Fascicolo n.7 – Doc. n.15: “Alpini portati in montagna”.

Fascicolo n.7 – Doc. n.15: “Alpini portati in montagna”. Doc. in fotoc., comp. da 4 f., 4 p. manoscr., s.d. e s.f.. Testim.za di Silvio Groppo “Rango” nato il 22.12.1914 a Moneglia (GE), raccolta da A. Minetti “Gronda” negli anni 1976/79.

ALPINI PORTATI IN MONTAGNA pag. 1

Trascrizione
“Alpini portati in montagna”.

Groppo Silvio “Rango”, partigiano della “Coduri”, residente in fraz. Bracco (Moneglia) agricoltore e quindi molto pratico dei luogo dove l’operazione si svolgeva.

 «Era il giorno 16 settembre ’44, quando al distaccamento coman­dato da Gronda si ritorna a parlare dei 26 alpini di stanza a Riva Trigoso che sono decisi a venire in montagna con tutte le armi; chi ancora una volta ne parlava era Moschito, allora il Rango dice: “Mi sembra diventata una favola ormai, mi dà la sensazione che tu Moschito vuoi ritornare giù con la scusa degli alpini e che invece vuoi andare a trovare la tua giovane moglie, proprio non ci credo più”. Moschito ribatte che vada anche lui a sincerarsi e così si renderà conto. Rango accetta, ma Gronda, che ancora non aveva parlato, prese la parola e disse: ragazzi, non è uno scherzo da nulla prelevare, anche se vengono volontariamente, 26 alpini a Riva Trigoso, farle attraversare tutte le gallerie che portano a Moneglia, at­traversare il paese, salire su al Bracco (e sappiamo quanti accampamenti di alpini e Tedeschi ci sono lungo questo tragitto) at­traversare la statale del Bracco , sempre pattugliata, scendere a Fiume di Castiglione, risalire verso S. Pietro di Frascati attraversando l’altra strada battuta in continuazione dal nemico, con accantonamenti di alpini a S. Pietro – di alpini e Tedeschi in quantità a Castiglione Chiavarese, per non parlare del traffico che il Caposaldo del Santuario di Velva riversava su quella via – del forte gruppo di fascisti esistenti a Castiglione, è una azione questa che va molto meditata, ma soprattutto dobbiamo prima sincerarsi dove sono ubicati i nemici, quanti sono, tracciare accuratamente l’itinerario e dislocare lungo tutto il percorso staffette del posto pronte ad intervenire per avvertire di eventuali cambiamenti di percorso per forze maggiori. Stati calmi, penserò a tutto e poi vedremo il da farsi. Tutti ne convennero e così fu fatto. Furono fatti tutti gli accertamenti e il giorno 6 ottobre avuto ordine dal Gronda partii per incontrarmi la sera a casa di Moschito e decidere il da fare; ricordo sempre che il Gronda mi disse: stai bene attento Rango, se vedi che ci sono pericoli lascia perdere tutto, non voglio rischiare la vita di nessuno, del resto se non li prendiamo adesso li prendiamo un’altra volta.  Mi trovai con Moschito, parlammo anche con due alpini e si decise che la sera dopo, alla mezzanotte io sarei stato ad aspettarli all’uscita dell’ultima galleria, fin lì li avrebbe accompagnati Moschito. La sera dopo attesi fino all’una, e oltre; poi visto che non si vedeva nessuno raggiunsi casa mia e mi sistemai in un fienile, ormai albeggiava e di giorno era molto pericoloso camminare senza essere notati, poi al Bracco tutti sapevano che io ero andato in montagna e quindi c’era poco da fidarsi. Al mattino presto arriva mio padre e mi dice: è venuto Bracconi (Lupo – una delle staffette dislocate lungo il percorso) e mi ha detto che ti aspetta al più presto al posto che tu sai, ma stai attento, perché stamane c’è un movimento di nemici molto più fitto, non so il perché. Mi reco all’appuntamento con Lupo e mi dice: “Sono venuti gli alpini?”. Dico di no. “Meno male – risponde – questa notte hanno beccato Bozzano e il cognato di Moschito”. Mentre eravamo intenti a discutere di questo e pensavamo che alla sera con il buio saremmo tornati al Distaccamento e Moschito ci avrebbe ragguagliato del fallimento; in quel mentre arriva mio fratello più anziano e mi dice: “Possibile che ne combini sempre delle nuove?”. “Ma che c’è?” chiedo io. E lui: “Guarda che giù a valle, subito fuori del paese di Moneglia, c’è Moschito con una trentina di alpini, che ti aspetta! sono nascosti fra gli ulivi al tale posto…”. Allora dico a mio fratello: “Tu vai giù direttamente, dato che nessuno ti dice nulla, avvisi Moschito che io arrivo per altra via, e te Lupo tieni gli occhi bene aperti, se ci saranno novità ti manderò ad avvisare”. Mi porto sul luogo indicatomi, trovo Moschito con gli alpini, me li consegna e torna indietro attraverso i boschi. Ormai da Riva è stato dato l’allarme della fuga e tutta zona è in agguato. Dove mettere 26 alpini in pieno giorno e darle da mangiare? Li faccio passare in un valletto profondo e raggiungo 2 casolari miei pieni di fieno e li faccio sistemare alla meglio; eravamo sotto una batteria di alpini a non più di 200 mt, dalla zona ho fatto allontanare gli sfollati, dei miei parenti, alla chetichella per non dare nell’occhio e feci sistemare alla porta di ogni casolare una mitraglia “maschinengewehr tedesca” dicendo loro di stare calmi, non parlate e non uscite fuori, attorno ci sono una 50ina di partigiani pronti ad intervenire in caso di bisogno, la batteria sopra di noi è sotto tiro, quindi non avete ad aver paura, pensiamo noi a tutto. Di partigiani in tutta quella zona ero il solo e su in alto c’era Lupo.
Mio fratello racimolò un po’ di viveri nella frazione di S. Saturnino e ce li portò e la giornata passò senza nessun inconveniente. Alla sera verso le 21 partiamo, io ero molto pratico del posto e conoscevo i viottoli più impensati a menadito; così raggiungemmo il Lupo, ci portammo nelle vicinanze della Via Aurelia dove pensavamo fosse meno pericoloso l’attraversamento e a 4 per volta li facevo passare dalla parte opposta; ma mi accorsi che così facendo perdevamo troppo tempo, allora l’ultimo gruppo lo feci attraversare tutto insieme. Quando fummo dalla parte opposta tutti, ci contammo, mancavano 3 alpini che diedero l’allarme e infatti una grossa pattuglia giunse sul posto e si mise a sparare nella direzione da dove proveniva il rumore, ma andò bene, nessuno rimase ferito. Dovevamo fare presto, scendere al Fiume dove un’altra staffetta attendeva (Scanavino di Campegli, in seguito caduto) lo raggiungemmo ma ci disse che lo Zeffiro (n/s collaboratore al corrente di tutto) era venuto ad avvisarlo che a S. Pietro di Frascati e Castiglione [i nazi-fascisti] erano in allarme, perciò di cercare un altro passaggio per attraversare la rotabile Sestri Levante – Varese Ligure. Non c’era più tempo da perdere, ormai avevamo perso troppo tempo, imbracciammo le armi e tentammo di passare fra Castiglione e S. Pietro; ci andò ancora una volta bene e così all’alba raggiungemmo il Distaccamento. In località Lenzano di Monte Pu trovammo l’ultima staffetta scaglionata lungo il percorso.
Tutti questi alpini [che da 26 qual erano partiti rimasero in 23 perché 3, come abbiamo visto, si dileguarono lungo il percorso mettendo a rischio anche la vita dei loro commilitoni] dopo essersi riposati, chiesero il n/s lasciapassare e si avviarono verso le loro case. Lasciarono tutto l’armamento e le scarpe buone di cui avevamo molto bisogno.
Quella volta, dopo tanta apprensione per l’attesa, facemmo festa, il Distaccamento aveva in dotazione 2 mitraglie pesanti e per noi, allora, era cosa molto, molto importante».   (evb)

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