Preambolo n°1 all’Archivio della Coduri

Gli scali dei Cantieri del Tirreno nel 1925 circa.

Avvertenza preliminare: oggi nel mio archivio personale, ho ritrovato questi due inserti del quotidiano di Genova “Il Lavoro” che ho ritenuto opportuno inserire qui, quali preamboli 1 e 2 dell’Archivio della Coduri, con l’intento di offrire ulteriori notizie sul periodo prebellico. Infatti le varie testimonianze riportate nel Fasc. 1 dell’Archivio della “Coduri”, sono sì importanti e preziose ma piuttosto contenute rispetto agli avvenimenti che precedono l’8 settembre e l’inizio dell’evento resistenziale. Con il quale tutte le lotte operaie precedenti ben si raccordano, anche se non  uniche generatrici. Inoltre, in entrambi gli inserti non viene indicato il nome dell’autore, che neanch’io posso quindi indicare. Qualora l’autore si riconoscesse e volesse essere nominato scriva pure al sottoscritto che verrà subito accontentato. Sestri Levante, 8 giugno 2017. (evb)

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Preambolo N° 1: pp. 4, 5 e 6 de il “levante”; Inserto settimanale di otto pagine in supplemento al n° 147 del quotidiano genovese “IL LAVORO”  del 27 giugno 1974.

Una vittoria degli operai di Riva che è storia del movimento operaio. (Premessa di redazione). Articolo non firmato:

Una storica battaglia di classe contribuì allo sviluppo ed al consolidamento del mo­vimento operaio sestrese dell’inizio del secolo: lo sciopero contro le macchinette ribatti­trici ad aria compressa, condotto con una maturità politica e civile, con una capacità di lotta e di solidarietà e con una coscienza proletaria straordinarie per quei tempi, dai lavoratori dei Cantieri Navali di Riva Trigoso, dal 27 settembre 1906 al 18 febbraio 1907. Purtroppo questo capitolo, che tranquillamente può essere considerato uno dei più importanti della storia del socialismo sestrese, prima dell’avvento del fascismo, e può essere posto sullo stesso piano degli scontri operai del 1920 – 21 – 22 contro il capitalismo reazionario ed i suoi esecutori neri, è rimasto presente, soltanto, nella memoria di qualche vecchio compagno e nelle pagine ormai ingiallite di un settimanale socialista di quel tempo: Il Risveglio, stampato a Chiavari dal marzo 1906 al luglio 1907.

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«Noi crediamo sia importante rievocare lo sciopero di Riva Trigoso del 1906, essenzial­mente per due motivi:

  • perché rappresenta l’inizio della presenza dei socialisti a Sestri Levante, come partito po­litico dei lavoratori, che tentava di aiutare «le plebi umiliate» ad una presa di coscienza dei pro­pri diritti civili, politici e sinda­cali;
  • perché lo scontro tra gli operai sestresi ed i Piaggio, pa­droni dei cantieri divampò su un tema più che mai attuale, ancora oggi: la salvaguardia della salute e della sicurezza, all’interno delle fabbriche.

Significativo e da sottolineare è che il rifiuto dei ribattitori di usare le macchinette ad aria compressa, veri e propri ordigni micidiali, allora, tenuto conto dei tremendi ritmi e tempi di la­voro (oggi il problema è in gran parte eliminato dalla saldatura delle lamiere), nei quattro mesi di lotta, non conobbe tentazioni di stampo luddista (distruggere cioè le macchine pericolose alla salute), ma venne mantenuto (e grazie ai socialisti), nell’alveo ben più serio ed impegnato dello scontro di classe.

Il terribile problema della sa­lute dei lavoratori nelle fabbri­che venne sollevato, nell’agosto del 1906, dal direttore del «Ri­sveglio», per un gravissimo at­tentato alla vita degli operai ri­battitori di chiodi del Cantiere Navale di Riva Trigoso, da parte delle macchinette ribattitrici introdotte da poco nella lavora­zione. «Nel Cantiere di Riva Trigoso – scrive l’avv. Mariani – si è adottato da qualche anno un sistema di lavorazione che costituisce un vero, di giorno in giorno, più grave pericolo socia­le. Chi passa anche solo in treno, per la borgata di Riva Trigoso in comune di Sestri Levante, lu­minosa negli albori di grande avvenire industriale, ode un ca­ratteristico ticchettio, affanno­so, insistente che proviene dal cantiere navale: lo producono certe macchinette per la ribatti­tura dei chiodi adottate or non è molto tempo. Se foste costretti a vivere 11 ore o anche più della vostra giornata con un tremolio in tutta la persona, quanti fra voi resisterebbero? La macchi­netta poggiata e premuta sul petto dell’operaio compie il suo lavoro con una vicenda di picchi e ripicchi d’una celerità vertigi­nosa, elettrica e così tutta la persona dell’operaio riceve una serie infinita di scosse onde l’or­ganismo non può tardare a ri­sentire l’effetto deleterio. Fer­mate un operaio che da qualche tempo usi le macchinette ribat­titrici, all’uscita dal lavoro, e fa­tegli distendere un braccio; su­bito avvertirete, nell’uomo gio­vane, sano, robusto, il tremito proprio dei vecchi decrepiti o dei candidati alla nevrastenia e alla paralisi: l’operaio addetto alla ribattitura dei chiodi con tali macchinette si rovina la sa­lute e accorcia di molti anni la vita. Alcuni sanitari da me in­terpellati hanno confermato il loro effetto nefasto sulla salute: oltretutto i lavoratori che si ammalano non vengono inden­nizzati, perché il tremolio di tutto il corpo viene considerato malattia professionale e non infortunio».

Fin dalla loro introduzione due anni prima, nel 1904 nel Cantiere di Riva Trigoso, gli operai avvertirono la potenza deleteria delle macchinette ri­battitrici e nell’istintiva preoc­cupazione di salvaguardare la propria salute ne domandarono l’allontanamento. L’agitazione di apparenze vistose nell’im­peto primitivo, doveva per la in­trinseca debolezza e mancanza di un sostegno resistente, finire nel più completo insuccesso. Si ottenne sì, al momento la so­spensione del lavoro con le macchinette, ma quasi subito, con quella clandestina inva­denza del capitalismo di allora furono ripristinate in maggior numero di prima.

Pochi giorni prima del Con­gresso Nazionale del Partito Socialista il 27 settembre 1906, i 100 ribattitori dei Cantieri Na­vali di Riva Trigoso iniziavano lo sciopero contro l’uso delle macchinette   ribattitrici che, come   aveva  denunciato un mese prima il settimanale socia­lista, arrecavano gravi danni alla loro salute. Significativo era soprattutto il fatto che la ca­tegoria degli operai ribattitori all’inizio dello scontro con il pa­dronato non facesse ancora parte della Camera del Lavoro di Riva Trigoso e che fossero i lavoratori  stessi, spontanea­mente, a rendersi conto che ogni dissenso fra capitalismo e lavo­ro, specialmente vertendo su in­teressi d’importanza essenziale, per la salute e la vita di intere classi, dovesse fatalmente risol­versi in uno stato di lotta e nello scoppio  consecutivo  di uno sciopero. La posizione che il Partito Socialista Italiano a Se­stri Levante assunse nei con­fronti degli scioperanti fu di so­lidarietà totale: stretti e conti­nui furono i contatti che i diri­genti socialisti con essi man­tennero; notevoli gli aiuti mo­rali e finanziari che per mezzo del partito giunsero ai ribattito­ri. Tuttavia lo spontaneismo dell’agitazione suscitò nei diri­genti socialisti una forte per­plessità che sfociò in aperta cri­tica: «Se un’accusa può muo­versi ai lavoratori è appunto di aver atteso tanto. Però il dovere della lealtà ci impone di osser­vare che lo sciopero dichiarato dai lavoratori di Riva apparisce alquanto impulsivo e deficiente di quella solida preparazione materiale e morale onde gli scioperi vittoriosi si delineano fin da principio. Ripetiamo che la causa dei capitalisti del Can­tiere di Riva Trigoso è troppo inumana e iniqua perché possa trionfare; e per la dignità della classe lavoratrice, per gli inte­ressi ed i diritti supremi della specie sociale, vogliamo che essi non riusciranno a racimolare nei campi della fame e della be­stiale incoscienza “krumiresca” vittime nuove da sostituire alle attuali. Ma ciò non toglie che lo sciopero sia contrario a quei cri­teri di preparazione tecnica e disciplinare organizzata e resi­stente, ormai accettati, come i più sicuri, nella pratica delle lotte fra capitale e lavoro. Valga questa occasione per indurre agli amici lavoratori di Riva ad organizzarsi una volta per tutte seriamente.

Alla proclamazione dello sciopero venne subito organizzata una raccolta fondi a favore degli operai in agitazione; per chiedere aiuti materiali i dirigenti socialisti di Sestri Levante tennero comizi alla Camera del Lavoro di Genova, a Savona e a Parma: durante i 115 giorni di lotta vennero raccolte lire 2066,15; intanto gli aiutanti carpentieri e i battimazza dello stesso Cantiere di Riva organizzati nella Lega Metallurgica della Camera del Lavoro avan­zavano richieste di aumenti sa­lariali, che venivano soddisfatte dopo contatti con la Direzione Generale di Genova.

Lo sciopero proseguiva da un mese quando il direttore dei Cantieri licenziava i ribattitori in agitazione: molti di loro tro­varono lavoro nel Cantiere della Foce di Genova; appena i pa­droni dei cantieri di Riva lo vennero a sapere, con un com­portamento tipico del più gretto e barbaro capitalismo dell’ini­zio del 900, si adoperarono affin­ché i loro operai fossero di là li­cenziati. Il  28  ottobre 1906 venne organizzata a Riva Tri­goso dalla Camera del Lavoro una manifestazione di solida­rietà a favore degli scioperanti. Più di 600 operai dei Cantieri Navali assistettero al comizio tenuto dall’avv. Francesco Ma­riani: l’oratore fece il punto sull’agitazione dei ribattitori: «I lavoratori scioperanti sono stati mossi alla resistenza ed ai sacri­fici della lotta titanica – disse tra l’altro – non dal solito sti­molo dei miglioramenti eco­nomici di riduzione d’orario, aumento dei salari, turno di la­voro, ma dall’alto e nobilissimo sentimento di amore alla vita onde solamente le classi più evolute e civili sono capaci. Lo sciopero dei ribattitori così rap­presenta tutta una protesta formidabile contro il disprezzo e la criminosa trascurarla della salute dei lavoratori che carat­terizzano l’attuale sistema di produzione capitalistica. L’opi­ficio industriale, il laboratorio e l’officina sono diventati altret­tanti campi di morte per i miseri lavoratori costretti a lasciarvi di giorno in giorno a brani la propria salute. Ma gli operai ad­detti qui al Cantiere di Riva Trigoso alla ribattitura dei chiodi con le micidiali macchi­nette ad aria compressa hanno gridato forte in faccia al capita­lismo omicida che preferiscono la disoccupazione e la miseria all’assassinio di se stessi, delle famiglie e della classe intera con quel genere di lavoro». Al ter­mine del comizio, nei locali della Lega falegnami, molti operai si iscrissero alle loro leghe, già co­stituite, e alla Camera del La­voro e molte categorie di lavora­tori, che ancora non erano costi­tuite in leghe, s’impegnarono a preparare le liste e ad aderire alla Camera del Lavoro.
Alcuni giorni dopo gli operai ribattitori in sciopero facevano affiggere sui muri della città questo manifesto:

«Compagni,
è questo il grido che noi ribattitori emettemmo il giorno 27 settembre u.s. intraprendendo la lotta contro la S.E.B. cantiere Navale di Riva Trigoso, e questo è il grido che da due mesi ripetiamo ai nostri padroni e ri­petiamo finché non manca l’aiuto, il plauso, l’incoraggia­mento di tutta la classe lavora­trice. L’industria metallurgica ne risentirebbe danno di tale abolizione? Niente di tutto ciò. L’applicazione di queste mac­chinette non è stata effettuata nei regi arsenali, né tampoco nei Cantieri Odero, Ansaldo, né in quelli di Palermo, d’Ancona, pochissime al Muggiano; sol­tanto la esclusiva avidità dell’azionista affamatore e omi­cida ha voluto introdurre in questo Cantiere il triste stru­mento. In un abboccamento avuto il direttore da cui dipen­diamo, ci riferì l’impressione dei suoi viaggi – inchiesta all’estero, dove trovò sorprendente che colà si vuol fare sciopero per vo­lere il rovescio di quello che vo­gliamo noi. Non vogliamo met­tere in dubbio la buona fede dell’egregio nostro direttore, ma non volendo questi ci con­fessò che all’estero i ribattitori guadagnano il minimo 30 lire giornaliere pari al quintuplo del massimo della nostra mercede giornaliera!
La lotta, lotta di sacrifici e di stenti che noi combattiamo, non è come ripetiamo per l’en­nesima volta, una lotta econo­mica di fronte a cui si può cur­vare la schiena, piuttosto che gettare sul lastrico o nella pri­gione una massa di operai, ma una lotta contro ciò che costituisce un pe­ricolo prossimo, e che noi fortemente sosteniamo in nome del diritto di vivere, in nome di tutta l’umanità, in nome delle nuove generazioni.
Di fronte alla cinica risposta del direttore, il quale alle nostre domande ci rispose che aveva fatto venire un compressore nuovo, noi risponderemo mercé la vostra solidarietà morale e fi­nanziaria che, del nuovo com­pressore ci comprimeremo la prepotenza degli sfruttatori e dei macellai di carne umana!
Salute e cordialità, i Ribatti­tori Scioperanti».

Sul fronte dello sciopero di Riva Trigoso si registravano in­tanto alcuni tentativi del pa­dronato per sconfiggere i ribat­titori: dopo aver cercato inutil­mente krumiri in tutta Italia, la direzione del Cantiere inviò un capo operaio (da allora sopran­nominato spregiativamente dagli operai “il tedesco”) in Germania per reclutarvi mano d’opera. Il Partito Socialista di Sestri Levante prontamente per mezzo dei giornali socialisti Il Lavoro e L’Avanti! Lanciava al Partito Internazionale il seguente appello:

«Al Partito Internazionale.

   A Riva Trigoso gli operai ribattitori del Cantiere Navale, per ottenere l’abolizione delle micidiali macchinette ribattitrici sostengono da oltre due mesi uno sciopero eroico. La Di­rezione del Cantiere impotente a trovare in Italia lavoratori di­sposti a tradire la causa dei pro­pri compagni e fratelli – che in­tendono rivendicare il diritto alla vita e alla salute per tutti – ha rivolto i propri tentativi di krumiraggio in Germania. Ci ri­pugna il semplice sospetto che tra i forti lavoratori tedeschi e stranieri in genere possano tro­varsi dei malvagi o incoscienti capaci di commettere tale ver­gogna fratricida.
Noi scongiuriamo il Partito e il proletariato di tutte le nazioni a boicottare, fino a lotta defini­tiva il Cantiere Navale di Riva Trigoso (Provincia Genova) contribuendo con ogni sorta di aiuti materiali e morali, al giu­sto trionfo degli scioperanti».

L’appello dei socialisti sestresi venne raccolto dai lavora­tori tedeschi e la direzione del cantiere non trovò in Germania un solo operaio disposto al krumiraggio. Il padronato cercò allora di provocare uno scontro tra gli scioperanti ed i lavoratori degli altri reparti e caricò sui ribattitori tutta la responsabilità della situazione. Alcuni piro­scafi impostati sugli scafi dove­vano, entro poche settimane, essere sottoposti alla ribatti­tura dei chiodi; mancando i ri­battitori la Direzione pose agli operai delle altre categorie que­sta alternativa: «O voi provve­dete anche alla ribattitura, o noi, a causa della resistenza de­gli scioperanti dobbiamo chiu­dere il cantiere buttandovi a spasso». Gli operai al lavoro do­vevano quindi scegliere tra il krumiraggio e la prospettiva di un licenziamento in blocco: in massa respinsero l’odioso ricat­to, anche se un esiguo numero di lavoratori cercava di convin­cere gli scioperanti a riprendere il lavoro. Venne addirittura convocata una riunione, il 24 di­cembre, a Trigoso per farli desi­stere dalla lotta, ma i socialisti presenti riuscirono a sventare la manovra palesemente ispirata dai padroni del Cantiere. Gli operai in agitazione tramite la Camera del Lavoro ed il Partito Socialista sollecitarono l’arbi­trato del Prefetto, del sottopre­fetto, del Sindaco e perfino del delegato di P.S., dichiarandosi disposti a subire visite compe­tenti di medici e di igienisti e a discutere per la modifica delle macchinette, che attenuasse gli effetti malefici del loro uso. Le autorità chiamate in causa al momento si disinteressarono completamente della grave si­tuazione cosicché la Commis­sione Esecutiva della Camera del Lavoro fece sapere che visto l’atteggiamento preso dalle Au­torità nelle ultime fasi dello sciopero, atteggiamento vera­mente dichiarato dalla parte dei padroni, declinava qualunque responsabilità su quanto avrebbe potuto succedere.

L’attività del Cantiere era semiparalizzata con tutte le navi sugli scali da ribattere ed allora la Direzione del Cantiere proclamò da lunedì 7 gennaio 1907 la serrata: era l’invito allo sciopero generale.

Mercoledì 2 gennaio in un’as­semblea di oltre 400 dei mille operai del Cantiere (tutti mi­nacciati di licenziamento) si chiedeva la liquidazione dei cottimi non oltre il mezzogiorno di sabato 5. Generale riprovazione ebbe sulla stampa l’atteggiamento padronale: «Il Lavoro», «L’Avanti», «L’Azione di Parma» presero posizione a favore dei lavoratori.

Sabato 5 come stabilito tutti gli operai del Cantiere abban­donavano il lavoro a mezzo­giorno: rimanevano a lavorare solo gli operai delle officine meccaniche dipendenti da un’amministrazione diversa, che però s’impegnavano a sus­sidiare gli scioperanti. In una riunione presso la Lega fale­gnami gli scioperanti decide­vano all’unanimità: 1) di ri­prendere il lavoro, nell’eventua­lità di una soluzione, non altri­menti che in massa e come clas­se, non già per domande indivi­duali; 2) di esigere, come condi­zioni essenziali che prima di tutti dovessero essere occupati gli scioperanti ribattitori e non si facessero vendette né rappre­saglie da parte della Direzione. L’on. Aroldi della Direzione del Partito Socialista in visita a Riva Trigoso portò l’adesione e la solidarietà del Partito agli operai in agitazione, incitandoli a resistere. Contatti venivano presi con le organizzazioni me­tallurgiche di Genova, Milano e Torino che si impegnavano in aiuti finanziari e a trovare un’occupazione per i licenziati, Consiglio delle Leghe Fondi­tori e Tornitori della Lombardia e la Federazione Metallurgica di Milano approvavano un ordine del giorno in cui si proclamava il boicottaggio del Cantiere di Riva Trigoso.

L’on. Morgari, segretario della Direzione comunicava final­mente agli scioperanti che il Ministero di Agricoltura, indu­stria e commercio aveva ordi­nato un’inchiesta dell’Ufficio del Lavoro affidandone l’inca­rico all’ingegnere Effreim Ma­grinj, delegato speciale per la Liguria ed il Piemonte e che il senatore Erasmo Piaggio pro­prietario dei Cantieri si era im­pegnato ad accettarne il re­sponso.

Mercoledì 23 gennaio 1907 giungeva nel Cantiere di Riva la commissione d’inchiesta del Consiglio del Lavoro: il primo esperimento delle micidiali macchinette ribattitrici venne fatto sopra una ordinata distesa di tre cavalletti alti un metro circa, di modo che, anche un in­dividuo che non avesse mai vi­sto le macchinette, avrebbe po­tuto lavorare senza sentire il minimo tremolio nella persona. Questo fu il primo trucco prepa­rato dalla Direzione del Can­tiere alla commissione, complici due medici: i dott. Raffo e Gazzano di Sestri Levante, che erano due azionisti dei Cantieri, mentre all’esperimento non era stato ammesso nessun medico da parte degli operai e neppure un ribattitore scioperante.

Oltretutto vennero fatti ribat­tere appena cinque o sei chiodi, quando in una giornata lavora­tiva (dieci ore) un operaio ribat­teva dai trecento ai quattro­cento chiodi. Il secondo esperi­mento venne fatto sotto il piano del vapore, per dimostrare che si ribatteva col cavalletto e con la manovella, senza che il corpo sentisse alcun male, mentre la parte inferiore del vapore era l’unico posto dove si potesse ri­battere col cavalletto. Termi­nati gli esperimenti tecnici gli scioperanti chiesero di essere visitati. Il medico provinciale cercò di suggestionare gli scio­peranti tentando di far credere che la loro malattia poteva an­che provenire da malattie vene­ree; ma lo scioperante Costa Magno rispose prontamente che l’uso delle macchinette li­mitava di per sé il bisogno e l’uso dei sensi genitali e che chi abusava non poteva durare al lavoro che uno o due anni.

La Commissione dopo lungo interrogatorio dei tre sciope­ranti disse di essere convinta che le macchinette ribattitrici ad aria compressa, nel modo in cui si usavano a Riva Trigoso facevano male alla salute, però che gli scioperanti si arrangias­sero alle buone con la Direzione del Cantiere, perché le macchi­nette rappresentavano un si­stema industriale moderno e che le potevano adoperare in quei posti del vapore dove mag­giormente si adattavano. Nel congedarsi dagli scioperanti la Commissione disse che, entro quattro giorni avrebbero pub­blicato la relazione dell’inchie­sta e che avrebbe riferito al Go­verno che, la Direzione del Can­tiere, dopo aver licenziati gli operai, non permetteva loro di trovarsi lavoro altrove.

Domenica 27 gennaio i lavo­ratori in sciopero, conosciuta la relazione della Commissione d’inchiesta, per protesta contro le sue risultanze, decidevano all’unanimità la resistenza ad oltranza.

Nella relazione della commis­sione infatti si riconosceva che i reclami dei lavoratori erano giusti, ma non si voleva procla­marlo apertamente; si ricono­sceva che sarebbero stati indi­spensabili esperimenti, seri e ri­petuti come avevano proposto i lavoratori; si riconosceva che col tempo l’uso (anzi l’abuso) delle ribattitrici ad aria com­pressa avrebbe potuto rendersi nocivo all’organismo umano; che in qualche Cantiere (R. Ar­senale di Spezia, Orlando, Castellamare) ne era adottato, ma non generale come a Riva, men­tre in altri (Napoli) fu abbando­nato.

La relazione concludeva che a Riva si erano adottati i sistemi migliori per rendere meno dan­noso l’uso dei martelli pneuma­tici.

Nella relazione erano presenti anche dati palesemente inesatti ed equivoci; ad esempio che i martelli pneumatici pesavano 10-11 kg. mentre non pesavano meno di 14-15 kg., che invece la mazza pesava circa 10 kg. men­tre non superava i 2-3-4 kg. (al­trimenti sarebbe stato mate­rialmente impossibile adope­rarla); che erano stati visitati degli operai, nulla riscontrando nel loro organismo (mentre vi­sibili erano gli effetti nocivi delle macchinette sul loro cor­po); che si usavano cavalletti d’appoggio e leve, mentre la loro mancanza era appunto uno dei moventi principali dell’agita­zione.

L’Ufficio del Lavoro stesso sconfessava la Commissione d’inchiesta quando dichiarava che «la frequenza grandissima dei colpi (mille al minuto) è causa di tremore continuo, che si comunica al braccio destro dell’operaio e da qui al corpo e questo tremore, congiunto allo sforzo che l’operaio deve fare per sostenere e dirigere il mar­tello, produce uno stato di te­tano muscolare. Una Commis­sione formata da lavoratori scioperanti venne finalmente ricevuta a Genova dal sen. Era­smo Piaggio proprietario dei Cantieri; vennero rinnovate le richieste di abolire le macchi­nette o per lo meno di apportare modifiche che ne riducessero gli effetti dannosi alla salute. La ri­sposta fu: «Riprendete il lavoro come prima, i caporioni dell’agitazione non sarebbero stati riassunti a Riva Trigoso, la direzione si impegnava a mu­nirli di lettere perché potessero trovare occupazione presso al­tre fabbriche».

Il 12 febbraio veniva espulso dalla Camera del Lavoro tale Lagostena Francesco che aveva iniziato a raccogliere firme di operai sospesi per fornire krumiri al Cantiere. Gli scioperanti oramai però erano stremati; gli aiuti finanziari diminuivano, gli esercenti privati si rifiutavano di vendere a credito i beni di prima necessità; il morale degli operai dopo l’inchiesta truffa della Commissione era duramente provato; così lunedì 18 febbraio, dopo 115 giorni di lotta, gli operai ritornavano nei Can­tieri Navali di Riva Trigoso: dei 100 ribattitori solo 15 (i padri di famiglia con numerosi figli) ri­prendevano il loro posto e più di uno nella sera stessa riabban­donava il lavoro per farsi visi­tare dal medico. L’insuccesso dello sciopero creò profonda amarezza nella classe lavora­trice sestrese e soprattutto nel Partito Socialista Italiano che lo aveva sostenuto con tutte le sue forze. Da un’analisi fatta sullo svolgimento dello sciopero emerge senz’altro una radicalizzazione delle posizioni del Par­tito in senso sindacalista rivolu­zionario.

«Durante i 115 giorni di scio­pero dei ribattitori di Riva Tri­goso molte cose abbiamo impa­rato: abbiamo imparato ad es­sere contrari agli scioperi quando questi non siano orga­nizzati e diretti secondo il me­todo sindacalista. Lo sciopero se deve essere arma per difen­dere gli interessi della classe la­voratrice o di conquista non do­vrebbe essere sollevato e voluto da una data categoria di operai, ma da tutta la classe lavoratri­ce, l’unica che abbia interesse a che si vincano le battaglie del lavoro. Per fare lo sciopero è ne­cessario essere disposti e prepa­rati a tutte le conseguenze che potranno derivare da esso: fa­me, privazioni di ogni genere ed infine essere preparati allo scio­pero rivoluzionario; prima di di­chiarare la fine della battaglia, bisogna preparare i militi per essere pronti a far uso della vio­lenza.

Se i capitalisti possono resi­stere contro i loro sfruttati per­ché hanno degli immensi capi­tali, non è così per gli operai i quali non posseggono che la re­sistenza e la solidarietà della classe lavoratrice. Intanto tra qualche mese si dovrà, a Riva Trigoso, ritornare all’attacco, se quegli umanitari non aboli­ranno le micidiali macchinette; ma prima di ingaggiare una se­conda lotta eroica, dovremo prima metterci d’accordo con tutti gli operai di stabilimenti italiani ove si usano le macchi­nette e poi con tutta la classe lavoratrice organizzata. Una volta assicurata la solidarietà morale e materiale, inculcare nei cervelli di quei lavoratori lo spirito di sacrificio; e più tosto che dover inchinarsi ai padroni, prima di aver escogitato tutte le vie conciliative e rivoluzionarie, essere preparati a partire anche per l’estero, e questo si può fare facilmente quando si ha la soli­darietà di tutta la classe lavora­trice organizzata. Prima di di­chiarare uno sciopero ci si deve pensare un milione di volte, ma quando questo è dichiarato: morire sul campo di battaglia, piuttosto che ricorrere alla vil­tà».

Prescindendo dall’esito nega­tivo di quel lungo sciopero del 1906-07 importanti e significa­tive furono le conseguenze che esso portò per la classe lavora­trice sestrese: il Partito Sociali­sta mostrava il suo volto di mo­vimento operaio di classe: ab­bandonando le dispute ideolo­giche e le affermazioni di princi­pio, talvolta incerte e fumose, si era gettato nella lotta scuo­tendo il torpore di una città come Sestri Levante sino ad al­lora soggiogata da una politica clericale e paternalistica. Gli organismi socialisti della città (sezioni di partito e Camera del Lavoro) si rafforzarono: sinda­calmente si costituì la Lega mi­sta degli operai del Cantiere, che aggiungendosi alla Lega dei falegnami, eliminava quei con­trasti corporativistici tra le ca­tegorie, che tanta parte ave­vano avuto nel fallimento dello sciopero. Il Partito Socialista Italiano a Sestri Levante co­minciava ad assumere l’aspetto del movimento di massa che con gli scioperi del 1919, 1920 e 1922 tanto strenuamente avrebbe combattuto l’avvento del fascismo.

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