Chi Siamo

1.  “L’archivio della Coduri”

e 2. “Intervista ad Amato Berti, autore della 1a Storia della Coduri “.

 1.    Le Fonti qui prese in considerazione provengono da “L’archivio della Coduri”; dall’Archivio dell’I.S.R.C. “P. Mario Beghi” di La Spezia e dall’Archivio del Comune di Sestri Levante. Poi altre, provenienti da archivi privati e giudiziari, seguiranno. I documenti provenienti dall’Archivio del Comune di Sestri Levante erano conservati, sino agli anni 1974/75, in una serie di faldoni intitolati “Documenti Permanenti” seguiti dalla data dell’anno o gruppi di anni. Attualmente i faldoni relativi agli anni 1934-1974 risultano da tempo imballati e trasferiti presso una struttura specializzata di Vercelli, dove è assai complesso andare a consultarle. 
Quanto ai documenti raccolti qui, sotto il titolo “L’archivio della “Coduri”, sono stati prodotti e in parte resi pubblici, tra il 1945 e il 1979. E sono giunti nelle mani dell’autore di questo sito provenienti da Amato Berti. Autore, nell’A.a. 1980-81, di una tesi di laurea dal titolo “La formazione di una divisione partigiana nel Levante Ligure”. Tesi trasformata poi in libro pubblicato insieme a Marziano Tasso nel 1982 a Genova (Ed. Seriarte), col titolo: Storia della divisione Garibaldina “Coduri”.

Pur avendo un’unica finalità – le vicende della formazione partigiana Coduri operante nella Sesta Zona Liguria – sono il frutto di sollecitazioni diverse che, l’uso critico dei documenti, vuole siano messe in chiaro. Impegno non facile: molte le incertezze circa occasioni e modi di formazione della raccolta, dei suoi successivi passaggi di mano e, non meno importante, dei conflitti per il suo controllo in nome della titolarità della memoria. Da aggiungere, infine, che la raccolta è quasi totalmente composta di copie e non di originali. Di questi, infatti, da tempo s’è persa traccia.

Salvo i casi diversamente indicati, come detto, la gran parte dei documenti provengono da Amato Berti, “Lido”, che a sua volta l’aveva ricevuti da Silvio Fico, fratello minore di Eraldo Fico, “Virgola”, quando alla fine degli anni Settanta gli aveva comunicato la sua intenzione di uno studio sulla formazione partigiana di cui il fratello ne era stato il comandante[1]. Oltre ai documenti provenienti da Berti-Fico, alcuni dei quali già noti perché copie (o più probabilmente, originali) di documenti esistenti presso l’Istituto ligure per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea (Ilsrec), ne “L’archivio della Coduri” si trovano, e ne indica anche la provenienza, altri documenti prodotti o raccolti dall’autore sull’argomento.
Di almeno un altro importante documento, del quale esistono diversi riferimenti, non s’è invece trovata traccia. Si tratta della “Agenda (o  Rubrica) della divisione Coduri” – così definita dal gruppo che l’aveva in affidamento – che conteneva, insieme a molte altre notizie e valutazioni individuali sui singoli, l’elenco aggiornato dei partigiani della Coduri: provenienza, mestiere o professione, titolo di studio, ecc.[2]

2. Il primo progetto d’una raccolta di documenti utili ad illustrare le vicende della divisione partigiana Coduri venne formulato alla fine degli anni Cinquanta dal gruppo dirigente dell’Anpi di Lavagna. Un gruppo autorevole di cui tra gli altri facevano parte, oltre a Eraldo Fico, “Virgola” storico comandante della divisione, Giovanni Serbandini, “Bini”, Armando Arpe, “Italo”, Giovanni Sanguineti, “Bocci”, Aldo Vallerio, “Riccio”, Paolo Castagnino, “Saetta”, Bruno Pellizzetti, “Scoglio” e altri ancora. Personaggi il cui prestigio superava ampiamente l’ambito partigiano in cui avevano operato. Il progetto si era in qualche modo imposto durante le frequenti riunioni della locale sezione dell’Anpi. Oltre la consapevolezza della straordinarietà dell’esperienza partigiana e della necessità di affermarne l’importanza specie a fronte della ostilità che in quegli anni continuava a circondarla, i dirigenti dell’Anpi lavagnese si erano impegnati a fondo nella ricostruzione dell’elenco dei partecipanti al partigianato combattente della Coduri, giudicando insoddisfacente quello disordinatamente compilato al momento della smobilitazione. Si trattava di individuare chi – noto a volte solo per il nome di battaglia – da quando e con quale ruolo aveva fatto parte della formazione[3].

Nel 1959 il lavorio promosso dal gruppo lavagnese aveva avuto una svolta. Nel giugno di quell’anno sul foglio intitolato “Come sul Penna e sul Zannone”, sottotitolato “Per la storia della Coduri i partigiani raccontano”, un appello firmato da Virgola – “Ai partigiani della Coduri” – e un articolo di spalla – “L’importanza della nostra iniziativa”- a firma del “Comitato di coordinamento per la storia della Coduri”, lanciava la proposta: toccava ai partigiani raccontare la loro storia. Il lungo appello, firmato da Virgola ma steso probabilmente con la collaborazione di Serbandini, proponeva ai “compagni di lotta” d’un tempo il compito “ambizioso” di stendere la storia della loro formazione. Non “una storia sommaria e generica ma piuttosto l’autentica, vera storia della Coduri con le gesta dei suoi operai, pescatori, contadini e studenti divenuti partigiani”. Per evitare il rischio di cadere nel “retorico” c’era solo una strada da battere: “la collaborazione di tutti” e il ritorno allo spirito di quando “male armati, senza viveri e indumenti rendevamo dura la vita ad un nemico 100 volte più potente”. Virgola si diceva consapevole di quanto “la penna pesasse tra le dita” dei suoi partigiani ma come in passato avevano combattuto a rischio della vita oggi gli proponeva di impegnarsi “a difendere la democrazia facendo conoscere a tutti cos’è stata la Resistenza”.

Tutti avrebbero dovuto fare la loro parte. Chi “aveva vissuto un momento drammatico” o era stato “protagonista” di un “episodio interessante” poteva trasmettere “questo suo diario di vita vissuta” al Comitato coordinatore, insediato presso l’Anpi lavagnese, cui sarebbe toccato il compito di coordinamento dell’opera.

Ne “L’importanza della nostra iniziativa” il Comitato chiariva ulteriormente i modi del progetto. Fateci pervenire, era la richiesta, “racconti ed episodi di vita vissuta nel periodo partigiano” senza dare “soverchia importanza” allo “stile”. Spazio invece ai “fatti” e alla “semplicità” (“un linguaggio scevro da sfumature fantasiose”) senza “preoccuparsi di scrivere male”. La scarsa “dimestichezza con la penna” non doveva costituire una remora: “molto lavoro” era già stato fatto ma “moltissimo” ancora ne restava da fare. Sarebbe toccato allo “storico cui affideremo tutto il materiale raccolto” unire azioni ed episodi in un libro che doveva essere “la storia completa della Coduri”.

Il numero unico “Come sul Penna e sul Zannone” con la proposta dell’Anpi di Lavagna dava forma definitiva ad una esperienza sino a quel momento in corso su scala ridotta – “il molto lavoro già stato fatto” – che oltre aver dato risultati interessanti aveva lasciato intuire le possibilità d’una più ampia partecipazione. Da qui la decisione di allargare la platea di riferimento e indirizzare a tutti i partigiani della Coduri un messaggio fino ad allora riservato a pochi. La ricostruzione, durata mesi, dell’elenco nominativo dei partigiani della Coduri, necessaria per procedere ad un vaglio rigoroso dei contributi auspicati aveva avuto un’eco. Dell’elenco si favoleggiava al punto che la sua compilazione era da alcuni scambiata con la storia che ancora doveva essere scritta. Quelle carte volute e in parte raccolte dal mitico comandante assicuravano a lui ed ai suoi collaboratori il riconoscimento d’una superiore autorità nella custodia della memoria e nella stesura della storia della Coduri; come un rinnovo dell’investitura da lui ricevuta sul campo di battaglia. Una visione destinata a modificarsi già a pochi mesi di distanza in seguito alla sua morte.

 3. Nel dicembre del 1959, a meno di 6 mesi del lancio dell’iniziativa che lo aveva visto protagonista, Virgola morì investito da un’auto mentre attraversava la strada. La sproporzione tra la banalità dell’incidente e la statura del personaggio contribuì a rendere la notizia ancora più clamorosa. La sua fine prima ammutolì poi diede luogo a un’universale, toccante manifestazione di cordoglio che superò di molto i confini della sua parte politica, il partito comunista, e dei suoi compagni di lotta, i partigiani. La sua discrezione, la prudenza, la capacità di osservazione e di ascolto, la nettezza dei giudizi e nello stesso tempo la benevolenza che ne avevano fatto il comandante straordinario d’un esercito improbabile, si unirono all’ammirazione più silenziosa ma non meno importante per l’operaio che disceso dai monti dove aveva combattuto e rivelato la sua grandezza era tornato il modesto lavoratore di sempre[4].

Dopo la camera ardente, il picchetto d’onore e il funerale oceanico, di popolo, la tumulazione nel sacrario partigiano del cimitero di Sestri Levante, fu l’inizio d’un silenzioso passaggio del controllo della sua leggenda dall’Anpi di Lavagna – e di Cavi di Lavagna dove Virgola nel frattempo s’era trasferito – a Sestri Levante, luogo di provenienza della sua famiglia d’origine, luogo dov’egli nacque e luogo di provenienza anche della maggior parte dei suoi partigiani. E qui si discusse a lungo di quale iniziativa fosse più capace di tradurre la riconoscenza e l’ammirazione dei suoi compagni di “banda”. La decisione fu di intitolargli il nuovo “circolo” che a S. Margherita di Fossa Lupara, frazione di Sestri Levante, stava per essere ultimato, andando a sostituire quello esistente (il “club” nella sua versione locale) posto a poca distanza[5]. Il nuovo circolo, la “Casa del Lavoratore Virgola” con, all’interno, il “Circolo Ricreativo Culturale Virgola” si trovava al centro di un’area che proprio in quegli anni stava iniziando la sua trasformazione. Un territorio agricolo, residenza di operai delle fabbriche allora numerose e poco distanti e di molti contadini che rifornivano con la loro produzione il mercato del fresco del circondario. Categorie sociali con tradizioni associative di segno proletario, antagoniste o comunque estranee e lontane dal “centro” di Sestri Levante, abitato dai borghesi delle professioni, i bottegai, i pescatori: espressioni, insieme agli abitanti di oratori e conventi, della comunità paolotta della cittadina.

La nuova costruzione era stata decisa dagli iscritti al vecchio circolo quando, attorno al 1950, la Fattoria Pallavicini, già passata per via ereditaria di proprietà dei Negrotto Cambiaso, aveva messo in liquidazione il suo vasto patrimonio terriero. Incaricato della trattativa per l’acquisto del relativo terreno, era stato Sebastiano Bernardello, “Bastian” (n. 1892), che abitava poco distante. Comunista, agricoltore e – come allora frequentemente succedeva – anche operaio delle O.L.E. Officine Liguri Elettromeccaniche, Bastian era stato un personaggio chiave nelle relazioni clandestine tra disertori della Monte Rosa e partigiani e che, nell’estate del 1944, proprio attorno a casa sua aveva anche nascosto e protetto alcuni disertori della Wermacht. E tanti altri: come Giovanni Tassano, “Leo” (n. 1921), per esempio; i fratelli Ravettino; i fratelli Carpena; Michelangelo Rossi, “Salvore” (n. 1923),  e decine di altri iscritti al circolo erano stati, sin da ragazzi, amici o conoscenti di Virgola, a lui uniti dalla passione per la caccia e da una pratica del territorio circostante che la stagione partigiana aveva esaltato e premiato. Per cui, alla fine della guerra, con Virgola privato del porto d’armi – sopruso frequente allora a danno dei partigiani – era andato ugualmente a caccia in una riserva poco lontana dalla sede del vecchio circolo, dove i suoi compagni – oltre ai sunnominati, anche altri che si aggiungevano di volta in volta – gli facevano trovare l’arma che per legge non poteva possedere.

4. Tre anni per costruirla, la nuova Casa del Lavoratore “Virgola” [6], con dentro il Circolo ricreativo culturale, la sede della sezione del PCI di S. Margherita di Fossa Luparae in un secondo tempo anche la sede dell’ARCIcaccia, sezione di Sestri Levante – era stata inaugurata il primo maggio del 1962. Tra gli altri, presenti i famigliari di Virgola, compresi i due figli minori, Giovanni ed Enrica Fico, conoscenti e vicini di casa – la famiglia originaria di Virgola abitava a non più di cinquecento metri dalla nuova sede del Circolo – e molti altri provenienti dalle quattro provincie liguri, basso Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna e Toscana. Numerosi anche i politici, non solo comunisti. Per l’occasione, in duemila copie distribuite a tutti i convenuti, venne stampato l’opuscolo intitolato Virgola. Il Comandante Eroico e generoso l’operaio divenuto simbolo della Resistenza antifascista del Tigullio sotto l’egida dell’amministrazione comunale, retta da Oreste Ocule, comunista, sindaco dalla Liberazione e oratore ufficiale della cerimonia. La partecipazione popolare, massiccia e entusiasta contribuiva a fare del nuovo circolo il simbolo della operosità e dell’autosufficienza della frazione e del suoi abitanti, di cui la sezione del partito comunista, ospite negli stessi locali, si auto poneva non solo come garante ma anche esclusivo referente politico[7].

Terminate le celebrazioni ufficiali – partecipate e solenni – al circolo rimanevano, oltre la considerazione per la realizzazione di un’opera così impegnativa per una semplice frazione del comune di Sestri, alcuni debiti da ripianare e, nello stabile, anche piccole opere ancora da completare. Impegni risolti grazie alla densa frequentazione dei locali che permise di appianare in poco tempo i debiti residui e di accumulare il necessario per ulteriori migliorie e la messa a punto di una nuova organizzazione interna. Trascorsi così i primi mesi, veniva nel contempo approvato un regolamento interno, e a incaricarsi del funzionamento del bar non furono più i soci ma un salariato. E nelle elezioni per il rinnovo delle cariche sociali, i candidati venivano inseriti in una lista unica che se prevaleva valeva per tutti i suoi componenti. Una situazione che inevitabilmente avvantaggiava il PCI, decisamente maggioritario tra gli iscritti. Volendo si poteva anche votare “no” all’intera lista o ad un singolo candidato, ma nulla cambiava perché per ogni candidato veniva conteggiato il voto di lista meno i “no” ricevuti, ma egli veniva eletto lo stesso anche se con meno preferenze.

La decisione di affidare l’incarico del bar ad un salariato, anziché utilizzare a turni rotativi di sette giorni i componenti del Consiglio, aveva offerto nuove opportunità economiche. Aperto non più solo la sera dopo cena (in precedenza nel direttivo c’erano persone che di giorno dovevano lavorare) ma dal primo pomeriggio fino alle ventitré con la possibilità di utilizzare il salone per organizzare sabati e domeniche danzanti, il Circolo cominciò a far posto ad attività più “culturali” fino ad allora trascurate. Si cominciò dalla biblioteca con libri riguardanti soprattutto la Resistenza – una enciclopedia generale e una specifica sulla Resistenza pubblicata dall’editore La Pietra di Milano, di dieci volumi ciascheduna – e un vocabolario. Poi vennero i libri per i quali i soci del Circolo nutrivano un interesse specifico, anche professionale: fucili da caccia e selvaggina, navi, lavorazione dei metalli, pesca e piccole imbarcazioni fino alle pratiche agricole, la potatura e gli innesti. Oltre a questi anche romanzi, libri di storia, di politica e di poesia e, ancora, libri per ragazzi e per bambini.

Per le ricorrenze significative – il Primo Maggio, 25 Aprile, 2 Giugno, ecc., – oltre a unirsi a quelle più importanti e collettive organizzate dal Comune che solitamente si svolgevano nel Capoluogo – il Circolo organizzava proprie manifestazioni divenendo riferimento di altri circoli rionali, associazioni partigiane e politiche, con un oratore scelto d’accordo con le forze politiche presenti nel Circolo. Iniziative e feste dove la forte impronta conviviale aiutava a intrecciare i rapporti politici con quelli d’amicizia rafforzando le possibilità operative della direzione del circolo. Atmosfera che si ruppe violentemente dopo le elezioni del 22/23 novembre 1964, quando alla alleanza tra PCI e PSI che governava dalla Liberazione[8] subentrò una giunta di centrosinistra (DC/PSI)[9]. I conflitti anche personali che ne derivarono furono gravi e spesso laceranti e non risparmiarono la vita del circolo. Così fino a tutto il giugno 1975, quando, dopo le elezioni tenute in quell’anno, Sestri Levante era tornato nelle mani d’una giunta di sinistra.

5. Anche se per il Circolo gli anni Sessanta erano stati di grande vitalità non fu durante quel periodo che a Sestri Levante ripresero le ricerche auspicate nel ’59 da Virgola e dai lavagnesi. Di queste infatti si tornò a parlare solo alla fine di quegli anni per ragioni che, come altrove, andavano riferite a processi diversi dove le vicende locali si combinavano con lo scontro sociale e politico che dal 1969 aveva cominciato a investire tutto il paese. Uno scontro che, a riprova della sua profondità, aveva rivelato un desiderio di ripensamento della storia recente e con essa della Resistenza. A tutti le lotte operaie come quelle studentesche apparivano molto diverse rispetto ad altre combattute in anni più lontani. Non più espressioni d’indirizzi di partito o di sindacato ma piuttosto movimenti, espressioni politiche originali; originali gli obiettivi, le forme di lotta e specialmente i loro protagonisti. Originale anche l’intreccio tra luoghi di lavoro e territorio che aveva aperto scenari fatti di relazioni sociali e culturali in passato sconosciute. Da lì era nato il bisogno d’una nuova storiografia che da subito aveva fatto ricorso alle fonti orali. Lo richiedeva la stessa informalità del movimento dove comunicazione e decisioni seguivano vie non confrontabili con quelle tradizionali, generalmente lontane dai supporti cartacei. Iniziò allora una straordinaria raccolta di biografie e storie di vita di “gente comune” che ad autori come Nuto Revelli e Danilo Montaldi vide affiancarsi istituti di ricerca, gruppi locali e associazioni culturali di vario tipo.

L’esplosione dello scontro sociale non fu solo l’inizio d’una nuova storiografia. Il partito comunista e le formazioni che erano nate alla sua sinistra immaginavano che i movimenti avrebbero potuto avere un seguito anche a livello elettorale e il loro proposito – sia pure con finalità diverse – era la messa in crisi dei governi di centro sinistra, la formula politica affermatasi a livello nazionale a partire dal 1963. Anche a Sestri Levante, dove dal 1965 l’amministrazione comunale, dopo 20 anni di giunte di sinistra, era diventata di centro sinistra – “organica” al governo nazionale – i comunisti locali progettavano l’esclusione della DC e il ritorno dei socialisti alla collaborazione con loro. Fu questa una delle ragioni, forse la principale, per cui il 1972, anno della ricorrenza del suo decennale, il circolo Virgola, si trovò al centro di interessate attenzioni politiche. Di composizione popolare, ampiamente controllato dai comunisti ma aperto ai socialisti e ai senza partito, il circolo che portava il nome del compagno e del partigiano più amato era parso ai comunisti sestresi una buona occasione per muovere i primi passi nel progetto di riconquista dell’amministrazione comunale.

I tempi stavano cambiando e l’ipotesi non era campata in aria ma la decisione di celebrare in pompa magna il decennale del circolo dando ampio rilievo ai fasti partigiani e alla sua tradizione popolare e di unità a sinistra risultò frettolosa. Gli organizzatori infatti scoprendosi disarmati di fronte ad un compito per molti aspetti modesto, la pubblicazione di un ricordo di Virgola, avevano finito per ripiegare di malavoglia sulla riedizione dell’opuscolo edito nel 1962 dall’amministrazione comunale di allora, arricchito di un po’ di fotografie e un paio di testimonianze sicché la differenza più visibile era che la foto di Virgola vestito da comandante di divisione garibaldino – il triangolo rosso e le tre stelle che ne indicavano i gradi, la Bronze Star sulla casacca e il fazzoletto rosso al collo – che nell’edizione del 1962 era stata collocata all’interno dell’opuscolo, era stata sostituita con una posta direttamente in copertina autografata dallo stesso Virgola, dove lui appariva più giovane, con sul petto i gradi (due stelle) di comandante – non di divisione, questa volta, ma di brigata[10]. Una differenza di poco conto se non fosse che ad urtare il comunismo locale fu che l’opuscolo era pubblicato sotto gli auspici dell’Università Popolare di Sestri Levante – allora molto attiva e vicina al PSI – e che per l’occasione era stato il Circolo e non l’Anpi, come forse qualcuno avrebbe desiderato, ad organizzare il complesso della ricorrenza[11]. Ad amareggiare i comunisti locali era il sospetto che i socialisti potessero trarre frutto da vicende di cui loro si consideravano i principali se non gli unici titolari. Ciò che era parso accettabile e condivisibile nel 1962, al tempo dell’amministrazione di sinistra (PCI/PSI), non appariva più tale nel 1972, con una amministrazione di centrosinistra dove i socialisti governavano coi democristiani e i comunisti stavano in minoranza. C’era il sospetto che oltre al danno i socialisti infliggessero la beffa scippando i comunisti del messaggio resistenziale e del monopolio della memoria partigiana. Una preoccupazione così forte che il definitivo varo della pubblicazione era arrivato solo dopo che il prestigioso partigiano e deputato comunista Giovanni Serbandini aveva rassicurato i suoi compagni. I loro timori, aveva detto, dovevano considerarsi infondati; l’opuscolo poteva essere pubblicato.

6. Il 1972, l’anno del decennale, risultò importante anche per altre ragioni. I duri confronti che avevano accompagnato la ristampa dell’opuscolo segnalavano un rinnovato interesse – anche se in parte strumentale – da parte della dirigenza comunista locale per la Resistenza, ma nello stesso tempo ne rivelavano l’ostilità verso chiunque si ponesse ad indagarla o soltanto a ricordarla sottraendola al monopolio che essi ritenevano di possedere. Nello stesso tempo il trasferimento del contenitore dei primi documenti prodotti per la storia della Coduri da Lavagna a Sestri Levante, in via della Pergola 30 presso gli uffici della ditta VAMA (Vendita Acqua Minerale e Affini) di cui uno dei soci proprietari era Silvio Fico, il fratello minore di Virgola, e anche presidente del nostro Circolo, risvegliò molti interessi[12]. Silvio Fico ne era il garante ma anche un custode severo; deciso ad impedirne la dispersione o l’accaparramento. Solo alcuni ex partigiani – tra questi “Gronda”, “Riccio”, “Saetta” e pochi altri che avevano fatto parte del Comitato per la storia della Coduri voluto nel 1959 da Virgola – e il sottoscritto, alle prese con la riedizione dell’opuscolo – furono ammessi a prendere visione del contenuto[13].  L’accesso a quel primitivo deposito di documenti riapriva anche simbolicamente la stagione delle ricerche sulla formazione partigiana che dopo la morte di Virgola erano state abbandonate. Stagione che la storia dell’opuscolo lasciava prevedere non pacifica, come venne confermandosi nel corso del 1973 quando cominciò a circolare la notizia che oltre ad aver avuto accesso al contenuto del mitico deposito avevo iniziato un lavoro di approfondimento prendendo contatto con alcuni protagonisti della lotta partigiana. Il fatto, giudicato un’inaccettabile invasione di campo, aveva provocato un perentorio richiamo da parte del presidente dell’Anpi sestrese: lasciar perdere la storia della Coduri. La materia competeva all’Anpi e in buona sostanza al comunismo locale. A maggior ragione in un momento che vedeva la storia della Coduri sotto attacco da parte dell’antico nemico repubblichino, Carlo Cornia, ufficiale della Monterosa, la divisione alpina che aveva operato nel Levante in funzione anti partigiana. Nel suo libro Monterosa. Storia della divisione alpina Monterosa della RSI, (Udine 1971) Cornia aveva definito irrilevante – con l’autorità che gli veniva dall’aver avuto accesso a fonti di prima mano – la consistenza militare e il peso della Coduri nell’opera di disgregazione delle forze armate dell’Asse. Uno schiaffo inaccettabile che avrebbe richiesto una pronta e severa risposta da parte dell’Anpi locale che però non era arrivata e che rendeva ulteriormente incomprensibile la dichiarazione di ostilità nei miei confronti[14]. Un nervosismo manifestatosi dopo che su “Il Lavoro” erano apparsi i primi due articoli della serie[15]. In data 25 settembre 1974 anche Bruno Monti, l’antico commissario politico della divisione, mentre mi accusava con lettera raccomandata di essermi avvalso – senza darne conto, delle memorie partigiane stese da lui e conservate nel nucleo storico dei documenti – (integralmente riportate in questo archivio – v. Fascicolo 5 Doc. 9 “Riassunto storico della divisione Coduri”), provava a dissuadermi dall’impegno sottintendendo che sulla materia ben poco c’era da aggiungere a quanto già aveva scritto[16].

L’argomento svolto da Leone – la storia della Coduri è già stata scritta – e l’accusa di “procurato nocumento alla Resistenza” che mi veniva rivolta esplicitavano, oltre il carattere passionale del personaggio, quanto verbalmente m’era stato intimato solo pochi mesi prima dai dirigenti dell’Anpi. Lo stesso che era emerso nella festa per il Decennale al momento di ripubblicare il fascicolo sotto gli auspici dell’Università popolare anziché sotto la conchiglia dell’Anpi. Negli articoli su Il Lavoro come nel fascicolo dedicato a Virgola, mancava – a parere di Leone – il segno originale che aveva fatto della Coduri una formazione diversa dalle altre della Sesta Zona. Un segno riassumibile con tre argomenti strettamente connessi tra loro. La Coduri aveva combattuto in modo originale e autonomo contro tedeschi e fascisti e la sua storia non andava confusa con quella della divisione Cichero, con il comando della quale si era trovata, non a caso, molte volte in conflitto. Per la sua caratterizzazione comunista la Coduri, rispetto ad altre formazioni della Sesta Zona, era stata discriminata dagli Alleati che avevano effettuato il primo lancio di armi e materiali solo in prossimità del  Natale del 1944. La Coduri aveva combattuto ed era cresciuta sino a diventare divisione malgrado il comando di zona avesse a più riprese tentato il suo ridimensionamento numerico e il suo spostamento in un territorio lontano da quello costiero autonomamente scelto. La Coduri però, malgrado difficoltà e persecuzioni subite, era uscita vittoriosa e il compito della storia era quello di darne ragione. Era presso a poco quanto aveva scritto Leone nel suo “Riassunto storico della divisione Coduri”: trentasei pagine dattiloscritte, senza data, ma con firma dell’autore in calce, conservate nel deposito di via della Pergola e copia depositata presso l’Ilsrec di Genova[17]. Gli stessi concetti che Leone era tornato ad esporre in un’altra sua indirizzata a Berti – non datata ma risalente al 1981 – in seguito all’ invio  da parte di questi della sua Tesi di laurea. Leone la giudicava priva “dell’anima, dello spirito e della fratellanza” che avevano animato i partigiani e accusava l’autore di insipienza e di opportunismo per averne taciuto.

Al di là delle omissioni – che in alcuni casi paiono maliziose – e degli argomenti spesso deboli portati a sostegno della propria tesi, lo scritto di Leone, rappresentava in modo genuino uno stato d’animo che, assente dall’appello del ’59, si era col tempo diffuso nella partigianeria locale. L’immagine d’una Coduri vittima se non della persecuzione almeno dell’abbandono da parte dei comandi regionali e di zona, con gli uomini scalzi e poco armati laddove quelli delle altre brigate erano ben armati e calzati, discriminati dai lanci e non ammessi alle giuste ripartizioni di quelli ricevuti altrove era la prova della sua indipendenza e del suo comunismo. Offendeva la marginalità che ancora negli anni Settanta la storiografia aveva riservato alla Coduri; il contrario dell’epopea che anno dopo anno era stata costruita attorno alla Cichero. A cui per sopramercato si era aggiunto anche il Cornia con la sua “Monterosa” che a proposito della Coduri si permetteva di fare dell’ironia sulla sua capacità combattente.

Un vittimismo “storiografico” che riproduceva quello messo in campo al tempo della lotta per giustificare le difficoltà militari e i rischi a cui, con gli inevitabili contrasti tra popolazione e partigiani, la popolazione civile nella zona occupata dalla Coduri si era trovata esposta. Un vittimismo che sembrava costruito apposta per lasciare in secondo piano le questioni, molto più serie e storicamente fondate, che avevano reso difficile la vita ai partigiani della Coduri che solo per caso non avevano subito danni maggiori. Questioni ch’erano state oggetto di un confronto col comando divisionale della Cichero sin dall’inizio dell’estate del 1944, e poi, dall’autunno seguente, anche col comando Zona. Confronto che si era reso necessario in seguito ad eventi che avevano rivelato la drammaticità della condizione della Coduri. Oltre la prossimità del campo partigiano a quello nemico, addirittura poche centinaia di metri in linea d’aria, gli accantonamenti partigiani erano esposti a rastrellamenti provenienti da più direzioni, vie di fuga ma anche trappole se il nemico avesse deciso di fare sul serio. Da aggiungere: l’apertura delle fila della formazione ad un reclutamento continuo – che aveva portato gli effettivi a numeri 3 o 4 volte superiori alle altre brigate col non segreto scopo di aprire una vertenza col comando zona per diventare divisione – e la territorializzazione massiccia della formazione. Cioè a dire stanziamenti stabili su un territorio apertissimo e accessibile al nemico con comode strade in contiguità se non addirittura all’interno di paesi e frazioni molto abitati, secondo una linea che aveva caratterizzato la prima stagione partigiana, quella delle “Repubbliche” ma che dopo i rastrellamenti dell’estate ’44 era considerata pericolosa e quindi superata. Territorializzazione che aveva tra l’altro dato luogo a gravi conflitti tra partigiani e civili e aperto a infiltrazioni risultate incontrollabili.

La Coduri, secondo il comando Zona, aveva messo in pratica una condotta militare molto pericolosa che solo il caso non aveva trasformato in tragedia. A dimostrarlo sarebbe bastata una serie di episodi – facilità di identificazione dei partigiani da parte dei civili, delazioni, circolazione di spie, difficoltà di controllo del campo – che però erano stati consapevolmente sottovalutati. Così fino a quando, in non casuale coincidenza col lancio della mattina del 29 dicembre 1944, che aveva finalmente soddisfatto le attese della formazione, una colonna tedesca aveva attaccato la sede occupata dal comando sino a pochi giorni prima – a riprova della validità dei loro informatori – e in un attimo aveva messo in crisi il complicato apparato difensivo previsto per respingerli.

7. I contrasti seguiti al decennale del circolo Virgola su chi e come avesse diritto ad occuparsi della storia della Coduri – questione che avrebbe potuto limitarsi ad un confronto storiografico – non erano il risultato dell’onda lunga dei conflitti che trent’anni prima avevano attraversato il movimento partigiano. O almeno non solo di quelli. C’entrava infatti la politica: la necessità di saldare l’antica anima di sinistra e partigiana ad una proposta politica aperta alla new economy della comunità rivierasca e a ceti di tradizione culturale lontana da quella di sinistra. Una operazione pensata e realizzata in grande stile solo alla vigilia dell’estate del 1977 dopo che le elezioni amministrative del 1975 avevano segnato la fine della collaborazione tra democristiani e socialisti che erano tornati ad allearsi con i comunisti, questa volta in una posizione di rilievo impensabile nei tempi passati. Per l’occasione la nuova giunta di sinistra aveva indetto tra il 5 e il 12 giugno 1977 un “grande e imponente raduno dei partigiani della divisione Coduri”. Una settimana di manifestazioni, qualche comizio, rappresentanze partigiane provenienti da più parti d’Italia e, su tutto, un forte richiamo al rapporto tra situazione politica – “piani eversivi, sequestri e attentati” – e vigilanza partigiana. Erano gli anni dell’offensiva brigatista con la sua rivendicazione di continuità con la lotta partigiana e gli appelli alla lotta armata; un accostamento che si riteneva toccasse ai partigiani in prima persona di respingere. Era, secondo gli organizzatori, l’opportunità per “un ripensamento sulla lotta di liberazione e sui contenuti della Resistenza”, di cui avrebbe dovuto farsi carico un “Comitato operativo per la storia della divisione Coduri”. “Scrivere la storia della divisione Coduri” – si leggeva sul numero unico “Levante di Libertà” distribuito in occasione del raduno – significava “decidere se raccontare la nostra storia da un punto di vista rievocativo o viceversa cercare di attualizzare la nostra Resistenza al fascismo con una impostazione che consenta alle nuove generazioni di capire più a fondo la nostra esperienza di lotta e a noi stessi di ripensare alla esperienza della lotta partigiana in termini che definiremmo più politici”. Il Comitato operativo per la stesura della storia della divisione Coduri la decisione l’aveva presa: basta “descrivere fatti celebrativi di noi stessi ma dimostrare invece l’attualità della Resistenza.” Il tempo della rievocazione doveva considerarsi concluso mentre si imponeva, indifferibile, quello della “attualizzazione”. In nome di quest’ultima la segreteria del Comitato considerava compito prioritario la “raccolta di una adeguata quanto indispensabile documentazione” auspicando che l’appello potesse “stimolare e provocare chi ha la possibilità di fornire ulteriori notizie e precisazioni sugli argomenti trattati e su altri che pur altrettanto importanti sono stati omessi per brevità ma che saranno comunque opportunamente affrontati quando il Comitato avrà designato l’estensore.”

La proposta del giugno del 1977 sembrava voler riecheggiare quella promossa da Virgola, Bini e gli altri lavagnesi alla fine del 1959 col numero unico “sul Penna e sul Zannone”. Ma era una somiglianza solo formale. L’appello del 1959 chiamava i partigiani a raccontare la loro storia personale: le ragioni di una adesione, il significato d’una scoperta, l’esperienza che l’aveva rivelata. La sintesi non sarebbe stata la somma dei casi ma, attraverso di essi, una riflessione sul significato dell’esperienza partigiana, ciò che superava i confini di una esperienza individuale e la trasformava in esperienza politica. Precisamente il punto d’incontro tra rievocazione e attualità che invece il comitato del ‘77 vedeva in contrapposizione. Non era un caso se l’appello di quest’ultimo si limitava a chiedere “notizie e precisazioni” a chi ne fosse eventualmente in possesso rinviando ad un futuro “estensore” il compito di valutarne il possibile utilizzo.

Il progetto del Comitato, cadde nel vuoto. Non poteva essere diversamente. Oltre ad essere strumentale e subalterno alle finalità politiche del momento, ignorava o sottovalutava quanto era avvenuto a livello locale negli anni immediatamente precedenti per iniziativa di alcuni: oltre ai lavori del sottoscritto, la memoria di Leone, quella di Miro – Vladimiro Cosso – e in particolare l’inchiesta condotta da Antonio Minetti “Gronda”, iniziata già nei primi anni Sessanta[18]. Inchiesta importante per i materiali raccolti ma anche per la diffusione che avevano avuto quasi contemporaneamente alla loro raccolta e che aveva sollecitato confronti e inediti sviluppi. Materiali che provavano largamente l’esistenza di zone per anni lasciate in ombra dall’epica resistenziale ma che invece dai ricordi emergevano decisive. Tali erano ad esempio la provenienza sociale e la cultura politica dei partigiani, il peso spesso sopravvalutato della tradizione antifascista locale, la formazione dei quadri dirigenti del partigianato di montagna, le relazioni tra partigianato e Monterosa – scontri, diserzioni ecc. – i rapporti tra la popolazione civile e i ribelli partigiani nel corso di ‘44 e ‘45, i rapporti tra la Coduri e il comando partigiano della Sesta Zona all’interno della quale operava la Coduri, egualmente i rapporti tra la “comunista” Coduri e il comando a impronta GL della vicina Quarta Zona. Temi che al momento in cui venivano affrontati o anche solo scoperti rivelavano una problematicità inattesa che chiedeva d’essere approfondita. Non era quanto immaginato nel 1959 quando – forse un po’ ottimisticamente – si chiedeva ai partigiani a scrivere di sé, ma un collegamento con quei propositi era visibile. A raccogliere le testimonianze era stato un partigiano stimato, autorevole e bene informato sulle storie della formazione: una buona premessa per un dialogo schietto. C’era di più, Gronda aveva aperto i suoi risultati al confronto con altri compagni di lotta o comunque buoni conoscitori della documentazione disponibile; una coralità limitata ma importante per il vaglio dei materiali raccolti che uniti agli altri prodotti in precedenza costituivano la premessa necessaria per chi avesse deciso di accingersi a trarne una storia. Cosa che avvenne solo nel 1979 quando Amato Berti decise di misurarsi con la storia della Coduri, col proposito dichiarato di collocare l’avventura della formazione partigiana nel territorio sociale e politico dove s’era formata ed aveva operato.

Amato Berti, vigile urbano di Sestri Levante, anche lui partecipante da giovane alla guerra partigiana, decise nel 1979 di laurearsi in lettere moderne con la tesi La formazione di una divisione partigiana nel levante ligure discussa nell’A.a. 1981-2, primo tentativo di storia della divisione, poi integralmente riportata nella Storia della divisione garibaldina “Coduri(pubblicata a Genova nel 1982) in collaborazione con Marziano Tasso. Berti seppe fare tesoro dei materiali prodotti sino a quel momento dal gruppo storico lavagnese e da quelli che si erano aggiunti per via sino a quelli di Gronda, aggiungendovi note e chiarimenti dove gli apparivano necessari e in qualche caso proponendone dei nuovi. Fu la prima vera occasione per una raccolta del materiale all’epoca in circolazione. Se tutto il materiale o meno è difficile da dirsi. Da lui arrivarono a me – autore di queste note – e oggi, insieme ad alcuni documenti d’altra provenienza sono pubblicati ne “l’Archivio della Coduri”. 

Note

[1] A. Berti, M. Tasso, “Storia della divisione Garibaldina “Coduri” (Ed. Seriarte, Genova 1982)

[2] Documento che ho visto di persona la prima volta che Fico Silvio, all’inizio degli anni Settanta, aprì il bauletto dov’era contenuto, ma che non mi fece leggere, perché – così disse – non era stato ancora autorizzato né a divulgarlo né a mostrarlo ad alcuno. L’elenco dei partigiani della Coduri pubblicato poi da Berti (op. cit. pp. 393/426; 877 partigiani combattenti e 187 patrioti) è frutto della consultazione, oltre che della “rubrica” o “agenda”, anche “dei giornali emessi dopo la guerra dalla Commissione di Controllo”.

[3] Il gruppo era stato chiamato, tra l’altro, ad arbitrare episodi per i quali alcuni partigiani chiedevano ai comandanti d’un tempo un personale riconoscimento in vista d’una qualche onorificenza o particolare citazione. A questo genere di richieste vanno forse riferiti i documenti depositati da G. Gimelli in altro contesto (Ilsrec, Fondo G. Gimelli, 2° versam.).

[4] Non più come operaio del Cantiere Piaggio di Riva Trigoso, ma quale contitolare di una distilleria di prodotti derivati dalla lavorazione delle vinacce delle 5 Terre.

[5] Situato poco più avanti (a circa 300 ml), e ubicato in 2 locali intercomunicanti denominati “Rimessa”, adiacenti il Palazzo Padronale della Fattoria Pallavicini (ex Villa Gentile, dimora estiva della casata nobiliare genovese e ora appartenente agli eredi ing. Chiarella) concessi in affitto dalla proprietà Negrotto Cambiaso da cui l’amministrazione del circolo, preso atto della forza economica raggiunta, grazie al numero dei suoi iscritti (circa 160) e dell’offerta di lavoro volontario e delle ripetute sottoscrizioni in denaro dei suoi soci, aveva deciso di emanciparsi.

[6] Un salone di circa 40 m2, un locale bar di circa 12 m2; una cantina con attigui servizi igienici, di superficie complessiva più o meno uguale a quella del bar; una saletta per il gioco delle carte di circa 16 m2; e un’altra sala rettangolare, di circa 20 m2, sede della sezione del PCI locale e contemporaneamente sede della presidenza e segreteria amministrativa del Circolo. Il bar era accessibile a chiunque, iscritti e non iscritti al circolo, perché gestito su licenza privata acquistata, sempre a S. Margherita di F.L., da un’osteria che stava per chiudere l’attività. Sulla facciata dello stabile (accatastato come bene indisponibile del PCI di Genova) c’era – e c’è tuttora – una grande insegna di mattonelle colorate, eseguita dal ceramista sestrese Lino Bersani (n. 1931), dove campeggia la scritta Casa del Lavoratore Virgola. All’interno, nella sala bar, un ritratto in b.n. di Virgola (50 x 60 cm ca.) sempre vestito con la casacca da comandante partigiano garibaldino, con il triangolo dei gradi e onorificenza alleata Bronze Star appuntati sul petto. E l’immancabile fazzoletto rosso al collo.

[7] L’accesso indipendente ai locali della sezione non era però stato sufficiente ad accettarne la presenza. Giudicandola un arbitrio, un gruppo di soci non comunisti aveva per protesta abbandonato il circolo per il quale in passato aveva anche sottoscritto e dato attività.

[8] – Con Oreste Ocule (PCI) rieletto per la quinta volta sindaco di Sestri Levante e A. Colluccini (PSI) vice sindaco. L’accoppiata rimarrà in carica fino a febbraio ’62, data in cui al posto di O. Ocule subentrerà Giorgio Guerisoli che rimarrà in carica fino a dicembre 1965.

[9] Con Angelo Colluccini (PSI) sindaco a partire dal 1965, ma che a luglio ‘69 sarà sostituito da Giacomo Ghio, sempre socialista, e con Leopoldo Bo (DC) vice sindaco.

[10] Con l’aggiunta di una nuova sezione di sedici foto raggruppate alla fine del volume (molte delle quali inedite fin allora) e, a completamento, una cartina della zona presidiata dalla Coduri durante la sua permanenza in montagna. E ancora, altre due nuove testimonianze – una la lettera inviata a Virgola nell’inverno 1944 dai suoi partigiani del distaccamento “Corsari”, e una seconda intitolata “Virgola”, un comandate impareggiabile, articolo apparso sull’Unità del 24.1.1960, datemi entrambe da Riccio in persona. Qualche altra testimonianza rilevata dai giornali, venne poi, in fase di stampa, tralasciata perché non si era voluto dare l’impressione di favorire qualche autore che firmava due o più pezzi rispetto ad altri che se ne vedevano pubblicato solo uno. Quindi si decise: un solo scritto per ogni singolo autore.

[11] Anche se da parte sua il Circolo invitò tutte le forze politiche democratiche dell’arco costituzionale, l’amministrazione comunale di Sestri Levante, le varie associazioni (compresa l’Anpi sestrese) e i circoli ricreativi culturali cittadini, ecc., a unirsi e a entrare a far parte del Comitato organizzatore, affinché questa celebrazione risultasse la più ampia, partecipata e democratica possibile.

[12] Con lui anche Armando Arpe “Italo”, già vice commissario della Coduri, i due fratelli Filippelli, Domenico e Lorenzo cognati di Silvio Fico, e altri.

[13] E il sottoscritto, non solo lo poté più volte consultare ma fu anche autorizzato a farne alcune fotocopie. Altre ne farà poi nel ’74 in relazione alla stesura della serie di articoli Achtung banditi apparsi in data 14/8, 13/9, 19/9, 10/10 e 23/10 sul quotidiano “il Lavoro”.

[14] Ripetutasi in seguito alla ripubblicazione, sempre sotto il titolo “Achtung banditi”, dei 5 articoli su Il Lavoro (8, 12, 15 e 27 marzo, 19 e 25 settembre 1975) dedicati dal sottoscritto alla lotta partigiana nel Levante ligure.

[15] Nervosismo non condiviso da Silvio Fico che m’aveva praticamente dato carta bianca nella realizzazione dell’opuscolo, e da “Gronda” che più volte m’aveva incoraggiato a proseguire, dandomi anche copia o facendomi leggere in anticipo alcune delle testimonianze da lui raccolte nel frattempo.

[16] Il 4 ottobre 1974 gli rispondevo facendo notare che, oltre a non aver mai avuto notizia del suo memoriale (dal titolo Riassunto storico della divisione Coduri) “i fatti della Resistenza erano entrati ormai da tempo nel patrimonio culturale degli italiani” e che la bibliografia al riguardo mostrava come in merito la parola non fosse riservata ai soli protagonisti.

[17] Bruno Monti, “Leone”: Testimonianza sull’attività della divisione Coduri nel periodo compreso tra il maggio 1944 e l’aprile 1945 in Fondo G. Gimelli, 2° versamento, b. 23, Fasc. 5. E ivi in Archivio della Coduri, Fasc. 5, Doc. 9, Riassunto storico della divisione Coduri.

[18] In Archivio ILSREC (GE): per Bruno Monti vedi, GIM 2/ b. 23 – Fasc. 05; per Vladimiro Cosso vedi, GIM 2/ b. 23 – Fasc. 08; per Antonio Minetti vedi, GIM 2/ b. 9 – Fasc. 23.

 

2. Intervista ad Amato Berti

            In qualità di autore, insieme a Marziano Tasso, del libro “Storia della divisione Garibaldina Coduri”, già più volte citato in questa sede, ho voluto rivolgere ad Amato Berti una serie di domande per inquadrare più compiutamente l’argomento “Archivio della Coduri” di cui egli s’è molto servito nello scrivere il suo testo, ma che anche ha molto contribuito a completare. Ed ecco la serie di domande che gli ho posto:

            D1: Lei si laurea nel 1981 e pubblica il suo libro sulla Coduri l’anno dopo, nel 1982. M’interesserebbe sapere quando, all’incirca, ha incominciato a pensare di scrivere questo libro sulla Coduri: già negli anni ’70 o anche prima? In precedenza aveva già letto di qualche Autore (tipo R. Battaglia, G. Bocca, ecc.) libri storici sulla Resistenza? Quali? Quando?

            R: L’idea di scrivere la storia della Coduri me l’ha praticamente suggerita il prof. Manlio Calegari, che poi è stato anche Relatore del mio esame di Laurea. Infatti ci conoscevamo già da prima, in quanto residenti entrambi a Sestri Levante. Per caso un giorno c’incontriamo sul portone della Facoltà di Lettere dell’Università di Genova, e lui prima mi saluta e poi mi ferma e mi chiede cosa stia facendo io in quel posto. Gli spiego che stavo seguendo un corso in quella Facoltà, e che ero anche assai vicino alla laurea. Lui mi chiese allora su che cosa intendessi elaborare la mia Tesi. “Sugli stoici della Grecia antica”, gli dissi. “Ma va là!”, mi rispose d’impeto lui. “Lascia perdere, scrivi piuttosto una bella storia su una formazione partigiana della zona. Per esempio sulla Coduri”, continuò lui. Insomma, me la mise giù con tanta convinzione che riuscì a persuadermi. E mi fu poi di grande aiuto anche nel mio lavoro. Seppe sempre consigliarmi, spronarmi e correggermi, quando ce ne fu bisogno. Se fui promosso con un bel 10 con lode lo devo proprio a lui che mi è stato sempre vicino. Perciò incominciai a pensare di scrivere questa storia, come Tesi, verso la fine degli anni ’70, o giù di lì. Prima avevo letto qualche libro sui partigiani, ma in particolare solo sulla Cichero. Sulla Coduri avevo letto piuttosto poco. Più che altro qualche articolo di giornale o ne avevo parlato sporadicamente con dei partigiani, più o meno noti, di Sestri. Ai libri di R. Battaglia e G. Bocca ci arrivai dopo, per approfondire meglio l’argomento.

            D2: So che lei è stato partigiano. Quanti anni aveva quand’è entrato nella Resistenza? Com’erano visti i comunisti? E i cattolici? C’era qualcuno che vi chiedeva di iscrivervi a qualche partito politico, in particolare?

            R: Nell’ottobre 1944 (io sono nato il 10 giugno 1928) un gruppetto di partigiani si presentò a Pignona, a casa mia, e dato che noi avevamo a pianterreno una stanza libera, molto grande, ci dissero che erano partigiani e che quella stanza sarebbe servita a loro per sistemarcisi. Dopo s’insediarono anche in un’altra casa vuota dietro la nostra. Quindi sono stati i partigiani a venire da me e non io ad andare da loro. Quella formazione si chiamava Battaglione “Picelli”, ed era comandata da un certo Nello Quartieri, “Italiano” come nome partigiano, ed ex militare che aveva abbandonato il regio esercito. Persona per altro molto educata e rispettosa. Ma i partigiani, allora, erano in genere molto mal visti dalla popolazione perché la zona era molto povera e depressa e avere altre bocche da sfamare metteva un po’ a disagio tutti quanti.

Poi questi rapporti migliorarono quando vi furono i funerali di uno di questi giovani rimasto ucciso in uno scontro con le B.N. La gente capì che quei partigiani non erano lì per fare i loro comodi o portare rogne, ma erano lì per sfuggire alla morte qualora fossero stati catturati, e allora tutti cercarono di aiutarli e di proteggerli per quanto era loro possibile. Ma la situazione era anche migliorata, pure economicamente, già da prima. E cioè dal momento in cui a Zeri venne a stabilirsi il maggiore britannico Gordon Leet che s’interessò subito di far effettuare dei regolari aviolanci in quella zona per approvvigionare il suo “Battaglione Internazionale”, unitamente alle locali formazioni partigiane. Benefici di cui poté godere ampiamente anche la stessa popolazione di tutti i paesi viciniori.

Nella formazioni si parlava molto poco di politica, non ho mai assistito a particolari discussioni al riguardo. I rapporti nella formazione, e tra noi, erano piuttosto calmi, non c’erano particolari tensioni. Non fui mai invitato, o nessuno m’ha mai detto d’iscrivermi a dei partiti. Chi lo faceva lo faceva di sua propria volontà. Non so se con me di certe cose non ne volessero parlare perché ero molto giovane oppure era così per tutti.

            D3: Per quale specifico motivo scelse di arruolarsi?

            R: Come ho detto qualche secondo fa, non sono stato io ad arruolarmi ma sono stati loro a utilizzarmi come ragazzo mandato spesso ad Aulla o in altri posti a comprare tabacco o a fare altre mille commissioni. Io ero disarmato e non ho mai partecipato a veri e propri combattimenti, o altre azioni di guerra, a quello ci pensavano loro. Ma una volta, durante uno di questi viaggi ad Aulla, fui preso dalle B.N., e me la vidi anche abbastanza brutta. Fui minacciato e tenuto alcune ore presso di loro e sottoposto a vari interrogatori, ma poi fui rilasciato e potei tornarmene alla Pignona indenne, anche se molto spaventato.

            D4: Quando ha cominciato a raccogliere documenti sulla Coduri? Era solo o affiancato da qualche partigiano (o più partigiani) della Coduri? Le vennero consegnati dei documenti ufficiali già appartenenti all’archivio Coduri, oppure la collaborazione incominciò dopo, cioè quando lei, per conto suo, aveva già raccolto materiale?

            R: Quando mi decisi di svolgere la mia tesi sulla Coduri incominciai a chiedere in giro se vi fossero stati degli archivi dove potermi documentare. Ne parlai anche con Silvio Fico, e poi con alcuni noti partigiani di Sestri che m’indicarono a chi dovevo rivolgermi. Entrai così in contatto con diversi membri del Comitato per la storia della Coduri, i quali mi mostrarono i documenti e le memorie raccolte da loro fin dalla fine degli anni ’60. Ricordo particolarmente Bocci (G. Sanguineti, ex CSM della Coduri che mi diede poi anche molti buoni consigli). Gronda (A. Minetti, forse il più attivo di tutti nel trovare gente disposta a raccontargli la sua storia che egli puntualmente annotava) e suo fratello Aquila. Poi Leone, che conosceva un po’ tutta la storia della Coduri con gran profusione di particolari. E molti altri ancora, ma al momento mi vengono in mente solo Patata; Fagiolo; Giovanni Tamburini; Pampurio, il fratello di Violetta; il marito di Violetta, Vladimiro Cosso. E via via molti altri con i quali incomincia a collaborare e a fare ricerche andando a casa di coloro che sapevo essere stati in montagna, a chiedere cosa ricordavano del loro periodo partigiano. C’è da aggiungere un’altra cosa: che archivio vero e proprio della Coduri non ne esisteva in precedenza. I documenti e le testimonianze sono state tutte raccolte in seguito, dalle due commissioni incaricate di far questo. Poi a noi si aggiunse anche Marziano Tasso, che non c’entra niente con la Tesi, ma che preparerà un certo numero di suoi documenti e memorie che aggiungerà in fondo al testo sulla Coduri, che poi abbiamo pubblicato assieme.

Sul contenuto e le opinioni espresse nelle memorie, che io sappia, nessuno ha mai sollevato particolari obiezioni. Molta attenzione era invece impiegata a controllare, per quanto possibile e a distanza di così tanti anni, l’esattezza delle date. E questa fu sempre una delle cose che più ci ha creato problemi nel proseguo del lavoro.

            D5: I due Comitati per la storia della Coduri (il primo addirittura voluto da Virgola quand’era ancora in vita) furono efficaci nella raccolta dei documenti, oppure crearono solo dei problemi sulla scelta dei documenti da prendere in considerazione e inserirli nella Tesi e poi nel libro sulla Coduri?

            R: Che io ricordi, mi sembra che non vi siano mai stati problemi di questo tipo in seno al Comitato o tra noi.

            D6: Erano tutti contenti che a scrivere la Storia della Coduri fosse una persona che non apparteneva alla Coduri, oppure vi erano dei contrari? C’era forse qualcuno che non voleva o si rifiutò di collaborare?

            R: Anche in questo caso direi di no nel modo più assoluto: chi più chi meno, tutti erano contenti che finalmente si scrivesse una storia della Coduri. Che fosse poi uno come me che non aveva militato nella Coduri, da nessuno ho mai sentito sollevare obiezioni o dubbi al riguardo. E poi io a Sestri e a Casarza ero abbastanza conosciuto perché facevo il vigile urbano a Sestri, e noi del Comitato eravamo quasi tutti compagni iscritti a partiti di sinistra.

            D7: Chi l’ha aiutato di più, Gronda o chi altri? C’erano rivalità tra loro o contro di lei?

            R: A questa domanda credo d’aver abbondantemente già risposto prima.

            D8: Il materiale che le è stato dato, erano già fotocopie oppure i documenti li ha fotocopiati lei? Tutto questo materiale l’ha dovuto poi restituire? Si ricorda a chi? Oppure lo ha conservato lei?

            R: C’era di tutto. Molti al Comitato consegnavano l’originale. Qualcuno invece tratteneva l’originale per sé e consegnava le fotocopie. Gronda per, esempio, quando raccoglieva il racconto di qualcuno scriveva degli appunti a mano che poi, a macchina o a mano, riscriveva in bella e ne aggiungeva copia nell’archivio. Ritengo che di certi racconti ne esistessero più copie in mano a diverse persone.

            D9: Le memorie consegnate dai vari partigiani venivano poi verificate o integrate se carenti in qualche punto? Vi erano riunioni collettive dove questo veniva deciso, oppure le eventuali correzioni o aggiustamenti venivano decise dalla Segreteria direttamente? Che ruolo aveva Leone in seno al Comitato?

            R: Le memorie consegnate al Comitato venivano certamente verificate. Ma di solito questo avveniva durante determinate riunioni che periodicamente si tenevano nei magazzini della Ditta VAMA, di Silvio Fico, in Via della Pergola. Molte volte, se l’argomento era importante e piuttosto complesso intervenivano anche Saetta, Naccari, Riccio, Gronda, ecc., e molti altri che di solito avevano ricoperto ruoli importanti nella Formazione. In queste riunioni non venivano in genere fatte vere e proprie correzioni, ma si cercava di aggiustare il più possibile le date, o si aggiungevano altri particolari che il primo estensore s’era magari dimenticato. Cose di questo genere, insomma, ma cercando sempre di non stravolgerne il contenuto né il senso.

Leone intanto era uno che aveva scritto e consegnato già in precedenza una vasta memoria sulle vicende della Coduri, più altri scritti; e che ne aveva depositato anche copia all’ILSREC di Genova. E fu uno tra i primi a farlo, insieme a Vladimiro Cosso, Gronda, Italo, Sanguineti e diversi altri, e lo fece già nel corso degli anni ’60. Poi fu uno dei più assidui componenti del Comitato e uno dei più presenti ad ogni riunione che facevamo. Lui allora abitava a Genova, ma cercava sempre d’esserci. E cercava d’essere preciso in tutto, date e contenuto. Forse persino troppo.

            D10: Quando si viene a sapere che scrive la Storia della Coduri cosa le viene detto: sono tutti contenti? C’è attesa, o interesse, o curiosità verso la sua Tesi? Alla laurea venne festeggiato in seno alla Segreteria del Comitato Coduri per il suo lavoro?

            R: Non ho notato mai nessun malanimo nei miei confronti. Il giorno che mi laureai tutti si congratularono con me e mi dimostrarono affetto. Certamente fui anche molto festeggiato e spronato a pubblicare al più presto la storia della Coduri.

            D11: Se possibile, mi piacerebbe conoscere qualcosa di più sulla sorte della famosa Agenda. Sappiamo, da quanto ha scritto, che l’ha avuta in visione. L’ha poi restituita? A chi, se si ricorda?

            R: L’agenda della Coduri e uno degli argomenti su cui m’hanno rivolto più domande di tutti quanti gli altri messi insieme. Ho riportato tutto sul libro della Storia della Coduri. Agende non ne esisteva nessuna. Quella che è nel Libro l’ha compilata Vladimiro Cosso basandosi esclusivamente sulla sua memoria o chiedendo qua e là ai suoi compagni di formazione. A quei tempi, in montagna, non si scriveva quasi mai nulla perché si era sempre sotto tiro e sempre in movimento, e tutti avevano paura che mettere per iscritto certe particolari notazioni sui singoli partigiani fosse estremamente pericoloso, perché se questi documenti fossero finiti poi nelle mani del nemico avrebbero potuto mettere in serio pericolo le loro famiglie rimaste a casa. Era troppo rischioso. Oltre a quella compilata da Vladimiro Cosso, ne esiste un’altra dell’ottobre ’44, compilata da “Riccio” (Migliorini Bruno, funzionario del PCI di Genova presso la Coduri). E in ultimo, anche una terza: compilata, questa volta, dalla Commissione di Accertamento Qualifiche (presenti anche Virgola e Leone, i comandanti e i commissari delle 3 brigate, e un funzionario della “Commissione Regionale Accertamento Qualifiche Partigiane”; e poi depositata anch’essa presso l’ILSREC di Genova, dove chiunque la può liberamente consultare.

            D12: Dopo la Tesi e il Libro sulla Coduri, ha continuato ancora a scrivere sulla Resistenza o ha rivolto i suoi interessi verso altri studi?

            R: Dopo la Tesi e il libro sulla Coduri, sulla Resistenza non ho scritto più nulla, tranne una lunga monografia sulla ricerca e il ritrovamento della famiglia d’origine di Coduri Giuseppe (e non Mario come si era creduto fino allora). Che dal Comune e dall’ANPI furono anche ospitati a Sestri Levante per alcuni giorni. Ma nel viaggio di ritorno verso casa, la macchina dei parenti di Coduri andò a finire fuori strada e vi fu anche un morto e dei feriti. E la festa organizzata per festeggiarli si tramutò per tutti in una terribile tragedia.

In seguito proseguii ancora i miei studi universitari e conseguii una seconda laurea in Filosofia, con una tesi sugli Stoici dell’Antica Grecia: il mio argomento preferito.

            D13: Del Libro: chi sono stati i principali promotori? E i critici, se ve ne sono stati?

            R: Il principale promotore è stato senz’altro il Prof. Manlio Calegari, verso il quale nutro da sempre una forte gratitudine. E al quale, se lo vorrà, consegnerò una copia del mio manoscritto inedito su Coduri e su come siamo riusciti a trovare traccia delle sue origini. E i critici? Onestamente non ne so, ma penso che i critici servano anche molto a insaporire il lavoro di chi scrive.

            D14: Riguardo sempre al Libro sulla Coduri, non risulta chiara la figura né il peso di Marziano Tasso. La collaborazione gliel’ha imposta qualcuno (Gronda? Il gruppo dei casarzesi, per esempio? O chi altri?). Oppure è stata solo una collaborazione occasionale per avere una “piazza” più ampia di consenso e di ascolto?

            R: Nessuno m’ha mai imposto niente. Quella con Marziano è stata una collaborazione spontanea, molto gradita e quanto mai utile per una maggiore diffusione della storia, fino allora poco conosciuta, di una divisione partigiana locale così gloriosa come la Coduri.

             D15: I rapporti con Riccio (Aldo Vallerio), sempre riguardo al solo suo Libro, com’erano?: di totale collaborazione? O vi sentivate dei rivali, visto che Riccio era stato già per anni corrisponde locale dell’Unità?

            R: Con Riccio non c’è mai stata rivalità, ma solo stima e collaborazione. E poi eravamo amici da tempo e compagni nello stesso partito politico.

            D16: Sempre riferendoci a Riccio, come mai avete dato due versioni così diverse della morte di Rodolfo Zelasco, quasi contradditorie? Non ne avevate mai parlato prima tra di voi o con altri? O le vostre opinioni su questo fatto erano sempre state diverse? Come mai ognuno ha continuato a mantenere ferme le sue opinioni.

            R: Di Zelasco conosco assai poco. So che è stato ucciso da un gruppo di alpini della Monterosa in un agguato a Montedomenico, e che un alpino del gruppo dei suoi nemici è morto anche lui colpito alla testa da un colpo d’arma da fuoco. «Lo sa – l’interrompo io – che il fratello e la sorella di Zelasco, che sono vivi ed abitano a Bergamo, con i quali io, attraverso un comune conoscente, da diverso tempo sono in contatto, sono molto rammaricati e delusi nei riguardi del Comune e dell’ANPI di Sestri Levante, entrambi i promotori dei due monumenti?».

(Il mio interlocutore, a questo punto mostra evidente irritazione e fastidio a proseguire. Diventa rosso, palesemente imbarazzato).

           D17: Come s’è convinto, o chi l’ha convinto, che la sua versione sia stata quella più giusta tra le due o le tre che hanno incominciato a circolare dopo il 1982? Cosa ne pensa del monumento di Montedomenico dedicato all’alpino Civati, facente parte del gruppo che uccise Zelasco? E dell’altra sua presenza, col suo nome bene in vista sul monumento dei Caduti partigiani, perseguitati politici o morti in campi di concentramento nazisti della vallata del Gromolo, posto a S. Margherita di F.L.?

            R: Del monumento a Montedomenico e di quello a S. Margherita di F.L., non ne sapevo assolutamente niente. Se è così, allora dico che è una gran porcata.

            D18: Cosa vi siete poi detti quando ha incontrato il fratello di Zelasco?

            R: Non ho mai incontrato il fratello di Zelasco, che non conosco. Anzi no, ho avuto modo d’incontrarlo brevemente una sola volta presso il Circolo “Virgola” di S. Margherita di F.L. Ma non ricordo precisamente di cosa avessimo parlato.

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            Per la precisione, avendone copia, so che tra i due, su quest’argomento, c’è stato anche uno scambio di lettere. A questo punto, capisco però che Berti non vuole più procedere su quest’ argomento. Allora, ritenendo che l’intervista debba considerarsi così conclusa, mi alzo dalla panchina su cui stavamo seduti (nel Parco dedicato proprio a Leone, a S. Bartolomeo della Ginestra) e ringrazio veramente di cuore Berti che ho sempre considerato un po’ il mio maestro. Poi stringendoci la mano ci salutiamo con la promessa di poterci rivedere presto. Grazie Dott. Berti per (anche se non completamente esaustiva) l’amabile conversazione che m’ha concesso oggi.

(ebv – 31/7/2015)