Fascicolo 30 – Doc. 3: Ricordo di Giovanni Algini “Arsiero”

Giovanni Algini (26/10/1914 – 2/9/1986) può essere considerato “eroe suo malgrado”, come lo sono stati migliaia di altri suoi commilitoni che, travolti dai tragici eventi bellici dell’epoca e desiderosi solo di tornare, dopo tanti anni di sofferenze, nella serenità e nel calore del proprio nucleo famigliare, si trovarono invece costretti a scegliere tra la continuità – col suo passato e tutto il suo presente traboccante di retorica fascista – e una speranza di libertà più allargata e vitale. E sovente, tutto ciò a rischio anche della propria vita e di quella dei propri cari.

Preambolo dell’a.: Questa testimonianza e l’allegata documentazione (totalmente inedita fino al 16/10/2009) era  apparsa per la prima volta sul sito  www.netpoetry.eu e mi era pervenuta, via telematica, direttamente dalla Signora Margherita  (allora 94enne) moglie di Giovanni Algini e dal figlio Piergiorgio, che ancora ringrazio (e.v.b.).

Dopo un lungo periodo di servizio militare di leva trascorso nell’arma degli alpini,  aveva poi partecipato, come sottufficiale, alla guerra greco-albanese, indi alla tragica spedizione in Russia. Da dove rientrò nell’aprile 1943, profondamente segnato nel fisico e nello spirito. Nelle steppe sterminate, rese dure e impraticabili dal gelo, aveva infatti perso quasi tutti i suoi amici: molti dei quali pure suoi compaesani. Per lui, questo fu un dolore immenso che lo accompagnò per anni e che solo il tempo seppe in parte mitigare. Rientrato in queste precarie condizioni di spirito dalla Russia, dopo breve licenza fu nuovamente richiamato sotto le armi e riassegnato alla Div. Julia, che si trovava di stanza nella zona di Tolmino, presso Gorizia, ora Slovenia.

Ragione per cui l’armistizio dell’8 settembre 1943 lo colse perciò lontano da casa. E al pari di migliaia di altri soldati italiani, fu fatto prigioniero dalle truppe della Wehrmacht e deportato nel nord-est della Germania, presso Danzica, ora territorio polacco. Dopo alcuni durissimi mesi di campo di concentramento decise, insieme ad altri suoi commilitoni, amici fraterni, di aderire alla R.S.I. perché: “se mai riusciremo a ritornare in Italia potremo essere utili alla Patria e alla famiglia”.

Rientrato a casa nell’agosto del 1944, in seguito a breve licenza, disertava unendosi alle formazioni partigiane del vicentino.

Tradito, e sotto il ricatto dei nazifascisti che lo minacciavano di sequestrargli sia sua moglie che i suoi figlioletti, fu indotto a consegnarsi alle autorità nemiche che lo fecero prigioniero e lo inviarono presso il tribunale di guerra della Monterosa in Chiavari. Dove venne processato e assolto attraverso tutta una documentazione in suo favore fornitagli dal CNL di Arsiero. Il resto lo si può leggere nella dichiarazione sottoscritta dal comando della divisione partigiana “Coduri” riportata sotto.

La dichiarazione, datata 25 maggio 1945, dice:

Si certifica che il collaboratore, ex maresciallo Algini Giovanni – nato il 26.10.1914 ad Arsiero (Vicenza) – ed ivi residente, ha prestato servizio presso le formazioni partigiane, quale membro del S.I.P. (Servizio Informazioni Partigiano) della Divisione Garibaldina “Coduri”, dal 20 aprile 945 a tutt’oggi.

Rientrato dalla Germania ai primi del mese di Agosto 944, ai 14 settembre disertava, dandosi a disposizione delle formazioni partigiane del vicentino. Il 20 febbraio 1945 veniva arrestato dalla Felgendarmerie tedesche di Vicenza e consegnato alle Forze Repubblicane e da queste rinchiuso nelle Carceri di Vicenza per 15 giorni. Trasferito alle Carceri giudiziarie di Chiavari, il 29 marzo u.s. veniva processato dal Tribunale militare della Div. “Monte Rosa” ed assolto in seguito a documenti che il C.N.L. di Arsiero [sua città natale] era riuscito a procurargli durante la sua detenzione a Vicenza. Dopo la sua assoluzione il 1°/4 il Tribunale gli dava l’incarico di Capocarceri di Chiavari. In collaborazione con il m.llo Busolo Antonio ed altri elementi, collaboratori partigiani, si metteva subito in opera per l’evasione di tutti i detenuti politici, di 3 partigiani: Giatti “Microfono” [nato a 3.1.1924 a Bagnolo di Po – RO]; Gigliotti “Negroni” [non meglio identificato]; Galvani “Gigio” [nato il 16.6.1922 a Sestri Levante GE] condannati a morte in attesa di grazia ed altri partigiani in attesa di giudizio. Per fatti estranei alla cospirazione, l’evasione stabilita per la notte del 19/4, falliva. Infatti alla sera, per ordini imprevisti ed improvvisi tutti i detenuti civili venivano trasferiti a Genova, alle Carceri di Marassi, creandosi così delle difficoltà insormontabili per la riuscita dell’evasione suddetta. Venuto a sentore, nella mattinata del 20/4 che i condannati a morte ed altri partigiani dovevano nella serata essere fucilati, verso le ore 13 dello stesso giorno, con un ardito e rischioso colpo di mano riusciva a farli evadere, raggiungendo con loro le formazioni armate partigiane dislocate in montagna.

Quanto sopra si rilascia come attestato di benemerenza per la causa partigiana.

F.to:       IL COMMISSARIO                                                                  IL RESPONSABILE

                     (Falco)                                                                                      (Colombo)


Quelle che seguono sono alcune pagine [dall’8 al 18/9/’43] del diario di

Giovanni Algini riguardante il periodo 8 settembre 1943 – luglio 1944

Settembre 8 – mercoledì – Natività di M.V.: Fino alle 20.00 nessuna novità. Alle 20.30, a mezzo della radio, sento dell’avvenuto armistizio. Da questo momento cominciano i guai. È nell’animo della maggior parte dei militari come una sorta di oppressione, di presentimento che sarebbe accaduto qualcosa di poco gradito. Le previsioni, infatti, si sono avverate in pieno. I tedeschi, che da qualche giorno avevano subodorato la fine della guerra da parte degli italiani, avevano preso misure tempestive e prudenti per fronteggiare un nostro voltafaccia. La nostra persuasione che, una volta firmato l’armistizio, si sarebbe proceduto alla smobilitazione, è stata frustrata in pieno da ciò che accadde in seguito.

Settembre – 9 – giovedì – s. Gioachino: Alle ore 2, dopo un susseguirsi di ordini, di preparativi per fronteggiare ciò che i tedeschi avevano in mente di intraprendere contro di noi, a causa della mancata tempestiva iniziativa dei nostri comandi, i tedeschi, dopo aver circondato il comando, inducono il Col. C.te Sibille Sizia (Gerardo) a dare l’ordine che tutti i militari del distretto depongano le armi e si arrendano a loro. Questo atto è stato per noi la più grande umiliazione della vita. Ancora in mattinata, coi nostri bagagli partiamo alla volta di Canale (d’Isonzo) con la speranza di raggiungere Gorizia e tornarcene alla nostra famiglia, come ci è stato promesso, invece, raggiunto Canale alle 14 – siamo stati fermati e trattenuti. Non si sa cosa faranno di noi. Il morale è assai in ribasso.

Settembre 10 – venerdì – S. Nicola da Tolentino: Alle 8, dopo aver discretamente passata la notte a Canale, veniamo inquadrati e portati alla stazione. Circolano le voci più disparate sulla nostra destinazione. Dopo un’attesa di 3 o 4 ore, giunge un treno da Piedicolle (**). Allora sappiamo quale sarà la nostra fine: Internamento in Germania . Ho la possibilità di scrivere un biglietto a Marga. Non so però se giungerà a destinazione perché le comunicazioni sono interrotte. Lo affido ad una signorina che lo porta a Gorizia. Alle 10, partiamo per il nostro destino. Sono assai depresso: un nodo alla gola mi impedisce perfino di parlare. Alle 14 varchiamo il confine (***) e scendiamo poco dopo a Wokain (Wochein). Dalla stazione ci portano poco fuori dal paese in un campo di concentramento provvisorio, dove ci sistemiamo alla meglio.

Settembre 11 – sabato – S. Proto martire: Ci avevano detto che in mattinata si sarebbe partiti alla volta di Villach ed invece la partenza viene rinviata a domani. Nella notte è arrivato un altro scaglione di “prigionieri” assieme con il nostro Colonn. e alcuni ufficiali del Comando. Si cerca di ingannare il tempo con passatempi di vario genere per cercare di non lasciarci prendere dalla malinconia che molto spesso cerca di far capolino nell’animo. Verso sera il morale scende giù, giù fino ad un livello preoccupante. Poi mi riprendo e la situazione ritorna abbastanza soddisfacente. Con mia sorpresa trovo qui, compreso fra i prigionieri arrivati durante la notte, Busato Jacomo (Secia).

Settembre 12 – domenica – SS. N. di Maria: In questo giorno che mi è caro al cuore perché ricorre l’onomastico di persone care, la mia piccola e la mamma, comincia il calvario. Infatti alla sera alle 20,30 circa, partenza, dicono, per Villach. Inizia nuovamente un altro viaggio di allontanamento dalla Famiglia e dalla Patria. E’ dolorosa questa cosa dopo soli 5 mesi da che sono ritornato dalla Russia. Pazienza. Rassegniamoci al volere di Dio. Non mi resta altro pensiero di consolazione. Come dicevo partenza alle 20.30, caricati come bestie su vagoni comuni. Siamo pigiati come sardelle. Si sopporta il disagio con il morale alquanto soddisfacente perché dicono che sarà questione di alcune ore e poi, scaricati, provvederanno a farci ritornare in Patria. Purtroppo non era che un’illusione.

Settembre 13 – lunedì – S. Maurilio vescovo: II viaggio continua senza che si sappia dove ci conducano. Attraversiamo tutta l’Austria. Durante questo percorso si spera continuamente che ci riconducano in Italia. Però non si nota alcuna idea in proposito. Si tira sempre diritto. Un vivo disappunto è nell’animo di tutti. Comincia a farsi insistente l’opinione che ci conducano in qualche campo di concentramento. Circola la voce che saremo radunati nel centro della Germania per poi formare un’armata fascista, dato che ci dicono che Mussolini, liberato dai Tedeschi, ha ripreso il comando della nazione. Fosse vero. Temo però che anche questa notizia non sia che una semplice balla. Il morale si mantiene discreto, salvo qualche momento di scoraggiamento.

Settembre 14 -martedì – Esaltazione S. Croce: II viaggio continua. Sorpassato Klagenfurt – Monaco ci si addentra nel cuore della Germania. Si ha sempre l’animo sospeso per la mancata conoscenza della nostra destinazione. Si fanno mille congetture, si vagliano mille probabilità, senza che nessuna però riesca ad imporsi e conciliarsi con il viaggio che continua. Verso sera si raggiunge Lipsia. Il morale comincia a lasciare a desiderare. Il pensiero di Marga e di M. Luisa che, lontane ormai da me svariate centinaia di chilometri, cominceranno ad essere in pensiero per il mio silenzio, mi comincia ad ossessionare. Siamo proprio sfortunati. Mai un periodo di pace, mai un po’ di tranquillità. Una vera scalogna. Quando finirà? Per adesso no di certo.

Settembre 15 – mercoledì – S. Nicomede: La speranza che il viaggio avesse il suo epilogo in prossimità della Danimarca, come ci si era fatta l’illusione, è svanita stamattina quando mi sono svegliato ed ho constatato che, invece di continuare il viaggio verso il nord, ci siamo diretti verso l’Est. Questa constatazione ha provocato nel mio animo una ridda di supposizioni, di previsioni, di fantasticherie una più nera dell’altra. Mi sono sentito prendere dalla febbre della disperazione. Verso sera mi sono calmato al pensiero che tutto ciò che accadeva, e sarebbe accaduto, era volontà di Dio, e quindi era perfettamente inutile ribellarsi. Mi sento lo stesso invaso da una grande amarezza, amarezza indescrivibile, quale non ho mai provato in tutta la mia vita. Com’è dura la vita!

Settembre 16 – giovedì – S. Eufemia vergine: Questa mattina verso le 2,30 circa veniamo improvvisamente svegliati. Il treno è fermo. Ci invitano a discendere dai vagoni. Il viaggio è finito. Siamo arrivati a Hohenstein, nella Prussia orientale, vicino a Danzica. Incolonnati ci conducono verso la nostra meta definitiva. Fin da lontano vediamo qual è la nostra futura dimora. Illuminato dai riflettori ci appare un grandissimo campo di concentramento. Non posso descrivere il senso di apprensione, di frustrazione morale che ho provato entrando in questo luogo sinistro. Una nuova vita si profila davanti.  Vita di prigionia, vita di nostalgia, malinconia, di apprensione per la perduta libertà. Tanti sacrifici, tante privazioni, tanti dolori per finire in questo modo. E’ sconsolante davvero. Ad ogni modo cerchiamo di non perdere del tutto il coraggio.

Settembre 17 – venerdì – S. Satiro confessore: Incomincia la vita di recluso. Veniamo sistemati alla meglio in baracche. La mia porta il n. 37 e alloggia 305 individui. In complesso non si sta proprio male. Il vitto è un po’ scarso. A mezzogiorno ci danno una specie di minestra a base di patate e verdura. Alla sera circa 250 gr. di pane, un po’ di formaggio e burro o marmellata. Alla sera distribuiscono un infuso di tiglio, thè ed altre erbe. Questo infuso lo si beve volentieri al posto dell’acqua che è imbevibile. La vita trascorre monotona e tediosa. Chi legge, chi gioca alle carte, chi dorme, chi pensa alla propria precaria situazione. Il pensiero della casa lontana, della Patria sconvolta dalla guerra, è continuo e non dà tregua. Questa situazione non ci se l’aspettava dai camerati tedeschi.

Settembre 18 – sabato – S. Eustorgio I: Tutti i giorni sono uguali. Sveglia alla mattina alle 5. Adunata per il controllo e poi siamo lasciati liberi per tutta la giornata. Non so come ingannare il tempo. Continuano ad arrivare nuovi contingenti di soldati italiani. Credo che ormai saremo in 40.000 italiani in questo campo. Parecchi ufficiali sono con noi ed allo stesso trattamento nostro. È perfettamente giusto che sia così. Almeno una volta ogni tanto siamo eguali in tutto e per tutto. In questo campo vi sono pure dei Russi. I Tedeschi non dovevano, dopo tutto ciò che abbiamo fatto e subito in Russia, accumunarci con coloro che sono stati fino a ieri nostri nemici. È un’umiliazione che dovevano risparmiarci.

(*)      Nel 1943, il Regno d’ Italia comprendeva ancora l’Istria e una parte dell’ attuale Slovenia.

(**)    Piedicolle (oggi Baca) è la prima stazione in direzione est, partendo da Kanal, della linea Gorizia – Vienna.

(***) Wochein è il nome tedesco di Bohiniska Bistrica località del Nord ovest della Slovenia.