Intervista di Gibì Lazagna, “Carlo”, al padre Umberto “Canevari”.

Fasc. 50 Doc. 3 – Giambattista Lazagna, (Carlo), Vice Comandante della divisione Cichero, intervista il padre Umberto (Canevari), Capo di Stato Maggiore della VI Zona Operativa
A cura di Manlio Calegari, Lorenzo Torre e Elio V. Bartolozzi 

L’intervista a Umberto Lazagna, “Canevari”, (1886-1977) realizzata a casa sua, a Genova in via Chiodo, attorno alla fine di febbraio del 1974, ha bisogno di una premessa. Le “cassette” con la registrazione fanno parte del mio archivio ma non ero io ad aver organizzato l’incontro e neppure ero l’intervistatore. All’epoca, nel 1974, non mi occupavo di Resistenza o di partigiani come invece ho cominciato a fare dalla fine degli anni Ottanta. L’intervistatore di Canevari è il figlio primogenito, Giambattista (1923-2003), Gibì per noi amici, che, per l’occasione, mi aveva chiesto una collaborazione tecnica (registratore ecc.) e “morale” (ero spesso ospite di casa Lazagna e avevo confidenza con Canevari). A Giambattista Lazagna mi legava anche il mese di febbraio 1974… (Chi volesse continuare a leggere per prima la premessa clicchi qui, altrimenti può continuare iniziando con la lettura dell’intervista e alla fine troverà, al completo, la premessa qui interrotta).  

Umberto Lazagna "Canevari"

Tra i fondatori (per il partito liberale) del Comitato militare del CLN della Liguria, “Canevari” svolge numerose missioni tra i primi nuclei partigiani costituitesi tra Genova e La Spezia.                         

                   Giambattista  Lazagna “Gibì”: Vice Comandante Div. Cichero, Decorato di M. d’Argento al V.M.
Sue Opere: Ponte rotto, Ed. Colibrì, 1972; libro di memorie partigiane. Carcere, repressione, lotta di classe, Ed. Feltrinelli, 1974; basato sulla sua esperienza di militante antifascista incarcerato. Il caso del partigiano Pircher. Studio sulla vicenda di Pircher e dei partigiani di lingua tedesca, Ed. La Pietra, 1975, sul caso del partigiano Giovanni Pircher, condannato a 25 anni per fatti di guerra. Rocchetta, Val Borbera e Val Curone nella Guerra, Colibrì, 2000; libro di memorie partigiane. Intervista a “Minetto”, Com.te. Brigata Arzani. Cronache dalla Resistenza, 2002; libro-intervista a Erasmo Marré.

 

                               oooooo0oooooo

1.  Intervista di Gibì Lazagna “Carlo” al padre Umberto “Canevari”.

Gibì È un discorso che abbiamo fatto più volte: il patrimonio di esperienze che hai maturato durante la Resistenza. Forse dovremmo programmare una serie d’incontri. Intanto riassumo brevemente la tua carriera nella Resistenza. Tu eri tenente colonnello nel 15° reggimento autieri di stanza Savona, quando è scoppiato il 25 luglio e poi l’8 settembre.

Canevari   E tu in particolare, allora ragazzo, mi hai svegliato a mezzanotte passata per dirmi “È caduto Mussolini. T’è adesciu, t’è adesciu?”. “È caduto Mussolini” (quasi bisbigliando; nda), per uno come noi che… Allora abbiamo cominciato.

Gibì avevate aspettato quell’ora per 20 anni o quasi. Avevate collegamenti con antifascisti genovesi, amici di un po’ di tutte le tendenze. Dopo l’8 settembre c’è stato tentativo tuo assieme a me di passare le linee, siamo arrivati fino a Penne di Piedimonte, in quel di Pescara. Lì abbiamo avuto le notizie dello sfacelo della situazione politica a Sud e abbiamo deciso di tornare indietro e poi, verso la metà-fine di settembre del ’43 è cominciata la costituzione degli organismi della Resistenza. A quel punto, siccome tu eri uno degli esponenti conosciuti dell’antifascismo genovese hai avuto l’incarico di entrare nel Comitato militare del Comitato di liberazione, come indipendente e come ufficiale, per il prestigio che veniva dalla tua esperienza militare e per il grado perché avevi fatto la Scuola di stato maggiore e quindi possedevi…

Canevari …meno ignoranza degli altri. Nel libro di Baccino[ref]Renzo Baccino, “Contributo alla storia della resistenza di Genova”, edito dall’ISRL nel 1955 [1] ci sono i nomi. Ricordo Antolini, Raimondo, Dante Bruzzone [2], e per il Partito d’azione uno di nome Rapuzzi; era colonnello anche lui ma me l’ha detto subito “Io non me ne posso occupare”.

Gibì Io però andrei oltre questi aspetti…

Canevari Sì, sì. Solo che ho detto “alua de militari ghe sun mi sulu” (ride). Però anche Dante Bruzzone… lo avete conosciuto? Era un socialista ma subito mi dice: “Ma cosa stiamo qui…”. Era un disfattista nato: “Ma cosa stiamo a fare qui, cosa volete combinare”. Ecco uno che viene per entusiasmare: “È meglio che ogni partito si arrangi, che faccia quel che può”. E io ho detto: “Ma alua sciugliemmu subitu tuttu, perché con quelle idee lì… potremo fare o non fare, sbagliare o riuscire ma se cominciamo a dire che è inutile non c’è più niente da fare”.

Gibì Un salto indietro: la nostra tappa nella residenza di Paolo Rossi[3] a Lucca quando avevamo deciso di passare le linee.

Canevari Dovrebbe restare tra noi perché… e poi lui l’ha fatto per gentilezza d’animo e non vorrei… In quattro parole: allora vedevo spesso Paolo Rossi perché andavo a mangiare alla mensa dei giornalisti, antico Hotel de Genes, adesso Banco di Chiavari, lì a De Ferrari. La sera si trovava qualcosa da mangiare. Lui mi aveva già chiesto: cosa facciamo? Io facevo già parte del Comitato militare e lui era nel Comitato finanziario insieme a Manzitti e Luigi Accame[4]. Gli dico: guarda che dopo l’8 settembre qui arrestano gli ufficiali. Verità sacrosanta perché se nu l’è u bun Ciceri, un mio ufficiale, cu me dixe:Stanni attentu, convocano gli ufficiali, specialmente gli ufficiali superiori, al Comando zona in via Corsica e non è troppo sicuro”. Fatto sta che convocavano, due o tre parole, gli italiani qui e là e poi te sèravan in te n’autobus e in Germania senza neanche salutare o pigiase un capottu, pe moddu de di. Ciceri m’aveva avvertito e io per diffidenza diggu: “A primma udienza nu ghe vaggu” e non c’ero andato. A cercarmi era stato proprio il generale, per telefono. Dopo mi telefona Ciceri e mi dice “bisogna che ci vediamo da un mio dipendente”. Lo incontro: “Mia che mi me sun salvou…” [5]. Sono andato alla riunione perché non sapevo niente e ci hanno messo lì davanti un registrone e vicino al registro che era sul tavolo c’era un ufficiale tedesco. Vado lì, apro, e c’era una colonna; su una colonna scritto “collabora” e sull’altra “non collabora”. Io ero lì e avevo visto circolare dei soldati tedeschi e avevo pensato di essere in mezzo a una trappola. Prendo la penna e allungo la mano e sento una voce quasi d’oltretomba che mi dice: “Attenzione maggiore, Germania”. Io guardo un po’ quell’ufficiale tedesco e capisco. Lui mi guarda negli occhi e diggu alua chi cangiu a colonna, ero ancora in tempo: “collabora”. Io ero già per dire no – era un antifascista – mi chiamano dopo e il generale mi dice “complimenti allora lei domani si presenti qui”. Il domani non era mai venuto, evidentemente. Fatto sta che quello era un ufficiale tedesco che aveva sposato una polacca, la quale polacca aveva aiutato, stava aiutando… È quella che mandava… e lui salvava, se poteva, poveraccio. Così Ciceri mi dice subito: “Attenzione è meglio che ci parliamo e mi racconta tutta questa storia e allora dico: “Cosa si fa?”. Mi dice: “Guarda che arrestano, mandano via; un camion, un autobus è già partito direttamente in Germania”. Io comincio a riflettere e – credo di aver parlato anche col qui presente (Gibì; nda) – allora ho deciso: “Qui bisogna tagliare la corda se no da un momento all’altro ti prendono”.

Paolo Rossi, al quale non so in quale momento ma in quell’epoca lì, avevo manifestato la mia idea di andare oltre le linee, cenando con me alla mensa dei giornalisti aveva saputo da me di questa mia intenzione perché per il momento come partigianeria, eccetera, qui non c’era niente da fare. Dico: “Per levarsi dal pericolo di questi arresti andrei oltre linea cioè nelle zone di Badoglio”; si pensava che là l’esercito si ricostituisse, c’era il re, Badoglio, il governo di Brindisi mi pare. Paolo Rossi mi dice: “Eh, capisco la tua idea anche avendo il grado di ufficiale per cui se decidi avvertimi che vengo anch’io.” Così quando io decido con te (Gibì; nda) e il benestare di mia moglie di andare in giù e di vedere di passare le linee per presentarsi all’esercito di Badoglio, viene il momento che cerco Paolo Rossi. Gli avevo dato la parola di avvertirlo ma non lo trovo. Trovo invece – cumme u se ciamava u figgiu de l’ammiraglio Marchini[6] – era un antifascista che poi è stato ucciso dalla polizia dopo che lo avevano arrestato e lo portavano a Chiavari, non so dove. Incontro Marchini che conosceva e vedeva Paolo Rossi perché alla sera si trovavano, e gli dico: “Marchini, mia duman mi devu anà via, devo andar via, ho deciso di passare le linee e vedere se posso arruolarmi nell’esercito italiano di Badoglio però ho dato la parola a Paolo Rossi che se avessi deciso di partire lo avrei avvertito. Ma è due giorni che lo cerco e non lo trovo e non so cosa fare. Tu potresti mica…” – anzi, prima gli dico: “Credi che se io lo avverto lui mi dice di sì, partiamo? Cosa ne pensi?”. E Marchini sta un po’ lì e u dixe: “Se u peu dite de nu, te dixe de nu”. Era un tipo caustico e di Rossi era un buon amico ma (di Rossi; da) ne avevamo già l’idea un po’ di uno che… (prosegue a voce bassa ridacchiando; nda). Fatto sta che io dico: “Bene, Marchini, fammi questo piacere, tu certamente lo vedrai – lo vedeva perché andavano a giocare la sera non so dove – e digli che ho cercato di trovarlo per dirgli quello che eravamo d’accordo”, cioè che io partivo per andare di là delle linee e se voleva trovarmi gli davo un indirizzo di Termoli, l’ultimo paese o il primo oltre la linea (me l’aveva dato un ufficiale di quei posti che si trovava a Genova durante il disfacimento dell’esercito, era in borghese e stava in Riviera e mi aveva detto: vai a Termoli a mio nome), “e digli che se eventualmente vuole raggiungerci cerchi il tale nel tale paese”. Poi con Gibì facciamo una specie di bagaglio e ci mettiamo in treno, alla stazione di Brignole o Principe, non ricordo. Mentre stiamo salendo in treno chi si vede? Paolo Rossi con l’avvocato Galliano. Uhh, dice quando vede i sacchi. E io “guarda Paolo che io volevo avvertirti ma non ti ho trovato e l’ho lasciato detto a Marchini un amico comune.” “Ah, sì benissimo, intanto vieni un momento con me a Lucca, con tuo figlio. Vieni e stai lì tanto che io mi preparo e poi andiamo”. Andiamo a Lucca e lì, malgrado un po’ di difficoltà per la guerra, si stava ancora bene; una bellissima villa e mangiare quello che si voleva.  E lui, e anche la moglie: ma fermatevi un po’ qui, c’è tempo. “C’era tempo, sì, c’era solo la guerra!”.

Gibì Stavano aiutando degli inglesi scappati e forse anche degli ebrei, nascosti nei dintorni.

Canevari Aiutavano e qualcosa facevano ma comunque insistevano “Fermatevi qui un giorno o due così intanto Paolo si prepara”. Frasi così. Si mangiava, si stava bene, una bella villa. “Ben – dico a Paolo Rossi – domani mattina partiamo”. E lui: “Non sono ancora preparato, ancora un giorno, cos’hai… premura?”. E tra una cosa e l’altra lui avrebbe preferito far passare ancora… insomma sine die, qualche giorno, qualche settimana. Ma state registrando anche questo?

Carlotta Stai attento che ti fanno dei tranelli.

Canevari Perché non m’ha mai detto: “Vegnu ma dammi tempo” e io allora mi sono consultato con te (Gibì; nda) che eri giovane ma avevi già giudizio.

Gibì Tieni anche presente questo che forse non ricordi che io avevo accordi con altra gente, praticamente tutto lo staff dell’azione cattolica (Fuci; nda) di Genova – Alberto Pongiglione, Erasmo Marré, Alfa Tomei, Mario Franciscolo, Domenico Lano [7] e altri che ora non ricordo – di passare le linee tutti assieme. Avevamo un recapito a Napoli da Omodeo [8] in contatto con Croce [9] e mi pare rettore dell’Università. Con loro in un primo tempo c’erano state delle discussioni e qualcuno poi è venuto o è passato per conto suo. Hanno fatto un corso di paracadutismo ad Algeri e poi sono tornati, quasi tutti quelli che ho nominato meno Pongiglione, come addetti alle radio trasmittenti. A Lucca mi preoccupavo per il ritardo rispetto a questi appuntamenti.

Canevari Sì anch’io ho cominciato a capire che si andava troppo per le lunghe e dicevo: “Ma noi facciamo una cosa seria e a forza di star qui vengono i dubbi”. Poi, un bel momento siamo partiti. Abbiamo preso un treno, abbiamo dormito a Faenza nelle cimici che ci hanno mangiato tutta la notte e poi con un merci siamo arrivati a Pescara, distrutta. La popolazione era andata in un paesino vicino, a Penne, dove abbiamo dormito in un convento sopra una sedia. “Ma non c’è qualche albergo, qualche posto?” “Vada là, vada al convento perché ci vanno persino degli avvocati.” Riconosciuti! Eppure noi eravamo in anonimo… (Si ride). Al convento ci hanno detto: c’è delle sedie… Tutta la notte così. Poi abbiamo incontrato parecchi ufficiali che venivano dall’altra linea, da Bari e andavano verso il Nord. “È uno sfacelo, un casino, mandano tutti a casa. Non arruolano; anzi c’è stato un ordine, un proclama di Badoglio che diceva: per il momento non venite perché noi, gli alleati non accettano arruolamenti.”

Il passaggio dalla zona di Foggia era facile, niente controlli, ma non c’erano più treni e bisognava andare a piedi o con mezzi di fortuna. E poi c’era la moglie e i tre figli più piccoli lasciati qui. Insomma che alla fine siamo tornati indietro.

Gibì A Genova chi per primo ti ha proposto il Comitato militare?

Canevari Manzitti, Paolo Rossi e Martino[10]. M’hanno detto: “Noi stiamo costituendo per il Comitato di Liberazione, un Comitato militare e abbiamo pensato a te che hai fatto già la guerra e quindi hai dell’esperienza. Accetti?”. E io: “Ma com’è fatto questo vostro comitato?”. “Martino è per il partito liberale, Rossi per i socialisti”. Manzitti era liberale anche lui ma aveva scritto un opuscolo dove lui, che cercava di attirarmi nel partito liberale, sosteneva che era un partito che si stava trasformando in un partito progressista, una specie di socialismo. L’ho letto e dico: “Ma questo qui parla di socialismo e allora come la mettiamo?”. In ogni modo non ho dato l’adesione a nessuno. Prime riunioni nel convitto di San Nicola dove ho conosciuto Bini, Serbandini[11], che non era del Comitato ma veniva lì e il direttore della scuola, Marchi[12].

Gibì Ricordi che ci siano state discussioni nel Comitato militare sulla linea politica? Perché nel mese di ottobre c’erano state in città alcune azioni militari e avevano cominciato a crearsi piccoli nuclei. Buranello aveva ucciso sulla piazza di Sestri un centurione della milizia. C’erano stati alcuni episodi di quel genere.

Canevari Ma erano episodi cittadini. In montagna qualcosa era nato a Torriglia. Aiutato – potrei dire costituito – dai Macchiavelli [13] perché i Macchiavelli andavano e venivano, aiutavano e con loro c’era un certo Binasco [14].

Gibì Quello che ora è all’Istituto storico…

Canevari Democristiano, mi pare. Ricordo che verso Natale – eravamo arrivati a dicembre – Binasco era venuto da me, mandato dai Macchiavelli, dicendo se potevamo dare un aiuto a quel gruppetto che era proprio alla fame; a Torriglia.

Gibì A quell’epoca, novembre-dicembre 1943, era salito in montagna il gruppetto di Serbandini e Marzo[15] che era il fronte della gioventù di Sestri Levante o di Lavagna non ricordo, un gruppo giovanissimo.

Canevari   Erano di Lavagna e faceva capo a un comunista di Lavagna [16]. Io sono stato là perché nella divisione dei compiti, nel comitato militare, avevo avuto con Antolini la zona di Levante; Riviera di levante ed entroterra. E allora per prendere i contatti ero andato a Lavagna in casa di questo comunista di cui non ricordo il nome e avevo trovato Bisagno che era stato convocato. Serbandini, Bisagno ecc. e lui (Antolini; nda) aveva detto: “C’è un piccolo nucleo sull’Antola e ce n’è uno a Favale”.

Gibì Tu facevi anche delle ispezioni e in un periodo successivo sei andato anche nella vecchia Terza zona, quella della Benedicta…

Carlotta Perché quello che era incaricato non aveva voluto occuparsene. Era Raimondo. Non ha voluto. “È troppo brutto, ha detto. Non ci vado”.

Canevari Il mio compito vero era la Riviera di levante e per questo ci sono andato due o tre volte con Antolini. Quando eravamo a Chiavari lui andava a Favale e io invece mi occupavo della parte di Velva dove avevano detto che c’erano delle armi. Sono andato a dormire a Velva dove ho incontrato Marzo. Un appuntamento: lui veniva da Comuneglia; in bicicletta fino a Velva; mangiato assieme, ci siamo scambiate impressioni. Lui m’ha detto: c’è qualcuno a Comuneglia…

Gibì quello che vorrei sapere rispetto a questo periodo di novembre-dicembre 1943 non riguarda solo le situazioni di cui voi riferivate, necessità, possibilità ecc. ma le discussioni sulle prospettive di questa organizzazione.

Canevari Ricordo che sin dall’inizio è apparsa una divergenza, una contesa tra il Pda e il Pc, tra i loro rappresentanti. Il partito d’Azione rappresentato in quel momento da Eros Lanfranco[17], da quel maggiore Rapuzzi che ho detto prima e dal prof. Zino [18], dicevano che avevano assolutamente bisogno di fondi perché avevano circa 200 uomini da mantenere nella zona tra Sesta Godano e le vicinanze di Torpiana, quei paesetti lì dei monti. Viceversa i comunisti rappresentati da Antolini e Ardesio – cioè Agostini [19] – dicevano che ne avevano anche di più, centinaia di uomini nella zona di Voltaggio e anche in altre località, che stavano facendo la fame. Di fronte alla contesa per avere questi fondi e siccome non si riusciva a metterli d’accordo si è detto: “Facciamo gli accertamenti” e non ricordo se io o altri hanno proposto: “Facciamo una commissione che vada a controllare”. E per queste truppe che secondo le dichiarazioni dei rappresentanti del partito d’azione erano circa 200 hanno incaricato me di recarmi sul Gottero, di passare il Gottero e andare a vedere dove si diceva che fossero. Io avevo chiesto chiarimenti a Zino, il quale Zino prende una carta – meglio, intanto non aveva carte – perché io gli dico: “Comincia a dirmi dove sono e sulle carte fissali più o meno”. E lui: “Io veramente carte non ne ho”. Era già un primo elemento. Gli dico: “Porterò io una carta” e porto una di quelle dello stato maggiore, dettagliata, molto bella mi sembra al 100mila. Ci incontriamo nell’ufficio della SATI in via Balbi, un posto neutro, e… “Guarda, io sono incaricato dal Comitato militare di fare questo accertamento e lo facciamo da una parte e dall’altra, per tutti e due, per vedere se corrispondono a verità le dichiarazioni che abbiamo ricevuto. Vorrei sapere dove sono questi distaccamenti perché per tenere 200 uomini – avevo una certa praticaccia – ci vogliono dei locali, tenda, baracca, casa o cascina ma da qualche parte devono essere”. Lui allora prende la carta e… “Sono qui”, mi dice dandoci una manata che mi ricordo che m’aveva fatto impressione. Dico: “Ma sai che con quel gesto lì mi hai coperto un’area di 200 km e cosa vuoi che vada a fare io a piedi?”. E lui dice: “Ma sai, quelli vagano…”. “Allora indicami almeno un paesino vicino così che poi io possa regolarmi”. “Potresti andare qui” e mi segna Torpiana. Beh, mi sono detto, ora cominciamo ad avere un punto di riferimento. Poi: “Non posso andar da solo” e gli chiedo se hanno uno che conosce i posti. Era dicembre del ’43 e il Gottero era innevato. In aiuto mi hanno dato Bertonelli [20], il simpatico colonnello Bertonelli. Partiti insieme con lui che mi dice: “Pensu mi, andemmu” e siamo andati a dormire a Sesta Godano, dove lui aveva dei parenti, e alle 5 del mattino, ancora col buio, ci siamo messi in marcia con freddo e ghiaccio dappertutto. Meglio il freddo del caldo per camminare ma… insomma quando Dio vuole siamo arrivati a Torpiana dove ci sarebbe stato il nucleo più grosso dei 200. Bussiamo a una casa, una cascina e ad aprire viene “Umberto” che poi era Zolesio[21] e sarebbe stato il capo di questi partigiani. “Bene, piacere ecc. Quanti uomini hai qui, proprio che mangiano con te?”, perché il nostro scopo era soprattutto logistico, il mantenimento. “Ma dice, sai… io… – e comincia la solita storia ma purtroppo io non abboccavo facilmente – ne ho di quelli che vengono da… e appena li chiamiamo per combattimenti sono qui”. “Te saluo,” ho pensato (risata generale), “se sentan l’oudù du cumbattimentu nu se veddan ciù mancu cu e bacchè”. E lui, o in buona o in mala fede dice: “Però dormono a casa loro”. “E ci mangiano anche?”. “Sì, gli diamo qualcosa”. “E cose ghe dè?”. “Mah, qualche soldo, sai”. “Beh, tu lo sai che ce n’è ben pochi e questi quattro soldi ce li tiriamo. Comunque vediamo: hai almeno un nucleo di pronto impiego, in caso di assalti, di combattimenti un po’ improvvisi?”. Risponde: “Sì, qui”. Vado a vedere, accerto e vedo un ufficiale inglese ammalato, a letto e una bella signora che lo curava (risolini) seduta sul letto e lì intorno un piccolo nucleo, tre o quattro persone, di gente benestante, i fratelli Basevi [22] e qualche altro.

Manlio Ma partigiani, armati, pronti – diciamo addestrati?

Carlotta Umberto, è terribile sai quello che dici, ti stanno… Ti fai dei nemici.

(Qui si registra un’irruzione di Gibì che dichiara inutile il racconto chiedendo al padre di concluderlo rapidamente).

Canevari A questo punto mi sono detto che per fare qualcosa di utile della mia missione era necessario se non per il presente almeno per il domani avere gli elementi per sapere su cosa potevamo basarci e sottopongo Zolesio a un vero interrogatorio. “Senti un po’, veniamo al concreto, siccome io posso preparare altri distaccamenti che sono organizzati dal partito comunista – era quello di Comuneglia e forse qualcos’altro – prepariamo un piano d’azione che avrà come obiettivo un distaccamento nemico e facciamo operare due di queste forze che richiedono viveri dichiarando centinaia di aderenti. Quanti uomini per il giorno tale all’ora tale, quanti armati partigiani, un po’ addestrati puoi far trovare nella zona di Velva?”. Lui all’inizio dice, cinquanta e allora io: “Ma insomma fai un calcolo: se domandi viveri per 200 partigiani da mantenere dimmi almeno quanti ne hai di sicuri e armati” Lui alla fine, riduci, riduci arriva a trenta. Allora io: “Tu intanto dammene anche una conferma scritta e comunque restiamo in parola così: l’azione che vogliamo fare sarebbe contro un distaccamento e noi poi vi faremo sapere quando sarà e dove sarà. L’appuntamento dovrebbe essere, per il giorno che comunicheremo, a Carro. Lì si troveranno i due distaccamenti coi comandanti e faranno l’azione. Ben inteso devono essere tutti armati e tutti comandati”. Insomma quanto era logico per sbrigare una più o meno ben fatta azione di guerra. “Va ben, va ben, va ben”. Eravamo d’accordo che da Comuneglia dovevano venire in 30, come da Torpiana, ma era venuta una neve dell’altro mondo e quel progetto era sfumato. Io intanto avevo riferito il tutto a Genova, al Comitato militare, e avevo avuto l’approvazione perché, dico, è l’unico modo per controllare. Perché fin quando si fanno disquisizioni sulla carta topografica è ridicolo… Bisogna vedere, toccare con mano. “Io posso solo dirvi che a dichiarazione del comandante di questi ci sarebbero stati una trentina di disponibili ma in pratica non lo so e l’azione è sfumata per via del cattivo tempo…”.

E poi da altre parti c’era già altra gente, altre richieste. A Favale erano non so quanti e Marzo era a capo di un gruppo di 15-20, con Dente [23], Beppe [24], Lucio [25]; poi c’erano quelli dell’Antola. Io però da loro non sono mai andato. Ci andava Antolini e quando tornava mi riferiva e facevamo poi il viaggio insieme. Antolini era uno che prendeva le cose sul serio.

Gibì (torna alla carica per sapere quante volte all’epoca il Comitato militare si riuniva; nda) Una volta al mese?

Canevari Anche più frequentemente.

Carlotta (che risponde alla domanda posta in precedenza da Gibì; nda) Io mi ricordo che c’era stato uno scontro sugli indirizzi di fondo, che poi tu eri in mezzo, ma non ricordo più su che cosa. Ma liberali e partito d’azione non erano d’accordo; era sugli indirizzi non solo per i denari o la quantità di azioni.

Gibì Quante riunioni da novembre a marzo…

Canevari Ci riunivamo abbastanza spesso, ogni 15 giorni ma anche più di frequente e io allora avevo anche altri incarichi perché Manzitti e Paolo Rossi si occupavano esclusivamente di finanziamenti e a me toccavano altre pratiche. C’era ad esempio la banda cosiddetta dei tagliatelli (risata generale) perché, ricordatelo, tra le grandi azioni di combattimento, combattere la fame è sempre una delle principali. C’era Della Valle che credo non fosse di alcun partito ma era amico di Delpino, “Lolle”, che foraggiava il Della Valle che aveva una accademia di ginnastica[26]. Era un atleta e io l’ho conosciuto. Si partiva a piedi da Genova – mezzi non ce n’era – e si andava a Fumeri, un paesetto sui Giovi. E lì ci aveva due o tre che stabili o non stabili, lui diceva “sono partigiani, pronti”, e anche ex atleti, quindi anche coi pugni perché armi allora, là ce n’erano poche. Comunque pare che lui, grazie agli amici di Lolle, quello della Fiat, e qualcun altro portasse su dei bei sacchetti di farina e specialmente alle feste, alla vigilia, facevano delle belle pastasciutte che consumavano con fiaschi di vino. Difatti l’avevano subito battezzati la banda dei tagliatelli.

Comunque le riunioni del Comitato militare, dopo le prime due o tre nel collegio di San Nicola dove era Marchi ad ospitare, siamo andati uno o due volte nella chiesa di San Matteo; nessun ospitante. Una volta è venuto anche Taviani ma per avere un collegamento; una volta Faralli, una volta Pessi [27]. Scappini [28] non è mai venuto perché non voleva mettersi in vista tanto più che in qualunque momento di queste riunioni noi avevamo già l’idea che potessimo essere spiati e catturati come poi è avvenuto, quando io ero già in montagna, in piazza San Lorenzo, lì che dovevano andare in un bar e hanno visto una spia…

Carlotta Era la volta di Pico?

Canevari   Pico?

Carlotta Il figlio di T.

Canevari (a bassa voce) Il marchese di T. che ha fatto la spia. (rialza la voce). Pico è entrato da una porta ed è sparito dall’altra (ride) e u cure ancun oua.

Carlotta E l’altro poveretto…

Canevari E ben, insomma… Poi, su mio suggerimento, quando da informatori – i miei clienti di via Balbi – ero stato informato che i tedeschi sapevano molte cose sul nostro conto e avevano addirittura detto ai padroni di quella società di autobus: “Sappiamo che ci sono, sappiamo che si riuniscono, ma non riusciamo a sapere esattamente il posto”, loro me l’hanno subito riferito e io ho detto “adesso il posto cercheremo di non farlo sapere”. Perché avevano anche indicato un raggio di 500 metri da piazza De Ferrari e San Matteo ci rientrava. Allora ho detto: ragazzi mi risulta questo. Io proporrei di fare sempre un posto diverso e possibilmente volante, cioè un giardino, una piazza, ci riuniamo, vediamo. E poi facevamo l’uomo civetta: uno era sempre delegato ad essere il primo all’ora dell’appuntamento e a guardare se vedeva delle facce sospette di polizia ecc. Se questa osservazione era positiva, cioè c’era qualcosa di impressionante, l’appuntamento era rinviato. Gli altri che arrivavano alla spicciolata e non vedevano quello lì sapevano che l’appuntamento era fissato in un altro posto per un’ora dopo. Con questo sistema abbiamo fatto riunioni a piazza Manin, in corso Montegrappa, alla bocciofila dello Zerbino. Ricordo una vera adunanza importante – era già dopo l’affare della Benedicta – l’abbiamo fatta fingendo di veder giocare alle bocce insieme ad altri. C’era Canella (Bianchini)[29] che era venuto a sostituire Antolini che era stato preso [30], c’era Pessi… Cambiavamo sempre. Una volta siamo andati davanti alla basilica di Carignano, lì sui gradini seduti su quei sedili si guardava e parlando tra noi in due o tre: “Guarda un po’ quello là mi sembra una faccia da pippe…”.

Gibì (dopo che la madre ci ha ricordato che incombe l’ora del pranzo, invita il padre a mettere da parte “l’episodica” di cui peraltro riconosce l’importanza a favore di un confronto più ravvicinato. La madre, Carlotta, reagisce: “Ma così, a lui riesce molto più difficile. Lui va dietro a quello e se lo fermi non torna più sulle cose”. Parole sante che però non saranno prese in considerazione). La mia domanda è questa: riesci a ricordare in queste riunioni una discussione di indirizzi da dare a queste poche e sparse truppe pur con queste caratteristiche?

Canevari   Quelli delle tagliatelle qualcosa cercavano di fare ma quelli di Torpiana…

Gibì Voi cercavate di dare un indirizzo politico militare a questi gruppi? Del genere: dovete fare questo e quello… E avete mai avuto scontri col CLN?

Canevari No, col CLN mai. Il CLN diceva soltanto cercate di agire. Ma nel Comitato pesava il dualismo tra Partito d’azione e Partito comunista.

Gibì E la DC?

Canevari Niente, zero. Seguiva. Aveva un campione poveraccio, ora è morto, Raimondo… negativo su tutta la linea. Difatti dell’affare dell’accertamento delle forze che ho raccontato avrebbe dovuto occuparsene anche Raimondo che aveva la zona di Voltaggio dove c’era lì Odino con cui lui aveva dei contatti.

Gibì Quindi non ricordi delle discussioni sulla linea militare da seguire, nel senso di: ad esempio: “Bisogna cercare di operare subito”; e altri che dicessero: “ma prima bisogna organizzare un pochino ‘ste formazioni”; oppure altri che dicessero: “bisogna cercare di prepararsi per un secondo momento quando gli Alleati saranno vicini”. Ecco, queste tematiche qua.

Carlotta Io sì che mi ricordo (nda); nessuno le dà retta).

Canevari Non ricordo discussioni del genere, tra noi. Noi dovevamo studiare le situazioni. Dal CLN ci dicevano: “fate qualcosa”. Mi ricordo una volta Faralli che era un po’ più volenteroso di fare – benché il partito socialista come partito sia stato uno di quelli che ha dato meno – come partito socialista, però lui mi ricordo che in San Matteo, mi pare ci fosse anche lui, o in un’altra riunione, dicesse “Fate qualcosa, riferiteci, che noi dobbiamo riferire poi ai partiti”. Comunque la grande differenza era tra il Partito d’azione e il Partito comunista che pretendevano ciascuno dei due di avere tutto loro, sia gli aiuti, sia dettare le direttive. Il partito d’azione aveva nelle sue mire di prendere la guida. Tant’è vero che quando io mi sono lamentato con Eros Lanfranco: “Ma voialtri, delle volte, quando il vostro rappresentante nel Comitato militare dice “non posso dire né di sì né di no a questa direttiva – una delibera che dovevamo prendere – perché bisogna che parli col mio partito”, ma come è possibile? Per queste cose avete un delegato. Non metteteci in difficoltà che ne abbiamo già tante. Che delegato è che non può mai dire sì o no su questioni importanti circa la linea di azione e dice bisogna che ne parli coi miei?”. Per questo sono andato a una riunione con Eros Lanfranco proprio nel suo studio in via Roma e c’era anche Zino del partito d’azione come lui. E Lanfranco che era un uomo molto sincero m’ha detto “Guarda noi non possiamo fare quello che chiedi, cioè delegare tutti i poteri – anche di aderire ad una iniziativa o respingerla – a quello che è nel Comitato militare perché noi dal nostro partito in sede nazionale abbiamo ordine di essere sempre alla pari col partito comunista, quindi le cariche, le direzioni sempre uno e uno, e dobbiamo avere una organizzazione nostra anche militare, distinta da questa”. E io: “Ma allora come si fa…”. Sono rimasto male; avevo già l’esperienza del Gottero… “Come partito sarete in gamba” – e veramente era un partito che s’era messo bene – ma nell’azione pratica di guerra si erano dimostrati negativi. E Eros mi dice: “Ma sai noi non è che ostacoliamo ma vorremmo sempre avere oltre il delegato nel comitato, insieme agli altri, un nostro delegato che segua la linea del partito”.

C’era un vero dissenso di fondo. Io che avevo già l’idea che il delegato per esempio Zino, stava lì – adesso non registri – pe rumpime e cugge, sempre parole e mai niente di cose e poi… lassù (nda; Torpiana) mangiavano a torto e peccato, ora posso parlare un po’ più liberamente, mangiavan, beveivan e – non dico il nome – ma c’era una sudamericana che aveva sposato uno qui, cun de palanche, trovavano i viveri lì e credo che anche quel Gordon Lett, l’ufficiale inglese che ha scritto un libro tanto favorevole… (risatine). Io ho avuto una impressione “ma qui altro che soldati e sparare e…”. Quelli che sono a casa, quei cosiddetti partigiani che Umberto diceva che erano novanta, che vengono e vanno, che sono pronti…eh eh fanno di meglio, se la godono, una specie di Decamerone, e Bertonelli che era uno spirito arguto, proprio mentre andavamo via, o forse poco dopo u dixe “e atru che…”. Anche lui era del partito d’azione e avrebbe dovuto difenderli, ma siccome lui aveva fatto la guerra bene, era un decorato ecc. u dixe: “Figurite che l’atra votta, diversi de quelli che ean a Turpianna sun andeti zu a ballà in te n’ostaia che gh’ea na festicciolla lì in ti munti e duve gh’ea anche di fascisti, de camicie nere, se cunusceivan, saveivan ciù o menu ma ballavan, beveivan, mangiavan quandu a in certu puntu l’è vegnuo un e u dixe: gh’è n’allarme, in assaltu, na vuge… Alua sun scappè. Han cumensou a scappà i fascisti perché il terreno era più vicino a quei cosiddetti ambienti di gente armata e bellicosa poi mentre i fascisti scappavan, un u l’è schiggiou e gh’è partiu in curpu da un muschettu cu l’aveiva. E alua sun scappè tutti”.

Questa me la raccontava con molte risate. Tutti e due, caro Calegari, avevamo fatto la guerra, la prima, lui in fanteria, forse in una situazione peggiore della mia, ma io la mia parte l’avevo vista. Si ha quella sensazione, come tu Giambattista hai avuto dopo aver fatto la partigianeria, de quelli che giustu da pastasciute e quelli, pochi, che sono bravi.

Gibì Sei rimasto nel Comitato militare fino a quando sei salito ai monti… Una data che ricordo è quella della cattura di Buranello[31] in occasione della quale, su tuo suggerimento, ho accompagnato la Rita, “Neda” [32], a Carro, Santa Giulia, miniera di Libiola. In quell’occasione abbiamo visto Bisagno [33] che era venuto giù a prendere i formaggi del Consorzio di Sestri Levante; sai, il famoso colpo dei formaggi che poi li ho aiutati a portarli su. Poi in aprile siamo scappati da Genova perché avevano circondato la casa e siamo andati prima a Chiavari e poi a Timossi e poi nella villetta di Raimondo a Bertigaro, una casa dove c’era anche una sua sorella e dove abbiamo pranzato o cenato, non so, e a quell’epoca c’erano già i tre distaccamenti, organizzati di cui uno che girava lì a Cichero.

Canevari Una parentesi per dire ancora qualcosa perché cronologicamente è interessante sapere i precedenti e lo svolgimento dell’affare della Benedicta dove sono morti per colpa di quel distaccamento lì di Odino [34] e dei dissensi tra comunisti e liberalsocialisti. Perché, notate bene, la banda di Odino viveva – sarebbe stata finanziata e organizzata da liberali e un po’ anche da democristiani e socialisti – e potrebbe essere interessante sapere che in quel momento lì un gruppo di comunisti e di russi ex prigionieri (nda; ausiliari Wermacht – NO) dopo aver fatto quell’azione del posto di avvistamento a Pietrabissara dove avevano ammazzato due o tre fascisti [35], credo, si erano presi a dire col Puni [36], un partigiano non comunista mentre il capo che aveva fatto l’azione di Pietrabissara era un comunista. Si erano presi a dire con questo Puni che era un senza partito ma aiutato dalla DC in accordo coi liberali. Registra anche adesso? Sarebbe meglio di no… Fatto sta che a un bel momento la vera origine di questo fatto che sto raccontando non l’abbiamo mai bene accertata. Ammazzano questo Puni che pare fosse un vero partigiano, di Odino ma spesso scendeva a Voltaggio e a Busalla e qualcuno ha detto “quello va a far la spia”. Era un giovanotto coraggioso ma leggero; parlava, andava nelle osterie, forse si vantava di qualcosa. Fatto sta che i russi, cioè quel distaccamento lì, l’hanno ammazzato. E lì apriti cielo. Era proprio l’unico, uno dei pochissimi che questi, liberali, socialisti e democristiani, potevano dire “è dei nostri”. C’era quell’Albini [37], che rappresentava i liberali, Picco[38] per i socialisti e Raimondo per i democristiani.

Ammazzano questo Puni: un fatto grave; ci vuole un’inchiesta. Raimondo dice: “Io me ne vado; pianto lì”. Al Comitato deliberiamo di fare una vera inchiesta sui fatti e diciamo a Raimondo: “È della tua corrente. O tu o Albini, che stava già a Voltaggio, ed eventualmente un socialista, fate l’inchiesta. Raimondo: “Ah io non ci vado, i comunisti fanno di quelle azioni lì, ammazzano la gente così, i partigiani”. “Se non ci vai allora cosa vuoi che facciamo. Bisogna che qualcuno ci vada. Albini era già sul posto ma non dava tanto affidamento e poi ci voleva uno delegato dal Comitato militare e Raimondo tout court dice: “Vagghe ti”. “Vagghe ti…) ma almeno il Gottero era in una zona mia… Alla fine però ho accettato. Tanto più che Ardesio, che era già ai monti ed era vicino a quell’Ettore [39] che era il comandante della brigata dei comunisti intorno a Voltaggio, al Tobbio, m’aveva detto: “State attenti che qui da qualche voce sembra che i tedeschi vogliano fare un rastrellamento, e questa formazione di liberali e democristiani non dà affidamento, non conosce i luoghi, non fa niente di quello che si può fare per fronteggiare una simile azione”.

Allora ho accettato di andare per vedere se potevo sapere dell’uccisione di Puni ma, soprattutto – Puni ormai era morto e andare ad accertare se avevano ragione o meno a ucciderlo e a considerarlo una spia sono cose difficili e lunghe – era interessante sapere la situazione della Odino. Allora ho detto: “Prima di tutto datemi dei soldi”, perché tutti reclamavano e chiedevano, specialmente quello. E sapevo che lassù avevano uomini disarmati, affamati e senza soldi. M’hanno dato 30 mila lire. Erano abbastanza denari ma Odino diceva di avere 200 uomini e se non erano 200 poco ci mancava.

A questo punto Battilana, dentista di via Roma, mi ha detto io mi offro per farla portare lassù e passare la notte e riportarla a Genova. Perché dovevo andare di sera, al buio per non essere avvistato, perché a Voltaggio c’erano i tedeschi, i carabinieri ecc. A Voltaggio sono arrivato col buio dopo un viaggio in un camioncino chiuso – nu se ghe stava guei ben – un piccolo camioncino tutto chiuso. Portato davanti a una casa, sceso, entrato, preso per una scala, spingevo delle porte, non c’era anima viva ma in una stanza ho trovato una tavola messa e buon pranzo e poi una freccia per dormire: camera da letto. Non ho visto l’ombra di una persona. Al mattino m’avevano prevenuto che sarebbe arrivato Albini con un partigiano per accompagnarmi dalla brigata Odino. Sono venuti, siamo passati da una uscita a monte, così che in paese nessuno mi ha visto, e siamo andati alla cascina Roverno e lì m’è cascou e brasse. C’erano circa 200 uomini, un forno da pane e gli uomini lì attorno. Di questi 200 tra la cascina di Roverno e un’altra lì vicino solo 50-60 avevano un’arma. Gli altri tutti disarmati, e anche l’avessero avuta, inesperti all’usarla. Stavano lì a mangiare senza una sorveglianza adeguata. Quando ci hanno visti arrivare su una strada mulattiera, comoda, ci hanno detto “chi siete?”

Non un “altolà” ma la terribile minaccia della sentinella è stata: “Chi sei vuiatri?”. Nessun riconoscimento, niente di niente. Siamo arrivati e ci hanno offerto del pane fresco appena sfornato. Questa era la parte umoristica perché la situazione era tragica: nessuna possibilità di una resistenza seria, una massa di uomini in parte disarmati e quando sono disarmati e non sono organizzati a combattere, più ce n’è e peggio è. Domani, ho detto, potete essere presi come polli in un pollaio dai tedeschi: sono stato profeta. Ad ogni modo ho avuto un colloquio con Odino, il comandante che era un capitano, un ex capitano dell’esercito. Dico: “Odino, ma vi abbiamo già detto…”, gli avevamo già mandato delle direttive di muoversi, di non stare lì perché le voci che i tedeschi avrebbero fatto un rastrellamento continuavano consistenti. E poi c’era stata un’azione contro un raduno di bestiame a Voltaggio, un gruppetto di partigiani, comunisti dipendenti da Ettore era sceso a Voltaggio, s’erano presi 7 o 8 manzi e se l’erano portati via. Tutti col fazzoletto rosso e la gente che li applaudiva. Tedeschi e fascisti non si erano fatti vedere e quelli si erano portati via i bovini con il paese a dire “bravi partigiani, ve purtemmu di sacchi de roba...”. Si capisce che tutto questo i tedeschi non l’avevano digerito. Io avevo avuto informazioni particolari da quella persona di Voltaggio che tu Giambattista sai che m’aveva detto: “Guardi che io conosco il maggiore tedesco: è infuriato e m’ha detto tra i denti: ora gliela farò pagare”. Ero veramente impressionato e ho detto a Odino: “Immediatamente, per ordine del Comitato militare del CLN da cui voi dipendete, spostatevi di qua, subito via di qua”. Ho dato ordini precisi: “Formate dei piccoli gruppetti di non più di 8-10 uomini, cercatevi un posto dove andare, quelli non armati dategli qualcosa, menu puscibile, sono tutti contadini più o meno della zona, dèghe in scuo, dexe franchi e mandateli a casa”. Quindi sciolta la formazione e i pochi armati che potevano fare qualcosa ridotti a gruppi piccoli, siccome le voci erano che i tedeschi sarebbero venuti con carri armati e cannoni e io posso dire per la mia esperienza che il cannone può poco contro un gruppettino di 7-8 uomini sparsi, quasi invisibili. Era già l’epoca che lì al Tobbio cominciavano le foglie. Anche se non combattiamo neppure, siamo vittime. Lui mi dice: “Sì, sì va bene”. Gli ho dato le 30 mila lire e lui: “Ci muoviamo subito”. “Immediatamente eh, Odino”, insisto io. Pare che abbia fatto il movimento d’inizio poi, siccome lì c’era una avversione coi comunisti e pare, si dice perché poi son morti tutti, che da parte di Ettore e dei suoi – erano più dalla parte del Tobbio che è una parte impervia e boschiva – abbiano detto: “Ma cosa venite qui, ne abbiamo già abbastanza dei nostri”. Ettore era comunista – il ragioniere, mi sembra di vederlo ancora oggi… Ettore e anche Ardesio, il suo commissario, che dal lato bellico… – volevano che se quelli di Odino andavano nella loro zona, essere loro a comandarli. Fatto sta che quelli di Odino hanno fatto il primo movimento ma poi dopo 4 o 5 giorni, non ricordo quando, erano tornati nella posizione iniziale. Era passata una settimana dalle disposizioni che avevo dato quando mi arriva un messaggio da Albini: “Guarda che questi sono andati ma i comunisti vogliono dare ordini e allora sono tornati…”. “Che dio ce la mandi buona” ho detto. Perché intanto avevamo saputo che stavano preparando il famoso rastrellamento, fatto come si deve fare, chiudendo tutta la zona in un cerchio di carri armati e militari. Non è scappato nessuno: una parte fucilati a Voltaggio, una parte non so a Carrosio…  qualcuno a Mauthausen. Pochi i salvati, qualcuno all’ultimo.

Nel frattempo anch’io ero agli sgoccioli (rivolto a Gibì). È quando siamo andati via insieme, no? Era successa, non ricordo la data, la cattura del Comitato militare di Torino e la fuga di Renato Martorelli[40]. La mia inopportuna dichiarazione a quella sorella di un partigiano che era venuta da me per sapere se poteva comunicare con Londra e alla quale io, non so perché, avevo chiesto: “Ma lei se ha il fratello a Torino che è nella resistenza, conoscerà Renato Martorelli”. Poi questa è stata arrestata e ha detto: “Io ho parlato con un signore di Genova, un colonnello il quale m’ha domandato se conoscevo Renato”. Renato Martorelli era sfuggito alla cattura, lo cercavano per mare e per terra. Da Verona, sede del comando militare tedesco, è venuta l’indicazione: “questo, se conosce Renato ed è un colonnello dell’esercito, è un pesce che ci interessa, bisogna prenderlo, portarlo via”. Al che io mi sono salvato solo perché dormivo fuori casa. Ed è stato quando siamo andati via insieme. Dopo la cattura del comitato di Torino, a metà aprile, mi pare [41].

Gibì Preciseremo la data. Ad ogni modo siamo andati su e io mi ricordo questo colloquio con Raimondo, in casa della sorella. Abbiamo fatto tappa a Chiavari; in casa di Ramazzotti o di Podestà? [42]

Canevari (nda, Canevari chiede una pausa per precisare particolari venutigli alla mente ma viene rassicurato: sui libri di Baccino e Gimelli ci sono le date che lo aiuteranno a fissare i suoi ricordi).

Gibì Andiamo piuttosto alla Sesta Zona. Se ben ricordo i discorsi fatti con Paolo Rossi a Lucca, più o meno ripetuti con Raimondo a Bertigaro giravano un po’ su questo argomento: preparare delle forze armate per quando gli alleati si avvicinano, dare una botta e prendere alle spalle i tedeschi. Una tesi caldeggiata sia dai Paolo Rossi sia dai Raimondo. L’altra tesi invece era quella di creare le formazioni combattenti giorno per giorno con lo scopo finale dell’insurrezione ma con la parola d’ordine: attaccare immediatamente. È una discussione che ha ripercorso tutto il filo della Resistenza e ce la ritroviamo nei discorsi coi parroci, con le giunte comunali e altre simili realtà, tanto più che molti dicevano: “Ma è da stupidi, domani, ammazzare un tedesco; non dà alcun impulso alla guerra e fa incendiare un paese, produce rappresaglie contro i civili e crea situazioni veramente brutte”. Così arriviamo alla Sesta zona, dove a quell’epoca c’era Gigetto [43], il parroco di Temossi. Dove Marzo andava a dormire ogni tanto in canonica. Ma io poi sono andato in formazione e non ne so più granché. Però, per quanto ho sentito, Gigetto teneva rapporti particolarmente buoni con Bisagno e ha sempre fatto un pochino la parte del collegamento cattolico-democristiano con le formazioni. Nelle formazioni il portavoce, l’uomo della Dc e dei cattolici – che poi credo che in quel momento si confondessero abbastanza – era Gigetto. Che parlava con Bisagno…

Canevari E molto con Raimondo perché Raimondo era uno importante.

Gibì In quel periodo, quando poi ci siamo separati, qual’era il tuo incarico ufficiale?

Canevari Ispezioni e collegamenti. Da Timossi ero andato a La Villa, un paesino a 4 km da Santo Stefano d’Aveto. Lì avevo preso contatto con Bill [44], la formazione della Val Nure. Poi con la Cerri, la formazione che era lì dove c’era il metano…

Gibì Questo periodo che per me è culminato col rastrellamento del 24 maggio – il 24 era la festa dell’entrata in guerra – i bandi per presentarsi [45]; minaccia di fucilazione; salva la vita a chi si presentava.

Canevari Che poi hanno fucilato lo stesso, a Rezzoaglio, quelli che si sono presentati e poi abbiano ammazzato quello che li ha fucilati, Cadelo, il maggiore Cadelo [46]. È stato uno dei primi colpi individuali riusciti.

Gibì Arriviamo così all’epoca della liberazione della Val Trebbia, fine giugno e primi di luglio del ’44 e alla costituzione del Comando zona.

Canevari Sì, primi di luglio; la riunione costitutiva però è venuta dopo, a Gorreto.

Gibì Ai primi di luglio c’è stata l’occupazione della val Trebbia da parte delle formazioni partigiane. È stato un momento di svolta. In concomitanza c’era la liberazione di Roma [47].

Canevari Qualcosa era già successo prima di Gorreto. Noi, all’inizio, siamo andati alla Colonia. C’era un distaccamento alla Colonia.

Gibì Mi interessava sapere se ricordavi chi ti aveva invitato, chi era presente, che discussioni ci sono state e che decisioni sono state prese.

Canevari (dopo una breve pausa) Bisogna che stia attento perché la riunione, la prima riunione del Comando zona, per organizzare il Comando zona, l’abbiamo fatta prima del rastrellamento d’agosto. Viceversa le cariche, il vero Comando zona è stato fatto dopo la riunione di settembre, a Capanne di Carrega.

Gibì Dov’ero presente anch’io; quella me la ricordo bene.

Canevari C’era il famoso Dino [48], c’era Pieragostini, Rossi [49]… tutti.

Gibì Ma in quel periodo che va dal luglio al rastrellamento d’agosto, tu che posizione avevi…

Canevari Guarda io, a un certo momento, da Temossi, per invito del comando militare del CLN…

Gibì (lo interrompe) Con chi avevi rapporti in quel periodo, con chi ti vedevi?

Canevari L’unico che veramente se ne occupava (nda; e con cui parlava) era Raimondo; perché quella era casa sua e lui parlava sempre col prete, don Gigetto…

Gibì e altri delle formazioni partigiane?

Canevari Gino [50], che m’aveva regalato il paracadute dopo che era venuto il primo lancio…

Gibì Parecchio dopo…

Canevari Mica tanto dopo…

Gibì Ma Gino era un comandante di truppe non un politico. Chi era a reggere le fila dal punto di vista dell’organizzazione…

Canevari Marzo, molto Marzo; con Bisagno e Bini.

Gibì All’epoca hai avuto colloqui con Bisagno?

Canevari No, li ho avuti dopo.

Gibì E con Raimondo?

Canevari Con Raimondo sì, ci conoscevamo come avvocati.

Gibì Raimondo, da un punto di vista politico faceva eco alle preoccupazioni sullo sviluppo delle formazioni comuniste?

Canevari Sì. Poi c’era un altro particolare, un altro sacerdote, il parroco di Brignole [51] il quale aveva ospitato e ospitava da tempo due delle missioni… due italiani, Risso e Strasserra, Manuel [52], quello che poi… E questo proprio quando io ero lì, al principio, prima che diventassi Comando zona, molto prima, quando sono andato su ed ero a La Villa. Quand’ero lì la formazione più importante era la Cichero. In quel momento lì, mi mandavano a dire o da Bisagno o da Marzo – c’era anche Dan lì [53]; Lucio non c’era ma c’era stato – “prendi contatto con le formazioni e vai un po’ a vedere i distaccamenti…”. Ispezioni. Ho preso contatto con Bill, con Scarpa [54], quella formazione di Bedonia, ho preso contatto con Cerri che rappresentava quelli della pianura. Si chiamava…. Prati [55]. E poi sono stato di nuovo a Comuneglia.

Gibì (nda, insiste per individuare i personaggi fonte degli indirizzi politici laddove il padre sottolinea piuttosto la natura diplomatica dei suoi incarichi – ispezioni, conflitti di giurisdizione tra le diverse bande ecc.) Ma il tuo interlocutore politico più qualificato all’epoca era Raimondo?

Canevari Sì, Raimondo; perché pensavano che avrei finito, come per mia disgrazia ho finito per (entrare) nella Democrazia Cristiana, al principio…

Gibì Che suggerimenti, quali discorsi ti faceva?

Canevari Il denominatore comune era l’antifascismo; questa è verità. Raimondo era veramente e da sempre antifascista. Però, insomma, lui faceva più propaganda per il suo partito, allora clandestino, ed era certamente in contatto con Taviani, forse anche con Cappa [56] e forse altri genovesi che non so perché Raimondo stava a Genova.

Gibì ma quali indirizzi politici ti suggeriva “i comunisti stanno prendendo in mano tutto”, “bisogna fare qualcosa per riequilibrare un po’ le posizioni ecc.”

Canevari Era uno molto cauto. Forse me ne ha accennato ma… talmente mollo. Intanto per quanto riguarda la loro propaganda e l’azione della Dc forse si fidavano poco (di me). Perché Raimondo, voglio dire una parola (nda; chiede di spegnere il registratore e viene rassicurato) “na faccia marsa”. Andava da Pellizzari [57] il quale era mio buon amico, uno dei pezzi grossi della DC, a dirgli male di me.

Gibì Ma da quello che hai capito loro cercavano di influire in qualche modo su Bisagno? Perché così arriviamo alla questione del Comando zona e Gigetto era abbastanza intrigante. Intrighi che avevano degli obiettivi?

Canevari   Miravano a non dare carta bianca ai comunisti, questo è chiaro.

Gibì Non pensavano a costituire delle formazioni loro; non risulta?

Canevari No, avevano solo una quota della Odino…

Carlotta Volevo dire questo io dei democristiani.

Canevari   Bene, perché lei i contatti li ha avuti.

Carlotta Due cose importanti. Intanto avevano anche loro l’idea di fare bande con quel Binasco, Pinasco o quel che l’è.

Canevari   No, Binasco era…

Carlotta Ma dicevo nel senso di volergli far fare (nda; organizzare…) Seconda: un errore di prospettiva sui democristiani, tanto del CLN che degli americani: nessuno allora supponeva che avrebbero avuto la maggioranza del popolo italiano. Quindi questa gente era tenuta di scarto, mentre che si poteva supporre che se avessero immaginato sarebbero stati coltivati, presi contatti… Invece c’è stato un errore di prospettiva, tanto noi che loro.

Canevari Sì. È così [58].

Carlotta Gli americani, ma non solo, tutti gli alleati, nessuno ha mai puntato sui democristiani. Per loro è stato uno schiaffo: avevano puntato tutto sui liberali che poi alla prima elezione eh! hanno visto che avevano puntato sugli uomini sbagliati, gente che non contava.

Canevari Direi anche sul partito d’azione.

Carlotta Sì avevano anche puntato sul partito d’azione ma il partito d’azione era dinamico e verso i comunisti non aveva preclusioni.

Canevari Volevano dividere il comando; avere la loro parte.

Gibì (rivolto alla madre) Secondo te, l’atteggiamento di Raimondo era un atteggiamento minoritario?

Carlotta Sicuro, poverino. Come lo stesso Tavianuccio. Lui ha detto davanti a me: “Sappiamo bene che noi non saremo il partito…

Gibì Quando l’ha detto?

Carlotta A quell’epoca. L’epoca dei comitati militari. Eravamo in piazza Corvetto, e lui diceva: “No, si capisce, noi non siamo…”.

Gibì “Noi non siamo cosa?”.

Carlotta “Noi non saremo mai quelli che guidano l’Italia di domani”. E lo stesso pensavano gli Alleati ancora dopo la Liberazione. Nel primo ricevimento al Bristol, dove io ero chiamata per fare l’interprete tra il Comitato militare, il CLN e gli americani, io ero lì per interprete e sentivo quello che dicevano anche in momenti che non sapevano che ero lì ad ascoltare e sapevo l’inglese. Beh, loro dicevano: “Il nostro uomo è Martino”. Ecco lì. E disprezzavano il Taviani; li tenevano… a distanza, in disparte. Quindi anche quello che oggi sento che mi domandano, “ma Taviani aveva mica dei cosi con gli americani?”. Figuriamoci; era tenuto come una scarpa, cioè un niente. Non hanno mai immaginato come sarebbero andate le cose; un errore di prospettiva [59].

Gibì Questo è un fatto interessante però ci porta… in una diramazione. A me interessava definire… perché giustamente dici (nda; si sta rivolgendo al padre) Gigetto era intrigante, Raimondo era intrigante… perché se andava a parlare male di te in quel momento lì, e lasciamo pure perdere il dopo perché dopo ci sono state ragioni più importanti, nella loro mente questo atteggiamento minoritario credo vada sottolineato. Tenerne conto, no? Loro non avevano formazioni però cercavano in qualche modo di riequilibrare o di controllare la situazione attraverso uomini come Bisagno o come te? [60]

Canevari Ma lo facevano… io non so nemmeno perché (nda; Così continua a smentire la rilevanza dell’inchiesta di Gibì). Come tu sai io ero unicamente preoccupato della parte militare, che richiedeva la massima attenzione data la quasi totale ignoranza di guerra, battaglia, uso delle armi. Ti ricorderai che il primo mortaio che abbiamo avuto in val Trebbia aveva causato la morte dei russi[61]. Avevano messo la bomba a rovescio; nessuno sapeva niente e io cercavo…

Carlotta (Torna ad intervenire riprendendo il discorso precedente, mentre Gibì prova a tacitarla: “Va bene, ma sta un po’… Non saltiamo, stiamo cercando di seguire una cronologia… Semmai dopo ti interroghiamo…”; nda) Io mi ricordo che Taviani ha detto proprio a noi che i comunisti avrebbero comandato l’Italia di domani. Sì capisco, questa è la mia idea di prima ma poi sono andata via e ora non so cosa state dicendo. (nel frattempo Carlotta si accorge della scomparsa dal gruppo di Franco Carlini. “Dov’è andato il giovanotto?” Io “A portare al giornale il nastro con la prima puntata. Lo pubblicheranno domani”. Canevari –ridendo – “Le avventure di Paolo Rossi”).

Gibì Ora passiamo alla Sesta Zona. Alla fine di agosto occupazione di tutte le vallate intorno, la val Borbera, la valle Staffora, Piacenza, Bobbio, la val di Taro ecc. ecc. Di seguito arriva il grosso rastrellamento d’agosto. Verso il 20-25 agosto…

Canevari E tu mamma ricordi il giorno che sei venuta in zona?

Carlotta Il 19 agosto.

Gibì Parte il rastrellamento e si conclude ai primi di settembre, grosso modo. Dopo di che si rioccupano le vallate e c’è una grande riunione a Capanne di Carrega per fare il bilancio del rastrellamento e per tracciare la linea politico militare da seguire e la conseguente organizzazione delle formazioni, dei comandi ecc. ecc. Alla riunione, mi pare, c’era Farini? [62]

Canevari No, no. Pieragostini e Rossi.

Gibì Nessuno di parte democristiana come Taviani o gente del genere, no? Pieragostini e Rossi erano lì come rappresentanti del Comando militare regionale della Liguria e lì ci sono state le discussioni su cui poi possiamo tornare.

Canevari   Era il Comando nato al seguito del nostro…

Gibì Di Rossi non so le idee politiche personali. Era un militare di carriera incaricato del comando. Di che colore era?

Canevari Liberale. Era generale di corpo d’armata.

Gibì Era un comando militare ma il suo vice, Pieragostini, era un comunista. Quindi questo comando pur con una fisionomia di comando militare rifletteva in certa misura un equilibrio anche politico.

Canevari Nel comitato c’erano però anche i vari dei vari partiti. Mi ricordo di uno che ho ritrovato al Bristol e poi è andato in America, un democristiano… Maffi o Ratti, un pezzo di giovanottone, molto giovane. Poi c’era Solari [63], no, forse Augusto Solari era del CLN – no, Solari a Fascia non è mai venuto. È venuto Martinengo[64] e una volta Martino.

Gibì Alle Capanne a settembre si è discusso parecchio della costituzione dei comandi. Era presente un certo criterio politico anche se unanimemente si diceva che tutte le decisioni andavano prese dal punto di vista dell’efficienza militare. A quell’epoca risale anche la venuta di Lupi.

Canevari Un po’ dopo. Lupi, avvocato Bianchi [65] di La Spezia, per il Partito socialista. Membro del Comando zona ma mai nominato vicecomandante. Comunque se n’è andato via quasi subito. Al primo rastrellamento s’è levato la divisa ed è venuto via.

Gibì Questo dimostra il fatto che la preoccupazione di un certo equilibrio politico era forte…

Canevari Sì e uno dei più attivi in quella pretesa era sempre il partito d’azione che però non era rappresentato perché Bertonelli, il loro esponente militare, non voleva venire in su e preferiva seguire l’azione da Genova.

Gibì A Carrega, nelle discussioni, Rossi ha avuto un atteggiamento neutrale?

Canevari Assolutamente neutrale. Mai una parola da parte con me o con altri. Rossi io lo conoscevo già da prima, era stato alla scuola di guerra con me, giovane capitano, e quindi ci siamo rivisti con piacere ma mai, né prima né dopo, un accenno a preferenze politiche. Certamente non era comunista. Era un uomo intelligente, preparato dal lato militare, dell’esercito, ma non un temperamento di comando tant’è vero che Pieragostini cercava di fare tutto lui.

Gibì Ricordo la sfuriata che ha fatto a Marzo, in quell’occasione, gli ha detto: “Marzo se non la smetti ti faccio arrestare immediatamente”. L’ha straccionato.

Canevari Marzo aveva poi avuto il complemento anche da Miro. L’ho sentito io che gli ha detto: “Ti mando subito via”. Perché Marzo aveva fatto i musi: “Cose! U me tucca a mi un postu, u me tucca a mi, me tucca a mi. Cose ghe mettan questu Canevari. Non so chi sia”.

Gibì Ma lì era tutto predisposto e la situazione era chiaramente dominata dal partito comunista che voleva valorizzare persone come te e come Bisagno e in un secondo tempo anche altri come Scrivia [66].

Canevari Più Bisagno. Per me “Ugo”, Mario Franzone [67], e Marietta [68] erano abbastanza influenti.

Gibì Marietta era responsabile di partito e Ugo era il vice o il viceversa.

Canevari Lui me l’ha detto una sera, e sai come vivevamo… Mi dice: “Pe’ nuatri comunisti ti t’è propriu de piena fiducia, nu gh’è atru che Canevari    pe i comunisti”.

Gibì Teniamo presente anche la situazione delle missioni. In luglio arriva Strasserra, quello poi ammazzato da Moranino a Biella, con Risso.

Canevari E si sono rivolti a me – in quel momento io ero a Rezzoaglio – mandati mi sembra dal prete di Brignole. Erano in casa del parroco di Brignole. E il parroco di Brignole, non ricordo se personalmente o attraverso uno di Rezzoaglio, mi vedo avvicinare da uno – mi conoscevano tutti benché fossi clandestino e mi fossi fatto crescere la barba. La clandestinità, ricordatevi, è sempre relativa, sempre! (si ride). Fatto sta che viene questo e mi dice: “Il parroco di Brignole le vorrebbe parlare”. Ero nelle vicinanze e sono andato. “Senta ho l’incarico da due persone che sono venute da me, che alloggiano da me, di far venire dei lanci in reparti partigiani possibilmente non comunisti”. Io mi son detto: “Il più vicino è quello di Gino”, ma sapevamo che era comunista… Voi eravate più lontani. Poi c’era il piccolo reparto di Banfi [69] che però era dominato da Franco Maltese[70], comunista. Sono rimasto un po’ lì. Era il primo colloquio e credenziali al parroco non ne potevo chiedere. Mi aveva detto: “Sun mandè dai americani”. Americani che vorrebbero mandar roba, fare lanci ma a non comunisti. “Eh guardi, io di queste cose non mi occupo direttamente ma posso dire che se fanno dei lanci a un distaccamento di partigiani che posso indicarvi, è fatto bene perché è gente che si batte poi io la fede politica sa…”. Siccome nicchiavo m’ha detto: “Fissi un appuntamento con queste persone che verranno a parlare prima con lei”. Ci siamo trovati in un bosco vicino a Rezzoaglio. Quando? Di lanci ce n’era già stato uno a Voltaggio, ma prima della Benedicta. Dunque sarà tra giugno e luglio del ’44. Sono andato all’appuntamento e uno era Manuel Strasserra e l’altro Risso, quello delle motociclette che a Genova c’è ancora ora. Mi parlano in genovese: “Scial’è zeneize?”, e parliamo genovese. Risso stava piuttosto a sentire: “Sun vegnuo in misciun fiduciario di americani, g’ho a radio e l’urdine de cercà un distaccamentu pe fa in lanciu de armi e divise”. “Guardi, l’ho già detto al parroco, per me non c’è altro che quel distaccamento lì che in questo momento si trova alle Lame”. Tu (Gibì) allora eri… a Panesi. “Prenda i dati: al bosco delle Lame c’è una situazione favorevole, un piccolo altopiano con alberi”. Hanno preso nota. “Ma voialtri chi vi manda?”, ho detto. “Il comando americano, siamo venuti con gli aeroplani”. Neppure il nome mi avevano detto, solo Risso mi pare mi avesse detto: “Sun u Risso”. Ho avuto fiducia. E se gli avessi chiesto di più potevano facilmente darmi carte false.

Gibì È vero ma attraverso il parroco potevano dirti che li aveva mandati Taviani…

Canevari No, hanno detto solo: “Dagli inglesi non aspettatevi niente…”, e difatti…

Gibì Altri accordi o contatti con gli alleati?

Canevari È venuta Walla Walla…

Gibì Ma il primo contatto è stato Gordon Lett [71] e quello mandato in Corsica, Gore[72], da Voltri in Corsica. Lui il primo collegamento ma mi pare passato attraverso l’organizzazione di Balduzzi. Noi infatti nei mesi di marzo, aprile, maggio a Cichero si aspettava il lancio e credo che il collegamento fosse tramite quel giro lì… se ne potrebbe chiedere a Serbandini. Il nostro messaggio era “la mia barba è bionda” e “gatta ci cova”. Insomma c’è stato questo primo episodio, poi c’è stato il secondo episodio che dici tu e nello stesso tempo c’è stato un lancio sull’Aiona. Ricordo che noi eravamo a Pannesi ma c’è arrivata la nostra parte di sten.

Canevari Da quando Strasserra m’aveva detto, da genovese a genovese, “Non fidatevi degli inglesi e appoggiatevi agli americani”, sarà passato direi un mesetto. L’incontro era avvenuto quando io ero ancora a La Villa e avevo informato Bini e Gino. E Bini se la rideva: “Ti ghe l’è dittu che nu semmu propriu comunisti”.

Gibì Poi è arrivata la prima missione americana, Walla Walla. Arrivati a Gorreto ma in paracadute scesi sulle Lame (fine luglio, primi agosto ’44) [73]. Ma non sono stati moltissimo. È stata un periodo mi pare in Val d’Aveto poi è venuta in Val Trebbia al castello di Gorreto. Io sono stato ferito il 16 luglio, sono stato un lungo periodo a Corsiglia, anche un paio di settimane, poi è venuta giù la Monte Rosa e io ho detto: “Portatemi via di qua, portatemi via di qua”. M’hanno caricato e m’hanno portato con un mulo fin a Montebruno. Lì c’era Bisagno – c’era già tutta la Val Trebbia libera – m’ha caricato sulla motocicletta e sul sellino di dietro mi ha portato a Gorreto. Sono stato un po’ a Gorreto…

Canevari Guidava che era una cosa dell’altro mondo e un altro buono di quel genere era Miro [74]. “Vado io con la motocicletta” e dopo 50 metri era per terra.

Gibì A quell’epoca lì, in agosto più o meno, al Castello di Gorreto c’era Walla Walla. Quali rapporti con loro? Hanno organizzato lanci?

Canevari Ma… li ho conosciuti ma adesso bisogna che frughi perché in quel momento eravamo preoccupati perché si era parlato – non ricordo esattamente da chi – di dar vita a questo comando zona e io mi logoravo il cervello per dire cosa ci vuole e ho detto prima di tutto filo telefonico e apparecchi perché sai… era tutto da fare, servivano km di filo telefonico, mandavamo ordini in val Borbera.

Gibì E con gli americani quale rapporto: confidenziale, politico, amichevole…?

Canevari No, niente. Era di quella gente che ha voglia di far poco. Mangiavano – in quel momento avevamo Madrid[75] in cucina – educati, gentili, ci davano sigarette… Non ricordo neppure se erano ancora lì quando abbiamo passato la Trebbia, di notte, sotto i tedeschi.

Gibì Ci avevano chiesto un accompagnamento, una scorta, muli e se ne sono andati fino a Massa Carrara[76]. Sono passati ma hanno lasciato poche tracce. Poi, dopo di loro arrivano due missioni alleate, una inglese comandata dal colonnello McMullen[77] di cui il secondo era Basil Davidson[78]. Contemporaneamente era arrivata la missione americana comandata dal capitano Vanoncini [79].

Canevari Sono arrivati insieme.

Gibì Ora mentre quella inglese era molto qualificata politicamente, interrogava, seguiva, quella americana era per aiutare. Adesso potrebbe essere interessante – ricordo che Mc Mullen e Davidson avevano un buon rapporto con te – ché tu ne parli.

Canevari Tanto più che io, per conto del Comando, avevo oltre i miei soliti compiti, quello del rapporto con le missioni. In secondo luogo, come sai, mi arrangiavo un po’ anche in inglese. Davidson parlava e capiva un po’ di italiano ma Mc Mullen zero e quindi con lui, perché il capo era lui, riuscivamo a dialogare più o meno bene. Volevano sapere qualcosa sui nostri indirizzi ma sempre prudenti attenti ad a mantenersi sul vago. Il momento cruciale – sapevano che io non ero comunista – è stato quando ci hanno letto la lettera di Alexander: “Non vogliamo che i partigiani scendano a liberare…”.

Gibì Che tu ricordi avevano tentato di stabilire qualche canale politico con il CLN o altri del Comando, tipo Lupis?

Canevari Guarda, l’unico tentativo è partito dalle nostre formazioni, non mi pare da Genova. È venuto da Umberto Zolesio, quello di GL che all’epoca comandava una brigata GL, a Canale, in val Trebbia, poco sopra la Val Trebbia e aveva una formazione su quattro distaccamenti che in precedenza erano stati disarmati; un affare che poi avevo dovuto andare io con Marzo a dirgli vi diamo le armi ma voi… Insomma una specie di accomodamento. Comunque lui che già aveva avuto con noi qualche screzio specie per quel rastrellamento che era arrivato fin quasi a Fontanigorda senza che i suoi… Comunque è successo diverse volte che questo GL è andato da Van per dire che facesse venire i lanci a lui, per loro. A me l’ha detto Van perché come tu sai aveva gran fiducia nel sottoscritto e mi voleva far crepare col mangiare uova. Al mattino la prima cosa che mi diceva era: “setta giù, Canevari – parlava un americano lombardo – Giuse, metti subito due uova fritte lì per Canevari”. Era una abitudine che aveva preso. E Van m’ha detto: “Umberto è venuto da me e m’ha detto che loro non erano comunisti e di mandare i lanci a loro sennò i comunisti poi chissà cosa ne avrebbero fatto e io gli ho detto: “Bada bene, vuras esta zona o non vuras” – e vuras voleva dire lavora – e lui ha detto: “Eh no, noi indipendenti”. “Allora se vuras esta zona, allora lanci e chiamare Canevari; se non vuras esta zona, niente lanci”.

Gibì Passo indietro, al Castello di Gorreto in agosto io ci ho trovato il nostro amico Erasmo Marré, “Minetto”, col quale dopo l’8 settembre eravamo rimasti che si partiva per Napoli e non avevo saputo più nulla di lui. Minetto era venuto con una radio e si era piazzato al Castello di Gorreto e siccome noi avevamo questa vecchia amicizia personale voleva un po’ sapere la situazione. Era con altri che non conoscevo e lavorava per una organizzazione americana, “team Meriden”. Avevano fatto dei corsi e li avevano paracadutati mi pare in zone piemontese. C’era Alfa Tomei e altri, tutti dell’Azione cattolica. 

Canevari   C’era anche quel magistrato…

Gibì Righetti [80], ma lui s’è aggregato dopo e non era stato al Sud per l’addestramento. Per dire che era gente che veniva direttamente dagli americani e che aveva strettissimi rapporti sia con Siri [81] sia con Taviani per cui loro facevano questa missione radio però continuamente venivano a Genova e prendevano le direttive e le notizie politiche. Allora e nei mesi successivi io ha avuto lunghissimi colloqui con Marré in cui lui teneva un atteggiamento così, di lealismo nel senso di dire “ma sai, cosa te ne pare, queste formazioni non tenderanno poi alla rivoluzione, cosa ne pensi”. Cercava confidenzialmente… e da parte sua dichiarava che queste formazioni, sia pure organizzate dai comunisti, erano efficienti e meritevoli d’aiuto[82]. Rapporto che ad un certo momento si è trasformato in una direttiva che sicuramente è venuta da Genova. Minetto ha lasciato la radio a Marco Balduzzi [83], che era iscritto al Pci, ed è passato alle formazioni, per diventare comandante della brigata Arzani quando è stato sostituito Marco. In quell’epoca si colloca la lettera “Io Bisagno”, l’attività abbastanza frenetica di Gigetto e l’azione di Alfa e Minetto e Scrivia che cercava di coinvolgere tutta sta gente in un piano per rendere autonome le formazioni Garibaldi. Il ragionamento era questo: i comandanti sono tutti non comunisti, Banfi, Bisagno, Scrivia, Marco Anselmi [84] e ora non ricordo gli altri. Perché queste formazioni devono continuare ad essere controllate da commissari politici comunisti visto che non corrisponde alla situazione? Qui c’è stato un vero e proprio piano di cui non conosciamo i particolari, le direttive e i dettagli per un capovolgimento della situazione. E uno degli autori di questo fallimento sei stato tu perché in sede di Comando zona hanno inutilmente cercato di portarti in questa congiura.

Canevari Hanno montato Bisagno… Come sai era popolare ma come acume e preparazione politica era piuttosto scarso. Io giudico da congetture, da quello che poi si è svolto. L’hanno montato talmente che lui ha scritto la lettera. È stato quando il Comando zona era frazionato. Io ero rimasto ad Alpe di Gorreto ed era tempo di Natale perché mi ricordo che c’erano i prigionieri con quel Dué [85], il capo dei prigionieri, quel Walter [86] che poi è stato fucilato dai tedeschi, quello che zoppicava. Erano lì in una piccola osteria e mi hanno offerto – avevano qualche soldo non so come – una bottiglia di vino. Natale o Capodanno, proprio a Alpe di Gorreto ed è stato lì che io ho saputo della lettera “Io Bisagno”. Ero il solo del Comando zona. Dopo gli ultimi rastrellamenti ci eravamo sbandati. Bini aveva ricevuto quella stupidissima lettera lì dove Bisagno tracciava addirittura le direttive politiche; far passare 2 o 3 anni prima di prendere la decisione di aderire a un partito, non fare propaganda politica nelle formazioni. Quando Bini l’aveva vista, controfirmata per giunta da Ugo e Miro, subito aveva detto “fantasie di uno che non ha mai fatto politica”. Bisagno non aveva una idea, l’hanno fatto passare per un democristiano ma non lo è mai stato. Lui la Democrazia cristiana non sapeva neppure cosa fosse. Bini letta lettera e vista l’approvazione di Miro e Ugo è uscito in una esclamazione: “Ma cose han fetu, sun diventè scemmi e u Canevari cose u l’ha ditu?”, e allora gli hanno detto “U Canevari u nu ghea”.

L’iniziativa aveva uno sfondo morale: il primo scopo era politico ma bisognava demolire soprattutto Miro che era un capo abbastanza accreditato perché tutti si rendevano conto che in questa nuova milizia, questo tipo di guerra, la popolarità degli uomini, dei comandanti tra i partigiani aveva una certa importanza.

Gibì Sì, più o meno e comunque c’era consenso.

Canevari Sì, più o meno ma per quanto riguarda la popolarità loro volevano smontare Miro e Miro aveva prestato il fianco. Aveva questo modo di fare un po’ di soldataccio e si aggiungeva un aspetto sul quale faceva leva specialmente Bisagno: le donne. Aveva promesso a quella Liana o Loana [87] non ricordo, che era una… così così, di sposarla e aveva cominciato le esperienze prematrimoniali. Il che aveva creato scandalo e sollevato le obiezioni di Gigetto tanto che io ricordo un discorso di Attilio [88]: “Veddu che sucedde di pastissi a Cabella cuntra u Miro. Chi gh’è a man du preve”.

 Pausa: chiamati da Carlotta si va a tavola.

Gibì C’è stato un momento in cui il tuo intervento nel Comando Zona è stato determinante in una certa discussione per non far passare un attacco che i democristiani avevano sferrato…

Canevari A Fascia, la prima riunione di Fascia.

Gibì Ti chiedo se non hai avuto la sensazione, in quell’inverno lì, tra la lettera di Io Bisagno e le manovre che si sono intrecciate nella sostituzione di Marco Anselmi con Minetto al comando della Arzani, di una azione orchestrata da Genova, dai tirafili della Dc che avevano poi come canali principali Minetto e Alfa di una azione decisa per il tentativo di autonomia della… e anche Banfi.

Canevari No, Banfi no; era uno negativo sul piano della politica – sai che è venuto qui a consegnarmi la croce di guerra?

Gibì Nell’agosto avevano rapporti diretti e continui perché per via della radio si muovevano in continuazione e venivano a Genova personalmente e avevano contatti con Taviani e con la Dc. Non dimentichiamo che tutta questa gente qua – io nel primo anno di università nel ’42 sono stato iscritto alla Fuci di cui il cappellano era Siri che diventa poi immediatamente vescovo ausiliario e col quale erano legati da una saldissima amicizia. Io adesso non so dire quali fossero all’epoca i rapporti Siri-Boetto[89] ma ho l’impressione che Siri svolgesse già un ruolo determinante – più giovane, più attivo… poi era anche venuto a Rocchetta a visitare l’ospedale e aveva incontrato me e Minetto.

Canevari Era venuto con quello dell’azienda del latte… [90]

Gibì Sì e io l’ho ricevuto a nome del Comando zona. Andiamo comunque all’episodio di Fascia. A Fascia ci sono due episodi

Canevari Aspetta provo a localizzarlo…

Gibì La fine del rastrellamento d’inverno si colloca sul 2 febbraio quando abbiamo fatto prigionieri a Cantalupo…

Canevari Un momento, quella (nda, puntata) del 10 febbraio 1945 che io ero in quel momento a Fascia con Van e ci hanno annunciato una colonna di tedeschi e fascisti, una colonna da Torriglia e una da Buggi; tre colonne. È quando siamo fuggiti e ci avevamo i prigionieri, l’ospedale e un piccolo distaccamento che sarebbe stato il Comando zona…

Gibì Vabbé ma poi c’è stato l’ammutinamento del distaccamento di Santo [91].

Canevari Quello è il secondo episodio di Fascia: disarmo di Bisagno. È il secondo o il primo… Diciamo per la cronologia che c’è stata una prima riunione a Fascia di Gorreto per la venuta del Comando, di esponenti del comando regionale…

Gibì No, del Comitato di liberazione; sono venuti Taviani, Pessi, Bo [92].

Canevari No, un momento. Il generale Martinengo è venuto dopo… al secondo sono Martinengo e Trombetta[93] del partito d’azione che hanno stabilito che Bisagno lasciava il Comando della zona.

Gibì …e della Cichero.

Canevari Il vicecomando di zona e anche della Cichero. Bisagno trasferito. Quando aveva sparso la voce che doveva essere disarmato e sono venuti su due distaccamenti… Voce avallata da Bisagno. (nda; La prima riunione di Fascia è stata il 7 marzo 1945) Quando c’è stato il primo scacco a Bisagno, durante il quale erano state pronunciate minacce non certo blande, di poter giungere persino alle vie di fatto, presenti noi nella casa di Fascia. Ma nella prima delle due riunioni di Fascia, io ho preso le difese di Miro, e in quel momento è nata la formazione della Pinan Cichero.

Gibì era una riunione del Comando zona in vista dell’insurrezione?

Canevari Una riunione nostra, di comandanti delle formazioni, e delle brigate.

Gibì Quella famosa in cui a Moretti [94] avevano chiesto cosa pensava del CLN e lui aveva detto tutti ladri e spie?

Canevari Ecco quella era la prima riunione.

Gibì E in quella riunione si è discussa la posizione di Bisagno?

Canevari Bisagno ha attaccato Miro. Eravamo già lì ed era una riunione di comandanti, distaccamenti ecc. C’era Pessi del CLN e di fuori mi pare non ci fosse altro comunque un particolare in sovrappiù è che all’inizio mentre stavamo parlando di esaminare queste critiche al Comando zona e in particolare a Miro, in cosa consistevano e perché Bisagno non voleva che si facesse la Pinan Cichero che il Comando invece era per farla e in quel momento è entrato Don Pollarolo [95]. Eravamo in un’osteria, in una camera separata, lui viene dentro, vede questa gente assisa attorno a un tavolo e dice “oh scusate, io credevo che fosse una osteria ma…”. Io l’ho riconosciuto e gli ho detto “Don Pollarolo – nel frattempo era già cominciata la discussione con toni molto aspri tra Bisagno e soprattutto Miro che stava a sentire ma bolliva – venga pure se vuole, si accomodi”. “No, no, grazie…”, “D’ogni modo ci raccomandi allo spirito santo che ne abbiamo molto bisogno” e lì è partita una risata.

Pessi, aveva cominciato lui domandando ai capi partigiani che opinione avevano dei comandi e specialmente dei comandi centrali, del CLN; nessuna risposta. Aveva insistito: ma su dite, siamo qui tra amici, potete parlare, insomma non c’è nessun motivo per non dire il vostro parere. Allora Ras, comandante di brigata, un tipo di contadino, un pezzo di giovanottone, stava lì mezzo addormentato con le braccia incrociate mentre di tutti gli altri nessuno parlava, fatto sta che a un certo momento insista che ti insista anch’io gli dico: “Ma Ras puoi dire, non c’è mica da vergognarsi”, lui alza il testone e dice: “Da noi si è sempre creduto che si tratta di una manica di lazzaroni, di ladri e spie”. Risata di tutti; solo Pessi ha fatto un sorrisetto un po’ giallastro [96].

La discussione accanita era nata da una critica all’operato di Miro. Ha cominciato Bisagno: “Tu Miro non hai fatto altro che sbagli”. Perché c’era stata quella questione di far venire la Mingo nella vostra (di Gibì) zona. La divisione Mingo era stata decimata, frantumata, operava oltre lo Scrivia ed era andata male; di giorno non potevano più uscire perché c’era pieno di tedeschi; niente boschi e niente rifornimenti. Ne avevamo parlato “là non possono far niente, fanno la fame.” Io mi ero opposto: in val Borbera funzionavate bene ma eravate saturi come densità di partigiani. Il partigiano sfruttava le risorse locali. Voialtri andavate bene. Perché far venire 7 o 800 uomini o un migliaio, al momento anche disgregati, mettendo in difficoltà distaccamentri e brigate esistenti in zona? Miro era incerto e Bisagno era favorevole a farli venire e questo era già una occasione di attrito tra loro. C’era poi stato un altro affare di cambio di distaccamenti. Tutti quelli dell’Antola, sotto l‘aspetto della dislocazione tattica erano malmessi. Bisagno voleva lasciarli com’erano e Miro come anch’io pensavamo che non andassero bene.  Bisagno, montato da tutta quella cricca che tu conosci era venuto lì proprio per attaccare, per dimostrare gli errori di Miro. Ha cominciato lui – da testa dura che era, senza diplomazia. “Miro è un comandante che non ha fatto altro che errori: errori nelle cose della Mingo, errori nel disporre i distaccamenti.” Uno di questi mi pare era stato attaccato non so se a San Clemente e aveva dovuto scappare. Insomma era andata male una piccola azione.

Miro stava a sentire poi quando si è parlato dell’affare della Mingo o dei distaccamenti ha detto: “Non ho commesso errori e comunque era d’accordo anche Canevari”. E così mi ha chiamato in causa. E io ho detto, sì, è vero; con Miro ne abbiamo parlato e io ho giudicato così e tu Bisagno non c’eri e neppure ti facevi mai vedere. Non partecipava perché forse aveva antipatia per Miro. Era il comandante della divisione Cichero e frequentava di continuo i suoi distaccamenti dove conosceva quasi tutti gli uomini. Là era Bisagno, popolare, una specie di semidio ma come comandante di zona, di fronte a me o a Miro e qualche altro come Rolando [97] e Attilio che lo consideravano magari un buon combattente ma una testa da poco… Fatto sta che testardo com’era e poco intelligente non era mai venuto, salvo quella volta lì per attaccare Miro.

Gibì Era un grosso combattente, un trascinatore che interpretava la sua funzione di comando esclusivamente come educativa e di esempio per cui girava per dei mesi senza che si sapesse dove fosse e andava comandare a turno tutti i distaccamenti. Andava lì, stava due o tre giorni, studiava, faceva un’azione. Non aveva una visione della funzione di comando. Intendiamoci: la funzione di comando era difficile per la mancanza di collegamenti perché tra una brigata e l’altra ci potevano essere 5, 6, 10 ore di cammino a piedi per cui a un certo punto era difficile coordinare un movimento di reparti e secondo me lì c’è un elemento fondamentale di studio delle formazioni che poi io ho anche verificato nello studio della insurrezione di Genova nel senso che sì c’era un piano di massima però anche tutti i comandi di brigata e di distaccamento, anche i minori avevano ricevuto un addestramento politico militare che gli rendeva possibile partecipare ad un certo piano strategico anche senza un collegamento di comando. Praticamente un comandante di brigata sapeva come si muoveva la brigata accanto. Attraverso i paesani, informatori, staffette intuiva e quindi si poteva muovere anche senza… Quindi, effettivamente, la funzione di comando centralizzata era resa molto difficile da questa mancanza di collegamento. Con tutto ciò i comandi avevano una importante funzione direttiva, di educazione, di schieramento ecc. Poi lui, Bisagno, non accettava la politicizzazione che invece era per me il segno della maturità politica del partigiano, quel che gli permetteva di muoversi da solo…

Canevari È un discorso lungo perché se da un lato vogliamo nei comandi degli organizzatori, gente che la pensi come vuole ma dia un contributo valido e capace alla lotta, abbiamo un denominatore comune che è in sostanza la lotta contro fascisti e tedeschi. Se poi inserisci in questo la propaganda di un partito che predomina e quasi domina fino all’80-90% le formazioni attraverso i commissari e molti comandanti crei che quelle minoranze che, magari per ignoranza, dicono “perché fare politica?”, e non rendono quello che dovrebbero rendere. Io ho dovuto personalmente inghiottire parecchi rospi. Facevano riunioni escludendo i non comunisti… Persino nel bosco di Brugneto, lassù nel rastrellamento d’agosto, ridotti in una selva, una vera macchia con acqua e maltempo, Miro con altri comunisti, Ugo, Marzo e due o tre altri avevano fatto una riunione in un boschetto un po’ lontano dal Comando ma non tanto lontano che non si sentisse tutto, dove si parlava delle direttive del partito, ma anche di Tizio, Caio e Sempronio – “quello lì è un amico”. Insomma, si sentiva tutto anche se erano soi disant appartati. E io ero lì, morto di fame, malandato, con mezza bronchite dal prendere tanta acqua, freddo che ho detto: “Ma vada un po’ come volete”. La politica per conto mio, pur intesa nei miei rapporti – lo devo riconoscere – con molte buone maniere, era nel complesso più negativa che positiva. Ricordo ancora – ero a Rezzoaglio già da un po’ – che era comparso un tizio che non si sapeva, un inviato mandato dal partito. Io gli avevo chiesto: “Ma tu di che distaccamento sei?” e lui: “No, io non sono in nessun distaccamento”. “E cosa fai allora?”. “Mah, adesso vado là…”. E ho capito – ci voleva poco – che era un propagandista che veniva a controllare. Insomma la parte puramente di propaganda che si esercitava intensamente; oltre quella fatta da Attilio e dai suoi cagnotti che aveva uno scopo evidente, formazione delle giunte e delle amministrazioni comunali di cui almeno non si faceva mistero. Ma c’erano anche quelli che si sentivano urtati e a me che ero conosciuto come un non comunista, amico ma non iscritto al partito, più d’uno diceva: “Eh, quelli veuan cumandà, veuan fa tuttu lu e nuiatri che semmu chì”, eccetera. Comunque siamo andati avanti e siamo arrivati a quella riunione lì perché per iniziativa ora non ricordo di chi volevano che Miro desse le dimissioni o almeno dimostrasse che aveva ragione. Comandanti di brigata e poi si sa a quelle riunioni veniva chi veniva. C’era Marzo… Saranno state 20-25 persone, dieci da una parte e dieci dall’altra. E Bisagno, dopo quel primo inizio di Pessi, ha subito aggredito – era un testone, tutto d’un pezzo, non curava la forma. “Tu Miro non hai fatto altro che bestialità”. E Miro ha risposto: “Non credo che ci sia errore perché questo distaccamento sotto l’Antola non poteva vivere e neppure aveva spazio d’azione e ad ogni modo ero d’accordo completamente con Canevari”. E Bisagno, vedendo forse che perdeva terreno anche perché io avevo dichiarato onestamente che accettavo la corresponsabilità della decisione di Miro, ha fatto accenni non troppo velati ad aspetti morali, dicendo: “Tu non ti sei fatto rispettare, a Cabella lo sanno tutti”. Miro ha reagito piuttosto male: “Ma Bisagno la smetti” gli ha detto mentre Bisagno continuava a scaldarsi. Io ero un po’ allarmato: “Qui vengono alle mani” mi sono detto. Erano tutti e due armati e si erano alzati in piedi e a questo punto sono intervenuto proprio da paciere: “Siamo qui da partigiani, abbiamo già tutte le nostre grane e per di più ce la prendiamo tra noi a ‘sto modo. Se pure Miro avesse fatto degli errori, cosa che peraltro non ammetto, critichiamoli e cerchiamo di trovare una strada giusta ma non è da dire che abbia mancato ai suoi doveri”.

Gibì E Scrivia?

Canevari Zitto.

Gibì Non mi ricordo la data precisa della prima riunione ma ricordo che la decisione di fare la Pinan Cichero è venuta l’11 marzo 1945 [98].

Canevari Dopo discussioni a non finire e perché io ho insistito molto.

A questo punto la registrazione si interrompe per mancanza di bobine utilizzabili. Del seguito rimangono gli appunti che seguono presi da Franco Carlini.

Canevari Alla fine restiamo ultimi: io, e Bisagno nero… E io insisto sulla necessità materiale e logistica di fare la Pinan Cichero.

Gibì Bisagno era uno che combatteva nei distaccamenti ma poi alla fine scompariva. Lo stesso Scrivia, dopo il rastrellamento d’agosto, se n’è andato per due mesi. A Capanne di Cosola tedeschi da tutte le parti. Che facciamo? Scrivia e Toscano[99] vanno a “cercare ordini da Bisagno”. Torna 15 giorni dopo. Io resto con 60 feriti.

Altra volta Bisagno era andato fino a Marsaglia in un botteghino…

I fratelli Cabib [100] che dopo il rastrellamento arrivano senza fucili.

Canevari Lui stava a testa bassa e io l’avevo preso per il ciuffo: “Ma non vuoi ragionare? Qui ci vuole il principio dell’organizzazione”.

Bisagno resta sulla negativa e probabilmente caricato da Santo e Dedo [101] torna quando per il Comando regionale viene su un rappresentante.

C’erano state voci che si voleva disarmare Bisagno.

Doveva arrivare il generale Martinengo (Durante)… Trombetta. Arrivano e si insediano. Canevari era a Foppiano. Viene chiamato di corsa a Fascia: “ci sono i distaccamenti che si sparano.”

C’erano i distaccamenti di Dedo e Santo con le mitragliatrici fuori del paese e, di fronte, due distaccamenti comunisti, Scalabrin [102] e …

Insomma Bisagno aveva aizzato dei distaccamenti dicendo anche cose non vere, che sarebbe stato disarmato. Il comando di Genova intendeva invece proporlo per un altro comando.

15-20 giorni prima nel Veneto si erano effettivamente sparati.

Attilio propone riunione con quelli di Bisagno per chiarire e vedere cosa c’è.

Ricomposizione: verso Bisagno non si procede e si soprassiede, i distaccamenti tornano… Bisagno in tutta questa vicenda non si faceva vedere ma era lì in giro. Aveva parlato con Martinengo (origine cattolica, amico di Minetto).

 2. Intervista di Manlio Calegari (“M” nel testo) a Umberto Lazagna (Canevari) a Fontanigorda, agosto 1974.

1974: Canevari (a sinistra) assieme a M. Calegari, a Fontanigorda il giorno dell’intervista.         

All’epoca Canevari era in campagna a Fontanigorda, nell’albergo di Alma e Federico Rossi – amicizia risalente all’epoca della partigianeria – dove l’avevo raggiunto con Antonio Medina. Lo scopo non era riprendere l’intervista precedente ma, sollecitati dall’iniziativa di Lotta Continua che aveva dato vita ai “Pid” (“Proletari in divisa”), approfondire il tema degli effetti della politicizzazione nelle formazioni militari.

Canevari (inizia rispondendo a domanda non registrata che attiene alle differenze di esperienza tra eserciti “popolari” e regolari): È un problema che mi sono posto e che ho affrontato in una conferenza a Rivarolo, su invito del partito o dell’Anpi, non ricordo. A quell’epoca ero forse più entusiasta di adesso dell’esperienza partigiana. La provenienza di chi si presentava era incontrollata e incontrollabile; perché uno veniva su, anche se non lo mandava nessuno, o se nessuno lo conosceva. Poteva essere un ladro, una spia, un scarmu de galea, e diceva: “Vorrei entrare”. “Dai, prenditi un nome di battaglia e vai al distaccamento”. È un sistema di reclutamento che, non dico che i soldati normali debbano fare tanti esami salvo che per la Ps – che poi nemmeno direi che diano grandi risultati – ma per lo meno c’è una visita di leva, una chiamata, una conoscenza dei distretti e se c’è dei pregiudicati vanno alle compagnie di disciplina, reparti dove c’è una disciplina tutta particolare. Qui no! E allora si capiscono certi guai come il caso di gente che purtroppo dobbiamo ammetterlo ha fatto la spia. La presenza di femmine, qualcheduna con funzioni di staffetta e un po’ anche di segretaria relativamente alle quali c’era quasi un giuramento tra noi che tutti i comandanti erano assolutamente obbligati a non toccarle a non tormentarle che poi qualche capo – escluso il sottoscritto e Bisagno – e potrei dire pochi altri abbiano rispettato la consegna… Avrei dei dati ma è inutile parlarne.

Comunque effettivamente il funzionamento di un esercito così, raccogliticcio e senza precedenti e quello che è più grave senza nessun obbligo di stare… C’erano tanti che, ad esempio, un concittadino del qui presente Calegari, figlio di un capostazione di Sestri Levante che dopo due mesi ha detto: “Ma mi… se mangia ma… se dorme quandu se dorme e poi adreitua me mandan de pattuglia e gh’è periculu anche de sparà…”. “Alua – gli dico io – l’ea megiu anasene a Hollywood o zu delì e nu chi in sce l’Antua a fa da partigian”.

Lassù o c’era la sanzione per i fatti gravi, condanna a morte, fucilazione – cosa che per una persona equilibrata rappresenta anche un caso di coscienza – oppure niente. In qualche caso si usava legare al palo. Erano ragazzi. C’è un episodio che m’è rimasto in mente. Attilio aveva fatto legare al palo due che, credendo d’essere in pieno diritto, avevano sporto il sedere fuori della finestra e avevano fatto, con gran piacere e dal terzo piano, i loro bisogni… ma con gran dispetto di quelli che passavano. Erano questioni difficili (toccavano abitudini, cultura, spirito del gioco ecc.).

Secondo me per arrivare ad esercitare un comando utile bisogna prima di tutto avere delle attitudini militari e una certa prestanza, un ascendente. Necessario anche in un esercito regolare e io l’avevo sperimentato fin dal principio perché dico la verità, da tenente sulle montagne del Trentino avevo preso un ascendente sui miei soldati che anche se erano mezzi fifoni o gente scadente li ho portati a venire con me di pattuglia e la batteria s’è sempre fatta onore, quindi l’ascendente vale per tutti i casi. Lì, tra i partigiani, molto di più. E poi in linea di principio primo nel faticare, primo nel combattimento, ultimo a ritirarsi e poi mangiare e dormire tutti eguali, senza distinzione, anche questo porta onori ma anche una vita pesante. Perché oltre ai pesi soliti che per me cinquantenne sono stati durissimi, abituato a vivere civilmente con un bagno, cominciare a caricarsi di pidocchi, mangiare quando e come si poteva, era un affare serio. Ma era quella la regola. Eppure, malgrado tutto questo, ci sono dei comandanti che sono riusciti ad avere in mano il reparto, impegnarlo, portarlo al combattimento, a farsi ubbidire e stimare.

M Nei distaccamenti c’era un confronto che poteva essere definito democratico?

Canevari C’era. È vero quello che scrive Gibì in Ponte Rotto, della riunione serale nei casoni. Io ho presenziato a volte sia pur raramente. Il richiamo di Ponte Rotto è esatto come anche la paternità spirituale di Bini che era proprio l’ideatore di queste cose. Ci sono anche i ricordi di quando ci sono state le crisi, come dopo il rastrellamento dell’agosto ‘44 che eravamo quasi a zero con gli uomini, chi di qui e chi di là, e noi in una macchia dalle parti di Ferriere di Val d’Aveto dove non si vedeva a tre metri di distanza e dove pioveva in continuità, e quindi bisognava dormire bagnati come pulcini, e faticare – spostamenti continui – perché avevamo la Monterosa, e i fascisti alle calcagna. E mangiare come gli uccelli. In due giorni avrò mangiato una decina di prugnette selvatiche, insomma megiu che ninte. E poi Dente, Lucio e forse Marzo, andando in giro avevano raccattato un pezzo di prosciutto che sarà stato due o tre etti e l’hanno diviso in sessanta parti con cura meticolosa in modo che c’è toccato a tutti un rettangolino di mezzo dito, tutti uguali che se ne poteva fare un mosaico, il mosaico della fame. Anche l’improvvisa azione di svincolo dal rastrellamento e l’occultarsi in quella macchia lì mentre passavano questi reparti alpini che anche a dieci metri non ci vedevano. Noi li vedevamo ma loro non potevano vedere noi nella macchia. E pioveva e ricordo il prete che era con noi, Sbarbaro, il cappellano delle nostre formazioni, l’ho visto dormire in piedi appoggiato a un albero. Non avevo mai visto una cosa simile. Era tutto inondato d’acqua, appoggiato così gli aveva preso il sonno e dormiva come un angioletto. Tutto questo per dire che in quegli alti e bassi e malgrado tutto s’è manifestata coesione. C’era stato il momento della batosta e a Torriglia ci eravamo difesi alla bell’è meglio finché avevamo munizioni ma loro erano tanti e abbiamo dovuto tagliare la corda e siamo finiti là dove siamo stati più o meno una settimana e poi chi ha risolto o ha pensato di aver risolto il problema del vettovagliamento è stato Barontini, “Rolando”, che in quel momento era commissario, e aveva dato ben 200mila lire – una cifra enorme neppure so dove li avessi presi – a un tizio in gamba all’apparenza che si spacciava per macellaio: “Vado a comprare un bue e poi ve lo porto, ve lo macello” e alla fine n’emmu vistu ciù ni bue ni maxellà ni duxentumilla franchi… Ma quello era stato una caso eccezionale perché lì saremo stati 70-80 elementi e quello era l’unico birbone – un contadino che se ne intendeva, “megiu duxentumilla franchi che tutta a partigianeria e so cumandanti” – e Rolando s’era fidato. Ma anche in quella circostanza di vita difficile, fame, freddo e tutto il resto, era prevalsa la coesione, abbiamo riformato due distaccamenti e tutti questi ragazzi che venivano – perché poi nelle campagne si sentiva dire: “Ma devan ese là” – e trovavamo i distaccamenti che… Io dico che queste formazioni di carattere popolare, senza gradi i comandanti, senza obbligo né di stare né di andare, con tutte le tentazioni che può dare la fame, la nostalgia, la mancanza di una ragazza, i più giovani specialmente, eppure siamo andati avanti… malgrado quel terribile proclama di Alexander che aveva detto ai partigiani: adesso, dati i tempi, andatevene pure a casa. E noi: “E bravo, e duve a l’è a casa?”. Tutti marcati. Io personalmente avevo già avuto l’onore di essere esposto, una bella faccia da signore, su “La Fiamma repubblicana” di Chiavari: “Umberto Lasagna, attualmente Canevari, comandante ecc. ecc.”. E cosa faccio: vado a casa?

M E il suo incarico di comandante di zona?

Canevari Io ero stato incaricato di organizzare il comando zona nel giugno luglio del 1944. In seguito c’è stata a Capanne di Carrega la riunione di tutti i comandanti, brigate distaccamenti ecc., più di 50 persone, e lì hanno fatto le elezioni.

A dirigere erano i comunisti ma c’erano anche dei non comunisti. C’era il generale Rossi venuto in ispezione con Pieragostini. Pieragostini era uno del Comando Militare Regionale e aveva preso la direzione effettiva dell’assemblea ma dei problemi dei partigiani sapevamo di più noi che vivevamo in zona. Tanto che io avevo preso la parola e fatto una specie di requisitoria contro il comando militare: avevano lasciato che ci arrivassero addosso colonne di fascisti e di tedeschi da Genova e da Torriglia senza darci una parola di avviso pur avendo una sua organizzazione di staffette. Ci eravamo trovati i nemici faccia a faccia senza nessun preavviso e io l’avevo detto sia pure come un rimprovero cameratesco.

Alla fine eleggiamo il comando e loro avevano già il numero uno, Miro, un rivoluzionario già organizzatore di bande, poi Bisagno che era popolare tra gli uomini e pensavano che potesse essere gradito e approvato e poi i comunisti Rolando e Ugo rispettivamente commissario e vice commissario politico. Io capo di stato maggiore, fatto che aveva sollevato le ire di Marzo che avrebbe voluto per sé quel ruolo e che nell’occasione era stato straccionato da Miro e da Pieragostini. Era una proposta condivisa e per la lotta eravamo veramente uniti.

M Il modulo ciellenistico però non era facile da applicare in montagna. Che ruolo attribuivano i comunisti a Canevari?

Canevari Ero una copertura, un non comunista. Allora la Democrazia cristiana esisteva poco: Taviani nel CLN e Augusto Solari che era il suo vice. Nei distaccamenti il credito del CLN era basso. A Pessi che in quella famosa riunione aveva chiesto di sapere avevano risposto con una serie di complimenti dove i più gentili erano spie e vigliacchi. C’era un regolamento fatto tra l’altro dal CLN nazionale, gente in gamba come Parri, Cadorna, Morandi [103] – quel socialista che è morto – una persona degnissima che diceva che ai partigiani si doveva dare 5 lire al giorno. Mai visto niente! Anche questa era una ragione di lagnanza. Molti erano gente del popolo e dicevano “se l’en mangè le”, che è una grande virtù degli italiani…

All’epoca comunque noi avevamo scarsi rapporti con la città. Ricevevamo qualche circolare per le quali si aveva – ma non sempre – una certa considerazione. Nel complesso scarsa perché a volte neppure venivano lette o chi le leggeva usava spesso il termine “solite musse”, frase genovese espressiva.

Nel complesso eravamo degli illusi all’ennesima potenza. Avevamo l’idea, la speranza che le cose cambiassero, specialmente certe abitudini come quella del furto, l’appropriazione indebita, il borseggio, tutti i reati contro la proprietà. Se non cessare almeno dovessero scomparire per effetto delle pene molto gravi. Noi fucilavamo il ladro, anche se era dei nostri. Un partigiano, vice-comandante di divisione, si era appropriato, con l’attenuante dell’innamoramento di una ragazza, di trentamila lire della borsa del comando ed è stato processato e fucilato [104].

Avevamo una convinzione che poi si è rivelata una illusione che da quel lato le cose sarebbero andate meglio. Viceversa come esponenti della lotta e rappresentanti dei gravi sacrifici – perché durante la vita di montagna ne abbiamo fatti – avevamo poche speranze. Quando pagavamo i contadini con quei buoni con la testa di Garibaldi loro dicevano: “Ne i paghian o faian a fine du papé de strasse”. Alla fine loro hanno preso dei veri biglietti banca e ci hanno guadagnato bene. Ma quando Ugo li firmava in occasione di un pagamento diceva: “Tre mesi di reclusione” e “Attru che pagali, ne mettian in pregiun nuiatri che firmemmu ste cambiali”. In questo senso non avevamo illusioni. Io personalmente credevo che l’Italia sarebbe uscita dalla guerra nella più nera miseria, rovinata.

Alla fine volevamo specialmente due cose. Una che facessero la Corte costituzionale che potesse impedire il sabotaggio del cambiamento e l’altra il riconoscimento che come partigiani eravamo stati militari. Ce n’è voluto perché la Corte l’hanno fatta solo pochi anni fa. Ma le attese erano anche altre. Tanti speravano, “ha da venì baffone” e pensavano ad una lotta armata con l’aiuto della Russia.

L’azione dei partiti, quelli aiutati dai grossi industriali e commercianti, quelli che avevano i soldi, è stata scadente. Invece avrebbe dovuto secondo noi e anche secondo giudizi di inglesi, quelli che erano stati tra noi, valorizzare questi ideali e propugnarli nelle adunanze di Parigi, per la pace e in genere nella lotta politica in Italia. Se non servirsi, almeno affiancarsi questi comandanti, questa gente partigiana che invece sono stati messi da parte. Ce l’aveva scritto anche Davidson: “Vengono a Parigi delegazioni della missione italiana e mentre noi che siamo stati con voi e vi abbiamo molto apprezzato e stimato sia nella vostra lotta morale sia in quella militare sia anche per i principi, per l’onestà che vi avevamo riscontrato, non abbiamo avuto il piacere di trovare uno che fosse un partigiano, che conoscesse la lotta partigiana e propugnasse, magari con esito più o meno buono, questa cosa”. E notare che noi verso la fine avevamo già assunto un atteggiamento da cobelligeranti in aiuto a quello che le missioni americane e inglesi dicevano ai loro governi e quando era morto Roosevelt – 12 aprile 1945 – avevamo fatto un telegramma di condoglianze al governo americano nel quale avevo scritto: “Noi partigiani italiani che abbiamo lottato contro il fascismo e che non abbiamo esitato ad affrontare tedeschi e fascisti con la lotta in montagna, che come sapete è stata lunga e dura e ha avuto testimoni nelle vostre missioni,  noi sentiamo dispiacere della perdita di un grande uomo come consideravamo Roosevelt, amico dell’Italia e patrocinatore dei partigiani italiani nel senso di considerarli cobelligeranti… Quindi noi partigiani, noi italiani vi mandiamo le nostre più sentite condoglianze”. L’avevano letta alle radio di tutto il mondo e le missioni avevano ricevuto l’ordine di dirci che avevano molto gradito. Nei primi mesi del ’45 si intravvedeva ormai l’esito della guerra. C’era già stata l’occupazione di Roma, la perdita della Libia, lo sbarco in Normandia, la sconfitta delle armate tedesche con i russi che avanzavano… tutte cose che ci avevano convinti che era cominciata la fine delle nostre fatiche e dei patimenti e potevamo anche parlare con gli stranieri, gli Alleati, come una entità che aveva fatto qualcosa. Come del resto ci veniva riconosciuto anche dai tedeschi che, in occasione di uno scambio di prigionieri, avevano detto: “Ci fidiamo di più dei nemici partigiani che dei nostri compagni fascisti”.

M L’emarginazione dei quadri partigiani ha riguardato anche il Partito comunista?

Canevari È una risposta per me molto difficile… Io ero considerato abbastanza come comandante partigiano, presidente dell’Anpi. Miro se n’era andato subito e m’avevano messo nella lista del Fronte popolare. Mi avevano detto: “Ti daremo le preferenze della Liguria insieme a Novella e Pessi”, invece… pochissimi voti. I loro elementi, Bini, Barontini, eletti. Pessi non era della montagna ma era del CLN, era stato in prigione…

La mia convinzione è che il partito comunista abbia tenuto poco conto dei meriti partigiani.  Nella massa s’era diffusa la voce che c’era gente valorosa, e poi che non erano ladri, cosa che per la maggior parte degli italiani non troppo forniti di mezzi aveva la sua importanza. Il partito aveva messo partigiani un po’ dappertutto ma se si guarda più da vicino, a Genova, ancora di recente un partigiano giovane e in gamba mi diceva: “L’unico uomo veramente degno era Antolini e l’hanno boicottato”. Io lo conoscevo benissimo, come anche lui, con cui era sempre a contatto. “L’han fetu mui obbligandulu a travagià vintidue ue in sce vintiquattru”. Lotta a coltello all’interno. Lui avrebbe dovuto essere il primo. L’ho conosciuto come uomo della Resistenza che non temeva nulla, nemmeno la fatica, le privazioni. Durante la mia permanenza a Genova ero stato a contatto con lui, occuparci di tutta la Riviera, la propaganda e il collegamento con le piccole formazioni. Un comunista coraggioso, pronto a sacrificarsi, lavoratore indefesso, onesto che forse non considerava tanto – specie dal punto di vista intellettuale – in una selezione per diventare legislatori conta anche quello – i suoi compagni. Non diceva niente in proposito ma certe posizioni, certi apprezzamenti vengono fuori nel contatto quotidiano. Parecchi altri tipo Pessi, Bugliani, ignorante proprio, si possono mandare in parlamento – in fondo asini e imbecilli ce n’è già tanti e uno più o uno meno… Antolini però si doveva giudicare molto superiore a loro e utile specialmente nella partita che caratterizzava il suo profilo professionale.

Credo che una ragione ci sia e me la suggerì un giorno lui stesso. “Ma come mai tu che sei un uomo che indubbiamente ha dei meriti, e io lo posso dire, non sei stato eletto neppure deputato?”. E lui: “Io sono uno che per andar là a far numero e, quando dicono di dire di sì, dire sì e quando dicono di dire di no, dire no, qualunque sia la situazione… non me la sento”. E a giudicare a posteriori se hanno fatto qualche contratto buono, San Leonardo, Camera del Lavoro, lo devono ad Antolini. Ma in tutti i partiti c’è una massoneria…

C’era molta zavorra… Stando al Comando zona venivano quelle ore, quei discorsi, ore di riposo perché altri passatempi non li avevamo e si parlava e io ero circondato sempre da giovani comunisti e qualcuno c’era che aveva letto e studiato ma s’era formato un’idea del comunismo con il paraocchi; gli apostoli del vangelo magister locutus est… Avevano l’idea della Russia come un paese democratico e immaginavano una Italia stalinista. Intanto per cominciare, bisognava ammazzare tutti i borghesi; la rivoluzione, proprio fisicamente, uso kulaki. Dicevano: “Levar di mezzo la borghesia, prendere il potere, instaurare delle leggi, l’abolizione della proprietà”. Quando si dice il vangelo, la perfezione: erano tutti entusiasti. Per ragionare diversamente era necessario un cervello senza prevenzioni radicate perché il padreterno è quello che comanda e comanda bene poi… Ma non sono sicuro che oggi abbiano la stessa idea, neppure quelli iscritti….

M Parliamo di Pieragostini…

Canevari Era un prepotente e a mio parere anche maleducato. E io sono uno condiscendente, non un moschino che se la prende. Già a Gorreto, arrivato senza dire chi è o chi non è, era entrato nella stanza dove avevamo le nostre carte, e dopo essersi aggirato un po’ lì, se n’era andato. Poi durante il rastrellamento, che se l’era beccato anche lui, aveva sempre atteggiamenti dispregiativi. Io, il Comando zona, Miro non contavamo niente. Gli ordini li dava lui. E lì c’era anche Rossi che era il vero capo del Comando militare regionale e lui solo un membro. Ma Rossi era, oltreché persona brava ed educata, anche un signore. Eravamo in quella famosa macchia, morti di fame e di freddo, e scopriamo che a un paio di chilometri c’è un’osteria con un oste comunista e ci andiamo Pieragostini, io e Rossi. Troviamo anche una macchina da scrivere e decidiamo di mandare un messaggio a Genova e Pieragostini si rivolge al generale e con tono imperativo: “Allora scrivi!”.  Quello s’è risentito: “Ma come, scrivi? Non sono mica il tuo dattilografo!”. Ma ci sono anche altri episodi. Venivamo dalla Val d’Aveto e a Ruffinati, un paesetto dove c’è una diga, un camion dei nostri era affondato. E lui, subito: “Fate qui, fate là”, senza condividere con nessuno.  A un certo punto: “Ma guarda che questa manovra – ero colonnello di un reggimento automobilista – è pericolosa”. “Eh, ma cosa vuoi dire, io ho fatto tre guerre”. E mi ho dittu: “Scì, tre belin”. Un cafone, pieno di sé al punto che ho pensato che non sarebbe stata una buona idea farne il sindaco di Genova come si diceva. Io ho sempre saputo che più uno ha dei poteri e più deve usarli con discrezione. Cioè comandare quando si deve ordinare, imporre ai dipendenti quella che è la decisione ma, all’infuori di quello, usare, specialmente a dei comandanti come noi che guerre o non guerre sapevamo…

M Mai fatto un bilancio di quei mesi?

Canevari Dell’esperienza di allora l’aspetto più rilevante è l’importanza data alla questione morale che a mio parere comporta prima di tutto la selezione dei dirigenti. E poi crescere i ragazzi nell’idea che le cose che hanno sentito fare dai loro genitori probabilmente fascisti sono inaccettabili e che noi siamo di un’altra idea, che un nemico va combattuto democraticamente, propagandando le proprie idee eleggendo i migliori rappresentanti, abolendo le camorre e le combriccole elettorali, esigendo che chi sgarra almeno se ne vada subito dal posto che occupa. Non burattinate come si fanno adesso, con ministri colti in flagranza di indegnità che restano al loro posto.

È stato il senso della nostra lotta che è stato apprezzato anche da quelli che politicamente erano orientati diversamente perché erano idee forza, paragonabili a quelle della predicazione di Cristo che diceva: “Intanto amatevi l’un l’altro”. Noi dobbiamo amare, amare i nemici, i fratelli. Ma anche, se vogliamo essere credibili, assumere la responsabilità delle nostre azioni. Abbiamo fucilato gente che aveva semplicemente rubato! Oggi molti, specialmente nelle lotte sindacali, quelli che hanno un incarico ed emergono per qualche motivo dalla massa e da piccoli capi crescono in importanza, devono essere ritenuti responsabili di quello che fanno e il giorno che falliscono devono essere tolti. Non dico fisicamente ma sciolti dalla carica. E non aver paura delle reazioni della massa.

ooooooo0ooooooo

3. Manlio Calegari “Postfazione”

A proposito dell’intervista di Giambattista Lazagna al padre Umberto Lazagna, “Canevari”.

torna su

 1. L’intervista a Umberto Lazagna, “Canevari”, (1886-1977) realizzata a casa sua, a Genova in via Chiodo, attorno alla fine di febbraio del 1974, ha bisogno di una premessa. Le “cassette” con la registrazione fanno parte del mio archivio ma non ero io ad aver organizzato l’incontro e neppure ero l’intervistatore. All’epoca, nel 1974, non mi occupavo di Resistenza o di partigiani come invece ho cominciato a fare dalla fine degli anni Ottanta. L’intervistatore di Canevari è il figlio primogenito, Giambattista (1923-2003), Gibì per noi amici, che, per l’occasione, mi aveva chiesto una collaborazione tecnica (registratore ecc.) e “morale” (ero spesso ospite di casa Lazagna e avevo confidenza con Canevari). A Giambattista Lazagna mi legava anche un antico sodalizio. Oltre ad avermi difeso in un paio di processi “politici” quando ancora ero universitario, avevamo conservato, dalla fine degli anni Sessanta, un dialogo fitto sulla situazione politica italiana e in particolare sulle pulsioni golpistiche di cui la stampa d’allora faceva un gran parlare. Presente all’incontro anche Franco Carlini (1944-2007), fisico e giornalista de “il manifesto”, raggruppamento politico dove anch’io militavo. Di Franco non c’è traccia sui nastri ma suoi sono gli appunti a penna presi a conclusione dell’intervista quando avevamo scoperto di non avere abbastanza cassette a disposizione. Per il Manifesto Franco si occupava tra l’altro di questioni giudiziarie. Aveva prodotto memorabili servizi sullo “scandalo dei petroli” – che proprio nel febbraio del 1974 stava andando a processo – ed aveva valide relazioni nell’area di Magistratura democratica. All’incontro era presente anche se in modo discontinuo dovuto alla preparazione del pranzo domenicale, Carlotta (Lotty) Lazagna Cattaui de Menasce, moglie di Umberto, sinceramente preoccupata dell’uso del registratore di cui il marito ironicamente fingeva di ignorare l’esistenza e polemica verso il modo di procedere del figlio che interrompendo il padre gli faceva perdere il filo del discorso. Le sue osservazioni mostrano, oltre il dialogo fitto che anche all’epoca doveva esserci tra lei e Umberto, autonomia e originalità di giudizio. Più che da confidenze rilasciate da Umberto appaiono risultato di riflessioni ed esperienze personali.

La presenza di Franco e mia non erano casuali. Non era solo genuino interesse per le vicende resistenziali e di riflesso per Gibì, autore da giovanissimo di “Ponte Rotto”, un bel libro sui partigiani del Genovesato pubblicato nel 1946. Franco ed io facevamo parte di un circuito politico – non saprei diversamente come definirlo – non riferibile meccanicamente ad area di partito o sindacato o associazione, costituito da persone che parlavano molto di politica. I moti studenteschi del ’68 seguiti dall’ “autunno caldo” e drammaticamente liquidati dalle bombe di piazza Fontana a dicembre del ’69. La “repressione” che prendeva di mira le avanguardie politiche rivelatesi in quei mesi ma che le forze di tradizione democratica guardavano con sospetto. Il bisogno di controinformazione e di solidarietà (“Soccorso rosso”) per i colpiti sempre più numerosi. Ci si chiedeva se fossimo davanti ad una versione aggiornata del Piano Solo, il progetto golpistico che pochi anni prima aveva avuto protagonista il generale De Lorenzo – svelato dalle cronache giudiziarie che nel 1967 gli avevano riservato ampio spazio. Oggi si può dire che eravamo molto all’oscuro del peggio (Gladio e quanto conosciuto in seguito) e quel che ci appariva come un’unica manovra era invece frutto del combinarsi di più azioni che pur con finalità diverse avevano sostanza eversiva. Sapevamo benissimo che dalla fine della guerra la politica italiana interna ed estera rispondeva alla logica dei blocchi e della guerra fredda. Egualmente avvertivamo come, almeno a partire dalla formazione del primo centrosinistra, erano successe cose che avevano spinto i “corpi” italiani che fino a quel momento ne erano stati garanti ad un aggiornamento delle loro strategie. Non sapevamo però quali gruppi, associazioni, centri di potere, settori dell’amministrazione dello stato, in particolare delle forze armate e dei servizi di sicurezza, si fossero assunti il compito della fedeltà atlantica e a quale prezzo per la fragile democrazia italiana.

Non lo sapevamo ma prendevamo atto di manifestazioni misteriose e torbide – le indagini su piazza Fontana erano state depistaste e tolte di mano al giudice quando stava cominciando a sfumare la pista anarchica e stava prendendo corpo quella di destra, fascista. All’inizio del 1972, nel crescendo del movimento per la liberazione di Valpreda e la verità su piazza Fontana, il 13 marzo, uno sconosciuto poi identificato come l’editore Giangiacomo Feltrinelli era stato trovato morto alla base di un traliccio che progettava di abbattere. Due settimane dopo Gibì era stato imprigionato e accusato di piani terroristici in combutta con lui. L’editore miliardario e il comandante partigiano erano indicati come i capi dei GAP, Gruppi di Azione Partigiana, una organizzazione militare eversiva, impegnata in una fase di azioni dimostrative. Un crescendo di accuse che nel corso delle settimane aveva mostrato la corda al punto che ad agosto Gibì era rientrato a casa sia pure con obbligo di firma. Convinti di essere stati testimoni di una montatura ci chiedevamo come qualcuno potesse pensare con una operazione così rozza e piena di falle di coinvolgere Resistenza e comunisti nelle trame che stavano martirizzando il paese.

I mesi successivi erano stati di confusione. Eravamo convinti che il coinvolgimento di Gibì e il battage che ne era seguito fosse una manovra – una delle tante in corso allora – di oscuramento del processo a Valpreda. Altri fatti che erano seguiti non avevano aumentato la chiarezza. Il 17 maggio – mentre ancora Gibì era in carcere – a Milano era stato ucciso Luigi Calabresi, capo della “politica” a Milano e coinvolto nel “suicidio” dell’anarchico Pinelli. Esattamente ad un anno di distanza, il 17 maggio del 1973, c’era stata la strage della Questura di Milano: 4 morti e oltre 50 feriti. Autore l’anarchico Bertoli di cui in brevissimo tempo s’era venuti a scoprire che non era anarchico e anzi faceva parte proprio del giro contrario. A novembre a La Spezia erano stati arrestati con un certo clamore alcuni membri della “Rosa dei Venti”, un gruppo eversivo di genere militare di prima qualità. Cosa stavano progettando? Solo due mesi prima in Cile c’era stato il golpe del generale Pinochet, la tragica fine di Allende e un paese precipitato nel terrore. A due settimane di distanza, su Rinascita, Enrico Berlinguer segretario del partito comunista aveva proposto, contro il rischio di involuzione della politica italiana, un “compromesso storico” tra sinistra e Dc. A parte la condivisibilità o meno della proposta politica, l’articolo suonava conferma che anche per l’Italia c’erano in vista guai seri; che non era il momento di attaccare ma di tirare i remi in barca.

Molte le questioni che nei primi anni Settanta animarono le nostre discussioni e rafforzarono la nostra amicizia. Una in particolare si era imposta al dibattito specie tra le avanguardie. Toccava la lotta armata e del suo ruolo nella conquista del potere. Esistono fior di libri sull’argomento e nulla ho da aggiungere salvo che se ne discuteva molto. Nel nostro “circuito politico” si confrontavano in proposito due anime con tutte le contaminazioni del caso e dei tempi. Da un lato c’erano piuttosto gli impegnati a cercare di decifrare le mosse del potere, individuarne le linee di marcia, i punti deboli, il possibile approdo. Dall’altro c’era chi, muovendosi con l’idea di dover fronteggiare una cospirazione ormai matura, oscillava tra l’ipotesi di formazione di nuclei in chiave difensiva e quella della creazione di un partito armato, avanguardia di classe nella conquista del potere.

Fu l’imprigionamento di Gibì a marzo del 1972 a spingere noi del “circuito” ad approfondire il tema. Qui un ruolo di primo piano lo ebbe Claudio Costantini, professore di Storia moderna della locale università e buon amico di Gibì. Claudio, prima di farsi modernista a tempo pieno, si era occupato di storia del fascismo collaborando a “Movimento operaio e socialista”, rivista genovese diretta da Gaetano Perillo. Fascismo era una parola di cui allora eravamo tornati a fare largo uso. La minaccia di golpe e di una svolta autoritaria, le stragi terrorizzanti, una politica dell’ordine pubblico che spingeva per la criminalizzazione di massa delle avanguardie e quindi sollecitandone la radicalizzazione non avevano a che fare con qualcosa che all’epoca era stato chiamato fascismo? E nel caso quale utilità trarre da quella esperienza?

L’apporto di Claudio al nostro piccolo gruppo fu da un lato l’occasione per approfondire i risvolti storici dell’argomento e dall’altra per dar vita ad una inchiesta sul campo. Preso atto della limitatezza del nostro punto di vista – nessuno di noi godeva di osservatori privilegiati – decidemmo di indagare, il più da vicino possibile, la cronaca. Una rilevazione sistematica delle mosse e dei progetti con cui “il potere” e lo stato stavano fronteggiando lo scontro sociale. In breve: la repressione delle lotte in fabbrica, a scuola, in galera, sulle piazze ecc. Schedavamo i casi, i luoghi, i nomi degli avvocati coinvolti e quelli delle personalità d’ogni tipo che a proposito di questi avevano eventualmente preso posizione. Le fonti erano La Stampa, Il Corriere della Sera, l’Unità, Il Mattino, il Tirreno, la Nazione, Il resto del Carlino e così via; con gli inevitabili vuoti e cadute di collaborazione. Un lavoro da certosini e di incerta utilità ma allora il convento non offriva altro. Anche a Milano e Torino s’erano formati gruppi che operavano allo stesso nostro modo (“Controinformazione”) e con cui eravamo in corrispondenza.

Alla fine del 1972 provammo a tirare le fila della ricerca. A Claudio toccò la sintesi; le note che ha lasciato scritte sono da attribuire solo a lui. Prodotte in corso d’opera e nel fuoco dei drammatici interrogativi di allora non so quanto oggi ne sarebbe ancora convinto. Non è importante. Testimoniano fedelmente del nostro stato d’animo e del tentativo di dare un fondamento teorico all’episodicità di quanto si traeva dalla cronaca.

  1. Punto di partenza: il fascismo. Ho detto come Claudio ci avesse lavorato già in passato mentre noi, amici più giovani, eravamo piuttosto disarmati. Nel complesso clima di scoperta ma discussione vera. Se di “fascismo” o di “pericolo fascista” si doveva parlare tanto valeva farlo seriamente. Claudio produsse una sorta di dispensa: una ventina di cartelle; tanto per mettere in comune alcuni giudizi storici e un po’ di lessico. Eravamo all’inizio; importante muovere col piede giusto.

La crisi dello stato conclusa con l’avvento del fascismo in Italia era stata essenzialmente una “crisi di crescenza”. “Crescita” dello stato che aveva preceduto di parecchio il sorgere del fascismo – per lo meno il delinearsi della sua autentica e definitiva vocazione – e che si era manifestata durante la partecipazione italiana alla Prima guerra con un aumento di dimensioni, di autorità e di autonomia degli organi amministrativi, tecnici, giudiziari, di polizia. Cessata l’emergenza bellica, il ridimensionamento di quel che poteva complessivamente definirsi “il potere burocratico” era risultato impossibile. Difficili anche i rapporti tra i tradizionali vertici politici dello stato e l’amministrazione, tra i responsabili presuntivi del potere esecutivo e gli esecutori reali. “La sfiducia del potere burocratico nella classe politica non si manifestò in rivolta aperta. Piuttosto in una sorta di insubordinazione strisciante che Nitti tentò, ma solo Giolitti (un burocrate anch’esso) riuscì in qualche misura a contenere. La scollatura definitiva si ebbe con Bonomi e Facta, quando l’Italia, alla faccia del governo e del parlamento, prese ad assomigliare più che a uno stato unitario ad una federazione di prefetture. Solo a questo stadio il fascismo assunse un ruolo protagonista, funzionando essenzialmente come amplificazione plebea del programma e dell’ideologia burocratici: la continuazione dell’esperienza bellica della mobilitazione civile a cui incautamente s’erano voluti ispirare nel dopoguerra Nitti e Giolitti”.

Con la fine della Seconda guerra e l’avvento della Repubblica, lo sviluppo del potere burocratico era continuato estendendosi dalla tradizionale sfera d’influenza pubblica ai gruppi economici privati largamente sottoposti al management pubblico a sua volta compenetrato con la classe politica democristiana. Un meccanismo in cui tutti i partiti e i sindacati, schierati nella maggioranza o all’opposizione, erano rimasti intrappolati e corresponsabilizzati. Così fino ai tempi più recenti quando la crisi dei partiti e delle istituzioni cui competeva il compito di “far politica” aveva coinciso con la discesa in campo di sconosciuti gruppi e centri di potere, rivelando la loro cupa presenza nella vita politica del paese. Venuti allo scoperto grazie allo scontro sociale che, per la prima volta dalla fine della guerra, sottraendosi alle mediazioni tradizionali, aveva messo in allarme i custodi della conservazione. Militari, poliziotti, magistrati, funzionari amministrativi, capitani di industria pubblici e privati si erano “messi a far politica, quella vera”, rivolgendo appelli all’opinione pubblica, ammonizioni ai partiti, schierandosi su un fronte o sull’altro e specialmente compiendo “le scelte che contano nel campo dell’economia come in quello dell’ordine pubblico o dell’informazione”.

Il campo più fertile per il dilatarsi dell’iniziativa burocratica era stato – sin dai tempi del primo centro sinistra – quello dell’ordine pubblico. “Le ripetute provocazioni poliziesche hanno avuto spesso il significato di un braccio di ferro tra le diverse forze della coalizione governativa. I massacratori di Reggio Emilia sono stati premiati da un governo di centro sinistra, un bel boccone di merda per i socialisti. Il primo morto del centro sinistra provocò il trasferimento del questore; ma gli altri? Quante sono state sulle piazze le vittime del centro-sinistra? E quanti sono morti per la semplice necessità di screditare i socialisti come componente democratica del governo?

Un discorso a parte andava riservato alla magistratura. La legislazione fascista che aveva elevato a norma l’arbitrio burocratico in tutti i settori, aveva riservato alla magistratura margini insensati di discrezionalità elevando a sistema l’incertezza del diritto. “Poiché quasi tutte le azioni di un uomo normale possono, con questa legislazione, configurare un reato, la scelta dei pochi da inviare in galera spetta totalmente al giudice”. Era il criterio della decimazione, della tradizione di Caporetto che si perpetuava nella vita civile con l’importante correzione che la scelta non era casuale ma determinata dai gusti e dalla “cultura” del giudice. L’indipendenza della magistratura era “un gran tema”, occasione di grandi e oneste battaglie che avevano dato insieme a pochi buoni frutti anche alcuni velenosi. Secondo Claudio, fino a pochi anni prima la magistratura non aveva mostrato una sua politica; semplicemente aveva seguito la via più comoda. “Oggi invece nel suo comportamento è chiaramente visibile un disegno politico complessivo connesso ad una sorta di integralismo che usa l’illimitato potere di giudicare per dirigere e predeterminare il comportamento di cittadini e istituzioni”. Gli indizi significativi erano diversi.

1) Lo stretto legame con gli organi di polizia che va molto al di là dei rapporti di quotidiana collaborazione. “Segnalo ad esempio l’impunità assicurata ai massacratori di Reggio Emilia, di Avola, ai torturatori sardi…”.

2) L’assunzione di funzioni preventive (ossia politiche) specialmente in rapporto alle lotte politiche e sociali…

3) I frequenti appelli all’opinione pubblica prospettanti indirizzi politici talvolta divergenti da quelli proclamati dalla maggioranza parlamentare o dal governo…

4) I ricatti verso personaggi o gruppi politici (Ippolito, Nenni-Sifar, Mancini) in alcuni casi determinanti in crisi politiche…

5) L’assunzione dell’iniziativa nella repressione politica e sindacale sia a livello di procure sia a livello di “tribunali speciali” con la ridefinizione in termini di reato di comportamenti sin’ora giudicati leciti, la carcerazione preventiva assunta come misura punitiva e terroristica anche in assenza d’una qualsiasi probabilità di conferma in sede di giudizio, l’assente o carente o inintelligibile giustificazione delle misure restrittive della libertà (arresti, sequestro di passaporto, perquisizioni ecc.)

6) L’utilizzazione politica di inchieste e processi anche mediante un oculato governo della stampa (come con Il Borghese e Candido nel caso Mancini) e dei mezzi di informazione (22ottobre, bombe di p. Fontana, Feltrinelli e altro).

7) Reati di opinione e di stampa. “L’opinione pubblica non ha il diritto di criticare l’operato della magistratura” – ha detto il PG De Peppo intenerendosi sulle notti insonni sue e del giudice Viola. Secondo Stampa Italiana sono centinaia i giornalisti sotto processo.

8) Il ruolo “attivo” dei magistrati in processi di costume come nel caso Braibanti e di droga il cui senso complessivo è l’accentuato intento volto a portare l’occhio e la mano della “giustizia” nella privacy del cittadino.”

Il tutto, secondo Claudio, non rientrava affatto nella formula “della giustizia di classe”, un vecchio discorso che valeva per tutti i tempi e tutti i luoghi. Al contrario era utile per definire la recente “fase specifica nell’evoluzione delle strutture di potere di cui la magistratura è parte integrante ma non subalterna” (“indipendente”, per l’appunto).

In questa situazione, “caratterizzata dall’affacciarsi della scena politica dei vari gruppi di potere”, si era innestata, a partire dal Sessanta, la minaccia ricorrente del colpo di stato. Anche se il più interessato a quel genere di cose restava pur sempre l’esercito, il colpo di stato aveva assunto di volta in volta fisionomie diverse: accanto all’iniziativa militare tipo De Lorenzo c’era stata quella paramilitare alla Borghese o altra nettamente civile. “L’oscillazione tra il colpo militar-fascista e quello civile riflette le tensioni crescenti all’interno di un potere fortemente integrato ma anche molto articolato in centri o gruppi sensibili a esigenze e spinte diverse… non abbastanza forti da imporre una soluzione di tipo greco ma capaci di utilizzarne la minaccia per aumentare la propria fetta di potere all’interno del regime… Alla fine non c’è la dittatura ma la razionalizzazione della democrazia… I diritti politici degli italiani non sembrano seriamente minacciati; lo sono certamente quelli sindacali mentre quelli civili che – data la legislazione fascista – non sono mai esistiti in teoria, ora forse non esistono più neppure in pratica”.

Definire però la repressione di cui eravamo testimoni come un momento della fascistizzazione dello stato era sbagliato. “La repressione fascista è sistematica, ambisce all’eliminazione del dissenso, allo sterminio dell’opposizione al contrario di quella “democratica” che per la sua scarsa sistematicità, per l’inesistenza di regole comprensibili e di criteri stabili di discriminazione era il trionfo dell’arbitrio e della discrezionalità burocratica”. A ben vedere “se il regime fascista era stato l’adolescenza dello stato burocratico, il regime democratico ne era la splendida maturità”. Proprio il carattere complesso della repressione “democratica” rendeva difficile l’interpretazione delle sue varie fasi e ancora più difficile la risposta. “Lo scontro di piazza ad esempio, o la lotta armata, anche quando tecnicamente ben condotti, hanno spesso un effetto politicamente rovinoso perché finiscono per assumere quel carattere di arbitrarietà che è precisamente il segno della repressione. L’azione barricadiera e terroristica più che una risposta è un sottoprodotto della repressione. Su questo terreno lo stato democratico ricerca e manovra lo scontro dove, quando e come vuole“.

Nell’evoluzione dello stato repubblicano la repressione era stata un dato costante, brutalmente costante. Ma non voleva dire che al presente non ci fosse nulla di nuovo o di insolito rispetto al passato. La novità – emergeva chiaramente dal nostro lavoro di raccolta di notizie tratte dai quotidiani – era che la magistratura aveva assunto un ruolo di primo piano nel programma di stabilizzazione a lungo termine affidato al governo Andreotti (dal 17 febbraio ’72 a luglio ’73).  Di più: eravamo convinti che la magistratura avesse preceduto e contribuito alla svolta di governo mostrandosi pronta a portarlo avanti con l’autonomia prerogativa dei corpi dello stato. C’erano anche segnali contrastanti ma non lasciavano prevedere inversioni di rotta. Le prove erano nella stessa vicenda Feltrinelli, il fatto da cui avevamo preso le mosse per la nostra indagine.

  1. L’inchiesta attorno alla morte dell’editore “non si era trasformata ma da subito era nata come una gigantesca retata di sovversivi.” Negli ambienti della questura di Milano già il 16 marzo si parlava di una “operazione vastissima” estesa a diverse città e affidata oltre che alle consuete polizie ai servizi segreti (Secolo XIX, 17 III). “In questo suo carattere di retata nazionale antisovversiva l’inchiesta Feltrinelli era esplosa d’un tratto come momento di unificazione e generalizzazione delle molte iniziative locali di repressione e intimidazione.” Iniziative che risalivano in gran parte al febbraio precedente ed erano connesse alla campagna per Valpreda. Nonostante la brutalità e l’arbitrio di certi interventi, le azioni poliziesche del mese di febbraio risentivano ancora del carattere difensivo che la repressione aveva assunto nei giorni del processo Valpreda. A partire dai primi di marzo però il tono era cambiato, diventato più aggressivo. Ci chiedevamo se la spiegazione andasse trovata nel rinvio del processo che aveva avuto effetti rassicuranti sul quadro politico (comunisti compresi, che infatti si erano sciolti dalla sinistra di classe nella denuncia dell’arbitrio poliziesco). Era per questo che la repressione era passata all’offensiva? La cronaca diceva che a partire dai primi di marzo le autorità non avevano cercato semplicemente di evitare le manifestazioni della sinistra di classe ma avevano scelto lo scontro, la prova di forza. I risultati erano stati imponenti. Riferendosi soltanto alle notizie giornalistiche, avevamo contato 1272 oppositori politici arrestati, denunciati e condannati dal primo marzo al 6 giugno; tutte persone accusate di aver commesso reati di opinione, sindacali e politici. Si trattava d’un rilevamento parziale confermato però da ABC che sosteneva che la cifra avrebbe potuto essere tranquillamente raddoppiata o triplicata. A Genova e Milano nel solo mese di marzo si erano contati 130 arresti o mandati di cattura. Impossibile calcolare il numero delle perquisizioni effettuate in ordine alla sola indagine Feltrinelli. Il 18 marzo, a tre giorni dal fatto, ammontavano già ad alcune centinaia senza che un solo comunicato fosse stato emesso a proposito della rilevanza del materiale sequestrato ai fini dell’operazione di polizia. Non era parso necessario visto il messaggio chiarissimo rivolto alla magistratura dal presidente della Repubblica, Leone, due giorni prima, il 15 marzo – giorno dell’identificazione di Feltrinelli nel morto sotto il traliccio. “Credo che verrei meno al mio dovere se in un momento in cui la delinquenza comune in alcune forme brutali ed allarmanti e talune gravi manifestazioni di violenza di piazza creano uno stato d’animo di viva e fondata preoccupazione, non richiamassi l’attenzione sulla necessità che ad una ferma azione degli organi di polizia risponda una analoga fermezza della magistratura requirente e giudicante”.

Il collegamento polizia-magistratura e governo era da mesi un dato centrale. Una voce romana, un autorevole magistrato amico di Claudio, aveva segnalato in febbraio una riunione di un buon numero di PG con la partecipazione di un membro del governo. La presenza del ministro era dubbia; certa invece ma la riunione. In ogni caso le vicende del processo Valpreda con la serie incredibili di rinvii per l’evidente volontà di disarmare i movimenti in corso ci apparivano la conferma senza appello dell’autonoma entrata in campo della magistratura. Visto inoltre quando erano cominciate le operazioni si doveva concludere che l’inchiesta Feltrinelli non poteva assolutamente isolarsi da altre operazioni. Non era una scoperta. La sua inestricabile connessione con gli altri innumerevoli procedimenti a carico della sinistra era stata in diverse occasioni ribadita dalle stesse autorità.

Tra il 4 e l’11 marzo – quindi prima della morte di Feltrinelli – le manifestazioni per Valpreda in molte città del Nord erano state represse con violenza. A Genova alla manifestazione del 4 erano seguiti 8 arresti e varie perquisizioni. Secondo il responsabile della “politica” il corteo era illegittimo perché era in corso un processo e non si poteva influire sull’operato di magistratura e polizia. Sulla stampa alcune interviste di negozianti che si dicevano abbandonati dalla polizia chiedevano licenza di uccidere. I legali dei fermati si erano trovati a fare i conti con illeciti gravissimi – mandati privi quasi tutti di motivazione che portavano date a volte anteriori di mesi. In due di questi compariva la data del 17 febbraio, una settimana prima dell’apertura del processo Valpreda e dell’inizio della campagna contro la strage di stato. Eravamo di fronte ad un prefabbricato di cui non si riusciva ad immaginare gli esiti. C’era anche molto altro. Nei giorni seguiti alla morte di Feltrinelli una serie di attentati rimasti senza paternità contro sedi di partito a Roma avevano dato luogo ad una nuova ondata di perquisizioni in sedi e abitazioni di extraparlamentari. Perquisizioni che volutamente l’autorità aveva fatto risalire all’inchiesta Feltrinelli.

Gli sviluppi dell’inchiesta Feltrinelli facevano di Genova il centro dell’operazione repressiva avvalorando l’asse GE-MI che aveva già funzionato nel dicembre 1969 con l’inchiesta sulla “22 ottobre” che aveva dato il via alla ricerca degli “ideologi”, i responsabili morali della banda comunista capeggiata da Mario Rossi. Allora si era parlato di una lista di due o trecento persone che del gruppo sarebbero stati fiancheggiatori o addirittura promotori. Notizia riesumata dal Secolo XIX del 23 marzo 1972 che aveva avuto una lunga eco su l’Unità del 24 marzo ‘72. Si trattava, secondo il quotidiano del Pci, di 300 guerriglieri finanziati da Feltrinelli. “Personalità già note per le aberranti posizioni estremistiche e anticomuniste”; “ideologi” caratterizzati “dal violento livore per il nostro partito”.

Genova-Milano: l’11 marzo 1972 in una analoga manifestazione a Milano i fermati erano stati una novantina e le perquisizioni una quarantina. Morto anche un pensionato ferito da un candelotto durante gli scontri. Se la morte di Feltrinelli era stata un caso – ma in molti allora dubitavano – il seguito di arresti, in primis quello di Gibì, non aveva queste caratteristiche. Sembrava invece il tentativo di riaprire con lui un vecchio conto che risaliva al 1969. In quella occasione Lazagna era apparso a qualcuno il personaggio dal profilo giusto per assumere il ruolo dell’ideologo o comunque dell’ispiratore delle azioni della “22 ottobre” e di quella ricetta fatta di comunismo e Resistenza. Proprio come nel ‘72 e come sarà di nuovo in seguito – ma nel febbraio 1974, al momento della registrazione non potevamo ancora saperlo. Ex partigiano che aveva avuto un ruolo di comando, avvocato difensore di casi politici e impegnato sui temi della legalità, Gibì aveva aperto la sede dell’ANPI di Novi Ligure ad una serie di visitatori in diverso modo preoccupati delle trame che la politica italiana andava rivelando (da Nuto Revelli a Pietro Secchia). Un profilo che si adattava a molti ma che grazie al suo sodalizio peraltro mai nascosto con Feltrinelli era tornato a farlo mettere nel mirino dopo la morte dell’editore.

Non era però servito a fargli fare un passo indietro. Visto che tre mesi di galera avevano fatto di lui un caso nazionale – il Comitato Nazionale di lotta contro la strage di stato (Soccorso Rosso) aveva ripubblicato (“Sapere edizioni”) il suo “Ponte rotto” di cui erano state diffuse migliaia di copie grazie anche all’impegno di Dario Fo e Franca Rame – Gibì era passato all’attacco. Nessuna autodifesa ma al contrario, forte dell’esperienza maturata in carcere tra marzo ed agosto 1972, una ancora più intensa partecipazione al dibattito politico del momento. Suo il libro “Carcere, repressione, lotta di classe”: una analisi critica della proposta di Legge penitenziaria in discussione al Senato (e ivi approvata il 18 dicembre 1973), edito dalla “Libreria Feltrinelli di Milano” a giugno del 1974. Gibì ci aveva lavorato per tutto il 1973. Lo scopo era mettere a fuoco la novità della popolazione carceraria e il significato delle rivolte che di recente si erano ripetute. Le lotte dei carcerati – era la sua tesi – mandavano un segnale non diverso da quelle degli studenti nel ’68 e degli operai nel 1969-70. “Il rifiuto di accettare il mito di una società statica, ordinata e solidale; la presa di coscienza della natura violenta e arbitraria dell’ordine e della legge imposti dalle classi dominanti alle subalterne” avevano determinato “il rigetto dei concetti di colpa e di espiazione che costituiscono l’essenza dell’ideologia carceraria”. Era merito delle avanguardie rivoluzionarie, delle espressioni del movimento, aver colto la matrice classista della repressione carceraria, poliziesca e giudiziaria “avviando nella lotta un processo di superamento della distinzione tra detenuti “politici” e “comuni”. Un’unità di lotta maturata a partire dalla mobilitazione contro la strage di stato per la liberazione di Valpreda e di centinaia di altri detenuti politici. Una crescita generale e irreversibile di coscienza politica che aveva permesso di estendere anche al carcere “l’analisi del carattere violento e repressivo delle istituzioni sociali” già maturata dagli operai per la fabbrica e dagli studenti per la scuola.

  1. Nel febbraio del 1974, al momento dell’intervista, non ci voleva molto a capire che era in corso una fase di duro scontro politico. Non immaginavamo però – le accuse contro Gibì stavano perdendo consistenza – che presto si sarebbe di nuovo trovato in una situazione difficilissima. Invece il 1974 si rivelò davvero per un annus horribilis. Avvennero fatti che ci fecero rapidamente dimenticare l’interesse per le vicende resistenziali occasione dell’intervista imponendo altre più drammatiche realtà. Di nuovo e senza voler farne una generica rassegna richiamo alcuni fatti. A fine gennaio l’Unità aveva dato rilievo alla notizia – chissà quanto consapevole delle possibili ricadute – dello stato d’allarme trasmesso a tutte le caserme dell’esercito e degli altri corpi militari. Dal ministero della difesa avevano confermato: sì, era tutto vero. La misura era stata presa nella temuta eventualità di attacchi terroristici. Mentre continuava lo stillicidio di perquisizioni e fermi e arresti, il 18 aprile – ricorrenza simbolica del 18 aprile 1948 prima grande vittoria elettorale della Dc – le Brigate rosse rapivano a Genova il magistrato Mario Sossi. Per la sinistra di classe Sossi era il simbolo della repressione, nella sua versione più bieca, del fascismo – verso cui non nascondeva la simpatia – e della mala giustizia. Tanto per dire: aveva cercato di tenere Gibì in galera emettendo contro di lui, quando nell’agosto 1972 stava per essere liberato, un mandato di cattura privo di fondamento. Sui muri in città le scritte “Sossi boia” si sprecavano e da tempo i cortei operai e studenteschi che si trovavano a sfilare davanti al palazzo di giustizia scandivano “Sossi, fascista, sei il primo della lista”. Forse anche per questo la notizia del suo rapimento venne avvertita da molti di noi come una fatalità inevitabile, sottovalutando i possibili sviluppi e malgrado fossero da tempo il nostro principale cruccio. Durante il sequestro – che ebbe momenti drammatici dopo che i brigatisti avevano proposto lo scambio tra il loro prigioniero e i componenti della banda 22 ottobre – avvennero fatti diversi. Il più cruento – lo intendemmo come un assaggio della determinazione con cui lo stato si sarebbe opposto ad ogni trattativa – avvenne il 9 maggio con la repressione che fece 7 morti in seguito ad una rivolta nel carcere di Alessandria.

A parte il conflitto tra magistrati che di fronte alla trattativa si erano divisi tra intransigenti e possibilisti, i comunicati delle Br seguiti al sequestro avevano fornito notizie che ci avevano lasciato a bocca aperta. La questura, l’ufficio politico in particolare, governava clandestinamente un consistente traffico d’armi. Giustificato con le esigenze di infiltrare la malavita, il traffico, secondo quanto lo stesso Sossi aveva rivelato ai brigatisti, era stato ed era l’occasione di arricchimenti illeciti e di manovre oscure che coinvolgevano anche alcuni magistrati. Una perla che ci fece intendere come la nostra inchiesta sui quotidiani fosse destinata a restare alla superficie e che notizie di qualità più alta potessero darsi solo con l’impiego di metodi più spicci e radicali. Non eravamo così ingenui da non valutare appieno la pericolosità di ricorrere a quel modo di procedere per difendere un ordine democratico ma ci illudevamo che il sistema stesso avrebbe offerto varchi e rivelato intelligenze e coscienze che si sarebbero finalmente decise a rompere i giochi e a schierarsi, magari mimetizzate, dalla parte giusta. Sottovalutavamo la natura cementizia dell’apparato statale, variamente solidale dai livelli più alti all’ultimo gradino della scala. In ogni caso il 1974 non diede tempo per pensarci. Il 28 maggio 5 giorni dopo il rilascio di Sossi e mentre era in corso la bagarre della liberazione della 22 ottobre ci furono le bombe di piazza della Loggia a Brescia. Otto morti e 101 feriti risultato di una azione rivendicata da Ordine Nuovo; i fascisti quelli veri o fascisti travestiti e armati da chissà chi altri?

Non era finita: tra il 3 e il 4 agosto del 1974 ci fu la strage dell’Italicus, 12 morti e una massa di feriti. Stragi che aumentarono incertezze e paure. Parte della stampa suggeriva che si trattasse di “terrorismo rosso”. A ottobre del 1974, data col risalto che meritava, esplose la notizia delle notizie: era stato finalmente individuato il bandolo della matassa che stava perdendo l’Italia. Il capo e ideologo delle Brigate rosse aveva finalmente un nome ed era stato arrestato. Prove “inoppugnabili” inchiodavano Gibì. Partigiano, comunista, amico di Feltrinelli e principale elemento di raccordo tra la guerra di Liberazione e quella del partito armato, Gibì veniva incarcerato a Fossano dove sarebbe rimasto per un anno. Poi soggiorno obbligato e altre inibizioni avrebbero completato la vendetta. Sarebbero passati anni prima che fosse prosciolto.

 

  1. A distanza di tanto tempo non ricordo nulla degli antefatti dell’intervista e se Gibì me ne avesse anticipato il contenuto. Da semplice lettore sono tornato a cercare nello scambio tra padre e figlio le probabili ragioni dell’incontro. L’intento di Gibì è palese già da una prima lettura: è della Democrazia cristiana che vuole parlare; della Dc e della Resistenza e dell’eventualità che già allora, tra 1944 e 1945, fosse cominciata la lunga cospirazione diretta a congelare lo scontro politico in Italia. Nessuna improvvisa pulsione storiografica ma solo ragioni politiche. Cosa c’era realmente dietro la facciata “democratica e antifascista” della Dc, il principale partito di governo? Garante politico del patto che sottometteva l’Italia alla politica USA in Europa, la Dc si era impegnata da sempre a difendere con una spessa cortina di nebbia le azioni dei corpi separati: l’esercito, i servizi di sicurezza e di spionaggio, deviati o ortodossi ma comunque segreti ed autonomi per condotta e scelta di obiettivi. Depistaggi, silenzio sulle bombe, le grottesche allusioni al golpismo “rosso”, mano libera alla repressione stavano inquinando la vita politica del paese in modo irreversibile. Era stato ormai raggiunto il punto di rottura? E in tal caso era possibile che il partito comunista non avesse preso in considerazione una simile eventualità?

Gibì riteneva utile risalire alle vicende resistenziali per almeno due buoni motivi. Dubitava che già al tempo delle missioni alleate inglesi e specialmente americane, giunte nel ‘44 e nel ’45 nel campo partigiano della Sesta zona, la Democrazia Cristiana avesse iniziato i contatti che in seguito l’avrebbero accreditata presso gli USA. Proprio alla Sesta zona c’era stato tra il dicembre del ’44 e il gennaio del ’45 il tentativo promosso da alcuni comandanti in odore Dc di sfilare ai comunisti il controllo delle brigate Garibaldi. Suo padre, Canevari, che del Comando Zona era stato Capo di stato maggiore, era probabilmente in grado di fornire in proposito notizie preziose. C’era anche un altro motivo che lo spingeva a tornare a riflettere sulla “cospirazione democristiana”. Al tempo dei partigiani i comunisti avevano respinto l’attacco grazie al loro sistema di informazione con cui controllavano la vita delle formazioni. Per anni, dopo la Liberazione, era circolata la voce che il Partito lo avesse mantenuto in vita insieme a dei piani, forse anche di natura militare, capaci di contrastare tentativi di mettere i comunisti fuori legge o di limitarne in qualche modo l’agire. A Genova Gibì, già da prima delle vicende riferibili alle Brigate rosse o ad altri gruppi “militari”, si era messo alla ricerca della struttura militare del Pc della cui esistenza si dichiarava certo e attorno alla quale formulava ipotesi – nomi e ruoli – che periodicamente mi sottoponeva[1].

Possibile – questo era il pensiero di molti allora – che il partito comunista di fronte alle voci golpiste non avesse dato una spolverata a quel che rimaneva di quell’impianto? E – si chiedeva Gibì – non potevano essere proprio quegli uomini gli interlocutori più sensibili della nuova sinistra di classe? In ogni caso, che la struttura esistesse o meno, non impediva che quanto era ancora vitale del movimento partigiano prendesse l’iniziativa. Le lotte del Sessantotto e Sessantanove – Gibì se ne era convinto da subito – erano occasioni da non perdere. La distanza di tempo non poteva oscurare le questioni che univano i partigiani ai nuovi movimenti: spontaneità, democrazia assembleare, linguaggio diretto, ostilità per la mediazione e altro ancora. Dal campo partigiano diverse e autorevoli erano state le voci che come la sua si erano rivolte al movimento degli studenti e poi a quello degli operai.

Nell’intervista a Canevari, Gìbì, prima di interrogare il padre, riassume per Franco e me, la sua storia militare precedente la guerra partigiana e i compiti affidatigli, in forza di questa, dal CLN genovese dopo l’8 settembre. Inevitabile che il suo dire sia interrotto dai ricordi del padre su cui quelli dello stesso Gibì si vanno a sovrapporre. Col risultato che il vero obiettivo dell’intervista si allontani e Gibì si mostri sempre più irruente e frettoloso con scarso giovamento dell’intervista. Gibì vuole sapere se all’interno del Comitato militare investito del compito di finanziare le prime bande e di cui il padre faceva parte, si erano manifestate differenze di “prospettiva” o di “indirizzi”. Se il CLN suggeriva al Comitato militare particolari linee di condotta che lasciassero ipotizzare il sostegno ad una parte politica. Se era d’accordo nel considerare una rete, una “cricca” sostenuta dalla curia genovese e dal democristiano Taviani, quel gruppo di comandanti che con la collaborazione di un parroco – don Gigetto – aveva cercato, tra ’44 e ‘45 di deporre il comandante comunista della Zona. Infine se aveva avvertito una preferenza da parte delle missioni alleate per gli uomini della presunta “cricca” e per il partito democristiano.

L’intervista condotta da Gibì polarizzando l’attenzione su certi fatti, isolandoli però da altri non meno importanti, mantiene – oltre le stesse convinzioni di Canevari – la questione democristiana al centro dell’incontro. Non riescono tuttavia ad impedire che vengano evocati altri fatti che lo smentiscono. In breve: non è la Democrazia cristiana ma il Partito d’Azione a contrastare i comunisti nella spartizione delle risorse a sostegno dei gruppi militari. Dal CLN non era arrivato al Comitato militare alcun indirizzo che non fosse quello di incoraggiare “quelli che facevano, i più attivi”. Infine, nella fase più dura del confronto tra il Comando Zona e i sostenitori del cattolico Bisagno, era stato il cattolico generale Martinengo, a capo del Comando militare regionale, ad avallare la richiesta di allontanamento di Bisagno dalla Zona. Decisione che nel CLN genovese non aveva avuto alcuna opposizione da parte della Dc.

Una smentita completa che riceve il colpo di grazia anche dalla madre Carlotta che al figlio ricorda, come si trattasse di ovvietà, la modestissima rilevanza politica della Dc di allora. Un partito giudicato decisamente inferiore a quello dei liberali considerato dalla “borghesia che contava”, non diversamente dagli Alleati, il partito del futuro. Al punto che lo stesso Taviani non si faceva illusioni circa possibili futuri successi elettorali. Infine come all’epoca le possibilità di iniziativa della DC non potessero essere confuse o sovrapposte a quelle di ben altra superiore portata della Curia genovese.

Ridimensionata l’ipotesi di partenza l’intervista risulta comunque molto interessante per altri motivi. Ne segnalo solo alcuni.

1) Il Comitato militare aveva al suo interno sin dalla sua formazione una forte componente attesista secondo cui era opportuno attendere lo sbarco alleato e al più reclutare uomini in attesa di tale evenienza. [PCI e PDA per l’azione – gli altri per l’attesa]

2) Il Comitato militare che dalla fine di settembre si mette alla ricerca degli sbandati si muove per alcuni mesi su indicazione dei partiti che nel Comitato segnalano l’esistenza di questo o quel gruppo. I partiti concepiscono l’azione militare come espressione di bande di partito[2].

3) L’azione dei comunisti è inizialmente più sfumata a livello delle formazioni per divenire via via più rigida risalendo la piramide di comando. I vertici comunisti sono più interessati al controllo politico delle formazioni che agli aspetti militari. Pieragostini per storia e carattere rappresenta un’eccezione e vorrebbe dirigere militarmente ma non ha idea del tipo di formazioni che hanno preso corpo in montagna. Al contrario di Miro, comandante in capo della Zona, che invece si propone come comandante di piccoli gruppi; uno che concepisce la guerra partigiana solo come guerra di piccoli gruppi, di singole responsabilità.

4) Non è solo Pieragostini che ancora nell’autunno del 1944 non ha messo a fuoco quali siano le caratteristiche dell’esercito partigiano stia nascendo, dell’autonomia delle formazioni e della comunicazione tra queste e il comando. Ancora nel luglio del 1944, lo stesso Canevari incaricato di compiere alcune azioni preliminari alla formazione del Comando zona si occupa della fornitura di km di filo telefonico con cui collegare tra loro e col comando gruppi insediati a grande distanza tra loro. E’ la prova che concepisce la Zona come un comando operativo, in grado di dirigere le formazioni dipendenti.

5) Il cambiamento di opinione verrà solo dopo il rastrellamento d’agosto quando a Capanne di Carrega a fine settembre 1944 si prende atto che l’esercito partigiano in fuga non si era però disperso. Il comando Zona che nasce nell’occasione assume da quel momento le caratteristiche che manterrà e perfezionerà in seguito. Un ruolo di interfaccia tra CLN e partigianato, di mediazione tra le formazioni, di ripartizione delle risorse provenienti dalla città e dai lanci.

6) Può infine essere utile far notare come la convinzione da cui prende le mosse Gibì non deriva dalla sua esperienza di combattente partigiano. Esperienza importante: visto il grado di vice comandante di divisione doveva considerarsi ben addentro alla realtà e alle dinamiche politiche del partigianato. Si tratta invece di un ripensamento che inizia nel dopoguerra con la divisione del movimento partigiano e in particolare a Genova con la nascita del Circolo Bisagno di cui andarono a far parte in “non comunisti” e gli “anticomunisti”, compagni con cui aveva vissuto e combattuto in montagna. Rientra cioè nel clima di durissimo confronto tra comunisti e democristiani in seguito al voto alla Costituente e poi alla espulsione dei comunisti dal governo nel 1947. Compagni di lotta, amici che però tradiscono la Resistenza, l’esperienza comune che pure aveva segnato la loro vita. Quando negli anni Novanta sottoporrò a Gibì molte prove dell’ambiguità dei “compagni” – oltre che la loro storica sottovalutazione della realtà partigiana durante ma anche dopo la Resistenza – lui mi darà ragione. Continuerà però una battaglia solitaria alla ricerca dei sabotatori – in cui tenterà a più riprese di includere l’amico Minetto – della guerra cominciata in montagna. Faticava a convincersi che i “sabotatori” che pure c’erano non andavano confusi con chi cercava di sottrarsi all’abbraccio comunista non in nome di altri partiti ma più prosaicamente in difesa di una “filosofia partigiana” che aveva avuto tra gli interpreti più credibili proprio Minetto e Bisagno. Certo, ha ragione “Marco secondo” Balduzzi, quando dice che le grandi manovre del dopoguerra in montagna erano cominciate ben prima dell’aprile 1945. Manovre in cui i comunisti non erano certo delle comparse.

Manlio Calegari

Note nella post-prefazione

[1] Oggi posso dire – dopo aver esaminato gli scarsi materiali sopravvissuti alla distruzione dell’archivio della federazione locale e altri provenienti da altre federazioni – che Gb conosceva ben poco del sistema di controllo (informazioni incrociate, richieste di delazione, accertamenti su questioni sentimentali ed economiche dei compagni) che la commissione di controllo con le sue diramazioni negli organi di direzione aveva sul partito.

[2] In proposito, Lorenzo Torre, che ha collaborato alla pubblicazione dell’intervista a “Canevari”, ha giudicato in parte fuorviante l’affermazione. Ecco quanto ha scritto. “Ciò non significa necessariamente che questa o quella banda siano diretta (o meno) espressione di quel partito – la notizia della presenza di una banda può giungere alle orecchie del membro (poniamo) azionista, senza che quella banda sia nata su impulso di quell’azionista o che lo stesso abbia cercato di metterci il cappello o comunque che vi sia riuscito – specie nel primo periodo – c’è una componente di casualità, di storie personali. Di contro, quanto è percepita – in città – l’eventuale caratterizzazione politica di questa o quella banda? Esempio: i partigiani “Bob” e “Gianni” salgono in zona Benedicta nel dicembre 1943, avviati tramite Pietro Gabanizza – esponente del PRI – perché la madre di uno dei due era cuoca nella casa di quest’ultimo – vengono avviati alla brigata Garibaldi”.

 

Note nel corpo dell’intervista

[1] Renzo Baccino, “Contributo alla storia della resistenza di Genova”, edito dall’ISRL nel 1955.

[2] Franco Antolini (nome di battaglia Furlini, n.1907), comunista; Enrico Raimondo (Leonardi, n.1897), democristiano; Dante Bruzzone (Ciravegna, n.1895), socialista.

[3] Paolo Rossi (n.1900), avvocato, genero dell’industriale Attilio Bagnara e figlio di Francesco Rossi (n.1863, avvocato, socialista, deputato per tre legislature dal 1919 al 1926 e poi membro della Consulta nazionale dal 1945 al 1946), a sua volta militante socialista in gioventù e più tardi deputato socialdemocratico dal 1948 al 1968.

[4] Francesco Manzitti (Marchetti, n.1908), liberale; Luigi Accame (n.1903).

[5] Calegari chiede a Canevari di alzare la voce e lui fa la scenetta: “Ah ma questo (il registratore) sente! Ma è un segreto, bisogna cancellare i segreti…” – ridiamo.

[6] Ettore Marchini (Emanuele, n.1900), ingegnere, ex squadrista e fascista in gioventù, figlio di Domenico Marchini (ex podestà di Portofino). Dopo l’8 settembre 1943 iniziò a collaborare con il Comitato militare del CLN; fu ucciso di notte, in località Violara, tra San Lorenzo della Costa e Ruta di Camogli, il 14 luglio 1944.

[7] Alberto Pongiglione (Ghiglione, n.1920, membro del Cln di Chiavari per la Dc e collaboratore della missione Meriden), Erasmo Marré (Minetto, n.1920), Alfonso Tomei (Alfa, n.1920), Mario Franciscolo (n.1923) e Domenico Lano. Marrè e Tomei a Napoli furono reclutati dall’ORI (Organizzazione Resistenza Italiana), struttura promossa al Pda e legata ai servizi d’intelligence americani: addestrati al Sud, nel luglio 1944 furono paracadutati in val Pellice come Team Meriden e poi raggiunsero le montagne genovesi.

[8]  Adolfo Omodeo (n.1889), rettore dell’Università di Napoli.

[9]  Benedetto Croce (n.1866), filosofo, storico, liberale, antifascista.

[10]  Enrico Martino (Parini, n.1907), avvocato, liberale, membro del Cln.

[11]  Giovanni Serbandini (Bini, n.1912), insegnante al convitto San Nicola, comunista, promotore della Resistenza nel Tigullio.

[12]  Giulio Marchi (Tripoli, n.1885), democristiano, membro del Cln.

[13] Marcello Macchiavelli (Marcello, n.1919), Giuseppe Macchiavelli (Stella, n.1922) e Paolo Machiavelli (n.1925), figli dell’avvocato Narsete (n.1888); socialisti.

[14] Pier Carlo Binasco, democristiano.

[15] G.B. Canepa (Marzo, n.1896), avvocato, comunista, fra i primi partigiani della banda Cichéro.

[16] Canevari forse si riferisce a Giovanni Sanguineti (Bocci, n.1915) che coi fratelli Fico, di Sestri Levante, in quel primo periodo aveva organizzato una banda sulle alture di Lavagna e Sestri.

[17] Eros Lanfranco (Lanata, 1906-1944), avvocato, arrestato dalla polizia tedesca l’8 marzo 1944, deportato a Fossoli (Modena) e quindi a Mauthausen: morì a Melk il 23 novembre 1944.

[18] Mario Zino (Lorenzo, n.1893), insegnante di lettere, colonnello riservista degli alpini.

[19] Adriano Agostini (Ardesio, n.1911), piccolo industriale.

[20] Giulio Bertonelli (Balbi, n.1892), commissionario di borsa, ex tenente colonnello dell’esercito, rappresentante del Pda all’interno del Comitato militare del Cln ligure.

[21] Antonio Zolesio (Umberto Parodi, n.1909), ufficiale di marina, comandante delle formazioni di Giustizia & Libertà (Pda) prima nello spezzino e poi nel genovesato.

[22] Gaetano Basevi (n.1907), membro del Pli nel Cln di Chiavari, ed Edoardo Basevi (Antonio, n.1912); i due in realtà erano cugini.

[23] Severino Bianchini (n.1902), carpentiere, comunista.

[24] Mario Ginocchio (n.1923), contadino, operaio tornitore all’Ansaldo.

[25] Athos Bugliani (n.1903), carpentiere, comunista.

[26] Mario Della Valle, sposato a una francese, aveva una accademia di ginnastica. Oltre che di Lorenzo “Lole” Delpino, concessionario Fiat a Genova, era amico di vari comunisti. Delpino aveva una tenuta a Cassinelle dove produceva il vino che Umberto imbottigliava (testimonianza di Anna Lazagna).

[27] Paolo Emilio Taviani (Pittaluga, n.1912), docente universitario, democristiano; Vannuccio Faralli (Repetto, n.1891), piccolo industriale, socialista; Secondo Pessi (Maffi, n.1905), parrucchiere, comunista – tutti membri del Cln Liguria.

[28] Remo Scappini (n.1908), operaio, comunista.

[29] Giuseppe Bianchini (n.1894), architetto, comunista.

[30] Antolini venne arrestato dai tedeschi il 18 marzo 1944.

[31] Giacomo Buranello (Pietro, n.1921), studente universitario di Ingegneria, sergente del Genio marconisti; comunista, gappista, arrestato il 2 marzo 1944 e ucciso in Questura il giorno dopo.

[32] Neda Fiesoli (Rita, n.1915), impiegata all’Ufficio Servizi militari del Comune di Genova, fidanzata di Buranello.

[33] Aldo Gastaldi (n.1921), studente universitario di Economia, impiegato al Cantiere Navale dell’Ansaldo a Sestri Ponente, sottotenente del Genio marconisti a Chiavari; comandante della banda (poi divisione) Cichéro.

[34] Giancarlo Odino (Italo, n.1894), liberale, ufficiale riservista dei granatieri.

[35] Il 12 gennaio 1944 una banda di dodici partigiani assalì il posto d’avvistamento dell’aviazione repubblicana di Monte Zùccaro, sopra Pietrabissara, disarmò i nove militi e li fucilò (uno di essi rimase soltanto ferito e sopravvisse). Il superstite, al quale in Questura fu mostrata una serie di fotografie, poté identificare tra quei partigiani il comunista Saverio De Palo (1899-1944): quella banda non era che la brigata garibaldina “Liguria”, promossa dal Pci di Genova.

[36] Tomaso Merlo (n.1920), manovale, alpino, insieme al tenente di complemento degli alpini Giuseppe Merlo (n.1921) organizza nell’ottobre del 1943 la banda di Voltaggio, che nel febbraio 1944 viene inquadrata nella brigata Alessandria comandata dal capitano Odino; il 15 febbraio 1944, accusato pretestuosamente di furti e rapine, Punni fu ucciso con altri due compagni dai partigiani comunisti della brigata Liguria, di cui non intendeva riconoscere l’autorità.

[37] Mario Albini (n.1906), ingegnere navale, liberale, sfollato a Voltaggio.

[38] Lorenzo Picco (Renzo, n.1898), agente di cambio, socialista, capitano riservista dell’esercito.

[39] Edmondo Tosi (Ettore, n.1910), capitano di complemento degli alpini, comandante della brigata Liguria.

[40] Renato Martorelli (Renato I, 1895-1944), avvocato, socialista, membro del Comitato militare piemontese e poi ligure; arrestato il 30 luglio 1944, torturato e ucciso un mese dopo.

[41] I componenti del Comitato militare del Cln piemontese furono arrestati il 31 marzo 1944 all’interno del Duomo di Torino e fucilati il 5 aprile al poligono di tiro del Martinetto.

[42] Vittorio Podestà (n.1896), medico chirurgo, di Chiavari, sfollato a La Villa.

[43] Don Giacomo Sbarbaro (Don Gigetto, n.1902).

[44] Alfredo Moglia (n.1922), comandante di un distaccamento della brigata Monte Penna legata al Cln di Parma che per un certo periodo si unì ai distaccamenti liguri per formare la 57ª brigata, poi brigata Berto.

[45] Il generale Graziani emanò un bando che prometteva l’amnistia a quei ribelli che entro il 25 di maggio si fossero presentati alle autorità e arruolati nelle forze armate della Repubblica sociale.

[46] Girolamo Cadelo (n.1906-1944), comandante del Gruppo esplorante della divisione alpina “Monterosa”, ucciso dai partigiani della brigata Berto il 27 settembre 1944, nei pressi del passo della Forcella.

[47] In realtà la liberazione di Roma avvenne un mese prima, ai primi di giugno del 1944.

[48] Antonio Muzzi (Dino, 1912-1945), comunista, vice-comandante della divisione Cichéro.

[49] Raffaele Pieragostini (Lorenzo, 1899-1945), operaio metallurgico, dirigente comunista, vice-comandante del Cmrl, e Cesare Rossi (Carli, 1892-1945), generale di brigata dell’esercito, comandante del Cmrl: entrambi arrestati all’inizio dell’inverno 1944/1945 e rimasti uccisi il 24 aprile 1945 nei pressi di Bornasco, in provincia di Pavia, nel corso di un bombardamento aereo alleato durante il quale avevano tentato di sfuggire al controllo dei militari tedeschi che li stavano trasportando a Milano.

[50] Michele Campanella (n.1922), luogotenente di Bisagno a Cichéro, poi comandante della brigata volante Severino.

[51] Don Luca Cella (n.1907).

[52] Paolo Risso (Gino, n.1911) ed Emanuele Strasserra (Manuel, n.1909), dell’organizzazione “Otto”, curarono personalmente il trasferimento via mare in Corsica di alcuni militari alleati fra il novembre 1943 e il febbraio 1944; rientrarono in Liguria, presso Riva Trigoso, sbarcando a Punta Baffe il 23 giugno 1944, alla testa di due missioni OSS (servizi segreti americani), diretti verso la val d’Aveto e la Sesta zona operativa. Strasserra poi si trasferì sulle Alpi biellesi con quattro uomini, insieme ai quali fu giustiziato dai partigiani garibaldini, che li scambiarono per spie e li uccisero il 26 novembre 1944.

[53] Sergio Podestà (Dan, n.1915), comunista, ispettore delle brigate garibaldine liguri; in seguito fu commissario politico della brigata Caio e della divisione Val Nure, della XIII Zona piacentina.

[54] Gianni Moglia (Golico e poi Scarpa, n.1919 a Bedonia), comandante della brigata Monte Penna, sindaco di Bedonia dal 1956 al 1965.

[55] Giuseppe Prati (Liberatore, n.1914), comandante della divisione Val d’Arda.

[56] Paolo Cappa (n.1888), giornalista, avvocato, fondatore del Partito popolare di don Sturzo.

[57] Achille Pellizzari (n.1882); il sodalizio tra Canevari e Pellizzari risaliva, secondo Gibì, a prima dell’8 settembre quando Canevari era stato richiesto da Pellizzari di un viaggio a Roma per la presa di contatto con un cardinale di Curia. Nel novembre del 1943 Gibì aveva accompagnato il padre a Berceto in casa Pellizzari dove aveva assistito a una conversazione circa il salvataggio d’una ebrea polacca. Lo stesso Gibì, insieme al figlio di Pellizzari avevano accompagnato due bambini figli della stessa a Borgotaro e da lì in treno fino a La Spezia e poi a Genova dove, a San Lorenzo, li avevano consegnati ad un prete (dichiarazione rilasciata a M. Calegari, il 27 marzo 1995).

[58] Canevari, confermando le parole della moglie, esclude l’ipotesi da cui ha preso le mosse l’inchiesta di Gibì: esclude cioè che la DC sin dall’inizio della guerra partigiana avesse il credito necessario per contrastare la presenza comunista nelle formazioni cercando collegamenti coi comandanti non comunisti. La posizione di Carlotta approvata da Canevari non muterà però il corso dell’intervista.

[59] A questo punto Gibì si rende conto che l’ipotesi alla base della sua inchiesta – movimenti dei cattolici democristiani per tenere a bada o sabotare la leadership comunista – se non è superata è però da considerarsi poco rilevante rispetto allo storico evolversi delle vicende. I democristiani non essendo il cavallo su cui puntavano gli alleati agivano solo nella prospettiva di un loro tornaconto e la loro azione risultava inevitabilmente poco incidente sugli sviluppi della situazione. Ciò malgrado persevera nell’indirizzo dato alla sua inchiesta.

[60] Sin dall’inizio Gibì ha indicato in Raimondo e Gigetto due dei cospiratori anticomunisti di cui s’è messo alla ricerca. Pur trovando poco spago ha ottenuto da Canevari alcune ammissioni – i due erano “intriganti”. Ammissioni cui Gibì ha fatto seguire le domande “Questo loro intrigo a cosa mirava? Quali possibilità aveva?” Così un’ipotesi che nello sviluppo dell’intervista ha decisamente perso peso riprende quota solo perché altri e più significativi argomenti vengono esclusi.

[61] Il 29 luglio 1944, durante una prova di tiro con il nuovo mortaio, una squadra di partigiani russi comandati da John (Giuseppe Quartino, n.1915) ebbe due morti e due feriti a causa dello scoppio del proiettile inserito al contrario. Alcune settimane dopo la Questura di Genova, bene informata, scriveva che a Loco, in val Trebbia, i partigiani avevano un mortaio “che però non sanno adoperare, perché giorni fa durante un’esercitazione lo hanno caricato a rovescio e vi sono state tre vittime”.

[62] Carlo Farini (Manes, n.1895), dirigente comunista, ispettore delle Brigate garibaldine, vice-comandante del Cmrl.

[63] Augusto Solari (Sassi, n.1912, avvocato, democristiano).

[64] Enrico Martinengo (Durante, n.1896), generale di brigata, comandante del Cmrl designato dal Cln dopo l’arresto del generale Rossi.

[65] Costante Bianchi (n.1908).

[66] Aurelio Ferrando (Scrivia, n.1921), compagno di studi e commilitone di Bisagno al Genio marconisti, comandante della brigata Oreste e poi della divisione Pinan-Cichero.

[67] Mario Franzone (Ugo, n.1913), comunista, ispettore delle Brigate Garibaldi, vice-commissario politico della Sesta zona.

[68] Angiola Berpi (Marietta, n. 1911), ostetrica presso la mutua dell’Ansaldo, comunista.

[69] Eugenio Sannia (Banfi, n.1917), ufficiale di carriera, comandante della brigata Berto.

[70] Edilio Maltese (Franco, n.1908), barrocciaio, comunista, commissario politico della Berto.

[71] Ernest Gordon Appleford Lett (n.1910), maggiore inglese, l’8 settembre 1943 fuggì dal campo di concentramento di Veano di Vigolzone, sulle colline di Piacenza, e giunse a Rossano di Zeri, in provincia di Massa Carrara, ai piedi del monte Gottero dove si stabilì.

[72] Gordon Thomas Gore (n.1895), colonnello inglese accompagnato in Corsica da Paolo Risso e dalla organizzazione “Otto” il 1° novembre 1943.

[73] La missione americana Walla Walla partì dall’aeroporto di Brindisi la sera dell’11 agosto 1944 e fu paracadutata sul Monte Aiona la mattina seguente: la comandava il capitano William Calvin Wheeler ed era composta da altri quattordici militari.

[74] Anton Ukmar (Miro, n. 1900), comunista, sloveno, comandante della Sesta zona operativa.

[75] Paolo Zanettin (Madrid, n.1893), marittimo, combattente antifranchista nella guerra di Spagna.

[76] La missione Walla Walla ripartì il 21 dicembre 1944 e passò il fronte cinque giorni dopo.

[77] Peter McMullen (n.1914), tenente colonnello del Soe, il servizio segreto britannico, a capo della missione inglese “Clover”.

[78] Basil Davidson (n.1914), giornalista, maggiore del Soe, operò in Egitto e in Jugoslavia prima di essere paracadutato in Italia al fianco di McMullen.

[79] Leslie Vanoncini (Van, n.1917), maggiore americano di origini brianzole, è il comandante della missione “Peedee” composta da altri quattro militari italo-americani: intervistato, ricordava di aver visto Canevari sul campo a riceverli. Barba lunga, pelerine nera e bastone, l’aveva scambiato per un pastore.

[80] Giorgio Righetti (Oliver, n.1925).

[81] Giuseppe Siri (n.1906), vescovo ausiliare di Genova.

[82] Dubito che tali colloqui risalgano ai tempi di Gorreto e non piuttosto ad un periodo successivo. Ricordo anche come Gibì contestasse con forza a Minetto le sue relazioni con Taviani e la Curia anche durante la loro collaborazione per la stesura della “Intervista a Minetto” (Giambattista Lazagna, “Intervista a Minetto”, Colibrì 2001).

[83] Giuseppe Balduzzi (Marco II, n.1922), studente di giurisprudenza, capo del Sip (il Servizio di informazioni e polizia) della divisione Pinan-Cichéro.

[84] Franco Anselmi (Marco, n.1915-1945), sottotenente dell’aeronautica, volontario nel 1935 per la guerra d’Etiopia e nel 1937 per la guerra di Spagna, dopo l’8 settembre 1943 organizzò nella val Borbéra uno dei primi gruppi partigiani. Comandante della brigata Arzani, nella primavera del 1945 fu trasferito nell’Oltrepò pavese e morì a Casteggio in combattimento il 26 aprile 1945.

[85] Renato Bracco (Duè, n.1910), marittimo, comunista, commissario politico del distaccamento della divisione Cichéro incaricato della custodia dei prigionieri.

[86] Mario Biggio (Walter, n.1924), operaio elettricista al Cantiere navale dell’Ansaldo di Sestri, partigiano alla Benedicta, comandante del distaccamento prigionieri della Cichéro: criticato dal comandante Miro per i metodi brutali che adottava coi prigionieri, alla fine di dicembre del 1944 lasciò la montagna, tornò in città e si portò dietro la cassa del distaccamento. Arrestato dalla polizia fascista ai primi di gennaio del 1945, rilasciò una serie di dichiarazioni a carico di un gran numero di comandanti e partigiani ed accettò persino di accompagnare i tedeschi nei rastrellamenti, al termine di uno dei quali fu ucciso nei pressi di Cabella Ligure.

[87] Bruna Persiani (Loana, n.1926).

[88] Amino Pizzorno (Attilio, n.1909), impiegato all’Ansaldo Artiglieria di Fegino, comunista, capo del Sip della Sesta zona operativa.

[89] Pietro Boetto (n.1871), cardinale, arcivescovo di Genova.

[90] Siri giunse a Rocchetta Ligure il 13 aprile 1945 accompagnato da Achille Malcovati (n.1897), commerciante, ufficiale dell’esercito pluridecorato nella Prima e nella Seconda guerra mondiale, che non aveva aderito alla Rsi e collaborava con l’Auxilium, organizzazione assistenziale presieduta da Siri e impegnata nella raccolta di derrate alimentari in Emilia, in Lombardia e in Piemonte da distribuire in città. Marco Balduzzi in una intervista del 18.4.2012 raccontava di aver risposto duramente, su Il Secolo XIX, ad un articolo del cardinal Siri che vantava un ruolo e dei meriti nella resa finale dei tedeschi. Marco riteneva che Siri non avesse avuto alcun ruolo perché manteneva i contatti con una sola delle due parti (con i tedeschi e non con i partigiani); definiva Malcovati “un personaggio losco e ambiguo, uno di quegli affaristi della politica che vediamo spesso anche oggi” e accusava Siri di “nascondere dietro scuse annonarie” la vera ragione della visita, ossia la proposta di tregua avanzata dai tedeschi e impossibile da accettare per i partigiani, anche perché vietata espressamente dal Cvl.

[91] Elvezio Massai (Santo, n.1920), distaccamento Alpino, brigata Jori, divisione Cichéro.

[92] Giorgio Bo (Berti, n.1905), democristiano.

[93] Giovanni Trombetta (Tomasi, n.1915), vicecomandante del Cmrl.

[94] Natale Moretti (Ras, n.1920), comandante del battaglione Po.

[95] Giuseppe Pollarolo (n.1907), cappellano partigiano con Duccio Galimberti nel cuneese, arrestato e liberato a Torino, ritornò in montagna in Oltrepò pavese e trascorse anche un periodo nella Sesta zona; portava con sé una piccola cinepresa e poté produrre alcuni documentari sulla vita partigiana.

[96] La riunione in cui Bisagno attacca Miro avviene nell’ultima decade di febbraio del 1945; una seconda riunione presenti Martinengo e Trombetta avviene pochi giorni dopo, sempre a febbraio e sempre a Fascia, mentre l’episodio cui si riferisce Gibì (l’ammutinamento di Santo) andò in scena il 7 marzo 1945, quando la decisione di mandare via Bisagno rientrò e si decise soltanto per la costituzione della nuova divisione Pinan-Cichero; infine, l’episodio di Ras sembra che sia avvenuto più tardi, durante un’altra riunione a Fascia il 2 aprile 1945 (v. Comunisti e partigiani).

[97] Anelito Barontini (Rolando, n.1912), operaio tornitore, comunista, condannato nel 1937 dal Tribunale speciale fascista a quattro di carcere; partigiano sui monti di Sarzana, passa a Genova e assume l’incarico di commissario politico della Sesta zona operativa.

[98] La riunione che sancì la nascita della Pinan-Cichero si svolse a Fascia il 7 e l’8 marzo 1945.

[99] Lilio Giannecchini (Toscano, n.1925), operaio all’Ansaldo Meccanico di Sampierdarena, partigiano alla Benedicta, gappista in città, vice-comandante della brigata Oreste.

[100] Ruggero (n.1922) e Bruno Colombo (n.1924), ebrei, partigiani della Cichéro.

[101] Vinicio Rastrelli (Dedo, n.1924), comandante del distaccamento Forca, brigata Berto.

[102] Marino Mascellani (Scalabrino, n. 1920), comandante del distaccamento Guerra, brigata Jori.

[103] Ferruccio Parri (Maurizio, n.1890), rappresentante del Pda al Clnai, vice-comandante del Cvl; Raffaele Cadorna (Valenti, n.1889), generale di brigata, comandante del Cvl; e Rodolfo Morandi (n.1903), rappresentante del Psiup al Clnai.

[104] Canevari si riferisce a Dino (Antonio Muzzi), vice-comandante della divisione Cichéro, processato e condannato a morte dal Comando zona e fucilato il 28 marzo 1945.

Editing: Elio V. Bartolozzi