Fascicolo n. 32 – Doc. n. 1: Intervista ad Italo Fico “Naccari”

Doc. n. 1: “Intervista a Italo Fico “Naccari”. Questo primo documento (a cura del gruppo Barberis – Cordara – Costamagna – Gardella – Zerega – intitolato “Esercitazione di Storia Contemporanea”, della prof.ssa Augusta Molinari, Facoltà di lettere, Università di Genova, A.a. 1991-1992) è un’intervista a Italo Fico “Naccari”, vice comandante della brigata, poi divisione “Coduri”, dove si può capire a che distanza siderale era tenuta la gioventù e i ragazzi di allora dalla realtà viva della politica e della vita stessa. E, anche, dove la loro attenzione e i loro interessi erano immersi e allevati in una poltiglia di presunti “obblighi” o “rituali” (essere balilla, poi frequentare il premilitare con la sottile sotto-educazione alla guerra, e via di questo passo) che li tenevano, inconsapevolmente il più delle volte, sopra un vulcano di esaltazione artefatta che prima o poi doveva per forza esplodere. E infatti incominciò a farlo in capo all’armistizio dell’8 settembre 1943. Durante lo svolgersi delle conseguenze dello stesso, il Naccari vive la tragedia della divisa militare che si deve al più presto buttare per non essere “riconosciuti” quali militari italiani, ed essere per questo imprigionati o uccisi o condotti nei campi di sterminio tedeschi dagli ex nostri alleati. Poi l’affannoso ritorno a casa, disseminato di pericoli e conseguentemente l’urgenza di mettersi al riparo in qualche luogo per sfuggire alla spietata caccia dei tedeschi. E, dopo, la scoperta della Resistenza sotto la provvidenziale guida del fratello maggiore: la vita sui monti, le rocambolesche fughe per sottrarsi agli accerchiamenti del nemico, le spasmodiche ricerche d’un nascondiglio “sicuro”, che poi sicuro non lo era mai. La fame e gli enormi disagi senza avere punto la piena consapevolezza di essere nel giusto; e quale e quando, con precisione, fosse possibile una fine. E poi, ancora la scoperta degli angloamericani: non più nemici da combattere ma alleati dai quali dipendeva in gran parte la sopravvivenza fisica degli stessi partigiani. Insomma, leggendo quest’intervista si ha la sensazione di avere tra le dita una specie di termometro capace di dare la misura più o meno esatta della temperatura interna del fenomeno Resistenza.

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