Le Brigate “Garibaldi”

Fasc. 32 – Doc. 4: Francesco Leone “Le Brigate “Garibaldi” nel movimento partigiano in Italia”. Ed. “L’Unità”, Roma, 1944. L’opuscolo, 64 pagine di testo più copertine, form. 18X13, è compreso nell’archivio del Circolo “Virgola” di S. Margherita di Fossa Lupara (Sestri Levante) e la sua scorsa è in parte sicuramente utile per comprendere il marasma degli scontri tra la Cichero, quindi tra Bisagno e il Comando VI Zona, e tra questi ultimi e la Coduri. Scontri nati intorno alle iniziative del PCI finalizzate all’iscrizione, in massa, dei giovani presenti o che appena giungevano ad arruolarsi nelle formazioni della VI Zona, Coduri compresa, che si svilupparono soprattutto intorno al mese di dicembre 1944, per poi proseguire fino alla liberazione, e anche oltre.

Diretto ai quadri del partito comunista, l’opuscolo mirava, in particolare, alla formazione degli incaricati di questo partito inviati nelle ‘bande’ con mansioni fiduciario-ispettive, ma aventi il precipuo compito di “istruire politicamente” e “pilotare” i giovani compagni, appena giungevano in formazione, verso quest’unica forza politica. Doveva quindi risultare particolarmente attrattivo verso il PC, ma sopratutto dare un unico e preciso indirizzo alle loro ancora acerbe idee politiche, in quanto la maggior parte di loro arrivava in montagna priva d’un minimo bagaglio di conoscenze politiche. Inoltre, a questi giovani ‘compagni’, l’opuscolo assegnava anche il compito di prepararsi e farsi trovare pronti a sfilare davanti, in prima fila, nelle manifestazioni che sarebbero seguite alla Liberazione nazionale.

Decisamente in anticipo sui tempi, l’opuscolo era uno strumento non solo destinato a dare particolare lustro all’immagine dei giovani neo comunisti. L’autore infatti li assicurava che dai cortei, alla cui testa avrebbero dovuto presto di sfilare, avrebbero ricevuto cospicui vantaggi. Farsi riconoscere come principale forza liberatrice delle città e dei paesi li avrebbe fatti segno, prima, degli applausi popolari; e poi marcatamente privilegiati nell’accumulare preferenze nei successivi confronti elettorali.
(Nda. – Mentre il formato pagina differisce, la numerazione segue quella originale). 

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Vento del Nord

Nell’Italia settentrionale la guerra di liberazione na­zionale ha assunto un carattere profondamente popolate con la partecipazione attiva ed eroica del Corpo Volontari della Libertà, nelle file del quale sono schierate le Brigate e le Divisioni d’assalto Gari­baldi, accanto a tutte le formazioni partigiane delle altre correnti antifasciste, fuse nello stesso spirito di lotta, mosse dallo stesso odio e dallo stesso amore, animate da un’unica volontà : liberare l’Italia dai na­zisti e fascisti e conquistare al popolo italiano il di­ritto di essere annoverato fra i popoli liberi del mondo.

Il Corpo Volontari della Libertà ha le sue ori­gini in quel movimento partigiano, sorto come moto, spontaneo delle masse popolari indignate e nauseate dalla viltà e dal tradimento delle cricche reazionarie che l’8 settembre, come già il 25 luglio, escludendo il popolo dalla vita politica nazionale, hanno reso più grave il disastro scavato all’Italia dal fascismo.

E mentre nell’Italia occupata queste cricche reazio­narie si aggrappano ancora oggi ai frantumi dell’eser­cito di Hitler disfatto e nell’Italia liberata tentano di risorgere con una maschera d’occasione, noi guardia­mo fiduciosi al nostro popolo che, con le armi e col sangue, con la forza della sua unità ritrovata nel Fron­te nazionale e nelle sue organizzazioni, marcia fatico­samente, ma sicuramente, verso la rinascita.

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Come sorge il movimento partigiano

All’indomani dell’armistizio, le masse popolari, con alla testa la classe operaia, reclamavano a gran voce le armi per continuare la guerra contro l’odiato te­desco, per sterminare i responsabili della catastrofe in cui era stata gettata l’Italia.

Delegazioni di operai, appoggiate da masse imponenti di popolo, si presentavano alle Autorità ed ai Comandi militari chiedendo la distribuzione delle armi. E que­sto avveniva spontaneamente e contemporaneamente in tutte le città, in tutti i luoghi ove erano concentrate truppe del nostro esercito.

Ma le Autorità civili ed i Comandi militari furono ovunque sordi alla voce del popolo, che, in quel mo­mento, era la voce della Patria tradita. Quelle dele­gazioni furono, ovunque, rinviate bruscamente o con vaghe e timorose promesse, con il pretesto che si «at­tendevano ordini».

Ma appena alcuni reparti tedeschi si presentarono ai Presidi militari, l’«ordine» era già stato dato alla truppa accantonata nelle caserme; ed era l’ordine della capitolazione, della consegna vergognosa delle armi.

Ed allora il popolo dovette assistere, impotente e fremente, a scene di viltà il cui ricordo, ancora oggi, fa arrossire di vergogna ogni italiano che abbia il senso della dignità e dell’onore.

Pochi burbanzosi ufficiali tedeschi, a capo di pic­coli reparti di soldati armati di pistole mitragliatrici,

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bloccavano le porte delle caserme e procedevano al disarmo di centinaia e migliaia di soldati italiani. Non solo! ma molti di questi soldati traditi, venivano incolonnati e spinti verso le stazioni, stipati in carri bestiame, rinchiusi e avviati verso la Germania. Gran parte di essi, però, se fu costretta ad abbandonare armi, non si rassegnò docilmente a servire ancora c carne da cannone per Hitler. La fuga dalle caserme dalle stazioni era generale e la periferia delie città le campagne circostanti furono invase da una folla i grigio verde in cerca di un rifugio. E non tutti quegli sbandati erano senza armi. Molti avevano salvato loro moschetto ed avevano giurato di non abbandonarlo più.

Il popolo, generoso e solidale, aiutava questi su figli e, soprattutto fra le masse operaie e contadine, soccorso agli sbandati prese immediatamente una forma organizzata.

Nel Veneto e nel Piemonte, nelle zone di frontiera agli sbandati dell’interno si aggiungevano quelli delle Armate di occupazione della Jugoslavia e della Francia, sfasciatesi nello stesso collasso. In queste regioni abbondavano armi e munizioni e furono in gran par quelle che servirono a dotare le prime formazioni partigiane. Un certo numero di ufficiali e di sottufficiali, indignati per la viltà e il tradimento dei loro capi, si aggiunsero ai «ribelli» e in molti casi capeggiarci le bande in formazione.

Ben presto, a mano a mano che l’occupazione tedesca si estendeva e prendeva piede il potere dell’occupante, favorito dai traditori fascisti, molti patrioti erano costretti a loro volta a prendere le vie della montagna per sfuggire alle persecuzioni. Inoltre, i procla-

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mi di mobilitazione del Comando tedesco, le minacce contro soldati e ufficiali per costringerli a presentarsi alle caserme, contribuivano a fare ingrossare le file dei «ribelli».

I primi ostacoli sul terreno politico

Ovunque, intanto, si rafforzavano i Comitati di Li­berazione Nazionale, il lavoro dei quali si concentrava essenzialmente nell’aiuto alle bande dei patrioti, sem­pre più numerose e consistenti.

Il movimento partigiano prendeva così inizio, ma era ancora ben lontano, nella sua forma organizzativa e nella visione delle sue finalità, da quello che esso era chiamato a diventare e cioè l’avanguardia del mo­vimento di liberazione nazionale, sul terreno della lotta armata contro i tedeschi e traditori fascisti. E ciò per­ché, nelle bande che si andavano formando, lo spirito di lotta era soltanto latente e si esprimeva semplice­mente in un istinto di ribellione a servire nelle file di un esercito asservito a Hitler o comunque ad assogget­tarsi e piegarsi al giogo dell’occupante straniero. Era una forma di lotta passiva che si esauriva in sé stessa e che bisognava invece portare ad un grado superiore e rendere attiva. L’idea della guerriglia, dell’azione tenace e coraggiosa e quotidiana contro i tedeschi, contro i traditori fascisti, non sfiorava ancora la co­scienza di molti di quegli uomini abbrutiti da lunghi anni di insopportabile «naia». E questo tanto più dopo aver trovato, o bene o male, una specie di siste­mazione che consentiva loro di «attendere» la fine della «baraonda».

Non che mancasse in quegli animi il coraggio, la volontà di lotta, l’odio contro i tedeschi ed i loro sgher-

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ri fascisti; ma questi sentimenti erano attutiti e sviati nel marasma spirituale e nello stordimento delle co­scienze provocati dal collasso vergognoso e dalla cata­strofe incombente. Il peggio era che questa inclinazione di spirito abbattuto e sfiduciato trovava appog­gio e giustificazione, sul piano politico, da parte di elementi che teorizzavano l’attesismo come una ono­rabilissima «posizione politica».

Questa corrente, definita dell’attesismo, non nascon­deva soltanto uno stato d’animo nei suoi fautori, ma copriva uno spirito rinunciatario e antinazionale e fi­niva per sfociare in una losca posizione collaborazio­nista e filotedesca. E le ragioni dell’attesismo erano chiare

In un primo tempo, gli elementi conservatori e quegli stessi industriali che in seguito trescarono in un modo aperto e sfacciato col tedesco, avevano intra­visto una rapida, anzi rapidissima, liquidazione della guerra in Italia e trovarono comodo e naturale mo­strare il più acceso patriottismo. Però al solo profi­larsi della prospettiva di una guerra lunga, essi non esitarono ad adeguare i loro interessi alla nuova si­tuazione che si andava creando; a stabilizzare questi loro interessi nella parentesi non preveduta, ma che tuttavia non doveva chiudersi per essi senza profitto.

In questo modo, l’attesismo, che si identificava con una profittevolissima collaborazione col tedesco, era spacciato da costoro come il più ragionevole atteggia­mento politico che mirava a «salvaguardare il Paese da complicazioni peggiori» e soprattutto a salvaguar­dare beni e persone dalla «inesorabile rappresaglia del nemico».

Questa corrente del più sfacciato collaborazionismo, premeva ed aveva la sua eco anche nei vari Comitati

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di Liberazione nazionale locali e tendeva ad esercitare la sua influenza in modo diretto sul movimento parti­giano in via di formazione per svuotarlo in sul nascere del suo contenuto, della sua funzione di strumento di lotta del popolo e per il popolo. Frenare la lotta di libe­razione nazionale, non lasciarla svolgersi ed evolversi in modo conseguente fino in fondo per non vedere perire con essa i propri privilegi. Era, in sostanza, la paura del popolo, die affiorava per la terza volta dopo il 25 luglio.

Solo la classe operaia non aveva compromessi da combinare con il nemico, non aveva ostacoli da frap­porre al pieno sviluppo della lotta nazionale, non aveva interessi particolari contrastanti con quelli fondamen­tali della Nazione, non aveva nulla da perdere e tutto da guadagnare, come ha tutto da guadagnare la Na­zione stessa nella lotta fino in fondo per la liberazione del nostro paese dal fascismo e dal nazismo : e alla classe operaia, alla testa delle masse popolari, spettava il compito di guidare anche il movimento partigiano.

Oggi ancora noi abbiamo modo di constatare — at­traverso mille episodi — che solo intorno alla classe operaia ed alle masse lavoratrici della città e della campagna può formarsi il blocco capace di sfondare tutte le resistenze perché questa lotta sia condotta a fondo e senza esitazioni.

Le forze che oggi, nell’Italia liberata, noi vediamo palesemente ostacolare la marcia in avanti verso un regime di democrazia nel quale sia partecipe il popolo, sono le stesse che hanno manovrato in tutti i modi e in tutti i sensi per ostacolare lo sviluppo del movi­mento partigiano, della lotta partigiana, che è la lotta di liberazione nazionale.

Non sono solo i latifondisti ed i baroni del Mezzo­-

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giorno che tendono a frenare la partecipazione del po­polo al rinnovamento della nazione. Con gli agrari ci sono i plutocrati dell’industria e della finanza, cioè la stessa linfa che ha alimentato la mala pianta del fascismo.

Come gli agrari del Mezzogiorno, anche i grandi magnati dell’industria del Nord tendono a sbarrare il passo alle masse popolari con la diga dei loro sordidi interessi. Questi interessi, e non da oggi, essi li ante­pongono a quelli della Nazione. Per i loro interessi essi hanno ruffianeggiato col fascismo e col tedesco co­me ruffianeggeranno domani con altre forze straniere pur di impedire al popolo di intervenire nella vita po­litica del nostro Paese.

Col fascismo repubblicano e col tedesco gli indu­striali del Nord si sono coalizzati per respingere le ri­vendicazioni delle masse operaie le quali hanno scate­nato nel corso di quest’anno battaglie memorabili e non meno grandiose e significative di quelle condotte nel marzo del ’43, quando il tedesco non occupava an­cora il nostro paese ed il fascismo era ancora al potere.

Col fascismo repubblicano e col tedesco essi hanno tramato per stroncare, fin dal suo sorgere, il movimen­to partigiano.

Le manovre degli industriali

Prendiamo alcuni episodi più tipici.

Nel Biellese — centro industriale tessile ben noto in Italia — il movimento dei «ribelli» assume, fin dal settembre, una grande ampiezza.

Gli industriali vanno a gara nel manifestare i loro «inequivocabili» sentimenti patriottici.

Sono pronti a dare fondi al C.L.N., sono pronti a

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favorire in tutti i modi i «ribelli». Offrono quattrini, coperte, vestiti, viveri! Persino alle famiglie dei loro operai che hanno preso la via della montagna si offro­no di pagare un adeguato sussidio. Se avessero delle armi, mitragliatrici e cannoni, darebbero anche quelle. Tanto slancio di generosità e di patriottismo è vera­mente commovente. E molti infatti si commuovono. Nel locale C.L.N. l’ammirazione per tanto amor di patria è al colmo.

Quali sono i calcoli «patriottici» di questi genero­sissimi industriali?

Vediamo che vento spira. Gli Alleati hanno posto rapidamente termine alla liberazione della Sicilia; i mezzi di cui dispongono sono formidabili, e se ne pre­vede l’Impiego per una rapida marcia verso il Nord. Negli altri settori del fronte in Europa le cose volgono al peggio per Hitler. Si ventila la probabilità, e se ne parla molto, di un altro sbarco sulle coste italiane. In­somma: ci sono tutte le ragioni per ritenere che la sorte di Hitler sia rapidamente decisa.

I tedeschi possono essere costretti da un momento all’altro a sgombrare anche l’Italia settentrionale; in questo caso è prevedibile che essi applichino la tattica della «terra bruciata». Ne vanno quindi di mezzo le «ricchezze della Nazione» (cioè le fabbriche degli industriali biellesi). Chi potrebbe difendere le «nostre ricchezze»? Ma i «riballi», perdiana! Sicuro! Que­ste bande possono essere mobilitate «al momento buo­no», essere chiamate in città e poste a difesa della «ricchezza della Nazione». Dunque, diamo loro co­perte e viveri e sussidi. Però, fino «al momento buo­no», non ci rechino noie. Se ne stiano in montagna, non turbino l’ordine (cioè i loro affari) e non attirino

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troppo l’attenzione dei tedeschi. A queste condizioni quei «bravi ragazzi» non mancheranno di nulla.

Ma ecco che quei bravi ragazzi si stancano di fare la vita degli sfollati in montagna. Fanno delle capatine nei villaggi vicini e si permettono di fare persino delle scappate in città. Non per cambiar aria e sgranchirsi le gambe, ma per far la festa a qualche fascista e, quando capita, a qualche tedesco.

Apriti cielo! Gli industriali si allarmano. I patti non sono rispettati. Bisogna mettere a posto quegli scal­manati che non comprendono che «le cose vanno per le lunghe», che gli Alleati hanno rallentato la loro marcia, che si apre una nuova fase: quella di ottimi contratti coi tedeschi i quali pagano senza fiatare, ac­cettando tutte le condizioni e senza tante esigenze sulla qualità dei prodotti. Affari d’oro. E quei bravi ragazzi non capiscono nulla e rovinano tutto.

Come correre ai ripari? Il modo più semplice è quello di parlare ai «ribelli» con la voce del C.L.N. È la sola autorevole. Ma non basta ancora. Il C.L.N. ha un Comitato Militare. È questo che impartisce gli ordini che, soli, sono quelli ascoltati. Ma gli ordini li impar­tisce il Comandante. Bisogna che questo Comandante sia una persona ragionevole e che «capisca la situa­zione».

Ed ecco trovato il candidato per quella carica. Un colonnello. Un militare, un alto gallonato. È quello che ci vuole. Il candidato è presentato nei modi do­vuti e ottiene il posto… ambito dagli industriali.

Appena investito della carica, il colonnello emana una circolare «a nome del C.L.N.» ed in nome dei medesimo esige perentoriamente di essere obbedito. In primo luogo non tollera nelle bande la presenza di commissari politici. In secondo luogo, «ordina la con-

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segna di tutte le armi». E aggiunge testualmente: «sarà considerato ribelle chi si rifiuterà di eseguire questi ordini». Le armi consegnate, naturalmente, sa­ranno accantonate in luogo sicuro per essere ridistribuite «al momento buono». Un agente di Zimmermann non avrebbe chiesto di più.

Le armi, in parte, vengono consegnate. Una crisi è allerta, le bande si sciolgono.

Fra i partigiani si forma però una corrente che si oppone agli ordini del colonnello di Zimmermann e degli industriali biellesi. Questi partigiani sono i fu­turi garibaldini. Intervengono con qualche ritardo, ma riacquistano ben presto il tempo perduto. Le bande si ricostituiscono molto rapidamente. E non sono più bande. Sono i distaccamenti modello, sono i distacca­menti Garibaldi i quali, qualche mese più tardi, di­ventano la II Brigata d’assalto Garibaldi «Biella». I bravi ragazzi innocui e pacifici, sono diventati dei garibaldini più che mai battaglieri. La cronaca quo­tidiana comincia a registrare azioni su azioni contro fa­scisti e contro tedeschi. Non sono neppure risparmiati alcuni industriali troppo zelanti nel ricevere commis­sioni dai tedeschi, e neppure le loro fabbriche che sal­tano in aria e vengono date alle fiamme. E quando gli operai proclamano lo sciopero, ecco i garibaldini ac­correre in loro difesa ed obbligare i padroni recalci­tranti ad accettare le rivendicazioni degli scioperanti.

Non basta ancora. C’è uno sporco foglio fascista a Biella: i garibaldini scendono in città e ne bruciano la tipografia.

Gli industriai hanno, da allora, cessato di sussi­diare i «ribelli» diventati garibaldini, diventati com­battenti del popolo, i reparti del grande esercito dei

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Volontari della Libertà, delle cui gesta eroiche par­lano ogni giorno i bollettini militari; gesta che riem­piono di orgoglio ogni italiano degno di questo nome.

  e le manovre dei militari

Un altro episodio, non meno tipico di quello narrato più sopra.

Siamo a Torino, dicembre 1943.

Nel CL.N. torinese si agita la stessa questione del comando militare. Qui le bande sono più numerose. Siamo già alla vigilia della prima costituzione di di­staccamenti d’assalto Garibaldi. Il lavoro di riorganiz­zazione procede alacremente. I partigiani hanno già al loro attivo molte azioni. In Val di Susa sono fatti saltare ponti, uccise spie e tedeschi. In Val di Lanzo, Val Pellice, Valle del Po, nelle vallate di Cuneo la guerriglia è in pieno sviluppo.

Gli «attesisti» fremono. A candidati al Comando del comitato militare del CL.N. vi sono due genera­li: uno ha la fede purissima del patriota, la capacità militare e la devozione indiscussa alla causa di libe­razione nazionale. È il generale Perotti. Il martire che doveva cadere più tardi da eroe sotto il piombo di un plotone di esecuzione inneggiando all’Italia.

Ma si diffida di lui perché manifesta eccessive sim­patie per i comunisti, anzi è «l’uomo dei comunisti». L’altro non è un eroe, non ha una fede purissima di patriota, ma ha molti milioni dell’Intendenza di una Armata che si è disciolta nel disonore. Naturalmente la spunta il generale dei milioni. Da quel momento, ai partigiani viene assegnato il soldo, e alquanto elevato. Ben più elevato quello degli ufficiali. Ma neppure coi quattrini il novello Comandante riesce a farsi strada tra i partigiani. I suoi emissari, per quanto arrivino

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nelle formazioni con buste-paga assai gonfie, non rie­scono a farsi ubbidire e neppure a farsi prendere in considerazione.

Il generale ha un piano. Un piano «attesista». Ed una preoccupazione: quella di «ostacolare i comu­nisti».

Questo piano e questa preoccupazione gli ostaco­lano la strada e la carriera. Il generale è costretto a dimettersi perché non è «né ascoltato né ubbidito».

Riprende i suoi maneggi in altro campo, fra i «puri militari». Si circonda di un nugolo di ufficiali che lo mungono a più non posso. Sono ufficiali con le loro esigenze: servire la causa, sì, ma con comodi villini e belle donne. Ed il generale allarga la borsa. Finché un bel giorno si -accorge di essere circondato da una banda di masnadieri. Nel frattempo lo stesso generale aveva creduto opportuno allacciare «certi contatti» col prefetto fascista. Alla fine si ritira indisturbato a vita privata. Nella solitudine è preso da qualche scru­polo e sente il bisogno di aprire il suo cuore. E scrive una lettera al Partito Comunista perché questi rico­nosca che, se egli ha sbagliato, resta tuttavia la «pu­rezza delle sue intenzioni». È solo avvilito del tra­dimento dei suoi collaboratori, passati a servire i te­deschi in modo scandaloso. Il generale riconosce an­che, ed è pronto ad ammetterlo, che la guerriglia ha esigenze che non si possono conciliare con i «vecchi criteri militari» e riconosce implicitamente che non è sufficiente avere i gradi di generale per pretendere al titolo di Comandante dei partigiani.

Raccontando questi due episodi, abbiamo anticipato in parte l’illustrazione di quell’assiduo, tenace e lungo lavoro svolto dal partito comunista che ha portato a quella fioritura di Brigate d’assalto Garibaldi le quali,

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oggi, accanto a tutte le altre formazioni dell’eroico Corpo Volontari della Libertà, stanno acquistandosi la riconoscenza imperitura della Patria e conquistando un posto al nostro paese fra i popoli liberi del mondo. Ma questi due episodi non sono i soli. Li abbiamo citati perché caratterizzano in modo cristallino il lavoro e gli intrighi di quella mano lunga della quinta colonna, delle forze reazionarie, che dovunque, tanto nel Nord come nel Mezzogiorno, si oppongono alla rinascita del nostro Paese.

Citando i C.L.N. nei quali certe pericolose influenze hanno tentato di prevalere, non miriamo a col­pire nessuno, ma semplicemente a trarre insegnamenti da una esperienza. E l’esperienza ci deve rendere più che mai vigilanti per essere pronti a stroncare ogni tentativo che comunque abbia qualche relazione con le manovre che non cessano di ordire coloro i quali nulla hanno di comune col popolo, coi suoi bisogni, con le sue aspirazioni, coi suoi interessi, che sono quelli della Nazione.

Una preziosa esperienza in Spagna ed in Francia

Il movimento partigiano ha potuto liberarsi dalle pastoie con le quali si tentava di frenarlo, grazie al­l’esempio di sacrificio, di abnegazione e di valore che i migliori elementi hanno saputo dare in seno ad esso. L’esempio, nella vita e nella guerra partigiana, — più che in ogni altro campo — è lo stimolo principale che scuote, vivifica e porta al miglioramento ed alla per­fezione.

Per questo, fin dall’inizio, il nostro partito ha fatto appello ai suoi migliori elementi facendo soprattutto affidamento sul loro spirito di sacrificio, sul loro co­raggio, sulla loro devozione alla causa del popolo.

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Naturalmente noi abbiamo fatto tesoro della nostra lunga e dura esperienza acquistata durante tre anni di lotta eroica in Spagna, cominciata fin dai primissi­mi giorni della guerra di liberazione del popolo spa­gnolo con la partecipazione di una Centuria prima, di un Battaglione poi ed infine con una Brigata, la famo­sa Brigata Garibaldi, che, fino all’ultimo, ha condi­viso le sorti dell’eroico esercito popolare repubblicano spagnolo.

La Centuria «Gastone Sozzi», come il Battaglione e la Brigata Garibaldi, creati per iniziativa del nostro Partito su basi unitarie con altri partiti antifascisti, sempre hanno avuto in assoluta prevalenza elementi del partito comunista italiano. La Brigata Garibaldi in Spagna comprendeva 3300 combattenti. Orbene, dei 900 caduti, 700 circa erano comunisti. Ed anche il sangue di quei nostri 700 morti nella lotta a fianco del­l’eroico popolo spagnolo è stato per noi un richiamo so­lenne a riprendere la tradizione garibaldina che ave­vamo fatta rivivere in Spagna, al cospetto di tutti i popoli amanti della libertà perché non confondessero col nome di italiani i fascisti di Mussolini inviati a far ­da sgherri a Franco e alle più sordide caste conserva­trici spagnole.

Molti dei nostri compagni, reduci dalla Spagna, han­no portato il contributo della loro preziosa esperienza nelle file del movimento partigiano, molti sono caduti, molti continuano la lotta in qualità di capi stimati ed apprezzati nell’ormai glorioso esercito dei Volontari della Libertà.

Da un’altra esperienza, ancor più viva e recente, noi abbiamo tratto insegnamento ed è quella della lotta eroica dei F.T.P. (francs tireurs partisans) in Francia

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nella quale i nostri compagni emigrati hanno dato un grande contributo di uomini, di sangue e di eroismo.

L’organizzazione dei Gruppi d’Azione Patriottica (i gloriosi G.A.P.) ha tratto profitto dall’esperienza dei F.T.P. francesi, esperienza che molti dei nostri hanno pagato con la vita. Nei più brillanti ed audaci colpi di mano contro i nazisti e contro i traditori di Vichy, Pétain e Laval, a Parigi, a Marsiglia, a Lione, a To­lone, i comunisti italiani furono al fianco dei loro fra­telli francesi.

Anche i G.A.P. fanno parte dell’organizzazione gari­baldina e, per l’alta qualifica dei loro componenti e la specializzazione dei loro compiti, la loro promozione a Brigata — là dove sono numerosi come ad esempio in Emilia, nelle Marche e in altre regioni — è basata sulla valutazione del fattore più qualitativo che numerico.

Da movimento spontaneo a movimento cosciente

Il processo di trasformazione delle prime unità par­tigiane fino a farne dei distaccamenti veramente attivi sul terreno della guerriglia, è stato relativamente ra­pido, se si considera che in Italia il nostro popolo non ha larghe tradizioni di lotta partigiana e date le con­dizioni che hanno caratterizzato la caduta del fascismo in Italia; condizioni che hanno impedito la partecipa­zione del popolo agli avvenimenti che si sono susseguiti dopo il crollo del regime fascista. (Anzi è proprio in questo che si devono ricercare le ragioni di tutte le difficoltà le quali, ancora oggi, nell’Italia liberata, im­pediscono una marcia più spedita verso il rinnovamento della Nazione).

Le prime bande di «ribelli» esprimevano precisa-

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mente l’idea e la volontà di resistenza che scaturivano dal popolo il quale presentiva tutta l’immane tragedia che si apriva e si abbatteva sul nostro Paese le sorti del quale, anche dopo la caduta del fascismo, erano af­fidate a uomini profondamente legati a quelle forze reazionarie e antinazionali le quali avevano dato ori­gine al fascismo, fomentato e favorito da quella politica che ci ha portati alla catastrofe.

Quell’impulso di indignazione popolare doveva tra­sformarsi in movimento organizzato, germe di un più vasto movimento che doveva abbracciare tutte le forze sane, tutti i patrioti onesti per la prosecuzione della guerra di liberazione iniziata con l’intervento degli alleati su suolo italiano.

Per questo i «ribelli» dovevano diventare parti­giani, garibaldini.

I  comunisti avevano la visione e la prospettiva dello sviluppo della situazione italiana che inevitabilmente e necessariamente avrebbe portato ad una partecipa­zione sempre più vasta ed attiva delle masse popolari a decidere delle sorti del nostro Paese.

II nostro posto di comunisti e di patrioti era dunque, in primo luogo, nelle file partigiane. E là dove i nostri compagni si sono immediatamente orientati ed hanno orientato tutto il lavoro delle nostre organizzazioni in questa direzione, i risultati sono stati i più duraturi.

Nell’Italia occupata il nostro Partito prendeva dap­prima l’iniziativa della pubblicazione di un organo particolare, Il Combattente, con la preoccupazione di indirizzare e di spingere il movimento ancora amorfo) dei partigiani sul terreno dell’azione organizzata; con la preoccupazione di fare un movimento cosciente della sua funzione e della sua missione, come avan­guardia armata nella lotta di liberazione nazionale.

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Ed è proprio Il Combattente che, per primo, prende l’iniziativa di costituire dei «Distaccamenti partigiani modello», distaccamenti che ben presto dovevano popolarizzarsi col nome di «Distaccamenti d’assalto Ga­ribaldi». Questa iniziativa era essa stessa tratta dal­l’esperienza viva di una formazione del Friuli diretta da nostri elementi e così ben organizzata da poter es­sere presa, appunto, come modello.

Naturalmente, non si trattava solo di una questione organizzativa, e, in ogni caso, questa era legata a pro­blemi molteplici sul piano politico, come più sopra è stato accennato.

Abbiamo già detto che le correnti attesiste coincide­vano, in sostanza, in certi ambienti, non solo coll’opportunismo più marcio, ma col collaborazionismo più sfacciato coi tedeschi. Ora, teorizzarle e presentarle come una «sensata posizione politica» riusciva facile in un ambiente come quello esistente nei primi rag­gruppamenti di sbandati, composti di elementi etero­genei per i quali lo sfuggire ai tedeschi e sottrarsi al­l’obbligo di servire ancora nell’esercito e alla minaccia di essere inviati in Germania, era un po’ fine a se stesso.

Solo immettendo in quei raggruppamenti degli ele­menti veramente coscienti era possibile superare la sem­plice posizione passiva di ostilità al nemico e passare all’azione.

In sostanza, era necessario passare attraverso un processo di selezione ed uscire dallo stato d’inerzia nel quale erano portati ad adagiarsi troppi elementi, di­sgustati dalla «naia» o poco maturi per comprendere la necessità del sacrificio e della lotta. Di qui, e in pri­mo luogo, la necessità di un paziente quanto tenace

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lavoro di educazione politica — ciò che soltanto degli elementi coscienti e d’avanguardia potevano svolgere. È stato difficile reagire contro una tale atmosfera di inerzia e di incomprensione, alimentata quasi sempre anche dall’esterno da certe correnti politiche le quali non sempre si preoccupavano di dare un contenuto di lotta al loro vantato antifascismo.

Un difetto d’altra natura, ma non meno dannoso, si aveva in quelle formazioni capeggiate da ufficiali che, con assurdi sistemi caporaleschi, pretendevano «imporre ordine e disciplina», mentre, di fatto, crea­vano altri motivi di disgregazione.

D’altra parte, come è apparso in seguito, parecchi di tali ufficiali maturavano il proposito di servirsi del movimento partigiano per tutt’altro scopo che quello della liberazione nazionale e, nel processo di selezione che in seguito si è operato, rimasero completamente isolati e abbandonati e, in alcuni casi, dopo essere scesi a compromessi ripugnanti coi nazisti e fascisti.

La figura del commissario politico nel movimento partigiano

L’azione di critica e di sprone del Combattente di­venuto organo dei Distaccamenti d’assalto Garibaldi era rivolta in gran parte a superare le deficienze e le lacune nel campo organizzativo. Senza organizzazione non è possibile condurre la lotta; senza organizzazione non è possibile affrontare il nemico. L’organizzazione è condizione essenziale soprattutto in una formazione partigiana, e un suo aspetto fondamentale è la disci­plina. Ma una disciplina cosciente, liberamente accet­tata e fondata sulla comprensione del proprio compito e della propria funzione.

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Ecco perché una delle prime questioni da noi agi­tate è stata quella della nomina, accanto al comandan­te militare, del Commissario politico in ogni forma­zione partigiana. Commissario politico responsabile in solido col Comandante militare.

Al Commissario politico, come a tutti gli apparte­nenti alle formazioni partigiane, era innanzi tutto ri­chiesta l’accettazione del programma del C.L.N.

Questa innovazione del Commissario politico incon­trò dapprima resistenza, suscitò polemiche ed opposi­zioni, ma finì non solo per imporsi, ma per essere ri­conosciuta, accettata e introdotta anche nelle forma­zioni di altre correnti antifasciste.

Infatti, nelle istruzioni impartite dal Comitato Mi­litare del C.L.N. per l’Alta Italia a tutte le formazioni partigiane, si giunse a raccomandare l’istituzione del Commissario politico. Il Combattente, fin dall’inizio, sosteneva che «Senza chiara coscienza del perché ci battiamo contro i tedeschi e i fascisti per la liberazione del suolo patrio, del perché siamo stati trascinati in questa catastrofe, della responsabilità dei gruppi diri­genti reazionari, del come si può uscire da questa ca­tastrofe ed evitare che accadano altre e simili avven­ture; del perché delle difficoltà quotidiane che l’unità incontra nella sua vita e nella sua lotta, è impossibile ottenere dai propri uomini tutta la combattività, tutto lo spirito di sacrificio necessario per sormontare que­ste difficoltà e portare la propria unità in piena effi­cienza, alla lotta ed alla vittoria». La coscienza di bat­tersi per la conquista di un regime di democrazia pro­gressiva che non permetta mai più il ritorno del fa­scismo, doveva penetrare nelle masse di quei combat­tenti per fare di essi dei veri Volontari della Libertà.

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Il Combattente illustrava il significato e definiva i compiti del Commissario in questi termini:

«Il Commissario politico è particolarmente respon­sabile del morale, della disciplina, dell’orientamento po­litico degli uomini. Efficienza militare e coscienza po­litica, in particolare in un’organizzazione volontaria e partigiana, sono strettamente interdipendenti: di qui la necessità delle due funzioni e di una stretta colla­borazione e del massimo affiatamento fra Comandante e Commissario politico per il buon andamento dell’uni­tà, di cui essi sono i responsabili in solido di fronte ai propri uomini e al movimento di liberazione na­zionale».

Al Commissario politico spetta il compito di chia­rire continuamente le questioni politiche che si dibat­tono nel seno del movimento di Liberazione nazionale, commentare gli avvenimenti politici e militari ed i loro riflessi sullo sviluppo della nostra lotta di liberazione e per la conquista di un regime democratico e progres­sivo, esaminare con i propri uomini ogni aspetto della vita della propria unità, rilevarne le deficienze, ricer­care il mezzo migliore per superarle.

Per questo, nell’attività della giornata di ogni for­mazione doveva trovar posto l’ora politica, dedicata alla discussione dei problemi politici generali per con­cludersi ogni volta in un serio esame critico ed auto­critico per il miglioramento ed il perfezionamento sin­golo e collettivo, per un continuo sviluppo ed allarga­mento della nostra lotta di liberazione nazionale.

Altro mezzo efficace per stimolare lo spirito di lotta e lo spirito di emulazione, lo spirito d’iniziativa e di organizzazione, per valorizzare e popolarizzare i buoni esempi, per creare un’atmosfera di sana, fraterna, va-

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­sta collaborazione collettiva, è stata la pubblicazione di fogli periodici e specialmente del giornale murale.

La critica arguta, la sferzata vellutata d’ironia, la caricatura, l’articoletto breve e pungente, saggi di poe­sia tutt’altro che ermetica, l’appello entusiasta: è que­sto in generale il materiale sottoposto al vaglio della re­dazione del giornale murale, la quale non ha che l’imba­razzo della scelta. È un prodotto quasi spontaneo della vita collettiva nella quale ognuno si fa critico ed osser­vatore e, perciò, ha sempre la sua da dire; è l’occhio della massa sui dirigenti.

In una unità partigiana, dove c’è sempre tanto da dire, da lamentare, da criticare e da correggere, il giornale murale diventa il miglior collaboratore del Commissario politico. Le migliori formazioni garibal­dine, infatti, appena hanno un periodo di sosta, non fanno a meno di questo foglio. (Ne cogliamo l’occa­sione per raccomandarlo a tutti i nostri segretari di sezione).

La creazione dì un’atmosfera politica, serve a scuo­tere l’ambiente, a uscire dal ristretto orizzonte che li­mita la vita di una unità partigiana e permette agli uomini di vedere più lontano e sentirsi attori di avve­nimenti destinati a trasformare tutto un mondo. Ab­biamo detto tutto un mondo, perché il partigiano sa di avere dei compagni che conducono la stessa vita e la stessa lotta in tutti i paesi per un nuovo mondo di libertà, in un regime di democrazia presidiata dalle masse popolari.

Solo il reazionario non può sopportare che le masse partecipino alla vita politica, si interessino dei grandi problemi che riguardano la vita della nazione. L’op­posizione incontrata in certi ambienti all’introduzione del Commissario politico nelle formazioni partigiane

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trovava infatti la sua origine precisamente in un sen­timento reazionario. Questo l’abbiamo visto in modo evidente in quelle formazioni, come in alcune del Pie­monte, capeggiate da ufficiali di vecchio tipo. Costoro non solo si opponevano alla nomina di un Commis­sario politico al loro fianco, ma proibivano addirittura ai loro uomini di «fare della politica», di leggere e di diffondere i giornali dei vari partiti del C.L.N. Gente simile era destinata ad essere travolta dall’on­data crescente del movimento partigiano. Questi uffi­ciali si rivelarono alla fine per quello che veramente erano, e cioè reazionari, che dovevano fatalmente ri­cadere nelle file dei nemici giurati del popolo dalle quali erano usciti.

E ci è caro, per il nostro buon nome di italiani, ren­dere omaggio a quella schiera di ufficiali di ben altra tempia, i quali, nelle file partigiane, hanno iniziato e continuano la lotta eroica di liberazione del nostro pae­se. Sono uomini della tempra di un generale Perotti che conoscemmo tanto vicino al suo popolo, tanto vi­cino alla classe operaia, nelle cui capacità creatrici e rinnovatrici aveva riposto tutta la sua fiducia. Il ge­nerale Giuseppe Perotti non patteggiò col nemico, nep­pure quando ciò poteva salvargli la vita: e morì da eroe al fianco di un altro eroe, l’operaio Aurelio Giam­bone che lasciò per testamento una lettera ineguaglia­bile per nobiltà e fierezza. Lettera che un giorno i nostri figli leggeranno con passione ed amore come uno dei documenti che perpetua nella storia l’impron­ta che la classe operaia ha saputo dare alla lotta eroica che oggi l’Italia conduce per la sua liberazione e per la sua rinascita. E come il generale Perotti, altri uffi­ciali sanno morire per il loro paese; e come Giambone, altri operai sanno serenamente affrontare la morte, fi­-

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denti e sicuri nell’avvenire della loro classe e del loro popolo. La fusione nello stesso ardore patriottico di uo­mini così diversi sul piano sociale ci dice che il Fronte nazionale è una realtà, e che nessuna manovra reazio­naria riuscirà a spezzarlo.

L’opera di provocazione all’interno del movimento partigiano

Abbiamo sempre sostenuto e sosteniamo, e tutta la politica del nostro partito lo conferma, che il movi­mento di liberazione nazionale ha un senso, un valore, ed è veramente nazionale, solo in quanto si fonda sul­l’unità delle forze sane ed attive della Nazione. Più che ogni altro il movimento partigiano, avanguardia di liberazione nazionale, deve avere questo largo ca­rattere unitario; esso non deve e non può avere un’eti­chetta di partito. Perciò lo sforzo dei comunisti ha mirato semine a raggiungerei anche e specialmente sul terreno della lotta partigiana, la più larga intesa, non solo coi partiti aderenti al C.J.N., ma con tutte le forze patriottiche e antifasciste — come quelle, ad esempio, espresse da elementi militari monarchici — disposte a battersi contro il duplice nemico, il tedesco ed il fascismo.

Se le polemiche erano più aspre nel seno del movi­mento partigiano, ciò era una nuova conseguenza della natura stessa di questo movimento inteso come avan­guardia armata di patrioti che avevano ed hanno un compito ed una funzione precisi: battersi contro il ne­mico, scatenare la lotta e trascinare le vaste masse che dovevano imprimere a questa lotta un carattere popo­lare, nazionale. Ciò che non ammetteva indugi.

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Il Partito comunista compiva un dovere, ed il più alto dovere patriottico, indirizzando i suoi sforzi e le sue energie al potenziamento del movimento parti­giano, al suo orientamento verso la lotta implacabile contro l’invasore tedesco, contro i traditori fascisti, per liberare l’Italia e fare di essa un paese democratico e progressivo.

Questo nostro intervento, l’intervento dell’avanguar­dia della classe operaia e del popolo nel movimento partigiano era tanto più necessario in quanto le forze antinazionali e reazionarie non cessarono per un istante le loro manovre per snaturare questo movimento, cor­romperlo, dividerlo e servirsene come strumento ai danni della causa di liberazione nazionale. Per raggiun­gere il loro scopo, gli agenti dei nazisti e dei fascisti non tralasciarono nessun mezzo e ricorsero alla corru­zione, alla provocazione, alla lusinga, alla minaccia e, naturalmente, allo spauracchio del «comunismo».

Ecco qui un articolo de Il Combattente del gennaio scorso che illustra queste manovre:

«Mani garibaldine che lavorano nei comandi mili­tari cosiddetti repubblicani, ci hanno passata una cir­colare del Comando Militare regionale di Torino ai Comandi Militari provinciali e allo Stato Maggiore del­l’esercito. In detta circolare si dice che «l’attività delle bande dei partigiani, superata la fase di organizzazio­ne, è entrata decisamente in quella dell’azione», che «tali bande possono suddividersi in tre categorie:

1) bande di patrioti, ben armate, inquadrate e orga­nizzate, il cui movimento può definirsi «badogliano»; 2) bande comuniste, anch’esse ben armate ed organiz­zate il cui carattere è essenzialmente sovvertitore per

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preparare l’avvento del comunismo; 3) bande di de­linquenti».

«Dobbiamo subito rilevare il tentativo fascista di far passare per «patriottiche» le bande badogliane e per «comuniste» le bande veramente patriottiche, in special modo le Brigate d’assalto Garibaldi che obbe­discono al C. di L. N. e che non si propongono nessun avvento del comunismo, ma semplicemente e pura­mente la cacciata dei tedeschi, la liberazione della Patria.

«Ma la circolare continua: «le prime — le bande badogliane — hanno i seguenti compiti: lotta al fa­scismo, costituzione di reparti armati per la protezio­ne, in caso di evacuazione delle truppe tedesche, di impianti, stabilimenti, opere d’arte, ecc., ed in genere, tutelare l’ordine pubblico, impedire distruzioni da par­te dei tedeschi in caso di ritirata. Il fine che si ripro­mettono è di preparare il ritorno della monarchia e del governo badogliano. Le seconde: lotta al fascismo, lotta ai tedeschi, da effettuare con colpi di mano iso­lati (guerriglia), sabotaggi, organizzazioni di scioperi per intralciare la produzione bellica, sabotaggio nella costituzione delle nuove forze armate italiane, sia eli­minando ufficiali, sia svolgendo attiva propaganda nei reparti. Tutto ciò al fine di preparare l’avvento del comunismo».

«Riconosciamo che, grosso modo, questa distinzio­ne corrisponde, salvo la solita menzogna anticomunista finale, alla realtà. Diciamo che con delle bande bado­gliane che si propongono effettivamente i compiti in­dicati nella circolare, noi raccomandiamo e raccoman­deremo sempre la solidarietà e la collaborazione nella lotta antitedesca e antifascista. Noi non lottiamo «per preparare un ritorno della monarchia e del governo

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badogliano». Noi — si sa — lottiamo per un governo straordinario del C. di L. N. che assuma tutti i poteri e rimandi la questione istituzionale a liberazione avve­nuta. Ma questa diversità di obbiettivi finali non ci impedisce né ci impedirà di stabilire dei fraterni rap­porti di lotta con chiunque si batta per l’obbiettivo es­senziale e pregiudiziale ad ogni altro; la cacciata dei nazisti e dei fascisti.

«A questo punto però la circolare rivela che sotto la maschera badogliana si nascondono degli autentici traditori, degli agenti dei tedeschi e dei fascisti, i quali, sotto il pretesto anticomunista, offrono il proprio aiuto ai nemici della Patria. Sentite infatti che cosa comu­nica il Comando Militare regionale ai Comandi dipen­denti perché ne tengano conto nella loro azione repres­siva: «le bande badogliane cominciano a preoccuparsi del prevalere del movimento comunista. Ciò ha per­messo a questo comando di avvicinare qualche espo­nente di dette bande per iniziare opera di propaganda a favore del nuovo esercito. Qualche banda badogliana attualmente già collabora con le autorità italiane e con le truppe germaniche per la lotta alle bande estremiste e ai delinquenti comuni».

«Si allude qui, evidentemente, agli episodi di Mondovì, ai cosiddetti «berretti blu» di cui già noi par­lammo. Si allude qui ad accordi che il prefetto di Cuneo ha concluso con alcuni ufficiali, sedicenti badogliani, di cui vi è comunicazione al Ministero degli Interni, comunicazione che, naturalmente, mani garibaldine che frugano nelle prefetture e nei Ministeri hanno fatto pervenire fino al Comando della Brigata d’assalto Ga­ribaldi. Si allude qui certamente a quel tal generale che disgraziatamente, malgrado la nostra decisa opposizio­ne, ebbe per un po’ di tempo l’investitura del C. di

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1. – N. di Torino e che sappiamo ora in rapporti con prefetti fascisti e Comandi tedeschi.

«Tutti questi dati che cosa dicono? Dicono che i partigiani, che i patrioti autentici devono fare atten­zione alle manovre nemiche, si presentino esse col grugno fascista o colla maschera badogliana».

E l’articolo conclude:

«E, soprattutto, stiano attenti i partigiani tutti con­tro gli agenti fascisti che sotto le più varie spoglie si intrufolano nei loro ranghi! Vi è un sicuro criterio di giudizio: chi lavora alla disunione, alla scissione non può essere che un nemico o un suo agente».

Il nemico è andato più in là. I nazisti e i fascisti adottarono il sistema della infiltrazione nelle file dei partigiani di loro agenti, sia per fare opera di disgre­gazione, sia per raccogliere tutte le informazioni ne­cessarie per la preparazione di un rastrellamento a fondo.

Fatti esperti e vigilanti, i partigiani però hanno più volte fatto pagare al prezzo dovuto l’opera di questi Giuda travestiti da patrioti, con un processo somma­rio e senza ricorso in appello…

Necessità della guerriglia

Non bastava dare una coscienza politica al movi­mento partigiano. Occorreva dare ad esso una strut­tura ed una attrezzatura militari tali da renderlo un valido strumento di lotta, di guerra, di quella guerra tutta particolare che è la guerriglia.

Il nemico da combattere era agguerrito, fornito dei più potenti mezzi offensivi, e inesorabile fino alla più bestiale ferocia. Allora non era possibile affrontarlo in campo aperto ed anche oggi non sappiamo in quale

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misura il nostro Corpo Volontari della Libertà sia in grado di farlo.

Si trattava di applicare la tattica della guerriglia, rendersi maestri nell’arte di condurla. In questo cam­po noi, italiani, non abbiamo larghe tradizioni; ma l’esperienza di altri popoli e di altri paesi doveva indi­carci la via da seguire.

Noi fummo tra i primi ad affrontare nel solo modo che poteva essere affrontato ed impostato il problema della lotta partigiana in Italia nel suo aspetto tecnico, militare.

Bisognava innanzi tutto combattere il criterio di grandi concentrazioni di uomini che, in quella fase della lotta, erano assolutamente nocivi sotto l’aspetto tattico e logistico.

La guerriglia ha per presupposto la estrema mobilità e non ammette formazioni ingombranti. Le formazioni pletoriche costituivano un difetto legato alla disordi­nata creazione delle prime bande. Queste formazioni erano per lo più accantonate vicino a centri abitati, ciò che facilitava il loro vettovagliamento, di cui erano quasi unicamente preoccupate. Ma ciò era possibile solo nella misura in cui tedeschi e fascisti non mette­vano in opera la loro macchina di repressione, ancora disorganizzata per effetto della situazione caotica pro­dotta dal collasso dell’8 settembre.

Era ad ogni modo evidente che tali formazioni, sen­za uno scopo di lotta, erano destinate ad esaurirsi o per effetto della inazione stessa e delle difficoltà sempre cre­scenti del loro vettovagliamento e del sopraggiungere dell’inverno, o per effetto del primo attacco in forza del nemico. Infatti, la disgregazione e lo scioglimento di simili formazioni sono avvenuti in realtà con la com­binazione di questi elementi negativi.

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È a questo momento, cioè quando il processo di trasformazione del movimento partigiano entra in una fase decisiva, che si costituisce il Comando Generale dei Distaccamenti d’assalto Garibaldi. Questo Comando sorge col proposito di aiutare, indirizzare, coordinare il lavoro per la creazione di sempre più numerosi «di­staccamenti modello» per il potenziamento del movi­mento partigiano e soprattutto per portarlo sul terreno della lotta decisiva e inesorabile contro il nemico.

La necessità di mettersi rapidamente su piede mili­tare era anche dovuta al fatto che, nel frattempo, la macchina di repressione dei nazisti e fascisti ripren­deva a funzionare. I luridi agenti della polizia fascista che si erano squagliati durante la tempesta del collasso dell’esercito, incerti e tremebondi della loro sorte, ri­tornavano a galla, riprendevano fiato e baldanza e si raccoglievano intorno alle varie Kommandutur pronti a prostituirsi nella più infame opera di delazione. Era­no costoro che informavano i Comandi tedeschi del­l’esistenza dei gruppi di «ribelli», della dislocazione delle loro forze, dell’ubicazione delle loro basi ed i famigerati «rastrellamenti» avevano inizio con la ben nota ferocia.

L’intervento e l’attacco diretto dei nazisti contro i centri di raccolta dei patrioti armati acceleravano in­tanto il processo di selezione nelle formazioni e gli elementi più combattivi imparavano a loro spese quan­to fosse necessario organizzarsi ed attrezzarsi adeguata­mente e seriamente.

Questi elementi furono tra i primi a secondare il nostro lavoro di riorganizzazione. Per quanto possa parer strano, non era facile sradicare l’abitudine alla base comoda, nei pressi dei centri abitati e delle strade di comunicazione. Bastava una breve tregua del nemico,

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ed ecco i partigiani ritornare al piano, all’imbocco della vallata dove la sorpresa dell’attacco improvviso era sem­pre da temere.

Questo perché non è semplice creare, in uomini ine­sperti alla guerriglia, quello stato d’animo proprio del partigiano, sempre all’erta, sempre diffidente, sempre vi­gilante. E il nemico ne approfittava con conseguenze a volte gravissime per i nostri. La tattica del nemico era appunto quella di sorprendere per distruggere, annien­tare le nostre formazioni. Guai a rallentare per un mo­mento solo la vigilanza, guai a dimenticare per un mo­mento solo che il tedesco non è un soldato qualunque, ma una belva astuta, feroce, inesorabile.

I metodi del nemico

Il Combattente ha diffuso e commentato insistente­mente un documento segreto del nemico contenente tino studio sulla contro-guerriglia, frutto della esperienza della lotta contro il movimento di liberazione nazionale condotta dalle forze dell’Asse nei paesi occupati. In questa specie di manuale il nemico afferma il suo prin­cipio fondamentale che è quello di annientare e soffocare ogni tentativo dei patrioti di opporre resistenza all’occupante. Nel campo specifico della lotta contro i parti­giani, il nemico mira all’annientamento delle loro for­mazioni. Ecco, a questo proposito, uno dei suoi assiomi: «L’attacco è caratterizzato dalla sua immediatezza, brevità e violenza. Dispersione o impiego frazionato e successivo delle forze fanno il gioco dei partigiani. E’ necessario perciò:

«essere in grado di impiegare razionalmente e in tempi talvolta limitatissimi la totalità dei propri mezzi; «gravitare con forti aliquote delle proprie forze

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sulle ali dello schieramento nemico e tendere al suo tergo;

  «ritenere il combattimento risolto solo con l’annientamento delle forze nemiche.

  «I mezzi di fuoco più potenti e la precisione di tiro, hanno sempre, oltre gli effetti materiali, una notevole azione demoralizzatrice sulle formazioni nemiche.

  «Raramente l’attacco si conclude con l’inseguimen­to. Truppe nemiche battute, ma non distrutte si dileguano prontamente in tutte le direzioni possibili, ren­dendo così sterile di effetti ogni tentativo di sfruttare il successo».

Annientare, distruggere, con l’impiego dei mezzi più potenti; non lasciarsi sfuggire la preda: ecco lo scopo dichiarato del nemico, esperto nell’opera di repressione della lotta partigiana in tanti paesi d’Europa. E di que­sto dovevano rendersi conto i partigiani.

Nei riguardi della popolazione, un capitolo dello stesso documento illustra le «misure di sicurezza» ed i metodi adottati che hanno dato «buoni frutti». Questi metodi noi li conosciamo, e non c’è bisogno di insistere. Citia­mo un solo esempio: in provincia di Cuneo i tedeschi sono giunti a questo grado di barbarie: le famiglie so­spette di aver prestato aiuto ai partigiani venivano rin­chiuse in casa — compresi i vecchi e i bambini. Indi i nazisti sprangavano porte e finestre, cospargevano di benzina la casa e vi appiccavano il fuoco. Questi i me­todi delle belve hitleriane per ottenere «buoni frutti»! Oggi i tedeschi, uniti con tutta la feccia fascista cac­ciata dall’Italia liberata, applicano questi metodi di bar­barie senza nome su scala ancora più vasta contro i partigiani e la popolazione del Nord.

Al piano del nemico, i partigiani dovevano rispondete con mezzi e metodi adeguati di lotta. Perciò le istru-

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zioni del nostro Coniando garibaldino erano altrettanto dettagliate e riguardavano la struttura organizzativa e militare delle unità partigiane, la scelta delle basi, la cospirazione, il servizio di informazione e contro-spio­naggio, i collegamenti, il modo di evitare le sorprese, il genere di operazioni da compiere e il modo di condurle.

… e la risposta dei partigiani

Diamo qui alcune delle disposizioni e provvedimenti principali presi dal nostro Comando:

«I distaccamenti partigiani, nella fase attuale, per ­le esigenze della loro sussistenza e della loro lotta, de­vono essere numericamente molto esigui: 40-50 ele­menti al massimo e articolati in 4-5 squadre di due nu­clei di 5 uomini ciascuna. Ogni distaccamento deve spargersi su di un vasto territorio, spostarsi continua­mente, farsi sentire presente dappertutto e rendersi inaf­ferrabile».

Più tardi anche il Comitato militare del C.L.N. per l’Alta Italia dava disposizioni analoghe a tutte le for­mazioni:

«La nostra stessa esperienza ha dimostrato il peri­colo delle bande troppo grosse, come di recente ha di­mostrato nel modo più crudo la sorte di talune bande.

«È bene siano osservate nelle varie zone bande di effettivi non superiori ai 30-50 uomini; capaci cioè di sviluppare in modo autonomo una piccola azione tattica. Ma anche queste unità devono essere articolate, ripar­tendole in squadre di una decina di uomini ed in nuclei di 4-5. La natura del terreno, le condizioni della zona consiglieremmo se tenere le bande più o meno raggrup­pate o frazionate».

 Le basi dovevano essere stabilite in punti lontani da-

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­gli abitati e dalle vie di comunicazione, e istruzioni par­ticolareggiate erano date per la loro difesa. Inoltre si raccomandava:

 «Durante le ore di sosta preparare gli uomini allo scontro, dimostrando che, ai mezzi superiori del nemico, noi contrapponiamo il vantaggio della posizione e can­cellare dal cervello degli uomini il mito della superiorità guerriera del tedesco. Quando poi il nemico viene a cercarci non perdere la calma, controllare la sua forza, le sue direttive d’attacco, e, se è il caso, sferrargli un colpo, e poi indipendentemente dai risultati dello scontro, lasciare la base attaccata e ritirarsi in quella di riserva, previamente predisposta».

Per sfuggire al nemico, condizione prima è la cono­scenza minuziosa del terreno, perciò:

«Il distaccamento deve conoscere minuziosamente, per un raggio di almeno 50 km, la regione dove risiede ed opera: la topografia delle strade, dei boschi, delle ferrovie, dei ponti, delle case, e dei punti strategici, dei rifugi, dei nascondigli, dei sentieri e delle scorcia­toie, delle regioni boschive e di quelle scoperte, di tutto quanto può facilitare una sosta, una permanenza, un combattimento difensivo; deve conoscere e sorvegliare tulle le vie dalle quali può sbucare il nemico e tutte le vie per le quali si può organizzare la- ritirata».

Queste istruzioni erano convalidate dall’esperienza, ed un nostro comandante di distaccamento scriveva tempo dopo:

«Delle squadre di dieci uomini, suddivise in nuclei di cinque, che conoscano ogni passo, ogni macchia, ogni roccia, ogni rifugio; collegate con le altre squadre della zona, possono trovarsi in poco tempo in tale effi­cienza offensiva e difensiva da tenere un esercito av­versario mobilitato e pressoché impotente a liquidarle».

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La difensiva è una tattica micidiale per le forze par­tigiane, ed il nostro Comando ripeteva il comandamento dello stesso nemico:

«La guerriglia rifugge dalla tattica difensiva. La re­sistenza è quindi una situazione di breve momento, alla quale si ricorre quando si voglia fermare l’avversario in posizioni favorevoli ad un contrattacco sul fianco e sul tergo con altre unità; quando si renda necessario guadagnar tempo per raccogliere forze o per sottrarre il grosso all’azione avversaria».

Il Comando delle formazioni garibaldine ripeteva poi l’assioma secondo il quale l’attacco e la rapida ritirata, l’imboscata, la sorpresa, l’inganno, l’audacia, l’astuzia, sono le caratteristiche essenziali della tattica partigiana. Tattica che ben presto seppero applicare con maestria le nostre formazioni, garibaldine. Citiamo alcuni epi­sodi — senza far troppo torto a tante altre nostre unità garibaldine — episodi tanto più significativi in quanto risalgono all’inizio del 1944.

In Val Sesia due distaccamenti garibaldini sbaraglia­no uri intero battaglione fascista M. inviato in opera­zione di rastrellamento contro i patrioti. In Val di Lanzo, un’imboscata, abilmente tesa dai nostri gari­baldini a due camion carichi di tedeschi di ritorno da un rastrellamento, ha per risultato la morte di 49 te­deschi sui cinquanta che occupano i due automezzi.

In provincia di Cuneo, i garibaldini assaltano un cam­po di aviazione, immobilizzano le sentinelle e incendia­no ben 37 apparecchi tedeschi.

E che dire degli audacissimi e innumerevoli colpi dei nostri gloriosi Gappisti in tutte le regioni d’Italia?

E tutto è frutto di una meticolosa organizzazione, di una accurata preparazione e selezione degli uomini.

Solo così si poteva rispondere al nemico, alle smar­-

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giassate dei vari Zimmermann che si ripromettevano «annientare» in 15 giorni fino all’ultimo partigiano» Gloria a tutti i nostri eroici garibaldini!

Contro il pietismo

I partigiani dovevano anche apprendere ad odiare intensamente, odiare a morte il nemico, vincere tutti gì scrupoli sentimentali perché troppe volte le loro esitazioni verso una spia o verso un tedesco fatti prigionieri avevano avuto conseguenze fatali. La spia piange e implora, il tedesco si dichiara «austriaco» per sfuggire alla punizione, e quando sono liberati non pensano che al modo di «vendicarsi», capeggiando poco tempo dopo un’altra spedizione, un altro rastrellamento. Per il tedesco e per lo sgherro fascista, tutti i motivi sono buoni per invocare la «rappresaglia».

Citiamo un episodio, fra i tanti. In un villaggio della provincia di Cuneo, due tedeschi in motocicletta sono catturati dai partigiani e portati in montagna. Il giorno dopo arriva sul luogo un reparto di nazisti. Il coman­dante fa arrestare il parroco del villaggio e lo minaccia di morte se non si reca immediatamente dai partigiani e non riporta in paese i due prigionieri tedeschi. Il par­roco, per tema di rappresaglie più gravi, accetta la mis­sione. Riesce a scoprire i due tedeschi ed a convincere i partigiani a liberarli. Scende in paese coi due prigio­nieri e, per ricompensa, viene chiuso in sacrestia e bru­ciato vivo. I tedeschi si allontanano solo quando cessano i gemiti della loro vittima. Più tardi, fra le ceneri, i parrocchiani rinvennero del loro parroco soltanto il mazzo di chiavi che portava in tasca.

Questa ferocia è voluta dal nemico perché conta sul suo effetto terrorizzante e demoralizzante.

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Il timore delle rappresaglie, di fronte ai primi inter­venti tedeschi, è infatti subito varato dai soliti benpen­santi come argomento politico e militare per frenare ed imbrigliare il movimento partigiano ed in genere, ogni tentativo di resistenza patriottica all’occupante tedesco.

Per evitare le rappresaglie non si dovevano compiere azioni «inconsulte» e, se si doveva agire, bisognava misurare cautamente i passi e pensare a tutte le conse­guenze per evitare di sacrificare vittime innocenti. Ar­gomenti che rivelavano tutti i sentimenti, meno quello virile della lotta, della dignità nazionale, meno, in una parola, il sentimento patriottico, e che facevano in pie­no il gioco del nemico.

«Rendere ovunque la vita impossibile all’occupante tedesco». Questa parola d’ordine, questo comandamento dei partigiani e di tutti i popoli sovietici, noi la senti­vamo come una sferzata al nostro onore di italiani di fronte a simili obbiezioni.

L’odio, l’odio implacabile contro il tedesco che oggi invade il cuore di ogni italiano, non era ancora penetrato e diffuso nella popolazione perché il tedesco non aveva ancora mostrato in pieno il suo volto mostruoso. Questo fatto permetteva ai «bempensanti» di fare gli indignati di fronte alle azioni coraggiose dei veri pa­trioti che, colpendo inesorabilmente il nemico, a rischio della propria vita, davano il segnale della riscossa na­zionale che costituisce la nostra vera e sola riabilitazione di italiani di fronte ai popoli liberi che noi abbiamo aggredito come Nazione alleata di Hitler.

Nazisti in allarme

Tedeschi e fascisti, si rendevano conto del pericolo che costituiva per loro il dilagare del movimento parti­giano ed erano decisi di ricorrere ai mezzi più estremi.

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Nel mese di novembre 1943, in quasi tutte le regioni dell’Italia occupata, la lotta partigiana è già tale da preoccupare, infatti, seriamente il nemico. Intere zone sono controllate dai partigiani che non sono già più concentramenti numerosi ed amorfi, ma distaccamenti snelli ed organizzati che colpiscono il nemico, compiono atti di sabotaggio, organizzano imboscate contro i convogli tedeschi e fascisti; che conducono, in una parola, la vera guerriglia. In Val di Susa, ad esempio, dove passano le grandi linee di traffico per la Francia, i parti-Bani fanno saltare ponti e viadotti, lunghi tratti di bi­nari, assaltano convogli, tanto che i tedeschi sono co­stretti a inviare guarnigioni permanenti per la sorveglianza della ferrovia e la caccia ai partigiani. E queste truppe tedesche superano i mille uomini.

Questo spiega come, a cominciare dal dicembre, i ra­strellamenti tedeschi si fanno sempre più frequenti e, non bastando più le forze disponibili tedesche, i nazisti fanno appello al concorso dei militi repubblicani. Con la primavera del ’44 in tutte le vallate del Piemonte, del Veneto, della Lombardia, dell’Emilia si ha una vera fioritura di nuclei partigiani ed il fenomeno è così allar­mante che il governo fantoccio inizia attraverso la radio e i giornali, quella grande e menzognera campagna di appello ai «fratelli traviati» con la promessa dell’asso­luto perdono per ogni pecora smarrita che ritorna al­l’ovile fascista. Un mese di tempo viene concesso a tutti i combattenti della macchia per ravvedersi. Scaduto il termine — 25 maggio — l’opera di repressione sarebbe ricominciata e condotta con un rigore spietato; ed al­lora, guai a coloro che non avessero ripreso il loro posto di cittadini riconciliati con il governo della repubblica.

E proprio mentre il termine fissato si avviava alla scadenza, ecco profilarsi, nella situazione militare, un

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altro disastro per i nazisti e fascisti: l’avanzata travol­gente delle truppe alleate verso la capitale d’Italia. La pianta del «ribellismo» ha immediatamente un nuovo rigoglio e mette più profonde le sue radici.

Il tentativo di spezzare il movimento partigiano con le lusinghe e le promesse del «perdono fascista» viene fatto all’indomani del grande sciopero generale, scio­pero che ha realizzato, intorno alla classe operaia, l’uni­tà di tutte le forze sane della Nazione e creato il vuoto intorno al governo fascista repubblicano che appariva come un bubbone sul corpo martoriato della patria.

Le prime Brigale d’assalto Garibaldi

Alla soglia del nuovo anno di guerra di liberazione nazionale i distaccamenti d’assalto Garibaldi, hanno già fatto la loro prova. Le prime Brigate sono costitui­te e sono in grado di dare un poderoso contributo alla grandiosa lotta ingaggiata dagli operai. Il Combattente è divenuto l’organo dei Distaccamenti e delle Brigate d’assalto Garibaldi che hanno ormai un Comando Ge­nerale con proprie Delegazioni di Comando in tutte le regioni.

In quali difficili condizioni ed in quale atmosfera di reazione si svolgesse la lotta partigiana nei primi mesi di quest’anno nell’Italia settentrionale, lo dimostrano i comunicati del fronte interno di quel periodo. Ne ri­portiamo alcuni:

«Comunicato della Brigata Garibaldi «Cuneo» n. 4.

«Il giorno 21 marzo hanno avuto inizio le attese ope­razioni di rastrellamento contro i vari gruppi di distac­camento della nostra Brigata.

«Il primo giorno venne attaccato il gruppo di distacc. al comando del cap. P. L’attacco avversario con-

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­dotto con mezzi corazzati e con artiglieria di medio ca­libro, si è svolto su tre direzioni convergenti. L’ala si­nistra degli attaccanti, operante in direzione del Montoso, con una forza di 250 uomini circa, è stata sorpre­sa da un agguato sul fianco sinistro; la strada sulla qua­le procedevano i camion, già minata, è stata fatta salta­re al momento del passaggio della colonna, e scesi gli uomini dagli automezzi, le nostre mitragliatrici apri­vano il fuoco sul nemico colto di sorpresa che subì rile­vantissime perdite (accertate: 7 automezzi distrutti, tra i quali uno carico di munizioni che esplose producendo gravi perdite; secondo informazioni non controllabili il nemico aveva avuto circa 150 morti e feriti). Il combat­timento è durato dall’alba alle prime ore della notte; per le perdite subite il nemico ha dovuto sospendere l’attacco e chiedere rinforzi, mentre iniziava verso sera un forte tiro di artiglieria contro le nostre posizioni. Durante la notte è stato eseguito lo sganciamento pre­visto. Nessuna perdita da parte nostra salvo un ferito leggero.

«Il nucleo centrale degli attaccanti si è rivolto di­rettamente contro le posizioni del cap. P. Le due auto­blinde che precedevano l’autocolonna sono cadute nel­l’agguato teso all’inizio della valle da due distaccamen­ti garibaldini, «Pisacane» e «Nannetti». Immobiliz­zate le due autoblinde a colpi di bombe a mano, nono­stante il forte fuoco avversario, i più audaci scendevano sulla strada, catturando i resti dei due equipaggi che si erano trincerati dentro una casa. È stato catturato anche l’armamento delle due autoblinde; nell’azione è caduto il comandante Ulisse, del distacc. «Nannetti» colpito alla fronte, e cinque altri.

Il valore dei nostri stroncò per quel giorno l’attacco nemico che venne ripreso il giorno dopo con forze pre-

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ponderanti che arrivano anche da Torre Pellice. La pre­ponderanza delle forze nemiche ha reso difficile l’opera­zione di Sganciamento, nella quale i nostri hanno subito perdite — tre morti e una ventina di prigionieri — men­tre sono stati catturati numerosi giovani renitenti che non avevano potuto essere armati».

Altro comunicato:

«Rastrellamento della Val Pesio.

«Nella Val Pesio e precisamente a Viga e a San Bar­tolomeo una colonna di 4000 tedeschi incaricati di ra­strellare la zona arrestavano e portavano via tutti gli uomini che trovavano e come tante bestie fameliche si gettavano su tutte le donne dai 14 ai 35 anni violentan­dole in 506 per volta fino a ridurle in fin di vita. Molte di queste donne dovevano essere ricoverate all’ospedale, 4 di esse morivano. La popolazione è terrorizzata. Stupri, furti e violenze sono all’ordine del giorno nella provincia di Cuneo. I militi della «Legione Autonoma Muti» non sono da meno dei loro camerati tedeschi nell’imperversare contro le inermi popolazioni. Instal­lati all’imbocco delle vallate, questi barbari fermano e ai restano tutti gli uomini validi e li portano nelle ca­serme. Dopo aver fatto subire uno stringente interroga­torio lasciano andare alle loro case chi possiede denari e li offre per il suo riscatto: chi invece non possiede nulla viene consegnato ai tedeschi e dopo una somma­ria visita viene inviato ai lavori forzati in Germania».

E leggiamo ora lo stralcio di un manifesto del C.L.N, di Modena:

«I ribelli caduti in combattimento» sono inermi con­tadini fucilati in massa.

«Impotenti di fronte alle formazioni partigiane della zona, i fascisti hanno sollecitato l’aiuto dei tedeschi. Di fronte a questo spiegamento di forze i Partigiani appli­-

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carono la tattica del «pugno di mosche» per cui la rabbia tedesca si sfogò distruggendo col cannone e col loco alcuni villaggi della zona di «Montefiorino», se­minando freddamente la strage fra quelle inermi popolazioni che contano a decine e decine gli assassinati, compresi tra queste donne e bambini trucidati con spietata ferocia. Ecco chi sono i «trecento ribelli caduti in combattimento» secondo l’impudente propaganda fascista…».

E da altro comunicato:

«A Ceva.

 «Si apprende da Ceva che in questi ultimi tempi av­vengono molte fucilazioni in massa e isolate tra la po­stazione. Una delle ultime fucilazioni in massa è stata effettuata alla presenza obbligata della popolazione. I condannati venivano prelevati uno per uno e messi al muro. Per ogni fucilato vi era già pronta la cassa da sorto. Questa diabolica messa in scena opprimeva visi­bilmente gli astanti. La popolazione era obbligata ad assistere a questa macabra orgia di sangue sotto la mi-laccia delle mitragliatrici. Con questo procedimento i nazi-fascisti hanno inteso punire e terrorizzare la popo­lazione di Ceva, la quale aveva dimostrato la sua soli­darietà verso i patrioti Più di un popolano ha parago­nato quel giorno i procedimenti dei Partigiani verso i nazisti e fascisti (alcuni giorni prima i partigiani ave­vano sopraffatto e disarmato 14 tedeschi lasciandoli poi liberi senza torcere loro un capello) e i procedimenti nazi-fascisti verso la popolazione italiana».

Leggiamo ancora questo «Bollettino n. 3 della for­mazione Garibaldina di Reggio Emilia»:

«Due distaccamenti accomunati in un’operazione di massima importanza sono partiti da località diverse per convergere su un punto base dell’operazione. Al mat-

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tino presto di ieri eravamo al Cerrè dove ci sistemavamo per attendere la notte e riprendere la marcia, allor­quando verso le 9 e 30 le nostre vedette davano l’allar­me, avendo avvistato nel paese l’affluire dei fascisti e dei tedeschi (costoro dichiaravano di soffermarsi poche ore indi proseguire per Villaminozzo in formazione di rastrellamento).

«Abbiamo immediatamente disposto i Garibaldini in formazione di combattimento. Con una manovra aggi­rante abbiamo accerchiato le case, dove i nazi-fascisti si erano trincerati e abbiamo preso subito l’iniziativa del­l’attacco.

«Il combattimento ha inizio alle 0,45 e termina alle ore 15 circa.

«II nemico è bene armato ed equipaggiato, noi pure siamo armati ed equipaggiati oltre che di armi, di co­raggio e di una volontà di vincere che permette a noi l’equilibrio delle forze, prima, poi il volgere a nostro vantaggio della battaglia.

«I nazi-fascisti danno mano a tutte le armi automa­tiche leggere, i Garibaldini rispondono con meno raffi­che, perché la munizione è preziosa, ma con colpi più sicuri e pili precisi. La lotta è in pieno svolgimento. Due fascisti e un tedesco cadono subito e la fila dei caduti nemici aumenta continuamente. Da alcuni punti non esce più il fuoco, segno che sono caduti ed esauriti.

«L’avversario ha senz’altro la peggio e lui stesso (i tedeschi) si rendono ormai conto del pericolo. Noi ser­riamo sotto ai caseggiati dove ancora si spara, voglia­mo liquidare ad ogni costo questi nidi di resistenza.

In quel momento gli informatori ci comunicano che il nemico ha chiesto rinforzi, ma anche noi non abbiamo dormito e trascurato tale eventualità degli avversari. Già dai primi momenti della lotta avevamo avvisato il

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distaccamento che la sera prima si era recato al ponte della Gatta.

A tale richiamo il distaccamento giungeva a marcia forzata nella zona di operazione dando subito appoggio alla lotta.

In breve tempo, con un fuoco intenso effettuato con armi trovate nel presidio di Gatta e con l’ausilio di bombe a mano, snidiamo i militi e i tedeschi dalle case sistemate a difesa.

Molti sono ormai i nazi-fascisti nei fossi e nelle strade. Solo una casa rimane da conquistare dove vi sono ana decina di militi e tedeschi muniti di una mitraglia, di tre incili mitragliatori e di un «mitra».

Il tempo stringe; da un momento all’altro arriveranno i rinforzi del nemico richiesti da Ligonchio e da altre località. Senza più indugiare decidiamo di ritirarci. Sul campo si contano 31 morti nazi-fascisti. Abbiamo fatto 22 prigionieri, di cui 6 tedeschi. Il bottino consiste in due mitraglie Breda, un fucile mitragliatore, 4 mitra, 40 moschetti, 10 bombe tedesche ed una decina di quelle italiane. Centinaia di colpi per mitraglia ed altre centinaia di colpi per armi diverse.

Le nostre perdite assommano a 5 morti e tre feriti di cui soltanto grave M. Per sadica malvagità i nazi-fasci­sti scornati dall’onta della dura sconfitta si sono dati alla devastazione dei paesi: Cervarolo, Civago ed altri ancora, sono stati letteralmente bruciati e saccheggiati e le popolazioni trasferite».

Un documento di infamia

Il governo fascista è costretto a organizzare reparti speciali della Guardia Nazionale Repubblicana per Ia lotta contro i Partigiani. Il maresciallo Graziani, in una

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lettera al suo padrone feld maresciallo Keitel, manife­sta la stessa preoccupazione. Questa lettera caduta in mani garibaldine, è tale un documento di servilismo e di infamia che merita di essere riprodotta integralmente perché gli italiani non dimentichino!

«FONO DD                                                                                   2 aprile 1044

Col. Morena Capo Missione Italiana – Berlino

Prov. Ministero FF. AA.

Dest. Feld Maresciallo Keitel

Testo

«Signor Maresciallo, a sei mesi dall’assunzione del mio incarico di Ministro delle FF. AA. desidero rappor­tarvi sul lavoro compiuto e chiedervi norma per quanto ci viene ancora domandato. Alt.

«In realtà questi sei mesi possono ridursi a tre di effettivo e proficuo lavoro dato il completo caos nel quale l’Italia era caduta dopo l’8 settembre. Ecco il consuntivo fino ad oggi in cifre consuntive.

1°- 68.000 uomini per il Maresciallo Kesserling.

2°- 51.000 uomini per il Maresciallo Richtofen.

3° – 22.000 fino ad oggi per le divisioni in Ger­mania.

4°- 40.000 per l’ispettorato militare del lavoro messo a disposizione del Maresciallo    Kesserling.

50– 10.000 per le formazioni antiribelli in via di costituzione.

6°- 29.000 per tutte le necessità territoriali del­l’esercito.

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7°- 20.000 per quelle della Marina e dell’Aero­nautica.

 8°- 140.000 per la costituzione della G.N.R.

«In totale 380.000 uomini che in una situazione in­terna assai difficile e nei primi mesi addirittura caotica, abbiamo tratti per le comuni necessità.

«Ci rimangono a disposizione ora nei centri di reclu­tamento circa 34.000 uomini pronti a completare le 4 divisioni ed i 10 gruppi di Artg. per l’invio in Ger­mania entro il mese di aprile. Ma in questi giorni ci so­no state fatte le seguenti richieste:

1°- 150.000 uomini per il Maresciallo Goering a blocchi di 20.000 dal 15/4.

2°- 27.000 uomini per la Marina germanica richie­sti dall’Amm. Sparzani nella conver­-        sazione di Monaco.

3°- 8.000 uomini per i reparti nebbiogeni in Ger­mania.

4°- 16.000 uomini che proprio oggi sono stati ri­chiesti dal M. Kesserling.

«Il programma fissato da me il 30 marzo in una riu­nione plenaria con tutti gli organi italo-germanici inte­ressati era il seguente:

1) completare nel mese di aprile il numero di 34.000 uomini per la div. in Germania;

2) chiamare 3 classi per l’invio di 000 al Ma­resciallo Goering a datare dal 10/4 non potendo per la impossibilità di materiale impegnarli per il 15/4 come richiesti dall’Ambasciata.

Successivamente continuare il richiamo delle classi per esaudire la richiesta di un milione di uomini, per l’organizz. del lavoro (Sauchen).

Con la sopravvenuta urgente richiesta del M. Kesser­ling debbo domandarvi, sig. Maresciallo, quale sia l’or-

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dine della precedenza che io debbo dare, mentre per andare incontro al desiderio dell’Ambasc. cercherò di anticipare il più possibile il termine della chiamata del­le nuove classi.

«Debbo presentarvi come la ragione che ha in mas­sima parte ostacolato e diminuito il rendimento della leva è stata quella della deficienza del vestiario e del­l’equipaggiamento. Essa esiste tuttora mentre abbiamo assicurazione dal Gen. Lejere sull’immediato invio in Italia, di 40.000 uniformi le quali sono però sufficienti per vestire gli uomini attualmente nei centri di reclu­tamento.

«Altro importantissimo problema è quello di dare il massimo incremento alle formazioni, della lotta contro i ribelli che costituisce il presupposto necessario anzi indispensabile per poter ristabilire l’autorità e il pre­stigio dello Stato sulla popolazione e quindi ottenere la presentazione degli uomini.

Richiamo, sig. Maresciallo, la vostra attenzione su questa basilare necessità, poiché tutto il nostro sforzo e tutta la nostra volontà di collaborazione non vadano frustrate da cause che sono indipendenti dalla nostra volontà. Accogliete, sig. Maresciallo, i miei devoti sentimenti di cameratismo e di cordiali saluti. Vostro Maresciallo                                                                                                                                                                      Rodolfo Graziani».

L’irresistibile sviluppo del movimento partigiano

Passano altri mesi e le difficoltà lamentate dal tradi­tore Graziani si aggravano, il movimento partigiano prende un nuovo sviluppo. Ecco quanto si può leggere in una circolare in data 1° giugno ’44 indirizzata ai vari comandi fascisti e tedeschi di Reggio, Bologna, Parma,

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Brescia, firmata dal Colonnello Giuseppe Onofrio, comandante della G.N.R. di Reggio Emilia.

«La situazione partigiana si è rapidamente fortificata. Le bande che tempo fa si limitavano a piccole azioni al solo scopo di approvvigionamento, oggi sono stabilmente insediate non solo in località montane, ma anche nella pianura. La consistenza, l’armamento, il numero hanno permesso audaci azioni quasi sempre di massa (dai 200 fino ai 500 uomini) contro presidi, traffico pubblico, ammassi, uffici postali, opere stradali e rappresaglie contro fascisti e loro famiglie.

Pare che la zona reggiana sia centro di raccolte bande provenienti da Provincie limitrofe, ciò dimostra un piano organico ben definito e fa supporre ad azioni di più vasta portata».

Dopo questa generica descrizione la circolare enumera il dislocamento dei patrioti:

«Zona di Frosinone (tra Reggio e Modena): 300-400 armati; armi individuali, automatiche, leggere e pesanti; abbondanti munizioni.

Val d’Asta (sulle pendici del Monte Cusma e Prampa): 500 armati; armi come sopra, inoltre mortai, e noni di piccolo calibro, abbondante materiale da mina, quadrupedi da trasporto, radio, mezzi ottici.

Zona di Ramiseto (sul confine della provincia di Parma): 300-400 uomini, armamento e disponibilità coi Val d’Asta.

Piana tra la via Emilia e il Po: banda imprecisata piccoli nuclei, con basi probabili a Novellara, Reggiolo, Rolo, Rio Saliceto; armamento e disponibilità imprecisate. Mezzi di collegamento sicuramente ottici, e probabilmente anche radio».

Sull’azione partigiana la circolare ricorda parecchi fatti di cui riportiamo i più salienti:

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«Assalto al posto fisso di Ceresole: eccidio, saccheg­gio dell’ammasso grano, rapina e rappresaglia in paese. Tentativo di far saltare l’importante ponte alla confluen­za del Secchio nel Dolo.

Forza del posto fisso: 200 uomini; forza attaccante 300. Due morti certi.

Assalto al distaccamento di Toano: 7 ore di combat­timento, rinforzo richiesto, ritiro dei partigiani. Forza del posto: 30 uomini, forza attaccante 300 uomini; al­cuni partigiani feriti.

Assalto al distaccamento di Ramiseto: disarmo e spogliamento totale del medesimo. Forza del posto: 30 uomini; forza attaccante 300».

La circolare conclude affermando che insufficienti so­no le forze a disposizione del comando, sia per numero, come armamento inadeguato, e per mancanza totale dei mezzi di trasporto. Inoltre le azioni simultanee pongono il comando nell’impossibilità di spostare rapidamente i reparti. Si chiede quindi l’urgente ed improrogabile intervento del Superiore Comando Generale della G.N.R. e dei comandi germanici, perché sia iniziata una vasta e decisa azione di rastrellamento; e si fa pre­sente che ogni ritardo aggrava la situazione, agevola il rafforzamento delle bande, dando modo di mostrare la loro superiorità, ed influendo sul morale delle popola­zioni, a danno del prestigio delle autorità repubblicane.

Da un’altra circolare delle autorità di Piacenza, ai primi di luglio, si può leggere, fra l’altro:

«Come si è già rilevato, la provincia è in mano, pra­ticamente, ai patrioti; la stessa via Emilia è controllata saltuariamente da loro posti di blocco. Le tasse nelle zone collinari e montane non vengono più esatte. Nei comuni occupati dai patrioti, le tasse vengono esatte dai patrioti stessi».

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E potremmo citare altri documenti riferentisi a tutte le regioni dell’Italia settentrionale dove la situazione pressoché analoga e caratterizzata dal forte sviluppo preso dal movimento partigiano. Per il Veneto e Lombardia, valga quest’altro documento più che eloquente:

203° COMANDO MILITARE REGIONALE

Ufficio di armi e addestramento

Operazioni.

Elenco delle zone infestate dai ribelli per le quali sussiste il divieto di concessione di licenze per militari dell’esercito.

Provincia di Treviso:

  1. Zona pedemontana racchiusa nel quadrilatero: Sarmolo – Fonte – Monte Grappa – Monte Costa.

  2. Tutta la zona del Montello.

Provincia di Vicenza:

  1) La zona a nord-est della linea Reccaro – Valli del Pasubio – Posina fino ai limiti provinciali.

 2) La zona compresa fra Laghi di S. Caterina – Tretto – Moda – Cogollo del Cengio – Rotzo – Limiti provinciali.

  3) La zona compresa fra: Verena (incluso) – M. Melago – M. Castellare – Limiti provinciali.

La zona compresa fra : M. Forcellona – Pizzo Razed – Valstagna – Col d’Astiago – M. Rachiero  – M. Oro – M. Drassolan – Limiti provinciali. In sostanza tutta la zona pedemontana».

In ogni regione del Nord, come si vede, il movimento partigiano ha preso proporzioni impressionanti. E dopo tutti i rastrellamenti, dopo tutte le atrocità e nefandezze compiute dai nazi-fascisti per contenerlo, arrestarlo, annientarlo. È movimento di popolo, di popolo

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in lotta e in marcia verso la sua liberazione. Un popolo non si distrugge, non si annienta, ed è invincibile quan­do si batte per la sua libertà

Di questo movimento, le Brigate d’assalto Garibaldi sono la parte più importante, e non vogliamo dire la più combattiva, perché le formazioni partigiane di tutte le correnti si uguagliano in valore ed eroismo.

Le Brigare d’assalto Garibaldi formazioni modello

Le formazioni garibaldine volevano e dovevano essere formazioni modello. Non ci sarebbe possibile seguire qui ed illustrare tutto il minuzioso lavoro svolto dal Comando generale delle Brigate Garibaldi, la sua opera di assistenza, di consiglio, di sprone, sul terreno poli­tico presso i Commissari politici, sul terreno militare presso i Comandanti, per migliorare, perfezionare l’or­ganizzazione interna e l’efficienza bellica delle varie for­mazioni modello. Né sarebbe possibile seguire le vicende di ogni Brigata, ricche tutte di episodi eroici. Ogni Bri­gata ha la sua storia gloriosa e questa va scritta a parte, e dovrà essere scritta. Abbiamo cercato di dare un’idea degli sforzi compiuti, del contributo dato e dei risul­tati ottenuti dal Comando Generale delle Brigate Gari­baldi sorto per iniziativa del nostro Partito ed oggi fuso nel Comando Generale per l’Italia occupata sotto il qua­le operano tutte le formazioni partigiane che costitui­scono il Corpo Volontari della Libertà.

Ma due ultimi documenti significativi — significa­tivi anche per la data che portano — vogliamo ancora citare per dare un’idea più precisa del grado di organiz­zazione, di ordine, di disciplina raggiunto nelle nostre Brigate Sono i testi di due ordini di servizio di un Di­staccamento della Brigata d’assalto «Biella»:

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ORDINE DEL GIORNO N. 6

Mercoledì, 8 – 12-43

 «Tenuto conto dello scarso addestramento e dell’in­sufficiente conoscenza delle armi, si dispone:

  1. Tutti gli uomini del primo e del secondo nucleo con i rispettivi comandanti si aduneranno oggi alle ore q per partecipare all’addestramento sulla pratica delle armi.
  2. Gli uomini del terzo e quarto nucleo assisteran­no alle esercitazioni. Il terzo nucleo parteciperà in un secondo tempo all’addestramento.
  3. Uomini del primo e secondo nucleo nel pome­riggio.
  4. Alle ore 20, una riunione per svolgere una con­versazione sull’importanza dell’incontro di Teheran.

Per il C. M.
Y

                                                                        Tabellina servizi

Al servizio di guardia: V. D. B.

ORDINE DI SERVIZIO

Sabato, 12 – 12-43.
Ore   6,00: Sveglia del cuoco.
Ore  6,30: Sveglia dei seguenti compagni che dovran­no andare in missione: A. L. e tutti i com­ponenti il primo nucleo. Partenza ore 7.
Ore   7,00: Sveglia del distaccamento.
Ore 8,00: I compagni D.K.R.S. di giornata in cucina. I compagni del secondo nucleo in perlu­strazione col caposquadra N. Distribuiti e secondo l’itinerario predisposto. Il comp. F. col 30 nucleo disporrà per lo sgombero della stalla rimasta libera e prov-

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vederà poi per la disinfezione, pulizia e alle­stimento di un nuovo dormitorio. Il comp. U. coi compagni B. e H. provvederà per la pulizia e l’ordine delle cose del distaccamento e controllerà la pulizia e l’or­dine delle camere. Il comp. I. istruirà i coimp. D. sull’impiego del fucile mitragliatore e della mitraglia­trice pesante. Il comp. J. idem col comp. G. e col com­pagno T. Il comp. Q. si aggrega la comp. K.

Ore 12,00: Rancio e riposo.
Ore 13,30: Il comp. H. in perlustrazione eoi compo­nenti il 3″ nucleo. Il comp. P disporrà e sorveglierà l’istru­zione sull’impiego del fucile impartita dai vari capinucleo. Curerà pure la pulizia del­l’arma. Il comp. F. continuerà nel lavoro suddetto con i comp. dei nuclei mitraglieri e racco­gliendo i disponibili. Provvederà inoltre per la raccolta delle fo­glie e della legna.

Ore 17,30: Secondo rancio e riposo».
Ore 21,30: Silenzio.

Il Comandante: M.

La ricca esperienza di dure battaglie ha fatto di ogni formazione garibaldina un’unità militare capace di af­frontare il nemico su tutti i terreni.

Le Brigate d’assalto Garibaldi, a fianco di tutte le altre formazioni del Corpo Volontari della Libertà, oggi si muovono non più solo sul terreno della guerriglia.

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Esse sanno tenere un fronte, manovrare, operare in massa e tener testa e battere il nemico. La loro infe­riorità è solo nell’armamento. Le armi che possiedono sono quelle conquistate al nemico sul campo e disar­mando caserme di militi e carabinieri. Auguriamoci che l’aiuto che possono avere dagli Alleati sia tale da sup­plire alle loro deficienze. E auguriamoci anche che quel­le armi essi non siano costretti a deporle prima che la belva nazista sia schiacciata nella sua tana e sterminati i traditori fascisti.

Le Brigale Garibaldi formazioni unitarie

In questi lunghi mesi di lotta si sono formati molti quadri preziosi che sono oggi a capo di unità superiori, Brigale e Divisioni, dopo una dura lotta vissuta e so­stenuta come semplici partigiani. Altri sono ex-ufficiali che hanno saputo acquistarsi la stima e la fiducia dei loro uomini provando coi fatti la solidità della loro fede patriottica e le loro capacità militari. Parecchi di essi hanno reso e rendono ottimi servizi assumendo inca­richi tecnici nelle varie sezioni di lavoro delle Brigate e Divisioni garibaldine.

È rilevante nelle formazioni garibaldine anche il numero degli studenti e degli intellettuali i quali, uniti e fusi con la massa di operai e contadini che costitui­scono il saldo nerbo dei nostri combattenti, temprano le loro energie e la loro fede politica in contatto diretto coi figli migliori del nostro popolo alle sorti del quale sentono ormai legata la loro sorte.

E — sì, anche questo — vi sono pure, in alcune Bri­gate, dei cappellani garibaldini, orgogliosi di essere tali, perché sanno di continuare le tradizioni dei Bassi, dei

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 Tazzoli, fulgide figure di sacerdoti patrioti ed eroi del nostro Risorgimento.

Per il suo carattere e per la sua funzione, il movi­mento partigiano non poteva essere che popolare, na­zionale e unitario.

Né i distaccamenti né, in seguito, le Brigate e le Di­visioni d’assalto Garibaldi sono state formazioni chiuse ad altre correnti politiche. Anzi, proprio noi abbiamo sempre sostenuto il principio che tutte le formazioni partigiane dovevano essere aperte a tutti i patrioti de­cisi a lottare contro il nemico, e la sola garanzia che era richiesta era la loro sicura fede patriottica. In questo senso, proprio il Partito comunista, ancora nel maggio scorso, lanciava un appello agli ufficiali nel quale, fra l’altro, era detto:

«… Ufficiali italiani, compite il vostro dovere, ab­bandonate i comodi rifugi, raggiungete le montagne, dove si combatte per la Patria. Vecchi soldati vostri e giovani reclute, vecchi vostri colleghi e giovani coman­danti fattisi nella guerriglia vi aspettano. Le formazio­ni del Corpo Volontari della Libertà, i Distaccamenti e le Brigate d’assalto Garibaldi vi aprono i loro ranghi. Nelle file dei partigiani vi è gloria e posto per tutti, al di sopra di ogni fede politica e religiosa. A ciascuno è assegnato il posto a cui lo designano le proprie capa­cità e la propria fede patriottica».

E questa politica e questa azione unitaria, dovevano portare ai successi rappresentati oggi da decine di Bri­gate che si battono valorosamente nel Corpo Vo­lontari della Libertà per la liberazione d’Italia, per la sua resurrezione in un regime di democrazia e di pro­gresso.

Vorremmo citare qui i nomi di queste gloriose Bri­gate, gli episodi più salienti della loro lotta, i nomi dei

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loro capi e dei loro eroi — nomi ormai popolari nelle zone dove operano le nostre formazioni. Ma dovremmo citarli tutti, e sono tanti! Tanti che hanno ugualmente meritato il ricordo e la riconoscenza della Patria.

Nel maggio scorso il rappresentante del nostro Partito nel Comitato militare del C.L.N. per l’Alta Italia po­neva in discussione la proposta del Partito Comunista per l’unificazione di tutte le formazioni partigiane sotto un unico, effettivo Comando che fosse veramente la espressione delle forze combattenti.

Sappiamo che l’accordo è stato raggiunto. Tutte le formazioni combattenti e già costituite hanno conser­vato la loro denominazione e i loro quadri. E così, oggi, i nostri Distaccamenti, Brigate e Divisioni d’assalto Ga­ribaldi, accanto alle formazioni di altre correnti, sono agli ordini di un unico Comando Generale per l’Italia Occupata, sotto l’egida del Comitato di Liberazione Na­zione, nel Corpo Volontari della Libertà.

Cifre eloquenti

Il capo del nostro Partito, Palmiro Togliatti, nel suo discorso del 24 settembre alla Conferenza provinciale della Federazione comunista romana, parlando del «mo­vimento armato di operai e lavoratori che abbiamo svi­luppato nel Settentrione d’Italia, sotto la bandiera del­l’unità nazionale, sotto la bandiera garibaldina» ren­deva pubbliche, per la prima volta, alcune dire elo­quenti:

«Queste cifre — ha detto Togliatti — si riferiscono al giorno 30 giugno dell’anno 1944. A questa data esi­stevano in Lombardia due Brigate Garibaldi organizzate dal nostro Partito, prevalentemente con forze comuni-

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ste e operaie, una brigata di Gruppi di azione patriot­tica; undici distaccamenti Garibaldi in azione. Nel Pie­monte: tre divisioni Garibaldi su due Brigate ciascuna; cinque Brigate Garibaldi staccate, centoventidue squa­dre di difesa nella sola città di Torino. In Liguria: due Brigate Garibaldi, trecento squadre di difesa nella sola città di Genova. In Emilia: due Divisioni Garibal­di di tre Brigate ciascuna corrispondenti quindi nel com­plesso a sei Brigate; otto Brigate Garibaldi staccate; due Brigate autonome, quattro brigate di Gruppi di azione patriottica, più le formazioni distaccate di dife­sa. Nel Veneto: due Brigate Garibaldi, un distacca­mento Garibaldi in formazione, vari distaccamenti di azione patriottica. Nel Friuli: una Divisione Garibaldi su due Brigate, più numerosi distaccamenti di Azione Patriottica.

Complessivamente al 30 giugno le forze organizzate per iniziativa del nostro partito nelle formazioni parti­giane, come combattenti del fronte della libertà erano: sei divisioni complete, ventiquattro brigate staccate, cinque brigate di Gruppi d’azione patriottica, trenta­cinque distaccamenti, quattrocentocinquanta squadre di difesa. L’altro giorno ho ricevuto delle notizie inte­grative che non posso comunicare per ragioni di se­gretezza, e dalle quali risulta che dopo il mese di giugno il movimento patriottico che si sviluppa per nostra ini­ziativa si è ancora rafforzato tanto che oggi non esi­stono più soltanto quaranta brigate come in questo rap­porto, ma molte di più, e permettetemi di tacere la cifra.

E, a questo proposito, Palmiro Togliatti aggiungeva: «Debbo precisare che (piando parlo di brigate organiz­zate dal nostro Partito, non intendo dire che queste for­mazioni si mettano al di fuori del grande Fronte nazio-

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­nale della Liberazione. Al contrario. Noi abbiamo so­stenuto e fatto trionfare nel Nord quella che era la nostra linea di condotta politica e militare e cioè l’unità di tutte le formazioni partigiane in un unico grande esercito che si chiama l’esercito dei Volontari della Li­bertà. E se parlo di queste formazioni come formazioni organizzate da noi è perché esse, effettivamente, sono state messe in piedi e sono dirette dai migliori dirigenti del nostro partito in tutte le regioni, e attingono le loro forze all’inesauribile serbatoio dei nostri militanti e dei nostri quadri. Perciò abbiamo diritto di citare queste ci­fre non come un titolo di merito particolare, perché sappiamo che di fronte ai doveri che abbiamo verso la nazione non vi sono meriti particolari, ma di citarle quando sentiamo qualcuno che parla di escludere noi dal Fronte di liberazione nazionale e dal governo del nostro Paese, perché saremmo il partito il quale non sarebbe disposto a rispettare i privilegi delle caste fa­sciste in nome dei sacri diritti della proprietà privata».

Da quella data citata dal compagno Togliatti le Bri­gate e le Divisioni Garibaldi si sono moltiplicate. Ed anche oggi non riteniamo opportuno precisarne il nu­mero.

Aggiungiamo solo che non vanno dimenticate le formazioni garibaldine delle varie regioni dell’Italia ora liberata, le quali hanno preceduto, nello stesso esempio di lotta gloriosa, gli eroici combattenti dell’Italia setten­trionale:

Toscana: una Divisione su quattro Brigate (Firenze); altre 5 Brigate nelle altre Provincie, diversi Distac­camenti isolati e non meno di 500 squadre d’azione (di 10 uomini), compresi i gruppi dei G.A.P., Marche: una Divisione su 4 Brigate partigiane e 3 di G.A.P.; Umbria: 2 Brigate.

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Fin che le possibilità li comunicazione lo hanno per­messo, queste formazioni sono rimaste in regolare con­tatto col nostro Comande generale dei Distaccamenti e Brigate d’assalto Garibaldi. In seguito hanno agito agli ordini delle varie Delegazioni regionali dello stesso Co­mando. Anche oggi, per le stesse sopravvenute difficoltà di comunicazioni nell’Italia settentrionale, alcune re­gioni hanno i loro comandi autonomi, e, come abbiamo già detto, tutte le unità combattenti del Corpo Vo­lontari della Libertà nell’Italia settentrionale, quelle garibaldine e quelle di ogni altra corrente antifascista, si battono agli ordini di un unico Comando Generale dell’Italia occupata.

Questa unità dell’avanguardia del movimento di li­berazione nazionale, consacrata dal sangue e dal sacri­ficio sul terreno della lotta armata contro il nemico è un esempio e un monito che le masse popolari politica­mente più avanzate del nostro paese offrono all’Italia e al mondo.

La voce dei Partigiani del Nord

Il recente proclama del generale Alexander che in­vita i partigiani del Nord a interrompere le loro ope­razioni, unito al fatto del rallentamento dell’avanzata degli eserciti alleati, ha impressionato l’opinione pub­blica, giustamente preoccupata delle sorti a cui sono esposti quei valorosi combattenti all’approssimarsi del­l’inverno.

Sui partigiani del Nord è attirata in questi giorni l’attenzione ansiosa di tutti gli italiani onesti anche dalla viva narrazione della loro vita e delle loro gesta fatta sui giornali da autentici e autorizzati combattenti di quelle eroiche formazioni.

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Da queste narrazioni si ha un’idea più precisa del­l’ampiezza e dell’importanza che il movimento parti­giano ha assunto nell’Italia settentrionale in questi ultimi mesi.

Sono decine di migliaia di partigiani, organizzati in brigate e Divisioni, avanguardia armata di tutto un popolo in guerra contro l’invasore e i traditori fascisti.

Questi partigiani ci dicono che, malgrado tutte le difficoltà, malgrado l’inverno incombente, essi «resi­steranno e continueranno a combattere Resisteranno perché essi devono affermare la presenza dei combattenti italiani a fianco dei soldati e dei partigiani di tutte le nazioni libere contro il nazismo. lì combatteranno per­ché solo la lotta può permettere alle loro Brigate e alle loro Divisioni di resistere. Le armi, le scarpe, il panno, i viveri devono essere strappati al nemico. L’esperienza ha insegnato che troppe promesse non hanno potuto essere mantenute, che troppe illusioni non sono dive­nute realtà. Per questo le popolazioni dell’Italia occu­pata fanno in questi mesi il massimo sforzo, organiz­zano le «settimane del partigiano», raccolgono fondi, viveri, indumenti. Per questo ogni Brigata e ogni Di­visione fa il suo piano invernale tendendo fino all’estre­mo le energie dei suoi uomini e dei suoi dirigenti.

«Ma un popolo che dà tutto, un esercito che non chiede che di affrontare il nemico a prezzo di qualun­que sacrificio sono degni di essere aiutati da chi può. I fratelli dell’Italia liberata, le organizzazioni, il go­verno hanno il dovere preciso di fare qualcosa per chi fa tutto.

«Le popolazioni del Nord e le formazioni partigiane che si trovano di fronte a un nuovo terribile inverno di guerra terranno duro, la loro fede patriottica, l’espe­rienza di un anno di sacrifici e di vittorie ce ne dà

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la garanzia. Ma perché l’Italia sia una, popolo e combattenti del Nord devono sapere che essi non sono dei dimenticati, degli incompresi. Essi chiedono di essere aiutati, che chi deve faccia tutto quello che è possibile. Ed essi considerano come un aiuto essenziale che l’Italia liberata sia libera. Che si realizzi la democrazia, che si compia la epurazione, che nell’esercito, nelle forze dell’ordine i patrioti che hanno combattuto con­tro i tedeschi possano ancora fare il loro dovere per la patria».

Sappiano vedere e sappiano ascoltare coloro che an­cora si ostinano a negare al nostro popolo il diritto e la capacità di decidere del suo avvenire. Da parte no­stra, ascoltiamo la voce dei nostri fratelli del Nord, facciamo nostro il loro voto, intensificando la lotta, alla testa di tutto il popolo, perché dalla catastrofe alla quale ci ha trascinato il fascismo risorga un’Italia ve­ramente libera, in un regime di democrazia progressiva presidiata dalle masse popolari che, sole, non permet­teranno mai più il ritorno del fascismo, qualunque sia la maschera sotto la quale si presenti.

LE BRIGATE D’ASSALTO GARIBALDI NEL MOVIMENTO PARTIGIANO IN ITALIA

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