Intervista al partigiano Dionigio Marchelli “Denis”

Fasc. 50 – Doc. 4 Fascicolo dedicato al partigiano “Denis”, Dionigio Marchelli, composto, come da indice dei contenuti, da sei articoli distinti, compresa un’intervista di M. Calegari allo stesso Denis realizzata nella sua abitazione, a Genova Pra (C.E.P.), l’8 gennaio 1998. La “cassetta” contenente la registrazione fa parte dell’archivio personale dell’intervistatore.
                                                                              Lorenzo Torre, Manlio Calegari, Elio V. Bartolozzi 

Indice dei contenuti.
1. Preambolo
2. Intervista al partigiano “Denis” (Dionigio Marchelli)
3. Elenchi di “Denis” degli appartenenti al distaccamento “La Scintilla”
4. Note di Lorenzo Torre agli elenchi di “Denis”
5. Testo di Annamaria Manaratti “Fase di transizione tra il periodo iniziale di incubazione e quello successivo di concreta organizzazione. (Marzo 1944 – Maggio 1944)”
6. Osservazioni di Vero Mitta e Denis Marchelli al Testo di Annamaria Manaratti.

1. Preambolo

Nel pomeriggio dell’8 gennaio 1998, a conoscere e ad intervistare Denis (Dionigio Marchelli, n.1925) a casa sua mi aveva accompagnato Giambattista Lazagna. Accoglienza amichevole e generosa. GB aveva con sé copia di un dattiloscritto di 31pagine (“Fase di transizione tra il periodo iniziale e quello successivo di concreta organizzazione. marzo 1944-maggio 1944”) che Denis gli aveva consegnato anni prima, il 10 novembre 1992 quando GB era impegnato con me a ricostruire le vicende del Comando della VI Zona partigiana. All’epoca Denis aveva dichiarato di non ricordare quando e da chi il dattiloscritto gli fosse arrivato tra le mani. In un biglietto scritto di suo pugno e allora allegato al dattiloscritto GB ipotizzava che l’autore fosse una donna (p.1 “mi sono valsa”) e, nel caso, si trattasse della “prof. Manaratti”. Aggiungeva infine di avere qualche dubbio sulla cronologia proposta dal testo circa alcuni avvenimenti tra marzo e maggio del 1944.

E’ pressoché certo che autrice del dattiloscritto fosse la sig.ra Annamaria Manaratti. La stessa  che nell’aprile del 1973 aveva consegnato il suo saggio “Bisagno: la scuola di Cichero e la terza divisione garibaldina” alla rivista “Civitas” diretta allora da Paolo Emilio Taviani (con cui la Manaratti era in contatto) che la pubblicherà nel 1974 nella “Antologia di Civitas” dal titolo “Saggi sulla Resistenza”. Dopo quel primo lavoro la Manaratti aveva deciso di approfondire l’argomento con una tesi di laurea. Da un lato aveva iniziato a frequentare le riunioni del prof. Costantini presso l’Istituto di Storia Moderna della Facoltà di Lettere dell’Università di Genova dall’altra aveva sviluppato i suoi contatti con reduci del partigianato. Il dattiloscritto sembra concludere questa seconda fase di ricerca e dovrebbe essere precedente al 1985 (anno di pubblicazione in tre volumi delle “Cronache militari della Resistenza in Liguria” di Giorgio Gimelli che l’autrice però cita solo nella precedente edizione in due volumi). Non è quindi impossibile che Denis avesse ricevuto copia del dattiloscritto da qualche compagno partigiano con cui era rimasto in contatto; probabilmente Michele Campanella “Gino” con cui la stessa Manaratti aveva avuto diversi incontri. 

Ricevuto il dattiloscritto Denis lo aveva postillato qua e là fin quando non aveva avuto occasione di parlarne con Vero Mitta, partigiano della prima ora e colonna del Servizio informazioni della Sesta diretto da Amino Pizzorno (“Attilio”), venuto ad abitare nelle vicinanze. Fu allora – come si legge nell’intervista “dopo il ’78, attorno al ’79-’80” – che del dattiloscritto avevano a lungo discusso assieme. Frutto delle loro riflessioni era stato il memoriale “Le strade per i monti” steso da Vero, che Denis aveva a suo tempo consegnato a GB assieme al testo della Manaratti che ne era stato l’occasione.

Al tempo dell’intervista dell’8 gennaio 1998 Denis ci mostrò due suoi dattiloscritti, anche questi probabilmente compilati dopo aver rinfrescato i suoi ricordi con quelli di Vero. Si trattava dell’ “Elenco approssimativo degli appartenenti al distaccamento Scintilla affluiti a Cichero nel marzo del 1944” (17 nomi) e l’elenco di “Coloro che nel periodo tra la fine di ottobre 1943 e il marzo 1944, militarono nel distaccamento La Scintilla e che per vari motivi l’abbandonarono prima del trasferimento a Cichero”( 9 nomi). Per tutti questi materiali – L’intervista, “Le strade per i monti” e i due elenchi di nomi – Lorenzo Torre, curatore di questo fascicolo relativo al “partigiano Denis” ha prodotto il corposo, necessario e laboriosissimo corredo di note atto a renderli comprensibili.  D.ta da Manlio Calegari,

2. Intervista al partigiano “Denis” (Dionigio Marchelli)

M = Manlio Calegari (Intervistatore)
D =
Denis Dionigio Marchelli (del distacc. La Scintilla, div. Cichero)
GB
 = Giambattista Lazagna (commissario divisione Cichero)

Dionigio Marchelli “Denis” (col il mitra) e Antonio Noceti “Romeo” della Brg. Volante Severino – III Div. Garibaldina Ligure Cichero”.

Marchelli, Dionigio “Denis”  (1925 – 2007): operaio nei cantieri genovesi del Tirreno e poi in altri di Catellamare di Stabia. Nel 1942 fa ritorno a Genova ed entra nei cantieri genovesi dell’Oarn. Nell’ottobre 1943 sale in montagna insieme a Vladimiro Diodati, “Paolo”, per organizzare la guerriglia partigiana; ed entra nel distaccamento La Scintilla, da poco venutosi a costituire nella zo­na del monte Antola. Indi partecipa alla riunio­ne dei responsabili dei vari gruppi partigiani per decidere sulle stra­tegie da adottare. Il 19 dicembre, col suo distaccamento, prende parte allo scontro con i fascisti in località Bogli (PC), e successiva­mente, all’attacco di San Sebastiano Curone (AL). Nel marzo 1944 il distaccamento La Scintilla confluisce nel gruppo di Cichero. Nell’a­prile 1945 Denis è tra gli addetti alla Sip della volante Severino. M.d’argento al V.M.
Suo padre era del 1893/94, e a 16/17 anni s’era arruolato volontario nelle F.A. partecipando, nel 1912, alla guerra di Libia. Paese dove poi si ferma per alcuni anni.

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L’8 gennaio 1998 – “Denis”, Dionigio Marchelli” (D), in casa propria, a Pra (CEP), a colloquio con Gianbattista Lazagna (GB) e Manlio Calegari (M):

M Posso cominciare? Per prima cosa vorrei chiedere di quando, verso la fine del ’43, i circoli rionali furono convocati al Teatro della Gioventù.
D Ah, sì! Eravamo già in periodo di crisi. Ero di quelli che frequentavano il sabato il premilitare. Periodo? Dunque… ante ’42 sono andato a lavorare a Napoli [1]; dopo… venuto di luglio… eh! Forse eravamo nella prima primavera del ’43 o primavera inoltrata. Tutti i sabati dovevamo andare a fare il premilitare a Struppa: istruzione avanti e indietro… Al sabato tutti là radunati. Si va a Genova in tram, alla casa del Balilla. Arriviamo… e là c’erano già tutti i circoli rionali di Genova. Da Voltri a Nervi, da Pontedecimo… ci avevano radunati tutti. Io facevo 11 ore al giorno ai Cantieri del Tirreno e al sabato mi lasciavano mezza festa e mi facevano lavorare la domenica!, perché dovevo andare al premilitare. Se non andavo a fare il premilitare dovevo o portare la giustificazione dello stabilimento o viceversa.
Nel Teatro dietro la Casa del Balilla… dove dentro c’era un gruppo, con un tizio che ci fa un discorso patriottico, ci cita gli eroi di Bir el Gobi, la resistenza di Giarabub, e in ultimo ci dice se vogliamo arruolarsi nella milizia, nei giovani fascisti. Silenzio di tomba! Allora ha detto in genovese: “pigemmu i ciù tanardi” [Trad. “prendiamo i più scimuniti, i più tardi di comprendonio] .
Allora incomincia: “Il gruppo rionale di… – tutti i gruppi avevano un nome – alzatevi! Chi vuole, chi vuole arruolarsi nei giovani fascisti” – noi titubanti, molto – ci siamo un po’ guardati, poi uno ha cominciato ad avere il coraggio ed è uscito dalla sala. Per farla corta siamo usciti tutti e naturalmente ci siamo poi fermati nelle retrovie a vedere. Loro sono andati avanti, a giro. Quelli che si arruolavano dovevano star dentro seduti. Alla fine mi pare che seduti ne fossero rimasti solo tre, tra cui uno che è uscito dopo perché non aveva capito. Allora, dal palco: “Traditori…” Ce ne ha dette di tutti i colori… ma poi è finita lì.
Dopo alcuni mesi, forse un mese prima del 25 luglio, sono stato convocato individualmente – ma credo che ci avessero convocato tutti – alla Casa del Balilla, in un ufficio dove c’era uno già anziano e uno più giovane che mi rinnovano l’offerta di arruolarmi nella difesa contraerea, facendo anche balenare che non sarei partito per il militare… Gli ho fatto un discorso che a volte mi dico: mi è andata bene che non mi abbiano dato qualche ceffone… perché quello in piedi, più anziano, era un grande fanatico:
“Vorrei andare in marina, sono marinaio…”. La prendevo alla larga.
Lui continua a sbraitare: “Gli uomini di fede fascista si arruolano nella milizia… I veri fascisti…”.
E io: “Ma non tutti quelli della milizia sono veri fascisti…”.
Lui: “Gli antifascisti puzzano… Si sente quando sono antifascisti…”.
E io: “Io non li ho mai sentiti puzzare…”. Il giovane che aveva forse capito la situazione, mi fa sedere e mi fa segno di calmarmi. Mi calmo e m’è andata bene. Il vecchio era un vecchio squadrista.

GB Tu Denis, di che leva sei? Del ‘26 o…?
D Sono del 1925 e il 25 luglio ero al Comando Marina per passare la visita per partire. Per esempio, che avevano arrestato Mussolini l’ho saputo alla capitaneria di Porto. Osservavamo i marinai che mettevano il caricatore nel moschetto – no, non era il 25 ma il 26 – la notizia tra la gente si è sparsa il 26, al mattino. E io ero lì, con altri, la mattina del 26, che ci passavano la visita, quando abbiamo visto i marinai che…, si è sparsa la voce e non ci hanno nemmeno passato la visita. Spediti a casa.

M Vorrei farti una domanda sul tuo stato d’animo verso la fine della guerra, marzo/aprile 1945.
D IIl mio stato d’animo, come quello di altri che avevo insieme, era normale. Si prevedeva che non durasse più molto. Gli americani avanzavano: era un incoraggiamento a continuare la lotta.
Passato l’inverno… la primavera… cosa abbastanza normale: continuavamo a fare quello che dovevamo. Io con quattro o cinque ero a Montoggio, facevamo avvistamenti, servizio informazioni. Per dissidi interni eravamo passati con la Severino. Era dietro a Montoggio. Zona popolata e dovevamo sempre muoverci. A Frassinello, allora era venuta lì… Ti dirò che il 23 aprile ci ha preso di sorpresa. Io ero di guardia proprio a Frassinello e sentivo in distanza qualche rimbombo. A Genova era cominciata la mattina del 23. Io ero di guardia la notte del 23 (tra 23 e 24), quando sono arrivate le staffette da Genova, le prime ore del 24, erano… e Nicola [2] a dire: “Le SAP sono insorte bisogna correre giù”. Allora, prima cosa, distribuzione delle divise. Addosso avevamo quelle vecchie ma da parte avevamo quelle nuove: tirate fuori dai nascondigli, quelle kaki, ce le siamo messe e siamo scesi giù, eravamo circa una quarantina. Siamo poi saliti a Creto dove ho trovato un paracadutista americano, o inglese, che per prima cosa ci ha fatto vedere tutti i segni delle bruciature che aveva addosso. Aveva le piaghe, era scappato dalla Casa dello Studente [3], cicatrici di sigarette. Ci aveva raccomandato che, se prendevamo SS o brigate nere, di fucilarle… Di lì siamo scesi a Molassana e lì abbiamo contribuito alla resa del presidio: E mi ricordo sempre che io ero l’ultimo della colonna, e che quando sono arrivato alle case popolari denominate Arizona, due ragazzi mi han preso e portato in una casa perché c’era un sapista ferito al polmone che aveva detto che prima di morire voleva vedere un partigiano. Poi mi hanno detto che era sopravvissuto. Lì, quella sera, ci siamo fermati a Molassana, e poi al mattino…

GB Chi vi comandava? Gino?
D “Sì! Il comandante era Gino” [4]. Siamo poi andati giù e subito ci siamo fermati in Via Cesarea: qui ci hanno poi distribuito tra Corso Torino e Via Casaregis, da quell’ultimo gruppo di case… no…! Tra Corso Torino e Viale Brigate Partigiane: presso quelle case nuove, di fronte all’ACI, lì dove c’era il più grosso presidio tedesco. Siamo stati lì un giorno o due e ogni tanto, a gruppi, ci spostavamo. Io ad esempio m’hanno mandato all’Abbazia di San Giuliano. Ai piedi si vede ancora che sotto il muraglione c’è una specie di portone, lì c’era una batteria tedesca. Uno di noi ha sparato con un tracciante, così ci hanno individuato benissimo e allora giù cannonate che fulminavano. Di lì, in seguito alla resa, abbiamo preso questi tedeschi e li abbiamo portati all’Albergo dei Poveri col patto che gli lasciavamo tutto meno quello che era militare: per militare s’intendeva pistola, bussola, ecc. Solo che a metà perquisizione abbiamo capito che bussole e binocoli li distruggevano sotto i piedi. Allora abbiamo fatto la rappresaglia! Saponette e sigarette: con metà tedeschi ne abbiamo caricato un autocarro. Io ho perquisito gente carica, in tasca, di biglietti da mille… nei pantaloni, in ogni tasca… a pacchi. Poi li abbiamo consegnati agli americani. L’ho visti uscire dal campo del football, erano puliti, neanche più gli zaini, ma poi li abbiamo rispettati.

GB Da chi dipendevano i vostri movimenti: da Gino? E poi in città…? Oppure andava un po’ a caso?
D Era tutto un po’ così; mancavano i collegamenti. Le staffette venivano da Genova: Spartaco [5], Nicola, gente più anziana…

GB Ma quando eravate in città i vostri movimenti erano comandati da qualcuno in alto?
D Io credo di no perché la Jori e la Cichero erano rimaste… E poi Gino sarà stato affiancato, non so…

GB Tu hai continuato anche nell’attività di polizia?
D Sì, perché era nata l’esigenza di formare un corpo per l’ordine pubblico. Forse anche per contrapporsi…

M Eravate in molti?
D Noi, naturalmente, credevamo di essere degli eroi e in parecchi ci siamo fermati nella polizia. Poi c’è stata una selezione e molti elementi sono stati allontanati.

M C’è stata anche una fase di regolamento di conti, nei primi 15 giorni?
D C’è stata, ma non era delle formazioni che scendono dalla montagna. Venivano piuttosto dalle SAP. Ci sono i sapisti dell’ultimo momento che il 25 aprile hanno imbracciato il fucile… che non avevano nessuna disciplina. Una esperienza l’avevo avuta a Molassana quando abbiamo catturato quel presidio tedesco; li abbiamo messi in una galleria e gli zaini lasciati fuori con i sapisti di guardia, un gruppo armato. Ci sono tornato dopo un paio d’ore: i tedeschi erano là ma le guardie non c’erano più, e neanche gli zaini! È stata una delusione forte. Erano formazioni raccogliticce. Alla fine una fascia al braccio e un fucile si aggregano un po’ tutti. Sono convinto che c’è stato un regolamento di conti, ma da parte delle formazioni già dette. In città c’era disciplina: venivamo da una concezione, almeno noi qui, cattolica o comunista con due etiche simili: non si va a ballare, si cerca di essere onesti. Avevamo assimilato una disciplina… quando siamo arrivati in montagna, dove era vietato impadronirsi di una sigaretta! L’avevamo assimilata abbastanza bene! Avevamo una nostra disciplina…

M Dov’era Denis alla vigilia del rastrellamento d’agosto ’44?
D Ero in lite col Comando di Zona! Torno indietro: ero facente funzione di commissario di distaccamento: la Volante, comandante Sandro [6]. Gli alpini attaccano Barbagelata e noi eravamo a Torriglia. Con noi c’era anche, a sovrintendere, il vice comandante di divisione, Dino [7]. Noi, come Volante, avevamo chiesto di collaborare con gli altri, attaccando di fianco gli alpini. Intervenne Dino: “Se un distaccamento di partigiani non è capace a far fuori questi alpini qui che partigiani sono?”. Così per 24 ore. Poi va! Sorpresa: scontro con feriti e uno di loro che gridava: “Savoia”… “Avanti Savoia!”. Confusione da morire… poi diversi che abbandonano il materiale. Io vado poi a Gorreto, da Marzo [8], e gli dico: “Guarda che Dino è un incapace, dopo averci fatto perdere mezza giornata ci ha portato in una imboscata”  [9]. Marzo protegge Dino “È un compagno! Ti permetti di attaccare un compagno?” “Ma che belin di compagno! Per poco ci lasciamo la pelle tutti per incapacità…”. Da quel momento mi hanno mandato due o tre giorni alla Colonia di Rovegno; poi col rastrellamento sono giunto sul Monte Prela, e da lì è incominciato il rastrellamento vero e proprio. Ero un mezzo pesce! Sul Prela mi ricordo che abbiamo fatto un po’ di resistenza, e a un veneto vicino a me gli è scoppiato la canna del fucile in faccia. L’abbiamo fasciato. Poi ci siamo ritirati a Bogli, a Cariseto. A Cariseto, non ho vergogna a dirlo, eravamo in tre e abbiamo incontrato uno vestito con l’abito talare, con due, che ci dice: “Bisagno ha dato ordine di nascondere le armi e di disperdervi”. Noi ci siamo raggruppati due o tre qui, due o tre là. Sinceramente, io ho tenuto la pistola perché me l’ero portata da casa, e siamo andati a finire in una caverna. C’era di tutto: un carabiniere che marciava in divisa perché, diceva, che così se lo prendevano non lo fucilavano. E poi, dopo due giorni siamo usciti. A Cariseto, quando siamo usciti, Marzo mi ha preso subito: “Hai osato accusare Dino, ecc… e lui è là che combatte con Istriano [10], e invece alla Colonia di Rovegno si sono ritirati”. Voleva mandarmi via…! Se non l’avessi vissuto io personalmente, con altri che avevo insieme, non crederei. Dopo il contestato sono stato io, che mi volevo allontanare, ma poi c’è stato Paolo Diodati (ero andato in montagna con lui) che mi ha tenuto dieci giorni con sé e poi sono tornato con la Jori. Ma con Marzo ero sempre in lite.

GB Dopo hai incontrato Croce? [11] Dopo i fatti di Torriglia?
D A settembre?

GB Croce vi avrebbe visto al ritorno dall’azione di Torriglia… demoralizzati.
D Non ricordo il particolare ma se era dopo l’imboscata di Barbagelata ce n’era ragione. Il fatto di Dino…

GB Quando il Comando Zona lascia Gorreto si porta dietro una ventina di prigionieri, mentre gli altri vengono eliminati alla Colonia…
D Può darsi! Non lo so!

GB Ma hai avuto notizia del fatto, sia pure indirettamente… o no?
D Non è che le esecuzioni fossero… Pensavo alla rappresaglia della Scoffera dove tre partigiani erano stati fucilati, e dove sono stati fucilati dei tedeschi, lì alla Scoffera, giugno ’44! [12] Per tutte le altre, non è che siano state tanto pubblicizzate. In genere poi gli esecutori erano i russi. Allora nella Jori c’era anche un distaccamento di russi che dopo il rastrellamento sono stati spediti. In genere erano loro addetti a questo… Russi che dopo un certo tempo sono passati alla Pinan Cichero. Si erano ubriacati… hanno sparato… e li hanno spediti da loro. Da noi non se ne parlava quasi!

GB Ma l’hai saputo o no?
Se pensi che erano già stati catturati dei tedeschi, dei mongoli… Io nel periodo che sono stato a Rovegno ho visto che c’era un ufficiale russo tra questi, e ho visto i russi che lo tiravano fuori di prigione e lo mettevano sull’attenti, e poi cominciavano a bestemmiare in russo. Poi lo rimettevano dentro e dopo mezz’ora andava un altro russo, lo tirava fuori di nuovo sull’attenti, e ricominciava… Trenta russi, trenta volte tirato fuori… Posso immaginare che quello lì non ha fatto molto cammino. Però non era un sistema pubblicizzato; rimaneva semiclandestino… Questa della Colonia poi mi suona nuova. Credevo che tutti i prigionieri che c’erano, che non l’avevo mai visti, fossero concentrati nel bosco col Comando Zona nel bosco di Cariseto.

GB Potresti farmi un profilo di Maltese? [13]
D È Franco l’unico che riesce a convivere con Banfi [14]… Un uomo profondamente attaccato al partito, però era un carattere molto conciliante. Non so quando arriva in formazione, non era a Cichero… Era conciliante: aveva quella possibilità di convivere con Banfi, ché penso che ce l’abbiano messo apposta perché se c’era un altro con più… nel dualismo del comando, uno doveva subire, l’altro comandare. Se commissario e comandante avevano personalità forti, scoccavano scintille!

GB Cosa sai dei disarmi di Bogli?
Non so niente come fino a qualche anno fa ho ignorato persino la questione dell’Alpino. [15]

GB Quando eravate a Frassinello… tutti radunati come un po’ tutti in riposo?
D Sì! Erano gli ultimi di marzo, primi di aprile.

GB Eravate un po’ nervosi… stanchi?
D Sì. C’era stata la cattura di Gimmi [16]. Eravamo in una zona arida, molto popolata. A Prato (Struppa) c’erano state un sacco di puntate.

GB Ma in quel periodo, prima di andare a Frassinello, i gruppetti erano molto frazionati: cinque o sei uomini per gruppo.
D Si! Gino era a volte a Alpesisa, a volte…

GB Dopo Molassana, siete arrivati forse ad essere una quarantina…
D Sì, non di più.

GB Come siete andati verso la Foce? A piedi?
D No, siamo andati con gli autocarri. Siamo partiti da Molassana in mezzo a due ali di folla…

GB E quando siete arrivati alla Foce, Croce non c’era ancora?
D Per quello che ne so, la Jori era rimasta sulle alture del Righi perché Bisagno aveva paura di cadere in una trappola e così di restare accerchiato dentro la città. [17] 

GB. Eravate pochi…! [18]
D Questioni di primogenitura! So ad esempio che c’era una squadra della Jori del distaccamento Cialacche, mi pare, che era a Sturla. C’era Fasce [19]. Erano scesi per un’azione loro e si sono trovati in mezzo. Loro sono stati i primi.

GB I tedeschi erano almeno 2.000 e voi eravate in pochi…
D Sì, eravamo appostati nei portoni; temevamo un’azione di forza (alla quale non avremmo potuto opporci), aspettavamo i rinforzi che non arrivavano mai. Sì! Fossati era con noi! Era prima con noi a Montoggio; poi quando siamo passati con la Severino, un po’ per divergenze con Croce, c’eravamo Foce [20], io, Bianchi [21], Jolli [22], Tommi [23]. La Jori e il Comando Zona erano vicini e ogni volta che mi muovevco incontravo Marzo: una lite. All’inizio, lui, Dino l’apprezzava. È dopo che ha cambiato idea. Marzo era di quelli che “il partito”… Ma dopo, Rolando mi ha detto: “Ho richiamato Marzo all’ordine, che la finisca di romperti le scatole…”. Non mi sono allontanato per la Jori ma per Marzo.

M Denis, hai visto i protagonisti dall’inizio, nel momento pre-eroico. Fammi qualche nome.
D Bisagno. Bisagno aveva un grande fascino. Era leale, alla buona, ti dava un senso di coraggio. Tolta la retorica che è nata, emergeva sempre questo dato: dove andava a fare un’azione lui era il primo, non è che comandasse dalle retrovie… Visto alla luce di adesso non lo vedo come un condottiero ma come un ragazzo di coraggio, che si espone. Sul piano morale: inattaccabile: se aveva una sigaretta… tanto così… la divideva. Sul piano politico aveva le sue idee. Era cattolico osservante. Sembra che avesse dietro personaggi che spingevano. Oh!, io mai visto che andasse a messa! Lo stimavamo tutti. Aveva un carisma che non ti chiedevi perché ti fa fare quella cosa: la fai… perché riusciva ad avere un ascendente su di te che la facevi! E aveva un modo di comportarsi direi… di conseguenza. Affabile ma di distacco: confidenza sì ma con quei limiti… Per me era la capacità di saper dirigere, comandare.

M Italo? [24]
D L’ho conosciuto a Cichero, un uomo serio, capace. A Cichero però non c’era la possibilità di sviluppare troppo la personalità, perché all’ultimo eravamo una cinquantina, sessanta. C’erano già i comandanti: Moro, che era commissario; i militari, che erano Bisagno, Croce, Gino…

M Croce era autoritario? Lui era del ’15. Se la dava da vecchio?
D Infatti, l’unico che è diventato comandante della nostra età è stato proprio Gino, del ’22, poi gli altri avevano otto, dieci, dodici anni di più. A noi sembravano vecchi. Croce sapeva comandare, aveva assimilato bene lo spirito che c’era a Cichero. I comandanti sono stati scelti, non diciamo eletti, perché le elezioni… Con dei criteri che si son dimostrati poi giusti, non hanno deluso. Può aver deluso un Banfi che è venuto dopo, ma quelli iniziali sono stati scelti con criteri giusti. Moro: un grande uomo, modesto, simpatico, onesto… Bini [25]: anche lui l’ho conosciuto, era l’intellettuale! Bravissimo, ma mi faceva soggezione. Più chiuso. Non era espressivo. Uno con le sue idee era Lucio [26], anche lui… [fa segno con le mani di una testa quadrata] Era il classico stalinista. Di quello che faceva lui, diceva: “È il partito…”. E tu dovevi andare… Ma poi era lui (non il partito).

GB E la lettera che hai scritto…?
D Era la vecchia polemica con Santo [27]. Aveva fatto quella lettera…

GB E la data dello scritto steso con Vero di risposta…  [28]
D È stato scritto da Vero, ed è stato dopo il  ’78, nel ’79/’80 dopo che Vero è venuto a stare più vicino. Prima lo vedevo di rado.

GB E l’indirizzo del PCI di raccogliere le armi, dopo l’8 settembre…?
D A Sestri, vicino alla San Giorgio, c’era un certo Leali che aveva un moschetto in casa, un Saint Etienne con munizioni, che a sua volta l’aveva ereditata da un netturbino che dopo l’8 settembre l’aveva trovato e l’aveva caricato sulla sua carretta della spazzatura, e che poi abbiamo portato, con certo Aldo [29], a Torriglia, e poi in Zona… Il famoso Saint Etienne che per un po’ è stata l’unica arma automatica che avevamo [30].

GB Anche a Tortona: qualche passa parola ci deve essere stata… [31].
D Io mi son trovato in due episodi: uno con Jursé [32]. Io lavoravo all’allestimento navi e Jursé era il mio capo. Dopo l’8 settembre, una mattina che stavo per timbrare il cartellino mi dice: “Timbra e vieni con me. Ho raccolto, per incarico di quelli del Campasso, in casa mia, due valigie con bombe e munizioni. Bisogna andarle a prendere perché sono proprio, tra via Barabino e via Buranello, via Sampierdarena, dove i tedeschi hanno cominciato a rastrellare (la sua casa era proprio appena fuori della postazione). Prese le due valigie, usciti, presi due o tre tram e portate al Campasso, dove c’era un gruppo organizzato, dei nostri.
Altro episodio a Prato. Lì c’era un distaccamento della sanità e un deposito d’armi. Dopo l’8 settembre mi son trovato che c’era Diodati (Paolo), Guglielmetti [33], Turco [34], e abbiamo concordato col tenente che comandava quella compagnia di lasciare tutta la roba del deposito, scarpe, ecc., e portare via le armi. Mi sembra che non ci fossero spontaneità ma… parliamo, conveniamo e concordiamo.

GB All’Antola era Nenno il vostro punto d’appoggio?
D So solo che a Nenno arrivavano provviste che erano della mensa dell’Ansaldo, i primi tempi, a novembre del ’43. C’era chi faceva la corveé: Maggi, Vero, ecc., e andavano a prendere questi viveri.

M Come sei arrivato in montagna?
Mi ha portato su Diodati. Era militare, a Prato, nella sanità. Anch’io abitavo a Prato e Diodati abitava proprio davanti a casa mia, in una corriera, perché non c’era caserma. Mio padre aveva fatto le scuole in Francia [35]. Si erano conosciuti dopo l’8 settembre; Diodati con la chitarra stava strimpellando l’Internazionale, Bandiera rossa, ecc… Ormai aveva fatto base in casa mia: sbarbato, vestiti, ecc… [36] E poi, un giorno mi viene a salutare: “Vado in montagna”. “Vengo anch’io…” Era il 28 ottobre ’43, e siamo arrivati sull’Antola con tanto di coperta sulla spalla che alla casa del Picetto ci hanno preso per due ambulanti e ci hanno chiesto se avevamo delle spille. Guarda che aria da guerrieri! Sull’Antola c’era un gruppetto composto da Vero, Villa [37], Marzo, i due cugini Beer [38], Castagneto (lo zio di Bill), l’ingegner Agostini. Eravamo sette o otto e abbiamo finto di non conoscerci. L’Albina ci ha chiesto se volevamo mangiare tutti insieme. Nella saletta mangiavamo e parlavamo come organizzare la resistenza sulla montagna, ma quando entrava uno dei fratelli Musante: tutti in silenzio. Albina e Alfredo erano anziani ma non stupidi. Nel pomeriggio hanno radunato la banda. Albina: “Vuscià, sciù Vero e sciù Villa, gh’ei a camia… che poi duman ve n’ané. I atri signuri u i cunusciu… Paian ese gente onestissima però che mì, tutte e votte che intru cangian discursu… Chì semmo gente povie ma oneste, quindi via!”. [Trad. Voi, signor Vero e signor Villa, ci avete la camera… che poi domani ve n’andate. Gli altri signori non li conosco… Sembrano essere gente onestissima però che io, tutte le volte che entro, cambino discorso… Qui siamo gente povera ma onesta, quindi via!”]. 
C’era nebbia, fine ottobre. Abbiamo dovuto andare alla casa del Romano dove non ci volevano aprire. Ci siamo arrivati di notte. Poi Marzo gli ha fatto vedere la sua gamba… e abbiamo dormito lì. “A n’ha scurio… de bruttu.[Trad. “Ci ha mandato via… di brutto]. Dopo due o tre giorni è partito Paolo, è andato là e gli ha parlato chiaramente, ad Alfredo e Albina, e da quel giorno dovevamo evitare l’Antola, non solo perché le porte erano sempre aperte ma – mi aveva spiegato – perché ci davano qualunque cosa da mangiare e non volevano niente. Loro due erano di Bavastrelli.

GB Il povero Agostini era dappertutto, alla Benedicta, a Tortona, con Marzo, all’Antola…
D. Poi da noi è arrivato Baciccia Torre… che poi è venuto giù per qualche medaglia d’oro…

GB Ti ricordi di Franco Vallarino, “Francone”, di Voltri?
D Era un brav’uomo; mi sembrava una persona anziana… Lassù abbiamo girato per un po’ di giorni. Paolo aveva contattato il gruppo di Dinamite [39], ma non aveva voluto stare con noi. Poi era andato con l’Americano[40]. Paolo sapeva spiegare bene e nei paesi ha creato delle basi.

GB Nel memoriale [41] si dice che Bisagno è arrivato a Berga il 9 gennaio.
D Ma di passaggio: sono cose distinte. S’era formato il gruppo Scintilla che gravitava intorno all’Antola, Bogli… Poi c’era un gruppo formato da Lesta [42], Bini, Marzo, Bisagno, Giuseppe, il Siciliano [43], e ci hanno mandato, come comandante, Edoardo Colombari…

GB Da dove esce? Chi l’aveva scelto?
D …che poi è risultato un omosessuale. Se n’è accorto Lucio quando siamo andati a Cichero. Aveva atteggiamenti dittatoriali. Se continuavamo con lui, andavamo ad assaltare le banche. Aveva l’idea che “autofinanziamento” volesse dire assaltare le banche! Tanto che Mitta e altri a un certo punto se ne sono andati perché non volevano cadere su quel terreno. Allora è venuto Bisagno da Favale per vedere un po’, ma s’è fermato all’Antola, mentre noi eravamo a Berga, e ci sono andati a parlare Lucio e Edoardo: noi non l’abbiamo visto. Anni dopo mi telefona: “Sono Edoardo…” – aveva sentito fare il mio nome a Sant’Alberto di Pegli – “Mi date un po’ il suo numero, perché era un mio sottoposto!”. Aveva fucilato anche il colonnello Pompei: anche lì a fucilare c’erano Mikaio, il russo, e Nicola! Tra parentesi, mi aveva detto che era nei battaglioni della Ghepeù [44] e quando sono arrivati gli altri russi, “ora glielo dico”. “No, per favore”. Gli avrebbero fatto la pelle.

GB Rolando l’hai visto andare?
D Sì! Ho visto arrivare lui e Pizzorno [45] – una figura esemplare – mi sembra che sia arrivato dopo l’agosto ’44. Prima…? O era a Gorreto, al comando…? Ma non mi ricordo… Dava l’esempio: scarpe rotte, pidocchi… Era l’uomo che prima pensava agli altri.

GB Chi comanda in città dalla Liberazione al 15 maggio?
D Non so dirlo…

GB E da chi prende gli ordini Battista? [46]… L’episodio di Serravalle, per esempio [47]
D Qualcosa ho sentito anche a Pontedecimo. Il suo gruppo era molto combattivo. Di cose fatte da loro, dopo, ho sentito anche perché c’era qualcuno che quasi quasi si vantava. Io ho l’impressione che siano fatti dell’alta Valpolcevera, nel Busallese. Non so se sono eccessi, non li giudico. Tra Voltri e Prà c’era la Mingo, ma si sono sciolti dopo il primo mese. C’era rimasta solo la Severino che ha assorbito elementi della Balilla, oppure c’è chi è andato nella Stradale, come Borneto[48].

GB È Attilio che pilota la sfilata dei prigionieri, che dà gli incarichi per la questura?
D È perché era del SIP… e allora credo che tutto quello ha riguardato la polizia, dopo, dipendeva da lui. In questura c’era Manuel [49], Turno, uomini del SIP; forse Gino ne sa di più… Lo conosco da ragazzo. È uscito dalla polizia e crede che siamo con lo spirito del ’45. Ha avuto delle delusioni e si sfoga! Ha taciuto per quarant’anni, ha ingoiato, e poi è diventato come una diga. Ha cercato di riprendere i contatti con quelli della Severino, ma la maggior parte gli ha girato la schiena.

GB A volte non ti vuol rispondere…
D Era un autoritario, e poi non avevano commissari: né lui, né Battista. C’erano ma solo sulla carta.

M Tu, che eri stato portato in montagna dal partito, hai mai fatto riunioni di partito?
D Poche volte. Forse i primi tempi, col Scintilla, ma dopo non mi ricordo di aver fatto riunioni di partito  [50]. Tacitamente eri un compagno, ma poi, che ci fosse una riunione… Sapevano che eri comunista, ma più in là non si andava, forse perché mancava la capacità di dialogare e ognuno era accettato per quello che esprimeva, per come si comportava, ecc. E poi il problema d’essere comunista era piuttosto di quelli che uscivano dalle officine: quelli che si definivano comunisti uscivano dall’Ansaldo, dal Cantiere, dalla scuola della San Giorgio; tutti da lì. Gli altri, studenti, ecc… era raro.

M Erano molti quelli di provenienza operaia?
D All’inizio erano senz’altro la maggioranza; della Jori, non saprei… mi sembra che il nucleo operaio fosse ben rappresentato. Dopo la guerra ho scoperto che molti, diciamo, erano figli di papà. Ma ognuno aveva una storia. Chi era venuto deliberatamente, chi per sottrarsi agli obblighi di leva – forse i più – ma anche lì c’era una selezione. Quando arrivano i rastrellamenti, le formazioni diminuivano: chi era venuto un po’ per caso, non resisteva e s’allontanava. Nessuno li tratteneva. Poi c’erano gli ex militari sbandati, quasi tutti meridionali. Sono venuti, magari, perché non potevano andare a casa, ma poi si sono comportati molto bene. Ci sono stati dei contadini… 
Mi ricordo il terzo distaccamento Peter, da giugno a luglio: è arrivato il gruppetto di Marco [51] dal distretto; poi i bersaglieri che venivano da Monte Moro, pochi passi e arrivavano; poi i marinai [52] e diversi altri gruppetti, magari sollecitati dall’oste…
E la Monterosa? Se prendi a fine luglio, al posto di blocco di Loco si presentavano alpini della Monterosa appena rientrati dalla Germania, con questa caratteristica: maniche di camicia e fucili senza proiettili. Li portavano al Righi, a Quezzi, a fare le esercitazioni, ma non gli davano i proiettili. Quando erano nei boschi, tagliavano la corda. Sono stato per un certo periodo con un gruppo di alpini emiliani che, dopo quindici o venti giorni che eravamo insieme a loro, sono voluti andare verso le loro zone, e ho saputo di alcuni che si sono distinti molto, come partigiani.

GB Non bisogna sottovalutare la propaganda dei civili che spesso gli urlavano: “Andatevene a casa…”.
D E poi attorno al movimento partigiano si era creato un certo romanticismo. Eravamo imbevuti delle avventure di Robin Hood e di altra roba vista al cinema… Vedi dai nomi di battaglia: Zorro, Sandokan…

NOTE

[1] Denis aveva iniziato a lavorare come garzone ai Cantieri del Tirreno nel 1940, quindi era passato al reparto calderai, dove guadagnava 75 centesimi all’ora; nel 1942 si era fatto portavoce di un gruppo di coetanei per chiedere un aumento di paga: “Ogni lavoro era accompagnato dalla cosiddetta commessa, che doveva essere devoluta all’operaio che aveva fatto il lavoro, in più della paga (…), solo che quando avevamo terminato il lavoro ci accorgevamo che queste commesse non erano date a noi ma erano date ad altri operai che, non so, non avevano terminato i lavori in tempo utile, erano in rimessa, non lo so; non venivano date a noi. Io posso capire la scelta oggi, probabilmente quegli altri avevano famiglia, anche noi avevamo famiglia alle spalle perché se eravamo lì a lavorare… Insomma un certo giorno ho preso tutti i ragazzi, mi sono fatto portavoce di tutti i ragazzi, andai dal capo e gli dissi che da quel giorno lì avevamo deciso di non lavorare più da soli, ma di ritornare insieme agli operai come aiutanti. Sostanza della faccenda, io che ero il portavoce andai a finire naturalmente a fare di nuovo il garzone, con la minaccia del capo che se avessi fatto un’altra cosa così mi avrebbe denunciato. Io non me ne rendevo conto, però gli avevo organizzato uno sciopero…”. A quel punto Denis andò a lavorare per qualche mese ai cantieri navali di Castellammare di Stabia – “si guadagnavano, per undici ore, centoventi lire al giorno, quando mio padre, che era falegname, ne guadagnava quasi cinquecento al mese” – e rientrò a Genova dopo un bombardamento alleato: “Lì mi ha impressionato quel rumore di migliaia di zoccoli degli operai del cantiere che scappavano; il rimbombo sulle lamiere delle navi di migliaia di zoccoli, copriva anche il rumore delle bombe che scoppiavano” (Ailsrec, fondo “Memoria orale”, b.3, f.20, intervista a Dionigio Marchelli, rilasciata a Fabrizio Bazurro il 15 novembre 1994).

[2] Sede del Comando delle “SS” di Genova che, dunque, era già stata evacuata.

[3] Ermes Arduini (1913-1973), nato a San Benedetto Po, in provincia di Mantova, abitava a Sestri Ponente; in montagna dal 15 maggio 1944, fu una delle principali staffette della Sesta zona operativa.

[4] Michele Campanella (n.1922 a San Siro di Struppa), abitava a Prato; partigiano a Cichéro dal 15 febbraio 1944, dopo il rastrellamento dell’agosto 1944 fu inviato a ridosso della val Bisagno a comandare la brigata volante Severino.

[5] Spartaco Di Prete, partigiano del distaccamento Scintilla e poi staffetta di collegamento fra città e montagna.

[6] Alessandro Bertolami (n.1916), genovese; partigiano con la banda del Croato a Cerignale, in val Trebbia, d’accordo con Bisagno contribuì al disarmo del Croato il 1° luglio 1944 e passò in forza alla Cichéro, al comando della “Volante”. In autunno passò invece alla divisione G&L “Matteotti” e fu comandante della brigata di manovra “Prospero Castelletto”.

[7] Antonio Muzzi (n.1912), nato a Genova da genitori calabresi; vice-comandante della divisione Cichéro, fu accusato di furto dai suoi compagni e fucilato il 28 marzo 1945.

[8] Giovanni Battista Canepa (n.1896 a Chiavari), commissario della divisione Cichéro.

[9] Denis si riferisce agli scontri avvenuti il 13 agosto 1944 con gli alpini della Monterosa, nella zona fra Barbagelata e il passo del Portello, che precedettero di qualche giorno il rastrellamento di fine agosto.

[10] Ernesto Poldrugo (n.1923 a Pola), comandante della brigata Caio.

[11] Stefano Malatesta (n.1915 a Cicagna), abitava a Chiavari; comandante della brigata Jori.

[12] Al passo della Scoffera il 27 luglio 1944 furono fucilati tre partigiani della Cichéro catturati poco prima. La sera stessa seguì la rappresaglia partigiana: tre militari tedeschi vennero passati per le armi dagli uomini di Bisagno e abbandonati nello stesso luogo.

[13] Edilio Maltese (n.1908 a Genova), commissario della brigata Berto, salito in montagna a luglio del 1944.

[14] Eugenio Sannia (n.1917 a Chiavari), ufficiale d’accademia, comandante della brigata Berto.

[15] Il riferimento è all’episodio di Fascia: il tentativo di allontanare  Bisagno dalla Sesta zona e l’intervento del distaccamento “Alpino” a sua difesa.

[16] Nino Ferretti (Jimmy, n.1920 a Collagna, sull’Appennino reggiano) fu catturato nel paese di Canate, in occasione del rastrellamento del 20 marzo 1945.

[17] Denis qui specifica che ciò che conosce in  merito lo sa “anche per aver letto”.

[18] In questo passaggio Gibì fa riferimento ai bigliettini scambiati fra Bisagno e Croce e alla discussione fra Croce stesso e Fossati circa l’arrivo della Severino alla Foce

[19] Angelo Fasce (Risso, n.1920 a Genova), caposquadra del distaccamento Sardegna (e non Cialacche), partigiano dal 1° gennaio 1945.

[20] Giuseppe Fossati (Foce, n.1922 a Genova), partigiano della Cichéro dal 15 giugno 1944, responsabile del nucleo di polizia partigiana aggregato alla brigata Severino negli ultimi giorni di guerra.

[21] Rinaldo Manstretta (n.1926 a Sampierdarena).

[22] Michele Amerio (n.1925 a Sampierdarena).

[23] Mario Gatto (n.1926 a Cornigliano).

[24] Armando Arpe (n.1916 a Genova), tra gli animatori della brigata Coduri, ne diventa il vice-commissario.

[25] Giovanni Serbandini (n.1912 a Lavagna), primo commissario politico della banda di Cichéro e poi responsabile della stampa per la Sesta zona.

[26] Athos Bugliani (n.1903 a Carrara), di Sampierdarena; commissario politico della divisione Cichéro.

[27] Elvezio Massai (n.1920 a Genova), comandante del distaccamento Alpino della brigata Jori.

[28] Si tratta del manoscritto “La strada per i monti”, qui pubblicato.

[29] Qui non è chiaro se Denis si riferisca ad Aldo Leali o all’altro Aldo del primo gruppo dell’Antola, Aldo Picollo.

[30] Vladimiro Diodati sostiene di aver trasportato la mitragliatrice con le relative munizioni insieme a Denis, all’interno di due valigie, a bordo della corriera Genova-Torriglia; scesi alla fermata prima del capolinea, davanti ad un bar, “ove c’era Garbarino, Gino”, ad aspettarli, trovano anche due carabinieri, che li fermano. Un carabiniere “dice: “Cosa c’è qui dentro?” – “Cosa vuole che ci sia, un po’ d’olio, un po’ di riso” – “No, no, qui ci sono delle bombe” – “Come delle bombe? Aprite!”. E quelli non aprono e ci portano dentro questo bar”. Uno dei due carabinieri si allontana per andare ad avvisare i tedeschi, mentre l’altro si gira in modo da favorire la fuga di Paolo e Denis: “Io credo che quei due carabinieri l’han fatto apposta perché insistevano a dire aprite, ma loro non aprivano (…), e poi il fatto che uno è andato a chiamare il comando tedesco, io non so se è arrivato mai… Dietro c’è un vicoletto, pigliamo su con le due valigie e siamo spariti” (Ailsrec, fondo “Memoria orale”, b.3, f.12, intervista a Vladimiro Diodati, rilasciata a Fabrizio Bazurro il 12 aprile 1995).

[31] Con “passa parola” Gibì intende una indicazione del Partito.

[32] Ernesto Iursè (n. 1903 a Pola), ucciso dai fascisti il 15 gennaio 1945 nel corso del così detto “eccidio del panino e della mela”, presso un archivolto ferroviario, al Campasso di Sampierdarena: abitava a San Fruttuoso, in via Donghi, ed era stato arrestato solo due giorni prima. Fu ucciso insieme a Giuseppe Spataro (n. 1925 a Roccella Jonica, in Calabria), giovane militante del Fronte della Gioventù al Campasso.

[33] Romeo Guglielmetti (n.1909 a Genova), operaio dell’azienda tranviaria municipale, fucilato al Forte di San Martino, insieme ad altri sette militanti antifascisti (in maggioranza comunisti) il 14 gennaio 1944 come rappresaglia all’attentato dei Gap del giorno prima contro due ufficiali tedeschi.

[34] Epeo Girardi (n.1910 a Parma), di Struppa, militante comunista arrestato più volte negli anni Venti e Trenta; intendente della brigata volante Severino.

[35] Pietro Marchelli, il padre di Denis, in Francia era cresciuto e si era anche sposato: Denis nacque a Nizza e tre anni dopo, nel 1928, la famiglia rientrò in Italia: “Io sono cresciuto in un ambiente che mio padre, pur senza essere un antifascista militante, mi ha sempre insegnato a criticare (…). Il suo spirito era quello di seguire cosa avveniva nel mondo; è sempre stato un uomo che il giornale l’ha sempre comprato. Anzi, se penso che, quando lavorava, allora c’erano i biglietti del tram andata e ritorno, lui per risparmiare i venticinque centesimi, che gli servivano per acquistare il giornale, scendeva un chilometro prima, si faceva un chilometro a piedi, però coi venti centesimi che risparmiava si comprava il giornale. Ha avuto qualche grana: per esempio, una volta a Sampierdarena ha visto in una libreria, lì da piazza Vittorio Veneto, un libro, intitolato “Il primo piano quinquennale dell’Unione Sovietica”. È entrato incuriosito, se lo ha comprato. Però appena uscito è stato fermato (…), lo hanno portato in commissariato. In commissariato, di fronte alle obiezioni del commissario, del funzionario di turno, mio padre diceva: “Ma è un libro che viene venduto normalmente, non è un libro clandestino”. Mi ricordo che mio padre mi diceva che questo commissario gli aveva fatto questo discorso: “Guardi che se io vedo un signore che compra il Corano, io penso che sia musulmano, quindi capiamoci…”. E mio padre tranquillamente si è passato un po’ di giorni in prigione! Avevamo avuto anche una perquisizione in casa, per vedere se trovavano manifesti, materiale clandestino, cosa che, mio padre non era militante, non li aveva (Ailsrec, fondo “Memoria orale”, b.3, f.20, intervista a Dionigio Marchelli, rilasciata a Fabrizio Bazurro il 15 novembre 1994).

[36] Vladimiro Diodati disse a Manlio Calegari che si erano testati, ma non rivelati.

[37] Arturo Villa, di Cornigliano.

[38] Gino Beer (n.1925 a Chiavari), di famiglia ebraica, viveva a Chiavari: in montagna non salì con un cugino, e neppure con il fratello (come scrive Antonio Testa in “Partigiani in Valtrebbia”), che nel 1943 aveva solo quattordici anni. In una intervista rilasciata a Gibì nel febbraio del 1998 è lo stesso Beer a chiarire l’equivoco: sfollato con suo padre a Torriglia, salì in Antola con un amico, coetaneo, di Scoffera, tale Mario Galletto, che fra i partigiani si fermò solo per pochi giorni.

[39] Carlo Manildo (n.1916 a Serravalle Scrivia), capo banda in val Borbera ai primi del 1944.

[40] Domenico Mezzadra (n.1920), di Broni, nato negli Stati Uniti d’America, Windsor Locks, nel Connecticut, da famiglia bronese. Guida la banda promossa dal Pci vogherese nel maggio 1944 sul monte Chiappo; il 25 aprile 1945 libera Voghera alla testa della divisione Aliotta.

[41] Non è chiaro a quale memoriale si riferisca Gibì: nel testo di Vero (“Le strade per i monti”) non c’è menzione del transito di Bisagno a Berga il 9 gennaio 1944, e neppure in quello della Manaratti.

[42] Emilio Roncagliolo (n.1924 a Santa Margherita Ligure); diventò vice-comandante della brigata Berto.

[43] Nel gruppo di Bini e Bisagno ci furono tre militari siciliani: Beppe, Rizzo e Severino; il primo fu deportato, il secondo lasciò la banda e il terzo fu catturato e ucciso a Borzonasca il 21 maggio 1944; è inoltre possibile che per Giuseppe si intenda Józef Peter, un ex prigioniero polacco, caposquadra a Cichéro nell’aprile 1944, ferito a morte in una imboscata ne pressi del monte Becco (fra Pànnesi e Terrusso) la sera del 25 giugno 1944

[44] La polizia segreta sovietica.

[45] Amino Pizzorno (Attilio, n.1909), impiegato all’Ansaldo Artiglieria di Fegino, comunista, capo del Sip della Sesta zona operativa.

[46] Angelo Scala (n.1908), capo del Gap di Bolzaneto, sale in montagna coi suoi uomini nell’estate del 1944; comandante della brigata volante Balilla.

[47] Questo pare un riferimento all’episodio di Arquata Scrivia: il 16 maggio 1945 alcuni partigiani della brigata Balilla prelevarono dalle guardine della locale caserma dieci detenuti, li condussero a Bolzaneto, in frazione Murta, e li passarono per le armi all’interno di un ricovero antiaereo. Si trattava dei fascisti (o sospetti tali) arquatesi, trattenuti in attesa di accertamenti, tra i quali il farmacista del paese, alcuni ex militari ed alcuni commercianti e professionisti.

[48] Luciano Borneto (n.1924), reduce della Benedicta, poi gappista a Bolzaneto e partigiano con la Balilla.

[49] Manuelito Bracco (n.1921 a Moneglia), capo del Sip della brigata Jori.

[50]Il nucleo della Scintilla era composto da elementi molto politicizzati, gente che era venuta non come soldati alla macchia, ma proprio per convinzione” (Ailsrec, fondo “Memoria orale”, b.3, f.20, intervista a Dionigio Marchelli, rilasciata a Fabrizio Bazurro il 15 novembre 1994).

[51] Giuseppe Balduzzi (n.1922), poi comandante del SIP della divisione Pinan-Cichéro.

[52] Vladimiro Gatta (Brescia, n.1924 a Genova), Glauco Samorì (Crik, n.1927 a Forlì), Angelo Cecchinelli (Macario, n.1926 a Carrara, ucciso durante un rastrellamento a Pobbio, frazione di Cabella Ligure, il 28 dicembre 1944) ed altri.

3. Elenchi di “Denis” 

1° Elenco: appartenenti al distacc.to “La Scintilla” affluiti a Cichero nel marzo 1944: 

1° Edoardo (Colombari Edoardo): Classe 1911, ex confinato appartenente al P.C.I.; inviato in montagna dal partito.
2° Moro (Otello Pascolini): Classe 1905, abitante a Sestri Levante o Lavagna, artigiano ex confinato politico inviato in montagne dal P. C.I.
3° Denis (Marchelli Dionigio): Classe 1925, operaio, in montagna con Paolo Diodati.
4° Castagneto: Circa 40 anni, operaio ex confinato politico appartenente al P.C.l.
5° Micaio (Kakasivilli): Classe 1920, ucraino, ex prigioniero dei tedeschi, già appartenente all’Armata Rossa, fuggito da un convoglio ferroviario che trasportava prigionieri sul fronte italiano per costruire fortificazioni. Dopo un peregrinare nella zona di Sarzana, aiutato dai contadini, venne con noi.
6° Francesco (Augusto Francesco): Classe I922/23, affermava di aver trascorso tutta la sua giovinezza in un orfanotrofio piemontese, sino al momento del militare. Fucilato alla Scoffera nel 1944.
7° Nicola: Venuto in montagna spontaneamente e reclutato dall’Alfredo Musante dell’Antola.
8° Giacomo o Giovanni: Come sopra, arrivato assieme a Nicola, erano già amici.
9° Bruto: Ricordo solo che era a Berga col Scintilla.
10° Oreste (Armani Oreste): Classe 1922, nativo di Pozzolo Formigaro (AL) venuto in montagna di propria iniziativa, e naturalmente reclutato da Alfredo dell’Antela. (M. d’A. al V.M.).
11° Toto (Gugliardi Salvatore): Classe 1926, lontano parante di Edoarto. Residente a Sampierdarena ed era orgoglioso di essere di etnia Calabro Albanese; operaio.
12° Badoglin (Binicelli Giacomo): Classe I928, presentato da Alfredo, dopo aver girovagato a cercarci perché costretto ad allontanarsi da casa perché braccato dai fascisti: avendo militato per un breve periodo nelle formazioni badogliane dell’alto cuneense. Abitante nella delegazione di Bolzaneto.
13° Tigre (Cambiaso Vittorio): Classe 1924, operai delle Acciaierie Bruzzo di Bolzaneto. Inviato in montagna dal comitato clandestino dello stabilimento. Abitante nella zona di San Quirico-Pontedecimo.
14° Franco: Operaio nativo e residente a Voltri. Inviato dal P.C.I. perché ricercato.
15° Meronte: Classe 1922, forse originario di Quezzi; accompagnato in montagna da una staffetta.
16° Spartaco: Staffetta che teneva i collegamenti con la città, operaio di Quezzi.
17° Nino (Porcu Stefano): Classe 1925, credo inviato in montagna dal P.C.I. genovese. Dopo la guerra giornalista all’Unità.

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    2°) – Questo secondo elenco riguarda coloro che nel periodo tra la fine dell’ottobre ’43 e il marzo ‘44 militarono nel distaccamento “La Scintilla” ma che per vari motivi l’abbandonarono prima del trasferimento a Cichero:

Diodati Wladimiro (Paolo): Classe 1914, organizzatore del distaccamento, ex militare originario della Spezia e proveniente dall’emigrazione antifascista in Francia. Ritornato in città, con incarichi di Partito (P.C.I.). 
2° Baciccia (Torre G.B.): Classe 1911, operaio di Sestri Pensate, ritornato in città dove svolse incarichi per il P.C.I.  Catturato venne fucilato (Medaglia d’oro al valore).
3° Rino (Montan Rino): Classe 1908, operaio abitante a Cornigliano, inviato dal P.C.I. e successivamente ritornato in città per altri incarichi.
4° Pippo (Bozzano Giuseppe): Classe 1908, operaio abitante a Cornigliano e appartenente al P. C. I., ritornato in città con incarichi nei G.A.P.
5° Ernesto (Bossi Ernesto): Classe 19I4, di origine torinese, abitante a Cornigliano e già autiere nell’esercito italiano. Partito nel 1938 per l’Africa Orientale, si trovò in Spagna con il suo reparto durante la guerra civile.
6° Genio (Bugatti Eugenio): Classe 1927, abitante al Campasso, poi tornato in città.
7° Carloforte: Originario di Carloforte (Sardegna): ex militare dell’esercito italiano dal quale disertò a fine dicembre 1943.
8° Vero (Mitta Vero): Classe 1920 di Cornigliano, proveniente te da famiglia antifascista. Il padre era socialista, inviato in montagna dal P.C.I.
9° Paiotto: Casse 1920, contadino originario di Garbagna (AL) presentatosi spontaneamente al distaccamento. Catturato a Berga (Val Borbera/AL), là dove, al momento del trasferimento a Cichero era gravemente ammalato, perciò impossibilitato a muoversi. La sua cattura avvenne in seguito, forse a di delazione. Rintracciato nel dopo guerra mi dichiarò di essere finito in un campo di concentramento in Germania.

N.B.: Dei nomi sopraelencati (Vero, Ernesto, Rino e Paolo, successivamente ritornarono in montagna. Questi due elenchi sono stati redatti con la presunzione di essere stato abbastanza preciso nei miei ricordi. Al momento del trasferimento a Cichero, il distaccamento aveva già avuto il battesimo del fuoco a Bogli (Val Boreca/PV) a metà dicembre ’43; compiute alcune azioni a Garbagna; il disarmo di due carabinieri in Valbrevenna; e alcuni atti di sabotaggio a S. Margherita di Staffora (PV).
                                                                                                                             Marchelli Dionigio (Denis)

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4. Note relative ai nominati nei due elenchi forniti da Denis

Edoardo Colombari (Edoardo): nacque a Formignana in provincia di Ferrara il 4 maggio 1907 (non 1911, né 1905, come figura nella cronologia della “Intervista a Minetto”); emigrò a San Pier d’Arena nel 1926 con la famiglia.
Fu arrestato nell’aprile del 1937 perché individuato come promotore di una cellula comunista: con lui vennero condannati altri cinque operai: tre di Cornigliano, uno di Bolzaneto e suo fratello minore Severino (1910-1992), giovani d’età compresa fra i 23 e i 32 anni. Il 15 maggio 1937 fu condannato a cinque anni di confino, ma fu liberato soltanto dopo la caduta del Fascismo, il 25 luglio 1943.
Presso l’Archivio di Stato di Genova (ASG), che conserva una parte dell’archivio dell’ufficio politico della Questura genovese, non figura il fascicolo nominativo di Colombari, né del fratello, mentre compaiono quelli di due degli operai. Dopo il trasferimento a Cichéro della banda Scintilla, fu trasferito nella zona del Tobbio, presso il comando della brigata Buranello, dove si trovava nel luglio del 1944, con il nome di battaglia di “Woman”. Colombari era omosessuale: tuttavia, dopo la guerra si sposò (nel 1946) ed ebbe un figlio. È  morto nel 1993.

Otello Pascolini (Moro): nacque a Udine il 21 maggio 1905; comunista dal 1921, artigiano meccanico nella lavorazione dei metalli, emigrò a Chiavari nel 1929 e quindi si stabilì a Lavagna nel 1930; sposò Maria Angiolina Rossi (n.1915) ed ebbe un figlio, Enzo, nel 1938; fu arrestato nel 1939 per attività comunista e propaganda sovversiva, processo nel 1940 finì assolto. Salì in montagna nella banda di Cichéro nel 1943, quindi raggiunse il distaccamento Scintilla nel febbraio 1944 per fungere da commissario politico. Giunse alla Liberazione da commissario della divisione Pinan-Cichero. Fu segretario del PCI di Lavagna; morì, sempre a Lavagna, nel 1962; presso l’archivio di Stato di Genova non c’è il suo fascicolo personale, ma ci sono quelli – tuttavia istruiti a partire dal primo dopoguerra – della moglie Maria Angiolina Rossi e del fratello maggiore Leonardo (n.1899), commissario politico della brigata partigiana “Po-Argo”.

Dionigio Marchelli (Denis): nacque a Nizza, in Francia, il 20 giugno 1925; nel 1943 era residente a Struppa. Nell’archivio ILSREC (fondo “Gimelli 3”, busta 2, fascicolo 3) sono conservati materiali sulla brigata volante Severino, con la quale “Denis” concluse la sua esperienza partigiana. Egli, secondo i ruolini conservati nel fondo citato, salì in montagna il 28 ottobre 1943 (con Vladimiro Diodati), fu staffetta dal 10 novembre 1943, poi caposquadra dall’8 gennaio 1944, sempre nello Scintilla; quindi, avvenuto il trasferimento a Cichéro, fu eletto vice-commissario di distaccamento dal 20 marzo 1944 (era il distaccamento che in marzo si trasferì dalla zona di Cichéro a quella dell’Antola, sopra Bavastrelli, e che in maggio prese il nome di “Torre”, dal cognome del gappista “Baciccia”, fucilato a Genova il 23 maggio 1944 e già membro del distaccamento Scintilla). Fu poi commissario del distaccamento Guerra (una costola del distaccamento Torre) dal 1° luglio 1944, quindi vice-comandante del distaccamento Ravera dal 5 novembre 1944 e poi dal 19 dicembre 1944, per un breve periodo, comandante del distaccamento Cialacche; restò alla brigata Jori fino alla primavera del 1945, quindi fu partigiano del Sip (servizio informazioni e polizia) alla Severino dal 1° aprile 1945; vigile urbano nel dopoguerra, è deceduto nel 2007.

Giacomo Castagneto (Elettrico): nacque a Porto Maurizio (Imperia) il 21 giugno 1903; di famiglia borghese, da ragazzo animò il circolo repubblicano della sua città natale; nel 1921 si diplomò capitano di lungo corso e nel 1924 ragioniere; s’impiegò come contabile alla F.lli Carli (produttori d’olio a Oneglia); aderì al PCI verso la fine degli Anni Venti, ma non fu confinato politico. Fu tra gli organizzatori dell’attività partigiana fra le province di Cuneo ed Imperia; nel febbraio 1944 si trova già a Cuneo a dirigere quella federazione di partito e dunque credo abbia partecipato alle riunioni per la costituzione del distaccamento Scintilla ma non ne abbia mai fatto davvero parte (né tantomeno abbia seguito il gruppo a Cichéro). Morì nel 1995.

Micaio (o Mikaio): l’identità di questo partigiano sovietico è quanto mai incerta. Nel testo “Le strade per i monti”, Vero scrive che nacque a Voronež, in Russia, mentre Denis nel suo “Elenco approssimativo degli appartenenti al distaccamento La Scintilla” lo definisce ucraino, nato nel 1920.
Nel volume “I partigiani sovietici nella Sesta zona” pubblicato nel 1975, alle pagine 37 e 91/93 viene menzionato Micaio: egli arriva allo Scintilla nel dicembre 1943 dopo essere evaso da un convoglio ferroviario diretto a Genova, poco prima del passo dei Giovi, lanciandosi dal treno in corsa con altri connazionali prigionieri. Unico superstite, si unì al distaccamento dell’Antola: quando si presentò a “Moro”, il commissario, “pareva l’«ecce homo» tanto era pesto e sanguinante”; all’epoca erano una ventina, “male in arnese e affamati”. Ha trent’anni, tarchiato, biondo, di media statura. Durante i rastrellamenti “lo si sentiva borbottare: «qui scappare sempre…». E invece quando c’era da fare un’azione, marciava l’intera notte senza fiatare”. Diventa commissario di tutti i partigiani russi della Sesta zona e poi comandante del distaccamento dei russi nella brigata Caio.
I dubbi sulla sua identità vengono risolti in questo modo: individuati tre “Micaio” fra i partigiani della VI Zona, ed escluso (per l’età) un ventenne, l’unico ad essere definito “ottimo” combattente (e non semplicemente “buono” come gli altri due) è Mikajo Vasil’evič Volkov, nato a Voronos (Voronež, in un’area pianeggiante al confine con l’Ucraina) il 19 gennaio 1914, partigiano dal 1° novembre 1943 e smobilitato effettivamente con la brigata Caio (tuttavia, nell’archivio ILSREC – fondo DV, busta 18, fascicolo 10 – è conservato un elenco dei partigiani stranieri che hanno combattuto nella Sesta zona operativa: tra i russi si trova il nome di Micaio Vasillievic Volcof, nato in Russia, nel Voronežsckaja oblast’, partigiano della brigata Jori e non della Caio).
Vero probabilmente lesse questo libro, e non solo: laddove indica precisamente la città di nascita di Micaio, lascia pensare di avervi preso spunto alla lettera. Denis, come si è visto, nel suo “Elenco” lo definisce non più russo, ma ucraino (benché Voronež si trovi comunque al confine con l’Ucraina) e più giovane di qualche anno (nato nel 1920 e non nel 1914); inoltre, individua il luogo di fuga dalle parti di Sarzana (e non già del passo dei Giovi, come si legge ne “I partigiani sovietici nella Sesta zona”), soprattutto indica Micaio con il cognome “Kakasivilli”.
Il 9 maggio 1945 viene ricoverato all’ospedale San Martino il partigiano russo Michele Cascasciwili, detto “Tiflis”, della brigata di Croce (la Jori). Nel citato elenco dei partigiani stranieri c’è anche il nome di Mikaio Kakasivili, detto “Mikaio”, nato nel 1920 a Tiflis, nel Caucaso (ossia Tbilisi, attuale capitale della Georgia), partigiano dal 29 aprile 1944, appartenenuto al distaccamento Bellucci, brigata Jori, ferito a Loco di Rovegno da una scheggia di mortaio il 29 marzo 1945 e probabilmente ricoverato in ospedale al termine della guerra. Negli elenchi approntati dalla Commissione per il riconoscimento delle qualifiche partigiane, fra il gennaio e il marzo del 1946, viene indicato in due diversi elenchi come partigiano combattente tal Mikao (o Mikael) Kakagisivili (o Kakskuili), nato a Tiflis il 19 marzo 1920, membro della brigata Jori dal 27 marzo 1944 (oppure dal 5 gennaio e in questo caso indicato come vice-comandante di distaccamento). Anche alla luce di queste ultime indicazioni si propende per identificare Micaio in questo ultimo, georgiano e non ucraino, classe 1920, partigiano dal 5 gennaio 1944.

Francesco Aguto (o Agudo): orfano, non se ne conosce l’età, né il luogo di nascita. Per la sua storia, si vedano il capitolo dedicato da “Marzo” G.B. Canepa nel suo “La repubblica di Torriglia” (a pagina 60 dell’ultima ristampa del 2009) e le pagine di Nino Porcù nel suo “Nonno, chi erano i partigiani?” (a pagina 52). Fu fucilato il 27 luglio 1944 con Domenico Tripaldi (n.1925 a Roccella Jonica, in Calabria), di Sampierdarena, e Mario Musso (n.1924 a Genova), di Sant’Eusebio.

Nicola Cusanno (Nicola): nacque a Cerignola in provincia di Foggia, il 21 febbraio 1924; militare in Piemonte, fu sergente negli alpini. Seguì il distaccamento Scintilla alla volta di Cichéro, ma lasciò ben presto quella banda per costituirne una propria, nel maggio 1944, fra Barbagelata e Roccatagliata; in breve tempo entrò a far parte delle formazioni Giustizia e Libertà “Giacomo Matteotti” comandate da “Umberto” Zolesio; personalità esuberante, fu disarmato dai garibaldini e, nell’inverno 1945, anche dai giellisti. Terminò la guerra come comandante del distaccamento “Spano” della brigata Lanfraconi, ma morì a Gattorna, in seguito ad un incidente d’armi, il 15 maggio 1945; fondate perplessità sulle versioni ufficiali sono state avanzate nel volume di Paolo Cugurra (“Passo del Gabba”, 2007, p.165), il quale riporta le voci secondo le quali Nicola sarebbe stato ucciso da Giovanni “Nino” Pompei (Ugo, n.1919), luogotenente di Zolesio, comandante della brigata G&L “Borrotzu”, per vendicare il padre, ucciso sull’Antola dai partigiani dello Scintilla, di cui Nicola era vice-comandante.

Giacomo (o Giovanni): è sconosciuto. Nel suo libro, Nino Porcù accenna ad un partigiano di nome “Venezia”, lo definisce amico di Nicola e indica entrambi come ex alpini. Il partigiano “Giorgio” (Ferdinando Parodi, n.1925) che nel giugno 1944 entrò a far parte della banda che Nicola, dopo aver lasciato Cichéro, costituì sui monti di Neirone, ricorda che il braccio destro di Nicola era Giovanni Scimone, nato a Messina nel 1917, il quale alcuni mesi dopo si aggregò alla missione alleata di Emanuele Strasserra (n.1909, agente dell’OSS, membro del Partito d’Azione, collaboratore della organizzazione Otto) e ne seguì le sorti: Strasserra e Scimone furono fucilati il 26 novembre 1944, insieme ad altri tre compagni, dai partigiani del distaccamento di Francesco Moranino, “Gemisto”, perché furono scambiati per spie nazifasciste.

Bruto: è sconosciuto. Potrebbe trattarsi di Bruto Domenichelli, nato a Fano, in provincia di Pesaro nelle Marche, il 21 gennaio 1901. Anarchico e poi comunista, collettore del Soccorso rosso, nel 1937 fu accusato di propaganda in favore della Spagna repubblicana: fu arrestato e confinato a Ponza, dove rimase fino al 1939. Arrestato di nuovo nel gennaio del 1943 per attività comunista insieme ad altri operai collegati al gruppo degli studenti (Buranello e Fillak), liberato nell’agosto del 1943. È stato riconosciuto partigiano a partire dal 5 febbraio 1944 con il grado di commissario di distaccamento (brigata Berto, divisione Cichéro). Denunciato, arrestato e deportato, fu riconosciuto invalido per cause di guerra. Morì nel 1947.

Oreste Armano (Oreste): nacque a Pozzolo Formigaro, presso Novi Ligure, il 16 ottobre 1922, da una famiglia di contadini benestanti. Studente alla facoltà di lettere a Genova, militare di leva a Roma nel 1943, entrò in banda il 25 febbraio, a Berga (ma secondo alcune fonti era salito in val Borbera sin dall’autunno precedente). Dopo il periodo di Cichéro (aprile 1944), tornò in Antola con il distaccamento Torre (comandante Croce, commissario Moro, vice-commissario Denis) e ne divenne il vice-comandante. Catturato nei pressi di Cabella Ligure il 25 giugno 1944, fu  trasferito in Alessandria, quindi ad Asti e poi a Torino, dove fu processato e fucilato il 22 settembre 1944.

Salvatore Guagliardi (Totò): nacque in Calabria a San Demetrio Corone, provincia di Cosenza, il 26 febbraio 1925; abitava a Sampierdarena, lavorava da meccanico. Fu partigiano dal 25 gennaio 1944: dopo la Scintilla e la banda di Cichéro, fece sempre parte della brigata Jori e giunse al 25 aprile nel distaccamento Bellucci con il ruolo di caposquadra. Ritornato in Calabria, emigrò in Argentina nel 1951.

Giacomo Bonicelli (Badoglino): nacque a Pian Camuno, in val Camonica, provincia di Brescia, il 12 ottobre 1927; abitava a Bolzaneto. Partigiano in provincia di Cuneo nel 1943, in seguito si presentò al distaccamento Scintilla ed ebbe riconosciuta un’anzianità partigiana a datare dal 6 gennaio 1944. Rimase ferito durante il rastrellamento dell’agosto 1944; verso la fine della guerra passò dalla brigata Jori alla brigata volante Balilla; morì nel 2002. È possibile vedere una sua intervista all’interno del documentario “Noi della Jori” (uscito nel 2000, a cura di Manlio Calegari, Mauro Fantoni e Fulvio Fossati).

Vittorio Cambiaso (Tigre): nacque a Pontedecimo il 17 settembre 1924; entrò a far parte del distaccamento Scintilla il 4 gennaio 1944; fu smobilitato come partigiano alle dipendenze del comando Sesta zona operativa. Morì nel 1998.

Franco Vallarino (Franco): nacque a Voltri il 1° agosto 1911; celibe (si sposò dopo la fine della guerra), fu partigiano dal 25 ottobre 1943, alla smobilitazione si trova tra le fila della brigata Oreste, divisione Pinan-Cichéro. Morì nel 1970.

Meronte: è sconosciuto. Graziella Gaballo, nel suo volumo su Oreste Armano, lo identifica con Franco Vallarino, ma erroneamente. Nell’intervista conservata nell’archivio Ilsrec (fondo “Memoria orale”) e rilasciata da Vladimiro Diodati a Fabrizio Bazzurro è citato quale autore dell’attentato gappista del 15 maggio 1944 al cinema Odeon di via Ettore Vernazza, mentre il partigiano Gianni Ponta indica Ernesto Bossi come autore dell’attentato. Diodati in quell’intervista sosteneva che Meronte fosse di Quezzi: “non parlava nemmeno genovese, ma solo [dialetto; nda] di Quezzi (…), era un ladruncolo di nascita, che poi si è redento (…), rubava per passione contro il fascismo ”.

Spartaco Di Prete (Spartaco): nacque a Levanto il 19 novembre 1905 da genitori pisani. Muratore, abitava a Quezzi; fu arrestato nel 1927 con un gruppo di giovani e giovanissimi comunisti del quartiere, che si riunivano sotto la copertura di una società sportiva di via Ferreggiano. Partigiano dal 2 ottobre 1943; ricercato dalla Squadra politica della Questura nel luglio del 1944, sfuggì all’arresto. Intendente e poi staffetta per il Comando zona. Presso l’Archivio di Stato, fondo Questura, c’è un fascicolo intestato a suo nome. Morì nel 1987.

Stefano Porcù (Nino): nacque a Sampierdarena il 29 marzo 1925 da genitori sardi: il padre Giovanni (n.1892), comunista, era fabbro alla SIAC di Cornigliano, la madre Vincenzina Musso (n.1903) gestiva un banco del lotto. Partigiano in Antola dal 29 novembre 1943, dovette ritornare in città dopo che, il 14 gennaio 1944, arrestarono il padre (che fu poi deportato in Germania il 15 febbraio seguente: esiste un fascicolo a suo nome presso l’Archivio di stato – fondo Questura). Tornò in montagna, tra Cisiano e Pannesi dietro il monte Fasce, nella primavera del 1944; partecipò alla fase finale della guerra partigiana tra le fila della 31ª brigata Garibaldi, in provincia di Parma. Nel 2001 ha pubblicato le sue memorie (Nonno, chi erano i partigiani?).

Vladimiro Diodati (Paolo): nacque a La Spezia il 5 dicembre 1915 da genitori toscani (il padre Dino, n.1893, era un falegname con simpatie anarchiche). Emigrò in Francia nel 1937 con tutta la famiglia (la sorella Bianca, n.1923, a Parigi sposò Piero Pajetta). Entrò a far parte del Pci, fu inviato in Italia per svolgere attività di propaganda nell’esercito, ma fu arrestato e confinato a Pisticci, in Basilicata; fu prosciolto e arruolato nuovamente in una compagnia di sanità. L’8 settembre 1943 era di stanza in val Bisagno, alla Doria, dove conobbe il padre di Denis: partigiano dal 1° ottobre 1943, dopo lo Scintilla fu gappista in città con Germano Jori e finì la guerra come commissario politico della brigata Caio del comandante Istriano, in val d’Aveto.

Giovanni Battista Torre (Baciccia): nacque a Sestri Ponente il 4 marzo 1911. Fu arrestato nel 1943 e scarcerato dopo l’8 settembre. Gappista, fu ferito e catturato in azione in piazza Giusti, nel quartiere di San Fruttuoso, il 29 aprile 1944: venne fucilato al Forte di San Giuliano il 23 maggio seguente.

Francesco Montan (Rino): nacque a Sampierdarena il 2 agosto 1908; militante comunista, operaio all’Ansaldo Meccanico; partigiano dal 6 febbraio 1944, salì in montagna definitivamente in luglio. Ispettore del Comando zona alla brigata Berto, fu ferito il 22 dicembre 1944 al casone di Centonoci, presso Favale di Malvaro, nel corso di un rastrellamento. Terminò la propria esperienza partigiana come capo della polizia partigiana della brigata Berto.

Giuseppe Bozzano (Pippo): nacque a Cornigliano il 28 maggio 1908; militante comunista, secondo alcune fonti combatté in Spagna contro il franchismo, ma non se ne trova conferma. Operaio all’Ansaldo Artiglieria di Fegino, è l’autore, con Giacomo Buranello, del primo attentato del gappismo genovese, il 28 ottobre 1943, ai danni di Manlio Oddone, ufficiale della milizia fascista. Sale di nuovo in montagna nell’estate del 1944, ai laghi della Lavagnina (monte Tobbio), per contribuire alla costituzione della brigata Buranello (divisione Mingo); ritornato in città, comanda le Sap (Squadre di azione patriottica) di Cornigliano durante la fase insurrezionale. All’interno del fondo Questura (ASG) esiste anche il suo fascicolo. Morì nel 1981.

Ernesto Bossi (Maggi): nacque a Vercelli il 22 novembre 1914, visse in Francia fino ai vent’anni, quando rientrò in Italia, a Torino, per adempiere agli obblighi militari. Fu bersagliere in Spagna con il contingente italiano inviato al fianco del dittatore Francisco Franco, ma non fu ritenuto idoneo, fu riformato e rimpatriato. Si sposò nel 1940 e si trasferì a Genova-Cornigliano nel 1942, per lavoro (era operaio montatore con una ditta in appalto presso la Siac); partigiano dall’11 novembre 1943, dopo lo Scintilla fu comandante di distaccamento alla Benedicta, poi tornò sull’Antola, alla brigata Jori, comandante del distaccamento reclute. A suo nome è intestato uno dei vari fascicoli nominativi dell’archivio politico della Questura (conservato in ASG). È morto nel 1994.

Eugenio Bugatti (Genio): nacque a Sampierdarena il 20 novembre 1926; risulta partigiano solamente a partire dal 1° luglio 1944 (a meno che non si tratti del 1° gennaio); dagli elenchi approntati dalla Commissione regionale della Liguria per il riconoscimento delle qualifiche partigiane, risulta aver concluso la guerra con la brigata Oreste.

Carloforte: è sconosciuto.

Vero Mitta (Vero): nacque a Cornigliano il 17 marzo 1921; partigiano dal 20 settembre 1943, si occupò del Sip della brigata Jori, poi fu al Comando zona come vice di “Attilio” Pizzorno (n.1909); suo padre, Mario Mitta (n.1894), socialista, lo raggiunse ai monti nell’ottobre del 1944 (e fu commissario politico della brigata Matteotti, quella dei fratelli Macchiavelli). Quando, ad un mese dalla fine della guerra, “Attilio” fu nominato commissario politico della Sesta zona operativa, “Vero” fu promosso capo del Sip della zona. Morì nel 1987.

Antonio Leidi (Garbagna): nacque a Garbagna il 12 luglio 1914; piccolo venditore ambulante. Fu partigiano dal 15 novembre 1943. Sofferente di artrite, non poteva fare vita di banda come gli altri: perciò, si stabilì a Berga, nell’osteria del paese (gestita da Ambrogio Chiesa, n.1895) e funse da arruolatore per il distaccamento. “Garbagna” e l’oste “Broziu” furono arrestati la mattina del 25 marzo 1944 dalla polizia di Guido Alfieri (il capo della Sicherheits-kompanie di Voghera, corpo alle dirette dipendenze dei tedeschi) accompagnata dai carabinieri di Rocchetta Ligure. Alfieri ricevette indicazioni da alcuni renitenti alla leva che aveva arrestato e che avevano indicato Berga come luogo di reclutamento per aspiranti ribelli. L’oste e il partigiano furono incarcerati a Voghera, processati a Milano e infine deportati in Germania (da dove ritornarono entrambi); anche l’oste ottenne il riconoscimento di partigiano combattente, dal 1° ottobre 1943. Sposò nel 1947 una donna austriaca che aveva conosciuto in seguito alla deportazione, ma morì poco dopo, nel 1950.

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5. “Fasi di transizione tra il periodo iniziale di incubazione e quello successivo di concreta organizzazione. (Marzo 1944 – Maggio 1944)”. Testo della Sig.ra Annamaria Manaratti. [Doc. composto di 32 fogli dattiloscritti su facciata singola].

-Le strade per i monti
– Vita di banda.
-Prime azioni di movimento e di disturbo 
-Puntate intimidatorie di parte nemica e necessità di spostamenti 
-Afflusso di uomini (bandi di reclutamento e disfatta della Benedicta) e problemi connessi.
-Spostamento generale della banda in Val d’Aveto e costruzione di baracche sul Monte Aiona.
-Divisione delle forze (decentramento).

Per la ricostruzione di questo periodo, che va dal Marzo 1944 al Maggio 1944, oltre al materiale raccolto per mezzo di interviste, ho attinto a quanto è stato scritto e pubblicato riguardo a questa fase: per precisare lo spirito, il clima, le consuetudini e le norme  della vita di banda, mi sono valsa delle vivaci descrizioni che G.B. Lazagna (Carlo)  offre in “Ponte Rotto”; per lo svolgimento de­gli avvenimenti e per i rapporti fra città e montagna, delle “Cronache militari della Resistenza in Liguria” I e II volume; per le informazioni sul C.L.N. e sul C.M.R.L., del volume “Documenti sulla Resistenza in Li­guria”.

N.B. – In marron, note scritte a mano su pag. 2 da G.B. Lazagna).

a)- Manca tutta la parte precedente: la suddivisione in zone con i comandanti che corrispondevano a 1 mese dell’anno. (Ed esattamente, i nuovi arrivati assumevano il nome del mese in cui si univano ai partigiani). Ad esempio: Villa = Aprile, perché si era presentato in banda nel mese di aprile; G.B. Canepa = Marzo, perché si era unito ai partigiani nel mese di Marzo. Ecc.
b)-
  Distaccamento SCINTILLA (aveva anche la canzone – primo scontro con i fascisti qualche giorno prima di Natale – 1 morto fascista. Sentire Denis, Spartaco, Rino, Dente, Maggi, Pippo e Paolo.
c)-   No, lo spostamento fu deciso per un altro motivo.

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LE STRADE PER I MONTI

Poco dopo l’arrivo di Lucio in banda (primi di marzo), un gruppo di partigiani [del Distaccamento Scintilla – aveva anche la canzone. Suo primo scontro con i fascisti qualche giorno prima di Natale: 1 morto fascista. Sentire Denis, Spartaco, Rino, Dente, Maggi, Pippo e Paolo. Nota nel testo di GB. Lazagna]  (20, 25 uomini) che si trovava a Bogli (Val Borreca – PV ) comandati da un certo Edoardo, aveva raggiunto Cichero, abbandonando una zona troppo isolata che offriva scarse possibilità di azione a causa della stagione non ancora favorevole. [No, lo spostamento fu deciso per un altro motivo. Nota nel testo di GB. Lazagna].
La banda aumenta il numero degli effettivi, che resta tuttavia assai modesto rispetto alla presenza massiccia di uomini in altre zone, particolarmente nella IIIa zona, al cui sviluppo e potenziamento fu rivolta l’attenzione dell’organizzazione provinciale clandestina fino all’aprile 1944.[1]
Tra le ragioni che limitarono l’accrescimento numeri­co della formazione, determinante fu la mancanza di armamento adeguato, almeno fino agli inizi di maggio e il criterio di severa selezione degli effettivi, che costituiva l’impegno principale dei responsabili della banda.In effetti numerosi erano coloro che lasciavano la città per raggiungere la zona partigiana, ma i più si scoraggiavano al primo incontro, anzi scontro, con la vita dei monti, e i “vecchi” della banda non facevano nulla, per persuaderli a rimanere.
Intorno ai primi di marzo del 1944 due giovani, ex militari del regio esercito, Vinicio Rastrelli (Dedo) e Michele Gava (Michele) [2]  decidono di darsi ai monti e, dopo aver preso contatto con un elemento dell’organizzazione clandestina di città che faceva capo al partito comunista, raggiungono Casella.
Dall’intervista registrata con il partigiano Michele Gava (Michele):  “Qui una guida di nome Spartaco [Di Prete, comunista] li prende in consegna e li conduce, attraverso un itinerario accidentato, non privo di rischi e di difficoltà, toccando località come Avosso [dove esisteva un recapito dalla Severa, maestra], Nenno, Montebuio, fino a Berga (dove si trovava il gruppo di Edoardo, con un vettovagliamento di fortuna, raccolto ora qua ora là, e talvolta inesistente.

Ad ogni tappa all’esiguo nucleo iniziale si aggiungono nostri nuovi elementi, che i primi ostacoli rendono perples­si e dubbiosi; da Berga, dove il gruppo assiste impotente alla cattura dell’oste della locanda, collaboratore dei partigiani, si scende in Val Trebbia: in tutto 20, 22 uomini. Giunti infine nella zona di Cichero, dopo giorni di marcia, non senza qualche defezione, il gruppo viene si­stemato in un casone isolato: lo sconforto è generale e la situazione peggiora con la visita di Moro, un anziano della formazione il quale tiene un discorso molto duro, distrug­gendo le residue illusioni di coloro che erano saliti in cerca di facile avventura e sciorinando come programma di vita partigiana: fame, freddo, fucilate. Il gruppo fu lasciato a meditare nel casone, sebbene i partigiani non si illudessero sulle intenzioni dei nuovi arrivi; in realtà dovevano decidere come e quando rispedir­li in città senza correre rischi: gli uomini furono lasciati liberi di andarsene in occasione di uno spostamento della banda, e di tutti rimasero solo Dedo, Michele e Denis. Alla loro decisione di restare non fu estranea la curiosità di indagare che uomini fossero e che tempra questi cheaccettavano di restare al freddo, di sopportare la farne, di prendere fucilate”.

Un altro percorso abituale per salire ai monti nella zona di Cichero, prevedeva come punto d’incontro e di par­tenza Nervi, di solito davanti al municipio, nelle prime ore lei mattino. Coloro che si recavano all’appuntamento, fissato da un elemento dell’organizzazione di partito, si incontrava con una guida, riconoscibile a mezzo di un se­gnale prestabilito. Se al luogo d’incontro si trovavano più persone, la regola era camminare, seguendo la guida ad una distanza li 50 metri l’uno dall’altro, senza comu­nicare a parole per alcun motivo e, nel caso la guida fosse ritornata indietro sui suoi passi ciò significava pericolo, cercare una via di scampo, salvo poi a riprendere, di lì a qualche tempo, i contatti precedenti (vedere: Gimelli vol. II).
Il percorso toccava Terrusso, Neirone, Monte Becco e, specie nei primi tempi, prima cioè che il servizio di staffette e di corrieri di collegamento fra città e montagna venisse organizzato e potenziato in maniera stabile, (vedere: Gimelli vol. II) il compito di condurre a destinazione i nuovi arrivi veniva spesso affidato a “Dente”.
Le provenienze dal Levante erano controllate da Marzo; che si era portato nella zona di Comuneglia fin dall’inizio della primavera. Qui Marzo riceveva i giovani che salivano e li tratteneva per impartire loro le prime fondamentali nozioni di lotta partigiana. Il gruppo di Comuneglia fu trasferito a Cichero solo nella primavera inoltrata.

VITA DI BANDA

Se non si dovesse fuggire spesso e in tutta fretta, la vita al Casone sarebbe abbastanza tranquilla. Verso le quattro del mattino viene data la sveglia agli uomini cui tocca il servizio di pattuglia: 2 al Ramaceto e 2 al Passo del Dente. Da questi due punti si controllano tutte le provenienze per Cichero; dal Passo del Dente si domina la statale che sale a Favale e a Lorsica; sul Ramaceto vi è un punto, cui si giunge in circa venti minuti salendo per un sentiero pietroso e particolarmente nascosto da dove ai domina la strada che da Chiavari sale alla Forcella e a Rezzoaglio ed i sentieri che da Borzonasca, la base avanzata lei fascisti e il punto di partenza delle loro spedizioni punitive, salgono a Cichero.
In lontananza dal Ramaceto si scorge il monte Aiona che con la primavera diventerà la sede di un distaccamento e la base per gli aviolanci alleati. Per ragioni precauzionali si usano pseudonimi anche per le località oltre che per gli uomini: il monte Aiona diventa: il Forca.
I momenti della vita di banda sono descritti con imma­gini colorite da G.B. Lazagna (Carlo) nel suo “Ponte Rotto” (1) alle Pagg. 28, 29, 30.
“Nel pomeriggio chi non aveva nulla da fare si dava a va­rie occupazioni. Avevamo quattro camicie e due pantaloni, oltre a quello che uno aveva addosso.
Questi indumenti erano un patrimonio della collettività e quando uno voleva lavarsi i vestiti aveva diritto (quando era il suo turno) di indossare i vestiti del “di­staccamento” (la definizione distaccamento in quel periodo non esisteva ancora). “Ci sdraiavamo nelle ore di ozio intorno al Casone”. Alcuni, tra gli “intellettuali” legge­vano i libri ed i giornali della biblioteca, che era composta ai 4 volumi: “La madre” di Gorki; “Sepolti vivi” di Dostoiewski; “le avventure di Tom Sawyer” di Mark Twain e “La porta dalle sette chiavi” di F. Wallace.
Altri rammendavano con dello spago certe reticelle, che erano state una volta calze. Altri ancora facevano pietose applicazioni di tela di sacco su qualche falla che si era aperta nel fondo dei pantaloni. Gli snob, e cioè gli studenti, giocavano a bridge con gli inglesi. “In questa atmosfera bucolica vi era sempre un rompiscatole che ci interrompeva rudemente nelle nostre occupazioni, per farci fare una passeggiata con un secchio di acqua o con qualche grosso pezzo di legna da spaccare e non era mai contento della velocità con cui si eseguivano i suoi ordini.”
La necessità della vita nascosta obbligava gli uomini a molte precauzioni: intorno al Casone la pulizia era rigorosa ed una delle prime regole che si insegnavano ai “nuovi” era quella di non lasciare mai alcun oggetto nei dintorni, che potesse indicare, la presenza dei “ribelli”, se questi dovevano spostarsi in tutta fretta.
Il momento più significativo della giornata era cer­tamente la riunione serale e per il fatto stesso di ritrovarsi tutti vicini, fisicamente e spiritualmente, e per­ché, soprattutto, costituiva una lezione di democrazia quotidiana,  il cui significato era tanto più importante in quanto si imponeva come l’espressione più aperta del rifiuto al recente passato e delle speranze per il futuro, che si profilava più ricco di quanto in realtà non fu e coloro che vissero questa prima fase della esperienza partigiana ne rimasero custodi gelosi, come se quel patrimonio di idee, di pensieri e di fede non potessero essere facilmente compresi da quelli che vennero dopo e che di questo patrimonio conobbero di riflesso in una atmosfera già mutata, in un modo di vita ancora difficile e pericoloso, ma cui manca la totale e orgogliosa povertà dell’inizio.

Durante la riunione serale si stabilivano il turno di guardia per la notte e quello per la pattuglia dell’in­domani. Poi Bini leggeva un riassunto delle notizie trasmesse da Radio Londra e gli uomini discutevano dei pro­gressi delle armate alleate, dell’avanzata russa, facen­do ipotesi ottimistiche sul tempo che gli anglo-america­ni avrebbero impiegato ad arrivare a Genova, tutti fermamente convinti che la guerra sarebbe finita di lì a qualche mese, nonostante il bollettino ripetesse da tempo: “Sul fronte italiano il maltempo ha ostacolato l’attivi­tà degli alleati”.
Poi si discuteva dei problemi inerenti alla organizzazione partigiana, della vita politica, internazionale, della giustizia e dell’onestà, che avrebbero portato nel­la vita sociale delle città liberate.
Il particolarismo politico, sebbene gli “anziani” fossero in primo luogo uomini di partito, si affacciò molto più tardi: in quel periodo le discussioni politiche erano alquanto generiche e l’unico elemento che tradiva la loro appartenenza politica era il richiamo costante, in ogni discorso, tendente a dimostrare la validità della ribellione popolare, alla Russia e alla sua rivoluzione. Ma ciò era facilmente accettabile, sia perché si riconosceva ai comunisti la solidità e la superiorità della loro organizzazione anti-fascista, sia perché la Russia, che per tanti anni era stata l’oggetto di esecrazione continua da parte della propaganda fascista, appariva ora come il simbolo di una riconquistata libertà civile e sociale.
Alcuni tuttavia, nonostante la genericità dei discorsi, avvertivano già la presenza di un disegno politico ben determinato e se ne mostravano contrariati; Bisagno  fungeva in quel periodo da elemento equilibratore, che si sforzava di far superare queste posizioni di punta per evitare rotture dannose al futuro della formazione, riconoscendo che il merito della organizzazione clandestina di città e di montagna spettava, almeno agli inizi, al partito Comunista senza vedere al di là della comune preoccupazione di liberare l’Italia dai fascisti e dai tedeschi, il proposito di instaurare un tipo di organizzazione politica, ben determinata.
“I rapporti fra Bisagno e i comunisti sono strani fin da principio: la stessa guerra con prospettive che divergono, lo stesso rigore con imperativi dissimili, gli stessi simboli con significati diversi; un inganno, se questo è un inganno reciproco; una spiegazione e una rottura sempre eluse”. 

PRIME AZIONI DI MOVIMENTO E DI DISTURBO

Nella seconda metà di marzo, Bisagno si vide poco in banda, perché stava organizzando il recupero delle armi nascoste a Chiavari 1’8 settembre. Fin d’ora e in futuro vedremo Bisagno preparare con estrema diligenza, direi quasi con una pignoleria tutta ligure, le azioni, per trarne il maggior profitto con il minor danno, prevenendo per quanto possibile, le reazioni del nemico.
Nel caso dei recupero armi, Bisagno studiò con cu­ra l’itinerario più conveniente, fissò i tempi di azio­ne entro i quali ogni uomo doveva svolgere un compito, già ben definito in precedenza, e con un margine di si­curezza notevole.
Il recupero venne effettuato verso la fine di mar­zo. La mattina precedente l’azione, Bisagno e Lesta, ar­mati di pistola, da Cichero raggiungono S. Martino dei Venti e di qui scendono a Chiavari passando per il po­sto di blocco di Carasco; Bisagno vuole appurare la consistenza delle forze tedesche di guardia. A 50 me­tri dal posto di blocco, Bisagno avverte Lesta che, nel caso i tedeschi li fermassero, l’unica soluzione è sparare e fuggire.
Durante la riunione serale vanivano rimessi a giu­dizio di tutto il gruppo i litigi della giornata.
La spiegazione franca e sincera dell’incidente e la “sentenza” dei compagni, impediva il sorgere di ran­cori personali, che a lungo andare avrebbero potuto minare la compattezza del gruppo e inoltre si domandava con­to di qualche ordine dato durante la giornata e ritenuto arbitrario o sbagliato.
I tedeschi li lasciano passare senza difficoltà, ma Bisagno si ferma con il pretesto di allacciarsi una scarpa proprio davanti alla porta della guardiola, per veri­ficare il numero dei tedeschi che la occupano: 4 o 5 in tutto. Giunti a Chiavari, sostano a lungo in una posizio­ne da cui è chiaramente visibile 1’ospedale e la zona verde che lo circonda, nonché il castello, che funge da osservatorio tedesco antiaereo, sotto il quale si esten­de il terreno coltivato a orto e frutteto, in cui erano state, nascoste le armi.
Studiando passo passo il percorso, scendono nel centro di Chiavari, passando sotto le mura che cingono il castello e che sarà necessario superare per fuggire. Compiuto il sopralluogo, che doveva imprimere nella loro mente le caratteristiche dei luoghi, per poterli ricono­scere nell’oscurità, ritornano in distaccamento.
Qui Bisagno raduna gli uomini, ne sceglie quindici, calcolando che siano sufficienti a portare il carico di armi; traccia uno schizzo del luogo preciso del nascondiglio e delle adiacenze. Gli uomini prescelti vengono istruiti su quanto devono eseguire.
Il gruppo parte la Cichero il giorno successivo verso le 12 per giungere a Chiavari nelle prime ore del co­prifuoco, evitando le strade frequentate e passando a pochi metri dal posto li blocco di Carasco: in caso di incontri indesiderati sparare e darsi alla fuga.

Tutto il gruppo penetra nel giardino dell’ospedale, dove restano 10 uomini affidati a Bini; un partigiano salirà sul muro alto circa 2 metri che chiude il giardino medesimo, per ricevere le armi da un altro partigiano, il quale acquattato tra gli arbusti spinosi ai pie­di del muro del castello, riceverà le armi attraverso una larga fenditura, la cui esistenza Bisagno e Lesta avevano scoperto durante la perlustrazione del giorno precedente. Condizione fondamentale per il buon esito dell’azione: agire nel silenzio più assoluto.
Tra i due muri di cinta, quello dell’ospedale e quello dell’osservatorio, una ripida discesa conduce in Via Ravaschieri. Qui giunti, Bisagno seguito da Le­sta, Nero, Berto, si imbatte in una pattuglia di Cara­binieri: la mano corre alla pistola; ma la pattuglia si allontana senza sospetto.
Raggiunto il n. 47 di Via Ravaschieri, Bisagno suona ad un campanello: viene ad aprirgli Don Raggio; un breve parlottare sull’uscio e i 4 vengono introdotti nell’appartamento del sacerdote da dove raggiungono l’orto retrostante, in cui si trova la vasca di cemen­to contenente le armi e nel silenzio inizia l’opera di recupero.
Tolta la terra che li ricopre, ad uno ad uno i mo­schetti (circa una cinquantina, più i caricatori e le munizioni), vengono rimossi dal loro nascondiglio e portati, superando i 200 metri di terreno tra la vasca e il muro di cinta del castello, ai piedi del muro stes­so e passati attraverso la fenditura al partigiano, cui
le spine dei rovi cominciano a procurare terribili punture (il giorno successivo in banda gli estrarranno un gran numero di aculei da tutto il corpo), il quale le porge al compagno che sta a cavalcioni del muro di cinta dell’ospedale e che a sua volta le consegna agli uomini rimasti nel giardino: questi facendo il passamano radunano i fucili e le munizioni in un punto abbastanza lontano dal luo­go del recupero, in modo da potersi dileguare con le armi anche in caso di allarme. Il tutto si svolge nel giro di 45 minuti circa.

Sopra le loro teste i tedeschi parlottano ignari. A lavoro ultimato Bisagno ordina agli uomini oltre il muro di allontanarsi, concedendo loro 20 minuti prima di tentare egli stesso la fuga con i tre compagni, per evitare che, i tedeschi insospettiti da qualche rumore proveniente dal giardino, diano l’allarme prima che il grosso de­gli uomini, gravati dal peso delle armi, siano fuori del­la zona pericolosa.
Si verifica infatti che uno dei quattro, nel tentativo di risalire il muro, cade, provocando un po’ di tramestio e svegliando il custode, che abita la casa sotto il castello a ridosso del muro di cinta, il quale si affac­cia chiedendo ad alta voce “chi è la”; tentano di farlo tacere e gli intimano di aprire loro la porticina che im­mette nella discesa al di là della cinta.
Anche il cane comincia ad abbaiare. Il custode non capisce e preso dal panico grida sempre più forte “chi è là”.
Il tempo stringe: una veloce arrampicata su per il muro e giù un salto nei rovi, mentre dall’osservatorio viene dato l’allarme, ancora un muro e un salto e una rapi­dissima corsa per raggiungere i compagni.
Il gruppo, ricostituitosi, arriva a S. Martino del Vento. Lungo la strada, poiché alcuni uomini non reggono alla fatica, cui si aggiunge la mancanza di cibo, Bisagno li solleva dal carico e lo assume su di sé.
Ma il partigiano Puglia sviene più volte e Bisagno, deposte le armi, se lo carica sulle spalle, portandolo per un lungo tratto mentre un altro del gruppo, precedendo i compagni, raggiunge Cichero per rifornirsi di pane e di acqua e ridiscende verso il gruppo per rifocillare i più esausti.
Dopo il recupero delle armi vennero formate le prime squadre armate. Successivamente all’azione di Chiavari, i contadini della zona informarono i comandanti partigiani che i tedeschi, i quali gestivano una fabbrica di tannino a Carasco, avevano richiesto il taglio dei castagni per alimentare appunto la produzione di tannino.
I  capi partigiani consigliarono i contadini di non ottemperare all’ordine e per manifestare la loro solidarietà con la popolazione decisero un’azione di sabotaggio al­la linea elettrica che alimentava 1’industria del tannino a Carasco.
Lesta e Berto ebbero l’incarico di far saltare i tra­licci bell’alta tensione a Borgonuovo di Mezzanego, mentre Bisagno con Bini avrebbe provveduto a quelli di S. Martino del Vento.
II tritolo occorrente era stato procurato dall’organizzazione clandestina di Chiavari, che faceva capo al partito comunista, tramite una staffetta di Carasco, il cui nome di battaglia era Boia.
Bisagno istruì Lesta e Berto sul modo di utilizza­re il tritolo, risparmiando sulla quantità necessaria a far saltare entrambi i pali, sfruttando la pendenza del terreno, in maniera che, abbattendo uno dei due piloni, questo trascinasse con sé anche l’altro. Venne fissato il giorno e l’ora precisa: infatti per dare maggiore ri­sonanza al sabotaggio, le due esplosioni avrebbero dovu­to avvenire contemporaneamente.
L’azione, abbastanza clamorosa, diede ai fascisti ed ai tedeschi il primo sentore che il movimento partigiano della zona passava all’attacco, e ciò incoraggiò parecchi giovani che si tenevano nascosti, ma estranei alla lotta, a salire.
Poco dopo si registrava una cavalcata di Spiotta e compagnia (circa 150 squadristi su due camions) a Favale di Malvaro.
Qui giunto Spiotta aprì il fuoco all’impazzata sul­la piazza del paese, dove si stava giocando una partita a bocce, solo perché la gente appena riconosciutolo, si era data a precipitosa fuga: una manifestazione di violenza e di tracotanza tipica dello squadrista chiavarese.
Bisagno, informato dell’arrivo di Spiotta a Favale, scende con una squadra di 15 uomini e si apposta un po’ a monte del ponte di Lorsica, lungo la rotabile che conduce a Favale di Malvaro, per attaccarlo sulla via del ritorno.
Inutile attesa; i fascisti sono già ridiscesi schiamazzando, come li informa Costante Lunetti, cugino di Bisagno, il quale, trovandosi nascosto presso una zia in località Castagnelo, si imbatte casualmente nel gruppo e riconosce nel capo di quel eterogeneo insieme di uomini Aldo Gastaldi, di cui egli ignorava l’attività partigiana.
Bisagno si accorge di essere stato riconosciuto e fa un cenno al cugino di non palesare il loro legame di paren­tela.
Il giorno delle palme, 2 aprile 1944, Costante Lunetti decide di andare in cerca dei partigiani, per unirsi a loro, e sul monte Rondanara, dietro il Ramaceto, incontra fra i primi il partigiano Denis, che lo conduce a Cichero dove egli ebbe il numero di matricola 50 e nome di battaglia Caronte.

AFFLUSSO DI UOMINI E PROBLEMI CONNESSI

Gli uomini di Cichero vivevano in quel periodo divisi in due casoni, uno alle dirette dipendenze di Bisagno, vice comandante Gino (Michele Campanella) e l’altro affidato a Giuseppe, detto il Polacco,
Con la Pasqua del 1944 e la tragedia della Benedicta una parte degli scampati si rifugia a Cichero. L’afflusso di nuovi elementi, che si faceva via via più frequente provocato dalle retate germaniche e dai bandi di Mussolini, non costituiva per il momento un reale profitto per la formazione, che in quel periodo (aprile, metà maggio) denunciava ancora chiaramente la sua insufficienza e dal punto di vista organizzativo militare e sul piano dell’approvvigionamento viveri. Bisagno sostenne in quel periodo lunghe e vivaci discussioni con Bini, Lucio, Marzo, disapprovando il tentativo delle organizzazioni cittadine di mandare su uomini, nonostante l’evidente impossibilità dell’organizzazione partigiana a controllane i movimenti, a difenderli ad alimentarli; e a sostegno elle sue argo­mentazioni portava 1’esempio tragicamente recente della Benedicta, dove l’afflusso massiccio di nomini in una zona limitata, aveva reso più facile l’opera dei rastrellatori. Ecco un primo motivo di  divergenza: da una parte i so­stenitori della necessità di coinvolgere nella lotta un maggior numero possibile di Italiani, per dare volume al movimento popolare di ribellione al nazi-fascismo,  e dal­l’altra la chiara e dolorosa consapevolezza di non poter ancora allargare la propria consistenza numerica, senza arrecare  danno alla preparazione di una solida base di uo­mini capaci, destinati ad assumere i quadri di comando futuri ed a imprimere il carattere della “Scuola Cichero” ai distaccamenti e alle brigate, senza imporre agli uomini restrizioni ancora maggiori di quelle presenti e difficilmente sopportabili.

Non bisogna dimenticare che ancora ad aprile la situazione viveri era molto precaria: il vitto era costituito da una minestra, più esattamente brodaglia, senza sale, con qualche raro pezzo di patata, un po’ di fagioli e pasta ancora più rada, cioè acqua scondita come primo e una fet­ta di torta di castagne (la torta era del diametro di cir­ca 30 cm, da dividersi tra 25-30 uomini): nonché un pezzo di pane sottilissimo condito con un cucchiaio di glucosio liquido (testimonianza Caronte).
Affinché nessuno dei partigiani, spinto dalla fame, scendesse in paese a cercare cibo, la sentinella al Casone aveva l’ordine dita sparare a chiunque si allontanasse più di 50 mt senza permesso.
Jack di Borgonuovo fu messo sotto processo durante la riunione serale, perché un tale di nome Cacin, infor­matore dei partigiani, aveva riferito ai comandi che Jack aveva chiesto da mangiare ad una famiglia di Lorsica.
Jack fu redarguito severamente da Bisagno il quale ribadiva il concetto di autosufficienza, ripetendo che i partigiani erano saliti ai monti di propria volontà e non dovevano, anche se digiuni da uno o due giorni, sentirsi in diritto di andarne a prendere dove era possibile tro­varne, principalmente per distinguersi dai soldati della milizia repubblichina, i quali salendo nei paesi effettua­vano il primo rastrellamento nelle stalle e nelle cantine.
La punizione del palo fu adoperata per la prima vol­ta ai danni di un partigiano di Voltri di nome Berto, il quale, durante il turno di guardia notturno, entrò nel Casone in cui stavano cuocendo le castagne per la colazio­ne (la razione mattutina di castagne non era tanto scarsa) e ne mangiò alcune, confessando poi al mattino la propria debolezza. Si riunirono gli uomini e tutti furono d’accor­do di punirlo per l’infrazione: occorreva tuttavia una pu­nizione che fosse sentita, non tanto come sofferenza fisi­ca quanto piuttosto come mortificazione di fronte ai pro­pri compagni, e venne fuori l’ora di palo (testimonianze Lesta, Dedo, Caronte).
A migliorare temporaneamente la situazione “cibarie”, si presentò a metà aprile l’opportunità di un recupero di viveri a Cavi di Lavagna, la famosa “marcia del formaggio”.

Furono scelti 34 uomini dotati di buona forza fisica e tra questi Caronte, Jack, Lenta, Dedo, Gino, Croce, Michele, Mare. Si trattava di trasportare forme di formag­gio di circa 30 Kg l’una e per un lungo percorso.
Partirono da Cichero verso l’imbrunire: l’ordine era: zaino vuoto, armi e munizioni (prevalentemente moschetti, qualche fucile 91 e 1 mitra).
Il gruppo camminò tutta la notte per giungere all’albeggiare in vista di Cavi, e qui fece sosta in una macchia di verde. Le forme di formaggio erano state asportate da un camion tedesco, da un gruppo di uomini appartenenti al­la futura formazione Coduri.
Il quantitativo di formaggio era stato destinato dal C.L.N. di Chiavari ad alcune formazioni del Levante e alla banda di Cichero ne erano toccate una trentina: il quantitativo era stato occultato in una grotta.
Ultimata l’operazione di recupero, gli uomini si misero in cammino. Dopo mezz’ora di marcia, per allontanarsi dal­la zona, il gruppo si fermò in una località boscosa, dove Bisagno decise di trattenersi fino all’imbrunire per ri­prendere il cammino.
La colazione di quel giorno consistette quasi esclusivamente di formaggio parmigiano, distribuito in porzioni abbonanti ed accettato con esultanza. I guai cominciarono quando si manifestò in tutti una insostenibile sete.
Il luogo non offriva altro che un esiguo rigagnolo, dove ciascun partigiano, usando le foglie come contenito­ri, raccoglieva poche gocce, mettendosi poi ordinatamente e pazientemente in fila ad attendere il turno successivo. Così trascorse la giornata.

La sera si riprese la marcia con questo ritmo: mez­zora di marcia, cinque minuti di riposo, in considera­zione del notevole peso che gravava sulle spalle di ciascuno: formaggio 30 Kg più armi e munizioni = circa 35-40 Kg. Ma tale disposizione fu presto infranta, quando si giunse in una località che offriva acqua in abbondanza: zaino e munizioni a terra e tutti a bere come forsennati. La difficoltà del cammino era costituita, oltre che dal peso, dalle dolorose trafitture provocate spigolo della forma, che batteva sulla schiena sempre nello stesso punto: tutti infatti giunsero a destinazione con il dorso più o meno gravemente piagato.
Il mattino il gruppo giunse in vista di Cichero: le donne di Cichero attesero sugli usci delle case l’arrivo dei partigiani, offrendo loro latte appena munto, per dissetarli e ristorarli. Alla popolazione venne distribuita una notevole quantità di formaggio.
Dopo il recupero viveri a Lavagna inizia un periodo di continui spostamenti, effettuati per evitare possibili puntate nemiche e per ingannare eventuali informatori fa­scisti: la necessità di tali spostamenti costituiva inol­tre un efficace esercizio, per migliorare nei singoli partigiani, provenienti in maggioranza dalla città, la cono­scenza della zona, consentendo   anche di sviluppare e di rafforzare i legami con la popolazione contadina della valli adiacenti alla zona di Cichero, soprattutto in di­rezione della Val d’Aveto.
Nella seconda metà di aprile i due gruppi, quello di Gino e quello di Giuseppe il Polacco, si spostarono a Costadarena, una località disabitata a circa mezzora da Favale di Malvaro.
Due giorni dopo l’arrivo alla nuova base giunse l’informazione che una spia cercava notizie sui partigiani. Trascorsero altri due giorni e la spia fu catturata e condotta in un casone isolato in attesa di giudi­zio. La spia fu trovata in possesso di una pistola e di una tessera che testimoniava la sua appartenenza ai gruppi di S.S. italiani. Durante tutta la notte venne interrogata da Bini, Lucio, Sam l’Inglese, alla presenza di Bisagno e di Jack di Borgonuovo (al quale appartiene questa testimonianza).
L’individuo confessò di essere salito in zona per localizzare la posizione dei ribelli e per segnalarla al gruppo di tedeschi e fascisti che in numero rilevan­te (circa 250) sarebbero saliti il mattino successivo.
Le colonne salirono infatti, ma non trovarono la guida, che, come si diceva in gergo partigiano, “era stata mandata in Piemonte”.
Fu la prima esecuzione avvenuta presso la banda di Cichero, e benché si trattasse di un reo confesso, tutti ne riportarono una profonda impressione, anche perché l’esecuzione avvenne in maniera alquanto drammatica e l’uomo ferito in varie parti del corpo, (le numerose fe­rite non sono state inferte per prolungare l’agonia, ma per l’evidente incapacità degli esecutori a colpire in maniera definitiva) fu finito mentre invocava una pietà che le circostanze non consentivano.
Ci fu un momento di perplessità negli uomini, che erano pronti a combattere, anzi impazienti, ma non si sentivano di fare i giustizieri, sebbene razionalmente comprendessero che la necessità di sopravvivenza imponeva di accettare anche episodi come questo, che naturalmente ripugnano alla coscienza del singolo. Si impone la necessità di spostarsi.

SPOSTAMENTO GENERALE DELLA BANDA IN VAL D’AVETO E COSTRUZIONE
DI BARACCHE SUL MONTE AIONA.

Da Costadarena si torna a Cichero ad Acero, una loca­lità oltre il Ramaceto verso la Val d’Aveto.
Durante la breve permanenza ad Acero giunse il messaggio positivo, come se dovesse esserci il lancio a Cichero.
Alle due di notte si parte, perché il lancio doveva avvenire alle 4 ed era necessario accendere i fuochi si segnalazione: corsa a Cichero ma niente lancio; e non fu l’unica attesa delusa.
La banda si stabilisce in una casa abbandonata.
La mattina successiva all’arrivo ad Acero, mentre un gruppetto di partigiani stava commentando con Bisagno ciò che era accaduto a Costadarena e la gravità della de­cisione, una staffetta del paese avverte che giù ad Acero un maresciallo maggiore della milizia repubblicana accompagnato da due carabinieri, andava cercando di casa in casa i renitenti. Bisagno manda Croce (cui appartiene questa testimonianza) con 5 uomini ad Acero con la conse­gna di non intervenire fino a che i tre non tentassero qualche cattura. Purtroppo, entrando in paese, prima di averli localizzati, Croce si imbatte nella pattuglia e non gli resta che intimare 1’Alt. I prigionieri vengono condotti al comando partigiano, Bisagno reagisce energicamente, mostrandosi alquanto contrariato dell’accaduto, che impo­ne la necessità di processare gli uomini catturati:
va di accettare anche episodi come questo, che naturalmente ripugnano alla coscienza del singolo. Si impone la necessità di spostarsi.

Bisagno si rifiuta di partecipare al sommario processo, che con i suoi ordini precisi egli intendeva appunto evitare, conscio delle conseguenze che tali esecuzioni provocavano: fughe, spostamenti, rappresaglie, oltre agli aspetti propriamente umani della cosa.
Ai due Carabinieri vennero tolte le scarpe e lasciati andare. Il maresciallo maggiore, il quale durante il processo mantenne un atteggiamento sprezzante e provocatorio, fu condannato alla fucilazione. Una staffetta informò Bisagno della decisione ed egli, pressato anche dalle insistenze degli uomini, in gran parte con­trari a queste soluzioni estreme, mandò a dire al Bini e agli altri di attendere il suo arrivo prima di procedere all’esecuzione: la sentenza era già stata eseguita.
La viva contrarietà suscitata negli uomini da ciò che era appena accaduto, 1’immediata necessità di uno spossamento, che fu preceduto da un pauroso temporale, il timore che la popolazione avesse a subire le conse­guenze di tale decisione, provocarono in molti un pro­fondo turbamento, un ondeggiamento nella volontà di proseguire.
Uno di essi, Dedo, per nascondere la tensione che gli avvenimenti avevano creato in lui, si rifugiò nel­l’oscurità della stalla situata al pianterreno della casa, buttandosi a corpo morto nel fieno e dando li­bero sfogo alla sua pena. Ripresosi, appena i suoi oc­chi cominciarono a scorgere i contorni delle cose, vide un’ombra appoggiata alla porta: era Bisagno: anche lui aveva cercato rifugio alla sua amarezza, al suo dolore per quanto era accaduto e che costituiva una violenza alla sua umanità, alla sua fede nell’amore per il prossimo. Fu proprio Bisagno con il suo momentaneo scoramento ad aiutare Dedo a comprendere che la guerra partigiana non era fatta solo di coraggio di fronte al nemico, ma anche di rinunce personali, di delusioni, di sofferenze morali, ma che nonostante tutto bisognava procedere senza incertezze.
Dopo l’esecuzione del maresciallo maggiore non bastò più spostare gli uomini da un casone all’altro, fu necessario cambiare temporaneamente zona, poiché la Val Fontanabuona stava diventando troppo pericolosa.
Bisagno invia Testa e Jack a cercare nuove possibilità di occultamento, indicando la zona del lago di Giacopiane, in Val d’Aveto. Lesta e Jack si recano a   Campori, una località sulla statale della Val d’Aveto, da Campori a Temossi, da Temossi al lago di Giacopiane, e qui, in prossimità del lago, trovano alcuni casoni, spogli di tutto all’interno.
Tornati ad Acero, la notte stessa, sotto una pioggia torrenziale, tutta la banda si mette in cammino con armi e masserizie, non escluso il calderone di rame, che ruzzolando lungo la scarpata insieme a Beppe che lo portava sulle spalle, provocò un fragore sinistro in quel silenzio quasi assoluto: Jack e Lesta davanti agli altri per guidarli lungo il cammino percorso durante il giorno.
Mentre gli uomini si sistemano provvisoriamente nei casoni fra Temossi e il lago di Giacopiane, Lesta e Jack riprendono il cammino in cerca di nuove sistemazioni, portandosi a Sopralacroce, non lontano dal monte Aiona, ai casoni del Cosso; riescono a convincere i proprietari, inizialmente alquanto diffidenti, a conce­dere l’uso dei casoni, nei quali i partigiani avrebbero trovato, quali materassi, foglie di castagno e di faggio: era già un lusso.
Tornate le staffette a Temossi, la banda fa traslo­co ai Casoni del Cosso.  All’epoca degli ultimi spostamenti di fine aprile, la banda contava circa una settantina di uomini.

A Sopralacroce inizialmente la popolazione si di­mostrò alquanto ostile. Entrati in rapporti di amicizia con alcuni del paese, i partigiani scoprirono che la scon­trosità della popolazione era provocata dal timore che il proprietario all’albergo di Sopralacroce, un certo Rossi di Genova, informatore di Spiotta, fucilato dai partigiani nel luglio 1944 (vedi n° 2 del “Partigiano di montagna” del 12 agosto 1944) potesse denunciarli. Spiotta sa­liva infatti ogni mese una volta a Favale di Malvaro, con molta prudenza, poiché sapeva la zona frequentata dai partigiani, e una volta a Sopralacroce.
Vi fu naturalmente un tentativo di catturarlo in oc­casione della visita mensile. Avvertiti di questa eventualità, Jack, Michele e Croce scesero sulla statale della Val d’Aveto e nella notte precedente la “passeggiata” dello squadrista chiavarese recisero quasi totalmente un al­bero che si innalzava sul ciglio della strada, in curva, lo legarono con robuste corde in modo da tenerlo ancora eretto.
Croce e Michele rimasero accanto all’albero, mentre Jack si portò in una posizione da cui poteva dominare la strada che sale a Borzonasca, con l’accorto che, all’arri­vo di Spiotta, Jack avrebbe sventolato un fazzoletto; in realtà fece un gesto con la mano, che fu interpretato dagli altri come il segnale di lasciar cadere l’albero ad ostruire completamente la strada; ma dietro la vettura di Spiotta apparvero numerose autoblindo tedesche e i tre si diedero a precipitosa fuga entro la macchia, inutilmente inseguiti lai fuoco nemico.
Durante il soggiorno a Sopralacroce, che si protrasse a tutta la prima quindicina di maggio, Bisagno condus­se con sé una squadra di quindici uomini, a costruire le baracche sul monte Aiona, avvertendo la necessità di sta­bilire dei punti strategici, in posizioni non facilmente accessibili, di creare dei punti di difesa e di occulta­mento, dominanti in pari tempo una vastissima zona circo­stante.
Proprio in quel periodo il comando militare aveva inviati in zona il figlio del colonnello Pompei (fucila­to a Berga per tragico errore degli uomini di Edoardo), Ugo Pompei, insieme ad un funzionario della Camera del Lavoro, un certo Mattei, ora defunto, per cercare i campi di lancio. Insieme a Bisagno i due effettuarono un giro di perlustrazione passando sull’Aiona e raggiungendo an­che la zona di Capanne di Carrega.

Il primo lancio organizzato dalla “Otto” e destina­to alle formazioni garibaldine della IV zona (questa era la denominazione che la delegazione Brigate Garibaldi aveva dato al territorio che si estendeva dalla Valle dell’Olba alla Valle dell’Aveto e comprendente perciò la vallata di Cichero) divenne IIIa zona in base alla suddivisione effettuata dal Comando Unificato Militare Ligure nel luglio del 1944 (secondo le disposizioni del Comando Generale del C.V.L. per l’Alta Italia) in vista della creazione di Comandi Zona alle cui dipendenze venissero inquadrati tutti i reparti operanti nel territorio di giurisdizione di ogni singolo comando (Lo schema subì successive modifiche e la IIIa Zona divenne VIa Zona nell’agosto 1944) (Vedere Gimelli Voi. II) fu ricevuto nel paese di Brignole, nell’alta Val d’Aveto, dal maresciallo dei carabinieri e dal Parroco del paese: il lancio avvenne tra il dicembre ‘43 e il gennaio ‘44. Le armi recuperate in quel lancio furono inviate a Genova per armare i gruppi di Gappisti, vivente ancora “Buranello”.
I primi lanci ricevuti dalla formazione Cichero avvennero nel luglio 1944. La scelta era caduta appunto sul monte Aiona, perché vi si estendeva un pianoro di notevoli dimensioni, utilizzabile in caso di lanci.
Bisagno scelse gli uomini tra i più fidati e vecchi di Cichero, i quali erano i soli a conoscere l’ubicazione del luogo; infatti le staffette che avevano il compito di portare i rifornimenti viveri, si incontravano con le pattuglie del “Forca” in una località a metà percorso, per evitare che, in caso di cattura, potessero rivelare l’esi­stenza del gruppo. Giunti infatti sul Forca i 15 uomini vennero divisi in tre squadre, a ciascuna delle quali fu affidato un compito specifico: tagliare gli alberi, pulir­li, asportare le zolle di terreno.
Le due baracche costruite in una insenatura di faggi, venivano erette a forma di capanna con i tronchi d’albero e il loro tetto veniva ricoperto di zolle erbose, per cui si confondevano quasi totalmente con la vegetazione circo­stante.
Oltre alle baracche destinate ad ospitare gli uomi­ni, vennero approntati, sempre sotto la guida “tecnica” di Bisagno, alcuni rifugi per materiale di lancio. Rifugi molto capaci e sicuri, costruiti, com’erano, in maniera da ingannare anche l’occhio più indagatore.
Lungo il pendio del monte vennero tagliate delle ca­vità ad angolo retto, da cui si asportavano le zolle erbo­se che venivano custodite al fresco, nella boscaglia, per evitare che si disseccassero. Quando le cavità furono ben ripulite, sul loro fondo vennero sistemate tre file di tronchi di faggio, disposti in scala e tutti con una biforcazione alla sommità, sulla quale poggiavano i tron­chi sistemati a reticolato, e su questi ultimi venivano poste le zolle erbose, asportate in precedenza, così da ricostruire il pendio del monte.
Entro la prima metà di maggio le baracche erano pronte e circa una ventina di uomini vennero condotti lassù ad occuparne una, ma prima del rastrellamento di fine agosto anche l’altra era al completo.
Il primo comandante del distaccamento Forca fu Bini, poi sostituito da Dedo, allorché Bini assunse la direzio­ne dell’ufficio stampa (luglio 1944).
Durante il periodo di attesa dei lanci, verso sera gli addetti lasciavano le baracche e si portavano sul pia­noro di atterraggio dei lanci che si estendeva sull’Aiona, in posizione più elevata rispetto alle baracche.
Sul pianoro c’era una tenda che serviva di ricovero a coloro che si avvicendavano nei turni di guardia in at­tesa del lancio.
Il segnale luminoso convenuto per il lancio era una ipsilon, per cui venivano preparate quattro cataste di legna con un recipiente pieno di benzina accanto, in modo che anche in caso di pioggia, non veniva meno la possibi­lità di accendere il fuoco.
Il messaggio di Radio Londra destinato al Forca era: “Bianco 212, è cessata la pioggia”. Questa frase si ripe­teva fino a che non era giunto il momento del lancio: la frase indicativa era “Bianco 212, il vento è spento” e significava che quella notte o nelle notti successive avrebbe potuto avvenire il lanciò. Naturalmente un servi­zio di staffette tra il Forca e Sopralacroce, metteva i partigiani in condizione di preparare in tempo i fuochi.
Il rifornimento viveri era organizzato da Jack a Sopralacroce e verso sera le pattuglie scendevano a ri­tirare le provviste, sempre piuttosto scarse, che veniva­no integrate con la raccolta di fragole, lamponi e mirtilli; la raccolta di fragole consentiva ai partigiani di fare scambi con la popolazione, attraverso il parroco di Temossi, Don Gigetto, che si incaricava di distribuirle, ricevendo per contro zucchero, pasta, un po’ di verdura.
Al distaccamento Forca non era assegnato uno specifi­co compito militare; la naturale posizione di difesa, poi, non imponeva una costante vigilanza, per cui, dopo i pri­mi entusiasmi per la vita bucolica e contemplativa, cominciava ad insinuarsi il desiderio di una più intensa at­tività di movimento, l’impazienza di combattere.

Utilizzando degli stracci, i partigiani avevano da­to forma ad un pallone, che serviva loro per ingaggiare furibonde partite di calcio, che rompevano temporaneamente la monotonia e l’immobilità.
Durante la permanenza a Sopralacroce, Lucio e Bini, ebbero un incontro con i primi elementi del gruppo, da cui ebbe origine la formazione di Virgola (verificare e sviluppare). In quel periodo Aurelio Ferrando (Scrivia) sollecitato da Bisagno, salì ai monti, raggiungendo da Nervi la zona di Cichero e di cui il gruppo del Forca, presso il quale si trovava Bisagno.
Appena giunto sull’Aiona, Bisagno lo presentò agli uomini come il suo più caro amico, le cui doti e capaci­tà, così affermava Bisagno, erano senz’altro superiori alle sue; il discorso fu accolto da sghignazzate e proteste, che fecero intendere a Scrivia, novellino e con l’aria un po’ troppo cittadina per quei tipi barbuti che lo guardavano con una certa ironia, che essi consideravano Bisagno un capo insostituibile.
Verso la metà di maggio c’è un ritorno di tutta la formazione a Cichero, dove si attende il lancio, prean­nunciato dal Comando Militare di Genova (vedi Gimelli Vol. II).
Sul Forca rimase una squadra di 4 o 5 uomini a guardia del materiale custodito nelle baracche.  il messaggio di radio Londra per Cichero era: “La mia barba è bionda” cui doveva seguire: “l’erba cresce d’estate”. Anziché il lancio, vanamente atteso, vi fu il giorno 20 maggio una ricognizione sul monte Ramaceto da parte di un aereo germanico che effettuò un lancio di volantini, con i quali si invitavano i ribelli ad ottemperare al bando Graziani, minacciando gravi sanzioni ai renitenti.

DIVISIONE DELLE FORZE E DECENTRAMENTO

L’imminente scadenza del bando (25/5/’44) aveva spinto in montagna nuovi gruppi di giovani, tanto che la presenza massiccia di uomini in quella zona, e con il sentore del rastrellamento, che non avrebbe mancato di sopraggiungere allo scadere del bando stesso, indus­se il Comando a suddividere gli uomini in tre distacca­menti che vennero dislocati in tre località diverse, a circa 12   ore di cammino l’una dall’altra.
Il primo distaccamento, da cui ebbe origine la brigata Jori, fu affidato come comando militare a Croce (Stefano Malatesta), come commissariato a Moro (Pascolini Otello) e fu avviato in Val Trebbia.
Croce con i suoi uomini si accampò in alcuni fie­nili sotto 1 ‘Antola e vi rimase circa 15 giorni; dal­l’Antola si spostò poi sul Monte Carmo.
Poiché, dopo lo spostamento del gruppo di Bogli verso Cichero, la Val Trebbia era rimasta completamente abbandonata dalle forze partigiane, a Croce e al suo distaccamento venne affidato il compito di studiare la si­tuazione in questo settore, di valutare la consistenza di eventuali bande e gruppi illegali che vi operavano, e di segnalare la possibilità di azione e di disturbo sul­la statale 45, nonché di localizzare punti base per la dislocazione di nuovi distaccamenti, in vista di uno spostamento gravitazionale delle forze e dei comandi par­tigiani dalla Val Fontanabuona alla Val Trebbia.
Il secondo distaccamento ebbe come comandante Gino (Michele Campanella) e come commissario Bini (Giovanni Serbandini) dislocato nella zona di Cichero. Il distaccamento di Gino continuò a funzionare come punto di raccolta e di smistamento degli uomini, che salivano sempre più nume­rosi ai monti, e con incarichi di controllo e vigilanza sulla statale della Val d’Aveto, specialmente nel tratto com­preso tra Borzonasca e il passo della Forcella.
Il terzo distaccamento venne affidato a Scrivia (Au­relio Ferrando) con commissario Nino presto sostitui­to da Carlo (G.B. Lazagna) e inviato nella zona di Pannesi.
La nomina di Scrivia a comandante del IIIo distacca­mento costituì un gesto di autoritarismo da parte di Bisagno, in contrasto con le tradizioni di democratica scelta dei capi tipica della banda di Cichero. Di fronte ai dis­corsi e alle rimostranze degli uomini, specialmente vecchi, mal tolleranti a un nuovo arrivato, di cui non conosceva­no né qualità di uomo né di comandante, venisse affidato un compito di così grave responsabilità, sostenne: “Ne rispondo io”, e fu tutto.
Il distaccamento di Pannesi costituiva una punta avanzata in una posizione particolarmente critica, cui tocca­va di fronteggiare e contenere le puntate provenienti dalla città. Dopo la suddivisione dei distaccamenti, Bisagno si portò nella zona di Pannesi, dove rimase presso Scrivia, per aiutarlo e istruirlo sul modo di organizzare la vita di un distaccamento: gli approvvigionamenti, le difese; gli attacchi e la maniera di sganciarsi. E si trovava, presso Scrivia, quando: il rastrellamento del 27 maggio investì le posizioni di Pannesi e di Cichero, fornendo a Scrivia la dimostrazione pratica dei recenti insegnamenti.

“Le basi dei tre distaccamenti erano molto lontane le une dalle altre. Circa dodici ore di marcia separavano il se­condo distaccamento dal terzo; circa otto ore il terzo dal primo; circa dieci ore il primo dal secondo.
Avevamo perciò una grande autonomia gli uni dagli altri e ci limitavamo a mandare una volta alla settimana una staf­fetta a Cichero con un rapporto di quanto accadeva, cui Lucio, Bisagno, e Marzo rispondevano con delle direttive generali”.
“La posizione del terzo distaccamento era abbastanza pericolosa; ci trovavamo sul costone nord del Monte Becco, da dove in circa quaranta minuti si poteva scendere a Ge-Nervi, in un’ora a Ge-Prato e in un’ora e mez­za a Uscio, sopra Recco. Era quindi una posizione molto avanzata, ottima per effettuare colpi di mano, ma vicinis­simo al nemico: a soli trenta minuti di strada verso Ge-Nervi, vi era una batteria costiera di tedeschi e italiani”. (Da “Ponte Rotto”, pag. 75).

NOTE

[1] Testimonianza diretta del partigiano Vinicio Rastrelli (Dedo), nato a Genova nel 1924, prese parte alla lotta di Liberazione poco dopo l’armistizio dell’8 sett. Fu comandante del distaccamento Forca.

[2] Michele (anche Lino) Andrea Gava: tra i primi partigiani della Cichero, poi CSM della Divisione “Pinan Cichero”.

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6. Osservazioni di Vero Mitta e Denis Marchelli relative al testo della sig.ra Annamaria Manaratti “Fase di transizione tra il periodo iniziale di incubazione e quello successivo di concreta organizzazione. (Marzo 1944 – Maggio 1944)”.

Non conosco, come tu non conosci, la prima parte della tesi ma, con tutta tranquillità, si può rilevare che è un errore di fondo partire dai primi di marzo.
Non si può comprendere, a mio avviso, tale periodo saltando quello che va dall’8 settembre 1943 (anche se vogliamo porci un limite), al marzo, quando avvenne la fusione o, come dice la Manaratti, l’immissione, dopo un po’ di purgatorio, dei ribelli di Bogli nella banda di Cichero.
Nessuno può storicamente non riconoscere al PCI di avere preso l’iniziativa, ai primi segni di dissoluzione dell’esercito (8 – 12 settembre) di occultare le armi abbandonate dai militari. Il caos provocato nel Paese dal proclama di Badoglio, l’inettitudine degli alti Comandi, trovò relativamente impreparata l’organizzazione del PCI.
Non dimentichiamo che proprio in quei giorni molti preziosi dirigenti del PCI si trovavano ancora in carcere o al confino.
A Genova, nei quartieri operai in particolare, il primo compito fu di occultare le armi (ma perché occultarle se non adoperarle?), mettere in salvo dall’invio in Germania i soldati abbandonati a sé stessi, recuperare tutto quanto veniva trovato nelle caserme.
Peccato, veramente, che Antolini Franco, lo stesso Agostini Adriano, non abbiano lasciato scritti su quel periodo e su quello immediatamente successivo. Questa lacuna potrebbe essere colmata da Bugliani Athos (Lucio), da Bianchini Severino (Dente), da Montan Francesco (Rino), da Diodati Wladimiro (Paolo) [1]
Certo è che verso la fine di settembre esisteva già l’indirizzo di portarsi sui monti, raccogliere i soldati sbandati, creare le basi e dare vita alle prime bande.
Mitta Vero (Vero) che aveva avuto la fortuna di fare parte del PCI a Cornigliano, prima dell’invio a militare, viene indirizzato, con Leali Aldo [2] e Picollo Aldo [3], sul monte Antola, al rifugio dei Musante [4].
Per responsabile della zona dell’Antola era stato scelto Villa Arturo, un antifascista di Cornigliano. Le zone erano state suddivise per numeri avendo per confini i fiumi e i torrenti.
La zona dell’Antola era limitata a ponente dallo Scrivia e a levante dal Trebbia ed era chiamata IV Zona. La Manaratti cita la III Zona (quella che andava dallo Scrivia all’Olba e ciò conferma che esisteva una suddivisione in zone.
I responsabili delle varie zone avevano come nome di battaglia i mesi dell’anno, iniziando da gennaio. Questo spiega perché Canepa G.B. venne chiamato Marzo.
Anche l’invio del Villa Arturo (Aprile) e del Mitta, nella zona dell’Antola era dovuto al fatto che, essendo gli stessi da anni amanti della montagna, conoscevano i posti e avevano buoni rapporti con i Musante dell’Antola.
Era opportuno insistere su questo per fare rilevare che, sia pure con limiti evidenti, il PCI aveva autonomamente preso delle misure organizzative per gettare le basi della formazione dei primi nuclei di resistenza ai nazifascisti.
È, altresì, certo che fu la classe operaia ad avviare, almeno per le zone attorno a Genova, il processo di formazione delle bande.
Il rilievo della Manaratti sulla “presenza massiccia di uomini in altre zone, particolarmente poi nella III zona”, è giusto.
L’avere compiuto la scelta di sviluppare e potenziare la III Zona si dimostrò, nella Pasqua del 1944, un grave errore. A posteriori, giova ricordare, è molto facile formulare rilievi critici, soprattutto se si tiene conto dell’inesperienza esistente, della non conoscenza globale delle zone e delle loro caratteristiche naturali, della mancanza di quadri militari che sapessero, per cognizione diretta o teorica, cosa era la guerriglia.

Tutto questo portò a sopravalutare la III Zona.
Forse perché più facilmente e rapidamente accessibile dalla città, o forse, anche, i responsabili di quella zona (Mandoli) avevano più personalità e, quindi, riuscivano a porsi al centro dell’attenzione dei dirigenti genovesi del PCI.
Certo fu un errore non dare la preferenza, nella scala delle precedenze, a zone come quella dell’Antola, che consentiva lo sviluppo di più bande per la vastità del territorio, la scarsità di strade di penetrazione, maggiori possibilità di occultamento, sia nella buona che nella cattiva stagione, nel mezzo di due fra le più importanti strade di comunicazione verso la Valle del Po: l’autostrada Genova Serravalle Scrivia e la statale 45 Genova–Piacenza.
Le stesse considerazioni valgono per la zona di Cichero che andava dal Trebbia a Chiavari.
Non si può essere d’accordo con la Manaratti quando scrive che la banda di Bogli avesse abbandonato “una zona troppo isolata e che trovava scarse possibilità di azione a causa della stagione poco favorevole”.
Per quanto soprascritto la zona dell’Antola era ottima.
La banda aveva avuto un favorevole inizio. Buoni erano i collegamenti con il fondo valle e Genova.
A Nenno, per chi arrivava con il trenino di Casella, un punto di appoggio era dalla Severa [5]. Vitto, alloggio, deposito di materiale, punto di sosta per chi andava verso l’Antola: tutto questo dalla Severa era garantito.
A Torriglia, da Gino (Garbarino, l’ex Sindaco) [6] e dai compagni del luogo (Bambalin [7], ecc.) era la stessa cosa per chi arrivava con la corriera Genova–Piacenza.
A Bavastrelli, dai Musante o da Momo i primi resistenti erano i benvenuti.

La banda era stata inquadrata nei reparti garibaldini. Il nome scelto dai partigiani, riuniti in assemblea, fu quello di Scintilla.
Aveva una sua canzone: “e la Scintilla è forte… ecc. ecc.” arrangiata da Wladimiro Diodati (Paolo).
Buone basi erano state approntate al casone di Bogli [8], ai casoni di Berga, sotto l’Antola, lungo il sentiero che porta a Bavastrelli, un “secaigiu” (capanno in muratura usato per seccare le castagne), al quale venne posto il nome di “E 42”.
Il distaccamento poteva, quindi, spostarsi con facilità e rapidamente da un paese all’altro, da una base posta in provincia di Pavia (Bogli) [9] a quelle in provincia di Genova.
Il collegamento con la città era continuo: munizioni (per la verità poche), viveri, vestiario, giungevano con un discreto ritmo.
Mancavano, quasi sempre, i soldi malgrado le collette fatte dagli operai in città.

Presso il distaccamento trovarono rifugio i compagni ricercati dai fascisti e tra questi Montan Francesco (Rino), Bozzano Giuseppe (Pippo), Diodati Wladimiro (Paolo), Torre G.B. (Baciccia).
L’armamento era discreto: un fucile mitragliatore Saint Etienne, moschetti, qualche pistola, un po’ di esplosivo e poche munizioni. (Due mitra Berretta con pochi colpi) [10].
Che i partigiani del distaccamento Scintilla non stessero fermi ed inoperosi è dimostrato da alcune azioni anche se non proprio guerresche.
Il recupero delle armi scatenò l’ira del Macchiavelli (Stella) nei confronti dei garibaldini tacciati come comunisti. Le armi erano state nascoste vicino a Santa Maria del Porto dai soldati di stanza a Torriglia all’8 settembre.
 Il Macchiavelli (Stella) lo sapeva e… in attesa di tempi migliori, le lasciava marcire sotto terra. Anche Gino di Torriglia lo sapeva. Una notte tutto il distaccamento si portò da Bogli a Santa Maria del Porto. Gino di Torriglia con qualche altro erano ad attenderlo.
 Scavarono, trovarono le armi e le cassette di munizioni e, carichi come muli, presero la via del ritorno.

Chi conosce le mulattiere che conducono da Santa Maria del Porto a Bogli, può immaginare la fatica che costò quel trasporto, tanto più che, allora, i trasferimenti avvenivano sempre di notte, per ovvi motivi di sicurezza.
Il rientro a Bogli doveva, quindi, avvenire prima dell’alba. La marcia fu lunga; la neve non riusciva a calmare la sete. Micaio, il russo, originario di Voronez, abituato alle sconfinate pianure del suo paese, imprecava: “Sempre salire e scendere”.
A gruppetti di due o tre, con intervalli che variavano dai dieci minuti alla mezz’ora e all’ora, tutto il distaccamento fece ritorno al casone di Bogli.
 Il Macchiavelli Giuseppe (Stella) protestò a Genova (vedi lettera inviata al Comando Unificato per la Liguria, al C.L.N. e all’esecutivo del P.S.I.U.P. datata 29/7/1944 che conferma quanto scritto) sostenendo che i comunisti gli avevano sottratto le armi. Era la prima delle molte lamentele in fatto di armi.
Naturalmente il Macchiavelli, che sapeva dell’esistenza (come ormai lo sapevano tutti nei paesi della Val Trebbia) di una banda di ribelli, poteva unirsi a quei quattro gatti che cercavano, fra mille difficoltà, non ultima proprio quella delle armi, di dare inizio alla resistenza ai nazifascisti.
Al casone di Bogli l’unico che sapeva montare e smontare il fucile mitragliatore era Bossi Ernesto (Ernesto o Maggi). Con religiosa attenzione fu, dai ribelli, seguito il rito del montaggio della prima mitraglia e, grande, fu l’entusiasmo quando rimbombarono nella Val Boreca le prime raffiche.

Sui monti di Val Trebbia i ribelli annunciavano la loro presenza. Seguì un po’ di addestramento militare, assimilato con attenzione da tutti.
Al distaccamento si erano uniti, prima del recupero delle armi, un giovane proveniente da Garbagna, che venne battezzato con il nome del suo paese, e un russo che disse di chiamarsi Micaio.
Così il distaccamento cresceva e della sua esistenza erano ormai a conoscenza un po’ tutti gli abitanti dalla Val Borbera alla Val Trebbia, dalla Val Brevenna alla Val Boreca. A Ottone, ad esempio, si diceva che i ribelli avessero anche dei cannoni.
Ma l’eco delle raffiche sparate a Bogli giunse anche ai fascisti.
Il distaccamento Scintilla ebbe il battesimo del fuoco nei giorni attorno al 10 dicembre 1943.
Una compagnia di fascisti salì da Ottone, Valsigiara, Zerba, Artana attaccando il casone di Bogli. I partigiani, avvertiti dai contadini di Artana del pericolo incombente, si appostarono sopra il casone e qui avvenne il primo scontro a fuoco. Il distaccamento non era al completo perché un gruppo si era recato a Nenno a prelevare, dalla Severa, materiale giunto da Genova.
Dopo una breve sparatoria i partigiani si ritirarono nei boschi soprastanti. I fascisti si portarono a Bogli attestandosi sulla piazzetta del paese. Informati dai contadini sulla situazione, due partigiani (Denis e Genio) vennero inviati in paese con il compito di gettare bombe a mano contro il nemico. Senonché i fascisti si erano frammisti ai contadini ed allora i due partigiani decisero di sparare con pistola e moschetto a quello che ritenevano fosse un ufficiale.
Il fascista, cadendo a terra, sparò una raffica di mitra senza conseguenze per i partigiani.
Il distaccamento si sganciò e, con una marcia forzata nella neve si trasferì sull’Antola, al rifugio Musante [11].

In risposta all’attacco di Bogli, venne decisa l’eliminazione del commissario prefettizio di Ottone, ritenuto responsabile dell’accaduto.
Marchelli Denis (Denis) e Bossi Ernesto (Ernesto e successivamente Maggi) vennero incaricati dell’azione.
La sera del 24 dicembre 1943 si portarono a Ottone, bussarono alla porta animati da fieri propositi.
Senonché ad aprire si presentarono il commissario prefettizio con un bimbo piccolo in braccio, attorniato da una nidiata di figli, uno dei quali vestito da prete. Di fronte a quel gruppo di fanciulli, che guardavano con fare interrogativo, venne meno l’odio per il fascista ed i partigiani si limitarono a chiedere cosa convenisse fare ad un renitente alla leva, qual era Denis. Candidamente il commissario consigliò di presentarsi alle Autorità della Repubblica Sociale.
Incavolati per il fallimento della missione, i due partigiani presero la via di Gorreto. Qui giunti, si fermarono alla trattoria per mangiare. Dopo poco tempo entrò nel locale un ufficiale tedesco con due ragazze.
Adocchiata la preziosa preda, Denis ed Ernesto si misero rapidamente d’accordo per prelevarlo oppure ucciderlo, secondo le circostanze avrebbero consentito. L’oste, al quale non era sfuggito il conciliabolo tra i due, chiamò l’Ernesto, che era il più anziano, nel retrobottega e lo scongiurò di non provocare guai e rappresaglie e gli offrì in cambio mezza mucca.
Usciti, si appostarono dietro gli alberi, ma l’oste inviò in avanscoperta un cliente per controllare i dintorni.
Dopo tre quarti d’ora circa, l’ufficiale tedesco uscì con sottobraccio le due ragazze, attorniato da tutti i clienti che si trovavano nell’osteria.
Anche questa volta l’azione andò a vuoto per non provocare vittime innocenti.

Mentre Ernesto e Denis rientravano, Vero partì dall’E42 e attraverso il Brugneto, Montebruno e Barbagelata si portò a Cichero per prendere contatto con Marzo. Al casone trovò Severino [12], Marzo e qualche altro. Bisagno non c’era. Le possibilità di azione erano diventate molte a partire dal novembre 1943.
Il fatto è che il distaccamento era male guidato come comando. Il comandante, Edoardo (Edoardo Colombani di Pegli), un ex confinato politico, non aveva nessuna capacità di comando. Basti dire che non sapeva leggere una cartina topografica, e male si orientava sui monti alla ricerca dei sentieri.
Il commissario Moro (Pascolini Otello) era bravo e buono, sempre di esempio a tutti, capace di intrattenere, alla sera, i ribelli in lunghe discussioni (sovrastato però dall’Edoardo in possesso di una buona dialettica) sull’antifascismo, ma non riusciva a vedere e di fatto avallava la pochezza di Edoardo come militare.
Infatti le azioni o le non azioni progettate e condotte dall’Edoardo poco mancò non si risolvessero in disastro.
Una fu quando tedeschi della Flak (Antiaerea) vennero sotto la cima del Caval… [13] per fare esplodere delle bombe perdute da un aereo inglese che, a causa di una tempesta di neve, aveva urtato contro la cima del monte.
Grande discussione ci fa quella volta perché Edoardo sosteneva la tesi di rimanere rintanati nel casone a controllare i tedeschi che passavano 4/5 metri sul soprastante sentiero. Ernesto e Vero sostenevano, invece, che non volevano fare la fine dei topi e proponevano di nascondersi, a controllare la situazione, nella boscaglia al di sopra del sentiero che i tedeschi avrebbero percorso.
Edoardo non riuscì a convincere i partigiani, ma questi tirarono un sospiro di sollievo quando i tedeschi sfilarono in fila indiana davanti al casone, senza sospettare, e soprattutto grazie al fatto di non avere avuto spiate, che una decina di fucili e un mitragliatore erano puntati contro di loro.
Da questo episodio nacque un dissenso che, acuitosi per la mancanza di fiducia in Edoardo ritenuto da loro un pazzo, provocò l’abbandono, nel febbraio 1944, del distaccamento e il rientro a Genova dell’Ernesto e del Vero. Moro si schierò con Edoardo e, quest’ultimo dette ordine di inseguire e fucilare Vero e Ernesto. Cosa che non avvenne. (Vedi in testimonianza 2) [14].

L’altra, invece, doveva portare al recupero di armi e alla eliminazione dei presidi dei carabinieri assorbiti nella G.N.R.
Per mandare ad effetto il suo disegno l’Edoardo mandava una lettera ai carabinieri preannunciando l’arrivo dei patrioti e sollecitando la resa e la consegna delle armi. A Garbagna, salvo errori, la risposta venne da una gragnuola di bombe a mano lanciate da finestre ben munite di sacchetti di sabbia, seguite da fucilate. Tutto questo grazie all’Edoardo. Se non ci furono morti e feriti gravi ciò fu dovuto al fatto che le bombe a mano erano “Balilla”. Anche quest’azione avvenne nel febbraio 1944 [15].
Altro episodio da riferire per dimostrare che, malgrado tutto, la banda di Bogli e dell’Antola esisteva, è quello che avvenne verso la fine di gennaio. Si presentò Bisagno a Berga e si convenne di fare una marcia di addestramento. Il distaccamento, di notte, armato di tutto punto, con coperte e vestiario, partì dal casone di Berga e, attraverso le Capanne di Carrega si portò nei casoni posti al di sopra di Barchi. Bisagno, Moro e Edoardo precedevano il distaccamento per predisporre le basi per riposare durante il giorno. Superato il Trebbia, nei pressi di Gorreto, il distaccamento fece sosta a Garbarino prima e ai Casoni di Fontanigorda dopo. Quindi con una marcia, sempre notturna, che lo condusse da quest’ultima località a guadare il Trebbia vicino a Montebruno e, attraverso la valle del Brugneto e l’Antola, fece ritorno a Berga. Bisagno lasciò il distaccamento che rimase ancora nelle inesperte mani di Edoardo.
Ai primi di marzo una persona si presenta a Berga qualificandosi come inviato dal Comando Volontari della Libertà.
Disse di chiamarsi Pompei. Edoardo, sospettando fosse una spia, lo interrogò a lungo e lo fece fucilare.
Ne nacque un caso perché Pompei era veramente un colonnello del C.V.L.. Bisagno ne venne al corrente qualche giorno dopo l’esecuzione e la notizia dell’accaduto venne trasmessa al Comando regionale del C.V.L. [16].

Sempre verso la fine di febbraio – primi di marzo un reparto di SS, 35/40 uomini, tutti tedeschi, proveniente da Genova, salì da Gorreto a Fontanarossa alla ricerca dei ribelli. Non trovandoli, rastrellarono il paese uccidendo un contadino trovato in possesso di un fucile da caccia.
Il distaccamento si trovava in quel momento, a Barchi. Informati della presenza dei tedeschi a Fontanarossa i partigiani accorsero. Da Barchi a Bertassi e da qui sotto ai pianori di Fontanarossa ad intercettare il rientro a Gorreto dei tedeschi. Grande fu la rabbia dei partigiani quando videro che gli SS avevano avuto l’accortezza di prelevare ostaggi a Fontanarossa e, alternandoli tra le proprie file, di fatto impedivano di sparare.
In appoggio agli scioperi del marzo ’44 a Genova, una squadra del distaccamento Scintilla si portò da Berga alle alture del Righi a fare saltare i tralicci dell’alta tensione, ritornando poi in zona.

Durante la primavera, in zona, frequenti visite ai parroci vennero effettuate e continua fu la ricerca di giovani o soldati sbandati.
Marchelli Denis (Denis) afferma che Michele (Gava Michele) [17] e Dedo (Rastrelli Vinicio) [18], anche se è possibile che siano transitati per Berga, arrivarono a Cichero verso la fine di marzo – primi di aprile [19] e cioè quando il distaccamento Scintilla si era già trasferito a Cichero.
Va precisato infine che la causa, o le cause, per essere più precisi, del trasferimento a Cichero vanno ricercate nell’incapacità dimostrata da Edoardo e dalla decisione di rinforzare quella banda che contava al massimo in una diecina di elementi. L’arrivo a Cichero va localizzato verso la fine di marzo (Marchelli Denis) [20].
La cattura dell’oste di Berga (Ambrogio) avvenne dopo il trasferimento a Cichero. A Berga era rimasto il solo “Garbagna” per curarsi dei reumatismi. Sia l’oste (Ambrogio) sia il “Garbagna” vennero catturati da un gruppo fascista ed in seguito deportati in Germania.
Dedo e Michele raccontano cose inesatte perché non citano almeno Denis, Franco di Voltri, Micaio e Moro appartenenti al distaccamento Scintilla.

Si dice che del senno di poi sono pieni i fossi ma con tutta probabilità se Bisagno fosse stato inviato a Bogli e messo al comando di quel gruppo la storia si sarebbe invertita: si parlerebbe molto più di Bogli e dell’Antola che di Cichero [21].

NOTE

[1] Franco Antolini (1907-1959), Adriano Agostini (1911-1976), Athos Bugliani (1903-1987) e Severino Bianchini (1902-1991). Montan (n.1908) e Diodati (n.1915) sono deceduti dopo Bugliani: la stesura di questo manoscritto si può perciò collocare tra il 1976 e il 1987 e più precisamente, come sostiene Denis nella sua intervista, verso il 1979/1980.

[2] Aldo Leali (1919-2017), gappista a Cornigliano, fu aggregato alla missione italo-americana Merìden e chiuse la propria esperienza partigiana come vice-commissario politico del distaccamento Fanny della brigata Oreste; quando Diodati salì al rifugio Musante con un pacco di indumenti da montagna che aveva ricevuto da Antolini, nell’ottobre del 1943, vi trovò proprio Aldo Leali: “Salgo sull’Antola, c’è un rifugio montano… Lì dentro avevo trovato anche un anarchico: era uno di quelli che vivevano idealmente la resistenza, ancora prima che nascesse. Doveva diventare uno che faceva i collegamenti telefonici, radio; sembrava una cosa avveniristica” (Ailsrec, fondo “Memoria orale”, b.3, f.12, intervista a Vladimiro Diodati, rilasciata a Fabrizio Bazurro il 12 aprile 1995).

[3] Aldo Picollo (1919-2004), come Aldo Leali, scese ben presto in città e collaborò coi gappisti, quindi tornò in montagna, in Valbrevenna, nel settembre 1944, con il distaccamento Maffei della brigata Jori e poi con il distaccamento Fanny.

[4] I fratelli Musante, contadini di Bavastrelli, gestivano il rifugio del Monte Antola: in particolare, in tempo di guerra se ne occupavano Alfredo (n.1896) e Albina (n.1905).

[5] Severa Queirolo (1888-1973), contadina.

[6] Alessandro “Gino” Garbarino detto Caccanin (1907-1996), comunista, sindaco di Torriglia dal 1945 al 1970 (notizie in parte ricevute da Pierangelo Celpa).

[7] Eugenio Garbarino (1885-1966), fabbro, comunista.

[8] Vladimiro Diodati nell’intervista del 1995 accennava, fra l’altro, anche alla nascita del distaccamento Scintilla: “In una riunione fatta a Genova con Giancarlo Pajetta, Bugliani, ed altri viene stabilito che qui (a Torriglia; nda) deve nascere la resistenza (…) e che io avrei dovuto andare in una zona a fare il commissario politico (…). Allora io salgo per scelta all’Antola, vi salgo con un collegamento con uno studente ebreo che stava alla Scoffera, il quale mi mette in contatto con Gino, a Torriglia, col quale abbiamo poi fatto parecchie cose insieme (…). Io arrivo da questo Gino, a Torriglia e uno che ho trovato qui mi portò sul Prela e da qui all’Antola, dove trovai questa situazione qui, io stavo lì, era un rifugio, non si sapeva come comportarsi; senonché dovetti trovare una sistemazione da qualche parte e si andò a finire a Bogli, dove un calzolaio aveva un casone, un po’ fuori del paese, dove aveva accatastato sette otto quintali di mele per le bestie. Ci dà questo casone e le mele che c’erano, meno male insomma e lì si rimase; però io avevo bisogno di portare su qualche arma, lì cominciammo ad essere due e poi tre”. Per un certo periodo, Diodati “corteggiò” a lungo quattro ex militari inglesi, che però non si aggregarono alla banda, scoraggiati dall’incertezza della situazione: “Mi dissero: “Poi torniamo”. Non li vidi più. Loro credevano di trovare i carri armati, all’inglese, noi eravamo lì con quelle pistole…” (Ailsrec, fondo “Memoria orale”, b.3, f.12, intervista a Vladimiro Diodati, rilasciata a Fabrizio Bazurro il 12 aprile 1995).

[9] In realtà Bogli era (ed è) una frazione del Comune di Ottone, che si trovava in provincia di Piacenza sin dal 1923.

[10] Denis, che sale in Antola con Diodati il 28 ottobre 1943, nell’intervista del 1994 offre una sua ricostruzione di quei primi momenti: “Dopo un po’ Paolo viene giù, e si forma un distaccamento, che poi si chiamava distaccamento, ma non ha mai raggiunto più di 17-19 uomini”; il distaccamento aveva, per un verso, il compito di fare propaganda nei paesi, di spiegare ai contadini “il perché c’era la guerriglia, perché ci dovevano essere i partigiani”, e, per un altro verso “era quasi un rifugio per alcuni che erano ricercati”, come Baciccia Torre; “venivano mandati su dal CLN e dal partito comunista (…) molti venivano e poi andavano via quando da Genova li chiamavano. Il nucleo che rimase fu praticamente di 5-6 persone, gli altri venivano, andavano” (Ailsrec, fondo “Memoria orale”, b.3, f.20, intervista a Dionigio Marchelli, rilasciata a Fabrizio Bazurro il 15 novembre 1994).

[11] Sulla sparatoria di Bogli esiste anche la testimonianza dello stesso Denis: “Avemmo il battesimo del fuoco a Bogli, dove una squadra di fascisti – infatti c’è anche un rapporto della questura di Tortona – venne su per attaccarci, ci difendemmo, ebbero un ferito loro (…). C’è un breve articoletto, recentemente me ne han mandato una copia, in un vecchio giornale, credo che fosse “Il combattente” del Piemonte, dove si parlava di questo attacco a Bogli (…) è stato il primo combattimento che abbiamo avuto, che ci hanno attaccato, dove abbiamo ferito il caposquadra – io credevo che fosse un ufficiale, perché sono uno dei due che gli ha sparato contro –. Loro dicono che erano otto, a me sembravano più tanti, perché probabilmente avevano anche dei contadini nel mezzo come guide. Eravamo otto anche noi, perché pur essendo una dozzina, una parte era andata a Nenno a prelevare viveri e soldi che mandavano su dal C.L.N. di Genova, i viveri ce li mandavano le mense dell’Ansaldo” (Ailsrec, fondo “Memoria orale”, b.3, f.20, intervista a Dionigio Marchelli, rilasciata a Fabrizio Bazurro il 15 novembre 1994). Davide Fossa, prefetto di Piacenza, il 14 febbraio 1944 scriveva ai suoi colleghi di Alessandria, Genova, Parma e Pavia (e, per conoscenza, al locale comando germanico e al comando legione della guardia nazionale repubblicana) in merito all’attività dei ribelli: “Si è avuta notizia della esistenza ai margini del territorio di questa provincia di alcuni nuclei di ribelli armati che sarebbero in rapporto di dipendenza da più forti contigenti esistenti nelle provincie limitrofe. In particolare viene segnalato che a Bogli, Artana, Bertone e Suzzi (comune di Ottone) si troverebbero alcuni nuclei, armati di fucili o moschetti, che funzionano da reparti avanzati a protezione del grosso, che si troverebbe nella zona montana di Carrega (Alessandria), in possesso di armi automatiche e di qualche cannoncino” (ASG, fondo RSI, busta 22). In realtà, nella zona di Carrega Ligure, nel febbraio 1944 non c’era alcun gruppo partigiano, tantomeno “grosso” e così ben armato.

[12] Raimondo Saverino (n.1923), siciliano, militare in fanteria, ferito in Grecia nel giugno 1943 e sorpreso dall’8 settembre a Genova; rifugiatosi presso una famiglia contadina nella zona di Favale di Malvaro, si aggregò ai partigiani di Cichéro; fu catturato e fucilato a Borzonasca il 21 maggio 1944.

[13] Parola illeggibile: forse Cavalmurone? Nella notte fra il 24 e il 25 novembre 1943 settanta bombardieri inglesi decollati dal Nord Africa incapparono in una bufera di neve: solo una decina di essi raggiunse l’obiettivo (la Fiat di Torino), mentre tutti gli altri dovettero rinunciare. Diciassette aerei non fecero mai ritorno alla base. Uno si schiantò sui monti di Propata, nei pressi del monte delle Tre Croci; un altro dalle parti di Artana e uno presso Bogli (o forse due). Fonte essenziale in materia è il Gruppo Ricercatori Aerei Caduti di Piacenza, che pubblica i risultati delle proprie ricerche sul sito www.gracpiacenza.com. Nino Cagnoni, parroco di Propata nel 1943, raccontò l’episodio nel suo diario: “Alla tarda sera, un aeroplano bimotore inglese, colto probabilmente dalla forte bufera della nottata veramente perversa, precipita sul monte di Propata, a sinistra di chi sale, ad un quarto d’ora di distanza dalla Cappelletta della Madonna della Guardia. L’apparecchio si è completamente sfasciato (…), l’equipaggio, composto da sei uomini canadesi, tutto perito”. Alcuni brani del diario sono stati pubblicati da Pietro Cazzulo nel volume “La comunita di San Lorenzo: Propata, Caprile, Bavastrelli, Frinti, Brigneto, Albora, Balestre, Caffarena”, edito nel 2000).

[14] Così nel testo originale.

[15] Questa azione, ispirata appunto dal partigiano “Garbagna”, risale al giorno 4 febbraio 1944; per l’occasione fu rapinata una filiale di banca per autofinanziamento. Nell’azione rimasero feriti i partigiani Nicola e Nino (vedi anche Gaballo G., “Una vita interrotta”, 2005, p.30).

[16] Osvaldo Pompei (n.1892) era stato accompagnato a Berga nella seconda metà di febbraio per individuare la zona più idonea ad effettuare aviolanci; egli era un agente dell’organizzazione “Otto”, una rete di intelligence che era in contatto con gli Alleati per ottenere aiuti a favore delle nascenti formazioni partigiane. Pompei ritornò in zona, da solo, il 23 febbraio. La sua presenza su quei monti insospettì Alfredo Musante, che avvisò i partigiani: fermato e perquisito, in tasca gli trovarono un documento con timbro “A.O.I.” (Africa orientale italiana). Per il comandante Edoardo era la prova che si trattava di una spia fascista. Fu sommariamente fucilato il 25 febbraio 1944: “mio padre venne ucciso a tradimento nel mentre gli avevano fatto credere che lo trasferivano verso il comando del reparto”, scrive “Nino” Pompei, il figlio, nella relazione che presenta al Partito d’Azione nel giugno del 1944 (Ailsrec, fondo “Gimelli 2”, busta 7, fascicolo 5).

[17] Andrea Gava (n.1922), genovese, partigiano “Michele”, in banda dal 10 marzo 1944; smobilitato come capo di stato maggiore della divisione Pinan-Cichero.

[18] Vinicio Rastrelli (1924-2016), di Rivarolo, partigiano “Dedo”, in banda dal 18 marzo 1944, comandante di distaccamento della brigata Berto, divisione Cichero.

[19] A margine del testo, un appunto di Gibì: “fine marzo/primi aprile Scintilla a Cichero: credibile?”. Il distaccamento Scintilla si trasferì a Cichéro effettivamente alla fine di marzo del 1944.

[20] Così nel testo originale.

[21]Quando han deciso l’unione ufficiale con la Cichéro, nel marzo del ’44, ci siamo andati, avevamo portato un nucleo consistente, 19-20 uomini. La banda Cichéro, prima che ci andassimo noi, non era molto forte, però la Cichéro ha preso il nome di tutto anche perché ha trovato chi ha scritto… dello Scintilla non se ne è mai parlato, forse sono uno dei pochi, io e Badoglino, che adesso è morto, che ne ha un po’ parlato, perché anche gli altri son spariti tutti; cioè, quelli dello Scintilla, per un verso o per l’altro sono morti molto tempo fa. Non avevamo gente che scrivesse sullo Scintilla, io sono un po’ la memoria storica dello Scintilla. Se ne parla un po’ in un libro di Gimelli, in un accenno, nei documenti, è una lettera inviata da Pippo, uno di Cornigliano, che diceva: Guardate che la banda di Cichero… però c’è anche lo Scintilla…” (Ailsrec, fondo “Memoria orale”, b.3, f.20, intervista a Dionigio Marchelli, rilasciata a Fabrizio Bazurro il 15 novembre 1994).

Editing Elio V. Bartolozzi