Fasc. 31 – Doc. 2: Amministrazione della Giustizia e della Disciplina nelle formazioni partigiane

Fasc. 31 – Doc. 2: Amministrazione Giustizia e Disciplina nelle formazioni partigiane:

Parlare di “Disciplina” e di “Giustizia” nelle formazioni partigiane è un compito che all’inizio può sembrare arduo, visti gli enormi spazi all’aperto su cui esse agivano e si muovevano. Sempre in movimento, continuamente cambiando dislocazione, sempre vigilando di non lasciare tracce della loro presenza o del loro passaggio. Ma certamente, per “compattare” un gruppo così disomogeneo, composto da operai, marinai provenienti dal piccolo e medio cabotaggio, pescatori di professione, professionisti (medici, avvocati, ecc.), studenti di vario ordine e grado, e  altri giovani e meno giovani provenienti dai vari corpi militari del Regno che avevano lasciato i loro reparti perché abbandonati al proprio destino, senza ordini, stanchi e sfiduciati dal regime, non dev’essere stato tanto un compito facile da affrontare.

A un certo punto, però, ai “capi” apparve indispensabile creare un insieme di norme a cui tutti dovevano singolarmente e collegialmente attenersi e obbedire. Intanto questo era un compito da assolvere principalmente dagli “intellettuali” aggregati alle formazioni. E i molti studenti e laureati presenti non mancarono di assolverlo con impegno e dedizione. Ma per arrivare a ciò non vennero pensati e redatti “codici” ma fu intrapresa la via dell’autodisciplina e dei buoni esempi dati dai capi nel più assoluto rigore morale. Perciò nelle riunioni serali, quando la nostalgia del focolare domestico si faceva più acuta e rischiava di trasformarsi in accorata malinconia, s’iniziò a parlare non solo di “azioni militari”, ma s’incominciò a ragionare “politicamente” sul regime e sulla sua natura antidemocratica e servile, dove molte norme contenute nei vari codici in uso erano repressione allo stato puro. Quando, invece, per distinguersi e cambiare le cose, occorrevano norme e modi che sapessero educare e preparare alla nuova società futura, più libera e vicina all’”uomo”, dove ogni singolo attore doveva apportare il suo personale contributo per renderla veramente più attuabile ed efficace.

Ma per coglierne meglio il valore intrinseco e la natura più genuina di questa concezione, credo sia più giovevole scorrere quanto, chi questa esperienza l’ha vissuta direttamente, ci ha tramandato nei suoi scritti:

di G.B. Lazagna (“Carlo”)*

Alla sera, dopo la seconda razione di castagne secche, ci riunivamo nella stanza più grande […]. Stabilivamo in discussione il turno di guardia per la notte e per la pattuglia dell’indomani. Poi Bini ci leggeva […] un riassunto delle notizie di radio Londra, che egli andava a prendere in una cascina a mezz’ora di strada verso la valle […]. Poi discutevamo dei nostri problemi, della vita politica internazionale, della giustizia, dell’onestà che avremmo portato nella vita sociale quando avessimo liberato le nostre città.

Eravamo abbastanza ignoranti di politica: alcuni si dicevano liberali, altri comunisti. Oltre agli inglesi che stavano un po’ per conto loro, ed agli ex-detenuti politici tutti comunisti, eravamo tutti giovani sui vent’anni: cinque studenti, sette od otto contadini e gli altri venti tutti giovani operai delle fabbriche di Genova. Ma la vita in comune, lo stesso desiderio di lotta, le fatiche, i pericoli vissuti insieme cementarono una unione ed una compattezza tra noi che ci permise di affrontare le situazioni e le prove sempre più difficili senza urti, e ci consentirono di inquadrare e di educare in seguito con quello stesso spirito, che non si può dire altro che partigiano, le migliaia di giovani che vennero gradualmente ad ingrossare le nostre file. In questi scambi di idee delle riunioni serali si stabilì poco a poco una specie di regolamento morale che non fu mai scritto, ma che per il suo rigore e per la lealtà e l’ardore con cui ognuno di noi lo osservava, formò una tradizione talmente democratica e così profondamente insita nei nostri animi, che fece dei partigiani qualcosa di completamente nuovo socialmente e ci dette una forza che non si esaurisce nelle funzioni militari della guerra, ma che sarà trasportata in tutta la vita politica sociale della nazione. Malgrado le divergenze che potevamo manifestare nelle nostre discussioni politiche, mettevamo al di sopra di tutto quella visione concreta dei problemi che avevamo da risolvere senza altra guida che la nostra, ed il nostro sentimento di giustizia e di onestà […].

Bisogna perciò ricercare nella vita di questo periodo, che fu una scuola di libertà e di ordine, di disciplina e di giustizia, le cause del nostro successo militare e politico, dell’avvenire degli uomini educati e dei metodi escogitati in quel regime di vita esemplare.

Eleggevamo i nostri capi che erano due a pari grado. Il comandante aveva la direzione delle questioni militari: guardia, addestramento al combattimento, maneggio e manutenzione delle armi, direzione dei colpi di mano, piani di attacco e di difesa.

Il commissario politico sorvegliava i rifornimenti, amministrava i denari, spiegava il senso della guerra di liberazione, si occupava dei rapporti con la popolazione, ed era responsabile della disciplina della formazione.

Il potere dei comandanti e commissari era però sempre, salvo casi di emergenza, sottoposto all’approvazione di tutta la formazione che alcune volte arrivò fino a destituire alcuni comandanti e commissari che non si erano dimostrati all’altezza dei loro compiti […].

Dai nostri comandanti, oltre al senso di responsabilità, al coraggio, e alla capacità, esigevamo per tradizione tacita che fossero i primi nel pericolo e nelle fatiche, gli ultimi nei vantaggi. Abitualmente i comandanti erano gli ultimi a servirsi nelle distribuzioni di viveri e di indumenti; se il loro compito non lo impediva, facevano i servizi come gli altri. Per esempio montavano di guardia al casone ma non di pattuglia perché ciò avrebbe importato un allontanamento dal grosso degli uomini, incompatibile con la funzione di comandante. Il comandare partigiani fu sempre un grande onore ed un grande onere, come lo dimostra l’alta percentuale di comandanti partigiani caduti in combattimento.

Quando nella giornata vi erano stati tra noi piccoli litigi, era abitudine chiederne conto ai compagni partigiani nella riunione serale. Così, dopo una spiegazione sincera dell’incidente, in cui tutti giudicavamo chi avesse ragione e chi torto, non era possibile covare rancori o antipatie che a lungo andare avrebbero potuto nuocere alla nostra compattezza ed alla nostra fratellanza. Nella riunione serale si domandava conto ai comandanti di qualche ordine dato durante la giornata che potesse sembrare arbitrario o sbagliato.

La necessità della nostra vita nascosta e randagia ci obbligava a molte altre precauzioni. Ci chiamavamo tra noi con pseudonimi, per evitare che i fascisti, sapendo i nostri nomi, potessero attuare le terribili rappresaglie che solevano fare contro le famiglie dei partigiani: imprigionamenti ed uccisioni di padri, madri, fratelli, e confische di beni. Chiamavamo con nomi convenzionali i paesi, i monti dove andavamo o abitavamo. Così Forca fu lo pseudonimo del Monte Aiona, dove avevamo costruito una capanna per rifugiarci; Mare fu il nome di Temossi, dove avevamo un recapito per le comunicazioni con la città. Intorno al casone badavamo molto alla pulizia, a non lasciare nessun oggetto che potesse indicare la nostra permanenza se dovevamo improvvisamente spostarci.

Se per ragioni di servizio dovevamo allontanarci dalla cascina dove abitavamo non dovevamo andare nei paesi, fermarci coi contadini o con ragazze, per non far scoprire la nostra presenza e la nostra dimora.

Se i contadini che dovevamo vedere per comperare i viveri ci offrivano qualcosa da mangiare, lo rifiutavamo pensando ai compagni che avevano fame, oppure lo portavamo al casone per dividerlo fra tutti. Questo per evitare che chi andava a far la spesa fosse un privilegiato, ed anche perché non nascesse un bisogno troppo frequente di andare nei paesi a far compere.

Una domenica il nostro commissario arrivò dal paese vicino, dove era stato per servizio, con un piatto di ravioli che gli era stato regalato, e tutti ne mangiammo una forchettata. Una volta sì distribuì mezza sigaretta a testa, offerta da uno di noi, che le aveva ricevute dalla famiglia. Non bestemmiavamo per non offendere i nostri compagni religiosi. La pulizia del casone, le corvées per prendere l’acqua o la legna, erano sempre fatte da volontari.

Spesso qualcuno faceva volontariamente il doppio turno di guardia notturna per alleviare un compagno che era stanco.

Questo regime di vita, che solo chi lo ha vissuto o visto da vicino (come i paesani di Cichero) può comprendere, fu il segreto del nostro successo. Ed a elevare in tal modo il nostro livello di vita contribuì specialmente Bini, oltre al Bisagno, Lucio e Marzo. Bini era sempre vigile, come il maestro in una classe di scolari irrequieti. Notava il pezzo di carta abbandonato intorno al casone e il grattarsi scomposto di qualcuno che aveva preso i pidocchi. E a tutto voleva che fosse rimediato, con la pulizia del casone o con la bollitura degli indumenti dell’individuo sospetto.

Sorvegliava le razioni in modo che ognuno avesse la sua parte esatta e qualche volta interveniva in cucina per migliorare la cottura dei cibi, diceva lui, ma i «risotti alla Bini» resteranno sempre nella nostra memoria come qualcosa di digeribile solo al disopra dei mille metri e dopo parecchie settimane di regime di dieta.

Ma quello che Bini curava soprattutto era il morale del distaccamento. Non vi dovevano essere litigi che incrinassero il fronte di resistenza al nemico.

E Bini voleva che fossimo sempre informati di quanto accadeva nel mondo civile. Per questo ogni sera ci informava delle notizie di radio Londra e collezionava in un suo tascapane giornali ed opuscoli clandestini che riusciva a far venire dalla città e che ognuno di noi poteva leggere nei momenti di riposo.

Quando si dovevano prendere provvedimenti di ordine interno dal distaccamento, eravamo spesso propensi a lasciarne la decisione ai comandanti in cui avevamo ormai piena fiducia. Ma Bini voleva che ogni decisione fosse presa da tutti. «Ognuno di noi deve saper dirigere il distaccamento», diceva.

E poi alla fine della riunione serale, per fare un po’ di allegria, attaccava canzoni militari con quella sua voce tanto stonata che ha fatto turare le orecchie a migliaia di partigiani fino alla fine della guerra […].

Accanto a Bini, Bisagno dà ai partigiani la sua impronta di comando militare. Sempre infaticabile camminatore, pronto a tutti i sacrifici, non un teorico, ma pieno di buon senso e avaro di parole. Studia la possibilità di difesa e di ritirata; prepara i piani di attacco, insegna ad usare le armi. Sempre di buon umore, ma serio e riflessivo. Quando si spara allora diventa un leone ed ha in pugno tutta la situazione con ordini calmi e sensati.

Poi alla sera, intorno al fuoco del distaccamento, mescola la sua voce ai cori con un tono nostalgico e vigoroso.

* G. B. Lazagna (Carlo) – “Ponte Rotto”, pp. 31÷35, ed. Colibrì, Paderno Dugnano (MI), 2005.


       Altro esempio degno di nota mi pare il seguente:

       di Antonio Testa: ”Disciplina e Giustizia” (**).

   Un insieme di norme di comportamento è essenziale, come si può facilmente intendere, ad ogni struttura sociale. Il “gruppo”, anzi, acquista la propria particolare identità di aggregazione di individui proprio quando essi si riconoscono soggetti ad una certa normativa.

Il problema della disciplina e della giustizia è oltremodo delicato in tutti i movimenti di ribellione ad un regime esistente, proprio perché i “ribelli” si pongono in una situazione di rottura nei riguardi della legalità e della “disciplina” proposta dal sistema che vogliono abbattere.

D’altronde, un movimento come quello partigiano, se vuole vivere ed operare proficuamente, deve evitare di essere vanificato da forze centrifughe, spinte individualistiche ed anarcoidi; deve darsi rapidamente una nuova disciplina, cioè un insieme di norme da tutti riconosciute ed accettate. Deve esistere insomma nel gruppo la consapevolezza della obbligatorietà di certi principi.

Di ciò si resero ben conto coloro che formarono i primi gruppi della “Cichero”, i quali elaborarono, fin dall’inizio, una precisa disciplina.

Questa non poté certo essere fissata in codici, ma fu altrettanto chiara, indiscutibile e rigorosa perché derivava direttamente e spontaneamente dai motivi ideali della lotta partigiana.

Queste regole di autodisciplina e questo rigore morale permeavano il comportamento dei partigiani, non solo per quanto concerne l’azione militare, ma anche la vita di relazione all’interno delle formazioni e nei rapporti con i civili.

Il comando della Jori fu sempre molto attento affinché tale “codice” non scritto non venisse disatteso e si adoperò, in ogni maniera, perché fosse assimilato dai partigiani a tutti i livelli.

Il processo di educazione ai nuovi valori, del resto, faceva parte di quel programma di preparazione alla società futura che dalla Resistenza avrebbe dovuto nascere.

Alla sera, quando gli uomini si radunavano attorno al fuoco, i temi ed i motivi di questa disciplina venivano dibattuti e commentati. Si parlava della necessità di mostrare un comportamento retto alle popolazioni civili rispettando la libertà personale e i beni; di fraternizzare con i civili ricambiandone i sentimenti di solidarietà e di amicizia senza compromettere le esigenze militari di sicurezza; di evitare rapporti sentimentali con le ragazze per dar prova di quell’esclusivo impegno patriottico che il momento richiedeva e per non mettere a repentaglio, anche in tal modo, la sicurezza dei reparti, creando pericolosi canali di notizie.

Ovviamente, come si è detto, nei dibattiti serali ricorrevano anche i temi politici di fondo che stavano alla base della lotta antifascista e che non toccavano solo gli aspetti più aberranti e immediatamente percepibili del regime, ma anche i suoi errori culturali nei vari risvolti morali, individuali e sociali.

Per dare testimonianza di questa presa di coscienza, i partigiani dovevano, fin d’allora, rappresentare all’esterno, nell’opinione pubblica, il nuovo model­lo di vita, improntato all’eguaglianza ed alla solidarietà, che si apprestavano a proporre al paese.

Quindi, nessuna diversificazione o privilegio nell’ambito del distaccamen­to, frugalità nei pasti, sistemazione spartana per tutti nel dormire per terra o sulla paglia delle cascine e delle stalle messe a disposizione dai contadini.

Divieto di consumare individualmente i pasti a volte offerti dai civili se non nei casi di evidente necessità oppure a seguito di apposito permesso dei comandanti.

I canoni di questo comportamento erano trasmessi, come si è detto, in­nanzi tutto con l’esempio dei capi; essi venivano normalmente e naturalmen­te osservati da tutti; il venirne meno era motivo di discussione e di dibattito e, a volte, ai più recidivi, costava qualche ora di “palo”.

Ciò comportava stare legato ad un albero, in posizione piuttosto scomoda, con i polsi dietro la schiena. In questo genere di punizione, oltre alla costri­zione fisica, pesava la mortificazione di rimanere esposto agli sguardi di tutti, specie quando si era nei centri abitati.

Difficilmente sfuggiva al “palo” chi non adempiva con dovuta diligenza ai turni di guardia, ai servizi di pattuglia, o chi, con il proprio comportamento, recava danno o era motivo di pericolo per i compagni.

Le punizioni per colpe più gravi o per veri e propri reati venivano deman­date ai comandi superiori, i quali procedevano adeguandosi alle norme della giustizia penale ordinaria, tenendo conto dell’aggravante data dall’essere in istato di guerra.

Nei primordi, i giudizi e le relative procedure erano, a causa della situazio­ne contingente, piuttosto sommari e venivano formulati da organi formati per l’occasione. Dopo la costituzione della VI Zona Operativa e del S.I.P., si crearono veri e propri tribunali che amministravano la giustizia sia nei con­fronti dei partigiani sia verso i terzi, civili e militari e furono meglio precisate attribuzioni, norme e pene valide per tutte le formazioni dipendenti.

I partigiani venivano giudicati da tribunali di Brigata; i capi, i civili ed i prigionieri catturati, dal tribunale di Zona, di cui facevano parte i massimi responsabili politici e militari.

Riportiamo qui di seguito due circolari, inviate dal Comando della Brigata Jori ai vari distaccamenti dipendenti, che stanno a dimostrare l’impegno e la serietà con cui si cercava, pur nella precarietà della situazione, di trattare il delicato problema dell’amministrazione della giustizia. Le circolari sono ri­portate nella stesura originale.

1a Circolare

“REGOLAMENTO DI DISCIPLINA PARTIGIANA”

Ai Commissari e Comandanti di distaccamento.

1 ) Disubbidienza ai Comandanti, Vicecomandanti, Commissari in perio­do normale, viene punita, nei casi lievi dai Comandanti e dai Commissari in genere.

Nei casi gravi la punizione viene inflitta dal Comando.

  • La disubbidienza ai comandi in combattimento: fucilazione diretta o a mezzo del tribunale di brigata.
  • Furto, ricatto a giudizio del tribunale. Furto a mano armata, violenza carnale: fucilazione diretta o a mezzo del tribunale di brigata.
  • Perdita delle armi e materiale in consegna a giudizio del tribunale di brigata.
  • Leggerezza nei segreti militari e nelle cose inerenti alle formazioni: giu­dizio del tribunale di brigata. In casi gravi di spionaggio inconscio e spionag­gio: fucilazione a giudizio del tribunale di brigata.
  • Rissa fra compagni: a giudizio dei Comandanti e Commissari di distac­camento i quali hanno possibilità di espulsione dalla brigata. La rissa con scorrimento di sangue: a giudizio del tribunale di brigata.
  • Appropriazione indebita in prelevamenti ordinati dal Comando e nelle azioni: a giudizio del tribunale di brigata.
  • Disgregazione, sobillazione, sabotaggi ai valori morali e materiali del­la brigata; a giudizio del tribunale di brigata.
  • Puntare le armi per gioco sui compagni, sarà punito dai Comandanti e Commissari in genere. Esplosione d’armi da fuoco contro i compagni: a giudizio del tribunale di brigata.
  • Ubriachezza, ineducazione, nei riguardi dei civili e dei compagni: a giu­dizio dei Comandanti e dei Commissari di distaccamento. In caso recidivo: a giudizio del tribunale di brigata.
  • Furto tra compagni: giudizio del Comando.

PENE DI COMPETENZA DEI COMANDANTI E COMMISSARI DI DISTACCAMENTO

  • Palo: da due a otto ore.
  • Espulsione dalla brigata con perdita dei diritti partigiani.

PENE EROGATE DAL COMANDO DI BRIGATA

  • Espulsione dalla Brigata con perdita dei diritti partigiani.

PENE DEL TRIBUNALE DI BRIGATA

  • Campo di concentramento.
  • Condanna prigionia da scontarsi dopo la guerra; nel frattempo trattenuto nel campo di concentramento.

IL COMMISSARIO        ILCAPOS.M.     IL COMANDANTE


2a circolare

            3a BRIGATA JORI COMANDO

Circolare n. 33-

Oggetto: Costituzione del tribunale di brigata.

Il tribunale di brigata, come da circolare del comando VI Zona Operativa, ha il compito di giudicare quei partigiani componenti la brigata che hanno mancato in modo grave.

Esso è costituito dal Comandante e dal Commissario di brigata e da  un  rappresentante di tutti i distaccamenti.

Il giudizio è a voti e vale tanto il voto del Comandante e del Commissario, quanto quello del semplice partigiano.

Il partigiano accusato è libero di scegliersi un difensore tra i partigiani del­la brigata, senza distinzione di grado.

Si pregano tutti i Comandanti di distaccamento di designare il rispettivo componente del tribunale e di comunicare quindi il nome di battaglia a que­sto comando.

Tale designazione deve essere molto meditata: scegliere un partigiano di provata serietà e coscienza, possibilmente non troppo giovane, preparato quin­di al grave compito cui egli è destinato.

Inoltre, si tenga presente che dal voto dipende, in gran parte quella legge di giustizia inflessibile per la quale stiamo combattendo.

  1. IL COMANDANTE  IL CAPO S.M.          IL COMMISSARIO

       (FONTANA)                           (LEONZIO PAOLO)


Occorre rilevare che i giudizi emessi dai tribunali partigiani ai vari livelli, erano, in genere, molto severi.

Le condanne venivano eseguite presso il distaccamento “prigionieri” nel quale venivano custoditi promiscuamente civili, partigiani, prigionieri milita­ri, fascisti e tedeschi.

Questo distaccamento, di cui si parla anche in altra parte, fu affidato dap­prima a Reggio, poi, fino al dicembre 1944, a Walter, successivamente a Leo e al Commissario Due. Esso seguiva le vicissitudini dei reparti combattenti e si spostava spesso in occasione dei rastrellamenti a vasto raggio, per sfuggire alle puntate nemiche.

Sentenze molto dure furono emesse a carico di tedeschi e di fascisti mac­chiatisi di nefandezze e di reati gravi nei confronti della popolazione civile, ma non meno severe furono, come si è detto, quelle a carico di partigiani ri­conosciuti colpevoli di reati.

Ne riferiamo alcune.

  • Capo del primo gruppo costituitosi sull’Antola, incorse in un tragico errore che gli costò la destituzione e la espulsione dalla zona partigia­na.

Il C.M.R.L. aveva inviato sull’Antola un ufficiale superiore dell’esercito con il compito di studiare le possibilità di approntare un campo idoneo a ri­cevere materiale aviolanciato dagli alleati.

L’ufficiale però, con le sue domande circospette rivolte ai civili sulla dislo­cazione e sulla consistenza dei gruppi partigiani, suscitò sospetti ed anzi ag­gravò ulteriormente la propria posizione mettendo in atto un tentativo di fuga dal locale dove era stato relegato, in attesa delle informazioni sul suo conto.

Edoardo ne ordinò la fucilazione.

Si trattò di un tragico errore, ma, in sede di giudizio, a carico di Edoardo emersero anche altri elementi che furono determinanti per la decisione a suo carico.

  • Ex comandante di distaccamento, fu espulso dalle formazioni e condannato a dodici anni di carcere per essersi appropriato di qualche ogget­to in pelle, tra quelli depositati in zona partigiana da un commerciante geno­vese. Per la stessa appropriazione, assieme a lui, furono condannati: Pirata (15 anni); Mario (12 anni); Boby (8 anni).
  • Leone, Danese e Pippo. Furono imputati di estorsione e furto. I primi due furono condannati alla pena capitale, il terzo, in considerazione della giovane età, fu condannato a cinque anni di carcere, da scontarsi a guerra fi­nita.
  • Altri due partigiani, sorpresi durante il rastrellamento di agosto con al­cuni oggetti preziosi rubati a civili di Bogli e Artana furono consegnati al Co­mando di Divisione a Casa del Romano. Giudicati colpevoli, furono fucilati immediatamente.
  • Guerra, commissario di un distaccamento, non avendo di che sfamare i propri uomini durante il rastrellamento di agosto, si fece consegnare con la forza un vitello dai contadini di Bogli.

Fu destituito dal Comando e condannato a venti anni di carcere, da scon­tarsi a guerra finita.

  • Comandante del distaccamento prigionieri, fu accusato di mal­trattamenti nei confronti di coloro che gli venivano affidati in custodia.

Espulso dalla formazione, rientrò a Genova, ma fu preso dai tedeschi.

Minacciato di morte, nella speranza di salvarsi, decise di accettare di guida­re una colonna di uomini attraverso sentieri sicuri per sorprendere e cattura­re la Missione Alleata ed il Comando Zona di stanza a Carrega Ligure.

Senonché, la colonna fu respinta dal distaccamento Guerra, che presidiava il paese, per cui i tedeschi, che avevano riportato numerose perdite, gli attri­buirono la responsabilità dello smacco subito e lo uccisero.

  • In proposito leggiamo sul “Partigiano” del 21 aprile 1945:

“Il tribunale di Zona ha giudicato il partigiano Dino (ex vice comandante della Div. Cichero) e lo ha riconosciuto colpevole di appropriazione indebita continuata e qualificata. Lo condanna a morte. Sentenza eseguita. Questo Comando, dolente che un provvedimento cosi grave si sia reso necessario con­tro un partigiano, confida che la inesorabilità della nostra giustizia possa ser­virà da monito contro quei partigiani i qua li non fossero fermamente con­vinti che l’onestà è il primo dovere di chi ha l’onore di appartenere alle nostre formazioni. “

**Antonio Testa – “Partigiani in Valtrebbia. La Brigata Jori”, pp. 45÷50, ed. AGA, Genova 1980.


Ma scorrendo le varie bibliografie riguardanti la materia, o visitando i tanti siti web esistenti in rete, le grandi unità partigiane (tipo la VI o la IV Zona, per limitarci alla sola nostra zona: Genovesato e zona confinante dello Spezzino), non ebbero solo il compito di “amministrare la Giustizia e imporre Disciplina” nei loro reparti combattenti, ma con l’ausilio del SIP (Servizio Informazione Polizia) dovettero molte volte intervenire anche all’esterno delle loro unità operative. Solo per portare qualche esempio:

      di Antonio Testa:***  “S.I.P., SERVIZIO INFORMAZIONE POLIZIA”

Il rastrellamento di agosto aveva messo in evidenza numerose carenze di ordine strutturale, quali, ad esempio, quella dei collegamenti, quella del munizionamento dei reparti e della insufficienza di armi a lunga gittata: tutti problemi invero di difficile soluzione immediata.

Ce n’era uno, però, che poteva essere risolto col solo ausilio dell’impegno e della buona volontà: quello della lotta agli informatori ed alle spie fasciste che si inserivano con eccessiva facilità nello schieramento partigiano.

Abbiamo accennato, nel corso della narrazione, come “Aldo”, la S.S. appartenente alla “Casa dello Studente” di Genova, fosse riuscito ad infiltrarsi in zona partigiana attraverso una banda irregolare.

Ma un altro grave episodio si verificò nello stesso periodo, segno inequivo­cabile dell’azione di spionaggio ad ampio raggio che i fascisti stavano attuan­do. Fu la cattura sull’Antola della spia Alcide Ravenna, il quale confessò di essere stato prosciolto, dalla magistratura repubblichina, da un reato di ra­pina, dietro sua promessa di introdursi fra i partigiani di montagna per ucci­dere Bisagno e il suo commissario Marzo.

Non fu difficile far vuotare il sacco al Ravenna, il quale denunciò anche l’in­filtrazione di altre due spie e fece il nome di alcuni informatori tra la popola­zione civile, di cui i fascisti abitualmente si servivano.

Pescati i due spioni ed individuati i civili delatori, si ebbe la certezza della trama su vasta scala che i nemici andavano predisponendo, intesa da ottene­re notizie più precise sulla consistenza numerica delle formazioni e sull’ubica­zione dei vari reparti.

Apparve quindi estremamente urgente superare l’apparato informativo esistente, affidato alla estemporaneità dei simpatizzanti dei vari paesi, i quali facevano solo uso della buona volontà e della conoscenza dell’ambiente, per tenere d’occhio eventuali fatti significativi degni di nota.

Ciò evidentemente non poteva più bastare, anche perché, troppo nume­roso era il movimento quotidiano della gente sfollata, di borsari neri e dei renitenti in cerca di un rifugio sicuro o di un collegamento con i partigiani.

Il gioco dei nemici diventava più sottile e bisognava farvi fronte con una struttura apposita, ben addestrata, organizzata e articolata capillarmente, che svolgesse un lavoro sistematico e continuo per salvaguardare i reparti militari, mettendoli tempestivamente in allarme al primo sentore di pericolo.

Per questi motivi, una delle prime iniziative della riorganizzazione, dopo il rastrellamento di agosto, fu la creazione del S.I.P. (Servizio Informazioni Po­lizia).

Ne fu dato incarico ad Attilio (Attilio Pizzorno), uomo dinamico e valido organizzatore, il quale, nel corso di poche settimane, riuscì a mettere a pun­to una struttura a rete abbastanza ampia ed efficiente.

Ne fu data notizia sul “Partigiano” del 16 ottobre 1944, con uno stringato comunicato di stile alquanto burocratico:

“E’ stato istituito un corpo Speciale denominato Servizio Informazioni di Polizia, al comando del compagno Attilio, con i seguenti compiti: Operazio­ni di polizia contro i fascisti, falsi partigiani; requisizioni e perquisizioni, sor­veglianza di partigiani che si trovino per qualche motivo fuori reparto.

Rimane stabilito:

  1. nessun distaccamento potrà procedere a sequestri di persone o requisizioni senza il benestare del S.I.P., salvo casi eccezionali e urgenti per i quali il Co­mandante e il Commissario politico di ogni reparto assumeranno responsabi­lità personale.
  2. il S.I.P. dipende direttamente dal Comando Zona, quindi tutti i partigiani dovranno aderire alla richiesta dei rappresentanti di detto Corpo, sia per quan­to riguarda le questioni delle persone, sia per le merci recuperate o requisite che dovranno essere messe a disposizione di questo comando.

c) nessun prigioniero potrà essere rilasciato senza il consenso del S.I.P.”

Anche la Jori ebbe il suo reparto S.I.P. a capo del quale fu posto Manuel (Emanuele Bracco), che ebbe come collaboratori diretti Eugenio (Del Cin­que), Pomello (Giovanni Proglio) e Pedro (Aldo Frattini). Il S.I.P. mise in piedi nella vallata una rete di informatori distribuita in tut­ti i paesi occupati dai partigiani e, in qualche caso, anche al di fuori della zo­na. Questi erano scelti con cura fra gli elementi più fidati delle S.A.P. e, periodicamente, dovevano inviare un rapporto informativo di carattere genera­le, nonché relazioni su particolari avvenimenti locali o persone in qualche modo “interessanti”.

Particolare cura veniva dedicata al controllo sia degli elementi locali sospet­ti o simpatizzanti dei fascisti, sia dei componenti delle famiglie sfollate, i qua­li, muovendosi quasi giornalmente tra Genova e i paesi della vallata, potevano facilmente fungere da informatori dei nemici.

Nonostante fossero venuti a conoscenza della nuova struttura di preven­zione, i fascisti non desistettero dai tentativi di infiltrare qualche loro elemen­to nei reparti partigiani; in questa attività mandavano spesso allo sbaraglio gente pregiudicata penalmente, disposta a rischiare la vita pur di uscire dalla galera, oppure giovani sconsiderati che, per leggerezza o per spirito di avven­turaci cimentavano nell’impresa.

A volte questi elementi arrivavano in montagna nella maniera più sprovve­duta, muniti di falsi lasciapassare rilasciati dai più impensati C.L.N.

Alcune spie vennero individuate attraverso la carta d’identità, su cui era stata segnata in un angolo una piccola “beta” di riconoscimento.

Non molti però riuscirono nell’intento, o perché, come si è detto, venivano subito individuati dal fiuto dei partigiani, ormai smaliziati, o perché si servi­vano, come tramite per trasmettere le informazioni, di elementi locali, in ge­nere donne o gestori di pubblici locali, già tenuti d’occhio con attenzione dai responsabili del S.I.P.

Mal gli incolse, ad esempio, a chi cercò di usare la titolare di un esercizio di Torriglia, o la figlia di un noto professionista dello stesso paese, o una bion­da fanciulla sfollata a Fontanigorda e attentamente sorvegliata.

Altrettanto preziose furono anche le informazioni che pervenivano dall’e­sterno della “Repubblica di Torriglia” dove gli uomini del S.I.P. svolgevano in permanenza un accurato lavoro di raccolta delle notizie sui movimenti del­le truppe nemiche.

Tutte queste notizie, venivano accuratamente selezionate e, come tanti tas­selli, messe insieme da Vero (Vero Mitta), che si occupava del controspionag­gio e della informazione nell’area della Divisione Cichero.

Il coordinamento generale del S.I.P. della VI Zona ed il vaglio delle notizie fornite dai prigionieri, nonché le operazioni di scambio, erano affidate ad At­tilio. Divenuto questi, successivamente, Commissario di Zona, Vero fu nomi­nato a sua volta unico responsabile zonale dei servizi di informazione.

Di fatto, con l’istituzione del S.I.P. e con l’osservanza di più rigorose mi­sure di sicurezza, il fenomeno delle spie e degli informatori non provocò più quei danni che si erano verificati in precedenza.

Riportiamo qui di seguito due circolari molto significative, emanate dal Comando Divisione e da quello della Brigata.

1a Circolare

“Da 3a Divisione Cichero a Comando Brigata Jori, Berto, Coduri.

Si inviano nominativi di persone che cercano di infiltrarsi nelle nostre for­mazioni che sono spie nemiche:

TREVISO VITO – Si reca in zona partigiana per assumere informazioni. Ha carta d’identità rilasciata ad Alessandria.

GAMBELLI – Tenente degli alpini. Circola in borghese in zona.

RUIZI – Capitano. Presta servizio presso l’ufficio di spionaggio di Carasco.

CRISTIANI – Tenente. Ufficio di spionaggio di Carasco. Gira in borghese.

SOLARI SEVERINO – Sergente. Viaggia in borghese. E’ l’anima nera del ge­nerale Delogu. Compie missioni in borghese, nelle zone controllate dai patrio­ti.”.

  1. F.TO IL CAPO DI STATO MAGGIORE MARANZA

2a circolare

“Da 3a Brigata Garibaldina “Jori” ai Comandi dei Distaccamenti.

Gli attacchi che il nemico ha ultimamente condotto contro le nostre popo­lazioni e nei quali il fattore sorpresa ha fruttato bene all’avversario, sono sta­ti preceduti dal consueto sguinzagliamento di spie e sono stati inoltre effet­tuati ad ore insolite, verso sera. Al fine di sabotare il servizio d’informazione avversario ed imporre a noi stessi un senso di scaltrita vigilanza, per evitare quei minimi errori che possono costare la vita a compagni preziosi, vogliamo dare qualche chiarimento circa le spie e l’ora di attacco.

Che il nemico sia stato istruito e guidato da informatori lo dimostra a chia­re note il fatto che esso si è spinto fin presso i nostri accampamenti ed ad im­mediato ridosso delle nostre posizioni, evitando le consuete vie di accesso, quelle controllate e battute dalle nostre pattuglie; nota di rilievo che una spia confessa, (Lo Spezia), sia stata bloccata proprio nella zona d’attacco e pochi giorni prima che l’attacco avesse luogo.

Di conseguenza ci si richiama particolarmente alla rigorosa osservanza del­le norme impartite al riguardo da questo comando con precedente circolare, norme che a titolo di messa a punto, qui riportiamo:

  1. Tutti i partigiani sbandati, e che dichiarino di appartenere ad altra brigata o ad altra divisione, che comunque non siano in possesso di regolare lascia­passare, siano accompagnati al Comando di Brigata, anche se dichiarano di dover recare ordini o comunicazioni urgentissime e segretissime; si stabilisce che debbono essere ritenuti validi solamente i lasciapassare firmati da perso­na nota ed autorizzata alla firma.
  2. Analogo trattamento sia usato nei riguardi dei borghesi per i quali, ferme restando le superiori disposizioni che limitano l’ingresso in zona solo a chi ri­siede stabilmente e l’uscita solo a chi ne dimostri provata necessità.
  3. Ad evitare che diserzioni malintenzionate ed escludere che spie travestite da partigiani possano uscire dalla zona per riferire ai loro mandatari fascisti e tedeschi, si sospendono i permessi per fuori zona, limitandone la concessio­ne solo ai casi di necessità (decesso e grave malattia di congiunti). Detti per­messi saranno comunque rilasciati solo dal Comando di Brigata.

Per quel che riguarda l’ora di attacchi eventuali, è evidente che come le nostre pattuglie e i nostri distaccamenti operano indifferentemente a tutte le ore del giorno e della notte, cosi anche il nemico ha le stesse possibilità.

Poiché, anche se l’avversario non ha quella conoscenza e quella pratica del­le mulattiere che è necessario per compiere marce notturne, è pure evidente altrettanto che, servendosi di guide locali volontarie o forzate, può raggiun­gere perfettamente l’obiettivo.

  1. E’ quindi arbitrario e ingenuo credere che il nemico possa attaccare sola­mente all’alba e al tramonto o ad altra ora.
  2. Le pattuglie esploranti avanzate siano vigili così di giorno come di notte; l’esperienza insegna che se di notte l’oscurità impedisce di scorgere a distanza, l’udito tuttavia nel buio si fa più sensibile e ogni piccolo fruscio, nel silenzio si avverte.
  3. Da noi, come nei grandi teatri di operazione, la salvaguardia del grosso è affidata agli avamposti e alle piccole pattuglie di punta.
  4. Avvistato il nemico, valutata la sua forza, le sue direttrici di attacco, il ti­po di armamento, la pattuglia deve correre al distaccamento a riferire; la tempestività dell’allarme fasi che spesso il nemico da attaccante diventi at­taccato e spesso liquidato con poche precise raffiche sventagliate da buona posizione.
  5. Nella valutazione delle informazioni attinte da fonte borghese, tener pre­sente che i civili tendono ad esagerare sempre in più e mai in meno: ricorda­re a m’ di esempio per l’avvistamento, che una colonna di 300 uomini che si snoda in fila indiana lungo una mulattiera, avendo a seguito le relative salmerie, copre un tratto di circa 1 Km.
  6. In caso di forzato ripiegamento di fronte a forze soverchianti, il distacca­mento non si allontanerà dalla zona, ma riparerà nei rifugi (dei quali si solle­cita la costruzione) e rioccuperà poi, non appena possibile, la primitiva di­slocazione.

Firmato: Il Comandante Croce; il Commissario Bruno

Datato 7 dicembre 1944.

*** Antonio Testa – “Partigiani in Valtrebbia. La Brigata Jori”, pp. 51÷55, ed. AGA, Genova 1980.


Non solo i partigiani dovettero perseguire elementi (spie, ladri, truffatori, delatori, ecc) di nazionalità italiana, ma dovettero gestire anche prigionieri della Wehrmacht (e SS tedeschi, polacchi e di molte altre nazionalità che collaboravano con la Germania). E anche in questi casi, dopo un’attenta indagine sui loro trascorsi, veniva emessa una sentenza che in alcuni casi fu la condanna alla fucilazione, se avevano operato in maniera d’aver procurato morti non in combattimento, ma stragi e fucilazioni particolarmente efferate, o torture crudeli e invalidanti, sia nei confronti di partigiani fatti prigionieri, o contro civili per costringerli a fare la spia o esclusivamente per usuale e bestiale rappresaglia.

Solo in casi eclatanti di estrema gravità, però, veniva decretata la pena di morte. Nella maggior parte dei casi i condannati venivano condotti nel campo di concentramento partigiano di Bogli, nel basso alessandrino (sempre per limitarci a parlare di VI Zona) dove questi erano tenuti a disposizione per eventuali scambi di prigionieri. Prassi divenuta via via quasi una periodica consuetudine e attraverso la quale poterono essere salvati decine di giovani, sia italiani che di altre nazionalità.

Vedi Lettera della brigata “Cento Croci”, firmata commissario “Benedetto” e comandante di Brg. “Richetto”

Lettera della brigata “Cento Croci”, firmata commissario “Benedetto” e comandante di Brg. “Richetto”

Lettera della brigata “Cento Croci”, firmata commissario “Benedetto” e comandante di Brg. “Richetto”

Solo per fare un esempio riporto qui una lettera della brigata “Cento Croci”, firmata commissario “Benedetto” e comandante di Brg. “Richetto”, indirizzata A tutti i Comandi dipendenti, e p.c. “Al Comando Divisione”, con Oggetto: “Patrioti puniti o espulsi” dove vengono resi noti i provvedimenti disciplinari adottati dal 15/11/’44 al 26/11/’44.