“La sega di Hitler” – (libro)

Fasc. 50 – Doc. 6 – By Manlio Calegari: “La sega di Hitler”. (libro)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1. La tana dei Coronelli

Tracce non secondarie della seconda guerra mondiale erano apparse, martedì 16 aprile 1985, nella “terra di Nisio”, in località Coronelli di Begato, frazione collinare dell’antico comune di Rivarolo Ligure. Le piogge cadute abbondanti in primavera avevano fatto sprofondare il terreno di una fascia rivelando l’esistenza di un ricovero. Chi l’aveva costruito aveva provveduto a sostenere il terreno soprastante con tronchi e assi che in seguito erano marcite e crollate. Affacciandosi dall’alto si vedevano cassette metalliche da munizioni, caricatori, canne di sten e quella bucherellata di un grosso mitragliatore.

“È una sega di Hitler”, aveva detto Gino mentre io per guardare meglio mi sporgevo sul terreno sprofondato. “Dopo la guerra mio padre con quella ci tagliava gli alberi. Una raffica e via; un rumore terribile, una specie di fischio, come le bindelle quando gli parte la lama”. La stanza sotterranea era opera del padre. Aveva la mania dei rifugi. Ne aveva ricavato uno perfino nella roccia viva poco più in basso. L’aveva scavato durante la guerra usando polvere da cava; approfittava dei bombardamenti sulla città per mimetizzare l’esplosione delle sue cariche. In quello dove erano appena riapparse le armi, si entrava da sotto, dal muro di contenimento del terreno. Alcune pietre imbragate in un telaio di ferro giravano su delle mappe. Bastava spingere in un certo punto e si apriva “come una porta”.

Mappa dei luoghi dove operò principalmente la Div. Cichero, all’interno dei territori della VI Zona Operativa Liguria.

Con gli anni le pietre soprastanti avevano ceduto e la tana era diventata inaccessibile. Almeno da 30 anni, sosteneva Gino. Nella primavera del 1944 c’era stato nascosto suo cugino Luciano. Salito ai monti per fare il partigiano, era incappato, i primi giorni d’aprile del ’44, nel rastrellamento della Benedicta. Ai Coronelli era arrivato di notte dopo 3 giorni di cammino. Aveva bussato alla finestra della cucina: “barba sun mi”, zio sono io, aveva detto. “Era mal ridotto, pieno di graffi, strappato ma non si poteva tenerlo in casa. Mia madre gli aveva fatto un po’ di latte caldo e mio padre l’aveva guidato alla tana”. All’epoca Gino non aveva ancora 23 anni; 3 più di Luciano.

Dopo le elementari, per poter frequentare la scuola industriale, Gino (n. 1921) aveva vissuto per tre anni a casa di Luciano (n. 1924), a Bolzaneto. Confidenza? “Sì, ma quando si è giovani 3 anni di differenza sono tanti”. Le armi che vedevo? Di Luciano o dei suoi amici. Ai Coronelli Luciano era rimasto poco più di un mese fin quando una notte di fine maggio era andato via con “due come lui”. Aprile, maggio 1944, più di un mese, “notti intere” passate da Gino e Luciano a parlare “ma non di politica; piuttosto di gente che conoscevamo o di quello che gli era successo nel rastrellamento”.

Anche Gino aveva le sue tane segrete dove andava a dormire; ma non sottoterra. “E poi in campagna ci sono i cani; è facile sentire se arriva qualcuno”. Precauzione necessaria perché nell’agosto del ’43 aveva disertato dalla Marina. “Ci avevo passato 15 mesi e me l’ero cavata per miracolo. Una infinità di morti; in mare affondati e poi a Napoli nei bombardamenti. No, per me la guerra era finita già prima dell’8 settembre”. Luciano invece non si era presentato alla chiamata di Salò e si era rifugiato con altri sui monti vicino alle Capanne. A farli scappare però “erano bastate quattro fucilate”. Neppure sapevano dove si trovavano, commentava Gino.

Gino parlava in piedi, sull’orlo della piccola voragine, compiaciuto che la terra avesse restituito tracce materiali capaci di confermare le sue storie. Lo guardavo da dove mi ero sdraiato per avanzare il più possibile sull’apertura senza franare insieme al terreno circostante. Aveva un curioso modo di interrogarsi e rispondersi nello stesso tempo. Se la domanda fosse un segno zodiacale sarebbe stato il suo. A volte, per sottolinearne la difficoltà, aggrottava la fronte e stringeva le labbra in una smorfia buffa, volutamente teatrale. Alla spiegazione teorica preferiva l’esempio, l’apologo. Spaziava con naturalezza dalla morale alla politica, dal mondo animale a quello vegetale. Coltivava il paradosso; una barriera che amava mettere tra sé e i suoi simili di cui, osservava preoccupato, spesso faticava a comprendere i comportamenti.

C’eravamo conosciuti qualche anno prima, agli inizi del 1968, in uno dei tanti incontri, comuni all’epoca, tra studenti e operai. Era dei pochissimi che non diceva “noi operai” o “voi studenti”; neppure manifestava diffidenza verso i giovani alieni che si presentavano davanti alle portinerie delle fabbriche per dettare le regole della rivoluzione. Era invece interessato a sapere cosa pensavano del mondo quelli che avevano frequentato le scuole “alte”. Se, per caso, esistessero cose che a lui operaio erano rimaste nascoste. Nelle riunioni si distingueva per una sua maieutica, domande provocatorie riconducibili al tema dello “sviluppo”, concetto la cui apparizione giudicava nefasta non solo per il movimento comunista ma per tutto il genere umano.

Lo “sviluppo”, durante i decenni precedenti, era stato l’alibi per le decisioni più cervellotiche. Anche Pier Paolo Pasolini la pensava come lui. “L’abbiamo pensato ognuno per conto suo”, sottolineava con orgoglio. “Sviluppo” lasciava credere che il meccanismo della crescita economica come quello che c’era stato al tempo del “miracolo” (“che poi bisognerebbe vedere che miracolo è stato”) fosse capace di operare all’infinito. Una idea smentita dalle osservazioni che lui stesso aveva condotto sul mondo circostante ma che inspiegabilmente permaneva. Che spiegazione potevo dargli io, che facevo lo storico, della sua persistente popolarità a fronte delle prove indiscutibili del suo fallimento? E perché gli uomini cadevano in una trappola così mal costruita di cui tutti i giorni potevano constatare la falsità?

Gino non sapeva degli autorevoli scienziati impegnati, dagli anni Sessanta, a dimostrare i “limiti dello sviluppo” ma, quando glielo avevo detto, non si era stupito. Una critica alla sua portata, aveva osservato, a maggior ragione doveva esserlo per dei “professori”. Lo addolorava invece che, nel campo amico dei partiti di sinistra e dei sindacati, “sviluppo” avesse sostituito “progresso”, parola meravigliosa colpevolmente dimenticata. Vuoi vedere, diceva, che gli studenti del ’68, gli “extraparlamentari”, erano accusati dai partiti di sinistra di essere “astratti” e “fumosi” solo perché avevano scoperto l’imbroglio? Dalla Cina a Parigi fino a Campi, la frazione di Genova Sampierdarena dove c’era il suo stabilimento, Ansaldo Elettromeccanico, il ritorno dell’utopia e la critica dello “sviluppo” lo avevano fatto sperare. A me, come storico, Gino aveva affidato il compito di studiare i cambiamenti improvvisi di umore di cui entrambi, io nell’università e lui in fabbrica, eravamo stati testimoni. Diceva che se fossi riuscito a scoprire le ragioni profonde di quei movimenti che così facilmente avevano superato barriere geografiche e sociali sarei sicuramente diventato una celebrità; “un nobel” precisava.

La nostra era diventata rapidamente una amicizia senza riserve fatta di confronti furiosi e di scoperte; specialmente mie. Abitava con la moglie Delia e una vecchia madre, Felicina, ai Coronelli in una piccola casa a due piani, scomoda da raggiungere – collegata alla carrozzabile da una lunga scalinata e un sentiero percorribile solo a piedi – ma dove a chiunque era assicurata, in qualsiasi giorno dell’anno, una accoglienza fastosa. Il vino, rigorosamente bianco, proveniva dalla sua “villa” e costituiva insieme alla politica il consumo principe. Col tempo, insieme ad un amico da me trascinato nell’avventura, ero diventato suo vicino, proprietario di un piccolo vigneto da restaurare. Lui curava la sua vigna; noi guardavamo, provavamo e imparavamo. Intanto ci raccontava del padre, del nonno, dei vicini mostrando le tracce, ancora visibili sul terreno, di chi in passato aveva lavorato quelle ville. La mattina d’aprile del 1985, quando avevo scoperto il vano segreto, stavo ultimando la potatura della vigna. Quel giorno, nel mondo dei Coronelli che i racconti di Gino, mese dopo mese, avevano dilatato a nostro beneficio, era entrato con le sue armi anche Luciano, il cugino salito in montagna con i partigiani.

“Io – aveva detto Gino – sarei l’eroe negativo che nei romanzi serve per far capire l’importanza dell’eroe positivo che poi sarebbe Luciano. In aprile, maggio del ’44, quando era rifugiato qui, abbiamo passato notti intere a parlare. Lui mi raccontava di lassù ma io non capivo. Avevo visto navi intere andare a fondo, aerei, cannoni, gente morta che un attimo prima eran lì a parlare con me. Mi sembrava di sapere tutto della guerra e questi che volevano combattere stando sui monti non arrivavo a capirli. Mi sembravano più scemi che coraggiosi. Mi ricordavo di questo cugino bravo, preciso, silenzioso e non ce lo vedevo andare a mettersi in quelle storie… Pensavo che potesse essere la conseguenza di abitare a Bolzaneto, una periferia. Questi poverini, mi ero detto, non hanno capito cos’è la guerra; non sanno ancora niente”. Anche lui, quando era partito nel ’42, non sapeva niente. Ma aveva imparato in fretta: “già prima del 25 luglio c’era gente imbarcata con me sul Vivaldi che, appena poteva, scendeva a terra per qualche lavoro e non la vedevi più”. Erano stati i siciliani a dare il via. Loro sapevano le cose sempre prima degli altri. “E poi a bordo non è come l’esercito che la truppa non sa niente. A bordo si sa tutto di tutto”.

A fine agosto la nave di Gino era arrivata a Genova per dei lavori. Tutti a bordo, consegnati, fino a sera quando era arrivato un ammiraglio. All’adunata sul ponte, al momento di cominciare a parlare, aveva buttato il suo berretto da una parte; un gesto confidenziale che a Gino era parso sospetto. Le parole che erano seguite non erano state più rassicuranti; qualcosa come “vi ho aspettato a Genova con ansia; purtroppo vi comunico che dovete partire immediatamente per una cosa breve ma vi dò la mia parola che per quando ritornerete vi organizzerò una bella festa”. Gino aveva lanciato una occhiata a un coetaneo di Rivarolo, imbarcato con lui. Semplice “acquaiolo” ma capace di “tenere testa anche gli ufficiali”, era uno che della nave possedeva il cuore. A distanza di anni era come se Gino lo avesse ancora davanti. “Niente parole; ha fatto la faccia seria, ha aggrottato la fronte e mi ha fatto un segno, ma piccolo eh, con la testa come dire andiamo. Abbiamo imboccato lo scalandrone e portato via u belin. La sera stessa la nave è andata a Sud senza di noi. Dopo l’8 settembre, mentre passava le Bocche di Bonifacio, i tedeschi le hanno mollato due o tre cannonate; a fondo: morti quasi tutti. Salvi solo una decina presi dagli americani e portati a Bari. Altri venti o venticinque, di duecento che eravamo, li hanno presi i tedeschi e deportati in Germania. In tutto a salvarsi, alla fine, non sono stati più di 15″.

Abbandonato il Vivaldi, Gino era tornato a casa, ai Coronelli, e organizzato la sua sopravvivenza. “Zappavo e facevo i lavori. Avevo anche una capra e me la portavo a pascolare nelle ore che era meglio stare distante da casa. Per parlare c’erano le figlie degli sfollati. La notte, dove dormivo, mi tenevo vicino il fucile. Avevo imparato a sparare bene, non ero un inesperto; a Pola avevo fatto una vera scuola. Avevo la tranquillità del guerriero; mi dicevo: se vengono mi trovano”.

Così erano passati circa dieci mesi fino alla notte in cui ai Coronelli era comparso Luciano che, anche dopo aver visto da vicino, alla Benedicta, una guerra finita male, avrebbe finito per tornarci dentro. Risalito sui monti nell’estate del ’44, era approdato alla fine dell’autunno alla banda di Battista, la Balilla, che operava sulle colline che circondavano Bolzaneto. Una ventina d’uomini, senza una vera base, che si spostavano in continuazione da un luogo all’altro. Tipi duri, decisi, aveva detto Gino. Una volta i tedeschi, scontrandosi con loro, a Cravasco, un piccolo borgo lì vicino, avevano perso 9 uomini. Per vendicarsi avevano prelevato una ventina di politici in carcere e li avevano portati sul posto e fucilati. Quelli della Balilla però non ci avevano pensato due volte e, per rappresaglia, sempre nello stesso posto, avevano fucilato 40 loro prigionieri.

Della “controrappresaglia” di Cravasco sapevo vagamente. Non era un segreto ma apparteneva agli atti di guerra di cui non si ama parlare. Contrastava sicuramente con l’immagine generosa, consolidata ormai da tempo, del movimento partigiano. Ne ebbi una conferma la settimana successiva quando con Gino andammo a mangiare nella trattoria della “Gusta”, a Camporsella, poche case in collina sopra Bolzaneto. La Gusta, sosteneva Gino, gli uomini di Battista li aveva conosciuti bene. Tante volte li aveva ospitati, per dormire o per mangiare.

Arrivammo portandoci il vino (“qui si può e poi a me piace solo il mio…”) e mangiammo con altri a una tavolata sotto una pergola. In cucina vidi la Gusta: minuta, magra, occhi chiari e pungenti, privi di simpatia. Un filo di rossetto, applicato in modo approssimativo, contrastava con l’abito dimesso e l’età, sicuramente superiore agli ottanta.

– Sai cosa voleva sapere, questo mio amico…? della Balilla, di quei giorni là, di Battista.
– Perché non glielo dici tu.
– Ma tu li hai conosciuti bene e poi lui vuol sapere di Cravasco, di quella volta che…
– Avrebbero dovuto farlo prima e il doppio, non 40 ma 100…

Durante lo scambio di battute, in dialetto, lo sguardo della Gusta non mi aveva neppure sfiorato; come se non ci fossi. “Erano molto giovani” avevo detto io, cercando di richiamare la sua attenzione su di me. E lei, sempre senza guardarmi e in genovese, “non erano giovani, erano uomini, quelli”. Come dire che noi lì – io sicuramente e forse anche Gino – non potevamo essere considerati tali. Da qui il suo disinteresse per il seguito della conversazione e, a mo’ di congedo, m’aveva indicato con un movimento degli occhi un quadretto posto vicino al banco zincato delle bibite dove comparivano incorniciate sette o otto foto tessera. Conoscevo solo il volto di Battista, il comandante della Balilla. Chiesi degli altri ma lei mi girò le spalle per tornare in cucina. Così era finito il primo tentativo di sapere di più. Proposi allora a Gino di organizzare un incontro con Luciano, il cugino che si era rifugiato nella tana dei Coronelli.

Arrivò due settimane dopo. Basso di statura, tarchiato, sorriso gentile, cauto nei giudizi, stava finendo la sua carriera nella popolazione attiva come maresciallo della polizia stradale. Preciso nel ricordare i fatti, era di una meticolosità ossessiva nel richiamarne i particolari. Al momento pensai che si trattasse d’una deformazione professionale: l’infinità di verbali di incidenti stradali che aveva dovuto compilare. Solo col progredire dei nostri rapporti mi resi conto come Luciano attribuisse ai particolari il compito di tracciare il confine tra il caso e la necessità. Bonario, con qualcosa di pretesco, proponeva una immagine di sé che contrastava con quella che m’ero fatta di un duro uomo d’azione. Conciliante, interessato alle sfumature, i suoi giudizi contrastavano con quelli drastici, sempre al limite del provocatorio, di Gino, che però uomo d’azione non era stato. Malgrado ciò il legame tra loro era profondo; una stima reciproca, totale, visibile. Un sodalizio che ormai doveva intendersi esteso anche a me e che fu celebrato a tavola. Qui, dopo la consueta rassegna di ricordi casalinghi si arrivò a parlare della famosa notte in cui Luciano era giunto ai Coronelli, del suo incontro con il cugino disertore, della tana, delle armi e dei partigiani. Di Cravasco e delle rappresaglie non si parlò salvo che per una allusione. “Quel fatto che vuoi studiare e che poi ne parleremo” aveva detto a un certo punto Luciano, rivolgendosi a me, aggiungendo di aver saputo da Gino della nostra andata dalla Gusta. Si parlò invece dell’8 settembre, di quello che loro due all’epoca sapevano della guerra, e dei bandi ultimativi che a partire da novembre imponevano a Gino come militare e a Luciano come richiamato della leva del ’24 di presentarsi ai rispettivi distretti.

Gino era rimasto a casa, nascosto nei dintorni della sua “villa”, dedito al pascolo e alle conversazioni con le ragazze sfollate. Luciano dopo aver partecipato alla raccolta di un po’ di fucili abbandonati dai soldati nella notte tra l’8 e il 9 settembre e aver affisso qualche volantino per conto dei comunisti, il 20 febbraio 1944 era salito ai monti. Il giorno successivo era l’ultimo giorno utile per presentarsi al distretto. Aveva scelto la renitenza ma “non pensavo certo di andare a far la guerra”.

I tedeschi, aveva commentato Gino, fino ad allora erano sembrati tipi tranquilli. “Forse perché i primi che avevano mandato in Italia erano anche i più vecchi”. Con questa convinzione, il 9 settembre 1943, dopo l’annuncio dell’armistizio, era sceso a Rivarolo, in piazza dove, nei pressi del consueto mercatino di frutta stazionava, arrivata con altre durante la notte, una autoblindo tedesca con tanto di soldato che spuntava dalla torretta. “Guardavo e intanto mangiavo una mela; alla fine – non so cosa m’era girato – gli ho tirato il torsolo; tanto bene che è finito proprio lì dove lui veniva fuori. Una bravata non una cosa politica. Di colpo è venuto un silenzio strano; tutti fermi a guardare. Quello che spuntava ha detto qualcosa a uno di sotto e il cannone ha cominciato a girare dalla mia parte. Un fuggi fuggi che non ti dico; io con gli altri. Intanto mi dicevo: ma guarda un po’, chi l’avrebbe pensato. Per dire come dei tedeschi fino a quel giorno proprio non sapevamo niente”.

Luciano ascoltava divertito, approvando. “Io, ero ancora più ignorante di te. La notte tra l’8 e il 9 avevo visto i tedeschi prendere la caserma vicino a casa mia. Avevano fatto prigionieri migliaia dei nostri, così tanti che alla fine li avevano dovuti mollare. Erano bastati pochi di loro per mettere fine a un esercito; migliaia di soldati scomparsi in un soffio. Poi la calma, il mondo di tutti i giorni. Che ragionamenti vuoi che facessi; che fin lì ci si poteva anche stare; avevo il mio lavoro”.

L’8 settembre aveva coinciso per entrambi con la scoperta dei tedeschi. Nessuno dei due ricordava d’aver provato sentimenti di ribellione. Piuttosto stare in campana; Gino nella sua “villa”, Luciano a Bolzaneto. In seguito, quando il cerchio si era stretto, si erano imposte decisioni più meditate. Gino, catturato dalle Brigate nere a caccia di imboscati mentre portava al pascolo la sua capra, era riuscito a fuggire buttandosi a capofitto in una forra. A sera era tornato a casa ma da quel momento aveva moltiplicato le cautele (“Qualcuno sapeva, vedeva, ma in campagna se qualcuno ti denuncia non è difficile sapere chi è stato…E lo sa anche lui”). Quanto a Luciano, invece di presentarsi in caserma come richiesto dal bando, aveva accolto la proposta di un comunista conosciuto nelle settimane precedenti ed era salito ai monti.

In seguito mi sono chiesto se i due, prima di essere sollecitati da me, avessero mai messo a confronto le rispettive storie. Entrambi erano comunisti – sui generis, come tutti i comunisti che ho conosciuto – in pace con la coscienza. Uno era andato a combattere coi partigiani mentre l’altro era rimasto a casa, tutti e due, almeno all’apparenza, ben convinti di quello che stavano facendo. Si raccontavano i particolari delle rispettive esperienze ridendo e commentandoli senza timore che l’altro potesse vedervi una pur minima contrapposizione. Giudicavano la rispettiva scelta nei confronti della guerra come frutto della necessità, risultato di un destino maturato in precedenza, altrove. Non mi era chiaro quando e dove.

Era un territorio che, sia pure in modo approssimativo, avevo cominciato a esplorare raccogliendo storie di operai, di militanti politici, di partigiani. Cercavo le relazioni tra i destini individuali e gli eventi “epocali” tra cui sicuramente andava collocata la guerra e la guerra partigiana in particolare. Quei punti di intersezione tra noi e “i fatti generali” dove – si dice (si legge nei libri ma non è vero o comunque non vanno presi alla lettera) – siamo obbligati a scegliere tra l’andare da una parte o dall’altra.

Roberto Battaglia (n. 1913), a 20 anni promettente studioso del Barocco, era stato sorpreso a Roma dal 25 luglio “intento a correggere pazientemente le bozze di un volume sul Bernini”. Nell’ufficio dove lavorava i ritratti del duce erano stati accuratamente staccati e sul muro era rimasto solo quello del re “sotto una corona reale opportunamente ingrandita”. L’8 settembre, dal suo ufficio, aveva sentito crepitare le mitragliatrici che difendevano porta S. Paolo contro i tedeschi e si era unito alla folla che guardava silenziosamente i granatieri che tornavano stanchi dal combattimento, sicuri di poter ancora vincere. Poco dopo aveva assistito “allo spettacolo umiliante dei nostri soldati trasformati nel giro di poche ore in fuggiaschi che buttavano via giacca e stellette”. Ma ciò che lo aveva deciso ad abbandonare Roma e a lasciare le sue amate ricerche non era stato quel giorno di vera tragedia ma “come spesso capita, un particolare della mia vita abituale, l’ultima goccia d’acqua di un vaso già pieno. Nella stanza del mio ufficio con la stessa tranquillità con cui s’era staccato il ritratto del duce, si staccò quello del re e si sostituì con quello del pontefice: l’Istituto di cultura già “Reale”, abbreviò il proprio titolo in “R.” Il che, come gli aveva spiegato con compiacenza il suo direttore, poteva significare tanto “reale” quanto “repubblicano”. “Disgusto e incapacità di sopportare le piccole cose, mentre si è assistito senza capacità di reazione ai più vasti avvenimenti: ecco ciò che in questo caso, come in altri della vita, dà l’ultima spinta verso il futuro…”. Quello stesso giorno Battaglia aveva deciso di lasciare Roma senza rimpianto.

Le date topiche, come l’8 settembre e il 25 luglio, esistono per davvero ma esse non possono essere sovrapposte in modo meccanico a quelle delle decisioni dei singoli: restare, scappare, nascondersi, andare con gli uno o con gli altri o, come nel caso di Battaglia, decidere che la misura è colma. Queste infatti non hanno il giorno sul calendario e in qualche modo hanno a che fare con quello che ognuno di noi ha già vissuto. Le storie del disertore Gino e del renitente Luciano erano per caso già scritte? Cosa aveva fatto di un mite e laborioso ragazzo della Bolzaneto povera un guerriero deciso al punto di non arretrare di fronte ai gesti più cruenti? Cosa aveva spinto Gino a imboccare ancor prima dell’8 settembre la rischiosa strada della diserzione e in seguito a tenersi lontano dal mondo della ribellione armata?

Quel giorno a tavola cominciai lentamente a capire. Quella dell’eroe negativo, come Gino si autodefiniva in contrapposizione a Luciano, era solo una battuta destinata a me. Un modo con cui mi informava delle sue frequentazioni letterarie. In verità le rispettive storie avevano ai loro occhi un identico segno di valore; il disertore come il partigiano. Al contrario di quanto avviene nella storiografia resistenziale, o nel racconto morale, dove la figura del primo – in assenza di particolari motivi d’ordine religioso – ottiene una considerazione positiva solo se prelude ad una svolta verso la seconda; da disertore della guerra sbagliata a combattente di quella giusta, da renitente a partigiano e così via.

A tavola, quel giorno, risultò evidente anche la solitudine dei loro percorsi, delle condizioni in cui avevano maturato la loro “scelta”. Nelle storie di uomini e donne che ebbero una parte, anche modesta, nella Resistenza, compaiono sovente organizzazioni politiche o reti amicali intervenute a sostenere in qualche modo i comportamenti dell’uno o dell’altro. Si tratta di supporti che, per lo più, entrano in campo quando le decisioni sono già prese. La resistenza al fascismo non nacque corale; lo diventò, ma poco, verso la fine. Le storie dei suoi protagonisti piccoli e grandi provano come la maggior parte di loro non abbia pensato di interpretare i sentimenti dei più. Solo i pochi appartenenti ai gruppi armati poterono godere, una volta compiuta “la scelta”, del conforto del gruppo e dell’approvazione dei partiti antifascisti.

Era la solitudine il primo segno di valore che accomunava le scelte di Gino e di Luciano. Renitenza e diserzione, anche quando non avevano avuto uno sviluppo verso la guerra combattuta, erano viste da entrambi come degne dello stesso rispetto; la stessa fatica solitaria, lo stesso pericolo. Erano il primo fondamentale gesto di resistenza, la ribellione alla imposizione, alla autorità, al senso comune. Ribellione era la parola magica; corrispondeva al vissuto di entrambi ed eguagliava le loro esperienze.

Potrei intitolare così il confronto tra Gino e Luciano: “Come nel 1985 un operaio in pensione e un maresciallo della polizia stradale, che nel ’43 avevano rispettivamente 22 e 19 anni, dibattendo di renitenza e diserzione, posizioni manifestatesi tra i giovani in seguito ai bandi di chiamata alle armi della “repubblica”, le giudicano, al contrario dei partiti politici antifascisti – allora appena ricomparsi – che le avevano considerate politicamente poco significative, importantissime per il movimento di resistenza che era seguito”. Avevano infatti costretto centinaia di migliaia di individui e di famiglie a interrogarsi e a scegliere (resto o vado; aiuto o non aiuto; decido subito o rinvio la scelta ecc.). Un decidere che si era protratto e rinnovato per mesi in situazioni sempre diverse. Uno choc, commentava Gino. I partigiani – proseguiva con l’approvazione compunta di Luciano – avevano violentato l’antifascismo, compreso buona parte di quello comunista che “parlava di armi ma non le aveva mai usate”. In seguito, celebrazioni e retorica di partito avevano oscurato i fatti preferendo interpretare il partigianato come uno sviluppo dell’antifascismo tradizionale. “Ma di quella roba, diceva Luciano, noi o almeno io non sapevamo niente; niente di niente”.

Gino – dissacrante come sempre e forse pro domo sua – affermava che il vero nemico del fascismo di Salò e dei tedeschi era stato il renitente, il ribelle prima ancora del partigiano. Per capire come stavano allora le cose, diceva, bastava guardare i loro manifesti: “fucilazione per i renitenti”, “attenzione banditi”, “attenzione zona infestata da ribelli”, “taglia di un kg di sale per informazioni sui ribelli”. Erano i tedeschi e i fascisti a dirlo: il loro nemico erano renitenti, ribelli, banditi e partigiani. “I manifesti non erano contro l’antifascismo ma contro i ribelli; l’antifascismo c’era anche prima, il ribelle no”.

Il ribelle aveva avuto il potere di dividere o anche solo scremare l’antifascismo. Gino lo spiegava con abbondanza di esempi tratti dalla esperienza quotidiana di Begato, il borgo che comprendeva la frazione dei Coronelli dove abitava. La figlia del fascista sfollato che disprezzava il padre – “gli piaceva farlo indispettire” – e portava alla Gusta, a Camporsella, dove si diceva che passassero i partigiani, la roba da mangiare che il padre nascondeva in cantina. Due ragazze che, per proteggere i renitenti locali, avevano organizzato una specie di osservatorio sulla strada che dalla costa di Rivarolo portava a Begato e battevano dei colpi su una latta se vedevano arrivare dei foresti.

Imbracciare le armi aveva costituito la provocazione insanabile; aveva radicalizzato ma anche rinnovato gli schieramenti. Un compagno di sventura di Luciano, come lui in fuga dalla Benedicta, era riparato in casa di un fascista che aveva mandato a dire alla “Società” di Bolzaneto dove gli antifascisti si incontravano in riunioni evidentemente non troppo segrete che se lo venissero a prendere. La beghina Manin, mamma di Luciano, che “faceva acquisti e cucina ” per i partigiani. Gusta e altri impegnati a fondo (“ora tocca a noi”) nel sostenere la Balilla al contrario ad esempio di altri patrioti che, pur impegnati nella causa, erano restii a collaborare con i partigiani per il timore di possibili ritorsioni. E al contrario anche dei due “compagni” di Begato che attivi nella cospirazione – “la notte attaccavano i volantini del CLN ” – auspicavano, “per la sicurezza di tutti”, una rapida partenza dei partigiani per una montagna più lontana.

Imbracciare le armi era stato il frutto d’un percorso quasi sempre privato. Segnato in qualche caso dall’ideologia, dalla politica, dalle parole familiari; più spesso risultato di intrecci apparentemente fortuiti di cui gli storici – altro nodo che Gino mi incaricava di sciogliere – erano chiamati a dare ragione. E qui i due davano fondo ai loro ricordi dove, in una gustosa casistica, parenti, amici, conoscenti, conoscenti di conoscenti andavano a comporre una complessa geografia della opposizione al fascismo di cui solo in seguito avrei apprezzato a fondo l’importanza ma che allora ascoltavo con una certa sufficienza; come succede quando qualcuno pretende di illustrarci le vicende della macroeconomia con osservazioni condotte sul mercato rionale.

In nome di questa complessità Luciano, interrogato, cercava di ricostruire la serie infinita di piccoli gesti in cui amava scomporre le sue azioni passate perché – diceva sorridendo – sperava sempre di trovare nascoste da qualche parte le ragioni delle scelte della sua vita, su cui più volte si era interrogato ma che continuavano a sfuggirgli. “A meno di non volere – chiosava – far riferimento ai soliti paroloni che, quelli come me, allora, neppure conoscevano”. Per questo si prodigava a elencare gli episodi, a dividerli in sottoepisodi e poi a scomporli ulteriormente col risultato di allontanare l’argomento per cui lo avevo contattato, che poi era la storia delle rappresaglie di Cravasco e di come lui era diventato un guerriero.

Ci lasciammo verso sera con l’impegno che sarei andato a trovarlo e lui m’avrebbe finalmente raccontato di sé. Al momento del congedo Gino era intervenuto pressante. “Parlighe, digghe tutto, gli aveva detto, t’è capiu?” (Parlagli, digli tutto, hai capito?). E – ancora in dialetto – “è uno storico; deve sapere; devono sapere”. Tu, aveva aggiunto rivolto a me – il tono era un dolce invito a superarmi – “cerca di farti capire, fatti dire bene chi erano, cosa facevano, cosa si dicevano, cosa mangiavano… che poi verrà un giorno che di loro non ci sarà più nessuno e non si capirà niente di quello che è successo”. Era sinceramente preoccupato che “dopo” non si venisse a sapere o, peggio sopravvivessero solo storie di comodo. Come succedeva quando si parlava di fabbriche e di operai: “quando leggo i documenti del partito sulle fabbriche – diceva – mi domando se sono gli stessi posti dove lavoro io…”.

Circa un mese dopo andai ad Alessandria. Qui Luciano aveva casa ma per parlare scelse un bar. Vi lessi un desiderio da parte sua di temporeggiare, un passo indietro rispetto all’incontro precedente. Ci rivedemmo solo 4 anni dopo, nel febbraio del 1989. Gli avevo fatto avere un primo abbozzo del lavoro che andavo scrivendo sui partigiani della Sesta Zona. Gli era piaciuto e, questa volta, era stato lui che, tramite Gino, m’aveva proposto un appuntamento. Di nuovo ad Alessandria ma a casa sua: moglie, figlia, appartamento ordinato, una ospitalità dolce, discreta. Subì coraggiosamente il mio interrogatorio a cui ne seguirono altri. Ad una mia richiesta di precisazioni che gli avevo fatta pervenire per lettera rispose in modo puntuale con una memoria, scritta, di una decina di pagine. Malgrado col tempo la nostra confidenza fosse cresciuta, non abbandonò mai la cautela. Se trattava di questioni che giudicava troppo personali mi chiedeva di spegnere il magnetofono. Non era mancanza di fiducia, mi diceva, ma “delle cose di guerra non sempre si può parlare in tempo di pace”. Anni dopo, una frase quasi identica la sentirò pronunciata da Mauro, un altro partigiano della Balilla che ero andato a intervistare sulla stessa materia.

Con Luciano ci vedemmo anche in occasione di commemorazioni partigiane e di nuovo, più volte, a Begato prima della morte di Gino avvenuta per un cancro ai polmoni nel dicembre del 1991 dopo pochi mesi di malattia. Gino aveva fatto del suo cancro l’ennesima occasione di provocazione. All’inizio mi aveva chiesto di aiutarlo a morire. Mi accusava di tradire la nostra amicizia. Non puoi accettare di vedermi soffrire, mi diceva, mentre mi chiedeva di portargli una pistola. Poi era entrato in una fase di riflessione. Telefonava agli amici le sue sensazioni di moribondo. Chiedeva che lo venissero a trovare. “Ora è possibile, poi non ci vedremo più”, diceva, stupito di fronte al paradosso di poter annunciare la propria morte e compiaciuto per come riusciva a controllare una fase così precaria della sua vita. Comparvero così ai Coronelli una infinità di compagni di lavoro, che – malgrado i nostri 20 e più anni di frequentazione – mi erano rimasti del tutto sconosciuti.

Intanto la chemio faceva la sua parte. “Ma guarda, diceva stupito, succede proprio come ho sentito dire da altri: a volte pensando alla morte non mi dispiace, la sento come qualcosa che mi completa, che corrisponde al fatto che io sono un corpo, che ero piccolo e poi sono cresciuto e via così. Altre volte invece sono triste. La morte mi sembra crudele”. Leggeva Camus e Canetti e trovava strabiliante che persone “senza essere malate” potessero esprimere concetti capaci di tradurre i suoi stati d’animo. Qualcosa però, diceva, su quei libri mancava e di nuovo avrei dovuto essere io ad indagarla: se c’era un rapporto tra la vita che lui aveva vissuto e il suo modo di morire. Perché, aggiungeva, un rapporto non riducibile a quello materiale dei suoi polmoni compromessi da milioni di sigarette doveva pur esserci.

Un giorno mi aveva sorpreso mentre, nella stanza semibuia, lo guardavo. Appena tornati da una terapia in ospedale, un viaggio in ambulanza penosissimo: lui, sfinito, abbandonato sul letto. Lo osservavo chiedendomi se sarei stato capace di soffocarlo, chiudere la partita come a suo tempo m’aveva fatto giurare che avrei fatto quando si fosse avvicinato il momento. Forse il mio sguardo era particolarmente esplicito, comunque era stato sufficiente a preoccuparlo. “Magari ti chiederai, mi aveva detto con un filo di voce, perché ora non voglio più morire; beh non lo voglio. Sarei disposto a vivere, anche ridotto così. Chissà perché… Io che son qui che muoio dovrei saperlo ma non so dirtelo. Eppure vorrei saperlo. Sarebbe una cosa importante, per tutti”. Davvero la sua passione speculativa non conosceva ostacoli. Morì due settimane dopo senza trovare una risposta convincente all’ultimo quesito che lo aveva appassionato.

Otto anni dopo anche Luciano si ammalò di cancro e ne morì, all’inizio del 1999. Dopo che il tumore era ormai in fase molto avanzata ci eravamo sentiti e scritti almeno un paio di volte. “Vieni a trovarmi quando vuoi”. Io avevo sempre domande; non è perché uno sta morendo che ci sia motivo di non farle. E poi è un modo per tenersi compagnia.

 

II. La prima vacanza

– Ma tu, con precisione, cosa vorresti sapere?
– Com’è andata che sei andato lassù, coi partigiani.
– Me lo sono chiesto anch’io – Luciano sorride – non sai quante volte.
– Potresti almeno farmi fare con te un po’ della strada di quel giorno.
– Era il 20 febbraio, 1944, pomeriggio di domenica, le 5 o al più tardi le 6. Questo è assolutamente certo. Manin, mia madre non era in casa perché a quell’ora era a vespro. Io non avevo ancora compiuto 20 anni.

Facile a ricordarsi perché il lunedì 21, il giorno successivo, era l’ultimo utile per presentarsi a Vercelli, al distretto militare, e lui, prima di decidersi per il “no”, ci aveva rimuginato a lungo contribuendo così a rendere memorabile la data del 20. Ma non tutto quello che era avvenuto in seguito era cominciato il 20 febbraio. Anzi. Ad esempio, dopo pochi giorni, qualcuno salito ai monti insieme a lui aveva deciso di tornare indietro: troppo freddo, troppa fame, troppa incertezza. Lui invece era rimasto: anche quello – mi aveva fatto notare – doveva essere considerato un giorno importante, no? E poi durante il rastrellamento della Benedicta dei primi di aprile del ’44 il buttare via le armi, il giurare mai più lassù e poi invece tornarci: quanti giorni decisivi, quante scelte. Non si poteva farle discendere tutte da quella iniziale. La pensavo così anch’io? C’era stato chi era tornato a casa dopo pochi giorni e chi, scampato all’eccidio seguito al rastrellamento, era passato col nemico o si era presentato al distretto chiedendo scusa per il ritardo. E chi come lui era entrato in una squadra gappista fino a quando, scoperto, era di nuovo salito in montagna, aveva combattuto, era stato ferito e, guarito, era tornato in banda coi vecchi compagni e con loro aveva combattuto fino alla Liberazione.

No, la sua renitenza non gli sembrava “una scelta obbligata”. Comunque il padre non c’entrava. Era morto da tempo e a Luciano ne era rimasta una immagine sbiadita; a letto o su una sedia, frustrato dal non poter lavorare, affiancato da una moglie silenziosa sempre impegnata ad arginare, inventare per sostenere il peso quasi impossibile di due figli e che così facendo sottolineava involontariamente l’inconsistenza del marito sempre più diafano e malato. Luciano e il fratello, maggiore di lui di due anni, ne avevano assunto, una parte per ciascuno, il ruolo. Un patto silenzioso con la madre che Luciano aveva rotto la domenica 20 febbraio 1944; da solo, perché del fratello, dal luglio 1943, non si sapeva più nulla. A Vercelli, al distretto dove Luciano avrebbe dovuto presentarsi il giorno successivo, forse l’aspettava l’esonero: la madre vedova, il fratello disperso, il Vittoria – lo stabilimento dove lavorava – impegnato nella produzione bellica. Invece era andato ai monti. Più di una partenza: la rottura della solidarietà familiare, l’abbandono della madre. Se ne era andato e basta. “Ancora oggi mi chiedo come ho fatto, se avevo dei dubbi ma non ricordo niente, una specie di trance…”.

Dopo era cominciato un viaggio, faticoso, dove tutto quello che aveva immaginato, desiderato o temuto, era scomparso di fronte a una organizzazione deprimente e pericolosa. Ma non per questo aveva preso in considerazione la possibilità di un ritorno. “No; era impossibile”. Quella domenica pomeriggio la sua vita era cambiata perché aveva deciso – disse che gli appariva chiarissimo solo ora che me lo stava raccontando – che non sarebbe tornato indietro.

Cosa gli era piaciuto lassù? La possibilità di applicarsi ad una organizzazione, e poi una certa pace che neppure le scomodità potevano incrinare; il cominciare a pensare una vita da zero, quasi un gioco, di quelli che, da ragazzo, non gli erano stati concessi. E poi il suo comandante, Casalini (Emilio Casalini n. 1920), “dolce”, convincente; la sua sicurezza di ufficiale, vero, il suo modo di guardare negli occhi in silenzio mentre gli parlavi. “Un grande: aveva solo 4 anni più di me ma lui era un uomo compiuto. Penso che fosse per la cultura dato che di vita e lavoro io ne avevo da dar via…”. In seguito Luciano aveva scoperto che anche altri saliti allora con lui avevano tratto dall’incontro con Casalini la stessa impressione profonda: rispetto, familiarità, le sue parole sconosciute il cui significato risultava però chiarissimo a tutti.

Alla Grilla, la cascina dove era stato accantonato il suo distaccamento, Casalini gli aveva proposto un rapporto umano basato sull’educazione e il rispetto. Niente a che fare con Leo (n. 1923), un giovane che li aveva ricevuti allo smistamento, “che urlava ordini alla militare e ci trattava come bestie”. Casalini invece gli chiedeva se conoscevano quei luoghi, delle loro scuole, del lavoro. Aveva un modo semplice, gentile, incoraggiante. “Per noi lassù, ma credo per qualunque ragazzo di allora, il suo era un atteggiamento sorprendente. Tra grandi e giovani i rapporti allora erano rozzi; anche tra giovani”.

Quanto al combattere facevano dei discorsi sulle possibili ritirate e sulle manovre da fare ma l’idea dello scontro proprio non c’era. “Aspettavamo tutti la fine dell’inverno e l’arrivo degli Alleati. L’aspettavamo armati ma aspettavamo”. Non erano sbarcati l’8 settembre ma l’avrebbero fatto in primavera. Sarebbero arrivati e, quel giorno, loro, i partigiani, avrebbero detto: ecco siamo qui anche noi. Andare in montagna non aveva ancora il significato, assunto in seguito, di andare a combattere. Anzi. Per non dire che le montagne, quelle vere, da loro non c’erano, e quelle esistenti erano solo meta di cacciatori o di appassionati dei circoli escursionistici. Loro, i giovani della periferia o dei comunelli periurbani, sapevano solo che i monti lì attorno erano poveri, incolti, inospitali; non una economia rispettabile ma una sopravvivenza. Un ricovero scomodo, fuori mano del nemico – o almeno così ingenuamente si credeva – e per questo sicuro.

Dal punto di vista militare il discorso finiva lì: erano i primi ad avere la consapevolezza dei loro limiti. Una notte erano scappati tutti a gambe levate per il raglio di un asino prima di scoprire che era un merciaio che girava per la montagna, da una cascina all’altra, per vendere la sua roba. Un’altra volta mentre andavamo in cinque o sei verso Ovada con un mulo, per prendere della farina, erano stati sorpresi dalla nebbia. Erano lì a discutere sul che direzione prendere quando gli era arrivata una raffica, partita da un gruppo di russi disertori nascosti da quelle parti. “Feriti ad una gamba uno che era con noi e il mulo che abbiamo dovuto abbattere”. Il mulo macellato era stato diviso tra i vari distaccamenti e per un giorno o due avevano mangiato carne.

Politica? Se ne parlava, si diceva come avrebbe dovuto essere la società del futuro. Tutti, “proprio tutti”, erano convinti di essere all’inizio di una cosa nuova. C’era anche “un certo via vai” di persone più anziane che si fermavano uno o due giorni, “tenevano delle riunioni sul futuro dell’Italia” e poi se ne andavano. Dopo, dicevano, e intendevano dire alla fine della guerra, tutto sarebbe stato diverso. Era una idea che loro, i giovani, avevano assimilato facilmente, come un fatto “naturale”. Della politica faceva parte, in modo vistoso, il moralismo. Ne erano portatori i più anziani, “gente del partito”, con modi che a loro sembravano incomprensibili. “Una mattina, di pattuglia, siamo arrivati vicini a una cascina; in un pollaio, per terra, c’erano delle castagne secche andate a male buttate lì per le galline. Noi eravamo distrutti dalla fame; ci siamo messi a mangiarle come fossero una torta. In quell’attimo arriva uno dei nostri, del comitato del fondovalle: strepiti, accuse di furto; per due castagne marce… Dovete comportarvi bene, urlava”. Avevano convogliato in montagna un esercito di affamati e la loro preoccupazione maggiore era cosa ne avrebbe pensato la gente del posto.

Era una situazione non facile ma, freddo e fame a parte, col seguire dei giorni a Luciano era parsa sempre più coinvolgente. “Era nuova, mi piaceva. Ricordo la mattina che Casalini – era appena arrivato un tavolino pieghevole con una sedia, l’unica – si era messo a scrivere i versi della canzone Dalle belle città date al nemico. In seguito la canzone è stata un po’ cambiata ma allora quando lui l’ha scritta c’era un verso che diceva di giustizia è la nostra disciplina/comunista è l’idea che ci avvicina/ rosso sangue il color della bandiera/ di Stalin l’armata rossa schiera”. Nella versione diventata popolare “comunista”, “Stalin” e “armata rossa” erano stati sostituiti con altre parole “ma le parole vere, lassù, erano quelle”.

Era stato Casalini in persona a dirgli di chiudere la fila quando il 6 aprile – “non albeggiava ancora” – avevano cominciato a tagliare la corda. Gli aveva affidato un’arma automatica nuova di zecca, uno sten inglese, arrivato solo da pochi giorni con uno dei primi “lanci”, agli Eremiti. Anche per questo gli dispiaceva aver perso il contatto col gruppo; scomparso in un attimo nella nebbia. Da Costa Lavezzara dirimpetto alla Benedicta avevano sentito e visto sparare, colpi di intensità diversa, movimenti buffi, piccole corse, il terreno che si alzava come nei film di guerra, che gli piacevano così tanto, ma con in più le scie terrificanti dei lanciafiamme e l’abbaiare dei cani lupo. Si sapeva: erano “cani speciali, addestrati per stanare gli uomini, azzannarli”. La marcia, l’apprensione (“non pensavamo di andare a combattere ma di scappare”), la ricerca di una via di fuga verso il Gorzente, verso Genova, “probabilmente perché il gruppo, lo stesso Casalini, conosceva di più quel lato”. E lui a chiudere la fila, con un mitra, uno dei pochi. Un incarico di responsabilità, un compito solitario. Sulla passerella del lago Bruno erano passati a intervalli, tre per volta mettendo in mostra i loro ultimi scampoli di tattica militare. Da lì in poi c’era stata solo la fuga. Lui sempre ultimo e un po’ staccato. Li aveva perduti. Al suo primo vero incarico militare aveva fallito. Cosa aveva pensato? Niente; ricordava solo il silenzio, interrotto dai colpi sordi dei cannoni delle autoblindo e da qualche raffica, rara e distante, e i luoghi sconosciuti: una situazione irreale. Poi la marcia nell’ovatta della nebbia, il materializzarsi di forme umane, altri “anche più disperati” di lui che come lui si erano sciolti, perduti.

In seguito aveva saputo che mentre loro lì giravano, si cercavano, si trovavano e si perdevano, i nemici fuori, in cerchio, li aspettavano. Eppure loro erano filtrati, senza neppure accorgersene: “le loro maglie non erano tanto strette; ci consideravano poco”. Altri però li aspettavano più in basso. Quando aveva incontrato Luci (n. 1923), anche lui in rotta alla ricerca di una soluzione, erano già in cinque, un siciliano, un calabrese, un sampierdarenese e uno di Rivarolo; lui di Bolzaneto come Luci: insomma l’Italia. Le armi le avevano buttate sin dal giorno prima; le scarpe invece le avevano ancora ma Luci gliele aveva fatte togliere. “Aveva un carattere forte. Non gli avevo mai parlato ma lo sapevo. Forse per qualcosa che mi aveva colpito da bambino; abitava poco distante da me. Lui era senza scarpe e ci è arrivato vicino senza che noi ce ne accorgessimo”. Era tanta la sicurezza, la determinazione che emanava che tutti erano stati d’accordo per chiedergli di guidarli fuori da lì. E lui, per ricambiarli della fiducia, aveva detto: sì, ma toglietevi le scarpe.

– Ma ci sono i ricci di castagno, aveva obiettato Luciano.
– Appunto. Così quando appoggiate il piede, sentite pungere e non fate rumore.

Parole che corrispondevano alla singolarità del personaggio. Loro comunque se le erano tolte e appese al collo. Andavano convinti di avercela fatta quando avevano incontrato un tedesco che se ne andava soletto. Magari s’era perduto anche lui o aveva cercato di filarsela, come quel Mucha, polacco ma soldato del Reich, che poi era finito a combattere con loro nella Balilla. Fatto sta che gli aveva dato il mani in alto. Presi, “sei disarmati catturati da uno solo, però armato”. Camminavano in colonna, loro davanti con le mani in alto e il tedesco dietro con l’arma puntata, mentre Luciano si chiedeva cosa avevano sbagliato: prendere quella strada, lasciare le armi, non prevedere un nemico isolato e sbandato come loro. Mezz’ora dopo un altro incontro: un tipo che se ne andava chissà dove quando le persone di buon senso stavano ben ferme e nascoste. Uno un po’ più grande di loro, ancora giovane però, “che dovunque tu lo avessi visto inquadrato, dalla parte tua o dei tuoi nemici”, capivi che era “uno che faceva da solo e infatti poi da mezze parole è uscito che faceva il ladro”. Messo a marciare davanti al tedesco, come gli altri con le mani in alto, non aveva dimenticato di averle. Aveva fatto finta di inciampare – ma Luciano più avanti e di spalle non aveva visto bene – e, fatto un mezzo giro, aveva infilato una baionetta nel collo del guardiano. “Ecco, tanto per dire il tipo, era uno che, in mezzo a quell’inferno, girava da solo con una baionetta nascosta”. Avevano sentito una specie di urlo, “un po’ strozzato, quasi gorgoglio”, e il tonfo del tedesco che andava in terra. “Ci guardava stupito; dalla gola non uscivano dei suoni, piuttosto quel glu glu glu che fa l’acqua quando sale nei tubi”. Ecco, aveva pensato Luciano, anche lui, il tedesco, aveva sbagliato; aveva sottovalutato il ladro di galline.

Dai Piani di Praglia fino a San Martino erano scesi bene. Niente tedeschi. In compenso a San Martino – era mattina presto – gli erano venute incontro delle donne: andate via, andate via per amor di dio; sono appena passati, hanno ammazzato uno. Di nuovo era stato Luci a decidere: dobbiamo dividerci, aveva detto. Luci si era preso il calabrese, lui il siciliano, i due locali se ne erano andati assieme; da solo, naturalmente, il ladro di polli. Infine ai Coronelli: “Barba sun mi”

– La sera dell’8, o del 9?
– Direi la notte tra l’8 e il 9 ma non dormire fa perdere il senso del tempo.
– Di quei due giorni ricordi un sentimento più di altri, la disperazione di aver perso i compagni, la paura di morire, il pensiero di tua madre…
– Ti sembrerò uno spaccone ma dentro ero calmo; mi è successo anche in seguito, da grande, quando mi sono trovato in altre situazioni difficili. Non ricordo di aver detto: li ho perduti, sono finito o qualcosa del genere.

Guardava le cose come se ne fosse fuori, con distacco. Non diceva: vado là, mi riparo qui. Non era in grado di fare progetti, questo lo capiva benissimo. Neppure aveva avuto quei pensieri del tipo: ma chi me l’ha fatto fare; no. Anche dopo, nei giorni, nelle settimane successive, aveva ripensato più volte alle ore passate lassù, ai compagni che aveva appena conosciuto, a quella vita che gli era piaciuta subito e il sentimento più forte che provava al ricordo non era la paura ma una specie di irritazione. Quel giorno avrebbero potuto prenderlo e fucilarlo come tanti altri e forse allora gli sarebbe venuta qualche altra idea ma almeno fino a quel momento il suo sentimento principale era che si sentiva offeso per essersi trovato alla mercé di gente che in quattro e quattro otto li aveva messi a perdere facendoli correre da una parte all’altra. Non sapeva con precisione cosa stavano facendo o forse non ci voleva pensare. Ma di essere stato messo in fuga lo sapeva e questo gli provocava un sentimento tra la rabbia e l’insofferenza.

“Credo che sia il sentimento che mi ha avvicinato a Luci quando, nella notte, avevamo parlato. In realtà era lui a parlare. Più delle sue parole ho in mente la sua faccia che peraltro conoscevo bene: era strana; aveva una smorfia che sembrava che ridesse. Invece era serio. Mi sembra di ricordare un certo mio stupore di fronte a uno come lui che non mi aveva mai dato l’impressione di possedere molte parole. Quella notte era la prima volta che parlavamo. In un certo senso anche l’unica perché in seguito, pur vivendo insieme nella stessa formazione, non ricordo episodi analoghi. Forse, ripeto tre volte forse, le sue parole andavano incontro a quello che stavo provando: una storia che mi era piaciuta interrotta da quel fiume di fuoco che ci aveva attraversato. O la mia voglia di rispondere, di far le cose per bene, far vedere che ci riuscivo, come all’Ilva quando facevo più monelle del mio compagno, o alla scuola Ansaldo quando cercavo di prendere il premio. Ci tenevo; a me piaceva fare bene.”

Il pomeriggio di domenica 20 febbraio 1944, quando era partito per la montagna, sua madre era a vespro, suo padre era morto già da 7 anni e del fratello, rimasto a Sud con l’esercito, non si sapeva niente da più di 6 mesi, tanto che sua madre prendeva “la bandiera”, l’indennità per i militari dispersi. Aveva messo le sue cose in uno zaino militare, “di quelli abbandonati dai soldati dopo l’8 settembre” e, anche se ci aveva messo tutto quello che aveva, alla fine c’era ancora posto. Non aveva preso un centesimo né un pezzo di pane, niente. Anche se partiva di nascosto intendeva mostrare così il suo rispetto per la casa e la madre; era sempre lui, il suo Luciano. Tram fino a Pontedecimo, poi a Campomorone in casa di un tale dove c’erano altri come lui, una ventina, tutti renitenti. Lui unico di Bolzaneto, gli altri di località attorno: Cadisette, Morigallo, la strada della Secca per andare a Pedemonte, il ponte di San Quirico, Pontedecimo, Campomorone. I più erano suoi coetanei, conosciuti almeno di vista, ma non c’era entusiasmo nel rivedersi in quella situazione; al contrario erano tutti abbastanza “pensosi”. Da Campomorone erano partiti insieme, il 21, con un po’ (“ma poco”) di latte caldo nello stomaco; la salita, il Gorzente, i laghi della Lavagnina. Con una fame che cresceva e scavava dentro mentre fuori prima pioveva e poi nevicava. Arrivati al Gorzente, per guadarlo, lui era entrato nell’acqua. “Sapevo nuotare abbastanza bene, credevo di essere esperto, ma attraversare un torrente, vorticoso, era roba da morire, farsi portar via. Avevo lo zaino e sono andato a un pelo dal restarci”.

La sera alla Lavagnina si erano spogliati e avevano acceso un fuoco. Al Brignoleto, il luogo del reclutamento, erano arrivati a metà del giorno dopo, senza mangiare. E sempre senza mangiare, o quasi, erano rimasti lì tre giorni, chiusi in una stalla, con un “comandante”, Leo, che urlava minacce incomprensibili a coloro che solo si affacciavano sulla porta “a vedere”. C’era chi per i morsi della fame cadeva per terra svenuto. Una mattina davanti all’uscio della stalla era stata appoggiata una cesta di pane caldo e il profumo era così forte che qualcuno si era commosso, fino alle lacrime. Un altro, più pratico, aveva messo fuori la mano catturando una pagnotta rapidamente divisa e inghiottita in silenzio. Meno di un morso a testa. Leo aveva estratto la pistola, voleva il nome, gli avrebbe sparato, gridava. L’inquadramento e poi la partenza – “in 36, ho sempre avuto la mania della contabilità” – per la cascina Grilla, erano stati una liberazione.

Alla Grilla oltre la fame, la scoperta di una generale inettitudine: “tutti da anni abituati al lavoro ma nessuno che sapesse cuocere un po’ di riso”. Qui però la differenza l’aveva fatta l’assenza di Leo e la presenza di Casalini, il maestro Casalini, l’ufficiale Casalini che, così come niente, davanti a tutti, dopo qualche giorno, aveva scritto una canzone che i partigiani avrebbero cantato per sempre. Lui invece era morto neppure due settimane dopo.

“No, non provavo vergogna per aver abbandonato in quel modo mia madre. Più volte, negli anni seguenti e ancora oggi, mi sono chiesto come fosse possibile che pur essendo noi così legati, io non avessi provato rimorso per la partenza segreta di quel pomeriggio. Sono sicuro che provavo un sentimento positivo, non lo vivevo come l’inizio di una avventura militare; no, era una pausa; se la parola non apparisse un po’ curiosa direi una vacanza. C’era la cartolina, la minaccia di morte per i renitenti ma avevo anche la possibilità di medicarmela: per il fratello disperso avrei potuto avere l’esonero e poi l’Ansaldo, la produzione militare. Ma non mi interessava. Avevo il desiderio di andarmene. Era un caos; ogni giorno potevi essere fermato, portato via.

Era un sentimento confuso: non cercava l’azione ma un posto per fermarsi. C’era il bando ma si giudicava abbastanza sveglio da presentarsi alla caserma, a Vercelli, capire come stavano le cose e, se gli fosse girato, tornarsene a casa. Non aveva in mente la lotta contro i tedeschi; voleva andarsene. “In fondo le vacanze sono proprio questo, no? Dalla fine della quinta elementare avevo sempre lavorato, sempre, senza fermarmi mai. Guai restare con le mani in mano; anche in quei pochi giorni che si stava in campagna dai parenti. Credo che arrivassero a inventarsi le cose da fare pur di non lasciarti giocare un po’. Dal punto di vista del gioco non mi sembra d’essere mai stato un bambino, non ne ho i ricordi”.

Aveva cominciato la prima elementare con il padre già malato e in quinta la situazione in casa era tale che era stato messo in collegio al don Bosco, a Sampierdarena. Finita la scuola, la madre e lo zio erano andati a prenderlo; il 24 di giugno. “Ricordo il giorno perché era San Giovanni Battista e a Genova è festa. Alle 11 e mezza abbiamo preso il tram e siamo arrivati a Bolzaneto. All’una e mezzo ero a lavorare: il mio primo lavoro, da un calzolaio. Non un ciabattino; proprio un calzolaio, figlio d’arte, uno che stava bene: scarpe nuove per gente con soldi; anche cacciatori. Così fino a 13 anni, quando ho trovato da lavorare a Genova: provveditoria di bordo, da 12 lire alla settimana a 36; e un lavoro che mi piaceva”.

Arrivavano le navi in porto e lui di corsa, con la bicicletta, a prendere le commissioni e poi sempre in bici in città dai fornitori e poi di nuovo in piazza Cavour a cercare carretti, facchini, camalli, e poi ai magazzini dove aveva fatto arrivare la roba. “Mi piaceva: correre, la bicicletta, il porto, i bigliettini con gli elenchi di questo e di quello, l’odore della banchina e poi a bordo” con i commissari che lo trattavano come un uomo. Era il mestiere che avrebbe voluto fare ma nel ’39 le corse in bici, le navi e il porto, erano finiti: “Avevo compiuto 14 anni e mia madre voleva un posto dove si lavorasse col libretto: Ilva Refrattari, un lavoro tremendo. Nessuno di quelli che ho incontrato lì può venirlo a raccontare. Più nessuno vivo: morti tutti, proprio tutti. All’Ilva da 36 lire alla settimana sono passato a 3 volte tanto: 220 lire alla quindicina; più di tanti manovali a giornata. Resistevano i più robusti ma io avevo carattere; o forse era ostinazione: non ero uno che si tirava indietro. Non che volessi prevalere ma mi piaceva capire dove potevo arrivare. Una specie di sfida. Anche in bicicletta: prendevo una salita dura con un rapporto alto per vedere fin dove sarei riuscito a tenerlo. Mi guardavo come se fossi stato un allenatore con il suo campione”. Lo stesso quando, col sacco sulle spalle, aveva cercato di attraversare il Gorzente in piena.

All’Ilva facevano mattoni di ogni tipo, malocchi, munelle – da grandi a piccolissimi – tutti in parte composti con silice, una infarinatura che si dava agli stampi. Colava dappertutto; lavoravano vicino ai forni intrisi da questa roba; temperature proibitive: addosso solo un paio di mutande nient’altro, neppure le scarpe. La silice gli seccava addosso, era nell’aria, nel naso, in bocca, dappertutto. Per staccare il mattone dallo stampo c’era poi una pressetta con un olio schifoso che dove toccava riempiva di brigole. Lì, appena vedevano quello che si impegnava, da garzone lo passavano a munellante, a cottimo. Lavoravano a coppie e l’ambizione di un giovane, appena entrato, era far coppia con un munellante esperto, da cottimi altissimi. Si parlava solo di soldi. La grinta di Luciano era stata notata: “ero considerato; sapevo realizzare cottimi da far paura. In due: una gara perversa; attento a non rallentare, a non dar segni di debolezza. Così avanti per 15 mesi, dal giugno del ’39 all’agosto del ’40”. La guerra era cominciata e lui era lì. Dieci, dodici ore, poi si lavava, usciva e via in bicicletta, da corsa, col cambio; il suo sogno. Capace, dopo 10 ore di munelle, di pedalare fino ai Giovi, scendere a Busalla e poi di nuovo su ai Giovi e tornare a Bolzaneto. Era staccarsi da terra, da quella vita, da tutto. Sentiva solo l’aria, la leggerezza; “salendo guardavo la strada scivolare sotto le ruote e mi sembrava lontanissima”.

A Bolzaneto tutti sapevano che di Ilva si moriva. Non si diceva apertamente ma si sapeva. Anche sua madre, passato il primo entusiasmo per la paga, non era più tanto contenta: quel cottimo era una gara con la morte. Così, nell’estate del ’40, aveva fatto domanda per farlo entrare da Ansaldo. Ma aveva fatto confusione e lo aveva iscritto alla prova d’ammissione per entrare alla scuola apprendisti invece che a quella per essere assunto in stabilimento. A Luciano comunque era sembrata facile: dopo le elementari aveva frequentato, di sera perché di giorno lavorava, 4 anni di complementari – “le solite cose, italiano, matematica, specialmente un bravo insegnante di disegno, conservo ancora i disegni fatti allora”. Sufficienti per superare con naturalezza anche la domanda finale, quella che veniva posta dal direttore della scuola.

– Lo sai perché adesso non si fanno più gli scioperi?
– Perché adesso ci sono i Fasci di combattimento che impediscono…

Il direttore, compiaciuto, gli aveva battuto la mano sulla spalla. “Bravo, bravo, vai”, gli aveva detto, e dal 2 settembre del 1940 Luciano era diventato un allievo modello della Scuola apprendisti Ansaldo, a Sestri Ponente. Da 220 lire alla quindicina era sceso 20, meno del 10%. Sua madre, quando a poche settimane dall’inizio aveva scoperto la confusione, ne aveva fatto una malattia. Era andata dal direttore della scuola a scongiurarlo.

– Cambiategli posto, prendetelo in stabilimento.
– Lo lasci dov’è, è un ragazzo in gamba, con noi farà strada.

Per riequilibrare il bilancio Manin, la madre, aveva affittato la sua stanza a un “vicino”, così allora si chiamavano gli ospiti a pagamento, e aveva preso Luciano a dormire con sé. Aveva affittato anche la stanza del figlio militare di cui non si conosceva il destino; da parte sua aveva aumentato “i lavori in giro”. Luciano era risultato il primo del corso del ’40-’41, secondo nel ’41-42, settimo nel 42-43. Un successo dato che quasi tutti i suoi compagni di corso venivano da vere scuole professionali come la tecnica Gaslini o la commerciale Caffaro. “Ma io rispetto a loro, oltre a leggere bene il disegno, avevo una manualità, una forza… Picchiavo come un fabbro. Avevo una struttura temprata dal lavoro pesante”. A metà luglio del ’43 c’era stato l’esame: teoria e prove pratiche. Nessuna sorpresa: il 26 luglio doveva ritirare il diploma e il 2 settembre sarebbe entrato al Vittoria, l’Elettrotecnico Ansaldo di Campi.

Il 25 luglio l’aveva soltanto visto. Per viverlo avrebbe avuto bisogno di qualcosa che non aveva. Era cominciato nella notte, dopo che era andato a letto e già era suonato una volta l’allarme. In rifugio non ci andava mai, avevo sonno, restava in casa a dormire. L’opposto della madre. Lo avevano svegliato il rumore, le voci che venivano dalla strada, sotto la sua finestra. Affacciato aveva visto i camion con i soldati sopra, le divise in disordine. Cantavano. Ricordava il bianco degli occhi, le facce. Cantavano l’Inno di Mameli che si sapeva che c’era ma non si cantava mai; al contrario dell’inno dei Savoia e le canzoni del fascio come Giovinezza. Quella notte invece solo Inno di Mameli. “C’era un lampione davanti alla mia finestra e vedevo le loro bocche che cantavano. Era una situazione eccessiva, come di ubriachezza”.

Una specie di canto veniva anche dal piano di sotto, dove abitava il calzolaio Patuelli, un marchigiano che si sussurrava fosse un anarchico. Batteva i piedi sul pavimento scandendo una specie di cantilena; bastardi, assassini, vigliacchi, diceva; poi altre parole incomprensibili. La mattina – alla fine Luciano si era riaddormentato – “era ancora lì che girava e gridava, con una voce che ormai sembrava un gargarismo, bastardi assassini, vigliacchi”. Era stata sua madre a dirgli: sai, è caduto il fascismo. Lo aveva sentito dire nel rifugio; loro la radio non l’avevano. Va beh, aveva pensato Luciano, e si era preparato per la scuola. Era appena salito sul tram che il tramviere gli aveva indicato il distintivo della Gil che aveva sulla giacca. Toglitelo, svelto, gli aveva detto e lui l’aveva messo in tasca. A Sampierdarena c’era una confusione incredibile. I distintivi del partito fascista sul binario del tram a farli schiacciare e tutti in giro a battere le mani. A scuola facevano tutto in fretta, come se volessero chiudere da un momento all’altro. “Sembravano burattini”. Fuori dei cancelli c’era gente che faceva ressa per entrare: fascisti, gridava. Ma erano intervenuti i pompieri ed era finita lì.

Le scene che gli erano rimaste più impresse le aveva viste al ritorno, a Cornigliano: la strada piena di donne, centinaia, con i capelli in disordine e appena vestite di quelle vestagliette che allora si portavano per casa. Dappertutto falò accesi: come la presa della Bastiglia che conosceva grazie ad una illustrazione d’un libro di scuola. Lo stesso a Bolzaneto, ma qui le facce gli erano note. “Ricordo un uomo, un certo Bagiàn, avrà avuto già 35 anni. Aveva una tromba e suonava; suonava e camminava, come quello della favola, pa, pa, parapapa, e la gente gli andava dietro e batteva le mani. L’ho rivisto poi alla Benedicta, nel marzo del ’44, ma col rastrellamento è scomparso; morto o deportato, non si è mai saputo. Ricordo Lombardi Settimio, che poi è diventato un partigiano della Balilla, “Anselmo”, e altri che salivano nelle case per buttare giù la roba. Io guardavo, tranquillo, non ricordo emozioni particolari. La politica per quelli come me non esisteva. Il fascismo era l’autorità, lo stato. A un mio compagno di corso che aveva litigato con il controllore del tram avevano ritirato la tessera della Gil per 15 giorni e per 15 giorni era stato sospeso da scuola. Tram, Gil, scuola tutta una stessa cosa. Comunque dopo due o tre giorni era tutto finito e, tranne che per le camicie nere e i distintivi, la vita era la stessa”.

Venti giorni dopo, lunedì 16 d’agosto 1943, Luciano era entrato per la prima volta al Vittoria. Operaio qualificato elettricista: doveva occuparsi delle macchine delle avvolgitrici, le operaie che sfogliavano la mica. Lì, per la prima volta, aveva visto i comunisti, “ma non più di 3 o 4, gente anziana, qualificata, seria” che fino ad allora gli erano rimasti sconosciuti ma della cui esistenza non si era stupito dato che, a bassa voce, già ne aveva sentito parlare. Così per 3 settimane, fino all’ 8 settembre: “una lacerazione, una esperienza dolorosa; al contrario del 25 luglio, la caduta del fascismo, che invece mi era sembrata una cosa festosa”.

Quando, nelle prime ore della sera dell’8, c’era stato l’annuncio dell’armistizio, nella piazza centrale di Bolzaneto, un centinaio di persone si erano raccolte attorno ad un oratore improvvisato. Era Riccardo Rissotto, uno che lavorava all’Ilva ferriera. “All’Ilva ferriera operai ce n’erano almeno tremila; altrettanti all’Ilva refrattari dove lavoravo io: ma passavamo tutti dallo stesso ingresso e ci si conosceva un po’ tutti, almeno di vista.” Rissotto parlava; diceva che bisognava combattere i tedeschi, prendere le armi. “Parole che neppure capivo. Poi è arrivata un’autoblindo italiana. Un maggiore – i gradi li conoscevo già bene dalla scuola apprendisti – scende dall’autoblindo e dice: andate via, a casa, scioglietevi. Si stava facendo sera e, anche se c’era ancora l’ora legale – saranno state le sette e mezza – tutti siamo andati a casa. Io con altri 5 o 6 che conoscevo appena, giovani, forse un po’ giovinastri, andavamo su, verso la ferriera. In strada nessuno: niente tram, tutti in casa. Non so chi ha cominciato ma ci siamo messi a cantare: Vegnì a quattru a quattru sci ben che ghei u baccu, vegnì… (Venite a quattro a quattro, anche se voi avete il bastone! venite…). E siamo andati avanti così per un po’, 4 o 5 volte di seguito. Noi lì, soli; una specie di sfogo fisico. Poi a dormire”.

Nella notte si era sentito sparare, fucilate, cannonate, dalle parti della caserma. Era buio, “saranno state le quattro del mattino”, e Luciano, che abitava a due passi da lì, affacciato, aveva visto i tedeschi avanzare, uno di qua uno di là dalla strada. Durante l’estate nelle caserme di Bolzaneto erano arrivati tre o quattromila militari dell’Ottantanovesimo fanteria, una parte della divisione Lupi di Toscana. Con i soldati che già erano lì, una decina di migliaia, “avrebbero potuto fare una guerra da soli”. Invece ai tedeschi erano bastati pochi colpi sparati con dei cannoncini per farli arrendere. Poi, tra le otto e le nove del mattino, era stato come un fiume quando rompe gli argini. I tedeschi si erano resi conto che erano troppi e avevano lasciato andare i militari italiani fatti prigionieri nella notte. Camminavano, correvano, scappavano. “Chi è andato in su e chi in giù; era il caso: tanto che due di questi hanno sposato due cugine nostre, l’Anita e la Ninni solo perché sono andati in una direzione invece che in un’altra”. La divisa bruciava. Tutti chiedevano qualche straccio, pantaloni, giacche, camicie. In cambio davano quello che potevano.

Al pomeriggio, all’una, massimo alle due, in giro non c’era più neppure un’anima. Prima una valanga di persone che non finiva mai e poi il deserto, il silenzio. “Io ero con 2 o 3 amici seduto su una grossa ringhiera di ghisa che era tra gli uffici dell’Ilva e la strada. C’era la fermata del tram e solitamente andavamo a sederci lì, a parlare un po’; il nostro ritrovo. Vedo venire giù una motocarrozzetta con sopra due tedeschi e più lontani, vicino alla portineria dell’Ilva, a neanche cento metri, c’erano ancora, seduti lì per terra, quattro o cinque soldati, gli unici che non erano scomparsi come gli altri. Dei due sulla moto, quello sul sidecar va verso i soldati mentre quello che guida si dirige verso di noi. Io istintivamente scappo e mi infilo giù nella cantina del primo portone che incontro; trovo una catasta di legna, mi nascondo. Sopra sento il suo passo, patapin patapun. Sono uscito, dopo un bel po’, quando non c’era più nessuno. I soldati e i miei amici erano stati portati via; presi per fare delle postazioni”.

Così erano passati un paio di giorni prima di tornare lavorare. Solo allora era cominciato il “movimento”, i discorsi su quello che era successo, le mezze parole. “Sotto casa c’era un’osteria con i biliardi e tra gli avventori un tale, Ratto Luigi (n. 1904), che abitava in un caseggiato di fronte. Un osservatore; ti parlava e ti studiava”. Un giorno, di ottobre o di novembre perché faceva già freddo, gli aveva detto di certi fucili abbandonati fuori della cinta della caserma, in un fossato e altri sparsi nel bosco, un ceduo di castagni lì vicino. Se hai voglia andiamo a prenderli, gli aveva proposto.

Ne avevano caricato una trentina: munizioni e fucili, tutti 91. Bisognava essere cauti: c’era vicino una postazione tedesca, con la sentinella. Nascosti con delle frasche li avevano portati nella sua cantina. Era passato un po’ di tempo e Ratto si era fatto di nuovo vivo: manifesti da attaccare. “Di notte, col coprifuoco; erano cose pericolose ma per dire quale fosse il grado della mia coscienza politica di allora vale un particolare. Sul manifestino da attaccare, in fondo, con caratteri più grossi, c’era scritto: Chi li attacca è un patriota. Io pensavo: sono un patriota perché sto attaccando i manifesti. Ed ero tutto compreso di quello che facevo. Ecco, io ero questo. Da novembre del ’43 a febbraio ’44 quando sono salito avrò fatto un paio di altre cose, piccole, di questo genere. Fino a quando, mi pare ai primi di febbraio, esce sul giornale Chiamata alle armi classi 24 e 25… Saranno fucilati alla schiena… Niente cartolina, dovevi presentarti entro il tale giorno e basta.

Era allora che gli era montata la rabbia, il rifiuto. C’entrava anche il padre: 36 mesi in marina, dal ’10 al 13 per la Libia, poi in Albania. Era appena tornato che l’avevano chiamato di nuovo: sotto dal ’15 fino al ’19. Manin non perdeva occasione per ricordarlo ai figli: gente, diceva, ne ha fatto 8 anni, lui. Come dire che ne aveva fatto per tutti e per cause di guerra era anche morto. “Mio fratello era già stato richiamato. Io ero incerto: scappare dove? Lì di nuovo è intervenuto Ratto che mi dice: ma vai lassù, vai coi partigiani. Non se ne sapeva molto ma si sussurrava che ci fossero molti partigiani nascosti sui monti in attesa di attaccare i tedeschi. Io a lui davo credito; era un operaio dell’Ilva, del giro del Soccorso rosso, del Partito comunista. Su noi giovani aveva un certo ascendente. La data di scadenza del bando si avvicinava; bisognava prendere una decisione. Ho lavorato ancora venerdì e sabato; lunedì 21 avrei dovuto presentarmi a Vercelli, nel pomeriggio di sabato vedo Ratto. Non presentarti, mi dice, vai a Pontedecimo, e da lì a Campomorone… Sembrava che ci fosse chissà quale organizzazione”.

A farlo decidere in quel momento non era stato l’antifascismo. “E’ che non volevo andare a militare, alla guerra. Il mio era piuttosto antimilitarismo anche se era una parola che neppure conoscevo. Credo che siano state le parole di Manin, mia madre, a trasmetterci l’avversione al militare, alla guerra”. Gli 8 anni di guerra del padre che ne era uscito malato, abbattuto su una sedia, con degli occhi che dovevi solo cercare di non pensarci e poi il fratello che non se ne sapeva niente. Per una casa dove non c’era un uomo a lavorare era miseria. Manin era di chiesa, bigotta, ma sapeva parlare a voce alta, fare le sue ragioni, aveva dentro forte un sentimento di giustizia. A novembre, alle Poste di Bolzaneto dove andava a ritirare la bandiera, aveva fatto montare una grana che se ne era parlato in giro. Prima il marito, poi un figlio e ora un altro figlio, si era messa a gridare, e aveva scatenato le altre donne che erano lì. “Io sentivo l’ingiustizia della guerra sulla mia famiglia ma so che allora non avrei detto le parole guerra fascista. Il fascismo era una cosa più lontana”.

Sapeva, per averlo sentito dire in casa, a mezza bocca, che il fascismo era entrato anche un po’ nella sua nascita. Il 28 ottobre del ’24, il giorno prima che nascesse, suo padre era uscito di casa per andare a chiamare la levatrice. Già una volta gliele avevano promesse ma la sera che si erano presentati allo stabilimento per pestarlo aveva appena avuto un incidente: una goccia di soda caustica in un occhio. Era uscito con la testa bendata aiutato da altri e, senza saperlo, aveva evitato le botte. Ma era solo un rinvio. Se il 28, giorno di festa del fascismo, anniversario della marcia su Roma, lo avessero trovato in giro non l’avrebbe fatta franca una seconda volta. Lui lo sapeva e in casa si raccontava del percorso strano che aveva fatto per arrivare dalla levatrice: prima nel letto del torrente poi muovendosi lungo un argine per evitare di essere notato. “Il fascismo per noi, in casa, era il mancato riconoscimento da parte delle autorità della malattia che era insorta in lui a causa della malaria, l’abbandono a cui ci avevano condannato: una ingiustizia. Quando s’era ammalato – io avevo 6 anni e mio fratello 10 – eravamo già in grado di capire, ma respiravamo questa ingiustizia solo come qualcosa di famigliare; una cosa nostra. Il fascismo ai giovani, ai ragazzi come noi le differenze neppure le lasciava immaginare. Il passato? Ma quale? Volevano bastonare mio padre. Questo l’avevo capito. Il perché lo intuivo ma non avrei saputo dare una vera spiegazione. Non sapevo – me l’ha detto Gino dopo la fine della guerra – che la bandiera del club di Begato che ha nel mezzo due mani che si stringono l’aveva disegnata mio nonno, il papà di mio papà. Il fascismo aveva abolito quel passato. Se fosse durato ancora pochi anni avremmo perso tutto”.

– Avevi saputo di cosa era successo lassù alla Benedicta, delle fucilazioni, dei deportati?
– Si era saputo qualcosa ma le notizie allora erano incontrollabili.

“A volte si parlava di decine di morti e poi magari ne risultava uno. Vivevamo in mezzo alle voci. In me, come succede spesso nei giovani, c’era una propensione all’incredulità. Rispetto a quello che era successo mi ero convinto che lassù neppure i comandanti sapevano qualcosa. Altro che partigiani; eravamo ostaggi. Per non dire del mucchio di gente che girava lì intorno, vedeva, parlava… Erano rischi anche per i nostri famigliari. Il modo come ci avevano messi nel sacco l’avevo sentito come una offesa ma, ormai, era successo. Anche stare ai Coronelli dagli zii non è che mi piacesse molto. Gino voleva che restassi lì ma mi sembrava che sua madre non fosse tanto contenta: ce n’era già poco per loro. Comunque fino a quel momento non ero diventato il guerriero che credi. Anzi, per aiutare gli zii mi ero rimesso a fare il calzolaio”. Fino a metà maggio, quando era arrivato Zorro (n. 1920), di Bolzaneto anche lui, ma che Luciano conosceva solo di vista. Aveva tre pacchi di pasta, lunghi, fasciati di carta, che aveva lasciato alla zia e a lui aveva detto: ora puoi tornare giù. Ratto, lo stesso che lo aveva mandato in montagna, aveva saputo dalla madre che era nascosto lì e si era prima occupato del suo esonero poi aveva mandato Zorro a prenderlo. Appena tornato a Bolzaneto Luciano aveva cominciato a lavorare per i tedeschi della Todt. Ratto invece era stato catturato e fucilato con altri al Turchino.

Era la sola possibilità di cavarsela: lavorare per loro. “Ti presentavi col nome che volevi; non ti chiedevano niente: oggi qui, domani là. Col nome che avevi scelto andavi in un comune a chiedere una tessera per un mese: ti serviva per mangiare. Poi con un nome diverso andavi in un altro comune e facevi lo stesso. Lavorando sotto più nomi si poteva avere più tessere; bastava cambiare comune. L’ho fatto anch’io. Stavo facendo il minatore sul ponte di Recco sotto un altro nome: ho preso la mia bicicletta e sono andato al comune di Serra Riccò. Mi ero detto: ho un nome di fuori, parlerò toscano. Mi presento, comincio a raccontare la storia e vedo davanti a me l’impiegato; esterrefatto. Ci conoscevamo benissimo: era il marito di quella a cui noi, anni prima, avevamo ceduto la latteria. Non mi ha neppure fatto un segno, niente; solo mi ha dato la tessera. Tempi così. È stato in uno di quei viaggi che di nuovo ho incontrato Luci.

La mattina che si erano separati aveva trovato rifugio in casa di un fascista, a Livellato. Era stato fortunato. La presenza dei tedeschi aveva cambiato un po’ le cose. C’era gente che era stata fascista ma non stava con la “repubblica” o aveva capito come sarebbe andata a finire e cercava di tirarsi fuori. Luci aveva trovato uno di questi. Poi era andato a Trieste: raggiungere i partigiani sloveni era la sua idea fissa e ne aveva parlato a Luciano anche in quella famosa notte. Alla fine risultava ricercato anche là ed era tornato. Tutto in meno di due mesi: Luciano lo era stato a sentire a bocca aperta. Luci riusciva sempre a stupirlo, come quando gli aveva fatto togliere le scarpe. Alla fine gli aveva detto: fatti vedere in piazza stasera. E in piazza lo aveva presentato a Battista: lui è Enzo, gli aveva detto, indicando Luciano col nome di battaglia che si era scelto lassù, con Casalini; eravamo insieme alla Benedicta. Battista (n. 1908), occhi indagatori privi di simpatia, baffi alla Clark Gable, 36 anni portati bene e una cacciatora indossata con una certa eleganza, lo aveva guardato in silenzio per qualche secondo come se lo volesse pesare. Poi, senza rivelare particolari segni di simpatia, “vediamoci più tardi alla Cattolica”, gli aveva detto in dialetto. Così l’aveva reclutato.

“Da quella sera è cominciata un’altra storia. A dormire alla Cattolica o in case di chissà chi, mangiare dove si poteva e poi in azione: un gruppo di 4, Battista, il capo, Luci, Biscia e io. Ci appostavamo a raccogliere informazioni sugli obiettivi e poi a colpire. Per certe cose eravamo di più ma la base stabile era costituita da noi 4. I politici erano Morasso e Parodi, i comunisti importanti di Bolzaneto, ma si vedevano solo con Battista, per lo più alla Cattolica, in un seminterrato. I gestori erano i Lucchini, una famiglia per niente di sinistra che però dava una disponibilità piena. Mauro, uno dei figli, era dei nostri”.

Era la guerra dei Gap di cui Luciano non aveva mai sentito parlare fino al momento dell’incontro con Battista. Nel gruppo lui era considerato “il meno esperto, un gregario”. La sua formazione politica era “elementare”, modesta; “ma ero serio, come in tutto quello che facevo”. Nessun sentimento di vendetta. E poi contro chi? La Benedicta, malgrado tutto, non aveva contorni precisi: i fuochi dei lanciafiamme, le raffiche, il tedesco sgozzato, la gente terrorizzata al loro passaggio. Più che con i Gap lui si era messo con Luci.

– Davvero non sapevi chi fossero i gappisti?
– Davvero; non ne sapevo niente.
– Era solo perché te l’aveva chiesto Luci? Ti sembrava di dovergli restituire un favore?
– Forse; ma allora non eravamo così profondi.

Per Luci provava considerazione. “Mi sembrava che mi completasse. Che se lo faceva lui poteva essere una cosa buona anche per me. Oggi penso che tra noi fosse maturato una specie di legame. I discorsi di quella notte, la sua decisione; a quell’età sono cose importanti”. Luciano sapeva che del suo gappismo Manin non sarebbe stata contenta. Ma c’era l’amicizia, il credito maturato nella notte passata a parlare assieme. Incontro che non si poteva ricostruire perché il Luciano dalla memoria straordinaria di quei discorsi diceva di non ricordare una parola, uno spunto, niente. Ma quella notte la sua condizione solitaria – “di uno che stava piuttosto per conto suo” – fino ad allora così consueta da apparirgli naturale, si era frantumata. In quel ragazzo improbabile dalla faccia sghemba aveva finalmente riconosciuto il suo doppio.

“Operavamo a Voltri, a Genova, a Sampierdarena, Cornigliano. Dappertutto. Non si scherzava. Battista era deciso a entrare in prefettura. Cercava il colpo grosso, il prefetto in persona, Basile. C’erano molti conti da saldare; il più grosso: quello delle deportazioni degli operai il 16 giugno”.

Basile a Genova era il fascismo. Amico di Mussolini, molto più di un qualsiasi prefetto, amava rivolgersi direttamente agli operai della grande industria impegnata nella produzione di guerra con messaggi al tempo stesso minacciosi e paterni. State buoni, diceva, non scioperate, fate come vi dico e darò soddisfazione alle vostre richieste; diversamente vi punirò, chiuderò le vostre fabbriche, farò deportare gli scioperanti. Guardate, aggiungeva, che conosco il peggio; che so essere come non vorreste mai. Così in un alternarsi di lusinghe e minacce aveva ordinato le fucilazioni di dicembre ’43, poi di gennaio ’44 e quelle che erano seguite. Delle deportazioni del 16 giugno ’44 si era pubblicamente vantato: avete visto cosa succede a non darmi retta, aveva scritto; vi avevo avvisato che sono uno di parola, che non minaccia invano. Da dicembre 1943 i suoi messaggi deliranti avevano contribuito non poco a rafforzare l’idea che il seguito della guerra sarebbe stato più simile a un lungo regolamento di conti. Così, dal marzo ’44, Basile era diventato il primo obiettivo dei Gap. Quello che meglio avrebbe fatto capire con quale determinazione e contro quali obiettivi i Gap erano decisi a combatter. Battista aveva accettato con convinzione l’incarico ricevuto dal gruppo di comando di farlo fuori. Era anche convinto di essere l’unico che avrebbe potuto farcela.

“Solo per prepararci abbiamo corso rischi incredibili. Tanto per dire: una volta, a un controllo, ci hanno chiesto i documenti e ci sono scappati due morti. Era una situazione che non lasciava respiro. Fino al 13 luglio del ’44 quando è morto Iori. Non lo conoscevo: solo allora ho saputo che era il capo dei Gap. Due settimane dopo siamo andati in montagna coi partigiani; sarebbe più giusto dire che siamo scappati dalla città. Battista ha detto: basta, ormai li abbiamo addosso; voleva dire che eravamo individuati. L’aveva detto a malincuore ma aveva capito che era il momento di fare un passo indietro. Iori l’avevano preso su un tram durante un controllo che lì per lì era apparso casuale ma Battista aveva capito che lo stavano seguendo. Pochi giorni prima avevano preso uno dei nostri, dei capi, di Bolzaneto e da quel momento lui aveva detto che non ce n’era più per nessuno. In quei casi tutti i contatti vengono bruciati. Battista doveva andarsene e noi con lui”. 

A Rovegno, in val Trebbia, sede del Comando di divisione della Cichero erano arrivati, carichi come muli, alla fine di luglio, in 9, tutti del giro di Bolzaneto. Lì avevano conosciuto i comandanti, Bisagno, Marzo, Attilio; gli avevano parlato. Attilio, anche lui di Bolzaneto e tecnico del Vittoria, di loro sapeva parecchio; stava per diventare il capo della polizia partigiana e aveva cercato di tenerli con sé. Nel complesso una situazione caotica ma densa di ottimismo: finalmente si mangiava e poi era estate. Per loro che venivano da due mesi col cuore in gola, lassù era il bengodi, una villeggiatura. Stavano formando i distaccamenti e quelli di Bolzaneto erano stati destinati prima ad Acero poi a Villa Cella, in val d’Aveto. Il 25 agosto il sentore dell’attacco; da Rezzoaglio erano scesi in Fontanabuona e da lì a Cardenosa. “Quando, il giorno dopo, il rastrellamento è cominciato – beh a parte che in quei momenti non si sa mai da dove arriva, quanti sono e così via – sono venute fuori le debolezze. Avevo il ricordo di una cosa già vista. Per fortuna lo svolgimento è stato più lento e gli spazi di manovra maggiori”. Molti avevano perso la testa, altri avevano reagito bene ma in nessuno c’era l’idea di come comportarsi. Davanti alla Monterosa che attaccava li avevano fatti schierare in linea, come al fronte. Luciano aveva un moschetto, il 91/38, e dopo aver sparato tutti e 6 i colpi del caricatore, era come ubriaco, sordo completo e la spalla a pezzi. Prima di allora aveva sparato una sola volta, alla scuola apprendisti, un colpo dentro una lamiera. Aveva cercato dell’acqua per lavarsi la faccia e si era preso una sventagliata in una gamba. Era il 26 agosto.

Aveva avuto fortuna. Tra il 26 e il 27 con altri feriti attraverso la val d’Aveto lo avevano portato a Bobbio. Il rastrellamento era al massimo. In fuga anche da Bobbio l’avevano caricato con altri feriti su dei camion guidati da tedeschi, che pochi giorni prima avevano disertato convinti come molti che la guerra fosse alla fine. Mentre risalivano una strada di montagna verso Coli, vedevano dalla parte opposta della valle altri tedeschi, quelli veri, scendere dal Penice. Da Coli, trascinati su dei carretti, verso la val Nure, dove era rimasto nascosto per tre settimane vicino a un ruscello e poi in un paesino. Due mesi di convalescenza, di fame e di paura; e di rischi per chi lo aveva aiutato. Ai primi di novembre del ’44, si era finalmente ritrovato con gli amici di Bolzaneto, a San Clemente dove erano accantonati. Stiamo per muoverci, era stata la prima cosa che gli aveva detto Battista salutandolo, ci avviciniamo a Genova; anche lui non ne poteva più di star lì. “Ho pensato: meno male, qualsiasi posto ma non qui in cima a aspettarli. M’era andata bene già due volte e mi ero convinto senza troppi ragionamenti che quella era una guerra impossibile”.

Lassù era il suicidio, gli ultimi a sapere dei movimenti del nemico ma sempre lì ad aspettarlo; poco mancava che avessero un indirizzo. Il segreto era anticiparlo, non farsi trovare. Bisognava andarsene. A Battista lo avevano ordinato; Luciano se n’era convinto da solo. “Allo stesso modo come tante volte mi ero messo a pensare a come avrei potuto fare meglio o più in fretta un lavoro. Non potevamo giocare a sembrare un esercito, tenere posizioni o mettere in movimento gruppi numerosi. Era il piccolo gruppo la nostra forza. Per di più, nel rastrellamento d’agosto avevo assistito a scene penose: paura, nervosismo, tentativi – in quel momento impossibili – di mettersi in contatto coi comandi superiori. Tanti avevano pensato di consegnarsi. Non era la mancanza di coraggio che mi colpiva ma l’ingenuità. Eppure anche io, solo 5 mesi prima, avevo ragionato allo stesso modo. Non sapevano chi avevano di fronte. Invece io, noi saliti da Bolzaneto, lo sapevamo. Tra noi e loro c’erano due mesi di gappismo. In città avevamo vissuto un’altra storia, sapevamo che ormai era una guerra senza quartiere: se ti prendevano ti sparavano. A meno che tu non sparassi per primo. Nell’estate del 1944 la maggior parte di quelli che erano in montagna non aveva ancora maturato la violenza necessaria allo scontro”.

 

III. Il tempo della Balilla

Dall’inizio dell’estate ’44 la guerra tra fascisti e tedeschi da una parte e partigiani della Sesta Zona dall’altra (la parte centrale della Liguria con parti di Piemonte, Lombardia e Emilia) aveva assunto una forma propria. A fronte di fascisti e tedeschi che regnavano sulle città, le vie di comunicazione e i campi trincerati, stava un territorio che oltre che per la loro assenza si distingueva per essere frequentato da una popolazione straordinaria: gente in fuga dalle città, borsari neri, pochi di buono, renitenti, ribelli e quel particolare tipo di cittadino villeggiante che aveva deciso che era ormai arrivato il momento di “tirarsi fuori”. Persone tutte animate da interessi diversi tra loro ma accomunate dal desiderio di sottrarsi agli occupanti. Dello stesso territorio faceva sicuramente parte la montagna e i partigiani che vi avevano le loro basi. La montagna, ancora all’inizio dell’estate ’44 più ricovero dove sfuggire al nemico (fuggimmo un dì sulle aride montagne, aveva scritto nel marzo del 1943 Casalini nella sua canzone) che nuova frontiera della ribellione, era stata proclamata dai partigiani zona libera, l’inizio di quello che presto sarebbe diventata l’Italia.

Ma fascisti e specialmente tedeschi consideravano il territorio che avevano momentaneamente deciso di non occupare come parte integrante di quello sul quale regnavano. Conoscevano gli effetti negativi delle zone franche e sapevano scoraggiarle, in particolare col rastrellamento. La parola, divenuta popolare in quei mesi, significava che un loro gruppo armato percorreva in modo sistematico la zona in discussione, eliminava gli eventuali armati nemici, puniva chi li aveva aiutati, incendiava, fucilava, rubava così da sconsigliare nei locali qualsiasi intenzione trasgressiva. Di fronte al rastrellamento i partigiani potevano solo ritirarsi o nascondersi; una pratica rischiosa per l’uso da parte dei rastrellatori di cani addestrati alla ricerca di umani.

All’inizio dell’estate del 1944, quando il rastrellamento della Benedicta era ormai solo un penoso ricordo e nella convinzione che l’imminente fine della guerra avrebbe sconsigliato gli occupanti da gesti avventati, il comando della Sesta Zona aveva deciso che sarebbero stati i partigiani a dar inizio al rovesciamento delle parti e con due loro formazioni si sarebbero insediati ai margini del territorio nemico. Ma a rinviare l’esecuzione era arrivato, alla fine d’agosto, un rastrellamento così pesante, lo stesso dove Luciano era stato ferito, che aveva richiesto oltre un mese per rimettersi in piedi.

Quando nessuno ci pensava più, in una riunione del Comando zona tenuta il 23-24 settembre 1944 a Capanne di Carrega, il responsabile della attività militare del partito comunista, Raffaele Pieragostini, aveva richiamato le decisioni prese a suo tempo ottenendo che il Comando autorizzasse la dislocazione di due piccole brigate “volanti” (“Balilla” e “Severino”, una quarantina di uomini in tutto) nei pressi di Genova. Era inteso che a comandarle sarebbero stati uomini di completa fiducia dei comunisti. La nascita delle due formazioni corrispondeva infatti al loro desiderio di disporre nella zona nord orientale (Severino) e nord occidentale (Balilla) della città di formazioni militari efficienti e fedeli, in grado di costituire il braccio armato del partito al momento dell’insurrezione finale.

A parte la supremazia che così veniva sancita della influenza militare dei comunisti sulle vicende della città, alla base del progetto c’era una idea ancora molto approssimativa dell’evolversi dello scontro tra patrioti e occupanti. Supponeva ad esempio lo sviluppo in città di una forte iniziativa militare e cospirativa e un intensificarsi delle lotte operaie che invece, dalla seconda metà del ’44, sarebbero risultate inferiori alle previsioni. Sottovalutava inoltre l’organizzazione militare del nemico, la sua capacità a frantumare la città attraverso controlli di ogni tipo. Come sottovalutava gli effetti deprimenti, sulla rete di sostegno dei patrioti, del crescente clima di paura dovuto a bombardamenti, deportazioni e carestia. Elementi importanti che, insieme ad altri, rendevano ancora più precaria la vita di gruppi obbligati a muoversi di continuo ai margini e dentro il territorio urbano.

La decisione di dar vita alla Balilla sotto il comando di Battista era arrivata, attorno al 20 novembre, a San Clemente, località dove era accantonato un consistente nucleo di giovani partigiani bolzanetesi. A parte Battista, nessuno di loro sapeva chi e perché avesse preso quella decisione ma ci avevano visto la conferma dell’avvicinarsi della stretta finale. Un paio di riunioni erano state sufficienti a individuare gli uomini che avrebbero fatto parte della nuova brigata: non più di 25, la metà di quelli lassù. Gli altri, “per lo più gente di fuori”, avevano preferito cambiare formazione. Alcuni era stato lo stesso Battista a scaricarli. Aveva cominciato a stilare l’elenco ben prima che fosse decisa la partenza.

– Autoritario?
– Autoritario e autorevole.

La Balilla era nello stesso tempo il risultato di indirizzi precisi dati dalla direzione comunista ma anche di casualità e particolarità che nel movimento partigiano erano la regola. Le particolarità erano state Battista, comunista bolzanatese, affiancato nel comando da un gruppo che con lui aveva condiviso l’esperienza gappista, e il suo rapporto a doppio filo coi comunisti di Bolzaneto, una organizzazione il cui prestigio si estendeva ben oltre il piccolo nucleo degli iscritti, e la cui superiorità politica e morale sul gruppo armato risultava indiscussa. Particolarità era anche il suo operare in una zona, il Bolzanetese, dove lo scontro fisico tra fascisti e antifascisti si era protratto sino al ’26, lasciando strascichi profondi, irrisolti.

Anche la giovinezza di Battista ne era stata segnata e questo aveva avuto un certo peso nel fargli accettare, all’inizio del ’44, la proposta di Iori di mettersi alla testa di una formazione gappista bolzanetese. In quella occasione aveva scelto come nome di battaglia “cacciou”, in dialetto cacciatore. Nomen omen poiché Battista del cacciatore aveva sicuramente l’astuzia oltre la passione che metteva nel cacciare la preda. Solo nelle guerre tradizionali il nemico, armi, divise, difese è una entità generica, e generica è spesso anche l’idea dello scontro. La guerra partigiana che Battista, da cacciatore, aveva maturato, voleva obiettivi precisi da colpire, condizioni di scontro favorevoli, azioni di disorientamento che dovevano preludere ad altre mirate, azioni militari che avevano una spiegazione politica, azioni politiche condotte con tecnica militare. “Oggi vedo il suo comportamento d’allora come un confronto personale col nemico: tedeschi, fascisti, le divise in genere; tutti quelli che avevano il cappello, diceva lui. Da noi esigeva una disciplina assoluta; ubbidire senza fare discorsi. A suo modo sapeva essere convincente. Parlare si poteva ma solo dopo; allora si discuteva su cosa era successo, sui comportamenti dei singoli, di tutti e di tutto senza eccezione. Ma prima no. Se diceva non vi muovete, nessuno si muoveva. Un giorno intero in una cascina a aspettare che facesse notte e lui tornasse. Ma nessuno di noi ha detto una parola, ha protestato o solo sbuffato. Anche chi sopportava malvolentieri capiva che uno così era la nostra difesa. Noi, specialmente quelli come me che venivano dall’esperienza fatta in città, condividevamo in pieno. La nostra esigenza non era di fare dei discorsi. Ci sembravano perdite di tempo rispetto alla sostanza che era cercare il nemico e batterlo. Eravamo prevenuti nei confronti di quelli che avevano studiato. Avevamo paura che ci mettessero nel sacco, che ci fregassero. Ci sentivamo operai che volevano emanciparsi da quelli che avevano la cultura, il potere. Era una visione ristretta che ci segnava in un modo che oggi giudicherei pericoloso. Battista avvalorava questa nostra convinzione; la rappresentava al massimo e lui era il comandante”.

Da San Clemente ai dintorni di Bolzaneto: una zona che molti di loro conoscevano palmo a palmo, come solo i ragazzi conoscono i posti, le buche e i punti di vista che spesso sono più importanti dei nascondigli. L’idea di avere la copertura dei comunisti dava un senso di protezione. “Sapevo che c’era, l’avevamo sperimentata ai tempi del gappismo: segnali di pericolo, indicazione di posti dove riparare, mangiare e dormire. Forse non era proprio una organizzazione politica ma erano le stesse persone che potevi incontrare per strada”.

Il trasferimento era durato 3 giorni; l’ultima parte di notte. Freddo e silenzio come essere sulla luna: si sentivano solo i colpi di cannone che sparavano in Garfagnana. La prima notte avevano sentito anche colpi di mortaio e di fucile che venivano da San Clemente. Stavano rastrellando e loro erano venuti via appena in tempo. Fino alla Sella erano andati coi muli poi, a piedi, per Camporsella, all’osteria della Gusta dove, oltre a lasciare un po’ di roba, avevano avuto le prime defezioni. Ancora un trasferimento breve a Begato, nelle vicinanze dell’osteria del Cin dove erano rimasti chiusi in una cascina per tutto il giorno. Nella notte erano scesi a Bolzaneto, alla Cattolica, la base storica da dove eravano partiti 4 mesi prima. Questa volta però erano in venti, armati, equipaggiati come la gente che girava sui monti, tutti insieme nello stesso buco a due passi dal nemico. Nessuno era tranquillo; qualcuno era terrorizzato. Dovevano fare una brigata volante ma non avevamo ricoveri, protezioni, niente; e ne avevano persi altri due. Sapevano solo che dovevano andarsene alla svelta.

La notte successiva avevano traversato Bolzaneto, in due colonne e da lì erano saliti a Murta: una piccola azione militare contro un avvistamento dove avevano catturato una mitragliatrice e delle armi e poi di nuovo via nella notte. “Avevamo preso anche un’oca e per strada l’abbiamo mangiata. Sarà stato il 28 o il 29 novembre”. I movimenti di quei primi giorni erano casuali. I compagni di Bolzaneto non si aspettavano di veder comparire all’improvviso una ventina di persone e non avevano saputo come sistemarli. Le notti erano già fredde, c’era poco da mangiare e nessuno di loro sapeva come si sarebbe messa. A Luciano però – ricordava benissimo il particolare – quella vita appena assaggiata, garbava. Chissà stasera dove andremo, si diceva. “O meglio: chissà domattina, perché in genere di notte si girava e di giorno dormivamo”. Cercavano un posto sicuro, si sparpagliavano il più possibile, mettevano le guardie e giù a dormire. Così per una quindicina di giorni: Sella, Cravasco, Camporsella, Bolzaneto e poi di nuovo in alto. Né tazze, né gamelle, niente; una coperta, le armi e basta. Di notte camminavano di giorno riparavano; ma a ogni giro erano uno di meno.

Luciano non sa dire se l’idea gli era venuta dal girovagare di quei giorni ma ricorda che era stato allora che un po’ tutti avevano pensato che quella poteva essere la soluzione. Bisognava formare dei gruppi più piccoli, due o tre, e muoversi di continuo. Facile solo a dirsi perché contro avevano il freddo, che con la fame cresce moltissimo, l’acqua, la neve e le bronchiti. Avevano bisogno di case, di ricoveri dove almeno non piovesse e senza acqua per terra. A metà dicembre, prima del natale ’44, sfiniti, erano scesi a Bolzaneto per dividersi in due o tre case; una era quella dei Lucchini, i gestori della Cattolica. Il 22 dicembre avevano fatto il colpo più clamoroso, alla Chimica Bello, una raffineria di benzina. Danneggiato e incendiato gli impianti, prelevato denaro. In seguito dai loro rifugi di Bolzaneto erano usciti 3 o 4 volte per azioni nei dintorni, Rivarolo, Teglia, Certosa, Pontedecimo; volantinaggi, azioni di polizia sui tram, cose rischiose ma rapide. Anche azioni fortunate perché il nemico era disorientato.

L’estate del ’44, dal punto di vista dello scontro con gli occupanti, era stata tranquilla; solo iniziative sporadiche, poco significative. Poi, da novembre, avevano cominciato loro: un susseguirsi di colpi eseguiti simultaneamente in posti diversi da gruppi che, nello sganciarsi, complicavano i percorsi prendendo direzioni contrarie a quelle dove volevano andare. Si facevano vedere in posti lontanissimi da quelli che sceglievamo per ricoverarsi e i fascisti avevano perso tempo a mettere a fuoco che si trattava di un’unica banda che agiva dentro la città. Se da subito avessero immaginato come stavano le cose li avrebbero sbaragliati facilmente. Ma la prima carta vincente della Balilla era stata la sorpresa; la seconda, che nessuno dei tanti che sicuramente li vedeva andava a raccontare.

Vivevano in una tensione che li esaltava ma anche l’usura cresceva, un giorno dopo l’altro. “Eravamo come ingolfati; avevamo bisogno di aiuto ma poteva venirci solo da fuori”. Finalmente, a metà gennaio ’45, le Sap gli avevano allestito un buon ricovero, un edificio abbandonato nel recinto della ferriera Bruzzo. La salvezza: poco accessibile, buone vie di fuga, ben mimetizzato e perfino con l’acqua calda. E i guardiani che lavoravano per loro. Anche la rete degli informatori aveva cominciato a funzionare. I fascisti ormai avevano capito di aver a che fare con gruppetti che si muovevano lungo percorsi fissi e avevano cominciato a mettere trappole, posti di blocco, a tendere imboscate. Gli informatori li precedevano, li avvisavano. “Li trovavamo lungo le nostre strade, prima dei posti di blocco: potete andare, aspettate, girate di là. Altre volte eravamo noi a cercarli; sapevamo dove stavano”. C’era qualcosa di eccitante in tutto questo contattarsi. A volte provavano un senso di potenza inaudito: sapevano tutto, avevano segnali per tutto. A loro toccavano le azioni ma non erano più il gruppo isolato, allo sbando come nelle prime settimane.

Luciano non ricordava che avessero mai fatto una riunione o anche solo parlato di quel loro modo di far la guerra seguito alla discesa da S. Clemente. Si muovevano, “come se fosse una cosa naturale”, all’interno di un triangolo di cui loro erano uno dei lati e gli altri due erano, rispettivamente, l’organizzazione di partito e quella più informale dei patrioti o dei sostenitori occasionali. Ognuno dei tre gruppi rinviava agli altri due e nessuno era libero di agire in piena autonomia. Niente parole o riunioni, semplicemente sapevi che esistevano, cosa pensavano, quali potevano essere le loro necessità o le loro preoccupazioni e ti comportavi di conseguenza. Da febbraio, finalmente, erano anche più coperti, vestiti con le divise inglesi. La roba che indossavano prima era inadeguata, improbabile. In guerra i vestiti non sono meno importanti che in pace. In montagna e in campagna la gente andava vestita con roba da lavoro, della fabbrica, della guerra del ’15, roba anche strappata, piena di rappezzi. “Puoi essere vestito come loro o meglio. Non peggio. Assomigliare a un derelitto può valerti una elemosina ma in chi ti osserva spesso suggerisce il disprezzo. Quando gli Alleati ci hanno dato le divise, le sciarpe, tutti, anche quelli che già ci vedevano di buon occhio, ci hanno considerato di più. Ora tutti sapevano chi eravamo, il nemico e la gente del posto”. Battista aveva dettato le regole militari e definito gli spazi di manovra dei gruppi o dei singoli che si muovevano attorno alla loro zona. “Qui comandiamo noi, aveva detto a tutti: non venite a rompere le scatole; non voglio vedere in giro gente armata se non la mia. Avevamo bisogno di una zona libera dove ci fossimo solo noi e i nemici. Chi ci veniva lo faceva a suo rischio. Ladri compresi”.

A rendere il messaggio più convincente c’erano state le fucilazioni; molte: agenti di Ps di scorta alle vetture tramviarie fatti prigionieri sui tram bloccati di sorpresa, X mas, ladri, soldati, magari catturati sul treno Genova Casella grazie al blocco dei binari ottenuto con cataste di legna. Azioni ora mirate ora improvvisate ma sempre una via l’altra, da non lasciare respiro. “Una volta, appostati nelle vicinanze, a Cravasco avevamo visto un camion, sopra dei borghesi e uno con l’uniforme della GNR reduci da un furto di biancheria in una casa. Abbiamo aspettato il camion sulla via del ritorno: fermato, bruciato, prese e nascoste le gomme, fucilato il milite, abbiamo messo la roba nelle federe, ognuno di noi ne portava due, attaccate, una davanti e una dietro e le abbiamo portate a Bolzaneto. Noi in fila sotto la luna che faceva brillare ste federe bianche. E poi via di nuovo”.

È l’azione di sorpresa quella che mette in difficoltà il nemico ma, se anche gli obiettivi risultano sorprendenti, concepiti per il solo gusto delle sfregio o per affermare la propria presenza, allora l’effetto confusionale è garantito e si è a un passo dalla leggenda. Era voce corrente che quelli della Balilla potessero arrivare ovunque e in qualsiasi momento: le azioni sui tram, sulla ferrovia, sulle strade erano la prova che loro erano lì, sul posto; come del resto i loro informatori o ispiratori delle azioni. Gli stessi che scrivevano “prenotato” sui portoni o le saracinesche del fascista o del repubblichino, o che preparavano i volantini minacciosi alla cui diffusione nei locali pubblici sovrintendevano quelli della Balilla.

Una guerra che 7 mesi prima, ai tempi della Benedicta, o 5 mesi prima, sui monti della val Trebbia neppure era immaginabile, molto diversa da quella dei partigiani che operavano nel territorio della Sesta. Qui la situazione appariva rovesciata: era territorio partigiano, con tanto di posti di blocco e avvistamento per fronteggiare gli intrusi. Il nemico poteva cercare di entrarci ma solo in armi con operazioni militari eccezionali, i rastrellamenti, e alla fine doveva abbandonarlo ai vecchi occupanti. La guerra della Balilla invece, portava in questa fase, dal dicembre ’44 al gennaio ’45, la più dura della sua storia, il segno dello scontro tra le mura di casa che poi sarebbe stato chiamato guerra civile.

Lo stile era lo stesso del gappismo del giugno luglio ’44; così la compattezza e la rapidità nell’operare. Solo il numero di quelli impegnati nell’azione era superiore. Colpiva la loro aggressività nell’affrontare – in pubblico, in una piazza di paese, in pieno giorno – i sospetti. Erano finiti i modi impauriti, piagnucolosi di fronte alle imposizioni di qualsiasi divisa. Erano loro a urlare, a dare gli ordini, a fare prigionieri. Fascisti, tedeschi e i loro fiancheggiatori trovavano per la prima volta pane per i loro denti. Il popolo antifascista, lo stesso che conosceva i nomi e le case dei fascisti e che da anni covava il sogno di regolare antiche pendenze, aveva finalmente i suoi eroi. Luoghi come l’osteria della Gusta erano pronti ad accoglierli proprio perché erano il contrario di imbelli, non solo voci ma armi. La loro non era una guerra elegante – ammesso che questa esista – ma il suo contrario.

– Brutale?
– Dura, molto dura

Forse, dati i tempi in cui fu scritta – nel 1946 – era inevitabile che Leonida Balestreri, autore de “La Brigata Balilla”, nel ricostruire le gesta della formazione desse più spazio ai sentimenti di giustizia e alla generosità dei partigiani piuttosto che alla brutalità che sempre si accompagna agli atti di guerra (L.Balestreri, “La brigata Balilla”, Genova, Il partigiano, 1947). Ma una storia che descriva la Balilla come una formazione partigiana “normale”, solo un po’ più vicina alla città e un po’ più bellicosa non dà ragione dei fatti. La vicinanza, l’azione militare in città o ai suoi margini, avveniva quasi sempre su indicazioni di informatori locali, e quindi dell’organizzazione comunista. Una differenza sostanziale rispetto alle formazioni di montagna, autonome nella individuazione dei loro obiettivi militari. Quanto agli scontri veri e propri essi non lasciavano scampo a chiunque fosse stato fatto prigioniero. “Eravamo una formazione senza retrovie, o meglio le avevamo nello stesso campo nemico. Facevamo prigionieri solo per interrogarli. Diversamente…”.

Il 4 aprile 1945 a Cravasco un gruppo di partigiani della Balilla fucilava 39 prigionieri tedeschi e fascisti, prelevati dal campo di prigionia partigiano di Rovegno e condotti, con una marcia di 3 giorni, sul luogo della fucilazione. Una controrappresaglia necessaria, aveva spiegato Battista al Comando della Sesta Zona partigiana da cui dipendeva; un atto di guerra inevitabile dopo che i tedeschi avevano fucilato a Cravasco venti patrioti, prelevati nelle carceri di Marassi, per rappresaglia della morte di 9 SS tedesche cadute in uno scontro a fuoco con un gruppo di suoi partigiani. A prelevare, scortare e fucilare i 39 era stata una squadra della Balilla dopo che la brigata, all’unanimità, si era dichiarata a favore dell’azione. Per controllare un gruppo così numeroso in condizioni tanto sfavorevoli – a scortare i 39 durante tre giorni di marcia a piedi e per monti non c’era neppure una decina di partigiani – era stato detto ai prigionieri che il trasferimento preludeva ad uno scambio. Giunti sul posto prescelto – lo stesso dove pochi giorni prima erano stati fucilati i patrioti – i prigionieri erano stati falciati dalle armi automatiche dei partigiani. Nei giorni successivi il gesto era stato rivendicato da un volantino: “Il comando dei Patrioti che non ha mai preso l’iniziativa di fucilazioni d’inermi, né ha mai fatto ricadere su civili le responsabilità per azioni di guerra, avverte i nazifascisti che i Patrioti risponderanno ad ogni crimine del genere di quello commesso a Cravasco, con rappresaglie immediate.” La firma in calce al documento, opera dell’Ufficio stampa della Sesta, era – forse non casualmente – poco ortodossa “Il comando dei patrioti” e non come sarebbe stato lecito aspettarsi, “Il Comando della sesta zona operativa” o altra dicitura egualmente ufficiale. Un segno delle incertezze che avevano accompagnato la decisione.

Dopo l’esecuzione quelli della Balilla si erano appostati per fronteggiare una eventuale ritorsione sul paese che però non c’era stata. In città – di questo però allora e per molto tempo in seguito non si seppe nulla – si erano scontrati due partiti: da un lato Engel e le SS che avevano proposto di rilanciare eliminando una ottantina di prigionieri politici, dall’altra Meinhold, il comandante tedesco della piazza, convinto che una operazione del genere non avrebbe facilitato l’imminente uscita delle sue forze dalla città per dirigersi verso Nord. Meinhold aveva avuto la meglio.

La controrappresaglia aveva posto i partigiani su un terreno in precedenza frequentato quasi esclusivamente da fascisti e tedeschi. Il gesto, che rompeva con lo stile della Sesta Zona, non era però del tutto una novità. Già il 18 luglio ’44, il Comando delle Brigate Garibaldi per la Liguria, in esecuzione di un ordine del Comando Militare che a livello regionale coordinava le formazioni partigiane, aveva deciso una “controrappresaglia” ordinando la fucilazione di 100 “militari nazifascisti” catturati dalle varie formazioni liguri. Era la risposta alla avvenuta fucilazione da parte tedesca – annunciata il 6 luglio – di 70 prigionieri politici detenuti nel campo di Fossoli; a sua volta ordinata per rappresaglia dell’attentato (avvenuto il 25 giugno) dei Gap genovesi contro il Bar Olanda dove erano morti 7 militari germanici. In seguito alla decisione, alla Terza brigata, quella comandata da Bisagno, era toccato di fucilare 15 prigionieri tedeschi, appartenenti alle SS. Ma dell’episodio, avvenuto a metà luglio ’44, si era saputo poco e nel movimento aveva lasciato scarsissime tracce. L’opposto di quanto accadde per Cravasco.

La sfida di Battista discendeva direttamente da quella vinta il 22 marzo quando i suoi uomini avevano affrontato e ucciso in uno scontro aperto 9 SS. Un gesto che il comando tedesco aveva giudicato intollerabile tanto da ordinare la rappresaglia immediata, eseguita la notte successiva, nello stesso posto dove era avvenuto lo scontro. I tedeschi avevano inteso così punire la guerra d’attacco da tempo messa in opera dalla Balilla. Per lo stesso motivo Battista e i suoi, che avevano colto il significato del messaggio “da ora in poi non toccateci più oppure…”, si erano fatti promotori della controrappresaglia. Più dei loro comandi superiori, lontani dai luoghi dello scontro e impregnati di difensivismo, avevano capito che la rappresaglia tedesca aveva il solo scopo di bloccare la loro attività militare. Non si poteva fingere che non fosse avvenuta.

Dalle carceri di Marassi, dove erano detenuti i politici, era arrivato ai partigiani un messaggio inequivoco: non proseguite nelle ritorsioni o ci faranno fuori tutti. Nella Balilla solo il gruppo di comando ne era venuto a conoscenza ma la proposta della controrappresaglia non era stata abbandonata: messa ai voti, tutta la formazione si era dichiarata favorevole. Subito dopo Battista aveva girato la richiesta ai suoi compagni comunisti di Bolzaneto perché la portassero al CLN locale. Qui però erano prevalsi i dubbi. Se la spirale delle rappresaglie fosse continuata? La conclusione della guerra era imminente: era giusto ignorare i messaggi che provenivano dal carcere che chiedevano di limitare al massimo i sacrifici umani? In ogni caso era una decisione militare, avevano concluso al CLN; toccava al Comando zona assumersene la responsabilità. Anche alla Zona la proposta aveva sollevato perplessità. Ce n’era ancora per pochi giorni, avevano detto; perché correre il rischio di una ulteriore rappresaglia tedesca?

Si disse in seguito – ma non vi sono conferme – che alla Zona fosse stato Scrivia, il comandante della Pinan Cichero, il più ostile alle richieste di Battista. Un favore discreto era invece venuto dalla missione britannica che non aveva mai nascosto la sua simpatia per la piccola formazione che operava nei pressi della città tanto da armarla al completo coi preziosi Marlin, un mitra fino a quel momento appannaggio solo di qualche supercomandante. Una simpatia tutt’altro che politica – la fede comunista della Balilla era ben nota – ma erano pochi, disciplinati e molto bellicosi. Proprio come i britannici avrebbero voluto fossero i gruppi partigiani: simili a dei commandos. Pensavano infatti che la fede comunista sarebbe stata meno ingombrante dei grandi numeri quando, dopo la resa tedesca, si sarebbe dovuto fare i conti con loro. Infine a favore di Battista c’era un argomento non politico ma, in quel momento, di un certo rilievo. Il campo dei prigionieri era sovraccarico di militari e civili parte dei quali, sommariamente giudicati e condannati a morte, era stata tenuta in vita in prospettiva di uno scambio. La guerra però volgeva alla fine e i tedeschi, in passato interessati a simili trattative, ora sembravano aver cambiato idea. I fascisti poi erano allo sbando. Così Battista ottenne senza troppa fatica che l’esecuzione di una parte dei prigionieri già condannati a morte avvenisse sotto la sua responsabilità a Cravasco assumendo il significato di una controrappresaglia. Un escamotage a cui probabilmente va fatta risalire la mancanza nelle carte del Comando Zona del pur minimo riferimento ad una decisione in proposito.

Tre giorni di marcia, con i prigionieri legati con le corde leggere dei paracadute dei lanci, le notti all’aperto, le intimidazioni: “se scappa l’ultimo fuciliamo penultimo e terzultimo, se scappa uno in mezzo, fuciliamo quello prima e quello dopo”, infine l’esibizione di armi moderne come una specie di pistola col silenziatore mostrata a più riprese durante le soste facendo credere che ogni partigiano ne fosse dotato. La convinzione dei prigionieri di essere scambiati – a diffidare solo due SS, che al momento dell’esecuzione avevano tentato la fuga – e alla fine una montagna di morti. Battista era andato dal parroco di Cravasco: “gli dica di venirseli a prendere ma che non facciano scherzi con la popolazione o pensino di bruciare il paese. Siamo qui in giro, abbiamo tanti prigionieri che possiamo continuare per giorni…”.

All’esecuzione avevano partecipato gli stessi, “meno d’una decina”, che li avevano scortati durante i tre giorni e pochi altri che si erano aggiunti verso la fine del viaggio quando tutto il gruppo era passato nelle vicinanze della Sella, uno dei loro campi base, dove avevano raccolto altri due prigionieri da fucilare. La maggior parte dei partigiani aveva un’età attorno ai 20 anni, uno ne aveva 16, un altro 17. Battista, il comandante, aveva 37 anni ed era uno dei più vecchi. Dei fucilati, tre avevano 17 anni.

Anche se era noto che i soldati germanici non tolleravano nell’ambito urbano e periurbano attentati alle loro forze – e non perdevano certo l’occasione di ricordarlo – la controrappresaglia, voluta fortemente da Battista e approvata dai suoi, c’era stata. Nel campo della Sesta non aveva provocato singhiozzi né pentimenti e aveva confermato la fama di una Balilla aggressiva, che non si lasciava condizionare dal nemico. Luciano era uno dei comandanti del gruppo che aveva accompagnato i prigionieri nel loro viaggio verso l’esecuzione ma tutta l’operazione era stata condotta da Battista in persona. A lui e agli altri comandanti non erano sfuggite le possibili ulteriori tragiche conseguenze di quel gesto. Un gesto di una durezza inaudita reso possibile dalla coesione maturata dai suoi esecutori che andava fatta risalire, più che alle direttive politiche e militari che avevano dato vita alla brigata volante, alle storie dei protagonisti e più ancora alle solidarietà maturate tra loro nelle settimane precedenti.

“Non eravamo come gli altri, lassù, sempre in attesa del rastrellamento. Qui eravamo noi a fare il gioco salvo che ogni volta, negli scontri, dovevamo giocarci tutto; non avevamo retrovie. Ne eravamo consapevoli, almeno quelli più esperti tra noi; certamente io lo ero. Potevamo sopravvivere solo combattendo in quel modo. Poi c’erano altri fattori: ad esempio il nostro entusiasmo; aveva qualcosa di puerile ma il morale è molto importante per combattere e noi l’avevamo. Ci vuole anche fortuna: la nostra è stata avere il tempo necessario per imparare. Ma alle circostanze fortunate anche noi avevamo contribuito”.

Avevano scoperto solidarietà inattese. In seguito, dopo la guerra, parlando, Luciano si era convinto che i bombardamenti alleati avevano avuto un peso enorme per demolire l’immagine del fascismo. Era la prova che gli Alleati potevano colpire ovunque, impunemente, quando e come volevano. Uno dei bombardamenti più pesanti dell’ottobre del 1942 aveva bloccato gli orologi della città: per mesi e mesi tutti fermi sulle 22,25, l’ora delle bombe. Una specie di promemoria; il segno dell’impotenza del regime. La maggior parte delle famiglie non sapeva dei figli. Un capo dei falegnami dell’Ilva aveva saputo del suo, sportivo, corridore in bicicletta, che era morto a Tobruk. La moglie aveva messo tutti i quadri della Madonna sul terrazzo: la prima bomba che arriva è la tua, aveva detto. Da gente come loro – osserva Luciano – erano arrivate, inattese, le complicità che, unite ad altre più antiche, avevano alzato una barriera attorno alla Balilla. Tutta gente che “si sarebbe fatta tagliare la gola” pur di non denunciarli.

Loro i partigiani avevano fatto la sola cosa in loro potere, avevano cercato di resistere, di sopravvivere. “Se resti sulla strada impari o muori; diversamente abbandoni. Sarebbe bastato un niente per mandarci all’aria”. Tra la Benedicta, dove erano stati messi in rotta, e Cravasco dove ad attaccare e a uccidere le 9 SS erano stati i partigiani, erano passati solo 11 mesi ma la differenza era enorme. “I 9 di Cravasco non erano dei rimbambiti; erano nove tedeschi, 9 SS, esperti, armati perfettamente, ma quando li abbiamo attaccati non hanno neanche avuto il tempo di rendersi conto di quello che succedeva. Un anno prima, 9 come loro, con le armi che avevano, avrebbero facilmente sbaragliato la Zona. È un fatto che, come altre nostre azioni di quei giorni, dà la misura di quello che eravamo diventati. Eravamo capaci di sfruttare a fondo il terreno e le armi e, specialmente, volevamo colpire”.

È la vigilia di natale del 1998. Luciano parla con difficoltà; è divorato dalla malattia. Forse per fare i conti col mondo che gli sopravviverà, mi ha affidato due settimane prima il compito di controllare i giornali, la cronaca genovese del 1944 e ’45. Vuole sapere se e cosa dicono di loro, di lui. È pronto a precisare, smentire. D’accordo che nel frattempo è passato mezzo secolo. Ma ora è venuto il momento, il suo; dopo non gli sarebbe più possibile. Tra l’altro può valersi della mia collaborazione, “un esperto”.

Torna a farmi notare, con una certa ironia – una sfida ai miei tentativi di ricostruzione delle storie di allora? – come spesso sono gli eventi più casuali ad avere un peso notevole sulla nostra vita. Lo sorprende (“è un sentimento che provavo già da giovane”) lo spreco della vita che si fa nel mondo, un bene rapido ad estinguersi e così difficile da apprezzare. Prova la sofferenza di chi sta per abbandonarla. Riconosce i sentimenti che sta provando perché ha vissuto e ha pensato. Avverto in lui un orrore sincero per la guerra ma anche la difesa delle sue scelte d’allora. Combattere è stato giusto, ripete. Ha sempre avvertito il limite del “chiamarsi fuori”: è un aspetto del suo carattere, dice, non il risultato d’una convinzione politica. “Se vado indietro coi pensieri mi sembra di essere stato sempre così”; così a scuola, sul lavoro, con sua madre, con se stesso.

Nel febbraio ’44 ha fatto una scelta che in seguito ha avuto l’approvazione della storia. Ma di quei giorni lontani ricorda piuttosto la sofferenza sua e di tanti altri lasciati “soli di fronte a decisioni così gravi”. Ricorda anche la povertà dei suoi stimoli, dei suoi argomenti. “Oggi i ragazzi sanno di più, parlano di più. Chissà cosa si dicono ma parlano; anche con i genitori. Per noi era tutto diverso: il lavoro, la famiglia, gli amici; tutto diverso. Per problemi come quelli che mi si sono presentati allora non avevo neppure le parole, la confidenza”. Era per via del fascismo ma anche per la povertà, materiale e morale di una famiglia dove prestissimo era scomparsa la voce del padre e dove si parlava solo di lavoro, lavoro, lavoro. Così vivevamo, dice.

Nel combattere aveva fama di intransigente ma nel suo racconto non avverto mai un senso di superiorità personale sugli “altri”, i rimasti a casa o gli stessi nemici. Cravasco, la decisione presa allora, “non alla leggera ma meditata e per giunta anche votata”, gli serve per farmi capire chi era lui, Luciano, e gli altri capi della Balilla. “I tedeschi davano la prova della loro decisione; noi della nostra. Per la prima volta era superiore alla loro. Sapevamo che avrebbero potuto rilanciare. Eravamo pronti a superarli ancora”. Lo guardo incredulo: “loro 80 e voi, a vostra volta, 100, 150 e poi ancora quanti?”. Mi risponde serio: “l’esecuzione è stata una scelta terribile ma non ci era costata molto tempo. Avevamo dentro le motivazioni necessarie. La maggior parte di noi, sicuramente io, alla partenza non le possedeva. Per maturarle c’erano volute settimane, mesi. Si matura, o si cambia a seconda di come oggi giudichi quel gesto, ma non te ne accorgi. Di colpo o gradualmente? Chi lo sa. Uno non sale ai monti per fucilare la gente”.

Mi faccio coraggio e gli dico: tra quelli da fucilare, con la divisa delle Brigate nere, c’erano anche dei ragazzi di 16, 17 anni. Uno di loro, incitato dal padre, aveva infierito su un partigiano ferito uccidendolo. Vedevi che era un ragazzo? “Anche tra noi c’erano dei ragazzi della stessa età. Uno di loro mi ha detto in seguito che al momento di sparare non se l’era sentita. Ma in quel momento non è la giovinezza del nemico che ti turba – anche tu ti senti giovane – è la sua ostinazione. Può succedere che pianga ma, per lo più, ti aggredisce. È terribile, lo so, ma ti appare irrecuperabile, bruciato per sempre. Cerchi di non guardarlo: non per la sua giovinezza ma perché ha qualcosa che ti fa paura. Certo, ti chiedevi come mai fossero finiti in quel gruppo di malcapitati, ma era la guerra di allora. Pensavi a finire, a finirli, a finirla. Come in quelle di oggi, credo”. La guerra, aveva aggiunto, era in ogni caso “una disgrazia terribile”. Chi ne era rimasto fuori per età, fortuna o scelta non doveva far altro che compiacersene. Se però “dopo” – voleva dire dopo la sua morte – avessi ancora voluto approfondire quei problemi dovevo cercare un suo compagno della Balilla, Ezio, uno che “sapeva e pensava molto” e che “a suo modo aveva studiato”. Dovevo dirgli, ripeté più volte dandomi il recapito telefonico, della nostra amicizia e di come ci eravamo conosciuti.

Chiedo ancora: quanto aveva pesato la Benedicta su tutta la sua storia? Risponde: vista col senno di poi, molto. Lassù aveva vissuto quasi tutto: la vita del campo che gli era piaciuta, Casalini, l’esperienza della preda in fuga dal cacciatore, il rapporto con un’arma “che all’inizio ti inorgoglisce e ti rassicura ma che al momento della prova capisci che non ti serve. Perché non sai usarla, perché ogni arma è un modo di schierarsi, di guardare…”. E poi ancora l’incontro con Luci con quello che ne era seguito. La Benedicta? Ma sì, molte cose erano cominciate lì, “non tutte però, perché non si mai dove cominciano le cose”.

Fu il nostro ultimo incontro. Gli avevo mostrato i risultati della mia inchiesta sui giornali dell’epoca a proposito della controrappresaglia di Cravasco e delle esecuzioni – avvenute dopo la Liberazione e materialmente eseguite da reparti di polizia composti da elementi provenienti dalle forze partigiane – di condanne alla fucilazione di alcuni criminali fascisti. Era soddisfatto; “bisogna lasciare le cose in ordine”, aveva detto sorridendo. Mi consegnò anche un piccolo ricordo. Fu un vero congedo ma senza alcuna concessione al patetico. Morì tre settimane dopo.

Al suo funerale – religioso – nella parrocchiale di Serravalle, spiccava tra le altre una corona di fiori rossi con un nastro tricolore, “I compagni della Balilla”; a fianco un piccolo gruppo di anziani, i sopravvissuti della formazione. In stazione, dove per un’eternità avevo aspettato un treno che mi riportasse a Genova, ripensavo ai miei incontri con lui. L’avevo interrogato su aspetti che appartengono alla storia di qualsiasi guerra. Ma era il suo personale rapporto con i fatti che avevo cercato di indagare; un territorio che lui aveva già esplorato per proprio conto e sul quale aveva accettato di accompagnarmi con una certa prudenza. Non per timore che scoprissi chissà che; piuttosto perché non credeva all’utilità di quell’esercizio.

La sua storia partigiana, cominciata nel febbraio ’44, era proseguita quasi ininterrottamente fino alla Liberazione; 14 mesi, una delle più lunghe. Non era il frutto di una fortissima determinazione iniziale; piuttosto la risultante di svolte successive segnate via via dall’incontro col comunista Ratto, con l’umanità di Casalini, con Luci, Battista e i Gap. Una guerra fatta ugualmente di colpi inferti al nemico e di legami coi compagni: l’amicizia messa alla prova ogni giorno. Niente tentennamenti neppure quando, a maggio del ’44, dopo settimane che non si vedevano, aveva rivisto Manin. “Stai bene? mi ha detto, e basta; non mi ha neppure abbracciato, forse mi ha dato un colpetto qui, sulla guancia”. O quando, dopo la ferita e due mesi di convalescenza in condizioni difficilissime, era tornato coi vecchi compagni, entusiasta della “brigata volante” che somigliava un po’ ai Gap, con il comandante d’un tempo ma un gruppo più numeroso.

Tutto questo doveva essere fatto risalire all’antifascismo? E quale? L’antifascismo di famiglia, del padre, l’aveva percepito sì ma non avrebbe saputo spiegarlo. Non aveva vissuto la mortificazione del ’22, né conosciuto la rabbia di dover tacere o nascondersi. Come invece il padre che il 28 ottobre per andare a chiamare la levatrice aveva dovuto camminare nascosto nel fossato. Luciano non aveva faticato a dare la risposta giusta al direttore della scuola apprendisti quando gli aveva chiesto perché non c’erano più gli scioperi. Perché le cose “stavano così come in quel momento gli dicevo e anche il distintivo non mi ricordo che mi desse noia portarlo”. Per cui sì antifascismo ma come un “sentimento primordiale” e comunque non di lotta; al massimo una vaga consapevolezza che era esistita una opzione diversa; niente di più. La versione più convincente dell’antifascismo di casa, era che il padre avesse subito una terribile ingiustizia, “una cosa familiare” più che politica. “E poi chi ero io? Ero un ragazzo che pensava molto al lavoro, a portare i soldi a casa; ne facevo un punto d’onore, questo lo ricordo benissimo”. La loro era una miseria relativa perché c’era chi stava peggio ma era sempre miseria e tutti i loro sforzi, non potendola vincere, erano diretti a contenerla.

L’antifascismo di Manin? La madre che ogni mattina andava alla prima messa e si segnava ad ogni passaggio di fronte a una chiesa o a una edicola sacra? Manin era stata una sorpresa anche per Luciano. Tra la primavera e l’estate del ’44, lo aveva visto, armato, nella Cattolica: “dormivamo con le armi addosso e spesso con le scarpe ai piedi”. Aveva capito benissimo cosa lui e i suoi compagni facessero con quelle armi ma non gli aveva chiesto nulla né fatto raccomandazioni; solo silenzio.

E il comunismo? Gli era apparso per la prima volta dopo l’8 settembre con l’espressione bonaria e autorevole di 3 o 4 operai, “gente più grande che ne sapeva più di noi”. Solo loro, i comunisti – “e questo dovrebbe far riflettere”, aggiungeva – avevano avuto qualcosa da dire ai ragazzi nella sua situazione. Pochi mesi dopo, nella primavera del ’44 la novità era stata ancora il comunismo, nella versione giovane di Casalini, che gli aveva proposto un rapporto tra eguali. I Gap infine gliene avevano offerto un’ulteriore versione, più semplificata e accessibile. Da loro Luciano aveva assunto, come se fossero “naturali”, i modi e le parole che ne avevano fatto un uomo di Battista, uno di “quelli di Bolzaneto”. Che non a caso avevano riscosso l’interesse di Attilio, l’operaista capo del Servizio Informazioni Partigiano, quando a fine luglio ’44 erano arrivati in montagna.

Sollecitato da me Luciano era tornato a pensare al Luciano di allora; con qualche disagio, diceva, per il “minimo” che era stato. Non s’era pentito d’essersi sciolto dalla madre né di essere salito ai monti. Un gesto che lo aveva trasferito da un mondo ad un altro. Il suo partigianato era stato la linea di spartiacque tra il “minimo” che era prima e l’uomo del dopo, lo stesso che stava parlando con me. Lassù aveva imparato a conoscersi e questo aveva fatto la differenza.

Quanto al modo in cui era finito nella storia, erano i casi che mi aveva offerto da dipanare che lo avevano spinto “dalla parte dove si stava in piedi”; non dei più colti, o più coraggiosi, o più qualcos’altro. No, solo dalla parte di quelli in piedi.

– E dall’altra parte chi?
– Gli altri, quasi tutti; e vai a capire perché.
– Così, subito dopo essersi collocato tra gli eletti tornava a richiamare l’importanza del caso che non aveva suggerito agli altri di fare lo stesso.

Il racconto della sua vita fino al 20 febbraio ’44 aveva le parole e i riferimenti d’una storia privata; diverse da quelle usate per raccontare il seguito quando, alla fine della primavera ’44, si era messo coi Gap. Queste ultime erano più simili a quelle dei libri di storia. Non conosceva altra lettura. In ogni caso giudicava superfluo, forse addirittura pericoloso offrirne una personale. Mi ero persino chiesto se il suo lavoro in polizia non fosse all’origine della sua autocondanna al silenzio. Forse era la consapevolezza dei rischi di una persecuzione giudiziaria. “Noi non scherzavamo” mi ha detto una volta e, in un altro caso, serio, “non erano scherzi, quelli”.

Viveva le mie sollecitazioni ad approfondire – non sempre discrete ma leali – con stupore. Ad esse contrapponeva formule consolidate, approvate dalla storia. Solo a volte, incidentalmente, lasciava trapelare il suo travaglio, la solitudine, l’incertezza di allora ma se glielo facevo notare di colpo arretrava. Pensava sinceramente che le ragioni personali non aggiungessero nulla; poco importanti di fronte a quelle generali che subito mi riproponeva. Aveva dalla sua almeno un buon motivo: il fondamento morale dei suoi gesti stava nella storia non nelle sue intenzioni. Perché dunque parlarne?

Sin dall’inizio dei nostri colloqui la controrappresaglia di Cravasco mi era apparsa un fatto capace di rappresentare da solo l’insieme dei processi morali, militari e politici, di cui la Balilla era stata espressione. Non poteva però dare anche ragione della storia di coloro che ne avevano fatto parte. Bastava, per convincersene, quello che Luciano e altri partigiani, della Balilla e di altre formazioni della Sesta, mi avevano raccontato. Storie diverse che si erano intrecciate in montagna durante pochi mesi per poi separarsi nuovamente. Esaminate da vicino mostravano ingredienti simili sia pure in proporzioni variabili: un certo antifascismo (in infinite varietà e gradazioni), una certa indipendenza di giudizio, un certo rapporto con la famiglia, una certa consapevolezza delle sorti della guerra, il desiderio di sottrarsi ad essa e altro simile. Uno schema buono per interrogare i protagonisti ma di scarso aiuto per capire i perché che solo ascoltando è possibile ricostruire; i perché del salire, del restare, del combattere a quel modo, della fedeltà al gruppo e così via.

Al momento di scriverne – grazie agli appunti e alle registrazioni fatte a suo tempo – ho rimpianto di non aver insistito nel chiedergli di più dei suoi compagni di banda, del peso delle diverse individualità sullo stile del gruppo. Ma, quando l’avevo fatto, Luciano mi aveva rimandato a “La brigata Balilla” di Balestreri. Una storia piena di ammirazione per i giovani generosi, disciplinati e combattivi che dal nulla le avevano dato vita. Un omaggio al popolo, anonimo protagonista della lotta di liberazione, con solo qualche insignificante eccezione per i protagonisti di alcuni episodi. La Balilla testimoniava l’antifascismo irriducibile del popolo di Bolzaneto, la continuità tra partigiani, popolazione e – non detto ma sottinteso – il partito comunista, cuore politico della brigata. Ma perché loro? Perché quelli e non altri? Alla domanda non rispondevano il libro di Balestreri né i racconti di Luciano. Eppure era una questione importante, la principale, se si voleva dare ragione sia dei singoli sia delle gesta della banda. Il “chi erano” faceva infatti tutt’uno con le loro azioni, il loro stile militare.

Depurata dai particolari degli eventi di cui era intessuta, la storia della Balilla aspettava ancora d’essere ricondotta a quello che in chimica si chiama il residuo secco che potrebbe avvicinarsi a ciò che i filosofi chiamano forma, il qualcosa che la individuava e la distingueva dalle altre formazioni, risultato di casi e caso essa stessa.

IV. La foto di gruppo

 Nel febbraio del ’99, un mese dopo il funerale di Luciano, andai a trovare Ezio a casa sua. Stavo concludendo la stesura di “Comunisti e partigiani. Genova 1942-45”, un libro sui rapporti tra Partito comunista e movimento partigiano nel Genovesato. Avevo messo da parte i miei interrogativi sulla Balilla ed ero alla ricerca di riscontri su alcuni episodi avvenuti a Genova durante l’insurrezione. Sorridente, disponibile, Ezio, pur incuriosito dalle mie ricerche, fu discreto; capì di cosa avevo bisogno, mi mise in contatto con alcuni informatori e la cosa finì lì.

Ci rivedemmo a teatro, casualmente, a distanza di due anni, domenica 11 febbraio del 2001, alla rappresentazione di “4 bombe in tasca”, un soggetto partigiano di Ugo Chiti. Ezio era con la moglie Miranda. “Potremmo portare in teatro la storia della Balilla” gli avevo detto, scherzando, alla fine della rappresentazione. “Certo”, aveva risposto lui senza battere ciglio. Scoprimmo così che tutti e due, io per le mie ricerche e lui per il suo vissuto, avevamo proiettato sulla scena altri personaggi e altri luoghi: quelli che ci erano familiari. Guadagnai un invito a casa loro

Fu la settimana dopo. Ezio, nell’attesa, si era avventurato in una sorta di scenografia. Aveva schizzato gli ambienti e il profilo di alcuni dei personaggi della storia: anziani i cui racconti, grazie ad un gioco di flashback, sarebbero stati interpretati da giovani attori chiamati a dare voce e volto ai ragazzi di allora. Era entrato nella parte al punto che la messa in scena sembrava una questione di pochi mesi. Non posso seguirti su questo terreno, gli avevo detto; nessuno di noi due si intende di scrittura teatrale. Proviamo invece a produrre insieme un materiale grezzo. Chissà che qualcuno più esperto non sia disposto a metterci le mani.

Nell’aprile successivo uscì il mio “Comunisti e partigiani”. Era l’occasione per sciogliermi da una materia che da tempo mi sovrastava. Naturalmente c’erano motivi che rendevano difficile il distacco. L’invio dell’opera per richieste di recensione, le presentazioni – in verità poche -, qualche chiacchierata con amici e colleghi, le telefonate e le lettere di sconosciuti che facevano precisazioni; mandavano congratulazioni o insulti. Una sensibilità per l’argomento che mi aveva sorpreso; ma non fu questo il motivo per cui di nuovo cercai Ezio. Forse era per l’entusiasmo con cui aveva accolto il progetto di portare in teatro la storia che aveva vissuto. O forse per l’interesse genuino, non retorico, che in casa di Ezio e Miranda avevo avvertito per i temi partigiani. Andai a casa loro il 13 dicembre 2001. In seguito i nostri incontri ebbero una cadenza quindicinale, io armato di registratore, lui di pazienza. L’oggetto erano loro, i “ragazzi” della Balilla.

Mi sono chiesto a più riprese, quale fosse il motivo per cui Luciano mi aveva spinto ad incontrare Ezio. Non credo perché mi dovesse rivelare chissà quali segreti anche se in seguito ho scoperto che qualche piccolo segreto c’era. Ad esempio il nome di chi tra loro, a Cravasco, nello scontro che aveva causato la morte dei 9 tedeschi, aveva sparato per primo mettendosi così idealmente all’inizio di una terribile catena di morti. Ma anche a vederla in questo modo non era poi un segreto tale da incidere in modo significativo sulla ricostruzione dei fatti. L’unica spiegazione che col tempo ho trovato è che Luciano riconoscesse a Ezio una riserva di parole – forse, anche di critica – superiore alla sua.

Ezio, sin dal nostro primo incontro, dopo poche battute dedicate alla storia familiare, aveva usato, riferendosi alla sua storia partigiana, parole come “sofferenza”, “rituali dolorosi”, “scavo delle fosse”, “tirare a sorte il plotone”. Aveva anche detto del suo desiderio, all’epoca, di chiudere rapidamente con quella esperienza pur riconoscendo l’importanza enorme che aveva avuto per lui. Non era un modo per prenderne le distanze. I distinguo, aveva precisato, riguardavano semmai il periodo successivo alla Liberazione. Fino a quel giorno c’era stata una storia sola, una responsabilità collettiva.

Nato nel 1923 a Bolzaneto, allora comune autonomo, (in seguito delegazione della “Grande Genova”) Ezio, cresciuto in una famiglia operaia, era andato a lavorare prima dei 14 anni. A 20 anni, nel 1943, chiamato alle armi – artiglieria del 34esimo reggimento – dopo un periodo di istruzione a Diano Marina, aveva seguito la Quarta Armata nel Sud della Francia, già occupata dai tedeschi. Prigioniero in seguito all’8 settembre, era riuscito a scappare e, dopo un viaggio avventuroso, a rientrare a casa, a Bolzaneto, attorno alla metà di ottobre. Alla fine di novembre del 1943 erano scaduti i bandi della Repubblica di Salò che ingiungevano agli ex militari e ai giovani di leva di presentarsi ai centri di reclutamento. Ezio aveva temporeggiato. Si era imboscato fino a quando, complice il fratello, nel marzo del 1944, era entrato in cospirazione, nella Resistenza. Collaborava a stampare e a trasportare il materiale di propaganda del Fronte della Gioventù, l’organizzazione dei giovani comunisti. Una attività clandestina per cui, oltre il rischio di ritorsioni sui familiari, era prevista la pena di morte. Ezio si muoveva con documenti falsi e, dall’autunno ’44, quando il suo impegno nell’organizzazione era cresciuto, armato di pistola. Nel dicembre del 1944 la sua organizzazione era stata scoperta: alcuni catturati, altri, tra cui lui stesso, ricercati. Dopo essere rimasto nascosto per circa tre mesi, nei primi giorni di febbraio del 1945 Ezio era stato accolto nella “Balilla” e con i suoi nuovi compagni aveva combattuto fino al giorno della Liberazione, il 25 aprile 1945.

La sua storia mostrava da subito due particolarità interessanti. Era arrivato in montagna ai primi di febbraio del ’45 quando la fase più caotica della piccola brigata era ormai alle spalle. I componenti storici del gruppo avevano manifestato – con battute sui rischi e le durezze del “prima” rispetto ai vantaggi di quanti invece erano arrivati “dopo” – una certa ritrosia a condividere con gli ultimi arrivati la gloria della brigata. Alla fine l’assimilazione c’era stata ma non aveva impedito a Ezio, uno degli arrivati “dopo”, di mettere a fuoco le caratteristiche del gruppo storico: codici, gerarchie, individualità.

La seconda particolarità derivava dall’aver vissuto Ezio, dopo la guerra, e al contrario ad esempio di Luciano, una densa esperienza di militante del partito comunista da cui si era sciolto in seguito a seri ripensamenti all’inizio degli anni Sessanta. Ripensamenti che non avevano toccato il periodo della cospirazione e della lotta partigiana ma la strategia “solo predicatoria” del partito nel dopoguerra. Un segno interessante di una personalità critica, non adagiata sul proprio vissuto.

– Fammi vedere la foto.
– La foto?
– Sì, la fotografia del gruppo. L’hai scattata nei primi giorni quando sei arrivato lassù dove loro stavano già da settimane. Una bella foto grande dove si vede tutto… armi, abitudini, parole.

Quello di immaginare la lettura d’una fotografia che nessuno ha mai scattato è un espediente che non sempre funziona. A Ezio sembra piacere.

“Arrivo e scopro di conoscerne un sacco: gente di Bolzaneto che mai più avrei immaginato di trovare tra i partigiani. Forse non corrispondevano alla visione romantica che avevo in testa. Una notte, a Bolzaneto, in un loro rifugio, ne avevo visti alcuni. Vieni con noi, guarda che belle armi, che bei vestiti, che scarpe… lassù si sta bene. Cosa stai a fare qui, sei in pericolo, lassù almeno puoi difenderti” gli aveva detto uno di loro. Di quella notte Ezio ricordava con precisione i loro vestiti, le armi, gli scarponi militari ma non i visi; solo quello che l’aveva apostrofato. Arrivando lassù era stato l’opposto. Erano le loro facce che aveva guardato e che ora, a mio uso, ricordava.

Due o tre di quelli che aveva trovato in montagna erano suoi amici, altri li conosceva appena. C’era anche gente che sicuramente non avrebbe mai frequentato; verso cui provava più diffidenza che amicizia, comunque indifferenza. Si conoscevano come abitanti di Bolzaneto o perché erano andati insieme a scuola; con Luci, ad esempio, in classe insieme. Di Ramon (n. 1924) sapeva che era uno che gli piaceva ballare, gentile, sempre nella Fratellanza, uno da ragazze, elegante, impomatato… E se lo era trovato lì. Come lui altri compagni di scuola a cui mai avrebbe attribuito sentimenti tali da arruolarsi in un esercito di quel genere per andare a far la guerra a fascisti e tedeschi.

Cosa avevano in comune? chiedo. “Potrei dire l’antifascismo o la necessità di sottrarsi ai bandi ma sarebbe una risposta a metà. Se io invitassi in casa mia tutti i miei amici, tutta la gente che conosco sia pure con una certa gradualità di amicizia, non diventerebbero per questo un gruppo d’amici. Sicuramente qualcuno direbbe stupito: guarda c’è il tale, oppure: ma come farà a essere amico di quello lì. Lassù qualcuno o qualcosa faceva la parte dell’amico che invita: un sentimento comune o qualche altra ragione, magari diversa da uno all’altro. Per rispondere dovremmo ricostruire le ragioni di ognuno. Ad esempio di Biscia (n. 1924) il duro, o di Ramon (n. 1924), compagno di scuola, allegro, spiritoso e ballerino di tango, o di Elpe (n. 1924) l’amico fraterno, di Mou (n. 1912), il bevitore incallito, di Alvaro (n. 1925), un altro compagno delle elementari, di Daniele (n. 1908), uno vecchio che avrà avuto almeno 50, 55 anni. Chissà come erano finiti lassù. Nell’insieme un gruppo di 30, 35 persone con dentro tutto: l’emotivo, il truculento, quello che ha sempre paura, quello della crisi isterica, il sempre buono…”.

Alvaro ad esempio era il genio incontrollabile degli scherzi; continui, pesanti, pericolosi. Ne aveva organizzato uno alle spalle di Mascotte (n. 1926), una specie di armadio un po’ ingenuo a cui tutti cercavano di affidare i carichi più pesanti o i lavori più sgradevoli. Odiava i fascisti in un modo viscerale e un giorno Alvaro, era arrivato al campo con un prigioniero: una brigata nera, aveva detto. In realtà era un sapista che si era prestato al gioco. Del fascista aveva l’aria; sfottente, provocatore, aveva confessato di aver fatto un bel po’ di carognate ai danni dei patrioti e seduta stante era stato condannato a morte. Al momento di scavare la fossa però si era rifiutato. Presi in giro: scavatela voi, aveva detto e mentre fumava l’ultima sigaretta si era messo a cantare “Giovinezza”. A quel punto Mascotte, con gli occhi fuori delle orbite e mentre quello continuava a sfotterlo, aveva chiesto di poter essere lui a liquidarlo. Aveva già cominciato a sparare quando si era reso conto che le sue pallottole erano caricate a salve. “Per poco non ha sparato a noi, ma proiettili veri, poi aveva riso; un partigiano preso in giro da un sapista… Perché un partigiano pensava che un sapista non valesse un suo dito”.

Ad Alvaro la passione per gli scherzi con le bombe a mano – ne aveva sempre di scariche e di armate – una volta per poco non era costata cara. All’improvviso, davanti un tedesco, non ricordava più quale fosse quella buona e si era salvato per un pelo. Ma non aveva perso l’abitudine e quando nessuno se l’aspettava era capace di buttarne una sul tavolo: veri coup de theatre col seguito di fughe generali. Una scena, faceva notare Ezio richiamando maliziosamente il nostro progetto iniziale, che in teatro avrebbe davvero fatto colpo. “Leggera penombra, ragazzi che parlano a mezza voce attorno a un tavolo, un braccio che emerge dalla porta o da una finestra. annunciato magari da un cigolio che attrae l’attenzione dei presenti, e la bomba che piomba in mezzo a loro. Silenzio improvviso e allibito di tutti poi la fuga, frenetica. Era lo scherzo che avrebbe fatto lui; forse lo ha anche fatto. Non credo però che fosse salito in montagna per quello”.

Fachiro (n. 1920) era un tipo svelto, intelligente, elegante che lavorava all’Elettrotecnico dove Battista, il comandante, aveva fatto il guardiano; per questo si conoscevano. “Aveva una certa superiorità sugli zoccoloni che eravamo noi. Aveva studiato, tanto che poi ha finito la sua carriera come vicequestore a Roma. Faceva parte dei comandanti, come Mauro (n. 1924), Luci, Zorro (n. 1920), Enzo (n. 1924), Anselmo (n. 1919). Anselmo era un tipo molto positivo. Era riuscito – avevamo il problema del rancio – a convincere certe donne della Sella a farci da mangiare; ne aveva fatto le cuoche della brigata. Dolce, scherzoso, un contadino dal cervello fine, poco più vecchio di me ma energico e, specialmente, grande comunicatore. C’era anche Tracche (n. 1927), un ragazzino che aveva perso un occhio in combattimento. Di notte non ci vedeva quasi; tutto meno che un guerriero”.

Zorro, il commissario politico, comunista, era un amico di Battista e, come lui, un cacciatore. Non il tipo di commissario predicatore ma uno che si faceva il mazzo come gli altri. Apparteneva al gruppetto di comando, quelli che sapevano cose che non tutti dovevano sapere e che conservavano i documenti. Come Mauro che ne faceva parte anche se aveva un anno meno di Ezio. I suoi erano i gestori della Società Cattolica: avevano ospitato le prime riunioni del movimento e continuavano ad ospitarli quando scendevamo a Bolzaneto; per non dire del loro appartamento che avevano messo a disposizione della Balilla.

Anche Biscia, a suo modo, era un comunicatore. Dopo la guerra era diventato usciere di San Martino e conosceva personalmente tutti i professori dell’ospedale. Plateale nelle sue prese di posizione, mai d’accordo con qualcuno ma sempre pronto ad eseguire gli ordini, Biscia aveva la fama di quello che non ci pensava due volte; fama che dopo la Liberazione si era rafforzata. Lassù Ezio aveva trovato anche Luigin (n. 1922), un tipo posato a cui, in seguito, un figlio malato “aveva portato via la vita”. C’era Bruno Pifferi (n. 1920), pacato, intelligente, simpatico, cacciatore come Battista e Zorro, abituale accompagnatore di tanti saliti in montagna e, come i suoi fratelli, organizzatore e uomo di fiducia del partito.

Lino (n.1925) era arrivato in montagna con Ezio, ai primi di febbraio. Prima di partire era passato a salutare sua madre. Cerca di non far male a nessuno, gli aveva raccomandato, ma se ti fanno male, difenditi, fatti rispettare. Insomma fai del male ma solo se ne faranno a te. Era una donna mite, di chiesa. Lo vedeva andare in guerra e gli raccomandava di non far male a nessuno; solo se gli avessero sparato allora avrebbe dovuto reagire. Era morto senza quasi avere il tempo di accorgersene, poco più di due mesi dopo, il 14 aprile, colpito da una mitragliata sparata da lontano.

Anche Giuliani (n.1922), uno degli “studenti” che durante il 1942 aveva fatto parte del gruppo di Buranello, operava sul territorio della Balilla ma non faceva parte del suo organico. Era un “indipendente” che a volte partecipava a qualche loro impresa. Un trattamento di favore dovuto al suo strettissimo collegamento col partito comunista e ai compiti particolari di cui si diceva fosse investito. Capitava di sorpresa nei posti dove loro eravano accantonati e mai che riuscissero a sapere da dove venisse o dove andasse o cosa stesse per fare. Un incontrollabile che mandava in bestia Battista che però era costretto a sopportarlo. Di lui Ezio aveva sentito parlare da certi suoi amici studenti liceali come di uno un po’ matto capace il 7 novembre di salire su un banco e commemorare la rivoluzione d’ottobre. Già questa era una anomalia: parlare della rivoluzione d’ottobre in novembre. Così anche il primo maggio o altre ricorrenze politiche di cui nessuno allora sapeva niente ma che erano occasione di altrettanti comizi. Una pazzia: roba da farsi espellere, come puntualmente era successo. Lassù era uno sempre in lite con tutti; combattivo ma un vero isolato; uno tosto, di quelli che conoscevano i metodi per farti parlare e non perdevano l’occasione per farlo sapere. Dopo la guerra aveva rivelato una passione segreta, il cinema. Aveva collaborato alla sceneggiatura di “Achtung Banditi” (1951) di Lizzani, riunendo in casa sua per l’occasione molti compagni partigiani; in seguito era diventato il produttore dei fratelli Taviani. Per sé, ne “La notte di San Lorenzo” aveva ritagliato una piccola parte: l’ufficiale delle Brigate Nere che comandava i fascisti nello scontro nel campo di grano; l’emblema rovesciato della sua fede politica.

Nel complesso, di loro, reciprocamente, lassù sapevano poco: quello che vedevano lì più qualche ricordo comune nel caso si conoscessero da prima. “Su 40 avrò saputo di una decina, compagni di scuola, vicini di casa, del quartiere” Poi c’erano gli altri di cui non sapeva e neppure voleva sapere. Una omertà necessaria a difendere la sicurezza di ognuno: qualcosa a cui Ezio era stato preparato già dalla cospirazione. Col suo capo, Rista, ci aveva lavorato insieme per mesi senza saperne nulla. Poi, una volta, Ezio, che doveva andare da un industriale a prelevare dei soldi, gli avevo detto “non è che quando arrivo lì quello mi chiama la polizia?” e lui “no, vai tranquillo, è mio padre”. Era il figlio del direttore della Pettinatura Biella: gliel’aveva detto per tranquillizzarlo ma s’era messo in pericolo.

Non sapere: una convenzione tacita che aveva finito per condizionare i loro ricordi. Non veniva fuori il passato: chi eri stato, perché eri finito lassù. No, solo il presente: chi eri in quel momento. “Una situazione che per rappresentarla in teatro si dovrebbe ricorrere a delle maschere; espressioni stabili, uguali, senza storia. Diversamente dovremmo cercare di individuare, facendone un elenco, le cose che potevano legarci. L’antifascismo, la precarietà derivante dall’essere renitenti, la necessità di sopravvivenza. In un esercito mercenario ti danno dei soldi ma lì nessuno ti dava niente; salvo il mangiare, ma non sempre, il dormire in una cascina, lavarsi quando era possibile, con la possibilità di essere catturati e fatti fuori. Ci univano motivi generali ma anche particolarità, diverse per ognuno di noi. Difficile ricostruirle. Neppure è detto che uno, interrogato di sé, le ricordi, ammesso che abbia mai saputo di possederle”.

Anche di Battista, il comandante, Ezio sapeva ben poco. Era uno dei cacciatori di Bolzaneto e lassù era il capo riconosciuto da tutti: da loro, dalla Zona, dagli inglesi di Davidson. Invece conosceva Luciano anche se ora si faceva chiamare Enzo. Dal suo amico Elpe aveva saputo che era lassù ma non sapeva come ci fosse arrivato. Lo conosceva dalla scuola, dai giochi di strada e perché era un frequentatore della Società cattolica. Viveva in un altro quartiere; altri amici, altro giro. Abitava dai Parpelin, poche case per andare all’ospedale, vicino al Priun, un quartiere dove abitavano i poveri: si allagava durante le piene, ci andavano le giostre, c’erano i trogoli, i lavatoi pubblici perché in molte case non c’era l’acqua. Luciano faceva parte delle persone che Ezio riteneva oneste, laboriose. Perché c’erano anche i lavativi, quelli che rubavano, come uno, un ragazzo intelligente che suonava il pianoforte, che si faceva chiudere dentro al circolo per poi rubare nella cassa. C’erano poi quelli che, pur schierati per la causa, non rientravano tra le persone che Ezio considerava rispettabili. Erano diversi, trasgressivi; sempre nelle osterie a giocare, si ubriacavano. “Io non sono mai entrato dallo Scagiun, un posto che mi appariva fosco dove c’erano degli omacci che bevevano, parlavano a voce alta, bestemmiavano. Mia madre poi mi teneva d’occhio. Lì no, mi diceva; e bastava”.

Conosceva Luciano anche se con lui non aveva fatto cose. Non andati allo stadio insieme e neppure a sciare. Invece ci era andato con uno che era finito nella Balilla perché, alla San Giorgio, dove lavorava, aveva rubato. Era stato beccato con altri e ai suoi amici aveva detto che lo aveva fatto per l’organizzazione, per il Soccorso rosso. “Per carità, era uno che politica niente. Ambizioso, sempre vestito alla moda, bravo a sciare dove andava coi fascisti del dopolavoro; legami che gli erano stati utili per ritardare il processo e fare a tempo ad andare in montagna. Quando mi hanno detto che era coi partigiani io sono cascato dall’ultima nuvola; tutto pensavo meno che uno come lui potesse finire lì”.

Di Luci invece Ezio era stato compagno di classe. Non lo ricordava come un ragazzo intelligente. Aveva una faccia asimmetrica; sembrava tagliata con l’accetta: un aspetto che faceva pensare a una persona irregolare. La stessa impressione, ma per altri motivi, che gli dava suo padre, un invalido di guerra, piccolo, sempre vestito di scuro, che faceva i giochi di prestigio e suonava il mandolino… Di Luci Ezio sapeva che, dopo l’8 settembre, se ne era venuto via dalla sua caserma a Casale, sopra un carrarmato. “Dava l’impressione di uno deciso, determinato, ma credo che mascherasse così un carattere semplice, buono. Una sera a Bolzaneto, in uno dei periodici giri che la nostra squadra faceva dopo il coprifuoco, per caso troviamo una brigata nera in compagnia di una ragazza. Luci gli dà il mani in alto; vuole prendergli il mitra. Damme chi, gli dice in dialetto. Quello reagisce e Luci fa partire una raffica: lo uccide e ferisce la ragazza. Prendiamo il mitra e torniamo al rifugio a dormire. Arrivati lui si mette a piangere come una fontana, disperato per quello che era successo. Non volevo, diceva; era inutile”. Ezio ne era rimasto colpito. Lo vedeva come un duro. Pensava che gli avrebbe detto: ma guarda un po’ che stupido quello lì che reagisce a quel modo. Invece piangeva, un pianto che non finiva più.

La forza della sua personalità, suggerisce Ezio, discendeva direttamente dal suo aspetto. Quello di uno di cui non ci si poteva fidare ciecamente; doppio come la sua faccia che si leggeva diversamente a seconda della parte da dove si guardava. Un aspetto che produceva ammirazione o inquietudine anche se chi lo conosceva sapeva che era un ragazzo buono – c’era il suo pianto a provarlo – che viveva quelle esperienze terribili in modo conflittuale. Il partigiano, comunque, lo faceva bene: andava, comandava, si sacrificava. Sempre in prima linea: per questo piaceva a Battista.

Uno “strano” era anche Mou che a Bolzaneto, un giorno sì e uno no era ubriaco. Quando Ezio l’aveva visto lassù si era chiesto come diavolo avesse fatto ad arrivarci. Beveva come una terrazza, era sdentato e aveva i piedi piatti. Una partigiano coi piedi piatti è difficile da immaginare. Invece c’era e chissà come c’era finito. Di Bolzaneto, ma conosciuto da Ezio solo di vista, era Brin (n. 1908), un omettino dall’apparenza insignificante, malaticcio al punto che durante certi trasferimenti, i compagni lo portavano a spalla: invece era stato un gappista e di quelli tosti; lo stesso che aveva messo la bandiera rossa sulla ciminiera della Bruzzo il primo maggio del ’44. Autorità morale indiscussa, intransigente, Brin, che era anche il loro cuoco, non conosceva le mezze misure; lui era per uccidere sempre e il più possibile.

Di Elpe, Ezio era amicissimo già da ragazzo. Avevano continuato ad incontrarsi, segretamente, quando, tra ’44 e ’45, Elpe scendeva a Bolzaneto su incarico di Battista ed Ezio era nascosto in attesa di raggiungere la banda. Gli raccontava di loro e gli chiedeva se voleva andare. Un anno meno di Ezio, di famiglia antifascista, il padre operaio della ferriera, Elpe era salito per via dei bandi, renitente. Era il tipo che sapeva sempre tutto di tutti; uno così: la prima biro, la sua; il primo rasoio elettrico, lui. Poteva fare tutto e lo faceva sempre per primo. Andava a trovare Ezio nel suo rifugio con la macchina da scrivere e la carta per farsi confezionare i volantini che avrebbero distribuito nei bar di Bolzaneto quando operavano dopo il coprifuoco. Alla Balilla Ezio era arrivato grazie a lui perché dalla fine del ’44 non volevano più reclutare nessuno. Dicevano: noi siamo arrivati quando non si sapeva come si sarebbe messa e questi vengono adesso a prendere la gloria. Lui però lo rassicurava: verrai su quando lo dico io; ne parlo io a Battista”.

Luci, Zorro, Elpe, Tracche, ognuno lassù aveva una sua storia. Come quel giovane caposquadra, “un omettino da niente, ligio, serio” che, verso la fine, aveva chiesto a Battista una breve licenza per andare a casa e il permesso di portare con sé lo sten. Era passato da Arquata, era entrato in farmacia e aveva fatto fuori il farmacista. Non era stata considerata una azione partigiana ma il regolamento di un conto privato; chissà quale e di quando. Lui comunque lo aveva tenuto dentro.

La Balilla era un mondo nuovo, mai visto. “Non era la cospirazione. C’erano regole nuove da osservare. Non sapevi tutto ma c’era un gruppo di comandanti in cui avevi fiducia e che sapeva quello che dovevi fare”. Una autorità morale e militare riconosciuta che dettava la disciplina interna, proponeva gli obiettivi e li giustificava. Sopra di loro Battista, un comandante per certi aspetti sgradevole ma credibile. Lineare fino alla rozzezza ma – precisa Ezio – all’epoca le semplificazioni apparivano persuasive. “Quando scenderemo faremo fuori tutti quelli che hanno una divisa” era una delle sue frasi preferite che molti ripetevano con convinzione. La cultura, quella che c’era, non aveva molte ragioni per comparire. Se si parlava era di guerra, di azioni fatte o da fare.

E poi la banda: non erano tanti ma c’era tutto: quello che aveva paura, che schivava i camallaggi, che gli facevano male i piedi, che non voleva andare, che voleva essere dappertutto. Un microcosmo, una quarantina di uomini, dove i ruoli non si discutevano; niente da interpretare. Un esercito straordinario che non assomigliava agli eserciti che Ezio aveva conosciuto; né al tedesco, né al francese, né all’italiano. Un esercito fatto di persone che Ezio non si aspettava di trovare lì; per questo “inattesi”, “strani”. “Non strani perché tra loro c’era qualche lucco, no. Non ricordo che ci fosse uno solo coi capelli lunghi. Se ci fosse stato, Battista, pidocchi a parte, glieli avrebbe fatti tagliare”. Battista infatti non sopportava chi non aderiva in modo totale alla sua condotta della guerra. Neppure perdeva l’occasione di farlo notare. Gli “studenti”, come Giuliani o come Ezio, anche se era andato a fare l’operaio a 14 anni, erano tra i bersagli preferiti della sua ironia. Leggete un po’ qui voi che avete studiato, era una delle sue frasi abituali. Avevano ricevuto, in un lancio, delle trappole esplosive ma le istruzioni erano in inglese e non riuscivano a farle funzionare. Era stata una delle tante occasioni per mostrare il suo disprezzo per gli studenti: “guardali questi che neppure sanno leggere sulle scatole di carne”.

Durante la sua permanenza in montagna, Ezio era stato per Battista un soggetto poco interessante. Solo nei combattimenti finali del 26 aprile quando a Bolzaneto aveva rimesso in funzione un cannone nemico contribuendo alla resa di una postazione tedesca, l’aveva guardato incredulo, come se lo vedesse per la prima volta. Senza dire una parola si era tolto i binocoli e glieli aveva dati. Era stato il suo primo riconoscimento.

La lingua della brigata era il genovese; tutti – “meno Giusto, un soldato meridionale di quelli dell’8 settembre e altri 2 o 3” – parlavano in dialetto; anche gli studenti. “Dialetto anche a casa mia, ma lì parolacce mai; erano sberle. Invece, arrivato lassù, è stato uno choc: una bestemmia dopo l’altra, un turpiloquio come non avevo mai sentito. Estremo, ostentato: dio, madonna, santi più che in Toscana. Ma i toscani sono più gentili, più artisti, alla madonna mettono aggettivi curiosi, spiritosi. Qui no, era il puro giastemà. Il sesso invece era tabù. Si cercava le ragazze nelle case dei contadini per qualche raro, modesto contatto; ma tutto alla luce del sole. C’era un controllo ferreo. Battista era intransigente. Forse anche oltre i motivi di sicurezza. Avevamo compiti precisi. Non dovevamo distrarci”.

In montagna c’era un programma definito per tutto, pause comprese: pulizie, parlare, cantare. Delle canzoni, ma anche di alcune poesie, giravano i testi scritti. “Battista voleva che cantassimo e che cantassimo bene. Capace di arrabbiarsi quando sbragavamo. Come il generale che vuole la truppa in ordine, bella figura, armi lucide… e intonata. Dovevamo sempre essere i più bravi. Tutti, anche i fascisti, cantavano; noi dovevamo farlo meglio”. Alla Sella, il più importante dei loro accantonamenti dove potevano cantare anche se protetti dalle sentinelle, il canto usciva dalle mura e arrivava alle orecchie dei locali. Per migliorarsi provavano ripetendo i pezzi più difficili. Mou, quello che beveva, aveva una voce ben modulata, sicura; faceva parte delle squadre di canto e come loro portava la mano all’orecchio. “Uno bravo è importante perché riesce a guidarti. Il repertorio era il solito: La guardia rossa, Fischia il vento, Dalle belle città. Niente Bella ciao; mai cantata. Piuttosto mettevamo parole nostre alla melodia di Katiuscia, la canzone russa”.

La brigata era organizzata in piccoli gruppi che si avvicendavano nell’occupare un certo numero di rifugi, ognuno con caratteristiche proprie. La Sella era il numero uno, la casa madre. Un altro rifugio era a Bolzaneto: la casa della famiglia Lucchini; un altro ancora, poco distante, nella ferriera Bruzzo; più lontano, nella valle della diga della Busalletta, ce n’era uno creato ai primi del ’45. Altro rifugio era la Zona: un gruppo andava avanti e indietro con ordini, materiali, armi. Da Bruzzo andavano per riposare, lavarsi e spidocchiarsi: c’erano i gabinetti e le docce; era il rimessaggio della banda. Dai Lucchini prendevano viveri e soldi frutto di una raccolta permanente. L’avvicendamento tra un rifugio e l’altro era quasi automatico; ad ognuno corrispondeva un campo d’azione.

La Sella era la base più ambita: un campo trincerato anche se, in parte, erano ostaggi dei locali; neutrali salvo la famiglia di Passerella, un contadino democristiano che la mattina li faceva entrare a lavarsi. Gli altri niente ma capitava che i partigiani più giovani qualche volta ci andassero a mangiare. Verso la fine il legame coi locali era migliorato un po’: nell’attacco tedesco che aveva fatto due morti ai partigiani, Giusto, il meridionale della Balilla, aveva salvato uno dei figli del falegname. Il gesto era stato apprezzato: “il rosso che salva il figlio del paolotto”. Alla Sella avevano una cucina con una donna a disposizione; quella reclutata da Anselmo; se no panetti, uova, formaggio, salame, latte in scatola. Nella casa di Passerella, in una stanza grande discutevano delle azioni fatte o da fare e cantavano. Lì o all’osteria ascoltavano Radio Londra e facevano anche le riunioni di partito. Per l’archivio, i documenti e il diario, c’erano dei posti segreti; segreti anche i depositi di viveri: latte condensato, pasta, zucchero, un po’ di cioccolata.

Il loro territorio era punteggiato oltre che dai rifugi, dai luoghi destinati sia all’osservazione sia all’incontro con gli informatori delle Sap locali. Poi c’era, importante, la rete delle osterie, storiche mete delle feste del primo maggio e delle gite fuori porta. Camporsella dove imperava la Gusta, la trattoria di Lencisa, quella di Nane a Gemignano, di “Colla” a Murta, dove sulla piazza c’era un gelso così grande che sopra ci mettevano i tavoli e le sedie per la gente che mangiava, del “Cin” a Begato, nel cui pozzo si diceva che durante il Risorgimento avessero trovato rifugio i carbonari, dei “Giuanelli” dove si mangiava solo lumache e altre ancora. Luoghi consueti della festa popolare ne avevano conservato le suggestioni tanto che continuavano ad essere il ritrovo di molti “perseguitati dal fascismo, antifascisti incalliti, comunisti più o meno consapevoli, socialisti primordiali”. Un intreccio di contatti decisivo per la sopravvivenza della banda. A loro, i partigiani, toccava di conoscere a menadito valli e colline che circondavano la Polcevera e i suoi affluenti, compresi i tempi e le condizioni di percorrenza, di notte e di giorno, di ogni più piccolo sentiero. Dovevano spostarsi in fretta, mangiare e dormire solo se si poteva e, specialmente, colpire.

Per dormire avevano nello zaino una copertaccia e le sciarpe americane, quelle tubolari. Ci si poteva infilare dentro parte del braccio e con alcuni accorgimenti permettevano di dormire proteggendosi la testa dal freddo. Poi le foglie; di quelle ne avevano tante e la preferenza era, nell’ordine, per quelle di faggio seguite da quelle di castagno. Il fieno era un po’ freddo; ultima la paglia. Dovunque si fermassero, per mangiare, dormire o parlare, mettevano le guardie; i turni erano di 3 o 4 ore e a dirigere il cambio c’erano altri, diversi dalle due guardie, quella che smontava e quella che montava. La sicurezza degli uomini era un punto fermo: per decidere come era meglio sistemare una guardia capitava a volte che facessero una vera discussione.

I depositi di armi erano a volte nei pressi dei rifugi a volte altrove. Ad esempio alla Busalletta avevano smontato la mangiatoia di una casa colonica abbandonata per farne un deposito di armi. Costruito poche settimane prima della Liberazione, forse era stato pensato più per il dopoguerra che per la battaglia finale. Non tutti nella brigata erano informati dei luoghi dove erano conservate armi ed esplosivi e ogni squadra aveva accesso solo a parte delle informazioni. Nei rifugi capitava di passarci la notte ma, più frequentemente, il giorno. Scoperti dovevano essere immediatamente abbandonati e sostituiti. “Una volta, mentre stavamo per raggiungere un nostro posto abbiamo visto delle persone che ci stavano curiosando. Li abbiamo inseguiti ma inutilmente. La notte successiva ci hanno tirato addosso con un cannone dal Righi. Avevamo rischiato; avremmo dovuto abbandonarlo subito”.

Ogni gruppetto aveva il suo capo, ogni azione, anche la più modesta aveva un responsabile. Il comandante doveva essere capace di affrontare gli imprevisti, continui in quel tipo di guerra, a cominciare da nervosismo e paura che spesso si manifestavano a sorpresa. Una volta, in 5 o 6 erano scesi dalla Castagnola per raggiungere Isola del Cantone e superare lo Scrivia. Da Fraconalto a Isola l’avevano fatta tutta di notte e durante il giorno si erano imboscati. Bisognava passare un ponte, un sapista del luogo gli aveva fatto vedere dove, ma era allo scoperto e non sapevano se era sorvegliato. Per muoversi avevano aspettato la notte ma, arrivati al ponte, uno da poco in formazione, aveva detto che non se la sentiva. O tutti o nessuno: un quarto d’ora a parlare, a cercare le parole giuste per convincerlo; ma non c’era stato verso. Passare il ponte non era difficile ma un ponte è falciabile da qualsiasi posizione. Poi uno di loro era passato, da solo. Non era successo niente; non era guardato. Dopo di lui, erano passati tutti, uno a uno, in silenzio.

Avevano camminato fino a quando era venuto giorno e si erano fermati a riposare. In una casa vicina un cane abbaiava, snervante, e non li lasciava dormire. Era uscita anche una donna e Sergio (n. 1923), un vice commissario che in quel momento comandava il gruppo, uno dei pochi che aveva la scuola superiore, le aveva detto: richiami questo cane o lo uccido. Lei ci aveva provato ma quello, un vero cane di campagna, non mollava. Sergio, rapido, lo aveva fulminato. La donna prima aveva gridato e poi si era quietata così loro avevano potuto dormire fino a sera. Ezio racconta la scena del cane come un film: la raffica, il guaito che sembrava un sospiro e loro che non aspettavamo altro che chiudere gli occhi. “La guerra era dappertutto e la tensione non ti abbandonava mai; toccava anche ai cani”.

Il mondo, le notizie sulla guerra passavano come per tutti attraverso Radio Londra che ascoltava nei rifugi da Bruzzo o alla Sella, gli stessi dove in genere elaboravano i piani di attacco. Per quello alla Chimica Bello c’era voluto un sacco di tempo. Erano venuti i sapisti a portare le informazioni necessarie ma loro ne avevamo chieste altre. Un lavoro lungo come l’attacco alla corriera della Feld Post di Bolzaneto. Cronometrando i tempi di passaggio avevano scoperto che le variazioni d’orario corrispondevano ad un piano predisposto così avevano fatto centro. Tutte le azioni importanti erano pianificate con la collaborazione dei sapisti. Anche i volantinaggi nei bar, dopo mezzanotte, a Bolzaneto o San Quirico; oppure le scritte sugli edifici pubblici. Azioni azzardate, clamorose che richiedevano una preparazione minuziosa: orari, percorsi, vie di fuga.

I sapisti preparavano i volantini e loro, dopo aver passato tutto il giorno a riposo nel rifugio di Bolzaneto, a notte uscivamo, percorrevano le strade, entravano nei bar. “Mettevamo delle scarpe di pezza – una specie di guerra in pantofole – che Battista aveva fatto fare per noi dalle donne di Bolzaneto e uscivamo. C’era il coprifuoco. Era il tuo paese dove conoscevi tutte le pietre, tutte le porte, tutte le atmosfere… La pallottola in canna, il dito sul grilletto. Se inciampavi era un colpo che partiva. A viso scoperto; solo qualcuno aveva il volto un po’ nascosto dalla sciarpa. Erano giri di propaganda. Entravamo nelle osterie, controllavamo chi c’era, davamo il nostro materiale. All’ultimo se proprio non avevi catturato o fatto secco nessuno si diceva: andiamo a sparare alla caserma. Passavamo di là e lanciavamo qualche bomba o facevamo una scarica. Era il risultato di una tensione estrema”. Tutto il giorno nel rifugio, chiusi, al buio, isolati. Solo la visita di qualcuno che gli portava un bidone di pasta poi via, nella notte. L’imprevisto c’era quasi sempre e la cosa più semplice poteva trasformarsi facilmente in un fatto cruento. Come la sera del pianto di Luci.

Per fare fronte c’era solo la disciplina. “In questo, Battista, con i suoi limiti, era un grande comandante, un vero militare; scostante, sembrava nato per quel ruolo. Si muoveva sempre con noi, ora con un gruppo, ora con un altro”. Non era preoccupato di lasciare il comando ai suoi uomini di fiducia. Zorro, Mauro, Luci erano bravi comandanti.; avevano assimilato la sua mentalità, senza sforzo perché era anche la loro: efficienza, disciplina e combattere molto. “Noi, la truppa, eravamo consapevoli che la brigata aveva uno stile, un suo rigore. Se dovevamo fare un trasferimento lungo, ad esempio andare in Zona, era inteso che non dovevamo dipendere. Ci portavamo un pezzo di formaggio, di pane o di qualcosa. Se non ci bastava per andare e tornare, ci davano i soldi per comprare. Non andavamo, come in Fenoglio, alla questua dei contadini forse perché da noi i contadini erano poveri. Noi compravamo: castagne secche, patate, uova. Ricordo ancora la meraviglia dei contadini per come ci comportavamo. Capitava che cambiassero il loro atteggiamento sospettoso e ci offrissero da dormire o di mangiare una minestra con loro”.

A fine febbraio del ’45, Ezio, Elpe e altri due erano andati in Zona a prendere un lancio. Per il trasporto ci volevano 12 muli: non li avevano messi insieme col mitra ma coi soldi. È vero che qualcuno non ne voleva sapere e avevano dovuto minacciarlo ma la maggior parte aveva preso i soldi ed era poi andata a riprendersi le bestie. Avevano fama di essere intransigenti ma anche solvibili, onesti; la gente lo sapeva e li distingueva da quelli che a volte andavano a mangiare nelle osterie e se ne andavano senza pagare. In val Brevenna c’era chi faceva così; non facevano la guerra, sopravvivevano. “Ancora oggi lì i partigiani non hanno buona fama. Noi no: puliti, fucile lucido, educati, soldi in tasca. Battista in questo era esemplare. Sapeva che dovevamo affrontare situazioni difficili, in parte compromesse da altri. Facevamo una guerra dura, d’attacco. Le scie di quelli che sparano sono già abbastanza pesanti, non c’è bisogno di aggiungerne di nuove”.

Di quello che succedeva “lassù” Ezio, fino al momento di arrivarci, aveva creduto di sapere. Elpe gli aveva detto di quelli che avrebbe trovato, delle azioni che avevano fatto, dei loro discorsi. Una volta arrivato però, aveva cambiato idea ma non perché Elpe gli avesse taciuto qualcosa. “Eravamo diversi. Lui vedeva e specialmente non vedeva cose da cui invece io, dopo il mio arrivo lassù, sarò colpito. Ero un timido catapultato in un mondo dove forse non avrei voluto trovarmi. A me ne cresceva di quello che avevo già fatto in giù. Eravamo alla fine della guerra: aspettavo che i russi arrivassero a Berlino. Non era il momento di prendere rischi. Mi definirei un opportunista. Da ragazzo avevo capito che l’opportunismo era molto importante. Bastava esserlo in modo decente, non a scapito di altri o in modo malvagio. Se ci sono da camallare i 50 k e i 30 k io cerco subito i 30. Se poi non è possibile mi prendo i 50. La prossima volta però è chiaro che mi toccano i 30. Così l’opportunismo si affina, si perfeziona. Forse la cospirazione era stata il mio modo per non andare in montagna. Non so come mi sarei comportato se da subito avessi avuto la possibilità di andarci”.

Avere un’arma in mano, tua, sempre, era diverso da fare il soldato che deve sparare per ordine di un superiore o per obbligo di servizio. Ezio, in Francia, aveva sparato a un tedesco. “Facevano i furbi; cercavano di sorprenderci quando eravamo di sentinella; venivano a gattoni, volevano sfilarci il fucile, per dileggio. Ci disprezzavano. Così oltre a quelli del Maquis dovevamo fronteggiare anche loro. E io gli avevo sparato. L’unica volta, durante 9 mesi di militare. Coi partigiani invece era molto diverso. Avevi un fucile con cui potevi sparare a chiunque quando volevi. Era meglio che stare in città a prenderle: la città era angosciante. A volte anche la montagna: quando catturavi un tedesco, lui per prima cosa apriva il portafoglio e ti faceva vedere la foto della famiglia, la moglie, i figli…”.

Le parole di Elpe non erano servite a Ezio ad immaginare quello che avrebbe trovato lassù. Più del dramma della morte, della soppressione del nemico, dello spararsi Elpe preferiva vederci l’avventura. Forse perché fino a quel momento, a parte un po’ di feriti, i loro scontri erano stati tutti vincenti e tra loro non avevano avuto morti mentre degli altri ne avevano fatto fuori una caterva, tedeschi, civili, di tutti i generi. Era certo che il nemico, se li avesse catturati, non avrebbe avuto dubbi su come comportarsi e questo era un buon argomento a favore del loro comportamento aggressivo ma in diversi c’era il magone per dover agire in quel modo. Per non dire delle differenze che c’erano tra i giovanissimi e i più grandi.

Colpire per primi era un modo per difendersi e aveva il consenso di tutti. Era il desiderio di colpire che invece li trovava diversi. In alcuni appariva come un sentimento primordiale, quasi una rabbia contro il nemico ma anche contro l’autorità, lo stato di allora: una ribellione totale. Altri la mettevano sul facile o sull’indifferente; altri ancora sopportavano o si adeguavano. Era una cosa talmente intima che neppure vivendo fianco a fianco l’uno sapeva dell’altro. “Chi ha ucciso, da vicino, faccia a faccia, di fronte, se lo porta comunque dentro per tutta la vita. Anche il cannone uccide, ma è una cosa diversa, non sai con precisione dove e come; non vedi facce, né occhi che ti guardano”.

Pena e rabbia, il desiderio di colpire e quello di abbandonare sono sentimenti che coesistono. “Criccare un prigioniero tedesco, un bel ragazzo, che ti ha appena fatto vedere le foto della sua famiglia e ha mangiato con noi ma che deve essere ucciso: mi domando come si potesse fare. Bisogna darsi delle motivazioni forti, dirti che sei un soldato, che è una decisione presa d’accordo con gli altri, che è un nemico che ci ha fatto del male, che va sconfitto. Non puoi dire: non ci vado. O puoi dirlo ma allora è il tuo rapporto col gruppo che cambia; finisce…”.

Abbandonare, farsi da parte non era facile; forse neppure era possibile. “Se lo avessero chiesto a me di fare quel lavoro, avrei detto di no. Ma non sono sicuro. Oggi è facile parlare ma allora… In ogni caso il peso del ricordo non è molto diverso. Mi sembra di vederlo lì davanti che cerca di parlare con noi. Chissà se lo avessimo lasciato andare forse non sarebbe successo niente; o lo mettevano in galera perché si era allontanato, o lo avrebbero punito loro, ucciso o mandato in un campo. Chissà. Ma poteva anche tornare dai suoi e fare la spia…”. L’offerta di amicizia del nemico, la sua mansuetudine risultano a distanza di tanto tempo una prova più dura dell’affrontarne la violenza. Un nemico che gli aveva dato la vittoria senza combattere e a cui tutti avevano sentito di voler bene ma che era necessario uccidere perché con la sua condotta inquinava la guerra terribile che dovevano combattere. Distoglieva dalla divisa e riportava l’attenzione su colui che la indossava e questo in guerra non si poteva fare, non si doveva.

A sostegno del loro modo di agire avevano argomenti solidi: per raggiungere il più vicino campo di prigionia c’erano oltre 40 km per monti. “Non era per andare su e giù dai monti con dei prigionieri che combattevamo”. La motivazione più forte era però il rapporto col gruppo e quindi coi più autorevoli, i più anziani, i più decisi. Un gruppo che quando Ezio era arrivato aveva già una sua mitologia: una brigata di combattimento, di sparatori, di gente che non passava il tempo a difendersi ma andava all’attacco; che non faceva prigionieri perché non aveva retrovie. “Sparare, aveva detto Luciano, serve solo se lo fai prima del nemico e di più perché il nemico devi anche impaurirlo. Lui non ti perdona niente e spara; tu gli fai vedere che spari più di lui. È una cosa perversa perché la guerra è perversa”.

Rispetto ad altre formazioni partigiane si sentivano una formazione d’assalto. C’era la paura di lasciarci la pelle ma anche convinzione. Quasi tutti quelli che Ezio aveva trovato lassù erano consapevoli di combattere una guerra vera, con tutti i rischi che comportava. La brigata, quando era arrivato, aveva già avuto diversi feriti anche se nessun morto. Tutti curati clandestinamente all’ospedale di Bolzaneto e traferiti per la convalescenza in case amiche. Era la prova del legame che li univa alla popolazione, il fattore morale, la loro marcia in più di cui aveva a lungo parlato Luciano. Poi c’era la fortuna: in passato, altri, anche meno pericolosi di loro, erano stati venduti. Ora però la guerra stava per finire: il nemico era più crudele ma anche più fragile; quasi tutti pensavano che fosse arrivato il momento di farla finita.

In montagna Ezio aveva scoperto quanto fossero importanti le armi. Più di quanto aveva sperimentato nell’esercito o in cospirazione. Quando era arrivato il gruppo era già strutturato e ognuno aveva le sue armi. Armi diverse che segnavano, oltre le preferenze di ognuno, la sua posizione nel gruppo. “Se davi a uno un fucile di quelli tradizionali tipo 91 lo teneva solo perché non c’era altro. Si preferiva un mitra veloce come lo sten, che stava anche sotto una giacca. Lo avevano costruito gli inglesi e distribuito a uomini, donne e ragazzi quando temevano lo sbarco tedesco. Era lento ma potevi metterlo nell’acqua e quando lo tiravi fuori sparava lo stesso. La machine pistol era veloce il doppio ma lo sten si poteva smontare e ridurre quasi a niente. Verso la fine sono arrivati i marlin, una velocità spaventosa. Chi non l’ha avuto ci ha sofferto un po’. Io ad esempio lo avrei voluto ma perché era più leggero”.

C’era qualcosa di infantile, un tornare ad essere ragazzi, in tutto quel loro maneggio delle armi. La prima volta che avevano avuto per le mani un bazooka, contenti come studenti in gita, tutti d’accordo avevano deciso di sparare il primo colpo alle Brigate nere. Erano scesi a Bolzaneto, alle Bratte, dove avevano il loro accantonamento: bazukata dentro, l’autore era stato Fakiro, e poi con calma se ne erano andati ridendo come matti; non era il genere di azione che potesse prenderli più di tanto. Quelli non avevano capito cosa fosse successo e l’indomani avevano bruciato il monte: cercavano i bossoli del cannone. Invece era il bazuka che la missione inglese aveva fatto arrivare apposta per la Balilla.

Ma non era un gioco; si trattava invece della morte, dell’amico o del nemico. “Quelli che uccidevamo in combattimento, tedeschi o fascisti, se li portavano via loro, ma i prigionieri toccavano a noi. Niente vie di mezzo: se catturavamo dei nemici o li lasciavi andare o dovevi farli fuori. È stato il nodo più doloroso che ha costretto dei ragazzi a una esperienza terribile. A me non è mai capitato ma sono sicuro che se mi fosse toccato, lo avrei portato con me per tutta la vita. Ho visto come sono rimasti tormentati quelli che l’hanno fatto; tutti salvo uno o due che non erano particolarmente sensibili”.

Quando si trattava di prendere uno e “mandarlo in Piemonte” – questo il gergo d’allora – automaticamente si poneva il problema di chi avrebbe dovuto mandarcelo, cioè portarlo da qualche parte e farlo fuori. “Allora in tutti subentrava uno stato d’animo particolare. Lo notavo, credo che molti neppure ne avessero coscienza, perché rispetto ad alcuni di loro forse ero un po’ più vecchio o forse un po’ più sensibile o più abituato a riflettere su certi aspetti della vita. Forse avevo solo letto più romanzi. Sembrava che non lo considerassero un evento tragico ma era visibile la difficoltà che stavano vivendo. Lo coglievo perché ero terrorizzato che toccasse a me. Alcuni pensavano solo a fare in fretta, a finirla. Ricordo uno solo che per una insaziabile sete di vendetta, per quello che la famiglia aveva subito, li avrebbe uccisi tutti lui”.

Sui loro comportamenti giocavano le provenienze sconosciute, misteriose di ognuno. Erano amici come i ragazzi cresciuti negli stessi quartieri, non amicizie profonde, e non era possibile sapere come ognuno vivesse quel momento terribile, di angoscia. Il rapporto con la morte, darla, vederla infliggere, è personale. Quando la decisione era presa c’era solo da compatire chi era stato incaricato. Ezio non ricorda, forse non è un caso, come venissero scelti: se qualcuno si offriva o fossero comandati da un superiore o se si tirasse a sorte. Di sicuro non c’era possibilità di scelta. Non c’erano alternative, la montagna era partigiana, la città degli occupanti. Ma loro si muovevano sul territorio del nemico; spesso anche in città. “Per noi c’era la fucilazione sul posto. I fascisti preferivano impiccarci. La guerra non lascia scampo. Comunque finisca ti distrugge dentro”.

Dare la morte: un argomento che tra loro non si toccava mai. Tabù, come la controrappresaglia di Cravasco. Messa ai voti: cosa ne pensate? Tutti d’accordo per farla. “Chissà come mi comporterei se dovessi votare oggi. La ragione, sia pure in quelle condizioni eccezionali, stava dalla nostra parte. Avevamo vinto uno scontro leale, contro un gruppo dei loro, tutti soldati esperti. Per risposta hanno fatto una macelleria: 17 morti, fucilati che avrebbero dovuto essere 20 se due non fossero riusciti a scappare e uno non si fosse ritrovato ferito ma vivo sotto i morti. Un gruppo dei nostri allora è andato al campo di prigionia, ha prelevato 39 già condannati a morte, li ha portati sul posto della rappresaglia e li ha falciati lì. I prigionieri erano 39 e i nostri meno di 10. Come diavolo avete fatto a farvi seguire?, ho chiesto a uno di quelli che era andato a prenderli. Erano convinti che li avremmo scambiati, mi ha risposto. Solo la mattina quando siamo arrivati sul prato, dopo quasi tre giorni di cammino, gli abbiamo detto che li fucilavamo e subito abbiamo cominciato a sparare. È una delle poche occasioni che, in tutti questi anni passati, ho avuto per parlare di quel fatto. C’era pudore, disagio a parlarne. È l’effetto d’una rimozione. Sono pensieri dolorosi, insopportabili specie per quelli che hanno dovuto eseguire materialmente la decisione che avevamo preso tutti insieme e che aveva avuto l’approvazione del CLN e della Zona”.

L’esecuzione non era un fatto privato: questa almeno non lo era. Rinviava al rapporto col resto della banda: decisa tutti insieme. Una situazione, osserva Ezio, che favoriva sempre le scelte più drastiche. A volte nel gruppo c’era come un desiderio di superarsi, in altri casi a prevalere era il desiderio di accodarsi; in tutti e due i casi a vincere era sempre la scelta più dura. Difficile dire il perché. “Forse, quando sei giovane, dubiti di te, senti di più le tue debolezze e hai bisogno di mostrare la tua decisione prima di tutto a te stesso”.

Ai primi di febbraio quando Ezio era salito in montagna i comportamenti militari della Balilla erano ormai consolidati. “Non capivo e neppure l’ho capito in seguito, perché non si usasse di più l’arma della distruzione delle cose invece che delle persone. Ad esempio perché non far saltare la Camionale invece che andarci a fare gli agguati e a prendere le loro corriere? Perché non far crollare un viadotto sul serio e non solo un pochino? Perché dopo la Liberazione servirà a noi, dicevano. Ma noi chi? Noi cittadini italiani o gli Alleati che pensavano di dover inseguire i tedeschi verso Nord? D’accordo per non far deragliare un treno perché c’erano i passeggeri o per limitare certi danni ma il resto… Il plastico è arrivato tardissimo. Non avevamo esperti. C’erano i bobby trap, scatole con dentro quei meccanismi che anni dopo hanno usato in Corea, che fan venire giù con facilità irrisoria alberi, rocce… Ce n’erano di ingegnosissimi. Li avevamo ma nessuno sapeva adoperarli”.

Neppure dal Comando Zona avevano mai mandato qualcuno per insegnare ad usarli. Gli avevano mandato un mortaio e tra loro solo Jimmy sapeva usarlo. Dei primi due colpi di prova, a Montoggio, non avevano mai saputo dove fossero finiti. Avevano anche il plastico, fulminanti e miccia elettrica, roba fantastica vista lassù per la prima volta. Avrebbero potuto far saltare la Camionale se le missioni alleate glielo avessero chiesto. Ma non volevano. “Invece per proteggere la Sesta, dove stavano loro, i ponti li avevano buttati giù. E il trenino di Casella a chi serviva? Agli sfollati per andare al lavoro, rispondevano. Ma serviva anche ai tedeschi che ci arrivavano alle spalle quando volevano”. Era perché, oltre che della guerra, alla Balilla era stato imposto di farsi carico anche dei problemi dell’economia urbana, dal pendolarismo alla piccola borsa nera.

Ezio è contento quando la domanda gli offre la possibilità di ricostruire la complessità di una situazione. L’entusiasmo con cui aveva accolto la proposta di una versione teatrale della vicenda della Balilla non era estemporaneo. Per lo stesso motivo aveva cominciato ad immaginare le scene dell’azione e a tracciare i profili di alcuni protagonisti. Credo dipenda dal fatto che ama il disegno e pensa attraverso il disegno.

Racconta scegliendo le parole; le scandisce, le apprezza: timore è diverso da paura a sua volta diversa da angoscia o terrore. La richiesta di approfondire è accolta sempre con interesse anche quando l’argomento risulta emotivamente forte. Ezio sente che io muovo da punti di osservazione particolari, diversi dai suoi. Non lo disturba; piuttosto lo incuriosisce. Se ad esempio gli chiedo se durante la sua permanenza in montagna si lavava i piedi rimane stupito perché non riesce a immaginare in quale contesto io possa utilizzare la sua risposta. Ma cerca egualmente di rispondere in modo meditato. Sa che un punto di vista si valuta per i suoi risultati e l’unica possibilità che ha per scoprire il mio mestiere – ne è curioso – è osservarne i risultati a cose fatte.

Ezio è sinceramente interessato alla cultura. È convinto che si possa arrivare a parlare di ciò che lui ha visto battendo strade che gli sono sconosciute. Sa che l’esperienza muore con chi ne è stato protagonista. La semplice memoria di un fatto gli pare poca cosa. Solo la storia – e più della storia, aggiunge, la letteratura – è in grado di dare significato ad una esperienza. Che storia intendo scrivere delle cose che lui ha vissuto allora? Chi erano loro e chi era lui lassù? Si aspetta che io glielo dica. Una attesa discreta, conviviale, vagamente ironica che mi provoca una certa inquietudine.

Tre sedute, quasi 6 ore di registrazione per comporre un quadro dove ritorna spesso la parola “strani”, “inattesi”. Ezio definisce così la maggior parte di quelli trovati in montagna nei primi giorni del suo arrivo; “strana” è anche la situazione. Strani perché? torno a domandare. Risponde lentamente come se per la prima volta si interrogasse su quanto gli sto chiedendo. Fa i conti con una sensazione nettissima che risale però a oltre 50 anni prima. Da quelli che aveva incontrato lassù e che già conosceva, mi dice, non aveva mai sentito pronunciare, neppure timidamente, le parole della politica; non riconosceva in loro l’impegno di vecchia pezza, non sapeva di martìri familiari, non gli risultavano frequentazioni politiche: erano giovani senza parole. Per giunta molti gli erano noti come dei trasgressivi, un profilo che aveva immaginato incompatibile con l’esercito partigiano. Dunque “inattesi” e “strani” perché diversi tra loro e specialmente da lui.

Col passare dei giorni però – quando lui stesso era entrato a far parte di quella stranezza – aveva scoperto come essa derivasse proprio da quel modo di trovarsi lassù, insieme. “Lassù si facevano le riunioni, si domandava la parola, si interveniva, anzi ti sollecitavano ad intervenire. Dì qualcosa, ti chiedevano gli altri, oppure: cosa ne pensi? Volevano sapere la tua opinione. Prima di allora nessuno mai si era interessato a saperla. Al sabato fascista nessuno ci aveva mai chiesto cosa ne pensi. Così a scuola nessuno ti chiedeva cosa pensavi di quello che stava succedendo. Così a militare e in famiglia; la mia da questo punto di vista era una eccezione. Lassù, invece, l’opinione di ognuno aveva un valore”. Cosa potevano chiedere di più.

Dopo una marcia piena di dubbi se ne era convinto anche lui. “Un posto così strano, così nuovo che già per questo ti spingeva ad essere solidale con coloro che ci incontravi; a lavorare, camminare, faticare con loro. Arrivi e provi un senso di liberazione rispetto a quello che hai fuggito. La tua incolumità è sicuramente più certa di prima. Invece di essere da solo, ti trovi con altri nella tua stessa situazione tra cui alcuni che hanno maturato una certa esperienza e ti danno un bel mitra, pistole, bombe a mano. Hai la possibilità di vender cara la pelle. Una situazione materialmente e psicologicamente molto diversa rispetto all’essere nascosto in qualche appartamento dove arriva uno che dà un calcio alla porta e ti spara o ti porta a Mauthausen”.

Rispetto al mondo che aveva lasciato, che conosceva solo adunate stentoree e anonime, il partigianato era l’esatto contrario. Lassù aveva vissuto per la prima volta qualcosa che nel seguito della sua vita non aveva più provato. In condizioni normali non avrebbe mai provato affetto per Mou, il bevitore, come invece aveva avuto lassù. Lassù Mou, come tutti gli altri, come lo stesso Ezio, l’ultimo arrivato, era diventato una persona nobile perché come tutti si stava sacrificando per una causa che era di ognuno. Questo li univa. Dopo la Liberazione non si erano più frequentati ma quando si incontravano i suoi sentimenti erano gli stessi che aveva maturato allora.

Arrivato in montagna Ezio aveva trovato una formazione sperimentata, consapevole del proprio mito. Ne aveva colto la compattezza, il gusto del gesto sportivo: più abili, più pronti, più combattenti; pesci nell’acqua dello stagno di casa. Aveva notato anche la presunzione – l’eccessivo senso di sicurezza denunciato anche da Luciano – e l’intransigenza quasi inspiegabile. Non sapeva quanto fosse il segno di prove laceranti vissute nei mesi precedenti: il gappismo dell’inizio estate ’44, la selezione operata da Battista prima di partire da S. Clemente e quella successiva avvenuta tra novembre e dicembre ’44 quando la formazione si aggirava malconcia nei dintorni di Bolzaneto. Non sapeva dello “sbando”, nelle notti tra dicembre ’44 e gennaio ’45, e della paura d’essere in procinto di perdere tutto, di non uscirne vivi.

Di quelle ore io avevo saputo da Mauro: “Rastrellavano e bussavano a tutti i portoni, casa per casa. Ci aspettavamo che buttassero giù la porta. C’era un corridoio e i primi li avremmo fatti fuori facilmente dopo però sarebbe toccato a noi di uscire e di sicuro non se ne salvava neppure uno. Avevamo un piano utile solo per portarne via un po’ con noi… al cimitero”. Ezio di tutto questo non sapeva – sarò io a dirgliene per la prima volta – ma lo stile della formazione, quel modo di stare insieme e di fare la guerra, lo aveva colpito. Ci aveva riconosciuto, cogliendo nel segno, l’impronta di capi come Battista, Mauro, Luci, Luciano, Zorro, Biscia e altri. Perché i capi sono importanti: coprono i vuoti, difendono dagli errori, ti fanno vedere come si fa. Specialmente affrancano dalla solitudine che assale ogni volta che il gesto ti chiama in causa individualmente.

In particolare attorno a Battista era maturata l’unificazione sia militare sia morale e politica del gruppo. Nel racconto di Ezio il nome del comandante ritorna per tutto: combattere e cantare, le ragazze e il rapporto con la popolazione, la scelta degli uomini. Perché, come mi aveva detto Luciano, “Battista gli uomini li sceglieva”. Non sceglieva guerrieri esperti, del resto ce n’era ben pochi. Piuttosto uomini fedeli e specialmente giovani, sui quali più facilmente poteva esercitare il suo carisma o la sua autorità

Ezio usa per Battista parole come “rozzo”, “dialettale”, “pesantemente ironico verso gli studenti”, “limitato”. Ma ne fa risaltare l’autorità militare, credibile, e lo zelo nella difesa degli uomini. Richiesto di tracciarne un profilo Ezio ha scritto: “Un uomo capace di dissimulare le emozioni, temuto; meglio: rispettato da tutti. Esplicito nei rimproveri più che nell’approvazione. Si esprime solo in dialetto, come tutti lassù, ma al contrario degli altri non riesce a parlare italiano se non con difficoltà. Fa trapelare il senso dell’onestà, dell’onore, del coraggio che sia pure in modo rozzo cerca di trasferire ai subalterni. La sua dedizione alla causa comune è totale. Dal nemico è conosciuto e temuto. Il suo odio per lui è viscerale, totale come l’amore per le armi che rappresentano il potere che non ha mai potuto avere se non come cacciatore”.

Battista era un cacciatore; anche il gappismo da dove proveniva con alcuni dei suoi uomini era stata una specie di caccia. Ciò non toglie che il suo stile fosse condiviso da molti, quasi da tutti. Ezio ha detto: “Era un modo di aggredire ma anche di difendersi, di imporsi; una guerra seria che cercava di lasciare poco al caso. Per un giovane, specie per chi ha paura è rassicurante”.

 

V. Il gioco delle domande

A guerra finita si erano visti, magari una mangiata, ma non avevano parlato di quello che avevano fatto o del loro passato. Per mesi avevano dormito insieme sugli stessi giacigli senza parlare di sé e anche in seguito, quando avrebbero potuto farlo, avevano taciuto. “Forse non è un caso se la nostra conoscenza reciproca, con qualche rara eccezione, è rimasta la stessa di allora, come ci vedevamo lassù. Negli anni ’46 e ’47, avremmo potuto ancora mettere insieme le storie, ricostruire i motivi per cui ognuno di noi era salito in montagna e cosa aveva visto o sentito. Niente. Siamo tornati a pensarci solo attorno all’Ottanta, ai tempi di Pertini, quando ci hanno invitato nelle scuole a raccontare della nostra esperienza partigiana. Prima c’erano state solo le manifestazioni, i rituali del 25 aprile, i cortei, la banda, Bella ciao”. In montagna, insiste Ezio, ad unirli, oltre e più dei motivi dichiarati, erano state particolarità rimaste sconosciute.

Mentre parla, si capisce che Ezio passa in rassegna i volti dei suoi compagni di allora. “A suo tempo, dice sorridendo, avremmo dovuto fare dei test come per la patente: sei scappato da casa? I tuoi genitori come la pensavano? Ti hanno favorito? Qualche amico ti ha indirizzato? E così via. Oramai solo i pochi sopravvissuti potrebbero partecipare a questo gioco. Di tutti gli altri restano solo le maschere”.

Dei sopravvissuti della Balilla avevo già conosciuto Badoglino (n. 1927); incontrato due anni prima quando ancora lavoravo al mio libro. Croce, il comandante della brigata a cui apparteneva, me lo aveva descritto come “un ragazzo semplice e generoso”; acuto come sanno esserlo quelli che hanno conosciuto la strada. “Capace di sentire una foglia cadere dall’albero”, diceva di lui. Era stato uno dei partigiani più giovani della Sesta e con la montagna più lunga: quasi 18 mesi, un record difficilmente superabile. Il nome di battaglia alludeva ad una sua breve permanenza nel Cuneese, alla fine di settembre del 1943.

Operaio dell’Ilva, 16 anni, aveva visto passare il 25 luglio senza troppe emozioni, “una specie di festa di tutti”, rientrata rapidamente. Ricordava invece la mattina del 9 settembre e poi quelle del 10 e dell’11 come il vero inizio della sua storia: i soldati in fuga, gli operai che avevano disertato il lavoro in attesa del da farsi, il gioco, suo e di altri ragazzi come lui, del recupero delle armi sotto il naso dei tedeschi (“per nostro conto; non avevamo contatti politici”) e l’esercito degli occupanti, sprezzante, autoritario, “elegante” che li faceva sentire ancora più miserabili e arrabbiati. “Girava la voce che c’erano dei militari, alpini che non si erano arresi, in su, verso Cuneo e io con un altro ci siamo detti, andiamo da loro, a vedere”. A Cuneo, quando avevano chiesto alla proprietaria del bar della stazione dov’erano gli alpini che combattevano i tedeschi, lei li aveva ammutoliti: via, di là e non muovetevi. La stazione era piena di soldati della Wermacht alla ricerca di sbandati. “Di là”, una piccola stanza piena di scatoloni, era arrivato a tirarli fuori un coetaneo che senza tante parole li aveva messi sulla strada per Boves: avanti così poi qualcuno troverete. A Boves la loro richiesta aveva riscosso maggiore attenzione: “andate a San Giacomo e vi diranno”. Lì finalmente avevano trovato i badogliani: alpini, qualche sottufficiale, un capitano. Più di 40 giorni con loro. “Quando c’è stato il rastrellamento di Boves, anche noi siamo stati attaccati e ci siamo ritirati. Si combatteva non alla garibaldina ma come nell’esercito: in riga, dalla trincea, a sparare finché c’erano munizioni poi, se non ti avevano ucciso, ti ritiravi. Anche io ho sparato”. Alla fine si erano ritirati, per ore, nella notte, risalendo la montagna: una baita a quasi 2000 metri dove neppure ci stavamo tutti. Il capitano aveva parlato: oggi non si può; domani chissà. Aveva diviso fra i presenti la cassa e a ognuno erano toccate 500 lire. Poi via, tutti, chi da solo e chi a gruppetti. Per strada avevano incontrato una formazione di garibaldini: “ma loro erano già diversi, anche nel ritirarsi e non ci hanno voluto. Siamo al completo, ci avevano detto”.

Tornato a Bolzaneto, era stato il padre di un giovane compagno di lavoro a fargli la proposta: niente badogliani ma partigiani veri e non in Piemonte ma qui vicino a casa, nei pressi dell’Antola. Una lettera in tasca e ai primi di gennaio del ’44 era partito di nuovo, questa volta da solo. In corriera fino a Busalla poi, a piedi, a Laccio e a Torriglia. “Devo arrivare sull’Antola” aveva detto a una che vendeva frutta e verdura in paese. Lei aveva spalancato la bocca “c’è più di mezzo metro di neve”. “Ma io devo andare…”. La mattina successiva si era messo in marcia e dopo 12 ore era arrivato, di notte, nella neve, al rifugio dei Musante.

Il custode l’aveva guardato scettico: “Partigiani qui? Mai visti”. Gli aveva dato un po’ di polenta e l’aveva chiuso a chiave in una stanza. La mattina seguente, un russo – il partigiano Mikailo – con altri tre gli avevano fatto l’esame. Chi era, chi lo mandava, chi conosceva, cosa aveva visto a Boves, cosa a Genova: alla fine gli avevano detto: d’accordo, sei dei nostri, ti prendiamo. I nostri, come aveva scoperto subito dopo, non erano più di una ventina, niente in confronto a quello che avevo visto a San Giacomo, anche se lassù era finita come era finita. “Di quello che m’avevano detto a Genova non c’era niente di vero. Altro che partigiani a centinaia”. Solo un gruppetto, infreddolito, calzato e vestito alla bell’e meglio. Ma non aveva pensato di tornare indietro: “lassù era bello; c’era la calma, la neve e Moro, il commissario, un grande. Davanti al fuoco, la sera, parlava di cose che non avevo mai sentito: mi ha fatto capire che ero arrivato. Della guerra, dei fronti, delle armi, della politica, quelli come me non sapevano niente. Come immaginare l’importanza che avremmo avuto… Impossibile”.

Dall’Antola di Moro, in aprile, erano passati a Cichero con Bisagno e poi di nuovo in val Trebbia con la brigata Iori comandata da Croce. Il resto era la storia della Sesta, di tutti. Lui era stato ferito due volte, durante il rastrellamento d’agosto ’44 e poi di nuovo durante quello d’ottobre. Della Balilla aveva saputo già nell’inverno: al comando di divisione, dove era convalescente, si parlava molto delle gesta del gruppo di Bolzaneto. Fino a quando un giorno, erano i primi d’aprile del ’45 e tutti sapevano che stava finendo, al Comando era comparsa proprio una squadra della Balilla. “Portatemi con voi, vengo con voi” aveva chiesto Badoglino. Battista, che aveva visto il veterano delle due ferite e il ragazzo di Bolzaneto di cui tutti dicevano bene, aveva detto sì.

Badoglino non sapeva che erano quelli incaricati della controrappresaglia di Cravasco. Il caso aveva voluto che il ritorno tra i suoi compagni di giovinezza coincidesse con quella esperienza, terribile al punto che durante il nostro primo incontro aveva evitato di parlarne. Quando tornai da lui e gli chiesi non più della montagna ma di Bolzaneto, dei nuovi compagni, di Battista e della sua marcia con i prigionieri da fucilare, mi aveva guardato con sospetto. Poi, rassicurato, aveva detto di come i modi della banda di Battista lo avessero trovato impreparato. Poche battute sufficienti però a restituire l’angoscia provata di fronte ad una linea di condotta sconosciuta e che al momento gli era parsa inaccettabile. “Anche noi lassù avevamo fatto prigionieri: gli alpini del Vestone e poi quelli dell’autocolonna ma non ne abbiamo mai toccato nessuno. Abbiamo fatto riunioni, chiesto se volevano rimanere con noi… La nostra, lassù, era una scuola diversa, quella dei Moro, dei Croce. Avevamo per massima che gli alpini, guai, i tedeschi, guai, i fascisti… se potevi qualcuno lo facevi anche fuori ma anche con loro bisognava vedere”.

Della controrappresaglia Badoglino non amava parlare. Sapeva che anche gli altri, i compagni di allora, non ne parlavano volentieri. Una esperienza “terribile” che lo aveva “scioccato”; difficile liberarsi anche solo del pensiero. Il messaggio che la Balilla intendeva lanciare richiedeva un rispetto rigoroso della contabilità tanto ne avevano prelevato 39 invece che 36, l’esatto doppio dei fucilati dai tedeschi, solo per mettersi al riparo da qualche fuga. Tra i prigionieri c’era anche un ragazzo, il figlio di un comandante delle Brigate nere che lui durante il viaggio avrebbe voluto salvare. “Era un ragazzo, forse aveva un anno meno di me. Ma lui ha rifiutato, era convinto che lo avremmo scambiato. Non ero solo io che volevo salvarlo. Anche altri compagni non avrebbero fatto difficoltà ma lui non voleva. E poi siamo arrivati là, sul prato, quella mattina… Io sono stato male, subito, e ho continuato a vomitare per 15 giorni. Non è perché fossi giovane, no. È perché non ero come loro. Io venivo da un altro mondo”.

Badoglino è morto nel settembre del 2002. Non ricordava d’aver sentito in casa, prima di salire in montagna, una sola parola contro il fascismo. Dopo l’8 settembre aveva raccolto con dei coetanei armi e munizioni abbandonate dai soldati in fuga precisando che le avevano nascoste in depositi segreti “che conoscevano solo loro” e che “i grandi non c’entravano”. “Politica? No, né in casa, né fuori”, ha ripetuto più volte. In casa, ha aggiunto a mo’ di spiegazione, erano un mucchio di fratelli e spesso neppure sapevano cosa mangiare. A monte della partenza per Cuneo ricordava solo il suo desiderio di avventura e la rabbia: i soldati tedeschi, “eleganti, perfetti, come se andassero a una esercitazione” e i nostri che “per scappare si mettevano addosso braghe che ci stavano due volte e giacche che cadevano da tutte le parti”. I primi da disprezzare i secondi da compatire. In mezzo lui e i suoi amici – Luciano li avrebbe definiti “giovinastri” – che avevano sfidato entrambi.

Quanto al suo desiderio di raggiungere Balilla non c’erano segreti. Lì stavano i suoi amici e, con loro, sarebbe stato sicuramente tra i primi a entrare in Bolzaneto liberata. Perché di questo si parlava lassù: di tornare a casa, far vedere a tutti cosa erano diventati, cosa avevano scoperto. Lui fremeva: non metteva piede a Bolzaneto da quasi 15 mesi. Con la Balilla aveva passato 25 giorni e già i primi 4 erano bastati per fargli capire che di nuovo era capitato in un mondo sconosciuto. “Con loro guai a parlare – voleva dire, obiettare – perché se parlavi ce n’era anche per te”. Per giunta anche la sfortuna ci si era messa di mezzo. Durante quel trasferimento sciagurato, aveva detto più volte, il tentativo di salvare “il ragazzo” era stato fatto, ma quello non aveva voluto…

Non è importante stabilire se il tentativo c’era stato realmente. Forse Badoglino e qualche altro avrebbero desiderato che le cose fossero andate così: loro lo avevano graziato ma lui non si era fidato di loro e il destino si era compiuto egualmente. Ma il desiderio, di graziarlo, velleitario o retrospettivo che sia, è importante. Prova come Badoglino, allora e in seguito, potesse rispecchiarsi, senza troppa fatica, nel coetaneo con la divisa delle Brigate nere che stava scortando alla fucilazione.

Di resistenze, ha detto Badoglino, lui ne aveva visto almeno tre: con gli alpini di Boves, con Croce e poi con Battista. Si capiva a chi andavano le sue preferenze ma, ci teneva a precisare, “ci stavano tutte”. La Resistenza “l’aveva vista nascere” ma doveva riconoscere che anche lui era nato in quei mesi. Quel poco che aveva maturato, “la politica, la disciplina, il rispetto delle persone, l’amicizia” gli era venuto da lì.

Anche con Mauro (n. 1924) mi ero già incontrato, nella sede dell’Associazione Nazionale Combattenti e Reduci di Bolzaneto di cui era presidente, nei primi mesi del ’99, quando stavo concludendo il mio libro. Occhiali da vista spessi – “di giorno vedo poco e appena comincia il buio non vedo niente” – sorridente, costruttivo, diretto, Mauro della Balilla era stato un comandante, un vice di Battista. “Dopo l’8 settembre e poi nella guerra partigiana, quando i giovani sono diventati importanti, ho capito di avere un certo ascendente; la gente mi seguiva, ci credeva. Molti, anche più vecchi, oltre l’amicizia mi usavano un certo rispetto. Io – me lo riconosco – ero più maturo dell’età che avevo. Anche finito la guerra ero meno scalmanato degli altri. Ma basta; non mi chiedere altro. Chi si loda…”.

Per Mauro, figlio di toscani, carrarini, la politica era cominciata prima di salire in montagna; non in famiglia però. Il padre, operaio di Bruzzo, era arrivato a Genova, avanti la prima guerra, richiamato dalle fortune della siderurgia locale. Non aveva la tessera del fascio “perché i vecchi, al contrario dei giovani che invece erano obbligati, potevano anche non prenderla”; comunque, politica niente. “Era un bonaciun, un benpensante; non direi un opportunista ma un uomo all’antica, che pensava alla famiglia, pacificissimo. Usciva da lavorare e andava in un magazzino di vendita all’ingrosso dove camallava sacchi per pagare l’affitto. Dal ’37 poi lui e mia madre avevano preso la gestione della Società cattolica dove vendevano anche un po’ di vino. Un uomo tutto casa e figli eppure… A natale del ’44, quando la Balilla era mezza sbandata e non sapevamo più dove infilarci, lui e mia madre sono andati a stare nella Cattolica e noi, la banda, ci siamo infilati in casa loro”.

La politica invece Mauro l’aveva scoperta alla “ferriera” dove era entrato a lavorare a 17 anni, a un treno di laminazione. Era stato un capo degli attrezzisti, “già di quelli col timbro”, a “battere il chiodo” e lui si era mostrato disponibile. Non sapeva dirne il motivo. Forse, suggeriva, perché, là dentro, l’unica parola contro che si sentiva era comunismo e c’erano 4 o 5 antifascisti, più grandi di lui e di un gruppetto di amici suoi, che raccontavano di un periodo precedente quando i fascisti venivano ad aspettarli all’uscita, alle portinerie, e giù botte. Per i ragazzi erano storie nuove, sconosciute; episodi su cui rimuginavano. Non sapevano di partiti o della politica di prima del fascismo ma solo quelle storie lì, le bastonature alle portinerie, l’olio di ricino. Stavano a sentire a bocca aperta, quasi imbarazzati che una storia così importante fosse nota solo a loro. Lì era nata la loro cocca con i comunisti; “ma solo parole, nient’altro”.

Una parola dopo l’altra e quel passato era diventato anche suo e dei suoi amici. A pensare cosa era stato il fascismo, precisava Mauro, il loro era davvero un punto di vista limitato, sufficiente però – “allora eravamo dei semplici” – per decidere da che parte stavano i cattivi. All’inizio, comunque, erano state solo “parole”, come del resto quelle che i comunisti facevano tra loro. Ad esempio due comunisti importanti, notori, Parodi e Morasso, che spesso vedeva riunirsi nei fondi della Cattolica “mentre di sopra c’era mio padre, quelli che giocavano a carte e magari qualche tedesco che veniva a prendersi il quartino”. A quelle riunioni i giovani, non erano ammessi perché, ripeteva Mauro, i giovani non erano ancora diventati importanti.

Il cambiamento era cominciato solo dopo l’8 settembre. Mauro, in marina, a La Spezia, la mattina del 9 era stato caricato con altri marinai su delle tradotte e portato a Pavia da dove, “con altri di Bolzaneto” era scappato e tornato a casa. Con i contatti già maturati, a cominciare dal “soccorso rosso”, il passo successivo era risultato quasi naturale. I grandi avevano fatto dei volantini e loro, i giovani, erano andati a attaccarli qua e là. Una sera, nell’inverno tra ’43 e ’44 uno di loro era stato preso dai carabinieri. In 4 o 5 erano andati a liberarlo di notte, alla caserma: “avevamo qualche pistola ma non abbiamo faticato troppo a farlo mollare; era una situazione incerta anche per loro”. In primavera, quando nella Cattolica aveva piantato le tende il gruppetto dei Gap, Mauro aveva collaborato con loro. A metà luglio, quando erano fuggiti in montagna la sua sola preoccupazione era stata di raggiungerli. “Avevo solo paura di non arrivare a tempo”, diceva ridendo.

A tempo era arrivato ma per incappare nel rastrellamento di fine agosto ’44 dove più di tutto a colpirlo era stata “l’ingenuità” di tanti che “pensavano che bastasse lasciare le armi per salvarsi”. Loro invece, che avevano già vissuto il gappismo e gli scioperi, sapevano che “era proprio una guerra”. La Balilla, suggeriva Mauro, nata in seguito a S. Clemente, non era stata solo un gruppo bolzanetese dal marchio comunista molto pronunciato ma anche l’approdo naturale di chi, “avendo capito” come stavano le cose, la guerra la cercava sul serio.

La montagna aveva rivelato aspetti sconosciuti dei loro caratteri e creato gerarchie che poco avevano a che fare con la vita normale. Luci ad esempio. Quando Mauro era andato a prenderlo nella casa del fascista di Livellato, che aveva fatto sapere ai comunisti di Bolzaneto di portarselo via, ne aveva ricevuto una impressione diversa da quella avuta in seguito, in montagna. Lassù, col passare dei giorni, aveva visto crescere l’ascendente di Luci; la metamorfosi “straordinaria” di un ragazzo che veniva da “una famiglia normale neppure proprio antifascista”: una sorella monaca, un padre che suonava il mandolino, divenuto un temerario che non aveva paura di niente. “Non saprei spiegare; non incuteva paura, piuttosto trasmetteva sicurezza, determinazione. Un numero segreto più degli altri, quasi un fenomeno fisico, più da guardare che da seguire. Non lo faceva per esibirsi, no; era nel suo carattere ma era uscito lassù”. E come lui tanti altri.

Zorro (n. 1920) ad esempio, uno che lavorava con Mauro e che come lui, prima dell’estate del ’44, aveva fiancheggiato i Gap, aveva un padre moderatamente antifascista, comunque “non da piazza”. Eppure a dicembre del ’44, quando erano arrivati nelle vicinanze di Bolzaneto – pochi ma sempre troppi per muoversi assieme – si era rivelato un capo tanto che i comandi delle loro due squadre erano: Battista e Zorro da una parte, Luci e Mauro dall’altra. Tre giovani e solo un “grande”: era la rappresentazione fedele della Resistenza armata e della parte durissima che ai giovani era toccata.

“Sono state settimane, mesi terribili per tutti perché quando chiudi gli occhi la sera e pensi ai 39 di Cravasco stesi là e a tutti gli altri che hanno incrociato la nostra strada non è che dormi tranquillo. L’hai fatto con convinzione, con decisioni prese d’accordo con tutti gli altri, col favore dei comandi superiori, delle missioni alleate e tutto il resto, ma c’è sempre qualcosa che non puoi mettere a dormire”. Tra loro, ha confermato Mauro, c’erano state delle differenze. In certe occasioni c’era stato chi non aveva voluto sparare. “Gente che, il rimorso, se così si può chiamare, lo ha avuto prima e non dopo. Lo capisco; non era facile; non è mai facile. Neppure prendere una spia confessa e fucilarla è facile. Facevamo le cose seriamente, processi con la p minuscola ma dove prima di decidere cercavamo di accertare i fatti, le responsabilità. Ho visto però tante volte tra noi, anche di fronte alla confessione spontanea o alla prova certa, l’esitazione, i restii. Li capivo. Hai di fronte una persona viva, magari un gran bastardo ma un uomo come te. Lì conta solo la determinazione. Ha fatto la spia, cosa vuoi che facciamo? Che lo liberiamo? Non ero d’accordo con chi esitava. Piuttosto non mi piaceva far scavare la fossa, una cosa che ho visto male dal primo giorno. Fucilare non mi dava grossi problemi ma far scavare una fossa era una tortura e non mi piaceva. Era una di quelle classiche deviazioni che c’erano e ci sono da una parte e dall’altra.

“L’uomo nella guerra è una bestia. Della guerra non si può parlare come abbiamo fatto noi due, qui, seduti, tranquilli… Non sapevi; facevi. Combattevi per colpire, per difenderti, per affermarti. La guerra travolge; ti obbliga”.

Gli ingredienti della storia di Mauro sono comuni ad altre di quell’epoca e di quel campo: l’incontro con “i più grandi”, i comunisti della fabbrica, la fascinazione delle loro storie che riportano ad una epoca precedente quando erano stati sconfitti. Conosce la solidarietà elementare e di classe, il Soccorso rosso, le prime azioni: i volantini affissi di notte, la liberazione – importantissima, una svolta nel loro comportamento – del compagno prigioniero in caserma e poi, tra la primavera e l’estate del ’44, il sostegno ai Gap di Battista, la convinzione che il tempo della rivincita fosse finalmente arrivato. Mauro amava ripeterlo: solo dall’estate ’44 i giovani erano diventati importanti e la marcia era stata graduale. Le date di nascita dei 4 gappisti del gruppo di Bolzaneto erano la prova del cambio di generazione: a fianco di Battista, 36 anni, c’erano due ragazzi di venti e uno di 21. Non era più il tempo della raccolta dell’obolo né dei volantini. Erano i giovani a fare la guerra anche perché i bandi cercavano proprio loro, i giovani. Tutte le risorse dell’organizzazione erano per loro: per proteggerli, alimentarli, armarli.

Dalla famiglia, Mauro non ha ricevuto le parole dell’antifascismo ma il credito e il rispetto per le sue scelte sì. La madre era stata l’ultima da cui si era congedato prima di salire in montagna. Erano stati i genitori che, d’accordo, spontaneamente e “senza fare tante parole”, avevano lasciato alla vigilia di natale del ’44 la loro casa agli sbandati della Balilla. Ancora la madre aveva portato da mangiare al gruppetto dei rifugiati: “Arrivava silenziosa con le sue borse, metteva giù la roba, ripartiva con qualcosa dentro… Camminava senza neppure guardarsi dietro, calma”. Il suo modo d’essere partigiano era uscito segnato dai comunisti conosciuti alla ferriera, dai Gap e dalla personalità di Battista e da quel dicembre ’44 quando il nemico perquisiva una dopo l’altra le case vicine a quella dove erano riparati e loro fermi, in silenzio, dietro alle persiane con i mitra puntati, a contare i secondi. Ma non era tutto: alle spalle c’era una famiglia con la rettitudine, la pulizia e la lealtà che ne attraversavano ogni gesto.

Io, dice Bufalo (n. 1927), uno come Mauro lo mettevo già tra i “grandi”. Quando a metà ottobre del ’44 era arrivato in montagna a San Clemente, lui aveva 17 anni e Mauro 20. Era il suo secondo tentativo di raggiungere i partigiani. Il primo, precedente di qualche settimana, sempre con Bill, il fratello, un anno più di lui, verso Voghera, in treno, di nascosto. Avevano lasciato un biglietto sul tavolo: “andiamo via coi partigiani”. A Voghera i partigiani non li avevano trovati ma a Bolzaneto, del loro viaggio a vuoto, qualcuno doveva aver saputo perché pochi giorni dopo l’aveva fermato Settimio, uno della Bruzzo, uno dei “vecchi”, che sul tentativo fallito gli aveva fatto domande.

– Davvero vuoi andare in montagna, dai partigiani?
– Sì, sono stufo di fare questa vita. Sono scappato per andare coi partigiani ma non li ho trovati.

“Non si poteva uscire che subito c’era qualcuno che ti chiedeva i documenti, ti imponeva… Una sera esco dal cinema e lì fuori c’è uno stupido armato, uno giovane, una brigata nera che mi punta, a me, un ragazzo di 16 anni, e comincia: documenti. Non ci ho più visto e l’ho pestato; ma bene eh. Davo di pugilato, leggeri, alla palestra Della Rovere a Genova. Ero bravo, capace di difendermi. Mio fratello lo avevano preso in un rastrellamento e aveva fatto una settimana a Marassi. Io quella gente la odiavo”.

Della seconda partenza per la montagna – lui, il fratello e un amico – la madre era stata avvisata. Era mattina, li aveva salutati sulla porta dandogli qualcosa da portar con sé, da mangiare. Il padre invece era rimasto a letto, piangeva. “Avevo un fratello, del ’21, un sommergibilista che aveva affondato la Maryland, preso in Francia a Bordeaux, in un campo di concentramento in Germania. Un altro fratello era prigioniero degli americani in Sardegna. Quando io e quell’altro siamo andati in montagna di 4 figli in casa non ce n’era più nessuno. I miei piangevano sempre”.

Avevano seguito le indicazioni date da Settimio: da Genova prendere il treno per Casella dove qualcuno li avrebbe guidati. Così era stato ed erano arrivati in val Brevenna dove una donna gli aveva consegnato una scatola da scarpe piena di fazzoletti rossi – “ne ho uno ancora in casa” – da portare al Comando Zona, a Carrega. Lì un tale, che li conosceva per aver lavorato con suo fratello, gli aveva dato un fucile, un 91, “più alto di me, senza cinghia e con due o tre pallottole”. Così, dopo una rapida scazzottata col fratello, che aveva approfittato della sua relazione per farsi dare il nome di battaglia di Bill che Bufalo avrebbe invece voluto per sé, era entrato nei partigiani. Il giorno dopo erano a S. Clemente con gli altri di Bolzaneto.

Facce sconosciute solo in parte. Luci ad esempio lo aveva conosciuto sul lavoro, all’Ilva, e a dir la verità, neppure gli era parso “troppo furbo”. Solo quando l’aveva visto all’opera ne aveva avuto una impressione tutta differente. Un altro che conosceva da prima era Luciano: vicino di casa; “un ragazzo calmo, normale quasi più degli altri, con poche amicizie; lo vedevi più solo che in compagnia”. Ma lassù anche lui, come Luci, gli era apparso diverso. In montagna tutti quelli Bufalo aveva conosciuto da prima erano cambiati, diversi. “Le azioni per lo più le facevano i più anziani, come Luci e Luciano. A volte neppure ci portavano con loro, altre sì”.

Bufalo dice di aver cercato i partigiani per spirito d’avventura anche se ammette che “una certa idea” dentro già l’aveva. Del fascismo lui conosceva solo il presente, le Brigate nere e le odiava; del passato sapeva che il padre doveva entrare in ferrovia ma non l’avevano preso per motivi politici e aveva dovuto fare il muratore. Una volta erano perfino venuti a prenderlo a casa; l’aveva denunciato un fascista, un vicino. “Mia madre – l’ho davanti come se ancora la vedessi – è venuta sulla porta con tutti noi 4 fratelli in fila, io ero l’ultimo, il più piccolo. Stavamo al pianterreno. Ha detto solo: se portate via lui portate via anche questi 4. Quella volta era finità lì”. Quanto a suo padre non è che facesse quelle gran parole. Se a casa venivano i suoi amici si capiva che erano gente contro ma loro, i ragazzi, non ne sapevano niente. Era un limite grave ma quando il mondo all’improvviso gli era venuto addosso la loro fortuna era stata l’avere già una mentalità da grandi: “andavamo tutti a lavorare, eravamo uomini non ragazzi. Forse anche per questo la vita partigiana ci ha dato molto”.

Dal campo dei prigionieri erano partiti la mattina e avevano camminato tutto il giorno, la notte e poi ancora tutto l’indomani. “Non passavamo nei paesi; solo nei boschi. A Cravasco siamo arrivati la mattina prima di mezzogiorno. In giro non si vedeva nessuno. Non è vero che gli abbiamo dato il volantino con la decisione… Loro credevano di essere lì per un cambio ma, quando siamo arrivati sul prato del cimitero, Battista gli ha detto: vi abbiamo portato qui perché è il posto dove hanno ammazzato i nostri compagni; questa è una rappresaglia. Allora abbiamo cominciato a sparare. Solo un tedesco ha cercato di scappare ma ha fatto poca strada. Era un graduato e se l’era data. Gli italiani, i fascisti, erano convinti del cambio; i tedeschi invece diffidavano. Avevamo tutti fucili mitragliatori. Battista un marlin, io una maschinpistol; c’era anche un bren. Poi il prete ha chiamato i tedeschi e gli ha detto: venite a prenderli, i partigiani non vi fanno niente basta che non tocchiate il paese. Perché la volta precedente, quando loro avevano fucilato i 20, avevano anche bruciato il paese. Così Battista quando ha avvisato il prete che venissero a prendersi i morti, gli ha detto anche che non toccassero il paese sennò gli avremmo dato il resto.

“Io avevo 17 anni come Badoglino e uno più di Terribile, un altro ragazzo che era lì. Ero giovane e una cosa così… Badoglino e Terribile si erano ritirati dall’azione, andati da una parte. E poi per dire la verità chi ha sparato tanto quel giorno era la gente più esperta, più grande. Loro sparavano per davvero. Anche io ho sparato ma una raffica e poi basta. Praticamente sono stato a vedere. Dovevamo pensare a quello che avevano fatto ai nostri… ma in quei momenti ti scappa tutta la poesia che c’è. E non torna più.

“Sono tornato dalla guerra partigiana che compivo i 18 anni; diverso da come ero partito. Lassù abbiamo visto e fatto cose che ci hanno cambiato la vita. Ci hanno dato molto ma tolto definitivamente la giovinezza. La gioventù non l’ho conosciuta. Anche Cravasco ha avuto la sua parte”.

Da allora era stata solo una lunga corsa. Sposato a 22 anni, licenziato dall’Ilva, trasfertista, finito alle dipendenze di una raffineria aveva sempre lavorato “come una bestia”. Non gli era rimasta nessuna mentalità guerriera. “Solo le divise… non le ho mai potute vedere, neanche oggi”.

La sua storia? L’avventura, la ribellione contro l’ingiustizia che aveva condannato il padre a un lavoro che non era un lavoro, una madre dolente che li aveva schierati davanti ai fascisti, sfidandoli: “prendetevi anche loro”. Poi ci sono “i vecchi” come Settimio e altri “che sapevano le cose”. Infine i giovani che lassù gli erano apparsi “diversi” da come li aveva conosciuti, come diverso era diventato anche lui.

A incontrare Johnson (cl. 1923), nella sede dell’ANPI di Bolzaneto, mi ha accompagnato Ezio. “Johnson, mi dice, è buon esempio di quello che sapevamo e non sapevamo di noi. Sapevo che era un renitente e che aveva quel nome per via della Johnson & Johnson di New York, produttrice dei callifughi che suo padre vendeva su un banchetto sotto la ferrovia, alla stazione di Sampierdarena. Uno che vendeva su una bancarella callifughi, lamette da barba, la produzione della J & J, non poteva essere un anarchico, un rivoluzionario; semmai un mite. Eppure suo figlio era andato in montagna prima di me”.

Johnson tratta il suo partigianato con disinvoltura e al tempo stesso con uno stupore divertito. Non ero uno di quelli che alle cose ci pensava molto, dice quasi scusandosi dei suoi ricordi un po’ confusi. Militare di marina, nel 1943, a Pola, era stato imbarcato sulla corazzata Giulio Cesare. Sulle navi da guerra erano i clan a comandare e, tra loro, quelli che controllavano il mangiare avevano un potere enorme. Lui, pivello del clan dei genovesi, “uno dei più forti con quello dei siciliani e dei napoletani”, era stato addetto alla caffetteria; una fortuna con cui aveva guadagnato la sua prima licenza. Doveva rientrare il 9 settembre e stava andando a prendere il treno quando aveva incontrato uno che gli aveva detto: ma dove vai, non sai cosa è successo, lascia perdere… Così era rimasto a casa. Tra lavori, lavoretti e un po’ di fortuna – “ma non sapevo neppure di averla avuta” – era riuscito a superare l’estate del ’44 fino a quando uno del suo bar, “uno che si sapeva che tirava un po’ da quella parte”, gli aveva detto: guarda che qui i tedeschi o ti fucilano o ti deportano.

– Ma dove posso andare?”
– Con quelli che stanno sui monti”.
– Dove sono?”
– Ma tu ci vuoi proprio andare?”

Ad accompagnarlo era stato proprio quel tipo. Mentre racconta Johnson ci tiene a sottolineare il suo stupore: aveva fatto la cosa giusta ma non ricorda d’aver avuto in testa una sola parola di quelle che in seguito aveva scoperto lassù: “politica, democrazia, destra, sinistra, antifascismo; niente”. Per non dire che almeno fino a 20 anni – lavorava al Delta dove facevano bossoli – non gli dispiaceva lavorare per la patria. Anzi, aggiunge ridendo, “credo di essere stato proprio un fascistello di quelli che si eccitavano ai discorsi del duce”. Del suo arrivo in montagna, ai primi di ottobre del ’44, avevano saputo anche quelli di Bolzaneto accantonati a San Clemente che gli avevano fatto arrivare un messaggio: perché non vieni con noi? Johnson naturalmente ne conosceva più di uno. Luci ad esempio, che però, a suo tempo, gli era sembrato “scialbo, una nullità” tanto che non pensava di trovarlo lassù. Una figura secondaria come anche il padre, “uno sempre vestito di scuro, col cappello; un credente”. Invece, lassù aveva scoperto un Luci sconosciuto che aveva messo a disposizione del nuovo arrivato la sua esperienza. La prima regola della loro guerra, gli aveva detto, era “sparare sempre per primo; attaccare e darsela a gambe”. Il nemico faccia a faccia, Johnson non lo aveva mai incontrato ma col passare delle settimane si era convinto che fossero parole piene di buon senso.

Nei 7 mesi passati in montagna Johnson non ricordava occasioni in cui si era sentito un coraggioso; al contrario. Col senno di poi si sarebbe definito una via di mezzo tra innocente e irresponsabile, uno scemelan che non capiva neppure i pericoli che si correvano. “Ero salito come se fossi andato in campagna. All’inizio tutto era una novità, una specie di gioco. A quell’età si pensa che le cose possano succedere solo agli altri, mai a noi. Non capivo neppure il ruolo che avrei dovuto avere. Mi ricordo di quando mi avevano dato uno sten; mi aveva fatto piacere ma lì per lì mi era sembrato un giocattolo”.

Aveva partecipato all’avvicinamento a Bolzaneto in novembre e vissuto la crisi di fine dicembre ’44 quando “non sapevamo dove sbattere la testa” e Battista aveva dato il permesso a lui e altri 3 di dormire a casa sua, con la madre, due zie, una nonna. Da lì – “irresponsabili, oggi non mi vengono altre parole” – uscivano la notte per andare a fare le azioni. Rispetto a quando era salito, le motivazioni erano cresciute un po’ ma non di molto. “Eravamo un gruppo straordinario, di amici, di compagni. Facevamo tutto insieme come in un gioco”. Tra loro c’erano quelli più bravi, a pensare, decidere, sparare; quelli a cui Johnson aveva affidato volentieri il compito di guidarlo.

L’idea di Ezio di un pacchetto di domande, le stesse per tutti, dirette a ricostruire i diversi approdi al partigianato è buona ma, di comune accordo, decidiamo almeno temporaneamente di soprassedere. Ho anche l’impressione che covi un po’ di delusione: come se le storie che abbiamo raccolto non fossero utili a diradare la nebbia sulle ragioni di chi era salito in montagna.

In verità la nostra piccola inchiesta conferma la sua l’intuizione come anche le parole di Luciano: per essere lì non bastava aver scelto una volta sola. Lassù si arrivava per motivi diversi, con diverse storie alle spalle e ci si fermava per motivi che a volte si aggiungevano o più spesso si sostituivano ai precedenti. Lassù ognuno aveva contribuito con gli altri a dar vita ad una realtà dove le motivazioni personali di ciascuno erano state riplasmate. Una miscela forte che aveva in parte trasformato il bagaglio con cui in origine ognuno di loro era salito ai monti. La patente di partigiano non era la patente di guida che superato l’esame ti viene data per sempre o quasi. Piuttosto una scelta, un legame che si rinnovava sul campo. A maggior ragione quando – lo ha fatto notare Ezio – era difficile andarsene; almeno dalla Balilla.

C’è un’altra osservazione di Luciano che dopo i colloqui con Bufalo, Badoglino, Johnson, Mauro e lo stesso Ezio ha assunto sempre più rilievo. Riguarda la provenienza operaia, dalle fabbriche, della maggior parte dei componenti del gruppo. Che peso aveva avuto sui loro comportamenti? Bufalo ha detto: non sapevamo di fascismo e di politica ma di fronte al mondo che ci era caduto addosso la nostra fortuna era che “andavamo tutti a lavorare, eravamo uomini non ragazzi. Forse anche per questo la vita partigiana ci ha dato molto”. È meno di quanto succede a Mauro che in fabbrica aveva incontrato anche il comunista che gli aveva “battuto il chiodo” ma simile all’esperienza di Badoglino che in fabbrica aveva conosciuto solo altri come lui, insofferenti, arrabbiati. Invece Luciano della fabbrica aveva apprezzato l’ordine, la disciplina; aveva studiato per diventare un “capo” e appena entrato gli era stata attribuita una responsabilità che lo toglieva dal rango dei generici. Un sentimento complesso che in montagna si era trasformato: “eravamo prevenuti nei confronti di quelli che avevano studiato. Avevamo paura che ci mettessero nel sacco, che ci fregassero. Ci sentivamo operai che volevano emanciparsi da quelli che avevano la cultura, il potere”.

Nel caso della Balilla, la provenienza dalla fabbrica della maggior parte dei giovani partigiani non aveva funzionato come un richiamo alla “classe” che allora sarebbe stato anacronistico essendo la parola bandita e dimenticata, come banditi erano i socialisti e i comunisti, gli unici a conoscerne il significato. Niente classe ma massa numerica sì, moltitudine comandata dalle sirene che entrava e usciva dalle portinerie sotto gli occhi ostili della sorveglianza e le cui abitazioni e i quartieri erano considerati dall’autorità una penosa ma inevitabile propaggine dello stabilimento. Una moltitudine dai movimenti scanditi da orari, turni, cottimi: governata dalla gerarchia, sottoposta agli umori degli operai più anziani e a regole cervellotiche come il divieto del fumo, causa prima di infinite bruciature degli abiti da lavoro dove all’occorrenza venivano nascosti i mozziconi ancora accesi. Loro, gli operai più giovani, avevano l’insofferenza di chi ancora non era stato modellato dal sistema repressivo che invece aveva impastato i più vecchi al punto da rendergli estraneo il più semplice pensiero di ribellione. In fabbrica capitava spesso che i giovani provocassero, anche con scherzi feroci, i comportamenti paurosi degli anziani, ma le cose sarebbero finite lì se non ci fosse stata quella storia dei bandi. Nate in fabbrica la trasgressione e la voglia di insubordinazione dei “giovinastri”, come pudicamente sia Badoglino sia Luciano li avevano chiamati, erano finite direttamente nella loro guerra che era diventata così, oltre che patriottica e del CLN, guerra all’autorità, ai capetti, ai riti del lavoro, risultato della convinzione di essere molto ma di non contare nulla. Tanti, riflettendo sui loro sentimenti d’allora, ricordavano d’aver pensato che dopo quella guerra i giovani non avrebbero dovuto aspettare 20 anni e diventare vecchi per sentirsi o essere considerati qualcuno. In questo senso la fabbrica c’entrava eccome ma non come qualcuno avrebbe voluto per sottolineare la nobiltà della loro militanza; piuttosto per segnalarne la rabbia e una particolare aggressività.

Ezio ha organizzato e partecipato ai miei incontri con Mauro, Bufalo, Johnson. Partecipazione discreta ma importante: è stato l’avallo della mia inchiesta. È intervenuto raramente come del resto gli avevo raccomandato. A volte le parole dei suoi vecchi compagni lo hanno sorpreso. Non per le inevitabili differenze di punti di vista a proposito di un fatto ma per il personale rapporto che ognuno di loro rivelava col proprio partigianato. Era la conferma della sua intuizione: “eravamo saliti in montagna per motivi diversi, una diversità che però non si rivelava nel modo di agire che invece rigorosamente ci omologava l’uno all’altro”. Diverse erano invece le rispettive storie e i modi di pensare: le loro parole ne hanno conservato, sia pure vaghe, le tracce.

– Ti è sembrato utile? Ho chiesto a Ezio.
– È strano; ci siamo frequentati per anni senza mai farci domande. Non credo per paura di scoprire differenze; piuttosto perché non pensavamo che ce ne fossero.
– Hai visto in loro, chiedo, persone diverse da allora?
– Sì e no. Riconosco le parole, i gesti, le battute; ma è come se ne vedessi anche una parte che mi era rimasta sconosciuta, una specie di completamento dell’immagine di allora.

 

VI. La battaglia della Sella

La battaglia della Sella, combattuta dagli uomini della Balilla contro un numero imprecisato (“da 30 a 40”) di soldati tedeschi, cominciò sabato 14 aprile poco prima di mezzogiorno e finì meno di un’ora dopo. In seguito, la sua ricostruzione, al contrario di altri episodi militari di cui la Balilla era stata protagonista, risultò difficile e colma di incertezze. I sopravvissuti, interrogati, ne hanno data più di una versione a cominciare da quanto era durata. “E’ un altro aspetto paradossale del ricordo, ha detto Ezio. Feriti, morti, sangue, urla da rabbrividire ma con precisione vedo solo un grilletto di pasta appoggiato sul tavolo, il pranzo di mezzogiorno del distaccamento. Forse era già pronto quando hanno cominciato a sparare”.

Alla fine i tedeschi si erano ritirati lasciando sul campo 2 feriti gravi morti poco dopo e una notevole quantità di armi. Nel campo partigiano i morti furono due: Lino, 20 anni appena compiuti, la cui morte aveva dato il via allo scontro, e Luci, 22 anni, colpito nella fase finale e morto due giorni dopo, il 16, in seguito alle ferite.

La formazione tedesca, evitando i percorsi tradizionali sui quali era attivo il controllo delle pattuglie della Balilla, era riuscita a guadagnare, percorrendo un sentiero ritenuto fino a quel momento inaccessibile e pertanto non sorvegliato, una posizione che sovrastava “la Sella”, i prati e i due piccoli nuclei di case, Sella e Cravasco di Sella, dove quella mattina, sparpagliati e incuranti, si muovevano i partigiani. Il 14 era una bella giornata di primavera e il sole cominciava a essere caldo. A parte la sensazione, piacevole e comune a tutti, di essere agli ultimi fuochi, era stato deciso che la giornata dovesse essere dedicata alla messa a punto delle armi, in particolare i nuovi Marlin, personale omaggio della missione inglese a Battista e ai suoi. Era il motivo per cui, eccezionalmente, tutte le squadre si trovavano contemporaneamente al campo della Sella. “Tutti lì in giro a sparacchiare” ha detto Mauro. Per lo stesso motivo quando da parte tedesca erano partiti i primi colpi nessuno si era messo in allarme.

Si avvicinava mezzogiorno che combinato al fatto di essere alla Sella comportava un piatto caldo di pasta. Ezio e Lino si erano attardati nella bottega del falegname a pulire i loro “vecchi” mitra Beretta. Per loro, ultimi arrivati, niente armi nuove riservate invece al gruppo di fuoco, gli anziani. Dalla bottega del falegname erano usciti insieme per raggiungere a un centinaio di metri un dorso pianeggiante dove avevano incontrato Alvaro, quello degli scherzi e una paio d’altri, reduci da una pattuglia. Alvaro chiacchierava e spaziava l’orizzonte con i suoi binocoli; era l’unico oltre Battista a possederne un paio. A un certo punto, con la solita faccia, quella degli scherzi, aveva guardato i due pivelli – in realtà era più giovane di loro ma aveva più mesi da partigiano – e li aveva apostrofati, in dialetto, “ragazzi, mi sembra di vedere i tedeschi”. Ezio gli aveva preso di mano il binocolo e aveva puntato. “Come il fotogramma d’un film. L’elmetto visto di fronte e, sotto, la canna della mitragliatrice, una sega di Hitler. Stava mettendo a posto il mirino. Ha capito che l’avevamo visto e s’è messo a sparare”. Lino era caduto colpito alla gola, non aveva più detto una parola ed era morto di lì a poco. Tra quelli che erano lì attorno c’era stato il fuggi fuggi, prima per coprirsi poi per raggiungere una zona al riparo dal tiro della mitragliatrice. “I tedeschi, dice Ezio, erano arrivati in un posto sopra di noi dove solo dei buoni soldati potevano arrivare ma noi non ce ne eravamo accorti. Li aspettavamo sul sentiero mentre loro erano già lassù”.

In effetti il punto raggiunto dai tedeschi era tale da tenere facilmente sotto tiro tutta la Sella e i prati circostanti dove quella mattina d’aprile si aggiravano “sparacchiando” i partigiani della Balilla. Si sentivano sicuri, avevano le pattuglie che andavano, venivano, controllavano. Avevano specialmente la convinzione che la loro tattica di movimenti rapidi e continui avesse definitivamente disorientato il nemico. Erano loro i cacciatori e giorno dopo giorno si erano convinti d’aver scoperto la tattica vincente. Ne era derivato un ingiustificato senso di impunità aumentato dal muoversi su un terreno conosciuto e dalla loro fama che non lasciava dubbi sulla fine riservata agli informatori al servizio del nemico. Così erano arrivati a considerare la Sella, il loro campo base, un luogo sicuro, inaccessibile. Il patto dichiarato con gli abitanti del posto, diverse famiglie, uomini, donne, bambini, era stato: noi né qui, né attorno, colpiremo mai e voi, case, persone, bestiame sarete al riparo da qualsiasi rappresaglia.

Una ingenuità dato che la loro base non era certo rimasta sconosciuta al nemico. Era già successo una volta che una colonna di una trentina di Brigate nere si addentrasse casualmente nel perimetro protetto. L’avevano attaccata di sorpresa infliggendole 9 morti e quasi altrettanti feriti gravi. Anche i partigiani, malgrado il vantaggio della sorpresa, avevano avuto tre feriti. “Mandate uno dei vostri a cercare aiuto per i feriti e poi vi lasceremo liberi” avevano detto i partigiani al sottotenente comandante della colonna. In altre condizioni la partita con loro sarebbe stata chiusa diversamente ma in quel caso era necessario distogliere la loro attenzione dalla Sella. Non era servito ad evitare i rastrellamenti dei giorni successivi ma la base non era stata toccata.

Il 14 però i tedeschi non erano capitati lassù per caso. Chissà perché ci si rifiutava di pensare che i soldati di un esercito vero potessero muoversi anche sui sentieri da capre e non, come i repubblichini, solo sulle normali sterrate. Non averlo previsto aveva tra l’altro mostrato come i partigiani della Balilla non avessero piani utili a fronteggiare un attacco di sorpresa. Quando la sega aveva cominciato a battere, qualcuno era scappato, qualcuno aveva cercato di mettersi al coperto per studiare il da farsi, i più animosi avevano cercato il contrattacco. Tra questi Mauro, Fachiro e altri 4 o 5 che casualmente quella mattina si erano trovati a Cravasco di Sella, sul lato opposto dell’abitato di Sella, una posizione defilata e fuori vista rispetto alla posizione occupata dai tedeschi. A sparatoria iniziata, messi in allarme oltre che dagli spari da qualcuno del posto, avevano risalito la collina sbucando di sorpresa a poca distanza da dove i germanici sparavano. “Non è che avessero fatto una trincea, sparavano tranquilli, dall’alto”, ricordava Mauro. Fachiro, diventato da qualche settimana il più bravo nell’uso del bazooka, era riuscito con un colpo fortunato a centrare il gruppo addetto al mitragliatore. Era stata la svolta della battaglia. La massa di fuoco dei nuovi marlin e la decisione dei partigiani aveva convinto il gruppo tedesco a ritirarsi. “Non fuggivano; si ritiravano da soldati. Ogni tanto un gruppetto si fermava e ci sparava mentre gli altri continuavano a ritirarsi”. Era stato allora, alla fine, a battaglia finita quando ormai i partigiani sparavano “in piedi” sui tedeschi lontani sotto di loro che Luci si era beccato una pallottola nella pancia.

La fine dello scontro era stato l’inizio del caos. Quanti erano i morti e i feriti partigiani? Come avevano fatto i tedeschi a raggiungere indisturbati la località che sovrastava la Sella senza che le pattuglie avessero dato l’allarme? Rabbia, incredulità nel prendere atto che avevano raggiunto la posizione lungo un percorso che il comando della Balilla non aveva mai previsto di dover presidiare, quasi fosse accessibile solo a loro, ai partigiani. Per non dire della sorpresa: da quanto erano lì a tenerli sotto tiro? Cosa sapevano della Sella? Avevano cominciato a sparare quando probabilmente si erano resi conto di essere entrati nel binocolo di Alvaro e poi di Ezio, quando la Balilla era ancora poco concentrata, e senza prevedere l’esistenza del bazooka. Si erano ritirati, con ordine, lasciando alle spalle i feriti gravi, con idee precise su quello che avrebbero dovuto fare alla mossa successiva. Di quest’ultimo aspetto erano perfettamente coscienti sia gli abitanti della Sella sia Battista e i vari comandanti della Balilla.

Le conseguenze che lo scontro minacciava di avere sulla popolazione civile era l’altra fonte di caos. La rappresaglia di Cravasco era troppo fresca per illudersi che alla Sella le cose sarebbero andate diversamente. Dei feriti si doveva occupare la popolazione, ricoverarli, curarli se possibile, se no fare in modo di farli scomparire. Proprio sulla popolazione della Sella incombevano ormai i rischi maggiori. Il copione sarebbe stato il solito: incendio, ostaggi, stalle svuotate, forse qualche locale fucilato, comunque una rappresaglia dura. Tutti ne erano certi al punto che, appena finito lo scontro, già c’era chi raccoglieva familiari, animali e masserizie per porsi alla ricerca di un rifugio. Alla Sella i partigiani non avevano mai goduto di un particolare favore ma, almeno inizialmente, il loro campo base era stato una sorta di Svizzera, un luogo laico senza il rischio del coinvolgimento. Ora cambiava tutto. La popolazione si trovava improvvisamente in prima fila, dove non intendeva stare, mentre i partigiani dovevano smobilitare alla svelta i loro depositi di armi, documenti, il bottino di guerra che proprio alla Sella si era accumulato una settimana dopo l’altra.

Sopra ogni movimento di quelle ore incombeva la stessa domanda: quando sarebbero tornati i tedeschi? E cosa avrebbero fatto questa volta? A parte la morte di Lino, e la ferita di Luci che da subito era apparsa gravissima, la situazione si era di colpo rovesciata. Come ci si sarebbe dovuti comportare di fronte ad una rappresaglia? Raddoppiare come a Cravasco o lasciare il campo per un po’? Intanto bisognava trovare il modo di far arrivare un medico da Bolzaneto a Montoggio dove Luci, deposto su una scala a pioli era stato trasportato a spalle dai suoi. Poi avvisare i familiari… Non era questione marginale anche in quel clima di guerra. Non si poteva ignorare la continuità del tessuto dentro cui si erano mossi sino ad allora; avevano regole da rispettare. Il 15 da Bolzaneto, su una ambulanza, scortato da “sapisti”, era arrivato il clinico Catterina convocato dal solito Morasso. Gli era bastata una occhiata: no, niente da fare, aveva detto. Ne avrà per poco. Stategli vicino. Loro, i suoi compagni, a piangere e lui, il medico, che gli aveva ricordato cosa stavano facendo: siete in guerra, qualcuno deve morire. Le lacrime cominciate il 15 erano continuate il 16 quando Luci era morto e poi il 17 quando nella chiesa di Montoggio c’erano stati i funerali di Luci e Lino.

Funerali grandiosi; la chiesa addobbata a lutto ma con mazzi di fiori di campo e la bandiera rossa della brigata, la popolazione, loro, gli eroi, piangenti e le ragazze che li compativano. Il pianto, una cosa giovane, fresca contribuiva a fare dei partigiani le persone comuni che erano. Un funerale straordinario ma anche normale, con i parenti, la chiesa, i fiori, il prete: una sfrontatezza, la prova che il senso di impunità non li aveva abbandonati. “Se fossero arrivati con due camion – è Ezio a parlare – non sarebbero bastate certo le 2 squadre messe di guardia. Ci comportavamo come se la guerra fosse lontana. Avevamo deciso che quel giorno non sarebbero arrivati”.

Un funerale celebrato in modo clamoroso per provare che erano stati i partigiani a vincere lo scontro diretto. Con loro c’era tutto il paese, una manifestazione di affetto, di partecipazione. Con la morte in battaglia si concretava in modo definitivo l’immagine del sacrificio che quei ragazzi stavano facendo. “In vita potevano considerarci degli sbandati, gente poco affidabile, che va in giro per spirito di avventura… Così fino a quando due di noi erano morti”. La morte cambiava tutto. Era il sacrificio che avvalorava ciò che fino ad allora avevano fatto. Era stata l’occasione offerta a chi dubitava per modificare il proprio atteggiamento verso la Resistenza. ” I partigiani ci morivano pure; non andavano solo in giro armati o a mangiare nelle trattorie senza pagare il conto”.

Prima di abbandonare la Sella era stata conclusa l’inchiesta per scoprire chi dei dintorni avesse guidato i tedeschi lassù. Il 18 l’interrogatorio – condotto in modo crudele, dirà poi qualcuno – era terminato con la fucilazione della spia. Il processo contro la quinta colonna aveva avuto anche il compito di assolvere il comando della brigata. I tedeschi erano arrivati lassù solo perché c’era stato un traditore. Una formulazione preferita all’altra più imbarazzante: i tedeschi erano arrivati lassù perché, da bravi soldati, avevano cercato di arrivarci senza incappare nelle pattuglie partigiane. In ogni caso c’erano arrivati perché avevano deciso di chiudere la partita col gruppetto della Balilla dopo che alla controrappresaglia di Cravasco non avevano potuto rispondere come avrebbero voluto. Diversi fatti avrebbero dovuto mettere sull’avviso i partigiani circa le intenzioni del nemico ma, un po’ l’insipienza e un po’ l’ebbrezza degli ultimi giorni avevano fatto credere che dopo Cravasco i tedeschi si fossero quietati.

A suggerire il contrario sarebbe bastato osservare che dopo settimane in cui le uniche vittime delle azioni della Balilla erano stati i fascisti, a partire dal 6 marzo, troppe volte era toccata ai soldati tedeschi. Il 6 marzo erano state uccise le sentinelle della batteria di Montegalletto, il 21 c’era stata clamorosa l’azione contro il camion della Feldpost: 7 morti tedeschi nello scontro e altri 6 fucilati poco dopo più quello casualmente giunto sul posto con una macchina. Il 22 c’era stato lo scontro di Cravasco con l’uccisione di 9 SS a cui era seguita la rappresaglia tedesca: i 18 politici provenienti da Marassi. Il 4 aprile la controrappresaglia partigiana: 39 fucilati tra cui almeno una dozzina di soldati germanici. Poi, uno o due giorni dopo, era toccato a un marinaio tedesco a Creto e l’8 aprile, in uno scontro sulla strada della Castagnola, altri 5 tedeschi erano stati uccisi.

Ce n’era abbastanza perché il comando tedesco decidesse la definitiva eliminazione del gruppo che aveva contravvenuto, con indifferenza e irrisione, al diktat tedesco: guai a toccare i soldati del Reich. La rappresaglia di Cravasco, due italiani per un tedesco, da considerarsi contenuta rispetto ad altre già messe in opera – 7 o 10 italiani per un tedesco – non era servita. Toccava all’azione militare di liquidare il gruppo ribelle che non accettava di limitare le sue azioni agli uomini della “repubblica”. L’arrivo sul posto era stato meno laborioso di quanto quelli della Balilla, che dei tedeschi avevano maturato una immagine riduttiva, potessero immaginare; la sorpresa era riuscita. Imprevista invece la reazione dei ribelli dovuta ad un avvistamento casuale, che forse aveva costretto i tedeschi ad anticipare i tempi, e alla disponibilità tra i partigiani di un’arma di effetto dirompente come il bazooka. Da qui il rientro dei tedeschi al campo in attesa di sferrare un secondo colpo, questa volta definitivo.

“Alla Sella, osserva Ezio, ci è andata bene. Dopo il sopravvento iniziale, se i tedeschi avessero resistito ancora 5 minuti per noi probabilmente sarebbe stata finita. Erano soldati fortissimi con motivazioni sconosciute ad altri eserciti. Motivazioni sofferte ma tali da renderli invincibili. Ho visto fare, in una loro caserma di Marsiglia, l’istruzione a dei sottufficiali tedeschi. Ci sarebbe voluta una cinepresa. Pioveva, una giornata uggiosa, un cortile lastricato: voci, urli; impressionanti. Noi ne eravamo rimasti inorriditi. E loro, i sottufficiali, pallidi, preoccupati. Così ottenevano l’uniformità, la sincronia maniacale che lasciava stupito chiunque avesse a che fare con loro. Costruivano i loro cervelli. Diversamente li punivano. Se uno non era come doveva essere era marcato. Penso che i tedeschi siano stati per tutti i nemici più duri. La loro machine gewer, la sega di Hitler, era il corrispondente dei bren inglesi; quando sparava faceva vibrare l’aria come le lame delle seghe elettriche, uuem uuem; terrorizzante. Era il nostro terrore. Una velocità spaventosa. Ne parlavano preoccupati anche quelli che non l’avevano mai sentita”.

Durante lo scontro della Sella furono catturate ai tedeschi molte armi compresa la “sega” che aveva ucciso Lino, la stessa che fa mostra di sé nella foto a p.148 de “La brigata Balilla”; un’arma pesante, poco adatta alla guerra dei partigiani. Inoltre la sua velocità “spaventosa” imponeva un rifornimento esorbitante di munizioni. Ci volevano, ricordava Mauro, 2 o 3 uomini solo per portare le cassette di pallottole necessarie e loro, i partigiani, per consumarne meno, caricavano i nastri lasciando un vuoto ogni 10 colpi in modo da fare raffiche più brevi; ma anche così l’impegno era risultato eccessivo.

Essendo necessario smobilitare i depositi della Sella e in previsione dell’insurrezione venne deciso di distribuire le armi appena catturate nei vari rifugi della brigata. Nessuno poteva immaginare come si sarebbe svolta la battaglia finale, quanti giorni sarebbe durata, quali azioni militari e quali armi sarebbero state necessarie. Dalla Sella erano partiti carichi come muli; lo scontro che li aveva toccati così profondamente aveva generato in ognuno di loro energie impreviste subito messe al servizio di quel trasporto eccezionale. Fu allora che la sega giunse ai Coronelli, a meno di un’ora di cammino da Bolzaneto dove però non arrivò mai. L’insurrezione ebbe tempi brevi e modi imprevisti e la sega restò lassù dove era riapparsa la mattina di martedì 16 aprile 1985 in seguito alle piogge primaverili.

Gino non ne conosceva la storia ma ne sarebbe stato entusiasta. Nei suoi racconti amava presentare i Coronelli, Begato, l’Ansaldo e, in definitiva, la sua vita come un crocevia della storia. Naturalmente Begato e il resto erano semplici metafore. La storia infatti, sosteneva Gino, passava dappertutto; solo gli “scemi” non la vedevano.

Lino e Luci erano stati i primi e unici morti della Balilla. Proprio alla fine, quando coi compagni stavano pregustando il trionfo. A Luci combattere quella guerra piaceva. Era la sua, ci metteva del suo perfezionando giorno dopo giorno la sua interpretazione. Neppure Lino era lassù per caso anche se avrebbe preferito non esserci. Due storie, una sola morte e un solo messaggio: combattevano una guerra cruenta e la loro morte aveva cambiato anche la cifra dei sopravvissuti.

– Anche della controrappresaglia di Cravasco? chiedo a Ezio.
– Sì, anche di quella. Dopo ha pesato meno.
– “Coloro che combatto non odio/ coloro che difendo non amo”. Ti riconosceresti in questo verso di Yeats?
– Per noi era diverso: amavamo le nostre idee, ciò per cui ci battevamo, e odiavamo e disprezzavamo i fascisti e probabilmente con loro anche i tedeschi. Non era una anomalia. È che non eravamo soldati normali, eravamo partigiani; di parte, come dice la parola, e quindi amavamo e odiavamo. Alcuni di noi lassù hanno acquistato un certo equilibrio ma molti erano lì solo perché amavano e specialmente odiavano”.

Il 17 giugno, giorno del funerale, Luci era uscito dalla vita dei suoi amici per entrare stabilmente nei loro pensieri. Comandante, coetaneo, compagno di scuola e di lavoro, uno che tutti loro conoscevano da 20 anni ma che era sempre apparso un enigma, aveva fatto a tempo a sciogliere l’interrogativo su quale fosse il lato della sua faccia sghemba che dovevano ricordare: quella di un guerriero che la generosità e il suo perenne andar oltre non avevano messo al riparo dalla morte. Il 17 giugno era stato anche il giorno della morte, metaforica ma non meno importante, di ognuno di loro; una fortuna concessa a pochi. Nella morte di Lino e Luci ognuno di loro aveva infatti potuto vedere la propria, fino ad allora solo supposta o intravista nella morte del nemico. Così era stato anche per Ezio che era salito in montagna a tempo a Lino che quel giorno gli era morto a neppure un metro di distanza.

In seguito, dopo la Liberazione, aveva raccontato per decine di volte alla madre della morte del figlio. Andava a trovarla e piano piano il discorso finiva su quel giorno, l’ora e il luogo della morte, su dove si trovava Ezio rispetto a Lino, la loro vicinanza e sul caso che aveva ucciso uno e lasciato vivo l’altro. Ogni volta lei chiedeva che Ezio aggiungesse nuovi particolari come volesse ritardare la conclusione di una storia già scritta. Si affacciava così, all’insaputa del figlio, sul luogo dove lui stava per essere ucciso e, ogni volta, assisteva in lacrime alla sua morte. E Ezio costretto a raccontare la morte dell’amico come fosse la propria quasi a compensare la madre del furto subito e per spingere al limite massimo l’impossibile scambio.

 

VII. Correre da isolati

In più occasioni, durante i nostri incontri con i compagni partigiani, Ezio mi ha fatto notare le differenze tra la loro e la sua storia. La sua, mi dice, era sicuramente più prevedibile. È il 28 marzo 2002 quando gli chiedo se avrebbe voglia di raccontarla.

Era andato coi partigiani solo perché il gruppo di cospiratori a cui apparteneva era stato scoperto e lui non sapeva più dove battere la testa. In precedenza aveva preferito la cospirazione alla montagna perché dopo i 9 mesi del 1943 a fare il soldato, lontano, riteneva di aver già dato abbastanza. Nel suo antifascismo e nella sua adesione alla Resistenza avevano pesato in tanti: genitori, fratello, amici, compagni di lavoro e forse altri ancora. Più difficile stabilire l’importanza di ognuno. Ad esempio quella del fratello di poco maggiore di lui, poteva essere confrontata con quella dei genitori? E quella degli amici? E gli stessi genitori non era più giusto considerarli separatamente? “Che famiglia era la mia? Una famiglia è anche un modo di stare a tavola, di parlarsi, di chiamarsi nelle scale…”.

Con la famiglia Ezio aveva vissuto un legame profondo, esclusivo, fin da bambino. C’era di mezzo un sacrificio di cui era stato spettatore. Un vero sacrificio, col sangue, il mistero e la consegna del silenzio durata anni.

Il padre, Amato Bartoli, era un socialista che nel ’21 era passato ai comunisti. Una sera d’inverno, novembre o forse dicembre del ’26 o del ’27, i fascisti lo avevano aspettato all’uscita dal lavoro, a fine turno e lo avevano pestato. Ezio aveva 3 o 4 anni e dormiva in una branda vicino al letto dei genitori. Ricorda la pioggia che batteva contro i vetri, la casa gelata al punto che ghiacciava anche l’acqua sui comodini. La pioggia aveva avuto nella storia la sua importanza perché il padre, per ripararsi in qualche modo da catene e bastoni si era servito anche di un ombrello. “Era arrivato a casa tutto insanguinato; sentivo il pianto di mia madre, le esclamazioni. Aveva la testa spaccata, sangue dappertutto ma non potevi chiamare il medico. Bisognava tacere, non denunciare nessuno; silenzio anche tra noi”. Vivevano coi nonni materni in una casa dove l’ingresso disimpegnava 4 stanze e ai Bartoli ne toccavano 2: una convivenza un po’ forzata dato che tra il padre e il suocero i rapporti non erano buoni. Dei fatti di quella notte solo Ezio e il fratello avevano parlato tra loro, “ma di nascosto”. Poi da grandi, prima della Liberazione, la madre, non il padre, gli aveva raccontato.

I pianti e il sangue di quella notte: un ricordo nitido come l’imperativo casalingo di non parlarne. Una consegna accettata da tutti anche per rispettare il silenzio che dopo quella notte il padre si era imposto. Fuori di casa non aveva più parlato. In casa sì, ma con discrezione, invitando a osservare e a riflettere più che a militare.

Aveva pensato a educarli. Quando era venuta la guerra, e Ezio e il fratello ormai grandi erano entrati nella Resistenza, lui di quella notte, del suo passato aveva continuato a tacere. Mai che avesse manifestato il desiderio di tornare un giorno a pareggiare i conti. Quei fatti li avevano ricostruiti solo in seguito con la madre. E quando Ezio, nell’autunno del ’44, era arrivato a casa con una pistola il padre aveva mostrato il suo dissenso. Non aveva detto bravi o finalmente e neppure li aveva incitati ad andare avanti. Piuttosto: state attenti, non esagerate. Aveva scelto di vivere, proteggerli, educarli, sciogliendosi dal rancore personale. Diversamente non sarebbe riuscito a trasmettere ai figli la sua filosofia del mondo, segnata da un positivismo ottimista che neppure le legnate avevano potuto scalfire.

A Genova Amato Bartoli era arrivato da piccolo, con i genitori, da Cireglio, comunello montano in provincia di Pistoia, popolato da carbonai e siderurgici che, dalla fine dell’Ottocento, la modernizzazione aveva richiamato verso la costa tirrenica, prima a Piombino e poi a Bolzaneto, agli altoforni di Bruzzo. Cireglio non era solo il borgo familiare, ma anche la patria di Policarpo Petrocchi, autore di un famoso “Dizionario della lingua italiana”, che proprio a Castel di Cireglio era nato nel 1852 e di cui Amato vantava orgogliosamente la parentela.

Amato era un uomo intelligente. Sapeva parlare bene e conosceva il piacere della cultura. Aveva fatto le elementari dalla prima alla sesta, con un maestro che a lui e ai suoi compagni, fedeli e pronti ad accettare orari impossibili, aveva insegnato cose da liceo come astronomia o geometria, roba che alle elementari non si faceva. Ma era specialmente la lingua che lo affascinava. A Genova si era innamorato del genovese – “conosceva a memoria le poesie di Martin Piaggio” – al punto da eleggerlo a seconda lingua anche nei giochi di parole ed enigmistici di cui era espertissimo. Genovese anche la lingua di casa dove l’italiano era ricomparso solo quando Ezio e il fratello Camillo, diciottenni, l’avevano imposto come prima lingua per via delle loro relazioni con le ragazze.

Dopo la notte del pestaggio Amato Bartoli aveva lasciato la politica, salvato la famiglia e continuato a pensare e a parlare solo coi figli. Sapeva cogliere le occasioni e aveva commenti puntuali per gli episodi del fascismo che scandivano la vita quotidiana della gente. Non solo il grande comizio ma il contratto di lavoro, le corporazioni, le decisioni del consiglio dei ministri, il fatto che non si andasse a votare. Tutte cose che lui rimarcava e spiegava. Quando nel ’40 Mussolini aveva dichiarato la guerra lui li aveva messi in guardia sulle condizioni difficili in cui si sarebbero trovati. “Era una bussola che ci indirizzava, puntuale nel farci vedere la stupidità dei fascisti, la loro violenza, le loro manifestazioni becere, i loro soprusi. Aveva toni sprezzanti per le loro messe in scena e, giorno dopo giorno, ci aveva vaccinato, permeato di cultura politica”. Dopo Pearl Harbor aveva preannunciato la discesa in campo degli americani. Sapeva che la Russia per Hitler sarebbe stata un osso duro e che l’America avrebbe fatto la differenza. Attento alle complicazioni dello scenario militare e politico era un assiduo ascoltatore di Radio Londra grazie a una Galena con le cuffie che a suo tempo si era costruito. Un giorno Camillo, che lavorava all’Elettrotecnico, gliene aveva comprata d’occasione una più bella. Pesava molto e per appoggiarla Ezio aveva fissato due angolari nel muro in cucina nel punto dove in genere si sistemava lui. Gliela avevano fatta trovare lì al ritorno dal lavoro. È rimasto esterrefatto ma non era tipo da manifestare molto i suoi sentimenti. Ha cominciato a trafficare fin quando tun tun tun tun, Radio Londra: Curcil; lui Churchill lo chiamava così”.

Ezio è sicuro di non aver mai sentito pronunciare dal padre parole che suggerissero la necessità di un antifascismo militante. “Il suo atteggiamento non era quello di catechizzarci, di farci il lavaggio del cervello, di introdurci in un antifascismo da manifestare, anche perché, dopo la lezione che aveva ricevuto, era subentrata in lui la necessità d’essere prudenti: perché il fatto non si ripetesse, per non lasciarci la pelle e per sbarcare il lunario”. Guadagnava poco e la madre, per arrotondare, andava a cucire in casa di un ricco di Bolzaneto, “un conservatore ma non un fascista, un ambiente sano”. Se il padre fosse stato colpito ancora per loro sarebbe stato il lastrico.

Alle messe in scena del fascismo e alla retorica militarista il padre contrapponeva un umanesimo non parolaio, gesti essenziali, genuini, il piacere della cultura, il valore della pace, il gusto per la prova di intelligenza, delle osservazioni dirette: dalle naturalistiche alle astronomiche, le stelle che sin da bambino lo avevano affascinato. Ma era specialmente il gioco che lo coinvolgeva; tutti i giochi. “Giocava molto con la lingua italiana o genovese; con le parole. Era il suo passatempo”. Leggeva “La Domenica del Corriere” ma anche le riviste che Ezio e Camillo gli passavano. Leggeva e assorbiva.

Era anche un buon raccontatore. Sicuramente più di suo padre, pensionato della ferriera, che a Ezio appariva un contadino intelligente ma rozzo e primitivo, vernacolare, che sbarcava il lunario vendendo in casa prodotti toscani, farina di castagne e olio. In famiglia erano tre sorelle e tre fratelli: un ambiente forse socialista, comunque genuinamente toscano, “prosaici, crapuloni, bestemmiatori, ma solo nella loro cerchia e quando parlavano la loro lingua”. Uno zio somigliava all’attore Luigi Trenker che nei film d’allora faceva la parte del bel montanaro: alto, fondatore del Club Alpino di Bolzaneto, bravissimo fotografo, magico affabulatore. Se raccontava un film la gente pendeva dalle sue labbra al punto che alla fine gli chiedevano di raccontarne un altro. Anche lui lavorava in una ferriera di Bolzaneto. Le zie facevano le modiste; sempre attente ad essere aggiornate, avevano un negozietto. Tra loro, tutti, la cultura girava: libri di montagna, di fotografia, riviste di moda. Anche il mondo d’oltre Atlantico era ben presente in casa Bartoli con i racconti della cugina Bettina, in realtà una sorella della nonna, arrivata a Bolzaneto da Pittsburgh dove in un passato più lontano era emigrata con la famiglia e dove, unica, era scampata ad un terribile incendio.

Ogni membro della parentela dei Bartoli era riconoscibile per un segno. Quello del padre era il frutto dell’incontro con persone e situazioni che lo avevano marcato a vita; a cominciare dal suo insegnante elementare che aveva frequentato per sei anni. “Una volta ci ha raccontato che era così innamorato della scuola che una sera ci si era lasciato chiudere dentro di nascosto. Per 6 anni era andato sempre a scuola, con qualsiasi tempo, senza ammalarsi mai; per 6 anni a sentire uno che gli aveva dato tutto; come lui del resto”. Era stato il suo insegnante a fargli scoprire Flammarion. Sapeva a memoria tutto quello che aveva scritto sulle stelle: nomi, distanze, periodi…Aveva nel cervello le schede di tutto il firmamento. Così come avvenivano le tempeste, la nebbia, il gelo, il tuono. Era la cultura con cui Amato Bartoli aveva costruito una insuperabile barriera tra sé e le sue disgrazie.

Di Flammarion possedeva le opere; Dante lo conosceva a memoria così come le poesie del Giusti; Omero, Pirandello, Verga, Hugo, i russi di cui in casa esistevano alcuni esemplari rientravano nelle sue normali frequentazioni letterarie. Di teatro invece non aveva letto e molti autori amati dai figli, come London, da lui erano trattati con distacco.

“In casa nostra i libri giravano già da prima che io e mio fratello cominciassimo a comprarne. Noi due però gli abbiamo dato un posto preciso. Prima erano sistemati qua e là, anche nella credenza della nonna; roba come la Papessa Giovanna, che io non ho mai letto, ma anche Fogazzaro e Manzoni. Noi due fratelli abbiamo portato gli americani: London, Steinbeck, Zane Grey e, quando è uscita Americana, la bellissima antologia di Vittorini”. London era una delle loro passioni. In montagna, in omaggio a Martin Eden, Ezio si era scelto Martin come nome di battaglia, “accentato sulla a e non sulla i come fanno i genovesi”, e Camillo aveva scelto “fumo” in ricordo di Smoke Bellew, di nuovo un protagonista di un racconto di London. “In casa niente enciclopedie; solo un dizionario, il Melzi, che davvero abbiamo consumato; per non dire del Petrocchi che per via della parentela era obbligatorio. Nel ’43, grazie a mio fratello che lo aveva avuto dal dopolavoro Ansaldo, è entrato anche il Dizionario Enciclopedico Fascista di cui dopo la Liberazione era stato fatto un volume di aggiornamento per democratizzarlo un po’. Una enciclopedia io l’ho desiderata per molto tempo ma allora proprio non si poteva. Si comprava pochissimo ma si coglieva ogni occasione per leggere. Con mio fratello abbiamo letto tutti i libri che un giornalaio teneva in un suo magazzino a Bolzaneto. Così avevamo fatto con quelli della biblioteca della Casa del fascio che però erano poco interessanti”.

Al gusto per i libri, la cultura, le parole Ezio e Camillo erano stati iniziati dal padre: “a 4 anni, io e mio fratello, sapevamo già la parola clessidra che tra i nostri coetanei nessuno conosceva”. Convinto dell’importanza di ciò che aveva faticosamente scoperto, il padre non perdeva occasione per riproporglielo. La cultura in casa Bartoli, prima d’essere la condizione d’un privilegio sociale era la via maestra dell’emancipazione morale e politica, l’unica possibilità per conoscere e apprezzare le cose belle, fosse letteratura, musica o scienza.

Della maggior parte delle opere liriche Amato conosceva i libretti e la musica a memoria; non apprezzava invece la musica sinfonica. “Noi amavamo il jazz mentre lui non lo poteva soffrire al contrario del melodramma che amava, suonava e cantava. “Forse era un limite generazionale. Suonava la chitarra e il mandolino. Cantava nel coro della Fratellanza di cui era un socio fondatore. Tutto quello che imparava nel coro, la domenica mattina lo cantava insieme a noi a letto. Mentre mia madre si alzava per preparare qualcosa, io e mio fratello andavamo nel letto grande, con lui, e cantavamo: romanze… tutto”.

Nel richiamare gli aspetti straordinari della personalità del padre, Ezio non nasconde la sua insofferenza per quello che chiama “il suo perenne essere così se stesso” che pure, da ragazzino, lo aveva affascinato. Col tempo però ne aveva colto il limite: un distacco eccessivo dalla vita d’ogni giorno, dai fatti che peraltro sapeva commentare con tanta acutezza. La critica di Ezio era maturata definitivamente quando, a militare in Francia, aveva avvertito la lontananza del padre rispetto alla sua condizione.

Al contrario delle lettere della madre, Clara, le lettere del padre lo irritavano: gli mandava crittografie, puzzle, acrostici, rebus e altri problemi enigmistici da risolvere pensando forse di alleggerire così la sua situazione. Neppure era stato sfiorato dall’idea che la censura li potesse scambiare per messaggi criptati. La madre invece era pragmatica; aveva scoperto un cugino generale a Roma e brigava per far avvicinare il figlio a casa.

“Mio padre la prendeva in giro dall’alto della sua presunzione di autodidatta ma anche lei scriveva benissimo e leggeva libri. Un giorno, con mio fratello, abbiamo scoperto le loro licenze di sesta; i voti di mia madre erano più belli e noi lo avevamo preso in giro. Scriveva semplice, efficace, senza ricercatezze ma sapeva esprimere molto bene quello che sentiva. Le lettere che mi inviava a militare erano lunghe, profonde, bellissime. Ancora oggi rimpiango di averle dovute abbandonare, nascoste nel cavo d’un albero, prima della mia fuga dalla Francia. Eppure mio padre la considerava meno dotata di lui. Forse perché non conosceva l’astronomia o la teoria dell’evoluzione. Era una donna dolcissima ma nello stesso tempo di una intransigenza silenziosa difficile da superare. Non so da dove le venisse. Ricordo solo che nella sua famiglia non andavano in chiesa. Lei ad esempio a comprare allo spaccio della Cattolica non sarebbe mai andata e non ci è mai andata”.

Durante il servizio militare la differenza del rapporto di Ezio con la madre e col padre era aumentata. “Le lettere, anche se frequenti, non possono essere confuse con una conversazione o una telefonata. Le lettere sono esperienze concluse e maturano in una situazione di isolamento, di distacco; pesano”. Il padre le risolveva proponendogli riflessioni astratte, lontane dai problemi che andava vivendo. “Era come era sempre stato, spontaneo ma anche distaccato; trincerato nel suo mondo. Lui era molto lui, sempre; mia madre invece era sempre gli altri. Stoica, operata due o tre volte, mai un segno di debolezza, borse enormi, 5 piani di scale, sempre andare, mai lamentarsi; straordinaria. Io l’aiutavo. In questo ero diverso da mio fratello. L’ho aiutata a piegar lenzuola, a fare i letti. Mi rendevo conto che con 3 uomini aveva una vita pesante. Mio padre non avrebbe mai portato una sporta anche solo con delle bottiglie di vino, delle patate. Lui portava la busta paga, l’acqua di Vichy e l’anice, le cose che la ferriera passava a quelli che lavoravano ai forni. Ma non l’aiutava mai. Era l’atteggiamento degli uomini. Veniva a casa e poi andava in Fratellanza a giocare a scacchi, a dama, a tresette, o stava in casa a leggere. Faceva una vita dura: 8 ore di lavoro più due per andare e tornare. I turni sono una esperienza traumatica. L’ho capito meglio in seguito, quando lavoravo alle Autostrade. Lì, osservando le malattie dei turnisti ho capito certe manifestazioni che avevo colto in mio padre: cadute di attività fisica, abbandono. Lavorava in un ambiente ostile, difficile, inquinato. Ci aveva anche perso un occhio. Una scheggia gli aveva tranciato il nervo ottico”.

Il rapporto con la madre, divenuto ancora più importante durante il 1943, trascorso da Ezio lontano da casa, si era rafforzato al suo ritorno. Nessuna ridistribuzione di affetti; piuttosto nuove solidarietà. Di fronte alle scelte che incombevano, la madre, grazie al suo pragmatismo, aveva occupato in casa, quasi naturalmente, la posizione di rilievo. Alla fine del 1943, quando erano usciti i primi bandi che imponevano di presentarsi nelle caserme della “repubblica”, in famiglia ne avevano parlato e lei era d’accordo perché Ezio non mi presentasse. “La nostra era una piccola comunità di caseggiato che viveva il problema in modo solidale. A parte il figlio di un fascista, i ragazzi della scala erano tutti antifascisti, o almeno tutti per non partire. Nel palazzo c’era un appartamento vuoto e stavamo tutti lì nascosti. Un rifugio sicuro: io ne sono uscito ma gli altri ci sono rimasti sino alla fine”.

Così fino al marzo del ’44 quando Ezio, indirizzato dal fratello, era entrato in cospirazione. Una esperienza con risvolti anche routinari ma che, in qualsiasi momento, poteva svoltare in tragedia. La madre sapeva ma non gli aveva fatto domande. Preoccupata non più di quando lui, deciso di andare a sciare, era arrivato a casa per la prima volta con gli sci. Clara con la cospirazione era d’accordo. Aveva in animo l’amarezza del marito picchiato; la rabbia per la violenza subita allora e continuata nel tempo. “Penso che la sua idea fosse: è l’occasione che si ribaltano le cose e tiriamo su la testa”. Ezio non sa dire cosa nell’atteggiamento della madre gli suggerisse quella interpretazione peraltro non suffragata da alcuna parola. Sa che a volte la nostra certezza, in questo caso la sua, poggia su sentimenti segreti che non hanno bisogno di parole ma nascono da gesti impercettibili o semplici occhiate.

“Avvertivo in lei la solidarietà, il consenso per la mia decisione. Esattamente come quando avevamo deciso che sarei andato in montagna. La sera della notizia che la mattina dopo sarei partito per la montagna, mia madre prende una delle coperte che l’8 settembre mio fratello aveva portato via dal distretto militare e agisce. Non sta lì a chiedersi cosa sarà di me o a lamentarsi, no. Il suo problema è come potrò proteggermi dal freddo lassù. Cosa indossare, cosa calzare. Mio padre invece non ricordo che mi abbia chiesto dove vai, cosa farai, come mai; niente”. Lo stesso fatalismo che durante gli allarmi lo faceva restare a casa, a letto, a dormire tranquillo.

Il contrario della madre. “La vedo ancora con la coperta in mano che suona dalla Rosetta, che lavorava all’Unione Militare, sorella del calzolaio comunista Andrea Dameri, uno che sapeva tutto di tutti, campionato di calcio compreso. In tre ore la coperta era stata trasformata in un giaccone bellissimo, caldo, col colletto alto che riparava le orecchie, per andare a fare il partigiano. Qui c’era tutta mia madre. Quando sono arrivato al campo, Battista mi ha guardato quasi con compatimento e m’ha detto: e tu sei venuto su con quella roba lì? Non ti serve a niente, è troppo pesante. E io l’ho data a Balin, l’operaio della ferriera, con cui qualche mese prima ero andato a sbullonare i binari per fare deragliare un treno. Questa era mia madre: preoccupata ma confortante; come le sue lettere. S’era resa conto – ci aveva osservato crescere più da vicino – che io e mio fratello, a 20 anni, eravamo adulti, responsabili. Sapevamo prendere decisioni serie e se lei interferiva lo faceva alla pari con noi”. Come quella volta che avevano deciso di tagliare i cassetti del comò.

“A dicembre del ’43 ero diventato un illegale; di giorno stavo nell’appartamento di sotto ma a mangiare e dormire salivo in casa. Una soluzione un po’ ingenua ma ancora non si sentiva di controlli alla ricerca di renitenti. La domanda era: dove mi nascondo se arrivano mentre siamo lì a dormire? Allora abbiamo deciso il taglio. L’idea era venuta a mia madre da una storia che si raccontava in casa dei suoi vecchi. Erano spezzini, della Lunigiana, ma l’avevamo sentita anche in casa dei nonni paterni che venivano dal Pistoiese. Si trattava di tagliare i cassetti in modo da lasciare un vano libero per nascondersi. Mia madre l’ha pensata e l’ha proposta. Mio padre: no, i cassetti no. A lui quel cambiamento non andava giù. E lei: invece sì, i cassetti sì. Abbiamo deciso: 3 contro 1. Che poi non è che ci fosse tutta quella roba da spostare. In casa nostra era più lo spazio della roba”.

Clara era una donna libera. La sua autonomia non era facilmente riconoscibile in un contesto familiare così denso di compiti. Ezio però, forse più del fratello e sicuramente più del padre, l’aveva avvertita sin da ragazzino grazie al rapporto particolare che aveva stabilito con lei. Era stata lei che aveva accettato di rispondere alle domande che lui e il fratello, quando avevano 7 o 8 anni, avevano fatto sulla famosa notte dell’aggressione. “Papà aspettato e picchiato perché aveva idee che davano fastidio al potere”. Aveva detto “potere”, termine risultato ai due ragazzi più oscuro di “fascismo”. In seguito, prima della Liberazione, era stata di nuovo lei a parlare ma questa volta indicando puntigliosamente uno per uno quelli che avevano pestato il marito. Era la prova di una contabilità ancora aperta che doveva risultare chiusa solo il 26 aprile 1945 quando a Ezio, appena rientrato a casa dopo gli ultimi fuochi, lei, abbracciandolo, aveva fatto l’elenco di quelli che erano stati trovati morti dicendo “ci sono tutti; solo Scarafò è scappato”. Solo Scarafò, il macellaio che aveva preso il largo già dopo il 25 luglio, l’aveva fatta franca; gli altri no. Clara aveva tenuto in mente i loro nomi per 19 anni in attesa che la ruota tornasse a girare dalla sua parte.

“Era una donna determinata. Da piccolo ero bello, anche mio fratello lo era: due bei bambini; io in particolare avevo una faccetta attraente, simpatica. C’era una occasione e lei ha deciso di farmi partecipare a un concorso di bellezza, in centro, al Genovese. Ho vinto il premio – ricordo ancora la cupola del teatro piena di palloncini – e ho avuto il nome sul giornale. Devono esserci le foto fatte forse da mio zio che aveva questa passione. È un fatto marginale ma dà l’idea della donna che, pur sapendo di appartenere ad un ceto sociale basso, da ferriera, da poveri, aveva l’amor proprio della nostra intelligenza, del nostro modo non pecoroso ma decoroso di vivere, battagliero, di affermazione nello sport, di orgoglio per mio fratello di cui i maestri erano in ammirazione, e per me, un bambino così bello che potevo prendere il premio in una gara di bellezza dove partecipavano i figli dei ricchi. Ci teneva puliti, ci dava da mangiare l’uovo sbattuto; ci tirava su al massimo; non bambini da poveri, da sobborghi, sbrindellati”.

Ezio non definisce il padre un estraneo alla vita familiare ma, ancora oggi, sembra stupirsi della sua determinazione nel non lasciarsi coinvolgere. “Direi che non gli è appartenuto niente di quello che abbiamo fatto sia io sia mio fratello”. Comò a parte, la cospirazione poneva giornalmente problemi difficili da risolvere. Per circolare Ezio usava il permesso di cui il fratello Camillo era titolare in quanto impiegato nell’industria di guerra. Per utilizzarlo aveva sostituito la fotografia di Camillo con la sua; si capisce che da quel giorno non si erano più fatti vedere insieme. Era stata un’idea di Camillo. Cose proibite, rischi che il padre preferiva ignorare e che a suo tempo aveva deciso di non correre.

Nella visione del mondo di Amato Bartoli il caso non poteva introdursi se non di soppiatto: figuriamoci la religione ed Ezio, alla nascita, non ero stato battezzato. Amato non era un bestemmiatore e neppure un agnostico ma un vero ateo. Darwinista intransigente, credeva nella scienza e basta; la religione proprio non ci stava: quindi niente battesimo. Neppure Clara andava in chiesa, salvo che per i funerali. Ma lei, la stessa che non avrebbe mai comprato neppure mezzo litro di vino alla Cattolica, sapeva ciò che al marito invece sfuggiva. Che il battesimo non sarebbe servito ad assicurare ai figli l’aldilà ma gli avrebbe evitato ulteriori discriminazioni. Così una volta che il marito faceva il turno di notte ed Ezio aveva poco più di due anni, Clara con l’aiuto di un’amica lo aveva portato in una parrocchia vicina e l’aveva fatto battezzare. Il padre l’aveva saputo solo molto dopo; comunque aveva incassato. Nel suo mondo ideale più di Marx c’erano Turati e Pietro Chiesa, romantici e intransigenti. Poi erano arrivate le botte che l’avevano ridotto al silenzio. Non aveva abiurato ma aveva capito che non era il momento delle contrapposizioni. Alla Liberazione però lui, al contrario di Clara, non aveva manifestato sentimenti di rivalsa: anche in quel caso aveva fatto prevalere la coerenza.

Nel sottolineare le differenze tra i genitori, e non nascondendo le sue preferenze per la madre, Ezio torna a pensare al padre. Come se di colpo scoprisse quanto tutti loro gli dovevano: per aver deciso di sopravvivere alla sconfitta della sua parte e per aver messo la sua intelligenza al servizio dell’unica causa praticabile, la famiglia, i figli. Agli sconfitti invece non apparteneva la madre che era rimasta per anni in attesa del giorno in cui il mondo si sarebbe rovesciato. Al padre Ezio fa risalire il sentimento – lui e Camillo, mi dice, l’avevano avuto sin da ragazzi – di “correre da isolati”; un sentimento positivo ma nello stesso tempo inquietante avendo a che fare con la solitudine. Correre da isolati: Ezio è insoddisfatto della formula, consapevole della sua ambiguità. Non era una questione di parole o di ideali politici, precisa; semplicemente legavano solo con alcuni ragazzi che avevano storie simili alle loro. Lui però se ne era reso conto solo in seguito, da adulto.

Sintonie indefinibili che Ezio più che al censo o al lavoro fa risalire all’essere “figli di toscani”, quei toscani dell’Appennino che come i Bartoli erano finiti nelle ferriere di Bolzaneto dopo essere passati da quelle piombinesi. “Eppure, osserva Ezio, era gente ormai amalgamata con la realtà locale di Bolzaneto, e tutti parlavamo genovese”. In comune avevano una ostilità, una autonomia – a volte semplice distacco – nei confronti del “potere”, di quelli che comandavano: “il podestà, il federale, il capo manipolo; tutta gente che derivava la propria autorità dal fascismo”.

Ezio e Camillo si erano formati in un clima familiare segnato da parole e giudizi che potevano essere pronunciati solo in casa. “Fuori” c’era il regime, un sistema onnipresente anche se vacuo e retorico, a cui ci si poteva sottrarre solo con l’astuzia.

“Ricordo precisa una mia sensazione di allora. Sentivo di non avere niente, radio, musica, luce. Mancavo di soldi; ci mancava tutto quello che vedevamo al cinema, specialmente in quelli americani. Quelli italiani erano i telefoni bianchi ma era dai film americani che arrivava l’urto: le automobili, la vita, l’arredamento, i saloni. Lì non c’erano le lampadine appese al soffitto come a casa nostra; c’erano luci diverse a seconda delle stanze e delle necessità. Le luci dei film americani mi avevano colpito al punto che dopo la guerra, quando ancora ero disoccupato, m’era venuta l’idea con un amico di fare lampade da tavolo. La fama degli americani in Italia era per quello che la gente ne vedeva al cinema. Avevano tutto mentre da noi mancava tutto. In compenso avevamo le inaugurazioni, una al giorno di tutto, strade, case del popolo, acquedotti, dopolavoro. Avevamo i treni popolari, le colonie estive, le divise; ce n’era una per tutte le età. Erano in tanti a essere affascinati da questi ruoli inventati dai fascisti; sembravano delle ragazzate. Avevano le loro feste, il 21 aprile e il 28 ottobre, giorni in cui bisognava stare in casa. Se trovavano un giovane senza camicia nera pestavano, portavano dentro, e lì davano il resto. Eppure non era della democrazia che sentivamo la mancanza. Anzi, era una parola che proprio non esisteva. È che sapevamo che esistevano cose che ci piacevano ma che non potevamo avere. Sognavamo; sognavamo le orchestre jazz che non c’erano; le canzoni dei neri così belle e diverse dalle nostre; la letteratura americana di cui conoscevamo qualche scampolo, così pratica, diretta, aderente alla vita d’ogni giorno. Non avevamo coscienza che dipendesse dal tipo di governo che c’era. Ma che il fascismo impedisse la nostra crescita, che era l’ostacolo per cominciare a possedere o a godere di queste cose, sì questa idea c’era, tra la gente e tra noi”.

Capivano che il fascismo gli impediva di esprimersi: libri che non si potevano leggere, musica che non si poteva sentire, giornali dove certe notizie non si potevano trovare. Che dissentire fosse impossibile lo sapevano tutti; era palpabile. Bastava fischiare nella sala buia del cinema quando nel giornale Luce appariva Mussolini e subito, tutto acceso, si mettevano a cercare chi avesse fischiato. Allo stesso modo tutti sapevano che non si doveva andare in giro con una camicia rossa. “Tutte cose che ti suggerivano di chiederti perché non le potevi fare. Questo era il fascismo. Io non sapevo che era andato al potere con un colpo di mano; sapevo però che non potevo dissentire. La guerra, la sofferenza dei bombardamenti, aveva aumentato ancora questa oppressione con in più una fame orba per tutti. Anche la distruzione di cose che facevano parte da sempre del tuo quotidiano, come il taglio della cancellata o delle inferriate del palazzo vicino, facevano esplodere domande più di tante considerazioni politiche”.

Quando il fratello gli aveva proposto di entrare in cospirazione Ezio l’aveva considerata una opportunità per andare contro un regime che uccideva tutto quello che toccava. C’era anche la convinzione, forse il piacere di andare oltre le parole, staccarsi dai grandi, fare qualcosa. Era un po’ il rimprovero che avevano fatto ai loro vecchi: di aver lasciato venir su il fascismo. In cospirazione ma specialmente in montagna finalmente potevano andare contro, in concreto, combattendo ma anche discutendo di tutto, votando. A quel punto il cinema era ormai finito in secondo piano: “noi venivamo tutti dalle fabbriche o dalla vita militare, due realtà lontane dal modo di vita americano”.

In montagna era cambiata la natura del sogno. Lassù si combatteva non più per cose ma per idee. Catene di eventi fino ad allora imprevedibili offrivano la possibilità di realizzare il sogno socialista, il sogno dei padri, “una società più equa, la fratellanza sociale, il benessere sociale, contare di più”. Ezio non sa dire se il loro sogno fosse lo stesso che i “vecchi” avevano avuto in passato. Avvertiva però una continuità, non fosse che per le parole che erano le stesse. Di diverso c’era che loro, i giovani, non erano tra quelli che in passato erano stati sconfitti; e che a loro si stavano unendo molti che per anni avevano accettato il fascismo ma che ora avevano deciso di liberarsene.

Riflettendo sulla sua esperienza familiare e sull’evolversi del suo antifascismo Ezio ha usato spesso la prima plurale. Racconta infatti una storia di cui è protagonista col fratello Camillo a cui lo legava e ancora lo legano affetto e ammirazione. Un anno e mezzo di differenza, Camillo è del ’22 e Ezio del ’23, ma un lungo procedere appaiati

“Tra noi c’era un rapporto molto forte anche se a un certo punto i nostri interessi si sono divisi. È cominciata nel gioco. Lui amava il pallone, i contatti violenti, il confronto diretto. Io no; amavo lo sci, le passeggiate. Io ho trovato nuovi amici e lui lo stesso ma la stima, lo scambio di fiducia reciproco è rimasto. Caratteri diversi: lui calmo, io invece più emotivo, romantico. Lui era più dotato, aveva la battuta pronta. Una volta a un amico benestante, che gli chiedeva perché al cinema andavamo sempre nei terzi posti lui, al volo, aveva risposto: perché non ci sono i quarti. Era uno che sapeva 200 barzellette d’ogni genere, sporche, pulite, adatte ad ogni occasione; un intrattenitore straordinario. Eppure era piuttosto timido o almeno riservato; in certi momenti anche impacciato. Non era uno spaccone che mettesse in mostra le sue qualità. Piuttosto le nascondeva. I problemi di matematica erano la sua specialità. Era una leggenda. Con lui i maestri impazzivano di gioia”.

Tra loro il dialogo, la complicità era continua. Leggevano gli stessi libri. Sempre stanchi, la mattina si alzavano presto per andare a lavorare, al sabato e alla domenica leggevano “come matti”; a volte anche di notte, nella stessa stanza, fino alle 2 o alle 3 del mattino. Insieme anche al cinema. Ezio aveva ammirazione per Camillo che a sua volta pensava che Ezio avesse una bella voce, bianca, intonatissima, tanto che gli aveva organizzato una audizione. Ezio non ne era convinto, lui invece ne era certo. Sempre Camillo lo aveva avviato alla cospirazione. Sapeva come Ezio la pensava e come ci fosse la possibilità di ricevere qualche piccolo contributo. Sempre Camillo, a metà ottobre del ’43, aveva approvato la decisione di Ezio di tornare a scuola quando, scappato dalla prigionia in Francia, era tornato a Bolzaneto. La scuola però, il Pareto a Sampierdarena, l’aveva vista per poco. Una sera dopo le prime settimane (“del libro di latino saremo stati sì e no a pagina 10”) era arrivato il preside. Vi faccio una comunicazione molto privata, aveva detto; ho ricevuto una circolare che mi impone di segnalare tutti i renitenti e quanti corrispondano ai requisiti dei bandi. Se volete continuare a venire a scuola potete farlo ma credo che non vi convenga.

“Un’altra sconfitta nella mia scalata alla cultura. Avrei dovuto provare riconoscenza per chi mi metteva in guardia ma erano gesti che ancora ci apparivano ovvi. Dopo di allora c’è stato il taglio del comò ed è cominciata la mia vita nell’appartamento segreto, nascosto con gli altri renitenti. Lì ho imparato tutti i giochi possibili; fino a marzo del ’44 quando sono entrato nella Resistenza. In Ansaldo mio fratello aveva conosciuto gente che lo aveva introdotto nella cospirazione; si occupava della raccolta di fondi e della produzione di documenti falsi. Una sera mi ha detto: loro hanno bisogno di aiuto, di una persona fidata. Se vuoi andare con loro ti faccio un documento. Ci sto, gli ho risposto. Tipografia clandestina in vico Viani, a Rivarolo: dovevo comprare carta, inchiostro, cliché; gesti banali ma che potevano destare sospetto. Bisognava scaglionare gli acquisti, farli lontano dal posto dove operavamo. Poi battere a macchina, ciclostilare, impacchettare, portare a destinazione. La città era dura, molto. Se finivi dentro un rastrellamento era la fine”.

Camillo si trova ad un punto di svolta dell’antifascismo di Ezio; ha i contatti giusti e propone. Ezio, partecipe dell’ammirazione familiare per la sua intelligenza conquistatrice, la matematica e i problemi più astrusi, consapevole, accetta convinto. Del fratello, scambiando le foto sul documento, assume addirittura le generalità.

Camillo e Ezio hanno vissuto la loro giovinezza scambiando tra loro tutto: libri, tormenti, fantasie anche se molto presto hanno avuto giochi e amici diversi; anche i destini: Ezio va a lavorare, prima dei 14 anni. Camillo invece grazie alle pressioni dei suoi insegnanti riesce a fare 3 anni di scuola media e il primo di magistrali a pensione a Genova da un parente. Poi il bilancio familiare costringe anche lui a fermarsi. Alle serali prende un diploma di computista commerciale che lo porterà da Ansaldo. Nel dopoguerra, lavorando, si diplomerà ragioniere alle serali.

Camillo ha il fascino del fratello maggiore e il prestigio che gode presso Ezio è lo stesso che incontra in casa e presso gli amici comuni. Conosce di Ezio più di quanto allora Ezio non sappia di sé: ad esempio che ha una bella voce e altre qualità. Conosce anche le sue incertezze ma non gliele fa pesare, al contrario gli lancia messaggi su come affrontarle. Approva, al ritorno dalla Francia, la decisione di Ezio di iscriversi a scuola; gli propone di partecipare alla Resistenza in un modo che giudica appropriato alle caratteristiche del fratello; gli offre per farlo, la sua identità. È stato lui ad instradarmi”, ha ripetuto più volte Ezio.

Il rapporto di Ezio con il fratello maggiore quasi coetaneo non ha bisogno di parole per alimentarsi anche se ne conosce di bellissime. Non è però un rapporto semplice. Nelle parole di Ezio, Camillo sembra sovrastarlo. Camillo che pratica sport che privilegiano lo scontro fisico, vincente al pallone e nello studio, gioia del padre e dei suoi maestri di scuola e che, al contrario di Ezio, può continuare a studiare, sia pure per poco. Camillo che in azienda, nel dopoguerra, viene rapidamente individuato e scelto da dirigenti di gran nome che lo cooptano nel loro gruppo; che da Genova passerà a Roma, alla Finmeccanica, all’Alitalia, fino a raggiungere i vertici più alti.

Lo stesso Camillo che sapeva come la differenza tra loro due era altro che non la velocità nel risolvere i problemi di matematica. Come del resto era apparso, nel dopoguerra, dal rispettivo rapporto con la politica, col comunismo e coi compagni. Camillo si era rapidamente convinto dell’inutilità dell’eroismo del militante, là dove Ezio, emancipato anche dall’esperienza partigiana, aveva fatto a modo suo. Aveva accettato con convinzione che fosse il partito a dettare il suo destino e aderito in modo totale alla battaglia da dove era uscito a pezzi. Condizione che si era rivelata necessaria per iniziare una lenta ricostruzione della sua vita privata e di lavoro. Almeno nei tempi Camillo, ancora una volta, aveva preceduto Ezio.

Solo col passare degli anni Ezio sembra essersi scoperto interprete di una propria personale filosofia della vita. Una vita vera con propri valori, mediazioni, gusto delle cose che, come per ognuno di noi, può essere letta come risultato inevitabile delle contingenze ma anche del personale rapporto che stabiliamo con esse. Ezio ha scoperto col tempo – il confronto tra noi è servito per metterci attorno qualche parola – che la sua e quella di Camillo erano già allora storie diverse, storie di fratelli che si amavano come in seguito hanno continuato ad amarsi, cresciuti in uno stesso contesto che avevano però elaborato diversamente. La cospirazione antifascista era stato il loro punto più alto di complicità politica ma anche, come in seguito si sarebbe visto meglio, anche l’ultimo.

 

VIII. Prove di libertà 

Tra i protagonisti della sua storia Ezio mette Carlin. Conosciuto tra i 14 e i 15 anni, al tempo del suo primo lavoro in una fabbrica di giocattoli: un incontro breve, intenso, importante anche se tra loro non erano passate le parole della politica. Ezio mi mostra il “libretto di lavoro” e lui stesso lo osserva stupito. Non era neppure un ragazzo e già era entrato a pieno titolo nella massa itinerante che giornalmente, a Bolzaneto, faceva la spola, a piedi, tra l’abitazione e lo stabilimento o la fabbrichetta.

Lavoro a 14 anni voleva dire che la stagione del gioco era conclusa. Finite le estati meravigliose vissute alla spiaggia o a certi laghetti non lontani da Bolzaneto, sopra a Gemignano, dove aveva imparato a nuotare. Alla fine della scuola sua madre comprava a lui e a Camillo una paio di scarpe di gomma, da ginnastica. Calzoni corti, di fustagno; in tasca corda, coltellino, fionda, sempre a piedi, a camminare, a rubare frutta. Mai per strada; entravano nel fiume e risalivano tutte le sue cascate fino al lago, il loro, il lago rosa, limpido, fresco. Risalivano i torrentelli come fossero il Rio delle Amazzoni o il Mississippi e loro Tarzan o Sandokan. In giù venivano per erba, seduti, fiancheggiando gli orticelli che i contadini facevano vicino all’acqua. Il lago era una pozza larga una quindicina di metri dove non si toccava, una cascata e una roccia affiorante, piana, sempre calda dove si sdraiavano quando tremanti uscivano dall’acqua. Lì, tutti, avevano imparato a nuotare. Dall’acqua affiorava una radice come una spalliera d’una piscina di oggi e chi già era esperto aiutava gli altri ad arrivarci. Si attaccavano, si allungavano, capivano di non toccare, imparavano a battere i piedi, a galleggiare. Sempre nudi. Nudi anche quando si bagnavano nel Polcevera, mentre il vigile gli fischiava dalla strada.

La mattina Ezio aiutava la mamma. Insieme andavano al mercato e lui portava a casa la cassetta della frutta; quinto piano. La giornata vera cominciava subito dopo il pranzo di mezzogiorno. Poche ore che la densità delle emozioni rendeva infinite: esplorazioni, caccia, guerra. Con la fionda la caccia era agli uccelli, “tutti, compresi quelli bianchi e neri che sembrano rondini ma sono i balestrucci”. Volavano raso sull’acqua e il tiro (“usavamo pallini di piombo”) era considerato difficile, quasi impossibile. Oltre la fionda i sassi. “All’epoca tutti facevano le guerre a sassate: un quartiere contro un altro. Tutti si beveva alle fontanelle. Tutti si mangiava un panino. Tutti si andava a rubare, ma solo le ciliege, la frutta; di quella ce n’era tanta. Cose comuni a tutti e in un certo senso normali. Rubavamo, non distruggevamo”.

Il distruggere, fa notare Ezio quasi colpito dalla sua stessa constatazione, è cosa moderna, appartiene all’oggi. “Il rispetto che durante la vita partigiana abbiamo avuto per i contadini e le situazioni che incontravamo faceva già parte della nostra storia personale. Mi sembra che già da ragazzi riconoscessimo l’esistenza di regole. Nelle nostre scorribande in campagna capitava che incrociassimo u segnù, un personaggio imponente che portava sulle spalle la borraccia pesante del latte. Ti fermavi, salutavi, davi il passo. Sapevi che lui aveva già fatto 4 km con quel carico sulle spalle e lo trovavi sempre, dappertutto, estate e inverno con sta borraccia maledetta, lungo la strada dove aveva le sue pose. Incontravamo gente, contadini che lavoravano alla ferriera con mio padre e scendevano e salivano a piedi tutti i giorni dai paesini intorno. Estate, inverno, notte, giorno, mattina e sera. Provavamo rispetto per questa gente”.

Così le estati di Ezio, dai 7-8 anni fino a quella del 1936 quando, a 13 anni, era stato messo a vendere giornali, il suo primo lavoro. Un pomeriggio aveva visto passare i suoi compagni, felici: vieni, andiamo al lago, a Gemignano; lui non aveva resistito. Tutti in pensiero a cercarlo, per ore. In casa avevano capito ma era stato sgridato lo stesso.

Mentre Ezio ricorda l’episodio ne fornisce la chiave: un gesto trasgressivo che non apparteneva al suo carattere, la consapevolezza della fine dell’infanzia. In autunno dai giornali era passato ad una fabbrica giocattoli, a Teglia. Così piccola che non aveva neppure la sirena – “non c’era orologio interno, cartellino, niente” – e loro, gli operai, si regolavano con le campane della chiesa. Suonava mezzogiorno e il capo buttava il grembiule. Andiamo a mangiare, diceva. Se anche non ci fosse stata la chiesa di fronte sarebbe stato difficile non sentire il mezzogiorno perché vicino c’era una fabbrica di maglie dalla sirena acutissima. Al contrario di Tassani, quello della cementite, che ne aveva una che si sentiva appena. Penetrante era invece quella di Gaslini che con altre suonava a mezzogiorno. Lo stesso l’Ilva che però scandiva altre ore, 6, 14, 22, quelle dei turni come Bruzzo, che a differenza di tutti gli altri “suonava un corno così potente che si sentiva in tutta la vallata”. Corni e sirene governavano la vita di Bolzaneto. Quando i fascisti erano andati ad aspettare suo padre non avevano avuto dubbi sull’ora.

Al loro suono le strade di colpo si popolavano. A Bolzaneto nessuno prendeva il tram neppure quando pioveva o nevicava. Pedonavano tutti: capoufficio, dirigente, direttore, operai. Tutto Tassani, tutto Bruzzo, tutta la Ferriera, tutto Gaslini, tutti insieme, migliaia, a piedi. Suonavano le campane, il corno, le sirene di ogni tipo, mollavano il lavoro tutto e tornavano a casa a mangiare, tutti insieme; poi, di nuovo insieme, a lavorare. “Un direttore di Gaslini a piedi come mio padre e come mio fratello, 4 volte al giorno. A volte, mio fratello ad esempio, anche 6 perché dopo cena andava da un maestro a prendere lezione”. Ma era l’unico punto in comune perché le differenze sociali c’erano, e profonde. L’impiegato di Gaslini, casa unifamiliare, faceva studiare i figli. Non aveva l’automobile ma andava in vacanza; e aveva il telefono e il bagno. Il bagno a Bolzaneto era una rarità; l’ascensore non esisteva. Le auto erano tre: due di industriali e la 509 di Giulli, un analfabeta ricco padrone di camion che ogni tanto portava a spasso i Bartoli perché Amato, il padre, gli scriveva le lettere. I commercianti, come i professionisti, costituivano un gruppo a parte. Tra un operaio e un commerciante c’era l’abisso. “Un commerciante guadagnava 50, 100 volte più di mio padre, mentre un impiegato dirigente solo 10 o 20 volte”.

Una mattina dell’autunno del 1936 anche Ezio si era messo in strada, a piedi come il resto del popolo di Bolzaneto, per andare a lavorare a un paio di km da casa, in una fabbrica di giocattoli. Lì, sotto le sembianze di Carlin, aveva incontrato la fortuna. Una prima volta, perché, dice Ezio, la sua vita aveva conosciuto molti incontri fortunati. Lui sembra non attribuirsene un merito particolare.

Facevano automobili a pedali, camioncini, carrozzelle, tutti giocattoli per bambini. Ezio era timido, incerto. Carlin, figlio di un ferroviere, era il capo del reparto falegnameria; 20 anni ma era un uomo fatto. Gli aveva dato molto, ma in modo diverso dal padre. Aveva capito il carattere del ragazzo e piano piano gli aveva insegnato ad avere fiducia in se stesso. L’azienda comprendeva falegnami e fabbri, verniciatura, spedizionieri. Loro due erano i falegnami e Carlin, letteralmente, lo aveva adottato. Era appassionato di montagna e un giorno, alla fine del lavoro, era andato a chiedere alla madre di Ezio di lasciarlo andare con lui in montagna la domenica. “Per mia madre ero il bene più prezioso. Quando lui me l’aveva proposto io gli avevo detto di chiederlo a lei, diversamente non avrei potuto. Ero un bel ragazzino e la pedofilia usava anche allora. Comunque mia madre l’ha visto e ha capito il personaggio. Lui le ha detto: ha bisogno degli scarponi e dello zaino. E siamo andati; lui e io, soli.

“Oggi lo definirei un pedagogo comunista. Non faceva il sabato fascista ma con me non si è mai rivelato. Tra noi c’erano 6, 7 anni di differenza; tantissimi per quel momento della vita. È stato lui a insegnarmi la ginnastica, a saltare il tavolo, a fare la verticale sulle sedie e io a casa lo rifacevo. Io avevo sempre le mani fredde coi geloni – lui calde, fini – e mi mandava a scaldare la colla perché stessi vicino al fuoco. Era un educatore. Andavamo in gita al Dente e da lì scendevamo a Vesima, alla spiaggia dove solo io facevo il bagno mentre lui, che non sapeva nuotare e del mare aveva paura, mi osservava dalla spiaggia e poi col treno a casa. Aveva un modo di fare che dava fiducia; calmo, acuto. Ci siamo trovati in mezzo alla nebbia densa e lui: ancora 100 metri e vedremo questo segnale o sentiremo le galline del tal pollaio. Tutte cose che succedevano puntualmente. Un personaggio da leggenda, straordinario; come camminare con Tarzan, Mandrake e Gordon, tutti insieme. Così anche sul lavoro: ti faceva vedere, ti chiedeva, ti metteva in guardia sempre con calma, disteso. Lì ho preso la sicurezza che non avevo, la fiducia nei miei mezzi. Lui trovava in me un ammiratore: il fratello giovane che non aveva. Il nostro era un rapporto intenso, pieno d’affetto, ma non morboso. Ho vissuto con lui momenti straordinari, importantissimi. Da timido, con una discreta manualità e una certa disposizione al disegno, sono diventato autonomo con idee più chiare e ho conosciuto gente che stimava quello che facevo”.

Un anno denso di scoperte, lunghissimo, e Carlin era partito per il militare. Il padrone aveva chiamato Ezio: se il suo lavoro lo fai tu, bene, diversamente chiudo, gli aveva detto. “Io non avevo ancora 15 anni ma non doveva sembrargli una cosa strana”. Oltre ai due falegnami c’erano i fabbri, due fratelli con un garzone, e il padrone che si occupava delle gabbie da imballaggio. Ezio aveva risposto sì e quello gli aveva aumentato la paga a 30 centesimi, “i soldi dell’Avventuroso”. Da Bolzaneto a Teglia, avanti e indietro due volte al giorno; tre quando sotto le feste ci tornava anche la sera. Niente bicicletta perché nella paga non c’entrava. E a mezzogiorno con gli altri a mangiare a casa.

“Nella fabbrica di giocattoli ho imparato a organizzarmi per fare il lavoro in serie. Da allora mi è rimasto come un marchio; anche se devo pulire i fagiolini. Non bisogna lavorare nella confusione; bisogna levare tutto quello che non serve al lavoro; curare l’alimentazione come lo scarico; diversamente la catena non funziona, tempi uguali. L’avevo imparato così bene che avrei potuto insegnarlo. Cercare di non mangiare polvere; tenere 10 chiodi in una mano e farli passare uno via l’altro. Lì non c’era solo la serie ma una infinità di piccole intuizioni, vere interpretazioni del lavoro che impedivano che i prodotti fossero perfettamente uguali. Facevamo una automobilina a pedali, una topolino e alla fine il pittore ci disegnava sopra un topolino, a mano libera, ogni volta”.

Aveva avuto di nuovo fortuna quando, per la chiusura della fabbrica di giocattoli, era finito in una fabbrichetta che faceva banchi da bar che quasi subito era stata rilevata, operai compresi, da un ingegnere, per produrre frigoriferi: Isothermo. Lui era un falegname ma lì bisognava occuparsi di impianti elettrici. Di nuovo la fortuna: aveva conosciuto uno che gli aveva insegnato a diventare attrezzista. Era una situazione amichevole, una grande famiglia di progettisti, disegnatori, operai. I più bravi erano riusciti a far assumere diversi amici di Bolzaneto che come manovali non valevano molto ma sapevano cantare e nell’intervallo avevano fatto una “squadra”. Castellani, il padrone, era uno intelligente e lasciava fare ma la disciplina c’era: “lo straordinario, l’orario, i controlli, lavorare anche al sabato se ce lo chiedeva, gli infortuni, le donne che lasciavano le falangi sotto le presse: tutti gli aspetti crudeli del lavoro”.

Da falegname ad attrezzista, capace ormai di “muovere le mani come comandava la testa”, e avendo imparato a fare l’elettricista, Ezio aveva completato la sua “fortuna” incontrando alla scuola serale un bravo insegnante che lo aveva iniziato al disegno tecnico. In alternativa al premilitare – “non mi piaceva andare a marciare, fare il buffone” – si era iscritto a un corso serale, da frequentare il sabato, per radiotelegrafisti. Aveva pensato che gli RT in guerra non dovevano essere uomini da prima linea (“evidentemente il pensiero della guerra lo avevamo”) e che il telegrafo poteva offrirgli nuove possibilità di lavoro, sulle navi o nelle stazioni. All’epoca aveva scoperto anche nuovi amici, 5 in particolare, benestanti, tutti studenti delle superiori e poi dell’università. “Tra noi l’anomalia ero io. Tra le loro famiglie e la mia la distanza sociale era enorme. Ero un meccanico di una ditta di frigoriferi eppure mi volevano bene; mi venivano a prendere quando al pomeriggio uscivo dal lavoro”. In seguito, alla fine del ’43, era stato con loro, oltre che con i genitori e il fratello, che Ezio aveva discusso come regolarsi con i bandi. Nel frattempo con loro, nelle passeggiate serali, parlava delle cose dei giovani, compresa la guerra dichiarata dall’Italia nel giugno del ’40.

Il 4 gennaio del ’43 Ezio era partito militare: Diano Marina, 34esimo Reggimento d’artiglieria di corpo d’armata. Un periodo, dice, di cui ricorda poco: tre mesi di istruzione a Diano e poi in Francia, a St. Cyr, vicino a Marsiglia. “Fame, sempre fame” e fa con la mano un gesto come dire roba da dimenticare. A Diano, nel periodo di istruzione era stato scelto per fare il puntatore. “Puntatore è il massimo, non fa niente, dà le coordinate a quello che con le ruotine orienta il pezzo e alla fine dice: pezzo pronto”. Bisognava saper fare dei calcoli, parallelismo, alzo, direzione e lui, anche se non era andato oltre la quinta elementare, sapeva farli. Frangenti della naia a parte, la grande scoperta era stata la Francia del Sud: “posti bellissimi, gente evoluta”. La nostalgia di Bolzaneto e dei famigliari non aveva oscurato il suo entusiasmo per quei luoghi fino ad allora sconosciuti. L’avventura si era conclusa ai primi di ottobre del ’43 con la fuga dai tedeschi e il rientro a Bolzaneto.

Ezio liquida il periodo della naia con poche parole come se preferisse non parlarne. Di fronte alle mie insistenze dice che di quel periodo ha conservato “una specie di diario” che ha ripreso in mano di recente. “Poco interessante”, osserva, mentre me lo mostra. Il suo giudizio abbraccia allo stesso tempo il diario e i mesi passati a soldato. È una piccola agenda fasciata di un cartoncino rossiccio che sulla prima di copertina porta impresso “Caffé Centro Ge-Bolzanetto”(sic). A partire dal 4 gennaio 1943, giorno di inizio della naia, le facciate di ogni paginetta – ognuna tocca due giorni – è stata compilata quotidianamente con mezzi e in condizioni non sempre favorevoli.

“Tu sei appassionato di queste cose – Ezio cerca così di spegnere l’interesse che lascio trapelare per l’agenda – e un pacco di lettere ti esalta ma è troppo sintetica. Non puoi ricavarci niente. E poi non c’è tutto; mancano episodi importanti. Come quando è venuta la neve ed è stata l’occasione per picchiare un sergente, un fetente, un sadico; di quelli che urlano come nei film dei marines. C’era chi lo aspettava al varco e, quando è venuta la neve, una coperta addosso e l’hanno lasciato in terra. Un episodio molto importante ma lì, nel diario, non c’è. Neppure c’è scritto dei treni dei deportati che ho visto in Francia per la prima volta. Né degli incontri con un emigrato antifascista che avevamo conosciuto. Neanche c’è quello che mi scriveva mia madre che mi inondava di amore materno. Erano importanti quelle lettere ma lo spazio per scrivere era poco”.

L’elenco delle cose “che non ci sono” è sufficiente per riaprire il confronto. “Treni per deportati?”, chiedo. “Sì, una cosa che allora ci sembrava incomprensibile. I tedeschi mettevano la gente sui treni e la portavano non si sapeva dove. All’epoca non conoscevamo la parola deportazione. Erano treni con gente dentro, chiusa. Carri bestiame come si usava allora per soldati, per i civili in Francia c’erano le vetture normali, ma i viaggiatori non erano normali. Si sentiva gridare, si vedevano uscire le mani; buttavano dei biglietti, chiedevano acqua. Giugno, luglio del ’43, una estate caldissima: passavano questi treni che andavano in Germania coi francesi dentro. Una cosa che noi non capivamo; poi degli amici francesi ci hanno spiegato. Emile, il padre di certe ragazze molto simpatiche con cui avevamo legato, una volta ci ha detto: se venite anche voi che siete dei militari possiamo aiutarli più facilmente, dargli dell’acqua. A guardia dei treni fermi nella stazione di St. Cyr c’erano i tedeschi ma a noi ci lasciavano fare: bottiglie d’aranciata, acqua minerale, quello che si poteva”.

Una visione angosciante che al suo ritorno a Bolzaneto, a fine ’43, Ezio aveva riportato in famiglia e agli amici destando solo curiosità; “erano increduli”, precisa. Lui stesso faticava a dare un significato a ciò che aveva visto. “Poi quando nel giugno del ’44, a Sestri, hanno preso quelli della S.Giorgio, li hanno caricati su due treni e li hanno portati in Germania, allora tutti hanno capito. Nessuno immaginava che venisse una retata, li piombassero, li spedissero… Era la stessa cosa che avevo visto un anno prima e che avevo raccontato”.

In effetti dei vagoni piombati visti alla stazione di St. Cyr sull’agendina non c’è una parola, così del pestaggio del sergente e chissà di quanti altri episodi. C’è comunque dell’altro e quando dopo qualche giorno torniamo a parlarne sono ormai convinto che i 9 mesi di naia abbiano avuto un peso considerevole su quello che succederà in seguito. Più di tutto mi ha colpito il senso di umiliazione che pervade le pagine. “Il cuore si fa duro tra tante umiliazioni” scrive il 13 gennaio; e il 27: “nulla da fare contro il destino”. Gli leggo i brani che ho messo in evidenza. “Corrisponde”, osserva pensoso e ammirato per il mio rovistare nelle pieghe del documento.

Dopo il tuo battesimo notturno e la comunione alla Guardia, osservo, credevo che tu avessi esaurito il tuo rapporto con la religione ma da quello che ho letto si direbbe di no. 15 febbraio: “Il Signore mi aiuta, ho fede”; 27 febbraio: “Il Signore è stato buono davvero e pregherò”; 7 marzo: “Ho fede. Piango in chiesa e mentre scrivo a papà”; 4 maggio: “Prego nonostante il dubbio”; 19 settembre: “Mi allontano dal prete non da Dio”; 29 luglio: “Che accadrà a Camillo? Oh dio mio aiutatelo…”; 31 luglio: “Signore aiuta il mio papà… fate che possa valere in tutto la sua intelligenza e la sua idea”.

Ezio ascolta le citazioni come se non gli appartenessero. “Leggo queste frasi, dice, come un gran bisogno di aiuto, di necessità affettiva. Forse era mia madre che mi induceva a cercare un aiuto extra, in più, per risolvere i miei problemi. Non ricordo di essermi confessato o comunicato. Neppure mia madre ci credeva. A Bolzaneto, tra i miei amici studenti qualcuno andava a messa e qualcuno no. A volte ci andavo anch’io, ma così… Non sapevo la messa e ancora oggi vado in chiesa per motivi eccezionali: un matrimonio, un funerale”.

Nel diario compaiono anche note esistenziali. 25 marzo: “Piove straordinariamente e penso alla vita. Com’è strana e assurda. Devo imparare a uccidere e massacrare dunque (Nda., oppure) vado dentro. Che idiozia”. 26 maggio: “Che succederà nel mondo… Perché tanta incomprensione? È possibile che uomini intelligenti debbano ubbidire a uomini sciocchi?”. “Ci riconosco, dice sorridendo Ezio, un certo stile di famiglia”.

La lontananza da casa era stata l’occasione per approfondire i suoi sentimenti col padre, la madre, il fratello. I riferimenti alle lettere ricevute da loro sono continui e si intrecciano con altri frutto della contemplazione di radure, albe, tramonti, stellate, fatti che emotivamente lo coinvolgono. Avrebbe voluto dare ai suoi sentimenti parole e forma poetica e lo scrive. 30 aprile: “I grilli trillano, gli alberi fremono, l’aria è un balsamo. Qualche lacrima quando andrò a casa”. 4 luglio: “Tento la poesia tra i pini olezzanti”.

Ezio ascolta le citazioni e sorride imbarazzato. “Ero sicuramente molto romantico e molto emotivo. Quando facevo il meccanico, uscivo con le ragazze che lavoravano alle stampatrici. Ero il loro attrezzista e sono uscito con tutte. Ma non avevo manifestazioni violente. Uscivo e passavo la sera con loro a passeggiare. Parlavamo della vita. Mi piaceva stare con loro, magari baciarle o carezzarsi ma era lo stare insieme a loro che mi piaceva”.

Prima di partire da Genova aveva messo nello zaino “I Sepolcri” e quando, per averlo scoperto dal Diario, glielo faccio notare, minimizza: “sì perché era un libro piccolo, leggero”. Insisto: Foscolo con la quinta elementare? E lui: “è vero, era difficile”. Foscolo a parte, Ezio aveva pensato che la poesia sarebbe scaturita, quasi spontaneamente, dalle situazioni che gli apparivano poetiche. Il più delle volte però, osserva autoironico, era rimasto deluso. “Ne ho scritto solo una. Neppure era una poesia; piuttosto una successione di frasi, di parole. Ricordo che ci avevo messo la parola licheni che allora non sapevo neppure cosa fossero. Un ufficiale, uno gentile, m’aveva chiesto cosa scrivevo e io gli avevo detto che avrei voluto scrivere una poesia e ci avevo messo dentro sti licheni anche se non sapevo… Era un dottore in agraria e me lo aveva spiegato. In una poesia, aveva detto approvandomi, i licheni ci stavano benissimo”.

Del Midi a Ezio piaceva tutto. La spiaggia e i bagni, la compagnia, i bar, le persone che si baciavano in strada, le nenie dei marocchini che abitavano le baracche vicino al cimitero e di notte cantavano canzoni loro, da villaggio; belle che si facevano sentire. Non era caduto nella trappola paesana di scambiare i luoghi della propria infanzia come gli unici al mondo ma si era entusiasmato per la Côte e i suoi abitanti che gli avevano permesso di sentirsi a suo agio malgrado portasse la divisa del nemico. Altri italiani, arrivati in passato, chi alla ricerca di lavoro chi in fuga dal fascismo, lo avevano aiutato. Di uno di questi, un antifascista, un comunista che faceva il contadino, aveva frequentato anche la casa, “una cascina bellissima dove con altri a volte ci si ritrovava la sera”. Ascoltavano la radio e le notizie della guerra mentre il padrone di casa gli raccontava degli eroi del socialismo di cui Ezio e i suoi amici non sapevano nulla: “Matteotti, Lenin, Stalin, Bakunin, specialmente Bakunin”.

Anche i compagni di naia, ragazzi con alle spalle provenienze e storie diverse, avevano dilatato il suo orizzonte e premiato la sua voglia di scoperta. Come Martone, “napoletano verace, intelligente, simpatico, una faccia latina ma anche un po’ araba, capelli neri ricciuti, sempre allegro, forse ricco, gran personaggio, con le mani bellissime di uno che non ha mai lavorato”. Mentre Ezio lo descrive e ne decanta le mani bellissime che, forse, “non avevano mai lavorato” non sento nessuna animosità nelle sue parole, solo ammirazione. Ecco un buon esempio della sua “fortuna”, penso.

C’erano anche soldati più vecchi di lui, come Cemin e Fietta, “anziani dell’8” (1908), trentini di Fiera di Primiero, suoi compagni di camera. Amichevoli sobri, innamorati del loro paese (“quando che torniamo a casa, verrai a trovarci e vedrai che bello le montagne”) e della loro famiglia. Simpatici, facevano tutto insieme, a cominciare dal dormire nello stesso castello, uno sopra e uno sotto. Divertìti alla vista di Ezio che scriveva sull’agendina – “Ma cos’è che ti ghe scrivi?” –  e poi ridendo tra loro: “Sai che ora ci mette anche noi là dentro”. Ezio racconta imitando le loro voci, la loro cadenza. “Cemin aveva una faccia quadrata e gli occhi azzurri intensi. Fietta invece era alto, magro. Vorrei disegnarli e mi ci son già messo molte volte ma è come se qualcosa di loro mi sfuggisse. Due contadini intelligenti, buoni, fedeli, ubbidienti”. Anche loro contro la guerra ma rassegnati a subirla come la gente di buon senso che sa che “con la fatalità non ci si deve scontrare”.

Proprio Cemin e Fietta lo avevano messo in guardia, al suo arrivo, verso un’altra coppia, Siegfried e Schulz, tedeschi questa volta, sergenti e padroni della batteria. Siegfried alto, figura da inquisitore, rughe, vera faccia della morte che non rideva mai e Schulz, il suo contrario, piccolo, biondo, gentile ma legato a filo doppio con l’amico. Quando c’era l’allarme capaci di stare intere notti su una sdraio con una coperta addosso, il mitra ai piedi e la pistola sulla pancia. Al contrario del superiore di Ezio, un colonnello italiano che dell’artiglieria non sapeva neppure le cose più elementari, i sergenti Siegfried e Schulz avevano costruito da soli una intera batteria. Avevano cominciato ignorando le inutili proteste di una contessa e spianandone l’orto, poi, costruita la piazzola, ci avevano montato la batteria con cannoni da 220 presi ai francesi e portati lì su un treno. Avevano i disegni ma il resto lo avevano tutto loro: dall’orto della contessa alla piazzola col girevole, una roba di almeno 20 metri di diametro.

I tedeschi, chi li conosceva prima di allora? A Bolzaneto quelli che Ezio aveva visto prima di partire erano per lo più uomini d’età, pochi, acquartierati in zone defilate, che qualche volta si poteva incontrare a bere un bicchiere alla Fratellanza o alla Cattolica. Ben diversi dai tedeschi che Ezio aveva scoperto a St. Cyr, autoritari, efficienti, sprezzanti o quanto meno ironici verso l’alleato italiano così approssimativo, mal armato e mal nutrito. Tutti, anche i più anziani tra loro, quelli della Flak, l’antiaerea, i più pacifici che per prima cosa ti facevano vedere la foto della moglie e dei figli e che dicevano di continuo “ah, scheise krieg”, guerra merda, accompagnando le parole con un gesto tutto loro. “Però erano lì come gli altri a dare il grasso e a lucidare le mitragliatrici e i fucili. Loro belli, ordinati, puliti, a posto, e noi sempre incasinati. Ci avevano dati i tapum, i loro grossi fucili da fanteria, al posto dei nostri moschettini da ridere. Volevano che li tenessimo bene, puliti ma quando ci controllavano, c’era sempre un granino di polvere in più e mai che fossero appoggiati a dovere”. Per non dire di quando cercavano di sorprendere gli italiani di sentinella andando a gattoni per sfilargli il fucile. La loro disciplina era senza sbavature e l’apprendimento fondato su una violenza costante, quotidiana, applicata ad ogni minimo aspetto della vita militare. Ezio ne era stato colpito e in proposito sulla sua agenda compare la parola “martirii”. “Facevano girare i loro puniti di corsa o al passo, attorno al palo delle salmerie, lo stesso attorno al quale si facevano girare i cavalli. Così per ore con ordini urlati che facevano rabbrividire solo a sentirli”.

La svolta nel rapporto coi tedeschi era cominciata, clamorosa, a partire dal 26 luglio. Oltre al clima di incertezza che aveva coinvolto i comandi italiani, il blocco della posta (29 luglio: “Che accadrà a Camillo? Oh Dio mio aiutatelo”) e l’accavallarsi di notizie contradittorie provenienti dagli amici francesi che sentivano la radio, era esploso negli accantonamenti un lassismo liberatorio. Erano aumentate le ore di libertà e i bagni di mare (30 luglio: “In mutandine all’istruzione. Pacchia. Al bagno ogni due giorni”). Il 31 luglio era stata l’apoteosi: “Comincia un altro mese. Che succederà? Non potrà essere bello come questo: Impossibile. Che bei momenti si riescono ancora a vivere in questi tempi”. 1° agosto: “Stupendo mattino. Camillo sta bene. Il fascismo è morto. La mamma è felice e così papà. Grande giornata. La vita è bella. La vita è un sogno”. Così ancora per qualche giorno, poi era cominciata a serpeggiare l’inquietudine. Martone, l’amico napoletano dalle mani bellissime e l’intelligenza splendente, a metà agosto, tornato da una licenza, lo aveva avvisato (e Ezio l’aveva appuntato sul diario): “la pace non verrà”  anzi, presto le cose sarebbero complicate. L’8 settembre (“l’Italia chiede la resa incondizionata”) era stato il giorno della “grande notizia” che aveva provocato in tutti “un balzo nel petto e una ondata di emozione”. Il 9 la resa dei conti era già cominciata: “I tedeschi fanno bruttissime promesse… congetture sotto i pini… Si trama una fuga… Che brutti giorni… Si attende la sentenza”.

Sentenza pronunciata l’11 settembre dal comandante tedesco: “capitano Wenzel fa il discorso” aveva scritto Ezio sul diario. In verità, precisa, si trattava di un generale, ma lui l’aveva saputo dopo; sembrava uscito da un disegno di Grosz: la mano di legno, il monocolo, la divisa perfetta e un mucchio di decorazioni. Wenzel aveva offerto agli italiani una alternativa: combattere al fianco dei soldati germanici o essere istradati verso i campi di concentramento che non si sapeva bene cosa fossero ma che venivano promessi con accenti che non lasciavano dubbi. “Finalmente prigionieri” si legge nella pagina dell’11 settembre; prigionieri insieme a francesi, nordafricani e indocinesi che fino a poco tempo prima erano stati loro prigionieri. Gli italiani, ultimi arrivati nel gruppo, non erano stati accolti male. “Facevamo insieme a loro la coda per il rancio ma non ci prendevano in giro; riconoscevano che noi con loro non ci eravamo comportati male. Ci davano anche del tabacco”.

La proposta di Wenzel aveva inizialmente trovato tra i militari italiani un certo ascolto. L’11 settembre Ezio scriveva nel diario: “Lotta per la firma del tradimento… piuttosto il campo”. Non era la riflessione di un isolato, mi spiega, ma il risultato di un parlamento durato giorni. “La proposta di passare con loro a molti non sembrava uno scandalo. Aveva trovato un certo favore tra i meridionali e, più in generale, tra quelli meno preparati o che non avevano maturato una adeguata carica d’odio contro la guerra, i tedeschi e i fascisti. È stato necessario mettersi a parlare, spiegare. Wenzel ci aveva dato un po’ di giorni e li abbiamo usati. Tra gli anziani tedeschi c’era chi ci metteva in guardia sui campi, ci dicevano che erano posti duri, che dovevamo stare attenti a dire no. Alla fine abbiamo vinto noi e dei nostri solo un bolzanino era andato con loro; nessun altro”. “Smettiamo di fare i soldati” era stata la proposta che, come risulta dal diario, aveva vinto. Di un ufficiale che era andato coi tedeschi Ezio, il 28 settembre, scriveva “E’ un traditore” e aggiungeva “Non si combatterà, costasse la vita… Fiera determinazione di non impugnare le armi… Mormorii e movimento intenso di meningi…”. Quello stesso giorno aveva preso la parola anche il generale italiano. Ezio appunta “parole sciocche quanto inutili. Disapprovazione dei più ragionevoli”.

In attesa di essere inoltrati al campo, i prigionieri italiani erano stati addetti ai lavori pesanti della difesa costiera: picco, pala, trasporto di legname, costruzione di rifugi. Erano cominciate anche le prime fughe ma nessuna a buon fine. 7 ottobre: “Ogni colpo di piccone aumenta la ribellione. Si partirà?”. E l’8: “Sulla montagna con il picco. Intorno la libertà. Piani di fuga… L’ora della libertà si avvicina. Riusciremo? Dio ci aiuterà”. È la vigilia della fuga. Ezio brucia la posta (9 ottobre: “che dolore”) e dopo un improvviso cambiamento di piani comincia la fuga con altri due compagni.

“Dell’Italia, ormai dall’8 settembre, non sapevamo più niente. C’erano solo gli amici francesi che ci informavano e ci avevano dato delle dritte. Non distante dal nostro accantonamento abitava Emilio, il padre delle ragazze, che andava tutti i giorni a Marsiglia a lavorare in una officina per auto e aveva un mucchio di cartine stradali. Per me il piano è questo, ci aveva detto. Quelli prima di noi li avevano ripresi tutti. Non dovevamo sbagliare; andavamo verso il freddo e non avremmo avuto altre possibilità. Insieme abbiamo messo a punto il piano e siamo partiti. In tre: Rolland, un valdostano, Nino, un piemontese, ed io. A piedi fino a Bandol e poi sul treno fino a Nizza in un colpo solo, di notte, appesi fuori, mentre il treno andava come il diavolo. A Nizza c’erano i tedeschi schierati che controllavano documenti e bagagli di quelli che uscivano. Abbiamo aspettato che il treno partisse e tornasse il buio poi abbiamo scavalcato la cancellata e siamo arrivati sulla strada tra quelli che erano usciti regolarmente dalla stazione. Non si vedeva niente – c’era l’oscuramento – tutti diffidenti, nessuno che ci desse una indicazione. Io ero vestito da meccanico, giacchetta, baschetto e una borsa di tela a tracolla; vuota. Così i miei amici. Alla fine abbiamo visto degli alberi e ci siamo messi lì sotto”.

Alla mattina quando si erano svegliati avevano scoperto di aver dormito nel mezzo di una aiola, alla vista di tutti. Di nuovo erano tornati in stazione a prendere un “trenino”, una linea con uno scartamento diverso, che andava verso le Marittime da dove poi avrebbero tagliato per l’Italia.

“Io dovevo stare zitto. Degli altri due, Nino, il piemontese, parlava un po’ di francese, mentre Rolland, il valdostano conosceva il patois. Era stato Nino a stringere i contatti con Emilio, il meccanico, che però a Rolland non piaceva. Rolland amava fare di testa sua, era un isolato, uno bieco che come niente avrebbe potuto uccidere. Lo avevamo voluto con noi perché sapeva il patois e perché era un vero avventuriero. Nino mi diceva: quando arriviamo di là lo lasciamo andare perché questo ci porta a perdere. Di certo era un tipo intelligentissimo. Mi era capitato di perlustrare con lui le case della costa che la gente era stata costretta abbandonare e in qualche modo aveva cercato di barricare. Lì, soprattutto nelle soffitte, c’erano tonnellate di giornali, di libri e lui era un lettore straordinario, vorace di tutto. Era simpatico, interessante anche fisicamente, tipo guida alpina ma un po’ rincagnato non un bello alla Bonatti. Nino però, che aveva una mentalità più provinciale – canoni piemontesi – lo temeva”. Durante la fuga era stato sempre Rolland a parlare e decidere. “Si muoveva come fosse a casa sua. Per tutto il percorso non ha fallito un colpo. Mi dava delle gomitate: tu stai zitto. A lui bastava una occhiata per farsi ubbidire”.

A Nizza, in stazione avevano seguito l’indicazione dell’amico meccanico e cercato i macchinisti. Per loro avevano preparato soldi e sigarette. In vettura, sul trenino per Ruseran, era come se l’avessero scritto in fronte e tutti avevano capito, anche un italiano, una faccia brava, che gli aveva offerto di dormire a casa sua per andare insieme, l’indomani mattina, a cercare i funghi… Alla fine si erano fidati: la casa era una baracca, con pollaio, galline e caprette e lui gli dato da mangiare e da coprirsi perché cominciava a far freddo. La mattina armati di cesti erano arrivati fino ad un certo punto dove lui, con una cartina alla mano, gli aveva spiegato dov’era il controllo tedesco; bastava aggirarlo e continuare a seguire la strada. Si erano persi lo stesso e solo al pomeriggio erano arrivati finalmente al passo del diavolo: scogli che sembrava di camminare sulla luna. Da lassù erano scesi nella valle di S. Dalmazzo di Tenda. Per strada, devastato, c’era tutto quello che la Quarta Armata aveva abbandonato nella sua ritirata: tende, armi, coperte, bombe, telefoni, cavi.

A S. Dalmazzo, la sera, avevano bussato a molte porte ma inutilmente così erano finiti a dormire in un campo e la mattina dopo erano entrati in un albergo per darsi una pulita. “Non erano passati 5 minuti che è arrivato uno della Resistenza; voleva che ci mettessimo con loro. Non abbiamo accettato: volevamo solo andare a casa. Di nuovo il treno fino a Racconigi; di nuovo abbiamo aspettato la notte; di nuovo persi, l’oscuramento, i cani; finalmente a Villanova Solaro, il paese di Nino. A mezzanotte, a pochi metri da casa sua, ci bloccano i carabinieri. Armi puntate: sveglia della casa, lacrime, madre, padre, 2 sorelle maestre, il maresciallo che finalmente lo riconosce. Hanno acceso il fuoco, ci hanno fatto da mangiare, scaldato, nutrito, lavato. Una scena indimenticabile. Io sono stato lì 2 o 3 giorni poi, con dei vestiti decenti, sono partito. Dovevo andare; volevo sapere come stavano i miei, fargli sapere di me. Da Racconigi in treno fino a Savona, poi un altro treno per Genova”. A Savona, mentre aiutava una vecchietta a caricare delle patate sul treno, di colpo, come una fitta aveva visto l’Italia: carrozze da derelitti, miseria, abbandono, una solitudine che l’aveva preso alla gola. Da Sampierdarena col tram era arrivato a Bolzaneto, a casa; domenica, erano tutti a messa. Aveva suonato e ad aprire era venuta la madre. Si erano abbracciati e insieme avevano pianto; molto.

Ezio ha raccontato la storia del suo viaggio quasi d’un fiato. “L’ho già raccontata altre volte, almeno 7 o 8, mi dice. Ma quanto può valere un ricordo a questa distanza di tempo? Mi chiedo quali differenze ci siano tra il racconto che ho appena fatto e quelli precedenti”. È una questione importante ma, d’accordo, decidiamo di rinviarla.

La comparsa del diario ha introdotto nel confronto tra Ezio e me un elemento nuovo. Ho contemporaneamente a disposizione un testimone, Ezio, che mi racconta di fatti passati e il suo diario, appunti stesi all’epoca dei fatti. Di alcuni dei fatti, a suo tempo riferiti sul diario, Ezio non mi ha detto. Perché, spiega, non li ha ritenuti importanti; di altri invece perché, fino al momento di leggere, non ricordava. In compenso mi ha raccontato cose di cui sul diario non c’è traccia. Alcune di queste, importanti già allora, non erano state consegnate al diario per timore forse che potesse finire in mani estranee. Potrebbe essere il caso del pestaggio del sergente: un fatto di cui non si doveva parlare; figuriamoci scrivere. Ci sono poi fatti di cui solo col tempo Ezio è stato in grado di apprezzare l’importanza. È il caso dei treni dei deportati.

Non è difficile trovare una spiegazione accettabile per queste differenze. Al momento, l’aspetto che sembra più interessante è che il diario, la sequenza cronologica degli appunti, si è trasformata in una serie di domande che l’Ezio di allora ha rivolto all’Ezio di oggi. Il racconto che ne è venuto fuori non è solo molto più ricco di quello che inizialmente mi aveva proposto. Restitusce al ricordo movimenti cancellati e toglie ai gesti la loro fissità. Potenza dei diari.

Ezio era arrivato a casa, a Bolzaneto, domenica 17 ottobre, a 8 giorni dall’inizio della fuga. Una decina di giorni dopo aveva cominciato a frequentare la scuola serale a Sampierdarena. Sulla stessa agenda – usata per qualche giorno come diario scolastico – si trovano appunti come: 15 novembre “Vita e pentimento Petrarca. La novella delle pecore dal Novellino”; 17 novembre “Consiglio degli dei. Battaglia fra Greci e Troiani”; 19 novembre, “Apparato digerente e circolatorio”. Il 28 novembre compare disegnata una mano aperta, supina, con la scritta “Alt”. Potrebbe alludere al suo abbandono seguito al consiglio del preside: meglio che alcuni non si facciano più vedere.

Negli stessi giorni in famiglia e con gli amici era iniziata la discussione sul bando di chiamata alle armi. Lui però, al contrario dei suoi amici studenti rimasti a casa, aveva già vissuto alcune esperienze significative. Aveva visto all’opera i tedeschi, un esercito determinato, maniacale, che non conosceva smagliature. Aveva partecipato attivamente a una discussione, collaborare o non collaborare con loro, dove si era confrontato dialetticamente con i suoi compagni, ragazzi di ogni provenienza; una occasione importante per trasformare le sue idee in argomenti. La linea per cui si era battuto, “smettiamo di fare i soldati”, aveva vinto ma lo aveva fatto finire nella lista dei candidati alla deportazione. Da qui la fuga, un gesto coraggioso dove tanti prima di lui avevano fallito; vissuto da seconda fila rispetto all’amico Rolland, ma con una determinazione superiore a quella di Nino che più volte aveva manifestato incertezze.

L’Ezio tornato a Bolzaneto era un giovane di 20 anni che aveva già sperimentato le parole e la dialettica del confronto provocato dall’8 settembre. A St. Cyr aveva già “scelto”, prima per opporsi poi per fuggire. Nel diario dove, come dice lui, “non c’è tutto”, c’è abbastanza per cogliere i legami profondi tra la sua storia di soldato e quella di renitente che era seguita.

 

IX. Il giorno della pistola

L’annuncio di una imminente chiamata alle armi da parte della repubblica di Salò era stato dato per la prima volta alla radio sabato 16 ottobre 1943 e ripetuto, giornalmente a partire dal giorno successivo, sempre alla stessa ora, le 14,50. Così fino al 9 novembre quando il bando era stato pubblicato. Manifesti murali e stampa quotidiana informavano che, tra il 15 e il 30 dello stesso mese, i militari dell’esercito, le classi ’23 e ’24 in congedo provvisorio o rinviati o dispensati, studenti universitari compresi, tutto il ’25 leva di terra e i militari, che già avevano risposto alla chiamata, nati nel secondo e terzo quadrimestre del ’24 avrebbero dovuto presentarsi ai distretti. Le direzioni scolastiche avevano ricevuto l’incarico di denunciare e allontanare dalla scuola gli studenti che avessero le caratteristiche previste dal bando. A fine novembre c’era stato anche l’ultimo incontro di Ezio con gli amici del cuore. Si erano trovati tutti insieme per decidere il da farsi: a parte Ezio, erano tutti studenti universitari che non potevano più avvalersi della possibilità del rinvio. L’alternativa era: presentarsi o renitenza.

– Sedersi attorno ad un tavolo per decidere il proprio destino ha molto di letterario.
– È vero. Qualcosa del genere l’ho letto ne “I piccoli maestri”.

Quella sera in casa Meirana (“bifamiliare, giardino, pianterreno; il padre era un direttore di Gaslini”) c’erano, oltre a Ezio, Mario Schiavi, Elio Pittaluga, Giovanni Sconfienza, Luciano Sartirana ed Ezio Meirana, figlio del padrone di casa. In seguito Meirana era diventato medico, Schiavi ingegnere, Pittaluga ingegnere, Sconfienza medico, Sartirana medico dentista. Il fratello di Ezio Meirana, Egidio – 7 o 8 anni più del fratello – era già medico. Amici con destini incrociati: sorelle e amiche fidanzate con alcuni di loro o altri loro amici. I Meirana avevano il giradischi e spesso il gruppo si ritrovava a casa loro a ballare. Quella sera però avevano parlato solo del bando. Aveva suscitato emozione; tutti erano in attesa di qualcosa ma niente di così ultimativo e minaccioso.

L’esercito si era dissolto ma ne veniva annunciata la nascita di un altro, composto delle leve più giovani, ’23, ’24, ’25, per combattere una guerra che sembrava già decisa. Del bando colpiva l’aggressività a fronte di una situazione in disfacimento, segnata dai bombardamenti quotidiani, la penuria alimentare, la borsanera che non aveva più bisogno di mimetizzarsi, l’attesa dello sbarco alleato visto quasi da tutti come la definitiva fine dei guai. A Ezio e ai suoi amici il bando appariva incomprensibile, sproporzionato. Erano arrivati persino a chiedersi se il suo significato fosse quello letteralmente espresso nel testo o se non si trattasse d’una delle tante operazioni di facciata a cui il fascismo li aveva abituati. Ezio ricorda una discussione pacata, non drammatica, tanto che a un certo punto la madre di Meirana aveva messo la testa dentro per chiedere, “con curiosità e senza alcuna tensione”, cosa alla fin fine avessero deciso di fare.

“Loro hanno deciso di presentarsi; tutti. Due avevano il padre fascista, gli altri no. Ma non significa che non vedessero e capissero. Alcuni conoscevano l’inglese, leggevano libri americani in lingua originale, amavano il jazz. Se non andiamo, hanno detto, succede quella cosa lì, che poi voleva dire prenderci a forza, e quindi andiamo e stiamo a vedere cosa succede”.

Avevano la sensazione, non solo loro in verità, che ci fosse tempo e modo per capire “cosa poteva succedere”. Per lo stesso motivo giudicavano il tono del bando inutilmente drammatico. La conclusione della riunione ne aveva sottolineato il significato simbolico: utile a sancire più che a elaborare le loro differenze.

“Tranne in un caso, non si può dire che aderissero allo spirito della convocazione; ma avevano già deciso di andare. Ubbidivano convinti che ci sarebbero stati dei margini di manovra. È normale. Eravamo di fronte ad un documento terroristico ma cartaceo. Erano studenti e pensavano alla possibilità di una qualche esenzione. Non era facile immaginare che la storia da quel momento sarebbe stata un’altra. Io ho detto no, perché quello che ci chiamava non era l’esercito – ormai si era sciolto – ma il fascismo e coi fascisti non ci volevo andare. La mia decisione doveva risultare ovvia anche a loro perché non ricordo che mi avessero chiesto perché e percome. Della mia famiglia non sapevano niente; solo dove vivevo e basta. A suo tempo mi avevano adottato; ci piacevano le stesse cose. Tra noi le differenze sociali c’erano ma in comune avevamo molta cultura: la lettura dei libri, del Marc’Aurelio, le battute, l’avanspettacolo, un po’ di teatro, i dischi, il jazz. Tutti sentivamo Radio Londra. Uno di loro in particolare aveva una radio potentissima e tutti insieme andavamo a sentirla a casa sua. Loro sapevano quello che sapevo io; forse di più. Egidio Meirana ad esempio, il fratello maggiore dell’amico che ci ospitava, non aveva dubbi su come sarebbe finita. Quando gli americani erano entrati in guerra aveva detto: qui non ce n’è più per nessuno. Non si può vincere una guerra contro l’America. L’America ha questo e quest’altro. Sapeva l’inglese, leggeva libri in inglese, era informatissimo e come noi sentiva Radio Londra. Era colto e sapeva trasmetterci le sue certezze. Del resto non erano posizioni isolate. Anzi. Così, a mezza voce, capitava di sentirle anche in giro; perfino nei rifugi dove si finiva durante gli allarmi”.

Durante la discussione in casa Meirana, Ezio aveva detto che coi fascisti non voleva andare. I bandi erano l’espressione del fascismo che non accettava di farsi da parte e lui era deciso a sottrarsi. A militare, in Francia, aveva sperimentato il velleitarismo del regime nel punto più alto della sua retorica, l’esercito. Aveva anche visto all’opera i tedeschi, prima da alleato e poi da prigioniero, per non dire di quei treni misteriosi che portavano in condizioni orribili e chissà dove una massa di sconosciuti. Tutte cose di cui al ritorno aveva discusso con loro. Ma loro non avevano capito o lui non era riuscito a spiegarsi. Pensavano che si fosse sbagliato, che avesse visto sì quei treni con le persone dentro ma che fosse una cosa francese e non c’entrasse con noi.

“Che a Bolzaneto, l’8 settembre, dei soldati italiani fossero stati uccisi dai tedeschi, si sapeva ma anch’io, se pensavo al nemico, pensavo a Mussolini e ai fascisti di prima, quelli di mio padre. Che si camuffassero cambiava poco. Erano sempre loro; quelli che ci avevano fregato”. I tedeschi invece, dopo il loro arrivo in seguito all’8 settembre, non si vedevano molto. Avevano un comando, defilato, in una villa a Morego, una località non lontana da Bolzaneto dove peraltro non se ne incontrava mai. Al contrario dei repubblichini ben in vista nella ex caserma dei carabinieri, al centro della delegazione. A catturare Maffei e Livraghi, due che poi erano stati fucilati, nelle manifestazioni operaie di metà dicembre ’43 erano stati poliziotti fascisti, in borghese. A sparare a Silvio Montecucco nell’ottobre del ’44, la sera che con lui avrebbe dovuto essere anche Ezio, erano stati i fascisti. A Mignanego, a fare la guardia ai viadotti c’erano repubblichini, GNR, Xmas. Solo in fondo ai Giovi, verso Pontedecimo, c’erano dei tedeschi; così anche a Teglia ma non erano loro che in genere chiedevano i documenti. Solo verso la fine, in previsione dei loro movimenti di ritirata, si erano visti di più. I fascisti invece erano diffusi capillarmente; il vero nemico, infido perché i tedeschi erano sempre in divisa là dove i fascisti andavano anche in borghese, camuffati. Gli accantonamenti tedeschi avevano posti precisi; i fascisti invece erano dappertutto e potevi trovarli anche nella scala di casa.

Dopo quella sera, giorno più giorno meno, il gruppo di amici si era sciolto. Ezio, presa la decisione di non presentarsi, si era ritrovato a casa. Madre e fratello erano d’accordo; il padre, come altre volte, osservava. L’ultima data utile per presentarsi era scaduta senza che si sapesse di controlli da parte di polizia o carabinieri. Così traccheggiandosi era passato il mese di dicembre durante il quale Ezio aveva mantenuto i contatti solo con uno degli amici del vecchio gruppo, uno dei due col padre fascista, l’unico che aveva scelto di entrare nelle Brigate nere. Era in caserma a Genova e spesso la sera tornava a casa.

“Abitavamo di fronte ma a casa lui tornava in borghese; non era clamoroso nell’ostentare la sua scelta. Stava al primo piano; tra noi sì e no 20 metri. C’era il coprifuoco; ci facevamo dei segnali, con la luce, per capire se eravamo in casa. Allora attraversavo ed ero da lui. Capitava che ci vedessimo anche durante gli allarmi; se non succedeva niente approfittavamo per passeggiare un po’ in strada. Parlavamo sinceramente, apertamente. Mi diceva della divisa che gli avevano data, del mitra – nessuno aveva i mitra; loro sì – e poi della guerra. Anche lui si aspettava che finisse e come gli altri aveva la consapevolezza delle cose che stavano succedendo: il possibile sbarco alleato, la crisi tedesca, l’avanzata dei russi. Tutti sapevamo come sarebbe andata a finire. Ci siamo visti così fin quando son stato a casa coi miei poi, quando mi sono imboscato nell’appartamento di sotto, basta”.

In seguito quei 20 metri sarebbero apparsi a Ezio una distanza enorme, smisurata, ma allora, nella notte, gli era stato facile riempirla. Il punto d’unione era l’età, gli anni passati insieme, l’amicizia, l’affetto che c’era tra loro. Aveva deciso di andare con la GNR per motivi che Ezio definisce di classe. “Le divisioni di classe erano molto marcate: a Bolzaneto dopo un paio di industriali e i professionisti, notaio, medici, farmacisti, c’erano i commercianti e suo padre era un commerciante. Il mio amico sapeva tutto quello che sapevo io. Potrei dire che condividesse anche alcuni dei giudizi che davo sulla situazione. Ma era schierato dall’altra parte, coi fascisti”.

A partire dalla metà di dicembre c’erano state nelle zone operaie della Polcevera manifestazioni contro il caro vita e, a sorpresa, due manifestanti di Bolzaneto erano stati catturati e fucilati. La notizia data dalla stampa il 20 dello stesso mese aveva gelato tutti. Se mai c’erano stati dubbi, era il segnale che “la repubblica” faceva sul serio. Ezio, d’accordo con la madre e Camillo, era entrato a far parte del gruppo di coetanei, tutti ragazzi del caseggiato che, decisi a non presentarsi, avevano trovato rifugio nell’appartamento vuoto che si trovava al piano sotto al suo. Lì dentro ad accomunare era l’idea che non fosse quello il momento per andare in guerra: il fascismo era una esperienza finita e si trattava solo di aspettare. Si giocava (“tutti i giochi, carte, dama, scacchi…”) e si leggeva. A mangiare rientravano a casa; così anche a dormire, la sera.

Mentre descrive la situazione Ezio si rende conto di quanto essa possa apparire improbabile. La loro fortuna, aggiunge, stava nella rete di protezione che il caseggiato, e forse altri vicini, avevano steso attorno al piccolo gruppo. C’era poi, importante anche se pericolosa, la conoscenza del proprio spazio, saper riconoscere ogni più piccolo rumore, delle scale, del portone, della strada. Quanto alle sorprese notturne, ognuno aveva approntato la sua soluzione. In casa Bartoli c’era il vano costruito sacrificando i cassetti del comò.

Così fino a marzo, all’inizio della primavera, quando Camillo gli aveva proposto la cospirazione. Camillo ci era entrato già dall’autunno del ’43. Tre giorni dopo l’8 settembre – stava facendo il militare a Genova – era tornato a lavorare in Ansaldo, a Sampierdarena, dove, era stato contattato dai comunisti. Tra febbraio e marzo del ’44 Camillo aveva a sua volta reclutato il fratello. L’aveva fatto cautamente, in una forma che aveva lasciato a Ezio l’ultima parola e la possibilità di una ritirata dignitosa.

L’entrata in cospirazione, oltre a fargli finalmente mettere il naso fuori di casa, aveva coinciso per Ezio con un nuovo, entusiasmante incontro con la fortuna sotto forma della famiglia Pirc. Era stata una delle sorelle Pirc, Anna, ad entrare in contatto con Camillo. “Allora il movimento clandestino, la cospirazione, non erano ben delineati. Conoscere questo nucleo così addentro, così determinato era stata una sorpresa anche per mio fratello: finalmente spuntavano i comunisti”. Anna abitava con i genitori e tre sorelle, Ivanka, Lidia e Giustina, nel casello ferroviario ai Barabini di Teglia, località tra Bolzaneto e Rivarolo. Il padre Ivan, un triestino del Carso sloveno, dipendente delle ferrovie mandato a Genova a “snazionalizzarsi”, la madre Anna, “una di quelle donne magre, sempre vestite di nero”, e le 4 ragazze, “straordinarie: belle, bionde, intelligenti e di sinistra”, che scrivevano, traducevano, dattilografavano volantini e clichet, cantavano e specialmente ridevano. “Alto, magro, abbronzato, pieno di muscoli, una faccia da aquila, occhi neri che fulminavano, l’espressione dell’uomo leale, Ivan era bellissimo, un comunista che dava l’idea dell’anarchico Barbariccia, quello con la miccia accesa che mette le bombe nelle carrozze. Gli mancavano quasi tutte le dita della mano destra così che quando ti dava la mano da stringere trovavi un grumo, un nodo. La zampa del leone, la chiamavano in casa”.

Erano Ivan e la figlia Ivanka le figure più significative della famiglia Pirc. Da loro, al casello di Trasta, si saliva da Teglia, lungo una mattonata, esclusivamente a piedi. Si scendeva dal tram, si traversava il fiume e poi si saliva al casello. Ivan doveva percorrere la linea e controllare gli scambi col martello: un mucchio di binari da guardare e altrettanti nascondigli pieni di armi. “Ivanka, avrà avuto 25 anni, era un fiore, alta, bella, evoluta, come le sue sorelle; tutte che parlavano chiaro. Due erano maestre. Avevano un mucchio di libri; sapevano le lingue: mi sembravano dei geni. Rispetto a loro la mia provenienza mi appariva modesta. La loro casa era di più e tutte le cose che rappresentavano un di più, un avanzamento culturale, mi affascinavano”.

In casa Pirc Ezio aveva scoperto anche la musica sinfonica di cui fino ad allora neppure aveva supposto l’esistenza. “Avevano il pianoforte e lo suonavano. A Bolzaneto c’erano solo due case col pianoforte. La terza era quel casello attaccato alla ferrovia: un pianoforte in un casello dove neppure c’era la luce elettrica… Lì davvero c’era da imparare. L’antifascismo di Ivan era fisico, totale; una lotta a morte contro il fascismo condivisa dalle figlie che ci aggiungevano la loro gioia squillante. Nella casa, abbastanza isolata e quindi favorevole alle brighe cospirative, messa a posto “in modo intelligente” da persone “frugali”, Ezio era stato “accettato alla pari”. Aveva scoperto “un mondo diverso: stranieri, ferroviere, 4 ragazze; tutto era molto particolare”. Come il loro coraggio. Quando i fascisti erano andati a cercare Ivanka all’Ansaldo, lei era uscita dalla finestra aspettando il momento favorevole per rientrare, portarsi via la macchina da scrivere e scappare di nuovo. “Con Ivanka andavo a comprare la carta da ciclostile, pacchi da 10 kg. Una volta alla fermata di Sampierdarena c’erano delle Brigate nere e lei – d’accordo, era carta, ma se sei in difetto non puoi non aver paura – ha fatto un approccio con uno di loro e si è fatta camallare il pacco per salire sul tram. Io sudavo”. Lei invece, “bella e dotata”, aveva spianato un sorriso raggiante e si era divertita a far portare il pacco al fascista.

Casa Pirc trasudava determinazione, gentilezza, cultura e molta gioia di vivere. Parlavano sloveno e, “almeno in italiano”, il turpiloquio era bandito. “Tutte molto per bene, educate, in ordine, emancipate, maestre; libri, pianoforte: lì c’era un’aria diversa e i libri avevano un posto”. Alla cospirazione di Ezio i Pirc avevano dato corpo e anima confermandolo nella convinzione che, nei momenti difficili, bellezza e cultura erano ancora più necessarie. Quanto al suo lavoro cospirativo vero e proprio non è che gli piacesse molto. Non era il tipo di militante permeato di politica al punto da trarre soddisfazione anche da compiti umili e routinari.

“Era un lavoro di manovalanza: clichet sempre pieni di inchiostro, sempre casini. Con Rista, il mio capo, parlavo delle cose che scrivevano e che io battevo a macchina. Loro, i giovani comunisti, erano il Fronte della Gioventù e il giornalino che facevamo si chiamava Il Fronte della Gioventù. Rista ci credeva; credeva nel futuro del Fronte. Io invece, forse perché ne sapevo poco, ero perplesso. I fascisti avevano già fatto il dopolavoro e quello che noi stavamo progettando gli assomigliava molto. Magari, pensavo, lo faremo meglio, con un nuovo punto di vista, perché diversamente sarebbe stato uguale a quello di Mussolini. Certo, con Mussolini non c’era partecipazione e tu non potevi mai dire niente. Ti mettevano lì e dovevi fare quello che volevano: no, silenzio, non si può. Rista invece lo pensava con la democrazia, la partecipazione e la creatività dei giovani, la musica, lo sport, la scuola; insomma tutte le emancipazioni possibili. Era convinto che il Fronte sarebbe stato una realtà nuova, non un semplice dopolavoro. Io pensavo: questo che c’è è già bello; ci sono le colonie, si va a sciare, ci sono i treni popolari, le vacanze. Se fossimo riusciti a metterci anche la democrazia non poteva che migliorare. Su queste cose facevamo dei volantini che però mi sembravano astratti. Non si capiva quale parte avrebbero avuto, dopo, i comunisti, e come sarebbe stato questo Fronte dove tutti, non solo i comunisti erano uniti. Sembrava un po’ la stessa cosa che avevano fatto tutti i regimi, anche Hitler…”.

Mese dopo mese, Rista, le ragazze Pirc, i loro amici cospiratori e il lavoro di tipografia si erano intrecciati sempre di più. Fino a quando anche a Ezio era apparso il partito nella persona del suo rappresentante bolzanetese di maggiore spicco, Giuseppe Morasso, “Alfredo”, classe 1906. Affabile, equilibrato, ironico, tratto poco frequente nell’ambiente comunista e che, dati i tempi, risultava ancora più raro, Morasso estendeva la sua popolarità ben oltre il gruppetto dei comunisti di Bolzaneto. Lo doveva, oltre che alla simpatia che emanava, alla sua vena poetica, maccheronica e grottesca, che riversava nella “banda musicale del tutu-pampam”, più nota come “Tarasca”, di cui era presidente e animatore: una trentina di elementi con un trombone, zucche, caccavelle e bastoni con cerchi metallici. Sciolta nel ’22 per l’incompatibilità del suo stile dissacratore, goliardico e plebeo, comune ad altre bande rumpi e streppa dell’epoca, con la retorica del fascismo nascente, era riemersa dalle ceneri nel 1937 grazie alle brighe di Morasso. I suoi concerti, preceduti da rumorosi cortei in un clima di sagra, avevano il momento topico nella piazza delle carrozze di Bolzaneto quando, in frak e cilindro, lo stesso Morasso pronunciava il suo discorso da un terrazzo sovrastante la piazza.

“Ho conosciuto bene Morasso e la cosa che all’epoca mi appariva più rilevante di lui non era l’essere un rappresentante del partito ma il capo della Tarasca. Io amavo tutti quelli che odiavano i fascisti. La Tarasca era un elemento raffinato di derisione dei fascisti e per me come per altri antifascisti aveva un grande significato. Dal terrazzo da dove si esibiva, Morasso si rivolgeva al popolo dei taraschesi declamando versi maccheronici di cui lui stesso era autore, ispirati a Tartarin di Tarascona. Era la storia dell’oppresso che risultava più furbo di quelli che lo opprimevano. Un aspetto che io coglievo grazie a mio fratello e a mio padre. La maggior parte della gente vedeva nella Tarasca una semplice mascherata, una cosa folkloristica, fantasiosa, simpatica. Ma quando lui si affacciava dal poggiolo soprastante la piazza per fare il discorso ai taraschesi allora la cosa cambiava. Forse non tutti lo coglievano ma quelli erano discorsi antifascisti; sotto sotto, alla larga e alla lunga ma antifascisti. Tutti erano divertiti e noi, che ci andavamo apposta, più degli altri”.

Fronte della Gioventù a parte, Ezio della cospirazione fino ad allora aveva saputo poco. Era stato Morasso, in occasione del loro incontro ad accennargliene. Modo di parlare calmo, urbano, interessato alla sua situazione familiare, con tono non saccente gli aveva fatto capire che sapeva della sua attività e che dietro al Fronte, le SAP, i partigiani in montagna, le taglie, il Soccorso Rosso c’erano sempre loro, i comunisti. Trasmetteva fiducia in quello che era giusto fare, era serio, credibile, dice Ezio.

L’incontro con Morasso aveva coinciso con un salto di qualità dei suoi compiti cospirativi e un aumento dei rischi. Dalla tipografia era passato alle scritte stradali, alla raccolta di taglie, al sabotaggio. “Fascisti ancora 300 km di vita” era stata la scritta tracciata sulla casa del fascio di Bolzaneto che, prima di essere faticosamente cancellata, tutti avevano fatto a tempo a vedere. Il suo capolavoro. Voleva far sapere ai fascisti – era la fine novembre del ’44, pochi giorni dopo il proclama di Alexander – che ne avrebbero comunque avuto ancora per poco.

“La casa del fascio aveva alla base una decorazione di lastre di travertino, sarà stata 12 m, e l’idea di scriverci era invitante. La loro casa; una sfida. Sapevo fare in modo rapidissimo con uno schizzo essenziale la faccia di Garibaldi e relativa stella. La frase l’aveva pensata mio fratello; ironica e non truculenta come al solito. A scrivere sono andato io, di notte, col coprifuoco. Avevo un buon occhio e, dopo esserci passato davanti diverse volte, mentalmente avevo preso le misure, fatto i miei calcoli. Ad agire con me anche Cicillo, il calzolaio. Io col pennello e lui col secchio dove avevamo mescolato tinta e bitume. Un risultato sensazionale; una emozione quasi come per il primo maggio ’44 quando sulla ciminiera della Bruzzo alta 30 metri era comparsa la bandiera rossa. A mettercela era stato Brin, il gappista; un gesto rischioso e, per lui, di notevole impegno dato che era asmatico. Per i fascisti uno smacco; gli altri invece tutti contenti: allora ci sono, dicevano. Facevamo anche altre scritte. Per esempio sulla porta del negozio o della casa della spia scrivevamo “prenotato” e quello se era furbo tagliava la corda. Ma non erano quelli come me a decidere i destinatari. A noi mandavano a dire il nome, il posto, la scritta. Erano personaggi che a Bolzaneto tutti conoscevano. Avevano picchiato, dato l’olio… Cose di prima della guerra”.

Già da settembre, in corrispondenza ai suoi nuovi incarichi, Morasso, per strada e senza troppo parere, gli aveva allungato un giornale come dirgli “t’è, leggiti un po’ questo articolo”. Dentro però c’era una pistola.

“Era il riconoscimento di una maturità avvenuta; una specie di consacrazione per il ruolo che stavo assumendo in cospirazione. Non c’era tanta gente da reclutare, eravamo una minoranza. Prenderla voleva dire potersi difendere. Volevamo fare la guerra; era inevitabile. Io mi ero già mosso di notte col coprifuoco. Quando andavamo a fare scritte non portavo armi ma la volta che avevamo traslocato la tipografia eravamo tutti armati. C’era un commissariato di polizia a meno di 50 metri e la possibilità di doversi sparare era alta. Eravamo carichi di volantini e altri materiali già stampati. A volte le armi si portavano, a volte no. Ad esempio quando andavo dai Pirc non portavo armi. Se in un rastrellamento ti beccavano con un’arma addosso ti criccavano sul posto. Senza, invece, ti restava qualche possibilità in più”.

Si capisce che la prima domanda che si era fatto era stata: ora cosa ne faccio? A casa sua madre l’aveva vista; Ezio non voleva nascondere niente a sua madre. “Non so cosa possa avere pensato e se, alla vista della pistola, il suo stato d’animo fosse cambiato. C’eravamo dentro e fino ad allora aveva accettato tutto. Era una donna molto determinata ed è possibile che l’abbia considerata come una possibilità in più per me di sopravvivere. O forse più che complicità ha provato rispetto per la scelta che avevo fatto. Ecco, avrà pensato, siamo arrivati a questo; oltre che a scrivere, stampare e portare, anche a spararci”. Era la guerra, erano in pericolo; lo era anche lei; lo era già stata per via del marito. In fondo Ezio era arrivato, ma 15 anni dopo, dove lei già si trovava e forse lo stava aspettando. Era consapevole di quanto succedeva.

“Del resto quando Morasso mi ha dato la pistola io non mi sono chiesto: mio padre sarà d’accordo? E mia madre? No. L’ho dato per scontato. Il problema semmai era un altro: dove la mettiamo quando sono in casa? Di nuovo ha deciso mia madre senza che io neppure dovessi fiatare. Facciamo un bel sacchetto, ha detto prendendola, e la mettiamo fuori della finestra nel cestino delle mollette. E così ha fatto”.

Tra novembre e dicembre del ’44 Rista, il capo di Ezio, e altri del Fronte erano stati catturati. Avevano addosso le foto di alcuni, compreso Ezio, da inserire su nuovi documenti falsi. C’era stato appena il tempo di traslocare, di notte, la tipografia, macchine e materiali, in un posto sicuro e poi si erano imboscati; come la maggior parte dei frequentatori di casa Pirc, tutti meno la madre e la figlia più giovane. A scegliere il ricovero di Ezio era stata, ancora una volta la madre: a Trasta, fuori mano, nel fondo di un palazzo.

“Lì, chiuso, non potevo far niente. In montagna non ne volevano più; problemi logistici, alimentari. Mia madre veniva la mattina; la sera, col buio, mio fratello mi portava da mangiare. Doveva attraversare il ponte di San Francesco ma era sorvegliato dalle Brigate nere e lui prendeva la passerella di via Barchetta. Veniva a portarmi da mangiare per tutto l’indomani; cioè quasi niente. Del mio rifugio sapevano oltre i miei, solo Elpe e Miranda. Disegnavo, leggevo, scrivevo. Elpe mi aveva portato una macchina da scrivere – già che hai tanto tempo, mi aveva detto – che serviva a battere le matrici dei volantini che quelli della Balilla davano di notte nei bar di Bolzaneto. E poi disegnavo. Ancora oggi disegno… mi prendono dei veri attacchi di disegno, olio, acquerello. L’altro giorno a villa Serra ho incontrato una bella oca; vive fuori dal gruppo, ti viene incontro, ti parla, cu, cu, cu. L’ho carezzata, siamo diventati amici. A casa ho disegnato oche per tutta la sera. Mai viste così da vicino; mai toccate”.

Durante i due incontri che abbiamo dedicato alle sua avventure cospirative il ricordo più gioioso è stato sicuramente quello riservato alla fantastica casa dei Pirc, le 4 sorelle, il padre, la madre e il loro pianoforte. A Ezio, mentre raccontava, brillavano gli occhi. Da lui ho saputo che Giustina, la più giovane delle sorelle Pirc vive da sola – è vedova – a Genova. Decidiamo di andarla a trovare. Ezio si incarica di combinare l’appuntamento.

L’incontro è affettuoso. Lei è un po’ stupita del mio curiosare ma Ezio è un lasciapassare convincente. Giustina racconta della famiglia una storia priva di retorica. Si capisce che giudica normali le cose che, allora, agli occhi di Ezio erano apparse straordinarie, entusiasmanti; a cominciare dal fatto che tutte loro, le sorelle, andassero a scuola. I genitori, spiega paziente, erano cresciuti “sotto l’Austria”; per questo, entrambi, avevano studiato fino a 14 anni. Trovavano quindi ragionevole che le figlie non solo facessero altrettanto ma andassero oltre. Ricorda come anche i loro vicini non riuscissero a trattenere lo stupore: spendere dei soldi per istruire ragazze “che poi si sposano e il diploma non gli serve a niente”. E suo padre: “no, la cultura serve; serve sempre”.

Giustina è divertita dell’ammirazione con cui Ezio ha raccontato di loro. Avverte, oggi più di ieri, l’importanza che la cultura aveva in casa sua. Il pianoforte in affitto – “credo che in tutta l’Italia fosse l’unico esistente in un casello ferroviario” – i libri (“Dumas, Tolstoi, London, Cronin…”) che venivano comprati usati e che spesso venivano rivenduti (“dolorose rinunce”) per alimentare nuove letture, il fonografo a manovella acquistato usato, come anche i dischi d’opera e sinfonici, da una famiglia che era passata all’elettrico. Ricorda il canto che aveva occasioni quotidiane e le parole per la patria lontana, la Slovenia sempre favoleggiata. E ancora l’8 settembre e i militari sloveni della caserma di Campomorone che erano andati da Ivan (“evidentemente mio padre aveva già un contatto con loro”) per avere abiti borghesi e suo padre che per loro “si era spogliato; era rimasto solo con la roba che aveva addosso”.

Giustina ricorda l’arresto della sorella Lidia e la fuga delle altre due e del padre alla fine del ’44, la perquisizione della casa ormai abitata solo da lei e dalla madre e i pedinamenti a cui era stata sottoposta. Così anche gli interrogatori dei poliziotti che le mostravano le foto dei cospiratori, “i ragazzi del Fronte”, e lei che in cuor suo se la rideva e diceva che erano tutti fidanzati delle sorelle. Ricorda anche la convinzione dei “compagni” che Lidia, in carcere, “avesse parlato”. Gli stessi compagni che, quando era uscita, “l’avevano cercata per farla fuori ma per fortuna non l’avevano trovata”; la madre, saggia, aveva capito il vento e l’aveva allontanata. Quest’ultima battuta ha il potere di dissolvere la rappresentazione fino a questo momento semplice e ottimistica dello scontro di allora: da un lato l’antifascismo dall’altro i suoi nemici. Le parole di Giustina hanno di colpo introdotto il sospetto, capace di dissolvere in un attimo solidarietà e amicizie fino a quel momento vissute come immodificabili.

Quasi a voler bilanciare l’inquietante messaggio che ha appena lanciato Giustina sorride e rivolta a Ezio aggiunge “ma tu allora avevi altro da pensare, ti ricordi, eri innamoratissimo, innamorato pazzo”. Ezio accoglie la battuta sorridendo, con l’espressione di chi vede scoperto un suo piccolo segreto. È Miranda, la ragazza di cui Ezio, come ha detto Giustina, era innamoratissimo; la stessa che in seguito ha sposato e che ci sta aspettando a casa per la cena.

X. La cucina di Miranda

Ai miei incontri con Ezio, Miranda (n. 1926), la moglie, non ha mai partecipato. Solo, una delle prime volte, attratta dai nostri discorsi, si era messa a lavorare in una poltrona vicina. “Me ne sto qui buona, non parlo, non vi disturbo”, aveva promesso. “Non ci sono segreti, avevo detto, ma anche se non ne hai l’intenzione, finiresti per influire sul nostro dialogo”. Miranda aveva capito e, presi i suoi gomitoli, si era ritirata altrove. A tavola però, nella loro cucina dove la sera si concludevano le nostre chiacchierate, abbiamo sempre parlato, tutti insieme, di tutto. Ecco perché non mi era sconosciuto il rilievo di Miranda, a partire dal 1944, nella storia di Ezio.

Con gli occhi che solo i ragazzi possiedono, Giustina non ricordava Ezio come un pericoloso cospiratore – in fondo in casa sua lo erano tutti – ma come un “innamoratissimo” giovanotto che approfittava della confusione dei tempi per vivere una straordinaria storia d’amore. Dove l’amore, più che la cornice un po’ casuale d’una vicenda politica le era apparso, proprio come nei romanzi, il contenuto principale. Fino a quel momento Miranda era entrata molto parcamente nelle parole di Ezio. Le parole di Giustina, accompagnate da una risata aperta, come quelle, immagino, un tempo frequenti in casa Pirc, avevano lasciato intravvedere appuntamenti proibiti, scorribande in bicicletta, ore gioiose rubate agli allarmi e all’organizzazione.

Miranda non è imbarazzata dalle mie domande. Ci frequentiamo da circa 5 mesi ma di fronte alle mie richieste non avverto da parte sua né compiacimento né reticenza a riflettere di sé in un modo che sicuramente non le è familiare. Se manifesta incertezze è perché teme, mi dice, che attraverso i singoli episodi io non riesca a cogliere “il quadro d’insieme”.

Rispetto al dialogo in corso ormai da settimane tra Ezio e me, non sento concorrenza. Neppure il desiderio di completare la storia di Ezio con la sua. È consapevole del fatto che si tratta di storie diverse con un contesto largamente comune, e che a me interessano le peculiarità dei rispettivi percorsi. Come Ezio si impegna ad approfondire, non a celebrare: non consegnano né raccomandano i loro ricordi a nessuno; li indagano. Hanno scoperto – non c’è voluto molto – che faccio parte dello stesso gioco: li interrogo e mi lascio interrogare. Mi sono assunto il compito di restituire “a un certo punto” una storia. Come sarà? Lo sapremo solo giocando. Un risultato concreto i nostri incontri lo hanno avuto comunque: sono le visite reciproche, le discussioni, le cene, le letture; un ottimo risultato.

Dentro il gioco c’è la nostra vita. Quest’anno Ezio compirà 80 anni e Miranda 77: cosa riserverà il futuro alla coppia che hanno interpretato fino ad oggi? L’handicap grave di Miranda dovuto alle conseguenze della polio contratta a 20 anni ha contribuito a rendere il loro legame anche funzionalmente necessario. Il tempo di cui Miranda ha bisogno per accingersi a qualsiasi attività, la necessità di avere a disposizione una automobile per movimenti anche modesti, l’organizzazione della vita familiare, la disposizione degli oggetti in casa, ogni minimo particolare è stato da loro messo a punto per un benessere e una normalità che prevede una rigorosa pianificazione di compiti e di tempi. E dopo? Sorridenti, distaccati, quanto basta per non gravare con le proprie preoccupazioni sul prossimo, Ezio e Miranda a queste cose hanno pensato e pensano. Molti dei loro coetanei non ci sono più; da tempo.

C’entra qualcosa con quello che stiamo facendo? Credo di sì. Intanto lo giudicano una cosa bella e vorrebbero che durasse. Vorrebbero tempo e salute per altri incontri, conoscere altri miei amici, il libro che scriverò, qualche giorno di vacanza insieme. Sanno benissimo che è il caso a sovrintendere a questo genere di unioni e che al nostro incontro non sono estranei i nostri caratteri, la loro curiosità ad indagare la vita, la loro vita ma non solo. È la “fortuna” di cui più volte ha raccontato Ezio.

La linea ferroviaria che apre a Genova la porta della pianura padana, è detta dei Giovi dal nome del colle che la sovrasta, ancora oggi percorso dalla statale 35. Mignanego “Piano orizzontale” è l’ultima stazione prima che il treno imbocchi la galleria che porta oltre Appennino. Il nome allude ad epoche più lontane quando i treni provenienti da Genova volevano un locomotore di supporto per scalare il tratto in salita. Mignanego, si trova sul versante meridionale dei Giovi, quello genovese, lo stesso dove, dalla seconda metà dell’Ottocento, i borghesi abbienti di città hanno costruito le loro palazzine a fianco di quelle del piccolo notabilato locale e di altri residenti.

A cominciare dalla fine del 1940, dopo i primi bombardamenti su Genova, i Giovi avevano vissuto una popolarità sino ad allora sconosciuta. Dalla città, pericolosa, dove i rifornimenti alimentari erano sempre più problematici, i proprietari si erano trasferiti nelle loro residenze di villeggiatura. Qui, oltre i benefici economici e la maggiore sicurezza, avevano riscoperto la vita di società: case aperte tutto il giorno, scambi di ospitalità e, per completare, il ballo, il gioco, gli spettacolini; “il cittadino in villa”. La ferrovia assicurava rapidi contatti con Genova; andare e tornare in giornata era comodissimo. “Non era gente che facesse quei gran discorsi di politica: Aspettavano che finisse; dicevano cosa avrebbero fatto dopo…”, osserva Miranda.

Miranda, figlia di una maestra e di un impiegato del Delta, fabbrica meccanica di Sampierdarena, era arrivata a Mignanego nel 1942, sfollata come tanti altri ma col vantaggio di una madre che insegnava ormai da qualche anno nelle locali scuole elementari. Da Mignanego “scendeva” giornalmente a Bolzaneto dove nel ’42-’43 aveva cominciato a frequentare il penultimo anno magistrale presso il collegio San Tomaso d’Aquino tenuto da suore-terziarie domenicane. Una succursale di quello che aveva frequentato nei 6 anni precedenti, a Sestri Ponente, come allieva interna. Le suore e il collegio: un luogo penoso dove, dice Miranda, per le ragazze che lo frequentavano, non c’era ascolto; “piuttosto mistificazione”. Dal collegio si usciva, ma accompagnati, solo a natale, a pasqua e per il sabato fascista. “I ragazzi poi non esistevano”. Sul sesso e la morale solo risposte morbose o ambigue. Miranda sostiene di aver smesso molto presto, grazie al collegio e alle sue insegnanti, di correre “il rischio di essere contaminata dalla religione”. In compenso aveva imparato a mentire e a tenere un falso diario ad uso degli occhi indiscreti delle assistenti. Della sua vita in collegio, quando aveva da poco compiuto 13 anni, Miranda ha conservato alcune pagine di appunti stesi allora e provenienti dai suoi diari segreti; “quelli veri”, precisa. Me li porge; li aveva già messi da parte per farmeli vedere. “Ci sono cose intime, personali ma non importa, mi dice. Sono andata a cercarli nei giorni scorsi quando avevamo deciso di parlare insieme. Lì c’è la prova di quello che dico oggi, di quello che pensavo allora del collegio, di loro”.

Leggo. “Scrivere per me sarà più facile che per la scuola e i ricordi li devo conservare per quando sarò grande e dovrò educare dei bambini miei e degli altri. Lo farò bene se avrò sempre presente come ero io, come vedevo gli adulti, come di loro anche a questa età si può capire…. Il collegio è sempre brutto, ricordatelo bene Miranda; mai tua figlia in collegio… Oggi mi sono vista per la prima volta, sono stata alla villetta a fare il bagno e là i bagni sono piastrellati di nero. Non pensavo di potermici specchiare e quando sono uscita dal bagno e mi sono vista così non mi sono riconosciuta. Come sono diversa… Le terziarie fanno il bagno con la camicia per modestia ma io non lo sono e poi mi sembra una falsità. Oh, giusto, ho imparato una parola più adatta: ipocrisia… Dopo essermi esaminata ho stabilito che sono fatta bene per comprarmi dei bambini. Ora non so ancora come avviene che nascono. Cioè ne so un po’ poco. Me lo farò dire dal confessore”.

È difficile raccontare di un mondo, il fascismo, che non conosceva la parola politica ma solo messaggi propagandistici. Miranda, quando aveva 14 o 15 anni, era stata colpita da quelli che esaltavano la missione civilizzatrice dell’Italia. Apprezzava anche l’importanza che il corpo umano, forza, bellezza assumevano nelle rappresentazioni del fascismo tanto che si era impegnata a fondo per primeggiare nei corsi di ginnastica. Quando però aveva scoperto che la medaglia che le avevano dato non era per la sua bravura ma “per alto spirito fascista”, si era offesa e non l’aveva ritirata. Dopo 4 anni di collegio, Miranda, la ragazza che grazie al pericolo dei bombardamenti tornava in famiglia a Mignanego, aveva maturato un discreto armamentario difensivo verso l’autorità e molta curiosità per il mondo circostante che dal collegio le era stato inibito. Anche molte incertezze alimentate dalle accuse di essere una studentessa pigra, disinteressata alla scuola, “senza niente dentro”. Provava la solitudine di chi sa di vivere problemi non riducibili ad un malessere personale.

Miranda era bella: un fascino delicato e un carattere prepotente la facevano notare anche ai più “grandi”. Per lei, dopo l’uscita dal collegio e il quotidiano vai e vieni da scuola col treno e le piccole libertà conquistate con la scusa degli allarmi, era cominciata una nuova vita. La distinzione che le veniva dall’essere figlia della maestra diventata segretaria del locale fascio (“nel ’33 per ottenere il ruolo e così poter far studiare tutte e due le figlie era entrata nell’Opera Balilla”), le avevano aperto molte delle ville dei Giovi. La famiglia del notabile locale presso cui erano in affitto avrebbe visto volentieri il matrimonio del figlio con la figlia della maestra. Un avvocato, poco dopo il suo arrivo a Mignanego, le aveva fatto una proposta di matrimonio: tu giovane e bella, io esperto e in grado di darti la sicurezza di cui hai bisogno, le aveva detto più o meno. Proposta che naturalmente Miranda aveva tenuto per sé. Guai ad accennarne in casa, neppure alla sorella, maggiore di lei di 6 anni, o alla madre. “Non mi avrebbero più lasciata uscire”. Non avrebbe potuto più frequentare il mondo dei borghesi, dei ricchi delle ville, che tanto la attraeva. Era specialmente il loro desiderio di divertimento a conquistarla. Unici a praticarlo in modo visibile anche se in forme esclusive: “erano belli, ben pettinati, avevano begli abiti” così le calze e le scarpe. Miranda era colpita dalla loro attenzione alle cose “di classe” e al “decoro”; da come ne parlavano e ne facevano una misura della realtà.

A Mignanego la guerra, già presente con gli allarmi, le bombe che cadevano sui vicini centri industriali, e un presidio di soldati tedeschi, con l’estate del ’42 si era presentata a Miranda da un nuovo punto di vista. Con un paio di amiche, e per conto della locale Casa del fascio, aveva cominciato a corrispondere con i soldati al fronte. Le lettere dei soldati arrivavano con i segni della censura e i tratti scuri che nascondevano parte dei loro messaggi avevano colpito la sua fantasia. Qualcosa di problematico, di oscuro che era andato a mescolarsi con altre riflessioni sulla violenza della guerra; messaggio che aveva ricevuto in collegio da un’insegnante e, in casa, ma tepidamente, dal padre. Di lui ricorda l’insofferenza per il sabato fascista, “per la divisa che lo faceva sudare”, ma anche il materializzarsi, ogni tanto, grazie alla parola Turati, di una antica fede socialista. La guerra comunque non aveva guadagnato il cuore di Miranda.

Il 25 luglio e poi l’8 settembre Miranda li aveva vissuti tra le ville dei Giovi. Il 25 luglio l’aveva costretta a prendere atto, di colpo, del “fascismo” della madre. La maestra, brava e benvoluta, offertasi al regime per una collocazione di routine, nel giro di poche ore era diventata il capro espiatorio della piccola comunità locale, benestante e decisa così a salvarsi l’anima. “Non ricordo cosa allora ho pensato di preciso”, dice. Ma, quando aveva saputo che in municipio si erano riuniti un po’ di personaggi “improbabili”, compreso l’avvocato suo ammiratore, che avevano deciso di mandare la maestra a “cancellare le scritte di Mussolini”, io, dice Miranda, “non ci ho più visto. Mi sono messa la mia gonna migliore – ne avevo due – sono andata da loro e ho fatto una sfuriata. Alla fine gli ho detto: datemi il secchio e vado io a fare il lavoro che volete far fare a mia madre”.

Guardo Miranda a bocca aperta. “Sei sicura di ricordarti bene? Avevi 17 anni…”. “Ero prepotente e poi loro non mi facevano paura. Probabilmente non capivo neppure bene cosa fosse successo. Sapevo che mia madre aveva aiutato e aiutava, la consideravo superiore a quelli che la giudicavano, non solo perché era mia madre”. “E tuo padre, tua sorella… sapevano che saresti andata in municipio da sola…”. “Sì; ero io che avevo deciso”. La ricostruzione dell’episodio lascia pochi dubbi. Miranda ci tiene comunque a precisare: “Non era questione di fascismo o antifascismo. La sentivo come una offesa, una ingiustizia; commessa da persone non stimabili”.

Meno coinvolgente dal punto di vista personale ma sempre lacerante era stato il suo 8 settembre. Questa volta i protagonisti erano stati i tedeschi. Non quelli arrivati a Bolzaneto nella notte tra l’8 e il 9 ma quelli che, per il rilievo di Mignanego nel traffico ferroviario Nord Sud, ci stavano da quando l’Italia era entrata in guerra. Non giovani ma “padri di famiglia” che facevano vedere a Miranda la foto di moglie e figli quando lei la sera andava a prendere il latte vicino alla corte dove erano insediati. “Ricordo quella mattina, ero allegra, forse cantavo: tutti pensavamo che sarebbe stata la fine dei bombardamenti; loro erano lì, nella stessa corte dove passavano il tempo a lucidarsi il fucile, a suonare la fisarmonica e dove a volte mi davano il loro pane nero spalmato di margarina. Arrivo da questi quasi amici e uno di loro mi guarda serio, si alza e mi punta addosso il fucile. Lì ho capito: poco, ma qualcosa ho capito. Che tutto quello che c’era stato prima era finito”. Circolavano parole nuove come “renitenti”, “ragazzi che venivano presi a forza” o “ragazzi che cercavano di aggiustarsi” come due suoi amici che erano riusciti a farsi mettere nell’antiaerea e che poi erano stati uccisi, da chissà chi; partigiani, ribelli, banditi. “A quel punto ho avvertito, per la prima volta, la presenza di una forza superiore a me, a noi, che ci travolgeva, spingeva. La sentivo come una cosa vicina, incombente”.

Aveva conosciuto Ezio grazie ad amicizie comuni poco prima che partisse per il militare. Si erano rivisti al suo ritorno e il 4 giugno 1944 si erano scambiati una promessa. Di lui, dice Miranda, l’aveva colpita la confidenza, la libertà reciproca e la responsabilità che aveva scoperto nella sua famiglia.

“Facevo dei confronti e mi consolavo dicendo: è perché io sono una femmina e lui è un maschio. La madre aveva un modo tutto suo di condurre la casa. Arrivava a casa con le sporte e si metteva a leggere il giornale. Cosa che in casa mia non si sarebbe mai fatto. Invece lei posava tutto e leggeva. Non si metteva subito a fare da mangiare e magari aveva le stanze ancora da fare. Era un modo di vivere che mi era sconosciuto, libero. Gente che non aveva soldi ma generosa”.

Con Ezio, Miranda aveva conosciuto una cultura diversa. “Leggere tanto, vivere indipendentemente dai quattrini: mi sembrava una cosa enorme. Più colto, più razionale, più libero; a un certo punto mi son detta: è il tipo di uomo che andrà bene per i miei figli. Lo vedevo padre, educatore. Diversissimo dagli altri, una cosa nuova, una purezza, una semplicità, un grande rispetto; e il loro modo di vivere. Mi aveva raccontato di quando la domenica si svegliavano e la madre andava in cucina a fare il caffè e loro tre uomini tutti a letto, nello stesso letto, mentre il padre fischiava e cantava romanze e pezzi d’opera. Da me andare in bagno, lavarsi, mettersi a fare i lavori; loro invece a letto, a cantare”.

Ezio, dice Miranda, era arrivato nella sua vita non ad esasperarne i conflitti ma, piuttosto, a sdrammatizzarli. “All’inizio, quando l’ho conosciuto, non mi sono sentita messa in discussione… Avvertivo piuttosto il pericolo della guerra”. Una guerra che oltre a certi protagonisti misteriosi faceva vedere cose di cui però non si doveva parlare. Come era successo per il treno del 16 giugno 1944 passato dal Piano orizzontale con i deportati della San Giorgio.

“Quando quel famoso treno è passato io ho cominciato a pensare: perché, cosa succede… A sentire quelli di lì era gente che andava in Germania a lavorare. Non c’era l’idea di dove finissero ma non se ne voleva parlare. Ne ho un ricordo preciso: la villa, il poggiolo, il treno che passa lì sotto… e l’urlo. Ero in camera. Corro sul poggiolo. Avverto questo rumore, un grido enorme e mi viene ancora la pelle d’oca, qualcosa di particolare, più persone, un verso non umano. E poi vedo questo treno rosso. Che arriva, arranca, c’era la salita, il treno rosso, i vagoni, queste braccia fuori. Il treno che si ferma. I treni prima di imboccare la galleria si fermavano sempre lì, dalla nostra casa, al piano orizzontale. Era pomeriggio ed era il treno di Sestri.

“Eravamo tanto lontani dall’immaginare che ci chiedevamo cosa stava succedendo. Poi quando il treno è partito e per terra sono rimasti i bigliettini con i nomi, i messaggi, allora abbiamo cominciato a capire. La reazione però, almeno nell’ambiente di lassù, è stata di silenzio. Nessuno che dicesse: stanno succedendo queste cose. C’era la consapevolezza di qualcosa di sinistro ma ricordo solo un grande silenzio. Nei negozi eravamo noi, i più giovani, che dicevamo cosa avevamo visto o il biglietto raccolto sulla massicciata. Gli altri… solo silenzio”.

A dicembre ’44 l’organizzazione di Ezio era stata scoperta e lui, in attesa di salire in montagna, si era nascosto. Andarlo a trovare era pericoloso; Miranda lo sapeva ma, dice, ricorda incontri festosi e non solo preoccupati.

“Andavo da lui, ogni volta una strada diversa, serenamente, senza angoscia. Ero disinvolta, mi guardavo intorno: mi sentivo sicura. Lui disegnava, scriveva, leggeva. Si muoveva nelle vicinanze del rifugio. Ci lasciavamo dei messaggi in posti che solo noi sapevamo e ci trovavamo magari in cima alle stradine che ci sono lì attorno. Ricordo la neve, le violette. A volte ci infilavamo in quei ricoveri che si trovano nelle fasce. Il desiderio di bruciare le tappe non c’è mai stato. Forse lo volevamo tenere lontano. Si cominciava a sapere cosa succedeva alla Casa dello studente. Erano fatti che gravavano anche su di noi. C’era però qualcosa di più forte che ci spingeva a vederci lo stesso, a portargli il pezzo di pane o di lardo o le uova che rubavo in casa.

Sapeva che Ezio aspettava di andare in montagna coi partigiani. Un giorno era arrivata e attaccato all’inferriata di una finestrina del rifugio c’era un messaggio: “nuvola, devo andare”. Da quel momento la separazione era stata assoluta. Solo una o due cartoline anonime e una lettera lasciata per lei a Camillo. “Ce l’ho ancora… A volte, dopo le nostre discussioni, torno a leggerla”.

“D’istinto, automaticamente, forse per il bisogno di non interrompere il nostro rapporto, sono andata, un po’ coi mezzi un po’ a piedi, in città, dal fotografo più famoso che c’era allora. Volevo fargli avere una mia fotografia. Da Bolzaneto a Genova, solo con questo pensiero. Per fortuna la foto m’era parsa brutta e la cosa era finita lì. Non avrei saputo come fargliela arrivare e ho capito che sarebbe stato pericoloso. Una risposta d’istinto che ancora oggi non saprei decifrare: da un lato un gesto leggero dall’altra un senso di disperazione, di vuoto “.

L’aveva rivisto a Liberazione avvenuta quando Ezio era arrivato, in macchina, con un amico, al Piano orizzontale. “Ero nei campi; li ho visti. Mi sono precipitata, avevo il cuore in gola. Neanche un bacino, naturalmente”. Quella era una guerra che dovevano ancora vincere.

La “batosta”, la polio, era arrivata nel ’47, contratta a scuola da due bambini durante una supplenza. Un dramma che apre definitivamente a Ezio la casa di Miranda. Ospedale; poi 8 ore di ginnastica al giorno fatte dalla mamma, dal massaggiatore, da Ezio. “Mia madre aveva capito che ci volevano bene, ci ha aiutati. La crisi invece l’ho avuta io. Quando mi sono resa conto… ho detto: no, basta, non si può condannare un uomo a vivere così, senza figli. Lui è riuscito a convincermi che la bomba era caduta su tutti e due e nel ’54 ci siamo sposati.

Quello che precede è un riassunto stringato dei miei colloqui con Miranda. Dovrebbe essere sufficiente per dare ragione della domanda che ho rivolto a Ezio in seguito all’incontro con Giustina. Quale rapporto vedi, gli ho chiesto, tra la tua storia di cospiratore e poi di partigiano e quella d’amore con Miranda?

“Per il nostro amore rischiavamo. È vero che quello che Miranda sapeva di me era poco. Io solo conoscevo gli altri del gruppo; lei no. Ma anche lei era compromessa. Presa, avrebbero potuto torturarla, farle dire dov’ero, cosa facevo. Sulla mia attività non potevano esserci dubbi. Ma il mio sentimento non era di protezione. Se avessimo avuto sentimenti simili ci saremmo separati, invece abbiamo continuato a vederci.

“Non sono scelte che si fanno col solo ragionamento. Sei travolto dall’amore – lo so, è una parola grossa – travolto da sentimenti che superano tutti i tuoi problemi quotidiani, di rapporto con gli altri, di sopravvivenza, di tutto. Perché quella cosa che vivi in quel momento è la cosa più importante, quella che ti sta rendendo superiore a tutti gli altri problemi. È anche la stessa che ti dà la possibilità di superare la situazione difficile; che ti aiuta a salvarti.

“Trovarsi, scambiare le proprie esperienze e i propri sogni: da lì veniva la forza per andare avanti, superare le difficoltà. Avevamo un forte proposito di stare insieme, di vivere. Il nostro amore era sicuramente un modo per superare le sciagure. Che poi neppure conoscevamo. Ad esempio dell’orrore dei campi di concentramento abbiamo saputo solo a guerra finita. No, gli orrori della guerra noi non li conoscevamo. Conoscevamo solo un nemico che ti costringeva ad andare con lui o ti sparava. I bandi erano un orrore della guerra: ragazzi che non potevano vivere come volevano. Ti condannavano a morte se non facevi quello che volevano.

“Volevamo vivere e il nostro amore era reso ancora più travolgente da quel contesto così pieno di conflitti e di pericoli. Era la cosa più bella che io avessi in quel momento… A parte, s’intende, il salame che a volte lei mi portava.

 

XI. La svolta dell’8 settembre

In una conversazione che si protrae per settimane è inevitabile che si proceda a zig zag. Tra un incontro e l’altro, mentre riascolto e trascrivo le registrazioni, scopro vere e proprie incomprensioni con tanto di involontari effetti umoristici. A volte gli argomenti esplodono, inattesi; altre stentano. Dopo mesi di incontri, Ezio, ha scoperto come anche lui, semplicemente sdoppiandosi, può rivolgersi delle domande che, se a volte non hanno una risposta, non sono per questo meno utili. Interrogarsi su cosa pensava al momento in cui votavano la controrappresaglia di Cravasco è ad esempio una domanda che difficilmente può trovare risposta. Ma il fatto di porsela sposta l’attenzione su comportamenti propri ed altrui, battute e gesti che hanno relazione col fatto e che possono aiutare a ricostruirlo. Ecco perché da qualche tempo un intercalare di Ezio è diventato “bisognerebbe chiedere” oppure “bisognerebbe sapere”. In corrispondenza di ciò ha preso anche a manifestare un cauto scetticismo verso le affermazioni definitive. Come ha fatto durante il nostro incontro del 2 ottobre 2002, il primo dopo il rientro suo e di Miranda dalla villeggiatura in Alto Adige.

Arrivo a casa loro attorno alle cinque del pomeriggio; come al solito dovremmo registrare fin verso le 8 quando Miranda ci chiama per la cena. Siamo nel suo studio seduti a due piccole scrivanie, contigue ma disposte ad angolo. Faccio partire il nastro. In genere Ezio, in attesa delle mie domande, fa girare una matita tra una mano e l’altra o sposta, ma di pochissimo, gli oggetti che sono sullo scrittoio; non per ordinarli; piuttosto per confermarli nell’ordine che già possiedono. Questa volta invece tiene fermi e stretti tra pollice e indice delle due mani gli estremi della matita e sorride. “Ho pensato alla storia che abbiamo ricostruito, dice, e mi sembra che non funzioni tanto bene”. Lo guardo, interrogativo. “Andare tanto indietro, prosegue, forse non serve. L’inizio di tutto, per tutti, anche per me, è stato proprio l’8 settembre”.

Non era una opinione che smentiva quello che avevamo messo assieme sino a quel momento. Piuttosto una sottolineatura: non diversa da quelle analoghe fatte a suo tempo da Gino, Luciano, Mauro, Badoglino, Bufalo, Miranda e altri. Tutti, senza che io li avessi in alcun modo sollecitati, avevano indicato nell’8 settembre una svolta delle loro storie individuali. Badoglino non ricordava niente del 25 luglio ma non aveva dubbi nel far cominciare la sua storia dal 9 settembre. Per Luciano “la caduta del fascismo era risultata una cosa festosa” da dove rapidamente si era tornati ad una quasi normalità. L’8 settembre invece era stata “una lacerazione, una esperienza dolorosa” che lo aveva “scioccato”. E Bufalo faceva risalire la sua avversione alle Brigate nere “con l’8, quando si era sciolto l’esercito e il fascismo era veramente finito” – per cui “quei signori” non avrebbero “neppure dovuto esserci”.

All’origine della battuta di Ezio, nel pomeriggio del 2 ottobre, c’era la riscoperta del suo piccolo diario. “Serve a capire che non ho aspettato l’8 settembre per cambiare il modo di pensare – certe idee le avevo già – ma è il mio modo di fare che è cambiato quel giorno. In quelle ore ho compiuto dei gesti che il giorno prima non sarebbero stati immaginabili. Ho nascosto la posta, preso contatti col nemico francese, tramato la fuga. Da militare, membro di un esercito, ho cercato una soluzione personale. Non solo io ma tutti erano andati fuori, dal re fino in fondo; e se loro erano così, figurarsi noi…”. E siccome l’ultima volta che ci eravamo visti lo avevo tormentato sul suo concetto di patria, in famiglia e poi in montagna, aveva aggiunto: “Il nostro, il mio concetto di patria veniva da quel giorno lì. Era qualcosa da demolire dalle fondamenta. Non sapevamo cosa avremmo fatto dopo ma sul cancellare tutto, azzerare quello che c’era stato prima, dal re al fascismo a quelli che ci avevano costretto a fare le cose che avevamo fatto ma che non avremmo voluto fare, eravamo tutti d’accordo”.

I sentimenti di quei giorni gli apparivano “la vera svolta”, il terreno politico su cui si era innestata la cospirazione e poi la montagna.

“Volevamo tornare a fare quello che volevamo; tutti: ebreo o comunista o chissà chi. È un pensiero che, nato quel giorno, ci ha seguito in montagna: tutto questo viver male col fascismo…basta, finito. Non avevamo le idee chiare, non potevamo averle, ma in tutti gli animi c’era un gran risentimento e la voglia di farla finita. Sognavamo un mondo che poi è risultato non esserci ma la patria non ne faceva parte. I fascisti, loro sì, parlavano di patria e combattevano con la bandiera bianca rossa e verde; noi della Balilla invece di tricolore non ne avevamo neanche uno. Bandiere rosse sì, tante, sempre; come i fazzoletti. Ma lassù, dove eravamo noi, la patria non c’era; comunisti e basta. La Balilla era con Stalin. I commissari promettevano giustizia sociale, lavoro per tutti, assistenza per tutti e i ricchi un po’ meno ricchi. Non sapevamo come ma avremmo fatto un mondo migliore, quello delle nostre canzoni; Il Manifesto era la nostra tabella di marcia. Lassù non c’era molta roba ma qualche libretto di quel genere lo avevamo. Dall’estate del ’44 la guerra era decisa. Sapevamo che l’avremmo vinta perché erano entrati in campo gli americani che però a guerra finita sarebbero andati via mentre l’Armata rossa sarebbe rimasta – La guardia rossa era la canzone che amavamo di più – e avrebbe messo a posto tutto. Avere le idee chiare su chi eravamo noi e cosa sarebbe avvenuto dopo era impossibile. Ma ci sentivamo comunisti”.

L’8 settembre era stato la speranza, fortissima, di farla finita con la guerra, un sentimento generale, il primo che dopo anni avesse sinceramente accomunato gli italiani. Ad esso era seguito l’abbandono unilaterale, individuale della guerra e della sua logica diabolica, il “tutti a casa” che, in seguito considerato ingenuo, era stato invece la premessa necessaria, l’inizio del rimescolio di posizioni di cui i miei interlocutori, Ezio, Badoglino, Luciano e gli altri dicevano d’essere stati i primi a sorprendersi. La stessa sorpresa che aveva colto Ezio quando, salito in montagna, aveva scoperto d’avere per compagni personaggi “inattesi”.

Dopo l’8 settembre non era stato facile stendere la nuova mappa dei cattivi. Ne esisteva una storica, seguita al ’22, ma non funzionava più se non per spezzoni.

“La verità è che prima del ’43 a Bolzaneto i fascisti li conoscevano tutti, nome per nome, e tutti conoscevano tutti: i fascisti, quelli della parrocchietta, i beghini, i proletari, le teste calde e sapevi di chi ti potevi fidare, dal livello più basso a quello più alto. Dopo il ’43, dopo l’8 settembre, no; cambiato tutto”.

Un cambiamento che aveva provocato un corrispondente bisogno di cercarsi, di riconoscersi – letteralmente conoscersi di nuovo – pur con i rischi della presenza di repubblichini e tedeschi. Come era stato ad esempio al funerale di Silvio Montecucco (n. 1920), cospiratore morto sparato la notte del 30 ottobre del ’44, mentre cercava con altri di sminare un ponte. Al suo funerale erano andati in centinaia, migliaia, “una enormità”; spie e questurini compresi. Tutti, amici e nemici, sapevano cosa Montecucco stava facendo la notte che lo avevano ucciso. “Tutta la sinistra, tutto il popolo di Bolzaneto era al funerale. Era un ragazzo di famiglia media, sportivo, un calciatore, simpatico, conosciuto; una figura limpida… Essere al suo funerale era rischioso come partecipare a uno sciopero. Un corteo che non finiva mai per uno ucciso mentre sminava un ponte, una azione militare, fuorilegge ma fatta da un ragazzo irreprensibile, bravo, leale. Nessuno era lì per caso. Un corteo silenzioso, senza bandiere; e le facce, la gente che si guardava negli occhi. Per riconoscersi e per sfida”.

Dopo l’8 settembre la guerra era cambiata; con essa i segni per riconoscere le appartenenze dei singoli. Avevano perso valore i codici tradizionali, condivisi ed era prevalsa la morale individuale: per la famiglia o per sopravvivere poteva essere lecito rubare o fare borsa nera, disertare o sottrarsi ai bandi. Nuovi codici ma anche nuovi interrogativi: come si sarebbero comportati i vicini? Quali le solidarietà su cui far conto? Una nuova dimensione della guerra era entrata con parole inquietanti, misteriose – bandito, partigiano, ribelle, renitente, taglia… – ma anche con le armi, nei quartiere, nel bar, nei rifugi. Fino al giorno prima a decidere per tutti c’era lo stato; dopo l’8 settembre tutto diverso. Ognuno, individualmente, era stato chiamato a decidere su come comportarsi di fronte ai bandi, difendersi dai bombardamenti, sbarcare il lunario, non farsi spedire in Germania.

“Volontà di azzeramento” e “stupore”: parole che Ezio ripete più volte. Luci in fuga dalla Benedicta che si era salvato in casa d’un fascista; stupefacente come la “enormità” di popolo convenuto, con gravissimo rischio, al funerale di Montecucco, come la “stranezza”  dei compagni scoperti in montagna. Lo stesso stupore che Ezio aveva avvertito in coloro che, a Bolzaneto, il giorno della Liberazione lo avevano visto per strada, armato, in divisa da partigiano: “Mia, u Essiu…u figgiu du Bartoli” (guarda, Ezio, il figlio di Bartoli).

“Non sapevano che ero coi partigiani. Forse neppure lo immaginavano. Avevamo portato i prigionieri tedeschi nelle scuole di Bolzaneto. Ero sulla scalinata, sicuramente anche per pavoneggiarmi, e guardavo le facce dei bolzanetesi, lì sotto; allibiti; tutta la gamma della meraviglia. Mi salutavano con rispetto e a volte con tenerezza. E poi, dopo, passeggiando per Bolzaneto, mi sentivo abbracciare, stringere da gente che non avrei mai supposto che mi amasse così; una sensazione nuova, quasi un turbamento. Non ricordo un solo sguardo che mi dicesse: maledetto, sei andato a fare quel lavoro lì. Solo consenso o meraviglia, specialmente meraviglia. I fascisti, almeno in quel momento, erano tutti morti”.

Le facce di Ezio e dei suoi compagni di montagna non appartenevano al passato ma al presente. Anche per questo era più facile per loro riscuotere l’ammirazione e la riconoscenza dei più. Il giorno della Liberazione era stata la vera fine dell’8 settembre perché aveva messo la parola fine al tormento di non riconoscersi, all’isolamento, alla ricerca della soluzione individuale. Dopo un tempo che era parso infinito gli attori della liberazione erano stati l’ultima sorpresa e l’inizio di una nuova normalità. “Al momento della Liberazione non c’era ancora governo, niente. C’era però la certezza assoluta della direzione che avremmo presa: avanti. Non saremmo tornati indietro”.

Il giorno della Liberazione, che a Bolzaneto si era conclusa il 26 aprile, era stato “bello, bellissimo, uno dei più belli” della vita di Ezio. Ci sono gesti, semplici, naturali ma compiuti in situazioni straordinarie, che hanno il potere di svelarci a noi stessi; subito o col tempo. Giacimenti che continuano a fornire materiali utili anche dopo anni dalla loro scoperta. I colpi di cannone sparati da Ezio il 26 aprile dalla galleria della camionale, “dietro a Gaslini”, e indirizzati sulla collina opposta, le “case Borneto”, sede di un comando tedesco che rifiutava la resa, erano stati l’occasione irripetibile per potersi apprezzare ed essere apprezzato. Ezio racconta l’episodio come un film, il film della vittoria dove il caso aveva voluto che a lui, uno degli ultimi arrivati nella Balilla, un guerriero che Battista giudicava di “seconda scelta”, toccasse la parte di protagonista.

Artigliere del regio esercito che non aveva mai sparato un colpo se non di prova, Ezio, con pochi ma veri colpi sparati con un cannone nemico in parte smantellato, era entrato e uscito gloriosamente dalla guerra nel giro di qualche ora. Dopo, i suoi compagni e la gente che dai terrazzi e dai tetti aveva fatto da spettatore (“una battaglia è sempre uno spettacolo, pericoloso ma spettacolo”), lo avevano guardato in un altro modo. E Battista gli aveva regalato i binocoli. “Incredulo, senza dire una parola se li era sfilati dal collo. Tieni, aveva detto”. Forse, osserva Ezio con il suo solito sorriso dolce ironico, li aveva appena presi a qualche ufficiale tedesco e ai suoi occhi non avevano quel gran valore.

“Loro ci sparavano addosso, dal loro comando, la collina delle case Borneto. Noi eravamo dalla parte opposta e in mezzo la gente, a guardare. A militare, come puntatore, avevo fatto le esercitazioni ma il contrasto tra le condizioni previste a scuola e quelle in cui mi trovavo era enorme. Se ci fosse stato il mio ufficiale mi avrebbe messo in prigione per due o tre mesi: ho violato tutte le regole possibili e immaginabili. Bisognava sapere con precisione le dosi di polvere, il fulminante, il proiettile ma in quel momento era impossibile E poi non c’era l’alzo: i tedeschi lo avevano distrutto prima di abbandonare il pezzo.

“Qui – Ezio, per spiegarsi, usa una mappa presa da Tuttocittà – la collina, Morigallo, con le casette dette da Borneto. Qui c’è il Secca che viene giù, qui il Polcevera, qui il ponte sul Secca, qui la Camionale e il casello, qui l’ospedale Pastorino, poi la curva e la galleria dove stavano i tedeschi, snidati e portati via prigionieri, e dove stavamo noi: io, Johnson e qualche altro. Dalle case Borneto i tedeschi sparavano in tutte le direzioni. Battista, il prete, l’avvocato Costa erano andati con la bandiera bianca a chiedergli la resa ma loro non ne volevano sapere. Dentro la nostra galleria c’erano due cannoni, mi sembra 105 o 110. Ho detto a Battista: c’è un cannone; se le mitragliatrici da 20 non servono, un cannone… Lui mi ha guardato come a dirmi: ma chi lo fa sparare? Ci penso io, gli ho detto. Posso? E lui, dubbioso: va beh. Ma… sei sicuro?

“Prima di armare il cannone l’ho tenuto in galleria. Poi ho puntato ma c’era una curva e non sapevo dove appoggiarlo. Era un cannone da campagna, con delle ruote di ferro e i sedili per i soldati, come quelli della guerra ’15-’18. C’era il problema della polvere, dei fulminanti. In galleria ce n’era ma in un caos indescrivibile. Cerco quello che serve: la polvere era nei sacchetti, dischi già predisposti. Mi sono detto: proviamo con due sacchetti. Poi la stoppa. Trovo anche i fulminanti. Alla fine lo spingiamo fuori dalla galleria ma avevo fatto un errore: non avevo pensato, prima di metterlo in posizione, di guardare dentro la canna. In mancanza di alzo guardare dentro la canna è l’unico modo per puntare.

“Sono andato a occhio, sopra la volata. Di là intanto continuavano a spararci. Mi riparavo dietro lo scudo. Non conoscevo il mezzo ma ero sicuro di saper sparare. In testa io e gli altri che erano con me avevamo un elmetto tedesco dipinto di rosso col minio. Ce li avevano dati quelli delle SAP. Pioveva. Ho negli occhi la terrazza dell’Ospedale: medici, malati, infermieri tutti lì, sotto la pioggia ad aspettare che il colpo partisse. Avevano visto che armeggiavamo mentre, chissà come, si era sparsa la voce che avremmo sparato con un cannone. Avevo calcolato lo sbandamento del cannone e ho raccomandato agli altri di mettersi tutti da una certa parte. Andrà a finire qui, gli ho detto. Ho legato una corda al revolver, ho mirato al centro della collina, sono andato distante e ho tirato. Una atmosfera d’attesa, come se in quel gran caos per un attimo si fosse fermato tutto; tutti in silenzio: solo il rumore della pioggia e loro che continuavano a sparare da matti. Tiro la corda, parte il colpo. Il cannone fa un casino impressionante, picchia nel muro e storce lo scudo ma alla fine si ferma. Battista coi binocoli cerca l’effetto. Niente; il colpo era finito dietro la collina, sopra a chissà chi. Mi ha guardato dubbioso ma io ho ricominciato, tranquillo: questa volta ero sicuro di fare centro. Ho rimesso il cannone in posizione, ho guardato dentro alla canna, ho mirato bene e abbiamo sparato di nuovo: il primo colpo è andato al centro delle villette e il secondo è entrato in una delle finestre. Battista era emozionato: guardava ora il bersaglio ora me.

“Il pubblico, quello della terrazza dell’ospedale, urlava, applaudiva, salutava con dei gesti delle braccia. Altre persone si erano ammucchiate nei punti da dove si vedeva la scena. Abbiamo sparato ancora 3 o 4 colpi fin quando loro hanno alzato la bandiera bianca. A quel punto c’è stata una ovazione ma noi avevamo già il colpo in canna. Un proiettile con la spoletta. E chi lo levava? Intanto un sacco di gente si era messa a correre verso la collina dove i tedeschi si dovevano arrendere. Non era solo la guerra; era una corsa alla roba, viveri, vestiti, strumenti. Fame ma anche commercio: ormai la borsa nera era nel entrata nel DNA. Io il colpo non lo levo, ho detto; e un altro: ormai che c’è glielo tiriamo lo stesso, dai. Dopo tutto anche loro avevano sparato su quelli che andavano a parlamentare con la bandiera bianca. E così gli abbiamo spedito anche quello.

“Battista, dopo la loro bandiera bianca, era corso là a vedere: c’erano ufficiali, camion, macchine: una cosa seria. Lui era il comandante militare, era il momento della gloria. Poi è ritornato indietro e ci siamo visti dov’era la sede delle Brigate nere. È stato allora che mi ha dato il binocolo. Lo stesso che porto al collo nella foto riportata sul libro di Balestreri mentre scortiamo i prigionieri tedeschi.

“Il trattore, che si vede nella foto che trascina il cannone, lo avevamo preso a Morigallo. Dopo la resa di Bolzaneto la voce che avevamo un cannone si era sparsa. C’era stato un accavallarsi di richieste: tutti ci volevano per snidare gli irriducibili. Ma i camion erano stati sabotati, gomme, motori a pezzi. Quel trattore invece aveva le gomme piene e miracolosamente funzionava. Abbiamo agganciato e siamo partiti: col trattore pieno di proiettili, polvere, fulminanti; un rischio enorme. E la gente in giro che faceva ala, applaudiva, ci buttava i fiori: un trionfo. Al Campasso il trattore si è sganciato. Io e Ramon, seduti sul cannone che era attaccato a rovescio, siamo finiti col timone in una farmacia. Una figura barbina ma noi invece giù a ridere. Avevamo vent’anni, eravamo felici, ridevamo come matti. E tutti ridevano con noi. Abbiamo riattaccato mentre tutti continuavano a ridere e applaudire. Era una grande festa, la nostra, la loro.

“Così fino a Sampierdarena dove, nella curva di viale Canepa, abbiamo piazzato il cannone. Dietro un silos di vini con i muri tutti scavati dalle schegge c’era un deposito di mine marittime e dentro un gruppo di tedeschi che non voleva mollare. Solita preparazione e poi tiro, un colpo, due, tre… Al terzo una esplosione indescrivibile, mai sentita, mai vista: tutte le persiane di Sampierdarena, tutti i vetri di Sampierdarena, tutti i cornicioni di Sampierdarena si sono messi a salire in una nuvola enorme sopra di noi. Noi, col nostro elmetto rosso, la guardavamo salire a bocca aperta, stupefatti per le conseguenze catastrofiche di quel colpetto da niente. Dentro c’era di tutto, ma proprio tutto: spranghe di ferro, secchi di legno, scale. Ci siamo buttati in un portone prima che tetti, cornicioni, la roba di tutta Sampierdarena cominciasse a pioverci in testa. Il deposito di mine era esploso, polverizzato.

“Stavamo per tornare a casa col nostro cannone quando quelli della brigata Buranello ci hanno detto: c’è ancora un lavoro da fare alla Lanterna. In un casino inimmaginabile, rimettiamo il cannone su viale Canepa e coi binocoli cerco di individuare il punto. Sotto la Lanterna c’erano delle casematte. Quelle, chiedo io? E loro: no, più su, più in alto. Guardo e vedo che più su ho dentro la Lanterna. Se sparo così, dico, butto giù la Lanterna. Non lo faccio. E loro: Alua, ciù vixin che ti peu (allora più vicino che puoi). Comincio a battere da sotto e poi piano piano salgo. Poi ho detto: no, basta, non sparo più, non voglio passare alla storia per quello che ha tirato giù la Lanterna. Perché le cannonate, come i colpi di mortaio, anche solo vicine, qualche effetto lo hanno comunque”.

L’avventura delle cannonate di Bolzaneto, di Sampierdarena e poi della Lanterna, un vero racconto sceneggiato, ha creato tra noi un clima di ilarità. La nuvola di oggetti che si alza roteando nel cielo di Sampierdarena tra lo stupore di un gruppetto di artiglieri improvvisati che hanno in testa un elmetto rosso di minio è mimata da Ezio in modo talmente felice che ho la sensazione di trovarmi sul posto. Ezio è un affabulatore ed è consapevole dell’effetto raggiunto. All’improvviso però diventa serio e si interroga sul racconto appena concluso. Qual è il significato di questo racconto? chiede. Tutto quello che ho riferito è vero ma ci sono aspetti di cui non ho parlato che però hanno la loro importanza. Quel giorno, in quelle ore avevano riso molto – lo ricordava perfettamente – ma aveva vissuto anche altri sentimenti, più solitari: la fatica dello scontro, il timore di non andare a segno. Ne era uscito scavato. C’era dentro tutto, dalla stima di se stesso alla storia della sua istruzione militare. Anni dopo era andato a Pescia per incontrare il tenente che nel ’43 a Diano Marina gli aveva fatto istruzione. “Volevo dirgli che i suoi insegnamenti mi erano serviti; lui era uno contro i tedeschi e gli avrebbe fatto piacere”.

“Mi sembra, dice ancora Ezio con tono scettico, che le emozioni del proprio vissuto non si riescano a trasmettere. Nel racconto tutto diventa astratto. La drammaticità di un episodio di un cannone rimesso in batteria in condizioni improbabili e utilizzato con modalità assurde, da fucilazione, si perde… Invece per me quello è stato il momento centrale della Liberazione: ero il protagonista e toccava a me prendere le decisioni. Una situazione appagante ma anche drammatica: la gente intorno aspettava il finale ma io avevo la preoccupazione che saltasse tutto; l’atmosfera era pesante, carica di attesa, di paura poi di colpo, con la resa, il clima è cambiato, grida, applausi, abbracci; tutte cose che però prendono significato solo dal dramma precedente”.

Le cannonate di Ezio avevano contribuito, e non solo perché avevano costretto alla resa un presidio nemico, alla fine della guerra. Si sa che, perché questo avvenga, devono essere sopiti o soddisfatti i desideri di vendetta che si trovano nell’animo di ognuno. Grazie alla partecipazione di popolo, sia pure in posizione di osservatore, alle sue cannonate, alla fine di quella giornata molti avevano accettato più facilmente l’idea che la guerra fosse definitivamente finita.

 

XII. Il disertore

Alla fine del ’46, dopo un anno nella polizia – glielo aveva chiesto il partito – Ezio era andato a lavorare a Sampierdarena, operaio dell’Allestimento Navi.

“Sui moli della Fiumara un universo di 2 o 3 mila persone, sembrava di essere in Unione Sovietica; almeno noi la immaginavamo così. Capo del personale, comunista; capo reparto, comunista. Gaggero, lucidatore del mio reparto, fratello di Andrea, prete, partigiano e comunista. Sempre in riunione, sempre politica. C’era la crisi e non si lavorava mai”. Riunioni, lettura dei testi sacri del marxismo, discussioni; l’ideale non avrebbe potuto sopravvivere senza autodidatti entusiasti e loro lo erano. Di tutto quanto succedeva, la cellula di partito era il cuore pulsante. “Ho fatto il segretario per 15 anni. All’inizio era facile. Facevi il tesseramento per un partito che aveva combattuto più di tutti, màrtiri più di tutti, sacrifici più di tutti, l’ideologia più bella di tutte, il futuro più bello di tutti… Beh, cosa fai? Non vuoi prendere la tessera? Infatti la prendevano”.

Poi, neppure troppo lentamente, le cose erano cambiate. Sui moli a cancellare il lavoro e a disarmare l’operaio era arrivata la crisi: economica, aziendale, di settore. “Eravamo i primi a essere convinti che la crisi ci fosse davvero. Sapevamo che erano necessari ordini, armatori, capitali. Volevamo collaborare ma era il contrario di quello che voleva la dirigenza. Avevamo appena finito una guerra che abbiamo dovuto cominciarne un’altra: per tenere aperte le fabbriche, per non licenziare nessuno, per fare piani per trasformare le aziende. C’erano i consigli di gestione, ma non contavano niente. Gli operai erano un’arma che avrebbe potuto essere utile anche a loro, ai dirigenti, ma l’hanno rifiutata, derisa.

La lotta degli operai dell’Ansaldo era stata terribile. “Noi, gli operai, avevamo l’illusione di uscire finalmente dagli anni bui del fascismo, della guerra, da uno stato di inferiorità e di oppressione a cui eravamo sempre stati sottoposti. Sapevamo che eravamo un paese distrutto; che i soldi erano pochi e i sacrifici necessari. Ma da loro veniva solo una persecuzione che non aveva ragioni economiche: volevano gli operai in ginocchio. E’ stato terribile. Tagliavano i tempi, il cottimo; lo straordinario diventava ordinario o prolungamento d’orario, oppure ti tenevano lì a far niente con salari impossibili. Ci dicevamo: come può chiamarsi democrazia un sistema che permette tanta prepotenza?

“Ti costringevano allo sciopero e ci rimettevi un sacco di soldi; uno sciopero di 8 ore era sangue, costava una fortuna. Per quelli come me che lavoravano in coppia magari con uno che non era un compagno – con un compagno era più facile, chiudevi la cassetta dei ferri e te ne andavi – e avevi con lui la stessa bolla di cottimo, era un casino. Fine della solidarietà, dell’amicizia: tu ti fermavi per due ore e lui no: alla fine erano 4 ore di differenza di lavoro e di stipendio. Il calcolo della bolla diventava complicato e quello non voleva più far coppia con me, perché scioperavo”.

A noi, agli operai, dice Ezio, mancava la cultura politica necessaria per contrastare tanta “prepotenza”. C’era il partito, ma era diretto da “predicatori, utopisti, uomini il cui credito personale derivava dall’aver patito la prigionia, il confino, il Tribunale speciale. Venivano anche loro dal mondo che avevamo sconfitto e i loro discorsi non servivano a capire le cose che stavano succedendo nella fabbrica. Ce ne siamo resi conto quando si è cominciato a ristrutturare, licenziare, a cambiare i dirigenti, far sparire i Consigli di gestione, limitare l’azione della Commissione interna. Allora finalmente abbiamo cominciato a capire. Anche loro, le dirigenze aziendali, erano in ritardo. Ma tra loro quelli che non capivano li cambiavano. Da noi no. E quando la direzione Ansaldo ha messo la cassetta delle idee che avrebbe potuto essere una occasione per dire la nostra sulla fabbrica, la parola d’ordine del partito era stata: boicottare. Guai a collaborare; lo avevano fatto solo la Cisl, i crumiri e i falegnami.

“Sì, i falegnami, il mio reparto, da tutti giudicati il punto debole dello schieramento operaio; artigiani piuttosto che operai. Quasi tutti col doppio lavoro – lavoravano nelle botteghe – erano anche i più crumiri. Era tra loro che aveva preso piede la Cisl, altro fatto che ci aveva trovato impreparati. Quando l’avevano fondata, all’Allestimento, siamo stati noi a portare in salvo, e con difficoltà, quello che era venuto a presentarla, perché gli operai volevano annegarlo. Era la fine dell’unità sindacale ma noi continuavamo a pensare che avremmo potuto fare da soli. Erano i tempi in cui la CGIL prendeva il 70% dei voti”.

Invece la Cisl, “a volte solo un nome, un personaggio sparuto, magari venuto da fuori”, aveva dato un volto a posizioni che tra gli operai esistevano realmente ma dal partito erano sottovalutate o giudicate con disprezzo. Col passare del tempo erano aumentate anche le divisioni. Gli operai avevano rivelato una complessità che contrastava con gli schematismi con cui il partito era solito rappresentarli. Il partito che, per nascondere le sue difficoltà, si muoveva alla perenne ricerca della prova di forza.

“Abbiamo fatto una infinità di scioperi ma non trovavamo mai il tempo per discutere davvero di politica. I nostri problemi non corrispondevano a quelli di cui leggevi quotidianamente sul giornale o andavi a discutere in sezione. Lì si parlava sempre di organizzazione mentre noi lottavamo per il lavoro, il pane. Lotte drammatiche; ogni 2 o 3 anni una crisi: chiudiamo! E noi: no, non chiudete. Lo Statuto dei lavoratori è arrivato dopo anni, eppure era dopo la Liberazione che avremmo dovuto farlo. Ma chi ci pensava? Perché a noi comunisti non sembrava importante? Ci hanno pensato i socialisti, Brodolini, ma non noi. Noi in compenso scioperavamo per tutto: la pace, Lumumba, la Spagna, tutto. Persino per uscire a dare l’ultimo saluto ad Antonio Negro, al suo funerale che passava: noi lì allineati, col pugno levato e due ore di permesso non pagato. Doveva passare alle 3 e invece è passato alle 4. Non ci hanno dato la multa ma abbiamo dovuto pregarli di prolungare il permesso. No, non avevamo dirigenti politici adeguati. Non avevamo una politica”.

Per quasi 15 anni, il segretario di cellula Ezio Bartoli aveva combattuto in prima fila: tesseramento, sottoscrizioni, diffusione stampa, volantini, riunioni, contabilità e palchetto per gli oratori. Era dura dover spiegare alla gente le cose di cui non era convinto, ma era stato allora che aveva scoperto che erano in tanti a non crederci. “Ci sono dei segnali che aiutano a capire: la diffusione della stampa, la raccolta dei soldi delle tessere, le sottoscrizioni. E’ facile chiedere soldi per una causa in cui credi; ma se quelli che devono darteli hanno degli squagliamenti allora diventa impossibile. Il nostro appuntamento era il movimento di massa, la politica; lì siamo caduti.

“Non avevamo alternative. Stava solo a noi migliorarci; diventare la forza che dicevamo di essere. Non ci siamo riusciti anche se, ancora per qualche anno dopo la Liberazione, abbiamo pensato che ce l’avremmo fatta. C’erano persone che sapevano farci vibrare: Concetto Marchesi, Terracini, che nel Convegno dei 5, alla radio sapeva mettere a posto tutti, e poi Banfi, Calvino, Pasolini. Sì, Pasolini, anche se è venuto dopo. Lui è stato una cosa nuova. Non era ben visto nel partito ma quando è nato l’ho amato subito. E con me tanti altri. Della sua esistenza non me l’aveva detto nessuno; al partito ufficiale dava noia Mi dispiaceva che avesse delle grane con la questura per fatti di malcostume ma era fuori di dubbio che fosse una cosa nuova. Avrebbe dovuto essere lui il segretario del partito e forse qualche scossa l’avrebbe data”.

Ai dubbi e alle sollecitazioni che venivano dalla fabbrica, i dirigenti reagivano con insofferenza. Paura di aprire falle organizzative, di perdere l’autorità di cui ancora godevano. Oppure gli proponevano il comunismo realizzato, quello sovietico. Come fosse una alternativa credibile al malessere generale e in ogni caso senza dirgli come ci sarebbero arrivati. Capaci solo a ridicolizzare le cose che dicevano gli avversari. “Quando Agnelli aveva detto: l’auto costerà come le bistecche, tutti a dirgli che era un buffone che per dimostrare la superiorità del capitalismo diceva delle stupidaggini. Invece era vero: oggi l’auto costa come le bistecche, forse un po’ meno”.

Dall’URSS, portate da compagni che tornavano di là magari dopo un viaggio premio, arrivavano invece notizie inquietanti. Morasso, il mitico capo dei comunisti di Bolzaneto e della Tarasca, di ritorno dall’URSS aveva detto a Ezio “non so come facciano a vivere; sono tutti poveri; lavorano tutti ma sono tutti stracci”. C’era anche chi tornava col cuore gonfio di gioia “per le manifestazioni, le bandiere, il trionfalismo”, ma veniva preso in giro. Ezio e altri gli dicevano “ma noi abbiamo lottato per farci piacere queste cose? L’Italia come loro in parata? E’ roba che conosciamo bene; qui abbiamo già avuto il fascismo”. Non era solo questione di militanti, di iscritti ma di tutti quei lavoratori non di partito a cui tutti i giorni raccontavano la storia del futuro del comunismo e che appena ne succedeva una, a Potsdam o in Ungheria, gli dicevano: beh, adesso come la mettiamo?

“Era un tormento continuo; quando lavoravi o nelle pause; quando entravi nello spogliatoio o quando ne uscivi, mentre andavi alla mensa, mentre tornavi dalla mensa; sempre, in continuazione. Se Gagarin andava in orbita quel giorno tiravi finalmente un respiro; in orbita anche tu. Quando invece arrivava l’Ungheria… allora restavi a terra. Lì, subito, arrivava il maestro d’ascia, il tubista: ti presenti solo quando le cose vanno bene, ti diceva. Era solo l’inizio”.

Erano le vittime di qualcosa che loro stessi avevano costruito, con fatica, un giorno dopo l’altro. Ogni avvenimento del globo terrestre doveva toccarli; responsabili di tutto: fame, disgrazie, occupazioni, bombardamenti, persecuzioni. Portavano il mondo sulle loro spalle; difendevano tutta l’umanità. In realtà non riuscivano neppure a difendere se stessi e così facendo cercavano solo di nasconderlo. Erano compiti assurdi, spropositati. A volte se lo chiedevano: ma come faremo, a fronte di tutte queste cose, ad arrivare al comunismo? Poi si erano resi conto che non ci sarebbero arrivati mai e che tutto gli stava cadendo addosso: dirigenti, contratti, economia, piani aziendali; altro che comunismo.

Ezio non era il tipo di militante che si sentiva investito del compito di liberare il popolo. Apparteneva piuttosto al popolo che lottava per liberarsi dalla miseria materiale, dalle mortificazioni, dalla insicurezza. Anche per questo non aveva avuto difficoltà a riconoscere che le risposte del partito erano inadeguate.

“Eravamo in mezzo. Da una parte gli operai, i compagni di lavoro, dall’altra i nostri capi, i funzionari di federazione. A questi toccava a noi dirgli di tutto: come facciamo a spiegare queste cose alla gente, ai compagni? E voi stessi come ve le spiegate? Sul giornale le risposte che cercavamo non c’erano mai. Abbiamo dovuto aspettare il memoriale di Yalta per dirgli: vedete che era vero quello che vi dicevamo? Che quella strada qui non funziona. E che loro, per convincere le persone che le cose vanno bene, hanno bisogno del KGB”.

Ezio, come molti altri suoi compagni, era permeato di democrazia, credeva nella libera discussione e nella critica. Non aveva capito però che quella non era una discussione vera e che a lui era stato assegnato solo il compito di propagandare la politica del partito, non di sperimentarla.

“Dovevi interrogarti su quanto avevi raccontato sino ad allora. Dovevi convenire: sì, c’è un problema Stalin; c’è la dittatura, la burocrazia, la persecuzione dei poeti, degli artisti, dei pittori. Perché dall’Urss non usciva mai uno scrittore, un pittore, un musicista? Voleva dire che la creatività della gente, del popolo, era oppressa, limitata. Tra i compagni erano in tanti a pensarlo. E poi che sistema è che se non sei d’accordo ti arrivano i carri armati? Che democrazia può essere quella dove le percentuali dei favorevoli erano quelle assurde che ci venivano fornite. Infine, colmo del ridicolo, i resoconti entusiasti di quelli che andavano là e ti raccontavano delle porcellaie con gli addetti in grembiule bianco e i maiali puliti come se fossero usciti da un bagno schiuma. Per non dire di altre notizie a loro modo esaltanti: mietitrebbia enormi, camion enormi, silos enormi, raccolti enormi. Poi tutti gli anni a comprare il grano e a sperare che l’America glielo vendesse”.

Dall’altra parte l’America del maccartismo, nemica dei comunisti e quindi degli operai, che sosteneva i democristiani e i dirigenti nemici degli operai. L’America disinteressata al fatto che anche il popolo comunista l’aveva amata. “Alla fine eri costretto a scegliere tra due mali e già questo del male minore era un brutto scegliere. Quelli là, i tuoi, non avevano capito, forse avevano male interpretato, comunque avevano fatto errori gravi ma il marxismo non sembrava da buttare via. Questi qui però i nostri problemi – per la madonna – proprio non volevano risolverli. Non ci volevano, non volevano la nostra intelligenza, ci negavano”.

Nel ’61 Ezio aveva lasciato il cantiere, i compagni, il fronte di lotta. Non era stato l’inizio della revisione ma il punto di arrivo. Dentro si era rotto qualcosa. “Il 30 giugno del ’60, il giorno famoso della manifestazione contro Tambroni, mentre i miei compagni facevano a sassate, io ero alla spiaggia, ai bagni Europa. E’ la prova che non mi sentivo più coinvolto, che avevo maturato il rifiuto. Non ne potevo più di salvare il cantiere, di scendere in strada. All’ennesima crisi produttiva ho preso la decisione di andarmene ma non ero il primo; piuttosto il duemillesimo. Anche questo ha avuto il suo peso. Quel compagno se n’era andato, quello anche, così quell’altro e l’altro ancora. A questo punto anch’io mi sono sentito autorizzato a lasciare. Nel 1960 avevo 37 anni e non potevo andare avanti con Ansaldo, sempre crisi, sempre manovale specializzato”.

Uno “strazio”, altro che decisione facile: l’abbandono di “un fronte ormai sguarnito che il mio gesto contribuiva a indebolire”; non tanto l’abbandono del partito ma dei compagni di lavoro. “Disertavo. Ho tradito il movimento operaio: era questo il mio sentimento di allora. Ci avevo pensato a lungo, da solo e con Miranda. Ma non avevo vie d’uscita. Niente futuro per il cantiere, niente futuro personale, nessun futuro per la nostra politica. Per primo se n’era andato il segretario e fondatore della sezione del Cantiere, la prima sezione di fabbrica fatta in Italia, e dopo di lui gli altri. Le motivazioni di 10 o 15 anni prima erano finite e al loro posto non ce n’era di nuove. La crisi del settore era continua: ogni tanto arrivava un petroliera sennò Q90, voleva dire stare dentro a far poco o niente. Avvilente: riunioni di cellula, corsi di partito. Parlavamo solo tra noi; una cosa ridicola, un passatempo insopportabile”.

Con Miranda, da quando nel 1954 si erano sposati, stavano a Genova, nel quartiere di san Fruttuoso. “Mi alzavo alle 5 e mezza e a piedi andavo a Terralba a prendere il tram: quasi un’ora in piedi fino a Sestri. Arrivavo e c’erano 100 gradini per andare nello spogliatoio che era all’ultimo piano, poi li scendevi e andavi a bordo a lavorare. Per accedere alla mensa c’erano quasi 2 km da fare a piedi, lo stesso per tornare a bordo: passerelle, scalandroni. E’ difficile, per chi non ha visto, immaginare le condizioni di lavoro a bordo, in una nave appena varata: buchi, correnti… Fianco a fianco, in mezzo a correnti mortali che passano dagli oblò aperti o dai varchi delle porte da completare, lavorano quello che salda lo zinco, l’operaio che sistema la lana di vetro, quello che prende a mazzate le lamiere, il saldatore, quello che usa la fiamma… Un ambiente indescrivibile. Mio fratello, che una volta era venuto al Cantiere in visita con altri dirigenti, alla vista di quel casino era rimasto incredulo, allibito.

“Tornavo a casa tramortito, assiderato, col mal di testa, di schiena, di piedi e cominciavo l’assistenza di Miranda. Era maestra ma è stata 7 anni senza lavorare per i postumi della polio. Si trattava di recuperarla. Io avevo dei problemi enormi e lei non ne parliamo. Il partito poi non è che mi assecondasse; anzi. Ero tra i pochi attivisti che potessero sfruttare e mi sfruttavano. La domenica, quando finalmente potevo stare con lei, aiutarla, capitava che mi mandassero a diffondere l’Unità o a raccogliere le firme per la pace. Poi c’erano i congressi di cellula, di sezione, le assemblee, gli attivi…”.

Ezio, lo riconosce di buon grado, non aveva mai avuto “l’orgoglio dell’operaio”. Anche per questo aveva approfittato di una delle tante crisi con relativo Q90 per riprovarci con la scuola. “Mi portavo i libri sul lavoro, uscivo e andavo al Pareto. Ho fatto 3 anni in uno anche se non ero più tanto fiducioso nelle mie capacità”. Se l’era cavata. “In italiano andavo bene. E poi i miei compagni di classe erano degli zoccoloni, addormentati; io invece andavo lì con l’idea di riscattarmi – sposo una maestra e ho solo le scuole elementari. Al primo tema ero stato il migliore; avevo preso 10. Il professore mi aveva chiesto: fa il professionista? E io: veramente sono un manovale specializzato. Lui allora mi aveva fatto un sacco di complimenti. Non si occupi più dell’italiano, mi aveva detto, ma solo delle materie dove è più indietro. Era stato un inizio confortante”.

Nel ’61 – “finalmente”, chiosa Ezio – c’era stata l’ennesima crisi. “Sempre fuori a bastonarsi con la Celere, a bloccare il traffico; una angoscia: soldi pochi e niente”. Miranda invece aveva cominciato a riprendersi e a fare qualche supplenza. “La situazione era migliorata, ho capito che era venuto il momento. Vanno via tutti, ho detto, vado via anch’io. Quello che dovevo fare l’ho fatto”. Basta obbedire come soldati: andare nella polizia o fare il segretario di cellula: “all’inizio ero d’accordo, dopo non più”. Nel ’61 aveva conosciuto un collega di Miranda, un maestro, che faceva il doppio lavoro; una ditta di Milano: buoni nelle cassette della posta, concorsi per la promozione delle lavatrici. Erano uscite le prime ma le vendite non marciavano. “Una ditta di Milano aveva inventato i buoni da mettere nelle cassette. Si chiamava Publidì. Il maestro mi aveva fatto la proposta. Quando ho avuto la sicurezza dell’assunzione, il 25 dicembre del ’61 mi sono licenziato. Coi soldi della liquidazione ho comprato una Seicento e due mesi dopo, a febbraio, ho cominciato a lavorare con Publidì. Così per 7 anni; ho fatto anche carriera: capo zona, ispettore; dovevo viaggiare, Roma, Torino, Padova…”.

Con la Publidì aveva un contratto a prestazione, se restava a casa niente soldi, e lui, per integrare, si era messo con Miranda a fare ceramica. “Abbiamo frequentato una scuola e vendevamo discretamente. Quando ricominciava la campagna dei buoni, partivo. Tra l’altro ero arrivato a godere d’una certa considerazione; mi facevano fare anche interviste di consumatori, sondaggi per vari clienti… Con loro ho chiuso nel 1969. All’epoca, mio fratello era il capo personale dell’Alitalia e conosceva il capo del personale della Società Autostrade. Quando ancora lavoravo al Cantiere mi aveva detto più di una volta “vai via, lascia; non fare più il comunista; hai dato abbastanza”. Ma quando nel ’61 ero uscito il mio era ancora il profilo di un non raccomandabile; diverso da quello che mi ritrovavo nel ’69. Ormai ero un dimenticato, potevo ricominciare. Società Autostrade: ero preoccupato. Non ero preparato a fare l’impiegato dentro un ufficio; forse avrei potuto fare l’assistente, l’esattore. Alla fine mi hanno messo agli stipendi: 200 persone. Avevo 45 anni e il primo mese non lo dimenticherò mai; da brivido. Ma la gente brava esiste e mi ha aiutato”.

Al colloquio di assunzione il responsabile del personale, mentre gli chiedeva dei lavori precedenti, leggeva il suo curriculum: manovale, manovale, Publidì… “Mi guardava incredulo. Ma lei da dove viene? mi ha chiesto. A più di 40 anni, senza un titolo di studio non si assume nessuno. Mi guardava e si chiedeva chi mai potessi essere. Stavo lì davanti a lui, un pacco raccomandato, una meteora piovuta sul primo tronco Autostrade SPA. Lui, che aveva una lista di attesa chissà quanto lunga, confezionata ad uso di tutti i politici di allora, continuava a studiarmi. Alla mano, intelligente, simpatico, di Camogli, pallanuotista, guardava ora me ora il mio libretto di lavoro. Ma lei da dove viene? ha ripetuto. E io: vengo da Asteriti – era il capo del personale delle Autostrade, amico di mio fratello. Ah, ha detto lui. E’ rimasto un po’ in silenzio e poi: qui sono tanti, maledetti e subito, ha detto. Infatti erano 15 mensilità”.

In seguito erano tornati a parlarsi e Ezio gli aveva raccontato la sua storia. Lui aveva detto: peccato, dopo il ’45 lei ha perso l’autobus. Sceso dai monti non doveva andare nella polizia ma fare la cosa giusta, studiare… Appunto, aveva pensato Ezio.

“Con Autostrade sono stato fino all’83. Avrei avuto dei vantaggi se ci fossi rimasto ancora 6 mesi e mi hanno chiesto se per caso avevo dimenticato di approfittarne. No, gli ho detto, non voglio lavorare più. Ho cominciato a 13 anni… è quasi da 50 che lavoro. Senza titolo di studio ero entrato al sesto livello ma ci stavo benissimo: dalle mense dell’Ansaldo a una mensa col cameriere! Dopo il periodo di prova, ogni tanto, ci andavo anche con l’Unità in tasca e loro hanno capito. Non mi sono iscritto a nessun sindacato: ero un intoccabile ma era meglio così. Tutti amici, un mucchio di soldi, un mucchio di ferie, la mensa col cameriere; il mio capoufficio che dava del tu a tutti ma che a me ha sempre dato del lei”.

Ezio tace un po’, poi fa un gesto con la mano come dire, peccato. “Facevamo Settembrate meravigliose, avevamo giornali per ogni età e ogni cultura – Rinascita, l’Unità, Vie Nuove, Noi donne, il Pioniere, Il contemporaneo, Politica e economia – sedi imponenti; tutte cose costate anni di sottoscrizioni e di sofferenze di tutti i lavoratori ma abbiamo demolito tutto. Abbiamo bruciato montagne di miliardi per arrivare a un punto dove probabilmente saremmo arrivati comunque…”.

Chiedo: “E’ questa la morale? E lui: “Ce n’è una diversa?”.

 

XIII. Il ricordo

26 settembre 2002: abbiamo deciso di porre fine almeno per un po’ alle registrazioni. Ora tocca a me: devo cominciare a scrivere.

Ezio ci ha pensato durante le due settimane che ci dividono dall’incontro precedente e ha steso alcuni appunti su un foglietto che ora tiene davanti a sé. “La memoria si perde. È un fatto biologico” dice, stupito che uno come me che passa il tempo a maneggiare i ricordi del prossimo non mostri interesse per questo aspetto. “Bisogna accontentarsi”, osservo sorridendo. Sorride anche lui ma la battuta lo lascia insoddisfatto. Forse, fa notare, ciò che si perde non è casuale ed è difficile attribuire un valore a ciò che si ricorda se non si sa cosa si è perduto. Gli chiedo se ci sono cose che gli sono tornate in mente sotto le mie sollecitazioni. Tornate in mente no, risponde, ma ripensate o lette da un altro punto di vista, attribuendo a certi particolari una importanza nuova, questo sì. Ecco, gli dico, una prova che il ricordo è una specie di principio attivo. Sono molti i fattori che possono modificarlo e noi con lui. Piuttosto, chiedo, da dove arriva l’osservazione con cui mi ha accolto?

Quando erano scesi dai monti erano stati loro, i partigiani, che avevano fatto tutto: dalle sezioni di partito alle sale da ballo; loro che avevano vitalizzato le vecchie società operaie, fatto circolare la carta stampata. Loro, tutti insieme: quelli che lassù avevano scoperto le discussioni e il fare “alla garibaldina”, senza aspettare la mano dal cielo. Poi, col tempo, ognuno aveva preso la sua strada.

“Ci siamo separati; venuti via da Bolzaneto. E’ stata anche la fine della nostra storia che era personale ma, specialmente, di un gruppo”. Via il gruppo, i ricordi erano rimasti patrimonio di singoli. Ma quale conto si poteva fare della memoria del singolo? La domanda se l’era già fatta quando, dopo la Liberazione, era entrato nella polizia. Con altri poliziotti partigiani – non molti ma, almeno fino ai primi mesi del ’46, ancora “sulla cresta dell’onda” – si era occupato della istruzione delle pratiche di epurazione e di concessione dei passaporti (“c’era un sacco di gente che voleva emigrare”). Raccogliendo testimonianze nelle portinerie, il vicinato, i colleghi di lavoro, Ezio si era reso conto della loro parzialità. “Sullo stesso fatto ricevevo dichiarazioni assolutamente inconciliabili; quasi mai per malizia ma per un diverso modo di sentire”. Aveva scoperto come semplici sensazioni prendessero facilmente il posto dei fatti ai cui contorni sfumati “ognuno spesso supplisce mettendoci del suo”.

L’aveva notato anche le rare volte che aveva messo a confronto i suoi ricordi partigiani con quelli dei suoi compagni. “A volte il ricordo di una situazione è affidato a un particolare che però ha colpito solo te”. Diverso il particolare, anche il ricordo del fatto spesso mutava. “Il mio comandante che per farci dormire aveva ucciso il cane che abbaiava quello è un fatto. Lo ricordo, credo, perché aveva per me un significato preciso nel contesto che stavamo vivendo. Dovevamo essere cattivi con gli umani e non era certo un cane che poteva farci esitare. Noi non andavamo in giro a uccidere cani o gatti o mucche, noi cercavamo gente, uomini da uccidere. Ma era anche un gesto bellicoso che probabilmente contrastava con l’indole e l’inclinazione dei più, certamente con la mia. E’ questo mio disagio, chiede Ezio, la ragione del ricordo di quel particolare e quindi del fatto?”.

C’è anche, prosegue, il ricordo che si trasforma con noi. Che si impoverisce o si arricchisce, comunque si essenzializza. “La mia fuga dalla Francia l’avrò raccontata almeno 10 volte, ai miei genitori, ai miei amici, a mia cugina, ai miei nipoti e ora a te. Col passare del tempo ho notato che tralasciavo certi particolari, a volte a favore di altri, e che le versioni che via via ne davo non somigliavano alle precedenti. Ma non per questo erano meno vere”.

A confonderlo ci si era messa anche l’impossibilità di trovare riscontri di episodi che invece nel ricordo emergevano nettissimi. Ad esempio il percorso seguito durante la fuga dalla Francia. “Anni dopo la fine della guerra ho rifatto il percorso dalla Francia fin al colle dell’Iseran, il passo del diavolo, lo stesso che avevo attraversato a piedi, in fuga verso l’Italia. Ero passato da lì, mi ero fermato; probabilmente qualcosa era cambiato ma di quel che avevo visto a suo tempo non riconoscevo nulla”. Era, chiede, per l’emozione di allora o per quella di esserci tornato?

E i vuoti? Quale significato attribuire all’oblio completo di azioni che pure avevano una ripetizione pressoché quotidiana? “In montagna cosa mangiavamo al mattino? Ci lavavamo? E dove? E la barba? Solo due di noi l’avevano. Ma gli altri dove se la facevano? In casa dei contadini? Ricordo solo una vivagna dove ci si lavava, sotto la strada, a Cravasco. Ma la pulizia, la faccia, i piedi, le palle, il sedere… A volte mi viene il dubbio che non ce li siamo mai lavati. Forse quando andavamo a Montoggio in albergo ci si lavava. Ma non avevamo biancheria di scorta, asciugamani, mutande, niente. Tutto questo, per mesi, comportava dei problemi”. Che però non avevano lasciato traccia.

La memoria, fa notare ancora Ezio, dipende sicuramente dal nostro personale rapporto coi fatti. Là dove il ricordo è “pesante” viene accantonato; si preferisce l’oblio. Ezio usa più volte la parola “rimozione”. Alla fine della guerra, dice, solo i partigiani avevano un rapporto positivo coi fatti successi nei mesi precedenti. Erano sopravvissuti allo scontro e al ritorno erano stati osannati: si sentivano eroi, erano giovani. Gli altri, quasi tutti gli altri, giovani e meno giovani, di ricordi piacevoli non ne avevano molti; comunque preferivano guardare avanti. Il dopoguerra era stato un fiume; “dopo pochi mesi non si ricordava più niente, prevaleva la voglia di vivere. Qualche manifestazione ancora il secondo anno, poi tutti travolti dalla ricostruzione, dalle necessità. C’era bisogno di lavorare e di divertirsi. Le sezioni di partito erano diventate sale da ballo. La prima cosa che hanno fatto è fare sale da ballo dappertutto”.

Lo stesso avevano fatto lui e altri suoi compagni di partigianeria ma non solo perché pressati dalle impellenze durissime della vita. Erano stati i fatti avvenuti dopo il 25 aprile a ferirli.

“C’è stata una specie di rimozione. Anche io come gli altri non ne volevo più sentir parlare. C’erano i comunisti che organizzavano le manifestazioni ma ci andavano solo i comandanti, Battista, Zorro… quelli lì. Da parte mia e di altri c’era stato un basta; abbiamo fatto la guerra, battuto il fascismo ma ora non parliamone più. Non solo perché bisognava occuparsi del lavoro, la casa, il mangiare, i processi ai partigiani ma, specialmente, per gli episodi di sangue, le vendette che avevano macchiato la bellezza, il valore della nostra guerra”.

Al contrario di quello che si era fatto credere in seguito, già allora, fa notare Ezio, quei fatti erano apparsi gravissimi, terribili, non inevitabili. “Gente dell’ultimo minuto che con un’arma in mano si era trovata nell’opportunità di risolvere un conto personale e che in quei frangenti ci è riuscita. La Liberazione è stata un bagno di sangue… Io ero nella polizia partigiana e l’ho vista dalla caserma di Bolzaneto. Arrivavano gli americani a farci l’esame balistico delle nostre armi per vedere se eravamo stati noi a sparare. Non eravamo noi ma non riuscivamo a impedire quelle cose. Succedevano”.

L’atmosfera di quel periodo ne era uscita “avvelenata”; non era stato possibile “cogliere il frutto dei sacrifici che avevamo fatto”. Si erano liberati ma molti – “gli anziani più dei giovani” – avevano faticato a capire che era l’inizio di una fase nuova e non il regolamento di un vecchio conto. Come sua madre: una donna generosa, aperta, consapevole che la sera del suo ritorno a casa gli aveva annunciato con la soddisfazione dei giusti che quelli che dovevano pagare avevano pagato anche se, purtroppo, all’appello ne mancava uno.

“E’ vero, sono gli aspetti inevitabili della guerra: l’odio che si accumula, la lotta per la sopravvivenza, la necessità di trovare comunque un colpevole di qualcosa di cui ognuno era un po’ responsabile. Erano storie che risalivano alla vittoria del fascismo. Il primo pensiero di quelli che sono tornati a Bolzaneto dopo la Liberazione è stato di andare a cercare tutti i fascisti che avevano tiranneggiato, i cattivi, i manganellatori, i distributori di olio di ricino, gente conosciuta da tutti con nome e cognome che poi son stati trovati morti, tutti o quasi, nel canale davanti al cimitero. La puzza dei cadaveri era tale che si sentiva a distanza”.

La caccia era cominciata con i più stupidi; quelli che si erano arruolati per soldi nelle Brigate nere, magari pochi giorni prima della fine quando i furbi si squagliavano. Dopo di loro era toccata agli altri, donne comprese.

“E’ stata un’ombra sul movimento di resistenza, sulla montagna, sui partigiani, sulle nostre belle avventure ideali. Quello che succedeva era altro dalla nostra storia comune, quella di lassù; era il prevalere di altre storie, di motivazioni individuali; vendette personali. A Bolzaneto c’era un campo di concentramento, in un deposito di legnami, un capannone sulla strada per andare a Gemignano. Non sono mai andato, forse non volevo sapere. Lì facevano delle specie di processi. Tutti quelli che hanno partecipato a ste cose non ci sono più. Non ho mai cercato di indagare. Molti prigionieri poi sono stati trovati morti. Chissà chi era andato a prenderli, cosa gli era stato contestato, chi li aveva giudicati, chi eseguito la condanna. Sono cose che allora si facevano; una esaltazione collettiva, impressionante. Credo che la rimozione sia avvenuta anche per questo. Per me almeno è stato così. Io ho avuto una saturazione tale da questi fatti che non desideravo mettermi lì a ripensare, a raccontare. Tanto che quando Leonida Balestreri, il giornalista, è venuto a raccogliere i nostri ricordi, per fare il libro sulla Balilla, mi ricordo che Battista ci ha portato lì quasi a forza perché nessuno ci voleva andare. E sì che Balestreri era pieno di rispetto per noi e ci ha dedicato espressioni romantiche, gentili. Ma non riuscivamo più a mettere insieme il gruppo: chi non voleva, chi non poteva, chi era in prigione”.

Persino la ricorrenza del 25 aprile ne aveva sofferto. Tanto che ogni gruppo di partigiani, appena aveva potuto, se n’era fatta una sua propria, da celebrare in un posto particolare dove avevano combattuto o erano morti dei loro compagni. Ma neppure così era stato facile. Quando nel ’46, a un anno dalla Liberazione, qualcuno aveva detto “andiamo alla Sella a commemorare i nostri”, la reazione dei più era stata “di nuovo sulla Sella?”. Bisognava andarci a piedi, spiega Ezio, e nessuno ne voleva sapere: “perché andare fin lassù? Vediamoci qui all’Anpi di Bolzaneto…”. Da allora, tutti gli anni c’erano tornati ma all’inizio era stato necessario trascinarceli perché nessuno ne aveva voglia.

Lo stesso desiderio di chiudere e dimenticare anche con gli amici della famosa sera in casa Meirana. Dopo la guerra da dove tutti erano usciti vivi, non c’era stato un seguito di spiegazioni; né con quelli che, dopo aver risposto al bando, erano finiti in campo di concentramento, in Germania, né con chi era andato con Salò.

“Non ricordo discussioni né ci siamo rinfacciati. Per tutti era una storia finita; fino a 21 anni insieme poi ognuno per la sua strada. Per lo stesso motivo, dopo la guerra, la gente si era messa a ballare e non la smetteva più. Ballavano dappertutto. La cosa principale era ballare. Noi, il Fronte della gioventù, eravamo in difficoltà: avevamo sognato una società nuova ma non di ballerini. Convocavi una riunione e non veniva nessuno. Tutti dovevano andare a ballare o a ricostruirsi una vita o a ricominciare a lavorare o a cercarsi una ragazza e la riunione non serviva a nessuna di queste cose. Tutto distrutto, tutti senza soldi, poco o niente da mangiare. Ancora per anni c’è stata una crisi spaventosa. Non c’era lavoro, si cercavano i prigionieri scomparsi; non potevamo metterci a fare i conti tra di noi: tu hai fatto così e lui colà. In seguito lo abbiamo fatto; ma, appunto, in seguito. Prima invece è stata davvero una liberazione, una parola che racchiude tutti questi significati. Che bella! Voleva dire basta, niente più bombardamenti, dormire per tutta la notte, fine dell’oscuramento e poi fumare, finalmente”.

Tutti, anche Ezio. Non aveva deciso di dimenticare; semplicemente era stato preso dalla vita. Prima di salire in montagna era un aggiustatore meccanico ma al suo ritorno l’azienda si era trasferita a Bresso e lui non aveva avuto voglia di mettersi in viaggio. Mentre pensava a sistemarsi il partito gli aveva chiesto di fare il commissario di polizia. Quando, dopo un anno e mezzo, aveva lasciato erano rimaste solo le briciole. Ognuno correva per la sua strada, di nuovo da solo, e non aveva più voglia di sentir parlare di quelle storie.

Una rimozione che si era approfondita nel corso degli anni Cinquanta e Sessanta. “C’erano stati i processi ai partigiani e di Resistenza era meglio non parlare troppo; tabù”. Era stato quello il momento della soluzione di continuità, “quando tutti abbiamo cercato di dimenticare cosa era successo. Io ne parlavo un po’ con Miranda, magari non nei particolari, ma con altri no, mai”. E poi, aggiunge Ezio, “altro è il ricordo di un episodio, altro un racconto col quale dare un senso ad una serie di fatti, vissuti da noi e da altri”. Il punto debole, l’inizio del distacco poteva essere fatto risalire alla mancanza di una trama, di una storia che desse un senso alle loro storie di renitenza, di cospiratori, di partigiani. Un problema con cui Ezio si era trovato a misurarsi in almeno in due occasioni: una volta, alla fine degli anni Cinquanta, davanti ai suoi compagni di lavoro del Cantiere navale e in seguito, quando ormai era pensionato, durante gli anni Ottanta, con dei ragazzini delle scuole elementari e medie.

“Al Cantiere di fare la commemorazione me lo avevano chiesto il giorno prima del 25 aprile; roba da infarto. Dì pure quello che vuoi ma non farla lunga, mi ha detto il compagno che mi aveva incaricato. Odio quelli che arrivano coi foglietti in mano ma ho passato la sera precedente a scrivere. Dalla Liberazione erano passati quasi 15 anni e già allora sembravano tantissimi. Mi domandavo a cosa legarla perché non avevo dubbi: dovevo legarla a quello che eravamo noi lì”. Era una lotta che continuava; così la sentiva lui, così i suoi compagni comunisti, così la presentava la stampa di partito. Resistenza, Liberazione, Costituzione, lotta per attuarla, e loro, i partigiani, i democratici, gli operai a combattere per l’occupazione, gli investimenti e tutto il resto. Non c’era posto per le storie, le esperienze individuali.

“Avevamo un capo del personale, un vero stronzo, e le mortificazioni erano continue. Io l’ho messa sul piano della democrazia, della libertà. Avevamo combattuto, ho detto, e molti ci avevano lasciato la pelle, per la libertà, la democrazia anche se lì c’era qualcuno che non se ne dava per inteso. Intendevo così restituire attualità a quello che avevamo fatto. Quella volta me l’ero cavata ma in seguito, quando abbiamo incontrato i bambini delle scuole che ci domandavano perché avevamo scelto di fare il partigiano, le cose che avevo detto allora non mi sembravano più comprensibili”.

Chiedo a Ezio se si era chiesto quale rapporto ci fosse tra la lotta dei partigiani e la vita di quei ragazzini. Risponde: “Dovevano essere i libri e non io a dirlo. Io potevo solo rispondere alla domanda perché allora avevo fatto quella scelta”.

Lui e altri partigiani della Balilla comparsi a scuola per l’occasione, si erano comportati “onorevolmente” ma non avevano faticato a capire che le loro storie poggiavano sul vuoto. Appartenevano ad un racconto declamato per anni quasi esclusivamente ad uso interno – il sacrificio degli antifascisti, la costituzione inattuata, il tradimento dello spirito del CLN, il filoamericanesimo della Dc. Sciolte da queste riflessioni anche le loro storie di partigiani scomparivano o “si riducevano ad un fumetto”.

“Agli incontri con gli studenti andavamo in due o tre, in gruppo; forse per farci coraggio o per confermare quello che diceva l’uno o l’altro”. Uno quasi cieco, uno con la tosse e la sciarpa, l’altro con l’asma. Tutti vestiti da vecchi e più coperti di quello che la stagione richiedesse: una immagine patetica, scoraggiante. “Altro che conquista della rossa primavera. Io soffrivo. Non potevamo ricorrere alla magia della letteratura, ai flash back di una pellicola cinematografica. Avvertivo la perplessità dei ragazzi mentre noi gli dicevamo: cercateci, chiamateci perché siamo sempre meno a poter rispondere. Tartassateci perché presto nessuno potrà più rispondere alle vostre domande”.

La memoria altrui – ha scritto Vittorio Foa – ha senso solo se elaborata su domande proprie: la scuola, gli insegnanti e i ragazzi, avevano curiosità, simpatia per Ezio e i suoi amici partigiani, ma non domande, (Vittorio Foa, “Questo Novecento”, Torino, 1996, p. IX). Erano invece loro, i partigiani, che volevano parlare, rispondere agli interrogativi che ancora avevano dentro.

I libri di scuola di quei ragazzi, Ezio lo sapeva da Miranda, arrivavano per lo più alle soglie della seconda guerra mondiale. “Non so come ci avesse presentato la maestra, se aveva usato la parola partigiani e quale significato avesse per lei. Al contrario dei miei compagni, io sapevo chi erano i bambini. Con loro bisogna essere cauti; il lavoro della maestra è molto delicato. Ci voleva anche diplomazia. Per un partigiano che entrava nella scuola le maestre dovevano invitare un idraulico, un giornalista, la tromba del Carlo Felice, un poliziotto… Come loro, anche noi eravamo una categoria, quella degli ex partigiani, sbucati dal nulla grazie alle sollecitazioni di Pertini, il presidente della Repubblica che era stato partigiano.

“I miei amici avevano qualche difficoltà a inquadrare il contesto delle loro decisioni. Io invece cercavo di spiegare come vivevamo e di cosa allora sentivamo la mancanza. Anche Luciano lo faceva ma, meticoloso com’era, finiva per perdersi nei particolari. I ragazzi ci facevano sempre le stesse domande. La prima, nelle classi elementari, era: quanti ne avete uccisi?”

E noi, dice Ezio, a rispondere che la guerra era una cosa complicata, che si spara ma non si sa con precisione dove finiscono i colpi e che il fatto più importante non era sparare ma scegliere di non andare coi fascisti e tedeschi, di opporsi con le armi a una guerra insensata e così via. Raccontavano poco della guerra e molto di quando erano stati ragazzi, del loro desiderio di libertà. Sui loro libri, alla Resistenza erano dedicate poche righe. “A noi toccava di animarle. La cosa più difficile da spiegare a dei ragazzi è che una persona anziana è stata giovane”.

Alle medie la richiesta più frequente era “com’è che siete andati coi partigiani?”. La questione della scelta, osserva Ezio, era il nocciolo ma non era facile da spiegare.

“Come si fa a dire – ammesso che te lo ricordi – cosa hai pensato nei giorni e nelle notti passate in bianco a decidere da che parte andare. Da un lato ero spinto ad andare indietro, a quando si è bambini, ai tanti bivi che si incontrano nella vita e a quando si sceglie una strada e un’altra. Ma se scegli vuol dire che dentro hai già qualcosa che ti permette di orientarti, magari la semplice capacità di ragionare e questo vuol dire educazione familiare, abitudini, amici… Se imbocchi questa strada rischi di non finirla più. Serve però a far capire che, quando arriva il giorno in cui devi scegliere tra due soluzioni i pensieri riguardano piuttosto il come fronteggiare le conseguenze, perché sulla direzione da prendere non hai molti dubbi”.

Ezio se la cavava parlando poco della sua famiglia e puntando invece sulle vicende di allora, la guerra di cui, tranne uno o due, la maggior parte dei ragazzi presenti non sapeva.

“Con la guerra, gli dicevo, nessuno poteva decidere niente. Gli uomini partivano per il fronte ma le famiglie sapevano solo vagamente dove si trovavano e contro chi combattevano. Per chi restava c’era una fame orba, i bombardamenti di notte e di giorno, le distruzioni, l’oscuramento, il coprifuoco, la borsa nera. Il fascismo era un regime autoritario, nato senza elezioni, che aveva messo in galera gli oppositori, i capi dei partiti di sinistra, dei sindacati e usava una sacco di spioni – spesso gente comune alla ricerca di piccoli favori – per controllare i cittadini. Poi gli parlavo di casa mia dove non c’era l’acqua calda, il telefono, la radio e dove la bicicletta era un mito. A questo punto infilavo l’8 settembre: lo sfacelo. Centinaia di migliaia di soldati che si erano trovati in posti sconosciuti, spesso circondati da gente che gli voleva fare la pelle, abbandonati da un’ora all’altra senza informazioni, senza ordini. E per quelli che in qualche modo erano riusciti a ritornare casa c’erano stati dal novembre del ’43 i bandi della repubblica che li chiamavano alle armi per combattere a fianco dei tedeschi”.

Cosa avrebbero dovuto fare, chiedeva Ezio, quelli come lui? Presentarsi o imboscarsi? E chi decideva di scappare, dove mai avrebbe potuto andare?

“Se ero riuscito ad agganciarli andavo avanti e mi mettevo a parlare di quelli che avevano preso il fucile, come noi che eravamo lì, ma anche degli altri che magari erano stati incerti fino all’ultimo o erano stati male consigliati dai genitori o si erano affidati alle autorità dell’epoca. Le alternative, dicevo, erano o andare con la repubblica di Salò, che stava coi tedeschi contro Alleati e italiani che risalivano da Sud, o fare il contrario. A distanza di tempo la decisione può sembrare facile ma allora la situazione era confusa, drammatica. Sbagliarsi era possibile. Alcuni erano andati prima da una parte e poi dall’altra, e viceversa. I più avevano cercato di prendere tempo, di sottrarsi. C’era anche il problema della sopravvivenza. Oggi è difficile da immaginare ma c’erano giorni che non si sapeva proprio cosa mangiare. I partigiani non ti davano soldi ma un’arma e con loro avevi anche un po’ da mangiare. Ma era tutta una incertezza. Se andavi con i partigiani e venivi catturato dai fascisti, era la fucilazione. Se sapevano che eri con loro mettevano in galera i tuoi famigliari. Se andavi con quelli di Salò mangiavi ma eri al servizio dei tedeschi e ti mandavano a dar la caccia ai partigiani per fucilarli. Bisognava decidersi. Alla fine la guerra l’avevano vinta gli Alleati. La storia, dicevo ai ragazzi, aveva dato ragione a noi e a quelli che avevano lottato contro il fascismo e contro il nazismo”.

Ma più della guerra i ragazzi volevano sapere dove dormivano, cosa mangiavano, le armi che avevano, se avevano ammazzato molti nemici…

“In tutti i film il bravo è quello che ammazza più cattivi e loro, almeno mi pareva, ci avevano dato il ruolo dei bravi. Ma era un atto di fiducia perché non ci voleva molto a capire che del passato, del fascismo, di guerra e dopoguerra loro non sapevano niente. E i ragazzi, se nessuno racconta, non chiedono. Ho pensato che fosse perché noi partigiani e sapisti eravamo pochi e la Resistenza era stato un fatto straordinario ma circoscritto. Una spiegazione che mi è parsa debole quando ho scoperto che neppure mio nipote sapeva qualcosa di allora. Eppure suo padre, mio fratello, era stato attivo nella cospirazione, aveva rischiato molto. Ma non aveva raccontato. Perché? E’ vero che la Resistenza armata è stata un fatto limitato a pochi ma per i pochi che combattevano c’era tantissima gente ad aiutare. Ma nemmeno questi hanno parlato”.

Per loro, i partigiani andati a scuola a raccontarsi, c’era stata attesa. Era la parola guerra che incuriosiva il giovane pubblico e suggeriva scenari avventurosi.

“Era stato così anche per quelli della mia generazione con la prima guerra: i racconti in casa, i disegni su La Domenica del Corriere, le divise, le armi, episodi eroici e sacrifici d’ogni tipo. Ma noi sapevamo molto della prima guerra. Loro invece della seconda non sapevano niente: schieramenti, armi, battaglie, fascismo, nazismo, processo di Norimberga, niente. Nel 1983 e ’84, quando noi siamo capitati a scuola, gli anni Trenta e Quaranta non c’erano ancora arrivati; qualche informazione e basta. Oggi mi chiedo cosa realmente possano aver pensato quei ragazzi, quei bambini di fronte alla nostra esibizione. Noi ce la mettevamo tutta. Capitava che qualcuno di noi avesse qualche difficoltà a spiegarsi ma nel complesso – coi bambini è più facile – è andata sempre bene. Non mettiamoci in soggezione, avevo detto ai miei compagni, ci faranno delle domande e noi risponderemo. Se riusciamo a infilarci qualche nostra opinione o qualche nostra esperienza, tanto meglio. Diciamo le cose come siamo capaci. Le maestre, le professoresse, i direttori erano rimasti contenti. Qualcuno ci aveva perfino chiesto di ritornare”.

Quando il vento che li aveva portati fin lì aveva smesso di fischiare, a loro che avevano fatto quell’esperienza erano rimaste le domande dei ragazzi. Sufficienti per capire che, a scuola, di nazismo, di fascismo e della guerra di liberazione si sapeva ben poco e che loro, i partigiani, non esistevano se non per se stessi. Le pagine dei libri di scuola che avrebbero dovuto parlare di quei fatti erano bianche o insufficienti.

“Anche noi, quand’ero ragazzo, guardavamo con curiosità i superstiti della guerra del ’15 – ’18; nei cortei dei combattenti, ai funerali. Ho fatto a tempo a vedere l’ultimo garibaldino superstite. Lo portavano con cura, su una sedia perché non si stancasse. A vederlo così non si poteva certo capire come avesse fatto a seguire Garibaldi ma io conoscevo quella storia, avevo visto le raffigurazioni della partenza da Quarto, dello sbarco e delle battaglie in Sicilia; sapevo che era stato giovane come quelli ritratti sulle stampe”.

Una volta, durante uno degli incontri avuti in una classe elementare, Ezio aveva anche incontrato “il bambino che non la beve”. Non più di 10 anni, aveva una bella faccina intelligente ed era stato zitto a fissarlo, attento. Alla fine aveva alzato la mano e gli aveva detto che lui la scelta di fare il partigiano l’aveva capita ma quella di andare a fare la guerra, e ad ammazzare altre persone, no. Lì per lì la cosa lo aveva fatto sorridere: come si poteva fare il partigiano e non fare la guerra? Quella volta era stato attento a dosare le parole più impegnative, a mettere a fuoco l’importanza dei messaggi familiari rispetto a quelli politici più difficili da spiegare ai bambini. Sugli aspetti militari, cruenti aveva sorvolato. Il ragazzo però non si era lasciato fuorviare. Era sbagliato, aveva detto, stare dalle parte dei cattivi, che avevano voluto la guerra e avevano fatto i campi di concentramento ma, era stata la sua domanda, entrando nella Resistenza sapeva che avrebbe dovuto ammazzare delle persone? Non gli aveva chiesto quanti ne aveva ammazzati ma se al momento della scelta aveva preso in considerazione la possibilità di dover ammazzare qualcuno. Ezio non ricorda cosa avesse risposto ma in seguito aveva ripensato più volte a quella che allora gli era parsa una piccola provocazione.

Operavano in una zona il cui controllo era conteso tra loro e il nemico. Ognuno dei contendenti doveva far capire all’altro di essere il più coriaceo; e non a parole. In seguito era diventata la regola di ogni guerra ma allora era una realtà sconosciuta.

“Potrei dire di me che ero un ragazzo sensibile, un cuore tenero. Nella brigata che operava in quella terra di confine io ero finito in parte per necessità – mi cercavano per farmi fuori – in parte per caso: mi avevano accolto quando ormai le formazioni partigiane avevano chiuso il reclutamento. Se devo essere sincero erano scelte che non avrei voluto fare. Non sentivo il bisogno di cospirare né di fare il partigiano. Mi bastava che i russi arrivassero a Berlino. Vedevo la morte tutti i giorni, la morte vera: gente sparata, sequestrata. Rischiarla proprio quando la guerra stava per finire e i tedeschi avrebbero fatto le valige non mi piaceva. Sono salito in montagna perché era l’unico sistema per sopravvivere. In città prima o poi sarei stato preso. Quelli come me li impiccavano. Ma, mi chiedo come quel bambino mi chiedeva, tutto questo è sufficiente per spiegare perché uno va ad accoppare altri come lui?”.

Prova inquietudine chiunque scopra come sentimenti, parole e gesti che hanno segnato la sua vita appaiano, in un breve volgere di tempo, incomprensibili. Nell’ultimo scontro coi tedeschi prima della Liberazione la Balilla aveva avuto due morti. Lino, salito tra gli ultimi in montagna, era morto all’inizio della battaglia senza neppure avere il tempo di capire cosa stesse succedendo. Luci era morto poco dopo, mentre combatteva al suo solito modo, sfrontato. Una storia passata, certo. Ma chi erano Lino e Luci? E come era che quel giorno si trovavano lì a far quella cosa che gli era finita così male? Erano le domande a cui, a 40 anni dai fatti, i loro compagni, a scuola, davanti a dei ragazzini, avevano cercato di rispondere. Liberi dall’obbligo della celebrazione, avevano dato l’unica risposta possibile: avevano raccontato di sé.

Sei chiamato due volte a parlare della Resistenza, dico a Ezio, e lo fai in un modo completamente diverso. La prima volta esalti la continuità tra la tua lotta di operaio degli anni Cinquanta e la lotta in montagna. La seconda scegli di raccontare di te. Cosa è successo, durante i quasi trent’anni che separano i due fatti, che ti ha indotto a cambiare il tuo racconto? La mia osservazione crea a Ezio un po’ di disagio. “In tutte e due le situazioni ho fatto la stessa cosa, mi risponde, solo che i ragazzi volevano sapere perché eravamo diventati partigiani…”. Gli faccio notare come al Cantiere avesse trattato il passato come parte integrante di un processo in corso là dove, molto tempo dopo ne aveva parlato come se lo giudicasse concluso.

Dietro le due diverse “commemorazioni”, al Cantiere e a scuola, che a distanza di anni Ezio aveva proposto, c’era la sua storia nel dopoguerra, di militante politico comunista, di operaio e poi, dal 1961 di agente pubblicitario e ancora, dal 1969, di impiegato della Società Autostrade; una vicenda non solo economica ma anche morale e politica.

“Tutto questo essere pestati… finita la prospettiva di vincere e anche solo quella di migliorare… S’era capito che il partito non avrebbe governato mai”. Ecco un’altra buona ragione – ho pensato – che aveva spinto Ezio e altri, negli anni Cinquanta e Sessanta, a cercare di rimuovere il passato. Perché la continuità che lui disciplinatamente aveva ribadito durante la sua commemorazione del 25 aprile alla lunga risultava ingombrante. Se non si andava al governo anche Lino e Luci erano morti per niente per non dire di loro, i comunisti, che per anni erano stati tartassati e discrimimati “per non approdare a nulla”. Dimenticare era un modo per separarsi da un passato il cui richiamo risultava insopportabile.

“A scuola, dice Ezio, raccontare di noi ai ragazzi serviva a far capire che, almeno per la maggior parte, eravamo il risultato dei bandi di Salò, i bandi che da novembre ci chiamavano a combattere a fianco dei tedeschi”. Nino, il piemontese compagno di fuga di Ezio dalla Francia, mentre a St. Cyr il generale Wolf arringava gli italiani prigionieri dicendo che sarebbero stati ben accolti nell’esercito tedesco, aveva urlato con veemenza: “mio nonno ha combattuto contro di voi; io con voi a combattere mai”. Lo aveva urlato con tutto il fiato che aveva in gola prima ancora che il generale finisse di fare la sua offerta. Eppure, sottolinea Ezio per far notare l’enormità della ribellione esplosa in quei giorni, Nino era “un piemontese benpensante” che dopo il ritorno in Italia si era imboscato per riemergere solo a guerra finita.

Era stata la nascita della repubblica di Salò e la sua chiamata alle armi, dice Ezio, che aveva dato inizio alla renitenza e poi alla Resistenza. “Se non ci fossero stati i bandi io non avrei cospirato o fatto il partigiano; avrei preso la licenza media e forse quella superiore. I ragazzi volevano sapere perché noi eravamo diventati partigiani: beh, quella era la spiegazione”. Certo, non tutti – ad esempio i suoi amici studenti di Bolzaneto – avevano scelto la renitenza ma i bandi di Salò avevano creato una situazione senza uscita. La massa dei renitenti, diventata per una minima parte esercito partigiano, aveva esteso alla popolazione anche non personalmente coinvolta il dilemma della collaborazione, dando vita ad una catena che alla lunga si era ritorta contro i repubblichini e la Germania. Così la renitenza era diventata la grande occasione per l’antifascismo storico che aveva potuto, muovendosi al suo interno, recuperare un dialogo diversamente impossibile o almeno molto difficile.

Ezio è consapevole del significato provocatorio delle sue considerazioni che ha svolto di getto, in una concatenazione logica. Alla fine mi guarda e chiede: “chissà come sarebbero andate le cose se i tedeschi e Salò non avessero fatto i bandi?”. Forse, aggiunge, ci sarebbe stata egualmente una Resistenza, magari un po’ meno popolare e un po’ meno giovanile di come invece era stata. La guerra sarebbe finita più o meno alla stessa ora, al massimo qualche minuto dopo. Una riflessione non diversa da quella fatta a proposito delle “lotte terribili” vissute dopo 1946 alla fine delle quali erano approdati “dove forse saremmo arrivati comunque”.

Lotte diverse riunite da Ezio in una visione che vede singoli e gruppi agitarsi inutilmente ai margini del processo storico, oggettivo, rigido nei propri tempi. Un modo di pensare che, a partire specialmente dalla fine degli anni Settanta, ha interessato tanta memorialistica partigiana. Muovendo dalla constatazione che l’Italia non era diventata, dopo la Liberazione, il paese sognato in montagna, molti autori hanno sostenuto che il sacrificio di tante vite, non solo dei resistenti, non era sortito a nulla.

Mostro a Ezio il pacco di fogli che contiene il completo resoconto dei pomeriggi passati assieme. Tu stesso, gli dico, hai risposto alla tua domanda,. L’hai fatto anche quando sei andato a scuola a parlare ai ragazzi. Gli avevi detto che eri diventato partigiano per sottrarti ai bandi e alla guerra di fascisti e tedeschi, non per far finire prima la seconda guerra mondiale. A loro però, per pudore o nel timore che non potessero capire, non avevi detto come hai detto a me che tu e gli altri, vi eravate iscritti alla guerra grossa per combatterne una vostra, per una resa dei conti con vecchi e nuovi fascisti, i capi, le divise, i bastonatori di tuo padre, comunque contro i nemici della porta accanto. Tu stesso ad una mia domanda su chi fosse il nemico non hai avuto dubbi a rispondere: il fascista. Il tedesco, hai precisato, era assurto a rango di primo nemico, solo verso la fine, quando si era rivelato il solo ostacolo al vostro progetto di supremazia militare.

Non avevano combattuto per abbreviare la guerra ma per darle un segno che diversamente non avrebbe avuto, durante e specialmente dopo. Guerra civile, era la parola che definiva la loro lotta. Chiedersi se le loro azioni erano servite ad abbreviare la guerra era una falsa domanda poiché non era questo lo scopo. Semmai bisognava domandarsi se con le loro gesta avevano offerto all’Italia del dopoguerra, di cui lui e molti suoi compagni avevano colto piuttosto la precarietà e le contraddizioni, una base di partenza più decente. Grazie alla Resistenza i buoni e i giusti si erano ritrovati dalla stessa parte, si erano riconosciuti, erano tornati a pensare, a sperare. Avevano contribuito a creare il clima dell’inizio, del cominciare e non solo del ricominciare o del correggere come sarebbe stato se la questione fosse stata limitata alla generazione dei loro padri. Non era poco.

Tu, voi, gli incontri a scuola come anche il nostro qui, dico a Ezio, sono uno dei risultati possibili di quella storia. Lui sorride, gentile. Penso che volesse sentirselo dire ma non son sicuro d’averlo convinto.

 

Postfazione

Ho cominciato a scrivere “la sega di Hitler” all’inizio dell’autunno del 2002 e ne ho concluso la stesura nell’estate del 2003.

La sera del 26 giugno 2003 – il giorno dopo sarebbe stato il loro 49esimo di matrimonio – mentre stavamo a tavola insieme, Miranda ha chiesto a Ezio quale impressione gli aveva fatto rileggere la lettera di congedo, lunga, densa di sentimenti che lui le aveva scritto prima di salire in montagna e che per l’occasione lei aveva fatto riemergere da un cassetto. Ezio risponde senza apparente disagio. Erano, dice pressappoco, parole che avevo in testa e che avevo raccolto qua e là; leggevo molti libri e alcuni mi colpivano per il rapporto tra quello che ci trovavo scritto e quello che sentivo. Mi paiono parole e concetti “di recupero”; ad esempio da una delle firme che più mi erano care del Marc’Aurelio: “Federico”, che poi era Federico Fellini. Non mi paiono riflessioni autonome, consapevoli… E poi recitavo una parte, un ruolo. Il ragazzo che ama ma deve partire; che finge di sdrammatizzare magari per ottenere l’effetto opposto.

Ezio si osserva e si è osservato da fuori: non per prendere le distanze ma perché impegnato a ricostruire l’essenziale. Ha raccontato la “sua” storia come già l’aveva in mente: all’inizio il sacrificio del padre, poi il suo speciale rapporto con la madre, e ancora quello a lungo simbiotico col fratello e i giochi, il canto, le escursioni naturalistiche nell’età in cui le differenze col padre e col fratello non eran ancora maturate. La solidarietà familiare di cui in seguito renitenza, cospirazione e partigianeria avevano mostrato prove sostanziose era già lì. La “importanza straordinaria” che Ezio attribuisce alla sua esperienza resistenziale, derivava dall’originale mescolarsi in essa di valori familiari e comunitari – bolzanetesi – di vecchio antifascismo e aspirazioni recenti, di ragazzi. Un intreccio di autonomia e di storia familiare quasi inestricabile.

La cospirazione e la militanza comunista di Ezio e Camillo non possono però essere fatte risalire solo ai genitori. Come del resto prova il seguito delle loro storie, diverse malgrado gli stretti legami iniziali. A cominciare dal fatto che Ezio aveva fatto il partigiano sia pure obtorto collo mentre Camillo aveva frequentato solo la cospirazione. Sono i rapporti e i sentimenti maturati tra i partigiani, amicizia, fraternità, sofferenza che a Ezio hanno probabilmente fatto ritenere ragionevole la richiesta del partito di mettersi a disposizione facendo prima il poliziotto e poi il segretario di cellula. Era il prezzo della rivoluzione. Anche Camillo aveva preso in esame la possibilità della rivoluzione. Ma nel suo stile: come una forma superiore della razionalità produttiva, un’intelligenza capace di indicare il miglior uso delle risorse. All’indomani della guerra aveva constatato che le forze della modernizzazione a cui intendeva applicarsi consideravano gli operai una semplice variabile dei loro piani. Alla rivoluzione Camillo aveva dato pochi mesi di tempo, passato il quale l’aveva giudicata superata, impraticabile.

Ezio aveva avuto bisogno di tempi più lunghi per trarre un bilancio. Avrebbe potuto metterci meno ma anche di più perché non si trattava solo di un bilancio politico ma anche umano e morale; separarsi voleva dire sciogliersi dal mondo dei compagni. Ezio aveva colto il punto debole della politica comunista. Erano solo parole, ha detto; gesti simbolici, manifestazioni risultate inutili anche solo a difendersi.

Digli tutto o finisce non si saprà niente, aveva detto Gino a Luciano e lui, a parte qualche reticenza, ci si era messo d’impegno. Anch’io del resto. Ma non solo di impegno si trattava. Lo stesso Luciano ma anche Mauro e altri lo hanno ripetuto: non è facile raccontare la guerra in tempo di pace. Avevo inteso la battuta – così l’ho conservata nel testo – nel senso letterale: sappiamo tutti del Caino che esiste dentro di noi; contentiamoci e non scaviamo troppo. Ma c’era di più. Guerra e pace scandiscono il tempo in modo diverso (quanto era durato il combattimento della Sella? quanto il giorno della morte di Luci? E quello della contro-rappresaglia?), hanno modi diversi per osservare gli stessi luoghi, cose, persone, gesti o stati d’animo. Con quanti ho parlato ho avvertito l’insoddisfazione per le proprie parole, come se contenessero approssimazioni insopportabili anche quando, come nel caso di Luciano la massa dei particolari permetteva di giudicarle se non complete almeno soddisfacenti. Tocca a chi ascolta riempire il vuoto ma non è facile. Mi viene in mente solo una battuta de “I piccoli maestri”: “Quei giorni sono avvolti in un’aria di confusione; da allora ne parliamo, ne parliamo, quelli che siamo ancora qua, ma una versione ufficiale non esiste, il nostro canone è perduto, la cronologia è a caleidoscopio.”

Per “La sega di Hitler” ho rielaborato materiali corrispondenti a tre fasi diverse delle mie ricerche. Quelli relativi a Gino – appena utilizzati ma che mi sono serviti a capire la stagione operaia di Ezio – fanno parte di un blocco consistente, che potrebbe intitolarsi “militanti politici di base”, raccolto a partire dal 1969. Corrispondono alla mia “scoperta” degli operai, fisica alternativa alla classe, entità di consistenza per me solo libresca. Una scoperta avvenuta grazie alla frantumazione del cristallo ideologico e l’apparizione di facce, storie, voci, contrasti e differenze. Frantumazione risultata da vicende – il movimento per il Vietnam e quello degli studenti del ’67 e ’68 – che avevano indotto nella società una reazione a catena. Le parole d’ordine antimperialiste e poi quelle della democrazia diretta (“assemblea, assemblea”) lanciate dagli studenti e dai “comitati di base”, avevano minato l’ordine sociale costruito sulla separazione degli ordini professionali, delle categorie produttive ecc. Tra gli studenti, gli operai, i giornalisti, i medici, gli psichiatri e così via in tutta la società erano nate le ribellioni e le divisioni.

Finivano l’omogeneità e l’omologazione; esplodevano le differenze, le particolarità, le sigle. I medici che volevano chiudere i manicomi si dividevano da quelli che volevano conservarli, i giornalisti leali da quelli prezzolati, gli studenti che occupavano le facoltà da quelli che volevano tenerle aperte, e così anche nelle fabbriche dove chi voleva mettere in discussione l’ordine esistente si scontrava con chi, memore delle sconfitte passate, temeva di precipitare ancora più in basso. Dopo decenni di silenzio gli operai erano tornati all’onore del mondo: diversi da una fabbrica all’altra, i giovani dai vecchi, i giovani da altri giovani, i vecchi da altri vecchi fino a diventare, come nelle assemblee studentesche, individui con nomi e parole proprie. Ogni gruppo aveva una storia come una storia aveva ognuno di quelli che ne facevano parte. In comune avevano la voglia di autonomia, di farsi valere, di incontrarsi finalmente con tutto il mondo che stava usando le stesse parole. Ogni gruppo era il risultato di uno scontro diverso con un altro che gli resisteva perché aveva paura di perdere piccoli poteri, o l’esclusiva della rappresentanza, o il sonno, o perché temeva l’ignoto o semplicemente perché rimpiangeva la sua giovinezza o aveva in odio i più giovani o chissà cosa.

La lacerazione aveva avuto anche un altro effetto: di mettere in primo piano la storia riducendo il fascino dell’economia politica. L’idea della raccolta di storie di operai, di compagni nacque allora. Non fu una idea originale perché ci pensarono in molti che neppure si conoscevano e fu sicuramente ingenua perché, salvo qualche eccezione, corrispondeva all’idea che un buon numero di storie avrebbero finalmente permesso di ricostruire “da dentro” processi che fino ad allora erano stati letti o attraverso le storie delle organizzazioni politiche e sindacali o attraverso categorie economico-politiche (il “miracolo economico”, le “migrazioni interne” e i “bisogni del padronato” ecc.). Per quanto mi riguarda finii presto sommerso da una massa di materiali che non riuscivo a dominare.

Agli anni ’88, ’89 e ai seguenti appartiene il secondo blocco di fonti impiegate qui: storie di partigiani raccolte per il mio “Comunisti e partigiani”. Numerose ma, questa volta, a salvarmi è stata un’idea più precisa di dove avrei dovuto approdare. A mio favore giocavano processi e discussioni che in modo diverso a partire dagli stessi anni avevano toccato anche il movimento partigiano. Mi limito a ricordare la “caduta del muro” con la fine del “comunismo reale”. Importantissimo, durante la prima fase della ricerca, è stato anche l’accreditamento ricevuto, presso molti compagni partigiani, da Giambattista Lazagna, il partigiano “Carlo”. Un comunista la cui fama risultò decisiva per aprire i miei interlocutori a confronti diversamente impossibili.

Il materiale relativo ad Ezio – molto consistente, oltre 50 ore di registrazione – fa storia a sé. Cominciato con lo scopo di approfondire la storia di un “gruppo di fuoco” partigiano, la Balilla, si è trasformato in un tentativo di approfondire le relazioni tra memoria dei fatti e storia personale. I risultati sono nella seconda parte di questo libro. Ezio è alla fine ma anche all’inizio di questo lavoro. Come ho scritto da qualche parte, quando abbiamo cominciato a lavorare insieme avevo abbandonato qualsiasi progetto di storia della Balilla e di utilizzazione dei materiali prodotti a suo tempo con Luciano e Gino. Sono state le conversazioni con lui che mi hanno spinto a riprenderli in mano, a rileggerli e a rielaborarli.

Questo libro è costruito muovendo da storie di vita, intrecciandole, rielaborandole. Ezio a proposito del suo incontro con i ragazzi delle scuole ma anche con altri a cominciare dai suoi nipoti, ha osservato con stupore come i loro genitori, nonni, zii non avevano raccontato. E non solo della Resistenza o della guerra ma, più in generale, del passato, la loro vita, le loro case, i loro bilanci, i loro sogni. Salvo onorevoli eccezioni la seconda metà del secolo XX sembra in questo molto diversa dalla prima metà. Non si è raccontato: censure nei confronti di passate condizioni familiari oggi giudicate indecorose, perdita di memoria legata alla rapidità del cambiamento sociale e a ritmi di vita in precedenza sconosciuti, l’idea di non possedere un passato, una storia, o al contrario quella di possederne uno di cui si preferisce liberarsi… Resta il fatto che solo pochissimi hanno raccontato e sarebbe interessante cercarne il perché.

Ezio ha detto che, alla fine, i giorni della montagna erano risultati bellissimi ma anche terribili. Lui comunque invece che fare il partigiano avrebbe preferito andare a scuola. Si è definito un romantico che avrebbe voluto vivere in un posto tranquillo, magari una biblioteca, ordinando e toccando libri e disegni. Sono convinto della sua sincerità ma nelle storie che mi ha raccontato compare un evidente gusto per l’azione che risulta assente nel profilo che lui traccia di sé. Da Carlin aveva appreso con entusiasmo non solo il lavoro ma il controllo delle mani e del corpo (la verticale sulla sedia e il resto) che avevano contribuito a dargli un impianto atletico. A st.Cyr aveva aspettato al varco e sparato al tedesco che era venuto a gattoni a cercare di sfilargli il fucile. Dopo l’8 era stato parte attiva delle discussioni avvenute al campo contro il collaborazionismo e poi era entrato nella fuga vincente. A Bolzaneto, dove prima era stato renitente poi cospiratore infine partigiano, aveva chiuso la sua guerra cannoneggiando, con una iniziativa personale e in condizioni molto sfavorevoli, una postazione tedesca di irriducibili. Dopo la guerra, in un periodo quando ancora ci si sparava per la strada, era entrato in polizia; in seguito aveva fatto il segretario di cellula quando ancora non era una attività da pensionati. Aveva lasciato la fabbrica a quasi 40 anni e investito la liquidazione in una automobile per mettersi alla testa di un gruppetto di promotori di lavatrici. Infine, aveva sfidato le sue coronarie, approdando in un ufficio dove si era occupato fino alla pensione delle paghe di 200 persone.

Non è tutto. Molte delle sue osservazioni anche casuali lasciano trapelare il suo rispetto per quanti difendono posizioni giuste in modo intransigente, per gli uomini disposti a fare e non solo a dire. A volte, parlando di qualcosa, esclama “non è possibile” in un modo che vuol dire: così no, non è accettabile, bisogna andarci contro. Un giorno m’ha detto che, da ragazzo, la lettura de La Cittadella di Cronin gli aveva fatto scoprire come la rabbia poteva tradursi in gesti. “Siccome non c’erano le fognature, quelli vanno a mettere la dinamite nei canali sotterranei. Un po’ di dinamite, un po’ di sughero, apri il tombino e parte; e chissà dove esplode. Entusiasmante! Chi non ha avuto il pensiero di distruggere qualcosa così? Da noi una cosa del genere non si poteva fare; sarebbe apparso strano. In Inghilterra invece un laureato, un medico, poteva prendere questa iniziativa… La sua ribellione, aggiunge, sarebbe però stata meno anarchica, più “positiva” e consona alla tradizione di famiglia. “Non l’incendio dimostrativo ma il distruggere per costruire una casa nuova, utile”. Come ad esempio, aggiunge, il mercato ortofrutticolo vicino a casa sua, l’ingrosso per tutta la città di Genova, da decenni fatiscente, “scandaloso in modo insopportabile”. “Ho pensato almeno due o tre volte di andarlo a bruciare e ne ho parlato anche a un compagno. E lui: ma perché ti incazzi… vedrai che poi lo fanno. E io: ma è 40 anni che lo dicono. Senti, una notte andiamo lì e gli diamo fuoco. O almeno ci scriviamo qualcosa sopra, o facciamo un po’ di casino, un blocco stradale”.

Ezio parlava mentre l’osservavo perplesso; forse per questo aveva aggiunto: “io sono per le regole ma anche chi governa deve imparare a rispettarle”. Il sentimento di rivolta, suggerisce, non è in contrasto con l’uomo di pace; anzi.

Questo lavoro è dedicato ai miei amati compagni di viaggio e per tutti a G.B.

Genova 7 settembre 2000

 

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