Fascicolo 30 – Doc. 1: Ritratto di Giovanni Sanguineti, “Bocci”.

Giovanni Sanguineti "Bocci"

G. Sanguineti “Bocci

Giovanni Sanguineti “Bocci” (Cavi di Lavagna, GE, 1914/1995) muratore – e agricoltore per uso famiglia – e dai primi anni  Cinquanta operaio della FIT (Fabbrica Italiana Tubi) di Sestri Levante: all’età di diciotto anni, circa, entra nella compagine degli antifascisti del Tigullio che faceva riferimento a Fabrizio Maffi (S. Zenone al Po (PV) 1868 – 1955 Cavi di Lavagna – GE) deputato socialista e noto perseguitato politico residente a Cavi di Lavagna. Dove, dal novembre del 1931 – terminata la condanna al confino per antifascismo – Fabrizio Maffi veniva a stabilirsi (tranne una breve parentesi nel periodo bellico trascorso presso una sorella in Svizzera) e dove da subito divenne uno dei personaggi preminenti dell’antifascismo attivo nel Tigullio occidentale.

Ma tornando indietro, al nostro Bocci: nel 1935, militare di leva nel 1° Regg.to alpini, Btg Pieve di Teco, fu inviato (il 4 aprile) a combattere in Abissinia. Rientrato in Italia il 12 aprile 1937 e posto in congedo illimitato, venne successivamente richiamato più volte per istruzione e alternativamente ricollocato in congedo. Il 6 febbraio 1941, per l’ennesima volta, fu di nuovo richiamato e aggregato al 2° Regg. Alpini. E in seguito, il 23 febbraio 1942, imbarcato sul piroscafo Rosandra  e inviato a Spalato, in territorio di guerra, dove arrivò il 27, quattro giorni dopo. E qui, il 15 aprile 1942 ricevette i gradi di sergente maggiore.
Da Spalato, attraverso Fiume, in data 27 maggio 1942, rientra in Italia. Ed esattamente a Borgo S. Dalmazzo (CN), presso la 1a Cp. d’Istruzione, quale istruttore di truppa. Qui rimane almeno fino al 24 novembre 1942 (ultima registrazione effettuata sul Foglio Matricolare prima degli eventi dell’Armistizio dell’8 settembre 1943).
Poi, sul suo F.M. personale, appaiono alcune variazioni di servizio per giungere sino alla data del 10 febbraio 1943, quando il Sanguineti, in stessa data, risulta trasferito al Btg. Monte Schiovatore (XXIX Btg. espl. – 725 cp) che si trova a Giussici (Jugoslavia).
Alla data dell’8 Settembre 1943 viene registrato quale “Sbandato in seguito ad eventi sopravvenuti all’Armistizio”. E poi il 25 Aprile 945 viene  registrato come “Considerato in servizio dal 9/9/43 al 5/4/45”; e in stessa data “Collocato in congedo illimitato” presso il Distretto di Genova.
Quindi Giovanni (Bocci) all’8 Settembre 1943, verrà colto dagli eventi del fatidico giorno dell’Armistizio tra Italia e Alleati (armistizio che però era stato già firmato il 3 settembre ma mantenuto segreto fino all’8) in pieno territorio jugoslavo. Ed egli, come migliaia di altri soldati italiani, per non essere catturato dai tedeschi e spedito nei lager nazisti, abbandona il suo reparto e la divisa e se ne torna dritto a casa sua, a Cavi di Lavagna, in Liguria, dove giungerà il giorno 14 mattina. 

E qui, ripresi subito i contatti col suo vecchio gruppo di compagni antifascisti, inizia con loro una febbrile raccolta di armi e munizioni abbandonate dai militari italiani in fuga, che disperatamente stavano cercando abiti civili per sottrarsi alla caccia dell’esercito germanico che li voleva arrestare (in quanto divenuti ormai nemici) per inviarli a morire di stenti nei campi di concentramento tedeschi.
Precedentemente, però, in Jugoslavia, nel 1941, a far parte dello stesso reparto alpini di Sanguineti, arrivò anche il sestrese Eraldo Fico, il futuro Virgola. E tra i due, che già in parte si conoscevano – e accomunati anche dalle loro convinzioni antifasciste e idee comunisteggianti – nacque tra i due una forte amicizia che ne fece, oltre che gli iniziatori, due tra i personaggi di maggiore spicco della lotta partigiana nel Tigullio orientale.
Della Coduri, di cui Virgola fu poi il comandante, Bocci non fu solo Capo di Stato Maggiore, ma il principale e più preparato e coraggioso organizzatore, specialmente nei compiti più gravosi e difficili. Per esempio, subito dopo l’armistizio, l’occultamento degli ex prigionieri britannici e dei disertori della Wehrmacht, che in seguito venivano accompagnati dal gruppo di Gordon Leet.
Ed anche poi dall’inizio dell’occultamento e mobilitando la sua intera famiglia, provvide al completo vettovagliamento della piccola formazione partigiana che s’era andata via via componendo sul Monte Capenardo; e le rischiose azioni di sabotaggio e controspionaggio, i piani finalizzati alla diserzione di militari della R.S.I., e molto altro ancora.
Persona alla mano (“un amicone!” lo definisce Riccio nei suoi scritti) ma altrettanto scaltro e risoluto, fu anche autore competente 1 Si ricorda che Giovanni Sanguineti, sotto le armi, aveva raggiunto (il 15.4.1942) il grado di sergente maggiore, il che sicuramente gli aveva fornito anche la possibilità di accumulare un notevole bagaglio di esperienze e cognizioni militari. I dati riguardanti il suo servizio militare esposti sopra sono stati tutti desunti direttamente dal suo “Foglio matricolare e caratteristico” avutane fotocopia dalla figlia maggiore, Diana, che qui si ringrazia. (n.d.a.). di rilievi e disegni delle difese costiere liguri inviati poi al Comando Alleato di Firenze. E nel dicembre 1944, con l’aiuto del maggiore inglese Gordon Lett, poté varcare, al sud d’Italia, la Linea Gustav (che delimitava il Fronte meridionale) per raggiungere il Comando Alleato; e successivamente, a Roma, la Direzione del P.C.I.: per fornire loro notizie sicure e dettagliate sulla consistenza della lotta partigiana nel nord d’Italia. E al tempo stesso, chiedere urgenti aiuti economici e lanci di armi, munizioni, vestiario e viveri per la Coduri che ne aveva urgentissimo bisogno.

Di temperamento schivo e riservato, quando fu il momento di scegliere il comandante del suo gruppo, respinse la nomina che i suoi compagni gli stavano proponendo e indicò lui stesso Virgola come persona più adatta a svolgere tale compito, preferendo essergli accanto, a condividerne i rischi, come suo Capo di Stato Maggiore. Finita la guerra tornò a occuparsi del suo lavoro e della sua famiglia, che amò sempre in modo totale ed esclusivo, rimanendo talvolta appartato dai tanti clamori d’una Resistenza fatta, sovente, più di cerimonie inutili e di chiacchiere, che di fatti concreti. Amava in modo particolare ornarsi della “sua” medaglia da garibaldino, che portava sempre appesa al collo e mostrava con orgoglio: unico riconoscimento avuto dalla Resistenza, sia ligure che in campo nazionale.
Quando poi, in prossimità del 70° anniversario della Liberazione, si sentì parlare di una “Medaglia della Liberazione” da conferire a tutti coloro che avevano partecipato alla Resistenza e alla Guerra di Liberazione (partigiani, internati militari nei lager nazisti, combattenti inquadrati nei Reparti Regolari delle forze armate) chissà perché a me è venuto subito in mente Bocci. Così, anche questa volta si era fatto ancora tutto all’italiana; cioè la Medaglia commemorativa della Liberazione sarà conferita all’avente diritto (vivente), socio o non socio dell’ANCFARGL, come si legge sul sito di quest’ultima Associazione, del resto priva di ogni responsabilità al riguardo. Quindi nulla di nulla. Anche se Bocci non ha mai cercato onorificenze, per mio conto qualcosa gli è dovuta, anche se alla memoria, qualcosa gli è dovuta quasi d’obbligo, come del resto a tanti altri come lui. E non certo come a “quell’avente diritto medagliato” che s’era infilato nei partigiani il 23 settembre 1945, mentre il 22 settembre, lungo l’attuale via Negrotto Cambiaso  a Sestri Levante, stava marciando ancora in “orbace” e moschetto bene in vista. In servizio di ronda lungo questa via (che allora scorreva di fianco alla OLE) e che noi chiamavamo semplicemente “il vialone della Marchesa, alla Lapide”. Dispiace ma è così. Con questo non voglio assolutamente dire che quelli che sono stati premiati non se lo meritino. Dio me ne guardi bene: ma forse qualcosina è sfuggita anche questa volta.

Ma a me Bocci piace come l’ho conosciuto io, qui a S. Margherita di Fossa Lupara, dove si recava a trovare Bastian (Sebastiano Bernardello). Spesso in compagnia di altri partigiani della Coduri: in particolare mi ricordo di “Leone”, qualche volta “Riccio”, spessissimo il papà di Riccio, Vladimiro Cosso e la moglie, e tanti altri… e anche spesso gente di Genova, di cui non ne sapevo neppure il nome.
Io ero lì, perché a quei tempi (ero sui quattordici o quindici anni) d’estate, andavo a raccogliere le pesche da Bastian, che per paga mi dava anche qualche biglietto da mille lire. Lui saliva sulla scala a treppiedi, raccoglieva i frutti e me li buttava giù nel grembiule che io tenevo aperto e teso per raccoglierli, e poi li ponevo delicatamente nel cesto. Era l’unico modo per non rischiare di far cadere a terra le pesche, che si sarebbero guastate, e con ciò obbligati a scartarle perché se ammaccate non erano più vendibili. 
Bocci, davanti alla casa rurale di Bastian, stava invece costruendo un paio di panchine in cemento, ma rifinite a mo’ di rami e tronchetti d’albero intrecciati. Molto belle. Tecnica allora molto in uso, almeno qui da noi; e per chi lo volesse, ne può gustare la bellezza (non cito l’autore solo perché non so chi sia) lungo la salita dei Frati in Sestri Levante. Bocci era molto pratico in questo, paziente, preciso. Mi dispiace che, anche se qualche volta abbiamo chiacchierato un po’, la differenza d’età non m’abbia consentito di diventare suo “amico”, ma rimanere solo un ragazzo timido e impacciato che parlava con un uomo molto più grande di lui e anche molto noto.
Mi piace anche come ne parla Riccio nel suo libro “Ne è valsa la pena?”, pp. 582/4 (ed. ANPI di Sestri Levante, 1983): e Bruno Pellizzetti, “Scoglio” nel suo libro “Dalla montagna vedevamo il mare”, pp. 15/28, ed. Editrice Nuovi Autori, Milano,1995. Dei quali ne voglio riportare due stralci:
  

GIOVANNI SANGUINETI! « BOCCI », di A.Vallerio, “Riccio”. 
Il «serio» buontempone che con la sua opera ha «costruito» la Coduri

«Bocci», più di «Virgola» e di qualsiasi altro, può essere considerato il fondatore di quella che poi doveva diventare la leggendaria Divisione garibaldina «Coduri».
E se è vero che le basi concrete per dare vita a questa famosa unità partigiana sono state gettate nel corso di una riunione, avvenuta subitoci l’8 settembre, in un casone di Barassi, nascosto fra i castagni ed i pini, alla quale parteciparono «Bocci» (comunista), Ruspini (liberale), Savoretti (democristiano) e Alberto Cirenei (socialista), è anche vero che questa idea brillava da tempo nella testa di «Bocci», diciamo da molti mesi, da quando cioè si trovava con la «Julia» in Jugoslavia, ed allora si chiamava più semplicemente il sergente degli alpini, Giovanni Sanguineti.
Perché «Bocci», cresciuto alle falde del Capenardo e nella zona di Barassi, dove in Rosa doveva trovare l’altra metà della sua vita, antifascista e comunista, attivo e militante, è stato sempre: prima e dopo!
E non si limitava certamente ad alimentare la fiamma che dentro gli bruciava, ma faceva proseliti, rischiando il tribunale speciale, fra i soldati, gli ufficiali ed anche fra la sua gente, che lo ascoltava, lo stimava e lo se­guiva come un autentico… «figliol prodigo».
Poi un bel giorno, quando si rese conto che predicare l’antifascismo era bella cosa, ma che era arrivato anche il momento di iniziare a sparare e combattere in modo organizzato ed intelligente, eccolo subito impegnato alla ricerca di uomini, che al disopra delle tessere e delle idee, fossero disposti a fare la loro parte nella decisiva battaglia per la libertà e la civiltà.
Poteva e doveva essere lui il comandante, ma quando giunse il momento fatidico ed imbarazzante, eccolo farsi da parte, schivo e modesto, ed indicare, addirittura al suo posto, egli stesso, il vecchio compagno d’armi e di lotta, che nella Resistenza doveva poi diventare il leggendario «Virgola». «Bocci» divenne Capo di Stato Maggiore, e quindi il consigliere militare di «Virgola», e a questo compito, lui veterano di cento battaglie, di cento operazioni di guerra e quindi di altrettante esperienze e malizie, assolse con la capacità di un ufficiale forgiato e preparato alla dura scuola di guerra, con la furbizia della volpe e la tenacia che gli era propria, per essere figlio di contadini.
Diceva e proponeva le cose più impensate e difficili, con le parole più semplici e talvolta nello stesso dialetto, che in fondo prediligeva, perché gli consentiva di esprimersi in modo più colorito, ma anche più preciso e coretto.
Lo accompagnava sempre un terribile odore di sigaro o di pipa, che qualche volta, ma più giusto sarebbe dire spesso, cercava di rendere meno nauseabondo, trangugiando come vuole la vecchia tradizione alpina, qualche bicchiere di grappa, più o meno «grigioverde» o «tricolore».
È stato insomma un tenace combattente, ma anche un compagno allegro e buontempone, sempre pronto a raccontarti la barzelletta o farti lo scherzo più atroce, anche quando la situazione non solo era difficile, ma addirittura drammatica.
Un bel giorno lo vestimmo a nuovo e lo incaricammo di varcare il fronte per raggiungere Roma, dove si sarebbe recato a chiedere aiuti, armi e munizioni per la nostra formazione, che doveva arrangiarsi da sola, mentre altre a noi così vicine, e non certo più attive ed intraprendenti, ricevevano due o tre lanci la settimana.
«Bocci» l’alpino, il «giovo» sempre allegro e scherzoso, cambiò spoglie divenne più diplomatico, parlò con ministri, con generali americani, parlò anche con Palmiro Togliatti, e quando ebbe realizzato qualcosa di veramente concreto, riattraversò un’altra volta le linee, […]. 
Raccontò i suoi incontri romani, intercalandoli con fatti coloriti, con battute e risate, e la sua missione portata a termine in modo assolutamente positivo, […].
Riprese e continuò fino in fondo il suo compito, sempre con allegria e buon umore, con grande rispetto per tutti, ma anche e starei per dire soprattutto con una serietà che sconfinava nel rigore più intransigente, ed una così radicata e spontanea modestia, che era tipica e originale, sia di lui che di «Virgola», e che dovrebbe continuare ad esserci di insegnamento a tutti, in particolare a coloro che dopo la montagna non hanno fatto che rincorrere sogni, ambizioni e traguardi fuori misura, e per dire la verità in fondo, tutt’altro che meritati […]

UN PARTIGIANO PIANGE, di Bruno Pellizzetti “Scoglio”

Era seduto di fianco a me, lo avevano portato in macchina. Nel viottolo lo avevano seduto su una seggiola e, sollevatolo a braccia, seggiola inclusa, messo al lato mio, mentre stavo per bere il caffè [Bocci in quei giorni stava poco bene n. evb]. Era la conclusione della riunione di partigiani della Divisione Coduri, offertami nella mia città natale dopo 45 anni di assenza. Eravamo sulla collina, proprio sopra la stazione di Cavi di Lavagna: avevo scoperto che quella terra allora poco urbanizzata era oggi piena di palazzine, le stradine asfaltate avevano rimpiazzato le mulattiere che noi partigiani scendevamo di notte per metterci in agguato sull’Aurelia. Ero arrivato da Buenos Aires il giorno prima ed avevo avvisato che sarei andato a Cavi per mettere fiori sulla lapide che avevano eretto a Riccio davanti al cimitero, dall’altra parte della strada, quella che si affaccia al mare, da dove si vede con ampiezza lo scenario nel quale realizzammo l’attacco alla bettolina tedesca, che gli alleati da Londra trasmisero così: “Partigiani armati della Coduri attaccano sul mare nave tedesca e l’affondano”.
Guardavo con affetto l’uomo che mi era seduto a fianco. Era Bocci. Ma lui non diceva nulla, sapevo solamente che qualche parte del suo cervello era lì con noi, perché dai suoi occhi scendeva un rivolo di lacrime. Anche le mie lacrime scorrevano, ne sentivo il sapore acre di sale che mi cambiava il gusto in bocca. Gli altri stavano in un silenzio teso, tutti sapevano cosa significava Bocci per me. Vecchio sergente degli alpini nella lotta nelle zone dietro Cavi, dove si era formata una banda di trenta partigiani, molti dei quali lavoravano nei cantieri di Riva Trigoso.
Saputo che lassù, vicino al monte Zatta, si era formato un piccolo gruppo di partigiani, la maggioranza di essi pro­venienti da Torriglia, era andato a conoscerli. Io ero con loro, e Bocci impose la sua presenza, unificò le formazioni e fu la mia guida.
Che strana circostanza mi aveva portato così lontano da Cavi, dove abitavo, o meglio dove abitava la mia famiglia sfollata da Genova. Mai avrei immaginato l’importanza politica di quel piccolo paese; lì viveva il dottor Fabrizio Maffì, che dopo la guerra fu senatore del partito comunista, lì viveva il socialista Marcello Cirenei; lì vivevano i liberali Savoretti. Tutti antifascisti entusiasti anche se d’ideologie differenti. Il paese sentiva l’influenza di questi uomini politici ed era, in generale, antifascista.
Sono nato nel 1923, mio padre era capitano di navi mercantili, mio zio Mario, capitano dell’esercito nella guerra del ’14. Nel dopoguerra entrambi avevano aderito alle idee di Mussolini. Io, cosa ero? Un giovane, educato nelle scuole organizzate dal partito fascista, che aveva fatto tutta la carriera, da balilla ad avanguardista e poi istruttore della milizia. A dieci anni, terminata la scuola elementare, il direttore mi vendette il moschetto, del tipo di quelli che usavano i carabinieri, con la baionetta che si piegava sul corpo dell’arma. A tredici anni sparavo con la mitragliatrice. In quel modo, nel quale il Regime ci vuotava il cervello e creava motivi di permanente tensione ideologica, io avevo vissuto anni d’esaltazione. Ero così il prototipo del giovane fascista e, come me, ce n’erano migliaia. Non tutti avevano il padre antifascista, non tutti covavano in corpo il rancore e lo stimolo per una rivincita dovuta alle persecuzioni sofferte dai propri famigliari. Dopo essermi diplomato Capitano di Lungo Corso all’Istituto Nautico San Giorgio, mi ero presentato come volontario nel corso “D” della Marina da Guerra, che si faceva a Pola sulla nave scuola Cristoforo Colombo. Fin da principio mi resi conto che la Marina era antifascista, monarchica. Avevo cominciato a scoprire l’altra faccia della medaglia della quale, durante tanti anni, avevo conosciuto un solo lato. Marina monarchica, alpini monarchici, milizie fasciste, aviazione ed esercito senza idee manifeste. Una terribile confusione mi prese, solo e di sorpresa.
Lasciata la Marina militare a causa di una malattia, durante la convalescenza mi ero imbarcato a Genova su una nave mercantile. Dalla Marina non mi chiamarono più, [..] perciò rimasi come terzo ufficiale sulla nave petroliera Assisi. Il pericolo ci stava alle calcagna sempre.
Una sera, già scuro, mentre stavo sul ponte, tutto si illuminò di colpo, un bengala con sprazzi di luce violetta era rimasto appeso alla crocetta del nostro albero. Le sirene cominciarono a ululare, i riflettori saettarono le loro strisce di luce alte nel cielo ed i cannoni della difesa antiaerea che circondavano Genova cominciarono a sparare. E noi, in piena luce! La bomba non cadde sulla nostra nave, a metà carica di petrolio, ma sull’altro lato del molo colpendo la torpediniera Camicia Nera. […]. 
Non ebbi gioventù: la milizia, la verità dura della guerra. Ero un giovane patriota, impregnato delle idee nazionaliste che mi avevano inculcato. Amavo la mia patria, l’amavo con passione però mi sentivo smarrito in tanta confusione. L’8 di settembre del ’43, quando il Re ed il Maresciallo Badoglio lasciarono Roma e trasferirono il go­verno a Brindisi, ero imbarcato come secondo ufficiale sull’Orvieto. Era una nave che univa Genova alla Sardegna.
Quella sera attraverso la radio ci giunse la notizia. L’ordine del re era che le navi lasciassero i porti, che marcassero strisce nere sulla coperta e che per radio morse trasmettessero un segnale: appena uscite dai porti gli aeroplani inglesi le avrebbero prese sotto la loro protezione. A bordo dell’Orvieto eravamo rimasti i due ufficiali più giovani, io, secondo di coperta, e Franceschini, il secondo di macchina. Avevamo la stessa età ed avevamo studiato negli stessi anni nello stesso istituto.

[Nella notte la barca venne sequestrata e l’equipaggio arrestato dai tedeschi e l’indomani… n.d.a.]. 

… Ci portarono per la notte in un caseggiato pieno di tubature esterne dal quale, da una ampia finestra, vedevamo molto vicina la Lanterna. Durante la notte il numero dei prigionieri era aumentato, c’erano ufficiali di navi che erano state affondate e c’era pure il comandante militare del porto, un uomo autoritario e sempre di cattivo umore. Quando cominciò a far giorno ci stupimmo vedendo che sulla strada che costeggia il porto e conduce a Principe, transitavano tram e si vedevano tra i passeggeri militari italiani in divisa. Poco dopo, sotto di noi, nel porto, vedemmo guardie di finanza che si lavavano ad una fontana. Che succedeva a Genova? Tutto sembrava normale, a parte la nostra prigionia. All’improvviso dalla Lanterna qualcuno si mise a sparare. I tedeschi, al sentire gli spari, ci avevano raggruppati in una grande stanza e sulla soglia della porta avevano piazzato una mitragliatrice pesante che ci minacciava. Solamente gli ufficiali. Sotto, in un altro stanzone, c’erano i marinai ed i militari di minor grado e tra loro il mio marinaio ferito. Poche ore dopo, verso mezzogiorno, mi vennero a cercare e mi portarono alla presenza di un colonello tedesco, imponente nella sua divisa di cuoio nero. Fu gentile, forse influì il mio viso imberbe di ragazzo, avevo appena vent’anni. Chiamò un autista e gli disse di portare all’ospedale il ferito [che era con noi n.d.a.] e che io avrei accompagnato. In una macchina tedesca attraversai la città ignara di tutto, fino all’ospedale San Martino. Lo consegnai al medico e tornai alla mia prigione nel porto.
La forza d’animo dei prigionieri si era indebolita, il pessimismo aveva fatto accoliti quando, sul far della sera, venne il colonnello. Con aria soddisfatta:
«Hanno liberato Mussolini» ci informò. «Voi tutti potrete andarvene se date la parola d’onore che non vi ribellerete ai comandi tedeschi».
In verità non ci fu nessun atto manifesto che confermasse che accettavamo la proposta. Cominciammo a raccogliere gli indumenti ed a lasciare la stanza. Io mi avvicinai al colonnello, che subito mi riconobbe.
«Vorrei andare a bordo a prendere la mia roba» gli dissi. Il colonnello rifletté alcuni secondi ma chiamò una sentinella e mi fece accompagnare sulla nave. Il porto era silenzioso, nulla si muoveva, non c’era anima viva.
Arrivai alla nave, feci la mia valigia e quella di Franceschini. In una coperta avvolsi le sigarette d’esportazione che erano nell’armadio sigillato dalla dogana. Quella notte dormii in casa di Franceschini che abitava a Sampierdarena e ci dividemmo le sigarette. Oggi a quarantanove anni di distanza da quegli episodi, ricordo ancora quelle sigarette. Io non fumavo, però con quella scorta di pacchetti di macedonia d’esportazione, in un momento in cui il tabacco era razionato e fatto di lattuga, uscivo portan­done ogni volta uno nel taschino della camicia. Ero a Cavi, con la famiglia, e vicino alla stazione ci riunivamo ragazzi e ragazze. Le sigarette mi avevano reso famoso. Le offrivo a tutti gli amici e, per giustificarne il possesso, a volte ne fumavo qualcuna. Mi durarono non più di due settimane ed in tutta la mia vita furono le uniche che fumai.

Rieccomi di nuovo, dopo tanti anni, tra i partigiani della Coduri. Di fianco a me uno sconsolato Bocci, che mi faceva tremare la voce:
«Ma avete ben chiaro chi è stato quest’uomo?» chiesi, commosso, senza rendermi conto che i presenti lo avevano conosciuto meglio di me. Ed allora raccontai del Bocci sulle montagne. Mi lasciavano raccontare anche se loro avrebbero potuto dire di più o correggermi. Capivano che il mio era uno sfogo, che volevo che il Bocci smettesse di piangere in silenzio e si rendesse conto che io non mi ero dimenticato di lui, che avevo per lui un affetto immenso e che, nella mia vita, la relazione con quegli uomini della resistenza aveva acquisito un’importanza superiore a tutte le altre. Gli anni passavano senza rispetto, però noi, gli uomini delle montagne, quelli che avevano lasciato, come dice la nostra canzone, le case, le scuole e le officine, noi eravamo lì, dopo tanti anni, come se il tempo non contasse.
Avevo conosciuto Bocci quando era arrivato sopra Comuneglia, nei cui dintorni, nella macchia, ci accampava­mo. Eravamo undici partigiani ed il comandante era un ufficiale dei sommozzatori, un architetto il cui nome di guerra era Bruno; c’era un tal Fossati che pareva avesse un negozio di scarpe in via Luccoli e c’erano altri due che si potevano definire come “duri”, dall’aspetto veramente impressionante. Ed io, l’ultimo arrivato, che avevano messo a fare il cuoco.
«Sei ufficiale di marina?» mi avevano detto quando mi presentai sul piazzale di Comuneglia. «Allora ci farai da mangiare».
Non era difficile far da cuoco perché mangiavamo sempre la stessa zuppa. Alla mattina di buon’ora scendevo verso le case sopra Comuneglia e i contadini, a turno, organizzati dal parroco, ci davano ogni giorno una pagnotta, un pezzo di lardo e qualche patata. Pestavo il lardo nel pentolone di ferro, lo mettevo sul fuoco, aggiungevo acqua e sale, le patate e quando tutto bolliva, ci sedevamo attorno alla zuppa e la mangiavamo accompagnandola con il pane. A volte alla sera scendevamo in qualche casa di gente conosciuta per sentire i bollettini degli alleati, con tutte quelle frasi corte: “La luna è verde”, “Il sole spunta alle otto”, che la radio passava in una interminabile cantilena. Ci produceva una intensa emozione perché sa­pevamo che erano istruzioni per noi partigiani, lanci di armi e munizioni. La prima sera, non so perché, un mio compagno disse alla donna di casa, indicandomi: «È un polacco».
Così, per fare la parte del polacco, mi vedevo obbligato a non parlare, ed io che sono un chiacchierone ne soffrivo a non dire. A volte sentivo su di me lo sguardo pietoso di qualche contadina che vedendomi silenzioso e pensieroso, commentava:
«Povero ragazzo starà pensando alla sua famiglia».
Arrivò Bocci, ed era ben armato. Il suo cipiglio di vecchio e fiero alpino, cui si aggiungevano i quindici anni che aveva più di noi, gli dava autorità.
«Sono venuto a prendervi» ci disse.
«Noi siamo un gruppo più numeroso e siamo accampati sul monte di Campodonico, più su di Frisolino, passando Iscioli. Dietro a noi ci sono montagne molto alte che ci danno protezione».
Il Bocci fu convincente ed il gruppo genovese decise che io andassi a vedere chi erano quei partigiani che stavano nelle vicinanze ma più in basso verso il mare.
Camminai scendendo quelle montagne coperte da boschi di castagno, avevo solamente un piccolo revolver che un contadino mi aveva regalato, ben poca cosa rispetto alle armi che possedeva il mio compagno.
Al nostro gruppo si era aggiunto un sardo, venuto da solo fino al nostro accampamento. Aveva detto di essere maestro di scuola, fuggito per non essere catturato come disertore. Era un uomo basso, di trent’anni, dai capelli neri e ricciuti ed era inconfondibile perché nel mezzo della fronte aveva una macchia nerastra della dimensione di una noce. Per me divenne l’uomo della pitta.
Bocci mi portò all’accampamento del suo gruppo e mi presentò Virgola, Naccari, Leone, Italo ed una ventina di altri partigiani, quasi tutti provenienti dai cantieri di Riva Trigoso. Virgola era sergente degli alpini, mentre suo fratello Naccari veniva dalla Marina come me. Mi diedero uno sten. Con quella leggera e tozza arma mi sentii molto più forte. Dopo pochi giorni tornai a Comuneglia da solo e portai le notizie a Bruno, il comandante.
Il nostro gruppo scese da Comuneglia a Campodonico dove si riunì con l’altro. Non trascorsero molti giorni e già sorsero problemi. Durante una elezione, organizzata da Italo, Virgola fu confermato comandante, decisione che forzò Bruno ad abbandonare la formazione portando con sé, verso Genova, quattro o cinque dei suoi uomini. Gli altri, me incluso, restammo. Bocci mi prese sotto la sua protezione, lui era di Cavi, sua madre Vittorina viveva in un casolare sotto Soriana. Un gruppo di partigiani che si manteneva nella clandestinità e continuava lavorando la terra nella Bugazza gli rispondeva fedelmente. Mio nonno, vecchio capitano della navigazione a vela, ora in pensione, aveva affittato una cascina nella Bugazza dove viveva assieme a due figlie e quattro nipotine, ragazze che ci aiutarono molto durante la lotta che poi si accese […].
Tornerò a Bocci […]. La Bugazza e le montagne dei dintorni erano la sua casa. Tutti i contadini lo conoscevano e ap­prezzavano. Era un piacere andare con lui e conoscere sentieri e nascondigli. Era un nomade per natura, Virgola non lo poteva tenere sotto il suo comando, perché Bocci aveva sempre qualche missione da compiere. Con il crescere della formazione lo nominarono Capo di Stato Maggiore, però non era ambizioso di gradi, lui continuava a camminare per le montagne. Un giorno, dal comando in­glese del maggiore Gordon Let venne la notizia che il co­mando americano nel sud Italia chiedeva che gli si inviasse un consigliere sulla guerra partigiana. Bocci con successive guide passò il fronte di Montecassino e rimase a Roma fino a poco prima che finisse la nostra guerra. Mentre lui non c’era, quasi come una conseguenza naturale, io lo rimpiazzai in qualità di Capo di Stato Maggiore della Divisione. Potrei raccontare più cose su Bocci ma preferisco ricordare […]. Valore non appariscente, che è caratteristico dei liguri, niente eroismo, bensì il coraggio degli stoici, saper sopportare il peggio senza darlo a vedere. Soffrire torture senza dare all’avversario motivo per sentirsene soddisfatto. Resistenza passiva, ecco la forza della nostra lotta […].

Ma occorre anche aggiungere che il papà di Bocci (Bartolomeo, vulgo Bertollo) era il campanaro della chiesa dell’Immacolata Concezione di Cavi Borgo – che anche Giovanni frequentava abbastanza assiduamente – e presso la quale, la mattina del 27 settembre 1943, i primi “partigiani” locali si radunarono, proprio chiamati da lui, per porre le basi di quella che poi diverrà la divisione Coduri. Inoltre Bocci, ancora diciottenne e senza studi specifici in materia, eseguì il progetto, e ne fu anche il costruttore, della Cappella Arzeno sita nel cimitero di Barassi, dove tuttora, volendo, si può apprezzare. 
Pur dichiarandosi  comunista, non  fu certamente un mangiapreti, e continuò a godere della stima e della fiducia anche dell’ing. Preve, direttore della FIT e membro democristiano del CNL della zona. Ed è così che quando l’ing. Preve ebbe la necessità di far saltare un traliccio dell’alta tensione per mettere fuori uso le gru della FIT onde impedire che i tedeschi smantellassero lo stabilimento per requisirne i macchinari da trasferire in Germania, si rivolse personalmente a Bocci, che subito intervenne con i suoi.
A Liberazione avvenuta, nel dicembre 1945 partecipò inoltre, a Roma, al Congresso nazionale del PCI. Ma nel proseguo, le sue simpatie per questo partito si affievolirono molto, pur rimanendo sempre un uomo di sinistra. E ancora, quando nei primi anni Cinquanta Bocci entrò a lavorare nella FIT (Fabbrica Italiana Tubi) di Sestri Levante, ebbe un’altra soddisfazione: assunto quale disegnatore, sua vecchia passione, fu presto nominato perito contrario nella costruzione delle case per i dipendenti FIT di Via Val di Canepa in Sestri Levante. E anche quando, in piena guerra civile, il Comando Alleato, a inizio 1945, ebbe necessità di avere ragguagli certi per orientare i suoi aiuti aviolanciati sulle formazioni partigiane della Liguria occidentale, all’unanimità il CNL locale e lo stesso Comando della Coduri, scelsero proprio il Bocci quale loro rappresentante-delegato. Ed egli stesso, poi, una volta a Roma, ne approfittò per farsi ricevere, oltre che dal Comando Alleato dal quale era atteso, anche dai rappresentanti del governo italiano, da Togliatti in persona e non si sa da quanti altri.

Dic, 1945, al Congresso del PCI tenutosi a Roma: Bocci è il primo a destra seconda fila e in terza fila, dietro di lui, G. Serbandini “Bini”.

A questo punto, dopo la doverosa segnalazione dei due interessanti documenti dello stesso Bocci, ivi  presenti nel Fasc. 3 – Doc. 7 e 7bis dell’Archivio della Coduri, preferisco chiudere queste poche note – anche se ci sarebbero molte altre cose interessanti da dire sul suo conto – con queste sei  simpatiche strofe composte da Giomin di Baren (n. 1884 e zio della sig.ra Rosa Sivori, in dialetto sig.ra Rositta, moglie di Bocci) il quale abitava a Barassi in cima a una salita dove spesso vedeva in distanza la nipote e il suo fidanzatino salire in scià muntà:

Lazu, in fundu a muntà,
ghe a Rositta
cu figgiu du campanà,
ma nu ghè da faghe casciu:
perché i l’han ancun
u sbruggio au nasu.

Traduzione: laggiù, in fondo alla salita/ c’è la Rositta / con il figlio del campanaro, / ma non c’è da farci caso / perché hanno ancora / il moccio al naso. 

Sotto: ecco le 3 facciate più significative del Foglio Matricolare dell’alpino Giovanni Sanguineti:

Sotto: Giovanni Sanguineti qui ritratto con la moglie, Signora Rosa Sivori.

Questo bel quadretto familiare, è esposto, bene in vista, su una madia nella cucina della maggiore delle due figlie di Bocci, Diana residente a Cavi Borgo di Lavagna. Appuntata sulla foto da notare l’inseparabile medaglia di garibaldino, unico riconoscimento avuto dalla Resistenza, sia locale che nazionale, che Bocci amava portare sempre con sé, appesa al collo.
La coppia ha avuto, oltre alla Signora Diana vedova Del Soldato, altri due figli: la Signora Gabriella sposata Uzzecchini, noto ex giocatore della Sampdoria e poi allenatore e docente presso la Scuola allenatori FIGC di Coverciano, residente a S. Bartolomeo della Ginestra (Sestri Levante); e il costruttore edile Sanguineti, geometra Bartolomeo, residente a Cavi di Lavagna.

Sotto: il monumento bronzeo,  dello scultore lavagnese Francesco Dallorso, dedicato a “Bocci”, eretto nei giardini di Cavi Borgo in Lavagna.

La targa, con dedica di Elena Bono che recita:

Sanguineti Giovanni “Bocci”, Capo di Stato Maggiore, (Cavi 3.3.1914/23.2.1995).

Dopo l’8 Settembre ’43 fondò coraggiosamente con pochissimi altri la Formazione “Coduri” sopportando la fame e gli stenti, affrontando gli agguati e le insidie con quieta fermezza di capo senza chiedere mai ricompense di sorta. Forse si stupirebbe di un busto di Bronzo da Eroe in questi luoghi dove ritornata la Pace giocava con gli amici lunghe e tranquille partite a bocce, all’ombra di un pergolato. Elena Bono.