Ricordo di Rodolfo Zelasco, “Barba”, partigiano bergamasco della Coduri.

Fasc. 40 – Doc. 8: Rodolfo Zelasco “Barba”, “Nani” per famigliari e amici: nato a Bergamo (a Castagneta in Bergamo Alta) il 2-11-1924 e cadde in combattimento in rione Pozzuolo a Villa Montedomenico, piccola frazione del Comune di Sestri Levante (Ge), il 5-12-1944. Primogenito del Prof. Giovanni, 1Prof. Giovanni Zelasco (Bergamo 27/08/1893 – 18/10/1944) socialista, fiduciario regionale e commissario di zona del C.V.L.: in missione connessa alla Resistenza, il giorno 30 settembre 1944, insieme ad altri suoi 3 compagni, sopra un motocarro, stava percorrendo la Val Serina per raggiungere più in alto la zona partigiana. Ma presso il laghetto di Algua, il mezzo che procedeva in salita a non più di 30 Km/h, stranamente uscì di strada sulla sinistra di una curva con svolta a destra visse quindi poco più di vent’anni

04/11/2009 – Questa testimonianza e l’allegata documentazione, in gran parte inedita, che sono lietissimo di ospitare e pubblicare, mi è pervenuta direttamente dalla Sig.ra Angela, sorella di Rodolfo Zelasco, tramite il sig. Enzo Galizzi, figlio di Luciano Galizzi, partigiano “Argo”, Div. “Coduri” (del quale si parla più diffusamente nel Doc.7 di questa stessa rassegna) da sempre molto legato alla Famiglia Zelasco. E in particolar modo al compianto Rodolfo “Barba”, col quale oltre che coscritti bergamaschi sono stati insieme commilitoni, poi partigiani nella “Coduri”, e in ultimo, compagni di quello stesso gruppo di patrioti che il volontario sacrificio di Rodolfo Zelasco “Barba” riuscì a salvare da sicura morte.

E inoltre, ritenendola significativa e valida testimonianza, desidero riportare qui l’ultima e-mail pervenutami dal Sig. Enzo Galizzi in occasione dell’ultimo invio di documentazione riguardante Zelasco: “Alcune parole su questo Eroe ritengo valga la pena di spenderle. La testimonianza della sorella e del fratello, quindi la conoscenza di due persone con lo stesso suo sangue nelle vene, mi porta ad esprimere un giudizio, cosa che solitamente non faccio. La loro stupenda fierezza è pari solo alla loro estrema semplicità.

La sorella di Barba (Sig.ra Angela) è stata insegnante del Liceo Classico Sarpi (Liceo ritenuto il più severo e selettivo della città e della provincia di Bergamo), eppure conoscendola, è persona molto semplice, simpatica e particolarmente espansiva. Tanto per dire, pur essendo in pensione da molti anni la settimana scorsa s’è recata ai funerali di un suo ex alunno. Infatti ha sempre tenuto vivi i contatti con i suoi ex allievi che, a loro volta, l’hanno sempre portata in palmo di mano. Il fratello Paolo, sicuramente con un grado d’istruzione molto elevato, si è ritirato quasi in un eremo: vive infatti in una località sperduta, ma molto bella, all’estrema periferia di Castelli Calepio, comune molto vicino al lago d’Iseo. Parlando, da loro traspare una grande e amorevole voglia di ricordare il fratello Nani, e quando lo nominano usano sempre questo vezzeggiativo. E con sdegno rifiutano l’accostamento tra “Barba” e l’alpino della Monterosa facente parte della squadra che provocò la morte, in combattimento, del fratello, e che morì pure lui nello stesso giorno: ma in circostanze confuse e ancora non chiarite fino in fondo. L’amarezza e la delusione che ne hanno tratto li ha posti in uno stato d’animo tale da mettere persino in discussione il fraterno rapporto intercorso fino allora con l’A.N.P.I. di Sestri Levante. (Per altro con esclusivo riferimento ai soli dirigenti, come viene detto in altre parti di questa rassegna. E in futuro riportando anche una serie di lettere contenute nel Fasc. 15 dell’Archivio originale della Coduri, già altre volte citate, parzialmente, in questo sito – (n.d.a.).

Continua il Sig. Enzo: – I racconti di mio padre, m’avevano fatto pensare a Zelasco come a un personaggio eroico, quasi da romanzo mitologico. Effettivamente, mio padre, da “Barba” ha ricevuto il dono di aver salva la vita. Per quello, e forse per i racconti divenuti sempre più labili nella mia memoria, di Rodolfo Zelasco conservavo un’immagine quasi da protagonista di un film, mentre parlando con i suoi famigliari, e leggendo le varie testimonianze su di lui, ho preso coscienza dell’Uomo Zelasco: Rodolfo, Nani, “Barba”: ed anche Vittorio, perché anche quest’ultimo era un suo secondo nome di battesimo. Tra l’altro, voglio citare qui un altro fatto, che pensavo non rilevante, nei racconti che mio padre spesso mi faceva: nell’imminenza del viaggio di ritorno dalla Foresta Nera, era proprio Zelasco che cercava di convincere quanti più commilitoni gli era possibile, dato il loro stato di quasi coercizione, di tentare una fuga in massa giunti che fossero nelle vicinanze di Verona, . Era riuscito a coinvolgere così tanti suoi compagni, che i tedeschi a guardia del convoglio ferroviario su cui viaggiavano avevano raddoppiato le guardie e avevano più che triplicato le razioni di vino e di cordiale da distribuire agli alpini per tenerseli buoni. Si potrebbe disquisire ancora molto su questa stupenda Persona: potremo farlo sicuramente in futuro”.

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Rodolfo Zelasco “Barba”. Preambolo dell’a. – Nel pormi di fronte al problema di come esporre le vicende che riguardano Rodolfo Zelasco “Barba” nel modo più acconcio a quanto lui, nella sua breve vita riuscì a realizzare, non mi sono mai sorte delle grosse titubanze. In presenza di una così cospicua raccolta di documenti ufficiali, riconoscimenti vari, attestazioni di amicizia e di stima messami gentilmente a disposizione dalla famiglia, m’è parso quanto mai naturale, a mia volta, esporla alla libera consultazione di tutti coloro ai quali potesse interessare. Senza altre aggiunte: perché da queste stesse carte emerge pienamente quanto mai fosse matura, coerente, forte e limpida la personalità di questo giovane combattente per la Libertà. Libertà con la L maiuscola, s’intende.

Il partigiano Zelasco: indole schietta e generosa, intelligenza aperta e fantasiosa, condivise fin da bambino i sentimenti di sdegno, di umiliazione e di rivolta contro il fascismo che il padre non sapeva né nascondere né attenuare neanche di fronte a persone estranee, che gli potevano anche nuocere facendogli la spia.

Dopo il 25 luglio 1943, Rodolfo si mise subito a disposizione dell’antifascismo rivelando decisione, sangue freddo e una tacita abnegazione. Sapeva mantenere il segreto come un vecchio cospiratore. Soltanto dagli amici si seppe che una volta era stato preso a fucilate dai fascisti mentre stava distribuendo manifesti e giornali della cospirazione bergamasca; e soltanto dai testimoni e da qualche beneficato conosciamo adesso quanto sia stata luminosa l’opera portata a avanti da suo padre, e da lui, per salvare, dopo il 8 settembre ’43, centinaia di prigionieri e di perseguitati politici.

Sotto il nome di “Barba” fu caposquadra nella Divisione Garibaldina “Coduri” operante in Liguria: nel Tigullio e il suo entroterra. Sempre primo nei combattimenti, sempre volontariamente pronto alle imprese più rischiose, egli non pensava mai a se stesso; e sostituiva i compagni stanchi nelle lunghe ore di guardia senza dire una parola, e cedeva loro le cose che gli erano destinate, e di cui anche lui aveva estremo bisogno, sempre sorridente e sempre sereno; e, umile come sanno essere solo le persone d’animo nobile, lasciò che i compagni lo credessero un operaio politicamente molto avanti e interessato; e per non creare disparità o imbarazzi tra i compagni, senza mai rivelare d’essere studente universitario.

Il suo comportamento meravigliosamente calmo nelle azioni più temerarie, la sua abnegazione pronta ad ogni sacrificio per la causa e per i compagni, la sua parola pacata e pur vibrante di passione purissima, sono ricordate con fierezza e con amore da tutti i garibaldini della Divisione “Coduri”.

Morì per salvare i suoi compagni. Ferito alle gambe, ordinò loro di ritirarsi senza perdere altro tempo nell’ormai vano tentativo di portarlo, insieme a loro, in salvo. E dopo averli allontanati, continuò a sparare contro il nemico fino all’ultima cartuccia.

Alla sua memoria è stata proposta la medaglia al valor militare (poi concessa dal Presidente della Repubblica con Decreto del 29 aprile 1950, n.d.a.). E il suo nome divenne un vessillo e uno stimolo per i partigiani della Coduri che vollero ricordarlo dando il suo nome a un Distaccamento, divenuto poi Brigata: La Brigata “Zelasco”, a lui intitolata, che fu tra le più gloriose formazioni partigiane appartenenti alla Div. “Coduri”. La canzone dei garibaldini della “Coduri” ricorda tuttora, ad ogni suo ritornello, la memoria di lui declinando alla fine di ogni strofa il suo nome.

E a fine guerra, il suo Comandante, “Virgola”, ne volle accompagnare di persona il suo feretro a Bergamo, e ne volle trasportare per un tratto, assieme ad altri partigiani della “Brigata Zelasco” provenienti insieme a lui da Sestri Levante, la bara sulle spalle. Una corona d’alloro o un mazzo di fiori di bosco e una piccola lastra di marmo segna ancora oggi il posto dov’egli è caduto; e una lampada votiva illumina sempre la sua immagine sulla lapide che la pietà, l’amore e la riconoscenza dell’umile popolazione di Montedomenico, chiese fosse posta sulla facciata della chiesa del paesello dov’egli si era così nobilmente immolato.

Rodolfo Zelasco, il leggendario “Barba”, Nani il moretto dagli occhi azzurri troppo melanconici, volle emulare il padre e ne seguì la sorte”.

(Nota di e.v.b.: anche il profilo sopra riportato è stato ripreso, quasi integralmente, da un appunto trovato tra le carte riguardanti Rodolfo Zelasco: manoscritto senza firma né data, che l’a. è spiacente di non poter attribuire ad alcuno).

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Un brano di Paolo Castagnino “Saetta” comandante del distaccamento dov’erano confluiti molti degli ex alpini della Monterosa passati alla Resistenza: da pag. 134 a pag. 136 de “Il cammino della Libertà” di Paolo Castagnino “Saetta” – De Ferrari Ed. – 1995, Genova)

[…] L’attività aggressiva germanica e fascista si è intensificata; un reparto di tedeschi delle SS e di alpini della Monterosa riesce a penetrare nel bosco di Codivara per tentare di effettuare un attacco di sorpresa contro le forze della Coduri.

E’ notte da alcune ore, quando arriva al distaccamento un giovane ansimante, è Luciano Ferrante di Salerno, ex militare del regio esercito, rimasto bloccato al nord l’8 settembre e che vive presso le sorelle Ghiggeri. Affannato racconta di essere rimasto prigioniero di un gruppo di tedeschi delle SS e di militari della Monterosa che erano riusciti a penetrare nel bosco di Codivara.

Gli faccio portare da bere, ed ora, più calmo, racconta la sua avventura. […]

[…] Lo ringrazio calorosamente e lo lascio per recarmi immediatamente, con Dan il mio vice, al Comando a Valletti, dove trovo Virgola e Leone. Racconto l’episodio e rapidamente viene deciso un piano d’attacco per il giorno successivo. Poco prima dell’alba sarei avanzato col mio distaccamento spiegato a ventaglio per attaccare il nemico frontalmente. Marte doveva passare col suo distaccamento dietro al Monte Castello per sorprendere il nemico alle spalle, mentre Virgola sarebbe risalito con un reparto di formazione dalla Valle di Vara; il nemico si sarebbe così trovato tra due fuochi.

Sulla via del ritorno passo dal distaccamento di Marte per concordare i movimenti per l’attacco e l’ora esatta. Arrivo al mio distaccamento verso la mezzanotte, riunisco il reparto e spiego esattamente l’operazione del giorno successivo.

1 Novembre 1944

All’ora concordata la sentinella dà la sveglia e in pochi minuti siamo pronti per la partenza. Marciamo silenziosi verso Codivara, pattuglie esploranti in avanscoperta, verso la zona dove presumo, a quanto riferito da Luciano, si trovi piazzato il nemico. Ora ci troviamo su di un vasto pianoro interrotto da muretti di pietra a secco e da rocce. Con un gesto faccio disporre il distaccamento a ventaglio, con gli uomini disposti ad una certa distanza l’uno dall’altro.

Avanziamo guardinghi, silenziosi, con l’arma imbracciata, il dito sul grilletto, pronti ad aprire il fuoco. Ci troviamo ad avanzare allo scoperto, ogni muretto, ogni roccia, ogni cespuglio può nascondere l’insidia. Sono al centro dello schieramento e ho modo di osservare l’ottimo addestramento di tutto il reparto, particolarmente dei giovani della Monterosa che si erano presentati a noi alcuni giorni prima.

Improvvisamente, il silenzio dell’alba è squarciato da raffiche di mitraglia, dal rombo delle bombe a mano che esplodono. Trincerati dietro le difese naturali delle rocce e dei muretti a secco che abbondano nella zona, tedeschi e alpini reagiscono all’attacco con un violento tiro di sbarramento. I partigiani balzano in avanti, sparando e piazzandosi dietro ai massi, per scattare subito in avanti, zigzagando fino al prossimo riparo, con perfette manovre, agili e scattanti, sotto raffiche che sibilano come staffilate. Arriva Virgola, puntuale, alla testa dei distaccamenti che hanno risalito il Vara. Noto Paneotto, calmo e impassibile come sempre, scattare tra i primi all’attacco; Basea, rivela un’agilità impensata in un fisico così robusto; tutti sono all’altezza della situazione, decisi e determinati, sotto il fuoco nemico avanzano sparando. Faccio un cenno al Barba14 che è qui vicino, ha subito capito e parte con la squadra, facendo una diversione che lo porta ad attaccare il nemico sul fianco destro, manovra che li costringerà ben presto a ritirarsi. Ma il distaccamento di Marte15 che doveva attaccare alle spalle il reparto nemico non è arrivato in tempo a completare l’accerchiamento e il nemico, pur subendo perdite, riesce a sfuggire nel bosco. Nonostante questo contrattempo, la formazione ha dato un’ottima prova del coraggio, dell’addestramento e della determinazione di tutti i suoi componenti. […]

Alcune delle note di “Saetta” poste alla fine del Capitolo IX dov’è inserito il brano di cui sopra:

  1. Rodolfo Zelasco, da Bergamo.
  2. Arnaldo Braccone, da Moneglia
  3. Dante Verdi, Dan, da Brescia: già tenente della Monterosa, che veniva catturato dai partigiani durante una precedente azione, il quale, dopo un breve periodo di detenzione sulla parola, chiedeva di avere un’arma e così entrava a far parte della nostra formazione comportandosi sempre da ottimo ufficiale. Partecipava al combattimento della Gattea e dopo questo fatto d’arme chiedeva di passare il fronte; entrava a far parte del Corpo Italiano di Liberazione.

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Post Scriptun 15 aprile 2017

Fra dieci giorni saremo tutti chiamati a festeggiare il 72° anniversario del 25 aprile 1945, giorno della Liberazione italiana. Ma per me sarà un giorno non tanto allegro, perché troppa sarà la confusione e troppe le solite, trite parole: la troppa retorica e la prosopopea dei soliti oratori. E sempre soliti gli oratore a salire tronfiamente sui palchi a pronunciare le solite parole. E troppo pochi quelli che meritano di essere veramente ascoltati. E poi qui da noi, con tanti comuni in cui è prossima una tornata elettorale per eleggere le amministrazioni locali pervenute a scadenza, chissà quanta propaganda pre-elettorale verrà profusa nei discorsi di circostanza… sicuramente fiumi su fiumi. Perciò io, anche se non interesserà nessuno, mi terrò in disparte perché, o mentalmente o con altri mezzi, mi sarò già recato (come del resto faccio quasi ogni anno) a far visita ai luoghi che ritengo meritino di essere ossequiati.

Comunque qualche novità, almeno per quanto riguarda il partigiano Zelasco, c’è e ritengo che qui debba essere annotata:

a)- Per quanto concerne il “sentiero delle miniere”, lungo il quale il partigiano Rodolfo Zelasco, il 5 dicembre 1944, è stato colpito a morte, le piogge di questi ultimi anni hanno trascinato via tutto il materiale smosso durante i lavori eseguiti lungo lo scosceso sentiero per renderlo transitabile ai fuoristrada e simili, persino rendendone pericoloso il transito pedonale. Per cui, quest’anno, è praticamente impossibile portare un fiore al cippo dove Zelasco è deceduto. Peccato!

b)- Poi, nel mese di marzo del 2015, è uscito a Bergamo un corposo volume (ed. Il Filo di Arianna) intitolato “Banditen. Uomini e donne nella Resistenza bergamasca”, scritto dal presidente dell’ISREC di Bergamo, Angelo Bendotti. Dove, al cap. 23° (pp.365/p.380) intitolato “Gli Zelasco”, si snoda e viene ampliata la storia dei Zelasco: padre Giovanni e figlio Rodolfo, partigiano “Barba”, appartenente al btg Zelasco, poi divenuto bgt Zelasco, caduto a Villa Montedomenico (Sestri Levante) il 5.12.1944. Lettura che vivamente si consiglia, specialmente alla gente del Tigullio, dove Barba ha svolto il suo purtroppo breve percorso partigiano. Presto ne potrà essere data, comunque, ampia sintesi in questo stesso sito web.

c)- Un’altra novità, su questo stesso argomento, arriva da Como. Dove la regione Lombardia – con l’adesione dell’ANPI, comitato provinciale di Como; l’ARCI, comitato provinciale di Como; l’Eco-informazione di Como; e l’ISC “Pier Amato Perretta” di Como – ha pubblicato un interessante opuscolo intitolato “Memoria resistente. Parole immagini e luoghi della Resistenza italiana ed europea in provincia di Como”. Nel quale viene riportata anche un’ampia pagina, con tre illustrazioni fotografiche, riguardante il “Luogo della memoria” situato nel giardino sul retro del municipio di Cernobbio (CO), e intitolato a Giorgio Perlasca. Dove, come si sa, esiste anche una targa che si riferisce al caporal maggiore della Monterosa Giampiero Civati, caduto a Villa Montedomenico (dove gli è stato anche eretto, dall’ANPI e dal comune di Sestri Levante, un discutibile monumento con un’ancor più discutibile targa rasentante l’offesa) il 5 dicembre 1944, durante lo svolgersi di uno scontro armato contro i partigiani del capo-squadra “Barba”. Della pagina 17 dell’opuscolo in questione si ritiene utile e doveroso riportarne di seguito la riproduzione fotostatica, senz’altro commento in quanto il tutto si classifica da solo. (evb)