Archivi categoria: L’Archivio della Divisione Partigiana “Coduri” – VI Zona Liguria

Fascicolo n.8 – Doc. n.24: “Elenco dei Partigiani Caduti”.

Fascicolo n.8 – Doc. n.24: “Elenco dei Partigiani Caduti”. (Doc. in fotoc., comp. da 5 f., 5 p. dattil., d. 30/6/1945, f. Comm. “Miro” e Com. “Virgola”). Doc. che dalle parole di commiato di cui all’ultima pagina, si evince essere l’allegato di una lettera inviata dai firmatari a qualche organo centrale di cui non si è riusciti però a stabilire il nome.

1 ELENCO DEI PARTIGIANI CADUTI

Fascicolo n.8 – Doc. n.20: “Ricordo del partigiano Salita”

Fascicolo Nr. 8: All’interno sono contenuti sei documenti contrassegnati con il n.20, n.24, n.25, n.26, n.27 e n.28. Mancanti: i n.21, 22 e 23.

Fascicolo n.8 – Doc. n.20: “Ricordo del Partigiano Salita”. (Doc. in fotoc., comp. da 2 f., 2 p. dattil. spazio 1, s.d., f. sul frontespizio). – Ricordo scritto nel 1975 da “Gronda” in memoria del partigiano “Salita” – sopravvissuto alla fucilazione nell’eccidio di S. Margherita di Fossa Lupara del 25 marzo 1945 – in quanto creduto morto. Ferito e sanguinante dopo il colpo di grazia che gli aveva solo colpito il naso, rimase sepolto sotto i corpi esamini degli altri suoi compagni fucilati, che gli erano nel frattempo stramazzati sopra. Finché non rinvenne e raggiunse un gruppo di suoi compagni partigiani.

1 RICORDO DEL PARTIGIANO SALITA

Elenco dei Partigiani Caduti nel Comune di Casarza Ligure

Fascicolo n.8 – Doc. n.21: “Elenco dei Partigiani Caduti nel Comune di Casarza Ligure”. (Doc. in fotoc., comp. da 1 f., 1 p. dattil., s.d., rilasciato dal Comune di Casarza Lig. ad Antonio Minetti “Gronda”).

Elenco dei Partigiani Caduti nel Comune di Casarza Ligure

Fascicolo n.7 – Doc. n.19 bis – “Sfaldamento della Monterosa da parte della Coduri”.

Fascicolo n.7 – Doc. n.19 bis – “Sfaldamento della Monterosa da parte della Coduri”. “Testimonianza di A. Minetti “Gronda”, e altri. (Doc. in fotoc., comp. da 9 f., 9 p. manosc., d. presunta 1976/79, s.f.). Presente pure all’ILREC di Genova: Fondo Gimelli 2-b19-23.

Sfaldamento Monterosa pag. 1

Trascrizione

Sfaldamento della Monterosa da parte della Coduri.
Autori: Minetti Ildo “Aquila” e Minetti Egidio “Tom”, fratelli di “Gronda” – Perego Luigi – Minetti Antonio “Gronda” – Braconi Arnaldo “Marte” e la signora Lina sua moglie – e Piero cognato di Braconi. 

Aquila (Minetti Ildo).
«Era il giorno 27 Agosto 44, venni chiamato dal Tasso [Tasso G. Battista n. 1892],  nella sua bottega da ciclista (sita a Casarza Ligure nella attuale via Annuti Vittorio “Califfo” n. 1921), Partigiano fucilato alla Squazza dalle brigate nere di Chiavari) che mi mise al corrente di approcci da lui avuti con 2 alpini della Monterosa e che era riuscito a convincerli ad abbandonare il loro reparto per raggiungere i partigiani, però prima di decidersi a salire in montagna, volevano parlare con un collaboratore dei partigiani, per avere notizie di come vivevano, quanti armamenti avevano, dove si trovavano ecc., che se la cosa fosse stata seria e sicura, loro avrebbero cercato di convincere tutta la batteria che si trovava in Francolano [frazione di Casarza Ligure sul confine col comune di Sestri Lev. n.evb.] composta da una 30ina di alpini. Sentito tutto quello che volevano sapere, che certamente non avrei detto, mi insospettii e dissi al Tasso: “Sentite Giovanni, quello che questi due vogliono sapere non mi ispira nessuna fiducia, state attento che possono essere due spie, che una volta saputo quello che gli interessa e conosciuti noi per quello che siamo, ci denunciano e andiamo incontro a guai seri, voi siete già stato arrestato una volta e la seconda non ve la perdonerebbero di certo”.

“No, no, mi rispose, sono convinto che sono sinceri, sono dei bravi ragazzi, sono certo che fanno sul serio, ad ogni modo, se non vuoi aiutarmi, mi rivolgo altrove ma in questa faccenda voglio andarci fino in fondo”. Vista la sua decisione e la sicurezza e fiducia che aveva gli ho detto: “Va bene Giovanni, vi aiuterò, vedremo se sarà possibile far passare tutta la batteria ai partigiani, ma per adesso non si può far nulla, i partigiani non sono in zona, sapete che hanno subito un rastrellamento e hanno dovuto ritirarsi [era il periodo tra il 2 agosto e i primi di settembre in cui la Coduri s’era trasferita sul M. Penna. n.evb.], appena tornano in zona incontreremo i due alpini e vedremo il da farsi”. Quando i partigiani tornarono in zona, ho avuto un biglietto da Gronda, mio fratello, che mi chiedeva tabacco e altra roba e mi dava appuntamento a Iscioli. Mi recai all’appuntamento e spiegai loro quello che il Tasso voleva fare e chiedevo consigli; ricordo bene che Virgola mi disse: “ State bene attenti che non sia un trucco e che vi tirino in un’imboscata, è già successo, state molto all’erta”. E rivolto a Gronda: “curati di questa faccenda, ma se vedi che ci sono dei dubbi non andare, matureranno bene e poi si vedrà!». Tornato a casa misi al corrente il Tasso di tutto e decidemmo di avere un colloquio con i due alpini. Ci siamo incontrati nel retro bottega del Tasso e ci siamo messi d’accordo, però gli alpini, dopo averci assicurati che tutta la batteria sarebbe venuta via, ci dissero che questa loro adesione doveva figurare come un’azione fatta dai partigiani e che loro sopraffatti dovettero arrendersi. Dopo un altro incontro con il Gronda, si decise di fingere l’azione la sera e demmo agli alpini la [nostra] parola d’ordine che era [quella sera]: “Gino-Genova”. Ricordo bene che la sera del [1° ott. 44] verso le ore 19, ci siamo incontrati io, Tasso, Odofaci Giuseppe “Geppin” n. 1909, [Gueglio Achille e Finocchietti Cesare] e un altro signore di Genova di cui non ricordo il nome e che era con noi in contatto [Pecchioli Ruggero?]; avevano già prelevato un alpino che volontariamente ha voluto andare con i partigiani e un altro alpino “Roma” che però all’ultimo momento si ritirò dicendo che voleva convincere i suoi commilitoni che trovavansi alle Case Nuove e che erano parecchi. Dissi a coloro che rimanevano a casa e particolarmente al Tasso, “state all’erta, almeno fino alle ore 23 e se sentite sparare è segno che abbiamo avuto un’imboscata, quindi regolatevi in merito, ma voi Giovanni [Tasso] dato che vi conoscono bene, in questo caso allontanatevi da casa”; lui mi rispose “non pensare a noi, stai attento tu che noi ce la caveremo comunque”. Partimmo io, il [Gueglio Achille] e l’alpino [Roma] e ci incontrammo con Gronda al punto fissato, alla Madonnina di Verici. Il Gronda, che nel frattempo aveva avuto un’altra  segnalazione di un altro gruppo di alpini che volevano venire in montagna, con appuntamento dalla Chiesa di Verici, e visto che noi non avevamo notato nulla passando da lì, si insospettì e decise di andare lui con 6 uomini a vedere di che si trattava, e mandava altri 12 partigiani con me a prelevare gli altri in Francolano. Ricordo che c’erano, fra gli altri, Rango, Valencia, Bruneri, Cannella, Bertieri. Mentre il Gronda partiva per la Chiesa, io e gli altri ci incamminammo in fila indiana lungo il pendio che dalla Madonnina scende a Francolano; dopo circa 10 minuti che camminavamo e quando già eravamo in vista della casa dove erano acquartierati gli alpini, ho notato (dato che camminavo in testa e la nottata era chiara) brillare due canne di fucile, o mitra, e immediatamente mi gettai a terra e gridai agli altri di fare altrettanto. Indi scaricai contro gli alpini il caricatore della pistola,  mentre gli altri miei compagni lanciarono bombe a mano contro il nemico appostato mettendolo in fuga. E quando ritornarono con i rinforzi noi ci eravamo già dileguati.
Che cosa era successo?! Perché anziché  trovare gli alpini pronti a seguirci, ci siamo trovati di fronte ad una pattuglia appostata? I due alpini con i quali eravamo andati a colloquio si erano lasciati andare un po’ troppo nelle loro intenzioni, qualcuno capì che cosa si andava creando e quindi fece la spia (sembra sia stata una ragazza, ma non ci fu mai possibile appurarlo, essendo venuti a mancare i due protagonisti, come vedremo in seguito). Il comando alpino, tenendo all’oscuro l’intera batteria, sistemava intanto una pattuglia appena sopra la casa e rimaneva in attesa che gli alpini si muovessero per salire in montagna, ma non era a conoscenza della nostra venuta, ecco perché noi ci potemmo salvare. La stessa notte dell’imboscata, la Monterosa effettuò un grosso rastrellamento a Casarza Ligure, arrestò molta gente, fra cui il Tasso [Aquila e suo fratello minore, Minetti Egidio, appena sedicenne n.evb.] e li condusse nelle carceri di Chiavari. Ma mentre tutti gli altri, dopo un po’ di tempo vennero rilasciati, Tasso Giovanni venne invece processato e fucilato nel poligono di tiro di Chiavari il 5 ottobre 1944».

I due alpini, Francesconi Renato (n. 1925 a Crevalcore BO) e Santagostino Alessandro (n. 1924 a Casorate VA), furono arrestati e processati a Chiavari dal Tribunale di Guerra, dove, durante il dibattimento, ammisero (o gli fecero ammettere in maniera violenta) la loro connivenza con i partigiani. Condannati a morte per tentata diserzione e alto tradimento, furono fucilati nel cimitero di Casarza Ligure il 12-10-’44.
Ma nel cimitero di Casarza Ligure vennero fucilati dai nazifascisti altri tre alpini della Monterosa, incriminati degli stessi reati: Lazzaro Sergio (n. 1925 a Strà VE) il 9-9-’44; Milani Alfonso (n. 1924 a Cursolo-Orasso VB) e Moraldi Pietro (lombardo) il 20-10-’44. Dopo questi fatti la batteria alpina di Francolano venne smistata in altra zona.
A questo punto mi sembra oltremodo doveroso ricordare pure Ferrari Ernesto di Bargone, partigiano della «Coduri» che dopo essere stato arrestato dai nazi-fascisti e processato, fu condannato a morte. L’esecuzione avvenne il 24-9-’44 al poligono di tiro di Chiavari. E poi, il 30/9/44 a Castiglione Chiavarese, per diserzione, s’aggiunse pure quella dell’alpino Pezzotti Giovanni (n. 1925 a Brescia BR).

Perego Luigi
«La sera del 1° ott. 1944 mi trovavo in casa del Tasso assieme allo stesso e a Noce Antonio per ascoltare come di consueto radio Londra. In attesa della trasmissione, il Tasso ebbe a dirmi: ”questa sera succederà qualcosa do grosso”” al che io, all’oscuro di tutto, consigliai il Tasso ad allontanarsi da casa, perché tutti sapevamo che era segnalato, ma lui non ne volle sapere. Eravamo intenti all’ascolto della radio, quando sentimmo bussare fortemente al portone di casa; immediatamente ognuno di noi se ne tornò alla sua dimora (abitavamo tutti e tre nello stesso palazzo); qualcuno andò ad aprire e gli alpini, perché di loro si trattava, arrestarono tutti gli uomini, venni portato in istrada con tutti gli altri, dopo poco vidi venire dalla stradina nei ??? Mi portarono poi in casa del Minetti e cercavano Ildo “Aquila” ma non trovandolo, arrestarono il fratello di appena 15 anni, che logicamente era all’oscuro di tutto. Ci portarono tutti sotto il piazzale della chiesa e dopo una sommaria cernita, ci condussero alle carceri di Chiavari. Rimasi in quelle carceri 23 gg. Durante i quali assistetti a un’infinità di atti veramente barbari che commettevano particolarmente le brigate nere, nei confronti dei più segnalati. Pestaggi e torture di ogni tipo, prelievo quasi periodico di uomini, che i più fortunati venivano mandati nei campi di lavoro in Germania, mentre molti altri venivano portati sui luoghi dove venivano barbaramente uccisi. Poi finalmente venni rilasciato, a mio carico non risultò nulla di grave e anche per l’interessamento di un prete».

Minetti Egidio (“Tom” n. 1928)
«Confermo quanto detto dal Perego e aggiungerò solo che il Tasso era ormai certo della sorte della sorte che lo aspettava, non mangiava, fumava molto, rimase con noi 2 giorni, poi lo portarono nella cella dove andavano solo i condannati. Subì molti interrogatori, durante i quali le venivano inferte ogni sorta di sevizie, dopo 3 gg. di quel calvario, lo vidi passare ammanettato insieme al Canzio Antonio di Castiglione (5 ott. 1944), sembravano due maschere, pieni di lividi, di sangue di gonfiori di ogni genere, passando un brigatista ci disse: questi hanno finito di fare i traditori, li portiamo a fucilare !!!.

Io uscii dopo 16 giorni, venni due volte interrogato dallo Spiotta e dal Tenente Cristiani, non mi picchiarono, forse per la mia giovane età, ma appena a casa presi la strada dei monti e divenni un partigiano».

Minetti Antonio (“Gronda” n. 1920)
Da qui il testo di ricerca è di Gronda che scrive: Mi pare che questi fatti andassero descritti dettagliatamente, anche per dimostrare il valore di tutti coloro che si sono prodigati nello sfasciamento della Monte Rosa, dei pericoli a cui si esponevano, e con il sacrificio della vita, come toccò al Tasso Giovanni e al Canzio Antonio. (Nota fuori testo di Gronda: Gli alpini inviati dal Canzio in montagna erano del Rep. Sanità operante in Castiglione Chiavarese. Il Canzio ha sempre agito da solo, non si fidava di nessuno a Castiglione Ch.).
«La morte del Canzio la si deve soprattutto all’aiuto che sempre ha dato al movimento partigiano, al suo antifascismo e per l’abbattimento del fascismo stesso. Il “Tigre” con altri partigiani, in una azione a Masso fecero prigionieri n° 7 alpini, durante il ritorno si fermarono, come di consueto, in casa del Canzio in località Baresi di Castiglione Chiavarese. Venivano rifocillati, il Canzio diede le ultime notizie al Tigre, della forza e delle loro azioni delle forze delle forze nemiche (era il Canzio un ex maresciallo dei C.C.) poi il Tigre partì. Dopo qualche giorno, uno di questi alpini, fuggì, carpendo la buona fede dei partigiani e segnalò subito al comando quanto aveva visto e come il Canzio collaborasse con i partigiani. Appena scoperta la fuga, il comando partigiano, mandava ad avvertire il Canzio suggerendole di allontanarsi da casa, non volle sentire ragione e dopo poco lo prelevarono, lo incatenarono con le stesse catene con cui teneva legate le mucche e lo trascinarono a Castiglione Chiavarese. Lo fecero. Lo fecero sfilare così incatenato com’era nel paese come ammonimento dicevano, poi lo portarono a Chiavari e come il Tasso subì ogni sorta di sevizie finché lo portarono al poligono di Chiavari e lo fucilarono».

Braconi, la sua Signora e Piero, cognato di Braconi.
(Lavoro svolto da Naccari, Luciano – parente di Marzo – e Gronda).

Signora Braconi
La signora Bracconi, in quel tempo ancora signorina, abitava con il padre, la madre e il fratello, in Torza di Maissana, gestivano la rivendita di tabacchi e un negozio di commestibili. Fin dagli inizi delle formazioni partigiane collaborò con gli stessi e grande fu il suo apporto alla lotta di Liberazione; ma diamo a lei la parola:

«Sento, con molto piacere, che state raccogliendo materiale per dare a colui che scriverà la storia della Coduri e che adesso state cercando, come diceva prima Luciano, particolarmente materiale inerente lo sfaldamento della Monterosa, ebbene io posso dirvi che noi a Torza abbiamo molto lavorato in tal senso, particolarmente noi ragazze che più di altri potevamo avvicinare i giovani alpini venuti dalla Germania dove avevano detto loro che in Italia vi erano molti giovani che avevano tradito la Patria e si erano dati alla montagna e agivano come dei veri banditi, il loro compito era quello di far cessare quello sconcio e debellare una volta per tutte questa piaga, questa onta che macchiava il popolo Italiano. La parola che maggiormente dicevano era che i responsabili di questo erano i sovversivi e loro complici.
Noi ragazze che niente sapevamo di sovversivi, di partiti, di politica in genere, spiegavamo a questi giovani che non era vero niente di quanto le avevano detto in Germania, ma che anzi, coloro che erano in montagna lottavano per un’Italia nuova e libera e soprattutto lottavano perché la guerra avesse finalmente fine. Ma non pensate che fosse tutto così semplice, cioè poter parlare in questo modo con gli alpini: dovevamo prima fare amicizia con loro, vedere di come pensavano e capire se ci si poteva fidare e tutto ciò per noi inesperte, era un lavoro non indifferente. Capito poi il soggetto, visto che si poteva parlare cominciava il nostro lavoro di convincimento, di chiarificazione. Non vi nascondo che fra un appuntamento e l’altro ci scappava anche qualche innocente bacetto, ma noi pensavamo che il gioco valesse la candela.
Il lavoro fatto diede poi i frutti, che se proprio non andò in porto come noi avremmo voluto, servì a qualche cosa. Infatti diversi di questi giovani convintisi che la vera ragione stava dalla parte di coloro che erano in montagna parecchi di loro presero quella via, ma l’intendimento dei partigiani era un altro: vedere di avere colloqui con gli ufficiali comandanti il presidio di Velva, convincerli a passare in massa dalla loro parte!
Cominciammo allora ad avvicinare qualche ufficialetto e via via sempre più in alto fino a che gli altri, molto più preparati di noi e avendo un terreno già ben preparato combinarono un primo incontro proprio in casa nostra. Eravamo allora nel mese di Agosto 44 ed io venni avvertita di preparare un locale per un incontro fra i partigiani e il comando del presidio di Velva. Non vi nascondo la mia eccitazione e anche la mia soddisfazione! Preparai la saletta di casa, qualche bottiglia di buon vino, pane e un po’ di salame nostrano. Il giorno prestabilito, mentre ero in strada ad attendere le due delegazioni, vidi diversa gente del paese che scappava in preda al panico (erano coloro che nulla sapevano) e gridavano arrivano gli alpini, scappate…! Cercai di calmarli, ma non potevo dire loro quanto stava succedendo. Avevano avvistata una pattuglia di alpini, con in testa tre ufficiali, che si dirigevano su Torza. Ma ecco che dallo stradone provinciale, provenienti da Varese giungevano i partigiani, erano in 4 e precisamente: Virgola, Leone, Bocci e Gronda; non vi dico la meraviglia dei miei compaesani e degli sfollati! (allora erano molti. Le due delegazioni si incontrarono proprio di fronte a casa mia, si salutarono militarmente e si presentarono, ricordo il più alto in grado degli alpini, che poi seppi era il capitano Garofalo, rivolgendosi a Virgola disse: Finalmente ho il piacere di conoscere il famoso comandante, tutti parlano di lei e se devo dire la verità, ne parlano molto bene! Chiese poi di vedere le armi “americane” e infine si accomodarono in casa e iniziarono il colloquio. Di questo ne parleranno coloro che vi hanno preso parte. In seguito poi, visto che tutto non andò in porto come doveva, anche se altri colloqui ci furono, anche al Santuario di Velva, io e la mia famiglia, ormai scoperti, dovemmo darci alla fuga, senza per questo aver cessato mai di dare il nostro contributo alla causa comune». (evb)

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Fascicolo n.7 – Doc. n.19 – “Contatti con la Monterosa”.

Fascicolo n.7 – Doc. n.19 – “Contatti con la Monterosa”. Testim.za di Irene Giusso  “Violetta”, residente a Velva e poi a Torza ma nata il 3.8.1918 a Willenol, Inghilterra. (Doc. in fotoc., comp. da 1 f., 1 p. datt., d. presunta 1976, c.f.).

CONTATTI CON LA MONTE ROSA

Trascrizione:

Giusso Irene “Violetta” moglie di “Miro“: Contatti con la Monterosa.

Eravamo a settembre 1944 (circa la metà del mese) e mi trovavo in Torza, ove abitavo con la mia famiglia (dopo che la mia casa di Velva era stata incendiata e distrutta dagli alpini della M.Rosa), già da tempo a contatto con la Coduri e cioè da quando la Banda Virgola era appunto a Velva.
Venni incaricata di recarmi al Bracco per portare notizie alla famiglia del partigiano Bracconi e, trovandomi a transitare dal Colle di Velva, oltre il Santuario, ove era di stanza un presidio della M.Rosa, trovai una decina di militari che si recavano per servizio al Bracco.
Poiché facevano la mia stessa strada, mi accompagnai ad essi e, chiacchierando riuscii a sapere che stavano cercando di disertare, ma non sapevano ove dirigersi. Con molta cautela, temendo potesse trattarsi di un tranello, feci intendere che avrei potuto condurli in zona partigiana.
Venne quindi stabilito un appuntamento per il giorno successivo. Essi si sarebbero trovati fuori della zona minata, in località Barbea, per lasciare la M.Rosa. Un gruppo di 4 militari si presentava infatti all’appuntamento stabilito, affermando che gli altri sarebbero seguiti a breve tempo (a loro dire per non destare sospetto allontanandosi tutti insieme nella stessa direzione). Malauguratamente, ad uno dei 4 alpini, sfuggiva di mano l’arma che portava con sé, dalla quale partiva un colpo.
Il primo pensiero che mi venne alla mente fu quello di essere caduta in un agguato, e quel colpo apparentemente incauto non fosse altro che un avviso ad altri militari, appostati nelle vicinanze. Fortunatamente non fu così perché, anche i 4 fuggitivi si mostrarono allarmati e preoccupati del seguito, per la piega che poteva prendere la faccenda. Nulla avvenne al momento. Tale fatto però sviava i nostri piani perché, il colpo metteva in allarme il presidio del Santuario; pattuglie venivano sguinzagliate lungo la strada e dovetti quindi desistere dall’attendere gli altri fuggitivi che evidentemente, erano rimasti bloccati. Accompagnai quindi i 4 alpini a Disconesi ove trovavasi una formazione della Coduri comandata da Saetta. Non potei più continuare però i contatti perché, scoperta, dovetti lasciare la famiglia. Seppi poi che l’indomani del fatto di cui sopra e altre due volte successive, vennero prelevati e portati al comando del Santuario, mia madre e mio padre, minacciati di gravi rappresaglie (come se averci bruciato la casa non fosse ancora abbastanza) se non avessero dato notizie utili alla mia cattura insieme a quella dei disertori.
Dopo questo fatto, Virgola mi vietò di lasciare la formazione Partigiana e così cominciò la mia milizia attiva e definitiva nei Partigiani. 

Per una Storia della Coduri                           (F.to Giusso Irene “Violetta”)

Fascicolo n.7 – Doc. n.18 – “Il caposaldo posto al Santuario di Velva (m 540 s.l.m.) conquistato”.

Fascicolo n.7 – Doc. n.18. “Il caposaldo posto al Santuario di Velva (m 540 s.l.m.) conquistato!”. Testim.za di A. Minetti “Gronda”. (Doc. in fotoc., comp. da 4 f., 4 p. manoscr., d. presunta 1976/79, s.f.).

Il Caposaldo posto al Santuario di Velva pag. 1

Trascrizione: 

Nelle prime ore del mattino del 21 aprile 1945, il Gronda – capo di Stato Magg. della Brigata Dell’Orco, secondo gli ordini ricevuti, stava reclutando in quel di Maissana, tutti i giovani della vallata che già avevano aderito al movimento Partigiano e che già altre volte avevano preso parte ad azioni di guerriglia, doveva formare un nuovo distaccamento e tenerlo pronto per eventuali bisogni, era intento al suo lavoro quando gli veniva annunciato che il (Marchese Paradis, grande collaboratore dei partigiani) desiderava parlargli; il Comandante e il Marchese? Si incontrarono ed ebbero un lungo colloquio segreto, indi si separarono: il comand. Gronda ebbe il suo daffare quel giorno, formò il distaccamento al comando del quale fu messo v.com. —- comm. —- in tutto, il distaccamento era composto da una 20na circa di unità, alla sera tutto fu pronto, ognuno ebbe la sua arma automatica leggera, essendo questo Distacc. una unità mobile e di attacco ravvicinato, perciò nessuna arma pesante faceva parte dell’armamento (in seguito vedremo come e quanto sarebbe invece stata utile). Alla sera il Gronda inviava una staffetta a Bargone dove risiedeva il Comando di Brigata e in un biglietto, chiuso in busta, spiegava a Tigre di quanto si proponeva di fare e si seppe poi che chiedeva il Distaccamento del Duca [D. Bertolone n.1920 a Castiglione Ch.] come rinforzo e per le armi pesanti, perché nella giornata del 22 intendeva attaccare il caposaldo di Velva, sorprendere i componenti lo stesso fra artiglieria alpina ed ex superstiti della Xa Mas e fare in modo che gli stessi non potessero attuare i loro progetti ben noti. A notte inoltrata il Gronda svegliava il Distaccamento e teneva loro un discorsetto semplice ma conciso dove diceva di un’azione da svolgere molto pericolosa per tutti e lasciava perciò libertà a ognuno di decidere in merito; il Gronda confessava in seguito di essere rimasto molto impressionato nel constatare che non uno si era tirato indietro, ma che anzi erano tutti ben decisi ad affrontare assieme a lui tutti i pericoli; erano circa le ore 2 del 22 Aprile 45, quando questo manipolo di uomini si incamminava lungo i pendii che da Maissana portano a Tavarone, località questa che dista pochi km dalla rotabile provinciale che da Velva, obiettivo del Gronda, porta a Varese Ligure; alle prime case del paesino il Gronda fermava il Distaccamento e chiedeva 3 volontari che con lui dovevano entrare in paese per vedere se tutto era calmo e per avere le ultime notizie, i 4 si portarono sulla piazza, perlustrarono il paesino e vedendo che tutto era calmo, bussarono alla porta di un loro informatore il quale avuta la parola d’ordine, che per l’occasione era “Marina”, aprì la porta e diede le informazioni che si voleva; ritornati sui loro passi, riunitesi al rimanente degli uomini in postazione, si riprendeva la marcia deviando a destra e prendendo il viottolo che porta alla frazione Fascette di Velva, la strada era tortuosa e difficile per l’incuria in cui gli anni di guerra l’avevano ridotta, si continuava a salire finché non si raggiunse l’abitazione del Paradis in attesa, breve sosta e si riprende il cammino; fu proprio allora che i partigiani compresero quale fosse l’obiettivo del Gronda, ne capirono la grande importanza e da quel momento più nessuno osò parlare e dissentire; in testa marciava il Gronda seguito dal Comandante Nino e dal Comm. —– chiudeva la fila il V.com. ——- il Paradis che avrebbe raggiunto il Distaccamento per altra via, dovendosi ancora sincerare della manovre e delle intenzioni del Tenente Garuffi, comandante il caposaldo di Velva.  Giunti che furono sulle alture che dominano e spaziano tutta la vallata della Val Petronio, si fermarono, erano circa le ore 5 del mattino, questo era il punto in cui questi uomini dovevano incontrarsi con il Distaccamento del Duca proveniente da Bargone, l’ora fissata era le 5,30; la mattinata era fredda una spessa coltre di nebbia avvolgeva la zona, impossibile la visibilità, il distaccamento piazzato alla meglio con sentinella avanzata; il tempo scorreva lento e implacabile, dalla strada che dal Monte Zanone porta a Velva dalla quale doveva giungere il Distaccamento (del Duca) non si vedeva nessuno, perciò tutto il piano congegnato da Gronda andava in fumo, occorrevano armi pesanti, mortai – bazooka e mitraglie, non si poteva attaccare il caposaldo che da lontano, essendo tutto intorno molto minato, non si conosceva l’ubicazione delle mine, l’attacco doveva svolgersi nel modo seguente: mentre le armi pesanti appostate a distanza l’una dall’altra a forma di semicerchio a Nord-Ovest del Caposaldo, dovevano dare la parvenza al nemico di un forte attacco da quella parte, un gruppo armato di armi leggere doveva aggirare il caposaldo e attaccare da Sud tagliando la strada che porta a Sestri Levante, unica via di ritirata dei nemici, come si vede un piano semplice ma ben congegnato e il Gronda contava molto sul morale, molto in ribasso dei componenti quel caposaldo, era stato inviato in più il Paradis per parlamentare e per convincere dell’inutilità della resistenza, pensava infine che la simultaneità dell’attacco avrebbe dato sicuramente il suo frutto; ma purtroppo di tutto ciò non se ne poté fare nulla non essendo giunto il rinforzo; si aspettò gli eventi, verso le 8,30 un forte boato squarciò l’aria, rimbombò per la vallata e allora si sentì il Gronda pronunciare una frase di stizza: “È saltata la strada, ormai stanno ritirandosi!”. Arrivò infatti tutto trafelato il Paradis e con lui in testa il conoscitore di un passaggio non minato, dopo zig-zagare attorno al caposaldo infine lo raggiungemmo, Velva era finalmente libera!

Il distaccamento del Duca arrivò nel pomeriggio, spiegando che a lui giunse l’ordine di portarsi a Velva quando già si trovava sopra Lavagna e si deve questo ritardo al fatto che durante la serata del 21, il comando della Brigata Dell’Orco ha dovuto portarsi a Monte Domenico sopra Sestri Levante dove più ferveva la lotta. Quella mattina di Domenica 22, il nemico saputo dell’occupazione da parte partigiana del caposaldo di Velva, lo martellò per più di un’ora con i 4 cannoni della  batteria del Bracco, ma certamente fu un atto più di stizza che di effetto, infatti i colpi che giunsero nelle vicinanze furono pochi e non sortirono effetto alcuno. Immediatamente Gronda inviò una staffetta al Comando di Divisione e al Comando di Brigata per portare la notizia della liberazione di Velva e fu una notizia, come ebbe a dire il Comand. Virgola che fece molto piacere e infuse ancora più coraggio e certezza di vittoria per le battaglie finali e per la liberazione di tutto il Levante. (evb)

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Fascicolo n.7 – Doc. n.17 – “Azione Toro”.

Fascicolo n.7 – Doc. n.17 – “Azione Toro” – Doc. in fotoc., comp. da 4 f., 4 p. manoscr., s.d., s.f. – Testimonianza inclusa nel fascicolo ma senza nessuna specifica circa l’autore o gli autori.

Azione Toro pag. 1

Trascrizione.
Azione “Toro”: (Manzi Silvio 20.1.1920-15-4.1945 Casarza L./Masso).

Si era nel [mese di Aprile 1945] e giunge l’ordine dal Comando Divs. di attaccare il Bargonasco. Il concentramento avviene a Bargone (fraz. di Casarza come il Bargonasco) una parte deve prendere posizione al Gruppo Lungo, prospiciente al Bargonasco, questo gruppo deve attaccare la casa di Gardella dove si trovava il Comando della Xa  Mas. Le batterie alpine appostate a Masso (frazione di Castiglione) erano d’accordo, dopo lunghi approcci e discussioni, che non sparassero a Bargone e zona limitrofa, alla disperata, ricevendo l’ordine di sparare, che lo facessero sì, ma in una zona ben circoscritta, dove non si trovavano n/s forze; a questi componenti delle batterie di Masso viene anche chiarificato che un distaccamento di partigiani si sarebbe portato in posizione strategica per attaccare le batterie se le stesse avessero sparato in zone dove trovavansi partigiani, questo per precauzione. Viene scelto per questa azione il Comand. di Distacc. Toro perché della zona e quindi la conosceva a menadito tutta. Toro decide di andare in zona in “borghese” per dare meno nell’occhio e cerca un vestito borghese alla proprietaria del Tabacchino di Bargone, Sig.ra Roscelli che nel dare questa roba si raccomanda al Toro dicendogli: “Mi raccomando però, questa roba è dei miei figli, portamela indietro!!!”. Toro ha risposto: “Se non potrò portarvela indietro, verrete a prendervela a Masso!!!”. Toro parte con i suoi uomini e si dirige verso Masso. Si deve però dire che il Toro non dovette intervenire contro le batterie, visto che queste si sono attenute scrupolosamente agli ordini.
Nel paesello di Masso, dopo che Toro aveva piazzato gli uomini nei punti prestabiliti, si portò con altri 5 uomini e andò in casa di un n/s collaboratore, Tealdi, che diede loro le ultime notizie e fece fare uno spuntino; fuori c’era la sentinella. A un certo momento la sentinella segnala che dal versante delle batterie degli alpini, stavano venendo su della gente, 3 o 4, presumibilmente alpini, al che Toro, lascia ogni cosa e con i pochi partigiani che aveva si va a piazzare proprio dinanzi alla porta della Chiesa che domina un po’ dovunque. La notte è molto buia, non si vede a 5 mt di distanza, i partigiani sono in attesa, Toro però sa che non dovrebbe succedere niente e dà ordine di non sparare, ma di attendere un suo ordine. Tutto ad un tratto da un lato della chiesa si comincia a sparare contro di noi, Toro dà ordine di rispondere e di spostarsi; il mitragliatore spara verso il Comando degli alpini, gli altri, con armi leggere, nella direzione da dove proveniva il fuoco nemico. Toro dice: “Siamo caduti in una imboscata, stati fermi ai v/s posti, io faccio il giro della Chiesa e cerco di prenderli alle spalle. Toro, in punta di piedi e strisciando, si avvicina alla zona che si era prefissa di raggiungere e qui giunto si mette in agguato. Non sente niente, aspetta un po’ poi con estrema precauzione, si alza e scorge degli alpini appostati a poca distanza, preme il grilletto e lascia partire una raffica, il nemico risponde qualche colpo e poi si dà alla fuga, lasciando sul terreno un ferito, dopodiché non si sente più nulla. Nasce una grossa confusione fra alpini e partigiani e mentre gli alpini si danno alla fuga, i partigiani rimasti, due in tutto essendo gli altri 4 portatisi dove Toro aveva ordinato, chiamano insistentemente Toro con un nome convenzionale, ma non ricevendo risposta anche loro si ritirano dalla zona, dato che nel frattempo l’azione svolta dal grosso contro il Bargonasco era finita.
Che cosa era successo di preciso in quegli ultimi istanti della sparatoria, venne a conoscenza dei partigiani dopo la guerra, nel processo fatto a carico di un alpino presente al fatto.

Dichiarò l’alpino al processo:
“Noi eravamo al corrente di tutto quanto era intercorso fra i partigiani e il n/s comando di batteria, quindi sapevamo che a Masso non si dovevano incontrare partigiani, allora io e altri 4 commilitoni ci siamo portati in quella frazione in cerca di viveri (leggi a rubare galline e conigli) quando giunti sul piazzale della Chiesa, ci siamo accorti che si trovavano già sul posto degli uomini armati; la notte era buia, non riuscivamo a distinguere nulla e allora abbiamo sparato, ma visto il fuoco che contro di noi veniva da loro, ci siamo ritirati e appostati, in attesa degli eventi, ancora convinti di esserci sparati a vicenda fra alpini. Dopo un po’ di tempo sopra di noi si stagliò una figura di un uomo in borghese che ci chiese: “Chi va là!”. “Alpini – rispondemmo – e voi?”. “Inglesi” ci rispose! Contemporaneamente partirono due colpi! Un mio compagno rimase ferito ad una gamba, fratturata dalla pallottola partita dalla rivoltella del borghese e cominciò a lamentarsi; allora noi, presi dal panico ci siamo dati alla fuga, sentendo dalle case vicine richiami di altra gente.
Il mattino scoprimmo che il n/s commilitone ferito si trovava in casa di un abitante del posto e un partigiano (lo scoprimmo dopo perlustrando il terreno della sparatoria) con un colpo dritto al cuore, giaceva morto, proprio da dove ci aveva sparato”.
Così cadde da eroe il Comand. di Distaccamento, della Divisione Coduri, TORO! – “Brigata Dell’Orco”.

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Fascicolo n.7 – Doc. n.16: “Sechi Pietro”

Fascicolo n.7 – Doc. n.16: “Sechi Pietro”. Doc. in fotoc., comp. di 9 f., 9 p. dattil. o miste, s.d., f.to. Testimonianza scritta da Pietro Sechi “Succo”, nato l’8.2.1910 a Oschiri (SS) e inviata al Comitato per la storia della Coduri negli anni 1976/79.

Sechi Pietro pag. 1

Trascrizione delle sole parti manoscritte

Testimonianze rilasciate per iscritto da “Succo” al Comitato per la “Storia della Divisione Coduri”.

Zone operative su cui operò: Levante Ligure (Golfo del Tigullio e suo entroterra).
Distaccamento di appartenenza: distac.to “Succo”.
Periodo: dal 10/3/1944 al 25/4/1945.

2/11/944. – Rientrato nella formazione “CODURI” e destinato a statale di Né (Genova) quale comandante della Polizia S.I.P. di nuova istituzione, per la sua attività svolta nel periodo che va dal 15/1/1944 al 22/11/1944 cioè, organizzatore della S.A.P. di Sestri Levante, trascinatore e animatore dei giovani per arruolarsi nelle formazioni partigiane, fornitura di armi, munizioni, viveri e tutte le informazioni che interessavano la formazione partigiana.
                Il Comm.rio (Leone)                                                        Il Com.te (Virgola) 

Azioni partigiane a cui partecipò:
1)- In data 3.12.44 – con 5 uomini mi recai presso il comune di Sestri Levante, sfollato nei pressi di Villa Serlupi allo scopo di distruggere documenti dei nazifascisti, l’operazione riuscì e nell’occasione fu recuperato parecchio materiale necessario ai nostri reparti, macchine da scrivere, ciclostile ecc.

2)- Non ricordo la data, credo nei primi di marzo 45. – In quel periodo ci furono fucilazioni di partigiani a catena, fui informato che in S.M. Fossa Lupara vi era un tenente della famigerata X Mas, mi recai sul posto con altri 3 partigiani nel tentativo di farlo prigioniero nasceva una sparatoria indescrivibile – il tenente rimase ucciso con altra persona. Riuscimmo a sganciarci e rientrare alla formazione.- Lo scopo dell’azione fu di fare prigioniero il tenente per poi barattarlo con dei partigiani che in quel periodo erano molti nelle loro mani – che molti di essi furono fucilati.
3)- Il 25.2.45 – Per svolgere una attiva propaganda nelle file nemiche, che il “Comando della Divisione Garibaldina Coduri” a suo tempo aveva fatto affiggere dei manifesti nella città di Lavagna, Cavi di Lavagna, Sestri Levante e Riva Trigoso, avvisava la popolazione, che sarebbero stati effettuati tiri con armi pesanti vicino alle stesse città, quindi di allontanarsi.
Poiché detti tiri non potevano essere effettuati per la mancanza delle nominate armi pesanti, inviava volontariamente il partigiano Succo con 20 uomini a posare sulla spiaggia di Cavi di Lavagna diversi proiettili da 149 mm con detonatori a tempo. Anche questa azione andò a buon fine.
4)- Per quanto riguarda gli aiuti datici dalla popolazione durante la permanenza sulle montagne, bisogna riconoscere che tutto quello che potevano dare lo davano, a volte privavano anche i propri familiari per dare un piatto di qualche cosa a noi, questo si verifica soprattutto nella vallata di S. Vittoria con particolare la frazione di Montedomenico.
Ricordo molto bene che i fratelli Sivori da Casarza ci fornivano sacchi di pane, pasta e riso.- Questo perché economicamente non avevamo nulla ed eravamo alla giornata. Quante castagne fresche e secche sono state divorate? Io lo ricordo bene e penso che anche voi non lo abbiate dimenticato perché non si può dimenticare certe gravi situazioni.
5)- 8.4.45 – con 15 partigiani, in località S. Antonio di Frisolino (in casa della Matta) fummo sorpresi dal famoso rastrellamento composto da truppe di Alpini, bersaglieri, mongoli e brigate nere, appena accortomi della presenza del nemico lanciai una bomba a mano ed alcuni colpi di pistola invitando gli uomini alla lotta ed al successivo ritiro.

In quella occasione rimaneva ferito il V. Comandante del distaccamento, ed il Partigiano “Grande”, Bozzano Giuseppe, fu fatto prigioniero.
Il nome del ferito lo troverete segnato con una croce in una foto al mio fianco sinistro.
6)- Nel mese di agosto 944, assieme allo scomparso Partigiano “Matteo” – Monni Angelo – convincemmo il Sergente maggiore Arduino (che comandava un reparto della salmeria della Monterosa) a disertare assieme ai suoi dipendenti (circa 30 alpini con muli e materiale) il colpo riuscì alla perfezione e furono portati al comando della nostra divisione in Valletti.
Ed è in quella occasione che fui scoperto e processato in contumacia dallo stesso comando della divisione Monterosa, guadagnandomi la pena di morte. – Tale fu la sentenza.
7)- Ricordo ancora che il 22.12.44 inviai una pattuglia composta da Girardi Luigi “Gira” e il partigiano “Luna” per appurare movimenti della Monterosa e Tedeschi, in località Caminata di Né. In quella triste giornata trovò gloriosa morte il “Gira” mentre il “Luna” fu ferito. Gli elementi alpini vestivano divise Partigiane e solo per questo furono sopraffatti. Il Partigiano “Luna” potrà dire di più.
8)- Altra azione in S. Vittoria – non ricordo la data precisa – però penso sia negli ultimi giorni di settembre 1944.
Molti cittadini di Sestri Levante, S. Vittoria, Riva Trigoso, Montedomenico e altre frazioni si presentavano a più riprese perché erano troppe le tasse che pagavano, per questo fu organizzato il sabotaggio dell’ufficio del registro di Sestri Levante sfollato nei pressi della chiesa di S. Vittoria, nell’occasione furono distrutti tutti i registri e così i cittadini non pagarono più tasse fino a dopo la Liberazione. L’azione fu portata a termine da altri 7 partigiani in quanto nelle vicinanze esisteva un forte Comando tedesco.
9)- Non ho avuto nessuna rappresaglia in quanto feci in tempo a riparare in montagna assieme alla propria famiglia composta da mia moglie ed un bambino di appena 4 anni.
10)- Ogni qualvolta cadeva un compagno Partigiano sentivo nel mio animo che doveva essere vendicato, non pianto, non lacrime ma pallottole sparate contro il barbaro nemico con coraggio e senza alcuna pietà, dare loro la caccia ovunque si annidassero.

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Fascicolo n.7 – Doc. n.15 bis: “Alpini portati in montagna” (seguito).

Fascicolo n.7 – Doc. n.15 bis: “Alpini portati in montagna” (seguito). Doc. in fotoc., comp. da 6 f., 6 p. manosc., s.d. e s.f.  Testim.za di Giovanni Agazzoni “Moschito” nato il 6.12.1920 a Cominiago (NO), raccolta da A. Minetti “Gronda” negli anni 1976/79 e scritta sul rovescio dei fogli del Doc. n.15, (Test.za di “Rango”).

1 ALPINI PORTATI IN MONTAGNA (seguito)

Trascrizione
Azione di “Moschito” Agazzoni Giovanni
: Alpini portati in montagna (seguito)

«Era una mattina di fine settembre [’44] mi trovavo alla casa Bianca con Gronda (mi ricordo che nel momento c’era anche Virgola) quando vidi entrare un ragazzo di Montedomenico dicendo che da Balicca c’era un giovane che voleva parlare con noi poiché a Riva tre alpini volevano congiungersi con i partigiani e malgrado i dissensi di Gronda e di Virgola, scesi al punto indicato e trovai Gaggiati Domenico, che vedendomi disse come mai ero lì. Risposi che avevo portato granoturco al mulino, poi disse che lui ci si trovava per mettersi in contatto con i partigiani. Avendo intuito che il partigiano ero io e, assieme su una bicicletta, scendemmo immediatamente  a Riva passando il posto di blocco tedesco, sito sulla strada di S. Vittoria passando dalla via Don Toso Emanuele (allora chiamata via dei Chiodi), S. Bartolomeo e le Rocche, Gaggiati prese la bicicletta in spalla e siamo scesi a Riva Ponente dirigendosi verso Via Genova ed entrammo in casa del signor Bruzzone (poi assessore del Comune di Sestri Levante). In quell’appartamento vi era un gruppo di giovani, qui ho notato che il padrone di casa era molto preoccupato dalla mia presenza e chiesi subito dove erano i tre alpini, si fece avanti un giovane che si faceva chiamare Macario (era di Molassana, lavorava a Riva nella Todt). Il quale mi accompagnò all’inizio del Ponte sul Petronio, indicandomi il Bunker dove si trovavano gli alpini, dato che in quell’istante era suonato l’allarme aereo, Macario fuggì verso i rifugi e io pensai che era il momento di agire, e mi diressi verso il bunker, entrai e vidi che gli alpini non erano 3 ma 4, con la pistola in pugno dissi loro che ero un partigiano e sono venuto a prelevare i tre che volevano venire con me, essi rimasero allibiti, ci fu qualche minuto di silenzio, la situazione si faceva sempre più imbarazzante per tutti, poi uno mi disse ora non si può c’è pericolo, venga questa sera alle ore 20 alla trattoria del Carbonino (era in via E. Piaggio) siamo tutti d’accordo, mi tese la mano che la strinsi. Anche gli altri mi salutarono allo stesso modo. Uscii preoccupato temendo che mi sparassero alla schiena, ma camminando a passo lento e avendo percorso una decina di metri, mi rassicurai subito, pensai che c’era un alpino in più e un fucile in più. Arrivato all’altezza della farmacia incontrai Valentino (Specchio) faceva parte delle S.A.P. di città, gli chiesi se aveva l’A.B.C. del Partito, (poiché Meneghetta, Dellepiane Bruno medico della «Coduri», lo voleva leggere e mi disse se avessi incontrato Specchio di farmelo dare) di passare dopo tre giorni che me lo avrebbe procurato.
Io andai a casa mia, cenato, ritornai per l’ora prescritta all’appuntamento dal Carbonino, entrai e vidi una tavolata di soldati tedeschi che mangiavano, mi avvicinai al banco e chiesi alla titolare, Giulia Venzi, dov’erano gli alpini, mi rispose che erano nell’altra sala, apersi la porta e entrai, davanti a me mi si presentò un quadro che al momento era funereo, gli alpini non erano più 4 [ma] due tavolate tutti seduti in attesa di mangiare.
Chiusi la porta a chiave, mi levai il soprabito, misi la pistola e lo sten sul tavolo e chiesi il responsabile, si presentò un caporal maggiore, gli dissi: 1500 partigiani hanno circondato Riva Centro, ho tempo ¼ d’ora per trattare con voi, se entro tale termine di tempo non escono hanno ordine di attaccare; alle mie parole gli alpini allibirono, ma parte si alzarono in piedi, il caporal maggiore mi fece notare che il tempo da me richiesto era limitatissimo e che non si poteva nemmeno discutere, (a parte che il sottoscritto ha parlato così perché è stato preso dalla paura trovandosi di fronte ad un gruppo così numeroso rinfrancato dalla richiesta del caporal maggiore, chiesi se si poteva prendere due ore di tempo per le trattative, avuto conferma, dissi loro che dovevo uscire per avvertire i reparti (che praticamente non esistevano) così uscii e andai all’osteria di Magin (Castagnola Tomaso in via Libertà, e in seguito a [Riva] Ponente [all’osteria del] da Muleta ho fatto trascorrere 40 minuti in tutto dando loro la convinzione che i partigiani c’erano realmente.
Rientrato ho mangiato con loro una bella polenta con spezzatino, piatto da Natale per me, con la fame arretrata che avevo nello stomaco.
Ci siamo messi d’accordo che al sabato notte sarebbero venuti [30 settembre ’44] via tutti. Uscii per primo, i tedeschi erano andati via, e io andai a casa mia a dormire, l’indomani mattina raggiunsi Iscioli e dissi Gronda che gli Alpini del presidio di Riva venivano tutti con noi però per forza di cose dovevo portarli verso Moneglia in quanto a farli passare nella Valle del Gromolo era pericoloso dato che esistevano gli Alpini da Barattieri Alpini e tedeschi a Villa delle Pesche in Sara e i tedeschi nelle vicinanze di Villa Zarello e ho pregato che mi desse in aiuto Rango che lui era pratico dei distaccamenti nemici dal versante di Moneglia, ed era più facile far passare il reparto da quella zona che da quella su citata. Era il 30/9/44 giorno di sabato, scendo con il compagno Rango e arriviamo a Trigoso in casa mia. Ed è qui che dissi al compagno di aspettarmi a Moneglia all’imbocco della galleria che sarei arrivato con gli Alpini, e ci lasciammo coadiuvati dal gruppo S.A.P. di Riva gli Alpini lasciarono i bunker e si portarono all’imbocco della galleria, qui con il compagno Bottari Enrico partigiano King arrivammo a Moneglia con gli Alpini, purtroppo data l’ora tarda, «Rango» non c’era più, e io mi misi in testa alla colonna e King la chiudeva. Mi inerpicai sulla collina in mezzo agli uliveti, dopo una ½ ora di marcia vedo il chiaro dentro un rustico, busso la porta, sento dire chi è, partigiani rispondo, aprite, ho bisogno di parlarvi, la risposta è negativa, non apro a nessuno, io gli rispondo che se non avesse aperto gli avrei fatto saltare il casolare, allora la moglie disse al marito carogna apri e così che mi si presentò un uomo con il volto terrorizzato che tremava come una foglia, io le misi una mano sulla spalla dicendo ma siamo tutti partigiani non abbiate paura siamo mica fascisti, preso da parte chiesi l’itinerario da fare senza incappare nei distaccamenti nemici, la strada me l’insegnò giusta e io sbagliai e camminavo verso la Bottigliona, è stata una vera fortuna che incontrai la zia Rango, la quale mi mise al corrente che la Bottigliona era occupata dai tedeschi, mi mise al corrente dove poter nascondere gli Alpini, i quali li ho sistemati in due baracche e mandai a chiamare Rango il quale si presentò con un altro non ricordo se era Braccone, Lupo, oppure il fratello di Rango, a loro lasciai gli Alpini e tornai a Riva con Bottari per ritirare la stampa da Valentino, senonché incappai nel rastrellamento che i tedeschi e i fascisti avevano iniziato e mi rifugiai in un buco nel cortile di casa mia e mandai una staffetta da Virgola per avvertire che gli Alpini erano al sicuro e al mattino seguente arrivai a Iscioli che gli Alpini condotti da Rango erano appena arrivati. Bottino 27 uomini e 27 fucili dei quali 10 semiautomatici, 3 machinenghewer e 3500 colpi.

Alla conclusione dell’operazione la Signora Venzi Giula e Macario sono stati arrestati e condotti a Castiglione Chiavarese, il comando Alpino voleva sapere da loro chi era l’uomo del soprabito, cosa che nessuno dei due poteva dirlo poiché non ero conosciuto da loro, in più presero numerosi giovani che in parte portati in Germania. [La signora Gai e Macario vennero rilasciati dopo una quindicina di giorni di detenzione].  (evb)

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Fascicolo n.7 – Doc. n.15: “Alpini portati in montagna”.

Fascicolo n.7 – Doc. n.15: “Alpini portati in montagna”. Doc. in fotoc., comp. da 4 f., 4 p. manoscr., s.d. e s.f.. Testim.za di Silvio Groppo “Rango” nato il 22.12.1914 a Moneglia (GE), raccolta da A. Minetti “Gronda” negli anni 1976/79.

ALPINI PORTATI IN MONTAGNA pag. 1

Trascrizione
“Alpini portati in montagna”.

Groppo Silvio “Rango”, partigiano della “Coduri”, residente in fraz. Bracco (Moneglia) agricoltore e quindi molto pratico dei luogo dove l’operazione si svolgeva.

 «Era il giorno 16 settembre ’44, quando al distaccamento coman­dato da Gronda si ritorna a parlare dei 26 alpini di stanza a Riva Trigoso che sono decisi a venire in montagna con tutte le armi; chi ancora una volta ne parlava era Moschito, allora il Rango dice: “Mi sembra diventata una favola ormai, mi dà la sensazione che tu Moschito vuoi ritornare giù con la scusa degli alpini e che invece vuoi andare a trovare la tua giovane moglie, proprio non ci credo più”. Moschito ribatte che vada anche lui a sincerarsi e così si renderà conto. Rango accetta, ma Gronda, che ancora non aveva parlato, prese la parola e disse: ragazzi, non è uno scherzo da nulla prelevare, anche se vengono volontariamente, 26 alpini a Riva Trigoso, farle attraversare tutte le gallerie che portano a Moneglia, at­traversare il paese, salire su al Bracco (e sappiamo quanti accampamenti di alpini e Tedeschi ci sono lungo questo tragitto) at­traversare la statale del Bracco , sempre pattugliata, scendere a Fiume di Castiglione, risalire verso S. Pietro di Frascati attraversando l’altra strada battuta in continuazione dal nemico, con accantonamenti di alpini a S. Pietro – di alpini e Tedeschi in quantità a Castiglione Chiavarese, per non parlare del traffico che il Caposaldo del Santuario di Velva riversava su quella via – del forte gruppo di fascisti esistenti a Castiglione, è una azione questa che va molto meditata, ma soprattutto dobbiamo prima sincerarsi dove sono ubicati i nemici, quanti sono, tracciare accuratamente l’itinerario e dislocare lungo tutto il percorso staffette del posto pronte ad intervenire per avvertire di eventuali cambiamenti di percorso per forze maggiori. Stati calmi, penserò a tutto e poi vedremo il da farsi. Tutti ne convennero e così fu fatto. Furono fatti tutti gli accertamenti e il giorno 6 ottobre avuto ordine dal Gronda partii per incontrarmi la sera a casa di Moschito e decidere il da fare; ricordo sempre che il Gronda mi disse: stai bene attento Rango, se vedi che ci sono pericoli lascia perdere tutto, non voglio rischiare la vita di nessuno, del resto se non li prendiamo adesso li prendiamo un’altra volta.  Mi trovai con Moschito, parlammo anche con due alpini e si decise che la sera dopo, alla mezzanotte io sarei stato ad aspettarli all’uscita dell’ultima galleria, fin lì li avrebbe accompagnati Moschito. La sera dopo attesi fino all’una, e oltre; poi visto che non si vedeva nessuno raggiunsi casa mia e mi sistemai in un fienile, ormai albeggiava e di giorno era molto pericoloso camminare senza essere notati, poi al Bracco tutti sapevano che io ero andato in montagna e quindi c’era poco da fidarsi. Al mattino presto arriva mio padre e mi dice: è venuto Bracconi (Lupo – una delle staffette dislocate lungo il percorso) e mi ha detto che ti aspetta al più presto al posto che tu sai, ma stai attento, perché stamane c’è un movimento di nemici molto più fitto, non so il perché. Mi reco all’appuntamento con Lupo e mi dice: “Sono venuti gli alpini?”. Dico di no. “Meno male – risponde – questa notte hanno beccato Bozzano e il cognato di Moschito”. Mentre eravamo intenti a discutere di questo e pensavamo che alla sera con il buio saremmo tornati al Distaccamento e Moschito ci avrebbe ragguagliato del fallimento; in quel mentre arriva mio fratello più anziano e mi dice: “Possibile che ne combini sempre delle nuove?”. “Ma che c’è?” chiedo io. E lui: “Guarda che giù a valle, subito fuori del paese di Moneglia, c’è Moschito con una trentina di alpini, che ti aspetta! sono nascosti fra gli ulivi al tale posto…”. Allora dico a mio fratello: “Tu vai giù direttamente, dato che nessuno ti dice nulla, avvisi Moschito che io arrivo per altra via, e te Lupo tieni gli occhi bene aperti, se ci saranno novità ti manderò ad avvisare”. Mi porto sul luogo indicatomi, trovo Moschito con gli alpini, me li consegna e torna indietro attraverso i boschi. Ormai da Riva è stato dato l’allarme della fuga e tutta zona è in agguato. Dove mettere 26 alpini in pieno giorno e darle da mangiare? Li faccio passare in un valletto profondo e raggiungo 2 casolari miei pieni di fieno e li faccio sistemare alla meglio; eravamo sotto una batteria di alpini a non più di 200 mt, dalla zona ho fatto allontanare gli sfollati, dei miei parenti, alla chetichella per non dare nell’occhio e feci sistemare alla porta di ogni casolare una mitraglia “maschinengewehr tedesca” dicendo loro di stare calmi, non parlate e non uscite fuori, attorno ci sono una 50ina di partigiani pronti ad intervenire in caso di bisogno, la batteria sopra di noi è sotto tiro, quindi non avete ad aver paura, pensiamo noi a tutto. Di partigiani in tutta quella zona ero il solo e su in alto c’era Lupo.
Mio fratello racimolò un po’ di viveri nella frazione di S. Saturnino e ce li portò e la giornata passò senza nessun inconveniente. Alla sera verso le 21 partiamo, io ero molto pratico del posto e conoscevo i viottoli più impensati a menadito; così raggiungemmo il Lupo, ci portammo nelle vicinanze della Via Aurelia dove pensavamo fosse meno pericoloso l’attraversamento e a 4 per volta li facevo passare dalla parte opposta; ma mi accorsi che così facendo perdevamo troppo tempo, allora l’ultimo gruppo lo feci attraversare tutto insieme. Quando fummo dalla parte opposta tutti, ci contammo, mancavano 3 alpini che diedero l’allarme e infatti una grossa pattuglia giunse sul posto e si mise a sparare nella direzione da dove proveniva il rumore, ma andò bene, nessuno rimase ferito. Dovevamo fare presto, scendere al Fiume dove un’altra staffetta attendeva (Scanavino di Campegli, in seguito caduto) lo raggiungemmo ma ci disse che lo Zeffiro (n/s collaboratore al corrente di tutto) era venuto ad avvisarlo che a S. Pietro di Frascati e Castiglione [i nazi-fascisti] erano in allarme, perciò di cercare un altro passaggio per attraversare la rotabile Sestri Levante – Varese Ligure. Non c’era più tempo da perdere, ormai avevamo perso troppo tempo, imbracciammo le armi e tentammo di passare fra Castiglione e S. Pietro; ci andò ancora una volta bene e così all’alba raggiungemmo il Distaccamento. In località Lenzano di Monte Pu trovammo l’ultima staffetta scaglionata lungo il percorso.
Tutti questi alpini [che da 26 qual erano partiti rimasero in 23 perché 3, come abbiamo visto, si dileguarono lungo il percorso mettendo a rischio anche la vita dei loro commilitoni] dopo essersi riposati, chiesero il n/s lasciapassare e si avviarono verso le loro case. Lasciarono tutto l’armamento e le scarpe buone di cui avevamo molto bisogno.
Quella volta, dopo tanta apprensione per l’attesa, facemmo festa, il Distaccamento aveva in dotazione 2 mitraglie pesanti e per noi, allora, era cosa molto, molto importante».   (evb)

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