoni di Fontanigorda dopo. Quindi con una marcia, sempre notturna, che lo condusse da quest’ultima località a guadare il Trebbia vicino a Montebruno e, attraverso la valle del Brugneto e l’Antola, fece ritorno a Berga. Bisagno lasciò il distaccamento che rimase ancora nelle inesperte mani di Edoardo.
Ai primi di marzo una persona si presenta a Berga qualificandosi come inviato dal Comando Volontari della Libertà.
Disse di chiamarsi Pompei. Edoardo, sospettando fosse una spia, lo interrogò a lungo e lo fece fucilare.
Ne nacque un caso perché Pompei era veramente un colonnello del C.V.L.. Bisagno ne venne al corrente qualche giorno dopo l’esecuzione e la notizia dell’accaduto venne trasmessa al Comando regionale del C.V.L. [16].

Sempre verso la fine di febbraio – primi di marzo un reparto di SS, 35/40 uomini, tutti tedeschi, proveniente da Genova, salì da Gorreto a Fontanarossa alla ricerca dei ribelli. Non trovandoli, rastrellarono il paese uccidendo un contadino trovato in possesso di un fucile da caccia.
Il distaccamento si trovava in quel momento, a Barchi. Informati della presenza dei tedeschi a Fontanarossa i partigiani accorsero. Da Barchi a Bertassi e da qui sotto ai pianori di Fontanarossa ad intercettare il rientro a Gorreto dei tedeschi. Grande fu la rabbia dei partigiani quando videro che gli SS avevano avuto l’accortezza di prelevare ostaggi a Fontanarossa e, alternandoli tra le proprie file, di fatto impedivano di sparare.
In appoggio agli scioperi del marzo ’44 a Genova, una squadra del distaccamento Scintilla si portò da Berga alle alture del Righi a fare saltare i tralicci dell’alta tensione, ritornando poi in zona.

Durante la primavera, in zona, frequenti visite ai parroci vennero effettuate e continua fu la ricerca di giovani o soldati sbandati.
Marchelli Denis (Denis) afferma che Michele (Gava Michele) [17] e Dedo (Rastrelli Vinicio) [18], anche se è possibile che siano transitati per Berga, arrivarono a Cichero verso la fine di marzo – primi di aprile [19] e cioè quando il distaccamento Scintilla si era già trasferito a Cichero.
Va precisato infine che la causa, o le cause, per essere più precisi, del trasferimento a Cichero vanno ricercate nell’incapacità dimostrata da Edoardo e dalla decisione di rinforzare quella banda che contava al massimo in una diecina di elementi. L’arrivo a Cichero va localizzato verso la fine di marzo (Marchelli Denis) [20].
La cattura dell’oste di Berga (Ambrogio) avvenne dopo il trasferimento a Cichero. A Berga era rimasto il solo “Garbagna” per curarsi dei reumatismi. Sia l’oste (Ambrogio) sia il “Garbagna” vennero catturati da un gruppo fascista ed in seguito deportati in Germania.
Dedo e Michele raccontano cose inesatte perché non citano almeno Denis, Franco di Voltri, Micaio e Moro appartenenti al distaccamento Scintilla.

Si dice che del senno di poi sono pieni i fossi ma con tutta probabilità se Bisagno fosse stato inviato a Bogli e messo al comando di quel gruppo la storia si sarebbe invertita: si parlerebbe molto più di Bogli e dell’Antola che di Cichero [21].

NOTE

[1] Franco Antolini (1907-1959), Adriano Agostini (1911-1976), Athos Bugliani (1903-1987) e Severino Bianchini (1902-1991). Montan (n.1908) e Diodati (n.1915) sono deceduti dopo Bugliani: la stesura di questo manoscritto si può perciò collocare tra il 1976 e il 1987 e più precisamente, come sostiene Denis nella sua intervista, verso il 1979/1980.

[2] Aldo Leali (1919-2017), gappista a Cornigliano, fu aggregato alla missione italo-americana Merìden e chiuse la propria esperienza partigiana come vice-commissario politico del distaccamento Fanny della brigata Oreste; quando Diodati salì al rifugio Musante con un pacco di indumenti da montagna che aveva ricevuto da Antolini, nell’ottobre del 1943, vi trovò proprio Aldo Leali: “Salgo sull’Antola, c’è un rifugio montano… Lì dentro avevo trovato anche un anarchico: era uno di quelli che vivevano idealmente la resistenza, ancora prima che nascesse. Doveva diventare uno che faceva i collegamenti telefonici, radio; sembrava una cosa avveniristica” (Ailsrec, fondo “Memoria orale”, b.3, f.12, intervista a Vladimiro Diodati, rilasciata a Fabrizio Bazurro il 12 aprile 1995).

[3] Aldo Picollo (1919-2004), come Aldo Leali, scese ben presto in città e collaborò coi gappisti, quindi tornò in montagna, in Valbrevenna, nel settembre 1944, con il distaccamento Maffei della brigata Jori e poi con il distaccamento Fanny.

[4] I fratelli Musante, contadini di Bavastrelli, gestivano il rifugio del Monte Antola: in particolare, in tempo di guerra se ne occupavano Alfredo (n.1896) e Albina (n.1905).

[5] Severa Queirolo (1888-1973), contadina.

[6] Alessandro “Gino” Garbarino detto Caccanin (1907-1996), comunista, sindaco di Torriglia dal 1945 al 1970 (notizie in parte ricevute da Pierangelo Celpa).

[7] Eugenio Garbarino (1885-1966), fabbro, comunista.

[8] Vladimiro Diodati nell’intervista del 1995 accennava, fra l’altro, anche alla nascita del distaccamento Scintilla: “In una riunione fatta a Genova con Giancarlo Pajetta, Bugliani, ed altri viene stabilito che qui (a Torriglia; nda) deve nascere la resistenza (…) e che io avrei dovuto andare in una zona a fare il commissario politico (…). Allora io salgo per scelta all’Antola, vi salgo con un collegamento con uno studente ebreo che stava alla Scoffera, il quale mi mette in contatto con Gino, a Torriglia, col quale abbiamo poi fatto parecchie cose insieme (…). Io arrivo da questo Gino, a Torriglia e uno che ho trovato qui mi portò sul Prela e da qui all’Antola, dove trovai questa situazione qui, io stavo lì, era un rifugio, non si sapeva come comportarsi; senonché dovetti trovare una sistemazione da qualche parte e si andò a finire a Bogli, dove un calzolaio aveva un casone, un po’ fuori del paese, dove aveva accatastato sette otto quintali di mele per le bestie. Ci dà questo casone e le mele che c’erano, meno male insomma e lì si rimase; però io avevo bisogno di portare su qualche arma, lì cominciammo ad essere due e poi tre”. Per un certo periodo, Diodati “corteggiò” a lungo quattro ex militari inglesi, che però non si aggregarono alla banda, scoraggiati dall’incertezza della situazione: “Mi dissero: “Poi torniamo”. Non li vidi più. Loro credevano di trovare i carri armati, all’inglese, noi eravamo lì con quelle pistole…” (Ailsrec, fondo “Memoria orale”, b.3, f.12, intervista a Vladimiro Diodati, rilasciata a Fabrizio Bazurro il 12 aprile 1995).

[9] In realtà Bogli era (ed è) una frazione del Comune di Ottone, che si trovava in provincia di Piacenza sin dal 1923.

[10] Denis, che sale in Antola con Diodati il 28 ottobre 1943, nell’intervista del 1994 offre una sua ricostruzione di quei primi momenti: “Dopo un po’ Paolo viene giù, e si forma un distaccamento, che poi si chiamava distaccamento, ma non ha mai raggiunto più di 17-19 uomini”; il distaccamento aveva, per un verso, il compito di fare propaganda nei paesi, di spiegare ai contadini “il perché c’era la guerriglia, perché ci dovevano essere i partigiani”, e, per un altro verso “era quasi un rifugio per alcuni che erano ricercati”, come Baciccia Torre; “venivano mandati su dal CLN e dal partito comunista (…) molti venivano e poi andavano via quando da Genova li chiamavano. Il nucleo che rimase fu praticamente di 5-6 persone, gli altri venivano, andavano” (Ailsrec, fondo “Memoria orale”, b.3, f.20, intervista a Dionigio Marchelli, rilasciata a Fabrizio Bazurro il 15 novembre 1994).

[11] Sulla sparatoria di Bogli esiste anche la testimonianza dello stesso Denis: “Avemmo il battesimo del fuoco a Bogli, dove una squadra di fascisti – infatti c’è anche un rapporto della questura di Tortona – venne su per attaccarci, ci difendemmo, ebbero un ferito loro (…). C’è un breve articoletto, recentemente me ne han mandato una copia, in un vecchio giornale, credo che fosse “Il combattente” del Piemonte, dove si parlava di questo attacco a Bogli (…) è stato il primo combattimento che abbiamo avuto, che ci hanno attaccato, dove abbiamo ferito il caposquadra – io credevo che fosse un ufficiale, perché sono uno dei due che gli ha sparato contro –. Loro dicono che erano otto, a me sembravano più tanti, perché probabilmente avevano anche dei contadini nel mezzo come guide. Eravamo otto anche noi, perché pur essendo una dozzina, una parte era andata a Nenno a prelevare viveri e soldi che mandavano su dal C.L.N. di Genova, i viveri ce li mandavano le mense dell’Ansaldo” (Ailsrec, fondo “Memoria orale”, b.3, f.20, intervista a Dionigio Marchelli, rilasciata a Fabrizio Bazurro il 15 novembre 1994). Davide Fossa, prefetto di Piacenza, il 14 febbraio 1944 scriveva ai suoi colleghi di Alessandria, Genova, Parma e Pavia (e, per conoscenza, al locale comando germanico e al comando legione della guardia nazionale repubblicana) in merito all’attività dei ribelli: “Si è avuta notizia della esistenza ai margini del territorio di questa provincia di alcuni nuclei di ribelli armati che sarebbero in rapporto di dipendenza da più forti contigenti esistenti nelle provincie limitrofe. In particolare viene segnalato che a Bogli, Artana, Bertone e Suzzi (comune di Ottone) si troverebbero alcuni nuclei, armati di fucili o moschetti, che funzionano da reparti avanzati a protezione del grosso, che si troverebbe nella zona montana di Carrega (Alessandria), in possesso di armi automatiche e di qualche cannoncino” (ASG, fondo RSI, busta 22). In realtà, nella zona di Carrega Ligure, nel febbraio 1944 non c’era alcun gruppo partigiano, tantomeno “grosso” e così ben armato.

[12] Raimondo Saverino (n.1923), siciliano, militare in fanteria, ferito in Grecia nel giugno 1943 e sorpreso dall’8 settembre a Genova; rifugiatosi presso una famiglia contadina nella zona di Favale di Malvaro, si aggregò ai partigiani di Cichéro; fu catturato e fucilato a Borzonasca il 21 maggio 1944.

[13] Parola illeggibile: forse Cavalmurone? Nella notte fra il 24 e il 25 novembre 1943 settanta bombardieri inglesi decollati dal Nord Africa incapparono in una bufera di neve: solo una decina di essi raggiunse l’obiettivo (la Fiat di Torino), mentre tutti gli altri dovettero rinunciare. Diciassette aerei non fecero mai ritorno alla base. Uno si schiantò sui monti di Propata, nei pressi del monte delle Tre Croci; un altro dalle parti di Artana e uno presso Bogli (o forse due). Fonte essenziale in materia è il Gruppo Ricercatori Aerei Caduti di Piacenza, che pubblica i risultati delle proprie ricerche sul sito www.gracpiacenza.com. Nino Cagnoni, parroco di Propata nel 1943, raccontò l’episodio nel suo diario: “Alla tarda sera, un aeroplano bimotore inglese, colto probabilmente dalla forte bufera della nottata veramente perversa, precipita sul monte di Propata, a sinistra di chi sale, ad un quarto d’ora di distanza dalla Cappelletta della Madonna della Guardia. L’apparecchio si è completamente sfasciato (…), l’equipaggio, composto da sei uomini canadesi, tutto perito”. Alcuni brani del diario sono stati pubblicati da Pietro Cazzulo nel volume “La comunita di San Lorenzo: Propata, Caprile, Bavastrelli, Frinti, Brigneto, Albora, Balestre, Caffarena”, edito nel 2000).

[14] Così nel testo originale.

[15] Questa azione, ispirata appunto dal partigiano “Garbagna”, risale al giorno 4 febbraio 1944; per l’occasione fu rapinata una filiale di banca per autofinanziamento. Nell’azione rimasero feriti i partigiani Nicola e Nino (vedi anche Gaballo G., “Una vita interrotta”, 2005, p.30).

[16] Osvaldo Pompei (n.1892) era stato accompagnato a Berga nella seconda metà di febbraio per individuare la zona più idonea ad effettuare aviolanci; egli era un agente dell’organizzazione “Otto”, una rete di intelligence che era in contatto con gli Alleati per ottenere aiuti a favore delle nascenti formazioni partigiane. Pompei ritornò in zona, da solo, il 23 febbraio. La sua presenza su quei monti insospettì Alfredo Musante, che avvisò i partigiani: fermato e perquisito, in tasca gli trovarono un documento con timbro “A.O.I.” (Africa orientale italiana). Per il comandante Edoardo era la prova che si trattava di una spia fascista. Fu sommariamente fucilato il 25 febbraio 1944: “mio padre venne ucciso a tradimento nel mentre gli avevano fatto credere che lo trasferivano verso il comando del reparto”, scrive “Nino” Pompei, il figlio, nella relazione che presenta al Partito d’Azione nel giugno del 1944 (Ailsrec, fondo “Gimelli 2”, busta 7, fascicolo 5).

[17] Andrea Gava (n.1922), genovese, partigiano “Michele”, in banda dal 10 marzo 1944; smobilitato come capo di stato maggiore della divisione Pinan-Cichero.

[18] Vinicio Rastrelli (1924-2016), di Rivarolo, partigiano “Dedo”, in banda dal 18 marzo 1944, comandante di distaccamento della brigata Berto, divisione Cichero.

[19] A margine del testo, un appunto di Gibì: “fine marzo/primi aprile Scintilla a Cichero: credibile?”. Il distaccamento Scintilla si trasferì a Cichéro effettivamente alla fine di marzo del 1944.

[20] Così nel testo originale.

[21]Quando han deciso l’unione ufficiale con la Cichéro, nel marzo del ’44, ci siamo andati, avevamo portato un nucleo consistente, 19-20 uomini. La banda Cichéro, prima che ci andassimo noi, non era molto forte, però la Cichéro ha preso il nome di tutto anche perché ha trovato chi ha scritto… dello Scintilla non se ne è mai parlato, forse sono uno dei pochi, io e Badoglino, che adesso è morto, che ne ha un po’ parlato, perché anche gli altri son spariti tutti; cioè, quelli dello Scintilla, per un verso o per l’altro sono morti molto tempo fa. Non avevamo gente che scrivesse sullo Scintilla, io sono un po’ la memoria storica dello Scintilla. Se ne parla un po’ in un libro di Gimelli, in un accenno, nei documenti, è una lettera inviata da Pippo, uno di Cornigliano, che diceva: Guardate che la banda di Cichero… però c’è anche lo Scintilla…” (Ailsrec, fondo “Memoria orale”, b.3, f.20, intervista a Dionigio Marchelli, rilasciata a Fabrizio Bazurro il 15 novembre 1994).

Editing Elio V. Bartolozzi

 

 

 

Intervista di Gibì Lazagna, “Carlo”, al padre Umberto “Canevari”.

Fasc. 50 Doc. 3 – Giambattista Lazagna, (Carlo), Vice Comandante della divisione Cichero, intervista il padre Umberto (Canevari), Capo di Stato Maggiore della VI Zona Operativa
A cura di Manlio Calegari, Lorenzo Torre e Elio V. Bartolozzi 

L’intervista a Umberto Lazagna, “Canevari”, (1886-1977) realizzata a casa sua, a Genova in via Chiodo, attorno alla fine di febbraio del 1974, ha bisogno di una premessa. Le “cassette” con la registrazione fanno parte del mio archivio ma non ero io ad aver organizzato l’incontro e neppure ero l’intervistatore. All’epoca, nel 1974, non mi occupavo di Resistenza o di partigiani come invece ho cominciato a fare dalla fine degli anni Ottanta. L’intervistatore di Canevari è il figlio primogenito, Giambattista (1923-2003), Gibì per noi amici, che, per l’occasione, mi aveva chiesto una collaborazione tecnica (registratore ecc.) e “morale” (ero spesso ospite di casa Lazagna e avevo confidenza con Canevari). A Giambattista Lazagna mi legava anche il mese di febbraio 1974… (Chi volesse continuare a leggere per prima la premessa clicchi qui, altrimenti può continuare iniziando con la lettura dell’intervista e alla fine troverà, al completo, la premessa qui interrotta).  

Umberto Lazagna "Canevari"

Tra i fondatori (per il partito liberale) del Comitato militare del CLN della Liguria, “Canevari” svolge numerose missioni tra i primi nuclei partigiani costituitesi tra Genova e La Spezia.                         

                   Giambattista  Lazagna “Gibì”: Vice Comandante Div. Cichero, Decorato di M. d’Argento al V.M.
Sue Opere: Ponte rotto, Ed. Colibrì, 1972; libro di memorie partigiane. Carcere, repressione, lotta di classe, Ed. Feltrinelli, 1974; basato sulla sua esperienza di militante antifascista incarcerato. Il caso del partigiano Pircher. Studio sulla vicenda di Pircher e dei partigiani di lingua tedesca, Ed. La Pietra, 1975, sul caso del partigiano Giovanni Pircher, condannato a 25 anni per fatti di guerra. Rocchetta, Val Borbera e Val Curone nella Guerra, Colibrì, 2000; libro di memorie partigiane. Intervista a “Minetto”, Com.te. Brigata Arzani. Cronache dalla Resistenza, 2002; libro-intervista a Erasmo Marré.

 

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1.  Intervista di Gibì Lazagna “Carlo” al padre Umberto “Canevari”.

Gibì È un discorso che abbiamo fatto più volte: il patrimonio di esperienze che hai maturato durante la Resistenza. Forse dovremmo programmare una serie d’incontri. Intanto riassumo brevemente la tua carriera nella Resistenza. Tu eri tenente colonnello nel 15° reggimento autieri di stanza Savona, quando è scoppiato il 25 luglio e poi l’8 settembre.

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1943 – L’Agenda di Ezio Bartoli

Fasc. 50 – Doc. 2 – Manlio Calegari: “1943 – L’Agenda di Ezio Bartoli”

Introduzione: M. Calegari , “La sega di Hitler” , pp.81-87, Ed. Selene, Milano 2004.

Il 4 gennaio del ’43 Ezio era partito militare: Diano Marina, 34esimo Reggimento d’artiglieria di corpo d’armata. Un periodo, dice, di cui ricorda poco: tre mesi di istruzione a Diano e poi in Francia, a St. Cyr, vicino a Marsiglia. “Fame, sempre fame” e fa con la mano un gesto come dire roba da dimenticare. A Diano, nel periodo di istruzione era stato scelto per fare il puntatore. “Puntatore è il massimo, non fa niente, dà le coordinate a quello che con le routine orienta il pezzo e alla fine dice: pezzo pronto”. Bisognava saper fare dei calcoli, parallelismo, alzo, direzione e lui, anche se non era andato oltre la quinta elementare, sapeva farli. Frangenti della naia a parte, la grande scoperta era stata la Francia del Sud: “posti bellissimi, gente evoluta”. La nostalgia di Bolzaneto e dei famigliari non aveva oscurato il suo entusiasmo per quei luoghi fino ad allora sconosciuti. L’avventura si era conclusa ai primi di ottobre del ’43 con la fuga dai tedeschi e il rientro a Bolzaneto.

Ezio liquida il periodo della naia con poche parole come se preferisse non parlarne. Di fronte alle mie insistenze dice che di quel periodo ha conservato “una specie di diario” che ha ripreso in mano di recente. “Poco interessante”, osserva, mentre me lo mostra. Il suo giudizio abbraccia allo stesso tempo il diario e i mesi passati a soldato. E’ una piccola agenda fasciata di un cartoncino rossiccio che sulla prima di copertina porta impresso “Caffè Centro Ge-Bolzanetto”(sic). A partire dal 4 gennaio 1943, giorno di inizio della naia, le facciate di ogni paginetta – ognuna tocca due giorni – è stata compilata quotidianamente con mezzi e in condizioni non sempre favorevoli.

“Tu sei appassionato di queste cose – Ezio cerca così di spegnere l’interesse che lascio trapelare per l’agenda – e un pacco di lettere ti esalta ma è troppo sintetica. Non puoi ricavarci niente. E poi non c’è tutto; mancano episodi importanti. Come quando è venuta la neve ed è stata l’occasione per picchiare un sergente, un fetente, un sadico; di quelli che urlano come nei film dei marines. C’era chi lo aspettava al varco e, quando è venuta la neve, una coperta addosso e l’hanno lasciato in terra. Un episodio molto importante ma lì, nel diario, non c’è. Neppure c’è scritto dei treni dei deportati che ho visto in Francia per la prima volta. Né degli incontri con un emigrato antifascista che avevamo conosciuto. Neanche c’è quello che mi scriveva mia madre che mi inondava di amore materno. Erano importanti quelle lettere ma lo spazio per scrivere era poco”.

L’elenco delle cose “che non ci sono” è sufficiente per riaprire il confronto. “Treni per deportati?”, chiedo. “Sì, una cosa che allora ci sembrava incomprensibile. I tedeschi mettevano la gente sui treni e la portavano non si sapeva dove. All’epoca non conoscevamo la parola deportazione. Erano treni con gente dentro, chiusa. Carri bestiame come si usava allora per soldati, per i civili in Francia c’erano le vetture normali, ma i viaggiatori non erano normali. Si sentiva gridare, si vedevano uscire le mani; buttavano dei biglietti, chiedevano acqua. Giugno, luglio del ’43, una estate caldissima: passavano questi treni che andavano in Germania coi francesi dentro. Una cosa che noi non capivamo; poi degli amici francesi ci hanno spiegato. Emile, il padre di certe ragazze molto simpatiche con cui avevamo legato, una volta ci ha detto: se venite anche voi che siete dei militari possiamo aiutarli più facilmente, dargli dell’acqua. A guardia dei treni fermi nella stazione di St. Cyr c’erano i tedeschi ma a noi ci lasciavano fare: bottiglie d’aranciata, acqua minerale, quello che si poteva”.

Una visione angosciante che al suo ritorno a Bolzaneto, a fine ’43, Ezio aveva riportato in famiglia e agli amici destando solo curiosità; “erano increduli”, precisa. Lui stesso faticava a dare un significato a ciò che aveva visto. “Poi quando nel giugno del ’44, a Sestri, hanno preso quelli della S. Giorgio, li hanno caricati su due treni e li hanno portati in Germania, allora tutti hanno capito. Nessuno immaginava che venisse una retata, li piombassero, li spedissero… Era la stessa cosa che avevo visto un anno prima e che avevo raccontato”.

In effetti dei vagoni piombati visti alla stazione di St. Cyr sull’agendina non c’è una parola, così del pestaggio del sergente e chissà di quanti altri episodi. C’è comunque dell’altro e quando dopo qualche giorno torniamo a parlarne sono ormai convinto che i 9 mesi di naia abbiano avuto un peso considerevole su quello che succederà in seguito. Più di tutto mi ha colpito il senso di umiliazione che pervade le pagine. “Il cuore si fa duro tra tante umiliazioni” scrive il 13 gennaio; e il 27: “nulla da fare contro il destino”. Gli leggo i brani che ho messo in evidenza. “Corrisponde”, osserva pensoso e ammirato per il mio rovistare nelle pieghe del documento.

Dopo il tuo battesimo notturno e la comunione alla Guardia, osservo, credevo che tu avessi esaurito il tuo rapporto con la religione ma da quello che ho letto si direbbe di no. 15 febbraio: “Il Signore mi aiuta, ho fede”; 27 febbraio: “Il Signore è stato buono davvero e pregherò”; 7 marzo: “Ho fede. Piango in chiesa e mentre scrivo a papà”; 4 maggio: “Prego nonostante il dubbio”; 19 settembre: “Mi allontano dal prete non da Dio”; 29 luglio: “Che accadrà a Camillo? Oh dio mio aiutatelo…”; 31 luglio: “Signore aiuta il mio papà… fate che possa valere in tutto la sua intelligenza e la sua idea”.

Ezio ascolta le citazioni come se non gli appartenessero. “Leggo queste frasi, dice, come un gran bisogno di aiuto, di necessità affettiva. Forse era mia madre che mi induceva a cercare un aiuto extra, in più, per risolvere i miei problemi. Non ricordo di essermi confessato o comunicato. Neppure mia madre ci credeva. A Bolzaneto, tra i miei amici studenti qualcuno andava a messa e qualcuno no. A volte ci andavo anch’io, ma così… Non sapevo la messa e ancora oggi vado in chiesa per motivi eccezionali: un matrimonio, un funerale”.

Nel diario compaiono anche note esistenziali. 25 marzo: “Piove straordinariamente e penso alla vita. Com’è strana e assurda. Devo imparare a uccidere e massacrare dunque [n.d.a. oppure] vado dentro. Che idiozia”. 26 maggio: “Che succederà nel mondo… Perché tanta incomprensione? E’ possibile che uomini intelligenti debbano ubbidire a uomini sciocchi?”. “Ci riconosco, dice sorridendo Ezio, un certo stile di famiglia”.

La lontananza da casa era stata l’occasione per approfondire i suoi sentimenti col padre, la madre, il fratello. I riferimenti alle lettere ricevute da loro sono continui e si intrecciano con altri frutto della contemplazione di radure, albe, tramonti, stellate, fatti che emotivamente lo coinvolgono. Avrebbe voluto dare ai suoi sentimenti parole e forma poetica e lo scrive. 30 aprile: “I grilli trillano, gli alberi fremono, l’aria è un balsamo. Qualche lacrima quando andrò a casa”. 4 luglio: “Tento la poesia tra i pini olezzanti”.

Ezio ascolta le citazioni e sorride imbarazzato. “Ero sicuramente molto romantico e molto emotivo. Quando facevo il meccanico, uscivo con le ragazze che lavoravano alle stampatrici. Ero il loro attrezzista e sono uscito con tutte. Ma non avevo manifestazioni violente. Uscivo e passavo la sera con loro a passeggiare. Parlavamo della vita. Mi piaceva stare con loro, magari baciarle o carezzarsi ma era lo stare insieme a loro che mi piaceva”.

Prima di partire da Genova aveva messo nello zaino “I Sepolcri” e quando, per averlo scoperto dal Diario, glielo faccio notare, minimizza: “sì perché era un libro piccolo, leggero”. Insisto: Foscolo con la quinta elementare? E lui: “è vero, era difficile”. Foscolo a parte, Ezio aveva pensato che la poesia sarebbe scaturita, quasi spontaneamente, dalle situazioni che gli apparivano poetiche. Il più delle volte però, osserva autoironico, era rimasto deluso. “Ne ho scritto solo una. Neppure era una poesia; piuttosto una successione di frasi, di parole. Ricordo che ci avevo messo la parola licheni che allora non sapevo neppure cosa fossero. Un ufficiale, uno gentile, m’aveva chiesto cosa scrivevo e io gli avevo detto che avrei voluto scrivere una poesia e ci avevo messo dentro sti licheni anche se non sapevo… Era un dottore in agraria e me lo aveva spiegato. In una poesia, aveva detto approvandomi, i licheni ci stavano benissimo”.

Del Midi a Ezio piaceva tutto. La spiaggia e i bagni, la compagnia, i bar, le persone che si baciavano in strada, le nenie dei marocchini che abitavano le baracche vicino al cimitero e di notte cantavano canzoni loro, da villaggio; belle che si facevano sentire. Non era caduto nella trappola paesana di scambiare i luoghi della propria infanzia come gli unici al mondo ma si era entusiasmato per la Côte e i suoi abitanti che gli avevano permesso di sentirsi a suo agio malgrado portasse la divisa del nemico. Altri italiani, arrivati in passato, chi alla ricerca di lavoro chi in fuga dal fascismo, lo avevano aiutato. Di uno di questi, un antifascista, un comunista che faceva il contadino, aveva frequentato anche la casa, “una cascina bellissima dove con altri a volte ci si ritrovava la sera”. Ascoltavano la radio e le notizie della guerra mentre il padrone di casa gli raccontava degli eroi del socialismo di cui Ezio e i suoi amici non sapevano nulla: “Matteotti, Lenin, Stalin, Bakunin, specialmente Bakunin”.

Anche i compagni di naia, ragazzi con alle spalle provenienze e storie diverse, avevano dilatato il suo orizzonte e premiato la sua voglia di scoperta. Come Martone, “napoletano verace, intelligente, simpatico, una faccia latina ma anche un po’ araba, capelli neri ricciuti, sempre allegro, forse ricco, gran personaggio, con le mani bellissime di uno che non ha mai lavorato”. Mentre Ezio lo descrive e ne decanta le mani bellissime che, forse, “non avevano mai lavorato” non sento nessuna animosità nelle sue parole, solo ammirazione. Ecco un buon esempio della sua “fortuna”, penso.

C’erano anche soldati più vecchi di lui, come Cemin e Fietta, “anziani dell’8” (1908), trentini di Fiera di Primiero, suoi compagni di camera. Amichevoli sobri, innamorati del loro paese (“quando che torniamo a casa, verrai a trovarci e vedrai che bello le montagne”) e della loro famiglia. Simpatici, facevano tutto insieme, a cominciare dal dormire nello stesso castello, uno sopra e uno sotto. Divertiti alla vista di Ezio che scriveva sull’agendina – “Ma cos’è che ti ghe scrivi?” – e poi ridendo tra loro: “Sai che ora ci mette anche noi là dentro”. Ezio racconta imitando le loro voci, la loro cadenza. “Cemin aveva una faccia quadrata e gli occhi azzurri intensi. Fietta invece era alto, magro. Vorrei disegnarli e mi ci son già messo molte volte ma è come se qualcosa di loro mi sfuggisse. Due contadini intelligenti, buoni, fedeli, ubbidienti”. Anche loro contro la guerra ma rassegnati a subirla come la gente di buon senso che sa che “con la fatalità non ci si deve scontrare”.

Proprio Cemin e Fietta lo avevano messo in guardia, al suo arrivo, verso un’altra coppia, Siegfried e Schulz, tedeschi questa volta, sergenti e padroni della batteria. Siegfried alto, figura da inquisitore, rughe, vera faccia della morte che non rideva mai e Schulz, il suo contrario, piccolo, biondo, gentile ma legato a filo doppio con l’amico. Quando c’era l’allarme capaci di stare intere notti su una sdraio con una coperta addosso, il mitra ai piedi e la pistola sulla pancia. Al contrario del superiore di Ezio, un colonnello italiano che dell’artiglieria non sapeva neppure le cose più elementari, i sergenti Siegfried e Schulz avevano costruito da soli una intera batteria. Avevano cominciato ignorando le inutili proteste di una contessa e spianandone l’orto, poi, costruita la piazzola, ci avevano montato la batteria con cannoni da 220 presi ai francesi e portati lì su un treno. Avevano i disegni ma il resto lo avevano fatto loro: dall’orto della contessa alla piazzola col girevole, una roba di almeno 20 metri di diametro.

I tedeschi, chi li conosceva prima di allora? A Bolzaneto quelli che Ezio aveva visto prima di partire erano per lo più uomini d’età, pochi, acquartierati in zone defilate, che qualche volta si poteva incontrare a bere un bicchiere alla Fratellanza o alla Cattolica. Ben diversi dai tedeschi che Ezio aveva scoperto a St. Cyr, autoritari, efficienti, sprezzanti o quanto meno ironici verso l’alleato italiano così approssimativo, mal armato e mal nutrito. Tutti, anche i più anziani tra loro, quelli della Flak, l’antiaerea, i più pacifici che per prima cosa ti facevano vedere la foto della moglie e dei figli e che dicevano di continuo “ah, scheise krieg”, guerra merda, accompagnando le parole con un gesto tutto loro. “Però erano lì come gli altri a dare il grasso e a lucidare le mitragliatrici e i fucili. Loro belli, ordinati, puliti, a posto, e noi sempre incasinati. Ci avevano dati i tapum, i loro grossi fucili da fanteria, al posto dei nostri moschettini da ridere. Volevano che li tenessimo bene, puliti ma quando ci controllavano, c’era sempre un granino di polvere in più e mai che fossero appoggiati a dovere”. Per non dire di quando cercavano di sorprendere gli italiani di sentinella andando a gattoni per sfilargli il fucile. La loro disciplina era senza sbavature e l’apprendimento fondato su una violenza costante, quotidiana, applicata ad ogni minimo aspetto della vita militare. Ezio ne era stato colpito e in proposito sulla sua agenda compare la parola “martirii”. “Facevano girare i loro puniti di corsa o al passo, attorno al palo delle salmerie, lo stesso attorno al quale si facevano girare i cavalli. Così per ore con ordini urlati che facevano rabbrividire solo a sentirli”.

La svolta nel rapporto coi tedeschi era cominciata, clamorosa, a partire dal 26 luglio. Oltre al clima di incertezza che aveva coinvolto i comandi italiani, il blocco della posta (29 luglio: “Che accadrà a Camillo? Oh Dio mio aiutatelo”) e l’accavallarsi di notizie contradittorie provenienti dagli amici francesi che sentivano la radio, era esploso negli accantonamenti un lassismo liberatorio. Erano aumentate le ore di libertà e i bagni di mare (30 luglio:” In mutandine all’istruzione. Pacchia. Al bagno ogni due giorni”). Il 31 luglio era stata l’apoteosi: “Comincia un altro mese. Che succederà? Non potrà essere bello come questo: Impossibile. Che bei momenti si riescono ancora a vivere in questi tempi”. 1 agosto: “Stupendo mattino. Camillo sta bene. Il fascismo è morto. La mamma è felice e così papà. Grande giornata. La vita è bella. La vita è un sogno”. Così ancora per qualche giorno, poi era cominciata a serpeggiare l’inquietudine. Martone, l’amico napoletano dalle mani bellissime e l’intelligenza splendente, a metà agosto, tornato da una licenza, lo aveva avvisato (e Ezio l’aveva appuntato sul diario): “la pace non verrà” anzi, presto le cose si sarebbero complicate. L’8 settembre (“l’Italia chiede la resa incondizionata”) era stato il giorno della “grande notizia” che aveva provocato in tutti “un balzo nel petto e una ondata di emozione”. Il 9 la resa dei conti era già cominciata: “I tedeschi fanno bruttissime promesse… congetture sotto i pini… Si trama una fuga… Che brutti giorni… Si attende la sentenza”.

Sentenza pronunciata l’11 settembre dal comandante tedesco: “capitano Wenzel fa il discorso” aveva scritto Ezio sul diario. In verità, precisa, si trattava di un generale, ma lui l’aveva saputo dopo; sembrava uscito da un disegno di Grosz: la mano di legno, il monocolo, la divisa perfetta e un mucchio di decorazioni. Wenzel aveva offerto agli italiani una alternativa: combattere al fianco dei soldati germanici o essere istradati verso i campi di concentramento che non si sapeva bene cosa fossero ma che venivano promessi con accenti che non lasciavano dubbi. “Finalmente prigionieri” si legge nella pagina dell’11 settembre; prigionieri insieme a francesi, nordafricani e indocinesi che fino a poco tempo prima erano stati loro prigionieri. Gli italiani, ultimi arrivati nel gruppo, non erano stati accolti male. “Facevamo insieme a loro la coda per il rancio ma non ci prendevano in giro; riconoscevano che noi con loro non ci eravamo comportati male. Ci davano anche del tabacco”.

La proposta di Wenzel aveva inizialmente trovato tra i militari italiani un certo ascolto. L’11 settembre Ezio scriveva nel diario: “Lotta per la firma del tradimento… piuttosto il campo”. Non era la riflessione di un isolato, mi spiega, ma il risultato di un parlamento durato giorni. “La proposta di passare con loro a molti non sembrava uno scandalo. Aveva trovato un certo favore tra i meridionali e, più in generale, tra quelli meno preparati o che non avevano maturato una adeguata carica d’odio contro la guerra, i tedeschi e i fascisti. E’ stato necessario mettersi a parlare, spiegare. Wenzel ci aveva dato un po’ di giorni e li abbiamo usati. Tra gli anziani tedeschi c’era chi ci metteva in guardia sui campi, ci dicevano che erano posti duri, che dovevamo stare attenti a dire no. Alla fine abbiamo vinto noi e dei nostri solo un bolzanino era andato con loro; nessun altro”. “Smettiamo di fare i soldati” era stata la proposta che, come risulta dal diario, aveva vinto. Di un ufficiale che era andato coi tedeschi Ezio, il 28 settembre, scriveva “E’ un traditore” e aggiungeva “Non si combatterà, costasse la vita… Fiera determinazione di non impugnare le armi… Mormorii e movimento intenso di meningi…”. Quello stesso giorno aveva preso la parola anche il generale italiano. Ezio appunta “parole sciocche quanto inutili. Disapprovazione dei più ragionevoli”.

In attesa di essere inoltrati al campo, i prigionieri italiani erano stati addetti ai lavori pesanti della difesa costiera: picco, pala, trasporto di legname, costruzione di rifugi. Erano cominciate anche le prime fughe ma nessuna a buon fine. 7 ottobre: “Ogni colpo di piccone aumenta la ribellione. Si partirà?”. E l’8: “Sulla montagna con il picco. Intorno la libertà. Piani di fuga… L’ora della libertà si avvicina. Riusciremo? Dio ci aiuterà”. E’ la vigilia della fuga. Ezio brucia la posta (9 ottobre: “che dolore”) e dopo una improvviso cambiamento di piani comincia la fuga con altri due compagni.

“Dell’Italia, ormai dall’8 settembre, non sapevamo più niente. C’erano solo gli amici francesi che ci informavano e ci avevano dato delle dritte. Non distante dal nostro accantonamento abitava Emilio, il padre delle ragazze, che andava tutti i giorni a Marsiglia a lavorare in una officina per auto e aveva un mucchio di cartine stradali. Per me il piano è questo, ci aveva detto. Quelli prima di noi li avevano ripresi tutti. Non dovevamo sbagliare; andavamo verso il freddo e non avremmo avuto altre possibilità. Insieme abbiamo messo a punto il piano e siamo partiti. In tre: Rolland, un valdostano, Nino, un piemontese, ed io. A piedi fino a Bandol e poi sul treno fino a Nizza in un colpo solo, di notte, appesi fuori, mentre il treno andava come il diavolo. A Nizza c’erano i tedeschi schierati che controllavano documenti e bagagli di quelli che uscivano. Abbiamo aspettato che il treno partisse e tornasse il buio poi abbiamo scavalcato la cancellata e siamo arrivati sulla strada tra quelli che erano usciti regolarmente dalla stazione. Non si vedeva niente – c’era l’oscuramento – tutti diffidenti, nessuno che ci desse una indicazione. Io ero vestito da meccanico, giacchetta, baschetto e una borsa di tela a tracolla; vuota. Così i miei amici. Alla fine abbiamo visto degli alberi e ci siamo messi lì sotto”.

Alla mattina quando si erano svegliati avevano scoperto di aver dormito nel mezzo di una aiola, alla vista di tutti. Di nuovo erano tornati in stazione a prendere un “trenino”, una linea con uno scartamento diverso, che andava verso le Marittime da dove poi avrebbero tagliato per l’Italia.

“Io dovevo stare zitto. Degli altri due, Nino, il piemontese, parlava un po’ di francese, mentre Rolland, il valdostano conosceva il patois. Era stato Nino a stringere i contatti con Emilio, il meccanico, che però a Rolland non piaceva. Rolland amava fare di testa sua, era un isolato, uno bieco che come niente avrebbe potuto uccidere. Lo avevamo voluto con noi perché sapeva il patois e perché era un vero avventuriero. Nino mi diceva: quando arriviamo di là lo lasciamo andare perché questo ci porta a perdere. Di certo era un tipo intelligentissimo. Mi era capitato di perlustrare con lui le case della costa che la gente era stata costretta abbandonare e in qualche modo aveva cercato di barricare. Lì, soprattutto nelle soffitte, c’erano tonnellate di giornali, di libri e lui era un lettore straordinario, vorace di tutto. Era simpatico, interessante anche fisicamente, tipo guida alpina ma un po’ rincagnato non un bello alla Bonatti. Nino però, che aveva una mentalità più provinciale – canoni piemontesi – lo temeva”. Durante la fuga era stato sempre Rolland a parlare e decidere. “Si muoveva come fosse a casa sua. Per tutto il percorso non ha fallito un colpo. Mi dava delle gomitate: tu stai zitto. A lui bastava una occhiata per farsi ubbidire”.

A Nizza, in stazione avevano seguito l’indicazione dell’amico meccanico e cercato i macchinisti. Per loro avevano preparato soldi e sigarette. In vettura, sul trenino per Ruseran, era come se l’avessero scritto in fronte e tutti avevano capito, anche un italiano, una faccia brava, che gli aveva offerto di dormire a casa sua per andare insieme, l’indomani mattina, a cercare i funghi… Alla fine si erano fidati: la casa era una baracca, con pollaio, galline e caprette e lui gli ha dato da mangiare e da coprirsi perché cominciava a far freddo. La mattina armati di cesti erano arrivati fino ad un certo punto dove lui, con una cartina alla mano, gli aveva spiegato dov’era il controllo tedesco; bastava aggirarlo e continuare a seguire la strada. Si erano persi lo stesso e solo al pomeriggio erano arrivati finalmente al passo del diavolo: scogli che sembrava di camminare sulla luna. Da lassù erano scesi nella valle di S. Dalmazzo di Tenda. Per strada, devastato, c’era tutto quello che la Quarta Armata aveva abbandonato nella sua ritirata: tende, armi, coperte, bombe, telefoni, cavi.

A S. Dalmazzo, la sera, avevano bussato a molte porte ma inutilmente così erano finiti a dormire in un campo e la mattina dopo erano entrati in un albergo per darsi una pulita. “Non erano passati 5 minuti che è arrivato uno della Resistenza; voleva che ci mettessimo con loro. Non abbiamo accettato: volevamo solo andare a casa. Di nuovo il treno fino a Racconigi; di nuovo abbiamo aspettato la notte; di nuovo persi, l’oscuramento, i cani; finalmente a Villanova Solaro, il paese di Nino. A mezzanotte, a pochi metri da casa sua, ci bloccano i carabinieri. Armi puntate: sveglia della casa, lacrime, madre, padre, 2 sorelle maestre, il maresciallo che finalmente lo riconosce. Hanno acceso il fuoco, ci hanno fatto da mangiare, scaldato, nutrito, lavato. Una scena indimenticabile. Io sono stato lì 2 o 3 giorni poi, con dei vestiti decenti, sono partito. Dovevo andare; volevo sapere come stavano i miei, fargli sapere di me. Da Racconigi in treno fino a Savona, poi un altro treno per Genova”. A Savona, mentre aiutava una vecchietta a caricare delle patate sul treno, di colpo, come una fitta aveva visto l’Italia: carrozze da derelitti, miseria, abbandono, una solitudine che l’aveva preso alla gola. Da Sampierdarena col tram era arrivato a Bolzaneto, a casa; domenica, erano tutti a messa. Aveva suonato e ad aprire era venuta la madre. Si erano abbracciati e insieme avevano pianto; molto.

Ezio ha raccontato la storia del suo viaggio quasi d’un fiato. “L’ho già raccontata altre volte, almeno 7 o 8, mi dice. Ma quanto può valere un ricordo a questa distanza di tempo? Mi chiedo quali differenze ci siano tra il racconto che ho appena fatto e quelli precedenti”. E’ una questione importante ma, d’accordo, decidiamo di rinviarla.

La comparsa del diario ha introdotto nel confronto tra Ezio e me un elemento nuovo. Ho contemporaneamente a disposizione un testimone, Ezio, che mi racconta di fatti passati e il suo diario, appunti stesi all’epoca dei fatti. Di alcuni dei fatti, a suo tempo riferiti sul diario, Ezio non mi ha detto. Perché, spiega, non li ha ritenuti importanti; di altri invece perché, fino al momento di leggere, non ricordava. In compenso mi ha raccontato cose di cui sul diario non c’è traccia. Alcune di queste, importanti già allora, non erano state consegnate al diario per timore forse che potesse finire in mani estranee. Potrebbe essere il caso del pestaggio del sergente: un fatto di cui non si doveva parlare; figuriamoci scrivere. Ci sono poi fatti di cui solo col tempo Ezio è stato in grado di apprezzare l’importanza. E’ il caso dei treni dei deportati.

Non è difficile trovare una spiegazione accettabile per queste differenze. Al momento, l’aspetto che sembra più interessante è che il diario, la sequenza cronologica degli appunti, si è trasformata in una serie di domande che l’Ezio di allora ha rivolto all’Ezio di oggi. Il racconto che ne è venuto fuori non è solo molto più ricco di quello che inizialmente mi aveva proposto. Restituisce al ricordo movimenti cancellati e toglie ai gesti la loro fissità. Potenza dei diari.Ezio era arrivato a casa, a Bolzaneto, domenica 17 ottobre, a 8 giorni dall’inizio della fuga. Una decina di giorni dopo aveva cominciato a frequentare la scuola serale a Sampierdarena. Sulla stessa agenda – usata per qualche giorno come diario scolastico – si trovano appunti come: 15 novembre “Vita e pentimento Petrarca. La novella delle pecore dal Novellino”; 17 novembre “Consiglio degli dei. Battaglia fra Greci e Troiani”; 19 novembre, “Apparato digerente e circolatorio”. Il 28 novembre compare disegnata una mano aperta, supina, con la scritta “Alt”. Potrebbe alludere al suo abbandono seguito al consiglio del preside: meglio che alcuni non si facciano più vedere.

Negli stessi giorni in famiglia e con gli amici era iniziata la discussione sul bando di chiamata alle armi. Lui però, al contrario dei suoi amici studenti rimasti a casa, aveva già vissuto alcune esperienze significative. Aveva visto all’opera i tedeschi, un esercito determinato, maniacale, che non conosceva smagliature. Aveva partecipato attivamente a una discussione, collaborare o non collaborare con loro, dove si era confrontato dialetticamente con i suoi compagni, ragazzi di ogni provenienza; una occasione importante per trasformare le sue idee in argomenti. La linea per cui si era battuto, “smettiamo di fare i soldati”, aveva vinto ma lo aveva fatto finire nella lista dei candidati alla deportazione. Da qui la fuga, un gesto coraggioso dove tanti prima di lui avevano fallito; vissuto da seconda fila rispetto all’amico Rolland, ma con una determinazione superiore a quella di Nino che più volte aveva manifestato incertezze.

L’Ezio tornato a Bolzaneto era un giovane di 20 anni che aveva già sperimentato le parole e la dialettica del confronto provocato dall’8 settembre. A St. Cyr aveva già “scelto”, prima per opporsi poi per fuggire. Nel diario dove, come dice lui, “non c’è tutto”, c’è abbastanza per cogliere i legami profondi tra la sua storia di soldato e quella di renitente che era seguita.     (m.c.)

AVVERTENZA

Dell’Agenda 1943 di Ezio Bartoli si riportano, di seguito, le sole pagine ove vi siano annotazioni, anche se brevi e personali, che il titolare del diario abbia ritenuto utile riportare. Anche se in un primo momento si era pensato di farne solo una cernita, composta all’incirca di 29 quadri: tralasciando cioè buona parte delle pagine contenenti notizie riguardanti la famiglia, lo stesso autore dell’agenda, certe notizie troppo personali o che riguardassero persone singole o gruppi di persone occasionalmente nominate senza avere una connessione specifica col tema che qui si voleva porre in evidenza. Cioè, cosa ne pensassero, allora, i giovani delle vicende che stavano vivendo. Qual era la molla – loro che erano nati nel fascismo, che ne avevano subito l’educazione, la scuola, le adunate al sabato, il premilitare, la soffocante propaganda – che li spingeva a prendere una decisione anziché un’altra. In sostanza, si voleva, inizialmente alleggerire l’articolo senza impoverirlo nella sostanza. Ma poi si è pensato di riportare tutti i quadri affinché ognuno possa liberamente fare una lettura sua. Perciò si è preferito limitarsi a riportare tutte le pagine, tralasciando soltanto quelle completamente in bianco. 

Intervista alla partigiana Angela Berpi “Marietta”, div. Iori VI Zona Liguria.

Fasc. 50 – Doc. 1: Manlio Calegari Intervista alla partigiana “Marietta” (Angela Berpi 1911/1989). 

“Cara Marietta” – “Caro professore”
maggio-ottobre 1987

Presentazione

Sono molti a Genova, donne e uomini del disciolto Partito comunista, dell’Unione donne italiane, dell’Associazione nazionale partigiani e di altre associazioni politiche di sinistra che hanno conosciuto Marietta. E tra loro sono molti, a cominciare dai suoi famigliari, che di lei potrebbero dire più di quanto non possa io. Ho incontrato alcune volte Marietta tra la primavera e l’estate del 1987 quando studiavo i rapporti tra Partito comunista e partigiani nella guerra di resistenza. Dei nostri colloqui conservo, oltre le registrazioni e i miei appunti, anche due memorie e alcune lettere inviatemi da lei. Testimoniano di come una donna – che all’epoca aveva 76 anni – chiudeva la partita con i ricordi per aprire quella con la storia della sua vita. Lo faceva, allo stesso tempo, con entusiasmo – lei lo chiamava “spirito garibaldino” – e sofferenza. Aveva capito che per fare storia era necessario tornare a riflettere sui processi di cui era stata protagonista e confrontarsi con fatti e giudizi che non collimavano con i suoi.

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