Archivi categoria: Archivio Manlio Calegari

Intervista a Stefano Malatesta “Croce” (Com.te Brg. Jori – Div. Cichero)

Fasc. 50 – Doc. 5 – Fascicolo dedicato al comandante della Brg. Jori (Div. Cichero) Stefano Malatesta “Croce”, composto da tre articoli, di cui il principale è un’intervista di Manlio Calegari allo stesso Croce e realizzata nella sua abitazione di Arma di Taggia il 3 agosto 1995. Presente Giambattista Lazagna “Carlo”.
                                                                                   Manlio Calegari, Elio V. Bartolozzi, Lorenzo Torre

ooooooo0ooooooo

Contenuti: 
1). Stefano Malatesta “Croce” – Profilo
2). Intervista a Stefano Malatesta
3). Postfazione

ooooooo0ooooooo

1. STEFANO MALATESTA (CROCE) – Profilo del comandante della Brigata Jori, dal libro di Antonio Testa “Baffo”, Partigiani in Valtrebbia. La Brigata Jori, ABA, Genova, 1980, pp.gg. 189/90; ove solo quattro sono i profili tracciati da Baffo, che con questo sembrerebbe voler mettere in particolare risalto, secondo una sua personale valutazione, i quattro maggiori personaggi della VI Zona Operativa Ligure: Aldo Gastaldi “Bisagno” comandante della Divisione “Cichero”; G.B. Canepa “Marzo” Commissario della Divisione “Cichero”; Stefano Malatesta “Croce” Comandante della Brigata Jori; Otello Pascolini “Moro” Primo commissario della Brigata Jori.

Per quanto riguarda Croce, il suo profilo inizia:

“Leggiamo sul numero 13 de “Il Partigiano” del marzo 1945:
Encomio solenne al Comandante di Brigata Croce: Comandante di Brigata ed impareggiabile partigiano, in due mesi di duri ed estenuanti combattimenti, si prodigava infaticabile per la preparazione ed il coordinamento dei propri reparti. Sempre presente ove maggiore era il pericolo. In combattimento di esempio e sprone ai suoi uomini.

Croce si caratterizzava, fra i comandanti della Divisione Cichero, per il temperamento deciso, volitivo, e a volte angoloso e persino rude.
Parola sicura, fatta a scatti, creava spesso intorno a sé un rispettoso distac­co, ma nel contempo riusciva ad infondere negli uomini che lo circondavano quel senso di sicurezza assolutamente necessario perché lo seguissero con en­tusiasmo nelle azioni più difficili e nei momenti più drammatici.
Per queste sue doti egli conquistò subito la stima dei primi partigiani di Cichero, tanto che gli fu affidato il comando di una delle tre squadre origina­rie, dalle quali si sviluppò poi la formazione.
Successivamente, quando nella tarda primavera del 1944 si decise di dare maggiore respiro all’attività militare, a Croce fu affidato il compito di trasferirsi con un gruppo di uomini sull’Antola per porre sotto controllo la Val Trebbia e la strada statale 45.
Accorto nella scelta delle basi operative più rispondenti alle esigenze della guerriglia, prudente quanto rispettoso con i civili nella ricerca delle persone su cui fare affidamento nella ricerca degli insediamenti partigiani, egli riuscì a risolvere brillantemente e con rapidità i problemi della dislocazione dei re­parti in Val Trebbia. Ciò assicurato, si dedicò poi in breve volger di tempo alle azioni di guerriglia contro i nazifascisti, al miglioramento dei reparti dal punto di vista militare e morale, alla salvaguardia dei paesi della vallata.
Assolse sempre questi compiti delicati e difficili con sicurezza e capacità, quasi non avesse fatto altro nella vita; sopperiva con l’intelligenza ed il sen­so pratico, alla carenza di specifica e superiore cultura militare, che il suo pas­sato di semplice militare dell’arma dei Carabinieri non poteva avergli fornito.
L’appartenenza al rigoroso ambiente della “Benemerita” aveva però contribuito a rafforzare le naturali doti di coraggio, di altruismo, di dirittura, tanto da fargli assumere naturalmente il ruolo di capo e fargli guadagnare, come si è detto, la fiducia degli uomini.
La fiducia in una persona è un sentimento umano spontaneo, che non può essere imposto o inculcato dall’alto. La si acquisisce poco per volta atraver­so la valutazione dell’operato, l’apprezzamento, l’effetto dell’esempio.
Nella guerra partigiana la fiducia era fondamentale, indispensabile. Quan­te volte la semplice presenza di Croce, il suo incitamento, servirono a capo­volger situazioni apparentemente disperate! Quante volte, forze nemiche su­periori furono fermate da un appostamento avveduto; e ancora quante vol­te difficoltà di ordine amministrativo e politico furono superate con il con­tributo di moderazione, di equilibrio e di autocontrollo.
La vita partigiana infatti non era fatta solamente di problemi militari: ave­va molti e delicati aspetti di natura umana, sociale, culturale che occorreva affrontare con tatto, realismo e sensibilità.
Queste doti di realismo, di moderazione, di buon senso, di umile e opero­so impegno, Croce seppe trasfondere profondamente nella Brigata Jori. Essa già da allora venne spesso citata come una delle formazioni in cui più spicca­tamente era prevalso l’impegno comune per gli ideali patriottici, ed in cui più consapevolmente la disciplina era sentita non già come una imposizione, ben­sì come condizione necessaria per conseguire gli obiettivi militari richiesti dal momento.
A guerra finita, smobilitati i suoi partigiani e recuperati i corpi dei “suoi” caduti, Croce è rientrato silenziosamente nella vita civile, riprendendo con modestia la precedente attività lavorativa. Ha rifiutato i meritati riconosci­menti ufficiali che gli sono stati offerti ma non ha mai dimenticato il suo pas­sato partigiano, così come ha lasciato immutato negli uomini della formazio­ne e nella gente della Val Trebbia il ricordo e la gratitudine per il suo operato.
Ancora oggi, quando passa da quelle parti, con la sua solita aria riservata e schiva, spesso qualcuno lo fissa brevemente e sbotta: “Ma Vuî sei ü Crüxe! “.

oooooooo0ooooooo

torna all’indice

2. Intervista a Stefano Malatesta “Croce”, Arma di Taggia, 03/08/1995: 

Giambattista Lazagna “Carlo” (n. 1923) e Manlio Calegari (n. 1939) a colloquio con Stefano Malatesta “Croce” (n.1915), a casa sua.

Abbreviazioni nel testo:
C. =
Croce 
GB. = Giambattista Lazagna
M. 
= Manlio Calegari

ooooooo0ooooooo

GB. Croce, hai già compiuto 80 anni?
C. Ancora no!

GB.Quando?
C. In ottobre, l’11 ottobre.

GB.Scorpione… Allora, Croce, raccontaci un po’ come sei diventato partigiano.
M. Come sei arrivato a Cichéro.
GB. Sarebbero importanti anche i particolari, quello che sapevi di coloro che già erano in montagna, se qualcuno ha fatto da mediatore, se ci si consigliava con qualcuno, se c’erano già delle idee politiche in famiglia, se l’aver fatto parte dell’Arma dei Carabinieri ha influito su di te, se c’era qualcuno conosciuto tra i Carabinieri. Insomma, anche poco, ma qualcosa che ci introduca nella tua storia.
C. Io, all’8 settembre 1943 [1] ero in una stazione dei Carabinieri in provincia di Piacenza. Il nostro piantone, alla mattina – noi eravamo un po’ fuori della città – va a fare la spesa in città e trova i tedeschi che lo disarmano e torna in caserma disarmato. Il maresciallo che avevamo, era uno che la pensava quasi… Invece, prima di Piacenza ero stato a Parma, ma lì nessuno parlava. Quando sono arrivato a Piacenza, alla stazione di San Nicolò dove ho preso servizio, invece… Ricordo un fatto: a mezzogiorno si mangiava; c’era il pane e dentro c’era quella midolla che c’è quando il pane non è cotto. Nella sala della mensa, appeso, c’era il quadro del Duce e uno la prende e ce la tira: “Mangila ti, gundun!”, in genovese. Ben, quel giorno il piantone è arrivato e ha detto: “Mi è successo così e così”, e ha raccontato com’era stato disarmato dai tedeschi. Allora, col maresciallo, parliamo e nel giro di mezz’ora, siamo scappati tutti dalla caserma. Lui ci aveva famiglia e ha detto: “Io vado nel tal posto, dove ho i parenti, con i bambini”. Io e uno di Pontedecimo con due biciclette che erano lì prendiamo la strada della val Trebbia, per venire verso Genova. E siamo arrivati quasi fino a Montebruno, ai Due Ponti, quando cominciava a far buio e ci siamo fermati. Abbiamo chiesto se ci davano da dormire. Durante la notte arriva una pattuglia di tedeschi, poi se ne sono andati. Alla mattina io vado fino a Montebruno, e all’amico che era con me ho detto: “Io non vengo giù in bicicletta, la lascio qui… Ho dei conoscenti che hanno dei parenti a Cicagna [2]; prendo per i monti, da Barbagelata, e vado a casa a piedi”.
Sono stato a casa per dieci, quindici giorni; c’erano le feste del 15 settembre. Il 18 o il 19 settembre, arriva un carabiniere a casa mia e mi dice: “Guarda che il brigadiere ti vuol parlare”. Vado dal brigadiere e lui: “Guarda che io ho qui un fonogramma… se mi dici che ti presenti e mi dai la parola, mando un fonogramma che tu domani ti presenti; se no ti devo fare accompagnare su, a Piacenza.” Gli ho detto: “No, mi presento”. A Piacenza, alla compagnia centrale dei Carabinieri, ho fatto servizio per una decina di giorni, forse quindici. Poi ho deciso di rimanere in servizio lì.
Una mattina siamo in servizio dalle otto alle dieci con altri due carabinieri. Nella stazione eravamo in tre. Era il periodo in cui i tedeschi impacchettavano tutti i carabinieri e li spedivano in Germania. C’era un treno dove ci saranno stati più di cento vagoni pieni di carabinieri. Alla stazione di Piacenza questo treno si è fermato. Quelli che arrivavano da Roma erano sui vagoni già da tre giorni, e non gli davano né da mangiare né da bere [3]. A noi che facevamo servizio in stazione chiedevano acqua. A raccontarlo adesso, non è facile. C’era quello di servizio che aveva la manichetta dell’acqua e puliva. Gli abbiamo detto: “Infila l’acqua dentro i vagoni”. Ogni due o tre vagoni della tradotta, c’era un soldato tedesco di guardia col mitra. Quello ha cominciato a buttare un po’ d’acqua dentro a un vagone, e il tedesco di guardia non ha detto niente, e così in due o tre vagoni: fin dove arrivava la manichetta, gli abbiamo dato da bere.
Dopo che il treno è partito siamo tornati in caserma. Come piantone c’era uno di Montoggio, che la pensava come noi. Tutte le pattuglie che uscivano le ha messe in allerta, dicendogli di non rientrare più. A mezzanotte il tenente che era di servizio si è accorto che non c’era più nessuno, né di servizio né in caserma, perché noi abbiamo aspettato… Io dovevo essere di servizio alla sera dalle 20 alle 24 e verso le 2,30, le 3, c’era un treno. Siamo partiti in divisa; sono partito con uno di Alessandria: quando lui è arrivato a Alessandria, s’è fermato. Io ho proseguito.

M. Ricordi quando?
C. Era il 5 di aprile, forse il 6, al massimo il 10 di aprile del ’44 [4]. I tedeschi avevano riunito tutti i carabinieri con la scusa che dovevano parlargli e invece li hanno impacchettati e spediti in Germania. La notizia si era propagata e così siamo andati a casa tutti. Sono stato a casa quindici giorni, poi… 

M. Sei tornato a casa col treno?
C. Sì, col treno. Da Genova a Sestri Levante ho avuto una grana perché sul treno c’era una donna che andava a Rapallo con un sottotenente ferito in Russia. È salito sul treno un ufficiale dell’esercito. Vede questo tenente che è seduto – era giovane ma invalido – e gli chiede il posto. Questo qua aveva insieme sua mamma, che ha cominciato a insultare questo ufficiale superiore e io ero nel corridoio e avevo messo la valigia dentro lo scompartimento, dove succedeva questa lite. Però io, col mio moschetto, stavo in corridoio. L’ufficiale mi dice: “Devi intervenire!”. Devo intervenire perché se scappo faccio la figura di uno che non è in regola. Poi un signore dice: “Io scendo a Rapallo…”. Così, bene o male, si sono riconciliati; però finché non sono scesi ci sono stati momenti di tensione.
A casa, a Cicagna, ci sono stato un po’ di giorni fino a quando i carabinieri sono di nuovo venuti a cercarmi. Mi ero fatto fare un documento di esonero dal servizio ma ai carabinieri di Cicagna l’esonero non pareva valido e una sera sono arrivati per portarmi via. Stavo ascoltando Radio Londra; l’avevo spenta un minuto prima.
Abbiamo una casa nella quale si entra e da una parte c’è la cucina; e dall’altra si va nel resto della casa. La cucina ha un’altra porta di uscita. Io ero con un amico nella sala dove avevo finito di sentire la radio. I carabinieri sono arrivati in tre. Uno si è fermato sulla porta, uno è andato in cucina e uno è venuto nella sala dove c’era la luce accesa. Come l’ho visto arrivare, mi sono alzato, e di là c’era la porta. Gli ho offerto una sedia, e gli ho detto: “Aspetta che mi prendo un’altra sedia di là!”. Lui si prende la sedia e io imbocco la scala che va sopra, dove c’era un terrazzo con una scaletta. Salgo sul tetto e scappo via dall’altra parte. E da lì sono stato una settimana a Camogli da miei parenti e una settimana a Sestri Levante da altri parenti, certi Raffo (che adesso la Ilia ha il ristorante Mira, forse l’hai conosciuta: ci sentiamo sempre con la Ilia; a suo papà i fascisti gli avevano levato un occhio). A Sestri sono stato una settimana, però era nera anche per i parenti e a stare chiuso in casa senza mai uscire, stavo male. Il mio parente, a Chiavari aveva degli amici, tra i quali un certo Zerega [5], un falegname amico di mio zio. Sono andato da lui, gli ho parlato, e poi lui s’è messo in collegamento, con Italo [6], il cognato di Bini [7], che è morto da poco, Ho parlato con lui e una mattina, in bicicletta, siamo andati fino a Cichéro insieme. Erano i primi di febbraio.

M. C’era Marzo [8] a Cichéro?
C. Sì.

M. Avevo capito che da Piacenza fossi venuto via prima!
C. Sì, però avevo passato un periodo a casa, a Cicagna, valendomi di un esonero che mi ero procurato, e in base al quale i carabinieri di Cicagna mi avevano lasciato in pace. Poi deve essere arrivata una lettera…

M. Da Piacenza sei arrivato a Chiavari nel…
C. Ai primi di aprile del ’44… al 5 di aprile del ‘43… Mi sbaglio: ottobre del ’43, verso il 5 o il 10 di ottobre ’43.

M. Con Italo, quando siete arrivati in bicicletta a Cichéro?
C. Era febbraio 1944 [9].

GB. A Cichéro chi c’era già?
C. C’era Lesta [10], Pinan [11], Bisagno [12]. Marzo non c’era, in quel periodo era a Varese Ligure dove stava organizzando qualcosa. Però poi è tornato a Cichéro. C’era Dente, c’era Moro, che poi è diventato il commissario, quando siamo andati insieme in val Trebbia.

M. Arrivi a Cichéro a 28-29 anni, decisamente più “grande” rispetto a tanti altri giovani che saliranno a Cichéro nei mesi successivi. Hai anche una certa esperienza di vita militare e di gruppo, cosa che aiuta a farti un’idea della situazione che trovi e che si andrà formando. Difficile però che tu possa aver avuto allora un’idea di come si sarebbe sviluppata la guerra partigiana. Per caso ricordi qualche pensiero di allora, cosa immaginavi che avreste dovuto o potuto fare. Eravate già organizzati in modo militare? Ne discutevate tra di voi?
C. Il primo che vedo è Pinan, scalzo. Era un tipo interessante. Suonava un po’ la fisarmonica, teneva banco. C’era anche qualcuno più vecchio di me. Come Edoardo[13] arrivato a Cichéro dall’Antola con un suo gruppetto; un tipo tutto particolare. Poi, forse per il fatto che avevo qualche anno di più, con Bisagno ci siamo capiti. Con Marzo invece, subito non ho legato. Non mi aveva preso bene. Noi, la mia famiglia, eravamo molto amici dell’avvocato Cirenei [14]: per l’avvocato Cirenei, mio zio e mio papà avevano avuto delle grane! Perché avevamo una falegnameria e un giorno arriva una cartolina che l’avvocato Cirenei da Chiavari l’avevano portato a Roma; partito da Chiavari ammanettato, durante il tragitto verso Roma gli avevano levato le manette e tra panini e fiaschi di vino erano arrivati a Roma senza accorgersene. Lui aveva mandato una cartolina allo zio raccontandogli quello che gli era successo: “Sono arrivato a Roma e quando i quattro carabinieri venuti a prelevarmi sono entrati nello scompartimento hanno detto: ‘Povera Italia!’. Eravamo tutti lì, guardie e prigioniero a mangiare e bere”. Arriva il postino e lascia questa cartolina mentre noi eravamo a Recco per lavoro. La stessa mattina arriva nella falegnameria la Guardia di Finanza che legge questa cartolina e la porta via. Hanno detto ai due operai presenti nella falegnameria: “Ditegli che passiamo poi, tra qualche giorno”. Sapevano che eravamo amici di Cirenei, e in più hanno visto questa cartolina. A mio zio l’hanno fatto soffrire un po’: aveva da finire la sua casa, gli hanno dato tanti fastidi.
Ad ogni modo, quando sono arrivato a Cichéro ho saputo che Bisagno aveva conosciuto delle persone che conoscevano la mia famiglia. Non sono passati neanche quindici giorni dal mio arrivo che mi hanno fatto caposquadra. Anche se lì ce n’erano dei vecchi…

GB. Secondo te, chi poteva avere Bisagno per informarsi sul tuo conto?
C. Aveva un collegamento, un informatore che veniva su da Chiavari anche due volte alla settimana! L’altro giorno (rivolto a G.B.; ndr), con Minetto [15] mi avete fatto delle domande per sapere come mai Bisagno aveva chiamato a Cichéro lo Scrivia [16]; Bisagno aveva capito che io, avendo qualche anno più degli altri… E questo contava: le prime azioni che abbiamo fatto, su… Perché quelle che avevano fatto che io ancora non c’ero, non erano andate a buon fine. Ma quando ad Acero sono arrivati, da Chiavari, repubblichini e carabinieri a prendere i renitenti alla leva e a Cichéro due borghesi sono venuti a avvisarci – “Ci sono i repubblichini che prendono tutti i renitenti, nel paese” – Bisagno chiama proprio me e dice: “Prenditi quattro o cinque uomini, vai su e vedi: se portano via qualcuno, li fermi. Se non portano via nessuno, lasciali andare”. Perché era un periodo che a Cichéro avevamo quasi cento persone, tutti ammucchiati; una situazione non facile; non volevamo farci individuare.
A Acero andiamo in sei. In vicinanza, ne prendo tre e gli dico: “Voi passate di lì”, perché a Acero ci sono le case che giri un angolo e trovi gli altri. Esco da un angolo e su un pianerottolo trovo i tre di Chiavari che stanno parlando con una famiglia. Uno mi dava le spalle ma gli altri due me li sono trovati di fronte. Ho dovuto dargli il “mani in alto!”. Il repubblichino che aveva un bigliettino con tutti i nomi dei renitenti, l’ha lasciato cadere. Io non me n’ero accorto ma una bambina che era lì e aveva sei anni dice: “C’è il bigliettino!”.
Ho portato a Cichéro i tre prigionieri e lì è sorta la prima tragedia: si sono messi a parlare tra loro e si sono consigliati; tutti, compreso Bisagno e gli altri. Questa, anche per Bisagno, è stata la prima volta che si passava per le armi una persona. Non è stato facile. C’è stato qualcuno che non era d’accordo, diceva: “Mandiamoli giù”… Poi è venuto qualcuno del paese di Acero… Comunque al repubblichino hanno fatto il processo e l’hanno fucilato. I due carabinieri li abbiamo mandati via la mattina dopo, all’alba. Per dire che già da questo fatto, Bisagno su di me ci contava. Anche perché ci aveva tutti ragazzini di diciotto anni. Lesta era un ragazzino anche lui; di più vecchio aveva questo Edoardo che però non era…

GB. “Italo” Arpe si era fermato con voi?
C. No, Italo è venuto su dopo. Quando io sono salito a Cichéro, lui era ancora a Lavagna e faceva da collegamento.

GB. Con voi c’erano due o tre siciliani?
C. Quelli non li ho conosciuti; erano andati via prima.

GB. C’erano anche due inglesi, Sam e Trevor?
C. Sì, quelli c’erano.

M. Hai detto che Bisagno aveva capito che tu non eri solo un po’ più vecchio ma che davi più affidamento. Vorrei sapere se tu, con Bisagno, parlavi mai. Dici che aveva preso informazioni su di te, ma si sarà messo qualche volta vicino a te, per studiarti, capire che tipo eri.
C. Sì, ma Bisagno non parlava tanto.

GB. Penso che Bisagno giudicasse un po’ d’istinto. Le informazioni che aveva ricevuto su di te non potevano essere spinte al punto di saper dire se eri coraggioso o se sapevi comandare. Mi ha un po’ stupito, nel tuo racconto, il fatto che Bisagno non sia venuto lui personalmente ad Acero con te. Dal Casone di Stecca a Acero, c’era meno di mezz’ora di cammino… Forse avrà voluto proprio metterti alla prova? Bisagno era uno che quando poteva, si metteva sempre in prima linea.
C. Sì, qualche volta mi ha preso da parte, ma non abbiamo parlato molto. Da subito, dopo quattro o cinque giorni che ero lì, sono andato con lui nelle case di Cichéro, dove per vari motivi non mandava mai nessuno, per sentire Radio Londra; mi ha fatto conoscere a una famiglia dove c’erano due o tre ragazzine già grandette che tenevano gli occhi fissi su di lui mentre lui neppure le guardava. C’era la faccenda dei lanci, e dovevamo sentire se da Radio Londra c’era il messaggio per noi. Per un periodo, tutte le notti avevamo la sveglia, perché dovevano fare i lanci; forse era già marzo. Sentivamo il messaggio e dicevamo: “Questo qua è il nostro”. Poi una sera hanno buttato giù un serbatoio vuoto. E noi che pensavamo che avessero buttato chissà che cosa, alla fine abbiamo trovato, in mezzo al bosco sul Ramaceto, il serbatoio vuoto che avevano buttato.
Bisagno non parlava molto, però capiva… Penso che avesse capito molte cose anche politicamente. Io e lui non eravamo iscritti a nessun partito: solo l’idea che eravamo antifascisti era chiara, e questo era già qualcosa per lui. Però, gli anni contano. Io ho avuto tanti incidenti, come quando hanno catturato Oreste [17] in val Borbéra, che era andato di pattuglia insieme a un altro ragazzo, Fiume [18], che era di Cicagna, e aveva la stessa mia età. Fiume si è salvato, mentre Oreste che era più giovane – era un sottotenentino di 21 anni – è stato preso. Si sono incontrati con i fascisti, nella strada che da Cabella va giù: loro camminavano sulla strada e quelli venivano su con un camion. Oreste e l’altro hanno cercato di scappare, si sono buttati dove c’è un po’ di pianura, c’era un campo di grano. Si sono buttati nel grano, e dove passavano lasciavano una scia, la traccia del grano pestato. Fiume ha corso un po’, poi ha fatto il colombo, si è fermato e si è buttato a terra. Oreste invece ha continuato a correre, e quelli dietro, finché non l’hanno preso. Sul camion c’erano in venticinque o trenta. In quel fatto lì c’era già la dimostrazione che l’età insegnava qualcosa, perché Oreste era troppo giovane, non aveva esperienza; aveva fatto quattro o cinque mesi di scuola allievi ufficiali, e poi era venuto via. Anche in tanti altri casi, l’età e l’esperienza erano importanti.

M. È chiaro che il primo periodo, circa due mesi, passati insieme a Cichéro resta molto importanti anche se, come dici, Bisagno non era tipo da far tanti discorsi. Però era uno che guardava e sapeva ascoltare. Cerco di capire che cosa ha spinto Bisagno a darti un comando.
C. Sono rimasto un po’ caposquadra, poi il fatto di Acero – che avevamo fatto quei tre prigionieri e ne avevamo mandato indietro due e uno l’avevamo fucilato – ha provocato delle conseguenze; un vespaio da Chiavari fino alla Spezia. Già due giorni dopo avevano organizzato delle puntate ma noi, già la sera del giorno dopo, avevamo deciso con Bisagno di trasferirci in massa e di andare a Varese Ligure. Bisagno mi ha detto: “Tu vai a Varese; là c’è Marzo che per dormire ha già preparato i casoni e quello che occorre”. E ha affidato tutti gli uomini a me. Invece lui, Bisagno, era andato sull’Antola per vedere dove fare le capanne; che adesso, a ripensarci… Aveva certe idee, Bisagno, che a volte erano lontane dalla realtà. Perché andare a fare delle capanne lassù e non ad esempio dove adesso c’è il ristorante, sul falso piano? Quando sono andato in questo ristorante, si parlava e mi hanno chiesto: “Perché le capanne non le avete fatte qua?”; ho risposto che non lo sapevo. Bisagno aveva cercato un posto in cima alla montagna e questi ragazzi dicevano: “Alla mattina dovevamo andare fin giù a Temossi o a Sopralacroce per comprare qualcosa”. Tenere trenta uomini lassù non aveva molto senso. Poi lì, in seguito, è stato fissato il campo di lancio e ci restavano solo due o tre partigiani di guardia mentre gli altri stavano più giù.
Io comunque sono andato con questi settantacinque o ottanta uomini a Varese Ligure. Bisagno li ha affidati a me. Ricordo che quella sera la staffetta che ci guidava verso Varese ci aveva detto che stavamo passando sul confine dove s’incontravano i territori di tre province: Piacenza, Parma e la Spezia.

GB. Con te c’erano Beppe [19] e Jack [20], due di quei posti.
C. Beppe era un ragazzo di valore! Jack non c’era ancora.

M. Comandare un gruppo così numeroso percorrendo un territorio sconosciuto. Sembra che ti riuscisse tutto facile.
C. Non saprei; forse a me veniva tutto facile o sarò stato anche fortunato, però lui, G.B., un po’ di cose le sa e altre si possono leggere nel libro di Testa [21]: la formazione di Croce, la brigata Jori, era quella più disciplinata. Non so dire il perché ma non mi sono mai trovato ad avere dei contrasti con un comandante di distaccamento, con un commissario. Anche Lesta, che era uno dei più vecchi, Bisagno se lo portava sempre con sé, e gli dava certe responsabilità. Quando qualcuno diceva a Bisagno: “Perché ti porti sempre dietro Lesta? Non si può mai parlare liberamente” [22], al che Bisagno rispondeva “Se lo lascio là è peggio! Lesta è un bravo ragazzo, e diversamente non cambierebbe mai”.

GB. Gino [23] c’era già, allora?
C. C’era, c’era ma i distaccamenti non sono stati fatti tutti e tre insieme.

GB.Voi siete partiti per primi, da Cichéro, per andare nella zona dell’Antola.
C. Ho fatto prima il mio distaccamento.

M. Quando, ti ricordi?
C. In maggio. Il 2 di maggio 1944. Il 1° maggio eravamo ancora a Varese Ligure, dove abbiamo fatto saltare due o tre tralicci della luce. Però il 1° maggio abbiamo dovuto venir via, perché di là, da La Spezia facevano una puntata, e siamo stati là quattro o cinque giorni, poi abbiamo dovuto rientrare. Rientrando a Cichéro, Bisagno ha capito che eravamo in troppi e avrà parlato con Marzo, Bini…

M.Quando partite da Cichéro, ai primi di maggio, il vostro distaccamento ha un nome?
C. Torre [24].

M. Gli altri distaccamenti vengono formati dopo.
C. Per primi da Cichéro siamo partiti noi; in val Trebbia, sotto l’Antola, ai casoni sotto l’Antola.

M. Facciamo un passo in avanti: verso la metà di giugno del 1944 c’è stata una discussione per decidere se queste formazioni dovessero entrare nelle brigate garibaldine. Si parla di assemblee. Ricordi di aver fatto delle riunioni?
C. Sempre nel giugno del ’44?

M. Sì, sembra siano state fatte, più o meno, tutte attorno a quella data, dopo la formazione dei tre distaccamenti. Dei tre distaccamenti il vostro era stato il primo…
C. Sì, il primo. Lesta, che allora era ancora a Cichéro, mi ha detto che quello di Gino era stato fatto una settimana dopo la mia partenza. Prima il Torre, e siamo partiti per l’Antola, poi è stato fatto quello di Gino e dopo è stato fatto il terzo, che poi è diventato il Peter in ricordo del polacco [25]… Poco dopo spostato a Pànnesi, comandato da Scrivia e seguito personalmente da Bisagno che non l’ha mollato un giorno.

M. Ecco, parlami un po’ di questa cosa che mi sembra interessante.
C. Tutti ci siamo un po’ domandati… Perché Bisagno è stato là per circa un mese e mezzo, nel corso del quale non ci siamo visti. Però eravamo sempre in contatto per mezzo delle staffette.

M. In quel periodo non vi siete visti per niente. Lui da voi non è venuto.
C. Infatti; è venuto soltanto con Lesta alla vigilia del giorno in cui abbiamo disarmato lo “Slavo” [26]. E in quel periodo ci scrivevamo dei bigliettini, informandoci di quello che succedeva. Bisagno è rimasto sempre con Scrivia, perché… Carlo e Minetto poco tempo fa mi hanno chiesto come mai Bisagno avesse scelto Scrivia per comandare il nuovo distaccamento: forse perché si conoscevano per essere stati studenti insieme all’Istituto tecnico e avevano fatto tutto il servizio militare insieme, come sottotenenti del Genio telecomunicazioni, fino a Caperana (Chiavari). Forse era per la politica. Allora c’era già, la politica.

M. Fosse quel che fosse, comunque Bisagno seguiva Scrivia molto da vicino.
C. Non l’ha mollato un giorno. Può darsi che a Cichéro ci sia tornato per qualche giorno, ma da me non è venuto. È rimasto sempre a Pànnesi con Scrivia. Perché? Probabilmente era preoccupato di lasciare trenta uomini ancora senza esperienza a un ragazzino come era allora anche lo Scrivia. Ma ragazzino ragazzino! Sai di quei ragazzini… Mi ricordo che è arrivato su con quei pantaloncini stretti, era anche piccolino. Gli ha dato il distaccamento però gli è andato insieme.

M. (rivolto a GB.; ndr) Quando siete andati a Pànnesi?
GB. Guarda, quando io sono arrivato a Cichéro, in aprile, verso la fine di aprile, mi pare, Scrivia non c’era ancora. È arrivato pochissimi giorni dopo che voi (rivolto a Croce; ndr) eravate partiti per l’Antola. Mi ricordo della vostra partenza. Io con il distaccamento ancora unito sono rimasto forse una diecina o una quindicina di giorni, non so dirlo con precisione. Scrivia è arrivato a Cichéro, come ho detto, che io ero lì da qualche giorno [27]. Poi io sono rimasto a Cichéro, e Scrivia è partito per andare con Nino [28], il commissario politico, a Pànnesi dove poi sono arrivato io a sostituire Nino; devo chiedere a Nino, per quale motivo mi hanno mandato a sostituirlo. Forse gli avevano dato qualche altro incarico, oppure non andava d’accordo con Scrivia. Non lo so.
C. C’era Bisagno anche quando sei arrivato a Pànnesi?
GB. No, quando ci sono andato io non c’era. Mi ha accompagnato Tromba [29]. Te lo ricordi? Siamo passati da Neirone, dove c’era Nicola [30] che faceva una festa da ballo nel bosco, con le ragazze del paese e una fisarmonica. Mi ricordo che siamo capitati in mezzo alla festa da ballo. Tanto che poi ho fatto un bigliettino per Bisagno per informarlo di quel fatto. Quando io sono arrivato a Pànnesi, Bisagno non c’era; era tornato indietro. Io ero arrivato lì verso la metà o la fine di giugno, diciamo attorno al 20 di giugno e mi pare che Bisagno fosse ormai tornato a Cichéro.
C. Bisagno è venuto con Lesta il 10 o il 12 di giugno in val Trebbia, quando abbiamo disarmato il gruppo dello “Slavo” [31]. Avevamo preso accordi con Bisagno per iscritto. C’era questa banda… Bisagno mi aveva chiesto se portare in appoggio un distaccamento dei nostri. Ma là c’era già Marco [32] con i suoi, che erano venuti dalla val Borbéra dove stavano prima che in val Borbéra arrivasse Scrivia; Scrivia in val Borbéra è arrivato dopo il rastrellamento di agosto.

GB. In val Borbéra siamo arrivati Il 24 agosto, il secondo giorno della battaglia di Pertuso.
C. Noi eravamo sull’Antola, a Capanne di Carrega, e andando in giù, a Cabella avevo trovato, insieme a Marco, un ragazzo col quale eravamo stati militari insieme. Pensa che quando ci siamo incontrati, con questo Caveggia

GB. Ah! Eliseo Cavecchia, “Tullio” [33].
C. Ci siamo parlati un quarto d’ora, venti minuti senza riconoscerci. Lui era conciato male, proprio male. Noi bene o male avevamo almeno un paio di scarpe; lui ne aveva un paio di gomma senza suola; il piede che gli perdeva sangue di sotto, la barba lunga, i capelli lunghi. Poi, dopo un po’ gli dico: “Sei Caveggia?”, e lui risponde: “E tu sei Malatesta?”.

M. Era carabiniere, Cavecchia?
C. No. Carabiniere io sono passato dopo. A militare erano arrivate delle richieste, secondo le quali avevano bisogno di carabinieri e chi faceva la domanda poteva passare dall’esercito ai carabinieri. Io, tutte le mattine – eravamo a Camporosso – andavo a Ventimiglia con uno di Riva Trigoso, che aveva poi un negozio a Sestri Levante, e vedevo questo manifesto per il passaggio nei carabinieri. Allora facciamo la domanda. A lui, dopo un mese e mezzo, gli è arrivato l’ordine di tornare allo stabilimento di Riva Trigoso [34] dove già lavorava prima di andare sotto le armi. E così sono rimasto io. Avevo già fatto una richiesta di avvicinamento a casa – avevo mio padre da solo in casa – quando mi è arrivato l’ordine di trasferimento ai carabinieri. Il colonnello mi ha chiamato e mi ha detto: “Non ci vuoi proprio più stare qui. Prima hai fatto domanda per andare a Genova, e ora…”, e io rispondo: “E voi non me n’avete concessa una”. “Adesso ti hanno richiesto alla Legione di Genova, hai fatto una domanda…”, e mi ha mandato alla Legione di Genova.
Con Caveggia eravamo militari insieme a Camporosso. Quando Bisagno mi dice: “Vengo, che distaccamento ti porto?”, io gli ho risposto: “Guarda che qui c’è già un distaccamento con un comandante, Marco, che è un ufficiale dell’esercito, dell’aviazione, e ci conosco un amico, così faccio venire questi coi quali ormai ci siamo conosciuti”. Quando Bisagno è arrivato da noi, alla sera, con Lesta, io avevo il distaccamento di Tullio e di Marco già in val Trebbia, a Gorreto.

M. È in quella occasione che Bisagno ha conosciuto Marco?
C. Sì. Marco è stato lì una settimana, poi è rientrato in Val Borbéra. Bisagno e Marco si sono parlati in quei giorni. Bisagno, con uno che era ufficiale si capiva di più. “Per lo meno – diceva – questo è un po’ più dei nostri”, perché a Cichéro eravamo un po’ in mezzo a tutti questi vecchi volponi di partito. Tu (rivolto a G.B.; ndr) lo sai, eh, di quelli che c’erano, i vecchi: tolto tuo papà (Canevari; ndr), gli altri erano già tutti patentati politicamente. Marzo, che forse era più liberale degli altri… Anche lui, però, se gli toccavi il partito, cominciava a dire: “Non va bene!”.

GB. Te lo ricordi il Grigio? [35] Era un bagnino di Lavagna, uno che aveva quaranta, cinquant’anni.
C. Ma lassù non c’era.

GB. Sì, era a Cichéro quando sono arrivato io. Poi non ne ho più saputo niente. Non mi pare che fosse comunista. Era sicuramente un antifascista di vecchia data, perché aveva dovuto scappare. Aveva i capelli bianchi, o quasi. Ce n’erano pochi di quella età.
C. Nel periodo che tu sei rimasto a Cichéro, quando a comandare c’era solo Gino. Nelle cave, alla sera, ci andavi anche tu?

GB. Siamo andati nella cava di Orero, che in paese c’era Marzo. Poi c’era Domenico [36] che andava a prenderci da mangiare. Siamo stati al buio per quasi una settimana, in questa cava di ardesia. Da lì andavamo sull’Aiona per ricevere il famoso lancio e poi tutti i giorni giù di corsa.
M. Il tuo primo comando, dopo Acero e dopo aver portato gli uomini a Varese, è stato di comandarli in val Trebbia, ai casoni dell’Antola. Guardie, staffette, messaggi, contatti, il mangiare, tutto quanto, insomma. Mi diresti qualche altra cosa di quel periodo, di come te la sei cavata?
C. Non era facile dare degli ordini a tenenti, tenentini e sottotenenti, eppure ne avevo quattro o cinque. Ultimamente ne avevo cinque o sei (nei mortaisti c’erano tre sottotenenti, ingegneri) [37]. Lì (ai casoni dell’Antola; ndr), i primi quindici giorni, ho avuto più difficoltà. Difficoltà nel senso della questione viveri, perché arrivavi nuovo del posto e andare a bussare alle porte delle case non è stato facile. Avevo con me un maresciallo che poi è andato giù con voi (rivolto a G.B.; ndr) in val Trebbia. E poi facevamo un po’ d’istruzione militare. Perdevamo quelle tre o quattro ore al giorno con questo maresciallo che era bravo con le armi, facevamo un po’ di ginnastica. Per non stare fermi, per tenerci in forma, mandavamo una pattuglia sull’Antola e una nell’altra direzione… per non tenere gli uomini fermi tutto il giorno.
Però Bisagno aveva un po’ la mania di costruire delle capanne, e un giorno mi manda a dire di fare una capanna da qualche parte sotto il monte Carmo, dentro a una foresta fitta. Allora abbiamo fatto questa capanna ma non come l’avete fatta voi di Cichéro sul monte Aiona. Abbiamo chiesto aiuto ad alcuni contadini del posto, il legname c’era già, e abbiamo coperto la capanna con la paglia del grano, come è l’uso contadino. Si fa a rotoli. E infatti il tetto proteggeva bene dalla pioggia. Abbiamo fatto una capanna di quaranta metri, e c’eravamo una trentina e potevamo starci abbastanza comodi. Ma non ci siamo stati molto. A Bisagno ho detto: “Guarda che tenere gli uomini sempre dentro a una foresta è una cosa impossibile”. Bisagno li aveva mandati su proprio in cima all’Aiona, ma poi ha dovuto rinunciarci. Allora di lì siamo passati a un casone sulla strada tra Carrega e Capanne di Carrega, ma era vicino una decina di metri dal sentiero e da lì passavano continuamente i contadini di Carrega, e quindi tutti ci vedevano. E poi la voce della nostra presenza camminava. A Alpe avevamo un prete, il primo prete che abbiamo conosciuto; uno un po’ vivace che poi gli è successo quello che gli è successo…

GB. È morto… era a Rovegno, poveretto.
C. Mah… Ha fatto una morte che non si sa ancora adesso… In ogni modo, da quando è venuto con noi (lo chiamavamo Nero per via della tonaca) è andato sempre bene, fino a marzo o aprile del ’45; in aprile si sono accorti che questo prete qua… e l’hanno levato da mezzo. C’era da fucilare due o tre persone e dicono che lui, andando là per dargli la benedizione, li slegava… ma a me non è mai risultato che avessimo legato i prigionieri. Ci aveva aiutato per più di un anno, era un prete e una brava persona, poi hanno detto che slegava questi prigionieri e l’hanno passato per le armi [38]. A noi aveva dato una mano – era uno che trafficava con sigarette e altro – e ci aveva organizzato i rifornimenti. A Bobbio c’era un consorzio dove c’era il deposito del grano. C’erano quattro o cinque repubblichini che facevano la guardia, a questo deposito. Per noi, a quei tempi, era dura. Allora don Nero è andato lì, ha parlato e ci ha guidato a Bobbio dicendoci: “Voi mandate via queste guardie, senza fargli niente”. Siamo andati a Bobbio con un camion, ci siamo caricati tutto il camion di grano e l’abbiamo portato a Bavastrelli. Lì c’era un mulino, e così abbiamo cominciato ad avere farina abbondante per mangiare. Da allora per noi è cominciata una vita diversa da quella di Cichéro.

GB. Questo prelevamento di grano a Bobbio è più o meno in luglio ’44?
C.
No, è prima: a fine maggio o ai primi di giugno. Noi, la val Trebbia, il fondo valle, l’abbiamo occupato dal 12 al 15 di giugno. Fino ad allora eravamo ancora in cima ai monti, e faceva ancora freddo. Poi, quando abbiamo occupato la val Trebbia è stato come per voi quando siete arrivati in Val Borbéra: zone ricche. Cichéro era una zona triste! Nella zona di Cichéro e dell’Aveto c’erano sempre difficoltà per i viveri; posti molto poveri già per sé stessi. Invece in val Trebbia, da Bobbio verso Piacenza, arrivava il grano e la situazione era ben diversa. A quello che mi chiedevi prima, ti rispondo che non ho trovato molte difficoltà.

M. Avevi dei collaboratori che ti davano una mano…
C. E che mi ascoltavano, anche.

GB. Ma dimmi un po’, Croce: per esempio Denis [39] e quel gruppetto, a parte l’Oreste che poveretto ha fatto quella brutta fine, quei dieci o dodici del vecchio distaccamento “Scintilla”, del primo inverno, erano con te?
C. Quel gruppo era venuto a Cichéro, in aprile mi pare.

GB. Ma poi sono ritornati con voi all’Antola, in maggio.
C. Sì, ma non tutti. Nino è andato a Pànnesi. Nicola è andato a Bargagli e ha creato un suo gruppo autonomo che in giugno o luglio si è unito alla Giustizia e Libertà.

GB. Quelli di loro che erano con te, erano già pratici della zona, perché avevano già girato tra Berga, l’Antola, Carrega e Bogli.
C. Sì, erano stati una settimana sull’Antola. Badoglino [40], per esempio, e i suoi amici, erano ragazzi che avevano preso fiducia. Badoglino una volta è andato a fare un’azione con il mio vicecomandante, che era un sottotenente. Sono andati e hanno fatto tanto che l’azione è fallita, se li sono fatti scappare. Questo ragazzino, Badoglino, allora aveva diciassette anni.

GB. Chi era il tuo vice?
C. Era Fontana [41]. Badoglino era tornato al comando ma non mi aveva detto niente. Non è che mi abbia detto: “È successo questo”. Mi dice però che uno era andato di qua e l’altro di là; dovevano essere in quindici ma mancava questo e mancava quello.
Un bigliettino da Torriglia ci aveva informato che certe carrette che portavano materiale militare e andavano a Gorreto partivano alla tale ora. A una certa ora la nostra squadra si doveva trovare nel tal punto per catturare questo materiale. Invece erano arrivati sul posto non al completo, perché si erano divisi e non avevano concluso niente. E questo ragazzino, Badoglino, aveva detto a Fontana: “Se c’era Croce…”. Fontana era il vice-comandante del distaccamento Torre, il mio distaccamento e stava con noi da parecchio. Era un po’ come Lesta, ma Lesta, se diceva qualcosa, lo ascoltavano. Fontana invece…
Io avrò anche fortuna, e ho avuto anche la fortuna di avere dei collaboratori che non piantavano grane; però qualche volta dipende anche da noi, se piantarle o no. Nella brigata Berto, il comandante era Banfi [42], un capitano dell’esercito che in seguito è diventato generale; non l’ultimo arrivato. Però non c’era giorno che non avesse grane. Avevano perfino chiamato Lesta per sostituirlo. Ho parlato con Bill [43] l’altro giorno. Era deciso: Banfi doveva andare via, Bisagno lo mandava via, poi gli hanno messo insieme Lesta come vice comandante della brigata. Alla Berto, tra il comandante e il commissario c’era sempre qualche grana. Nella mia formazione è successo un caso solo; uno che però abbiamo sistemato in ventiquattro ore.
Ho avuto la fortuna di avere un commissario come Moro [44], che era bravissimo perché, quando siamo andati a fare azioni, quando abbiamo disarmato la caserma dei carabinieri di Rovegno, l’ho decisa in una mezz’oretta. Un carabiniere è venuto su e mi ha detto “Guardi, stasera c’è così e così, c’è la festa, venite giù e li disarmiamo tutti”. Io mando un biglietto a Moro, e gli scrivo: “Vieni giù che andiamo a fare così e così” [45]
Quando Moro è arrivato a Alpe di Gorreto, mi ha preso da parte: Moro era stato già commissario del distaccamento Scintilla, con Edoardo, e gli era già successo che dovevano andare a disarmare una caserma a Garbagna, verso Tortona, dov’erano appena quattro carabinieri [46]. Però, il giorno prima andare a disarmarli, tutti già sapevano che alla tale sera i partigiani andavano a prendere quei carabinieri; e così è successo che hanno preparato l’accoglienza ai partigiani, tirandogli delle bombe a mano dalla finestra, e i partigiani erano venuti via, per fortuna senza danni. Moro, quest’uomo che aveva un po’ di anni più di me – di Moro, tu Manlio, avrai sentito parlare a Lavagna – era una persona straordinaria. A me non ha mai dato fastidi, politicamente; non ci siamo mai detto: “Tu come sei?”. Io sono come sono! Neanche con Marzo ho mai avuto fastidi, però qualche volta…
Quando poi Scrivia è arrivato in val Trebbia, Bisagno, con Marzo, ha pensato bene di prendere il nostro commissario, Moro, e di mandarlo da loro. E da me è arrivato un certo Bruno che veniva dalla Quarta zona [47]. Era bravissimo. È stato con noi una ventina di giorni però in mente aveva la politica. Era arrivato un lancio e col lancio anche le sigarette che venivano portate da me, al comando. Bruno dice: “Se mi dai una staffetta che mi accompagni, vado a fare un po’ un giro in due o tre distaccamenti”. E si prende un po’ di sigarette. Va a fare questo giro, e fa per andare giù sotto l’Antola, per andare a Casella, prima di Casella…

GB. A Frassinello, Valbrevenna, Nenno, val Vobbia…
C. Ora succede che quando a Cichéro capitavano dei carabinieri per mettersi coi partigiani, Bisagno li mandava tutti da me. E io avevo tre comandanti di distaccamento che erano carabinieri [48]. Va beh! Questo Bruno va in un distaccamento, prende il commissario, e gli dà un po’ di sigarette, e gli dice: “Stasera, quando fai la riunione, dai un po’ di sigarette agli uomini del distaccamento. A quelli che non ci sono, non ne dai. Va nell’altro distaccamento, da Gino, che è un altro carabiniere [49], e prima che arrivasse lì, a me erano già arrivati due bigliettini e poco dopo me ne arriva un terzo. Vado a Casa del Romano, dove c’era il telefono – perché avevamo un telefono a manovella –, chiamo Bruno e chiedo: “Dove ti posso vedere?”. Mi dice: “Domattina vengo a Loco”. Io vado su e racconto a Bisagno quello che è successo e gli spiego: “Questo Bruno è bravissimo, però se mi va nei distaccamenti a piantare delle grane…”. Quando Bruno è rientrato, l’hanno chiamato al comando della divisione: non è successo niente, ma due giorni dopo è stato trasferito e con me è venuto Paolo [50], un ragazzo anche lui comunista, amico di Marzo.

GB. Di questo Paolo ho sentito parlare. Chi era? Ne parla Gimelli, nel suo libro, quando riferisce della famosa riunione di Fascia, quando Santo [51] ha portato mezzo distaccamento Alpino…
C. A ogni modo, alla Jori non abbiamo avuto questioni coi commissari. Bisagno sapeva come la pensavo, però a me non succedeva come a lui, che aveva vicino quelle tre o quattro persone che gli andavano a soffiare: “Lì c’è rosso, lì c’è rosso!”. Con Bisagno, qualche volta mi sono permesso di discutere. Quando mi ha chiesto di fare la capanna, prima l’ho fatta ma poi gli ho detto: “Di lì noi veniamo via, perché non è un posto adatto per starci”.
Quando mi ha detto di fare i rifugi, gli ho detto che con i rifugi ci mettevamo fuori strada. “Abbiamo tanta montagna aperta davanti a noi; meglio stare fuori! E ci difendiamo fuori. Se facciamo i rifugi non sappiamo che cosa succede fuori”; da Scrivia hanno fatto i rifugi e poi è successo qualche patatrac, come quello di Pinan che l’hanno pescato dentro nel rifugio; a Favale si erano infilati in un casone, e poi è successo il pandemonio. Qualche volta Bisagno mi ascoltava. Mi ha ascoltato anche quando, finita la guerra, voleva portare tutti i partigiani su a Fontanigorda quando sembrava che gli americani dovessero disarmarci. Diceva: “Non ci lasciamo disarmare. Andiamo di nuovo su, in montagna, andiamo a Fontanigorda”, ma a Fontanigorda per arrivarci ce ne vuole! Eravamo di nuovo nel deserto. Eravamo già stati venti giorni a Genova, a mangiare all’albergo, seduti a tavola; a dormire bene o male in un letto; per non dire quelli che abitavano vicino e andavano a casa. Andare di nuovo su: impensabile! Poi mi ha dato retta e noi della brigata Jori siamo andati tutti a Torriglia: ma proprio tutti, ci siamo andati. Solo noi con Bisagno, ma non quelli delle altre brigate. A Torriglia c’era un albergo che neppure ci stavamo tutti e c’erano camion e macchine che andavano e venivano. A Torriglia, bene o male, ci siamo arrivati e ci siamo stati. Tenere i partigiani lì a Torriglia a dieci giorni dalla Liberazione! Siamo stati lì dieci giorni e abbiamo tenuta unita tutta la brigata.

M. Torniamo al 1944, alla vigilia dell’estate 1944, con l’avanzata degli Alleati, che liberano Roma. Tu sei al comando di un gruppo che ha fiducia in te e c’è un buon clima ma siete sui monti e state facendo la guerra. Sarei curioso di sapere cosa allora cosa pensavi della guerra che progettavate di combattere; se pensavi di dover salvaguardare i tuoi uomini, oppure di impegnarli nello scontro. Avevate nemici, repubblichini e tedeschi, superiori di forze e dai movimenti difficili da controllare, davvero pensavate di poterli contrastare?
C. Si diceva questo: “Noi siamo qui per combattere fascisti e tedeschi”, perché i fascisti andavano dietro ai tedeschi. Però, pensavamo, e così pensava anche Bisagno, che finita la guerra, per noi era finito tutto. Per tanti non era così. Quando siamo stati quei dieci giorni a Varese Ligure, Marzo (o una staffetta, o qualcuno) è andato a sentire Radio Londra, e al ritorno hanno portato la notizia che gli Alleati erano sbarcati ad Ancona: la voce era falsa ma ci era servita per capire che tra noi c’era una spia, mandata per infiltrarsi tra i partigiani, insieme a un certo Ginocchio; era stata con noi quattro giorni e aveva passato ai suoi l’informazione che i nostri comandanti ci raccontavano delle storie, che gli americani erano sbarcati e che entro dieci giorni sarebbero stati a Genova. Questa spia, quando siamo venuti via da Varese Ligure, diceva di sentirsi male, non camminava: si è dato malato ed è rimasto là ed è andato da Spiotta [52] che lo aveva mandato tra noi e che coi racconti di questo tizio ha fatto due pagine di giornale [53] scrivendo di Croce, di Bisagno e di Marzo che pensavano che la guerra stava per finire. In realtà noi pensavamo giorno dopo giorno che la guerra sarebbe finita presto e non di arrivare al 25 aprile dell’anno dopo. C’era anche il fatto dei lanci che non arrivavano e che abbiamo aspettato, giorno dopo giorno, per quattro o cinque mesi. C’erano tante cose che si pensavano. Forse tutte non si dicevano, però si pensavano. Abbiamo avuti gli americani che ci hanno bombardato il 24 aprile ’45: ci hanno preso per tedeschi [54].

M. Una certa serenità nel comando e nel modo di agire, penso derivi dalla chiarezza circa le cose che si debbono fare.
C. Il mio pensiero era puntato sui comandanti di distaccamento. Sapevo che cosa pensavo, sapevo che cosa avrei fatto. E adesso di vivi, mi pare, che non ce ne sia più neppure uno. Nessuno dei comandanti di distaccamento, quando si trovavano in qualche azione alla quale partecipavo anch’io, si tirava indietro, mentre quando si trovavano soli, non tutti, ma la maggior parte sapeva sbrigarsela. Solo qualcuno non sapeva sbrigarsela. Quando hai trenta o quaranta uomini – ultimamente era questa la forza media dei distaccamenti –, secondo le scaramucce che capitavano… Una volta con Reggio ci siamo trovati sull’Antola che ci sparavano col 65/13 da Crocefieschi e una scheggia gli ha portato via tre costole [55]. Sull’Antola, con la neve alta. L’abbiamo caricato su una slitta e l’abbiamo portato giù a Bavastri: pensa cosa vuol dire, uno che perde sangue a quel modo. L’abbiamo fasciato, legato con camicie, e però gli uomini che erano lì non hanno detto: “Adesso andiamo via, scappiamo”; sono stati lì perché lo consideravano un battesimo. Io ho avuto la fortuna di avere con me i più vecchi della Cichéro, forse i più bravi. La situazione però era cambiata con l’arrivo dei nuovi. È stato con l’occupazione della val Trebbia e quando la Colonia di Rovegno era diventata una caserma dove arrivavano le nostre reclute, da Chiavari, da Genova, da Piacenza; alla Colonia c’era la mensa con i tavoli, cucchiai, piatti e il quartino di vino; c’era tutto. Quelli che rimanevano lì per un po’, si imborghesivano e quando poi li mandavi al distaccamento e gli chiedevano: “Di dove arrivi?”, subito dopo il commento era: “Guarda che questo arriva dalla Colonia”. Ero tranquillo solo di quelli che già avevano fatto un’azione o due; allora, dicevo: “Questi qua hanno già avuto il battesimo”.
Nel mese di gennaio ’45, quando Bisagno ha avuto un incidente ed è rimasto ferito e immobile per un mesetto, noi eravamo con le missioni Alleate inglesi e americane, che tutti sapevano che c’erano [56]. Per noi queste missioni erano importanti, ma lo erano anche per i nemici. Infatti non c’era settimana che non avessimo due o tre offensive dei tedeschi: una da Torriglia, una da Bobbio, una ti arrivava dalle Capanne di Pej, un’altra ti arrivava da Carrega, un’altra da San Clemente; perché i tedeschi sapevano che c’erano queste missioni alleate e cercavano di catturarle. E per questo abbiamo avuto dei combattimenti quasi giornalieri. In due, tre mesi, abbiamo avuto qualche ferito, ma non abbiamo avuto nessun morto, capisci? Siamo la brigata che forse ha fatto qualche casino in più, ma siamo anche la brigata che ha avuto meno morti. Perché se vai a Carasco, trovi dove hanno preso tre o quattro persone, le hanno prese sulle piante di fichi, e le avevano appese lì. Da noi non c’era una disciplina cattiva, imposta, ma partigiani che avevano capito che se sbagliavi potevi pagarla con la pelle, capisci? Perché i giorni della montagna ti portano a capire, a crescere, è un po’ come quando uno va a studiare. Per noi, i mesi e i giorni erano anni. Io ho avuto forse la fortuna di avere questi ragazzi che erano già bravi, però capivano che se uno scappava, l’altro ci rimetteva. Da lì veniva la fratellanza, l’aiuto reciproco. Anche noi abbiamo anche avuto problemi, ad esempio quando abbiamo disarmato lo Slavo: era una vipera, perché era armato e a levare da mezzo uno ci pensava come a fumare una sigaretta; quando andava da un contadino, se non gli dava la roba… Quando l’abbiamo disarmato, nei suoi magazzini aveva vino, formaggio; dai Canevello, dove eravamo andati a prendere due chili di formaggio, lui era andato con dei camion e gli aveva portato via tutto [57]. I Canevello, i proprietari dei formaggi, il giorno dopo che avevamo disarmato lo Slavo sono arrivati da noi, a Ottone. Avrebbero voluto indietro la roba. Hanno chiesto del comandante, che ero io, e Canevello mi fa: “Ci conosciamo, ma io volevo parlare con Bisagno.” Gli ho risposto: “Aspetti qua, che adesso lo faccio parlare con Bisagno”. Vado da Bisagno: “Guarda che là c’è, così e così. Noi siamo andati gentilmente con un documento di Genova che indicava chi siamo e non siamo, ci siamo andati di notte perché non potevamo andare di giorno, ci ha dato due chili di lardo e un po’ di formaggio, e ce ne siamo andati. Dopo di noi c’è arrivato lo Slavo col camion e gli ha portato via tutto, anche i maiali vivi”.
Nei due mesi che siamo stati in val Trebbia, da giugno ad agosto, abbiamo tentato di fare anche tanti scambi di prigionieri. Ma non ne abbiamo concluso nessuno, perché Attilio [58] era una brava persona, però quando diceva: “A me mi devono dare il generale Rossi” [59] e quelli in cambio volevano magari tre tedeschi, lui gliene offriva soltanto mezzo. E allora il cambio non si faceva più. Per Oreste, non siamo riusciti a fare il cambio perché “volevano troppo”. L’abbiamo tirata avanti… Queste cose qua io le ho ancora qui, in gola. Perché quando c’è stato il rastrellamento di agosto, alla Colonia, noi avevamo più di duecento prigionieri tra tedeschi e repubblichini. I fascisti un anno fa sono andati a mettere una targa alla Colonia – le saprai queste cose –, sono andati a mettere una targa con i nominativi… [60] Avremmo potuto offrire qualcosa di più, visto che li avevamo e li tenevamo lì: daccene anche dieci, se ne volevano dieci. Voleva il generale Rossi, con quattro o cinque che erano a Genova, e non ci voleva dare… Lo stesso con Oreste: io, per Oreste, con Attilio ho bisticciato per mesi. Lui diceva: “Adesso lo facciamo il cambio; lo facciamo!”, e l’hanno fucilato!

GB. È che è stato difficile perché Oreste era andato a finire a Torino.
M. Ritorno su una questione che già abbiamo trattato. È personalmente Bisagno che ti dice: “Prendi il comando di questi uomini”, o è il risultato d’una riunione?
C. Me lo dice Bisagno.

M. Quando te l’ha detto, tu hai avuto un momento di esitazione?
C. No perché avevo capito, dai nostri rapporti precedenti, che proprio aveva scelto me. Allora, a Cichéro, oltre a Lesta c’erano altri anche più vecchi di me (c’era Beppe e tanti che erano già lì, da prima; c’era Pinan che era capo squadra), ma Bisagno è venuto da me: “Qua ci sono ottanta uomini e li devi portare là. Quando sei là, dividili, fai la guardia…”. Ricordo di non aver dormito per tutta la notte.

M. Non hai esitato o detto: “È meglio un altro…”?
C. No, no…

M. Nella seconda metà di giugno, in val Trebbia dovrebbe essere comparso Miro [61].
C. Sì, poi lui è arrivato.

M. Ho letto che in quel periodo ci sono riunioni per far aderire i distaccamenti alle Brigate Garibaldi: ne sai qualcosa?
C. Forse l’hanno fatto, a Cichéro…

M. Forse l’hanno fatto a Cichéro… o a Pànnesi?
C. Forse… È successo questo, che dopo l’occupazione della val Trebbia a metà giugno, a me mi hanno fatto comandante di battaglione, che comprendeva tre distaccamenti. Perché lì c’eravamo un po’ allargati e io avevo già un distaccamento di settanta uomini. Poi, con quelli della Colonia e quelli arrivati da Genova abbiamo fatto tre distaccamenti, e così mi avevano fatto comandante di battaglione, però era sempre “Battaglione Torre”. I tre distaccamenti presero il nome di… Bellucci e questo qui forse è venuto… credo che questo l’abbiamo fatto dopo il rastrellamento d’agosto, quando hanno fatto… Fino al rastrellamento d’agosto c’era la terza Brigata Garibaldi. Dopo il rastrellamento d’agosto, allora hanno fatto la “Cichéro”…

M. Ma prima di agosto, in giugno, hai visto Miro?
C. Sì, sì.

M. Col suo arrivo a Genova si pone il problema della adesione delle formazioni di Cichéro alle Brigate Garibaldi e si comincia a discutere di un Comando militare unificato. Siamo attorno alla metà di giugno. Bisagno, interpellato, si era dichiarato d’accordo. Tu ne sai niente?
C. A Miro non davamo molta importanza; per noi era un po’ uno sconosciuto. Poi arrivava dalla Jugoslavia, così… Forse ero molto… Credo però che queste cose siano nate un po’ più vicino a luglio e agosto. È venuto Marzo e l’ha presentato.

M. Che impressione ti ha fatto quando l’hai conosciuto?
C. In fondo era un bonaccione, e poi lo abbiamo trovato in azione, lui era un uomo… Quando ci siamo trovati in azione a Carrega, che lì hanno fatto una puntata, arrivati su dalla val Borbéra e io prima sono andato a Cartasegna e poi, arrivato a Cartasegna, ritorno indietro e laggiù nel fiume, c’è lui, Miro: aveva preso tre o quattro ragazzi e con una mitraglia, aveva fatto una postazione ed è rimasto là tutta la sera. C’era anche lo Scrivia, il comando di divisione e il Comando zona, la missione americana, ma lui è stato là tutta la sera, in una postazione. Era un comandante, ma era come se non l’avessimo avuto; non dirigeva. Io qualche volta ho avuto dei collegamenti con Pietra (Edoardo) [62]: con lui ci intendevamo di più; parlava un po’ il genovese, non so. Pietra poi era diventato vice comandante della Zona per l’Oltrepò. Ma in quel periodo, almeno da noi, di politica se ne parlava poco.

M. Volevo solo sapere quando l’avevi visto. Se era venuto da voi.
C. Sì, è venuto, ma così… Ci sono dei ragazzi, ancora adesso, che se gli dici “Miro”… “Miro?”, ti chiedono. Se invece parli di qualcun altro, magari qualcosa dicono. Se parli di Bini, bene o male ti dicono qualcosa. Bini era uno che se l’azione la faceva tizio, lui su “Il Partigiano” scriveva che l’ha fatta Gino [63], perché Gino era uno dei suoi… Io non ho mai fatto polemica però adesso, quando leggo i libri, mi incazzo. Adesso quando Gino parla ancora di… che lui era a Genova e l’altro non c’era… dico, ma è possibile che Gino fosse… Quella lettera lì l’ha scritta una settimana fa.

M. Oltre che con Bisagno, il comandante con cui hai un rapporto di amicizia e fiducia profondo, ci sono altre persone, magari di altre formazioni, con cui ti trovavi di più in sintonia, anche politica?
C. Adesso ti spiego. Il distaccamento Torre, quando abbiamo fatto il battaglione, l’ho dato a Gino [64], che era un carabiniere, e avevamo fatto il posto di blocco a Marsaglia; ci vado, faccio questo posto di blocco e sto lì tre giorni per metterlo a posto. In precedenza ne avevamo fatto uno prima di Torriglia.

GB. A Laccio?
C. No, prima di Torriglia, verso nord; quando non eravamo ancora venuti giù. In un secondo tempo, poi, siamo venuti giù e siamo stati da Montebruno a Laccio.
Laggiù, a Marsaglia, passavano i camion che venivano da Santo Stefano e andavano a Milano e noi, cambiando le indicazioni stradali, invece che per Milano li avevamo fatti venire verso Genova. Per cinque giorni, i camion tedeschi erano venuti dalla nostra parte. Nel giro di poco tempo avevamo alla Colonia un centinaio di tedeschi prigionieri. Ero ancora a Marsaglia che alla sera mi arriva un biglietto da Bisagno che devo rientrare, che veniva questo comandante. Io gli dico: “Chi?”. La stessa sera che vengo via, arrivano due camion di tedeschi: questo Gino è saltato sulla strada e ha portato due camion alla Colonia; ero alla Colonia quando alla mattina abbiamo visto arrivare i due camion carichi di prigionieri tedeschi e di roba. Allora, lì, tutti hanno capito che al posto di blocco c’era rimasto uno che valeva. Se c’era rimasto Croce, probabilmente non lo faceva mentre quello, invece, era saltato giù nella strada…

GB. Chi era questo Gino?
C. Gino era un carabiniere, capisci, perché coi carabinieri… era di Fidenza, è venuto poi giù una volta; era un ragazzo che…

M. Mi parli di rapporti di fiducia che nascevano dentro la tua formazione. Ora io, invece, alludevo a rapporti anche fuori della formazione. Facciamo un passo avanti e ad esempio andiamo alla riunione a Capanne di Carrega per la formazione del Comando zona, il 23-25 settembre ’44, dove anche tu sei presente. Si discute degli incarichi di comando: immagino opinioni un po’ diverse. A qualcuna sarai stato più sensibile…
C. Ma vedi, lì eravamo tutti di noi, non c’erano estranei.

M. Tutti di voi ma non tutti del tuo battaglione. Immagino ci fosse qualcuno che parlava in un modo che a te andava più a genio.
C. Prima non avevo capito… [65] In quella riunione lì, Bisagno aveva un po’ di mal di denti, e ogni tanto andava di là in cucina e faceva degli sciacqui; e Marzo gli andava dietro, perché non lo mollava. E allora lì c’era Miro, c’era Attilio, c’era Dente [66], c’era lo Scrivia; lo Scrivia allora non era un politicante: aveva le sue idee, però non le spiegava. Io mi ricordo che di loro hanno fatto… Io dicevo, nel mentre Bisagno si era allontanato, che potevamo dividere questo da quello, però poi a mangiare eravamo sempre gli stessi. Allora Bisagno, che era rientrato mentre lo stavo dicendo: “Basta Croce, non dirci più niente”; volevano levare la Coduri dalla divisione Cichéro e farne una divisione, ma Bisagno era contrario. Quando siamo scesi a Genova, su queste cose Gino [67] era d’accordo, perché c’è quella lettera che sembra che sia lui il comandante della Cichéro. E belin, non finisce qua.

M. Dai… continua a raccontare.
C. Siamo arrivati a Genova che la divisione era già ridotta a metà e Bisagno aveva solo la Jori; quando poi, a Genova – eravamo al Bristol –, hanno detto: “Adesso c’è la sfilata… Chi è che sfila per primo a Genova?” – il Comando zona, la Cichéro, però ci doveva essere la brigata… Bisagno mi chiama e dice: “Croce!”. Nessuno ha detto niente, ma quando siamo scesi a Genova, Bisagno non ci aveva quasi più nessuno; perché, alla Coduri avevano fatto una divisione per conto loro; c’era stato un voltafaccia in quell’incidente lì; e consideravano Bisagno come un comandante di brigata. Ma se quella sera avesse avuto tre brigate in più, sarebbe stato lo stesso… Lui un politico non lo era.

GB. Adesso, tanto per dire, a quella riunione di settembre del 1944 a Capanne di Carrega, c’ero anch’io ma ricordo poco; ricordo Istriano [68] che mi piglia da parte e mi dice: “Adesso andiamo giù a Carrega che c’è un’osteria”, e siamo andati…
M. Proviamo a tornare proprio a questa riunione di fine settembre 1944.
C. Io l’ho vista così, che volevano levare le brigate a Bisagno, tutto il comando che aveva, eh! Ce l’hanno tolto. Anche perché lo Scrivia, che era il loro amico…

M. Però, scusa se te lo ricordo, la riunione del 23-24 settembre 1944, era per la formazione del Comando zona; quella di cui mi dici, succede molto dopo…
GB. A marzo 1945, l’anno dopo… C’era il generale Rossi, te lo ricordi?
C. Sì, e lì è quando hanno fatto quello che in parte, forse, ho già detto. C’era la terza Brigata Garibaldina, con i tre distaccamenti che la formavano. Dopo il rastrellamento d’agosto hanno fatto la divisione “Cichéro”, e noi siamo diventati la brigata Jori, la terza brigata, la brigata nata a Cichéro, e l’hanno data a me, subito. E hanno fatto la divisione Cichéro con dentro, oltre la mia brigata, c’era la Berto (la 57a brigata), l’Oreste (la 58a brigata) e c’era la Coduri.

GB. C’era Battista… [69]
C. C’era Battista e Gino, che erano quelli – circa quindici uomini – che erano staccati vicino alla città… Su questo però non ricordo contrasti.

GB. Neanche io. Ricordo che c’era Istriano.
C. Istriano poi l’hanno passato autonomo.

GB.Volevano levarlo dalla val Nure.
M. Invece, sempre lì a Capanne, ma a dicembre, attorno a Natale del ’44, tra il 25 e il 30, forse il 23, ci sono state se non sbaglio due riunioni e ad una di queste sembra ci fossi anche tu. Riunioni in cui Bisagno era stato attaccato, criticato. Era dicembre e avevate già avuto il rastrellamento d’inverno. A dicembre muoversi non sarà stato facile. Ricordi qualcosa? GB.C’era un metro di neve!
C. Ma chi erano quelli che erano lì? Perché, scusa, da dove viene questa notizia? Vorrei vederne uno che dica, guarda che c’eri anche tu! A te chi ti ha dette queste cose? Perché, belin, per me sono un po’ nuove. Magari era una riunione del Comando divisione, o del Comando zona e può darsi che Croce non ci fosse! [70]

M. La discussione riguardava i commissari politici e in buona sostanza il controllo delle formazioni da parte del Pci; iniziativa ostacolata da Bisagno che aveva risposto con la famosa lettera “Io Bisagno”.
C. Ecco, vedi, la questione sta lì; che Croce era Croce e nella sua formazione quei problemi non c’erano. È possibile che quelle riunioni le abbiano fatte, ma io non c’ero. Eppure, con Bisagno ci vedevamo. Anche Marzo, ma qualche volta! Perché all’inizio Marzo non mi vedeva tanto bene. Poi, quando abbiamo occupato la val Trebbia, e da Cichéro veniva in val Trebbia, aveva conosciuto la mia famiglia, e pian pianino mi ha preso in simpatia, ma ce n’è voluto. Perché all’inizio non mi voleva; avrebbe voluto che andassi a comandare la Coduri; non so perché. Era critico verso Virgola [71] e compagni; che poi li ha sposati tutti e due e proprio lui ha fatto la cerimonia.
Quando abbiamo fatto saltare il ponte di Laccio, veniva giù la Monterosa, veniva giù da Milano per andare a Chiavari, arrivava da Montoggio. Il primo ponte verso Laccio, l’avevamo già fatto saltare; quello Torriglia-Genova l’avevamo minato però era sempre in funzione. C’era un distaccamento, dieci persone che facevano la guardia a questo ponte. Quando là arriva la Monterosa, trovano il ponte rotto. Si mettono sulla collina e si mettono a sparare. Io, quella mattina che vengo giù con la macchina, cerco Bisagno che mi dice: “C’è mio papà, portalo fino a Laccio, e lo lasci là, tanto poi…”, così e così, che intanto poi dovevamo mettere un distaccamento fra Laccio e Torriglia. Io sono a Laccio, in macchina con Zalavir [72]: di là arriva questa improvvisata – che non sapevo che era la Monterosa –, ci siamo messi a sparare. Io sono di là con la macchina, arrivo lì dal ponte, mi dicono: “Abbiamo mandato su qualcuno perché c’è una puntata… arrivata improvvisa”. Ma su tutte le colline sparavano. Io avevo fretta. Prendo la macchina, la metto sul ponte (sul lato verso Torriglia; ndr) e faccio saltare il ponte. Ma uno, che a Torriglia era il proprietario del ristorante Cacciatori (che poi è diventato un amico), telefona a Marzo – perché allora a Torriglia, alla Colonia e a Gorreto c’era il telefono –, si lamenta: “Non possiamo più andare a Genova!”. Gli dico: “Non ti preoccupare di andare a Genova!”, perché lì c’era la Monterosa, che poi nel pomeriggio si è ritirata e per andare a Chiavari è andata fino a Busalla; e allora prendo Bisagno e gli dico: “Guarda che Croce ha fatto così e così”. Mi guarda e si fa una risata: “Hai fatto bene! Cosa potevi fare?”. Nel pomeriggio, andiamo a ricuperare la macchina che avevamo lasciato sul ponte, ma laggiù erano già all’opera quelli che levavano le gomme e le portavano via [73].

M. In sostanza, tu dici che, delle riunioni di allora, ricordi piuttosto quella del 7-8 marzo 1945.
C. Non ne ricordo altre, perché io non avevo quelle problematiche.

GB. Della riunione del marzo ‘45 ho letto tutto quanto ne ha scritto Gimelli, e tra l’altro, ne parlavo con Minetto qualche giorno fa, dal comunicato risulta che ero presente io e che c’era anche Minetto, ma sia lui che io non ci ricordiamo quasi di niente. Adesso c’è quella faccenda di Santo che arriva lì con i suoi armati e che Bisagno aveva fatto un biglietto per avvisarlo…
M. Tu, Croce, cosa ti ricordi?
C.
Lì l’avevano organizzata bene. Io ero a Gorreto, e dov’era anche Marzo; Bisagno non c’era: era a Fascia. Io avevo il comando a Casa del Romano perché, anche se avevo i distaccamenti in giù, il comando l’ho quasi sempre tenuto in montagna per essere un pochino appartato. E questo costava, perché lassù il proprietario si era portato via tutti i materassi, lasciando solo i tavoli, e si dormiva sui tavoli. A Casa del Romano ero arrivato con Marzo, verso le dieci quando arriva la staffetta che dice: “Croce e Marzo, bisogna che andate su perché c’è Bisagno che…”. Arriviamo su. Quel giorno Marzo camminava come un accidente. Camminava più di me [74]. Si vede che lui… Io non sapevo niente di ‘sta faccenda. Arriviamo su, e c’è questa baraonda e c’è un distaccamento, Santo, che quattro o cinque giorni prima lui era a Bavastri e aveva avuto un incidente con la pattuglia: andava di pattuglia che era una mattina con un po’ di nebbia e incontra una pattuglia tedesca; si sparano e c’è un morto del distaccamento [75]. Santo era stato studente insieme a Bisagno. Bisagno va al distaccamento e sono là che piangono (cosa che, quando succedeva un incidente, non è che c’era il tempo di piangere), allora Bisagno mi dice: “Vedi un po’ se domani puoi portarlo da qualche parte, levalo un po’ di lì. Magari va da un’altra parte, si dimentica”. Allora prendo Santo e lo mando a Loco, e quello di Loco lo faccio venire su. Infatti il distaccamento Guerra si è trovato lì a Fascia perché veniva via di laggiù. Il Guerra era contro… che poi c’è stato… poi sono arrivati e si è fermato tutto, se no c’era il Guerra che diceva: “Tu, Santo, potevi stare dove eri e non venire qua. Ci vieni a sostituire e adesso pianti il posto di blocco”. Santo aveva piantato il distaccamento in un punto dove una settimana prima avevamo fatto prigionieri trentatré tedeschi [76]. Era un posto di blocco importante. Al più, di fronte alla grana, Bisagno gli avrebbe detto: “Prendi cinque uomini e vieni qua, ma lascia il distaccamento laggiù”. Allora è quando io, poi, finita tutta la baraonda, chiusa l’assemblea, la sera, ho detto a Bisagno (c’era anche lo Scrivia): “Adesso Santo lo mandi dove vuoi, lo mandi in un’altra formazione. Non tengo Santo con noi”, e Bisagno: “Scrivia, lo mando da te!”. Scrivia, che lo conosceva, perché erano tutti e tre studenti insieme: “No, non me lo mandare! Mandalo da un’altra parte!”; e Bisagno lo ha mandato da Banfi.
Probabilmente queste riunioni erano per le questioni dei commissari, che ce n’erano tante di continuo; nella “Berto” c’era sempre questa grana tra il comandante e commissario e tu lo saprai, avrai sentito qualcosa. C’è sempre qualcuno che le cose le ingigantisce un po’ di più…

M. Ma la riunione del 6-7 marzo, non si occupa di commissari politici. È una riunione dove ci sono anche dei membri del Comando militare regionale. Tu dici che c’eri.
C. C’ero, c’ero.

M. E quindi non avete discusso di commissari?
GB. È quando si è fatta la Pinan-Cichéro e Scrivia aveva una posizione diversa da come Bisagno si aspettava.
C. Ma sai, quando c’è la carriera… Bisagno a me aveva proposto diverse cose e, quando c’era la questione di Banfi, mi ha detto: “Se tu andassi là, Croce? Qua c’è Fontana e con lui starò io…”.

M. Cos’è questa storia di Banfi?
C. C’è stato un momento, due o tre giorni, che Banfi l’avevano sospeso, eh! Infatti gli stessi partigiani, gli stessi comandanti di distaccamento – motivi ce n’erano mille e non so se era per l’incidente della Forcella [77], o qualche altro incidente – avevano avuto un diverbio.

M. Questa proposta quando te l’ha fatta?
C. Non so se era in gennaio o in febbraio. Lesta lo sa, perché è quando è venuto via da Gino, perché Bisagno aveva chiamato Lesta per affiancarlo a Banfi; adesso non ricordo se era gennaio, ma sarà stato gennaio o febbraio.

M. Hai detto che Bisagno ti ha fatto altre proposte.
C. Mi aveva fatto, sì, ma proposte nel senso di lavoro, di questioni… Bisagno con me, sapeva che io non ero comunista, ma non ero neanche anti. Delle volte io lo riprendevo, perché intorno aveva dei ragazzi che erano bravi, però gli facevano vedere… che là c’era fuoco, c’era rosso, capisci?

M. Ma questa cosa, di questi ragazzi che gli facevano vedere fuoco e il rosso quando è cominciata?
C. Più si andava avanti e più era visibile. Già a Cichéro c’era qualcosa, però era più nel piccolo. Bini, per esempio, era una bravissima persona, niente da dire, però poi attribuiva a Gino l’azione che invece aveva fatta un altro. E allora lì non sei più onesto, sei disonesto! Capisci? Questo è il discorso, cosa che tutti preferiscono non dire. Magari dicono tante belinate, ma questo non lo dicono. Bini era uno di quelli che se l’azione la faceva Gino, era Gino, ma se la faceva Croce, non c’era, capisci? È scritto su “Il Partigiano”. L’altro giorno eravamo a Barbagelata con Benassai [78], uno di quelli che erano rossi rossi, ma anche uno che se gli tocchi Croce… Sapeva che non ero comunista, però non era d’accordo neanche con Bini, neanche con Gino, perché quando si trattava di portare l’acqua al mulino, portavano l’acqua al mulino; ti lasciavano, ti abbandonavano…

M. Mi hai detto che Bisagno a volte si sfogava con te, ti aveva sottoposte questioni, detto delle cose… 
C. Lui era andato là… a Piacenza, come si chiama là il comandante…?

M.Fausto [79]
C. Sì, Fausto. Da Fausto c’era il collegamento con Milano, e questo negli ultimi tempi, nel periodo di Fascia, un po’ prima o forse un po’ dopo… Probabilmente dopo, perché lui voleva staccarsi da qui, ma… non lo consigliavano bene. È questo il discorso, capisci? Io che non vedevo tutto rosso, gli dicevo: “Si può fare, ma non si deve fare”. Ma adesso, Leonzio [80] è morto, Fontana è morto; anche Paolo qualcosa sapeva. C’è stato delle notti che camminavamo fino alle due o alle tre dopo mezzanotte, e poi Marzo veniva a prenderci; eravamo nel viale di Gorreto. A Bisagno avevano suggerito di fare levare il nominativo e fare una formazione a parte. Lui mi chiedeva: “Se lo facciamo, in quanti vengono con noi?”, e io: “Con noi vengono tutti. Però non dobbiamo farlo”. Perché là gli avevano proposto una organizzazione militare, un finanziamento: tanti uomini e tanti soldi per la decade; settimanalmente. Diventavamo dei militari. Giustizia e Libertà passava con noi. Lui, lassù da Fausto, c’è andato con Lesta, proprio con Lesta e due o tre volte c’è andato anche con Dorino [81], perché per andare da Fausto dovevano passare da Bobbio e a Bobbio c’erano i tedeschi, però Dorino, con la moto, faceva una strada in mezzo ai monti e sapeva arrivarci. Bisagno, se avesse trovato qualcuno che l’avesse incoraggiato, avrebbe fatto questa formazione, pur di levarsi da qui.

M. Ne avete parlato molto…
C. Eh! Ne abbiamo parlato parecchio.

M. Di questi contatti di allora tu hai saputo mentre erano in corso?
C. Sì, certo, ma non è che la sapessero in tanti.

M. Secondo te Scrivia lo sapeva?
C. Non lo so. In quel periodo lì, Bisagno non parlava più di Scrivia; credo che non si aspettasse che Scrivia lo abbandonasse così. Invece, Scrivia ha ascoltato, ma non ha detto niente [82]. Gli altri hanno deciso tutto e lui ha detto: “Va bene”.

M. Dell’iniziativa di Bisagno verso Fausto, Minetto sapeva qualcosa?
C. Vedi cosa c’è? Tu e io ci siamo conosciuti che è due ore e con Minetto ci siamo conosciuti che è cinquant’anni; l’altro giorno è venuto qua da me e gli ho chiesto: “Dimmi un po’, che è una cosa che me la sono sempre tenuta qua, non sono riuscito a sapere dov’era Taviani [83] quando era in montagna”, perché di queste grane Minetto sa, ma scommetto che non te ne dice. L’altro giorno gli ho chiesto: “Minetto, ti ricordi di quando, con Bisagno, c’erano queste grane e tu gli dicevi «vado da Taviani, e fra due o tre giorni torno!», oppure «vado a parlarne con Taviani, poi torno»?”. Poi tornava, parlavamo, ma io – e come me anche Bisagno – non ho mai chiesto dov’era, perché magari, se il giorno dopo lo prendevano, potevano dire: “Quello ha fatto la spia”. L’altro giorno, quand’è stato qui, gli ho detto: “Minetto, davvero non ti ricordi di quando andavi da Taviani? Per la miseria!”. E lui: “Io non sono mai andato da Taviani”, invece ci andava da Taviani; ci andava prima e dopo. Ma lui: “Io non ci andavo, né prima né dopo; con Taviani, mai andato”.

M. Ti interrompo per farti fare un passo indietro. Stai passeggiando con Bisagno nel viale a Gorreto.
C. Era anche freddo…

M. Era anche freddo ma tu stavi lì a parlare con Bisagno, e vai avanti fino alle due del mattino. Ve ne sarete dette di cose…
C. Ne abbiamo dette tante ma poi erano sempre le stesse cose. Lui mi diceva questo, questo e quello… Lui di Marzo si fidava però mi diceva anche: “Va sempre con i preti”; perché Marzo, ad esempio … Io ho avuto dei parroci che ci sono stato amico, me ne sono servito e grazie che m’hanno aiutato; però, poi, non è che se passavo davanti alla chiesa, andavo a trovare il parroco. Ho avuto quello di Alpe, poverino, che è stato il primo che ci ha dato una mano, perché eravamo proprio a terra; ci ha detto dove potevamo andare a comprare un po’ di roba. Invece Marzo, lui, i preti… Siamo andati a Gorreto, dieci anni fa, da un parroco che ci abbiamo bisticciato tutti; Paroldo [84] ci ha portato da questo qui… che faceva la spia e gli diceva chi erano i nostri collaboratori. E se non lo teniamo, Paroldo gli dà uno schiaffo. Era per il fatto di Dorino: Dorino era uno che, quando siamo stati in val Trebbia, è stato il primo che abbiamo incontrato. Ci ha visti arrivare, gli abbiamo chiesto dove c’era da comprare qualcosa, dove trovare un po’ da mangiare. Con questo Dorino siamo rimasti in amicizia e con noi era in collegamento. Paroldo aveva capito che era un bravo meccanico: “Ho una macchina da mettere a posto”, l’aveva preso con sé e gli serviva. Ma il parroco gli aveva detto: “Quello lì è un partigiano, uno che dovreste levarlo da mezzo!”, e quando poi Paroldo è passato dalla nostra parte, andiamo dal parroco in quattro, Bisagno, Marzo, io e Paroldo, che gli chiede: “Cosa dice di quel Dorino?”, e il parroco: “È un bravo ragazzo!”, e Paroldo: “Ma cos’ha detto a me di lui?”. Alla fine siamo venuti via e abbiamo lasciato perdere. Dieci anni fa, per il 25 Aprile, siamo andati a Gorreto e Marzo con quel prete si abbracciano e si baciano! Io non l’ho baciato, quel prete!

GB. Marzo baciapreti!
C. Si sono abbracciati! Giuro.

M. Bisagno si fidava di Marzo e Marzo ci sapeva fare.
C. Era un liberale!

M. Non so se era un liberale o meno. Comunque, Bisagno si chiedeva e ti chiedeva chi avrebbe potuto seguirlo. Ho capito bene?
C. Sì.

M.Non sembra che Bisagno ne abbia parlato ai vari Santo e Dedo [85]; invece lo ha fatto con te. Non cercava quelli che lo avrebbero incitato, piuttosto chi sapeva capirlo, ma anche farlo riflettere. Uno come te che gli eri amico ma gli dicevi: “Si può fare, ma è sbagliato”. Ho capito bene?
C. Sì, sì. Come nel caso dei rifugi: non li ho fatti. Lui non è che m’abbia detto: “Li devi fare!”. “Se te la senti; se ti pare che, come la vedi tu, te la puoi sbrigare, allora…”. Dall’altra parte avevano le cave, andavano nelle cave [86].

M. A quando risalgono questi tuoi colloqui con Bisagno?
C. Agli ultimi mesi, subito dopo Fascia. C’era già stato qualcosa, prima: prima, Bisagno aveva cercato di portare Giustizia e Libertà con noi, di inserirli nel comando della divisione e anche della Zona. Di loro diceva che Murri [87] era un bravo partigiano; quanto a Umberto [88]: “Lo mandiamo al Comando zona, così là gli danno una carica”. Noi con Giustizia e Libertà eravamo sempre stati come cani e gatti, ma Bisagno in quel momento aveva talmente fiducia in loro che, nella zona della val Trebbia, verso Torriglia, aveva messo i due distaccamenti di Giustizia e Libertà: il primo là da dove erano venuti giù quei trentatré tedeschi (ma i G.L. invece di essere al posto di blocco, non c’erano e quelli, i tedeschi, c’erano arrivati addosso); il secondo a Prato, sopra Torriglia.
Da Torriglia, gli informatori ci avevano avvisato di un movimento; che i tedeschi che erano a Torriglia stavano rientrando a Genova. Bisagno dice: “Come partono, andiamo e, prima di arrivare a Laccio, ci appostiamo e li attacchiamo”. Andiamo in giù per attaccarli ma loro, i tedeschi, invece di andare verso Genova vengono nella direzione opposta e fanno una puntata a Porto, dove c’era il distaccamento di Giustizia e Libertà: scappati tutti! C’è stato due morti: uno della G.L. e un ragazzo [89]. Allora di lì s’è capito che la G.L. non funzionava e Porto, il paese, quando ci siamo tornati noi, ci aveva presi un po’ male: “Hai visto come stanno le cose”, ho detto a Bisagno. Avevamo dovuto rassicurare gli abitanti di Porto (molti anche gli sfollati da Genova, arrivati lì in fuga dai bombardamenti sulla costa): “Qua torniamo noi e vedrete che i tedeschi non verranno più…”, e non sono più venuti. E come è arrivato il 20 aprile, che i tedeschi da Laccio sono venuti via, a Porto ci hanno fatto un pranzo che non lo farebbero neanche adesso; ci hanno portato sul tavolo di tutto, perché i tedeschi a Porto non si erano più fatti vedere. Ai G.L. Bisagno aveva voluto dare fiducia, cercando di portarli da noi per ingrossare la formazione, ma non era stato possibile. (Rivolto a G.B.; ndr) E Minetto ora dov’è?

GB. È a Albissola e facevo conto di passare a salutarlo.
C. E passaci e portagli i miei saluti, ma digli anche che Croce, quella di Taviani non se l’è creduta!

GB. Di Taviani, Minetto parla con grande disprezzo. Però io non l’ho ancora capita…
C. Vedi, io non l’ho difeso prima, ma ora non ne parlo male…

GB. Se mi permetti, dico due cose: io quest’inverno ho letto tutti i libri di Gimelli, documenti, Bisagno, i resoconti (ci sono anche dei documenti, all’Istituto, dove bisognerebbe mettere un po’ mano, perché lì non vogliono nessuno). C’è una cosa che mi imbarazza. È che, da questa storia, io che sono del ’23, personalmente ci esco con le ossa rotte. Quando sono arrivato a Cichéro, avevo da poco compiuto vent’anni, e quando è finita la guerra, ne avevo compiuto ventuno. Quindi ero “ragazzino”, però, bene o male, in tutte queste vicende c’ero anch’io. Io non mi sono mai reso conto che ci sono state tutte queste questioni che tu hai raccontato, sigarette e altri malintesi di quel genere. Ci saranno stati, però niente di così grave che sia da dire: “No, qui non si può più andare avanti”. Né da una parte né dall’altra. I miei ricordi vanno in quel senso. Nota che io ero dall’altra parte, ero iscritto al Partito comunista; lo sono sempre stato, per venti, trenta, quarant’anni. Però con Scrivia siamo sempre andati d’accordo: insieme da Pànnesi fino all’ultimo giorno della guerra. Ogni tanto, magari, c’era qualcosa. Minetto, per esempio, all’Arzani aveva come commissario quel vecchio, Curone, Silla [90], e ricordava d’avergli detto: “Non dovete fare tanta propaganda coi ragazzi”, e Curone: “Va beh!”, e la cosa era finita lì. Voglio dire che erano situazioni normali mentre a Fascia si è quasi arrivati al rischio di spararsi…
C. Ma lì la questione era Santo: Santo è uno che ha fatto il partigiano perché andava a scuola con Bisagno, se no in montagna lui non ci stava neanche 24 ore. Lui si è sparato una raffica nel piede. Andiamo sull’Aiona e quando è là, lui prende l’esplosivo… e l’hanno buttato nel lago, se no bruciava! E a Bavastrelli, quando va con la brigata Berto, c’era un ragazzo che era in villeggiatura, era lì con loro da qualche mese e ha voluto andare con loro; figlio unico. Santo smonta una bomba, poi ha levato il coso (il detonatore; ndr) e l’ha buttato via. Il ragazzo ha visto Santo e anche lui si mette a smontare una bomba: gli è esplosa in mano ed è morto. Figlio unico, diciannove anni. Ma Santo ne ha fatto mille…

M. Vuoi dire che era un irresponsabile?
C. Sì…

M. E quel che è successo a Fascia sarebbe il risultato del modo di fare di Santo…
C. Ma è naturale! Nessuno si sarebbe… Io sono d’accordo: uno ti fa un bigliettino, tu vai… Ma lassù, a Fascia, non c’era lì un battaglione di tedeschi.

GB. C’erano questi vecchi, però!
C. Esatto. C’erano quelle tre o quattro persone che venivano da Genova e magari quelli che erano qua, l’avevano pompato (Bisagno; ndr). Marzo probabilmente non sapeva tutto, perché se partiva Bisagno, partiva anche lui. Questo è il discorso, eh! Lui difendeva Bisagno perché se Bisagno andava via, Marzo non faceva più il commissario! Ci aveva tutti contro, eh!

GB. Eh sì!
C. Dei comunisti, non ce n’era uno che andava d’accordo con lui, neanche quando è venuto a Genova; anche a Chiavari, lui gli amici ce li aveva fuori dal partito.

M. Marzo, a Fascia, aveva difeso Bisagno apertamente?
C. Sì, sì. E non lo mollava; gli stava dietro. Aveva paura anche lui, qualche volta…

GB. Cambiamo discorso. Vorrei sapere di quando hai partecipato ai disarmi della G.L.: se non sbaglio, Bisagno, questi della G.L. li ha disarmati due volte.
C. La prima volta io ero al posto di blocco e come ci arrivo mi dicono: Bisagno – che intanto era andato a disarmare la G.L. – ti ha lasciato questo biglietto di andare su con trenta uomini. E io prendo trenta uomini e vado.

GB. Nella zona di Roccatagliata…
C.
Era giugno, fine giugno [91]. Lo incontro a Barbagelata; li aveva disarmati lui perché io non c’ero (anche se, in seguito, Bonfiglioli [92], uno dei disarmati, che con me di questo non ha mai detto una parola, quando si è trovato con Scalabrino [93] gli aveva detto: “Però Croce ci ha disarmato”). Io invece ci sono andato la seconda volta, perché venivano i contadini a dire: “Ci hanno fatto questo, ci hanno portato via quest’altro”, allora era il momento che dovevi andarci. A Cicagna, avevano fatto due prigionieri, quelli della centrale del latte – erano dei fascisti, ma dei fascisti all’acqua di rose. Li avevano presi e levati da mezzo. Poi prendono altre due persone e a quelli che erano andati a cercarli gli dicono: “Li abbiamo mandati al comando di brigata, dai garibaldini, a Uscio”, dove c’era il distaccamento dei prigionieri [94]. Questi arrivano a Torriglia e mi dicono: “Hanno preso il tuo amico, così e così, e quell’altro”. Allora telefono su a Marzo e gli dico: “Guarda, c’è uno di Cicagna e uno di Lorsica che era un nostro…”, ma al controllo risulta che quelli non avevano mandato nessuno. E allora, Bisagno e Marzo per telefono gli hanno detto che gli davano 24 ore: se entro 24 ore quelli non fossero rientrati a casa, sarebbero andati lì e li avrebbero portati via tutti. “Vi portiamo via tutti, eh!”. Se entro 24 ore non fossero rientrati a Cicagna, l’avrebbero portati via tutti!

GB. A me interessava solo per un fatto che riguardava quelli di Bobbio. Due anni fa ho pubblicato il rapporto di Wheeler – l’avevo ricevuto dagli Stati Uniti – il capitano della missione americana Walla Walla, arrivata in val Trebbia nel luglio ’44 [95]. Nel rapporto c’è una mezza pagina dove dice che quelli della G.L. di Fausto nel rastrellamento erano scappati tutti, lasciando in mano ai tedeschi tanti viveri che bastavano per un anno. Poi c’era stato anche un casino con Fausto, il comandante: avevano ricevuto un lancio da dividere con la Cichéro e invece si erano tenuti tutto. Sono anche circolati dei documenti che Fausto aveva trattato una specie di armistizio con i tedeschi, tanto che il CLN di Piacenza li aveva sospesi e Parri, che era il comandante di G.L. in Italia, li aveva espulsi dalle G.L.; a Stradella, dove sono andato tre mesi fa, mi hanno detto che, proprio per via di questi accordi con i tedeschi, non li avevano smobilitati come G.L. ma come divisione autonoma “Piacenza”. Sono informazioni parziali e comunque non so quanto di queste cose allora si sapesse e Bisagno fosse informato, ma forse delle voci circolavano…
C. Si diceva che Fausto… si parlava di furti… di pendenze penali.

GB. Non mi spiego allora come, con queste voci che giravano e con tutti questi malintesi che c’erano stati, Bisagno potesse progettare di mettersi con loro.
C. Senti, Bisagno aveva… Adesso io faccio due o tre nomi: il Santo, il Biondo [96], suo cugino Caronte [97] – quattro o cinque persone –, quello di Chiavari, Dedo, quello di Sestri Levante, l’orefice Mari [98]; anche Lago [99] gli ha dato una mano, ma adesso Lago è cambiato (lo so perché Lago l’abbiamo portato in macchina con mia moglie, da Chiavari a Rapallo).
Noi abbiamo fatto quel monumentino, quel cippo, è il primo che abbiamo fatto. L’abbiamo fatto noi, a inaugurarlo era venuto Raimondo, di Borzonasca, il presidente della provincia di Genova [100]. L’abbiamo fatto subito, dopo due o tre mesi, prima che finisse il 1945: un po’ di cemento, due o tre pezzi di marmo che avevamo nel comune, in magazzino, con tutti i nomi delle brigate e in cima, ci abbiamo messo Bisagno. Un giorno Lago mi dice: “Eh! Vi siete appropriati un po’ di Bisagno”; dico: “Lago, era il nostro comandante, e l’abbiamo messo lì. Ne abbiamo parlato con suo papà, se potevamo farlo”. Ma un anno fa, Giacomo [101], Santo e compagni escono fuori che volevano cambiare la lapide. Chiedo: “Ma perché volete…?”. “Ma sai, è brutto, bisogna farla…”. “Allora, se il problema è quello che qualcuno vi ha detto che noi ci siamo appropriati del nome di Bisagno, lo leviamo eh! Prendo Bruno, che è uno che fa tutti i mestieri, lo scalpelliamo e ci mettiamo un altro nome”. Mi hanno detto: “No, no…”. Perché lassù, Bisagno era di tutti, non è che fosse soltanto cosa mia. Erano i suoi fidati, quelli che gli andavano a dire qualcosa di più, anche quello che non c’era, e lui…

M. Ma Bisagno sapeva valutare uomini. Pare strano che i personaggi che citi, che non sembrano essere personaggi di grande spicco, avessero tanta influenza su di lui.
GB. Personaggi come Biondo, Caronte…
C. Biondo era uno che, quando eravamo in val Trebbia, se non era occupato, se n’andava a dormire a casa. Non è che ha fatto tanto il partigiano.

M. Non è strano che Bisagno, che era così intransigente, tollerasse queste cose?
C. Un po’ di bruciore c’era ma, sì, le tollerava.

GB. Non ce lo vedo Bisagno a farsi influenzare da un Caronte.
C. E allora da chi?

GB.  È la domanda da un milione! Ma vorrei che cinquant’anni dopo, che non abbiamo più nessun interesse, né politico né personale, né niente, capire perché si era creata questa situazione quasi drammatica; costruita su niente, poi.
C. Beh, fattori ce n’erano e non pochi! Prendi il fatto di Dino: Dino l’hanno fucilato! Lassù, di quei casi lì ce n’è stati parecchi. Il partito comunista prende uno che non so cosa faceva in Marina, che probabilmente non faceva neanche l’autista, e lo manda su che aveva un grado, quasi il più importante grado di comando. E allora, da comandante, della prima azione che è andato a fare dovresti domandare a Denis… Denis, uno che con noi era già battezzato, è andato a fare l’azione con Dino e si è spaventato, è diventato una foglia e Marzo lo caccia via. A me è toccato recuperarlo, rifarmelo, mandarlo nel distaccamento reclute e poi, pianino pianino l’ho riportato di nuovo com’era. Ma per riportarlo com’era, quando a uno ci levi mezza gamba… Era un ragazzo, ma era già battezzato. Eppure va a fare una azione con Dino, a Barbagelata: scappano tutti, e l’altro, quello della squadra volante, che era venuto da voi…

GB. Corvo [102], Leonzio?
C. No, no. Il suo nome era Lorenzo, il comandante della volante, quel piccinetto.

GB. Sandro?
C. Sì, Sandro [103]; c’era Sandro e hanno mandato il vice comandante di divisione, Dino, che probabilmente non aveva mai sparato. E allora, scappo io che scappi tu, sono scappati tutti. È successo così; e Marzo caccia via Denis: ci sono due comandanti e se la prende con lui! Ma Denis vede che scappano i comandanti e scappa anche lui! Dice Marzo: “Si è spaventato!”. Per forza: se il comandante scappa, uno si spaventa!

M. Dicevi di Dino come l’esempio di un personaggio costruito da loro, e che non risulta all’altezza…
C. E allora lo levano da mezzo, perché ha preso due pacchetti di sigarette o due pacchetti di calzette!

GB. L’accusa era un po’ di soldi.
C. C’era un lancio; lui era lì, l’hanno messo a fare l’accompagnatore del lancio. Poi quando hanno visto che per lui era anche troppo fare l’accompagnatore degli americani, lo levano da mezzo! Mandatelo a casa! Ma no, lo fucilano! Sono stato il primo a sapere che lo avevano fucilato: arriva una staffetta, con addosso le scarpe degli americani, quelle scarpe alte che n’avevano date un paio per ciascuno solo ai comandanti. Vedo quelle scarpe lì: “Chi ti ha dato quelle scarpe? Te le ha date il comando? Quando te le hanno date?”. Ha risposto: “Stamattina, prima di partire”. Allora io dico a Fontana: “Vuoi scommettere che hanno fucilato Dino?”. Perché se ne parlava. Attilio in queste cose era esagerato.

M. Anche Bisagno?
C. Sì, anche lui, ma in altre cose. Catturava tre alpini che avevano il moschetto carico e, siccome erano alpini, se li portava insieme. Una volta è successo e lui gli dice: “Bene, venite con noialtri!”. Eravamo a Marsiglia; venivamo dall’Antola e lì, alla periferia di Torriglia, c’era un colonnello che ci dava informazioni su quello che succedeva. Bisagno va da questo colonnello e gli dice: “Vieni anche tu!”. Senza che a me abbia chiesto nulla, gli dico: “Vai da solo, vai da solo che questo qua…”. Un’altra volta arriva uno che dice: “Nell’osteria c’è degli alpini!”. Allora, prima che escano fuori, andiamo là, e troviamo sette-otto alpini con un sergente maggiore. Gli diamo il “mani in alto!” e li prendiamo. Usciamo fuori, prendiamo i moschetti, ma non li abbiamo scaricati. “Cosa fate? Venite con noi o andate a casa?”. Uno o due dicono: “Veniamo con voi”, mentre un altro dice: “Io vado via”. A quelli che vengono con noi, Bisagno mi dice: “Dagli il moschetto”. Allora io: “Aspetta un po’, scarichiamoli e poi diamoglieli”. E lui: “Ma no, vengono con noi…”. E io: “Scarichiamogli i moschetti, e andiamo su tranquilli”. Lui insiste: “No, sono alpini!”. Eppure era già successo con i due che erano con voi (rivolto a G.B.; ndr), Ruggero e Bruno…

GB. I fratelli Colombo… [104] 
C. Sì, che gli avevano dato uno spintone e li avevano cacciati giù dal sentiero e i prigionieri erano scappati.

GB. Era quando hanno portato il maresciallo delle SS Peters [105]. C’era anche Sceriffo [106].
C. Erano due che avevano un negozio di stoffe.

GB. Erano i nipoti di Cabib, quello dei tappeti. Uno l’ho incontrato ancora un mese fa.
M. Questo discorso è nato perché volevi sottolineare certe leggerezze nel modo di fare di Bisagno.
C. Lui si fidava un po’ troppo di tutti e alla Colonia, lassù, c’erano duecento (prigionieri; ndr), poi in mezzo al bosco hanno dovuto fare delle fosse che non finivano più. Infatti, i missini, sono andati a metterci le targhe. Se avessero fatto diversamente, quelli non ci andavano a portare le targhe lassù.

M. Mi dici che su questo lui non era d’accordo.
C. Non era d’accordo. Quando hanno fatto il processo, lui si è assentato. Non c’è andato.

GB. Io di Bisagno ho un ricordo bellissimo, personale. Quando sono arrivato, ferito in Fontanabuona, è venuto a prendermi con la motocicletta a Montebruno [107], mi ha portato fino all’Ospedale di Bobbio sul sellino dietro. Insomma, c’era un rapporto, diciamo di affetto, di amicizia, eccetera. Però, ecco, metterlo al vertice è un’altra cosa. Anche con Minetto, su questo abbiamo un po’ litigato: a Bisagno non voglio levare nessun merito, è stato uno dei più grandi combattenti, è stato qui, è stato là… È stato un simbolo. Però non facciamone una caricatura… da santo. A un certo momento sembrava che non ci fosse stato altro che lui.
C. Quello che dici è giusto, ed è la verità. Se vedete solo com’è capitato l’incidente, che non si può spiegare, io delle volte al fratello cerco di fargli capire… Uno che va ad accompagnare su gli alpini… Lui è andato su per Paroldo; è andato su ad accompagnare questi ragazzi, però, al ritorno, va a salire non sul cassone, ma sulla cabina. Ci sono dei camion che dai lati hanno una specie di portapacchi, ma lì, se il camion dà una frenata, scivoli giù. Quell’altro, Biondo, è stato a scrivere del caffè. Infatti abbiamo fatto quell’articolo là che vi ho dato: di lì in poi, non ho più scritto. Loro invece hanno scritto per dieci anni…

M. Vuoi dire che era proprio il tipo da mettersi lassù in cima, per una alzata di ingegno?
C. È che in certe cose era un po’ un ragazzo. In val Trebbia, anche lui, con la macchina, è andato fuori strada. E due piante l’hanno tenuto. C’era arrivato sopra… Era un ragazzino, ancora giovane.

GB. Anche con la motocicletta si divertiva. Mio padre mi raccontava che gareggiava con Miro ed erano finiti in terra, ma non c’è niente di male. A me, quello che mi gira è che Minetto dice: “Se non ci fosse stato Bisagno non ci sarebbe stato il movimento partigiano”. Forse sarebbe stato meno forte, ma il mattone l’hanno portato tutti: piccolo o grosso.
C. Ma l’autotreno l’ha portato lui. Adesso, tutti quelli dei partiti erano tutti bravi commissari, ma non ce n’era uno che valesse quattro soldi! Scusa eh! Prendimi Attilio.

GB.Allora Moro?
C. Vero, di Moro però ce n’era uno, ma gli altri… Forse perché è stato con me, ma io ho visto che Moro era preoccupato se uno lo portavano a casa ferito. Ma gli altri non capivano niente. E non sapevano niente. Marzo fumava la pipa… Attilio, Dente e tutti quelli che…

GB. Proprio Attilio, Minetto lo porta in palma di mano; anche lì, secondo me, esagerando…
C. Attilio era un settario. Quando ha fatto il S.I.P. – che poi ha preso tutti gli scalmanati – e io a Torriglia gli ho detto che con me c’erano dei ragazzi, quello lì e quello là, che erano ex poliziotti, lui ha dato un pugno sul tavolo, che c’era un bicchiere con l’acqua dentro ed è saltato per aria: “Quelli che hanno fatto la polizia nella repubblica [108], non possono fare il S.I.P. con noi”. Allora, gli ho detto: “Me ne posso andare via anch’io. Cosa ci sto a fare qui, io? Invece sono qua: combattiamo contro i fascisti e i tedeschi”. Ma no, là lui ci voleva delle persone che… poi magari ci ha messo della gente che… Ad ogni modo, Minetto ha ragione: c’era Bisagno e noi ci siamo andati dietro! Poco da fare!

GB. Sì, non lo nego ma…
M. Richiamo la domanda fatta prima da GB: “Com’è possibile che uno con le caratteristiche di Bisagno progettasse di associarsi ai G.L. che lui non stimava, abbandonando tanti suoi compagni di lotta? E solo per i suggerimenti di quattro o cinque che neppure teneva troppo in considerazione?”. Tu, Croce hai risposto: “Perché il bilancio delle esperienze fatte in montagna era pesante e le cose che non andavano erano molte”.
C. Sì, Bisagno era solo e a Genova non aveva nessuna persona che lo consigliava. Una volta arrivati a Genova, ci siamo trovati… Lui aveva detto: “Nella polizia non ci andiamo; se questi ragazzi vanno nella polizia, poi li chiamano sbirri e perdiamo tutto quel poco di buono che abbiamo fatto”. E aveva ragione. Io mi ricordo, quando lui è andato a portare su Paroldo, che mi sono trovato a Chiavari dove la Coduri faceva i funerali dei suoi caduti [109]. E hanno fatto poi una riunione, non so se al cinema Cantero, e c’era anche Giulio Bo [110], che era il capo di Stato maggiore della Zona, e c’eravamo solo lui e io a batterci… Io mi trovavo lì perché alla Colonia di Chiavari c’erano tutti i nostri partigiani che erano del meridione e gli Alleati ci avevano consigliato di mandarli tutti lì che poi a destinazione (a Roma, a Napoli) li avrebbero portati loro. Erano già quindici giorni che erano lì e dormivano nella paglia, e tutti i giorni telefonavano: “Quando c’è la partenza?”. Dico a Bisagno: “Non vengo con te, vado a Chiavari, da quei ragazzi là”, e mi sono trovato a Chiavari lo stesso giorno che c’erano i funerali. Dopo i funerali, nel pomeriggio, hanno fatto la riunione dove siamo andati anche io e Bo: erano tutti d’accordo di andare nella polizia. “Non c’è lavoro… andiamo nella polizia”. Giulio Bo era sul palco. Io i palchi li ho sempre un po’ odiati, ma mi hanno tirato su e sono salito. Anche io ho parlato: “Bisagno ha detto – forse mentre parlavo era ancora vivo – ha detto che se andiamo a fare i poliziotti, non lo sappiamo fare”. A loro ho anche detto il perché. Mentre venivo qui, mi hanno fermato: ero su una Balilla insieme a Massimo [111] e a Nervi c’era un posto di blocco fatto dai partigiani. Lì c’era qualcuno che non ci conosceva. Massimo ha detto: “Ma lo sai chi siamo? Questo qua è Croce!”. Volevano la patente, e questo e quello, ma lo facevano in un modo… Dopo che eravamo andati in montagna, e siamo stati su un anno, un anno e mezzo, non sapevamo neanche più parlare. Chiedevamo qualcosa a qualcuno ma non sapevamo cos’era il rispetto, la cortesia. Avevamo vissuto in montagna per tanti mesi. Eravamo grezzi… È così o no?

GB. Sì!
C. Tu sei avvocato, dovresti saperlo. Se prendi uno e lo mandi a fare il poliziotto, gli devi insegnare, per quindici giorni almeno! Ci ho detto: “Prendete questi ragazzi, dateci una scuola, insegnateci qualcosa, ma non mandateli in mezzo alla strada, perché facciamo la figura dei gabibbi…”. E mi hanno detto no, no… che in questura c’era questo, c’era quello. Ma vi volevo raccontare quando siamo scesi a Genova, prima di tornare su [112], non sapevamo più a che porte bussare. Un giorno Bisagno dice: “Andiamo a parlare un po’ col prefetto”, che era Martino [113]. Telefono e ci dà l’appuntamento. Andiamo là, c’era gente, abbiamo aspettato più di mezz’ora, poi siamo andati via. Poi gli ha telefonato Giulio Bo e di nuovo siamo tornati là. Martino, il Prefetto, era un liberale. Ha detto: “Bisagno, adesso vediamo… sono i primi giorni”. C’era anche la faccenda che ci volevano disarmare e già girava la voce. “Cosa ne facciamo di questi ragazzi… dove li mandiamo?”. Nessuno se ne preoccupava. Lui ci ha detto: “Vediamo, c’è questo, c’è quello… Qualcosa uscirà”, e Bisagno: “Perché io non vorrei che andasse a finire che fanno i poliziotti. Bisognerebbe trovare…”.

M. L’hai detto tu o l’ha detto lui?
C. Lui, lui, l’ha detto Bisagno, ma io ero d’accordo.

M. Al prefetto?
C. Al prefetto che ci ha anche detto “datemi del tu”. Ci ha tenuto lì una mezzoretta, abbiamo parlato. Ci ha detto di aspettare e di vedere. Poi siamo usciti, e Bisagno ha detto: “È come aver parlato con nessuno. Ora basta!”; poi Bisagno non è più tornato, ma se fosse tornato sarebbe stata una delusione, perché si sarebbe sentito responsabile, anche più di noi, forse. Poi, col tempo ci siamo messi a fare questo o quello.

M.Vorrei sapere com’è andata la riunione al Cantero di Chiavari quando avete detto queste cose.
C. Eh! Non è che ci hanno picchiato, però…

GB. Croce, ti volevo fare una domanda. Al 23 di aprile, cioè quando cominciano a scappare i tedeschi da Genova, tu dove l’avevi il comando?
C. A Torriglia.

GB. Come ti è arrivata la notizia che bisognava andare giù?
C. A me è arrivata da Bisagno; eravamo già tutti concentrati a Torriglia.

GB. Con tutta la brigata?
C. Tutta no, una parte era ancora… Infatti il 23 hanno ferito Fontana…

GB. Gli aerei alleati…
C. Avevo mandato avanti Fontana per vedere di sistemare un po’ di gente, a Montoggio. Bisagno mi aveva detto: “Tu devi scendere a Genova dai Forti”. M’aveva dato un po’ di indicazioni; lui li conosceva bene (abitava lì vicino, in Oregina); aveva fatto uno schizzo per orientarmi. “Devi fare questa strada e arrivare in Piazza Manin”.

GB. Seguivi la ferrovia Genova-Casella?
C. Eh no, un po’ più sulla destra. E a quel punto era già successo che avevano ferito Fontana e l’avevano riportato indietro. Il giorno dopo attaccano. Avevamo il distaccamento degli alpini, il battaglione Vestone, che poi non ne abbiamo parlato… Vorrei vedere in Italia, un battaglione Vestone con 800 uomini che si arrende a una formazione come la nostra! E in Italia, adesso… tutti scrivono e tutti hanno fatto. Vogliono mettere anche targhe e compagnia… Basta che Gino non dica che l’ha fatto lui. Lui dice che Paroldo, il colonnello, ha bruciato tutti i paesi, e non è vero, perché dove c’è stato questi incidenti non c’era il Vestone, ma l’altro battaglione, l’Aosta [114]. Perché per un po’ ci abbiamo parlato con questo maggiore Paroldo, prima di prenderlo. Poi, all’ultimo momento, dove loro adesso vogliono fare… Perché vedi cosa c’è: c’è che Minetto sarà democristiano, sempre…

GB. Ha detto che sono dieci anni che vota per Rifondazione!
C. Ad ogni modo è stato… Io, però, il fatto che Bisagno, poi… sono stati i democristiani, tutti, che l’hanno portato su, dopo! Dopo morto, l’hanno fatto santo, che prima non lo era! E così Minetto, e così tutti! “Bisagno l’hanno ammazzato!”. Non è vero, ma intanto è andata questa voce… Cammina, cammina, ha finito, per dieci anni… All’ultimo hanno scritto l’articolo del caffè. Gli hanno detto: “Prendi questo caffè, che io ci metto la pillola dentro! E poi ti faccio salire là sopra!”.

M. Non ti mollo Croce. Il 23 aprile c’è stato l’episodio di Fontana. E poi?
C. E poi Fontana è ferito.

M. E il giorno dopo?
GB. Scusa, Bisagno era a Torriglia?
C. No, Bisagno era con la Berto. Io lo trovo a Genova… È venuto giù con la missione americana. Gino era già qui… Fossati [115], che era con lui, l’altro giorno mi ha detto: “Sì, noi ci siamo arrivati alla Foce”.

GB. Vorrei farmi raccontare da Croce, che percorso ha fatto e come è arrivato a Genova. In proposito ho una mia teoria: ché, cioè, ordini in quei giorni lì ne sono partiti pochi e, più o meno, per quello che ne so io le formazioni si sono mosse di propria iniziativa. Per esempio: di là, l’Oreste non ha ricevuto ordini da nessuno. Ha saputo che i tedeschi scappavano, e gli erano corsi dietro.
M. Croce, ricordi il biglietto che ti ha mandato Bisagno?
C. Lui lo schizzo me l’aveva fatto due giorni prima. Il 23 aprile, a Torriglia, già i tedeschi se n’erano andati. Avevamo i telefoni che funzionavano e dalla città c’era informazione. Adesso Gino racconta… ma Gino non se la cava tanto bene… comunque, Bisagno pensava che io potevo andare a Genova da solo. Difatti sono andato da solo e tutto è andato bene. E mi aveva fatto uno schizzo dei Forti; però lui è andato con la Berto, e difatti poi la Berto – ne parlavamo ancora con Lesta l’altro giorno, e Lesta ogni tanto mi racconta, sai, pianino pianino, perché è successa quella cosa lì…

GB. Loro erano andati a Uscio.
C. A Uscio perché una colonna che veniva da Chiavari (e non era previsto che prendesse da lì per andare a Busalla), aveva trovato la scorciatoia, ma la galleria di Boasi era impraticabile perché l’avevamo fatta saltare già da mesi e allora si sono fermati là. Allora, Bisagno che cos’ha fatto? Non può far venire a Genova quelli della Berto e li fa fermare lì, e quelli alla sera cominciano a bere. Cosa è successo? Chiedi a Lago, che fra tutti è ancora uno dei migliori! L’altro giorno dice a Lesta: “Tu sai Lesta, che c’erano due o tre distaccamenti che non erano tanto tanto… uno era quello di Jack e gli altri erano quelli che erano”. E hanno cominciato a bere e è partita una bomba a mano tipo “ananas”. L’ha raccontata domenica scorsa: tre morti e sette, otto o dieci feriti; Jack ha perso la gamba. Avevano bevuto; a Lesta, quando è arrivato lì, uno col mitra puntato gli dice: “O ci lasci andare a Genova, o se no tiro il grilletto”. È pazzesco! [116] 

M. Questa però era la brigata Berto. Invece parlavamo di te: ci tieni sempre nei boschi… Facci scendere.
GB. Vorrei sapere, Croce, se da qualcuno ti è arrivato un biglietto scritto, con l’ordine: “Scendi giù subito in città con la tua brigata”.
C.  Mi è arrivato un biglietto dove mi diceva di scendere come lui m’aveva indicato. Come siamo arrivati oltre Montoggio, già nelle vicinanze dei Forti, alle tre dopo mezzanotte, mi arriva un altro biglietto, che per leggerlo abbiamo dovuto accendere i fiammiferi. Non riuscivo a capire che cosa ci voleva dire e chiedevo, all’uno e all’altro: “Leggilo tu”. In sostanza ci diceva di stare fermi; fermarci nel punto dove ci trovavamo. Eravamo lì per strada con gli zaini e con tutta la roba… Aveva scritto: “Lì dove siete”.

GB. Bisagno era verso Uscio?
C. Verso Uscio, da qualche parte. Si vede che, probabilmente, pensava al peggio; che la colonna di tedeschi, che dal ponente la colonna potesse, se fosse riuscita a passare, arrivare a Torriglia mentre noi scendevamo verso Genova. Ad ogni modo ci siamo fermati. Dopo tre quarti d’ora arriva il terzo biglietto: “Proseguite, come da ordini dati in precedenza”.

M. E questo avviene…
C. Nella notte tra il 24 e il 25 aprile. Noi siamo arrivati a Genova il 25: ai Forti troviamo ancora delle batterie tedesche che sparano verso il mare, dove c’erano delle navi che venivano… Lì c’erano ancora un centinaio di tedeschi. E quando… È la prima volta che mi sono messo il triangolo rosso dei gradi con le tre stellette da comandante di brigata. Chiede: “Garibaldini?”. “Sì”. “Capitano?”. “Sì”. “Bisagno?”, “Sì”, e dice: “Noi vogliamo parlare con Giustizia e Libertà, niente Garibaldini”. Allora io: “Cosa facciamo?”, perché c’era l’interprete. “Gli dica un po’ cosa facciamo”, gli ho ripetuto. “Se non si arrendono, noi dobbiamo sparare. Lo porti un po’ là dietro, che venga a vedere quanti uomini ci sono! Lì abbiamo 1.500 uomini, con bazooka”. Ma quello era negativo: “Niente, niente. Digli di portare Giustizia e Libertà, che noi ci arrendiamo”. Abbiamo discusso per un quarto d’ora, “sì”, “no”, “sì”, quando poi è arrivato un altro, superiore, e comincia a parlare con quello lì. Vogliono sapere le condizioni, tenere le armi. Gli ho detto: “Va bene, agli ufficiali gli lasciamo le armi, però dove vi portiamo?”. “Potreste portarci”, così e così, e siamo rimasti d’accordo che agli ufficiali lasciavamo le armi. I militari hanno poi consegnato le loro e le abbiamo ammucchiate tutte là, mentre loro li abbiamo portati giù fino a piazza Manin; a Manin, la gente… C’è da piangere ancora adesso, perché, misti a questi tedeschi c’eravamo anche noi partigiani (si commuove; ndr). Alla sera è arrivato Bisagno e l’ho visto alla Foce; io avevo la febbre a quaranta. Non dormire tutta la notte, e averci seicento persone da sistemare per mangiare… a Genova non sapevamo dove mettere le mani. Tutti, in piazza Manin, ci siamo infilati nelle scuole. Lì non c’era nessuno, le scuole erano vuote. Alla sera ero lì, con la febbre. Come infermiere avevo Madrid [117]: è andato da una famiglia lì vicino, gli hanno dato un termometro. Poi alla fine non avevo più niente.

GB. A Manin sei arrivato la mattina del 25?
C. Sì, verso le dieci del mattino.

GB. E poi alla Foce, quando siete andati?
C. Alla Foce siamo andati di rinforzo. Alla sera siamo andati giù con un quaranta uomini, a circondare il palazzo dove c’erano i tedeschi, che poi si sono arresi l’indomani mattina. Alla Foce c’era già Bisagno, altro che Gino. Racconta barzellette quello lì. I prigionieri di laggiù (alla Foce; ndr) erano 1.500 e li abbiamo portati via noialtri. Sì, li ha portati via Gino… che comandava quindici uomini.

GB. Li avete presi laggiù, dove?
C. Alla Foce.

GB.Ho sentito che era una specie di campo trincerato che comprendeva la Questura e sul mare c’erano dei trasporti marittimi.
C. Avevano mezzi di trasporto: automezzi e anche trasporti marittimi; imbarcazioni militari. Avevano evacuato con quelle bettoline, con quelle chiatte.
Ma Gino, quando parla di Paroldo, dovrebbe invece dire che il Vestone, un battaglione di alpini, si è arreso a noi della Jori non perché avevamo una bella faccia o eravamo più belli degli altri; si sono arresi perché in due mesi che sono stati lì non c’era giorno che non li attaccavamo. Gli abbiamo preso l’attendente [118], e quando voleva trattare il cambio, il primo contatto l’ha avuto con Canepa, perché io avevo detto a Paroldo: “Lassù c’è l’avvocato Canepa. Veda di parlare con l’avvocato Canepa”. Allora al colloquio c’è andato Canepa con Fontana, che era il nostro capo di Stato maggiore.

GB. Quale Canepa?
C. Marzo, ma là lo conoscevano come l’avvocato Canepa; sono andati loro due e noi abbiamo assicurato la copertura coi nostri uomini. La seconda volta, con Paroldo, in ottobre, per trattare il cambio dell’attendente, sono andato anch’io, con Bisagno e Marzo. Paroldo ha chiesto: “Mi avete portato l’attendente?”. Noi l’avevamo portato, ma l’avevamo lasciato cento metri indietro. Gli abbiamo risposto: “Sì”. Poi l’attendente si presenta e gli dice: “Signor maggiore, io non vengo più con voi – era già dieci giorni che era con noi – perché con loro mi sono trovato bene. Lassù tutti ci diamo del tu, non c’è signorsì, signornò, è un’altra famiglia”.
Allora, Paroldo: “Me l’avete stregato!”, e da lì ha cominciato a capire. Però non c’era giorno che gli davamo pace. In una sola puntata gli abbiamo portato via 45 cavalli e 15 carrette che gli portavano la roba da Torriglia, e quando hanno visto quello che gli era capitato, per portare da Torriglia i viveri ai reparti, sono stati costretti a mettere una scorta di duecento alpini E ogni volta che passavano, noi li attaccavamo. Non potevano uscire da soli. Quando c’erano degli ufficiali che andavano per donne, alla sera, si mettevano in borghese. Non giravano in divisa perché sapevano che, se si muovevano, potevano essere catturati. Paroldo si è arreso perché lo volevano mandare a Firenze con la Monterosa e poi aveva capito che con noi era un’altra cosa. Però non si è arreso perché aveva bruciato paesi o fucilato partigiani. Non è vero. Gino dice delle stupidaggini: non dovrebbe dirle! Gino comandava quindici uomini, era un caposquadra. Poi magari la formazione… Andate a vedere un po’ quante persone avrà congedato, alla smobilitazione della brigata Severino.

GB. Avevano fatto alcune squadre a Davagna, Rosso, quelle Sap… Nel libro “Scarpe rotte” di Camoriano c’è un elenco dei partigiani della Severino.
C. Per fare trecento partigiani ci avrà messo dentro tutto il partito di Genova! Perché hanno detto che sono trecento e rotti, eh! Nella brigata Severino erano in quindici. A Bisagno queste cose qua bruciavano: le vedeva, le sentiva… [119] 

GB. Quando è successo il fatto di Fascia, Bisagno ha scritto una lettera affettuosissima a Gino, e questa lettera è stata pubblicata da Miroglio e ripresa da altri.
C. Quando Bisagno è morto e l’hanno portato giù, in tasca aveva una lettera… La Maria – vedi mai la Maria, la moglie di Marzo? [120] – quando è morto Bisagno e l’hanno portato a Genova, alla Foce (perché dove prima c’erano i tedeschi, c’eravamo sistemati noi, con la divisione Cichéro), quando è arrivato il cadavere di Bisagno, nessuno ha pensato di guardare che cosa avesse in tasca: la Maria è andata a guardare in tasca e ha trovato un biglietto di Gino, un biglietto di Gino che rispondeva a Bisagno. Qualcuno l’ha letto.

GB. Io parlavo di un’altra lettera che Bisagno aveva scritto a Gino: ce l’ha, mi hanno detto, Mimmo della Severino [121] – così mi ha detto Nino [122] – che non so se sai chi è.
C. Quella che dico io ce l’aveva la Marietta [123] e ce l’ha la Maria. Quando è morto, in tasca c’aveva un bigliettino, ché lettere non ne scriveva. Quella lì (quella di cui parlava Gino; ndr) è una lettera che la scrivi in uno scagno (un posto comodo, con uno scrittoio; ndr) ma il 23 o il 24 o il 25 d’aprile non c’era tempo di scrivere delle lettere. Scrivevi tre parole e ti facevi capire e buona giornata. Ad ogni modo, il discorso è questo, che la lettera ce l’ha la Maria, e in quella Gino diceva: “Io sono comunista, però sono sempre fedele a te, Bisagno.” Capisci? E ce l’aveva la Maria, e ce l’avrà ancora. Invece (secondo Gino; ndr), Bisagno gli avrebbe scritto una lettera in quei giorni, il giorno 24 aprile… Quando uno dice quelle cose lì, a noi che abbiamo fatto il partigiano…

GB. La lettera di cui parlavo io, scritta da Bisagno a Gino, è del mese di marzo, quasi due mesi prima, ed è stata pubblicata anche sul Secolo XIX, mi pare. La lettera è uno sfogo di Bisagno per le discussioni che sono state fatte a Fascia, nella riunione del Comando zona del 7 marzo.
C. Adesso, quando uno sente quelle cose, dirà: “Ma erano quelli, i partigiani? Non è possibile!”. Quando mi ricordo quelle cose lì… Un giorno vado su al distaccamento, che è sul Monte Carmo (ndr, Lavagnola?), là, dalla galleria, che sarà distante un chilometro; arrivo là e trovo uno che era con noi prima del rastrellamento di agosto. Gli dico: “Ciao, come mai sei qua?”. Poi, rivolgendomi a Scalabrin, chiedo: “Quando è arrivato questo qui?”, e quello: “Eh son venuto su…”. “Poi ci vediamo”, gli dico. Saluto un po’ tutti, poi a Scalabrin chiedo con chi è venuto su, e lui risponde: “È venuto su con questo e con quell’altro”. Ecco, quando dico che diventi cattivo… Mi ricordo questo episodio. Io, come ho visto questo qua, dico: “Bene, chiama un po’ quell’altro! Quello che ho salutato prima!”. Non c’era più. Era già andato via, ma in tre minuti, quattro. Era andato via. Scalabrino dice: “Va spesso nel ristorante che c’è nella galleria”. Il ristorante della galleria era frequentato anche da Bisagno, perché Biondo conosceva quelli del bar – che poi era una spia, questo qua del bar! Gli dico: “Manda subito due nel bar a vedere se è là”. Vanno nel bar, lo trovano, lo prendono, lo portano da me. Lo interrogo un po’ e colleghiamo tutta questa faccenda. Quell’altro… povero ragazzo, poi hanno fucilato anche quell’altro, che era comunista. Perché allora, che cosa è successo? Io gli ho parlato un po’, l’ho fatto cantare, e allora mi ha detto: “Ma sai, sono andato lì, sono andato là, e poi sono andato nei repubblichini”. Invece lo avevano mandato su, era venuto su col muso buono, proprio… L’altro era un comunista, era venuto su insieme con questo qui. Allora l’abbiamo mandati tutti e due al distaccamento prigionieri. Però lì c’era Attilio: quando da noi c’era un po’ di burrasca, c’era qualche contrasto, ha levato da mezzo tutti e due. È lì che Bisagno ha detto, qualche volta… poi si incacchiava quando veniva a conoscenza di queste cose. Io poi, a Scalabrino, un giorno gliel’ho detto – perché lui li conosceva, erano del suo distaccamento – di dire a Bisagno le cose come sono: “Prendete Attilio, chiedetegli dove li ha fucilati, che si vada almeno a prendere la salma”. Capisci che cosa succedeva? Attilio era uno che non ci pensava su un minuto, se uno era buono o era cattivo; così, nel dubbio, via! Ma sono io che ho scoperto questi due qua, perché… io li capivo subito. Quando m’ha visto, ha incominciato a girare alla larga, a non avvicinarsi; e invece di salutarmi, si gira di là. E io l’ho visto. E gli ho detto: “Ma tu prima di agosto eri in quel distaccamento”. Dice: “Sì”. “Dove sei andato dopo?”. “Sono andato giù”. E io: “Va bene, poi ci vediamo”. Allora mi sono rivolto a Scalabrino e gli ho detto: “Scalabrino, quando è arrivato questo?”. Risponde: “Ieri mattina”. “Con chi è arrivato, chi l’ha portato?”. “Con questo qua che l’ha portato da Genova”. “Allora, prima di mandarlo al distaccamento, prendi informazioni!”, anche a Genova, ci voleva poco a chiedere. “Questo, o è un furbo, o è cattivo… avvelenato!”. Cose così ne succedevano, ne sono successe! Anche Bisagno, in certe cose… Per dire: quando vedeva un alpino… per lui un alpino era un santo.

GB. Come mai aveva questa predilezione per gli alpini? Che poi lui era del Genio radio-telegrafisti, quindi niente a che vedere con gli alpini…
C. Però aveva il cappello! Non lo so. Era montanaro… se poi tu parli con gli amici che abitavano dalle sue parti a Oregina… Io conosco due o tre persone, c’è Gianni, e Fossati.

GB. Con Fossati abbiamo mangiato qualche giorno fa, qui, insieme a Minetto.
C. Fossati ha conosciuto Bisagno da ragazzo: abitavano vicini. Dice che, da ragazzo, Bisagno era un tipo isolato, che non andava con tutti gli altri. Aveva una pianta di fico e ogni tanto i suoi amici gli facevano uno scherzo. Uno andava da una parte, l’altro girava di sotto, e lui a tirare sassi. Era un solitario, ma qualcosa nella sua testa c’era. Quando, nella caserma di Caperana, vicino a Chiavari, ha pensato di salire in montagna, non è che fosse perseguitato. Poteva andare a casa e restarsene lì tranquillo.

GB.Pratiche religiose, che tu sappia…?
C. Andava in chiesa, qualche volta. Ma io, quando dicono che andava sempre in chiesa…

GB. Io ho intervistato quello che tra ’44 e ‘45 era parroco a Fascia [124].
C. Che cosa ha detto?
GB. Che lui non l’ha mai visto andare in chiesa, e che neppure l’hanno visto i suoi colleghi, parroci di Rondanina e Carrega.

M. Tu, Croce, invece che cosa ne sai?
C. Qualche volta, se si passava di domenica davanti a una chiesa… Una volta che c’eravamo trovati davanti a una chiesa – non ricordo dove fossimo – ha detto: “Vado un momento in chiesa”. Un po’ stupito, ho chiesto: “Vai in chiesa?”. È entrato e poi subito uscito; non è che abbia assistito a una funzione. La sua famiglia, forse… Ma del resto, nel periodo partigiano, non avevamo certo tempo di andare in chiesa.

M. Ho sentito qualcuno dire che se passava davanti a una chiesa, entrava e ci stava qualche minuto.
GB. Però, testimonianze precise che abbia fatto la comunione, o che si sia confessato, non ce ne sono.
C. Quelli che gli hanno fatto il monumento, volevano beatificarlo.

GB Suo cugino Caronte…
C. Quest’anno sono andato alla commemorazione di Bisagno. Erano anni che non ci andavo più. Mi hanno detto: “Vieni, che c’è il tale, il tal altro”. Io ho chiesto: “Chi è che viene a parlare?” – l’ultimo che ha parlato è stato Marzo [125]. Banfi una volta ha detto: “Quando Bisagno mi ha visto, ha detto: «Vai là e comanda quella brigata»”. Invece, quando Banfi era arrivato, Bisagno gli aveva fatto lavare i piatti e lui si era offeso.

GB. Come si fa la storia, eh?
M. Come si fa e come si scrive: come si fa è lavando i piatti; come si scrive, dici o scrivi che hai fatto il generale.
C. Se ne parlava con Lesta, e lui: “Sì, generale! Non sai cosa gli abbiamo fatto dopo. Siamo saliti di sopra, sul terrazzo, abbiamo preso un secchio d’acqua e gliel’abbiamo messo a gavettone. Perché quando siamo andati in formazione, lui era già a Favale da un po’ di mesi e girava con un bel giaccone” – Lesta poi i racconti li ricama bene –. “L’abbiamo visto e… «Che bel giaccone ha quello lì»”. E io: “Pensavi di fargli una raffica per prendergli il giaccone?”. “La raffica no, ma prendergli quel bel giaccone, sì”. Poi Banfi è venuto su con noi.

NOTE A PIÉ PAGINE

[1] S’intenda il 9 di settembre. Per una video-intervista a Croce: https://www.youtube.com/watch?v=0pWI2pMnRcQ.

[2] In realtà, era proprio Croce a essere di Cicagna: ma, forse, per riservatezza mascherò la circostanza al compagno di fuga.

[3] Croce, probabilmente, assistette al passaggio di duemila carabinieri catturati nelle caserme di Roma il 7 ottobre 1943 e destinati ai campi di prigionia in Germania; con la nascita della Rsi, ai militi dell’Arma fu imposto di confluire nella nascente Guardia nazionale repubblicana. Tuttavia, nella primavera e soprattutto nell’estate del 1944 furono disarmati e deportati anche quelli che avevano accettato di prestare servizio al fianco dei tedeschi, perché ritenuti infedeli.

[4] Poco dopo Croce si corregge e riconduce l’episodio, appunto, all’ottobre 1943.

[5] Dovrebbe trattarsi di Luigi Zerega (1913-2001), nato a Riva Trigoso, residente a Chiavari nel 1943 e poi a Genova, nel sestiere della Maddalena, che lasciò nell’estate del 1944 per trasferirsi in val Borbéra, a Roccaforte Ligure, dove organizzò le Squadre di azione (cfr. Ailsrec, fondo AM, busta 13, fascicolo 8).

[6] Armando Arpe (1916-1994), vice-commissario della divisione Coduri operante nel Tigullio e il suo entroterra; cfr. ivi, Archivio E.V. Bartolozzi, fascicolo 4, doc. 8, “Memoria di Italo”.

[7] Giovanni Serbandini (1912-1999), responsabile del Servizio stampa e propaganda della VI Zona, direttore del giornale “Il Partigiano” e poi dell’edizione Ligure de “L’Unità”. Deputato al parlamento dal 1963 al 1968.

[8] Giambattista Canepa (1896-1994), commissario politico della divisione Cichéro; combattente nella Grande guerra, avvocato, socialista e poi comunista, combattente antifranchista nella guerra di Spagna; gior­nalista, scrittore.

[9] La commissione regionale di riconoscimento delle qualifiche partigiane riconobbe a Croce un’anzianità partigiana a datare dal 15 marzo 1944 (si vedano Ailsrec, fondo DV, busta 18 e https://www.ilsrec.it/database/ricerca.php).

[10] Emilio Roncagliolo (1924-2009): nell’ottobre del 1943 entrò nella banda di Cichéro, dove restò fino al suo passaggio, nel febbraio del 1945, alla brigata Berto per affiancare “Banfi” (Eugenio Sannia, vedi nota 42) al comando della brigata stessa.

[11] Giuseppe Salvarezza (1924-1944), di Sarissòla (Busalla), partigiano a Cichéro dai primi di marzo del 1944, comandante del distaccamento “Verardo” e poi del battaglione “Franchi” della brigata Oreste; ucciso durante un rastrellamento sul monte Bòssola, presso Rovello di Mongiardino Ligure, il 15 dicembre 1944; medaglia d’oro al valor militare.

[12] Aldo Gastaldi (1921-1945), comandante della divisione Cichéro; cfr. ivi, Archivio M. Calegari, Intervista di Gibì Lazagna, “Carlo”, al padre Umberto “Canevari”, nota 33 (d’ora in avanti “Intervista a Canevari”).

[13] Edoardo Colombari (1907–1993), cfr. ivi, Archivio M. Calegari, Intervista al partigiano Dionigio Marchelli “Denis” (d’ora in avanti “Intervista a Denis”).

[14] “Paride”, Marcello Cirenei (1897-1982), volontario nella Prima guerra mondiale in qualità di ufficiale di fanteria, decorato con la medaglia d’argento al valor militare. Nel dopoguerra si laureò in giurisprudenza, svolse la professione di avvocato e, a partire dal 1922, divenne militante e poi dirigente socialista, occupandosi dell’organizzazione di partito.

[15] Erasmo Marrè (1920-2011), membro del Team Merìden paraca­dutato dall’OSS in val Pellice; comandante della brigata Arzani dal gennaio 1945; cfr. ivi, Archivio M. Calegari, “Intervista a Canevari”, nota 7.

[16] Aurelio Ferrando (1921-1985), comandante della divisione Pinan-Cichéro, sottotenente di complemento del Genio, amico di Bisagno; cfr. ivi, Archivio M. Calegari, “Intervista a Canevari”, nota 66.

[17] Oreste Armano (1922-1944), cfr. ivi, Archivio M. Calegari, “Intervista a Denis”.

[18] Erminio Bacigalupo (1916-1953), all’8 settembre era caporale al 5° reggimento Fanteria a Chiavari; partigiano dal 6 maggio 1944, fu ferito a Loco il 25 ottobre; fu vice-comandante del distaccamento Bellucci della brigata Jori, divisione Cichéro.

[19] Mario Ginocchio (1923-1944), tornitore all’Ansaldo, all’8 settembre era marinaio alla Spezia; salì a Cichéro, da Borgonovo di Mezzanego, dove abitava, ai primi di marzo del 1944; cominciò come staffetta e arrivò ad essere, in ottobre, vice comandante della brigata Berto; ucciso durante un rastrellamento presso monte Pagliaro, sopra Favale di Malvaro, il 28 novembre 1944.

[20] Angelo Spinetto (1922-1992), di Borgonovo (Mezzanego); partigiano a Cichéro dalla metà di marzo del 1944, comandante del distaccamento Castagna della brigata Berto.

[21] Antonio Testa, nato a Napoli nel 1921, caposquadra e poi vice-comandante del distaccamento Guerra della brigata Jori, restò ferito presso la Colonia di Torriglia il 21 aprile 1945 durante un’operazione di sminamento; autore di Partigiani in Valtrebbia. La brigata Jori (Genova, 1980).

[22] Lesta era comunista, diversamente da Bisagno e da chi gli avanzava queste osservazioni.

[23] Michele Campanella (1922-2012), partigiano a Cichéro dalla metà di febbraio del 1944, comandante di distaccamento, dopo il rastrellamento dell’agosto 1944 fu nominato comandante della brigata volante Severino.

[24] In realtà, il distaccamento assunse il nome Torre dopo la fucilazione del gappista Giovanni Battista “Baciccin” Torre, eseguita il 23 maggio 1944; cfr. ivi, Archivio M. Calegari, “Intervista a Denis”.

[25] Józef Peter, partigiano a Cichéro dall’aprile 1944, vittima di un’imboscata dei tedeschi nei pressi del monte Becco, la sera del 25 giugno 1944; cfr. ivi, Archivio M. Calegari, “Intervista a Canevari”, nota 44.

[26] La banda dello Slavo, anche banda del Croato, ebbe sede a Cerignale fino al suo disarmo, avvenuto fra il 30 giugno ed il 1° luglio 1944; il comandante era uno jugoslavo fuggito dopo l’8 settembre 1943 da un campo di concentramento per militari prigionieri, nato a Lubiana nel 1915 e passato alla storia come Gaspare Ciameranik, benché esistano dubbi sulla grafia del suo cognome (si trova anche come Gialernich o Giamenich). Accusati di violenze e grassazioni, i partigiani di Gaspare furono disarmati da quelli di Bisagno con l’aiuto del gruppo di Marco e Tullio (vedi note 32 e 33), proveniente dalla val Borbéra (si veda M. Calegari, Comunisti e partigiani. Genova 1943-1945, Acqui Terme, 2007, pp. 210-213); tuttavia Gaspare al 25 aprile fu smobilitato, con il grado di comandante di distaccamento, nei ranghi della brigata Caio, comandata da un suo connazionale, “Istriano”, Ernesto Poldrugo, di Pola, classe 1923.

[27] Secondo la documentazione a disposizione (tutt’altro che insuscettibile di errori e imprecisioni, come del resto la memoria dei protagonisti), G.B. entrò in banda effettivamente alla fine di aprile del 1944, il giorno 27, mentre “Scrivia” risulta aver ottenuto un’anzianità partigiana datata 16 aprile: dieci giorni prima, anziché dopo.

[28] Stefano Porcù (n.1925); cfr. ivi, Archivio M. Calegari, “Intervista a Denis”.

[29] Luigi Borriello, nato a Napoli nel 1924, partigiano a Cichéro dal febbraio 1944 e poi in val Borbéra, nel distaccamento SIP comandato da “Nero” (Antonio Cossu, 1919-1981), smobilitato con la brigata Arzani.

[30] Nicola Cusanno (1924-1945);  cfr. ivi, Archivio M. Calegari, “Intervista a Denis”.

[31] Il disarmo dello Slavo avvenne il 1° luglio 1944, mentre qui “Croce” probabilmente fa confusione con il disarmo, ad opera sua, del distaccamento di “Giustizia e Libertà” comandato da “Murri” (Franco Fantozzi, vedi nota 87), avvenuto effettivamente tra il giorno 11 e il giorno 12, ma di luglio e non di giugno.

[32] Franco Anselmi (1915-1945); nato a Milano, ufficiale dell’Aeronautica militare, all’armistizio si trovò all’aeroporto di Cameri, presso Novara, dove si sottrasse alla cattura dopo che il comandante del campo, tenente colonnello Alberto Ferrario (genovese, n.1904), si tolse la vita per non consegnarsi ai tedeschi. Anselmi raggiunse Dernice, in val Curone, luogo di villeggiatura della sorella, dove or­ganizzò uno dei primi gruppi partigiani dell’alessandrino, poi inquadrato nella divisione Cichéro nell’estate del 1944 con il nome di “battaglione Casalini”; in settembre fu nominato vice-comandante della bri­gata Oreste, in ottobre comandante della brigata Arzani, poi dispersa dal rastrellamento di dicembre. Arrestato a Milano il 30 gennaio 1945 ai funerali del padre, ritornò libero grazie ad uno scambio di prigionieri. Trasferito in Oltrepò pavese, fu capo di stato maggiore della divisione Gramsci, alla testa della quale il 26 aprile 1945 entrò a Casteggio, dove rimase ucciso nel corso dei combattimenti.

[33] Eliseo Cavecchia (1914-1969), di San Quirico, in val Polcevera; comandante di un distaccamento della banda di “Marco”.

[34] La militarizzazione della manodopera interessò numerosi stabilimenti industriali liguri, fra cui il Cantiere Navale di Riva.

[35] Cesare Marsili, nato a Lavagna nel 1885, il più anziano partigiano della compagnia comando della divisione Coduri.

[36] Aldo Arata (1924-1999), tranviere originario di Orero, partigiano a Cichéro dalla metà di marzo del 1944.

[37] Comandante e vice-comandante del distaccamento mortaisti, nell’aprile 1945, erano “Elio” (Elio Saettone, n.1922) e “Ivan” (Giovanni Casini, n.1920), entrambi genovesi.

[38] Attilio Pavese (1908-1944), nato a Borghetto di Borbera, parroco di Alpe di Gorreto; dopo l’ar­mistizio, fornì assistenza e rifugio in canonica a militari sbandati e a renitenti alla leva. Nell’estate del 1944 fu intendente della 3ª divisione Cichéro e il 23 settembre prese parte alla riunione delle Capanne di Carrega con i comandanti della Sesta zona. Il 6 dicembre 1944, a Casanova, frazione di Rovegno, morì – secondo la versione ufficiale – mentre somministrava i conforti religiosi a sette prigionieri tedeschi condannati alla fucilazione, raggiunto accidentalmente dagli spari.

[39] Dionigio Marchelli (1925-2007); cfr. ivi, Archivio M. Calegari, “Intervista a Denis”.

[40] Giacomo Bonicelli (1927-2002); cfr. ivi, Archivio M. Calegari, “Intervista a Denis”, nonché M. Calegari, La sega di Hitler (Milano, 2004), pp. 99/103; un’intervista a Badoglino è visibile qui: https://www.youtube.com/watch?v=jloo6VcqMIo.

[41] Franco Mortarini (1920-1966), di Sampierdarena; ex sottotenente dell’esercito regio, partigiano dal luglio 1944, vice-comandante della brigata Jori dal mese di settembre alla Liberazione; ferito il 24 aprile 1945 sul ponte di Siginella, località del Comune di Torriglia nei pressi di Laccio, da un mitragliamento effettuato da aerei americani. Morì in Cile.

[42] Eugenio Sannia (1917-2007), originario di Chiavari; ufficiale d’Accademia in contatto con ambienti militari genovesi antifascisti e membro, dal novembre del 1943, dei Volontari armati italiani, fondati dal capitano di fregata Jerzy Sas Kulczycki (1905-1944, fucilato a Roma), organizzazione diretta a Genova dal tenente colonnello Efisio Simbula (n.1892); ricercato, salì in montagna nel luglio del 1944 e fu poi nominato comandante della brigata Berto.

[43] Claudio Floris (1924-2015), di Rivarolo; partigiano dal giugno del 1944, sul monte Aiona, con il distaccamento Forca della banda di Cichéro; dal marzo 1945 commissario politico del distaccamento Alpino della brigata Jori (poi della Berto); autore del volume di memorie Testimonianze partigiane: Divisione Cichero, la Brigata Berto (Genova, 2005).

[44] Otello Pascolini (1905-1962), fabbro, comunista; cfr. ivi, Archivio M. Calegari, “Intervista a Denis”.

[45] La caserma dei carabinieri di Rovegno fu disarmata dai partigiani di Croce il 5 giugno 1944 grazie ad Amilcare Del Monte (1920-1985), originario di Fidenza, carabiniere in servizio presso quella caserma. Insieme a Del Monte, che assunse nome di battaglia “Gino” e fu comandante del distaccamento Bellucci della brigata Jori, fecero il loro ingresso nelle fila partigiane i carabinieri Mario Botti (1915-1989), “Paton”, suo compaesano; Michele Gianfrancesco (1924-2000), “Giura”, foggiano; Giuseppe Giglio (1920-1962), “Fioravante”, catanese; e, forse, Domenico Lacopo (1915-1945), “Scala”, calabrese, fucilato a San Colombano Certenoli il 2 marzo 1945 (per Lacopo, cfr. ivi, Archivio E. V. Bartolozzi, “Il mio 68° 25 Aprile”).

[46] Per l’azione di Garbagna, cfr. ivi, Archivio M. Calegari, “Intervista a Denis”, infra.

[47] Francesco Rivara (1910-1970), di Sampierdarena; comunista, partigiano alla Benedicta e poi nel battaglione Casalini, dove affiancò “Tullio” in qualità di commissario politico. Rimase in val Borbéra, alla brigata Oreste, sino alla fine del mese di settembre 1944, quando giunse in val Trebbia, da Croce, alla brigata Jori; infine, nel marzo 1945, finì al comando del Sip (il Servizio informazioni e polizia) della divisione Mingo, alle pendici del monte Beigua.

[48] Si tratta di “Reggio” (Demetrio Castellini, 1904-1983), originario dell’Appennino reggiano, ma residente a Marassi sin dal 1929, comandante del distaccamento Maffei; di “Gino” (Amilcare Del Monte, 1920-1985), parmigiano, comandante del distaccamento Bellucci; e di un terzo non ancora individuato.

[49] Amilcare Del Monte; vedi note 46 e 48.

[50] Ferruccio Spagnoli (1908-1991), di Sampierdarena; commissario politico del distaccamento Alpino della brigata Jori, il 7 marzo 1945 dissentì dalla decisione del comandante del distaccamento, “San­to”, che aveva portato a Fascia i suoi uomini, e passò a far parte del comando della brigata Jo­ri con il ruolo di commissario politico.

[51] Elvezio Massai (1920-2009), partigiano in val d’Aveto dal giugno 1944, poi comandante del distaccamento Alpino della brigata Jori, distaccamento trasferito alla brigata Berto dopo l’episodio di Fascia.

[52] Vito Spiotta (1904-1946), di famiglia calabrese, piccolo industriale chimico a Lavagna, risiedeva a Chiavari; capo del fascismo repubblicano nel Tigullio, vice comandante della brigata nera genovese. Processato nell’estate del 1945, fu condannato a morte e fucilato a Genova, al poligono di tiro di Quezzi, l’11 gennaio del 1946, assieme a Enrico Podestà (n. 1913), vice segretario del Partito fascista repubblicano di Chiavari, e Giuseppe Righi (n.1897), tenente della brigata nera chiavarese.

[53] Fiamma Repubblicana, settimanale del Pfr di Chiavari diretto dallo stesso Spiotta.

[54] Nei pressi di Isola di Rovegno, il 24 aprile 1945 aerei Alleati mitragliarono un camion a bordo del quale viaggiava il distaccamento Vestone, proveniente da Ponte Organasco, alla volta di Torriglia: vi furono quattro morti e cinque feriti. Fra le vittime, il comandante del distaccamento, “Pepè” (Luciano Golfetti, n. 1924, lombardo), e i partigiani “Alfonso” (Pasquale De Martino, n. 1911, cuneese), “Fiore” (Salvatore Buttacavoli, n. 1919, palermitano) e “Napoli” (Renato Florio, n. 1917, napoletano, comandante della brigata Sap “Bedin” nella zona di Lumarzo).

[55] Demetrio Castellini, comandante del distaccamento Maffei (vedi nota 48); fu ferito il 14 dicembre 1944.

[56] Si tratta della missione inglese Clover, comandata dal tenente colonnello Peter MacMullen (n.1914), coadiuvato dal maggiore inglese Basil Davidson (1914-2010), e della missione americana Pee Dee, diretta dal maggiore italo-americano Leslie Vanoncini (1917-1996), paracadutate sui pascoli di Caprile (Propata) il 18 gennaio 1945.

[57] La proprietà dei Canevello si trovava alle porte di Torriglia, fra le località di Casabianca e Peasso.

[58] Amino Pizzorno (1909-1968), cfr. ivi, Archivio M. Calegari, “Intervista a Canevari”, nota 88; comunista, responsabile del Sip (Servizio Informazioni e Polizia) della Sesta zona operativa, poi commissario politico della stessa.

[59] Cesare Rossi (1892-1945), generale dell’esercito, comandante del Comando militare regionale ligure, arrestato alla fine di dicembre del 1944; cfr. ivi, Archivio M. Calegari, “Intervista a Canevari”, nota 49.

[60] Presso la Colonia di Rovegno avvennero numerose esecuzioni di prigionieri: ad esempio, una quarantina di brigate nere piemontesi catturate a Garbagna e fucilate intorno al 20 marzo 1945. Numerosi siti internet neofascisti riportano lunghi e imprecisi elenchi di nomi, nei quali includono anche una decina di partigiani caduti.

[61] Anton Ukmar (1900-1978), sloveno nato a Trieste, militante socialista, poi comunista, legato ai movimenti antifascisti panslavisti; combatté il fascismo in Spagna e in Etiopia, fu internato in Francia nel 1940 e, dopo l’8 settembre 1943, evase e fu inviato dal Pci a dirigere la Resistenza in Liguria nel giugno del 1944.

[62] Italo Pietra (1911-1991), nato a Godiasco in valle Staffora; ufficiale degli alpini in Etiopia e in Grecia, dopo l’8 settembre aderì alla Resistenza e fu ispettore militare e poi comandante delle divisioni garibaldine dell’Oltrepò pavese. Giornalista, scrittore, diresse il quotidiano Il Giorno – voluto da Enrico Mattei – dal 1960 al 1972.

[63] Qui si tratta di Michele Campanella (vedi nota 23).

[64] Qui, invece, il riferimento è ad Amilcare Del Monte, citato più volte in precedenza.

[65] In realtà, alla riunione delle Capanne di Carrega erano presenti anche il comunista Raffaele Pieragostini e il generale Cesare Rossi, rappresentanti del Comando militare regionale ligure, con “Miro” e “Rolando” (Anelito Barontini, 1912-1983, dirigente comunista, deputato all’Assemblea Costituente e parlamentare dal 1948 al 1968), che avrebbero ricoperto i ruoli chiave di comandante e commissario politico della Sesta zona. Croce, però, ha in mente, come appare chiaro più avanti, un’altra riunione, quella di Fascia del 7 marzo 1945.

[66] Severino Bianchini (1902-1991), di Borgoratti, ma d’origini senesi (era nato a Castiglione d’Orcia); carpentiere, militante comunista dal 1921, segretario interregionale dei giovani comunisti liguri, piemontesi e lombardi nel 1924; incarcerato dal 1927 al 1932 e confinato per ben nove anni dal 1934 al 1943 (sull’isola di Ponza, alle isole Tremiti e a Manfredonia); partigiano a Cichéro dall’ottobre del 1943, fra i principali dirigenti comunisti della Resistenza genovese; fu l’intendente della divisione Cichéro e poi dell’intera Sesta zona operativa.

[67] Si tratta, ancora, di Michele Campanella.

[68] Ernesto Poldrugo (n. 1923), nato a Pola, in Istria; fuggito da un campo di concentramento per prigionieri nel piacentino, comandante della brigata Caio, che agì dapprima in val Nure, nella XIII Zona piacentina, da cui si staccò per entrare a far parte dell’organico della VI Zona ligure, in val d’Aveto.

[69] Angelo Scala (1908-1974), di Geminiano (sopra Bolzaneto), guardiano in uno stabilimento del gruppo Ansaldo; gappista con Balilla Grillotti (1902-1944), lasciò la città coi suoi uomini alla fine di luglio del 1944 e salì in montagna, in val d’Aveto e poi in val Brevenna e a San Clemente; alla fine di novembre 1944 fu inviato sulle alture fra val Polcevera e valle Scrivia al comando della sua piccola brigata, la Volante Balilla.

[70] Croce,  che in più occasioni rivela una memoria solida, sembra che della serie di riunioni tra dicembre e gennaio non ricordi o non sappia nulla. È possibile che l’enfasi di cui resta traccia nelle fonti scritte, specie di provenienza comunista, si spieghi con l’importanza che i comunisti attribuivano alla trattativa in corso per assicurarsi il controllo delle formazioni. Non è casuale che sul fronte opposto anche Minetto, che entra come loro antagonista nella trattativa, attribuisca notevole importanza alle riunioni e alle discussioni svoltesi in quel periodo all’interno del Comando zona. A questo proposito riporto un commento manoscritto di G.B. sulla copia con la trascrizione dell’intervista a Croce: “La verità è probabilmente che di queste cose non fregava niente a nessuno fuori da alcuni pochissimi “cospiratori” anticomunisti. Io stesso di queste cose non ho quasi saputo nulla”.

[71] Eraldo Fico (1915-1959), operaio di Sestri Levante, comandante della divisione Coduri; cfr. ivi, Archivio E. V. Bartolozzi, fascicolo Eraldo Fico “Virgola”.

[72] Ugo Roda (n.1921), di Pegli, partigiano della brigata Jori dalla metà di giugno del 1944, trasferito alla volante Severino all’inizio di marzo del 1945.

[73] Il ponte in località Siginella fu minato e fatto saltare dalla squadra dei sabotatori della brigata Caio, guidata da “Volpe” (forse Domenico Rocca, 1926-1945), all’alba del 25 luglio 1944; i sabotatori dell’Istriano, nella serata dello stesso giorno, fecero esplodere la galleria di Boasi e l’indomani, 26 luglio, l’altro ponte di Laccio, quello dalla parte di Scoffera, alla presenza o comunque sotto la supervisione di Croce (cfr. Ailsrec, fondo AM, busta 18, fascicolo 1; fondo Gimelli 2, busta 4, fascicolo 1; e fondo Gimelli 3, busta 2, fascicolo 2).

[74] Marzo era claudicante e si muoveva abitualmente con l’ausilio di un bastone, ma quel giorno – a quanto ricorda Croce – dalla fretta di raggiungere Fascia pareva non zoppicare più.

[75] La mattina del 1° marzo 1945 una pattuglia del distaccamento Alpino fu sorpresa – nei pressi della galleria di Garaventa – da un drappello di soldati tedeschi di stanza a Torriglia: morì Apollonio Gimondi (n.1924), ex alpino della Monterosa, nativo di Gerosa in provincia di Bergamo.

[76] Il 24 febbraio 1945 una trentina di tedeschi giunti a Torriglia appena il giorno prima di rinforzo al locale presidio, si avventurarono in bicicletta lungo la val Trebbia e raggiunsero Rovegno; furono attaccati dal distaccamento Guerra guidato da “Scalabrino” (Marino Mascellani, 1920-1990, di Struppa) e si rifugiarono a Loco, in due abitazioni civili. Dopo ore di trattative condotte alla presenza di “Marzo” e “Moro” con la mediazione del parroco (don Giuseppe Boriotti, n.1885), dopo un tentativo notturno di sortita e numerose sparatorie, alcuni colpi di bazooka costrinsero i tedeschi alla resa, la mattina del 26 febbraio.

[77] La sera del 10 aprile 1945 un gruppo di partigiani dei distaccamenti di “Kappa” (Amedeo Ginocchio, 1916-1989) e “Lago” (Franco Paganini, 1919-2008), della brigata Berto, attaccarono il presidio tedesco al passo della Forcella: morì il partigiano “Nino” (Antonio Cabanè, n.1924, siciliano), l’azione non andò come previsto e i partecipanti corsero il rischio di rimanere intrappolati. I tedeschi furono attaccati nuovamente l’indomani e si ritirarono a Borzonasca.

[78] Giuseppe Benassai “Mario” (1927-2008), di Molassana; partigiano della banda Coduri nel giugno del 1944 e poi della brigata Jori, con il distaccamento Guerra.

[79] Fausto Cossu (1914-2005), sardo di Tempio Pausania, laureato in Giurisprudenza, ufficiale dei Carabinieri in Jugoslavia, dove l’8 settembre 1943 cadde prigioniero dei tedeschi. Fuggito, raggiunse le montagne piacentine sulla sponda sinistra del fiume Trebbia tra Bobbio e Rivergaro, dove, nel febbraio del 1944, con base alla cascina Sanese (nei pressi della piccola frazione di Scarniago, in cima alla val Luretta, tra i Comuni di Piozzano e Travo), organizzò una banda partigiana alla quale aderirono numerosi carabinieri delle stazioni vicine e che chiamò “Compagnia carabinieri patrioti”; la banda fu inquadrata poi nel dispositivo delle formazioni di “Giustizia e Libertà” e prese il nome di “Divisione Piacenza”.

[80] Cirino Paone (1921-1980), siciliano, ex tenente di fanteria del Regio esercito, reduce di Russia; nell’estate del 1944 entrò a far parte della brigata Jori, di cui fu capo di stato maggiore, incarico che mantenne presso la brigata Arzani, dove rimase da dicembre 1944 a febbraio 1945, quando ritornò alla Jori.

[81] Teodoro Capelli (1914-1977), di Gorreto, partigiano del comando divisione Cichéro.

[82] Croce qui torna a riferirsi alla riunione di Fascia del 7 marzo 1945.

[83] Paolo Emilio Taviani “Pittaluga” (1912–2001), docente universitario, membro fondatore del Cln Liguria, rappresentante della Democrazia cristiana; deputato all’Assemblea Costituente, parlamentare dal 1948 alla morte, più volte ministro.

[84] Cesare Paroldo (n.1906), di Riva del Garda, maggiore di fanteria del Regio esercito e poi (nel periodo della Rsi) della divisione alpina Monterosa; alla testa del battaglione Vestone partecipò al rastrellamento di fine agosto 1944, attraverso le valli Scrivia e Trebbia; il 4 novembre, dopo lunghe trattative, si unì ai partigiani di “Bisagno” con due compagnie del suo battaglione (le stime sulla cifra degli alpini disertori con il maggiore Paroldo indicano un numero superiore alle 100 e inferiore alle 200 unità). Chi non volle unirsi ai partigiani ebbe un lasciapassare verso casa (molti fra gli alpini erano veneti, lombardi, piemontesi ed emiliani). Vennero formati due distaccamenti, composti in prevalenza da ex alpini e che mantennero il nome di Vestone, uno alla brigata Oreste e l’altro alla brigata Jori.

[85] Vinicio Rastrelli (1924-2016), di Fegìno; partigiano ai casoni di Cichéro dai primi di marzo del 1944, poi comandante del distaccamento Forca della brigata Berto.

[86] Croce si riferisce ai partigiani della brigata Berto, che potevano contare sulle cave di ardesia della Fontanabuona, e in parte – forse – a quelli della Coduri (che potevano contare sulle cave della monte Capenardo e della val Graveglia).

[87] Franco Fantozzi (1915-1984), di Recco; graduato del Genio militare, reduce di Russia; partigiano a Torpiana di Zignago, in val di Vara, al fianco di Antonio Zolesio, alias “Umberto Parodi”, sin dagli ultimi giorni del 1943; passato con Zolesio in val Fontanabuona, partecipò alla liberazione del campo di concentramento di Calvari, nella notte fra il 4 e il 5 luglio 1944, e organizzò la diserzione di un reparto di alpini della divisione Monterosa il 3 settembre successivo. Comandante del battaglione Borrotzu e poi della brigata Lanfranconi della divisione “G&L-Matteotti”.

[88] Antonio Zolesio (1909-1980), di Genova, benché nato a Montecarlo; laureato in Economia e Commercio all’Università di Genova, tenente di vascello di complemento della Marina militare, comandante delle formazioni partigiane di montagna di “Giustizia e Libertà” nello spezzino e poi nel genovesato (si veda V. Civitella, La collina delle lucertole, Sestri Levante 2008).

[89] Croce si riferisce all’episodio del 14 marzo 1945: la frazione di Santa Maria del Porto era presidiata da un gruppo di partigiani del battaglione “Matteotti-Valbisagno” e, in tale circostanza, morì il partigiano ucraino Pavel Šaregin (n.1906); a sostituire quel reparto giunse il distaccamento Bellucci, di “Gino” (Del Monte).

[90] Mario Silla (1891-1977), contadino. Ultimo sindaco socialista di Tortona prima dell’avvento del fascismo, durante la guerra aderì al Partito comunista e dopo l’8 settembre 1943 s’impegnò per la Resistenza nel Cln di Tortona; commissario politico della brigata Arzani dall’autunno del 1944 e di nuovo sindaco di Tortona all’indomani della Liberazione.

[91] A fine giugno vi furono un paio di incontri fra i garibaldini della Cichéro – “Bisagno”, “Marzo” – e i capi della G&L, mentre i disarmi veri e propri (che furono almeno tre) avvennero tra il 10 luglio e il 3 agosto 1944.

[92] Roberto Bonfiglioli “Ruby” (1926-2000), di Recco; vice intendente della banda di Zolesio, a novembre 1944 passò il fronte sulle Alpi Apuane e si arruolò nel Gruppo di combattimento Cremona, dell’Esercito del Sud, al seguito dell’8ª armata britannica. Fu presidente dell’Anpi di Genova e segretario dell’Anpi nazionale.

[93] Marino Mascellani, vedi nota 76.

[94] L’unico comando garibaldino nella zona di Uscio nell’estate 1944, escluse eventuali brigate Sap, era quello di “Scrivia”, comandante del distaccamento Peter della brigata poi divisione Cichéro.

[95] William Calvin Wheleer, capo della missione americana Walla Walla paracadutata sul monte Aiona il 12 agosto 1944 e composta quasi interamente da volontari italo-americani.

[96] Edilio Leveratto  (1927-2002), partigiano della Cichéro dalla fine di giugno del 1944, risiedeva presso parenti in località Striola, alle porte di Torriglia; rimase gravemente ferito agli occhi da un’esplosione durante un’operazione di sminamento condotta insieme al compagno “Baffo”, il 21 aprile 1945 (vedi nota 21).

[97] Costante Lunetti (1924-2012), cugino di “Bisagno”, partigiano della banda di Cichéro dai primi di aprile del 1944.

[98] Non meglio identificato.

[99] Franco Paganini (1919-2008), di Lavagna, benché nato a Glasgow, in Scozia; vedi nota 77; partigiano a Cichéro dal marzo 1944 nel distaccamento comandato da “Gino” Campanella; a partire da giugno ebbe il comando di un distaccamento che mantenne – inquadrato nella brigata Berto – fino alla fine della guerra.

[100] Enrico Raimondo (n. 1897), democristiano; membro del primo Comitato militare del Cln ligure, designato presidente della provincia di Genova nel 1945, carica mantenuta fino al 1950.

[101] Giacomo Gastaldi (1932-2009), fratello di “Bisagno”.

[102] Benvenuto Tararbra (n.1921), partigiano al distaccamento Peter (brigata Cichéro), in val Lentro, dal giugno del 1944; in seguito fu comandante del distaccamento Castiglione e del distaccamento Villa della brigata Oreste.

[103] Alessandro Bertolami (e non Lorenzo), “Sandro”, genovese classe 1916, già partigiano con la banda del Croato, della quale favorì il disarmo. Passato in forza alla Cichéro, ebbe il comando della Volante della brigata Jori ma, nel novembre successivo, cambiò di nuovo e andò con la G&L-Matteotti, comandante della brigata di manovra “Prospero Castelletto”.

[104] Ruggero Colombo (n. 1922) e Bruno Colombo (1924-2011), figli di un commerciante di tessuti torinese, Ugo Colombo, e di Wilma Cabib, genovese. Ebrei, nascosti a Favale di Malvaro, ad inizio marzo 1944 si unirono ai ribelli di Cichéro; dopo il rastrellamento d’agosto, passarono in val Borbéra, con la brigata Oreste (cfr. Ebrei genovesi ricordano, Firenze 1995).

[105] Peters fu catturato il 14 settembre 1944 con tutto il reparto che aveva guidato, come già altre volte, in zona partigiana e in questo caso, segnatamente, in val Borbéra; il gruppo di Peters giunse a Dernìce sotto mentite spoglie partigiane, ma fu scoperto e gli uomini disarmati. Tutti furono fucilati, eccetto Peters, l’interprete altoatesino e un graduato della Xª Mas (fucilato in seguito). Il trasferimento dei prigionieri verso il comando di Carrega Ligure fu affidato ai due fratelli Colombo, dei quali il maresciallo Peters riuscì a sbarazzarsi e poté tornare a Genova.

[106] Carlo Rampani (n. 1922), partigiano della brigata Cichéro dai primi di giugno del 1944, nativo di Montreal (Canada); membro del distaccamento Castiglione della brigata Oreste, abbandonò le formazioni partigiane nell’ottobre del 1944.

[107] Gibì Lazagna fu gravemente ferito il 16 luglio 1944 durante un’imboscata tesa insieme ai compagni ad un’automobile occupata da soldati tedeschi, nei pressi di Terrarossa di Gattorna, in val Fontanabuona; fu accompagnato prima a Corsiglia, frazione di Neirone, dove ricevette le prime cure da “Vuccio” (Silvio Bendinelli, n. 1914, medico genovese, responsabile del servizio sanitario della banda di Cichéro), e poi, ai primi d’agosto, in val Trebbia.

[108] Inteso come Repubblica sociale italiana (Rsi).

[109] I funerali ai caduti della Divisione Coduri furono celebrati il 22 maggio 1945.

[110] Gianfranco Bo “Giulio” (n.1918), di Sestri Levante.

[111] Potrebbe trattarsi di Ivo Agostini (1927-2014), di Struppa, partigiano della brigata Jori dalla fine di ottobre del 1944, nel distaccamento Bellucci; verso la fine della guerra si trasferì alla brigata volante Severino.

[112] Croce intende “su a Torriglia” e si riferisce – come ha già avuto modo di specificare in precedenza – a quando Bisagno, per non consegnare le armi agli americani, voleva riportare di nuovo in montagna i suoi partigiani.

[113] Errico Martino (1907-1981), avvocato; rappresentante del Partito liberale nel Cln Liguria, alla Liberazione fu nominato prefetto di Genova e tale rimase fino al 1° marzo 1946; deputato all’Assemblea Costituente per il Partito repubblicano, si dimise nell’ottobre 1947 e intraprese carriera diplomatica.

[114] Croce deve riferirsi a quanto riportato nel libro Partigiani in azione, pubblicato nel 1983, scritto a quattro mani dal giornalista Enzo Rossi e dallo stesso “Gino”, il quale attacca duramente Paroldo e i vertici della divisione Cichéro che lo accolsero e lo impiegarono prima come consigliere militare e poi come capo di stato maggiore (pp. 87 e 109).

[115] Giuseppe Fossati “Foce” (n. 1922), genovese, partigiano della brigata Jori dal giugno 1944 e poi capo di una pattuglia di cinque uomini del Sip inviata in forza alla brigata volante Severino nell’ultimo mese di guerra. Sul clima che si respirava allora, Giovanni Proglio (n. 1924), che fu partigiano al Sip della brigata Jori, ricorda un episodio eloquente: “Lui conosceva molto bene Bisagno, perché erano tutti e due di Oregina… quando lo ha chiamato, che gli ha detto: “Aldo!”, Bisagno gli ha dato una strapazzata, perché dice: «Te non mi devi conoscere»” (vedi Ailsrec, fondo “Memoria orale”, intervista a Giovanni Proglio, novembre 1993).

[116] Il 27 aprile 1945, all’interno di un’osteria in località Borgonovo (Bargagli), scoppiò una bomba a mano che ferì molti partigiani e ne uccise due (Luigi Descalzi, “Gimmi”, n. 1921, e Bruno Menchini, “Brezza”, n. 1924, entrambi chiavaresi); altri due morirono qualche ora dopo, all’ospedale di San Martino, per le ferite riportate (Sergio Canepa, “Pesto”, n. 1927, di Chiavari; e Giovanni Laiolo, “Ferrari”, n. 1922, di Sestri Ponente).

[117] Paolo Zanettin (n. 1893), di Cornigliano; marittimo, più volte in carcere per reati comuni, espatriò in Lussemburgo nel 1930, quindi in Belgio, in Francia e in Tunisia; infine, in Spagna, dove combatté contro l’insurrezione franchista; internato in Francia dal 1939 al 1941, confinato a Ventotene fino all’agosto 1943; partigiano della Cichéro dal maggio 1944, svolse mansioni di cuoco ed infermiere presso il comando della brigata Jori.

[118] Forse si trattava di Carlo Cattaneo (n. 1916), smobilitato con la missione Merìden.

[119] A pag. 16 di Scarpe rotte, nella prefazione firmata da “Gino” Campanella, risulta che i componenti della brigata fossero non più di 25-30 elementi; in fondo al libro (pp. 146/148) viene riportato l’elenco completo dei componenti la brigata, che risultano ammontare a 150 effettivi, con 28 sapisti aggregati. Negli elenchi di smobilitazione compilati da “Gino” stesso poche settimane dopo la liberazione (cfr. Ailsrec, fondo Gimelli 3, b.2) risultano addirittura 290 nomi, dei quali però circa 150 appartenenti alle Sap di Struppa e del Comune di Davagna, circa 65 al distaccamento corrieri (che faceva diretto riferimento al Comando Zona ma che fu aggregato alla Severino negli ultimi giorni di guerra) e 5 partigiani del Sip (entrati a far parte della brigata Severino il 1° aprile 1945). A questo punto, restano 70 nomi, 40 dei quali risultano aver fatto il loro ingresso in banda nei mesi di febbraio, marzo e aprile 1945: ecco dunque che gli ultimi 30 corrispondono grosso modo a quei 25-30 di cui dice Gino nella citata prefazione. Su questo punto specifico, la polemica di Croce verso Gino appare inefficace: la Balilla, sapisti compresi, riconosce 450 fra partigiani e patrioti; in alta val Borbéra, le brigate Arzani e Oreste parrebbero poter contare su centinaia di sapisti; non troppo diversa appare la situazione dell’alta val Trebbia.

[120] Maria Vitiello (1909-2000), originaria di Ponza, dove Marzo l’aveva conosciuta (e sposata nel 1931) mentre si trovava al confino; seguì il marito sui monti, da Favale di Malvaro a Gorreto e Rovegno, e fu riconosciuta partigiana combattente.

[121] Adelmo Daminelli (n. 1926), di Cornigliano; gappista, partigiano in montagna dalla fine del mese di luglio 1944 (forse con il nucleo dei gappisti di Bolzaneto, futura brigata volante Balilla), giunse alla Severino nel dicembre seguente.

[122] Si tratta di Stefano Porcù (vedi nota 28).

[123] Angiola Berpi (1911-1989), di Cornigliano; cfr. ivi, Archivio M. Calegari, “Intervista alla partigiana Angela Berpi”.

[124] Parroco di Fascia e Rondanina, dal 1940, era don Angelo Bassi (1914-2012), originario della val Curone, autore di alcuni libretti di memorie sul periodo bellico.

[125] Croce probabilmente intende che, l’ultima volta a cui aveva assistito alla commemorazione in memoria di Bisagno, era stato Marzo a pronunciare il discorso; Marzo che era morto all’inizio del 1994 e non poteva essere presente alla commemorazione del 1995.

ooooooo0ooooooo


torna all’indice

3. POSTFAZIONE

Questa che pubblichiamo è la mia prima intervista a Croce. Ne sono seguite altre cinque (tra il 1996 e il 1998) corrispondenti alla registrazione di 7 cassette (2 lati di 45 minuti ognuno). Tutto materiale utile alla ricostruzione della mappa militare, politica e morale della Sesta Zona partigiana. Anche GB, che con me aveva partecipato alla prima intervista a Croce, era tornato ad intervistarlo. Della Resistenza GB era stato un protagonista ma si era reso conto, quasi con stupore, della difficoltà di incrociare i ricordi di quella stagione con quelli di molti dei compagni di allora. Difficoltà non attribuibile solo alla dispersione e al relativo isolamento – una rispetto all’altra – delle formazioni partigiane, ma alla sostanziale diversa percezione di fatti e stati d’animo che fino a quel momento aveva giudicato accomunassero il campo ribelle. Perché proprio Croce? Perché, sin dal primo incontro, aveva rivelato oltre ad una buona memoria dei fatti – dal tempo di Cichero fino alla Liberazione – uno spessore ignoto alla maggior parte degli altri intervistati. Ma non solo di questo si trattava. A metà di aprile del 1944, dopo non più di 5 o 6 settimane che era arrivato a Cichero, Croce era stato scelto da Bisagno, il comandante del piccolo gruppo che vi era stanziato, per due imprese militari concluse con successo.  In seguito, sempre su indicazione di Bisagno era diventato comandante di battaglione, poi di distaccamento e infine di brigata – la formazione più autonoma e più combattiva e meglio organizzata della Sesta. In una realtà dove non mancavano le prime donne e dove, ancora a distanza di anni, il protagonismo di molti comandanti era così vivo da produrre le ricostruzioni più strampalate, Croce raccontava battendo una moneta diversa. Uno stile – ce ne accorgemmo meglio col succedersi degli incontri – non direttamente riferibile all’esperienza partigiana.

Di Croce esiste presso l’Istituto storico una testimonianza interessante ma a parte i molti errori di fatto – facilmente emendabili – l’intervista, come le altre simili prodotte in occasione del Cinquantenario, soffre dall’essere eseguita da personale con poca o nulla conoscenza delle vicende trattate e impegnato ad usare come traccia un questionario, lo stesso per tutte le decine di intervistati. Il risultato, inevitabile stando la “anomalia” dell’esercito partigiano composto esclusivamente di volontari con alle spalle anagrafe, storie familiari e istanze personali diverse da un soggetto all’altro, è stato di produrre un archivio manchevole rispetto alla cronaca e generico anche là dove mirava a fondare una sorta di antropologia del partigianato. Può essere utile in proposito mettere a confronto la testimonianza resa da Croce e depositata in Istituto con quella – tutt’altro che un modello, tant’è che era stata necessaria la lunga coda che ho detto – con la nostra qui pubblicata. A favore di quest’ultima c’è che, non dovendo seguire un percorso obbligato, meglio si adatta (sin dall’inizio) alla storia della sua esperienza partigiana.

Perché Croce, pur nelle inevitabili (in verità non molte) incertezze circa le date, ha precisa in mente la storia – perché di storia si tratta e non di semplici ricordi – che vuole raccontare e attorno alla quale cuce gli episodi che vanno a suffragarla. Tocca agli ascoltatori coglierne il filo. Per l’esperienza che ho fatto incontrando ed intervistando alcune decine di partigiani, Croce, come pochi altri – ad es. Ezio Bartoli di cui ho scritto ne “La sega di Hitler” – racconta facendosi osservatore di se stesso, della sua esperienza. Si rivolge domande prima ancora di offrire delle risposte. Domande che lui stesso giudicava importanti cui non sempre era riuscito a dare una risposta (l’essere stato scelto “da subito” da Bisagno, la sua “fortuna” come comandante, il valore della sua formazione, la linea di condotta nei confronti della “politica” ecc.).

Ancora una precisazione e la segnalazione di un limite. Col moltiplicarsi, da parte mia, della raccolta di testimonianze partigiane mi sono convinto che, per spiegare la peculiarità dei miei eroi, la loro storia familiare, la vita nella famiglia d’origine, amici, scuola, letture ecc. non era più importante del tempo, la vita, le attività che erano seguite alla guerra di liberazione e specialmente non erano più importanti della loro disponibilità al confronto con me. Lì, nella disponibilità o desiderio del confronto, stava la peculiarità del personaggio e apparivano i frammenti delle esperienze che metteva alla base della storia che voleva raccontarmi. Ho incontrato Croce che aveva quasi 80 anni e aveva alle spalle una attività di piccolo imprenditore – distribuzione bombole di gas nella catena Agip – ma allo stesso tempo si era occupato di trasporti e altro ancora. In lui, l’esperienza partigiana, al contrario della maggior parte dei suoi compagni di poco più giovani, si era deposta su un tessuto culturale e morale già discretamente ricco: una economia familiare che assicurava indipendenza, le parole dell’antifascismo alimentate dalle relazioni politiche dello zio, l’esperienza di carabiniere e altro ancora.

I 14 mesi da partigiano non gli avevano fatto apparire un nuovo mondo ma avevano arricchito non poco quello che possedeva quanto ad amicizie, solidarietà, legami. Mondo – questo sì – fino ad allora sconosciuto, che aveva conservato per il resto della vita. Mondo della cui eccezionalità si era reso conto col passare degli anni. Io, che su quel mondo andavo ad interrogarlo, ero in qualche modo la prova della sua importanza, della sua capacità di espandersi e nello stesso tempo di offrirgli nuovi stimoli.

A me che gli chiedevo della sua “virtus” rispondeva che sì, la casa dov’era cresciuto doveva essere stata di sicuro importante. Ma non avrebbe saputo dirmi quanto. In casa il fascismo non aveva attecchito. La tradizione era quella socialista nella versione più blanda e il personaggio di maggior rilievo era lo zio, falegname come il padre, in rapporti amicali con il chiavarese avvocato Cirenei, socialista. La vicenda della cartolina scrittagli da questi da Roma all’inizio del suo percorso verso il confino è sintomatica. Padre e zio Malatesta non erano personaggi da poco. Oltre che commercianti di legname praticavano anche lavori di grossa falegnameria fuori dal territorio di Cicagna. Il nonno di Croce, emigrato negli USA nel 1883 era rientrato a Cicagna nel 1905. Due dei suoi 4 figli erano rimasti là mentre i due minori (il padre e lo “zio” di Croce) erano  a Cicagna. La famiglia di Croce era composta da padre, madre e 4 sorelle. “Eravamo artigiani e contadini”, dice Croce e a casa sua, oltre l’antifascismo indiscusso, c’era apertura al mondo e alla cultura. Il Secolo XIX arrivava in abbonamento e spesso si vedeva anche il Corriere della sera. A scuola poi Croce era andato sino alla fine del triennio postelementare.

Sui monti, con Bisagno e gli altri, Croce era arrivato – sarebbe più giusto dire “era finito”, nel febbraio del 1944 dopo aver lasciato il 9 settembre la stazione dei CC di Piacenza dove faceva servizio. C’era ritornato per pochi giorni in ottobre per poi rapidamente fuggirsela a casa fino a quando, richiesto di rientrare in servizio era riparato da certi parenti prima a Camogli e poi a Sestri Levante. Preso atto della difficoltà di restare nascosto presso di loro si era messo in cerca di un rifugio più sicuro e a Chiavari un falegname “amico dello zio” gli aveva suggerito il canale che in febbraio lo aveva portato a Cichero. La prima impressione era stata scoraggiante: una settantina di persone sistemate in modo rudimentale, mal vestite, mal calzate e alla fame. Ne ricordava uno in particolare – Pinan – che scalzo intratteneva il gruppo con la sua fisarmonica. Al suo arrivo non aveva ricevuto alcun incarico ma dopo un paio di settimane Bisagno l’aveva fatto caposquadra. Niente elezioni o discussioni o riunioni. Da chi era stato scelto? A Croce l’aveva comunicato Bisagno. Forse, ipotizza, aveva saputo qualcosa di lui da Chiavari da dove settimanalmente lo raggiungeva un informatore. Né poteva escludere che della cosa avesse parlato con quelli più importanti lassù, come Marzo o Bini (Croce non giudicava rilevante né qui né in seguito la presenza del Bugliani, ufficialmente investito della funzione di commissario politico del piccolo gruppo).  A fine aprile del 1944 Croce guida da solo il gruppetto di 6 uomini che ad Acero fanno prigioniero un terzetto arrivato, con tanto di elenco, a caccia dei locali che si erano sottratti ai bandi. Lì fa prigionieri e li porta a Cichero dove due di loro – ex carabinieri – sono rimandati liberi mentre il repubblichino viene fucilato. Fatto che per Croce precede un ulteriore incarico di comando. Deve guidare 70-80 uomini presenti a Cichero in una marcia notturna a Varese Ligure per sottrarli alla probabile reazione dei fascisti chiavaresi. Un trasferimento lungo un territorio sconosciuto che si conclude felicemente. Durante la notte precedente Croce ricorda di non aver chiuso occhio – tanto sentiva la responsabilità dell’incarico ricevuto. Pochi giorni dopo essere rientrato a Cichero con la colonna al completo Croce, secondo gli ordini di Bisagno, si era trasferito, con altrettanti elementi in Valtrebbia in certi Casoni che Bisagno aveva fatto preparare sotto l’Antola. Attorno alla metà di Giugno, nello stesso modo “informale” il distaccamento Torre che da Cichero si è trasferito in Valtrebbia diventa un battaglione composto di tre distaccamenti dove a fianco ad elementi del Torre se ne aggiungono altri, reclute provenienti dalla Colonia di Rovegno dove erano stati accolti. Croce è il comandante del battaglione che ulteriormente ingranditosi alla fine di settembre diventerà la brigata Jori.

Dai primi di ottobre Croce è al comando della Jori con l’accordo dei suoi comandanti e commissari di distaccamento e senza che emergano riserve dal neonato Comando Zona. Di nuovo tutto avviene senza elezioni. Tra gli uomini l’autorità di Croce è indiscussa, lo stile di comando condiviso, le sue azioni – in primis – quella contro la banda del Croato (“lo slavo”) sono vittoriose. Croce attribuisce la “fortuna” del suo comando ad alcuni fatti precisi: essere partito da Cichero con gli uomini più formati e responsabili che, pur privi di  esperienza militare, erano consapevoli dei rischi e della necessità di far gruppo. Altre ragioni: la cura messa nella scelta dei comandanti e dei vice alla guida dei vari distaccamenti; la presenza di Moro, il commissario politico, un comunista integro che condivide con lui una visione unitaria della lotta ed estraneo alla logica di partito; la mobilitazione continua dei reparti utile più di tanti discorsi a tenere viva la tensione dei gruppi; un rapporto con la popolazione serio e rigoroso e, infine, la rapida risoluzione di qualsiasi iniziativa che potesse mettere in discussione lo stile Jori (la questione del commissario Bruno che voleva far distribuire le sigarette solo ai frequentatori delle riunioni di partito).

Non ero né comunista né anticomunista, dice Croce; aprire quel genere di questioni era allora pericoloso per tutti. Da qui la sua decisione di non entrare nella logica perversa dello scontro tra fazioni. Sostiene che nelle brigate dove erano avvenuti scontri politici, a volte spinti al limite della sopravvivenza delle formazioni, era stato per colpa degli stessi comandanti che usavano la politica per finalità personali, per accreditarsi presso “il partito” o all’opposto per tenerlo fuori dei giochi e quindi conducendo una battaglia personale contro il commissario politico, l’uomo di partito. Contrasti che dal vertice si erano trasmessi gli uomini delle formazioni creando incertezze e minando le linee di comando. In una qualsiasi formazione con compiti militari, dice Croce, la catena di comando doveva essere unica, trasparente nel suo modo d’agire, credibile e apprezzata dai sottoposti e specialmente doveva indicare con chiarezza gli obiettivi da conseguire. Una posizione che Croce illustra ricorrendo ad esempi e che, tra i partigiani che ho incontrato ha ricevuto la formulazione forse più completa da Minetto. “In un gruppo nascono in continuazione liti, rivalità, competizioni d’ogni genere Se riesci a tenere alto, visibile, l’obiettivo comune vinci la battaglia. In prima linea le cose importanti si vedono subito e lì vengono fuori anche i comandanti, quelli veri. I fasulli, i bulli spariscono immediatamente.” Minetto aveva raccolto il comando della brigata Arzani dopo che un conflitto durissimo tra comunisti e anticomunisti l’aveva portata quasi allo scioglimento.  Un conflitto che si alimentava di personalismi ma che si era sviluppato dal tentativo dei comunisti di scalare il comando della formazione.

Con la sua linea di condotta, leale verso le forze politiche schierate dalla parte della Resistenza ma rigorosa nel difendere l’autonomia (e quindi la stessa capacità operativa) delle formazioni, Croce risolve i suoi rapporti con i comandi superiori: il Comando divisione e il Comando Zona. Col comandante di divisione, che poi è Bisagno, l’intesa è perfetta. Col Comando Zona i motivi di scontro sembrano assenti. Alla Jori apparteneva il distaccamento incaricato di proteggerlo. La Jori è un luogo di autonomia, ha un preciso territorio di riferimento che presidia con posti di blocco efficienti e mette a fuoco in piena autonomia i propri obiettivi militari – il Vestone che ha il suo comando a Gorreto – e la rete di informatori con sui sorveglia i movimenti sulla “45”. Nel periodo durissimo dell’inverno di fine ’44, dopo Alexander e sotto attacco per le puntate nemiche che mirano a scompaginare definitivamente gli insediamenti partigiani, la Jori non segue la linea, suggerita personalmente da Bisagno, di ricerca e costruzione di rifugi ma fa dell’osservazione dei movimenti nemici il riferimento dei propri necessari a sottrarsi.

La Jori vive una sorta di blindatura che la tiene fuori dalla tormentatissima discussione che investe la Sesta Zona tra dicembre ’44 e gennaio ’45. I termini dello scontro sono noti: i comunisti aspirano, come forza principale del mondo partigiano – dove hanno portato avanti l’iniziativa di partito e il reclutamento spesso mimetizzandoli con compiti di supporto alla presenza partigiana (come la creazione delle giunte comunali o attività ispettive) – ad assumerne il controllo. E’ una operazione di vertice di cui la base partigiana, anche quella comunista sa poco e niente e che Bisagno – il principale ostacolo dell’iniziativa dei comunisti – cerca di contrastare tentando di coinvolgere gli uomini delle formazioni con la famosa lettera “Io Bisagno”. La diffusione della lettera verrà impedita sul nascere ma contribuirà egualmente a contenere l’iniziativa dei comunisti ed indurli alla mediazione. Non è un clima facile da ricostruire e la documentazione è scarsa. La maggiore difficoltà per farne una rilettura viene da un fatto normalmente ignorato. In montagna si muove un quadro comunista che si sente sotto la lente del partito di città, quello con i quadri più evoluti, i dirigenti. È a loro che ci si rivolge mostrando la propria intransigenza, l’impegno egemonico, i risultati ottenuti nel portare avanti in montagna la linea del partito – numero di iscritti, percentuale dei comunisti tra i morti e i feriti partigiani. Un dialogo che si svolge tra montagna e città e che tocca un ristretto gruppo di individui ma che nelle fonti scritte ha lasciato tracce più vistose di quanto i fatti non fossero (essendo poche le fonti scritte dell’epoca e anche quelle quasi esclusivamente di provenienza comunista, l’area più coinvolta nei fatti). L’attacco comunista mirante ad aumentare il controllo sulla Sesta – un bisogno ossessivo, esorbitante e sostanzialmente inutile visto che già esisteva – prendeva spunto da una sorta di anomalia della Zona. E cioè che tutti i comandanti di brigata – salvo il caso della brigata Coduri, che però dal punto di vista militare era considerata poco interessante anche dai comunisti che ne avevano il primato – non appartenevano al partito comunista e che i commissari politici messi alle loro costole non erano riusciti a metterli sotto quando addirittura non ne erano stati conquistati. 

Tutto questo per dire che i travagli di dicembre 1944 oltre a non coinvolgere la Jori sono letti da Croce come “la solita questione dei commissari.” Come spesso succede a chi fa parte del gioco, Croce vede nello scontro più che la politica il conflitto di personalità, di cultura, di interpretazione della guerra. Di Banfi comandante della Berto, tanto per fare un nome, Croce dice che, siccome nel dopoguerra lo avevano fatto generale, non poteva certo essere considerato uno sciocco, eppure nella sua brigata il conflitto era continuo e si era arrivati all’imprigionamento e al disarmo di questi contro quelli. Secondo Croce non si trattava solo o semplicemente dell’avversione di Banfi verso il comunismo ma anche del suo modo di concepire la guerra partigiana: stanziale, poco o niente aggressiva, lassista verso la disciplina e dove la sua leadership si affermava usando una fazione con l’altra. Croce è convinto che quando queste situazioni prendono corpo è molto difficile rimettere le cose a posto perché se era facile sostituire i comandanti era invece molto difficile riportare i gruppi all’impegno richiesto dalla guerra partigiana dopo che al loro interno era passata la divisione o peggio si era affermato il quieto vivere. Tant’è che a Bisagno che gli aveva proposto di affiancare o addirittura di sostituire Banfi per qualche tempo, aveva opposto un rifiuto. Sapeva che non sarebbe servito e la prova, racconta, è il destino subito da Lesta usato da Bisagno per il medesimo scopo. Vittima di uno scontro continuo, usurante e non approdato ad alcun risultato. 

Non è un caso che la Jori che vive felicemente sotto il comando di Croce, articolata in distaccamenti con un buon livello di autonomia, al sicuro dalle dinamiche partitiche più spinte, non sia coinvolta dal Comando della Sesta Zona nel “processo” a Bisagno. La vicenda che culminerà con la riunione di Fascia del 7-8 marzo, che tanto ha fatto discutere, aveva impegnato il gruppetto influente dei comunisti che si muovevano attorno alla Zona, Rolando e Attilio in primis. Bisagno assente per quasi un mese per via di una ferita era rientrato ancora provato e zoppicante al suo comando a Gorreto il 7 febbraio. Un mese di assenza durante il quale erano successe due cose molto importanti. L’arrivo delle missioni americana e britannica aveva da un lato esaltato il ruolo del Comando Zona e dall’altra aveva provocato il temporaneo trasferimento del comando della Cichero da Bisagno a Scrivia e Moro rispettivamente comandante e commissario della brigata Oreste.  Una soluzione quest’ultima che aveva in qualche modo messo in pratica, anticipandolo, il progetto dei comunisti della Zona di ridurre l’influenza di Bisagno sulle formazioni facendo della sua brigata comandata da Scrivia una divisione. A quel punto a Bisagno sarebbe rimasta solo la fedelissima Jori, la scomoda e incerta Berto e l’ostile Coduri di cui i comunisti avevano il totale controllo. Quella dei comunisti non era solo generica ansia di supremazia: la fine della guerra era nell’aria e l’esercito partigiano più che impegnarsi contro la ritirata dei tedeschi era atteso ad assumere il potere nelle città e a garantire militarmente gli ancora incerti sviluppi della politica. Ce n’era d’avanzo per cercare di andare fino in fondo allo scontro che in ogni caso non riguardava la condotta dell’esercito partigiano sui monti ma quella imminente in città.

Bisagno, messo a giorno da Rolando delle decisioni che stavano maturando da un lato si era detto contrario e deciso anche ad andarsene se quello fosse stato l’esito. Dall’altro però aveva immaginato una linea di difesa che aveva il fulcro nell’accogliere all’interno dello schieramento della Jori due distaccamenti di Giustizia e Libertà operanti nelle vicinanze di Torriglia, col proposito di integrare il Comando Zona con un rappresentante GL. Poi, con in mano questa carta di accredito, era andato a parlare con Fausto, comandante di una divisione GL nel Piacentino. Aveva una richiesta molto semplice. L’ingresso di forze GL nella Cichero con relativo rappresentante nel Comando Zona potevano costituire un ostacolo sufficiente perché la Zona non decidesse in libertà cosa fare della sua divisione? Fausto gli aveva detto che l’imminente fine del conflitto aveva congelato le possibilità di passare dall’ombrello garibaldino a quello GL. Avrebbe tuttavia potuto metterlo in contatto con Milano, con un membro del CLNAI.  Di queste cose ho scritto a suo tempo, quasi 20 anni fa e credo che ci sia poco da aggiungere. Qui servono solo a sottolineare alcuni fatti che interessano la relazione tra Croce e Bisagno.

Croce è il comandante a cui Bisagno propone di integrare i distaccamenti GL nel suo apparato difensivo. Gli spiega anche il senso della manovra. Croce è scettico – lo dice a chiaramente a Bisagno – circa il valore delle formazioni GL. Però accetta. Nelle serate passate assieme a Gorreto a raccogliere le confidenze del suo comandante, si rende conto che è rimasto solo e da solo sta combattendo la sua battaglia. Bisagno non ha a Genova nessuna copertura politica, non ha la piena solidarietà di Scrivia e dei 4 o 5 di cui anche a lui è visibile la debolezza – Croce ne fa i nomi – che cercano di spingerlo contro comunisti. Tra l’altro, mentre Bisagno si tormenta sul che fare e chiede aiuto a Croce per attuare il suo piano, la Zona ha il suo momento di massima celebrità. Non è più il semplice (e spesso dalla città non troppo considerato) braccio armato del CLN ma il comando militare dell’esercito partigiano finalmente riconosciuto dai potenti alleati. I rapporti con la città si sono rovesciati: è dalla montagna che fluiscono le informazioni e le decisioni. In montagna le riunioni si succedono senza che Bisagno vi partecipi forse senza neppure esservi invitato non essendo più da gennaio vicecomandante di Zona. La sua ostinazione appariva ormai patetica: incombevano le sfide finali e lui si comportava come se la guerra partigiana potesse procedere com’era stato sino ad allora.

E’ la scoperta del viaggio nel Piacentino, da Fausto, che offre ai comunisti l’occasione da non perdere. Era inaccettabile che Bisagno cercasse di trasferire i suoi uomini sotto un’altra bandiera; poco meno di un tradimento. La nascita della nuova divisione doveva considerarsi scontata e quanto a lui, nel caso non avesse accettato, sarebbe stato allontanato dalla Zona e privato del comando: o a casa o da un’altra parte. La proposta della Zona che aveva ricevuto già i primi di marzo il benestare del Comando militare regionale doveva essere portata a conoscenza – “una semplice informativa” – nella riunione dei vari comandanti di brigata che avrebbe sancito la nascita della nuova divisione. Era la prima occasione in cui i risultati delle discussioni che avevano animato la Zona negli ultimi 20 giorni uscivano dal sentito dire e venivano messe sul tavolo, ufficializzate di fronte ai comandanti delle brigate. L’argomento della riunione forse non era noto, Croce comunque – forse non casualmente – non ne era informato e, come lui, forse anche Marzo, il comunista commissario della divisione comandata da Bisagno e che a lui vedeva legato il suo destino. Quando Croce e Marzo arriveranno a Fascia avvisati da una staffetta – “a Fascia si stanno sparando” o qualcosa del genere – la riunione è in parte risolta da una mediazione: la nuova divisione si farà ma Bisagno non sarà allontanato; resterà a comandare quel che resta della Cichero. Croce che non era conoscenza di quanto era già deciso e di come la mediazione costringesse il comando Zona ad un significativo passo indietro interviene ancora sull’inutilità della nuova divisione. Siamo sempre gli stessi, dice; sempre noi a dividere la stessa minestra, che senso ha? E’ lo stesso Bisagno a tacitarlo: lascia perdere Croce; qui è già tutto deciso. Era proprio così: fuori dell’osteria dove si era svolta la riunione stavano molti dei comandanti a parlare. La mediazione era avvenuta proprio lì fuori, sul prato. L’allontanamento di Bisagno non era passato, la nuova divisione sì. Il gruppetto di armati portati da Santo e arrivato a Fascia a fine mattinata a sostegno di Bisagno non aveva impensierito da un punto di vista militare. C’erano sul posto forze sufficienti per contrastarlo e la fama guerriera di Santo era scarsa. Aveva però fatto emergere improvvisamente i rischi che si correvano ad allontanare il comandante più amato, la bandiera partigiana della Sesta. Croce comunque non aveva avuto dubbi. Nella stessa serata a Bisagno aveva detto “Santo mai più con me e da subito eh.” Bisagno non aveva fatto obbiezioni e dopo un inutile tentativo di mandarlo con Scrivia lo aveva dirottato su Banfi.

Negli incontri e interviste che ho avuto con i partigiani della Sesta, sicuramente un leitmotiv, in genere a conclusione degli incontri era la delusione seguita alla Liberazione. Il contrasto tra sogni e speranze maturate durante l’esperienza partigiana a fronte della realtà materiale e specialmente morale del dopoguerra. Aspetto che qui è inutile approfondire per essere stato oggetto durante anni di una retorica abbondantissima. L’aspetto interessante della personalità di Croce è che il suo modo di essere e fare il partigiano sembra averlo messo al riparo da questa deriva. L’episodio della visita in compagnia di Bisagno – di nuovo loro due, solo loro due – al prefetto Martino è importante. Non vanno a chiedere favori ma a dirgli che dirigere gli ormai ex partigiani verso la polizia non è buona idea. Bisognava invece trovare il modo per occupare “quei ragazzi” di 20 anni, che in montagna avevano scoperto o maturato una esperienza che avrebbe potuto essere utile alle loro città, all’Italia che stava uscendo dal fascismo. Ma non facendo il poliziotto, un lavoro che non sapevano fare, che in breve li avrebbe fatti chiamare “sbirri” proprio come quelli che li avevano preceduti al servizio della Repubblica. I partigiani, questi ragazzi, sono un patrimonio da non dilapidare: è il ragionamento dei due. E’ quello che ripeterà Croce nella riunione a Chiavari a quelli della Coduri. Che però non erano d’accordo: bisognava campare, ci volevano soldi e la polizia gli dava un ruolo, un potere e un’arma che al momento sembrava corrispondere perfettamente al loro profilo guerriero.

Bisagno ed io, dice Croce, pensavamo che tornati a casa la guerra doveva considerarsi finita; che la guerra partigiana non andava messa in politica. Una idea che corrisponde perfettamente alla sua visione della guerra partigiana, al modo di aderirvi e di combatterla dal primo giorno. Quando gli avevo chiesto: ma tu, dopo i primi giorni a Cichero, immaginavi come avreste combattuto, quali difficoltà, per quanto tempo ecc. Croce, che ha guidato la formazione più combattiva della Sesta e con il minor numero di caduti, mi aveva guardato come chiedendosi se le ore di colloquio tra noi erano almeno servite a farmi capire che la loro guerra aveva ben poco di pianificabile; proprio il contrario di come in seguito molta politica l’aveva raccontata. Che il fatto di Acero era stato frutto d’una decisione di Bisagno, dopo che di là erano venuti due “borghesi” a chiedere aiuto contro quei tre a caccia di renitenti. E i due borghesi erano venuti a Cichero perché Acero non era distante e quelli sapevano che a Cichero c’erano dei ribelli, gente “contro” che poteva dargli una mano. Il trasferimento a Varese Ligure era stato per mettersi al riparo dalle conseguenze della fucilazione del repubblichino e quello in Valtrebbia perché ormai a Cichero erano troppi e anche perché Bisagno aveva in mente quello che ai più ancora sfuggiva: una specie di repubblica dei monti. Allo stesso modo la conquista del campo dello “Slavo” era stata possibile solo perché con lo “slavo”, che era un avventuriero, c’era anche gente pronta a battere la strada opposta. E quando in valle erano arrivati gli alpini del Vestone la scelta di attaccarli ma anche di convincerli a cambiare fronte o almeno abbandonare la Repubblica era stata possibile perché tra loro c’erano ragazzi che in condizioni diverse avrebbero scelto di stare a casa o andare coi partigiani. La guerra partigiana era stata una invenzione quotidiana dove discussione, responsabilità e gesti militari si intrecciavano in modo particolarissimo, diverso da un luogo all’altro, da un gruppo all’altro. Bisagno l’aveva inteso come un percorso di formazione, Croce come un lavoro di un bravo artigiano. Come aveva appreso a casa col padre e lo zio: quando cominci un lavoro devi anche portarlo a termine nel modo migliore trovando via via le soluzioni più giuste. La politica c’era e aveva la sua importanza – bisognava essere contro il fascismo – ma poteva produrre anche dei guai. Croce più attento agli uomini che alle ideologie giudicava la politica per l’uso che ne facevano i singoli: andava bene se veniva usata per unire, educare; una male se usata per prevalere o regolare conti privati, per ottenere credito presso le varie consorterie, per ipotecare ruoli nell’Italia del futuro. C’era chi considerava la Resistenza, la guerra partigiana come la fase di una guerra che era necessario prolungare. Lui invece pensava che come tutte le guerre era bene che finisse, per tornare a casa, alla normalità sconosciuta da troppo tempo. 

torna all’indice

Editing: Elio V. Bartolozzi 2018

 

Intervista al partigiano Dionigio Marchelli “Denis”

Fasc. 50 – Doc. 4 Fascicolo dedicato al partigiano “Denis”, Dionigio Marchelli, composto, come da indice dei contenuti, da sei articoli distinti, compresa un’intervista di M. Calegari allo stesso Denis realizzata nella sua abitazione, a Genova Pra (C.E.P.), l’8 gennaio 1998. La “cassetta” contenente la registrazione fa parte dell’archivio personale dell’intervistatore.
                                                                             Manlio Calegari, Lorenzo Torre, Elio V. Bartolozzi 

Indice dei contenuti.
1. Preambolo
2. Intervista al partigiano “Denis” (Dionigio Marchelli)
3. Elenchi di “Denis” degli appartenenti al distaccamento “La Scintilla”
4. Note di Lorenzo Torre agli elenchi di “Denis”
5. Testo di Annamaria Manaratti “Fase di transizione tra il periodo iniziale di incubazione e quello successivo di concreta organizzazione. (Marzo 1944 – Maggio 1944)
6. Osservazioni di Vero Mitta e Denis Marchelli al Testo di Annamaria Manaratti.

1. Preambolo

Nel pomeriggio dell’8 gennaio 1998, a conoscere e ad intervistare Denis (Dionigio Marchelli, n.1925) a casa sua mi aveva accompagnato Giambattista Lazagna. Accoglienza amichevole e generosa. GB aveva con sé copia di un dattiloscritto di 31pagine (“Fase di transizione tra il periodo iniziale e quello successivo di concreta organizzazione. marzo 1944-maggio 1944”) che Denis gli aveva consegnato anni prima, il 10 novembre 1992 quando GB era impegnato con me a ricostruire le vicende del Comando della VI Zona partigiana. All’epoca Denis aveva dichiarato di non ricordare quando e da chi il dattiloscritto gli fosse arrivato tra le mani. In un biglietto scritto di suo pugno e allora allegato al dattiloscritto GB ipotizzava che l’autore fosse una donna (p.1 “mi sono valsa”) e, nel caso, si trattasse della “prof. Manaratti”. Aggiungeva infine di avere qualche dubbio sulla cronologia proposta dal testo circa alcuni avvenimenti tra marzo e maggio del 1944.

E’ pressoché certo che autrice del dattiloscritto fosse la sig.ra Annamaria Manaratti. La stessa  che nell’aprile del 1973 aveva consegnato il suo saggio “Bisagno: la scuola di Cichero e la terza divisione garibaldina” alla rivista “Civitas” diretta allora da Paolo Emilio Taviani (con cui la Manaratti era in contatto) che la pubblicherà nel 1974 nella “Antologia di Civitas” dal titolo “Saggi sulla Resistenza”. Dopo quel primo lavoro la Manaratti aveva deciso di approfondire l’argomento con una tesi di laurea. Da un lato aveva iniziato a frequentare le riunioni del prof. Costantini presso l’Istituto di Storia Moderna della Facoltà di Lettere dell’Università di Genova dall’altra aveva sviluppato i suoi contatti con reduci del partigianato. Il dattiloscritto sembra concludere questa seconda fase di ricerca e dovrebbe essere precedente al 1985 (anno di pubblicazione in tre volumi delle “Cronache militari della Resistenza in Liguria” di Giorgio Gimelli che l’autrice però cita solo nella precedente edizione in due volumi). Non è quindi impossibile che Denis avesse ricevuto copia del dattiloscritto da qualche compagno partigiano con cui era rimasto in contatto; probabilmente Michele Campanella “Gino” con cui la stessa Manaratti aveva avuto diversi incontri. 

Ricevuto il dattiloscritto Denis lo aveva postillato qua e là fin quando non aveva avuto occasione di parlarne con Vero Mitta, partigiano della prima ora e colonna del Servizio informazioni della Sesta diretto da Amino Pizzorno (“Attilio”), venuto ad abitare nelle vicinanze. Fu allora – come si legge nell’intervista “dopo il ’78, attorno al ’79-’80” – che del dattiloscritto avevano a lungo discusso assieme. Frutto delle loro riflessioni era stato il memoriale “Le strade per i monti” steso da Vero, che Denis aveva a suo tempo consegnato a GB assieme al testo della Manaratti che ne era stato l’occasione.

Al tempo dell’intervista dell’8 gennaio 1998 Denis ci mostrò due suoi dattiloscritti, anche questi probabilmente compilati dopo aver rinfrescato i suoi ricordi con quelli di Vero. Si trattava dell’ “Elenco approssimativo degli appartenenti al distaccamento Scintilla affluiti a Cichero nel marzo del 1944” (17 nomi) e l’elenco di “Coloro che nel periodo tra la fine di ottobre 1943 e il marzo 1944, militarono nel distaccamento La Scintilla e che per vari motivi l’abbandonarono prima del trasferimento a Cichero”( 9 nomi). Per tutti questi materiali – L’intervista, “Le strade per i monti” e i due elenchi di nomi – Lorenzo Torre, curatore di questo fascicolo relativo al “partigiano Denis” ha prodotto il corposo, necessario e laboriosissimo corredo di note atto a renderli comprensibili.  D.ta da Manlio Calegari,

2. Intervista al partigiano “Denis” (Dionigio Marchelli)

M = Manlio Calegari (Intervistatore)
D =
Denis Dionigio Marchelli (del distacc. La Scintilla, div. Cichero)
GB
 = Giambattista Lazagna (commissario divisione Cichero)

Dionigio Marchelli “Denis” (col il mitra) e Antonio Noceti “Romeo” della Brg. Volante Severino – III Div. Garibaldina Ligure Cichero”.

Marchelli, Dionigio “Denis”  (1925 – 2007): operaio nei cantieri genovesi del Tirreno e poi in altri di Catellamare di Stabia. Nel 1942 fa ritorno a Genova ed entra nei cantieri genovesi dell’Oarn. Nell’ottobre 1943 sale in montagna insieme a Vladimiro Diodati, “Paolo”, per organizzare la guerriglia partigiana; ed entra nel distaccamento La Scintilla, da poco venutosi a costituire nella zo­na del monte Antola. Indi partecipa alla riunio­ne dei responsabili dei vari gruppi partigiani per decidere sulle stra­tegie da adottare. Il 19 dicembre, col suo distaccamento, prende parte allo scontro con i fascisti in località Bogli (PC), e successiva­mente, all’attacco di San Sebastiano Curone (AL). Nel marzo 1944 il distaccamento La Scintilla confluisce nel gruppo di Cichero. Nell’a­prile 1945 Denis è tra gli addetti alla Sip della volante Severino. M.d’argento al V.M.
Suo padre era del 1893/94, e a 16/17 anni s’era arruolato volontario nelle F.A. partecipando, nel 1912, alla guerra di Libia. Paese dove poi si ferma per alcuni anni.

ooooooo0ooooooo

L’8 gennaio 1998 – “Denis”, Dionigio Marchelli” (D), in casa propria, a Pra (CEP), a colloquio con Gianbattista Lazagna (GB) e Manlio Calegari (M):

M Posso cominciare? Per prima cosa vorrei chiedere di quando, verso la fine del ’43, i circoli rionali furono convocati al Teatro della Gioventù.
D Ah, sì! Eravamo già in periodo di crisi. Ero di quelli che frequentavano il sabato il premilitare. Periodo? Dunque… ante ’42 sono andato a lavorare a Napoli [1]; dopo… venuto di luglio… eh! Forse eravamo nella prima primavera del ’43 o primavera inoltrata. Tutti i sabati dovevamo andare a fare il premilitare a Struppa: istruzione avanti e indietro… Al sabato tutti là radunati. Si va a Genova in tram, alla casa del Balilla. Arriviamo… e là c’erano già tutti i circoli rionali di Genova. Da Voltri a Nervi, da Pontedecimo… ci avevano radunati tutti. Io facevo 11 ore al giorno ai Cantieri del Tirreno e al sabato mi lasciavano mezza festa e mi facevano lavorare la domenica!, perché dovevo andare al premilitare. Se non andavo a fare il premilitare dovevo o portare la giustificazione dello stabilimento o viceversa.
Nel Teatro dietro la Casa del Balilla… dove dentro c’era un gruppo, con un tizio che ci fa un discorso patriottico, ci cita gli eroi di Bir el Gobi, la resistenza di Giarabub, e in ultimo ci dice se vogliamo arruolarsi nella milizia, nei giovani fascisti. Silenzio di tomba! Allora ha detto in genovese: “pigemmu i ciù tanardi” [Trad. “prendiamo i più scimuniti, i più tardi di comprendonio] .
Allora incomincia: “Il gruppo rionale di… – tutti i gruppi avevano un nome – alzatevi! Chi vuole, chi vuole arruolarsi nei giovani fascisti” – noi titubanti, molto – ci siamo un po’ guardati, poi uno ha cominciato ad avere il coraggio ed è uscito dalla sala. Per farla corta siamo usciti tutti e naturalmente ci siamo poi fermati nelle retrovie a vedere. Loro sono andati avanti, a giro. Quelli che si arruolavano dovevano star dentro seduti. Alla fine mi pare che seduti ne fossero rimasti solo tre, tra cui uno che è uscito dopo perché non aveva capito. Allora, dal palco: “Traditori…” Ce ne ha dette di tutti i colori… ma poi è finita lì.
Dopo alcuni mesi, forse un mese prima del 25 luglio, sono stato convocato individualmente – ma credo che ci avessero convocato tutti – alla Casa del Balilla, in un ufficio dove c’era uno già anziano e uno più giovane che mi rinnovano l’offerta di arruolarmi nella difesa contraerea, facendo anche balenare che non sarei partito per il militare… Gli ho fatto un discorso che a volte mi dico: mi è andata bene che non mi abbiano dato qualche ceffone… perché quello in piedi, più anziano, era un grande fanatico:
“Vorrei andare in marina, sono marinaio…”. La prendevo alla larga.
Lui continua a sbraitare: “Gli uomini di fede fascista si arruolano nella milizia… I veri fascisti…”.
E io: “Ma non tutti quelli della milizia sono veri fascisti…”.
Lui: “Gli antifascisti puzzano… Si sente quando sono antifascisti…”.
E io: “Io non li ho mai sentiti puzzare…”. Il giovane che aveva forse capito la situazione, mi fa sedere e mi fa segno di calmarmi. Mi calmo e m’è andata bene. Il vecchio era un vecchio squadrista.

GB Tu Denis, di che leva sei? Del ‘26 o…?
D Sono del 1925 e il 25 luglio ero al Comando Marina per passare la visita per partire. Per esempio, che avevano arrestato Mussolini l’ho saputo alla capitaneria di Porto. Osservavamo i marinai che mettevano il caricatore nel moschetto – no, non era il 25 ma il 26 – la notizia tra la gente si è sparsa il 26, al mattino. E io ero lì, con altri, la mattina del 26, che ci passavano la visita, quando abbiamo visto i marinai che…, si è sparsa la voce e non ci hanno nemmeno passato la visita. Spediti a casa.

M Vorrei farti una domanda sul tuo stato d’animo verso la fine della guerra, marzo/aprile 1945.
D IIl mio stato d’animo, come quello di altri che avevo insieme, era normale. Si prevedeva che non durasse più molto. Gli americani avanzavano: era un incoraggiamento a continuare la lotta.
Passato l’inverno… la primavera… cosa abbastanza normale: continuavamo a fare quello che dovevamo. Io con quattro o cinque ero a Montoggio, facevamo avvistamenti, servizio informazioni. Per dissidi interni eravamo passati con la Severino. Era dietro a Montoggio. Zona popolata e dovevamo sempre muoverci. A Frassinello, allora era venuta lì… Ti dirò che il 23 aprile ci ha preso di sorpresa. Io ero di guardia proprio a Frassinello e sentivo in distanza qualche rimbombo. A Genova era cominciata la mattina del 23. Io ero di guardia la notte del 23 (tra 23 e 24), quando sono arrivate le staffette da Genova, le prime ore del 24, erano… e Nicola [2] a dire: “Le SAP sono insorte bisogna correre giù”. Allora, prima cosa, distribuzione delle divise. Addosso avevamo quelle vecchie ma da parte avevamo quelle nuove: tirate fuori dai nascondigli, quelle kaki, ce le siamo messe e siamo scesi giù, eravamo circa una quarantina. Siamo poi saliti a Creto dove ho trovato un paracadutista americano, o inglese, che per prima cosa ci ha fatto vedere tutti i segni delle bruciature che aveva addosso. Aveva le piaghe, era scappato dalla Casa dello Studente [3], cicatrici di sigarette. Ci aveva raccomandato che, se prendevamo SS o brigate nere, di fucilarle… Di lì siamo scesi a Molassana e lì abbiamo contribuito alla resa del presidio: E mi ricordo sempre che io ero l’ultimo della colonna, e che quando sono arrivato alle case popolari denominate Arizona, due ragazzi mi han preso e portato in una casa perché c’era un sapista ferito al polmone che aveva detto che prima di morire voleva vedere un partigiano. Poi mi hanno detto che era sopravvissuto. Lì, quella sera, ci siamo fermati a Molassana, e poi al mattino…

GB Chi vi comandava? Gino?
D “Sì! Il comandante era Gino” [4]. Siamo poi andati giù e subito ci siamo fermati in Via Cesarea: qui ci hanno poi distribuito tra Corso Torino e Via Casaregis, da quell’ultimo gruppo di case… no…! Tra Corso Torino e Viale Brigate Partigiane: presso quelle case nuove, di fronte all’ACI, lì dove c’era il più grosso presidio tedesco. Siamo stati lì un giorno o due e ogni tanto, a gruppi, ci spostavamo. Io ad esempio m’hanno mandato all’Abbazia di San Giuliano. Ai piedi si vede ancora che sotto il muraglione c’è una specie di portone, lì c’era una batteria tedesca. Uno di noi ha sparato con un tracciante, così ci hanno individuato benissimo e allora giù cannonate che fulminavano. Di lì, in seguito alla resa, abbiamo preso questi tedeschi e li abbiamo portati all’Albergo dei Poveri col patto che gli lasciavamo tutto meno quello che era militare: per militare s’intendeva pistola, bussola, ecc. Solo che a metà perquisizione abbiamo capito che bussole e binocoli li distruggevano sotto i piedi. Allora abbiamo fatto la rappresaglia! Saponette e sigarette: con metà tedeschi ne abbiamo caricato un autocarro. Io ho perquisito gente carica, in tasca, di biglietti da mille… nei pantaloni, in ogni tasca… a pacchi. Poi li abbiamo consegnati agli americani. L’ho visti uscire dal campo del football, erano puliti, neanche più gli zaini, ma poi li abbiamo rispettati.

GB Da chi dipendevano i vostri movimenti: da Gino? E poi in città…? Oppure andava un po’ a caso?
D Era tutto un po’ così; mancavano i collegamenti. Le staffette venivano da Genova: Spartaco [5], Nicola, gente più anziana…

GB Ma quando eravate in città i vostri movimenti erano comandati da qualcuno in alto?
D Io credo di no perché la Jori e la Cichero erano rimaste… E poi Gino sarà stato affiancato, non so…

GB Tu hai continuato anche nell’attività di polizia?
D Sì, perché era nata l’esigenza di formare un corpo per l’ordine pubblico. Forse anche per contrapporsi…

M Eravate in molti?
D Noi, naturalmente, credevamo di essere degli eroi e in parecchi ci siamo fermati nella polizia. Poi c’è stata una selezione e molti elementi sono stati allontanati.

M C’è stata anche una fase di regolamento di conti, nei primi 15 giorni?
D C’è stata, ma non era delle formazioni che scendono dalla montagna. Venivano piuttosto dalle SAP. Ci sono i sapisti dell’ultimo momento che il 25 aprile hanno imbracciato il fucile… che non avevano nessuna disciplina. Una esperienza l’avevo avuta a Molassana quando abbiamo catturato quel presidio tedesco; li abbiamo messi in una galleria e gli zaini lasciati fuori con i sapisti di guardia, un gruppo armato. Ci sono tornato dopo un paio d’ore: i tedeschi erano là ma le guardie non c’erano più, e neanche gli zaini! È stata una delusione forte. Erano formazioni raccogliticce. Alla fine una fascia al braccio e un fucile si aggregano un po’ tutti. Sono convinto che c’è stato un regolamento di conti, ma da parte delle formazioni già dette. In città c’era disciplina: venivamo da una concezione, almeno noi qui, cattolica o comunista con due etiche simili: non si va a ballare, si cerca di essere onesti. Avevamo assimilato una disciplina… quando siamo arrivati in montagna, dove era vietato impadronirsi di una sigaretta! L’avevamo assimilata abbastanza bene! Avevamo una nostra disciplina…

M Dov’era Denis alla vigilia del rastrellamento d’agosto ’44?
D Ero in lite col Comando di Zona! Torno indietro: ero facente funzione di commissario di distaccamento: la Volante, comandante Sandro [6]. Gli alpini attaccano Barbagelata e noi eravamo a Torriglia. Con noi c’era anche, a sovrintendere, il vice comandante di divisione, Dino [7]. Noi, come Volante, avevamo chiesto di collaborare con gli altri, attaccando di fianco gli alpini. Intervenne Dino: “Se un distaccamento di partigiani non è capace a far fuori questi alpini qui che partigiani sono?”. Così per 24 ore. Poi va! Sorpresa: scontro con feriti e uno di loro che gridava: “Savoia”… “Avanti Savoia!”. Confusione da morire… poi diversi che abbandonano il materiale. Io vado poi a Gorreto, da Marzo [8], e gli dico: “Guarda che Dino è un incapace, dopo averci fatto perdere mezza giornata ci ha portato in una imboscata”  [9]. Marzo protegge Dino “È un compagno! Ti permetti di attaccare un compagno?” “Ma che belin di compagno! Per poco ci lasciamo la pelle tutti per incapacità…”. Da quel momento mi hanno mandato due o tre giorni alla Colonia di Rovegno; poi col rastrellamento sono giunto sul Monte Prela, e da lì è incominciato il rastrellamento vero e proprio. Ero un mezzo pesce! Sul Prela mi ricordo che abbiamo fatto un po’ di resistenza, e a un veneto vicino a me gli è scoppiato la canna del fucile in faccia. L’abbiamo fasciato. Poi ci siamo ritirati a Bogli, a Cariseto. A Cariseto, non ho vergogna a dirlo, eravamo in tre e abbiamo incontrato uno vestito con l’abito talare, con due, che ci dice: “Bisagno ha dato ordine di nascondere le armi e di disperdervi”. Noi ci siamo raggruppati due o tre qui, due o tre là. Sinceramente, io ho tenuto la pistola perché me l’ero portata da casa, e siamo andati a finire in una caverna. C’era di tutto: un carabiniere che marciava in divisa perché, diceva, che così se lo prendevano non lo fucilavano. E poi, dopo due giorni siamo usciti. A Cariseto, quando siamo usciti, Marzo mi ha preso subito: “Hai osato accusare Dino, ecc… e lui è là che combatte con Istriano [10], e invece alla Colonia di Rovegno si sono ritirati”. Voleva mandarmi via…! Se non l’avessi vissuto io personalmente, con altri che avevo insieme, non crederei. Dopo il contestato sono stato io, che mi volevo allontanare, ma poi c’è stato Paolo Diodati (ero andato in montagna con lui) che mi ha tenuto dieci giorni con sé e poi sono tornato con la Jori. Ma con Marzo ero sempre in lite.

GB Dopo hai incontrato Croce? [11] Dopo i fatti di Torriglia?
D A settembre?

GB Croce vi avrebbe visto al ritorno dall’azione di Torriglia… demoralizzati.
D Non ricordo il particolare ma se era dopo l’imboscata di Barbagelata ce n’era ragione. Il fatto di Dino…

GB Quando il Comando Zona lascia Gorreto si porta dietro una ventina di prigionieri, mentre gli altri vengono eliminati alla Colonia…
D Può darsi! Non lo so!

GB Ma hai avuto notizia del fatto, sia pure indirettamente… o no?
D Non è che le esecuzioni fossero… Pensavo alla rappresaglia della Scoffera dove tre partigiani erano stati fucilati, e dove sono stati fucilati dei tedeschi, lì alla Scoffera, giugno ’44! [12] Per tutte le altre, non è che siano state tanto pubblicizzate. In genere poi gli esecutori erano i russi. Allora nella Jori c’era anche un distaccamento di russi che dopo il rastrellamento sono stati spediti. In genere erano loro addetti a questo… Russi che dopo un certo tempo sono passati alla Pinan Cichero. Si erano ubriacati… hanno sparato… e li hanno spediti da loro. Da noi non se ne parlava quasi!

GB Ma l’hai saputo o no?
Se pensi che erano già stati catturati dei tedeschi, dei mongoli… Io nel periodo che sono stato a Rovegno ho visto che c’era un ufficiale russo tra questi, e ho visto i russi che lo tiravano fuori di prigione e lo mettevano sull’attenti, e poi cominciavano a bestemmiare in russo. Poi lo rimettevano dentro e dopo mezz’ora andava un altro russo, lo tirava fuori di nuovo sull’attenti, e ricominciava… Trenta russi, trenta volte tirato fuori… Posso immaginare che quello lì non ha fatto molto cammino. Però non era un sistema pubblicizzato; rimaneva semiclandestino… Questa della Colonia poi mi suona nuova. Credevo che tutti i prigionieri che c’erano, che non l’avevo mai visti, fossero concentrati nel bosco col Comando Zona nel bosco di Cariseto.

GB Potresti farmi un profilo di Maltese? [13]
D È Franco l’unico che riesce a convivere con Banfi [14]… Un uomo profondamente attaccato al partito, però era un carattere molto conciliante. Non so quando arriva in formazione, non era a Cichero… Era conciliante: aveva quella possibilità di convivere con Banfi, ché penso che ce l’abbiano messo apposta perché se c’era un altro con più… nel dualismo del comando, uno doveva subire, l’altro comandare. Se commissario e comandante avevano personalità forti, scoccavano scintille!

GB Cosa sai dei disarmi di Bogli?
Non so niente come fino a qualche anno fa ho ignorato persino la questione dell’Alpino. [15]

GB Quando eravate a Frassinello… tutti radunati come un po’ tutti in riposo?
D Sì! Erano gli ultimi di marzo, primi di aprile.

GB Eravate un po’ nervosi… stanchi?
D Sì. C’era stata la cattura di Gimmi [16]. Eravamo in una zona arida, molto popolata. A Prato (Struppa) c’erano state un sacco di puntate.

GB Ma in quel periodo, prima di andare a Frassinello, i gruppetti erano molto frazionati: cinque o sei uomini per gruppo.
D Si! Gino era a volte a Alpesisa, a volte…

GB Dopo Molassana, siete arrivati forse ad essere una quarantina…
D Sì, non di più.

GB Come siete andati verso la Foce? A piedi?
D No, siamo andati con gli autocarri. Siamo partiti da Molassana in mezzo a due ali di folla…

GB E quando siete arrivati alla Foce, Croce non c’era ancora?
D Per quello che ne so, la Jori era rimasta sulle alture del Righi perché Bisagno aveva paura di cadere in una trappola e così di restare accerchiato dentro la città. [17] 

GB. Eravate pochi…! [18]
D Questioni di primogenitura! So ad esempio che c’era una squadra della Jori del distaccamento Cialacche, mi pare, che era a Sturla. C’era Fasce [19]. Erano scesi per un’azione loro e si sono trovati in mezzo. Loro sono stati i primi.

GB I tedeschi erano almeno 2.000 e voi eravate in pochi…
D Sì, eravamo appostati nei portoni; temevamo un’azione di forza (alla quale non avremmo potuto opporci), aspettavamo i rinforzi che non arrivavano mai. Sì! Fossati era con noi! Era prima con noi a Montoggio; poi quando siamo passati con la Severino, un po’ per divergenze con Croce, c’eravamo Foce [20], io, Bianchi [21], Jolli [22], Tommi [23]. La Jori e il Comando Zona erano vicini e ogni volta che mi muovevco incontravo Marzo: una lite. All’inizio, lui, Dino l’apprezzava. È dopo che ha cambiato idea. Marzo era di quelli che “il partito”… Ma dopo, Rolando mi ha detto: “Ho richiamato Marzo all’ordine, che la finisca di romperti le scatole…”. Non mi sono allontanato per la Jori ma per Marzo.

M Denis, hai visto i protagonisti dall’inizio, nel momento pre-eroico. Fammi qualche nome.
D Bisagno. Bisagno aveva un grande fascino. Era leale, alla buona, ti dava un senso di coraggio. Tolta la retorica che è nata, emergeva sempre questo dato: dove andava a fare un’azione lui era il primo, non è che comandasse dalle retrovie… Visto alla luce di adesso non lo vedo come un condottiero ma come un ragazzo di coraggio, che si espone. Sul piano morale: inattaccabile: se aveva una sigaretta… tanto così… la divideva. Sul piano politico aveva le sue idee. Era cattolico osservante. Sembra che avesse dietro personaggi che spingevano. Oh!, io mai visto che andasse a messa! Lo stimavamo tutti. Aveva un carisma che non ti chiedevi perché ti fa fare quella cosa: la fai… perché riusciva ad avere un ascendente su di te che la facevi! E aveva un modo di comportarsi direi… di conseguenza. Affabile ma di distacco: confidenza sì ma con quei limiti… Per me era la capacità di saper dirigere, comandare.

M Italo? [24]
D L’ho conosciuto a Cichero, un uomo serio, capace. A Cichero però non c’era la possibilità di sviluppare troppo la personalità, perché all’ultimo eravamo una cinquantina, sessanta. C’erano già i comandanti: Moro, che era commissario; i militari, che erano Bisagno, Croce, Gino…

M Croce era autoritario? Lui era del ’15. Se la dava da vecchio?
D Infatti, l’unico che è diventato comandante della nostra età è stato proprio Gino, del ’22, poi gli altri avevano otto, dieci, dodici anni di più. A noi sembravano vecchi. Croce sapeva comandare, aveva assimilato bene lo spirito che c’era a Cichero. I comandanti sono stati scelti, non diciamo eletti, perché le elezioni… Con dei criteri che si son dimostrati poi giusti, non hanno deluso. Può aver deluso un Banfi che è venuto dopo, ma quelli iniziali sono stati scelti con criteri giusti. Moro: un grande uomo, modesto, simpatico, onesto… Bini [25]: anche lui l’ho conosciuto, era l’intellettuale! Bravissimo, ma mi faceva soggezione. Più chiuso. Non era espressivo. Uno con le sue idee era Lucio [26], anche lui… [fa segno con le mani di una testa quadrata] Era il classico stalinista. Di quello che faceva lui, diceva: “È il partito…”. E tu dovevi andare… Ma poi era lui (non il partito).

GB E la lettera che hai scritto…?
D Era la vecchia polemica con Santo [27]. Aveva fatto quella lettera…

GB E la data dello scritto steso con Vero di risposta…  [28]
D È stato scritto da Vero, ed è stato dopo il  ’78, nel ’79/’80 dopo che Vero è venuto a stare più vicino. Prima lo vedevo di rado.

GB E l’indirizzo del PCI di raccogliere le armi, dopo l’8 settembre…?
D A Sestri, vicino alla San Giorgio, c’era un certo Leali che aveva un moschetto in casa, un Saint Etienne con munizioni, che a sua volta l’aveva ereditata da un netturbino che dopo l’8 settembre l’aveva trovato e l’aveva caricato sulla sua carretta della spazzatura, e che poi abbiamo portato, con certo Aldo [29], a Torriglia, e poi in Zona… Il famoso Saint Etienne che per un po’ è stata l’unica arma automatica che avevamo [30].

GB Anche a Tortona: qualche passa parola ci deve essere stata… [31].
D Io mi son trovato in due episodi: uno con Jursé [32]. Io lavoravo all’allestimento navi e Jursé era il mio capo. Dopo l’8 settembre, una mattina che stavo per timbrare il cartellino mi dice: “Timbra e vieni con me. Ho raccolto, per incarico di quelli del Campasso, in casa mia, due valigie con bombe e munizioni. Bisogna andarle a prendere perché sono proprio, tra via Barabino e via Buranello, via Sampierdarena, dove i tedeschi hanno cominciato a rastrellare (la sua casa era proprio appena fuori della postazione). Prese le due valigie, usciti, presi due o tre tram e portate al Campasso, dove c’era un gruppo organizzato, dei nostri.
Altro episodio a Prato. Lì c’era un distaccamento della sanità e un deposito d’armi. Dopo l’8 settembre mi son trovato che c’era Diodati (Paolo), Guglielmetti [33], Turco [34], e abbiamo concordato col tenente che comandava quella compagnia di lasciare tutta la roba del deposito, scarpe, ecc., e portare via le armi. Mi sembra che non ci fossero spontaneità ma… parliamo, conveniamo e concordiamo.

GB All’Antola era Nenno il vostro punto d’appoggio?
D So solo che a Nenno arrivavano provviste che erano della mensa dell’Ansaldo, i primi tempi, a novembre del ’43. C’era chi faceva la corveé: Maggi, Vero, ecc., e andavano a prendere questi viveri.

M Come sei arrivato in montagna?
Mi ha portato su Diodati. Era militare, a Prato, nella sanità. Anch’io abitavo a Prato e Diodati abitava proprio davanti a casa mia, in una corriera, perché non c’era caserma. Mio padre aveva fatto le scuole in Francia [35]. Si erano conosciuti dopo l’8 settembre; Diodati con la chitarra stava strimpellando l’Internazionale, Bandiera rossa, ecc… Ormai aveva fatto base in casa mia: sbarbato, vestiti, ecc… [36] E poi, un giorno mi viene a salutare: “Vado in montagna”. “Vengo anch’io…” Era il 28 ottobre ’43, e siamo arrivati sull’Antola con tanto di coperta sulla spalla che alla casa del Picetto ci hanno preso per due ambulanti e ci hanno chiesto se avevamo delle spille. Guarda che aria da guerrieri! Sull’Antola c’era un gruppetto composto da Vero, Villa [37], Marzo, i due cugini Beer [38], Castagneto (lo zio di Bill), l’ingegner Agostini. Eravamo sette o otto e abbiamo finto di non conoscerci. L’Albina ci ha chiesto se volevamo mangiare tutti insieme. Nella saletta mangiavamo e parlavamo come organizzare la resistenza sulla montagna, ma quando entrava uno dei fratelli Musante: tutti in silenzio. Albina e Alfredo erano anziani ma non stupidi. Nel pomeriggio hanno radunato la banda. Albina: “Vuscià, sciù Vero e sciù Villa, gh’ei a camia… che poi duman ve n’ané. I atri signuri u i cunusciu… Paian ese gente onestissima però che mì, tutte e votte che intru cangian discursu… Chì semmo gente povie ma oneste, quindi via!”. [Trad. Voi, signor Vero e signor Villa, ci avete la camera… che poi domani ve n’andate. Gli altri signori non li conosco… Sembrano essere gente onestissima però che io, tutte le volte che entro, cambino discorso… Qui siamo gente povera ma onesta, quindi via!”]. 
C’era nebbia, fine ottobre. Abbiamo dovuto andare alla casa del Romano dove non ci volevano aprire. Ci siamo arrivati di notte. Poi Marzo gli ha fatto vedere la sua gamba… e abbiamo dormito lì. “A n’ha scurio… de bruttu.[Trad. “Ci ha mandato via… di brutto]. Dopo due o tre giorni è partito Paolo, è andato là e gli ha parlato chiaramente, ad Alfredo e Albina, e da quel giorno dovevamo evitare l’Antola, non solo perché le porte erano sempre aperte ma – mi aveva spiegato – perché ci davano qualunque cosa da mangiare e non volevano niente. Loro due erano di Bavastrelli.

GB Il povero Agostini era dappertutto, alla Benedicta, a Tortona, con Marzo, all’Antola…
D. Poi da noi è arrivato Baciccia Torre… che poi è venuto giù per qualche medaglia d’oro…

GB Ti ricordi di Franco Vallarino, “Francone”, di Voltri?
D Era un brav’uomo; mi sembrava una persona anziana… Lassù abbiamo girato per un po’ di giorni. Paolo aveva contattato il gruppo di Dinamite [39], ma non aveva voluto stare con noi. Poi era andato con l’Americano[40]. Paolo sapeva spiegare bene e nei paesi ha creato delle basi.

GB Nel memoriale [41] si dice che Bisagno è arrivato a Berga il 9 gennaio.
D Ma di passaggio: sono cose distinte. S’era formato il gruppo Scintilla che gravitava intorno all’Antola, Bogli… Poi c’era un gruppo formato da Lesta [42], Bini, Marzo, Bisagno, Giuseppe, il Siciliano [43], e ci hanno mandato, come comandante, Edoardo Colombari…

GB Da dove esce? Chi l’aveva scelto?
D …che poi è risultato un omosessuale. Se n’è accorto Lucio quando siamo andati a Cichero. Aveva atteggiamenti dittatoriali. Se continuavamo con lui, andavamo ad assaltare le banche. Aveva l’idea che “autofinanziamento” volesse dire assaltare le banche! Tanto che Mitta e altri a un certo punto se ne sono andati perché non volevano cadere su quel terreno. Allora è venuto Bisagno da Favale per vedere un po’, ma s’è fermato all’Antola, mentre noi eravamo a Berga, e ci sono andati a parlare Lucio e Edoardo: noi non l’abbiamo visto. Anni dopo mi telefona: “Sono Edoardo…” – aveva sentito fare il mio nome a Sant’Alberto di Pegli – “Mi date un po’ il suo numero, perché era un mio sottoposto!”. Aveva fucilato anche il colonnello Pompei: anche lì a fucilare c’erano Mikaio, il russo, e Nicola! Tra parentesi, mi aveva detto che era nei battaglioni della Ghepeù [44] e quando sono arrivati gli altri russi, “ora glielo dico”. “No, per favore”. Gli avrebbero fatto la pelle.

GB Rolando l’hai visto andare?
D Sì! Ho visto arrivare lui e Pizzorno [45] – una figura esemplare – mi sembra che sia arrivato dopo l’agosto ’44. Prima…? O era a Gorreto, al comando…? Ma non mi ricordo… Dava l’esempio: scarpe rotte, pidocchi… Era l’uomo che prima pensava agli altri.

GB Chi comanda in città dalla Liberazione al 15 maggio?
D Non so dirlo…

GB E da chi prende gli ordini Battista? [46]… L’episodio di Serravalle, per esempio [47]
D Qualcosa ho sentito anche a Pontedecimo. Il suo gruppo era molto combattivo. Di cose fatte da loro, dopo, ho sentito anche perché c’era qualcuno che quasi quasi si vantava. Io ho l’impressione che siano fatti dell’alta Valpolcevera, nel Busallese. Non so se sono eccessi, non li giudico. Tra Voltri e Prà c’era la Mingo, ma si sono sciolti dopo il primo mese. C’era rimasta solo la Severino che ha assorbito elementi della Balilla, oppure c’è chi è andato nella Stradale, come Borneto[48].

GB È Attilio che pilota la sfilata dei prigionieri, che dà gli incarichi per la questura?
D È perché era del SIP… e allora credo che tutto quello ha riguardato la polizia, dopo, dipendeva da lui. In questura c’era Manuel [49], Turno, uomini del SIP; forse Gino ne sa di più… Lo conosco da ragazzo. È uscito dalla polizia e crede che siamo con lo spirito del ’45. Ha avuto delle delusioni e si sfoga! Ha taciuto per quarant’anni, ha ingoiato, e poi è diventato come una diga. Ha cercato di riprendere i contatti con quelli della Severino, ma la maggior parte gli ha girato la schiena.

GB A volte non ti vuol rispondere…
D Era un autoritario, e poi non avevano commissari: né lui, né Battista. C’erano ma solo sulla carta.

M Tu, che eri stato portato in montagna dal partito, hai mai fatto riunioni di partito?
D Poche volte. Forse i primi tempi, col Scintilla, ma dopo non mi ricordo di aver fatto riunioni di partito  [50]. Tacitamente eri un compagno, ma poi, che ci fosse una riunione… Sapevano che eri comunista, ma più in là non si andava, forse perché mancava la capacità di dialogare e ognuno era accettato per quello che esprimeva, per come si comportava, ecc. E poi il problema d’essere comunista era piuttosto di quelli che uscivano dalle officine: quelli che si definivano comunisti uscivano dall’Ansaldo, dal Cantiere, dalla scuola della San Giorgio; tutti da lì. Gli altri, studenti, ecc… era raro.

M Erano molti quelli di provenienza operaia?
D All’inizio erano senz’altro la maggioranza; della Jori, non saprei… mi sembra che il nucleo operaio fosse ben rappresentato. Dopo la guerra ho scoperto che molti, diciamo, erano figli di papà. Ma ognuno aveva una storia. Chi era venuto deliberatamente, chi per sottrarsi agli obblighi di leva – forse i più – ma anche lì c’era una selezione. Quando arrivano i rastrellamenti, le formazioni diminuivano: chi era venuto un po’ per caso, non resisteva e s’allontanava. Nessuno li tratteneva. Poi c’erano gli ex militari sbandati, quasi tutti meridionali. Sono venuti, magari, perché non potevano andare a casa, ma poi si sono comportati molto bene. Ci sono stati dei contadini… 
Mi ricordo il terzo distaccamento Peter, da giugno a luglio: è arrivato il gruppetto di Marco [51] dal distretto; poi i bersaglieri che venivano da Monte Moro, pochi passi e arrivavano; poi i marinai [52] e diversi altri gruppetti, magari sollecitati dall’oste…
E la Monterosa? Se prendi a fine luglio, al posto di blocco di Loco si presentavano alpini della Monterosa appena rientrati dalla Germania, con questa caratteristica: maniche di camicia e fucili senza proiettili. Li portavano al Righi, a Quezzi, a fare le esercitazioni, ma non gli davano i proiettili. Quando erano nei boschi, tagliavano la corda. Sono stato per un certo periodo con un gruppo di alpini emiliani che, dopo quindici o venti giorni che eravamo insieme a loro, sono voluti andare verso le loro zone, e ho saputo di alcuni che si sono distinti molto, come partigiani.

GB Non bisogna sottovalutare la propaganda dei civili che spesso gli urlavano: “Andatevene a casa…”.
D E poi attorno al movimento partigiano si era creato un certo romanticismo. Eravamo imbevuti delle avventure di Robin Hood e di altra roba vista al cinema… Vedi dai nomi di battaglia: Zorro, Sandokan…

NOTE

[1] Denis aveva iniziato a lavorare come garzone ai Cantieri del Tirreno nel 1940, quindi era passato al reparto calderai, dove guadagnava 75 centesimi all’ora; nel 1942 si era fatto portavoce di un gruppo di coetanei per chiedere un aumento di paga: “Ogni lavoro era accompagnato dalla cosiddetta commessa, che doveva essere devoluta all’operaio che aveva fatto il lavoro, in più della paga (…), solo che quando avevamo terminato il lavoro ci accorgevamo che queste commesse non erano date a noi ma erano date ad altri operai che, non so, non avevano terminato i lavori in tempo utile, erano in rimessa, non lo so; non venivano date a noi. Io posso capire la scelta oggi, probabilmente quegli altri avevano famiglia, anche noi avevamo famiglia alle spalle perché se eravamo lì a lavorare… Insomma un certo giorno ho preso tutti i ragazzi, mi sono fatto portavoce di tutti i ragazzi, andai dal capo e gli dissi che da quel giorno lì avevamo deciso di non lavorare più da soli, ma di ritornare insieme agli operai come aiutanti. Sostanza della faccenda, io che ero il portavoce andai a finire naturalmente a fare di nuovo il garzone, con la minaccia del capo che se avessi fatto un’altra cosa così mi avrebbe denunciato. Io non me ne rendevo conto, però gli avevo organizzato uno sciopero…”. A quel punto Denis andò a lavorare per qualche mese ai cantieri navali di Castellammare di Stabia – “si guadagnavano, per undici ore, centoventi lire al giorno, quando mio padre, che era falegname, ne guadagnava quasi cinquecento al mese” – e rientrò a Genova dopo un bombardamento alleato: “Lì mi ha impressionato quel rumore di migliaia di zoccoli degli operai del cantiere che scappavano; il rimbombo sulle lamiere delle navi di migliaia di zoccoli, copriva anche il rumore delle bombe che scoppiavano” (Ailsrec, fondo “Memoria orale”, b.3, f.20, intervista a Dionigio Marchelli, rilasciata a Fabrizio Bazurro il 15 novembre 1994).

[2] Sede del Comando delle “SS” di Genova che, dunque, era già stata evacuata.

[3] Ermes Arduini (1913-1973), nato a San Benedetto Po, in provincia di Mantova, abitava a Sestri Ponente; in montagna dal 15 maggio 1944, fu una delle principali staffette della Sesta zona operativa.

[4] Michele Campanella (n.1922 a San Siro di Struppa), abitava a Prato; partigiano a Cichéro dal 15 febbraio 1944, dopo il rastrellamento dell’agosto 1944 fu inviato a ridosso della val Bisagno a comandare la brigata volante Severino.

[5] Spartaco Di Prete, partigiano del distaccamento Scintilla e poi staffetta di collegamento fra città e montagna.

[6] Alessandro Bertolami (n.1916), genovese; partigiano con la banda del Croato a Cerignale, in val Trebbia, d’accordo con Bisagno contribuì al disarmo del Croato il 1° luglio 1944 e passò in forza alla Cichéro, al comando della “Volante”. In autunno passò invece alla divisione G&L “Matteotti” e fu comandante della brigata di manovra “Prospero Castelletto”.

[7] Antonio Muzzi (n.1912), nato a Genova da genitori calabresi; vice-comandante della divisione Cichéro, fu accusato di furto dai suoi compagni e fucilato il 28 marzo 1945.

[8] Giovanni Battista Canepa (n.1896 a Chiavari), commissario della divisione Cichéro.

[9] Denis si riferisce agli scontri avvenuti il 13 agosto 1944 con gli alpini della Monterosa, nella zona fra Barbagelata e il passo del Portello, che precedettero di qualche giorno il rastrellamento di fine agosto.

[10] Ernesto Poldrugo (n.1923 a Pola), comandante della brigata Caio.

[11] Stefano Malatesta (n.1915 a Cicagna), abitava a Chiavari; comandante della brigata Jori.

[12] Al passo della Scoffera il 27 luglio 1944 furono fucilati tre partigiani della Cichéro catturati poco prima. La sera stessa seguì la rappresaglia partigiana: tre militari tedeschi vennero passati per le armi dagli uomini di Bisagno e abbandonati nello stesso luogo.

[13] Edilio Maltese (n.1908 a Genova), commissario della brigata Berto, salito in montagna a luglio del 1944.

[14] Eugenio Sannia (n.1917 a Chiavari), ufficiale d’accademia, comandante della brigata Berto.

[15] Il riferimento è all’episodio di Fascia: il tentativo di allontanare  Bisagno dalla Sesta zona e l’intervento del distaccamento “Alpino” a sua difesa.

[16] Nino Ferretti (Jimmy, n.1920 a Collagna, sull’Appennino reggiano) fu catturato nel paese di Canate, in occasione del rastrellamento del 20 marzo 1945.

[17] Denis qui specifica che ciò che conosce in  merito lo sa “anche per aver letto”.

[18] In questo passaggio Gibì fa riferimento ai bigliettini scambiati fra Bisagno e Croce e alla discussione fra Croce stesso e Fossati circa l’arrivo della Severino alla Foce

[19] Angelo Fasce (Risso, n.1920 a Genova), caposquadra del distaccamento Sardegna (e non Cialacche), partigiano dal 1° gennaio 1945.

[20] Giuseppe Fossati (Foce, n.1922 a Genova), partigiano della Cichéro dal 15 giugno 1944, responsabile del nucleo di polizia partigiana aggregato alla brigata Severino negli ultimi giorni di guerra.

[21] Rinaldo Manstretta (n.1926 a Sampierdarena).

[22] Michele Amerio (n.1925 a Sampierdarena).

[23] Mario Gatto (n.1926 a Cornigliano).

[24] Armando Arpe (n.1916 a Genova), tra gli animatori della brigata Coduri, ne diventa il vice-commissario.

[25] Giovanni Serbandini (n.1912 a Lavagna), primo commissario politico della banda di Cichéro e poi responsabile della stampa per la Sesta zona.

[26] Athos Bugliani (n.1903 a Carrara), di Sampierdarena; commissario politico della divisione Cichéro.

[27] Elvezio Massai (n.1920 a Genova), comandante del distaccamento Alpino della brigata Jori.

[28] Si tratta del manoscritto “La strada per i monti”, qui pubblicato.

[29] Qui non è chiaro se Denis si riferisca ad Aldo Leali o all’altro Aldo del primo gruppo dell’Antola, Aldo Picollo.

[30] Vladimiro Diodati sostiene di aver trasportato la mitragliatrice con le relative munizioni insieme a Denis, all’interno di due valigie, a bordo della corriera Genova-Torriglia; scesi alla fermata prima del capolinea, davanti ad un bar, “ove c’era Garbarino, Gino”, ad aspettarli, trovano anche due carabinieri, che li fermano. Un carabiniere “dice: “Cosa c’è qui dentro?” – “Cosa vuole che ci sia, un po’ d’olio, un po’ di riso” – “No, no, qui ci sono delle bombe” – “Come delle bombe? Aprite!”. E quelli non aprono e ci portano dentro questo bar”. Uno dei due carabinieri si allontana per andare ad avvisare i tedeschi, mentre l’altro si gira in modo da favorire la fuga di Paolo e Denis: “Io credo che quei due carabinieri l’han fatto apposta perché insistevano a dire aprite, ma loro non aprivano (…), e poi il fatto che uno è andato a chiamare il comando tedesco, io non so se è arrivato mai… Dietro c’è un vicoletto, pigliamo su con le due valigie e siamo spariti” (Ailsrec, fondo “Memoria orale”, b.3, f.12, intervista a Vladimiro Diodati, rilasciata a Fabrizio Bazurro il 12 aprile 1995).

[31] Con “passa parola” Gibì intende una indicazione del Partito.

[32] Ernesto Iursè (n. 1903 a Pola), ucciso dai fascisti il 15 gennaio 1945 nel corso del così detto “eccidio del panino e della mela”, presso un archivolto ferroviario, al Campasso di Sampierdarena: abitava a San Fruttuoso, in via Donghi, ed era stato arrestato solo due giorni prima. Fu ucciso insieme a Giuseppe Spataro (n. 1925 a Roccella Jonica, in Calabria), giovane militante del Fronte della Gioventù al Campasso.

[33] Romeo Guglielmetti (n.1909 a Genova), operaio dell’azienda tranviaria municipale, fucilato al Forte di San Martino, insieme ad altri sette militanti antifascisti (in maggioranza comunisti) il 14 gennaio 1944 come rappresaglia all’attentato dei Gap del giorno prima contro due ufficiali tedeschi.

[34] Epeo Girardi (n.1910 a Parma), di Struppa, militante comunista arrestato più volte negli anni Venti e Trenta; intendente della brigata volante Severino.

[35] Pietro Marchelli, il padre di Denis, in Francia era cresciuto e si era anche sposato: Denis nacque a Nizza e tre anni dopo, nel 1928, la famiglia rientrò in Italia: “Io sono cresciuto in un ambiente che mio padre, pur senza essere un antifascista militante, mi ha sempre insegnato a criticare (…). Il suo spirito era quello di seguire cosa avveniva nel mondo; è sempre stato un uomo che il giornale l’ha sempre comprato. Anzi, se penso che, quando lavorava, allora c’erano i biglietti del tram andata e ritorno, lui per risparmiare i venticinque centesimi, che gli servivano per acquistare il giornale, scendeva un chilometro prima, si faceva un chilometro a piedi, però coi venti centesimi che risparmiava si comprava il giornale. Ha avuto qualche grana: per esempio, una volta a Sampierdarena ha visto in una libreria, lì da piazza Vittorio Veneto, un libro, intitolato “Il primo piano quinquennale dell’Unione Sovietica”. È entrato incuriosito, se lo ha comprato. Però appena uscito è stato fermato (…), lo hanno portato in commissariato. In commissariato, di fronte alle obiezioni del commissario, del funzionario di turno, mio padre diceva: “Ma è un libro che viene venduto normalmente, non è un libro clandestino”. Mi ricordo che mio padre mi diceva che questo commissario gli aveva fatto questo discorso: “Guardi che se io vedo un signore che compra il Corano, io penso che sia musulmano, quindi capiamoci…”. E mio padre tranquillamente si è passato un po’ di giorni in prigione! Avevamo avuto anche una perquisizione in casa, per vedere se trovavano manifesti, materiale clandestino, cosa che, mio padre non era militante, non li aveva (Ailsrec, fondo “Memoria orale”, b.3, f.20, intervista a Dionigio Marchelli, rilasciata a Fabrizio Bazurro il 15 novembre 1994).

[36] Vladimiro Diodati disse a Manlio Calegari che si erano testati, ma non rivelati.

[37] Arturo Villa, di Cornigliano.

[38] Gino Beer (n.1925 a Chiavari), di famiglia ebraica, viveva a Chiavari: in montagna non salì con un cugino, e neppure con il fratello (come scrive Antonio Testa in “Partigiani in Valtrebbia”), che nel 1943 aveva solo quattordici anni. In una intervista rilasciata a Gibì nel febbraio del 1998 è lo stesso Beer a chiarire l’equivoco: sfollato con suo padre a Torriglia, salì in Antola con un amico, coetaneo, di Scoffera, tale Mario Galletto, che fra i partigiani si fermò solo per pochi giorni.

[39] Carlo Manildo (n.1916 a Serravalle Scrivia), capo banda in val Borbera ai primi del 1944.

[40] Domenico Mezzadra (n.1920), di Broni, nato negli Stati Uniti d’America, Windsor Locks, nel Connecticut, da famiglia bronese. Guida la banda promossa dal Pci vogherese nel maggio 1944 sul monte Chiappo; il 25 aprile 1945 libera Voghera alla testa della divisione Aliotta.

[41] Non è chiaro a quale memoriale si riferisca Gibì: nel testo di Vero (“Le strade per i monti”) non c’è menzione del transito di Bisagno a Berga il 9 gennaio 1944, e neppure in quello della Manaratti.

[42] Emilio Roncagliolo (n.1924 a Santa Margherita Ligure); diventò vice-comandante della brigata Berto.

[43] Nel gruppo di Bini e Bisagno ci furono tre militari siciliani: Beppe, Rizzo e Severino; il primo fu deportato, il secondo lasciò la banda e il terzo fu catturato e ucciso a Borzonasca il 21 maggio 1944; è inoltre possibile che per Giuseppe si intenda Józef Peter, un ex prigioniero polacco, caposquadra a Cichéro nell’aprile 1944, ferito a morte in una imboscata ne pressi del monte Becco (fra Pànnesi e Terrusso) la sera del 25 giugno 1944

[44] La polizia segreta sovietica.

[45] Amino Pizzorno (Attilio, n.1909), impiegato all’Ansaldo Artiglieria di Fegino, comunista, capo del Sip della Sesta zona operativa.

[46] Angelo Scala (n.1908), capo del Gap di Bolzaneto, sale in montagna coi suoi uomini nell’estate del 1944; comandante della brigata volante Balilla.

[47] Questo pare un riferimento all’episodio di Arquata Scrivia: il 16 maggio 1945 alcuni partigiani della brigata Balilla prelevarono dalle guardine della locale caserma dieci detenuti, li condussero a Bolzaneto, in frazione Murta, e li passarono per le armi all’interno di un ricovero antiaereo. Si trattava dei fascisti (o sospetti tali) arquatesi, trattenuti in attesa di accertamenti, tra i quali il farmacista del paese, alcuni ex militari ed alcuni commercianti e professionisti.

[48] Luciano Borneto (n.1924), reduce della Benedicta, poi gappista a Bolzaneto e partigiano con la Balilla.

[49] Manuelito Bracco (n.1921 a Moneglia), capo del Sip della brigata Jori.

[50]Il nucleo della Scintilla era composto da elementi molto politicizzati, gente che era venuta non come soldati alla macchia, ma proprio per convinzione” (Ailsrec, fondo “Memoria orale”, b.3, f.20, intervista a Dionigio Marchelli, rilasciata a Fabrizio Bazurro il 15 novembre 1994).

[51] Giuseppe Balduzzi (n.1922), poi comandante del SIP della divisione Pinan-Cichéro.

[52] Vladimiro Gatta (Brescia, n.1924 a Genova), Glauco Samorì (Crik, n.1927 a Forlì), Angelo Cecchinelli (Macario, n.1926 a Carrara, ucciso durante un rastrellamento a Pobbio, frazione di Cabella Ligure, il 28 dicembre 1944) ed altri.

3. Elenchi di “Denis” 

1° Elenco: appartenenti al distacc.to “La Scintilla” affluiti a Cichero nel marzo 1944: 

1° Edoardo (Colombari Edoardo): Classe 1911, ex confinato appartenente al P.C.I.; inviato in montagna dal partito.
2° Moro (Otello Pascolini): Classe 1905, abitante a Sestri Levante o Lavagna, artigiano ex confinato politico inviato in montagne dal P. C.I.
3° Denis (Marchelli Dionigio): Classe 1925, operaio, in montagna con Paolo Diodati.
4° Castagneto: Circa 40 anni, operaio ex confinato politico appartenente al P.C.l.
5° Micaio (Kakasivilli): Classe 1920, ucraino, ex prigioniero dei tedeschi, già appartenente all’Armata Rossa, fuggito da un convoglio ferroviario che trasportava prigionieri sul fronte italiano per costruire fortificazioni. Dopo un peregrinare nella zona di Sarzana, aiutato dai contadini, venne con noi.
6° Francesco (Augusto Francesco): Classe I922/23, affermava di aver trascorso tutta la sua giovinezza in un orfanotrofio piemontese, sino al momento del militare. Fucilato alla Scoffera nel 1944.
7° Nicola: Venuto in montagna spontaneamente e reclutato dall’Alfredo Musante dell’Antola.
8° Giacomo o Giovanni: Come sopra, arrivato assieme a Nicola, erano già amici.
9° Bruto: Ricordo solo che era a Berga col Scintilla.
10° Oreste (Armani Oreste): Classe 1922, nativo di Pozzolo Formigaro (AL) venuto in montagna di propria iniziativa, e naturalmente reclutato da Alfredo dell’Antela. (M. d’A. al V.M.).
11° Toto (Gugliardi Salvatore): Classe 1926, lontano parante di Edoarto. Residente a Sampierdarena ed era orgoglioso di essere di etnia Calabro Albanese; operaio.
12° Badoglin (Binicelli Giacomo): Classe I928, presentato da Alfredo, dopo aver girovagato a cercarci perché costretto ad allontanarsi da casa perché braccato dai fascisti: avendo militato per un breve periodo nelle formazioni badogliane dell’alto cuneense. Abitante nella delegazione di Bolzaneto.
13° Tigre (Cambiaso Vittorio): Classe 1924, operai delle Acciaierie Bruzzo di Bolzaneto. Inviato in montagna dal comitato clandestino dello stabilimento. Abitante nella zona di San Quirico-Pontedecimo.
14° Franco: Operaio nativo e residente a Voltri. Inviato dal P.C.I. perché ricercato.
15° Meronte: Classe 1922, forse originario di Quezzi; accompagnato in montagna da una staffetta.
16° Spartaco: Staffetta che teneva i collegamenti con la città, operaio di Quezzi.
17° Nino (Porcu Stefano): Classe 1925, credo inviato in montagna dal P.C.I. genovese. Dopo la guerra giornalista all’Unità.

ooooooo0ooooooo

    2°) – Questo secondo elenco riguarda coloro che nel periodo tra la fine dell’ottobre ’43 e il marzo ‘44 militarono nel distaccamento “La Scintilla” ma che per vari motivi l’abbandonarono prima del trasferimento a Cichero:

Diodati Wladimiro (Paolo): Classe 1914, organizzatore del distaccamento, ex militare originario della Spezia e proveniente dall’emigrazione antifascista in Francia. Ritornato in città, con incarichi di Partito (P.C.I.). 
2° Baciccia (Torre G.B.): Classe 1911, operaio di Sestri Pensate, ritornato in città dove svolse incarichi per il P.C.I.  Catturato venne fucilato (Medaglia d’oro al valore).
3° Rino (Montan Rino): Classe 1908, operaio abitante a Cornigliano, inviato dal P.C.I. e successivamente ritornato in città per altri incarichi.
4° Pippo (Bozzano Giuseppe): Classe 1908, operaio abitante a Cornigliano e appartenente al P. C. I., ritornato in città con incarichi nei G.A.P.
5° Ernesto (Bossi Ernesto): Classe 19I4, di origine torinese, abitante a Cornigliano e già autiere nell’esercito italiano. Partito nel 1938 per l’Africa Orientale, si trovò in Spagna con il suo reparto durante la guerra civile.
6° Genio (Bugatti Eugenio): Classe 1927, abitante al Campasso, poi tornato in città.
7° Carloforte: Originario di Carloforte (Sardegna): ex militare dell’esercito italiano dal quale disertò a fine dicembre 1943.
8° Vero (Mitta Vero): Classe 1920 di Cornigliano, proveniente te da famiglia antifascista. Il padre era socialista, inviato in montagna dal P.C.I.
9° Paiotto: Casse 1920, contadino originario di Garbagna (AL) presentatosi spontaneamente al distaccamento. Catturato a Berga (Val Borbera/AL), là dove, al momento del trasferimento a Cichero era gravemente ammalato, perciò impossibilitato a muoversi. La sua cattura avvenne in seguito, forse a di delazione. Rintracciato nel dopo guerra mi dichiarò di essere finito in un campo di concentramento in Germania.

N.B.: Dei nomi sopraelencati (Vero, Ernesto, Rino e Paolo, successivamente ritornarono in montagna. Questi due elenchi sono stati redatti con la presunzione di essere stato abbastanza preciso nei miei ricordi. Al momento del trasferimento a Cichero, il distaccamento aveva già avuto il battesimo del fuoco a Bogli (Val Boreca/PV) a metà dicembre ’43; compiute alcune azioni a Garbagna; il disarmo di due carabinieri in Valbrevenna; e alcuni atti di sabotaggio a S. Margherita di Staffora (PV).
                                                                                                                             Marchelli Dionigio (Denis)

ooooooo0ooooooo

4. Note relative ai nominati nei due elenchi forniti da Denis

Edoardo Colombari (Edoardo): nacque a Formignana in provincia di Ferrara il 4 maggio 1907 (non 1911, né 1905, come figura nella cronologia della “Intervista a Minetto”); emigrò a San Pier d’Arena nel 1926 con la famiglia.
Fu arrestato nell’aprile del 1937 perché individuato come promotore di una cellula comunista: con lui vennero condannati altri cinque operai: tre di Cornigliano, uno di Bolzaneto e suo fratello minore Severino (1910-1992), giovani d’età compresa fra i 23 e i 32 anni. Il 15 maggio 1937 fu condannato a cinque anni di confino, ma fu liberato soltanto dopo la caduta del Fascismo, il 25 luglio 1943.
Presso l’Archivio di Stato di Genova (ASG), che conserva una parte dell’archivio dell’ufficio politico della Questura genovese, non figura il fascicolo nominativo di Colombari, né del fratello, mentre compaiono quelli di due degli operai. Dopo il trasferimento a Cichéro della banda Scintilla, fu trasferito nella zona del Tobbio, presso il comando della brigata Buranello, dove si trovava nel luglio del 1944, con il nome di battaglia di “Woman”. Colombari era omosessuale: tuttavia, dopo la guerra si sposò (nel 1946) ed ebbe un figlio. È  morto nel 1993.

Otello Pascolini (Moro): nacque a Udine il 21 maggio 1905; comunista dal 1921, artigiano meccanico nella lavorazione dei metalli, emigrò a Chiavari nel 1929 e quindi si stabilì a Lavagna nel 1930; sposò Maria Angiolina Rossi (n.1915) ed ebbe un figlio, Enzo, nel 1938; fu arrestato nel 1939 per attività comunista e propaganda sovversiva, processo nel 1940 finì assolto. Salì in montagna nella banda di Cichéro nel 1943, quindi raggiunse il distaccamento Scintilla nel febbraio 1944 per fungere da commissario politico. Giunse alla Liberazione da commissario della divisione Pinan-Cichero. Fu segretario del PCI di Lavagna; morì, sempre a Lavagna, nel 1962; presso l’archivio di Stato di Genova non c’è il suo fascicolo personale, ma ci sono quelli – tuttavia istruiti a partire dal primo dopoguerra – della moglie Maria Angiolina Rossi e del fratello maggiore Leonardo (n.1899), commissario politico della brigata partigiana “Po-Argo”.

Dionigio Marchelli (Denis): nacque a Nizza, in Francia, il 20 giugno 1925; nel 1943 era residente a Struppa. Nell’archivio ILSREC (fondo “Gimelli 3”, busta 2, fascicolo 3) sono conservati materiali sulla brigata volante Severino, con la quale “Denis” concluse la sua esperienza partigiana. Egli, secondo i ruolini conservati nel fondo citato, salì in montagna il 28 ottobre 1943 (con Vladimiro Diodati), fu staffetta dal 10 novembre 1943, poi caposquadra dall’8 gennaio 1944, sempre nello Scintilla; quindi, avvenuto il trasferimento a Cichéro, fu eletto vice-commissario di distaccamento dal 20 marzo 1944 (era il distaccamento che in marzo si trasferì dalla zona di Cichéro a quella dell’Antola, sopra Bavastrelli, e che in maggio prese il nome di “Torre”, dal cognome del gappista “Baciccia”, fucilato a Genova il 23 maggio 1944 e già membro del distaccamento Scintilla). Fu poi commissario del distaccamento Guerra (una costola del distaccamento Torre) dal 1° luglio 1944, quindi vice-comandante del distaccamento Ravera dal 5 novembre 1944 e poi dal 19 dicembre 1944, per un breve periodo, comandante del distaccamento Cialacche; restò alla brigata Jori fino alla primavera del 1945, quindi fu partigiano del Sip (servizio informazioni e polizia) alla Severino dal 1° aprile 1945; vigile urbano nel dopoguerra, è deceduto nel 2007.

Giacomo Castagneto (Elettrico): nacque a Porto Maurizio (Imperia) il 21 giugno 1903; di famiglia borghese, da ragazzo animò il circolo repubblicano della sua città natale; nel 1921 si diplomò capitano di lungo corso e nel 1924 ragioniere; s’impiegò come contabile alla F.lli Carli (produttori d’olio a Oneglia); aderì al PCI verso la fine degli Anni Venti, ma non fu confinato politico. Fu tra gli organizzatori dell’attività partigiana fra le province di Cuneo ed Imperia; nel febbraio 1944 si trova già a Cuneo a dirigere quella federazione di partito e dunque credo abbia partecipato alle riunioni per la costituzione del distaccamento Scintilla ma non ne abbia mai fatto davvero parte (né tantomeno abbia seguito il gruppo a Cichéro). Morì nel 1995.

Micaio (o Mikaio): l’identità di questo partigiano sovietico è quanto mai incerta. Nel testo “Le strade per i monti”, Vero scrive che nacque a Voronež, in Russia, mentre Denis nel suo “Elenco approssimativo degli appartenenti al distaccamento La Scintilla” lo definisce ucraino, nato nel 1920.
Nel volume “I partigiani sovietici nella Sesta zona” pubblicato nel 1975, alle pagine 37 e 91/93 viene menzionato Micaio: egli arriva allo Scintilla nel dicembre 1943 dopo essere evaso da un convoglio ferroviario diretto a Genova, poco prima del passo dei Giovi, lanciandosi dal treno in corsa con altri connazionali prigionieri. Unico superstite, si unì al distaccamento dell’Antola: quando si presentò a “Moro”, il commissario, “pareva l’«ecce homo» tanto era pesto e sanguinante”; all’epoca erano una ventina, “male in arnese e affamati”. Ha trent’anni, tarchiato, biondo, di media statura. Durante i rastrellamenti “lo si sentiva borbottare: «qui scappare sempre…». E invece quando c’era da fare un’azione, marciava l’intera notte senza fiatare”. Diventa commissario di tutti i partigiani russi della Sesta zona e poi comandante del distaccamento dei russi nella brigata Caio.
I dubbi sulla sua identità vengono risolti in questo modo: individuati tre “Micaio” fra i partigiani della VI Zona, ed escluso (per l’età) un ventenne, l’unico ad essere definito “ottimo” combattente (e non semplicemente “buono” come gli altri due) è Mikajo Vasil’evič Volkov, nato a Voronos (Voronež, in un’area pianeggiante al confine con l’Ucraina) il 19 gennaio 1914, partigiano dal 1° novembre 1943 e smobilitato effettivamente con la brigata Caio (tuttavia, nell’archivio ILSREC – fondo DV, busta 18, fascicolo 10 – è conservato un elenco dei partigiani stranieri che hanno combattuto nella Sesta zona operativa: tra i russi si trova il nome di Micaio Vasillievic Volcof, nato in Russia, nel Voronežsckaja oblast’, partigiano della brigata Jori e non della Caio).
Vero probabilmente lesse questo libro, e non solo: laddove indica precisamente la città di nascita di Micaio, lascia pensare di avervi preso spunto alla lettera. Denis, come si è visto, nel suo “Elenco” lo definisce non più russo, ma ucraino (benché Voronež si trovi comunque al confine con l’Ucraina) e più giovane di qualche anno (nato nel 1920 e non nel 1914); inoltre, individua il luogo di fuga dalle parti di Sarzana (e non già del passo dei Giovi, come si legge ne “I partigiani sovietici nella Sesta zona”), soprattutto indica Micaio con il cognome “Kakasivilli”.
Il 9 maggio 1945 viene ricoverato all’ospedale San Martino il partigiano russo Michele Cascasciwili, detto “Tiflis”, della brigata di Croce (la Jori). Nel citato elenco dei partigiani stranieri c’è anche il nome di Mikaio Kakasivili, detto “Mikaio”, nato nel 1920 a Tiflis, nel Caucaso (ossia Tbilisi, attuale capitale della Georgia), partigiano dal 29 aprile 1944, appartenenuto al distaccamento Bellucci, brigata Jori, ferito a Loco di Rovegno da una scheggia di mortaio il 29 marzo 1945 e probabilmente ricoverato in ospedale al termine della guerra. Negli elenchi approntati dalla Commissione per il riconoscimento delle qualifiche partigiane, fra il gennaio e il marzo del 1946, viene indicato in due diversi elenchi come partigiano combattente tal Mikao (o Mikael) Kakagisivili (o Kakskuili), nato a Tiflis il 19 marzo 1920, membro della brigata Jori dal 27 marzo 1944 (oppure dal 5 gennaio e in questo caso indicato come vice-comandante di distaccamento). Anche alla luce di queste ultime indicazioni si propende per identificare Micaio in questo ultimo, georgiano e non ucraino, classe 1920, partigiano dal 5 gennaio 1944.

Francesco Aguto (o Agudo): orfano, non se ne conosce l’età, né il luogo di nascita. Per la sua storia, si vedano il capitolo dedicato da “Marzo” G.B. Canepa nel suo “La repubblica di Torriglia” (a pagina 60 dell’ultima ristampa del 2009) e le pagine di Nino Porcù nel suo “Nonno, chi erano i partigiani?” (a pagina 52). Fu fucilato il 27 luglio 1944 con Domenico Tripaldi (n.1925 a Roccella Jonica, in Calabria), di Sampierdarena, e Mario Musso (n.1924 a Genova), di Sant’Eusebio.

Nicola Cusanno (Nicola): nacque a Cerignola in provincia di Foggia, il 21 febbraio 1924; militare in Piemonte, fu sergente negli alpini. Seguì il distaccamento Scintilla alla volta di Cichéro, ma lasciò ben presto quella banda per costituirne una propria, nel maggio 1944, fra Barbagelata e Roccatagliata; in breve tempo entrò a far parte delle formazioni Giustizia e Libertà “Giacomo Matteotti” comandate da “Umberto” Zolesio; personalità esuberante, fu disarmato dai garibaldini e, nell’inverno 1945, anche dai giellisti. Terminò la guerra come comandante del distaccamento “Spano” della brigata Lanfraconi, ma morì a Gattorna, in seguito ad un incidente d’armi, il 15 maggio 1945; fondate perplessità sulle versioni ufficiali sono state avanzate nel volume di Paolo Cugurra (“Passo del Gabba”, 2007, p.165), il quale riporta le voci secondo le quali Nicola sarebbe stato ucciso da Giovanni “Nino” Pompei (Ugo, n.1919), luogotenente di Zolesio, comandante della brigata G&L “Borrotzu”, per vendicare il padre, ucciso sull’Antola dai partigiani dello Scintilla, di cui Nicola era vice-comandante.

Giacomo (o Giovanni): è sconosciuto. Nel suo libro, Nino Porcù accenna ad un partigiano di nome “Venezia”, lo definisce amico di Nicola e indica entrambi come ex alpini. Il partigiano “Giorgio” (Ferdinando Parodi, n.1925) che nel giugno 1944 entrò a far parte della banda che Nicola, dopo aver lasciato Cichéro, costituì sui monti di Neirone, ricorda che il braccio destro di Nicola era Giovanni Scimone, nato a Messina nel 1917, il quale alcuni mesi dopo si aggregò alla missione alleata di Emanuele Strasserra (n.1909, agente dell’OSS, membro del Partito d’Azione, collaboratore della organizzazione Otto) e ne seguì le sorti: Strasserra e Scimone furono fucilati il 26 novembre 1944, insieme ad altri tre compagni, dai partigiani del distaccamento di Francesco Moranino, “Gemisto”, perché furono scambiati per spie nazifasciste.

Bruto: è sconosciuto. Potrebbe trattarsi di Bruto Domenichelli, nato a Fano, in provincia di Pesaro nelle Marche, il 21 gennaio 1901. Anarchico e poi comunista, collettore del Soccorso rosso, nel 1937 fu accusato di propaganda in favore della Spagna repubblicana: fu arrestato e confinato a Ponza, dove rimase fino al 1939. Arrestato di nuovo nel gennaio del 1943 per attività comunista insieme ad altri operai collegati al gruppo degli studenti (Buranello e Fillak), liberato nell’agosto del 1943. È stato riconosciuto partigiano a partire dal 5 febbraio 1944 con il grado di commissario di distaccamento (brigata Berto, divisione Cichéro). Denunciato, arrestato e deportato, fu riconosciuto invalido per cause di guerra. Morì nel 1947.

Oreste Armano (Oreste): nacque a Pozzolo Formigaro, presso Novi Ligure, il 16 ottobre 1922, da una famiglia di contadini benestanti. Studente alla facoltà di lettere a Genova, militare di leva a Roma nel 1943, entrò in banda il 25 febbraio, a Berga (ma secondo alcune fonti era salito in val Borbera sin dall’autunno precedente). Dopo il periodo di Cichéro (aprile 1944), tornò in Antola con il distaccamento Torre (comandante Croce, commissario Moro, vice-commissario Denis) e ne divenne il vice-comandante. Catturato nei pressi di Cabella Ligure il 25 giugno 1944, fu  trasferito in Alessandria, quindi ad Asti e poi a Torino, dove fu processato e fucilato il 22 settembre 1944.

Salvatore Guagliardi (Totò): nacque in Calabria a San Demetrio Corone, provincia di Cosenza, il 26 febbraio 1925; abitava a Sampierdarena, lavorava da meccanico. Fu partigiano dal 25 gennaio 1944: dopo la Scintilla e la banda di Cichéro, fece sempre parte della brigata Jori e giunse al 25 aprile nel distaccamento Bellucci con il ruolo di caposquadra. Ritornato in Calabria, emigrò in Argentina nel 1951.

Giacomo Bonicelli (Badoglino): nacque a Pian Camuno, in val Camonica, provincia di Brescia, il 12 ottobre 1927; abitava a Bolzaneto. Partigiano in provincia di Cuneo nel 1943, in seguito si presentò al distaccamento Scintilla ed ebbe riconosciuta un’anzianità partigiana a datare dal 6 gennaio 1944. Rimase ferito durante il rastrellamento dell’agosto 1944; verso la fine della guerra passò dalla brigata Jori alla brigata volante Balilla; morì nel 2002. È possibile vedere una sua intervista all’interno del documentario “Noi della Jori” (uscito nel 2000, a cura di Manlio Calegari, Mauro Fantoni e Fulvio Fossati).

Vittorio Cambiaso (Tigre): nacque a Pontedecimo il 17 settembre 1924; entrò a far parte del distaccamento Scintilla il 4 gennaio 1944; fu smobilitato come partigiano alle dipendenze del comando Sesta zona operativa. Morì nel 1998.

Franco Vallarino (Franco): nacque a Voltri il 1° agosto 1911; celibe (si sposò dopo la fine della guerra), fu partigiano dal 25 ottobre 1943, alla smobilitazione si trova tra le fila della brigata Oreste, divisione Pinan-Cichéro. Morì nel 1970.

Meronte: è sconosciuto. Graziella Gaballo, nel suo volumo su Oreste Armano, lo identifica con Franco Vallarino, ma erroneamente. Nell’intervista conservata nell’archivio Ilsrec (fondo “Memoria orale”) e rilasciata da Vladimiro Diodati a Fabrizio Bazzurro è citato quale autore dell’attentato gappista del 15 maggio 1944 al cinema Odeon di via Ettore Vernazza, mentre il partigiano Gianni Ponta indica Ernesto Bossi come autore dell’attentato. Diodati in quell’intervista sosteneva che Meronte fosse di Quezzi: “non parlava nemmeno genovese, ma solo [dialetto; nda] di Quezzi (…), era un ladruncolo di nascita, che poi si è redento (…), rubava per passione contro il fascismo ”.

Spartaco Di Prete (Spartaco): nacque a Levanto il 19 novembre 1905 da genitori pisani. Muratore, abitava a Quezzi; fu arrestato nel 1927 con un gruppo di giovani e giovanissimi comunisti del quartiere, che si riunivano sotto la copertura di una società sportiva di via Ferreggiano. Partigiano dal 2 ottobre 1943; ricercato dalla Squadra politica della Questura nel luglio del 1944, sfuggì all’arresto. Intendente e poi staffetta per il Comando zona. Presso l’Archivio di Stato, fondo Questura, c’è un fascicolo intestato a suo nome. Morì nel 1987.

Stefano Porcù (Nino): nacque a Sampierdarena il 29 marzo 1925 da genitori sardi: il padre Giovanni (n.1892), comunista, era fabbro alla SIAC di Cornigliano, la madre Vincenzina Musso (n.1903) gestiva un banco del lotto. Partigiano in Antola dal 29 novembre 1943, dovette ritornare in città dopo che, il 14 gennaio 1944, arrestarono il padre (che fu poi deportato in Germania il 15 febbraio seguente: esiste un fascicolo a suo nome presso l’Archivio di stato – fondo Questura). Tornò in montagna, tra Cisiano e Pannesi dietro il monte Fasce, nella primavera del 1944; partecipò alla fase finale della guerra partigiana tra le fila della 31ª brigata Garibaldi, in provincia di Parma. Nel 2001 ha pubblicato le sue memorie (Nonno, chi erano i partigiani?).

Vladimiro Diodati (Paolo): nacque a La Spezia il 5 dicembre 1915 da genitori toscani (il padre Dino, n.1893, era un falegname con simpatie anarchiche). Emigrò in Francia nel 1937 con tutta la famiglia (la sorella Bianca, n.1923, a Parigi sposò Piero Pajetta). Entrò a far parte del Pci, fu inviato in Italia per svolgere attività di propaganda nell’esercito, ma fu arrestato e confinato a Pisticci, in Basilicata; fu prosciolto e arruolato nuovamente in una compagnia di sanità. L’8 settembre 1943 era di stanza in val Bisagno, alla Doria, dove conobbe il padre di Denis: partigiano dal 1° ottobre 1943, dopo lo Scintilla fu gappista in città con Germano Jori e finì la guerra come commissario politico della brigata Caio del comandante Istriano, in val d’Aveto.

Giovanni Battista Torre (Baciccia): nacque a Sestri Ponente il 4 marzo 1911. Fu arrestato nel 1943 e scarcerato dopo l’8 settembre. Gappista, fu ferito e catturato in azione in piazza Giusti, nel quartiere di San Fruttuoso, il 29 aprile 1944: venne fucilato al Forte di San Giuliano il 23 maggio seguente.

Francesco Montan (Rino): nacque a Sampierdarena il 2 agosto 1908; militante comunista, operaio all’Ansaldo Meccanico; partigiano dal 6 febbraio 1944, salì in montagna definitivamente in luglio. Ispettore del Comando zona alla brigata Berto, fu ferito il 22 dicembre 1944 al casone di Centonoci, presso Favale di Malvaro, nel corso di un rastrellamento. Terminò la propria esperienza partigiana come capo della polizia partigiana della brigata Berto.

Giuseppe Bozzano (Pippo): nacque a Cornigliano il 28 maggio 1908; militante comunista, secondo alcune fonti combatté in Spagna contro il franchismo, ma non se ne trova conferma. Operaio all’Ansaldo Artiglieria di Fegino, è l’autore, con Giacomo Buranello, del primo attentato del gappismo genovese, il 28 ottobre 1943, ai danni di Manlio Oddone, ufficiale della milizia fascista. Sale di nuovo in montagna nell’estate del 1944, ai laghi della Lavagnina (monte Tobbio), per contribuire alla costituzione della brigata Buranello (divisione Mingo); ritornato in città, comanda le Sap (Squadre di azione patriottica) di Cornigliano durante la fase insurrezionale. All’interno del fondo Questura (ASG) esiste anche il suo fascicolo. Morì nel 1981.

Ernesto Bossi (Maggi): nacque a Vercelli il 22 novembre 1914, visse in Francia fino ai vent’anni, quando rientrò in Italia, a Torino, per adempiere agli obblighi militari. Fu bersagliere in Spagna con il contingente italiano inviato al fianco del dittatore Francisco Franco, ma non fu ritenuto idoneo, fu riformato e rimpatriato. Si sposò nel 1940 e si trasferì a Genova-Cornigliano nel 1942, per lavoro (era operaio montatore con una ditta in appalto presso la Siac); partigiano dall’11 novembre 1943, dopo lo Scintilla fu comandante di distaccamento alla Benedicta, poi tornò sull’Antola, alla brigata Jori, comandante del distaccamento reclute. A suo nome è intestato uno dei vari fascicoli nominativi dell’archivio politico della Questura (conservato in ASG). È morto nel 1994.

Eugenio Bugatti (Genio): nacque a Sampierdarena il 20 novembre 1926; risulta partigiano solamente a partire dal 1° luglio 1944 (a meno che non si tratti del 1° gennaio); dagli elenchi approntati dalla Commissione regionale della Liguria per il riconoscimento delle qualifiche partigiane, risulta aver concluso la guerra con la brigata Oreste.

Carloforte: è sconosciuto.

Vero Mitta (Vero): nacque a Cornigliano il 17 marzo 1921; partigiano dal 20 settembre 1943, si occupò del Sip della brigata Jori, poi fu al Comando zona come vice di “Attilio” Pizzorno (n.1909); suo padre, Mario Mitta (n.1894), socialista, lo raggiunse ai monti nell’ottobre del 1944 (e fu commissario politico della brigata Matteotti, quella dei fratelli Macchiavelli). Quando, ad un mese dalla fine della guerra, “Attilio” fu nominato commissario politico della Sesta zona operativa, “Vero” fu promosso capo del Sip della zona. Morì nel 1987.

Antonio Leidi (Garbagna): nacque a Garbagna il 12 luglio 1914; piccolo venditore ambulante. Fu partigiano dal 15 novembre 1943. Sofferente di artrite, non poteva fare vita di banda come gli altri: perciò, si stabilì a Berga, nell’osteria del paese (gestita da Ambrogio Chiesa, n.1895) e funse da arruolatore per il distaccamento. “Garbagna” e l’oste “Broziu” furono arrestati la mattina del 25 marzo 1944 dalla polizia di Guido Alfieri (il capo della Sicherheits-kompanie di Voghera, corpo alle dirette dipendenze dei tedeschi) accompagnata dai carabinieri di Rocchetta Ligure. Alfieri ricevette indicazioni da alcuni renitenti alla leva che aveva arrestato e che avevano indicato Berga come luogo di reclutamento per aspiranti ribelli. L’oste e il partigiano furono incarcerati a Voghera, processati a Milano e infine deportati in Germania (da dove ritornarono entrambi); anche l’oste ottenne il riconoscimento di partigiano combattente, dal 1° ottobre 1943. Sposò nel 1947 una donna austriaca che aveva conosciuto in seguito alla deportazione, ma morì poco dopo, nel 1950.

ooooooo0ooooooo

5. “Fasi di transizione tra il periodo iniziale di incubazione e quello successivo di concreta organizzazione. (Marzo 1944 – Maggio 1944)”. Testo della Sig.ra Annamaria Manaratti. [Doc. composto di 32 fogli dattiloscritti su facciata singola].

-Le strade per i monti
– Vita di banda.
-Prime azioni di movimento e di disturbo 
-Puntate intimidatorie di parte nemica e necessità di spostamenti 
-Afflusso di uomini (bandi di reclutamento e disfatta della Benedicta) e problemi connessi.
-Spostamento generale della banda in Val d’Aveto e costruzione di baracche sul Monte Aiona.
-Divisione delle forze (decentramento).

Per la ricostruzione di questo periodo, che va dal Marzo 1944 al Maggio 1944, oltre al materiale raccolto per mezzo di interviste, ho attinto a quanto è stato scritto e pubblicato riguardo a questa fase: per precisare lo spirito, il clima, le consuetudini e le norme  della vita di banda, mi sono valsa delle vivaci descrizioni che G.B. Lazagna (Carlo)  offre in “Ponte Rotto”; per lo svolgimento de­gli avvenimenti e per i rapporti fra città e montagna, delle “Cronache militari della Resistenza in Liguria” I e II volume; per le informazioni sul C.L.N. e sul C.M.R.L., del volume “Documenti sulla Resistenza in Li­guria”.

N.B. – In marron, note scritte a mano su pag. 2 da G.B. Lazagna).

a)- Manca tutta la parte precedente: la suddivisione in zone con i comandanti che corrispondevano a 1 mese dell’anno. (Ed esattamente, i nuovi arrivati assumevano il nome del mese in cui si univano ai partigiani). Ad esempio: Villa = Aprile, perché si era presentato in banda nel mese di aprile; G.B. Canepa = Marzo, perché si era unito ai partigiani nel mese di Marzo. Ecc.
b)-
  Distaccamento SCINTILLA (aveva anche la canzone – primo scontro con i fascisti qualche giorno prima di Natale – 1 morto fascista. Sentire Denis, Spartaco, Rino, Dente, Maggi, Pippo e Paolo.
c)-   No, lo spostamento fu deciso per un altro motivo.

ooooooOoooooo

LE STRADE PER I MONTI

Poco dopo l’arrivo di Lucio in banda (primi di marzo), un gruppo di partigiani [del Distaccamento Scintilla – aveva anche la canzone. Suo primo scontro con i fascisti qualche giorno prima di Natale: 1 morto fascista. Sentire Denis, Spartaco, Rino, Dente, Maggi, Pippo e Paolo. Nota nel testo di GB. Lazagna]  (20, 25 uomini) che si trovava a Bogli (Val Borreca – PV ) comandati da un certo Edoardo, aveva raggiunto Cichero, abbandonando una zona troppo isolata che offriva scarse possibilità di azione a causa della stagione non ancora favorevole. [No, lo spostamento fu deciso per un altro motivo. Nota nel testo di GB. Lazagna].
La banda aumenta il numero degli effettivi, che resta tuttavia assai modesto rispetto alla presenza massiccia di uomini in altre zone, particolarmente nella IIIa zona, al cui sviluppo e potenziamento fu rivolta l’attenzione dell’organizzazione provinciale clandestina fino all’aprile 1944.[1]
Tra le ragioni che limitarono l’accrescimento numeri­co della formazione, determinante fu la mancanza di armamento adeguato, almeno fino agli inizi di maggio e il criterio di severa selezione degli effettivi, che costituiva l’impegno principale dei responsabili della banda.In effetti numerosi erano coloro che lasciavano la città per raggiungere la zona partigiana, ma i più si scoraggiavano al primo incontro, anzi scontro, con la vita dei monti, e i “vecchi” della banda non facevano nulla, per persuaderli a rimanere.
Intorno ai primi di marzo del 1944 due giovani, ex militari del regio esercito, Vinicio Rastrelli (Dedo) e Michele Gava (Michele) [2]  decidono di darsi ai monti e, dopo aver preso contatto con un elemento dell’organizzazione clandestina di città che faceva capo al partito comunista, raggiungono Casella.
Dall’intervista registrata con il partigiano Michele Gava (Michele):  “Qui una guida di nome Spartaco [Di Prete, comunista] li prende in consegna e li conduce, attraverso un itinerario accidentato, non privo di rischi e di difficoltà, toccando località come Avosso [dove esisteva un recapito dalla Severa, maestra], Nenno, Montebuio, fino a Berga (dove si trovava il gruppo di Edoardo, con un vettovagliamento di fortuna, raccolto ora qua ora là, e talvolta inesistente.

Ad ogni tappa all’esiguo nucleo iniziale si aggiungono nostri nuovi elementi, che i primi ostacoli rendono perples­si e dubbiosi; da Berga, dove il gruppo assiste impotente alla cattura dell’oste della locanda, collaboratore dei partigiani, si scende in Val Trebbia: in tutto 20, 22 uomini. Giunti infine nella zona di Cichero, dopo giorni di marcia, non senza qualche defezione, il gruppo viene si­stemato in un casone isolato: lo sconforto è generale e la situazione peggiora con la visita di Moro, un anziano della formazione il quale tiene un discorso molto duro, distrug­gendo le residue illusioni di coloro che erano saliti in cerca di facile avventura e sciorinando come programma di vita partigiana: fame, freddo, fucilate. Il gruppo fu lasciato a meditare nel casone, sebbene i partigiani non si illudessero sulle intenzioni dei nuovi arrivi; in realtà dovevano decidere come e quando rispedir­li in città senza correre rischi: gli uomini furono lasciati liberi di andarsene in occasione di uno spostamento della banda, e di tutti rimasero solo Dedo, Michele e Denis. Alla loro decisione di restare non fu estranea la curiosità di indagare che uomini fossero e che tempra questi cheaccettavano di restare al freddo, di sopportare la farne, di prendere fucilate”.

Un altro percorso abituale per salire ai monti nella zona di Cichero, prevedeva come punto d’incontro e di par­tenza Nervi, di solito davanti al municipio, nelle prime ore lei mattino. Coloro che si recavano all’appuntamento, fissato da un elemento dell’organizzazione di partito, si incontrava con una guida, riconoscibile a mezzo di un se­gnale prestabilito. Se al luogo d’incontro si trovavano più persone, la regola era camminare, seguendo la guida ad una distanza li 50 metri l’uno dall’altro, senza comu­nicare a parole per alcun motivo e, nel caso la guida fosse ritornata indietro sui suoi passi ciò significava pericolo, cercare una via di scampo, salvo poi a riprendere, di lì a qualche tempo, i contatti precedenti (vedere: Gimelli vol. II).
Il percorso toccava Terrusso, Neirone, Monte Becco e, specie nei primi tempi, prima cioè che il servizio di staffette e di corrieri di collegamento fra città e montagna venisse organizzato e potenziato in maniera stabile, (vedere: Gimelli vol. II) il compito di condurre a destinazione i nuovi arrivi veniva spesso affidato a “Dente”.
Le provenienze dal Levante erano controllate da Marzo; che si era portato nella zona di Comuneglia fin dall’inizio della primavera. Qui Marzo riceveva i giovani che salivano e li tratteneva per impartire loro le prime fondamentali nozioni di lotta partigiana. Il gruppo di Comuneglia fu trasferito a Cichero solo nella primavera inoltrata.

VITA DI BANDA

Se non si dovesse fuggire spesso e in tutta fretta, la vita al Casone sarebbe abbastanza tranquilla. Verso le quattro del mattino viene data la sveglia agli uomini cui tocca il servizio di pattuglia: 2 al Ramaceto e 2 al Passo del Dente. Da questi due punti si controllano tutte le provenienze per Cichero; dal Passo del Dente si domina la statale che sale a Favale e a Lorsica; sul Ramaceto vi è un punto, cui si giunge in circa venti minuti salendo per un sentiero pietroso e particolarmente nascosto da dove ai domina la strada che da Chiavari sale alla Forcella e a Rezzoaglio ed i sentieri che da Borzonasca, la base avanzata lei fascisti e il punto di partenza delle loro spedizioni punitive, salgono a Cichero.
In lontananza dal Ramaceto si scorge il monte Aiona che con la primavera diventerà la sede di un distaccamento e la base per gli aviolanci alleati. Per ragioni precauzionali si usano pseudonimi anche per le località oltre che per gli uomini: il monte Aiona diventa: il Forca.
I momenti della vita di banda sono descritti con imma­gini colorite da G.B. Lazagna (Carlo) nel suo “Ponte Rotto” (1) alle Pagg. 28, 29, 30.
“Nel pomeriggio chi non aveva nulla da fare si dava a va­rie occupazioni. Avevamo quattro camicie e due pantaloni, oltre a quello che uno aveva addosso.
Questi indumenti erano un patrimonio della collettività e quando uno voleva lavarsi i vestiti aveva diritto (quando era il suo turno) di indossare i vestiti del “di­staccamento” (la definizione distaccamento in quel periodo non esisteva ancora). “Ci sdraiavamo nelle ore di ozio intorno al Casone”. Alcuni, tra gli “intellettuali” legge­vano i libri ed i giornali della biblioteca, che era composta ai 4 volumi: “La madre” di Gorki; “Sepolti vivi” di Dostoiewski; “le avventure di Tom Sawyer” di Mark Twain e “La porta dalle sette chiavi” di F. Wallace.
Altri rammendavano con dello spago certe reticelle, che erano state una volta calze. Altri ancora facevano pietose applicazioni di tela di sacco su qualche falla che si era aperta nel fondo dei pantaloni. Gli snob, e cioè gli studenti, giocavano a bridge con gli inglesi. “In questa atmosfera bucolica vi era sempre un rompiscatole che ci interrompeva rudemente nelle nostre occupazioni, per farci fare una passeggiata con un secchio di acqua o con qualche grosso pezzo di legna da spaccare e non era mai contento della velocità con cui si eseguivano i suoi ordini.”
La necessità della vita nascosta obbligava gli uomini a molte precauzioni: intorno al Casone la pulizia era rigorosa ed una delle prime regole che si insegnavano ai “nuovi” era quella di non lasciare mai alcun oggetto nei dintorni, che potesse indicare, la presenza dei “ribelli”, se questi dovevano spostarsi in tutta fretta.
Il momento più significativo della giornata era cer­tamente la riunione serale e per il fatto stesso di ritrovarsi tutti vicini, fisicamente e spiritualmente, e per­ché, soprattutto, costituiva una lezione di democrazia quotidiana,  il cui significato era tanto più importante in quanto si imponeva come l’espressione più aperta del rifiuto al recente passato e delle speranze per il futuro, che si profilava più ricco di quanto in realtà non fu e coloro che vissero questa prima fase della esperienza partigiana ne rimasero custodi gelosi, come se quel patrimonio di idee, di pensieri e di fede non potessero essere facilmente compresi da quelli che vennero dopo e che di questo patrimonio conobbero di riflesso in una atmosfera già mutata, in un modo di vita ancora difficile e pericoloso, ma cui manca la totale e orgogliosa povertà dell’inizio.

Durante la riunione serale si stabilivano il turno di guardia per la notte e quello per la pattuglia dell’in­domani. Poi Bini leggeva un riassunto delle notizie trasmesse da Radio Londra e gli uomini discutevano dei pro­gressi delle armate alleate, dell’avanzata russa, facen­do ipotesi ottimistiche sul tempo che gli anglo-america­ni avrebbero impiegato ad arrivare a Genova, tutti fermamente convinti che la guerra sarebbe finita di lì a qualche mese, nonostante il bollettino ripetesse da tempo: “Sul fronte italiano il maltempo ha ostacolato l’attivi­tà degli alleati”.
Poi si discuteva dei problemi inerenti alla organizzazione partigiana, della vita politica, internazionale, della giustizia e dell’onestà, che avrebbero portato nel­la vita sociale delle città liberate.
Il particolarismo politico, sebbene gli “anziani” fossero in primo luogo uomini di partito, si affacciò molto più tardi: in quel periodo le discussioni politiche erano alquanto generiche e l’unico elemento che tradiva la loro appartenenza politica era il richiamo costante, in ogni discorso, tendente a dimostrare la validità della ribellione popolare, alla Russia e alla sua rivoluzione. Ma ciò era facilmente accettabile, sia perché si riconosceva ai comunisti la solidità e la superiorità della loro organizzazione anti-fascista, sia perché la Russia, che per tanti anni era stata l’oggetto di esecrazione continua da parte della propaganda fascista, appariva ora come il simbolo di una riconquistata libertà civile e sociale.
Alcuni tuttavia, nonostante la genericità dei discorsi, avvertivano già la presenza di un disegno politico ben determinato e se ne mostravano contrariati; Bisagno  fungeva in quel periodo da elemento equilibratore, che si sforzava di far superare queste posizioni di punta per evitare rotture dannose al futuro della formazione, riconoscendo che il merito della organizzazione clandestina di città e di montagna spettava, almeno agli inizi, al partito Comunista senza vedere al di là della comune preoccupazione di liberare l’Italia dai fascisti e dai tedeschi, il proposito di instaurare un tipo di organizzazione politica, ben determinata.
“I rapporti fra Bisagno e i comunisti sono strani fin da principio: la stessa guerra con prospettive che divergono, lo stesso rigore con imperativi dissimili, gli stessi simboli con significati diversi; un inganno, se questo è un inganno reciproco; una spiegazione e una rottura sempre eluse”. 

PRIME AZIONI DI MOVIMENTO E DI DISTURBO

Nella seconda metà di marzo, Bisagno si vide poco in banda, perché stava organizzando il recupero delle armi nascoste a Chiavari 1’8 settembre. Fin d’ora e in futuro vedremo Bisagno preparare con estrema diligenza, direi quasi con una pignoleria tutta ligure, le azioni, per trarne il maggior profitto con il minor danno, prevenendo per quanto possibile, le reazioni del nemico.
Nel caso dei recupero armi, Bisagno studiò con cu­ra l’itinerario più conveniente, fissò i tempi di azio­ne entro i quali ogni uomo doveva svolgere un compito, già ben definito in precedenza, e con un margine di si­curezza notevole.
Il recupero venne effettuato verso la fine di mar­zo. La mattina precedente l’azione, Bisagno e Lesta, ar­mati di pistola, da Cichero raggiungono S. Martino dei Venti e di qui scendono a Chiavari passando per il po­sto di blocco di Carasco; Bisagno vuole appurare la consistenza delle forze tedesche di guardia. A 50 me­tri dal posto di blocco, Bisagno avverte Lesta che, nel caso i tedeschi li fermassero, l’unica soluzione è sparare e fuggire.
Durante la riunione serale vanivano rimessi a giu­dizio di tutto il gruppo i litigi della giornata.
La spiegazione franca e sincera dell’incidente e la “sentenza” dei compagni, impediva il sorgere di ran­cori personali, che a lungo andare avrebbero potuto minare la compattezza del gruppo e inoltre si domandava con­to di qualche ordine dato durante la giornata e ritenuto arbitrario o sbagliato.
I tedeschi li lasciano passare senza difficoltà, ma Bisagno si ferma con il pretesto di allacciarsi una scarpa proprio davanti alla porta della guardiola, per veri­ficare il numero dei tedeschi che la occupano: 4 o 5 in tutto. Giunti a Chiavari, sostano a lungo in una posizio­ne da cui è chiaramente visibile 1’ospedale e la zona verde che lo circonda, nonché il castello, che funge da osservatorio tedesco antiaereo, sotto il quale si esten­de il terreno coltivato a orto e frutteto, in cui erano state, nascoste le armi.
Studiando passo passo il percorso, scendono nel centro di Chiavari, passando sotto le mura che cingono il castello e che sarà necessario superare per fuggire. Compiuto il sopralluogo, che doveva imprimere nella loro mente le caratteristiche dei luoghi, per poterli ricono­scere nell’oscurità, ritornano in distaccamento.
Qui Bisagno raduna gli uomini, ne sceglie quindici, calcolando che siano sufficienti a portare il carico di armi; traccia uno schizzo del luogo preciso del nascondiglio e delle adiacenze. Gli uomini prescelti vengono istruiti su quanto devono eseguire.
Il gruppo parte la Cichero il giorno successivo verso le 12 per giungere a Chiavari nelle prime ore del co­prifuoco, evitando le strade frequentate e passando a pochi metri dal posto li blocco di Carasco: in caso di incontri indesiderati sparare e darsi alla fuga.

Tutto il gruppo penetra nel giardino dell’ospedale, dove restano 10 uomini affidati a Bini; un partigiano salirà sul muro alto circa 2 metri che chiude il giardino medesimo, per ricevere le armi da un altro partigiano, il quale acquattato tra gli arbusti spinosi ai pie­di del muro del castello, riceverà le armi attraverso una larga fenditura, la cui esistenza Bisagno e Lesta avevano scoperto durante la perlustrazione del giorno precedente. Condizione fondamentale per il buon esito dell’azione: agire nel silenzio più assoluto.
Tra i due muri di cinta, quello dell’ospedale e quello dell’osservatorio, una ripida discesa conduce in Via Ravaschieri. Qui giunti, Bisagno seguito da Le­sta, Nero, Berto, si imbatte in una pattuglia di Cara­binieri: la mano corre alla pistola; ma la pattuglia si allontana senza sospetto.
Raggiunto il n. 47 di Via Ravaschieri, Bisagno suona ad un campanello: viene ad aprirgli Don Raggio; un breve parlottare sull’uscio e i 4 vengono introdotti nell’appartamento del sacerdote da dove raggiungono l’orto retrostante, in cui si trova la vasca di cemen­to contenente le armi e nel silenzio inizia l’opera di recupero.
Tolta la terra che li ricopre, ad uno ad uno i mo­schetti (circa una cinquantina, più i caricatori e le munizioni), vengono rimossi dal loro nascondiglio e portati, superando i 200 metri di terreno tra la vasca e il muro di cinta del castello, ai piedi del muro stes­so e passati attraverso la fenditura al partigiano, cui
le spine dei rovi cominciano a procurare terribili punture (il giorno successivo in banda gli estrarranno un gran numero di aculei da tutto il corpo), il quale le porge al compagno che sta a cavalcioni del muro di cinta dell’ospedale e che a sua volta le consegna agli uomini rimasti nel giardino: questi facendo il passamano radunano i fucili e le munizioni in un punto abbastanza lontano dal luo­go del recupero, in modo da potersi dileguare con le armi anche in caso di allarme. Il tutto si svolge nel giro di 45 minuti circa.

Sopra le loro teste i tedeschi parlottano ignari. A lavoro ultimato Bisagno ordina agli uomini oltre il muro di allontanarsi, concedendo loro 20 minuti prima di tentare egli stesso la fuga con i tre compagni, per evitare che, i tedeschi insospettiti da qualche rumore proveniente dal giardino, diano l’allarme prima che il grosso de­gli uomini, gravati dal peso delle armi, siano fuori del­la zona pericolosa.
Si verifica infatti che uno dei quattro, nel tentativo di risalire il muro, cade, provocando un po’ di tramestio e svegliando il custode, che abita la casa sotto il castello a ridosso del muro di cinta, il quale si affac­cia chiedendo ad alta voce “chi è la”; tentano di farlo tacere e gli intimano di aprire loro la porticina che im­mette nella discesa al di là della cinta.
Anche il cane comincia ad abbaiare. Il custode non capisce e preso dal panico grida sempre più forte “chi è là”.
Il tempo stringe: una veloce arrampicata su per il muro e giù un salto nei rovi, mentre dall’osservatorio viene dato l’allarme, ancora un muro e un salto e una rapi­dissima corsa per raggiungere i compagni.
Il gruppo, ricostituitosi, arriva a S. Martino del Vento. Lungo la strada, poiché alcuni uomini non reggono alla fatica, cui si aggiunge la mancanza di cibo, Bisagno li solleva dal carico e lo assume su di sé.
Ma il partigiano Puglia sviene più volte e Bisagno, deposte le armi, se lo carica sulle spalle, portandolo per un lungo tratto mentre un altro del gruppo, precedendo i compagni, raggiunge Cichero per rifornirsi di pane e di acqua e ridiscende verso il gruppo per rifocillare i più esausti.
Dopo il recupero delle armi vennero formate le prime squadre armate. Successivamente all’azione di Chiavari, i contadini della zona informarono i comandanti partigiani che i tedeschi, i quali gestivano una fabbrica di tannino a Carasco, avevano richiesto il taglio dei castagni per alimentare appunto la produzione di tannino.
I  capi partigiani consigliarono i contadini di non ottemperare all’ordine e per manifestare la loro solidarietà con la popolazione decisero un’azione di sabotaggio al­la linea elettrica che alimentava 1’industria del tannino a Carasco.
Lesta e Berto ebbero l’incarico di far saltare i tra­licci bell’alta tensione a Borgonuovo di Mezzanego, mentre Bisagno con Bini avrebbe provveduto a quelli di S. Martino del Vento.
II tritolo occorrente era stato procurato dall’organizzazione clandestina di Chiavari, che faceva capo al partito comunista, tramite una staffetta di Carasco, il cui nome di battaglia era Boia.
Bisagno istruì Lesta e Berto sul modo di utilizza­re il tritolo, risparmiando sulla quantità necessaria a far saltare entrambi i pali, sfruttando la pendenza del terreno, in maniera che, abbattendo uno dei due piloni, questo trascinasse con sé anche l’altro. Venne fissato il giorno e l’ora precisa: infatti per dare maggiore ri­sonanza al sabotaggio, le due esplosioni avrebbero dovu­to avvenire contemporaneamente.
L’azione, abbastanza clamorosa, diede ai fascisti ed ai tedeschi il primo sentore che il movimento partigiano della zona passava all’attacco, e ciò incoraggiò parecchi giovani che si tenevano nascosti, ma estranei alla lotta, a salire.
Poco dopo si registrava una cavalcata di Spiotta e compagnia (circa 150 squadristi su due camions) a Favale di Malvaro.
Qui giunto Spiotta aprì il fuoco all’impazzata sul­la piazza del paese, dove si stava giocando una partita a bocce, solo perché la gente appena riconosciutolo, si era data a precipitosa fuga: una manifestazione di violenza e di tracotanza tipica dello squadrista chiavarese.
Bisagno, informato dell’arrivo di Spiotta a Favale, scende con una squadra di 15 uomini e si apposta un po’ a monte del ponte di Lorsica, lungo la rotabile che conduce a Favale di Malvaro, per attaccarlo sulla via del ritorno.
Inutile attesa; i fascisti sono già ridiscesi schiamazzando, come li informa Costante Lunetti, cugino di Bisagno, il quale, trovandosi nascosto presso una zia in località Castagnelo, si imbatte casualmente nel gruppo e riconosce nel capo di quel eterogeneo insieme di uomini Aldo Gastaldi, di cui egli ignorava l’attività partigiana.
Bisagno si accorge di essere stato riconosciuto e fa un cenno al cugino di non palesare il loro legame di paren­tela.
Il giorno delle palme, 2 aprile 1944, Costante Lunetti decide di andare in cerca dei partigiani, per unirsi a loro, e sul monte Rondanara, dietro il Ramaceto, incontra fra i primi il partigiano Denis, che lo conduce a Cichero dove egli ebbe il numero di matricola 50 e nome di battaglia Caronte.

AFFLUSSO DI UOMINI E PROBLEMI CONNESSI

Gli uomini di Cichero vivevano in quel periodo divisi in due casoni, uno alle dirette dipendenze di Bisagno, vice comandante Gino (Michele Campanella) e l’altro affidato a Giuseppe, detto il Polacco,
Con la Pasqua del 1944 e la tragedia della Benedicta una parte degli scampati si rifugia a Cichero. L’afflusso di nuovi elementi, che si faceva via via più frequente provocato dalle retate germaniche e dai bandi di Mussolini, non costituiva per il momento un reale profitto per la formazione, che in quel periodo (aprile, metà maggio) denunciava ancora chiaramente la sua insufficienza e dal punto di vista organizzativo militare e sul piano dell’approvvigionamento viveri. Bisagno sostenne in quel periodo lunghe e vivaci discussioni con Bini, Lucio, Marzo, disapprovando il tentativo delle organizzazioni cittadine di mandare su uomini, nonostante l’evidente impossibilità dell’organizzazione partigiana a controllane i movimenti, a difenderli ad alimentarli; e a sostegno elle sue argo­mentazioni portava 1’esempio tragicamente recente della Benedicta, dove l’afflusso massiccio di nomini in una zona limitata, aveva reso più facile l’opera dei rastrellatori. Ecco un primo motivo di  divergenza: da una parte i so­stenitori della necessità di coinvolgere nella lotta un maggior numero possibile di Italiani, per dare volume al movimento popolare di ribellione al nazi-fascismo,  e dal­l’altra la chiara e dolorosa consapevolezza di non poter ancora allargare la propria consistenza numerica, senza arrecare  danno alla preparazione di una solida base di uo­mini capaci, destinati ad assumere i quadri di comando futuri ed a imprimere il carattere della “Scuola Cichero” ai distaccamenti e alle brigate, senza imporre agli uomini restrizioni ancora maggiori di quelle presenti e difficilmente sopportabili.

Non bisogna dimenticare che ancora ad aprile la situazione viveri era molto precaria: il vitto era costituito da una minestra, più esattamente brodaglia, senza sale, con qualche raro pezzo di patata, un po’ di fagioli e pasta ancora più rada, cioè acqua scondita come primo e una fet­ta di torta di castagne (la torta era del diametro di cir­ca 30 cm, da dividersi tra 25-30 uomini): nonché un pezzo di pane sottilissimo condito con un cucchiaio di glucosio liquido (testimonianza Caronte).
Affinché nessuno dei partigiani, spinto dalla fame, scendesse in paese a cercare cibo, la sentinella al Casone aveva l’ordine dita sparare a chiunque si allontanasse più di 50 mt senza permesso.
Jack di Borgonuovo fu messo sotto processo durante la riunione serale, perché un tale di nome Cacin, infor­matore dei partigiani, aveva riferito ai comandi che Jack aveva chiesto da mangiare ad una famiglia di Lorsica.
Jack fu redarguito severamente da Bisagno il quale ribadiva il concetto di autosufficienza, ripetendo che i partigiani erano saliti ai monti di propria volontà e non dovevano, anche se digiuni da uno o due giorni, sentirsi in diritto di andarne a prendere dove era possibile tro­varne, principalmente per distinguersi dai soldati della milizia repubblichina, i quali salendo nei paesi effettua­vano il primo rastrellamento nelle stalle e nelle cantine.
La punizione del palo fu adoperata per la prima vol­ta ai danni di un partigiano di Voltri di nome Berto, il quale, durante il turno di guardia notturno, entrò nel Casone in cui stavano cuocendo le castagne per la colazio­ne (la razione mattutina di castagne non era tanto scarsa) e ne mangiò alcune, confessando poi al mattino la propria debolezza. Si riunirono gli uomini e tutti furono d’accor­do di punirlo per l’infrazione: occorreva tuttavia una pu­nizione che fosse sentita, non tanto come sofferenza fisi­ca quanto piuttosto come mortificazione di fronte ai pro­pri compagni, e venne fuori l’ora di palo (testimonianze Lesta, Dedo, Caronte).
A migliorare temporaneamente la situazione “cibarie”, si presentò a metà aprile l’opportunità di un recupero di viveri a Cavi di Lavagna, la famosa “marcia del formaggio”.

Furono scelti 34 uomini dotati di buona forza fisica e tra questi Caronte, Jack, Lenta, Dedo, Gino, Croce, Michele, Mare. Si trattava di trasportare forme di formag­gio di circa 30 Kg l’una e per un lungo percorso.
Partirono da Cichero verso l’imbrunire: l’ordine era: zaino vuoto, armi e munizioni (prevalentemente moschetti, qualche fucile 91 e 1 mitra).
Il gruppo camminò tutta la notte per giungere all’albeggiare in vista di Cavi, e qui fece sosta in una macchia di verde. Le forme di formaggio erano state asportate da un camion tedesco, da un gruppo di uomini appartenenti al­la futura formazione Coduri.
Il quantitativo di formaggio era stato destinato dal C.L.N. di Chiavari ad alcune formazioni del Levante e alla banda di Cichero ne erano toccate una trentina: il quantitativo era stato occultato in una grotta.
Ultimata l’operazione di recupero, gli uomini si misero in cammino. Dopo mezz’ora di marcia, per allontanarsi dal­la zona, il gruppo si fermò in una località boscosa, dove Bisagno decise di trattenersi fino all’imbrunire per ri­prendere il cammino.
La colazione di quel giorno consistette quasi esclusivamente di formaggio parmigiano, distribuito in porzioni abbonanti ed accettato con esultanza. I guai cominciarono quando si manifestò in tutti una insostenibile sete.
Il luogo non offriva altro che un esiguo rigagnolo, dove ciascun partigiano, usando le foglie come contenito­ri, raccoglieva poche gocce, mettendosi poi ordinatamente e pazientemente in fila ad attendere il turno successivo. Così trascorse la giornata.

La sera si riprese la marcia con questo ritmo: mez­zora di marcia, cinque minuti di riposo, in considera­zione del notevole peso che gravava sulle spalle di ciascuno: formaggio 30 Kg più armi e munizioni = circa 35-40 Kg. Ma tale disposizione fu presto infranta, quando si giunse in una località che offriva acqua in abbondanza: zaino e munizioni a terra e tutti a bere come forsennati. La difficoltà del cammino era costituita, oltre che dal peso, dalle dolorose trafitture provocate spigolo della forma, che batteva sulla schiena sempre nello stesso punto: tutti infatti giunsero a destinazione con il dorso più o meno gravemente piagato.
Il mattino il gruppo giunse in vista di Cichero: le donne di Cichero attesero sugli usci delle case l’arrivo dei partigiani, offrendo loro latte appena munto, per dissetarli e ristorarli. Alla popolazione venne distribuita una notevole quantità di formaggio.
Dopo il recupero viveri a Lavagna inizia un periodo di continui spostamenti, effettuati per evitare possibili puntate nemiche e per ingannare eventuali informatori fa­scisti: la necessità di tali spostamenti costituiva inol­tre un efficace esercizio, per migliorare nei singoli partigiani, provenienti in maggioranza dalla città, la cono­scenza della zona, consentendo   anche di sviluppare e di rafforzare i legami con la popolazione contadina della valli adiacenti alla zona di Cichero, soprattutto in di­rezione della Val d’Aveto.
Nella seconda metà di aprile i due gruppi, quello di Gino e quello di Giuseppe il Polacco, si spostarono a Costadarena, una località disabitata a circa mezzora da Favale di Malvaro.
Due giorni dopo l’arrivo alla nuova base giunse l’informazione che una spia cercava notizie sui partigiani. Trascorsero altri due giorni e la spia fu catturata e condotta in un casone isolato in attesa di giudi­zio. La spia fu trovata in possesso di una pistola e di una tessera che testimoniava la sua appartenenza ai gruppi di S.S. italiani. Durante tutta la notte venne interrogata da Bini, Lucio, Sam l’Inglese, alla presenza di Bisagno e di Jack di Borgonuovo (al quale appartiene questa testimonianza).
L’individuo confessò di essere salito in zona per localizzare la posizione dei ribelli e per segnalarla al gruppo di tedeschi e fascisti che in numero rilevan­te (circa 250) sarebbero saliti il mattino successivo.
Le colonne salirono infatti, ma non trovarono la guida, che, come si diceva in gergo partigiano, “era stata mandata in Piemonte”.
Fu la prima esecuzione avvenuta presso la banda di Cichero, e benché si trattasse di un reo confesso, tutti ne riportarono una profonda impressione, anche perché l’esecuzione avvenne in maniera alquanto drammatica e l’uomo ferito in varie parti del corpo, (le numerose fe­rite non sono state inferte per prolungare l’agonia, ma per l’evidente incapacità degli esecutori a colpire in maniera definitiva) fu finito mentre invocava una pietà che le circostanze non consentivano.
Ci fu un momento di perplessità negli uomini, che erano pronti a combattere, anzi impazienti, ma non si sentivano di fare i giustizieri, sebbene razionalmente comprendessero che la necessità di sopravvivenza imponeva di accettare anche episodi come questo, che naturalmente ripugnano alla coscienza del singolo. Si impone la necessità di spostarsi.

SPOSTAMENTO GENERALE DELLA BANDA IN VAL D’AVETO E COSTRUZIONE
DI BARACCHE SUL MONTE AIONA.

Da Costadarena si torna a Cichero ad Acero, una loca­lità oltre il Ramaceto verso la Val d’Aveto.
Durante la breve permanenza ad Acero giunse il messaggio positivo, come se dovesse esserci il lancio a Cichero.
Alle due di notte si parte, perché il lancio doveva avvenire alle 4 ed era necessario accendere i fuochi si segnalazione: corsa a Cichero ma niente lancio; e non fu l’unica attesa delusa.
La banda si stabilisce in una casa abbandonata.
La mattina successiva all’arrivo ad Acero, mentre un gruppetto di partigiani stava commentando con Bisagno ciò che era accaduto a Costadarena e la gravità della de­cisione, una staffetta del paese avverte che giù ad Acero un maresciallo maggiore della milizia repubblicana accompagnato da due carabinieri, andava cercando di casa in casa i renitenti. Bisagno manda Croce (cui appartiene questa testimonianza) con 5 uomini ad Acero con la conse­gna di non intervenire fino a che i tre non tentassero qualche cattura. Purtroppo, entrando in paese, prima di averli localizzati, Croce si imbatte nella pattuglia e non gli resta che intimare 1’Alt. I prigionieri vengono condotti al comando partigiano, Bisagno reagisce energicamente, mostrandosi alquanto contrariato dell’accaduto, che impo­ne la necessità di processare gli uomini catturati:
va di accettare anche episodi come questo, che naturalmente ripugnano alla coscienza del singolo. Si impone la necessità di spostarsi.

Bisagno si rifiuta di partecipare al sommario processo, che con i suoi ordini precisi egli intendeva appunto evitare, conscio delle conseguenze che tali esecuzioni provocavano: fughe, spostamenti, rappresaglie, oltre agli aspetti propriamente umani della cosa.
Ai due Carabinieri vennero tolte le scarpe e lasciati andare. Il maresciallo maggiore, il quale durante il processo mantenne un atteggiamento sprezzante e provocatorio, fu condannato alla fucilazione. Una staffetta informò Bisagno della decisione ed egli, pressato anche dalle insistenze degli uomini, in gran parte con­trari a queste soluzioni estreme, mandò a dire al Bini e agli altri di attendere il suo arrivo prima di procedere all’esecuzione: la sentenza era già stata eseguita.
La viva contrarietà suscitata negli uomini da ciò che era appena accaduto, 1’immediata necessità di uno spossamento, che fu preceduto da un pauroso temporale, il timore che la popolazione avesse a subire le conse­guenze di tale decisione, provocarono in molti un pro­fondo turbamento, un ondeggiamento nella volontà di proseguire.
Uno di essi, Dedo, per nascondere la tensione che gli avvenimenti avevano creato in lui, si rifugiò nel­l’oscurità della stalla situata al pianterreno della casa, buttandosi a corpo morto nel fieno e dando li­bero sfogo alla sua pena. Ripresosi, appena i suoi oc­chi cominciarono a scorgere i contorni delle cose, vide un’ombra appoggiata alla porta: era Bisagno: anche lui aveva cercato rifugio alla sua amarezza, al suo dolore per quanto era accaduto e che costituiva una violenza alla sua umanità, alla sua fede nell’amore per il prossimo. Fu proprio Bisagno con il suo momentaneo scoramento ad aiutare Dedo a comprendere che la guerra partigiana non era fatta solo di coraggio di fronte al nemico, ma anche di rinunce personali, di delusioni, di sofferenze morali, ma che nonostante tutto bisognava procedere senza incertezze.
Dopo l’esecuzione del maresciallo maggiore non bastò più spostare gli uomini da un casone all’altro, fu necessario cambiare temporaneamente zona, poiché la Val Fontanabuona stava diventando troppo pericolosa.
Bisagno invia Testa e Jack a cercare nuove possibilità di occultamento, indicando la zona del lago di Giacopiane, in Val d’Aveto. Lesta e Jack si recano a   Campori, una località sulla statale della Val d’Aveto, da Campori a Temossi, da Temossi al lago di Giacopiane, e qui, in prossimità del lago, trovano alcuni casoni, spogli di tutto all’interno.
Tornati ad Acero, la notte stessa, sotto una pioggia torrenziale, tutta la banda si mette in cammino con armi e masserizie, non escluso il calderone di rame, che ruzzolando lungo la scarpata insieme a Beppe che lo portava sulle spalle, provocò un fragore sinistro in quel silenzio quasi assoluto: Jack e Lesta davanti agli altri per guidarli lungo il cammino percorso durante il giorno.
Mentre gli uomini si sistemano provvisoriamente nei casoni fra Temossi e il lago di Giacopiane, Lesta e Jack riprendono il cammino in cerca di nuove sistemazioni, portandosi a Sopralacroce, non lontano dal monte Aiona, ai casoni del Cosso; riescono a convincere i proprietari, inizialmente alquanto diffidenti, a conce­dere l’uso dei casoni, nei quali i partigiani avrebbero trovato, quali materassi, foglie di castagno e di faggio: era già un lusso.
Tornate le staffette a Temossi, la banda fa traslo­co ai Casoni del Cosso.  All’epoca degli ultimi spostamenti di fine aprile, la banda contava circa una settantina di uomini.

A Sopralacroce inizialmente la popolazione si di­mostrò alquanto ostile. Entrati in rapporti di amicizia con alcuni del paese, i partigiani scoprirono che la scon­trosità della popolazione era provocata dal timore che il proprietario all’albergo di Sopralacroce, un certo Rossi di Genova, informatore di Spiotta, fucilato dai partigiani nel luglio 1944 (vedi n° 2 del “Partigiano di montagna” del 12 agosto 1944) potesse denunciarli. Spiotta sa­liva infatti ogni mese una volta a Favale di Malvaro, con molta prudenza, poiché sapeva la zona frequentata dai partigiani, e una volta a Sopralacroce.
Vi fu naturalmente un tentativo di catturarlo in oc­casione della visita mensile. Avvertiti di questa eventualità, Jack, Michele e Croce scesero sulla statale della Val d’Aveto e nella notte precedente la “passeggiata” dello squadrista chiavarese recisero quasi totalmente un al­bero che si innalzava sul ciglio della strada, in curva, lo legarono con robuste corde in modo da tenerlo ancora eretto.
Croce e Michele rimasero accanto all’albero, mentre Jack si portò in una posizione da cui poteva dominare la strada che sale a Borzonasca, con l’accorto che, all’arri­vo di Spiotta, Jack avrebbe sventolato un fazzoletto; in realtà fece un gesto con la mano, che fu interpretato dagli altri come il segnale di lasciar cadere l’albero ad ostruire completamente la strada; ma dietro la vettura di Spiotta apparvero numerose autoblindo tedesche e i tre si diedero a precipitosa fuga entro la macchia, inutilmente inseguiti lai fuoco nemico.
Durante il soggiorno a Sopralacroce, che si protrasse a tutta la prima quindicina di maggio, Bisagno condus­se con sé una squadra di quindici uomini, a costruire le baracche sul monte Aiona, avvertendo la necessità di sta­bilire dei punti strategici, in posizioni non facilmente accessibili, di creare dei punti di difesa e di occulta­mento, dominanti in pari tempo una vastissima zona circo­stante.
Proprio in quel periodo il comando militare aveva inviati in zona il figlio del colonnello Pompei (fucila­to a Berga per tragico errore degli uomini di Edoardo), Ugo Pompei, insieme ad un funzionario della Camera del Lavoro, un certo Mattei, ora defunto, per cercare i campi di lancio. Insieme a Bisagno i due effettuarono un giro di perlustrazione passando sull’Aiona e raggiungendo an­che la zona di Capanne di Carrega.

Il primo lancio organizzato dalla “Otto” e destina­to alle formazioni garibaldine della IV zona (questa era la denominazione che la delegazione Brigate Garibaldi aveva dato al territorio che si estendeva dalla Valle dell’Olba alla Valle dell’Aveto e comprendente perciò la vallata di Cichero) divenne IIIa zona in base alla suddivisione effettuata dal Comando Unificato Militare Ligure nel luglio del 1944 (secondo le disposizioni del Comando Generale del C.V.L. per l’Alta Italia) in vista della creazione di Comandi Zona alle cui dipendenze venissero inquadrati tutti i reparti operanti nel territorio di giurisdizione di ogni singolo comando (Lo schema subì successive modifiche e la IIIa Zona divenne VIa Zona nell’agosto 1944) (Vedere Gimelli Voi. II) fu ricevuto nel paese di Brignole, nell’alta Val d’Aveto, dal maresciallo dei carabinieri e dal Parroco del paese: il lancio avvenne tra il dicembre ‘43 e il gennaio ‘44. Le armi recuperate in quel lancio furono inviate a Genova per armare i gruppi di Gappisti, vivente ancora “Buranello”.
I primi lanci ricevuti dalla formazione Cichero avvennero nel luglio 1944. La scelta era caduta appunto sul monte Aiona, perché vi si estendeva un pianoro di notevoli dimensioni, utilizzabile in caso di lanci.
Bisagno scelse gli uomini tra i più fidati e vecchi di Cichero, i quali erano i soli a conoscere l’ubicazione del luogo; infatti le staffette che avevano il compito di portare i rifornimenti viveri, si incontravano con le pattuglie del “Forca” in una località a metà percorso, per evitare che, in caso di cattura, potessero rivelare l’esi­stenza del gruppo. Giunti infatti sul Forca i 15 uomini vennero divisi in tre squadre, a ciascuna delle quali fu affidato un compito specifico: tagliare gli alberi, pulir­li, asportare le zolle di terreno.
Le due baracche costruite in una insenatura di faggi, venivano erette a forma di capanna con i tronchi d’albero e il loro tetto veniva ricoperto di zolle erbose, per cui si confondevano quasi totalmente con la vegetazione circo­stante.
Oltre alle baracche destinate ad ospitare gli uomi­ni, vennero approntati, sempre sotto la guida “tecnica” di Bisagno, alcuni rifugi per materiale di lancio. Rifugi molto capaci e sicuri, costruiti, com’erano, in maniera da ingannare anche l’occhio più indagatore.
Lungo il pendio del monte vennero tagliate delle ca­vità ad angolo retto, da cui si asportavano le zolle erbo­se che venivano custodite al fresco, nella boscaglia, per evitare che si disseccassero. Quando le cavità furono ben ripulite, sul loro fondo vennero sistemate tre file di tronchi di faggio, disposti in scala e tutti con una biforcazione alla sommità, sulla quale poggiavano i tron­chi sistemati a reticolato, e su questi ultimi venivano poste le zolle erbose, asportate in precedenza, così da ricostruire il pendio del monte.
Entro la prima metà di maggio le baracche erano pronte e circa una ventina di uomini vennero condotti lassù ad occuparne una, ma prima del rastrellamento di fine agosto anche l’altra era al completo.
Il primo comandante del distaccamento Forca fu Bini, poi sostituito da Dedo, allorché Bini assunse la direzio­ne dell’ufficio stampa (luglio 1944).
Durante il periodo di attesa dei lanci, verso sera gli addetti lasciavano le baracche e si portavano sul pia­noro di atterraggio dei lanci che si estendeva sull’Aiona, in posizione più elevata rispetto alle baracche.
Sul pianoro c’era una tenda che serviva di ricovero a coloro che si avvicendavano nei turni di guardia in at­tesa del lancio.
Il segnale luminoso convenuto per il lancio era una ipsilon, per cui venivano preparate quattro cataste di legna con un recipiente pieno di benzina accanto, in modo che anche in caso di pioggia, non veniva meno la possibi­lità di accendere il fuoco.
Il messaggio di Radio Londra destinato al Forca era: “Bianco 212, è cessata la pioggia”. Questa frase si ripe­teva fino a che non era giunto il momento del lancio: la frase indicativa era “Bianco 212, il vento è spento” e significava che quella notte o nelle notti successive avrebbe potuto avvenire il lanciò. Naturalmente un servi­zio di staffette tra il Forca e Sopralacroce, metteva i partigiani in condizione di preparare in tempo i fuochi.
Il rifornimento viveri era organizzato da Jack a Sopralacroce e verso sera le pattuglie scendevano a ri­tirare le provviste, sempre piuttosto scarse, che veniva­no integrate con la raccolta di fragole, lamponi e mirtilli; la raccolta di fragole consentiva ai partigiani di fare scambi con la popolazione, attraverso il parroco di Temossi, Don Gigetto, che si incaricava di distribuirle, ricevendo per contro zucchero, pasta, un po’ di verdura.
Al distaccamento Forca non era assegnato uno specifi­co compito militare; la naturale posizione di difesa, poi, non imponeva una costante vigilanza, per cui, dopo i pri­mi entusiasmi per la vita bucolica e contemplativa, cominciava ad insinuarsi il desiderio di una più intensa at­tività di movimento, l’impazienza di combattere.

Utilizzando degli stracci, i partigiani avevano da­to forma ad un pallone, che serviva loro per ingaggiare furibonde partite di calcio, che rompevano temporaneamente la monotonia e l’immobilità.
Durante la permanenza a Sopralacroce, Lucio e Bini, ebbero un incontro con i primi elementi del gruppo, da cui ebbe origine la formazione di Virgola (verificare e sviluppare). In quel periodo Aurelio Ferrando (Scrivia) sollecitato da Bisagno, salì ai monti, raggiungendo da Nervi la zona di Cichero e di cui il gruppo del Forca, presso il quale si trovava Bisagno.
Appena giunto sull’Aiona, Bisagno lo presentò agli uomini come il suo più caro amico, le cui doti e capaci­tà, così affermava Bisagno, erano senz’altro superiori alle sue; il discorso fu accolto da sghignazzate e proteste, che fecero intendere a Scrivia, novellino e con l’aria un po’ troppo cittadina per quei tipi barbuti che lo guardavano con una certa ironia, che essi consideravano Bisagno un capo insostituibile.
Verso la metà di maggio c’è un ritorno di tutta la formazione a Cichero, dove si attende il lancio, prean­nunciato dal Comando Militare di Genova (vedi Gimelli Vol. II).
Sul Forca rimase una squadra di 4 o 5 uomini a guardia del materiale custodito nelle baracche.  il messaggio di radio Londra per Cichero era: “La mia barba è bionda” cui doveva seguire: “l’erba cresce d’estate”. Anziché il lancio, vanamente atteso, vi fu il giorno 20 maggio una ricognizione sul monte Ramaceto da parte di un aereo germanico che effettuò un lancio di volantini, con i quali si invitavano i ribelli ad ottemperare al bando Graziani, minacciando gravi sanzioni ai renitenti.

DIVISIONE DELLE FORZE E DECENTRAMENTO

L’imminente scadenza del bando (25/5/’44) aveva spinto in montagna nuovi gruppi di giovani, tanto che la presenza massiccia di uomini in quella zona, e con il sentore del rastrellamento, che non avrebbe mancato di sopraggiungere allo scadere del bando stesso, indus­se il Comando a suddividere gli uomini in tre distacca­menti che vennero dislocati in tre località diverse, a circa 12   ore di cammino l’una dall’altra.
Il primo distaccamento, da cui ebbe origine la brigata Jori, fu affidato come comando militare a Croce (Stefano Malatesta), come commissariato a Moro (Pascolini Otello) e fu avviato in Val Trebbia.
Croce con i suoi uomini si accampò in alcuni fie­nili sotto 1 ‘Antola e vi rimase circa 15 giorni; dal­l’Antola si spostò poi sul Monte Carmo.
Poiché, dopo lo spostamento del gruppo di Bogli verso Cichero, la Val Trebbia era rimasta completamente abbandonata dalle forze partigiane, a Croce e al suo distaccamento venne affidato il compito di studiare la si­tuazione in questo settore, di valutare la consistenza di eventuali bande e gruppi illegali che vi operavano, e di segnalare la possibilità di azione e di disturbo sul­la statale 45, nonché di localizzare punti base per la dislocazione di nuovi distaccamenti, in vista di uno spostamento gravitazionale delle forze e dei comandi par­tigiani dalla Val Fontanabuona alla Val Trebbia.
Il secondo distaccamento ebbe come comandante Gino (Michele Campanella) e come commissario Bini (Giovanni Serbandini) dislocato nella zona di Cichero. Il distaccamento di Gino continuò a funzionare come punto di raccolta e di smistamento degli uomini, che salivano sempre più nume­rosi ai monti, e con incarichi di controllo e vigilanza sulla statale della Val d’Aveto, specialmente nel tratto com­preso tra Borzonasca e il passo della Forcella.
Il terzo distaccamento venne affidato a Scrivia (Au­relio Ferrando) con commissario Nino presto sostitui­to da Carlo (G.B. Lazagna) e inviato nella zona di Pannesi.
La nomina di Scrivia a comandante del IIIo distacca­mento costituì un gesto di autoritarismo da parte di Bisagno, in contrasto con le tradizioni di democratica scelta dei capi tipica della banda di Cichero. Di fronte ai dis­corsi e alle rimostranze degli uomini, specialmente vecchi, mal tolleranti a un nuovo arrivato, di cui non conosceva­no né qualità di uomo né di comandante, venisse affidato un compito di così grave responsabilità, sostenne: “Ne rispondo io”, e fu tutto.
Il distaccamento di Pannesi costituiva una punta avanzata in una posizione particolarmente critica, cui tocca­va di fronteggiare e contenere le puntate provenienti dalla città. Dopo la suddivisione dei distaccamenti, Bisagno si portò nella zona di Pannesi, dove rimase presso Scrivia, per aiutarlo e istruirlo sul modo di organizzare la vita di un distaccamento: gli approvvigionamenti, le difese; gli attacchi e la maniera di sganciarsi. E si trovava, presso Scrivia, quando: il rastrellamento del 27 maggio investì le posizioni di Pannesi e di Cichero, fornendo a Scrivia la dimostrazione pratica dei recenti insegnamenti.

“Le basi dei tre distaccamenti erano molto lontane le une dalle altre. Circa dodici ore di marcia separavano il se­condo distaccamento dal terzo; circa otto ore il terzo dal primo; circa dieci ore il primo dal secondo.
Avevamo perciò una grande autonomia gli uni dagli altri e ci limitavamo a mandare una volta alla settimana una staf­fetta a Cichero con un rapporto di quanto accadeva, cui Lucio, Bisagno, e Marzo rispondevano con delle direttive generali”.
“La posizione del terzo distaccamento era abbastanza pericolosa; ci trovavamo sul costone nord del Monte Becco, da dove in circa quaranta minuti si poteva scendere a Ge-Nervi, in un’ora a Ge-Prato e in un’ora e mez­za a Uscio, sopra Recco. Era quindi una posizione molto avanzata, ottima per effettuare colpi di mano, ma vicinis­simo al nemico: a soli trenta minuti di strada verso Ge-Nervi, vi era una batteria costiera di tedeschi e italiani”. (Da “Ponte Rotto”, pag. 75).

NOTE

[1] Testimonianza diretta del partigiano Vinicio Rastrelli (Dedo), nato a Genova nel 1924, prese parte alla lotta di Liberazione poco dopo l’armistizio dell’8 sett. Fu comandante del distaccamento Forca.

[2] Michele (anche Lino) Andrea Gava: tra i primi partigiani della Cichero, poi CSM della Divisione “Pinan Cichero”.

ooooooo0ooooooo

6. Osservazioni di Vero Mitta e Denis Marchelli relative al testo della sig.ra Annamaria Manaratti “Fase di transizione tra il periodo iniziale di incubazione e quello successivo di concreta organizzazione. (Marzo 1944 – Maggio 1944)”.

Non conosco, come tu non conosci, la prima parte della tesi ma, con tutta tranquillità, si può rilevare che è un errore di fondo partire dai primi di marzo.
Non si può comprendere, a mio avviso, tale periodo saltando quello che va dall’8 settembre 1943 (anche se vogliamo porci un limite), al marzo, quando avvenne la fusione o, come dice la Manaratti, l’immissione, dopo un po’ di purgatorio, dei ribelli di Bogli nella banda di Cichero.
Nessuno può storicamente non riconoscere al PCI di avere preso l’iniziativa, ai primi segni di dissoluzione dell’esercito (8 – 12 settembre) di occultare le armi abbandonate dai militari. Il caos provocato nel Paese dal proclama di Badoglio, l’inettitudine degli alti Comandi, trovò relativamente impreparata l’organizzazione del PCI.
Non dimentichiamo che proprio in quei giorni molti preziosi dirigenti del PCI si trovavano ancora in carcere o al confino.
A Genova, nei quartieri operai in particolare, il primo compito fu di occultare le armi (ma perché occultarle se non adoperarle?), mettere in salvo dall’invio in Germania i soldati abbandonati a sé stessi, recuperare tutto quanto veniva trovato nelle caserme.
Peccato, veramente, che Antolini Franco, lo stesso Agostini Adriano, non abbiano lasciato scritti su quel periodo e su quello immediatamente successivo. Questa lacuna potrebbe essere colmata da Bugliani Athos (Lucio), da Bianchini Severino (Dente), da Montan Francesco (Rino), da Diodati Wladimiro (Paolo) [1]
Certo è che verso la fine di settembre esisteva già l’indirizzo di portarsi sui monti, raccogliere i soldati sbandati, creare le basi e dare vita alle prime bande.
Mitta Vero (Vero) che aveva avuto la fortuna di fare parte del PCI a Cornigliano, prima dell’invio a militare, viene indirizzato, con Leali Aldo [2] e Picollo Aldo [3], sul monte Antola, al rifugio dei Musante [4].
Per responsabile della zona dell’Antola era stato scelto Villa Arturo, un antifascista di Cornigliano. Le zone erano state suddivise per numeri avendo per confini i fiumi e i torrenti.
La zona dell’Antola era limitata a ponente dallo Scrivia e a levante dal Trebbia ed era chiamata IV Zona. La Manaratti cita la III Zona (quella che andava dallo Scrivia all’Olba e ciò conferma che esisteva una suddivisione in zone.
I responsabili delle varie zone avevano come nome di battaglia i mesi dell’anno, iniziando da gennaio. Questo spiega perché Canepa G.B. venne chiamato Marzo.
Anche l’invio del Villa Arturo (Aprile) e del Mitta, nella zona dell’Antola era dovuto al fatto che, essendo gli stessi da anni amanti della montagna, conoscevano i posti e avevano buoni rapporti con i Musante dell’Antola.
Era opportuno insistere su questo per fare rilevare che, sia pure con limiti evidenti, il PCI aveva autonomamente preso delle misure organizzative per gettare le basi della formazione dei primi nuclei di resistenza ai nazifascisti.
È, altresì, certo che fu la classe operaia ad avviare, almeno per le zone attorno a Genova, il processo di formazione delle bande.
Il rilievo della Manaratti sulla “presenza massiccia di uomini in altre zone, particolarmente poi nella III zona”, è giusto.
L’avere compiuto la scelta di sviluppare e potenziare la III Zona si dimostrò, nella Pasqua del 1944, un grave errore. A posteriori, giova ricordare, è molto facile formulare rilievi critici, soprattutto se si tiene conto dell’inesperienza esistente, della non conoscenza globale delle zone e delle loro caratteristiche naturali, della mancanza di quadri militari che sapessero, per cognizione diretta o teorica, cosa era la guerriglia.

Tutto questo portò a sopravalutare la III Zona.
Forse perché più facilmente e rapidamente accessibile dalla città, o forse, anche, i responsabili di quella zona (Mandoli) avevano più personalità e, quindi, riuscivano a porsi al centro dell’attenzione dei dirigenti genovesi del PCI.
Certo fu un errore non dare la preferenza, nella scala delle precedenze, a zone come quella dell’Antola, che consentiva lo sviluppo di più bande per la vastità del territorio, la scarsità di strade di penetrazione, maggiori possibilità di occultamento, sia nella buona che nella cattiva stagione, nel mezzo di due fra le più importanti strade di comunicazione verso la Valle del Po: l’autostrada Genova Serravalle Scrivia e la statale 45 Genova–Piacenza.
Le stesse considerazioni valgono per la zona di Cichero che andava dal Trebbia a Chiavari.
Non si può essere d’accordo con la Manaratti quando scrive che la banda di Bogli avesse abbandonato “una zona troppo isolata e che trovava scarse possibilità di azione a causa della stagione poco favorevole”.
Per quanto soprascritto la zona dell’Antola era ottima.
La banda aveva avuto un favorevole inizio. Buoni erano i collegamenti con il fondo valle e Genova.
A Nenno, per chi arrivava con il trenino di Casella, un punto di appoggio era dalla Severa [5]. Vitto, alloggio, deposito di materiale, punto di sosta per chi andava verso l’Antola: tutto questo dalla Severa era garantito.
A Torriglia, da Gino (Garbarino, l’ex Sindaco) [6] e dai compagni del luogo (Bambalin [7], ecc.) era la stessa cosa per chi arrivava con la corriera Genova–Piacenza.
A Bavastrelli, dai Musante o da Momo i primi resistenti erano i benvenuti.

La banda era stata inquadrata nei reparti garibaldini. Il nome scelto dai partigiani, riuniti in assemblea, fu quello di Scintilla.
Aveva una sua canzone: “e la Scintilla è forte… ecc. ecc.” arrangiata da Wladimiro Diodati (Paolo).
Buone basi erano state approntate al casone di Bogli [8], ai casoni di Berga, sotto l’Antola, lungo il sentiero che porta a Bavastrelli, un “secaigiu” (capanno in muratura usato per seccare le castagne), al quale venne posto il nome di “E 42”.
Il distaccamento poteva, quindi, spostarsi con facilità e rapidamente da un paese all’altro, da una base posta in provincia di Pavia (Bogli) [9] a quelle in provincia di Genova.
Il collegamento con la città era continuo: munizioni (per la verità poche), viveri, vestiario, giungevano con un discreto ritmo.
Mancavano, quasi sempre, i soldi malgrado le collette fatte dagli operai in città.

Presso il distaccamento trovarono rifugio i compagni ricercati dai fascisti e tra questi Montan Francesco (Rino), Bozzano Giuseppe (Pippo), Diodati Wladimiro (Paolo), Torre G.B. (Baciccia).
L’armamento era discreto: un fucile mitragliatore Saint Etienne, moschetti, qualche pistola, un po’ di esplosivo e poche munizioni. (Due mitra Berretta con pochi colpi) [10].
Che i partigiani del distaccamento Scintilla non stessero fermi ed inoperosi è dimostrato da alcune azioni anche se non proprio guerresche.
Il recupero delle armi scatenò l’ira del Macchiavelli (Stella) nei confronti dei garibaldini tacciati come comunisti. Le armi erano state nascoste vicino a Santa Maria del Porto dai soldati di stanza a Torriglia all’8 settembre.
 Il Macchiavelli (Stella) lo sapeva e… in attesa di tempi migliori, le lasciava marcire sotto terra. Anche Gino di Torriglia lo sapeva. Una notte tutto il distaccamento si portò da Bogli a Santa Maria del Porto. Gino di Torriglia con qualche altro erano ad attenderlo.
 Scavarono, trovarono le armi e le cassette di munizioni e, carichi come muli, presero la via del ritorno.

Chi conosce le mulattiere che conducono da Santa Maria del Porto a Bogli, può immaginare la fatica che costò quel trasporto, tanto più che, allora, i trasferimenti avvenivano sempre di notte, per ovvi motivi di sicurezza.
Il rientro a Bogli doveva, quindi, avvenire prima dell’alba. La marcia fu lunga; la neve non riusciva a calmare la sete. Micaio, il russo, originario di Voronez, abituato alle sconfinate pianure del suo paese, imprecava: “Sempre salire e scendere”.
A gruppetti di due o tre, con intervalli che variavano dai dieci minuti alla mezz’ora e all’ora, tutto il distaccamento fece ritorno al casone di Bogli.
 Il Macchiavelli Giuseppe (Stella) protestò a Genova (vedi lettera inviata al Comando Unificato per la Liguria, al C.L.N. e all’esecutivo del P.S.I.U.P. datata 29/7/1944 che conferma quanto scritto) sostenendo che i comunisti gli avevano sottratto le armi. Era la prima delle molte lamentele in fatto di armi.
Naturalmente il Macchiavelli, che sapeva dell’esistenza (come ormai lo sapevano tutti nei paesi della Val Trebbia) di una banda di ribelli, poteva unirsi a quei quattro gatti che cercavano, fra mille difficoltà, non ultima proprio quella delle armi, di dare inizio alla resistenza ai nazifascisti.
Al casone di Bogli l’unico che sapeva montare e smontare il fucile mitragliatore era Bossi Ernesto (Ernesto o Maggi). Con religiosa attenzione fu, dai ribelli, seguito il rito del montaggio della prima mitraglia e, grande, fu l’entusiasmo quando rimbombarono nella Val Boreca le prime raffiche.

Sui monti di Val Trebbia i ribelli annunciavano la loro presenza. Seguì un po’ di addestramento militare, assimilato con attenzione da tutti.
Al distaccamento si erano uniti, prima del recupero delle armi, un giovane proveniente da Garbagna, che venne battezzato con il nome del suo paese, e un russo che disse di chiamarsi Micaio.
Così il distaccamento cresceva e della sua esistenza erano ormai a conoscenza un po’ tutti gli abitanti dalla Val Borbera alla Val Trebbia, dalla Val Brevenna alla Val Boreca. A Ottone, ad esempio, si diceva che i ribelli avessero anche dei cannoni.
Ma l’eco delle raffiche sparate a Bogli giunse anche ai fascisti.
Il distaccamento Scintilla ebbe il battesimo del fuoco nei giorni attorno al 10 dicembre 1943.
Una compagnia di fascisti salì da Ottone, Valsigiara, Zerba, Artana attaccando il casone di Bogli. I partigiani, avvertiti dai contadini di Artana del pericolo incombente, si appostarono sopra il casone e qui avvenne il primo scontro a fuoco. Il distaccamento non era al completo perché un gruppo si era recato a Nenno a prelevare, dalla Severa, materiale giunto da Genova.
Dopo una breve sparatoria i partigiani si ritirarono nei boschi soprastanti. I fascisti si portarono a Bogli attestandosi sulla piazzetta del paese. Informati dai contadini sulla situazione, due partigiani (Denis e Genio) vennero inviati in paese con il compito di gettare bombe a mano contro il nemico. Senonché i fascisti si erano frammisti ai contadini ed allora i due partigiani decisero di sparare con pistola e moschetto a quello che ritenevano fosse un ufficiale.
Il fascista, cadendo a terra, sparò una raffica di mitra senza conseguenze per i partigiani.
Il distaccamento si sganciò e, con una marcia forzata nella neve si trasferì sull’Antola, al rifugio Musante [11].

In risposta all’attacco di Bogli, venne decisa l’eliminazione del commissario prefettizio di Ottone, ritenuto responsabile dell’accaduto.
Marchelli Denis (Denis) e Bossi Ernesto (Ernesto e successivamente Maggi) vennero incaricati dell’azione.
La sera del 24 dicembre 1943 si portarono a Ottone, bussarono alla porta animati da fieri propositi.
Senonché ad aprire si presentarono il commissario prefettizio con un bimbo piccolo in braccio, attorniato da una nidiata di figli, uno dei quali vestito da prete. Di fronte a quel gruppo di fanciulli, che guardavano con fare interrogativo, venne meno l’odio per il fascista ed i partigiani si limitarono a chiedere cosa convenisse fare ad un renitente alla leva, qual era Denis. Candidamente il commissario consigliò di presentarsi alle Autorità della Repubblica Sociale.
Incavolati per il fallimento della missione, i due partigiani presero la via di Gorreto. Qui giunti, si fermarono alla trattoria per mangiare. Dopo poco tempo entrò nel locale un ufficiale tedesco con due ragazze.
Adocchiata la preziosa preda, Denis ed Ernesto si misero rapidamente d’accordo per prelevarlo oppure ucciderlo, secondo le circostanze avrebbero consentito. L’oste, al quale non era sfuggito il conciliabolo tra i due, chiamò l’Ernesto, che era il più anziano, nel retrobottega e lo scongiurò di non provocare guai e rappresaglie e gli offrì in cambio mezza mucca.
Usciti, si appostarono dietro gli alberi, ma l’oste inviò in avanscoperta un cliente per controllare i dintorni.
Dopo tre quarti d’ora circa, l’ufficiale tedesco uscì con sottobraccio le due ragazze, attorniato da tutti i clienti che si trovavano nell’osteria.
Anche questa volta l’azione andò a vuoto per non provocare vittime innocenti.

Mentre Ernesto e Denis rientravano, Vero partì dall’E42 e attraverso il Brugneto, Montebruno e Barbagelata si portò a Cichero per prendere contatto con Marzo. Al casone trovò Severino [12], Marzo e qualche altro. Bisagno non c’era. Le possibilità di azione erano diventate molte a partire dal novembre 1943.
Il fatto è che il distaccamento era male guidato come comando. Il comandante, Edoardo (Edoardo Colombani di Pegli), un ex confinato politico, non aveva nessuna capacità di comando. Basti dire che non sapeva leggere una cartina topografica, e male si orientava sui monti alla ricerca dei sentieri.
Il commissario Moro (Pascolini Otello) era bravo e buono, sempre di esempio a tutti, capace di intrattenere, alla sera, i ribelli in lunghe discussioni (sovrastato però dall’Edoardo in possesso di una buona dialettica) sull’antifascismo, ma non riusciva a vedere e di fatto avallava la pochezza di Edoardo come militare.
Infatti le azioni o le non azioni progettate e condotte dall’Edoardo poco mancò non si risolvessero in disastro.
Una fu quando tedeschi della Flak (Antiaerea) vennero sotto la cima del Caval… [13] per fare esplodere delle bombe perdute da un aereo inglese che, a causa di una tempesta di neve, aveva urtato contro la cima del monte.
Grande discussione ci fa quella volta perché Edoardo sosteneva la tesi di rimanere rintanati nel casone a controllare i tedeschi che passavano 4/5 metri sul soprastante sentiero. Ernesto e Vero sostenevano, invece, che non volevano fare la fine dei topi e proponevano di nascondersi, a controllare la situazione, nella boscaglia al di sopra del sentiero che i tedeschi avrebbero percorso.
Edoardo non riuscì a convincere i partigiani, ma questi tirarono un sospiro di sollievo quando i tedeschi sfilarono in fila indiana davanti al casone, senza sospettare, e soprattutto grazie al fatto di non avere avuto spiate, che una decina di fucili e un mitragliatore erano puntati contro di loro.
Da questo episodio nacque un dissenso che, acuitosi per la mancanza di fiducia in Edoardo ritenuto da loro un pazzo, provocò l’abbandono, nel febbraio 1944, del distaccamento e il rientro a Genova dell’Ernesto e del Vero. Moro si schierò con Edoardo e, quest’ultimo dette ordine di inseguire e fucilare Vero e Ernesto. Cosa che non avvenne. (Vedi in testimonianza 2) [14].

L’altra, invece, doveva portare al recupero di armi e alla eliminazione dei presidi dei carabinieri assorbiti nella G.N.R.
Per mandare ad effetto il suo disegno l’Edoardo mandava una lettera ai carabinieri preannunciando l’arrivo dei patrioti e sollecitando la resa e la consegna delle armi. A Garbagna, salvo errori, la risposta venne da una gragnuola di bombe a mano lanciate da finestre ben munite di sacchetti di sabbia, seguite da fucilate. Tutto questo grazie all’Edoardo. Se non ci furono morti e feriti gravi ciò fu dovuto al fatto che le bombe a mano erano “Balilla”. Anche quest’azione avvenne nel febbraio 1944 [15].
Altro episodio da riferire per dimostrare che, malgrado tutto, la banda di Bogli e dell’Antola esisteva, è quello che avvenne verso la fine di gennaio. Si presentò Bisagno a Berga e si convenne di fare una marcia di addestramento. Il distaccamento, di notte, armato di tutto punto, con coperte e vestiario, partì dal casone di Berga e, attraverso le Capanne di Carrega si portò nei casoni posti al di sopra di Barchi. Bisagno, Moro e Edoardo precedevano il distaccamento per predisporre le basi per riposare durante il giorno. Superato il Trebbia, nei pressi di Gorreto, il distaccamento fece sosta a Garbarino prima e ai Casoni di Fontanigorda dopo. Quindi con una marcia, sempre notturna, che lo condusse da quest’ultima località a guadare il Trebbia vicino a Montebruno e, attraverso la valle del Brugneto e l’Antola, fece ritorno a Berga. Bisagno lasciò il distaccamento che rimase ancora nelle inesperte mani di Edoardo.
Ai primi di marzo una persona si presenta a Berga qualificandosi come inviato dal Comando Volontari della Libertà.
Disse di chiamarsi Pompei. Edoardo, sospettando fosse una spia, lo interrogò a lungo e lo fece fucilare.
Ne nacque un caso perché Pompei era veramente un colonnello del C.V.L.. Bisagno ne venne al corrente qualche giorno dopo l’esecuzione e la notizia dell’accaduto venne trasmessa al Comando regionale del C.V.L. [16].

Sempre verso la fine di febbraio – primi di marzo un reparto di SS, 35/40 uomini, tutti tedeschi, proveniente da Genova, salì da Gorreto a Fontanarossa alla ricerca dei ribelli. Non trovandoli, rastrellarono il paese uccidendo un contadino trovato in possesso di un fucile da caccia.
Il distaccamento si trovava in quel momento, a Barchi. Informati della presenza dei tedeschi a Fontanarossa i partigiani accorsero. Da Barchi a Bertassi e da qui sotto ai pianori di Fontanarossa ad intercettare il rientro a Gorreto dei tedeschi. Grande fu la rabbia dei partigiani quando videro che gli SS avevano avuto l’accortezza di prelevare ostaggi a Fontanarossa e, alternandoli tra le proprie file, di fatto impedivano di sparare.
In appoggio agli scioperi del marzo ’44 a Genova, una squadra del distaccamento Scintilla si portò da Berga alle alture del Righi a fare saltare i tralicci dell’alta tensione, ritornando poi in zona.

Durante la primavera, in zona, frequenti visite ai parroci vennero effettuate e continua fu la ricerca di giovani o soldati sbandati.
Marchelli Denis (Denis) afferma che Michele (Gava Michele) [17] e Dedo (Rastrelli Vinicio) [18], anche se è possibile che siano transitati per Berga, arrivarono a Cichero verso la fine di marzo – primi di aprile [19] e cioè quando il distaccamento Scintilla si era già trasferito a Cichero.
Va precisato infine che la causa, o le cause, per essere più precisi, del trasferimento a Cichero vanno ricercate nell’incapacità dimostrata da Edoardo e dalla decisione di rinforzare quella banda che contava al massimo in una diecina di elementi. L’arrivo a Cichero va localizzato verso la fine di marzo (Marchelli Denis) [20].
La cattura dell’oste di Berga (Ambrogio) avvenne dopo il trasferimento a Cichero. A Berga era rimasto il solo “Garbagna” per curarsi dei reumatismi. Sia l’oste (Ambrogio) sia il “Garbagna” vennero catturati da un gruppo fascista ed in seguito deportati in Germania.
Dedo e Michele raccontano cose inesatte perché non citano almeno Denis, Franco di Voltri, Micaio e Moro appartenenti al distaccamento Scintilla.

Si dice che del senno di poi sono pieni i fossi ma con tutta probabilità se Bisagno fosse stato inviato a Bogli e messo al comando di quel gruppo la storia si sarebbe invertita: si parlerebbe molto più di Bogli e dell’Antola che di Cichero [21].

NOTE

[1] Franco Antolini (1907-1959), Adriano Agostini (1911-1976), Athos Bugliani (1903-1987) e Severino Bianchini (1902-1991). Montan (n.1908) e Diodati (n.1915) sono deceduti dopo Bugliani: la stesura di questo manoscritto si può perciò collocare tra il 1976 e il 1987 e più precisamente, come sostiene Denis nella sua intervista, verso il 1979/1980.

[2] Aldo Leali (1919-2017), gappista a Cornigliano, fu aggregato alla missione italo-americana Merìden e chiuse la propria esperienza partigiana come vice-commissario politico del distaccamento Fanny della brigata Oreste; quando Diodati salì al rifugio Musante con un pacco di indumenti da montagna che aveva ricevuto da Antolini, nell’ottobre del 1943, vi trovò proprio Aldo Leali: “Salgo sull’Antola, c’è un rifugio montano… Lì dentro avevo trovato anche un anarchico: era uno di quelli che vivevano idealmente la resistenza, ancora prima che nascesse. Doveva diventare uno che faceva i collegamenti telefonici, radio; sembrava una cosa avveniristica” (Ailsrec, fondo “Memoria orale”, b.3, f.12, intervista a Vladimiro Diodati, rilasciata a Fabrizio Bazurro il 12 aprile 1995).

[3] Aldo Picollo (1919-2004), come Aldo Leali, scese ben presto in città e collaborò coi gappisti, quindi tornò in montagna, in Valbrevenna, nel settembre 1944, con il distaccamento Maffei della brigata Jori e poi con il distaccamento Fanny.

[4] I fratelli Musante, contadini di Bavastrelli, gestivano il rifugio del Monte Antola: in particolare, in tempo di guerra se ne occupavano Alfredo (n.1896) e Albina (n.1905).

[5] Severa Queirolo (1888-1973), contadina.

[6] Alessandro “Gino” Garbarino detto Caccanin (1907-1996), comunista, sindaco di Torriglia dal 1945 al 1970 (notizie in parte ricevute da Pierangelo Celpa).

[7] Eugenio Garbarino (1885-1966), fabbro, comunista.

[8] Vladimiro Diodati nell’intervista del 1995 accennava, fra l’altro, anche alla nascita del distaccamento Scintilla: “In una riunione fatta a Genova con Giancarlo Pajetta, Bugliani, ed altri viene stabilito che qui (a Torriglia; nda) deve nascere la resistenza (…) e che io avrei dovuto andare in una zona a fare il commissario politico (…). Allora io salgo per scelta all’Antola, vi salgo con un collegamento con uno studente ebreo che stava alla Scoffera, il quale mi mette in contatto con Gino, a Torriglia, col quale abbiamo poi fatto parecchie cose insieme (…). Io arrivo da questo Gino, a Torriglia e uno che ho trovato qui mi portò sul Prela e da qui all’Antola, dove trovai questa situazione qui, io stavo lì, era un rifugio, non si sapeva come comportarsi; senonché dovetti trovare una sistemazione da qualche parte e si andò a finire a Bogli, dove un calzolaio aveva un casone, un po’ fuori del paese, dove aveva accatastato sette otto quintali di mele per le bestie. Ci dà questo casone e le mele che c’erano, meno male insomma e lì si rimase; però io avevo bisogno di portare su qualche arma, lì cominciammo ad essere due e poi tre”. Per un certo periodo, Diodati “corteggiò” a lungo quattro ex militari inglesi, che però non si aggregarono alla banda, scoraggiati dall’incertezza della situazione: “Mi dissero: “Poi torniamo”. Non li vidi più. Loro credevano di trovare i carri armati, all’inglese, noi eravamo lì con quelle pistole…” (Ailsrec, fondo “Memoria orale”, b.3, f.12, intervista a Vladimiro Diodati, rilasciata a Fabrizio Bazurro il 12 aprile 1995).

[9] In realtà Bogli era (ed è) una frazione del Comune di Ottone, che si trovava in provincia di Piacenza sin dal 1923.

[10] Denis, che sale in Antola con Diodati il 28 ottobre 1943, nell’intervista del 1994 offre una sua ricostruzione di quei primi momenti: “Dopo un po’ Paolo viene giù, e si forma un distaccamento, che poi si chiamava distaccamento, ma non ha mai raggiunto più di 17-19 uomini”; il distaccamento aveva, per un verso, il compito di fare propaganda nei paesi, di spiegare ai contadini “il perché c’era la guerriglia, perché ci dovevano essere i partigiani”, e, per un altro verso “era quasi un rifugio per alcuni che erano ricercati”, come Baciccia Torre; “venivano mandati su dal CLN e dal partito comunista (…) molti venivano e poi andavano via quando da Genova li chiamavano. Il nucleo che rimase fu praticamente di 5-6 persone, gli altri venivano, andavano” (Ailsrec, fondo “Memoria orale”, b.3, f.20, intervista a Dionigio Marchelli, rilasciata a Fabrizio Bazurro il 15 novembre 1994).

[11] Sulla sparatoria di Bogli esiste anche la testimonianza dello stesso Denis: “Avemmo il battesimo del fuoco a Bogli, dove una squadra di fascisti – infatti c’è anche un rapporto della questura di Tortona – venne su per attaccarci, ci difendemmo, ebbero un ferito loro (…). C’è un breve articoletto, recentemente me ne han mandato una copia, in un vecchio giornale, credo che fosse “Il combattente” del Piemonte, dove si parlava di questo attacco a Bogli (…) è stato il primo combattimento che abbiamo avuto, che ci hanno attaccato, dove abbiamo ferito il caposquadra – io credevo che fosse un ufficiale, perché sono uno dei due che gli ha sparato contro –. Loro dicono che erano otto, a me sembravano più tanti, perché probabilmente avevano anche dei contadini nel mezzo come guide. Eravamo otto anche noi, perché pur essendo una dozzina, una parte era andata a Nenno a prelevare viveri e soldi che mandavano su dal C.L.N. di Genova, i viveri ce li mandavano le mense dell’Ansaldo” (Ailsrec, fondo “Memoria orale”, b.3, f.20, intervista a Dionigio Marchelli, rilasciata a Fabrizio Bazurro il 15 novembre 1994). Davide Fossa, prefetto di Piacenza, il 14 febbraio 1944 scriveva ai suoi colleghi di Alessandria, Genova, Parma e Pavia (e, per conoscenza, al locale comando germanico e al comando legione della guardia nazionale repubblicana) in merito all’attività dei ribelli: “Si è avuta notizia della esistenza ai margini del territorio di questa provincia di alcuni nuclei di ribelli armati che sarebbero in rapporto di dipendenza da più forti contigenti esistenti nelle provincie limitrofe. In particolare viene segnalato che a Bogli, Artana, Bertone e Suzzi (comune di Ottone) si troverebbero alcuni nuclei, armati di fucili o moschetti, che funzionano da reparti avanzati a protezione del grosso, che si troverebbe nella zona montana di Carrega (Alessandria), in possesso di armi automatiche e di qualche cannoncino” (ASG, fondo RSI, busta 22). In realtà, nella zona di Carrega Ligure, nel febbraio 1944 non c’era alcun gruppo partigiano, tantomeno “grosso” e così ben armato.

[12] Raimondo Saverino (n.1923), siciliano, militare in fanteria, ferito in Grecia nel giugno 1943 e sorpreso dall’8 settembre a Genova; rifugiatosi presso una famiglia contadina nella zona di Favale di Malvaro, si aggregò ai partigiani di Cichéro; fu catturato e fucilato a Borzonasca il 21 maggio 1944.

[13] Parola illeggibile: forse Cavalmurone? Nella notte fra il 24 e il 25 novembre 1943 settanta bombardieri inglesi decollati dal Nord Africa incapparono in una bufera di neve: solo una decina di essi raggiunse l’obiettivo (la Fiat di Torino), mentre tutti gli altri dovettero rinunciare. Diciassette aerei non fecero mai ritorno alla base. Uno si schiantò sui monti di Propata, nei pressi del monte delle Tre Croci; un altro dalle parti di Artana e uno presso Bogli (o forse due). Fonte essenziale in materia è il Gruppo Ricercatori Aerei Caduti di Piacenza, che pubblica i risultati delle proprie ricerche sul sito www.gracpiacenza.com. Nino Cagnoni, parroco di Propata nel 1943, raccontò l’episodio nel suo diario: “Alla tarda sera, un aeroplano bimotore inglese, colto probabilmente dalla forte bufera della nottata veramente perversa, precipita sul monte di Propata, a sinistra di chi sale, ad un quarto d’ora di distanza dalla Cappelletta della Madonna della Guardia. L’apparecchio si è completamente sfasciato (…), l’equipaggio, composto da sei uomini canadesi, tutto perito”. Alcuni brani del diario sono stati pubblicati da Pietro Cazzulo nel volume “La comunita di San Lorenzo: Propata, Caprile, Bavastrelli, Frinti, Brigneto, Albora, Balestre, Caffarena”, edito nel 2000).

[14] Così nel testo originale.

[15] Questa azione, ispirata appunto dal partigiano “Garbagna”, risale al giorno 4 febbraio 1944; per l’occasione fu rapinata una filiale di banca per autofinanziamento. Nell’azione rimasero feriti i partigiani Nicola e Nino (vedi anche Gaballo G., “Una vita interrotta”, 2005, p.30).

[16] Osvaldo Pompei (n.1892) era stato accompagnato a Berga nella seconda metà di febbraio per individuare la zona più idonea ad effettuare aviolanci; egli era un agente dell’organizzazione “Otto”, una rete di intelligence che era in contatto con gli Alleati per ottenere aiuti a favore delle nascenti formazioni partigiane. Pompei ritornò in zona, da solo, il 23 febbraio. La sua presenza su quei monti insospettì Alfredo Musante, che avvisò i partigiani: fermato e perquisito, in tasca gli trovarono un documento con timbro “A.O.I.” (Africa orientale italiana). Per il comandante Edoardo era la prova che si trattava di una spia fascista. Fu sommariamente fucilato il 25 febbraio 1944: “mio padre venne ucciso a tradimento nel mentre gli avevano fatto credere che lo trasferivano verso il comando del reparto”, scrive “Nino” Pompei, il figlio, nella relazione che presenta al Partito d’Azione nel giugno del 1944 (Ailsrec, fondo “Gimelli 2”, busta 7, fascicolo 5).

[17] Andrea Gava (n.1922), genovese, partigiano “Michele”, in banda dal 10 marzo 1944; smobilitato come capo di stato maggiore della divisione Pinan-Cichero.

[18] Vinicio Rastrelli (1924-2016), di Rivarolo, partigiano “Dedo”, in banda dal 18 marzo 1944, comandante di distaccamento della brigata Berto, divisione Cichero.

[19] A margine del testo, un appunto di Gibì: “fine marzo/primi aprile Scintilla a Cichero: credibile?”. Il distaccamento Scintilla si trasferì a Cichéro effettivamente alla fine di marzo del 1944.

[20] Così nel testo originale.

[21]Quando han deciso l’unione ufficiale con la Cichéro, nel marzo del ’44, ci siamo andati, avevamo portato un nucleo consistente, 19-20 uomini. La banda Cichéro, prima che ci andassimo noi, non era molto forte, però la Cichéro ha preso il nome di tutto anche perché ha trovato chi ha scritto… dello Scintilla non se ne è mai parlato, forse sono uno dei pochi, io e Badoglino, che adesso è morto, che ne ha un po’ parlato, perché anche gli altri son spariti tutti; cioè, quelli dello Scintilla, per un verso o per l’altro sono morti molto tempo fa. Non avevamo gente che scrivesse sullo Scintilla, io sono un po’ la memoria storica dello Scintilla. Se ne parla un po’ in un libro di Gimelli, in un accenno, nei documenti, è una lettera inviata da Pippo, uno di Cornigliano, che diceva: Guardate che la banda di Cichero… però c’è anche lo Scintilla…” (Ailsrec, fondo “Memoria orale”, b.3, f.20, intervista a Dionigio Marchelli, rilasciata a Fabrizio Bazurro il 15 novembre 1994).

Editing Elio V. Bartolozzi

 

 

 

Intervista di Gibì Lazagna, “Carlo”, al padre Umberto “Canevari”.

Fasc. 50 Doc. 3 – Giambattista Lazagna, (Carlo), Vice Comandante della divisione Cichero, intervista il padre Umberto (Canevari), Capo di Stato Maggiore della VI Zona Operativa
A cura di Manlio Calegari, Lorenzo Torre e Elio V. Bartolozzi 

L’intervista a Umberto Lazagna, “Canevari”, (1886-1977) realizzata a casa sua, a Genova in via Chiodo, attorno alla fine di febbraio del 1974, ha bisogno di una premessa. Le “cassette” con la registrazione fanno parte del mio archivio ma non ero io ad aver organizzato l’incontro e neppure ero l’intervistatore. All’epoca, nel 1974, non mi occupavo di Resistenza o di partigiani come invece ho cominciato a fare dalla fine degli anni Ottanta. L’intervistatore di Canevari è il figlio primogenito, Giambattista (1923-2003), Gibì per noi amici, che, per l’occasione, mi aveva chiesto una collaborazione tecnica (registratore ecc.) e “morale” (ero spesso ospite di casa Lazagna e avevo confidenza con Canevari). A Giambattista Lazagna mi legava anche il mese di febbraio 1974… (Chi volesse continuare a leggere per prima la premessa clicchi qui, altrimenti può continuare iniziando con la lettura dell’intervista e alla fine troverà, al completo, la premessa qui interrotta).  

Umberto Lazagna "Canevari"

Tra i fondatori (per il partito liberale) del Comitato militare del CLN della Liguria, “Canevari” svolge numerose missioni tra i primi nuclei partigiani costituitesi tra Genova e La Spezia.                         

                   Giambattista  Lazagna “Gibì”: Vice Comandante Div. Cichero, Decorato di M. d’Argento al V.M.
Sue Opere: Ponte rotto, Ed. Colibrì, 1972; libro di memorie partigiane. Carcere, repressione, lotta di classe, Ed. Feltrinelli, 1974; basato sulla sua esperienza di militante antifascista incarcerato. Il caso del partigiano Pircher. Studio sulla vicenda di Pircher e dei partigiani di lingua tedesca, Ed. La Pietra, 1975, sul caso del partigiano Giovanni Pircher, condannato a 25 anni per fatti di guerra. Rocchetta, Val Borbera e Val Curone nella Guerra, Colibrì, 2000; libro di memorie partigiane. Intervista a “Minetto”, Com.te. Brigata Arzani. Cronache dalla Resistenza, 2002; libro-intervista a Erasmo Marré.

 

                               oooooo0oooooo

1.  Intervista di Gibì Lazagna “Carlo” al padre Umberto “Canevari”.

Gibì È un discorso che abbiamo fatto più volte: il patrimonio di esperienze che hai maturato durante la Resistenza. Forse dovremmo programmare una serie d’incontri. Intanto riassumo brevemente la tua carriera nella Resistenza. Tu eri tenente colonnello nel 15° reggimento autieri di stanza Savona, quando è scoppiato il 25 luglio e poi l’8 settembre.

Continua a leggere

L’agenda 1943 di Ezio Bartoli.

asc. 50 – Doc. 2 – Manlio Calegari “L’agenda 1943 di Ezio Bartoli”. Inedito. 

Introduzione: da “La sega di Hitler”  di M. Calegari, pp.81-87, Edizioni Selene, Milano 2004.

Copertina Agenda E. Bartoli 1943

Il 4 gennaio del ’43 Ezio era partito militare: Diano Marina, 34esimo Reggimento d’artiglieria di corpo d’armata. Un periodo, dice, di cui ricorda poco: tre mesi di istruzione a Diano e poi in Francia, a St. Cyr, vicino a Marsiglia. “Fame, sempre fame” e fa con la mano un gesto come dire roba da dimenticare. A Diano, nel periodo di istruzione era stato scelto per fare il puntatore. “Puntatore è il massimo, non fa niente, dà le coordinate a quello che con le ruotine orienta il pezzo e alla fine dice: pezzo pronto”. Bisognava saper fare dei calcoli, parallelismo, alzo, direzione e lui, anche se non era andato oltre la quinta elementare, sapeva farli. Frangenti della naia a parte, la grande scoperta era stata la Francia del Sud: “posti bellissimi, gente evoluta”. La nostalgia di Bolzaneto e dei famigliari non aveva oscurato il suo entusiasmo per quei luoghi fino ad allora sconosciuti. L’avventura si era conclusa ai primi di ottobre del ’43 con la fuga dai tedeschi e il rientro a Bolzaneto.

Continua a leggere

Intervista alla partigiana Angela Berpi “Marietta”, div. Iori VI Zona Liguria.

Fasc. 50 – Doc. 1: Manlio Calegari Intervista alla partigiana “Marietta” (Angela Berpi 1911/1989). 

“Cara Marietta” – “Caro professore”
maggio-ottobre 1987

Presentazione

Sono molti a Genova, donne e uomini del disciolto Partito comunista, dell’Unione donne italiane, dell’Associazione nazionale partigiani e di altre associazioni politiche di sinistra che hanno conosciuto Marietta. E tra loro sono molti, a cominciare dai suoi famigliari, che di lei potrebbero dire più di quanto non possa io. Ho incontrato alcune volte Marietta tra la primavera e l’estate del 1987 quando studiavo i rapporti tra Partito comunista e partigiani nella guerra di resistenza. Dei nostri colloqui conservo, oltre le registrazioni e i miei appunti, anche due memorie e alcune lettere inviatemi da lei. Testimoniano di come una donna – che all’epoca aveva 76 anni – chiudeva la partita con i ricordi per aprire quella con la storia della sua vita. Lo faceva, allo stesso tempo, con entusiasmo – lei lo chiamava “spirito garibaldino” – e sofferenza. Aveva capito che per fare storia era necessario tornare a riflettere sui processi di cui era stata protagonista e confrontarsi con fatti e giudizi che non collimavano con i suoi.

Continua a leggere