Intervista ad Amato Berti

Elio V. Bartolozzi.
Quale autore insieme a Marziano Tasso del libro “Storia della divisione Garibaldina Coduri”, già più volte citato in questa sede, ho voluto rivolgere ad Amato Berti la seguente serie di domande per inquadrare più compiutamente l’argomento “Archivio della Coduri” di cui egli si è molto servito nello scrivere il suo testo, ma che anche ha molto contribuito a completare. Ed ecco le domande che gli ho posto:

D1: Lei si laurea nel 1981 e pubblica il suo libro sulla Coduri l’anno dopo, nel 1982. M’interesserebbe sapere quando, all’incirca, ha incominciato a pensare di scrivere questo libro sulla Coduri: già negli anni ’70 o anche prima? In precedenza aveva già letto di qualche Autore (tipo R. Battaglia, G. Bocca, ecc.) libri storici sulla Resistenza? Quali? Quando?

            R: L’idea di scrivere la storia della Coduri me l’ha praticamente suggerita il prof. Manlio Calegari, che poi è stato anche Relatore del mio esame di Laurea. Infatti ci conoscevamo già da prima, in quanto residenti entrambi a Sestri Levante. Per caso un giorno c’incontriamo sul portone della Facoltà di Lettere dell’Università di Genova, e lui prima mi saluta e poi mi ferma e mi chiede cosa stia facendo io in quel posto. Gli spiego che stavo seguendo un corso in quella Facoltà, e che ero anche assai vicino alla laurea. Lui mi chiese allora su che cosa intendessi elaborare la mia Tesi. “Sugli stoici della Grecia antica”, gli dissi. “Ma va là!”, mi rispose d’impeto lui. “Lascia perdere, scrivi piuttosto una bella storia su una formazione partigiana della zona. Per esempio sulla Coduri”, continuò lui. Insomma, me la mise giù con tanta convinzione che riuscì a persuadermi. E mi fu poi di grande aiuto anche nel mio lavoro. Seppe sempre consigliarmi, spronarmi e correggermi, quando ce ne fu bisogno. Se fui promosso con un bel 10 con lode lo devo proprio a lui che mi è stato sempre vicino. Perciò incominciai a pensare di scrivere questa storia, come Tesi, verso la fine degli anni ’70, o giù di lì. Prima avevo letto qualche libro sui partigiani, ma in particolare solo sulla Cichero. Sulla Coduri avevo letto piuttosto poco. Più che altro qualche articolo di giornale o ne avevo parlato sporadicamente con dei partigiani, più o meno noti, di Sestri. Ai libri di R. Battaglia e G. Bocca ci arrivai dopo, per approfondire meglio l’argomento.

D2: So che lei è stato partigiano. Quanti anni aveva quand’è entrato nella Resistenza? Com’erano visti i comunisti? E i cattolici? C’era qualcuno che vi chiedeva di iscrivervi a qualche partito politico, in particolare?

            R: Nell’ottobre 1944 (io sono nato il 10 giugno 1928) un gruppetto di partigiani si presentò a Pignona, a casa mia, e dato che noi avevamo a pianterreno una stanza libera, molto grande, ci dissero che erano partigiani e che quella stanza sarebbe servita a loro per sistemarcisi. Dopo s’insediarono anche in un’altra casa vuota dietro la nostra. Quindi sono stati i partigiani a venire da me e non io ad andare da loro. Quella formazione si chiamava Battaglione “Picelli”, ed era comandata da un certo Nello Quartieri, “Italiano” come nome partigiano, ed ex militare che aveva abbandonato il regio esercito. Persona per altro molto educata e rispettosa. Ma i partigiani, allora, erano in genere molto mal visti dalla popolazione perché la zona era molto povera e depressa e avere altre bocche da sfamare metteva un po’ a disagio tutti quanti.

Poi questi rapporti migliorarono quando vi furono i funerali di uno di questi giovani rimasto ucciso in uno scontro con le B.N. La gente capì che quei partigiani non erano lì per fare i loro comodi o portare rogne, ma erano lì per sfuggire alla morte qualora fossero stati catturati, e allora tutti cercarono di aiutarli e di proteggerli per quanto era loro possibile. Ma la situazione era anche migliorata, pure economicamente, già da prima. E cioè dal momento in cui a Zeri venne a stabilirsi il maggiore britannico Gordon Leet che s’interessò subito di far effettuare dei regolari aviolanci in quella zona per approvvigionare il suo “Battaglione Internazionale”, unitamente alle locali formazioni partigiane. Benefici di cui poté godere ampiamente anche la stessa popolazione di tutti i paesi viciniori.

Nella formazioni si parlava molto poco di politica, non ho mai assistito a particolari discussioni al riguardo. I rapporti nella formazione, e tra noi, erano piuttosto calmi, non c’erano particolari tensioni. Non fui mai invitato, o nessuno m’ha mai detto d’iscrivermi a dei partiti. Chi lo faceva lo faceva di sua propria volontà. Non so se con me di certe cose non ne volessero parlare perché ero molto giovane oppure era così per tutti.

D3: Per quale specifico motivo scelse di arruolarsi?

            R: Come ho detto qualche secondo fa, non sono stato io ad arruolarmi ma sono stati loro a utilizzarmi come ragazzo mandato spesso ad Aulla o in altri posti a comprare tabacco o a fare altre mille commissioni. Io ero disarmato e non ho mai partecipato a veri e propri combattimenti, o altre azioni di guerra, a quello ci pensavano loro. Ma una volta, durante uno di questi viaggi ad Aulla, fui preso dalle B.N., e me la vidi anche abbastanza brutta. Fui minacciato e tenuto alcune ore presso di loro e sottoposto a vari interrogatori, ma poi fui rilasciato e potei tornarmene alla Pignona indenne, anche se molto spaventato.

D4: Quando ha cominciato a raccogliere documenti sulla Coduri? Era solo o affiancato da qualche partigiano (o più partigiani) della Coduri? Le vennero consegnati dei documenti ufficiali già appartenenti all’archivio Coduri, oppure la collaborazione incominciò dopo, cioè quando lei, per conto suo, aveva già raccolto materiale?

            R: Quando mi decisi di svolgere la mia tesi sulla Coduri incominciai a chiedere in giro se vi fossero stati degli archivi dove potermi documentare. Ne parlai anche con Silvio Fico, e poi con alcuni noti partigiani di Sestri che m’indicarono a chi dovevo rivolgermi. Entrai così in contatto con diversi membri del Comitato per la storia della Coduri, i quali mi mostrarono i documenti e le memorie raccolte da loro fin dalla fine degli anni ’60. Ricordo particolarmente Bocci (G. Sanguineti, ex CSM della Coduri che mi diede poi anche molti buoni consigli). Gronda (A. Minetti, forse il più attivo di tutti nel trovare gente disposta a raccontargli la sua storia che egli puntualmente annotava) e suo fratello Aquila. Poi Leone, che conosceva un po’ tutta la storia della Coduri con gran profusione di particolari. E molti altri ancora, ma al momento mi vengono in mente solo Patata; Fagiolo; Giovanni Tamburini; Pampurio, il fratello di Violetta; il marito di Violetta, Vladimiro Cosso. E via via molti altri con i quali incomincia a collaborare e a fare ricerche andando a casa di coloro che sapevo essere stati in montagna, a chiedere cosa ricordavano del loro periodo partigiano. C’è da aggiungere un’altra cosa: che archivio vero e proprio della Coduri non ne esisteva in precedenza. I documenti e le testimonianze sono state tutte raccolte in seguito, dalle due commissioni incaricate di far questo. Poi a noi si aggiunse anche Marziano Tasso, che non c’entra niente con la Tesi, ma che preparerà un certo numero di suoi documenti e memorie che aggiungerà in fondo al testo sulla Coduri, che poi abbiamo pubblicato assieme.

Sul contenuto e le opinioni espresse nelle memorie, che io sappia, nessuno ha mai sollevato particolari obiezioni. Molta attenzione era invece impiegata a controllare, per quanto possibile e a distanza di così tanti anni, l’esattezza delle date. E questa fu sempre una delle cose che più ci ha creato problemi nel proseguo del lavoro.

D5: I due Comitati per la storia della Coduri (il primo addirittura voluto da Virgola quand’era ancora in vita) furono efficaci nella raccolta dei documenti, oppure crearono solo dei problemi sulla scelta dei documenti da prendere in considerazione e inserirli nella Tesi e poi nel libro sulla Coduri?

            R: Che io ricordi, mi sembra che non vi siano mai stati problemi di questo tipo in seno al Comitato o tra noi.

D6: Erano tutti contenti che a scrivere la Storia della Coduri fosse una persona che non apparteneva alla Coduri, oppure vi erano dei contrari? C’era forse qualcuno che non voleva o si rifiutò di collaborare?

            R: Anche in questo caso direi di no nel modo più assoluto: chi più chi meno, tutti erano contenti che finalmente si scrivesse una storia della Coduri. Che fosse poi uno come me che non aveva militato nella Coduri, da nessuno ho mai sentito sollevare obiezioni o dubbi al riguardo. E poi io a Sestri e a Casarza ero abbastanza conosciuto perché facevo il vigile urbano a Sestri, e noi del Comitato eravamo quasi tutti compagni iscritti a partiti di sinistra.

D7: Chi l’ha aiutato di più, Gronda o chi altri? C’erano rivalità tra loro o contro di lei?

            R: A questa domanda credo d’aver abbondantemente già risposto prima.

D8: Il materiale che le è stato dato, erano già fotocopie oppure i documenti li ha fotocopiati lei? Tutto questo materiale l’ha dovuto poi restituire? Si ricorda a chi? Oppure lo ha conservato lei?

            R: C’era di tutto. Molti al Comitato consegnavano l’originale. Qualcuno invece tratteneva l’originale per sé e consegnava le fotocopie. Gronda per, esempio, quando raccoglieva il racconto di qualcuno scriveva degli appunti a mano che poi, a macchina o a mano, riscriveva in bella e ne aggiungeva copia nell’archivio. Ritengo che di certi racconti ne esistessero più copie in mano a diverse persone.

D9: Le memorie consegnate dai vari partigiani venivano poi verificate o integrate se carenti in qualche punto? Vi erano riunioni collettive dove questo veniva deciso, oppure le eventuali correzioni o aggiustamenti venivano decise dalla Segreteria direttamente? Che ruolo aveva Leone in seno al Comitato?

            R: Le memorie consegnate al Comitato venivano certamente verificate. Ma di solito questo avveniva durante determinate riunioni che periodicamente si tenevano nei magazzini della Ditta VAMA, di Silvio Fico, in Via della Pergola. Molte volte, se l’argomento era importante e piuttosto complesso intervenivano anche Saetta, Naccari, Riccio, Gronda, ecc., e molti altri che di solito avevano ricoperto ruoli importanti nella Formazione. In queste riunioni non venivano in genere fatte vere e proprie correzioni, ma si cercava di aggiustare il più possibile le date, o si aggiungevano altri particolari che il primo estensore s’era magari dimenticato. Cose di questo genere, insomma, ma cercando sempre di non stravolgerne il contenuto né il senso.

Leone intanto era uno che aveva scritto e consegnato già in precedenza una vasta memoria sulle vicende della Coduri, più altri scritti; e che ne aveva depositato anche copia all’ILSREC di Genova. E fu uno tra i primi a farlo, insieme a Vladimiro Cosso, Gronda, Italo, Sanguineti e diversi altri, e lo fece già nel corso degli anni ’60. Poi fu uno dei più assidui componenti del Comitato e uno dei più presenti ad ogni riunione che facevamo. Lui allora abitava a Genova, ma cercava sempre d’esserci. E cercava d’essere preciso in tutto, date e contenuto. Forse persino troppo.

D10: Quando si viene a sapere che scrive la Storia della Coduri cosa le viene detto: sono tutti contenti? C’è attesa, o interesse, o curiosità verso la sua Tesi? Alla laurea venne festeggiato in seno alla Segreteria del Comitato Coduri per il suo lavoro?

            R: Non ho notato mai nessun malanimo nei miei confronti. Il giorno che mi laureai tutti si congratularono con me e mi dimostrarono affetto. Certamente fui anche molto festeggiato e spronato a pubblicare al più presto la storia della Coduri.

D11: Se possibile, mi piacerebbe conoscere qualcosa di più sulla sorte della famosa Agenda. Sappiamo, da quanto ha scritto, che l’ha avuta in visione. L’ha poi restituita? A chi, se si ricorda?

            R: L’agenda della Coduri e uno degli argomenti su cui m’hanno rivolto più domande di tutti quanti gli altri messi insieme. Ho riportato tutto sul libro della Storia della Coduri. Agende non ne esisteva nessuna. Quella che è nel Libro l’ha compilata Vladimiro Cosso basandosi esclusivamente sulla sua memoria o chiedendo qua e là ai suoi compagni di formazione. A quei tempi, in montagna, non si scriveva quasi mai nulla perché si era sempre sotto tiro e sempre in movimento, e tutti avevano paura che mettere per iscritto certe particolari notazioni sui singoli partigiani fosse estremamente pericoloso, perché se questi documenti fossero finiti poi nelle mani del nemico avrebbero potuto mettere in serio pericolo le loro famiglie rimaste a casa. Era troppo rischioso. Oltre a quella compilata da Vladimiro Cosso, ne esiste un’altra dell’ottobre ’44, compilata da “Riccio” (Migliorini Bruno, funzionario del PCI di Genova presso la Coduri). E in ultimo, anche una terza: compilata, questa volta, dalla Commissione di Accertamento Qualifiche (presenti anche Virgola e Leone, i comandanti e i commissari delle 3 brigate, e un funzionario della “Commissione Regionale Accertamento Qualifiche Partigiane”; e poi depositata anch’essa presso l’ILSREC di Genova, dove chiunque la può liberamente consultare.

D12: Dopo la Tesi e il Libro sulla Coduri, ha continuato ancora a scrivere sulla Resistenza o ha rivolto i suoi interessi verso altri studi?

            R: Dopo la Tesi e il libro sulla Coduri, sulla Resistenza non ho scritto più nulla, tranne una lunga monografia sulla ricerca e il ritrovamento della famiglia d’origine di Coduri Giuseppe (e non Mario come si era creduto fino allora). Che dal Comune e dall’ANPI furono anche ospitati a Sestri Levante per alcuni giorni. Ma nel viaggio di ritorno verso casa, la macchina dei parenti di Coduri andò a finire fuori strada e vi fu anche un morto e dei feriti. E la festa organizzata per festeggiarli si tramutò per tutti in una terribile tragedia.

In seguito proseguii ancora i miei studi universitari e conseguii una seconda laurea in Filosofia, con una tesi sugli Stoici dell’Antica Grecia: il mio argomento preferito.

D13: Del Libro: chi sono stati i principali promotori? E i critici, se ve ne sono stati?

            R: Il principale promotore è stato senz’altro il Prof. Manlio Calegari, verso il quale nutro da sempre una forte gratitudine. E al quale, se lo vorrà, consegnerò una copia del mio manoscritto inedito su Coduri e su come siamo riusciti a trovare traccia delle sue origini. E i critici? Onestamente non ne so, ma penso che i critici servano anche molto a insaporire il lavoro di chi scrive.

D14: Riguardo sempre al Libro sulla Coduri, non risulta chiara la figura né il peso di Marziano Tasso. La collaborazione gliel’ha imposta qualcuno (Gronda? Il gruppo dei casarzesi, per esempio? O chi altri?). Oppure è stata solo una collaborazione occasionale per avere una “piazza” più ampia di consenso e di ascolto?

            R: Nessuno m’ha mai imposto niente. Quella con Marziano è stata una collaborazione spontanea, molto gradita e quanto mai utile per una maggiore diffusione della storia, fino allora poco conosciuta, di una divisione partigiana locale così gloriosa come la Coduri.

D15: I rapporti con Riccio (Aldo Vallerio), sempre riguardo al solo suo Libro, com’erano?: di totale collaborazione? O vi sentivate dei rivali, visto che Riccio era stato già per anni corrisponde locale dell’Unità?

            R: Con Riccio non c’è mai stata rivalità, ma solo stima e collaborazione. E poi eravamo amici da tempo e compagni nello stesso partito politico.

D16: Sempre riferendoci a Riccio, come mai avete dato due versioni così diverse della morte di Rodolfo Zelasco, quasi contradditorie? Non ne avevate mai parlato prima tra di voi o con altri? O le vostre opinioni su questo fatto erano sempre state diverse? Come mai ognuno ha continuato a mantenere ferme le sue opinioni.

            R: Di Zelasco conosco assai poco. So che è stato ucciso da un gruppo di alpini della Monterosa in un agguato a Montedomenico, e che un alpino del gruppo dei suoi nemici è morto anche lui colpito alla testa da un colpo d’arma da fuoco. «Lo sa – l’interrompo io – che il fratello e la sorella di Zelasco, che sono vivi ed abitano a Bergamo, con i quali io, attraverso un comune conoscente, da diverso tempo sono in contatto, sono molto rammaricati e delusi nei riguardi del Comune e dell’ANPI di Sestri Levante, entrambi i promotori dei due monumenti?».

(Il mio interlocutore, a questo punto mostra evidente irritazione e fastidio a proseguire. Diventa rosso, palesemente imbarazzato).

D17: Come s’è convinto, o chi l’ha convinto, che la sua versione sia stata quella più giusta tra le due o le tre che hanno incominciato a circolare dopo il 1982? Cosa ne pensa del monumento di Montedomenico dedicato all’alpino Civati, facente parte del gruppo che uccise Zelasco? E dell’altra sua presenza, col suo nome bene in vista sul monumento dei Caduti partigiani, perseguitati politici o morti in campi di concentramento nazisti della vallata del Gromolo, posto a S. Margherita di F.L.?

            R: Del monumento a Montedomenico e di quello a S. Margherita di F.L., non ne sapevo assolutamente niente. Se è così, allora dico che è una gran porcata.

D18: Cosa vi siete poi detti quando ha incontrato il fratello di Zelasco?

            R: Non ho mai incontrato il fratello di Zelasco, che non conosco. Anzi no, ho avuto modo d’incontrarlo brevemente una sola volta presso il Circolo “Virgola” di S. Margherita di F.L. Ma non ricordo precisamente di cosa avessimo parlato.

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Avendone copia, so che tra i due, su quest’argomento, c’è stato anche uno scambio di lettere. A questo punto capisco, però, che Berti non vuole più procedere su quest’ argomento. Allora, ritenendo che l’intervista debba considerarsi così conclusa, mi alzo dalla panchina su cui stavamo seduti (nel Parco dedicato proprio a Leone, a S. Bartolomeo della Ginestra) e ringrazio veramente di cuore Berti che ho sempre considerato un po’ il mio maestro. Poi stringendoci la mano ci salutiamo con la promessa di poterci rivedere presto. Grazie Dott. Berti per (anche se non completamente esaustiva) l’amabile conversazione che m’ha concesso oggi. (V. Fasc.40-Doc.15)

(ebv – 31/7/2015)

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