Intervista alla partigiana Angela Berpi “Marietta”, div. Iori VI Zona Liguria.

Fasc. 50 – Doc. 1: Manlio Calegari Intervista alla partigiana “Marietta” (Angela Berpi 1911/1989). 

“Cara Marietta” – “Caro professore”
maggio-ottobre 1987

Presentazione

Sono molti a Genova, donne e uomini del disciolto Partito comunista, dell’Unione donne italiane, dell’Associazione nazionale partigiani e di altre associazioni politiche di sinistra che hanno conosciuto Marietta. E tra loro sono molti, a cominciare dai suoi famigliari, che di lei potrebbero dire più di quanto non possa io. Ho incontrato alcune volte Marietta tra la primavera e l’estate del 1987 quando studiavo i rapporti tra Partito comunista e partigiani nella guerra di resistenza. Dei nostri colloqui conservo, oltre le registrazioni e i miei appunti, anche due memorie e alcune lettere inviatemi da lei. Testimoniano di come una donna – che all’epoca aveva 76 anni – chiudeva la partita con i ricordi per aprire quella con la storia della sua vita. Lo faceva, allo stesso tempo, con entusiasmo – lei lo chiamava “spirito garibaldino” – e sofferenza. Aveva capito che per fare storia era necessario tornare a riflettere sui processi di cui era stata protagonista e confrontarsi con fatti e giudizi che non collimavano con i suoi.

Com’è che Marietta si era decisa a battere una strada così erta? Non ho una risposta salvo che, di fronte alle mie domande, e dopo una iniziale esitazione, aveva accolto l’invito, come amava ripetere, attribuendomene la responsabilità, “a cercarsi nella storia con la esse maiuscola”. La tensione del dialogo, l’attesa degli incontri, i ripensamenti, ancora più drammatici quando, come nel suo caso, si svolgevano in solitudine e in un momento avanzato della vita, le lettere scambiate quasi furtivamente (“mi chiedo cosa direbbero i miei se sapessero di questa mia avventura”), l’uso stesso della parola “avventura” per significare il momento singolarissimo che stava vivendo sono stati importanti per entrambi. Era la scoperta di una comune passione per la politica, per l’oggi in cui siamo immersi e per il passato che ad esso risulta indissolubilmente unito.

Mercoledì 4 marzo 1987.

D’accordo con Carlo, il partigiano che ci ha messo in contatto, ho telefonato a Marietta (classe 1911) per incontrarla. Sto ricostruendo i rapporti tra l’organizzazione comunista e il partigianato della genovese Sesta Zona Operativa e molti protagonisti di allora, gli anni ’44 e ’45, mi hanno detto che Marietta era un elemento di spicco del partito comunista. Qualcuno si è spinto a dire che, tra i partigiani, era lei il responsabile di partito. Tutti, compagni di partito e avversari, affermano che era l’unica donna a godere, in montagna, di un prestigio almeno pari, in alcuni casi superiore, a quello di molti dirigenti maschi. Sono affermazioni che contrastano con l’idea che di lei mi sono fatto esaminando le fonti scritte relative al Partito comunista e alle Brigate Garibaldi negli anni 1943-1945, conservate a Roma presso l’Istituto Gramsci. Qui le tracce di Marietta sono modeste, quasi irrilevanti se confrontate con quelle di altri quadri comunisti inviati dal partito in montagna per assumere posizioni direttive nel movimento partigiano.

La questione è interessante perché si connette a quella più generale su cui vado indagando. I comunisti avevano in montagna una solida e articolata organizzazione politica, come ad esempio le fonti conservate al Gramsci suggeriscono e come sostengono i loro avversari e alcuni loro compagni di strada? O, come invece sostengono molti dei quadri comunisti da me intervistati, si trattava di una organizzazione modesta e scarsamente operativa? La questione non è accademica. L’interesse comunista per le formazioni partigiane della Sesta Zona era, come altrove, diventato massiccio a partire dall’inizio dell’estate del 1944. Molti quadri comunisti erano stati inviati dalla città alle formazioni per assumere incarichi politici e militari e per assicurarne, insieme al controllo da parte del Partito comunista, una maggiore fedeltà ai comandi generali e al CLN. Nella Sesta Zona ciò era avvenuto specie con la creazione del Comando Zona, solidamente egemonizzato dai comunisti, e del Sip, la polizia partigiana. Questa, composta quasi esclusivamente da comunisti, aveva assunto rapidamente, grazie anche alla personalità di Attilio, il quadro comunista che ne era stato incaricato, una posizione così importante da generare le reazioni dei comandanti non comunisti delle brigate. L’insofferenza era degenerata in scontro aperto nel gennaio e poi ancora nel marzo del 1945 e solo la fine della guerra aveva messo fine alle lacerazioni, per altro proseguite in altre forme negli anni successivi.

Le fonti del Gramsci danno ampia ragione delle mosse del partito comunista dirette ad assumere il controllo delle formazioni, dall’interno e dall’esterno, anche con azioni di spionaggio sui singoli, seminando il sospetto e in genere denunciando l’esistenza tra i partigiani di cospirazioni tessute dagli avversari politici. Al contrario i quadri comunisti da me intervistati o si sono dichiarati dubbiosi o hanno minimizzato se non smentito l’esistenza di tali manovre. È una censura derivante dalla convinzione, magari formatasi nel seguito degli anni, che si trattasse di azioni politicamente e militarmente riprovevoli? O non ne erano a giorno perché si trattava di una attività che interessava solo il livello più alto dell’organizzazione comunista di cui i miei intervistati non facevano parte? Marietta, che tutti mi hanno indicato come uno dei quadri comunisti di maggior rilievo in montagna, dovrebbe esserne a conoscenza anche se le fonti scritte suggeriscono il contrario. In ogni caso incontrarla mi appare decisivo: sia per sciogliere il singolare contrasto tra ciò che si è scritto e ciò che si dice di lei, sia per saperne di più della politica comunista verso il partigianato.  

Al telefono mi ha risposto con voce esitante: – Ricordo poco di quei tempi… – Forse ha cercato di scaricarmi ma, se è così, lo ha fatto senza troppa convinzione. L’appuntamento è fissato per giovedì 12 marzo, a casa sua, a Sestri Ponente, attorno alle 16.

Giovedì 12 marzo 1987.

L’appartamento è al primo piano rialzato di un palazzone di edilizia popolare anni Cinquanta, vicino al torrente Chiaravagna. Ad aprire viene Marietta. È decisamente alta (doveva esserlo di più), magra, una vestaglia scura su panni modesti egualmente scuri, un viso non bello ma intenso, severo, volitivo; occhi che scrutano. Entro in un corridoio dove riconosco l’odore dell’umidità. Penso al vicino torrente facile alle alluvioni. Dal corridoio passiamo in una cucina abbastanza spaziosa ma buia. Tavolo di fòrmica e seggiole dello stesso genere; tutto molto essenziale. Una cucina a gas con tre fuochi, un piccolo frigorifero, un acquaio con sopra uno scolatoio dove sono appoggiati una scodella, due posate e un pentolino. Tutto è perfettamente pulito. Non ricordo di aver mai visto, neppure nei lontani tempi della guerra, una cucina così nuda; quasi una linea grafica che attenda di essere completata. Al tavolo dove vengo fatto accomodare è già seduto un uomo di circa 70 anni, proletario ma vestito con qualche ricercatezza. Sfuggente, si alza l’indispensabile per tendermi la mano presentandosi con un nome che non afferro. Capisco però che lui conosce il mio. Mi siedo. Ho Marietta alla mia destra e il tipo di fronte. Non mi aspettavo la sua presenza; non la sento amichevole e ho la sensazione di essere osservato. Non aprirà bocca per tutto il tempo, anche se Marietta cercherà in diverse occasioni di chiamarlo in causa (“di queste cose lui ne sa di più”), e se ne andrà all’incirca dopo un’ora. Nel locale in penombra non viene accesa la luce neppure dopo il mio arrivo.

Come faccio in questi casi comincio a disporre il magnetofono sul tavolo benedicendo le pile che mi evitano complicate operazioni di stesura di fili in una situazione che sento sfavorevole. Nel frattempo cerco di distrarre i presenti parlando con tono leggero della mia ricerca. Conoscendo la fede comunista di Marietta cerco di accreditarmi con lei dicendole che di recente sono stato a Roma dove sono stato ammesso all’archivio del Partito dove si conserva molto materiale relativo alla Sesta zona. Ho trovato, aggiungo, anche dei riferimenti a lei. In verità, come ho detto, si tratta di modeste citazioni che non avvalorano il profilo di spicco che le viene attribuito da molti. Non sembra curiosa di sapere; è in attesa del piatto forte e non si lascia fuorviare. Solo alza un po’ le spalle.

– Ho bisogno di aiuto – comincio. – Vorrei che lei ripetesse con me, il viaggio che fece verso la fine di luglio del 1944 quando lasciò l’organizzazione cospirativa in città, dove ormai era stata individuata, per andare in montagna. All’epoca lei aveva 33 anni ed era sposata con due figli. In città godeva da tempo della fiducia dei massimi dirigenti, di alcuni dei quali conosceva anche le residenze segrete. Conosceva bene anche alcuni degli uomini a cui il partito aveva affidato il compito di dirigere il movimento partigiano…– Vedo la sua faccia, perplessa: la domanda è lunga, complicata e muove da una premessa – che Marietta fosse importante già prima di salire in montagna – che forse non condivide. Sto sbagliando tutto. Tra l’altro sembra che stia per chiederle indiscrezioni sulla gerarchia di partito; un tema su cui non è opportuno mettere alla prova un militante comunista neppure in fase di disarmo. Spero che non mi abbia seguito nel mio girovagare e ricomincio. – Devo – riprendo – mettere a fuoco dei personaggi. In qualche caso sono incerto sulla loro identità conoscendone solo il nome di battaglia. Ad esempio chi era “Antonio”? So che era un quadro operaio di un certo rilievo inviato alla vigilia dell’estate ’44 tra i partigiani ma non sono riuscito a dargli un nome. –

  Così va meglio. È un terreno conosciuto e lo battiamo per un po’. Faccio un nome e lei risponde: era il tale o il tal altro, veniva di qui o di là, si occupava di questo o quell’altro. Mostro grande interesse e, pur avendo in funzione il magnetofono, prendo appunti su quanto mi dice. Parla con voce affaticata, quasi afona. In un paio di occasioni si scusa per la cattiva memoria. – Sono molto malata –, mi ripete. Le dico che le sono grato di quanto sta facendo per me. Non si può scrivere una storia se i protagonisti restano puri nomi. Qualsiasi cosa le venga in mente delle persone di cui mi va parlando mi interessa: particolari fisici, modi di esprimersi, abitudini. Se crede – aggiungo – potrei lasciarle un elenco di nomi perché possa pensarci con comodo per poi riparlarne.

  Va bene, mi dice. Ma continua a parlare dell’uno o dell’altro senza che io debba sollecitarla. I suoi giudizi non sono mai generici. Parla con proprietà. Via via anche la sua voce diventa più intelligibile. Se le chiedo di approfondire lo fa apparentemente senza sforzo. Si capisce che non improvvisa e ha i riferimenti in testa già belli e pronti. Almeno in questo non ho sbagliato. Marietta in montagna non ha solo vissuto ma pensato. Cercherò di capire più avanti chi sia stata lassù ma sento che sarà un testimone prezioso: vede i partigiani dopo aver praticato ad alto livello la cospirazione in città ed è persona adulta. Conosce bene anche l’arte del raccontare; per chiarire quanto va dicendo ricorre di frequente al particolare o all’aneddoto. Noto che mi è successo solo poche altre volte e quasi sempre con donne.

  Andiamo avanti così per un’oretta poi le dico d’aver capito più da lei che da molti documenti. È un complimento forse eccessivo ma lei apprezza: sa di avermi dato un racconto e non dei frammenti ed è consapevole del valore della sua testimonianza. Pochi tra i sopravvissuti potrebbero fare altrettanto. Approfitto d’una pausa: da bambina – chiedo – le piaceva leggere? Ad esempio conosce Dickens? La domanda ha il potere di modificare il rapporto in corso tra noi. È contenta di essere scoperta per una lettrice. L’ha letto tutto più volte, mi risponde. Tempi difficili ad esempio, almeno 5 o 6 volte. Mentre Sissy comincia a volteggiare nella stanza il nostro testimone silenzioso bofonchia qualcosa che sta per un commiato, si alza e, accompagnato fino alla porta da lei, se ne va.

Siamo più liberi ma l’incanto si è rotto. Torno ai miei personaggi. Osservo: – Tra i dirigenti di partito importanti in montagna c’era anche lei. Perché non mi parla un po’ di Marietta? – Fa un gesto con la mano come dire “per carità” ma si capisce che è lusingata. Insisto: ho trovato dei suoi messaggi indirizzati a Scappini, il massimo dirigente comunista a Genova, tra il 1943 e il 1945. Non sono la prova del fatto che lei era “importante”? Sorride e scuote la testa come dire: né sì ne no.

  Marietta ha conosciuto all’epoca, malgrado la compartimentazione cospirativa, molti dirigenti di partito. Da come ne parla si capisce che è stata depositaria di confidenze; ha avuto la possibilità di vederli all’opera o di frequentarli in quelle riunioni che coinvolgevano solo quelli che contavano. Il suo non appartenere all’organigramma poteva avere solo due spiegazioni. O faceva parte di un livello coperto o come donna non veniva presa in considerazione per un ruolo dirigente. Le propongo la prima ipotesi. Capisce immediatamente a cosa alludo. – No, – mi risponde. – C’era un gruppo di quel genere che aveva il compito della sorveglianza interna sui quadri di partito. Sapevo chi era il responsabile, ma non avevo niente a che fare con lui. A me allora piaceva andare, parlare, non fare inchieste segrete.–

– Allora non la prendevano in considerazione perché era una donna…? –

– Quel problema allora c’era, e anche dopo. C’era eccome… ma forse io non avevo le qualità di un dirigente. Ero troppo passionale, settaria…–

– Ma non è curioso che le venissero a dire cose importanti o addirittura si consigliassero o si sfogassero con lei e poi non la giudicassero degna d’un organo dirigente? –

– Poverini, erano lassù, soli, lontani dalla famiglia – per qualcuno era una prova superiore alle sue forze – e cercavano un momento di confidenza con una donna che non li avrebbe messi a perdere. Perché allora c’era un po’ la gara nell’organizzazione per metterti a perdere. –

– La sua non era una situazione molto migliore, anzi: marito, figli e poi, rispetto ad altri militanti inviati come lei in montagna, correva seri pericoli: in città era stata individuata e anche in montagna non poteva considerarsi sicura…–

– E’ vero ma, specialmente in seguito, mi sono convinta che le donne possono affrontare certe difficoltà meglio degli uomini. Per lo meno in quei momenti è stato così e non solo in montagna; penso alla città dove di paura mescolata con la solitudine si poteva morire. Magari l’uomo sa prendere le decisioni ma poi ha bisogno di essere consolato, di avere qualcuno a cui fare una confidenza; quasi sempre. E si capisce che era portato a farlo con una donna perché se fosse stato un suo pari o comunque un uomo ci rimetteva in prestigio. Allora vivevamo ancora nella società della mamma. –

– Sono osservazioni che ha fatto in seguito, negli anni del femminismo? –

– No. Però al tempo del femminismo mi sono diventati più chiari perché ho capito che certi modi di pensare nascono da situazioni profonde, non solo sociali o economiche come credevamo allora. Ma erano pensieri che avevo in mente già dalla Liberazione quando sono successe cose che mi avevano spinto a riflettere… In quel momento di donne si parlava molto ma più che altro era retorica; anche tra noi, nel Partito. –

Dico a Marietta che mi piacerebbe approfondire questo aspetto e che vorrei sapere di più della sua storia, della sua formazione non solo politica, delle sue letture, della scuola, dei suoi insegnanti. Sorride e sembra contenta della proposta. – Allora venga presto –, risponde. E io: – Appena avrò trascritto il nastro –. Improvvisamente si ricorda della registrazione; per un attimo torna sospettosa, poi dice: – Siamo solo due persone che parlano, no? – e credo di sentirci un’allusione al testimone silenzioso della cui presenza non mi ha ancora dato ragione.

Venerdì 20 marzo

Telefonicamente ho concordato con Marietta di vederci attorno alle 16. Ho con me il testo del nostro primo colloquio. Servirà a provare che non intendo escluderla dal lavoro che sto facendo, ma glielo lascerò solo se me lo chiederà esplicitamente. Quando i materiali cominciano a circolare prima della conclusione di un lavoro succedono sempre dei grandi pasticci, interferenze, incomprensioni ecc. In questo caso, tra l’altro, la parte iniziale della registrazione è risultata pessima e in alcuni punti incomprensibile.

Arrivo puntuale e vengo introdotto in cucina dove questa volta c’è la luce accesa. Oggi siamo soli.

– Era il compagno V. della polizia partigiana, – spiega lei. Lo conosco da sempre e che fosse presente al nostro colloquio era una decisione dell’ANPI. Sono stata io a telefonare all’ANPI. Il compagno che mi ha cercato per propormi l’intervista, anni fa si era mescolato con gli extraparlamentari; era stato anche incarcerato. Lo sa vero? –

È andato via tranquillizzato? – chiedo con una certa petulanza. Marietta non risponde ma sorride, scettica. Dispongo sul tavolo i miei armamentari: – La chiacchierata della volta scorsa, le dico, mi ha posto così tanti problemi che spero ci si possa vedere ancora. Intanto torno a farle i nomi dei personaggi di cui mi sto occupando e le leggerò alcune battute che mi ha fatto su di loro in modo che, se crede, possa aggiungere…–

Frastornata da questa raffica di pronomi in terza persona mi dice: – Non so come si usa oggi, ma potrebbe darmi del tu; non sono abituata al lei…– Sommata alla assenza del poliziotto-partigiano è la svolta decisiva nei nostri rapporti.

Il tema sono ancora una volta i comandanti. Nel movimento, lo scontro tra comunisti e non comunisti avviene sulle nomine e mi aspetto di conoscere la sua opinione su ognuno. Marietta, anche se non sottovaluta le questioni di linea politica, è perfettamente consapevole che, nella guerra di guerriglia che lei ha conosciuto, la personalità dei comandanti ha un peso fondamentale.

– Erano i comandanti che facevano i partigiani. In tutto: nell’andare, nel ritirarsi, nel mangiare, nell’aiutare. Era una scuola di vita e come a scuola c’erano maestri più bravi o meno bravi. In genere i comandanti più bravi non erano dei politici come si intendeva allora. Magari erano anche dei compagni ma non dei politici. I politici invece stavano nei ranghi superiori e allora poteva nascere qualche contrasto. –

– Perché contrasti? –

– Perché lassù c’erano uomini, comandanti come Bisagno o Croce, che preferivano gli elementi militari, che venivano dall’esercito, e noi non eravamo d’accordo. Dalla città salivano quadri operai sperimentati, uomini di valore, e per riuscire a inserirli nelle formazioni ogni volta era una lotta. –

Le faccio notare che i comunisti in questo scontro non avevano la mano leggera: avevano presentato sotto le mentite spoglie di “militari” persone che non lo erano o ne avevano imposte altre incaricandole di non troppo misteriosi ruoli ispettivi. Marietta riconosce che “forse” c’erano stati degli eccessi, ma i comunisti per primi li avevano individuati e corretti.

Nel quadro fattomi da Marietta tra la lotta cospirativa in città e guerra partigiana in montagna c’è una indissolubile continuità. La città, mi dice, e in particolare il Partito comunista, aveva desiderato, sostenuto e amato i partigiani. Ne era stata la premessa. La supremazia del partito sul movimento partigiano, a suo parere indiscutibile, non discendeva dai rapporti numerici ma dal fatto che i comunisti avevano voluto i partigiani e deciso che cosa avrebbero dovuto fare. Marietta riconosce volentieri che per la loro provenienza i partigiani erano stati, almeno in parte, una sorpresa, un fenomeno di giovinezza e di creatività quasi sconcertante, ma anche una realtà grezza, che aveva richiesto di essere plasmata. In questo difficile compito di direzione, quasi sovrumano per la sua vastità, solo i comunisti erano emersi anche se tra loro, aggiunge, non tutti erano stati all’altezza del compito.

Nel giudicare i suoi compagni di partito Marietta è netta e i suoi giudizi sono spesso severi e ironici. Tra i politici incaricati dei collegamenti o della direzione del movimento partigiano Marietta promuove a pieni voti Barontini, il commissario politico della Zona, “un uomo equilibrato”, Pieragostini, il responsabile militare del partito, “poco loquace ma un vero dirigente, severo con sé e con gli altri, uno che viveva per il partito” e Conte. A quest’ultimo riconosce il maggior merito nel tessere i collegamenti tra l’organizzazione comunista della città e quella nascente in montagna. Tra i comunisti che già operavano lassù il suo apprezzamento è limitato a Moro, “una persona eccezionale, grande anche se non appariscente” e ad Attilio, il capo della polizia partigiana, “più istruito” e più in evidenza di Moro, un “tribuno appassionato… scrupoloso fino all’eccesso”. A loro associa Miro, “un vero comandante” che però al contrario di Attilio di scrupoli – gli piacevano un po’ troppo le donne, precisa Marietta – ne aveva pochi. “Sanguigno, uomo d’azione, da piccolo gruppo che va all’attacco”, Miro, in quella guerra strana “che non aveva campi di battaglia”, era apparso a Marietta il più coraggioso di tutti. Quanto agli altri sono pochi a salvarsi: Ugo, il responsabile del Comitato federale in montagna e corrispondente di Scappini sulle questioni di partito, era “una persona a modo ma senza grinta” che le dava “l’idea di uno sfollato”; Vuccio, il “medico” era bravo ma a ben vedere “non dava troppo affidamento”; era “un po’ una farfallina”. Di Pessi riferiva compiaciuta che la sua opinione era la stessa di un prefetto che – due o tre anni dopo la Liberazione – aveva detto “quell’uomo lì fastidio ce ne darà poco…”. Marzo era “un brav’uomo” ma spesso “peccava di leggerezza” e non aveva le caratteristiche del comandante, che del resto difettavano anche a Bini che infatti “aveva il compito del giornalista” anche se a lei “sembrava piuttosto un religioso”. Neppure presi in considerazione, malgrado la loro appartenenza comunista, i comandanti più giovani come Gino, Carlo, Lesta.

Per i comandanti non comunisti il suo metro di valutazione è la posizione che essi avevano verso i comunisti. Canevari, ad esempio, era “un vero gentiluomo”, un liberale che aveva “rispetto e amicizia per i comunisti” e pertanto doveva considerarsi un amico. Bisagno e Croce invece erano due che nelle formazioni “non rendevano la vita facile ai comunisti”, per non parlare di Marco “un vero anticomunista” che aveva uomini “poco convincenti… propensi a vegetare”. I primi due avevano “una mentalità militare favorevole solo agli elementi militari come loro”. Ai partigiani, commenta Marietta, Bisagno e i suoi amici preferivano gli alpini del Vestone. Comunque Bisagno era un “ragazzo sincero” e “non poteva essere definito un anticomunista”, semplicemente era “legato a una educazione del passato per cui non si doveva far politica”, e aveva paura “di cadere dal fascismo in qualche altro sistema a partito unico”. “Non era uomo da lottizzazione” ma dietro di lui c’era “gente furba che lo spingeva e poi ha raccolto i frutti”. Tra questi lei indica Scrivia che, probabilmente, dopo aver avuto degli incontri con Mattei, aveva cercato di coinvolgere Bisagno in qualche suo disegno salvo poi lasciarlo solo a difendersi (“Scrivia aveva messo a bollire la pentola e poi s’era tirato da parte”). Tra i “non ingenui”, come “invece era Bisagno”, Marietta fa il nome di Minetto, il cattolico che a gennaio del 1945 aveva sostituito Marco al comando dell’Arzani: “un bravo comandante ma sicuramente un nemico dei comunisti”. Altro che monopolio comunista del potere, conclude Marietta, “alla Sesta eravamo assediati e c’è voluta tutta l’abilità di Attilio, Moro e gli altri per non farci mettere fuori dalla Zona”.

Marietta, nell’esaminare la leadership del movimento partigiano, indica al primo posto i quadri comunisti incaricati dalla città di dirigere il settore militare (Pieragostini, Conte, Barontini e Miro,) e pochi altri, come Moro e Attilio, ma neppure per un attimo prende in considerazione i comandanti espressi dal movimento di cui pure anche i comunisti facevano parte.

Le obietto che i comandi così come erano andati formandosi nei primi mesi della lotta partigiana non potevano, e a maggior ragione non possono essere giudicati col metro di partito. Erano infatti espressione dello stesso movimento verso il quale Marietta ha appena avuto apprezzamenti entusiastici. Le chiedo: distinguere tra buoni e cattivi, capaci e incapaci e, specialmente, tra amici e nemici dei comunisti non finisce per far perdere di vista il carattere unitario e popolare che il movimento e i suoi comandi hanno avuto nella fase iniziale della lotta?

Marietta oscilla. Non vuol concedere troppo alla peculiarità del movimento partigiano perché crede di sentire nelle mie parole una sottovalutazione del contributo dei comunisti. Per lei i giovani saliti in montagna rappresentano una realtà nuova, emozionante – sono generosi, fraterni ecc. – ma politicamente non significativa. Teme che il mio sottolineare la discesa in campo nella guerra di Resistenza di persone comuni, inattese, spesso improvvisatesi nel ricoprire ruoli politici e militari, sottintenda una pericolosa deriva spontaneista e cancelli d’un colpo la lotta terribile – a suo parere più dura di quella della montagna – sostenuta in città.

Non è il suo unico timore. Marietta pensa che, a distanza di tanto tempo, io non riesca a cogliere l’ostilità che covava attorno ai comunisti; ammessi a collaborare dalle altre forze politiche solo per la loro forza e la loro abnegazione, ma sospetti al punto che molte di queste si preparavano, ancora prima che la guerra finisse, ad arginarne l’influenza o addirittura a scaricarli. Da qui la sua rappresentazione simile a quella già consegnatami da altri quadri di partito da me intervistati: i comunisti assediati, alla mercé di manovre sleali e spregiudicate che richiedevano contromosse adeguate e giustificavano i controlli di cui i loro nemici li accusavano.

Conosco ciò di cui mi parla e il suo richiamo è, almeno per me, quasi inutile. Ma resta oscuro perché, dopo aver fatto preziose ammissioni, riservi così poco spazio alla virtus partigiana, comunista e non comunista. Perché confinarla ad una dimensione quasi esclusivamente legata all’età: i giovani, protagonisti generosi e inattesi? Provo a far prevalere una visione più critica richiamando la sua attenzione sullo schematismo di alcuni dei dirigenti da lei esaltati a vantaggio di figure meno prestigiose ma risultate più adatte alla situazione. Ammette facilmente e lei stessa porta altra acqua al mio mulino, ma non per questo modifica i suoi giudizi. La sua filosofia generale potrebbe essere enunciata così: il partito comunista e i suoi militanti sono stati sempre i più intransigenti e coerenti nemici del fascismo. Altri si sono aggiunti per via quando il vento dopo anni è mutato e il fascismo è entrato in crisi. Ma chiunque fossero, questi ultimi non potevano reggere il confronto con chi da tempo aveva capito, operato e sofferto.

Così la storia della Resistenza tracciata da Marietta privilegiava la continuità, i suoi legami con l’antifascismo del passato, fino al punto di oscurare o cancellare le novità: forze ideali, forme associative e protagonisti inattesi. Dei quali ultimi preferisce sottolineare l’approdo al porto sicuro che i comunisti, con pazienza e ostinazione avevano costruito. Un modo di pensare che si salda con lo spirito contabile con cui i comunisti hanno in seguito presentato la loro partecipazione alla Resistenza: noi tanti, gli altri pochi, noi da sempre e giocandoci la vita, gli altri da ieri se non da oggi.

Le opinioni di Marietta peccano sicuramente di patriottismo di partito, ma non sono frutto di una elaborazione solo difensiva. Sono le ragioni di chi, nel campo comunista e dell’antifascismo storico, si trovò, a partire dal 25 luglio, di fronte ad un movimento grandioso che in un soffio aveva cancellato il fascismo al punto da far chiedere a vittime e oppositori da chi mai, durante gli anni precedenti, fossero stati perseguitati. Era un movimento improvvisato, politicamente immaturo, non troppo diverso, salvo per i numeri decisamente più significativi, dal movimento partigiano che si sarebbe consolidato in montagna intorno alla metà del 1944. Anche quest’ultimo per i comunisti rappresentava lo stadio infantile di un percorso da loro già compiuto.

Ma da allora, dai fatti di cui Marietta mi parla, di anni ne sono passati più di quaranta e la storiografia resistenziale, compresa quella di parte comunista, ha da tempo imboccato una strada nuova: la Resistenza come espressione originale di lotta popolare contro il fascismo, il tedesco, la guerra ecc. Perché, mi chiedo, di un simile ripensamento, che ha avuto la sua vulgata a livello di senso comune anche grazie alla stampa comunista, in Marietta e altri come lei non trovo quasi traccia? A distanza di anni, e a parte gli omaggi più formali che sostanziali, all’unità antifascista e alla peculiarità del movimento di resistenza, sono ancora le posizioni come la sua a prevalere. Marietta per di più è una donna intelligente con un acuto senso della realtà che la aiuta a rendere più convincente la sua interpretazione. Sa meglio difenderla perché ne conosce i punti deboli.

In Marietta le certezze politiche coincidono con quelle morali. Il controllo del partito nei confronti dei compagni di strada, l’attività diretta ad escludere la concorrenza di altre forze, il monopolio del partito sulle attività di informazione e di comunicazione all’interno del movimento, la riserva dei ruoli di comando in funzione della fedeltà di partito appaiono il frutto, più ancora che di una cultura minoritaria (che pure c’era), della convinzione profonda di aver conquistato tale diritto col sacrificio. Quel che ai compagni di lotta appariva intrusione e controllo poliziesco erano, per i militanti comunisti, scelte giustificate dalla nobiltà del fine.

Come è possibile – mi chiedo – avere all’attivo una esperienza così straordinaria e darne una versione così riduttiva? E perché Marietta mi parla del passato usando un copione di allora senza chiedersi se gli anni trascorsi non suggeriscano qualche ripensamento e qualche modifica? Il nostro non riuscire a progredire nei modi di pensare che restano fissati su di noi come una corazza da cui non riusciamo più a liberarci è solo il risultato di una difesa? E difesa da che cosa? Cose di ieri o di oggi?

Ho anche l’impressione che Marietta parli di sé, sia in città nella cospirazione sia in montagna tra i partigiani, minimizzando il suo ruolo. Non credo che mi stia nascondendo qualcosa. È consapevole di essersi trovata nella “Storia” con la S maiuscola: – Non è difficile perché i comunisti della storia di questo secolo sono una gran parte, no? – mi dice sorridendo. Lei, riconosce, in quel periodo si è impegnata “un po’ di più” di altri ma non è quel “di più” a fare la differenza. Era riuscita – “non ho avuto esitazioni, m’era venuto spontaneo” – a stringere un legame profondo, totale, tra la sua vita familiare, di moglie e di madre, e il partito. – E’ possibile che la famiglia ci abbia rimesso e che i rischi siano stati eccessivi, ma ho fatto proprio quello che sentivo. Non me l’ha detto nessuno. –

Era stata insieme “Marietta” e “partito”: “Marietta” perché era andata a fare quello che sentiva, e “partito” al punto che chi l’aveva conosciuta allora la considerava una dirigente forse solo per la sua capacità di assumerne di continuo la rappresentanza. Il tutto le era riuscito meglio che ad altri suoi compagni, di cui maternamente ricorda le esitazioni e gli sfoghi.

Mentre mi dice di sé mi convinco che non mi sta nascondendo nulla. Semplicemente della sua totale adesione morale e politica alla lotta preferisce parlarmi con ritegno. Marietta incarna l’epica comunista in modo così compiuto che comincio a pensare che un ulteriore incontro tra noi non abbia senso. Non mi racconta una storia ma una strada maestra: la sua condizione di trovatella, la sua infanzia nel quartiere proletario, il suo lavoro di ostetrica e di infermiera, il matrimonio e i figli fino a quando, sul finire dell’estate del 1943, è avvicinata dai comunisti. Quel giorno, chi la conosceva avrebbe potuto dire come sarebbe stata la sua militanza negli anni a venire: la cospirazione, la lotta partigiana, la miltanza del dopoguerra.

Sono quasi due ore che parliamo è c’è stanchezza in entrambi. Comincio a raccogliere i miei fogli e le faccio un complimento. Riascoltandola al magnetofono, le dico, sono rimasto colpito dal suo modo di raccontare, di delineare i personaggi. – Possiedi un linguaggio letterario, e sicuramente lo sai. Mi son perfino chiesto se su questi temi hai scritto; magari solo per te –.

Apparentemente si mostra stupita e sorride nel solito modo enigmatico: – Sì, ho scritto qualcosa; ma per i miei famigliari, i figli –. Aggiunge che non sa però dove sia finito quel che ha scritto. Immagino che lo sappia benissimo ma non intenda mostrarmela.

È comunque l’occasione per abbandonare il tema del partigianato e parlare di letture e di scrittura, le sue passioni non più segrete. Escono autori e titoli: Dickens, Gorki, London, Tolstoji e “tutti i russi”, Ibsen, Ariosto, Zola, Maupassant, Rostand… E’ un torrente che ingrossa poco a poco: per ogni nome, una parola, un richiamo ad un personaggio e a volte un gesto con la mano come dire d’una storia bella, importante ma finita. La donna d’azione descrittami dai compagni, facile all’arringa, accesa e poco diplomatica propagandista del verbo comunista, rispettosa della gerarchia di partito, si mostra sotto un’altra luce fatta di libertà, fantasia, gratuità. Tra l’altro mentre mi parla di un mondo fino a quel momento segreto la sua voce si mette a vibrare e l’indicatore del mio magnetofono soddisfatto me lo segnala.

Ora è lei a domandare. Mi chiede se ci sono romanzieri di oggi importanti come quelli del suo tempo. Ha perso il contatto, aggiunge, e poi un tempo i libri passavano di mano in mano: “sapevi già se ti sarebbero piaciuti perché conoscevi chi li aveva letti e te li passava.” Ora però non riesce più a leggere: “è per via degli occhi e della stanchezza”; solo un po’ il giornale ma poco anche quello. Chiedo se ha qualche libro dei suoi da farmi vedere. – Non ne ho più, risponde senza troppa convinzione: i traslochi, i figli… E poi non saprei cosa farne… non riesco più a leggere, non mi interessa. –

Restiamo d’accordo per vederci ancora, ma tutti e due ci comportiamo come se il gioco fosse concluso. Forse è per rompere questo stato d’animo che nel riaccompagnarmi alla porta si ferma ed entra in una camera da dove torna con una busta grande, del genere confezione di carta da lettere, che mi porge. – Sono gli scritti di cui ti ho parlato – mi dice, sbrigativa. – Forse qui potrai trovare qualcosa che serve ai tuoi studi. – Sono fotocopie delle pagine di cui mi aveva parlato sul finire del pomeriggio. Le aveva già pronte per darmele.

A casa mi metto a leggere. Si tratta di due testi dattiloscritti: uno, 21 cartelle, è una lunga lettera al figlio più giovane, Piero, a cui la madre racconta la storia della sua famiglia, del suo incontro col fascismo e la guerra, della sua militanza antifascista e comunista, e si conclude con il rastrellamento dell’agosto del 1944. L’altro, indirizzato a entrambi i figli, è un profilo, in 4 cartelle, del marito. Per me è un colpo di fortuna; un regalo inaspettato. 

“Il partigiano Fran”

Non si può certo parlare di vostro padre come di un uomo interessato alla politica o a questioni sociali ma seppe anche lui dare il suo contributo alla resistenza.

Appartenente ad una famigli numerosa fu come tanti ragazzi di allora messo a lavorare tredicenne in una officina della val Polcevera. I tempi erano duri e le famiglie contavano sull’aiuto dei figli, non appena erano in età di lavorare.

Non voleva frequentare la scuola, finì a malapena la quarta elementare distruggendo le illusioni dello zio Carlin che sognava un nipote istruito. Fu messo garzonetto presso vari commercianti finché non ebbe il libretto di lavoro, andandosene allegramente a fare lo “scaldachiodi”.

Era volenteroso, “burdelante”, prendeva la vita allegramente godendosi quei pochi soldi che gli venivano lasciati della sua paga.

Fu sempre un lavoratore che si adattava a qualunque lavoro e se rimaneva disoccupato si dava subito da fare per trovarne un altro. Fu dopo il servizio militare che conobbe un lungo periodo di disoccupazione e, purtroppo non era il solo perché la terribile crisi economica del 1929, che aveva sconvolto l’economia mondiale, sconvolgeva anche il nostro paese. Trovare un lavoro era difficile, impossibile addirittura se non si risultava iscritti al fascio, cosa che vostro padre non fece mai. Era sì indifferente alla politica, non capiva a fondo cosa era il fascismo, ma c’era in lui un sano istinto di ribellione che fece sì che anche nei periodi in cui si fece maggiormente sentire la propaganda per il reclutamento seppe sempre rifiutare la tessera del fascio.

Poiché nelle piccole officine non trovava lavoro, si raccomandò ad uno zio molto amico del segretario federale di Cornigliano e fu proprio con quella raccomandazione che venne assunto presso lo stabilimento Fossati.

Il fascismo aveva consolidato il suo potere all’interno e si preparava alle conquiste coloniali, le industrie ebbero le commesse per la produzione bellica ed in conseguenza di ciò diminuì la disoccupazione.

L’antifascismo viscerale di vostro padre era alimentato anche dai soprusi che, all’interno della fabbrica, dovevano subire i lavoratori da parte dei “capoccia” in camicia nera. Ricordo bene come si infuriava contro un “operatore”, un certo Laconi che lo aveva particolarmente preso di mira. Questo tizio si distinse anche in seguito per aver segnalato gli antifascisti del Fossati per l’internamento in Germania.

Con l’inizio della guerra era entrato al Fossati anche il fratello Carlo che si era sposato da poco. Una massiccia propaganda invitava gli operai a recarsi a lavorare in Germania offrendo contratti di lavoro allettanti per dare al nazismo la produzione bellica necessaria all’enorme fronte di guerra creato in Europa. Qualcuno si lasciò tentare e il fratello di vostro padre fu tra questi. Fu così che partì per la Germania dove non arrivò mai perché il treno che trasportava i lavoratori deragliò e precipitò da un viadotto presso Como.

Vostro padre soffrì molto per la perdita di vostro zio al quale era molto affezionato ch’era un uomo socievole ed estroverso, un po’ farfallone in gioventù ma che aveva saputo assumersi la responsabilità della famiglia non appena si era sposato, tanto da prendere quella decisione che gli doveva costare la vita.

Con tutte le vicissitudini della guerra arrivammo al 25 luglio del 1943 con la caduta del fascismo e vostro padre partecipò alla gioia generale vedendo sparire i “camerati” in stabilimento.

Fu una breve illusione perché trascorso quel periodo confuso che dal 25 luglio all’8 settembre, i fascisti tornarono alla luce sostenuti dall’occupazione tedesca.

L’inizio della lotta clandestina coinvolse anche vostro padre, se non direttamente, in maniera sensibile: non bisogna dimenticare che il 25 luglio aveva portato in luce parecchi antifascisti che avevano lavorato all’interno della fabbrica anche durante il regime: forse quello fu il momento in cui egli divenne maggiormente cosciente che il fascismo non era solo i gruppi teppistici.

I repubblichini di Salò rientravano in fabbrica più rabbiosi ed arroganti che mai e per molti lavoratori fu giocoforza allontanarsi anche dalle loro case. Su consiglio di “Luigi” papà andò a lavorare per l’organizzazione TODT che assumeva personale per costruire opere di fortificazione sulla riviera e assieme a lui si trovava anche Ghirelli, il marito della Gigia.

Lavorarono per un po’ di tempo a Ventimiglia abbastanza tranquilli mentre a Genova l’organizzazione clandestina aumentava. La polizia fascista e la squadra politica di Veneziani cominciava ad infierire (infliggere) duri colpi, tutti i vecchi antifascisti erano ricercati e sorvegliati. Temendo di essere individuati dovettero quindi lasciare quel lavoro. Tornarono quindi a Genova dove Ghirelli fu arrestato insieme alla Gigia e dovettero subire violenze, processo e campo di concentramento.

Appena arrivato a Genova papà si diresse verso la casa in corso Firenze dove mi ero trasferita con la moglie di Scappini, in quel momento la Clara era già nelle mani dei tedeschi e la nostra abitazione era piantonata da una decina di giorni dai poliziotti che speravano operare di sorpresa qualche altro arresto.

Nel caseggiato i portinai avevano conosciuto papà quando veniva a casa alla fine della settimana. Consci del pericolo marito e moglie facevano la guardia per impedirgli di salire in casa. Fu così che a metà della “crosa” che portava in corso Firenze il portinaio lo avvertiva del pericolo.

I nonni vi avevano portato nei dintorni di Stazzano e papà vi raggiunse sistemandosi presso dei contadini che aiutava nel loro lavoro e dove rimase fino al novembre del ’44. In quel periodo avevo avuto notizia dai corrieri e dall’ispettore di Zona che portava notizie da Genova che la squadra politica cercava i miei figli ed io allarmata avevo voluto assicurarmi della vostra sistemazione.

Credetti di impazzire quando giunta alla cascina Diana seppi che i nonni erano tornati a Genova a causa della salute del nonno.

Vista la mia disperazione la Rosetta Capurro si offrì di venire a prendervi a Cornigliano. Le feci tutte le raccomandazioni necessarie per non compromettersi e la vidi partire con il cuore stretto per i disagi del viaggio che affrontava e i pericoli nei quali poteva incorrere. L’attesa fu lunga ma vi vidi arrivare sani e salvi. La Rosetta aveva agito con prudenza: approfittando del fatto che la sua terrazza era tutt’una con quella di vostra zia Nina, si era rivolta a lei che venne a prelevarvi presso i nonni, portandovi senza destare sospetti a casa sua da dove la Rosetta vi prelevò per portarvi sani e salvi a Stazzano. Non mi fu facile esprimere la mia riconoscenza ai Capurro come non posso spiegarvi ciò che provai nel vedervi sani e salvi. Papà che si era incontrato parecchie volte con pattuglie partigiane era stato invogliato ad unirsi a loro (si era spaventato a morte poco tempo prima per il rastrellamento subito assieme ai contadini mentre raccoglievano la legna del bosco. Era stato trattenuto dai tedeschi per una nottata e per fortuna non individuato, era stato rilasciato il giorno dopo, assieme a tutti gli altri).

Partimmo tutti e quattro e ci avviammo verso Cantalupo. Renzo più grandicello camminò a lungo senza lamentarsi; Piero ben presto dovette essere preso in braccio. Il buio ci colse per strada e proseguimmo un bel po’ prima di trovare un rifugio. Anch’io ero allo stremo delle forze: Piero mi strappava le braccia e negli occhi mi balenavano scintille. Trovammo un fienile e vi sostammo. Nello zaino avevamo dei generi di conforto, ci rifocillammo alla meglio e sistemata l’erba vi accomodai a dormire. Alla mia partenza da Cantalupo avevo chiesto al SIP qualche indumento per coprirmi decentemente. Tra il materiale delle requisizioni trovai una pelliccia di coniglio che avevo presa in prestito. Fu con quella che vi coprii accuratamente mettendovi le maniche attorno al collo. Ricordo come d’improvviso mi assalì di colpo la nostalgia della casa, di voi così buoni e così cari; vi rividi quando vi lasciavo nel lettone e prima di lasciarvi vi mettevo nello stesso modo la mia vestaglia sopra perché sentiste l’abbraccio della mamma e voi stavate lì, buoni buoni.

Siete stati veramente dei cari bambini, la vera ricchezza della mia vita e rimpiango il tempo perso della vostra infanzia. Non ho che ricordi dolci di voi dei quali vi sono grata.

Anche nel peregrinare sui monti quante volte vi ricordavo mentre vi stringevate e volevate i racconti “du Giuanin” che partiva da Bocca d’ase per le sue avventure. Chissà se vi ricordate il bacio che vi mettevo nel palmo della mano dicendovi di tenerlo stretto fino al mio ritorno. Ma io sento ancora la commozione che mi prendeva quando, tornando, vi trovavo addormentati con il pugnetto chiuso.

Finalmente la notte finì ed appena chiaro riprendemmo il cammino; eravamo ora più sicuri ed arrivammo abbastanza facilmente a Cantalupo. Incontrammo una pattuglia di partigiani che si recavano in vedetta (si parlava di un concentramento di fascisti e tedeschi) e poiché Falco non aveva giubbetto per coprirsi e per ripararsi dal freddo gli consegnai la giacca di pelliccia che avevo addosso.

Da Cantalupo arrivammo a Cabella dove trovai l’intendente di brigata Terzo che mi assicurò che vi avrebbe sistemato presso una famiglia. Ciò che fece presso la Marinoni, una vedova con una figlia che abitavano in una bella casetta all’inizio del paese.

Io raggiunsi Carrega, dove si trovava il comando della Sesta Zona Operativa, nonché la missione alleata che era stata paracadutata per partecipare e seguire la lotta di resistenza e le formazioni partigiane. Era formata da ufficiali inglesi ed americani, tra i quali il colonnello Davidson scrittore e storico.

Papà venne inviato alla brigata di Croce che amava poco coloro che, secondo lui, non erano soldati… così che trovandosi a disagio si rivolse a Scrivia che lo incaricò dell’intendenza di un distaccamento.

Certo non fu un uomo da compiere gesti eroici ma lo fu nelle piccole cose dedicandosi alla ricerca di quanto occorreva a quel gruppo di partigiani, spostandosi da una zona all’altra e anche questo poteva essere pericoloso. Fece bene il lavoro che gli era stato assegnato e fu congedato come sergente.

Partecipò anche ad una azione militare: guidò il gruppo sulle tracce di quel Laconi che era stato segnalato in zona partigiana come repubblichino e responsabile dell’internamento di parecchi operai del Fossati. Fu sempre grato a Scrivia che gli aveva dato quell’opportunità ed io penso che il suo contributo sia da considerarsi tutt’uno con quella che fu la mia partecipazione.

 “Caro Piero”

 Caro Piero sul filo dei ricordi cercherò di narrarti la mia esperienza di partigiana.

Non è facile parlare così in prima persona e non ti aspettare da me particolari eroici.

La Resistenza è stata una lotta clandestina nella quale ciascuno di noi ha portato il suo contributo più o meno importante però tutti utili per giungere all’Insurrezione, alla cacciata dei tedeschi e dei fascisti.

Molte volte dagli alunni con i quali mi sono incontrata per parlare sulla Resistenza mi sono sentita chiedere perché sono diventata partigiana ed è questa una premessa necessaria che faccio anche con te.

Sono nata con l’istinto pacifista, fin da bambina, per quanto vado indietro nel tempo, non sopportavo vedere qualcuno litigare. Se due compagne di gioco si picchiavano volevo dividerle (molte volte col risultato di buscarle io).

Nella guerra dal ’15 al ’18 sentivo la gente tra cui vivevo imprecare alle sue conseguenze, sentivo compiangere le famiglie di coloro che cadevano sul fronte, mi sentivo in pena per quei bimbi orfani di guerra ai quali si faceva portare il bracciale nero in segno di lutto. Più che altro mi impressionava la zia Ida che riceveva, per vie traverse, lettere da suo fratello, zio Riccardo, che quaranta mesi combatté sulle Alpi e sulle Dolomiti. In quelle lettere egli parlava delle dure condizioni in cui si trovavano i soldati nelle trincee, della fatica disumana che dovevano sopportare arrampicandosi su quelle rocce scoscese con pezzi di artiglieria sulle spalle; della mancanza di vitto, del militarismo più feroce. Raccontava come gli uomini dovessero uscire dalla trincea per l’assalto alla baionetta, dopo essere stati drogati per vincere la paura. E odiai la guerra.

Ho visto nascere il fascismo ed ho avuto subito la stessa avversione che portavo in me contro ogni forma di violenza. Le squadracce nere che bastonavano e manganellavano senza pietà, che abolirono ogni forma di associazione democratica. Ho visto distruggere tutti i clubs e le Società di Mutuo Soccorso di Cornigliano, ho visto aspettare all’uscita dal lavoro gli operai – uomini o donne che fossero – per ingoiare con l’arma in pugno un litro di olio di ricino se erano sospetti di sovversivismo. Queste cose mi colpivano e facevano così di me, istintivamente, una antifascista.

Preso il potere il fascismo lo consolidò attraverso gli anni con le sue campagne propagandistiche. Naturalmente gerarchi e gerarchetti se la spassavano bene, però non si lavorava senza tessera del fascio. La scuola era fascista e tutto era fatto per esaltare il “bene-amato” duce “l’uomo inviato dalla divina provvidenza” a detta del Vaticano.

Il fascismo era arrivato ad avere un certo consenso nella borghesia piccola e media ed anche tra i lavoratori attraverso le varie corporazioni create. Ma non è mai riuscito a soffocare completamente l’anelito di libertà che qua e là si manifestava nel paese. Per annientarlo emanò le leggi speciali, istituendo quel tribunale per la difesa dello stato (fascista) che colpì duramente con migliaia di anni di carcere e di confino tutti coloro che dissentivano.

Io seguivo questi avvenimenti con interesse.

Anche a Cornigliano il fascismo aveva proceduto a diversi arresti condannando tanti giovani alla galera o al confino.

Uno di questi era il cugino Serra segnalato dall’OVRA e che per tutto il periodo fascista fu colpito e perseguitato. Per lui e per sua sorella Ernestina io avevo molto affetto, anzi poiché mi consideravo cugina (anche se in effetti non lo ero) mi sentivo un po’ fiera di questo rapporto perché consideravo Serra – come gli altri arrestati (tra i quali vi era Pieragostini) degli uomini coraggiosi da ammirare.

Ma il regime si avviava verso la sua logica conclusione. L’avventura della guerra.

I discorsi del duce all’Italia e al mondo parlano di grandezze imperiali, di “posti al sole”, di civiltà da portare ai barbari e bisogna riconoscere che non erano in pochi a credere a questi miraggi.

Dopo la preparazione psicologica e la propaganda più smaccata l’Italia attacca l’Abissinia. Dal porto di Genova vediamo queste partenze tra inni e suoni di fanfara e la nota triste delle famiglie che salutano dal molo. Eppure tra la popolazione non si sente ancora una reazione vivace a questa avventura forse perché la guerra porta un certo sollievo alla disoccupazione. Le fabbriche lavorano a pieno ritmo per la produzione bellica e perciò c’è un certo traffico commerciale. Tutto questo è accompagnato da una intensa propaganda che parla di vittoriose conquiste e si guarda bene dal parlare dei crimini che si commettono contro popolazioni inermi in nome della civiltà. La chiesa ha benedetto i gagliardetti fascisti e considera questa guerra santa – come farà poco tempo dopo nei confronti della guerra civile di Spagna.

Nel ’39 attacchiamo l’Albania – sempre per la grandezza dell’impero – ma quella che doveva essere una “passeggiata”, attraverso il tradimento di qualche ufficiale albanese, si rivela invece come una guerra dura. Le nostre truppe si trovano di fronte a dei combattenti che, eliminati i traditori, difendono il loro paese strenuamente e noi paghiamo a caro prezzo la corona d’Albania che il duce offre al piccolo re.

Queste cose, man mano che i combattenti tornano a casa perché feriti, si vengono a conoscere. Le voci corrono e qualcuno comincia a farsi delle domande e sono argomenti di discussione quando capita l’occasione di trovarsi tra persone che avversano il fascismo. Ci sono tanti piccoli centri dove ci si riconosce tra amici, nel bar da “Reciunin”, sulla piazza del mercato, da “Serafin”, diverse farmacie di Cornigliano sono piccoli centri di discussioni ed in certo qual modo di propaganda se pur non organizzata. Negli stabilimenti, specialmente nella grande industria, era rimasta viva l’attività dei vari partiti che il fascismo aveva messo in clandestinità, ma io non ne ero al corrente. Sapevo solo che c’era un “soccorso rosso” che raccoglieva soldi tra i lavoratori per sostenere le famiglie degli arrestati.

Nel ’39 Mussolini firma il trattato di ferro con Hitler – vuole la sua parte di bottino e di gloria – l’asse Roma Berlino ci lega alla Germania. In quei giorni ebbi l’impressione che l’opinione pubblica ricevesse uno scossone.

Era ancora fresco il ricordo della guerra ’15-’18, molta gente riteneva di non aver nulla in comune con i tedeschi ed in molte famiglie di “camerati” sentii fare apprezzamenti negativi su questo trattato. Ti voglio ricordare che il mio lavoro mi portava allora a frequentare molte famiglie e tra queste c’erano dei fascisti più o meno ferventi.

Nel ’40 Mussolini entra in guerra a fianco di Hitler, vuole dimostrare la potenza bellica del regime. In realtà l’Italia non è in condizione di affrontare nessuna impresa bellica. La guerra non è sentita né voluta dal popolo italiano. Immediati disagi cadono sulla popolazione. Spariscono i generi di prima necessità e chi ne ha la possibilità se ne accaparra e li nasconde, tutto viene tesserato. I magazzini rimangono improvvisamente vuoti e la gente va alla disperata ricerca dei generi di prima necessità. Le città vengono oscurate le autorità invitano a sfollare la popolazione civile. Le gerarchie fasciste provvedono alle disposizioni per i ricoveri antiaerei, nominano i capiscala responsabili della vigilanza, in caso di allarme aereo, sugli inquilini che debbono abbandonare le abitazioni per recarsi al rifugio più vicino. E’ tutto una tragica buffonata, pochi sacchi di sabbia all’ingresso delle cartine è tutto quello che protegge dalle bombe che piovono dall’alto. Si tratta in realtà di trappole, come i fatti confermeranno tragicamente, nei bombardamenti che colpirono Cornigliano, in via Pellizzari, ed in via S.G. d’Acri, dove famiglie intere furono estratte dai rifugi.

Il nostro caseggiato aveva come rifugio uno stretto cunicolo largo poco più di un metro e la lunghezza corrispondeva alla larghezza della strada soprastante. In quello stretto budello ci stavano circa 50 persone e certamente occorreva più coraggio ad entrare là dentro che non a starsene all’aperto. Certo tu non puoi ricordare. Alla Badia di Castello Raggio c’era una vasta galleria, ch’era certamente un rifugio migliore, ma era un po’ lontano. Quando suonava il preallarme e rimaneva quindi un margine di tempo, cercavamo di arrivare fin là.

Avevamo in casa un sub inquilino, un calabrese, Antonio che aveva un sacro terrore dei bombardamenti. Appena sentiva la sirena, in piena notte, balzava dal letto, prendeva te Piero in collo e Renzo per mano e vi trascinava alla galleria Erzelli. La paura gli metteva le ali ai piedi. Non dimenticherò mai quella sua solidarietà.

Subito all’inizio della guerra con la nonna siete stati un po’ di tempo a Bussana, in quella casetta proprio vicino al mare. Siete rientrati ma per poco, siete poi sfollati a Sarizzano da una mia amica. Siete ancora tornati a Genova. Era un vivere convulso tra disagi, privazioni e paure di ogni genere e queste ambascie erano vissute da tante altre famiglie.

Mussolini si fa bello con il fuhrer, mette a disposizione divisioni di combattenti – vuol partecipare alla campagna di Russia – e così partono migliaia e migliaia di soldati per il fronte russo creando sgomento tra la gente che si chiede quali interessi ha l’Italia a seguire i tedeschi in questa impresa. E’ vero che il fascismo aveva sempre sventolato il pericolo del bolscevismo e da sempre additato il comunismo come il barbaro da schiacciare. Ma nella classe operaia la rivoluzione russa era stata vista come una vittoria e quindi respingeva l’idea di una aggressione a quel popolo. Non intendo certo scrivere un libro di storia. Mi limito perciò a quello che intendevo allora ed alle mie impressioni. Ho visto partire alla fine di giugno del ’42 l’ultimo battaglione della divisione Cosseria che doveva raggiungere il fronte del Don. Ti assicuro che li rivedo come allora ed è una visione veramente dolorosa. Questo battaglione partito da Vallecrosia, all’alba, a piedi era arrivato fin sotto Bussana. Fecero tappa in quel tratto di spiaggia che c’è prima di forte Sant’Elmo. Era una cosa che faceva veramente rabbrividire. Pensare che andavano ad affrontare un clima che poteva raggiungere in inverno i 40 gradi sotto zero, con scarponi di cartone, una coperta acciambellata e gli indumenti soliti che portavano in Italia. Ed ero obbligata a fare il confronto con i soldati tedeschi che li accompagnavano, essi marciavano su camion o su cavalli e mentre i nostri sudavano sulla spiaggia al sole rovente i tedeschi si riposavano all’ombra degli ulivi nel terreno soprastante la strada.

La tragica odissea di quelle divisioni è storia ed è stata descritta ampiamente perciò non voglio parlartene. Ma devo però dire come gli scampati dal fronte russo che poterono ritornare alle loro case denunciarono gli orrori di quella campagna. Raccontarono del trattamento ricevuto dai camerati tedeschi durante la ritirata e dell’aiuto che avevano invece ricevuto molte volte dai contadini russi. Questi episodi smontavano molta di quella campagna che il fascismo aveva fatto nei confronti dell’Unione Sovietica e contribuivano ad aumentare il malcontento.

La guerra continua a dissanguarci – i viveri scarseggiano sempre di più – chi fa la borsa nera per guadagnare – chi va alla ricerca di farina, olio per sopravvivere – sulla spiaggia si bolle l’acqua di mare per avere il sale (scarseggia anche quello) per uso proprio e per farne cambio con altri generi.

Nelle fabbriche ci sono proteste, per ottenere miglioramenti salariali ed avere un aumento su generi alimentari razionati. Sui mercati le donne protestano per la mancata distribuzione dei viveri. La situazione si aggrava giorno per giorno finché si giunge al 25 luglio, alla caduta del fascismo. Il re fa arrestare il duce con la speranza di salvare la monarchia. Quel giorno fu una esplosione di gioia nel paese, abbattuti i simulacri del fascismo spariscono come nebbia al sole gerarchi, gerarchetti e fiduciari fascisti, ci accorgemmo con stupore che nessuno era stato fascista.

Sembrava che fosse finita con la guerra ma invece si stava preparando il periodo più duro e doloroso.

Era sparito il fascismo in camicia nera ma la guerra continuava. I partiti che avevano operato nascostamente poterono riprendere respiro, si ricostituivano faticosamente associazioni che il fascismo aveva sciolto ma si vedeva chiaramente che era una situazione anomala e per coloro che si riconoscevano antifascisti la situazione era piena d’angoscia. I prigionieri politici alla caduta del fascio non furono subito liberati, ci vollero dimostrazioni popolari perché le porte del carcere si aprissero ed i confinati potessero tornare alle loro case.

Nella farmacia Trincheri, di fronte alla stazione ferroviaria, si parlava molto di questa situazione. Già da tanto tempo mi incontravo casualmente con persone che frequentavano il locale e che criticavano da lungo tempo la politica del regime. Ricordo il signor Pratis, padre di un magistrato, il dr. Romero, il dr. Minetto medico condotto che il fascismo aveva costretto a lasciare il suo paese, il sig. Carro impiegato al Comune e suo cognato Franchi, qualche volta Migliorini, operai della San Giorgio. Ascoltavamo tutti quanti Radio Londra, clandestinamente. Si discuteva di quanto avevamo ascoltato e si cercava di trarre delle conclusioni ma queste non erano certo esaltanti.

E venne l’8 settembre giorno dell’armistizio.

Badoglio comunicò: l’Italia ha firmato l’armistizio, la guerra continua e noi rimanemmo allibiti. Come continuava la guerra, chi la guidava se la monarchia e la casta militare che aveva bruciato su ogni fronte migliaia di uomini male armati, mal nutriti e ingannati in ogni modo abbandonava a se stesso l’esercito che ancora poteva combattere per il riscatto del proprio paese?

Non fu data nessuna direttiva e noi assistemmo così allo sfascio del nostro esercito e fu uno spettacolo rattristante.

“Tutti a casa” fu la parola d’ordine ma i tedeschi occuparono ben presto le caserme e cominciarono i rastrellamenti. Fu veramente grandioso il modo in cui la popolazione cercò di salvare i militari rifornendoli di abiti civili, di viveri, accompagnandoli ai treni. Ricordo d’aver comprato diversi berretti da ferroviere in quel negozio di via Gramsci (allora via C. Alberto) che esiste tutt’ora e che vende divise militari. Potevano così più facilmente sfuggire ai tedeschi, figurando come personale viaggiante delle ferrovie.

Subito dopo la notizia data da Badoglio, dalla postazione di castello Raggio i militari si erano allontanati tutti. Erano rimasti alcuni ufficiali che, si diceva in paese, avevano ricevuto dai tedeschi l’invito a presentarsi al loro comando che si trovava presso l’albergo Centro di Sampierdarena. Non so se fu idea mia o se mi fu suggerita ma mi ricordo che andai a castello Raggio. Trovai qualche ufficiale disorientato. Cercai di convincerli a non presentarsi al comando tedesco e di seguire piuttosto l’esempio dei militari che si erano allontanati. I due ufficiali con i quali parlavo mi guardavano un po’ allibiti. Certo era una cosa fuori della norma ricevere consigli da una popolana eppure era già la svolta della storia che avrebbe visto un esercito nuovo dove le donne diventavano combattenti, senza alte gerarchie accademiche ma comandanti e generali che nascevano dal popolo e nella lotta.

Subito dopo l’8 settembre, non ricordo da chi mi venne il suggerimento, mi recai al distretto di Savona. Trovai solamente un capitano che mi informò della situazione: i militari si erano allontanati tutti, la caserma era vuota, era rimasto solo il materiale sanitario dell’infermeria. Fu così che tornai a Cornigliano carica come un asino e depositai tutto presso la farmacia Trincheri.

Al momento dell’armistizio era circolata la voce di raccogliere le armi che i soldati abbandonavano e così si ebbero tanti piccoli depositi di armi: i fondi della Stazione ferroviaria, quelli dell’albergo Serafino (dove pure alloggiavano i tedeschi), il rifugio del n. 50 di via Cornigliano.

I rastrellamenti dei tedeschi, i bandi fascisti che condannano a morte i renitenti alla leva pongono molti giovani nella necessità di allontanarsi da casa. Molti sfollano, molti si raccolgono in bande sui monti della Liguria e del Piemonte. So di giovani che si raccolgono nell’entroterra chiavarese, nel cuneense e nella zona alessandrina ma di preciso non so nulla pur facendo una grande propaganda tra donne e giovani. Con il gruppo della farmacia Trincheri faccio sottoscrizioni e raccolgo quanto è possibile viveri, indumenti, medicinali, materiale per medicazione, armi. Un giorno viene a casa nostra il cugino Serra. Dice di aver saputo della mia attività, mi rimprovera di collaborare con un gruppo badogliano e mi invita a passare nell’organizzazione (che sta rafforzandosi) dell’antifascismo che raccoglie tutte le sue forze nella resistenza clandestina.

Quella sorta di angoscia che mi aveva fino ad allora tormentata si attenua. Comprendo che l’organizzazione che mi ha illustrato Serra darà risultati maggiori ai nostri sforzi. Ho paura ma entro nella Resistenza.

Ed eccomi ad organizzare i primi gruppi difesa donne e per l’assistenza ai partigiani; la nostra zona popolare offre un terreno fertile. Nel giro di due mesi sono più di novanta le donne che lavorano tenacemente nelle raccolte per i partigiani ma soprattutto fanno propaganda contro la guerra.

Il mio lavoro con l’organizzazione femminile non dura molto. Devo occuparmi del Fronte della Gioventù collaborando per la propaganda e la diffusione della stampa clandestina e con dimostrazioni di protesta contro il fascismo e i tedeschi. Dal movimento giovanile operaio e studentesco escono molti gappisti che compiranno imprese eroiche e disperate in città creando scompiglio tra le brigate nere e i tedeschi.

Baldini mi incarica di trovare un’abitazione per un compagno di Torino che viene a Genova a dirigere il movimento clandestino per il PCI. Trovo la casa dai Capurro Lorenzo e Rosetta. Sono piuttosto paurosi ma sicuramente antifascisti. Per non dar loro inutili ansie nascondo la vera funzione dei loro inquilini. Conosco così Luigi e Rina; sono una coppia non più giovanissima che hanno subito lunghi anni di angherie sotto il regime. Si vede tra di loro un grande amore. Rina è felice di essere vicina al marito dopo tanti anni in cui il carcere li ha divisi. Hanno l’aspetto di persone benestanti e non è difficile far credere ai Capurro che si trovano a Genova per un periodo di riposo. Devo trovare un’altra sistemazione per un ispettore clandestino della zona: preparo una valigetta campionario di medicinali e lo colloco presso una famiglia che abitava all’inizio di via Tonale, presentandolo come un rappresentante di farmaceutici. Poiché si trattava di “camerati” nell’ingresso faceva bella mostra un ingrandimento del duce, cosa che non avrà certo rallegrato il clandestino.

Intanto la nostra casa diventa una stazione di smistamento: giovani che vogliono andare nelle formazioni partigiane, che cercano materiale per la stampa e posti sicuri dove nascondersi. Collaboro con i responsabili provinciali, Rossi, De Giovanni e Diodati che ritroverò più tardi in montagna. Luigi mi presenta Renato (Germano Iori) comandante dei Gap che si sono appena costituiti. E’ un reduce delle galere fasciste, processato e condannato ripetute volte. E’ un uomo sicuro di sé, di poche parole. Vuole liberare un compagno rimasto ferito in uno scontro con i fascisti durante lo sciopero dei tranvieri nel novembre del ’43 e che si trova piantonato all’ospedale di Sampierdarena. Concertiamo i preparativi.

Vado alla ricerca di informazioni presso dipendenti dell’ospedale sulle condizioni del ferito e sull’ubicazione della sua camera, alla cui finestra viene messo un segnale. Sul far della sera accompagno Renato a controllare la via da seguire per non perdere tempo al momento dell’azione.

Lucarelli viene avvertito di tenersi pronto, di fingersi disturbato di intestino per allentare la sorveglianza ma il primo tentativo va a vuoto per un guasto al camioncino con il quale i gappisti dovevano raggiungere l’ospedale. Bisogna quindi riprendere contatto, avvertire il ferito del contrattempo e del rinvio. Con grande sorpresa ci fa sapere di sospendere il tentativo perché non corre alcun rischio. Iori è però deciso a togliere Lucarelli dalle mani dei fascisti in quanto gli risulta che la squadra politica ha già sollecitato il trasferimento alle carceri di Marassi. Il colpo riesce; il prigioniero viene liberato e trasportato in una casa di via F.Rolla.

Quando incontro Renato mi racconta di aver trovato il Lucarelli tranquillamente addormentato e come fosse poco convinto della necessità di esser prelevato. A questo seguì poi il fatto che egli non fosse soddisfatto del suo nascondiglio perché temeva i bombardamenti così fu necessario trovare un’altra sistemazione, cosa non certo tanto semplice. Non ho conosciuto personalmente il Lucarelli ma quando penso a quell’episodio e al suo comportamento me ne rallegro.

Luigi mi incarica di andare ad Oneglia a prelevare sette milioni offerti dall’industriale Berio, il cui figlio morirà a Chiusavecchia nel giugno del ’44, fucilato dai nazifacisti. Mi reco quindi ad un vecchio frantoio sulle alture di Oneglia, dove incontro Amoretti che ricoprirà insieme al cognato Gilardi posti di grande responsabilità fino alla liberazione. Sette milioni pesano 7 kg., in biglietti da mille grandi e spessi appena usciti di zecca. Da un cumulo di paglia tirano fuori un cestino con i soldi fruscianti. Due milioni come mi era stato detto li lascio per le necessità locali ed i restanti me li metto addosso tra la maglietta e un ampio busto che ho avuto in prestito. Riparto per Genova notevolmente ingrossata e rigida come un baccalà. Fu un viaggio che mi sembrò eterno. Sui treni c’erano frequenti controlli per la borsa nera dell’olio, erano sovraffollati e le interruzioni erano frequenti. Comunque arrivai a Cornigliano sulla tarda sera e appena uscita dalla stazione suonò l’allarme per cui dovetti rifugiarmi alla galleria Erzelli dove mi rannicchiai in un angolo cercando di non sfiorare nessuno. Fu con vero sollievo che consegnai il gruzzolo a Luigi, liberandomi anche dalla sofferenza che mi dava il bordo dei soldi con le profonde escoriazioni che mi avevano provocato.

Occorre trovare un’altra sistemazione. La casa dei Capurro non serve più: trovo in affitto la villetta Narisano. Alla Rina piace molto soprattutto per un crocefisso che trova appeso sopra il letto. In quella casa passano nomi prestigiosi della Resistenza.

Luigi era un bell’uomo, d’aspetto imponente e dignitoso e la casa in cui si trova a vivere è una casa borghese; viene perciò confuso con qualche altro personaggio e salutato con grande deferenza, quando incontra dei fascisti, col saluto romano.

Bisogna abbandonare la villetta Narisano e saranno i compagni di Sestri a provvedere.

Intanto giovani e giovanissimi continuano a passare da casa nostra inviati da persone diverse. I Panero, padre e figlia, reclutavano più di un ufficio di leva. Carro è più prudente ma la base comincia ad essere troppo conosciuta e Luigi mi ordina di cercare un’altra abitazione per me ed una camera per Iori. Zia Diana conosce un’anziana signorina che abita nella casa dei ferrovieri alla crocera di Sampierdarena; accoglie volentieri l’inquilino e lo prende in simpatia tanto che talvolta gli offre anche il caffè (difficilissimo a trovare in quel periodo).

In un bar era stato fermato un gappista; non era però stato individuato perché fornito di documenti falsi. Dalle brigate nere era stato consegnato ai carabinieri di Sampierdarena in attesa di trasferirlo a Marassi. Anche in questo caso zia Diana ci aiuta con le informazioni sul maresciallo che è disponibile alla liberazione del prigioniero.

Alla prigione rimane di guardia un piantone e Iori con altri due Gap si reca a prelevare Masnata che venne caricato su di un mezzo e subito allontanato. Già il gruppo lasciava la prigione quando il piantone pregò di essere colpito con un pugno per dimostrare che aveva opposto resistenza ma nessuno dei tre si sentiva di farlo. Alla fine fu Renato che lo colpì alla testa con il calcio della pistola e tra scuse e ringraziamenti gappisti e carabinieri si salutarono.  Naturalmente furono sparati alcuni colpi in aria che crearono un fuggi fuggi generale e si sparse la voce che più di venti partigiani con i fazzoletti rossi sul viso avevano assalito le prigioni. Per Masnata fu solo una dilazione al suo tragico destino: verrà arrestato nel giugno ’44 a Cornigliano, torturato alla casa dello studente e fucilato al forte di S. Giuliano.

Il fascismo non dorme: rafforza la sua rete di spionaggio nella fabbrica, nell’ufficio, nelle case attraverso i fiduciari di caseggiato. Le spie vengono lautamente compensate. La squadra politica si è rafforzata e incrudelita sotto la guida di Veneziani.

Nel nostro caseggiato avevo sistemato un giovane gappista. Era uno studente vivace e spiritoso, entusiasta e sfegatato. A lui avevo trovato una cameretta presso la signora Ninni. Questa signora aveva una vecchia scimmietta dispettosa ed intrattabile che però va d’accordo con l’inquilino e questo entusiasma la padrona, forse anche per il fatto che Toscano si riordina la camera e si rifà il letto tutte le mattine. Qualche volta ci siamo chiesto cosa sarebbe successo se alla signora Ninni fosse venuta la voglia di guardare sotto il materasso, trovando lo sten smontato o la pistola. Per fortuna la signora non fu mai presa da queste tentazioni e Toscano è rimasto in quella casa finché non ha dovuto raggiungere le formazioni in montagna.

Si allarga il movimento clandestino e diventa più feroce la reazione. I rastrellamenti, improvvisi e ripetuti in tutti i punti della città, riempiono le carceri.

Anche le formazioni di montagna vengono prese di mira. Con grandi spiegamenti di forze e di armi tedeschi e fascisti rastrellano le zone dove si concentrano i partigiani che pur scarsamente armati riescono a compiere coraggiose azioni di guerriglia.

Arriviamo alla Pasqua del ’44, Il venerdì santo incomincia il rastrellamento di una vasta zona dell’Appennino ligure piemontese. Circondati da ogni parte, nell’impossibilità di combattere adeguatamente contro colonne nazifasciste armate anche di mezzi pesanti un migliaio di partigiani vengono massacrati o fatti prigionieri alla Benedicta. Le notizie che ci giungono sono spaventose ed io ricordo quei giorni come un incubo. Io pensavo con dolore a quei giovani che erano passati da casa nostra pieni di speranza in un mondo diverso che non avrebbero mai conosciuto. Fu un prezzo molto caro che pagammo all’inesperienza e alla spontaneità.

Negli stabilimenti cresce il malcontento per le dure condizioni di vita; bombardamenti, mancanza di alimenti, borsa nera sono ragioni per protestare contro la guerra. Sotto la guida politica dei partiti antifascisti (il maggior contributo è dato dal PCI) cominciano i primi scioperi e le agitazioni che ottengono qualche risultato, ma i tedeschi non ammettono che ci si possa ribellare al loro volere e cominciano così le deportazioni dei lavoratori in Germania. Già vi erano stati trasportati impianti e macchinari in grande quantità malgrado il sabotaggio fatto dai lavoratori all’interno della fabbrica.

Il 16 giugno il comando tedesco ordina un massiccio rastrellamento di operai. Tedeschi e fascisti circondano la S. Giorgio, la SIAC, la Piaggio e il cantiere Ansaldo. Presi di sorpresa più di 2000 lavoratori vengono caricati sui camion sotto la minaccia dei mitra e portati alla stazione di Sampierdarena dove vengono caricati su carri bestiame piombati.

Iori mi aveva portato un sacchetto di chiodi a tre punte per seminarli sulla via dove avrebbero dovuto transitare i camion con i prigionieri, nel tentativo di forare qualche gomma creando così trambusto che permettesse qualche fuga ma non vi fu tempo e così con i miei chiodi nel sacchetto vidi sfilare i camion carichi di uomini in tuta da lavoro che ci gridavano il loro nome perché avvertissimo le famiglie.

Non si può far nulla: mi rimane, con il senso della sconfitta, la vista di un giovanissimo operaio che incontrando il mio sguardo fa un atto di rassegnazione ed io rimango lì inebetita con gli occhi sulla sua tuta che rivela il torace tenero quasi di un bambino.

Nel periodo precedente l’azione di guerriglia in città aveva colpito duramente tedeschi e fascisti e la rappresaglia era stata feroce. Il 19 maggio vengono trucidati 59 prigionieri di Marassi in risposta all’attentato al cinema Odeon. Nelle prime ore del giorno da Pra a Voltri lungo la via del Turchino si levano in alto le voci dei condannati che gridano il loro nome e il loro ultimo saluto. Attraverso contatti con l’interno del carcere si sa che hanno prelevato nella notte un gran numero dei superstiti della Benedicta, dei politici… siamo angosciati. A sera tarda viene Toscano: è stato sul posto e mi descrive la scena. Una grande fossa, i segni della baldoria che su quella enorme tomba è stata fatta da uomini ubriachi di furia e di alcool, cartacce, bottiglie vuote sparse dappertutto: ha preso delle foto… Vedo la sua disperazione per la perdita dei compagni, le sue lacrime mentre disperato batte con i pugni sulla grande cappa del camino che rimbomba cupamente.

Sgomento, dolore e paura si superano con l’azione che continua malgrado le perdite subite.

In un attentato contro una brigata nera a Sampierdarena rimane ferito un giovane gappista, Nero. Colpito all’addome riesce a trascinarsi fino alla casa della Gigia. Io avevo conosciuto questa donna alle prime riunioni dei gruppi di difesa. Era comunista schedata il cui marito aveva subito processi e condanne durante il regime; era legata profondamente ai compagni dei quali godeva la fiducia e la stima. Piuttosto brusca nel modo di fare aveva un gran cuore e si esponeva ad ogni pericolo per aiutare i giovani della Resistenza. Ferito e sanguinante Nero arriva a casa sua, viene accolto e messo a letto. La Gigia mi manda a chiamare ed io vado commettendo una imprudenza. Trovo Nero febbricitante, è stato colpito alla vescica. Consiglio di non muoverlo e di mettere ghiaccio e pezze fredde bagnate e di praticare delle iniezioni emostatiche che ho portato; occorre però un medico. Ne parlo con Luigi; ricevo una bella strigliata e la diffida a tornare dalla Gigia. Provvederà lui ad inviare il dott. Santacroce.

La Gigia non mi vide più tornare; anche molto tempo dopo non sono riuscita a convincerla che avevo obbedito agli ordini per la sicurezza di tutti. Questo episodio ebbe ancora uno strascico per me. L’arma servita all’attentato era stata nascosta in un fienile in scalinata dei Landi. Luigi mi incarica di mandare qualche ragazza del fronte della Gioventù a ritirarla assieme a Vasco. Ricevo un rifiuto deciso e ripetuto. Che fare? Il ferito si trova nelle immediate vicinanze. Decido di andare io senza perdere altro tempo. E’ suonato il preallarme: siamo nelle prime ore del pomeriggio e la gente si è riversata in prossimità della galleria rifugio; non sarà tanto semplice… C’è una tettoia sotto la quale gli ortolani tengono il carro che porta le verdure al mercato; c’è un mucchio d’erba secca e sotto è nascosto lo sten. Bisogna smontarlo. Con aria indifferente passeggiamo avanti e indietro finché non ci sediamo vicino al mucchio d’erba. Vasco riesce a smontarlo e io ficco i pezzi nella borsa della spesa che mi sono portata dietro. Mentre armeggiamo il più rapidamente possibile dobbiamo tener d’occhio particolarmente due donne piuttosto incuriosite. Finalmente abbiamo finito. Vasco si allontana in una direzione ed io prendo la via di casa. Mentre mi allontano sento il commento che viene dalle due donne. “che vergogna mettersi con un ragazzo”. Ci rimango male ma mi consolo pensando sia preferibile la malizia alla spiata.

Iori vuol tentare un colpo contro il prefetto Basile; gli servono dati sulla sistemazione degli uffici e sulla possibilità o meno di lanciare delle bombe. Mi metto il più elegante possibile e vado a protestare perché le pattuglie tedesche e fasciste durante il coprifuoco non tengono conto che circolano persone munite di permesso (io sono ostetrica e mi trovo nella necessità di uscire di notte).

L’attesa è lunga e prima di essere ricevuta ho modo di fare parecchie osservazioni che riferisco a Renato che conviene con me sulla impossibilità di un’azione del genere. Si potrebbe invece tentare attraverso le fogne. Mi rivolgo a Carro che mi procura la pianta fognaria sia della questura sia della prefettura ma anche questo tentativo cade nel vuoto perché si sono sistemati sbarramenti di protezione. Il potenziamento della squadra politica di Veneziani ed i rastrellamenti infliggono gravi colpi alla lotta clandestina che viene privata di molti dirigenti di primo piano.

Le carceri traboccano i prigionieri vengono torturati da fascisti ed SS alla casa dello studente, molti si comportano eroicamente; qualcuno cede alle torture. Devo lasciare Cornigliano e trasferirmi in corso Firenze al 38/13. In quella casa vivrò per un breve periodo con la Rina, moglie di Scappini, il compagno che accetterà la resa dei tedeschi nelle giornate dell’insurrezione.

I nonni sono rimasti a Cornigliano; papà ha dovuto allontanarsi dallo stabilimento ed è andato a lavorare a Ventimiglia. Ed eccomi a lavorare con altri compagni, con i quali mi mette a contatto Scappini che per sicurezza non vive con noi ma si fa vedere saltuariamente. Mi incontro con Longhi e riconosco un amico di infanzia. Mi consegna del materiale da portare ad una copisteria di via Cartai, sono matrici da battere per fare poi delle copie al ciclostile e diffondere tra la gente.

Troverò pronto dell’altro materiale ed anche una bella scossa…

C’è una giovane donna seduta al suo tavolino da lavoro, in uno sgabuzzino piccolo e piuttosto buio, mi faccio riconoscere e consegno i fogli e ritiro le matrici già pronte. Compaiono sull’uscio due fascisti, senza batter ciglio la donna termina il suo gesto e dice sorridendo “e mi saluti tanto il commendatore”. Se devo essere sincera non ricordo la mia risposta ma il mio spavento e la fretta in cui mi allontanai me li ricordo ancora benissimo.

Con Longhi ebbi altri incontri; l’ultima volta che lo incontrai fu sulla piazza di Carignano e fissammo l’appuntamento successivo per il giorno 6 (eravamo in luglio) avrei dovuto ritirare delle borse con il doppio fondo per trasportare materiale vario, a quell’appuntamento si recò invece la Clara che non trovando Longhi sulla piazza si recò alla sua abitazione in via Pertinace e cadde nelle mani dei fascisti che già piantonavano la casa ed avevano arrestato Longhi e la famiglia Pane che lo ospitava.

Io nel frattempo mi ero recata al confine francese assieme ad una compagna venuta da Milano per prelevare un compagno proveniente dalla Francia e che avrebbe dovuto raggiungere le formazioni partigiane. Fu un viaggio lungo e noioso con parecchi trasbordi per i bombardamenti, scendemmo a Vallecrosia e fummo avvicinate da una guida che ci portò su in alto verso Perinaldo. Sostammo in una baita per la notte e di prima mattina arrivò la persona attesa. Sapevo che si trattava di un esperto di guerriglia, ex garibaldino di Spagna, che avrebbe dovuto raggiungere la terza zona operativa. Il suo accompagnatore ci consiglia di sbrigarci a lasciare la zona poiché c’è in vista un rastrellamento, ci saluta e si allontana in fretta. Ricordo che il tempo era splendido e non potemmo fare a meno di ammirare lo splendore della nostra riviera. Scendiamo verso Bordighera ma facciamo ancora tappa in una casa abbandonata. Al mattino riprendiamo il viaggio. C’è l’allarme ad Oneglia, dobbiamo fare un lungo tragitto a piedi frammisti agli altri viaggiatori. Senza incidenti di sorta giungiamo a Principe; in serata ognuno di noi va per la sua strada.

Non appena uscita dalla stazione vengo avvertita di non andare a casa e dell’arresto della Clara: devo trovarmi un rifugio provvisorio ed attendere disposizioni. Vado dalla zia Diana che mi ospita senza esitazioni. Rimango da lei alcuni giorni finché non viene Baldini e mi comunica che dovrei trasferirmi a lavorare in riviera. Mi oppongo a questa decisione per varie ragioni. Sono facilmente individuabile per le mie caratteristiche fisiche ed inoltre la borsanera dell’olio offre la possibilità di incontri con persone che possono segnalare, anche involontariamente, la mia presenza in riviera. Preferisco andare in montagna. Mi sentirò più sicura anche per l’organizzazione. Baldini mi ascolta e dopo qualche giorno ritorna. Mi tranquillizza per papà e mi racconta come la portinaia della casa avesse messo il marito di guardia lungo la salita che portava a S. Nicola per avvertirlo di non salire all’abitazione perché occupata da tedeschi e fascisti che speravano di operare altri arresti.

Devo spostarmi a Genova in via De Gasperi e rimanerci fino al momento di andare in formazione. Saluto zia Diana e mi sposto a Genova.

Di fronte a me vedo la villa dove si è insediato il comando tedesco. C’è un via vai continuo e non è una vista che mi rallegri molto però è una sistemazione che offre i suoi vantaggi.

Siamo al 25 luglio: si parte. Devo recarmi a Nervi dove troverò la guida che mi accompagnerà. E’ tutto confuso quel periodo nella mia memoria: c’è solo la sensazione della paura per quei brevi tragitti da Sampierdarena ad Albaro e da qui a Nervi. Vengo avvicinata da un uomo alto dall’aria bonacciona, si fa riconoscere come Giacomo e ci incamminiamo verso il monte Becco di cui raggiungiamo pian piano la vetta. Ad un certo punto si unisce a noi un francese che parla stentatamente italiano. E’ arrivata sera. Giacomo ci fa sostare in un pagliaio, tira fuori delle provviste e le divide tra noi e ci prepariamo a passare la notte alla meno peggio sul giaciglio di foglie e di ricci di castagne e non fu certo un letto morbido.

Sono due sconosciuti ma non ho nessuna paura; l’ansia che mi ha divorato in questi ultimi tempi è scomparsa me la sono lasciata alle spalle ed io penso al domani con più fiducia. La notte passa in un lungo dormiveglia, sta appena schiarendo che sento un fischietto ed arriva Garibaldi. E’ molto giovane, non molto alto, ha capelli e barba biondi ed occhi azzurri; ricorda veramente il generale, ha un’aria sveglia ed allegra. Da questo punto ci guiderà lui: dovremo fare parecchie deviazioni dice ma raggiungeremo Scoffera e Laccio senza pericoli; incontreremo qualche distaccamento in azione.

Prendo improvvisamente contatto con i partigiani: dall’alto vedo un gruppo di giovani sulla statale, portano delle cassette ed altro materiale; scendono sotto il ponte, si muovono con ordine e svelti, si riuniscono e risalgono sulla strada che abbandonano rapidamente risalendo il fianco della montagna verso di noi. Si sente una esplosione e come in un film vedo il ponte crollare. Vediamo più indietro sulla strada interrotta una colonna di automezzi tedeschi, si fermano, un ufficiale guarda con i binocoli, grida un ordine e la colonna torna indietro accompagnata dall’evviva dei partigiani che sono ormai vicini a noi. Ci salutiamo con entusiasmo; io sono commossa. Quei ragazzi male in arnese, sembrano splendidi ed io mi sento libera e come entrata in un mondo nuovo.

Proseguiamo il cammino: siamo ormai in zona partigiana. Sulla strada vediamo spiccare i cartelli messi dai tedeschi “Achtung Banditen”.

Scendiamo verso il fondo valle e finalmente arriviamo a Gorreto. Conosco Marzo il comandante della Cichero e Lucio che ne è il commissario politico. Poco prima avevamo incontrato delle pattuglie in perlustrazione e con piacere avevo riconosciuti due “cornigiotti”, Ghen e Pirata. Mi chiedono notizie di Cornigliano, degli amici; mi raccontano avventure strabilianti che prendo con beneficio di inventario, mi esaltano la zona partigiana. “Tutto nostro” dicono e mi sembrano regnanti che mostrino il loro regno. Quell’entusiasmo, quei fazzoletti rossi al collo mi riscaldano il cuore ed io penso di essere fortunata a vivere quei momenti.

Mi viene assegnato il compito: organizzare ad Ottone un posto di ristoro per i partigiani nella caserma abbandonata dai carabinieri.

C’è da lavorare quanto voglio ho però tanta collaborazione da uomini e donne del paese, dai partigiani di passaggio. In breve la caserma è ripulita per bene, con la cucina che funziona ed una piccola infermeria. Sono fiera del risultato; riesco anche a provvedere alla disinfestazione dei pidocchi.

Ottone è una tappa obbligata della val Trebbia. Conosco così tanti partigiani che vanno e ritornano dalle azioni; medico qualche ferito. Ho in consegna dei prigionieri: sono state sciolte delle bande che spacciandosi per partigiani derubavano i contadini. Sono stati allontanati dalla zona ma qualcuno è stato trattenuto e dovrà essere processato e avrà anche il difensore. Passano le staffette che portano le notizie dai comandi ai distaccamenti, altre vengono dalla città, giungono compagni che devono abbandonare la città perché individuati dalla squadra politica, giovani che vogliono unirsi alle formazioni partigiane. Arrivano anche ispettori del Comando militare regionale che vogliono rendersi conto della reale situazione. Rivedo Scappini e Gilardi con grande emozione. Anche Luigi viene in zona e mi porta notizie vostre e dei nonni. Poiché gli confesso la mia preoccupazione per il vostro avvenire se non tornassi più a casa mi rassicura che avreste avuto ugualmente una famiglia che si sarebbe presa cura di voi e da quel giorno io vissi più tranquilla per il vostro avvenire.

Sono informata di quanto succede in città degli arresti e delle torture alla Casa dello studente. So di essere ormai ricercata dalla squadra politica e di essere tra le 81 persone che Veneziani ha deferito al tribunale speciale.

I giorni passano veloci e pieni di attività. Sono circondata da tante donne del paese che aiutano in mille modi e si organizzano anche in gruppi femminili come in città. Nel periodo che mi fermo a Ottone incontro anche De Giovanni diventato comandante di distaccamento con il nome di Carlo. Ci passiamo le nostre informazioni e parliamo delle nostre speranze e quanto ci sembri lontana la realizzazione.

Arriva un giorno un partigiano con due donne che sono state fermate in zona; le prendo in consegna cerco di sapere qualche cosa su di loro. Le perquisisco (non so cosa penso di trovare loro addosso…). Viene Marzo a interrogarle e le accetta in formazione. Io non riesco a dar loro fiducia e non voglio che rimangano a Ottone da dove arrivano e partono troppe informazioni ed il pericolo di spiate è notevole anche per il gran numero di sfollati che fanno la spola con Genova. Le mando quindi in un distaccamento in altra zona; a dire il vero una delle due è rimasta in zona fino alla liberazione facendosi apprezzare ed il nome di Marisa è caro a chi l’ha conosciuta, ma l’altra si allontanò e non ho più saputo nulla.

Sta finendo agosto: c’è movimento di staffette molto intenso lungo la statale del Trebbia da Torriglia a Bobbio; i corrieri già da tempo hanno preannunciato un rastrellamento con grandi concentramenti di nazifascisti da Genova, da Chiavari e da Bobbio. Ci si prepara ad abbandonare certe zone occupate ed a passare ad azioni di guerriglia e di sganciamento.

A Genova si era costituito il Comando regionale militare del quale il generale Cesare Rossi assume la responsabilità, Pieragostini ne è il vice ed è il responsabile delle formazioni garibaldine di tutta la Liguria. In quell’agosto convulso continuano a passare pattuglie e distaccamenti dal nostro comando tappa: la tipografia del giornale “il partigiano” viene spostata da Bobbio a Scorticata, una frazione spersa tra i monti, tre case di pietra appese alla montagna.

Passò un giorno una giovane staffetta diretta a Torriglia. Ha fretta e un contadino gli ha prestato un cavallino con mille raccomandazioni per il ritorno. Era giovanissimo poco più di un bambino con un visino minuto e pieno di efelidi. Ha un paio di scarpe scalcagnate e io mi sovvengo che uno dei prigionieri che ho in consegna ha un bel paio di scarponi (era un tenente dell’esercito che aveva requisito ad una contadina un asinello) e che credeva di poter vivere (dopo l’8 settembre) alle spalle degli abitanti di quelle zone. Non era un mascalzone ma piuttosto un irresponsabile. A dire il vero non solleva obiezioni quando mi faccio consegnare gli scarponi per il giovane corriere, guarda un po’ sconsolato le vecchie scarpe che gli ho rimediato.

Aumenta il movimento; abbiamo un vero concentramento di prigionieri; bisogna prepararsi ad abbandonare Ottone.

Sul finire di uno di quei giorni passa una giovane donna: è sfinita dalla stanchezza. Viene da Genova in cerca del figlio, studente, che si è rifiutato di aderire alle fiamme bianche, l’organizzazione giovanile fascista che il colonnello Fiori cerca di creare a Genova per la repubblica di Salò.

Non sa il nome di battaglia assunto dal figlio né in quale zona si trovi di preciso. Non so dirle sul momento nulla di preciso, dovrò chiedere in giro; le dico di tornare. Trovo in quella donna fragile e minuta qualcosa di familiare mi rammarico di non poterla sollevare dalla sua ambascia. Continuo a pensare a lei e poi d’improvviso comprendo perché il suo viso mi era parso familiare; era lo stesso del giovane al quale avevo dato gli scarponi.

Povero figlio. Cadrà pochi giorni dopo a Bobbio e povera madre che non lo avrebbe più rivisto.

Il 24 agosto comincia il rastrellamento: ci sono i primi scontri. Ad Ottone abbiamo il distaccamento prigionieri di cui è stata fatta una selezione lasciandone libera quella parte su cui non gravavano accuse gravi. Il resto vengono trattenuti sia per la gravità delle accuse che per la possibilità di operare scambi con nostri prigionieri in mano ai tedeschi e fascisti.

Tra i prigionieri un tenente della polizia stradale che Marzo e Bisagno avevano fermato e diffidato dal lasciare Ottone. In paese era molto sospetto per i contatti che aveva con i fascisti del luogo e con certi sfollati. Proposi quindi di portare anche lui assieme a noi provocando le vivaci reazioni del fascista che afferma che Marzo e Bisagno gli hanno garantito che alla fine di agosto può rientrare a Genova. Il commissario di distaccamento non vuole assumersi la responsabilità e lo lascia in Ottone con grande mia preoccupazione. Arrivano ordini dal comando: i distaccamenti sono in movimento; tedeschi e fascisti avanzano lungo tutte le vie di accesso alla zona. La nostra colonna prigionieri assieme al distaccamento si mette in marcia seguendo l’ordine di Marzo che passato poco prima, ci ha diretto verso Cerignale da dove unendoci ad altri distaccamenti proseguiremo verso la valle del Brugneto. È una lunga fila che si snoda lungo un tratto della statale del Trebbia: a tutti partigiani e prigionieri, è stato consegnato un pezzo di formaggio grana di cui pochi giorni prima un distaccamento aveva prelevato parecchie forme in un deposito fascista. Fu il nostro vitto per sette giorni. Arriviamo a Cerignale e si riesce ad avere un po’ di pane in cambio di formaggio, dobbiamo però sbrigarci.

Dobbiamo inerpicarci per la montagna, facciamo fatica a camminare senza calzature adatte. Io ero arrivata in montagna con un paio di sandali da città, ormai a pezzi; sul terreno ricoperto di aghi di pino si scivola e ci si punge maledettamente. Si cammina e si cammina facendo tappa di quando in quando mentre qualche staffetta va in perlustrazione. Ci arrivano notizie contrastanti. Incontriamo distaccamenti in movimento, corrieri della città che sono stati sorpresi dal rastrellamento, si unisce a noi Remaggi “Manuelin” venuto da Crocefieschi per avere direttive ed anche lui bloccato e con noi si trova pure Migliorini appena arrivato da Genova perché ricercato dalla polizia fascista. Ho l’impressione di un grande sbandamento e sento attorno a me la paura.

Si comincia a sentire la fame; siamo nascosti nei boschi e non possiamo avvicinarci ai paesi; raccogliamo delle meline selvatiche ed acerbe per ingannare il nostro stomaco. Non mi dispiace il loro gusto asprigno; hanno l’inconveniente di aumentare la secrezione salivare per cui abbiamo la schiuma alla bocca come i cavalli, cosa che ci fa ridere malgrado la situazione.

Si trova con noi il Comando militare della regione venuto per una ispezione: il generale Rossi, Pieragostini e Conte cioè Luigi. Avrebbero avuto il tempo di allontanarsi ma hanno preferito rimanere in zona e seguire l’evolversi della situazione; la loro presenza fu determinante anche per lo sviluppo del movimento partigiano fino alla liberazione.

Avevamo degli ufficiali dell’esercito che provenivano dalle accademie militari (Bisagno, Scrivia, Croce, Banfi) i quali guardavano i politici con una certa sufficienza e con riserva.

Continua il rastrellamento; sono giorni e giorni che vaghiamo per i boschi. Una notte siamo sorpresi da un violentissimo temporale; siamo fradici dalla pioggia, investiti da rivoli d’acqua che ci fanno muovere il terreno sotto i piedi. Qualcuno ha con sé una coperta ma serve a poco. Remaggi pianta un ramo in terra e fa una specie di tenda e cerca di infilarsi sotto ma è come sedersi in un torrente e io non posso fare a meno di ridere mentre Manuelin giura che, a guerra finita, non vedrà mai più una montagna…

Passata la burrasca il sole d’agosto ci asciuga rapidamente.

Siamo ormai nel bosco di Brugneto e agosto è finito; ci sono compagni a cui la lunga tensione dei giorni trascorsi sta facendo saltare i nervi. Migliorini è ossessionato dal ricordo di un suo amico caduto alla Benedicta e continua a ripetere “facciamo la fine di Guerra”. Cerco di rincuorarlo ma non ci riesco come non ci riescono Remaggi e Montan che mantengono una calma ammirevole.

Poco più in alto di dove siamo concentrati, in una osteria di Brugneto, sono riuniti i capi delle formazioni partigiane ed il comando regionale ligure, così pure l’Istriano, l’Americano, comandanti delle formazioni che operano nel Piacentino. Si decide sul modo di uscire dalla situazione. Bisogna uscire dall’accerchiamento ma come? Le possibilità sono due: forzare il blocco dei nazifascisti spostandoci quindi verso la Spezia oppure disperderci e raccoglierci (chi si salva) in altra zona. Il comando militare regionale ed i comandanti delle varie formazioni partigiane stanno esaminando tutte le possibilità per trarci in salvo e poter riprendere l’attacco. Intanto siamo tutti raccolti in una valletta, partigiani e prigionieri. C’è stanchezza e paura in molti: più in basso si sentono vocii furiosi e colpi d’armi. Ancora una volta non posso fare a meno di notare la calma di Remaggi che seduto vicino a me per terra sta parlandomi della squadra calcistica neroverde. Io nascondo la mia ansia e la mia paura, passando da un gruppo all’altro e cercando di distogliere il pensiero dalla gravità della situazione in cui ci troviamo. Trascorre così tutto il pomeriggio senza che ci giunga nessuna notizia dalla sede provvisoria del comando. Con Maranza che aveva mansioni di capo di stato maggiore decidiamo di salire all’osteria per sapere e avere notizie. Non avevamo da salire molto ma un breve tratto di quella stradina era scoperto e fummo obbligati a percorrerlo carponi mentre sentivamo i proiettili piantarsi nella terra sopra le nostre teste. Arrivammo all’osteria che la riunione era appena stata sciolta, trovai Luigi e Pieragostini sul piccolo piazzale e seppi così le decisioni che erano state prese, come erano stati assegnati i compiti e come sarebbe stata organizzata la guerriglia che avrebbe dovuto diventare più rapida e veloce nelle sue azioni evitando il pericolo dei grandi concentramenti.

Dobbiamo riprendere il cammino e lasciare la boscaglia. Per nostra fortuna i colpi che ci avevano sfiorati poco prima furono gli ultimi di quel rastrellamento.

Riprendiamo quindi il nostro viaggio. Durante il rastrellamento, pur tra difficoltà enormi era stato mantenuto il contatto tra i vari gruppi partigiani ed il Comando e questo grazie ai corrieri, alle staffette partigiane ed alla collaborazione degli abitanti della zona che non solo offrivano ospitalità ma anche informazioni preziose per la nostra salvezza.

Il 3 settembre ci rimettiamo quindi in moto per tornare in val Trebbia: il maltempo e la nebbia ci fermano a Sella dove veniamo sistemati dal prete in alcuni magazzeni della chiesa. Tutti raggruppati al coperto discutiamo questa nostra esperienza e ci comunichiamo le nostre impressioni: siamo più sereni.

Nella notte del 5 settembre scendiamo da Ottone: passiamo in prossimità della caserma ora occupata da fascisti ed alpini che i tedeschi hanno lasciato a presidiare la zona.

Siamo rimasti un centinaio di persone ed alcuni quadrupedi carichi di materiale diverso. Ci trasciniamo dietro anche un cavallo bianco che le lingue maligne dicono Marzo cavalcherà per entrare in Genova liberata.

E’ una notte chiara; i partigiani sono ai lati della colonna che comprende prigionieri, membri del comando, corrieri e servizio di intendenza. Badoglino, giovanissima staffetta, ha fatto da battistrada e attraversato il Trebbia ci segnala che la via è libera. Dobbiamo sfilare vicinissimo alla caserma buia e silenziosa.

E’ impossibile pensare che cento persone più i muli possano sfilare in quel silenzio assoluto senza che nessuno se ne accorga. Mi aspetto da un momento all’altro lo scoppio di un’arma: ai bordi della colonna i partigiani hanno il mitra puntato. Sfiliamo lentamente: entriamo nel letto del fiume quasi asciutto, sorpassiamo una passerella e siamo sull’altra sponda ricca di piante frondose che sembra ci vogliano accogliere e proteggere. Guardo verso il fondo, al gruppetto dei partigiani che chiude la nostra fila, temo ancora lo scontra ma tutto è silenzio.

I fascisti e gli alpini della caserma probabilmente hanno preferito evitare lo scontro, perché non è possibile pensare che il nostro passaggio non sia stato avvertito.

Saliamo verso l’Antola e ci fermiamo un giorno a Bertone. Gli abitanti ci informano e le staffette che giungono man mano da direzioni diverse confermano come tedeschi e fascisti stiano ritirandosi. Hanno lasciato agli alpini del Monterosa il compito di presidiare la vallata e di tenere la zona pulita dai “ribelli”.

Gli alpini della divisione Monterosa sono stati addestrati dai tedeschi per la controguerriglia; in buona parte provenivano da campi tedeschi dopo la disastrosa ritirata del Don. Un battaglione era stato dislocato in Valtrebbia e mentre una parte era rappresentata da fanatici fascisti, l’altra era invece formata da alpini che avevano accettato di farne parte con l’intento di tornare alle loro case. Avvenne così che giorno per giorno le file del Vestone (nome del battaglione) si assottigliavano mentre i fascisti resi ancora più accaniti e rabbiosi si sfogavano bestialmente su quanti capitavano nelle loro mani.

Da Bertone saliamo alle Capanne di Carrega da Driulin e sua moglie Lina: ci vorrebbe un poeta per cantare la bontà, l’eroismo il coraggio di questa gente che con tanta grandezza e tanta umiltà partecipa alla Resistenza e che offre ai primi “sbandati” che giungono al casone aiuto e collaborazione.

In questo lungo andare avevo l’occasione di stare spesso vicino a Pieragostini e a Luigi dai quali avevo avuto tutte le informazioni di quanto avveniva a Genova, difficoltà successi e insuccessi della organizzazione clandestina. Spesso io pensavo alle donne che avevo lasciato e ai rischi che correvano e mi ritenevo fortunata di trovarmi in formazione. Pieragostini aveva voluto dei ragguagli sul lavoro da me svolto prima di andare in montagna ed io gli avevo raccontato di un incontro avuto in Sampierdarena con una compagna che rientrava dalla Francia e seppi così da lui che si trattava della moglie e come lei aspettasse un figlio. Mi confessò che sperava che fosse una femmina e somigliante alla madre perché, disse ridendo, “ci avrebbe guadagnato”. Era partito da Genova con un paio di scarpe autarchiche da città. Le asperità del terreno, il lungo vagabondare per quei monti scoscesi gli aveva provocato una escoriazione al calcagno. Io lo vedevo zoppicare ma non osavo chiedere il perché. Vedendolo stentare e soffrire sempre di più alla fine glielo chiesi e gli feci togliere la scarpa: gli si era formata una piaga spaventosa che per fortuna potei curare con il materiale da medicazione che mi portavo sempre dietro nello zaino. Era molto gentile e continuava a ringraziarmi ed a congratularsi perché ero stata previdente appena si era parlato di rastrellamento a riempire uno zaino di tutto quanto fosse possibile ed utile. Fui felice grazie all’acqua ossigenata e alla polvere di xeroformio di vederlo guarire abbastanza rapidamente e poter tranquillamente infilare le sue scarpe per tornare a Genova accompagnato da Nicola, il bravo corriere della nostra zona.

Anche il generale Rossi tornò in città per altra strada e con un altro corriere: mi è rimasto di lui il ricordo di un compagno che visse con noi quel tempo senza albagie e in tutta umiltà.

Luigi fu l’ultimo a partire: eravamo ormai a Carrega dove Marzo e Miro avevano trovato la casa per ospitare il comando della sesta zona operativa che nasceva dal travaglio di quel rastrellamento.

 4 maggio 1987

Sono rimasto a lungo in dubbio su come giudicare il gesto di Marietta: un invito a continuare o un congedo? Ho scelto la prima strada e ho cominciato a pensare al nostro terzo incontro. Non so se si aspetta da me un giudizio sui testi che mi ha consegnato e in ogni caso, prima di farlo, vorrei chiederle di scrivere ancora su alcuni temi che mi sono venuti in mente. I testi che mi ha consegnato mi hanno dato da pensare. Il profilo del marito, dolcemente ironico e aperto a riconoscere non solo l’umanità del personaggio ma anche la profonda natura politica dei suoi umori antifascisti, m’è parso convincente. È un bel pezzo di storia familiare costruito senza dimenticare il contesto, grande – la guerra e il fascismo – e piccolo – le amicizie, il vicinato.

Più problematico il giudizio sul testo in cui – sotto forma di lettera – dichiara al figlio Piero di volergli raccontare “sul filo dei ricordi” la sua esperienza di partigiana. In verità Marietta dedica le prime 5 dense cartelle ad un compito più impegnativo: la ricostruzione dell’affermarsi del fascismo. Qui a fianco di giudizi un po’ sommari, ci sono flash personali molto efficaci: la persecuzione politica del “cugino” Serra, la partenza dal porto delle navi cariche di armati per l’Abissinia, gli allarmi e i rifugi antiaerei a Cornigliano, la tappa degli alpini della Divisione Cosseria sulla spiaggia sotto Bussana. Interessanti sono anche i riferimenti alla prima fase dell’antifascismo militante di Marietta, quella della farmacia Trincheri. È una esperienza importante ma nella sua ricostruzione si avverte qualche reticenza. La proposta che le fa il “cugino” Serra di abbandonare monarchici e badogliani per andare coi comunisti, è accolta immediatamente. Ma prova che fino a quel momento i contatti tra Marietta, di cui era noto l’antifascismo, e i comunisti erano nulli. È uno spunto che bisognerebbe approfondire. Testimonia, sia pure indirettamente, della chiusura (almeno fino a quel momento) dell’organizzazione comunista e del rilievo della componente “badogliana” e “democratica” anche in una delegazione operaia come Cornigliano. Del resto la scarsa consistenza dell’organizzazione dei comunisti emerge bene da quanto racconta Marietta circa la sua attività nel partito in cui è appena entrata.

Un po’ alla volta, a partire dalla fine ottobre, quando inizia la sua collaborazione con il partito, Marietta finisce per occuparsi di tutto. Cerca residenze coperte, usa la sua casa come centro di smistamento di giovani che vogliono raggiungere la montagna, ospita gappisti e collabora con loro per il recupero di armi e per l’assistenza ai colpiti, appronta la residenza segreta del segretario della federazione (Conte) fatto arrivare da Torino per conto del quale svolge incarichi delicatissimi, come ritirare i 7 milioni offerti dall’industriale Berio. Accanto a questa svolge l’attività più tradizionale nei “gruppi difesa della donna” e poi nel “Fronte della gioventù”. Non è la prova della sua importanza ma piuttosto della situazione caotica in cui versa l’organizzazione comunista genovese e di cui lo stesso Scappini si lamentava, tra novembre e dicembre ’43, con la direzione del partito a Milano. Qui ci vorrebbe una nota

Ci sono però, nelle pagine di Marietta, osservazioni sconcertanti. Ad esempio non mi sarei aspettato da lei l’evidente confusione tra 25 luglio e 8 settembre cui erroneamente attribuisce il famoso “la guerra continua”. Altre inesattezze appaiono inspiegabili. Nelle pagine – più della metà del testo – che Marietta dedica al suo arrivo in montagna e al rastrellamento avvenuto a circa un mese di distanza non compare mai il nome di Bisagno quale comandante della Cichero, funzione che erroneamente attribuisce a Marzo. Nomina Bisagno solo due volte: per ricordare la sua diffidenza per i politici e, insieme a Marzo, per ricordare l’imprudenza commessa da entrambi nel liberare un agente di polizia probabilmente in combutta con i fascisti. Del gruppo di comandanti e partigiani braccato durante il rastrellamento, con l’eccezione del generale Rossi, ricorda solo compagni di partito: Pieragostini, Montan, Remaggi, Migliorini e altri, tutti, escluso il primo, personaggi di seconda e terza fila. Lo spazio maggiore è riservato a Pieragostini che, come Rossi, “avrebbe potuto allontanarsi” sin dall’inizio del rastrellamento, e invece era restato e la sua “presenza” era risultata “determinante… per lo sviluppo del movimento partigiano”.

Sono Pieragostini e Conte – i massimi dirigenti di partito che si trovano in montagna – che la informano dell’alternativa presa in considerazione dal comando partigiano: forzare l’accerchiamento e andare verso La Spezia o disperdersi e raccogliersi in altra zona? È un’alternativa che sottintende – più di quanto Marietta sembri esserne consapevole – due assunti, fatti propri in quei giorni da Pieragostini e Conte ed entrambi sbagliati [Sono le stesse posizioni che emergono dai documenti che Conte e Pieragostini elaboreranno durante il mese successivo, questa volta però senza la scusante di non sapere come erano andate le cose . n.m.c.] : il primo è che il comando abbia davvero il potere, in quelle condizioni, di determinare il comportamento delle varie formazioni; il secondo è che il rastrellamento in corso sia un pieno successo del nemico e ai partigiani tocchi solo rimettere insieme i cocci. Le formazioni invece, sia pure con un po’ di fortuna, salvano uomini e armi, e lo fanno, non in base a ordini che del resto non possono arrivare, ma mettendo in campo risorse e iniziative proprie.

L’aspetto più imbarazzante del racconto di Marietta è che – così mi ha detto – lo ha scritto non in prossimità dei fatti, quando è ragionevole pensare che fosse più sensibile al patriottismo di partito, ma a più di trent’anni di distanza. D’altra parte, frammiste alle tesi ufficiali, nel racconto di Marietta ci sono annotazioni che rivelano una freschezza e autenticità di memoria alle quali vorrei richiamarla se riuscissi a convincerla a scrivere ancora.

5 maggio 1987

Ho dedicato il mese di aprile alla trascrizione dell’ultima intervista di Marietta e di altre interviste raccolte da tempo sugli stessi temi, e all’elaborazione di un pro memoria nell’eventualità che Marietta si decida a scrivere ancora. Le ho telefonato e l’ho sentita lontana: cortese, ma poco interessata. Arrivo a casa sua attorno alle 17. Da alcuni segni intuisco che mi aspetta un percorso in salita. Le parlo del pro memoria che ho preparato e le preciso che si tratta di semplici spunti, che possono benissimo essere sostituiti da altri temi. Le chiedo, visto che conosce l’arte del narrare, di rispondere ai vari punti per iscritto, sia pure brevemente. Risponde stanca: – Ma ti ho già detto tutto quello che sapevo” – e lascia cadere ogni altra mia avance. Tento inutilmente qualche espediente del tipo botta e risposta: – Avresti voluto impugnare un’arma? – Mi risponde per pura cortesia. Poi d’improvviso mi chiede: –Ma li hai letti gli scritti che ti ho dato? – Aspettava che gliene parlassi. Capisco finalmente la ragione del suo nervosismo. I suoi testi mi hanno coinvolto, molto, ma, prima di parlargliene, ero deciso a prendere tempo. Non dirle nulla però è stato imperdonabile. Provo a dirle la verità: quelle pagine hanno suscitato in me sentimenti contrastanti. Per giunta erano inattese. L’ho sentito come un regalo fatto a me personalmente e mi ha emozionato. Mi ascolta seria e, quando finisco di parlare, mi rifà la domanda: – Allora che ne dici? –

– È come se a scrivere fossero due persone diverse –, le rispondo. –A volte a raccontare sei proprio tu; a volte le tue osservazioni ripetono la letteratura sulla materia, che molto spesso è retorica, eccessiva, dai toni esasperati. Aumenti il numero dei morti alla Benedicta, dei deportati del 16 giugno; esalti oltre il ragionevole il ruolo dei dirigenti comunisti; adoperi aggettivi pesanti. Mentre sono proprio le tue osservazioni più semplici e scabre il punto forte del testo, quello più emozionante e anche pedagogicamente più efficace. –

Marietta mi ascolta perplessa. Provo con degli esempi.

– Espressioni come “la repressione cresceva” oppure “nel popolo l’opposizione al fascismo aumentava” non appartengono al campo della “esperienza” personale e al “filo di ricordi” che tu richiami all’inizio del tuo testo come unica tua fonte. Il tuo racconto ha un senso perché scioglie le formule generali nell’esperienza personale. Ad esempio l’episodio del Cosseria a Bussana che parte per la Russia e il confronto tra italiani e tedeschi è straordinario. Così la vita nei boschi durante il rastrellamento o la marcia nella notte per passare la Trebbia. –

– Mi riservi solo i pensierini, gli aneddoti? Lo so bene che non posso farti concorrenza…–

Le dico che non si tratta di questo: non voglio tenere per me la “grande” storia e lasciare a lei la cronaca minuta, ma voglio capire: che cosa vuol dire, ad esempio, che “la repressione cresceva”? Che avevano arrestato molti compagni, che Veneziani, il capo della squadra politica, si dava più da fare, che le loro coperture erano inadeguate, che erano aumentati gli infiltrati, che alcuni catturati avevano parlato e che le conseguenze erano state gravi perché la loro compartimentazione era ancora pressoché inesistente?

  • Ma se devo spiegare tutto diventa un romanzo… –

Mi sono avventurato lungo la discutibile strada del “ti spiego come devi fare” e provo a concludere: è la tua esperienza diretta che vorrei. Non “la repressione cresce” ma “hanno arrestato molti compagni” e, se è possibile, dimmi quanti e quali, in quali settori, con quali effetti. –

Mi ascolta perplessa.

– Forse a te sarebbe piaciuto il diario che scrivevo lassù. –

– Hai scritto un diario? In montagna? –

– Sì, era proprio cronaca schietta: sentito il tale, fatto così, andata là. Ma non l’ho più. Era nella sacca con la mia poca roba il giorno della Liberazione che sono scesa in città. Per prima cosa non ero andata a casa ma al giornale, a “l’Unità”. Entrando l’ho appoggiata su un tavolo e mi hanno portato via sacca e diario. Avrei pianto, ero offesa, avvilita. Ero appena scesa dai monti e me l’avevano rubata lì, al mio giornale.

– Quando ci scrivevi? –

– La sera, prima di dormire. Anche poche righe ma ogni sera. Ho scritto in solitudine forse perché provavo una certa vergogna. Per come ricordo ero l’unica a tenere un diario e non mi piaceva distinguermi. Avevo già intorno a me quell’aria della donna che faceva cose un po’ diverse… Invece le pagine che ti ho date le ho scritte in seguito. Lì però ho corretto e ricorretto più volte. Fatica? È stato più il piacere. Quando scrivevo dimenticavo la stanza, la seggiola dove ero seduta, l’ora.

Io avevo capito che non c’erano fatti più interessanti di altri. A volte non erano neppure fatti ma sentimenti che avrei voluto spiegare con degli episodi. Per esempio della mia fanciullezza sentivo l’importanza che aveva avuto per me il tempo, come passava o non passava. Così diverso dal tempo vissuto dopo, da grande. Ma come spiegarlo? Quante volte ci ho pensato. L’arte è tutta lì: parlare di un piccolo fatto e far intendere la profondità con cui l’abbiamo vissuto… Non credo che sia un dono personale ma sin da bambina sapevo riconoscere i sentimenti che una esperienza mi procurava. Per esempio giocavo con una bambola insieme a un’amica e si faceva quei soliti giochi di essere la mamma o la zia o il papà e io ricordavo quello che provavo anche dopo il gioco, sapevo che sentimento era… Forse potrà sembrare in contrasto con il mio carattere e l’idea che tanti si sono fatti di me come donna d’azione, ma ho sempre sentito la forza dei sentimenti. Chissà che la mia febbre di organizzare non sia stata un modo per non lasciarmi prendere troppo dai sentimenti, per non commuovermi. Ero facile alla commozione ma pensavo di dovermi reprimere. Allora potevi piangere se qualcuno ti faceva male ma piangere per dei sentimenti era considerato un lusso o una stanchezza. –

E’ venuto il momento del congedo e di lasciarle il pro memoria verso il quale i miei dubbi sono molti cresciuti.  Sento d’aver fatto una gran confusione; di nuovo temo che i testi che mi ha consegnato la volta precedente resteranno gli unici.

Pro-memoria consegnato a Marietta nell’incontro del 5 maggio

 Cara Marietta ti lascio queste note nella speranza che tu abbia voglia di scrivere ancora un po’. Si tratta di spunti che mi sono venuti in mente o durante le nostre conversazioni o leggendo quanto mi hai scritto. Sono messi in ordine casuale e non di importanza. Te li consegno a puro titolo di esempio restando inteso che potrai ignorarli e invece scrivere su tutto quello che ti parrà meglio. Se preferisci potremo riprenderli a voce. Resta inteso che per scrivere io intendo anche una semplice frase, un commento, un ricordo o un “pensierino” come un tempo erano chiamati a scuola. So di chiederti un compito ingrato ma spero nella tua comprensione e in quella “voglia di scrivere” di cui mi hai detto. Cordialmente. Manlio C.

P.S. Come potrai vedere tra il testo delle prime due domande e le altre c’è una notevole sproporzione. Non è questione di importanza. Ti ho voluto solo dare un esempio di come, se ti sembra utile, potrei argomentarle. Grazie ancora e a presto.

1. Il tuo antifascismo risale all’infanzia, alla giovinezza ma prende una forma organizzata solo dopo il 25 luglio e specialmente dopo l’8 settembre. Dopo il 25 luglio il tuo primo riferimento è la farmacia Trincheri a Cornigliano con i suoi frequentatori che conosci da tempo. Su loro incarico, dopo l’8 settembre, entri nella caserma di Castello Raggio, a Cornigliano, per convincere gli ufficiali a non presentarsi al comando tedesco dove erano stati convocati e a disertare portando con sé le armi. Vai anche a Savona, al distretto militare, per cercare contatti con gli ufficiali, convincerli a sottrarsi ai tedeschi, nascondere le armi, formare gruppi armati per combattere i tedeschi. “Ti sei messa con dei badogliani, dei monachici – ti dice (mi sembra di capire verso la fine di ottobre) “il cugino Serra”, comunista che era stato condannato al confino – perché invece non vieni a lavorare con noi?” E da quel giorno è cominciata per te un’altra storia, quella col partito comunista. Mi rendo conto che allora politica se ne masticava poca e tu, che nel ’43 avevi 32 anni, eri andata con “quelli della farmacia” perché li conoscevi e li stimavi e perché, credo, per primi avevano risposto al tuo desiderio di batterti. Ma anche tenendo conto di questi aspetti la tua improvvisa conversione comunista forse meriterebbe qualche parola di più. Anche il tuo antifascismo che nelle tue parole e in quello che hai scritto sento così profondo e senza ombre.

2. Mi sono emozionato di fronte alla “fisicità” che hanno a volte i protagonisti dei tuoi racconti. Mi hai detto ad esempio: “Bisagno era una figura carismatica, anche fisicamente. Era un bel ragazzo, giovane, affascinante. Era un po’ chiuso, silenzioso e questo ne aumentava il fascino”. Del giovane operaio che il 16 giugno 1944 osservi, “inebetita”, mentre viene portato via da un camion verso la deportazione e ricambia “rassegnato” il tuo sguardo, noti “il torace tenero, quasi di un bambino”. “La staffetta diretta Torriglia”, a cui fai consegnare da un prigioniero, un tenente dell’esercito, i suoi scarponi, è un ragazzo “giovanissimo, poco più di un bambino, con un visino minuto e pieno di efelidi” con ai piedi delle “scarpe scalcagnate”. E poi la donna che è alla ricerca del figlio e il cui viso ti sembra familiare fino a quando capisci che è la madre della giovane staffetta. Potrei fare altri esempi tratti dalle tue parole. Con te, finalmente (è la prima volta che mi succede da quando raccolgo storie), ho scoperto molti personaggi che già credevo di conoscere.

3. In cospirazione e in montagna la paura della morte tua e l’esperienza della morte   dei compagni di lotta.

4.  Gli operai sono lo sfondo dei tuoi racconti, come del resto la fabbrica. Tu non sei cresciuta in una famiglia operaia. Chi erano per te gli operai?  

5. Sei appena entrata in cospirazione e subito ti danno incarichi impegnativi. Per quelli della farmacia vai a Savona e poi a castello Raggio a parlare con gli ufficiali, compri cappelli da ferroviere, raccogli armi. Per i comunisti cerchi residenze coperte per i dirigenti, sei responsabile del lavoro delle donne, la tua casa diventa un punto di smistamento di uomini, donne, materiali. Conquisti la fiducia sempre e da subito. E’ quello che vuoi. Prova a guardare Marietta dall’esterno. Come interpreti quel suo modo di fare, il suo attivismo? E come giudichi oggi quel partito così “facile” da conquistare? 

6. A Laccio arrivi il 26 di luglio, vedi i partigiani, i tedeschi. Ne parli nella lettera a Piero. Di quelle ore mi pare che tu ricordi tutto. Non vorresti scriverne ancora un po’?

7. Militante, quadro di partito, partigiana: “importante” o no, sei della guerra di liberazione una figura di primo piano. Si potrebbe dire credo che allora sia stato detto infinite volte che quelle come te erano la prova dell’Italia che cambiava, la donna che si emancipava; entrava in campo. La guerra di liberazione appare come una linea di divisione tra il fascismo e la democrazia. Vale anche per la donna, per te? 

8. “Il periodo più bello e il più doloroso e terribile della mia vita”. Sono parole tue e lo stesso concetto hai espresso in più occasioni per dirmi della cospirazione e specialmente della vita partigiana. Mi aiuti a capire? 

9. Il partito dei delusi è quello che dopo la Liberazione pensava che la sinistra avrebbe avuto di più. In tutti i sensi: sia come riconoscimenti personali sia in politica. Tu, a Miro, in montagna, durante una conversazione, ironicamente avevi detto: “Ora ci considerano perché siamo qui a lasciarci la pelle ma dopo vedrai che le cose cambieranno. Sarà lunga, molto, e sarà difficile”. Si può dire che non hai mai fatto parte del partito dei delusi? 

10  Dopo la Liberazione: cosa ne è del tuo rapporto col partito così denso al tempo della Resistenza?

11 maggio 1987

Genova Sestri 8 maggio ’87

 Caro professore,

durante il mese in cui non ci siamo visti ho pensato che probabilmente le cose che ti avevo detto non erano interessanti e che per questo non ci sarebbe stato un seguito. O le pagine che ti avevo dato ti erano sembrate inutili, ridicole. E’ un aspetto che chi fa il tuo mestiere probabilmente neppure immagina. Quando chi come me, senza scuole, scrive non è in grado di sapere come sarà giudicato da chi legge. E’ preoccupato. Perché si scrive, anche se non si ama confessarlo, per essere letti. Mi sono detta: ha letto e ha chiuso. Forse neppure è arrivato alla fine. Dell’ultimo incontro ricordavo le tue domande e le mie risposte e in coscienza posso dire che erano risposte sincere. Forse incomplete ma semmai lo erano per dei particolari che non credo interessino alla Storia. Eppure anche io non ero soddisfatta. Avevo nelle orecchie le mie parole e le sentivo piatte, inutili. Ma è inevitabile, non ti pare? Io non so se e come userai quanto ti ho detto e cerco, più che difendere me, di difendere le persone su cui mi interroghi. Forse non c’è bisogno di difendere ma ho paura del fraintendere. Chi non c’è più non può parlare. Chi resta e parla ha in questi casi grandi responsabilità. Il 5 u.s. quando ci siamo rivisti le mie apprensioni sono svanite ma ne sono nate delle altre. Tutte le cose che mi hai detto sulla importanza che io scriva in base all’esperienza sono convincenti ma i confini dell’esperienza non sono facili da tracciare. In noi o almeno in me cose dette dagli altri e osservazioni personali si mescolano e non saprei da dove cominciare se dovessi dividerle le une dalle altre. Ora anche “il compito” che mi hai lasciato mi sembra più difficile.

“Te lo lascio così, senza impegno, tanto per farti capire come mi muovo” mi hai ripetuto quando te ne sei andato dandomi il foglio con gli argomenti da approfondire. Bruciavo dalla voglia di leggere ma prima mi sono occupata della mia poca cena. Poi, con calma mi sono messa a leggere e ho capito (credo) cosa vorresti. Vuoi che sia io a parlare di me. Vorresti sapere cosa dicevo ma anche cosa pensavo. Mi hai detto che del passato a volte restano nel nostro ricordo solo i gesti senza le parole,”un film muto” (questa mi è piaciuta), e dobbiamo cercare di interpretarli come se appartenessero ad un’altra persona. Mi chiedi di analizzare i miei ricordi ma come se io fossi un’altra. E’ possibile? Questo non dovrebbe essere proprio il tuo compito? E uno può farlo su se stesso?

Mentre parlavamo mi hai fatto l’esempio della finestra. Prova, hai detto, ad affacciarti oggi da una finestra molto speciale da dove vedi Marietta in vari momenti della sua vita: bambina che corre o che legge, donna che medica un ferito, al ritorno a casa, impaurita, durante la cospirazione. Raccontare con gli occhi di oggi, quando la vita sta per finire; quando le idee o le fantasie che stavano dietro le nostre azioni sono cambiate o scomparse; quando cose che si credevano importanti si sono rivelate inconsistenti e altre che giudicavamo eterne, deperibili. Non è crudele? Capisco che mi vuoi invitare a un bilancio. Forse supponi che io lo abbia già fatto e cerchi in questo modo di conoscerlo. Su molte vicende che hanno coinvolto la vita mia e di altri come me ci sono già bilanci di tutti i tipi: morali, politici e storici. Tu però mi spingi a fare un bilancio personale. Non so se ne ho la forza e poi cosa c’entra con la Storia tutto questo? E perché proprio io?

Ho letto di seguito, di volo, il pro-memoria che mi hai lasciato e ho dovuto dominare il desiderio di risponderti con quello che subito mi si affacciava in mente. Alla fine però, son stata presa da una specie di stanchezza come quando ci si accinge a una fatica sproporzionata. Torno a domandarti: perché occuparsi tanto di una persona, di me, di un povera donna che magari ha partecipato a qualcosa di importante ma per il resto ha avuto una vita come milioni di altre? Sono un mezzo? O sono un fine e allora lo scopo è proprio la storia di Marietta, di quella donna che sono stata e sono? Ma, in questo caso, a chi mai può interessare? Non è questione di modestia: ragionando così tutti meriterebbero una storia. Da piccola alle elementari ai più bravi davano in premio dei libri; una bella usanza. Erano quasi sempre libri di storia: eroi del Risorgimento, biografie di “grandi” o eroi infantili (Ricordo: “Crisforo Colombo”, “Uomini e donnine”, “La vita di Pinocchio”). Cosa è successo che la storia ora si occuperebbe delle Mariette di tutto il mondo?

Dopo aver letto il pro-memoria invece di aprire gli occhi da quella finestra li ho chiusi e di colpo ho visto quello che non vedevo da una vita: la luce che su Cornigliano si diffondeva dal mare nei giorni di sole, di calma, magari con quel poco di foschia che serviva a renderla più intensa. E nell’androne del palazzo dove abitavamo c’ero io che giocavo con una amichetta e una bambola di stoffa, di quelle fatte in casa. Avevo una vestaglietta di un rosa che a forza di bucati era diventato un colore chiaro indefinibile e che non aveva più orlo perché crescevo in fretta. La luce fuori, l’ombra e l’odore di quel portone li ho ancora dentro. Ma che storia può esserci in tutto questo?

Hai letto le pagine che ti ho dato; lì parlo di me ma capisco che quello che mi chiedi è diverso; a momenti mi mette il panico e a momenti mi sembra facile come se tu fossi venuto solo a ricordarmi di cominciare. M’hai detto che non cerchi segreti inconfessabili ma c’è qualcosa di più segreto d’una vita? Una vita che per anni m’è sembrata chiarissima – proprio come ho scritto nella lettera a mio figlio che tu hai letto – e che oggi, mentre volge a finire, mi appare invece misteriosa, piena di punti di domanda prima nascosti chissà dove.

Proverò. Spero comunque di sentirti presto. Un abbraccio. Marietta

13 maggio 1987

Incontro Marietta dopo che l’altro ieri al telefono m’ha detto d’aver scritto qualcosa ma di non riuscire a procedere. Ha aggiunto che gli argomenti che le ho proposto le sembravano inizialmente ben definiti poi si sono mescolati tra loro. – Tutto è collegato, – ha aggiunto, – e non riesco ad affrontarli separatamente. – Ho minimizzato e le ho annunciato una mia visita per risolvere alcune questioni che mi sono rimaste oscure: un modo per dirle che le nostre indagini si muovono separatamente e che quella che la impegna è la sua ricerca.

Inizio ignorando l’impasse di cui mi ha accennato al telefono. Le chiedo di aiutarmi ad approfondire la figura di Attilio, il capo della polizia partigiana che, alla vigilia della Liberazione, arriva ad assumere nella Sesta Zona la carica più prestigiosa riservata ai comunisti, quella di commissario politico. Su di lui, che allora aveva due anni più di Marietta, ho già raccolto una buona quantità di fonti, scritte e orali, e parlarne con lei è, al momento, piuttosto un espediente per tener vivo il nostro colloquio. Salito in montagna nel giugno del ’44 con l’incarico di organizzare un servizio di informazioni, Attilio era diventato in poche settimane un personaggio di spicco del partigianato di montagna e, dalla fine del 1944, il quadro di partito più prestigioso. Formalmente in un posizione superiore alla sua c’erano Barontini, commissario politico di Zona e Ugo, il vice, che aveva l’incarico di responsabile del comitato federale del partito in montagna. Con Ugo non c’era confronto e, su Barontini, Attilio aveva guadagnato rapidamente in popolarità. Era, a detta di tutti, un leader; con amici fedeli e detrattori ostinati sia nel campo comunista sia in quello concorrente. Attilio era stato una sorpresa anche per il partito. Da novembre del 1943 a maggio del 1944 era rimasto congelato e confinato in un paesino vicino a Genova in quanto seguace di Dellepiane, il dirigente accusato di collaborazionismo col nemico ed espulso dal partito nel novembre 1943. Dell’impetuoso  movimento delle “Commissioni” seguito al 25 luglio ’43, Attilio era stato il dirigente più noto e apprezzato, sia pure dopo il suo capo, Dellepiane. Poi, di colpo, la censura del partito e la lunga quarantena. Dopo aver sopportato in disciplinato silenzio la condizione di sospetto, era salito in montagna deciso a riscattarsi. L’incarico, decisamente importante, gli era venuto direttamente dai due massimi responsabili del partito per il settore politico e militare: Scappini e Pieragostini. Marietta, arrivata in montagna poche settimane dopo di lui, era stata testimone della sua ascesa. Le chiedo se e quando, al di là degli organigrammi ufficiali, si era resa conto dell’emergere di Attilio e se ritiene che avesse avuto un ruolo nel progetto, maturato nel febbraio 1945, di allontanare dalla Sesta Zona il principale oppositore dei comunisti, Bisagno, il capo carismatico della Cichero.

– Attilio lo conoscevo già prima di salire in montagna. È stato il Bisagno dei comunisti. Come Bisagno era rigoroso, intransigente, severo. Bisagno era più silenzioso. Attilio invece era un tribuno. Ma lì c’entrava molto la madre. Era anarchica ma proprio di quelle che non potevi non saperlo. Attilio era molto legato alla madre, moltissimo. –

– Attilio è il capo di un corpo di polizia, sia pure partigiana, composto quasi esclusivamente da operai comunisti provenienti dalle fabbriche genovesi. Capisco che sia difficile mantenere un equilibrio con un incarico del genere ma non credi che la polizia di Attilio fosse un po’ troppo comunista? Sai se si occupava anche degli avversari politici oltre che dei nemici? –

– Il controllo era necessario perché di abusi ce ne sono stati tanti e anche da parte nostra, ma questo che mi dici mi pare inaccettabile… Mi sembra perfino strano che Attilio si sia prestato… In fondo Attilio non era un fanatico… Forse un po’ sospettoso, questo sì. Ma era un uomo di cuore, generoso. So che a molti, anche compagni, disturbava quel suo essere inattaccabile. Era l’unico lassù che poteva fare il capo della Sip perché era l’unico tra noi veramente inattaccabile.

– Parlami del suo stile di comando. –

– Lui aveva i suoi uomini, il suo distaccamento e lì non ci metteva parola nessuno. Erano molto legati tra loro, riservati. Si conoscevano dalla città, tanti erano delle fabbriche, di Cornigliano, Bolzaneto, Rivarolo. Andavano a prendere soldi, portavano notizie confidenziali. Credo che se qualcuno avesse sbagliato Attilio non lo avrebbe tollerato un minuto e non so come sarebbe finita. Attilio forse non era un guerriero, ma credo che su queste cose non ci pensasse due volte. Ma non so niente di concreto, sono pensieri miei. –

Illustro a Marietta alcuni documenti dove si fa chiaro riferimento all’attività di spionaggio nei confronti dei comandanti non comunisti: Bisagno, Scrivia, Minetto. Le chiedo quale significato attribuisce a questi documenti. Marietta riconosce che si tratta di attività di controllo su compagni di lotta e, con mia sorpresa, a differenza di quanto aveva fatto durante il primo incontro, non le difende. Non mi dice – come pure potrebbe – che c’era una indicazione che permetteva al Sip di controllare anche la corrispondenza interna, tra comandanti partigiani. Al contrario sembra turbata e scuote la testa.

– Mi fai strabiliare a dirmi queste cose. Una indagine del partito su personaggi loro e nostri, con questi fini l’avrei considerata riprovevole anche allora. Se avessi saputo che il Sip svolgeva questa azione così di partito non sarei stata d’accordo allora come non lo sono adesso. Sinceramente non ne ho mai saputo niente. –

– Eppure tu stessa collaboravi a queste attività. Ti muovevi molto tra i vari comandi di brigata e di distaccamento e risulta che tu comunicassi le tue impressioni al vice di Attilio, Vero, un compagno di Cornigliano che conoscevi già prima di salire in montagna. Ci sono i suoi rapporti che lo confermano. –

– A volte mi diceva: “Vai un po’ a sentire cosa succede là, chi è questo che è comparso o se ne è andato…” Roba così. Del resto era il loro compito. Forse eravamo troppo sospettosi ma ci sentivamo assediati. Era un sentimento più di noi che venivano da giù, dalla cospirazione. Io ho questo ricordo preciso che ogni giorno le mie cinque o sei ore di cammino le facevo, ma se dovessi dirti dove andavo e chi vedevo non saprei rispondere. E mi vergogno perché da qualche parte sarò ben andata. Non era un passeggio; mi muovevo per il mio lavoro lassù. Attilio magari mi diceva: “Guarda che nel tal posto hanno trovato del materiale di medicazione e ho detto di tenertelo da parte”. E io andavo. Ma anche per gli altri della Zona era così. Si andava, magari si affrontava un piccola questione, si tornava, se ne parlava e poi si partiva di nuovo. Andare era il modo per tenerci insieme, ma i distaccamenti erano autonomi. Ogni distaccamento doveva occuparsi di tutto. Non doveva aspettare la direttiva. Andavamo tutti a piedi e gli ordini, quando c’erano, arrivavano solo quando non servivano più, quando avevi già combattuto o ti eri già ritirato. –

– Sapevi che dal comando della Sesta Zona era venuta la proposta di allontanare Bisagno? Che gli avevano detto: o te ne vai alla Quarta o torni a casa? –

– No, non è possibile. Non lo sapevo. Chiunque abbia fatto quella proposta, e non riesco neppure ad immaginare che sia stata fatta, era un provocatore. Solo un provocatore poteva avere in mente una cosa simile. Lo dico anche se so che Bisagno, Scrivia e gli altri facevano di tutto per renderci la vita difficile. –

– Difficile? Mi fai qualche esempio?

– Ti dico il primo, magari stupido, che mi viene in mente. Non lasciavano cantare Bandiera Rossa, mentre si doveva cantare una canzone col nome di Bisagno…–

– Sai che nell’archivio delle Brigate Garibaldi ho trovato che proprio il comando generale, Longo e gli altri, avevano dato indicazione di non cantare inni comunisti, non fare il saluto a pugno chiuso e portare un fazzoletto tricolore al posto di quello rosso? –

– Quella del fazzoletto la sapevo ma le altre no. Mi domando cosa davvero abbiamo vissuto allora. Perché lì facevamo proprio il contrario: fazzoletto, inni, tutto. –

Marietta è perplessa. Quel che le ho detto l’ha turbata. – Davvero? – mi chiede un paio di volte. Non credo che finga. Marietta era, ed in un certo senso è ancora, scopertamente settaria, ma difende con forza la lealtà di Bisagno. Non crede che possa aver partecipato a un progetto di spartizione della Zona. – Non era uomo da lottizzazioni, – mi ripete, –era un giovane integro, conscio del suo compito. –

Marietta è come emerge dai documenti conservati al Gramsci: una militante fedele a cui si potevano proporre compiti impegnativi e rischiosi ma di cui forse non era opportuno mettere alla prova la fiducia verso il partito con incarichi discutibili. Marietta, per carattere, dava il massimo e per questo chi l’aveva conosciuta l’aveva scambiata per un “dirigente”. Non lo era né pensava di esserlo. Sapeva però di essere importante come un dirigente, forse anche di più: si era impegnata a fondo, come pochi, a tessere in montagna la trama morale e politica di quell’esercito un po’ bislacco. E lo aveva fatto con passione e abnegazione. Ma si capisce che per lei il partito stava al primo posto.

Dico a Marietta che mi sarebbe piaciuto conoscere Attilio e che, non saprei per quale preciso motivo, approfondendo la sua personalità m’erano tornate in mente certe pagine di Buio a mezzogiorno di Koestler. Le chiedo se per caso lo ha letto.

– Sì che l’ho letto, ma che cosa c’entra con la Resistenza? L’ho letto dopo la guerra e non l’ho messo certo in rapporto con Attilio. Sapevo anche cosa il partito diceva di Koestler. Allora vedevamo tutte le cose contro la Russia come una provocazione americana e anche io ne ero convinta. Se è per questo ne sono convinta ancora oggi. Ma non avevo dubbi neanche sul fatto che quella storia fosse più vera della cronaca. Per me era come se fossi stata là a vedere. Riconoscevo le parole dell’interrogatorio una per una. E con le parole le facce. Dire che mi ha addolorato è poco. È stato un colpo allo stomaco. Resti senza fiato e mentre pensavo che era tutto vero ricordo che mi sono detta: è inevitabile ma bisogna andare avanti. Allora ragionavamo in un modo che nessuna rivelazione, neppure la più terribile, ci poteva smuovere. E non ci ha smosso. Perché? Eppure non eravamo stupidi; e neppure cinici – beh forse un po’ sì, ma non io – eppure non ci ha smosso. Oggi penso che se ci avesse smosso almeno un pochino magari per noi sarebbe stato meglio, ma è andata così. Non ho una spiegazione; non credo che ce ne sia una sola. Forse non davamo importanza, ci avevano abituato a non dare importanza, ai singoli, all’individuo. Eravamo tutti per lo stato. Stato, stato, sempre stato che poi intendevamo come collettivo, il contrario di individuo e di privato, perché noi lo stato non lo vedevamo di buon occhio. Mi ricordo di quella specie di automa che, nel libro, processava il suo ex capo. Era antipatico, ma gli riconoscevo qualcosa di positivo; era inflessibile, disumano come bisogna essere quando si vuol fare una giustizia radicale. Non dico che mi piacesse, ma forse lo trovavo tollerabile proprio per i suoi difetti. –

Con Koestler si conclude il nostro incontro. Marietta aspetta il momento del congedo per affidarmi alcune pagine di protocollo scritte a mano. – E un po’ del lavoro che mi hai chiesto, – dice consegnandomele frettolosamente e sorridendo, – ma ho paura di essere andata fuori tema. Si dice ancora così? –

 Genova 12 maggio 1987

Caro Professore,

tu, quando mi hai spinto a scrivere, sicuramente sapevi che mi avresti fatto perdere anche quel poco sonno di cui ho tanto bisogno. Ma volevi andare a fondo. Per sapere quello di cui probabilmente sei già convinto? O perché non ti occupi solo di storia e vuoi conoscere i miei pensieri di oggi non i ricordi di ieri sulla politica? Ma come li userai? Lo sai che il tuo mestiere è un po’ crudele?

Vorrei sapere se quel che succede a me succede anche agli altri che incontri. Già tirare fuori la roba dai cassetti sollecita ricordi non sempre piacevoli ma se poi ci ragioni sopra perché facevi quella cosa, come giudichi oggi quei fatti, quali conseguenze hanno avuto ecc. finisci che perdi quelle poche sicurezze su cui hai impiantato la tua vita. Non è neppure una brutta sensazione ma dovrebbe esserci il tempo per ricominciare. Invece non c’è.

Ripensare alla propria vita non solo alla luce di ciò che ci è successo “dopo” ma cercando di ricostruire i sentimenti con cui abbiamo vissuto serve a non ridurre il passato a una serie di preparativi. Così la mia vita può apparire qualcosa di nuovo, persino più interessante di come l’avevo considerata sino ad ora. Ma sento pesare su di me, come una fatalità, la vecchiaia. La vecchiaia mette a confronto con la solitudine dei sentimenti; non confidi più di poterli comunicare. E’ proprio il contrario della giovinezza.

Mi sono accorta prima di tanti altri che il vecchio diventava un vuoto a perdere. Non era così nel mondo dove sono cresciuta. Allora c’erano meno vecchi di oggi ma avevano una loro vita e mi sembra che godessero anche di un certo credito. Oggi mi colpiscono gli anziani messi davanti alla televisione già dalla mattina. Mangiamo meglio ma abbiamo perso le parole.

Con affetto Marietta

Ti allego le risposte alle prime due domande. Non so se riuscirò ad andare avanti perché già queste mi sono costate molta fatica.

1. Il mio antifascismo e il mio comunismo. Per dirti del mio antifascismo “da sempre” comincio con una nota di colore. Ero una figgetta e al tempo del processo Matteotti ricordo che andavo a cercare tutti gli articoli non c’erano ancora le leggi eccezionali, si leggeva ancora e li ritagliavo, li mettevo da parte, li rileggevo e mi piaceva parlarne. Ero capace di farlo anche nella pescheria dei miei, i genitori che mi avevano adottato, dove c’era un ambiente antifascista. Lì dei fascisti si parlava con disprezzo. Li chiamavano batusi e, a volte, quelli mascarsuin. La Cornigliano vecchia era un ambiente di ribellione, di antifascismo. Il fascismo però aveva già vinto anche se allora io ma neanche loro lo credevamo. Le società operaie, le Fratellanze le avevano già tutte distrutte. Vicino a dove stavamo c’era il Club Eguaglianza e la Società Silvio Pellico e io li ho visti sfasciare. Sono venute quelle bande armate; hanno buttato tutto in mezzo alla piazza e poi hanno dato fuoco: libri, seggiole, quadri. Erano posti dove ogni giorno c’era pieno di gente che io conoscevo, gente del popolo, magari pescatori, che mi volevano bene. Lì parlavano, giocavano a carte, leggevano; molto più di oggi. Bruciare voleva dire: ora basta, state a casa, non leggete più, non vi vedete più. Contro questa violenza io avevo sentito una ribellione terribile. Ma era continua e se non era un giorno era l’altro. Li vedevi radunarsi, prendevano i gagliardetti, pugnali non erano fascisti veri ma una accozzaglia di gentaccia reclutata per quei lavori avevano i teschi bianchi stampati sul nero, e capivi che andavano a fare una scorribanda. Già quando partivano per chi non si levava il cappello erano botte. Ricordo un giorno un uomo appoggiato a un edicola dei giornali allora mi sembrava anziano con il suo gazzu in testa, quei berrettini di maglia, che li guardava. Uno di quelli s’è voltato e quando si è accorto che non se l’era tolto, è tornato indietro e gli ha dato una randellata sulla testa. Così forte che ho visto il vecchio cadere come un burattino che gli si rompe il filo. A distanza di tanti anni vedo ancora quella scena, quell’afflosciarsi come se dentro fosse vuoto, e sento lo stesso male al cuore che ho sentito allora…Eravamo prima del ’21, della scissione, c’era l’Avanti, i socialisti e io leggevo molto, “l’Asino”, il “Cuore” per i bambini; parlavo e capivo. Ho capito allora che c’era la violenza, la crudeltà. Ma non capivamo cosa stava succedendo, nessuno nemmeno allora lo immaginava.

Ti ho raccontato questo fatto e ne potrei raccontare altri di cui sono stata testimone ma penso che tu ne conosca chissà quanti tutti simili. Se dico che hanno prodotto il mio antifascismo è però solo una mezza verità. Ti ho detto che ero una pacifista, forse dovrei dire una pacificatrice. Soffrivo quando sentivo la gente litigare o anche solo i bambini che si picchiavano tra loro. Lo stesso se erano i grandi a dargliele. Soffrivo di fronte alla prepotenza; a quei tempi nelle famiglie ce n’era molta. La violenza sui deboli mi faceva piangere. Magari scappavo da qualche parte per non farmi vedere ma piangevo, con le lacrime.

Non so da dove venissero questi miei sentimenti ma oggi capisco che l’integrità fisica, il rispetto fisico e morale delle persone, anche dei bambini per me era importantissimo. Credo che il mio antifascismo fosse inevitabile perché il fascismo era l’opposto del rispetto, era violenza e prepotenza insieme. Bastonare uno a morte, la vergogna dell’olio e quei bravacci che ridevano, che picchiavano gente più vecchia di loro, indifesa, che tremava. Una volta uno ha cominciato a farsela addosso mentre ancora non lo avevano fatto bere e loro gli hanno tolto le braghe che erano piene e gliele hanno messe sulla testa così che gli colasse dall’alto. Dopo la Liberazione a quelli che avevano sopportato hanno dato dei pecoroni. Forse lo erano ma dico che bisognava esserci. C’era tanta paura e l’olio faceva più paura del manganello. Io ho sempre detto quello che pensavo anche con dei fascisti ma penso che mi volessero bene perché non mi hanno mai fatto del male anche se avrebbero potuto.

Il 25 luglio, quando il fascismo è caduto, è risultato che quasi nessuno era stato fascista e oggi lo dico senza l’ironia che invece ci mettevo in passato quando facevo questo commento. Era davvero così e la stragrande maggioranza della gente che quei giorni festeggiava era sincera. Come era stato possibile che la maggioranza d’una popolazione fosse finita vittima di una minoranza prepotente e screditata? Non dovremmo pensarci? Oggi la storia del fascismo mi è meno chiara di come me la raccontavo 20 anni fa. Pochi lupi possono spaventare e mangiarsi un intero gregge ma, appunto, un gregge. Io subivo come tutti gli altri ma non mi sono mai sentita parte del gregge.

A Cornigliano dove abitavo, c’era la farmacia Trincheri e la frequentavano persone intelligenti: il padre di un magistrato, un medico, un impiegato comunale e suo cognato, a volte qualche operaio. Lì ascoltavamo Radio Londra e si discuteva. Non c’era scoraggiamento ma incertezza sì. Io ero la più giovane, la più dinamica e dopo il 25 luglio mi era sembrato giusto che fossi io ad andare a parlare coi militari. Tra l’altro come donna rischiavo meno anche se allora però il dubbio non mi aveva sfiorato presso di loro non potevo godere di troppo credito. Mi viene in mente di quando, sarà stata la seconda metà di settembre, sono arrivata al Castello Raggio e c’era lì un gruppetto di ufficiali, chissà magari erano fascisti, e io che gli dicevo di non presentarsi ai tedeschi mentre loro mi guardavano allibiti. Una donna che andava a fargli quei discorsi. E io che gli avevo anche detto che c’era già chi raccoglieva armi per la lotta futura.

Come sono passata ai comunisti? Quando il cugino Serra mi ha fatto la proposta non ho avuto un attimo di esitazione. Eppure a quelli della farmacia ero e sono rimasta molto legata. Forse i comunisti erano socialmente persone più vicine a me o forse c’entrava il fatto che a farmi la proposta era un parente ma penso che sono gli aspetti del carattere che ci fanno scegliere. I comunisti ti facevano capire che erano tanti, forti e segreti al punto che io non sapevo niente di loro ma loro sapevano tutto di me. Quelli della farmacia erano piuttosto problematici mentre loro non passavano tanto tempo a discutere o almeno non lo facevano con me. Erano più operativi. Ti affidavano dei compiti e ti dicevano anche come dovevi eseguirli senza tanti perché o percome. Io le cose che avevo fatto in precedenza me le ero quasi inventate da sola e non mi dispiaceva che fosse arrivato qualcuno che studiava per me dicendomi fai così e così. La segretezza, la gerarchia, il loro presentarsi come una organizzazione militare anche se poco dopo ho capito che non erano tanto forti neanche loro, il richiamo continuo alla disciplina mi piacevano. Ma sono ragioni che ho individuato dopo che mi hai invitato a ripensarci. Allora sentivo confusamente che per vincere c’era bisogno di quello e sono andata con loro. Ma ero specialmente una antifascista e Marx nella mia scelta non c’entrava. Era anche quello che pensavi tu, no? 

2. “Fisicità” Non mi ero mai accorta di quello che mi hai fatto notare. Posso pensare che dipenda dal lavoro che praticavo ostetrica e infermiera ma, di nuovo, non ne sono certa. Per i giovani, ragazzi e ragazze, per le donne, anche se erano già madri, provavo allora e ho provato in seguito un sentimento di protezione. Sentivo di doverle difendere. A volte mi sembravano degli uccellini senza esperienza mentre io mi sentivo forte, capace di sopportare, come una che aveva vissuto e conosceva il mondo. Non era certo così e poi cosa vuoi che avessi vissuto: ero cresciuta a Cornigliano e avevo poco più di 30 anni. Eppure erano quelli i miei sentimenti. Forse, anche così, cercavo di tenermi fuori del gruppo o di rispondere a delle regole superiori. Nelle ultime settimane prima di andar via dalla città, nel giugno del ’44, ricordo benissimo che circolava tra noi una specie di volantino, che pressappoco si intitolava “come dev’essere un comunista”. Il contenuto lo puoi immaginare: era tutta una rinuncia e un sacrificio. Una cosa proprio eccessiva che in certo qual modo mi esaltava. Voglio diventare così, pensavo, avere questa tempra. Per cambiare il mondo, la vita ci volevano persone speciali. Mi esaltava il modello eroico, il sacrificio, cose che in realtà già allora giudicavo retoriche ma che forse mi affascinavano perché appartenevano agli uomini. Tanto per farti un esempio, Conte che mi stimava molto mi diceva spesso: “ricordati che non sei una donna ma una comunista che sta combattendo” oppure “dai compagni non devi essere vista come donna ma come una militante”. Il sentimento dell’amore era bandito e anche vissuto in solitudine dovevi vergognartene. Il sentimento di emulazione dei maschi invece era accettato o suggerito ma dovevi saperti fermare prima di raggiungerli.

I miei sentimenti però erano sentimenti di donna, di madre. Ne avevano la sofferenza. I partigiani erano dei ragazzi ma più spesso mi sembravano dei bambini. Forse ancora di più di quanto non sarebbe oggi. Erano ingenui. La maggior parte erano vergini. Parlavano di fidanzate e poi capivi che erano ragazze con cui si erano solo guardati. Si capiva da molti particolari. Chissà io cosa sarò sembrata a loro. Li fasciavo, li consolavo come la madre e l’infermiera che ero. Erano impauriti, molto più di quanto hanno raccontato dopo anche perché nel corso dei mesi sono cambiati. Il grosso dei partigiani non era formato da volontari ma da ragazzi costretti a scappare per non arruolarsi. La Resistenza è stata importante perché è stato il segnale del cambiamento delle coscienze: è cominciata come una guerra di disertori, di imboscati, gente che va nei boschi per non essere pigliata, ed è finita come è finita. E’ un po’ come quando si dice: io me ne vado ma se venite a cercarmi prendo un mitra e vi sparo. È cominciata con una ribellione alla guerra e ai fautori della guerra e dopo, grazie anche a noi comunisti e ai vari Bisagno, è diventata una grande lotta. Non so se è opportuno ma penso che bisogna dire, anche per smetterla con la storia del giovane che si butta nella guerra, del patriottismo e di tutte le storie di questo genere. In montagna, se si va a ben vedere, tutto, Benedicta compresa, è cominciato con un rifiuto della guerra fascista. C’erano anche quelli saliti per combattere ma erano pochissimi. Anche le armi sono venute dai lanci più che dai disarmi. Magari qualcuno dirà di no. Con delle ragioni perché ognuno di noi ha una visione particolare, personale dei fatti e quello che io ho visto in una zona può essere diverso in un’altra, come cambiano gli occhi, l’angolazione per vedere un fatto. Nulla viene raccontato due volte allo stesso modo anche se a raccontare è la stessa persona.  

Concludo dicendo che in me il sentimento di avversione alla guerra era più profondo di qualsiasi altro. Lo avevo dentro quando sono salita in montagna e l’ho conservato anche in seguito. Penso che sia questo sentimento che mi ha spinto a vedere sotto le divise o gli abiti del momento gli uomini e le donne come in realtà erano.

 28 maggio 1987

Genova Sestri 26 maggio 1987

Caro professore,

ti mando i miei ultimi compiti. Non credo di aver più molto da scrivere. Mi sento abbastanza “spremuta”. Aspetto che tu ti faccia vivo per parlare un po’.

Con affetto Marietta

1. Il pensiero della morte In cospirazione e in montagna, la mia scoperta è stata che non ci sono pensieri sulla morte senza pensieri sulla vita. Io, come tutti, ho temuto la morte, che poi voleva dire la cattura e la tortura, perché la morte in sé non è una cosa che ti fa tremare se non per le persone che lasci. Nel luglio del ’44 quando ormai in città ero stata riconosciuta il partito aveva deciso di mandarmi a lavorare in Riviera ma io mi sono opposta. Ero più riconoscibile di altre donne – ero alta e allora le donne alte erano poche – e poi il traffico della borsanera faceva spostare un sacco di gente dalla città alla campagna e alla Riviera. Niente di più facile che qualcuno mi riconoscesse. Mi sono opposta; ho detto no, basta, non potete chiedermi questo. E ho dovuto anche discutere. Erano compagni ma sapevano come fartela pesare. E’ allora che ho deciso che sarei andata in montagna. Da Nervi la mattina del 25 luglio mi hanno accompagnata al Becco e poi a Laccio. Ricordo che camminando continuavo a ripetermi “lassù dovrò scappare ma almeno sarò libera”. In montagna, piano piano, sono tornata a vivere ma dopo il rastrellamento di fine agosto ’44 ho capito che eravamo stati fortunati. Era mancato poco che non ci prendessero tutti. Ero ben decisa a restare ma lassù mi è cominciata un’altra paura. Era la nostalgia dei figli che mi tormentava. Mi chiedevo cosa sarebbe stato di loro senza di me. Era un dolore così forte che sono andata da Conte e gliel’ho detto. Volevo essere rassicurata. Capisco che il mio andare dal dirigente di partito, anche se amico, per chiedere aiuto ti farà ridere e mentre te ne scrivo provo un certo disagio. Ma allora lo trovavo ragionevole. Forse era perché davo più al partito che a loro e avevo bisogno di una giustificazione per me stessa. Non so se Conte aveva capito tutto comunque ricordo che mi aveva tranquillizzato. Penseremo noi a tutto, m’aveva detto; a mandarli a scuola e a tutto il resto; frasi come “il partito non dimentica”. Chissà poi cosa sarebbe realmente successo se ci fossi rimasta. Comunque mi era bastato e dopo pochi giorni mi era passata. Ero maturata. Capisci che ti possono prendere ma impari anche a difenderti che nel mio caso ha significato avere un pensiero fisso sopra a tutti gli altri: non devi farti prendere, mi ripetevo, devi stare attenta, sempre. Io lo chiamavo il pensiero talismano. I figli erano diventati il mio pensiero talismano. Non bisogna arretrare o cercare la zona che ritieni sicura, il lavoro più facile. E’ la piazza anonima che ti salva non la piazzetta conosciuta del tuo paese. Ma devi stare attento, sempre, non lasciare al caso niente di quello che puoi controllare. Per il resto ci vuole fortuna.

Anche in guerra la morte non mi è mai parsa normale. Guardando quelle fila di corpi anonimi tirati fuori dalle macerie dopo i bombardamenti a Cornigliano o a Sampierdarena ho sempre visto i singoli non la massa. Per ognuno, pensavo, c’era una famiglia, una madre, una moglie, una sorella (mi accorgo mentre ti scrivo che pensavo solo a un dolore di donne, come se gli uomini non ne provassero). Ma la morte della persona che combatte con te, del compagno di lotta produce uno strazio che si rinnova dentro e non mi è possibile descrivere. Al dolore si aggiunge un sentimento come di colpa per essere sopravvissuto. Di fronte alla morte del compagno di lotta in alcuni cresceva un sentimento di rabbia, di vendetta. Io l’ho sentito poche volte e quando è successo subito dopo ho provato vergogna. Ho sentito invece spesso il tormento di essere sopravvissuta. Fortissimo al momento del fatto, è un tormento che cambia col progredire nella vita. Ma non credo che sia legato alla quantità di anni che ci separano dal fatto. Io ho avuto un rapporto mutevole con la mia sopravvivenza. Oggi ne sono felice perché ho potuto donarla ai miei figli. Ma in partenza non era stato così. Non ho mai detto: voglio sopravvivere e quindi non faccio questo o quest’altro. Col tempo invece la vita ti appare un valore in sé, da difendere comunque. Si capisce: invecchiamo e cerchiamo di non lasciarla.

Nel partito si usava la parola “cadere” per quelli che venivano catturati. Per uno che moriva si diceva invece “abbiamo perduto il compagno tale”. Comunque la cattura e la morte erano previsti e se ne parlava con grande stoicismo. Come se si trattasse di una fatalità, qualcosa di inevitabile che prima o poi ti sarebbe toccato. Era il nostro segno distintivo di rivoluzionari. Invece in montagna, tra i partigiani la morte era un evento inatteso, non accettato; mai. Lassù, per fortuna, non si pensava al martirio. La morte non era nel prezzo della lotta. Al contrario esacerbava, provocava stupore. Io vedevo quei ragazzi disperarsi e ogni volta mi stupivo. Ne ero contenta perché anch’io sentivo come loro. Lassù il prezzo della lotta era la vita, le piccole e grandi soddisfazioni del vivere quotidiano, la vittoria.

2. Gli operai Quand’ero bambinetta e la guerra, la prima, era finita da poco sentivo ripetere questa frase: un tempo si lavorava e si mangiava ora si lavora di più ma non ce n’è. L’operaio dopo la guerra era un povero: disoccupazione, fame da non riuscire a venirne fuori. Magari nelle campagne era diverso ma da noi era così. In quegli anni l’operaio è andato in basso. Non è che prima fosse in alto. No, ma è andato più in basso. Nel ’18 quando la guerra stava per finire sentivi già i discorsi delle donne – lavoravano negli stabilimenti – che parlavano di chi sarebbe stata lasciata a casa per far posto agli uomini che tornavano. Si parlava della Russia ma qui la rivoluzione era cercare di metter qualcosa sul tavolo tutti i giorni perché con la guerra bene o male ci erano riusciti. Dopo la guerra invece sono venuti anni terribili. Si sentiva – sarà stato attorno al ’25 ma non sono sicura – sussurrare di scioperi dei portuali. Ma in porto, lo sapevano tutti, qualcosa da mangiare o da vendere lo trovavi sempre. Giravano, detti a bassa voce, i nomi dei capi di certe lotte, gente che aveva fatto certe cose che poi finiva sempre che quelli che avevano brigato alla fine avevano avuto roba; avevano mangiato. Ricordo di aver sentito spesso i grandi parlare di roba da mangiare, da comprare; era quello di cui si parlava di più.

Col tempo è peggiorata ancora. Negli stabilimenti, verso il 1930, i capi, i guardiani erano tutti fascisti. Un richiamo fatto da loro era una multa, una sospensione e una sospensione voleva dire non mangiare. Oggi ci sono cose del passato che, se le dici, sono facilmente comprensibili. Ad esempio potrei elencare cose che quando ero bambina c’erano e poi sono scomparse. La neve, l’inverno, le scarpe sempre con l’acqua dentro (sempre), i morti di fame per lo più bambini o vecchi; sono cose che chiunque può immaginare. Ma che in casa di uno che prende una sospensione non si mangia, che la madre dice ai figli “vai un po’ fuori e arrangiati” riesci a immaginarlo? Un bambino di 6 o 7 o più anni che gli dici “no, oggi niente, vai un po’ fuori a cercartene”. Non credo che, se tu lo raccontassi a scuola, un bambino di oggi potrebbe capire cosa significa “andarsene a cercare”. Per fortuna, nella casa dove sono cresciuta, non era così, ma queste cose le sapevo e le vedevo.

Lo stabilimento era un posto di abiezione, di miseria morale. E’ l’idea socialista e poi comunista che ha dato alle parole fabbrica e operaio un significato di importanza, di dignità. Ne ha fatto luoghi di solidarietà e di fraternità, dove la coscienza poteva crescere. Senza le Leghe, le società operaie, i sindacati, i partiti di sinistra, gli anarchici la fabbrica sarebbe rimasta, come in parte era quando ancora ero bambina, un posto di abiezione. Molti – quando io avevo 6 o 7 anni – ci entravano già quando ne avevano 12 anche se non si sarebbe potuto. Passavano il tempo a correre di qua e di là a fare i servizi agli operai che a volte li picchiavano o gli allungavano dei calci. Sentivano solo bestemmie, idiozie, alterchi. Ancora nel Venti erano tantissimi gli operai che non sapevano né leggere né scrivere. Era una situazione che era migliorata lentamente col socialismo ma che poi col fascismo si è fermata per anni.

Dopo quest’ultima guerra lo stabilimento – noi non usavamo la parola fabbrica – era un po’ come il nostro santuario della Guardia. Forse confondevamo gli operai con la classe. Ci sembravano tutt’uno tanto che poi quando sono cominciate le situazioni nuove come l’Italsider, o le chiusure di molti stabilimenti con quelli che prendevano i soldi e se ne andavano in silenzio, siamo entrati in confusione. Vedevamo solo traditori; non capivamo il nuovo che arrivava e il vecchio che se ne andava. C’erano quelli che venivano in sezione piangendo a chiedere di poter fare la doppia tessera sindacale per poter essere assunto o per far assumere il figlio. Il giudizio del partito era sempre severo; la concessione, quando c’era, veniva fatta pesare. A pensarci oggi… I giovani se ne andavano e quasi non ce ne accorgevamo. Perché vanno, ci chiedevamo? Avrebbero dovuto restare, combattere. Per tutto si doveva combattere. Noi avevamo fatto una scelta di vita e ci sembrava che non si potesse vivere se non così.

Lo stabilimento era il cuore. Per la famiglia operaia, ma vorrei dire per il quartiere, tutto veniva da lì: dalle informazioni su una malattia o su una morte, a un magazzino che vendeva certe merci a prezzi scontati fino alla politica, all’economia: l’abbandono di una lavorazione, l’inizio di una nuova, l’arrivo di tecnici stranieri.

Gli operai erano il termometro della situazione. Li conoscevi quasi uno a uno e magari individualmente non ti impressionavano ma tutti insieme erano una realtà a cui si attribuiva un potere di orientamento e per questo il partito cercava di egemonizzarla, perché capiva che a loro volta gli operai avevano questo potere o prestigio sulla popolazione non solo operaia. Succedeva qualcosa, di internazionale o di nazionale o di cittadino, e tutti ci chiedevamo: cosa fanno gli operai? Era naturale chiederselo, come il respirare.

Gli operai per me erano un mondo di valori ma ne vedevo anche i limiti. Li conoscevo da vicino, da dentro – entravo e uscivo dalle loro case – e mi sembrava di sapere di loro più di loro stessi. In fondo era una società semplice da leggere. Avevano una divisa anche quando non erano in tuta. Erano poveri, con case povere, tutti col libretto al negozio. Vedevi la moglie di uno con un fazzoletto in più e tutti si domandavano come avesse fatto. La politica era il segno di nobiltà, l’aristocrazia, ma col tempo e i cambiamenti non è servita a mantenere i contatti con la massa. Eravamo sempre noi; ci si rinnovava ma troppo lentamente. E’ difficilissimo accorgersi dei fatti mentre succedono. E’ strano perché uno dice: sei lì e capisci. Invece no. E’ perché guardi il presente con gli occhi del passato, della tua esperienza, mentre il presente contiene cose nuove per le quali l’esperienza spesso serve poco. Inoltre per conoscere la realtà non basta la politica mentre noi ci facevamo un vanto di riportare proprio tutto alla politica. Arrivavamo a dei punti incredibili. Ricordo una visita a una ragazza giovane, figlia di un compagno, magra, pallida nel suo letto che tossiva di una tosse terribile, cavernosa e noi intorno a lei che parlavamo di tesseramento, come se non la sentissimo.

Mercoledì 3 giugno 1987

Ieri l’altro ho telefonato a Marietta per dirle che avevo ricevuto le sue risposte e che le ero sempre più grato per aver affrontato quella fatica. Mi ha interrotto annunciando che non avrebbe più scritto. Alcune domande richiedevano infatti risposte troppo lunghe e altre non le risultavano chiare come invece le era parso all’inizio. Le ho chiesto se aveva voglia di parlare di una questione che univa la sua alla mia ricerca: le donne in montagna, le donne nel partito, le donne dopo la Liberazione, le donne che lei aveva conosciuto. Se preferiva potevamo anche non metterci a parlare di lei. Mi ha detto che era contenta perché era proprio uno degli argomenti su cui aveva maturato più idee, tante, e non sapeva da dove cominciare.

Era proprio vero perché il dialogo si è quasi risolto in un monologo e, poiché le mie sollecitazioni sono state contenute, lo trascrivo qui come un documento compatto, eliminando i miei rari interventi peraltro intuibili dalle sue risposte.

– Posso intitolarlo “Marietta e le donne”? – le ho chiesto alla fine.

– Sì, – mi ha risposto, – basta che non risulti che anche tu mi consideri diversa dalle altre. –

Marietta e le donne

– Durante il fascismo si era perduta perfino coscienza dell’oppressione operaia e specialmente femminile. Dico perduta perché prima del fascismo non è che la donna fosse emancipata ma c’era l’idea che anche per la donna ci fosse da raggiungere una meta, una condizione diversa nella famiglia, nella società. Col fascismo invece questa idea lentamente si è perduta; è finita la convinzione, perfino il desiderio del cambiamento. A volte, d’istinto, le operaie si ribellavano ma non c’era una coscienza specifica dell’oppressione. La donna doveva solo lavorare e ubbidire al marito. Ancora poco prima della guerra tante amiche mi dicevano: ma tuo marito ti lascia fare questo?

Ho sentito parlare di emancipazione della donna da bambina; non molto ma c’erano donne che già si facevano rispettare e parlavano chiaro. Erano anche un po’ temute. Ma la mentalità diffusa era che l’emancipazione, l’eguaglianza erano una conseguenza del socialismo e poi del comunismo; venivano dopo e non prima. Infatti per il socialismo e il comunismo si immaginavano dei gradi, dei passaggi, per l’emancipazione no. Come se arrivasse per legge.

Se mai avevo creduto il contrario, forse non ci avevo pensato molto dato che i “Gruppi di difesa della donna” che abbiamo iniziato alla fine del ’43 riguardavano la donna come madre, casalinga, che doveva fare le spesa ecc., da quando è cominciata la cospirazione ho sentito che l’emancipazione era un percorso lungo e toccava alle donne. Tra i compagni c’era l’idea che ci sarebbe stata l’eguaglianza donne uomini quando le donna fossero riuscite a somigliare a loro. Dovevi riuscire ad assomigliare a un uomo, l’uomo che dicevano di essere, anche se poi non lo erano, cioè forte, autosufficiente, severo con sé più che con gli altri. Ma se gli assomigliavi troppo, e io ne avevo la tendenza, avevano paura. Non volevano che tu portassi i calzoni; piuttosto la sottana lunga. Non per loro ma per la moralità collettiva, ti dicevano. E poi erano loro i primi o forse i soli a cercare di farsi sotto. Perché il sesso in cospirazione e in montagna c’era, anche se piuttosto tra quelli più grandi. Magari ti dicevano che erano stati in carcere, che avevano sofferto, che sentivano la nostalgia della moglie…, ma guai a parlargli di libertà sessuale come magari ingenuamente una volta ha fatto una ragazza che faceva la corriera. La disprezzavano, ti consideravano una mondana.

Mi dispiace dirlo ma molti ragionavano come i preti. Un ambiente di uomini e, in più, uomini armati, che si facevano ammirare o obbedire da uomini, che condividevano la loro vita quasi esclusivamente con uomini. Verso le armi ho un senso di ripugnanza ed è l’unico terreno su cui non ho mai sentito il bisogno di confrontarmi con l’uomo. Ero convinta che fossero necessarie ma tutto quel manovrarle, esibirle…, mi sembrava da bambini. Bambini e narcisi ma il narcisismo, si sa, va col guerriero.

Il 26 luglio del ’43 davanti alle fabbriche c’erano specialmente donne; erano la maggioranza. Erano le donne che gridavano “pace, pace” e “basta con la guerra” e gli uomini, padri, fratelli, mariti, che le invitavano alla moderazione o al realismo. Qualcheduno ha anche cercato di mandare la moglie a casa e mi ricordo una vicina che m’ha detto: stasera mi sa che busco, ma ora mi prendo quello che mi hanno tolto; e non parlava solo del fascismo… Mi ricordo bene. Sì, gli uomini erano incerti e solo dopo, nei cortei lontani dalla fabbrica, hanno preso coraggio. In quei giorni le donne non sono state di contorno. Era esattamente l’opposto e tutti quelli che c’erano, se sono sinceri, possono confermarlo. Così è stato anche nella cospirazione. Non c’è un volantino, un medicinale, un giornale di quei giorni che non sia stato portato nelle nostre borse. Allora mi chiedo: da dove viene questo falsificare la realtà? Perché è una falsificazione bella e buona. L’unica spiegazione è che l’uomo abbia una idea di sé, dei fatti tale che si mette in prima fila anche se è dietro e se davanti ci sei tu non è che se ne dimentica, no, non è malizioso, non ti vede, perché è lui a essere importante. La storia c’è soltanto se c’è lui.

Ma per uno che parla troppo c’è sempre un altro che parla troppo poco. Noi donne non abbiamo saputo farci valere perché neppure noi eravamo coscienti di quello che avevamo fatto. Ragionavamo con la loro testa, la testa degli uomini. Noi abbiamo da raccontare solo piccole storie personali, quel giorno o quel fatto, gli uomini invece hanno le storie importanti, gli scioperi, gli scontri. I più generosi concedono che metà della storia tocchi alle donne ma allora bisognerebbe vederle emergere, protagoniste, queste donne e non relegate al ruolo di comparse o con funzioni di servizio: madri, crocerossine, postine. La storia della Resistenza, delle lotte dopo il 25 luglio e l’8 settembre dovrebbe essere raccontata mettendoci dentro l’infinità di donne che c’era ma non per elencarle burocraticamente ma per intrecciarle col resto, perché hanno avuto una importanza enorme… Non mi sento corporativa; lo dico perché lo so, l’ho visto; anche se ho paura che sia troppo tardi per farlo capire oggi.

Alla fine del ’43 i “Gruppi di difesa della donna” ce li siamo inventati dal niente in due o tre donne e il partito si è trovato una organizzazione che neppure immaginava. Ero convinta che le manifestazioni di donne potessero quello che gli uomini non potevano perché loro erano più controllati e comunque perché non se la sentivano. Al partito erano restii, temevano che ci buttassimo troppo, che ci prendessero, che parlassimo. Sono sicura che lo facevano per proteggerci ma oggi vedo in quel comportamento qualcosa di ambiguo. Non è che ci dicessero: si tratta di una azione sbagliata, non è il momento. No. Non ci credevano. Non credevano che noi donne avremmo potuto mettere in difficoltà tedeschi e fascisti non dico per sempre, ma almeno per un bel po’, fino a quando avessero capito il gioco. Per tutta la guerra la massa di donne disposta a scontrarsi è stata enorme, molto superiore a quella degli uomini. Avevamo gruppi di caseggiato, di strada: andavamo a prendere la roba nei magazzini. Abbiamo fatto cose incredibili come bloccare trasporti di viveri e ridistribuirli lì, per strada, con la milizia o la GNR che non sapeva che pesci prendere. E noi che quasi ci divertivamo. Li soffocavamo di parole: “siamo le vostre madri, le vostre sorelle, lo facciamo anche per voi, per le famiglie”. La donna aveva un potere enorme: non rappresentava una parte ma il tutto; la famiglia e quindi tutti. Eppure di problemi ne avevamo: la casa, il marito, i bambini, la spesa, gli allarmi, la tessera, per non dire che a far da mangiare con niente ci si mette di più.

E’ vero: eravamo poco controllate, meno degli uomini. Rischiavamo di più per la spiata dell’amica, della vicina che dal poliziotto. Molti pericoli li sottovalutavamo. A cucire il doppio fondo di molte borse mi ha aiutato una vicina che conoscevo appena. Non aveva figli e un giorno mi ha detto: cucio volentieri, vedo che oltre che dalla famiglia sei presa da tanto lavoro, portami pure qualcosa da fare. E io una volta le ho portato con delle altre cose anche due borse di stoffa per farci quel lavoro lì. E lei lo ha fatto e dopo quella volta gliene ho portate altre, ma non mi ricordo che mi abbia mai fatto una domanda, niente.

Non penso che fossimo irresponsabili e neppure ci sentivamo eroine. Semmai il contrario. È che in molte, non parlo solo delle militanti o delle mogli dei compagni, no, in molte e senza tanto ragionamento avevamo capito che era venuto il momento di uscire. C’erano cose che potevamo e sapevamo fare solo noi e ci siamo accordate per farle. Non mi ricordo che ci dicessimo parole come emancipazione o simili. Però ci eravamo emancipate perché decidevamo per conto nostro e perché improvvisamente abbiamo visto gli uomini in un modo diverso. Forse avremmo dovuto cominciare a dire allora quello che c’era da dire. Ma in quelle condizioni chi se la sentiva?

È anche per quello che non abbiamo detto allora che, già poco dopo la Liberazione, le donne sono state richiuse o si sono rinchiuse in casa. Come se fosse naturale. L’incantesimo dei mesi insieme nella lotta si è rotto. In fondo avevano trasgredito la vocazione domestica. Non avrei mai pensato che per liberare la donna dai fornelli ha contato di più il reddito e il cambiamento del modo di mangiare che anni di lotta. Gli uomini non erano disposti a riconoscerti cariche o poteri. Magari ti davano una delega a rappresentarli in una situazione, per un certo compito ma tutto doveva dipendere da loro. Non era in nome d’una gerarchia militare che in guerra potrebbe anche avere una logica. No, era una gerarchia naturale. Dipendevi da loro e loro ti difendevano o ti attaccavano. Io invece ero convinta, e lo sono tutt’ora, di aver lottato per i diritti di tutti, non solo per le donne, perché ho lottato per il comunismo. A parole era quello che sostenevano anche loro. Dopo la Liberazione dicevano: le donne sono arrivate, hanno ottenuto il voto grazie alle nostre battaglie e alle nostre lotte. Ormai la questione femminile è risolta.

A volte mi chiedo se è stato per questo che tante donne hanno votato DC dando ragione al prete e hanno comunque lasciato la politica. Perché a far politica siamo rimaste poche, sempre meno, quelle che magari in nome delle esigenze di partito accettavano di essere ridimensionate. Ma prima, col pericolo, eravamo state di più, tante di più. C’era la guerra, ma eravamo più libere di fare a modo nostro. Quante volte dopo la Liberazione ho chiesto a dei compagni poi ho capito che sbagliavo, che non era quella la strada di portare le loro donne in sezione. E loro mi rispondevano: Vuoi scherzare? Io lo sapevo perché dicevano così: perché quelle che venivano in sezione avevano la fama di non occuparsi della casa, perdere del tempo o peggio. E allora io? gli domandavo. E loro, ruffiani: “Ma tu sei diversa”. Non ci cascavo; sapevo che erano falsi due volte, con le loro mogli e con me.

La verità è che l’uomo fatica ad abbandonare la sua posizione di privilegio (che allora era molto più forte di adesso) perché ha paura. E si può anche capire: la donna è stata il suo somaro per troppo tempo.

Oggi sono orgogliosa dei movimenti femministi. Noi allora non avevamo maturato il senso di autonomia che c’è nel femminismo di oggi. Per noi l’emancipazione dipendeva dal socialismo e dal comunismo e quindi dal partito. La nostra autonomia era sulla carta. Non era un difetto di coraggio o di decisione. Era proprio la visione teorica che ci limitava. Ma per altri aspetti abbiamo fatto cose di cui essere orgogliose. Molte compagne però, madri e nonne, sono restie a parlarne. Non per modestia ma perché hanno difficoltà a riconoscere quello che hanno fatto come una azione politica. E le giovani di oggi pensano che siamo vissute schiave, senza lottare. E ci guardano con compatimento. Non sanno che anche noi abbiamo avuto coraggio e abbiamo combattuto e penato.

Ora ti dirò una cosa che forse non sai. Se guardi le fotografie delle sfilate dopo la Liberazione ne abbiamo fatte tante sfilate, anche troppe vedrai che di donne ce ne sono pochissime, a volte nessuna. A parte che c’era un orgoglio militare che non era il mio, almeno in due o tre occasioni però avrei voluto esserci. Ma la consegna del partito, e quindi quella degli uomini, era che le donne non partecipassero. Il motivo, dicevano i dirigenti, era che il popolo, e specialmente le donne, non erano ancora maturi per vedere le donne in strada; ci avrebbero indicato come donne leggere, mondane e il partito ne avrebbe ricevuto un danno. E pensare che dopo il 25 luglio a vedere le donne per strada non si era scandalizzato nessuno! Il fatto è che poco dopo la guerra il consenso attorno al partito è cominciato a diminuire; tra i dirigenti prevaleva la preoccupazione e forse anche per questo c’era il richiamo a sfilare in quel modo militare. Quello sì deve aver fatto paura; altro che le donne!

Anche in montagna il partito, i dirigenti, pensavano a questo modo. Lassù si è parlato più dei miei calzoni che delle scarpe da città di Pieragostini [Su Pieragostini e sulle scarpe leggere, da città, con cui era arrivato in montagna, si era fatta dell’ironia. Pieragostini si era risentito e se ne era parlato persino nelle riunioni di partito ( R. Scappini, Da Empoli a Genova, La Pietra ed. 1981, p.159. n.m.c.].  Guai a portare i calzoni! Il comando Zona aveva emesso in proposito anche un odg che mi è passato per le mani ancora poco tempo fa: solo sottane e ben lunghe, ordinava. Mi ricordo di averne discusso con qualcuno di loro ma finiva sempre che ti dicevano: – Sai, se fosse solo per te allora, ma poi ci sono le altre…Bisagno era come loro, contrario alle donne nelle formazioni. Una volta ho saputo che ha detto: l’unica donna che potrebbe starci è Marietta. Quando l’ho saputo gliene ho chiesto ragione. Guarda, gli ho detto, che non sono lusingata da questa mezza ammissione a mio favore. Guarda che le altre che sono qui sono donne che hanno lavorato in città, e andare a cercare soldi e roba per le formazioni poteva costargli la prigione o la fucilazione per non parlare delle loro famiglie. Ma lui non si voleva convincere.

Poverini, non avevano il coraggio delle loro decisioni e cercavano di portarmi dalla loro in quel modo lì. Erano terrorizzati dalla moralità, sostenevano che il popolo non era maturo. Io invece sentivo che il mondo era cambiato, stava cambiando e in quel modo lo riportavamo indietro. Noi donne avevamo portato la propaganda e i messaggi del partito col rischio della vita, avevamo fatto la spesa e da mangiare per i clandestini, avevamo affittato le case coperte, avevamo sorvegliato o indagato sul vicinato, avevamo sopportato spiegazioni, racconti e confidenze che duravano ore per non parlare di proposte più imbarazzanti e ti venivano a dire che la gente non avrebbe capito. Non erano maturi, erano bigotti, lo sentivo chiaramente ma devo confessare che forse era la fedeltà di partito non credevo che le conseguenze sarebbero state così gravi come mi è apparso in seguito. Non era in causa, come credevo allora, solo l’emancipazione delle donne, che pure ce ne sarebbe stato d’avanzo, ma tutta la battaglia per il progresso civile. Non vedevano posso dire non vedevamo che il cambiamento doveva coinvolgerci tutti, subito, a cominciare dalle nostre famiglie, mariti, figli. Non si trattava di far propaganda per la libertà sessuale ma per la libertà. Avevano paura dei preti e dopo il ’48 molti mi dicevano: Hai visto, te l’avevo detto, questo è un paese arretrato, ci vorranno anni… Forse avevano qualche ragione, ma il torto grave era quello di pensare di far concorrenza ai preti sul loro terreno. I preti potevano dare l’assoluzione, noi no.

Così siamo tornate le compagne fedeli e silenziose con le loro attività: “Noi donne”, l’Udi, l’8 marzo, le elezioni e le attività domestiche. Lo so che la storia non si fa coi “se” e che tu vuoi solo capire come sono andate le cose. Sono andate così: nel partito l’emancipazione femminile non era una parola, un programma per vincere una battaglia politica. Era l’opposto: qualcosa che poteva farti perdere le elezioni, i voti. Perciò era meglio pensare che sarebbe arrivata, piovuta dal cielo con l’arrivo del socialismo, come un evento naturale, e non parlarne troppo. Io e con me tante altre che pure non eravamo d’accordo abbiamo subìto per fedeltà o forse, ed è ancora peggio, perché anche noi, chiuse all’angolo, abbiamo cominciato a dubitare. Non discutevamo; eravamo compatte, fedeli ed orgogliose di esserlo, al punto di non capire perché le donne piano piano ci abbandonavano. Parlo anche di quelle che ci erano amiche, che ci stimavano. Forse le avevamo tradite.

Non erano solo problemi di generazione. Chi era vissuto sotto il fascismo aveva una mentalità diversa dal dirigente che era vissuto all’estero o in carcere. Esperienze che non collimavano. Io ad esempio avevo conosciuto il fascismo e la Resistenza, i preti, le suore, il lavoro in comune tra uomini e donne mentre i vecchi compagni erano cauti, diffidenti. Una volta, attorno al Cinquanta, era venuta la Ravera a parlare da noi, in sezione, dei tempi dell’ “Ordine Nuovo”. Così ho saputo che a Gramsci piaceva molto Ibsen e già a quei tempi loro facevano le conferenze sull’igiene sessuale. E da noi pensavano che la donna che andava in sezione era una poco di buono!

Sì, era una donna anche la Rosi, una ragazza, bella, che faceva la spia, e che poi hanno fucilato. A Brugneto, nel rastrellamento d’agosto, era con noi nel bosco, con i prigionieri, ma non mi piace parlare di casi singoli. Non ho paura a parlarne, ma non aiuta a capire cos’era la guerra. Rispondere alle armi con le armi era necessario. Avevamo la speranza che servisse, ma non è che fossimo entusiasti, come spirito. La Rosi l’avevo interrogata anch’io. Era stata l’amante d’un tedesco che l’aveva convinta a farsi lanciare col paracadute oltre la linea gotica per fare spionaggio ma era risultata inidonea fisicamente. Era molto minuta. Allora l’avevano portata in una casa vicino a De Ferrari dove era stata assassinata una donna, una mondana, che tra l’altro da ragazza aveva vissuto a Cornigliano, e sui giornali era uscito che l’assassinio era dovuto al suo mestiere. La Rosi mi aveva raccontato che le avevano proposto di prendere il posto di quella donna perché in realtà non era una mondana o forse non era solo quello ma un agente in contatto con gli Alleati e loro si preparavano a occupare la casa in modo da catturare chiunque, a conoscenza del recapito ma non della morte, andasse a trovarla. L’avevano portata lì, col letto ancora sporco di sangue, ma la Rosi gli aveva detto “non me la sento” e aveva scelto di andare col “Peter” la banda pseudopartigiana che girava nella nostra zona. Lei era stata presa per prima, gli altri poco dopo. Era così carina che tutti si erano innamorati. Dopo un po’ qualcuno impietosito voleva scambiarla, faceva pena. È stato allora che io ho scritto a Scappini a Genova: – Qui la vogliono cambiare ma questa ci ha visto tutti: Rossi, Pieragostini e tutti gli altri saliti da Genova. Dovete farci un pensiero perché rappresenta un pericolo, sappiatevi regolare. Se tornava a Genova, dove volevi che andasse; sarebbe tornata dai suoi.

Tutti i compagni erano innamorati di lei. Era davvero bella, fine. Aveva una carnagione delicata e un sorriso malizioso, disarmante. Un comandante voleva sposarla; per redimerla, diceva. Un altro, che aveva combattuto in Spagna, sosteneva che lui ne avrebbe fatto una “pasionaria”. Almeno a lui la guerra di Spagna aveva fatto male. Un altro comandante aveva fatto capire che la considerava sotto la sua protezione. E lei sorrideva lusingata, gentile, sempre pronta a dare una mano, anche a me, in qualche lavoro da donna. Era intelligente, osservatrice. Di noi sapeva tutto e quello che non gli dicevamo noi lo chiedeva in giro facendo finta di niente. Il nostro controllo sui prigionieri era ridicolo. Durante la ritirata, alla fine d’agosto, mentre le colonne nemiche ci passavano a pochi metri, due se ne erano andati a dormire in un posto più comodo e dovevamo al loro sonno la nostra salvezza.

Quegli uomini, i miei compagni, mi facevano un po’ pena. Tante parole e poi bastava una sottana a metterli nel sacco. No, io non avevo dubbi. Forse al contrario di loro cercavo di non vedere la sua bellezza e la sua giovinezza. In coscienza, dopo che tu già una volta me ne hai parlato, mi sono chiesta se non ci fossero alla base della mia ostinazione sentimenti più oscuri. Mi sono risposta di no. Eravamo tutti alla sua mercé. Io ne avevo paura. Non invidiavo nessuna delle sue qualità che tanto colpivano gli uomini. Per me era già morta. Aveva spiato, tradito la buona fede. Povera ragazza che era già morta dentro. La sfortuna l’aveva fatta arrivare lì ma era così sicura di sé che pensava che ci avrebbe preso in giro ancora una volta. Non me. Mi sentivo più forte di lei e anche di quegli uomini.

Era desiderio di vendetta? Era perché lei era bella e io no? Se non sapessi con che spirito mi viene fatta, la tua domanda potrebbe sembrarmi offensiva. La mia risposta è no ma, in coscienza, cosa vale il mio no? So solo che odiavo le armi e odiavo la morte. Ma combattevo per un mondo dove la vita fosse un valore. Lei era bella ma era per la morte.

Le riflessioni dedicate alla vicenda de “la Rosi” hanno molto stancato Marietta e decidiamo di concludere.

– Ho iniziato la stesura finale della relazione dedicata alla Sesta zona che presenterò in agosto a Cabella Ligure. Ci sarà anche Davidson, l’ufficiale inglese che anche tu hai conosciuto. Magari la prossima volta mi parli un po’ delle Missioni alleate lanciate in Zona nel gennaio ’45. –

– Io sono qui, se mi telefoni mi trovi, sempre. –

Martedì 16 giugno 1987

Ho finito la stesura provvisoria della relazione Storia di un comando partigiano. La Sesta zona operativa. La presenterò il 23 agosto a Cabella Ligure, in piazza, nell’incontro organizzato dall’ANPI della Val Borbera. Nelle intenzioni dei promotori dovrebbe essere un confronto tra protagonisti e studiosi. Ho il compito di introdurre anche se, in verità, sino ad oggi mi sono occupato di storie ben lontane da quella della Resistenza. Ho scritto circa 100 cartelle e dovrò trasformarle in un testo che non prenda più di una ventina di minuti. Molte questioni sorte durante la ricerca restano aperte. Per ricostruire la storia del partigianato sono le storie individuali ad essere importanti. Diversamente fatti, decisioni, gli stessi eventi militari risultano poco comprensibili. Con Marietta dovrò parlare ancora. Ama le affermazioni perentorie ma, come pochi altri, accetta di metterle in discussione.

Le ho telefonato ieri, 15 giugno, e abbiamo deciso di vederci oggi. Le ho promesso che appena avrò finito le manderò il mio lavoro.

– Proviamo a rovesciare le parti, – le dico, – parlami di un fatto che ti piacerebbe raccontare.

– Ne ho così tante di cose… Potrei enumerarti una per una le pietre di quel sentiero dal Becco verso Laccio che ho fatto il 26 luglio del ’44 dopo che finalmente ero venuta via da Genova. Arrivare in vista di Laccio e vedere la guerra, come al cinematografo. Un gruppetto armato che si muove attorno al ponte e poi se ne va. Dopo un po’ il ponte che crolla, che va giù al rallentatore. E dall’altra parte arrivano i tedeschi, una colonna con dei mezzi, che si fermano, guardano un po’ e poi tornano indietro. Quando tutto è finito andiamo avanti noi ed è stato come entrare nel film: i partigiani erano lì davanti a me. Non erano estranei: parlavano il dialetto; due erano addirittura di Cornigliano. In un giorno ero passata da un mondo ad un altro e tutti e due erano miei. Era una sensazione strana ed è durata per qualche ora. Poi finalmente ho capito che Genova era alle spalle e ho pianto, ma da sola. Non era solo il peso della guerra, della cospirazione. C’erano gli anni precedenti, le parole sussurrate, la paura di non vedere la fine del fascismo, di non vivere la gioia per la tua bandiera. A Laccio, quel giorno, ho avuto tutto e di colpo. Come si fa a spiegare quello che si prova! Quei fazzoletti rossi, quegli stracci rossi al collo erano l’inizio della libertà, di una gioia che non sarebbe più finita. Il resto, la guerra, le morti potevano durare ancora, poco o tanto non lo sapevo, ma la libertà era cominciata e non sarebbe finita più. Ne ero sicura. Dopo ho capito meglio che l’idea della libertà me la davano loro, i ragazzi che erano lì. Erano nuovi, freschi come se non avessero vissuto il fascismo. Non è facile dire come erano: io ero più vecchia e loro mi sembravano ragazzotti e se andavano a far qualcosa mi mettevo in ansia. Erano onesti, capaci di maturare, di crearsi un’autodisciplina. Anche il loro rispetto verso la gente, no, non si può spiegare. Io l’ho visto perché ero lì, con loro. A volte mi raccontavano dei loro problemi, della fidanzata, della madre. Qualcuno aveva il problema dell’acne, cose da ragazzi. No, non erano dei soldati, o non lo erano ancora, anche se qualcuno di loro ci teneva a farlo credere. Ma erano seri, consapevoli, disposti verso gli altri. Il dolore di quando cadeva uno di loro era una cosa diversa, viscerale. È una cosa che non è stata scritta e forse non lo sarà mai. Forse la sa solo chi l’ha vissuta o forse ci vorrebbe un poeta. Dico la verità è la cosa più preziosa che ho.–

– Parlami ancora della Marietta che arriva a Laccio. –

– Era una donna in guerra, ecco chi era. Una donna dominata da mesi dal desiderio inconfessato di nascondersi, di scappare. Quel 25 di luglio del ’44 mentre salivo verso il Becco e scappavo – perché scappavo – dalla città mi dicevo: qui almeno scapperò da libera. E mi vedevo correre per i sentieri, per i monti, lontana dalla trappola delle strade, degli angoli ciechi, dei portoni dove ogni volta che entravi temevi che qualcuno ti stesse aspettando. Era una donna che non ne poteva più. Era una donna ingenua; non stupida, ma ingenua sì. Lei però non lo sapeva; io, oggi, sì. I ragazzi col fazzoletto rosso mi hanno emozionato ma mi sembravano ragazzi e basta. Potevano parlarmi di sé, dei loro problemi. Non pensavo che potessero dirmi qualcosa di politico. Era la loro umanità che mi prendeva, non la politica. La politica credevo di conoscerla meglio io e più di me tanti miei compagni. Era una donna felice, se la felicità esiste, della felicità che ti fa urlare. In città si taceva, si parlava solo con i pochi che si conoscevano, a volte con cautela anche con loro; si era travolti dal sospetto, dal pettegolezzo, dal “si dice”. Se in una strada vicina alla tua passava uno che non conoscevi era allarme. Così per mesi; al punto di non ricordare o di non sapere come si potesse vivere diversamente. Lassù, il giorno che sono arrivata, c’era gente che cantava, camminava con la faccia alta, si chiamava; non solo partigiani ma gente comune, borghese. Guardi e non sai se piangere, ridere, dire anche tu una qualsiasi cosa solo per sentire se la tua voce risuona con le altre e anche tu fai parte del quadro. Ecco chi era quella donna: una che di colpo era uscita da una realtà che neppure sapeva quanto fosse penosa ed era entrata in un sogno che però era la vita normale. –

– Marietta, pochi giorni dopo il suo arrivo in montagna, è a Ottone a organizzare un posto tappa per i partigiani e una infermeria. Molti notano il suo arrivo e me l’hanno descritta come una donna decisa, autorevole, “che metteva a posto tutti”; una “comunista dichiarata”, una “che faceva sempre propaganda”. Ti riconosci in queste battute? –

– Solo in parte, ma qualcosa di vero ci dev’essere. Più che comandare mi piaceva organizzare. Sapevo come si dovevano fare le cose. Avevo una esperienza come infermiera e come massaia; un reparto ospedaliero è come una casa e so prendere i problemi per il loro verso. Nel settembre del ’43 alla caserma di Savona, a incitare gli uomini a disertare e a portar via le armi, sono andata da sola, ma non alla disperata. Al contrario. Sono arrivata sul posto, ho fermato due o tre persone, mi sono organizzata, abbiamo fatto una specie di contraddittorio davanti ad altri, insomma le cose per bene. Organizzare mi piaceva perché mi sentivo capace. E poi, in quei momenti, l’azione era un valore e anche se avessi avuto dei dubbi mi sarei assolta. Nell’azione scaricavo una volontà, una vita, la mia, che sentivo repressa. Non so gli altri ma io avevo proprio la sensazione che il fascismo mi avesse preso la giovinezza. Chissà poi se era solo questione di fascismo. Comunque io nel mio organizzare lassù, più ancora che il partito, ci mettevo il mio passato di donna e di antifascista.

Di fronte alla decisione non mi sono mai tirata indietro; non è questione di convinzioni politiche – quelle le avevamo tutti – piuttosto di carattere. Decidere è una virtù di pochi, pochissimi e non si apprende a tavolino. Per esempio nel partito la capacità di decisione anche allora era modesta: rinvii, verifiche, riunioni ma a saper dirigere erano in pochi. Ce n’era di più tra i partigiani. So di uomini coraggiosi, armati, che si sono trovati sul posto dell’azione col vantaggio di aver scelto il luogo e il momento, rimasti paralizzati con l’arma in mano e sono stati salvati da uno, deciso, che neppure spara, ma solo dice: – Alto le mani! – Lo ammetto: l’uomo di azione mi affascinava, aveva un qualcosa che tante volte ho cercato di capire. Perché gli uomini d’azione sono molto diversi tra loro per carattere, per le azioni che scelgono, per come si muovono. Miro era un uomo d’azione come del resto lo era Bisagno. Non lo era Barontini, mentre a suo modo lo era Canevari anche se era un anziano. Attilio no. Sicuramente avrebbe voluto esserlo ma non lo era; comunque non da azioni militari e penso che lo sapesse. –

– Importante o meno, anche tu riconosci che Marietta era una donna di prima fila. Eppure una delle prime volte che ci siamo visti mi hai detto: “Io non ho fatto mai parte del partito dei delusi” cioè di quel partito che aveva pensato di aver pagato, nella lotta di liberazione un prezzo troppo alto rispetto ai risultati ottenuti. Credevo che chi come te era stato molto coinvolto dalla lotta fosse stato anche più sensibile alla delusione… –

  • La lotta armata era la nostra lotta. L’avevamo pensata e voluta con forza, ma lì a combattere c’erano dei ragazzi che chissà cosa avevano pensato fino a due mesi prima mentre i compagni erano a casa, con la famiglia. Io ero tra i pochi che aveva rotto con quell’opportunismo e per me era stato sicuramente più difficile che per tanti altri. Ho sentito anch’io, in modo fisico, doloroso, la sproporzione tra il sacrificio personale – la morte, la menomazione, le difficoltà familiari che lasciano segni indelebili più delle ferite – e il risultato. “Per questo abbiamo penato tanto? Per questo ho accettato di mettere a rischio la famiglia e di vivere nel terrore?” Sono domande senza senso. Penso che se ti metti nell’idea di cambiare il corso delle cose, o anche solo di dirigerle un po’, i conti personali non tornano mai e non potrebbe essere diverso. Allora, quando ero più giovane, forse non lo capivo chiaramente ma già pensavo qualcosa di simile. Poi ho capito che quel conto non si può fare o non si può fare così. La tua vita, il poter vivere con i tuoi figli, con tuo marito non ha prezzo e nessuno può chiederti di sacrificarla. Se lo fai è perché, in quel momento, quello è il modo di vivere che hai scelto, di amarli, di essere libera. Non è che decidi che una cosa conta più dell’altra, no. È che senti che quella è l’unica vita che vuoi vivere: così, senza compromessi.

Di fronte a quelli che dicono abbiamo dato molto e in cambio abbiamo avuto poco o niente io dico: abbiamo dato molto e abbiamo avuto molto. Forse non abbiamo saputo spenderlo bene. Ma è una questione diversa. Lo so che molti dei giovani, non quelli della mia età, non hanno trovato dopo la Liberazione quello che avevano sognato in montagna. Ma erano veramente sogni. Come si poteva chiedere che si avverassero? Ma si può raccontare la storia come una delusione amorosa? No, non mi sembra che si faccia una bella figura a fare i delusi. A me il deluso, a meno che non lo facesse per suoi interessi, è apparso sempre uno poco intelligente. Puoi passare una vita a dire che cosa ti sarebbe piaciuto, ma se sei lì devi darti da fare per realizzare e non per rimpiangere. La delusione è una cosa che serve a giustificare solo chi chiude bottega o peggio va dall’altra parte. No, non mi piace.

Il rimpianto è una cosa diversa dalla delusione e poi non è lo stesso per tutti. Ci sono stati giovani che hanno sofferto molto per essere sopravvissuti ai loro amici. Uno che ho conosciuto bene è stato preso da una specie di esaurimento nervoso: rimpiangeva di non essere morto lassù. A volte dietro questi pensieri ce ne sono altri più oscuri. In montagna l’esperienza della morte  non era quotidiana, ma un po’ tutti l’hanno vissuta. Una volta avevamo un siciliano ridotto malissimo che sembrava che non volesse più morire. A un certo punto, agonizzava già da ore, ha detto che voleva cantare e ci siamo messi a cantare. Poi s’è messo a chiamare sua madre in dialetto. Mi chiedeva di tenerlo stretto. Stringi, stringi mentre il tempo non passa mai. È morto così mentre lo abbracciavo e gli altri attorno, impietriti. Sono esperienze che non ti lasciano più. Sì, proprio come il viso di quel ragazzino delle scarpe e di sua madre povera lei.

Io comunque il senso del cambiamento tra il prima e il dopo l’ho avuto. Credo che dipendesse dai dieci anni di differenza che c’erano tra me e la maggior parte di quelli che stavano lassù; una differenza enorme. Poter andare dove volevi, portare in tasca la tua stampa davanti a tutti, votare, parlare chiaro mi sembravano cose così belle che non ho mai dubitato che fosse l’inizio non dico d’una marcia trionfale, ma d’una marcia inarrestabile sì. Un ritorno alla vita. Non si può capire cosa significa non poter parlare, mai. Per i giovani cresciuti sotto il fascismo le cose erano diverse. Loro parlavano di più, erano più sfrontati e il regime li accettava, ma non sapevano quello che avevano perso solo perché non lo avevano mai posseduto. Invece essere privati della parola è terribile. Piano piano perdi anche il pensiero: se non parli, e non sei un intellettuale che magari scrive di nascosto, finisce che neppure pensi. Tacere era anche una necessità. Se volevi vivere senza angosce di certe cose non se ne doveva parlare in nessuna occasione, mai, neppure in famiglia; i figli non dovevano sapere. Pochi anni di censura, non solo quella dei giornali ma anche quella volontaria di chi sapeva, e il passato era scomparso. Restavano delle voci, qua e là, ma i primi a temerle erano i loro amici. No, non potevo proprio essere una delusa.

Avevo vissuto fin da giovanissima con la sensazione dolorosa che il fascismo mi stesse, ci stesse rubando la vita. Ecco perché la cospirazione mi ha trovato così predisposta, pronta. Si vede che quel poco passato che avevo vissuto era stato sufficiente a farmi sentire sacrificata. Ero certa che la mia generazione aveva avuto uno sviluppo infelice e sentivo di dover recuperare. Si può capire perché dopo – non subito perché è vero che per un po’ si è pensato alla rivoluzione – ho sentito che era finalmente arrivato il momento, l’epoca del costruire. Era venuto il nostro momento. Avevamo solo subito un ritardo: in compenso c’era chi aveva già fatto esperienza e ci avrebbe messo sulla strada giusta. Eravamo nello stesso tempo l’inizio di una storia e il suo seguito; i russi l’avevano iniziata, noi continuavamo.

Quando è stato lanciato lo sputnik di Gagarin, ho provato come tanti altri un sentimento di gioia profonda. Era la prova che aspettavamo. Senza dircelo apertamente, ne eravamo in cerca. Progresso tecnico, partito, il sorriso da contadino di Gagarin e noi tutti lassù, con lui. Ce l’avevamo fatta. Cos’erano l’Ungheria, Potsdam e il resto? I sacrifici erano stati terribili ma c’era la prova che erano serviti. Quella sfera per aria ci ha esaltato tanto che non ci chiedevamo neppure a che cosa servisse. Per noi era evidente che era per la pace, per legare le mani all’imperialismo che voleva la guerra. Il centro del mondo abitato si era spostato lassù e al centro di quel centro c’era un russo. Noi stavamo arrivando. Altro che delusione! –

– Dalla cospirazione in città alla montagna coi partigiani: cambia il tuo comunismo? –

– La mia vita di partigiana in montagna è stata molto più facile della vita in cospirazione. In città eravamo circondati da spie. In ogni scala c’era un responsabile di scala, quello degli allarmi, che denunciava chi non andava al rifugio e poi in ogni palazzo c’era un informatore della questura. Noi, in via Pertinace, in una delle nostre residenze “coperte”, siano stati segnalati perché eravamo una famiglia “che non corrispondeva all’ambiente”, cioè una famiglia di operai in una casa di piccoli borghesi. Uno dei colpi più gravi lo abbiamo ricevuto così, per uno che ha detto: lì c’è gente che non appartiene a questo ambiente. Lì è partita l’inchiesta che hanno preso Villa, Bianchi e per pochissimo non sono arrivati a Scappini.

In cospirazione sei solo, sempre; lassù eravamo tanti, sicuri di vincere; lottavamo contro un nemico visibile, concreto, in una guerra vera. Puoi camminare per ore nella neve, affamata, con i piedi gelati ma è bello perché sei già proiettata nel futuro, nel mondo della giustizia, dove tutti sono fratelli. C’era un desiderio di futuro perché tutti, i ragazzi più degli altri, conoscevano la miseria dello loro famiglie. Parlo di quella morale. Lassù erano trattati da adulti, comandavano, vivevano, assaporavano la libertà. A casa invece…

Ancora stamattina, mentre aspettavo di vederti, mi chiedevo perché col passare degli anni, specie gli ultimi, mi sono gradualmente convinta che la mia storia giri attorno a quei pochi mesi in montagna. In quei mesi è finita una Marietta e ne è cominciata un’altra. Prima invece vedevo le cose un po’ diversamente. Lassù ho provato grandissime sofferenze e grandissime gioie. Chissà com’è possibile il convivere di certi sentimenti; perché realmente convivevano. I dolori non erano quotidiani ma quasi e per me c’era stabile quello della mancanza dei figli, ma quotidiana era anche la gioia che veniva dalla libertà di essere lassù.

La vita, nelle condizioni normali, è fatta di tanti piccoli gesti quotidiani e di sentimenti contrastanti. In cospirazione invece la vita sta solo in un gesto, nell’ attimo che si rinnova di continuo e che, almeno in me, aveva solo il segno della paura. Sapevo vincerla, ero in gamba, ma non riuscivo a cancellarla. Un passo, un tram sbagliati e la vita se ne andava. La montagna era diversa: c’era dolore, sofferenza ma anche gioia. Come nei romanzi dove non puoi separare il bello dal brutto, le lacrime dal riso. Sentimenti contrastanti ma sempre decisivi: il segreto della vita è farli vibrare tutti insieme, come corde, contemporaneamente. Ecco perché lassù in così poco tempo ho avuto tutto. E perché sarei felice se potessi restituire o dare almeno qualcosa di quello che ho ricevuto allora.

Poi, si capisce, c’è la giovinezza che fa la differenza. Se sei giovane hai più voglia di ridere o può capitare, come è successo a me, che sotto un bombardamento ti fermi a fare un mazzolino di viole. O se sei a piedi su una strada, magari con un messaggio nella borsa, chiedi un passaggio a un camion tedesco. L’ho fatto anch’io una volta e poi ho tremato quando ho saputo da Batista che quelli della Balilla assaltavano spesso i camion che si muovevano da soli e non facevano prigionieri, neanche se erano civili.

Ormai conosci la mia vita dall’infanzia ma la donna che sono oggi è nata lassù, in pochi mesi. In condizioni così speciali, così impreparati come eravamo, ho scoperto che nell’uomo, in noi, esiste quello che ci fa sperare. Ma ci ho messo ad accorgermene! Forse perché noi comunisti avevamo un rapporto strumentale col movimento partigiano; molto strumentale. Anche in seguito c’è stata molta retorica. I vecchi, gli antifascisti che durante il fascismo avevano tenuto la testa alta sono stati un seme importante della Resistenza, ci hanno ricordato il valore delle parole. È un merito che non gli va tolto. Ma a Genova come altrove non è stato dato il giusto valore a questi giovani che pur provenendo dal mondo informe e corrotto del fascismo sono stati capaci di interpretare ideali così nuovi, alti, belli. Il partito comunista non è riuscito a capire a fondo o forse ha temuto di perdere delle posizioni di fronte a chi in montagna aveva superato prove difficili con sacrifici d’ogni genere.

– Questa però, Marietta, si chiama delusione. Allora il partito ti ha deluso? Non ha capito i partigiani? –

  • Per me il partito era l’approdo della ribellione e del mio bisogno di organizzazione. Era quello che volevo. Il partito ha trasformato il quotidiano, spesso misero, di persone come me in una realtà straordinaria, in una infinità di azioni importanti. Poteva essere la diffusione del giornale, la sottoscrizione, l’affissione, le scritte, le riunioni, la biblioteca, la festa, i dibattiti. C’era il miraggio della vittoria finale, ma anche un quotidiano politico ricco. Non è che stessimo lì sulla riva del fiume ad aspettare il passaggio del cadavere del nemico. Ogni giorno vivevamo piccole o grandi battaglie con sconfitte e vittorie. Era quello che ti permetteva di sopportare l’attesa o di giustificarla. Almeno per vent’anni abbiamo dato la nostra vita, tutta, e guardavamo con sufficienza, anche con sospetto, chi si tirava indietro o metteva la sua vita privata, anche solo per poco, davanti al partito. Chi non reggeva, si allontanava o ricorreva a delle scuse era guardato con compatimento: poverino, si diceva, non ce la fa. Eravamo fatti così, penetrati dal senso del dovere anche se ci sfiniva. Sbagliavamo ma capisco che era difficile essere diversi.

No, il partito non ha accolto bene i partigiani. Quelli di noi che nella lotta, in montagna avevano acquistato un certo prestigio e quindi potevamo dar fastidio sono stati emarginati a vantaggio dei vecchi che sentivano minacciata la loro posizione. Erano stupidi perché né io né Attilio, tanto per fare dei nomi, l’avevamo né mai l’avremmo messa in discussione, ma loro non hanno capito o non hanno voluto capire. Così è stato con molti altri uomini di valore. Finita la guerra nel partito è cominciata la resistenza alla Resistenza e piano piano ci hanno messo fuori tutti. Avevamo un grande ascendente sulla gente, eravamo noi il partito nuovo, ma ci hanno messo fuori.

Io sono stata addirittura eletta alla Costituente. Avevo preso una quantità di voti che neppure sognavo. Tantissimi sulla scheda avevano scritto “Marietta” e la legge già allora prevedeva che la preferenza fosse convalidata quando non c’erano dubbi sulla volontà espressa dall’elettore. A casa mia è venuto perfino un rappresentante della Prefettura – la Prefettura ci teneva perché avrebbe avuto un rappresentante in più nella sua circoscrizione – a dirmi che io ero stata eletta, che avevo un gran numero di preferenze e di farle valere. Ma ho avuto contro gli stessi rappresentanti di lista del partito. Io ne ho parlato ad Attilio e lui mi ha detto: – Lo so, ho anche litigato per questo. – Poi per tenermi buona mi hanno mandato Barontini perché eravamo amici, partigiani insieme, lassù. Mi ha detto che se fossi stata eletta io, Spezia non avrebbe avuto rappresentanti, mentre c’era una che volevano far eleggere. Certo che potevo fare ricorso, ma non mi ritenevo così importante e neppure una donna da Costituente. Conoscevo bene i miei limiti. So che Attilio aveva protestato. Non era giusto, aveva detto, andare contro l’elettorato. Ma era già tutto deciso. Pessi mi ha mandato a dirigere una cosa che si chiamava “Salviamo i bimbi d’Italia”, che non aveva nessun senso se non per darmi uno stipendio e tenermi buona ma non ci sono stata e mi sono cercata un altro lavoro. So che il natale del 1950 eravamo quattro in casa, tutti disoccupati e sul tavolo avevamo solo polenta. Ma non ero pentita.

Più comunista o più partigiana? Ho pensato per anni in coscienza che erano tutt’uno. Il comunismo era il punto di arrivo del mio antifascismo e contiene tutto il mio passato. Ma essere stata partigiana ha significato cambiare dentro. Dico la verità: la mia vita è una povera vita, come quella di tanti altri, però non c’è una cosa della quale io sono fiera come di essere stata partigiana. Se dio c’è quando mi presenterò a lui dirò, come Cirano che si era presentato col suo naso, il suo pennacchio: – Ecco, io sono stata partigiana! –

La citazione da Rostand è arrivata a sorpresa in un crescendo teatrale. C’è un momento di silenzio. Marietta è commossa e lo sono anch’io. Poi riprendiamo.

– In più occasioni sei andata a parlare nelle scuole. Sei stata costretta a specchiarti negli occhi dei ragazzini o nelle parole dei loro insegnanti. Cosa hai visto? –

– Si, ne ho fatti molti di incontri. Andavo con entusiasmo. Ci so fare abbastanza e sono stati quasi sempre un successo. Non li ho annoiati; mi hanno sempre fatto molte domande e chiesto di ritornare. Da una volta all’altra ho cercato anche di aggiustare il tiro, di migliorarmi. Ma se devo dare un giudizio di insieme credo che a loro sia andata meglio che a me. Uscivo e mi domandavo se avevamo vissuto nello stesso paese. Ci sono momenti della tua vita che ti sembrano così importanti che neppure immagini che si possa vivere senza conoscerli o ricordarli. Invece è normale. In fondo, ai miei tempi, cosa sapevo io delle trincee dove erano morti i soldati a centinaia di migliaia? O di cosa avevano raccontato quelli di loro che erano tornati a casa? Niente. Ci riempivano di militi ignoti e basta. Ne so certamente più oggi. Ma qui Resistenza voleva dire lotta al fascismo, libertà di parola, di riunione, democrazia, Costituzione, la vita normale di ogni giorno, la loro stessa vita scolastica; normale, ma conquistata con le armi. Perché prima non c’era, anzi c’era il contrario, e la Resistenza era stata la lotta per tornare a vivere in democrazia. Idee elementari che nelle scuole dove mi chiamavano, salvo rarissimi casi, erano sconosciute. Non dico tra i ragazzi ma tra i loro insegnanti; anche se facevano di tutto per farmi capire che loro sapevano. Io potevo anche raccontare cosa avevo visto o fatto, ma quella non era storia; era una testimonianza, importante finché vuoi, ma non storia. La storia toccava a loro, ai professori. Ti sembrerò immodesta, ma nelle loro parole non ho sentito quasi mai il senso semplice e importante della guerra di liberazione. Più di una volta sulla via del ritorno, pensando a quelle professoresse e a quei ragazzi, ho sentito di essere stata più fortunata di loro, di aver goduto di un privilegio. Anche a loro, come a tutti, il mondo offre delle prove ma forse devono impegnarsi a cercarle. Chissà che per me non sia stato più facile. Io avevo visto una strada e ci avevo camminato. La mia strada, il mio sogno era stata la libertà; è stato il sogno di sempre. Anche di oggi credo. Ma per loro, che strada c’è? –

Mercoledì 17 giugno

Ieri sera ero da poco tornato a casa quando Marietta mi ha telefonato scusandosi. Si era dimenticata di dirmi un paio di cose che le sembravano importanti ma che nella concitazione del dialogo aveva dimenticato. Avrei potuto fare ancora un passo da lei, magari l’indomani? Era questione al massimo d’una mezz’oretta. Le sue parole mi hanno prima incuriosito e poi messo in apprensione. Era inteso che per diverse settimane non ci saremmo visti e ho pensato che volesse consegnarmi qualche cosa di speciale.

Raggiungo casa sua attorno alle 17. Mi viene ad aprire ed ancora si scusa quasi imbarazzata. Ci sediamo al solito tavolo e mentre preparo il registratore sorride dicendo che per le poche cose che voleva dirmi non ce ne sarebbe stato bisogno. Aspetta però silenziosa che io abbia fatto partire l’arnese.

– Io non ho cambiato idea. Io non ho mai cambiato idea. Ti ho raccontato delle storie mie e, mentre lo facevo, è successa una cosa curiosa: anche io, come te, era come se le sentissi per la prima volta. Non voglio dirti che mi si sono aperti gli occhi. Sì, è successo anche questo, ma solo in parte. Ad esempio ti racconto un fatto e per la prima volta ci sento sotto un inganno, magari piccolo, ma sempre un inganno. Cose non gravi, vorrei dire umane, ma che cambiano l’opinione che avevo di me e anche un po’ degli altri. Se dovessi raccontare di nuovo alcune delle cose che già ti ho raccontato penso che lo farei in modo diverso. Non ho cambiato idea, ma neppure è solo questione di parole. Vorrei che tu mi spiegassi che cosa è successo. Se è questo che volevi provocare. O se invece è andata così perché abbiamo cominciato a discutere…–

Marietta parla in modo non concitato ma è tesa e mentre parla guarda il registratore – cosa che non ha mai fatto prima – come se volesse imprimere bene il suo disagio dentro il nastro che si svolge lentamente. È in corso una tempesta e posso solo tacere.

– No, non ho cambiato idea e penso che gli uomini che ho conosciuto, che tanto ho stimato, Pieragostini, Conte, Attilio fossero dei grandi uomini, magari non grandi, ma generosi e capaci di dare tutto di sé per l’ideale del comunismo. Avranno avuto le loro ambizioni, le loro debolezze, ma chi non ne ha? No, non posso dire di aver cambiato idea su di loro. E poi non credere che i compagni disposti a rischiare la vita fossero tanti. Erano pochi; quattro gatti. Ecco perché eravamo sempre gli stessi a fare un po’ tutto e poi venivano fuori le cose malfatte. Erano compagni valorosi, ma diffidenti: sapevano cos’era successo anni prima; avevano conosciuto il fascismo, ne sentivano la presenza. Oggi è facile dire che era finito, ma loro erano preoccupati, avevano paura di essere di nuovo isolati, di tornare indietro. Noi tutti lassù ci siamo comportati come ci siamo comportati perché è stata la loro storia, la loro esperienza a decidere. Non poteva che essere così: erano più vecchi, magari non molto, ma avevano più conoscenze, avevano vissuto. Mi è sempre piaciuto che la mia storia si confondesse con la loro. Erano i migliori e io ero orgogliosa di far parte del loro gruppo. Oggi però quello che ho vissuto allora mi sembra più mio, qualcosa che appartiene a me più di quanto non abbia sentito allora. Non pensare che mi sia venuta l’idea d’aver fatto tutto io. Per niente al mondo. Semmai è il contrario. È che improvvisamente una parte del vivere, lassù, mi è sembrata solo mia; che riguarda solo me. E ho pensato che quello che tu vuoi sapere è proprio questo: come io ho vissuto quei fatti. E cerchi di farmelo dire e forse ci sei anche riuscito. E io sono qui a dirtelo: quei fatti per me sono stati tutto. C’era il comunismo, il partito, quegli uomini valorosi, ma c’ero anch’io, proprio come volevo essere. È un fatto che ora, mentre ti parlo, mi appare chiarissimo. Cosa mi è successo? A volte avviene un fatto, un incontro che dà un significato ad altre cose che hai vissuto, magari senza pensarci. È normale. Ma girarsi indietro per trovare ragioni, o perderle, è un’altra cosa. Io mi sono girata indietro già altre volte ma, se devo dire, è stato più per rivivere che per staccarmi come invece mi hai chiesto. Tu fai bene a fare domande. Sei venuto dopo, non c’eri, non sai e per sapere devi scavare. Mi hai fatto anche delle domande che ho sentito come ingiuste. Mi hai ferito, ma capisco che devi fare così. Ma una cosa la devi capire: io, allora, non mi sono fatta domande; nessuna. Allora si andava così, a testa bassa. E in seguito ho ricordato allo stesso modo, a testa bassa. Con te ho cominciato a interrogarmi e ho visto delle cose nuove. C’è stato dei momenti che ho creduto di vedere Marietta per la prima volta e quando è successo sono stata attraversata da un senso di solitudine. Non so se una volta o l’altra ti succederà, ma forse capisci di cosa parlo. Però ora tu la mia storia la sai, la storia di Marietta nella Resistenza. Quella vera. Anche meglio di me. È così?

Marietta ha parlato d’un fiato poi s’è placata, allo stesso tempo emozionata e ironica. Io taccio e guardo il mio quaderno dove ho scritto qualche parola, come faccio quando mi sento troppo coinvolto. Torneremo a parlarne, le dico. Lei sorride; finalmente mi sembra distesa.

25 agosto 1987

La manifestazione di Cabella di domenica 23 è andata bene. C’era il sole e attorno al piccolo dehors dell’albergo sulla piazza dove si svolgeva l’incontro era assiepato un pubblico numeroso e favorevole. La ricomposizione delle antiche ferite, tra il partigianato comunista fautore del Comando zona e quello non comunista che ne sosteneva l’inutilità a vantaggio del comando di Bisagno e della Cichero, non c’è stata. Ma si è riusciti egualmente a discutere. Il mio testo è approdato involontariamente ad una mediazione più degna della politica che della storia. La discussione è servita ad aprirmi gli occhi e dovrò ripensarlo da capo. Ha ricevuto comunque molti consensi, anche da Davidson (“it is the best thing on a large view of the matter, the only worthwhile thing of its kind that I seen…”). Il mio testo, che si chiude con una lunga citazione di Marietta – dove dice che farà come Cirano – contiene, sia pure indirettamente, la risposta alla domanda: “era importante Marietta?” che le avevo fatta durante il nostro primo incontro. No, per la dirigenza comunista Marietta non era importante. Era una compagna fedele, preziosa, autorevole ma non importante almeno per come il termine era usato nell’organizzazione di partito. Marietta però nella lotta di liberazione era stata importante, molto, come del resto tutti coloro che in quella guerra ci avevano messo del loro. Perché la Resistenza fu precisamente metterci del proprio, e per questo, per essere così ricca e varia poté superare i limiti di una partecipazione relativamente modesta. Infine, e di nuovo come per tantissimi altri, fu l’esperienza partigiana ad essere importante, anzi decisiva, per la vita di Marietta. Le aveva fatto scoprire un mondo, esperienze, sentimenti capaci, ancora a distanza di anni, di rimettere in movimento i suoi pensieri. Era stata – mi diceva – la sua “fortuna”; il suo “privilegio”.

10 ottobre 1987

Ho ricevuto oggi due lettere da Marietta dopo che il 24 settembre le avevo spedito per posta il fascicolo contenente la mia relazione. Nella prima delle due lettere, che porta la data del 30 settembre, Marietta torna improvvisamente a darmi del “lei”. Penso che sia perché, per la spedizione, aveva affidato la lettera al figlio. Unita a questa – che il figlio non mi aveva inoltrato – c’era una seconda lettera, datata 6 ottobre 1987, in cui Marietta, spiegandomi la ragione della seconda lettera, torna a darmi “tu” e mi dà alcune indicazioni su come mettermi in contatto con lei nelle settimane successive.

Genova Sestri 30. 9. 87

Al prof. Manlio Calegari

Ieri ho ricevuto il suo lavoro: grazie! Le confesso che nei giorni scorsi ho avuto una crisi piuttosto seria ed io mi rammaricavo di non aver avuto l’opportunità di vedere l’esito delle sue ricerche e le sue conclusioni (non le sembra di avermi dato troppo spazio?…)

Potrei dire di aver divorato il suo lavoro alla garibaldina?… e di essere rimasta incantata dalla stesura semplice, scorrevole, vorrei dire elementare come mia impressione nel senso di poter essere intesa da chiunque abbia occasione di leggere questo studio storico.

Quando ci siamo incontrati lei aveva premesso di considerarmi un elemento di spicco e di fiducia del P.C. Dal suo lavoro mi sembra capire come ciò non fosse completamente esatto, anzi ci fossero pareri completamente opposti sul mio operato come io stessa ebbi occasione di scoprire casualmente quando dalla Federazione fu spedito a Roma tutto il materiale documentario sulla Resistenza e su il Partito.

Devo riconoscere a distanza di tanto tempo di essere stata piuttosto ingenua e credulona e di non aver capito molte cose che ho intravisto attraverso la nostra conversazione ed i fatti dei quali lei come ricercatore storico era a conoscenza.

Sono d’accordo con le sue conclusioni per quanto riguarda i fermenti che agitavano il mondo partigiano. A proposito di Bisagno non è forse risultata la grande influenza di Scrivia su di lui ed io penso che molti atteggiamenti non fossero che il riflesso dell’uno sull’altro.

Sto facendo una grande confusione. La prego di scusare come pure la grafia il mio cervello è in pensione… ed io non posso certo permettermi osservazioni. Ho preso la penna solo per ringraziarla di avermi dato da leggere la sua opera, godibile dalla prima all’ultima, scritta da uno “scrittore” (proprio tra virgolette) che personalmente mi ha amareggiato per taluni aspetti ma mi dà per la prima volta la possibilità di sapere che c’è ancora qualcuno che ha capito cosa veramente è stata la Resistenza e lo spirito ribelle che portò tanti italiani, giovani e no, sui monti.

Dove certamente commettono errori (forse che gli eserciti “regolari” non ne commettono?) ma si battono per qualcosa in cui credono.

Grazie, grazie e mi permetta un abbraccio con tanti auguri per quanto le sta a cuore. Marietta

Genova Sestri   6 ottobre ’87

Caro prof,

stamane ho ricevuto la missiva di accompagnamento al tuo plico. Ti avevo risposto con una mia sull’onda dell’ammirazione e l’avevo affidata a mio figlio. Poiché non l’aveva consegnata ancora aggiungo questa. Sono con grande piacere a tua disposizione ma temo di non essere una buona fonte per quanto tu cerchi. Comunque mi farà un grande piacere parlare con te. Ti ringrazio per la confidenza con la quale mi hai trattato. Un caro abbraccio. Marietta

Conosci il mio telefono. Chiama quando vuoi anche a sera tardissima. Nel caso non mi trovassi dopo l’11 c.m. sono presso mio figlio. Caramente. Marietta

“Marietta”, Angela Berpi, è morta il 22 novembre del 1989. Nell’estate del 2001, dopo aver raccolto il materiale che la riguardava, sono andato a Cornigliano dove con un po’ di fortuna sono riuscito a incontrare Piero Benzi, uno dei figli di Marietta. È stato nella sede della Società l’Uguaglianza, la stessa di cui sua madre mi aveva raccontato che tanti anni prima era stata distrutta dai fascisti. Gli ho raccontato del lavoro che avevo fatto e gli ho consegnato in lettura il manoscritto. Nel seguito degli incontri che ci sono stati tra noi Piero mi ha consegnato il manoscritto corrispondente ai dattiloscritti datimi da Marietta, “Caro Piero” e “Il partigiano Fran”. Sono scritti, in un bel corsivo e senza troppe correzioni, su carta da ciclostile e in parte sul retro di volantini dell’UDI e dell’ANPI che risalgono al 1980. Negli incontri successivi Piero mi ha fatto avere anche alcune foto della madre. Credo che tra le sollecitazioni di Marietta ad accingersi alle memorie citate siano da porre quelle provenienti dalla scuola che – in seguito ai “Decreti Delegati” – si aprì a partire dal 1975 ai “protagonisti”. Non solo partigiani ovviamente: fu infatti l’occasione per far entrare a scuola anche dirigenti di banca, concertisti, funzionari delle aziende pubbliche e altra varia umanità. Il Circolo didattico di Cornigliano, dall’anno scolastico 1975/76 invitò in più occasioni Marietta perché raccontasse della sua esperienza di partigiana agli allievi di varie classi delle scuole elementari. Marietta visse l’esperienza con entusiasmo, vi colse l’inizio di un cambiamento lungamente atteso. Probabilmente prese allora la decisione di scrivere. Aveva sempre pensato che fossero argomenti importanti. La presidenza di Pertini aveva dato alla guerra partigiana un rilievo come mai prima d’allora. Era il momento di tornare a parlare, raccontare, scrivere.  (m.c.)