Doc. n. 2: Memoria di G.B. Lazagna sugli anni 1948–1954: l’impegno politico, i primi anni da avvocato, le cause per la libertà di stampa e i processi ai partigiani, con il ricordo del processo a Eraldo Fico «Virgola». (Doc. manoscritto in fotoc., p. 29, sigla “CL37 A”, con trascrizione dattiloscritta, s.d.).

Del documento originale si riproduce soltanto la prima pagina manoscritta: le pagine successive non vengono riportate perché il testo è già trascritto integralmente, in forma più leggibile, qui di seguito.
Il periodo che va dal 1948 al 1954, è caratterizzato da una offensiva della destra guidata dalla D.C. che parte dalle elezioni del 18/4/48 e dalla ondata di repressione poliziesca e giudiziaria che segue la rivolta popolare del 14/7/48, in conseguenza dell’attentato a Togliatti.
Il quadro internazionale è quello della guerra fredda, del maccartismo americano, delle minacce di guerra atomica contro l’URSS, che arrivano a teorizzare il “Roll Back”, e cioè il forzato ritiro dell’URSS dalle zone d’influenza sancite dagli accordi di Yalta (Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria, Jugoslavia, Romania e Bulgaria).
La resistenza alla offensiva internazionale e nazionale della destra, si articola in forme e modi diversi.
Per quanto mi riguarda personalmente, nel periodo che va fino al 1951, il mio impegno è principalmente quello di segretario della Sezione di Castelletto e i momenti salienti della lotta politica sono l’aiuto alle famiglie colpite dalla repressione dei fatti del 14 luglio 1948, la lotta contro la repressione poliziesca in tema di attacco alla libertà di stampa (produzione, distribuzione e affissione di volantini e manifesti, diffusione della stampa periodica), raccolta di firme con banchetti anche per la strada per la sottoscrizione dell’appello di Stoccolma contro la bomba atomica.
In quel periodo il mio impegno principale, come ho già detto, è quello svolto come segretario della sezione del P.C.I. Tuttavia, comincio anche una qualche attività come avvocato. Nel 1948 (valendomi delle disposizioni che riduce a tre mesi il periodo di pratica necessario) mi presento agli esami di procuratore legale. Per alcuni mesi, studio intenso per la prova scritta. In parte da solo, e in parte con altri candidati, tra i quali ricordo Giulia Persico, Giovanni Salvarezza, Felice Carrosio, Mario Barbano.
Le prove scritte si svolgeranno nel salone della biblioteca dell’università di Genova in via Balbi. I candidati sono diverse centinaia. Circa la metà sono bocciati agli scritti, se non ricordo male; gli orali, per me nei primi mesi del 1949, l’esame è superato. Inizio nel 1949 a svolgere alcune difese alla pretura penale, in tema prevalentemente di stampa. Due sono le questioni trattate che principalmente affrontiamo: la questione dell’abrogazione dell’art. 113 della legge di P.S. Per effetto dell’entrata in vigore dell’art. 21 della Costituzione, (l’art. 113 stabilisce l’obbligo dell’autorizzazione della questura per diffusione di stampa) e le ordinanze (fatte, emesse dal governo e trasmesse a tutti i tribunali d’Italia) che vietano lo strillonaggio e la vendita a domicilio di stampa periodica. Sul tema, svolgo un approfondito studio teorico sugli aspetti costituzionali, sia sulla nuova legge della stampa del 1948 (assai restrittiva).
Mi aiuta in modo particolare l’amico Zacchia, socialista che mi riporta anche un famoso libro sulla libertà di stampa di Borsa, edito nel periodo del fascismo.
I processi su tali temi, sono migliaia. Ricordo che in un anno (1950?) io dovetti discuterne oltre cento, alla pretura di Genova e alla pretura di Sampierdarena, Sestri, Voltri e Pontedecimo.
Cominciamo anche all’interno degli inni o canti socialisti e comunisti, e in certe discussioni sulla impostazione di questi processi. Parecchi avvocati più anziani di me, sono assai restii ad affrontare il tema dell’abrogazione delle leggi ad opera della Costituzione. Pigrizia mentale, insufficiente preparazione teorica etc.
Preferisco affrontare le cause “di fatto”, negando la presenza dell’imputato, il mio “dolo” etc. In quel periodo cominciamo anche a collegarci con giovani pretori orientati a sinistra. Ricordo tra questi Caianiello, Colasanti (che diventano poi presidenti della Corte Costituzionale) Piacentini, ed altri.
Scriverò una breve nota a sentenza sull’amica rivista giuridica di Genova “Temi Genovesi”. Ci scambiamo anche esperienze e sentenze utili con altri avvocati di varie parti d’Italia.
Ad un certo momento quasi tutti i giudici sono convinti delle nostre tesi. In qualche caso mi è capitato, dopo una udienza in cui il Pretore mi ha dato ragione assieme all’imputato, che questi mi chiami da una parte e mi dica, «Mi prepari lei l’annotazione della sentenza sul punto “di diritto” della abrogazione della legge di P.S.»
Quando finalmente (nel 1954?) il parlamento adempie al dovere costituzionale di approvare la legge regolatrice della Corte Costituzionale e questa viene inserita: la prima causa, la sentenza N.1, decide che l’art. 21 della Costituzione ha abrogato l’art. 113 della legge di pubblica sicurezza del 1931; tra una decina di ordinanze che ponevano il quesito alla Corte Costituzionale, una era del Pretore di Genova in un processo in cui ero difensore.
In quegli anni, altre questioni costituzionali ci oppongono alle attività repressive della polizia: la questione della libertà di riunione (comizi etc.) in luogo pubblico, con o senza preavviso alle autorità di P.S., e poi le leggi duramente repressive contro i “blocchi stradali” emesse nel 1948, con pene che eguagliano o superano quelle comminate per rapina a mano armata.
In quegli anni, molti processi, riguardano partigiani: Molte occasioni di tedeschi o di fascisti del periodo bellico, ancorché non fruibili sia come «esercizio di un dovere» sia perché coperte dall’amnistia del 1946 che salva persino gli omicidi dei tedeschi e dei fascisti, e le torture se non «particolarmente efferate» vengono catalogate come avvenute per scopi di rapina: basta che ad esempio, al fascista ucciso vengano tolte le scarpe e l’orologio o il portafoglio, prima del seppellimento.
Personalmente, ho difeso in pochi di questi processi, due si svolgevano davanti a Corti d’Assise, ma appariva chiaro che si preferisse affidarli (anche per la gravità delle pene per omicidio) ad avvocati più anziani e più esperti di me.
Ricordo tuttavia di aver difeso in contumacia Guerin (Guerrino Pecorara) commissario della brigata Macchi (div. Mingo). Tra il pubblico c’era anche Virgola (Eraldo Fico) comandante della divisione Coduri.
Del processo di Genova ricordo poco. So che l’incarico di difesa mi era stato dato dal fratello, in quanto Guerin, ricercato dalla polizia, si era rifugiato da parecchi anni in Cecoslovacchia; e siccome da molto tempo non aveva più dato notizie alla famiglia, si temeva che egli fosse morto. Tuttavia la famiglia voleva che fosse difeso, per ragioni di coerenza politica.
Del processo di Virgola, ho un ricordo ancora assai vivo.
Virgola era accusato di aver fatto fucilare, come spia, un uomo di Sestri Levante che si aggirava per i monti durante il rastrellamento invernale 1944/1945 chiedendo insistentemente dove si trovassero i partigiani.
La denuncia contro Virgola si basava, se ben ricordo, sul fatto che l’uomo fucilato non era una spia, ma che cercava semplicemente notizie di un parente che credeva rifugiato tra i partigiani.
Mi par di ricordare che Virgola non avesse detto di non aver partecipato personalmente alla cattura e alla fucilazione di quest’uomo, ma che non intendeva, nella sua qualità di Comandante, denunciare o comunque invitare altri partigiani supposti protagonisti del fatto; e che quindi intendeva difendersi non negando la propria corresponsabilità.
Il processo si svolse, ben ricordo, nella grande aula della Corte di Assise al primo piano del loggiato di Palazzo Ducale. Il presidente Marsicano, giudice considerato assai severo, introdusse il processo e poi interrogò Virgola. Questi si assunse la responsabilità del fatto e cominciò a scaldarsi via via che parlava, e ad un certo momento, assunse un tono fortissimo, e di fatto pronunciò una requisitoria contro il Presidente stesso e con chi lo accusava. Le sue parole furono: «Io avevo la responsabilità di centinaia di uomini, che si spostavano nella neve profonda cercando di sottrarsi all’accerchiamento di forze tedesche e fasciste di tutti i tipi, nella fame, il gelo, e notti insonni di marcia. In quel momento non vi era possibilità di discutere, di riflettere. La salvezza dei miei partigiani era l’unica mia preoccupazione. Rivendico quello che ho fatto, come mio dovere assoluto di comandante. Oggi è facile accusarmi: bisognava essere allora al mio posto».
Il discorso fu lungo, l’invettiva contro chi lo accusava fu durissima. Marsicano tentò due o tre volte di interrompere Virgola, scampanellava, si rivolgeva ai carabinieri molto spazientito. Ma nessuno potè fermare Virgola e la sua requisitoria. Tremando visibilmente Marsicano si alzò e seguito da tutta la Corte di Assise, giudice togato e giudici popolari, cancelliere, lasciò l’aula. Dopo un po’ rientrò. Fece parlare alcuni, pochi testimoni, dette la parola al pubblico ministero che chiese l’assoluzione di Virgola per insufficienze di prove, e poi a me, che con poche parole chiesi l’assoluzione con formula piena.
Dopo pochi minuti di camera di Consiglio, la Corte assolse Virgola “Perché il fatto non costituisce reato”.
G.B. Lazagna
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Sul processo a «Virgola» si veda anche: Fasc. 32 – Doc. 7: Sentenza “Virgola”.
Documentazione fornita al sottoscritto (Elio V. Bartolozzi) dallo storico Manlio Calegari, che ringrazio.