La strage “du Pin”

Fasc. 32 – Doc. 5 – by E. V. Bartolozzi: La strage du Pin” di S. Margherita di F.L. (Sestri Levante).
Con ricerche varie e collaborazione grafica di Nicola Serra (CA).

 

L’altro giorno (era il pomeriggio del 23.07.2019) con uno dei miei nipoti, per fare un giro insieme in bicicletta l’ho accompagnato fino in Via Fabbrica e Valle per mostrargli dove ho abitato fino al 1975. E andati un po’ oltre e arrivati all’altezza di Villa Pino (au Pin) ci siamo fermati sul piccolo spiazzo prospiciente il monumento eretto in memoria dei sei partigiani fucilati qui dalle brigate Nere, per rappresaglia, la sera del 18 marzo 1945. E per riprendere fiato ci siamo riparati dal sole battente sotto le ombre della poca boscaglia rimasta ancora in piedi, dopo alcuni lavori eseguiti per dare accesso a un confinante podere e allo stesso tempo ampliare la strada che sale più in su, al gruppo di case che formano il piccolo borgo. 

 

Villa Pino (Sestri Levante): Monumento ai 5 partigiani (erano 6, uno rimase ferito e sopravvisse altre poche settimane) fucilati qui dalle B.N. per rappresaglia il 18 marzo 1945.

Nel riordino complessivo dell’intera zona, anche il monumento dedicato ai fucilati è stato leggermente spostato rispetto alla primitiva collocazione. Adesso è stato leggermente girato e incastonato (V. foto sopra) nel muro che regge la strada che sale verso le abitazioni soprastanti.

Per rifiatare un po’, ci siamo poi seduti sopra un sasso asciutto e ci siamo messi a parlare. Mentre spiegavo a mio nipote il significato del monumento, e, dato che lui ha solo 11 anni, ho evitato di soffermarmi troppo a lungo sui dolorosi particolari. Ma dentro di me, c’è stato come tutto un improvviso rimando mentale alla vicenda. E tornato a casa non ho potuto più esimermi dal riesaminare tutta la documentazione che in questo lasso di tempo avevo raccolto e conservato.

Tutto questo è anche coinciso con l’aver letto sui giornali la notizia dell’apertura della pratica canonica per la Beatificazione del comandante partigiano Bisagno da parte del Cardinale di Genova, Bagnasco. Che non c’entra niente con questa storia, ma che sopratutto m’ha fatto venire in mente la figura del frate cappuccino che aveva presenziato l’esecuzione dei sei partigiani fucilati qui, alla schiena, e tutta la lunga e penosa storia collegata all’avvenimento.

Intanto, a livello personale, devo precisare alcune cose: è sempre stato per me piuttosto penoso scrivere o parlare di un ministro di Dio in maniera in cui, parlando di questo cappuccino, si è per forza costretti a fare; se non altro per il suo strano comportamento prima e dopo la fucilazione dei cinque (un sesto era sopravvissuto solo per poco tempo) giovani partigiani fucilati, tra l’altro tutti completamente estranei al fatto per cui venivano così barbaramente uccisi. Quindi cercherò di parlarne solo utilizzando materiali di terze parti, e solo alla fine dirò di qualche mio vecchio ricordo, così come l’ho vissuto direttamente io, o l’ho sentito raccontare decine di volte dai miei famigliari o dai miei vicini di casa, o dai miei amici o conoscenti. Tutta gente di diversi anni più grande, all’epoca.

I particolari della vicenda sono abbastanza noti perché hanno fatto, allora, molto scalpore e ancora continuano a farne, anche se ormai molta animosità è andata via via scemando. Quindi, riassumendo, i fatti possono essere introdotti riportando innanzi tutto la denuncia con la quale l’allora commissario prefettizio di Sestri Levante, G.B. Canepa, avvertiva chi di dovere dell’avvenuta invasione in casa dei Sigg. Gandolfo, padre e figlio:

 

Doc. n. 1-Sestri L.: “Denuncia di assassinio da parte dei fuori legge”. Fotocopia della lettera N. 2926 di protocollo scritta dal Commissario prefettizio del Comune di Sestri Lev., G.B. Canepa, e indirizzata al Capo della Provincia di Genova; e p.c. al Pretore di Sestri L.; al Comando Brigata Nera “Silvio Parodi” di Sestri L.; al Comando G.N.R. di Chiavari; al Comando Tedesco di Piazza di Sestri L.; al Comando Militare di Presidio Italiano di Sestri Levante. (f.1, d.14.3.1945 – XXIII, f.to Il commissario prefettizio G. B.Canepa).

 

Per proseguire poi con quello che ne disse Pietro Sechi “Succo” (comandante della squadra di partigiani coinvolti nell’azione)  rispondendo ad una specifica domanda, fattagli durante un’intervista, dai ragazzi autori di “Un esperimento di didattica della Storia” di una Scuola di Sassari; di cui era Coordinatrice la Prof.ssa Carla Rita Marchetti e pubblicata a pp. 182, 184 e 185 della rivista “Storia & Memoria”, Anno II, Ed. Le Scuole in Rete, Nuoro 2005, che di seguito si riporta:

Intervista a Pietro Sechi “Succo”.

Pietro Sechi è nato ad Oschiri (SS) nel 1910, in una famiglia di colti­vatori di grano, che non possedeva la terra, quindi, per poter vivere, la prendeva in affitto dai proprietari terrieri; seminava e, se il raccolto an­dava bene, poteva vivere dignitosamente, altrimenti doveva ricorrere ai prestiti. Perciò, trascorse la sua prima giovinezza lavorando nelle cam­pagne, seminando il grano e arando la terra con i buoi. Aveva altri due fratelli. L’insicurezza dei raccolti e il duro lavoro dei campi lo portaro­no ad una sofferta decisione: lasciare il suo paese e arruolarsi, nel 1929, nel Corpo della Guardia di Finanza.

L’8 settembre, in occasione della caduta del regime fascista, fece la sua scelta di campo: combattere contro i fascisti. Ha ricevuto, dagli alti gra­di delle gerarchie militari partigiane, quattro encomi solenni. A guerra conclusa è stato insignito di diverse onorificenze al merito di guerra e al valor militare.

Pietro Sechi ha incontrato le classi 3a B e 3a F della Scuola Media n. 4, il giorno 23 aprile 2004, venerdì.

L’intervista è stata trascritta dagli alunni della classe terza F.

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Ad un certo punto dell’intervista, a Succo venne chiesto dai ragazzi:

D. Ricorda una particolare azione di guerriglia cui ha partecipato?
R. Tra i tedeschi e i partigiani avvenivano, come ho detto prima, scambi di pri­gionieri. I partigiani, dunque, avevano la necessità di fare prigionieri. Mol­ti uomini della mia Brigata erano prigionieri dei tedeschi, quindi era ne­cessario catturare alcuni di loro.

Nel gennaio del 1945, dopo un rastrellamento tedesco in cui erano stati catturati 32 dei nostri, [e al principio di marzo del 1944, N.d.E.V.B.] venni informato che un notissimo fascista, apparte­nente alla Xa MAS, si trovava in licenza premio nel villaggio di Santa Mar­gherita di Fossa Lupara, comune di Sestri Levante, poiché aveva parteci­pato a varie operazioni in Garfagnana. Cercai di farlo prigioniero con un’azione improvvisa. Il fascista era in compagnia di una cinquantina di persone, noi eravamo in due, ma abbiamo rischiato ugualmente. Nel mo­mento dell’irruzione, aveva in mano la pistola e commise l’errore di impu­gnarla. Sparò, ma non mi colpì ed io risposi al fuoco, uccidendolo. Gli altri fascisti scapparono dalle finestre e rimanemmo soli. A 800 metri di distan­za c’erano i tedeschi; vicino un plotone di bersaglieri; tutti sentirono gli spari, non c’era tempo da perdere. Scappammo, mandando a monte la li­berazione dei nostri compagni, che, purtroppo, furono fucilati sul posto. Non volevo certamente che finisse così, ma in queste situazioni si può am­mazzare o essere ammazzati.

Chi era il tenente della Xa MAS, Roberto Gandolfo?

(Note riprese il 18.08.2019 da: “Genova R.S.I. – Caduti R.S.I. Provincia di Genova – lettera G”). Ruolo: Guardiamarina. Età: 32 anni. Data di morte: 13/03/1945. Luogo di morte: Sestri Levante

Appartenente alla 5a Compagnia Armi d’accompagnamento del battaglione “Lupo”, comandava 4 mitragliere da 20 mm. con le quali contrastò efficacemente l’azione dei cacciabombardieri angloamericani. Si trovava in licenza presso la propria abitazione denominata “Villa Pino” in frazione S. Margherita di Fossa Lupara. Due partigiani presentatisi alla porta di casa, alle h.20, sorprendevano tutta la famiglia a tavola e subito sparavano al guardiamarina, freddandolo. Il padre, Michele, lanciatosi contro gli aggressori cadeva a sua volta ucciso. La sorella afferrava un partigiano per i capelli, che se ne liberava esplodendogli contro un colpo di rivoltella, senza colpirla. Da fonti partigiane sappiamo che l’azione fu compiuta da quattro partigiani della brigata “Coduri”. Il capo dei quattro era tale Sechi Pietro, nato il 08/02/1910 a Oschiri (SS), già guardia di finanza, nome di battaglia “Succo”. Per rappresaglia furono fucilati dal III° battaglione della Brigata Nera genovese, 6 partigiani, uno dei quali scampò miracolosamente. Il Gandolfo era già stato catturato dai partigiani a Villafranca d’Asti e rilasciato dopo laboriose trattative condotte dal comandante del battaglione Dante Renato Stripoli, con la collaborazione di un parroco del posto. Il Gandolfo era pittore, scultore, scenografo. Era iscritto al G.U.F. di La Spezia. 

Cfr.: RSI 22/1; Tasso M. Berti A., op. cit., pagg.292/293; Pisanò G., op. cit.1^, vol.II, pag. 1133; Bonvicini G., "Decima marinai! Decima comandante!", pag. 149; Bertelloni M.-Canale F., op. cit., pagg. 273/274; Fra' Ginepro, op. cit., vol. I, pag. 237; AA.VV., "L'onore delle armi alla X^ MAS", pag. 521; lettera senza data del sig. Gianbeppe Dall'Olio, reduce della X^ MAS.

Testimonianza di A. Minetti: Quella che segue è invece la testimonianza scritta e firmata dal partigiano “Gronda”, Antonio Minetti, che mi consegnò negli anni Settanta del secolo scorso e che già ho utilizzato in varie altre occasioni. Altra fotocopia è pure contenuta ivi nell’Archivio della Divisione Coduri.
Nel testo le varie scritte a penna blu sono state tutte inserite da (E.V.B.).

Tratto da: A. Berti-M. Tasso “Storia della divisione Garibaldina “Coduri”, pp. 292/93, Seriarte s.d.f., Genova 1982.

Verso la metà di marzo del ’45 «Succo» (Sechi Pietro da Oschiri, ex guardia di finanza aggregatosi alla «Coduri» e divenuto poi co­mandante di distaccamento) informato che in quel di S. Margherita di Fossa Lupara, si trovava in licenza un ufficiale della «X Mas», certo Gandolfo, decise di raggiungerlo con 3 uomini per procedere alla sua cattura ai fini di un eventuale scambio con partigiani catturati. Pur­troppo l’ufficiale non intendeva arrendersi e da lì nacque una spara­toria che fu fatale per l’ufficiale della «X Mas» e per suo padre corso in suo aiuto. Padre e figlio rimasero uccisi. La macchina dei fascisti di Chiavari si mise subito in moto. Informati dell’uccisione dell’ufficiale prelevarono dalle carceri 6 partigiani  e li condussero in località Pino di S. Margherita di Fossa Lupara, fucilandoli. Per la verità i partigiani che dovevano essere fucilati, secondo la logica delle leggi nazi-fasciste, erano dieci. Ma grazie all’intervento dell’avv. Furnò e di altri difensori che, durante il sommario processo tenutosi a Chiavari, si batterono a fondo per strappare i partigiani dalla fucilazione, riuscirono a salvarne almeno quattro. [N.evb. – Dai verbali dell’udienza i loro nomi risulterebbero essere: Alp. Barberis Bernardino, n. 20.06.1924 ad Acqui; Part.no Cerchi Albino, n. 10.11.1922 a Castiglione Chiavarese; Pion. Ovarini Osvaldo, n. 28.04.1924 a Vercelli; Part.no Vada Carlo, n. 26.11.1925 ad Asti. I primi tre furono condannati a 30 di reclusione militare, il quarto per “Ordinanza trasmissione del processo a Tribunale ordinario”]. 

I sei condannati, prima di essere caricati sul camion che li doveva trasportare sul luogo dell’esecuzione, vennero incatenati a due a due e fatti sfilare per le vie di Chiavari scortati dalle Brigate Nere, armate di tutto punto, che li additavano alla popolazione come banditi, traditori della Patria ed assassini. E non solo, spingendoli avanti a forza di calci, pugni, schiaffi e a colpi di calcio di mitra nella schiena, li intimarono di cantare «Giovinezza». I condannati, al contrario, anche se esausti dalle percosse e dalla fame, intonarono «Bandiera Rossa» e ogni tanto scandivano le parole: «Viva i partigiani», «viva Virgola», «viva la Coduri!». A questo punto i fascisti colti da rabbia rincararono la dose di percosse facendoli salire alla spicciolata sul camion. Molti cittadini di Chiavari che assistettero a tale «sfilata» erano esterefatti; le donne piangevano e si segnavano col segno della croce. I partigiani salutava­no i cittadini innalzando in aria il pugno chiuso, suscitando maggior­mente le ire dei fascisti. Il percorso in autocarro da Chiavari a S. Mar­gherita di Fossa Lupara venne coperto velocemente. Presente alla fu­cilazione dei sei vi era anche il cappellano delle carceri di Chiavari, il famigerato padre Illuminato, al secolo Minasso Francesco, molto cono­sciuto in zona per le sue nefandezze e crudeltà. Costui, alla richiesta di alcuni condannati di essere confortati spiritualmente prima di morire, negò loro i conforti religiosi, anzi, da come raccontò a suo tempo il partigiano «Salita», scampato fortunosamente all’eccidio, dove aver espresso la seguente frase: «Dio vi ha dato la vita e io ve la tolgo!» impugnò rabbiosamente un mitra e all’ordine dell’ufficiale comandan­te il plotone di esecuzione, iniziò a sparare contro i «Ribelli». Padre Illuminato il 12 marzo ’45, cioè sei giorni prima dell’eccidio di S. Mar­gherita di Fossa Lupara, venne catturato da una pattuglia partigiana al comando di «Riccio» e di «Scoglio» in agguato sull’Aurelia. Ma per il sopraggiungere di un reparto di alpini che attaccarono gli uomi­ni di «Riccio», il Minasso Francesco riuscì a fuggire.

I partigiani fucilati a S. Margherita di Fossa Lupara corrispondo­no ai seguenti nomi: 1) «Foglia» (Artusio Arosio) della «Centocroci»; 2) «Barone» (Barletta Giuseppe) della «Coduri», costui prima di es­sere fucilato venne sottoposto a sevizie e a torture e persino accecato da un occhio; 3) «Tarzan» (Giacardi Emanuele) della «Coduri»; 4) «Dik» (Marone Luigi) della «Centocroci»; 5) «Aquila» (Sigurtà Ales­sandro) ed ultimo il partigiano «Salita». Questi, un attimo prima che partissero le raffiche del plotone di esecuzione, si lasciò cadere a terra rimanendo illeso sotto i corpi dei suoi compagni. Intriso di sangue si finse morto. Ma l’ufficiale comandante del plotone di esecuzione, prima di abbandonare la scena, esplose il suo colpo di grazia contro i fucilati. Stavolta «Salita» venne colpito al setto nasale; ma non fu colpo mortale. Egli rimase lucido e per alcune ore sotto i cadaveri dei suoi compagni. Perse molto sangue, ma rimase lì finché non sopraggiunse la sera. Rialzandosi cominciò a vagare come un forsennato per il bosco adiacente, finché non venne raccolto da una squadra di partigiani co­mandati da «Riccio» che, essendo stata informata delle intenzioni dei fascisti, si portò in zona nel tentativo di sventare l’esecuzione. Purtrop­po la pattuglia di «Riccio» giunse sul posto ad esecuzione avvenuta. «Salita» fu raccolto mentre vagabondava nel bosco e, portato d’ur­genza all’ospedale di S. Stefano d’Aveto, vi morì alcuni giorni dopo per l’emorragia causatagli dal colpo al setto nasale. Prima di morire rivelò le nefandezze dei fascisti durante l’episodio della fucilazione, della de­tenzione e del processo. […]

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Inserti dal giornale “Come sul Penna e sul Zannone”, del 2 giugno 1959.

a) 18 marzo 1945: Appunto scritto dall’Avv. Enrico Furnò, difensore, assieme agli Avv.ti Rolando Perasso e Giovanni Trucco, dei dieci partigiani processati per i fatti di S.Margherita di Fossa Lupara, apparso a pagina 4 del “Numero Unico” del giornale “Come sul Penna e sul Zannone”, del 2 giugno 1959, stampato e diffuso nel Tigullio, per pubblicizzare l’idea di una storia della Coduri scritta dai suoi partigiani e promossa da “Virgola”, Comandante della Divisione Coduri.

b) “Dio vi ha dato la vita ed io ve la tolgo”: Altro trafiletto apparso sullo stesso giornale che, a parer mio, dopo 14 anni sta ad indicare quanto l’accaduto di S. Margherita di Fossa Lupara sia rimasto presente nella memoria di tutti. 

Mi scuso per le fotocopie riportate, ma devo dire che sono ancora fotocopie degli anni Settanta del secolo scorso, eseguite su carta fotosensibile, e quindi molto soggetta a deterioramento. All’uopo il giornale me l’aveva momentaneamente prestato Silvio Fico, fratello minore di Virgola.  

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Da E.V. Bartolozzi – “La Coduri e gli assenti arbitrari della Divisione Monterosa della RSI”. (Vedi ivi in Categoria “La Resistenza nel Tigullio e nelle sue Vallate”.

Elio V. Bartolozzi, artigliere di montagna.

Di seguito viene riproposto un pezzo già pubblicato online in questo stesso sito nel 2013, facente parte di una più ampia trattazione del fenomeno delle massicce diserzioni (e delle conseguenti fucilazioni qualora i disertori fossero stati ripresi anche a distanza di tempo) che avvenivano, nel periodo fine ’44, primi 4 mesi del ’45, nella divisione alpina Monterosa della RSI, accampata, come noto, nella Riviera ligure di levante. Nel testo solo alcune brevi aggiunte o modifiche sono state effettuate.  

Marzo 2013

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4)- A questo punto non si possono tralasciare altre due fucilazioni di alpini: quella di Arturo Arosio “Aquila” nato il 24/5/25 a Lissone (MI); e quella di Emanuele Giacardi “Tarzan” nato il 7/11/25 a S. Maria del Tempio (AL) avvenute il 18/3/1945 in località Villa Pino di S. Margherita di F.L. (Sestri L.). Il 1°, ex alpino della Monterosa confluito nella Centocroci, fu catturato durante un rastrellamento e si trovava nelle carceri di Chiavari per scontarvi una pena di 30 anni di reclusione per diserzione. Il 2°, disertore della Monterosa confluito nella Coduri, anche lui catturato durante un rastrellamento, era nelle carceri di Chiavari in attesa di giudizio. Ma cinque giorni prima la loro esecuzione (dunque il 13/3) vicino al luogo dove gli squadristi della brg Silvio Parodi di Genova li fucilarono (non senza inumane e prolungate sevizie), in una normale azione di guerra con i partigiani [così definita anche dal Tribunale che nel dopoguerra giudicò il partigiano “Succo” autore dell’azione] rimasero uccisi un tenente della Xa Mas e suo padre che intervenne in aiuto al figlio. Il tribunale di guerra della Monterosa, per rappresaglia, condanna loro due e altri 4 partigiani (presi a caso anche ricoverati in ospedale) alla pena capitale mediante fucilazione alla schiena. Gli altri condannati erano: Giuseppe Barletta (ex Xa Mas), Luigi Marone, Mario Piana e Alessandro Sigurtà. Mario Piana, creduto morto, al momento rimase solo gravemente ferito, ma morirà in seguito per le ferite e le sevizie subite in quel tragico frangente. Sul luogo del martirio, i condannati giunsero in autobus accompagnati da padre Illuminato, cappellano delle carceri di Chiavari. 

[Padre Illuminato, figura molto enigmatica e collaborazionista sfegatato della RSI, inviso a tutta la popolazione per le sue inumane crudeltà inflitte ai prigionieri del fascismo che gli capitavano sotto mano, nonché cappellano delle carceri di Chiavari e correo di molte delazioni e fucilazioni di partigiani; e quando capitava anche dedito al ricatto, per laute somme: in zona tutti quelli della mia età si ricordano perfettamente della misteriosa liberazione di alcuni condannati a morte “graziati” all’ultimo momento in seguito all’intervento dei famigliari che hanno “donato” somme piuttosto ingenti al frate e alla sua ganga di malaffare. Alla fine della guerra fu processato e condannato in contumacia a 30 anni di reclusione, ma non fu mai più ritrovato dopo essere sfuggito, usando un espediente, dalle mani dei partigiani che l’avevano catturato il giorno 1° aprile 1945 e che lo stavano conducendo al Comando della Coduri per le dovute conseguenze del suo perseverante e tristo comportamento, n.d.a]. 

    Anche di questo martirio, serbo viva memoria, perché anche qui le fucilazioni avvennero a meno di un chilometro da casa mia. Non ho potuto vedere né le salme dei caduti né assistere direttamente alle fucilazioni, perché noi ragazzi in precedenza siamo stati cacciati indietro dalle BN, che nei paraggi erano diverse centinaia, se non migliaia, quel giorno; e poi da coloro che dopo che le BN s’erano allontanate accorsero per ricomporne e recuperarne i resti. Ma deve essere stata una cosa orribile, perché raccontavano che i condannati erano stati in precedenza bruciacchiati su tutto il corpo, compresi gli occhi, le mani e il viso, con dei mozziconi di sigarette accesi. Ad alcuni erano state strappate anche le unghie, uno addirittura accecato, e… via di questo passo. Il tutto svolto alla presenza di padre Illuminato. Ma prima di allora io non avevo mai visto piangere insieme tanta gente in modo così irrefrenabile. Alcuni dei fucilati erano giovani conosciuti in zona, e forse la cosa aveva maggiormente colpito tutti quanti. C’era anche chi bestemmiava, chi malediceva, specialmente all’indirizzo del frate. Insomma, una cosa indescrivibile.

Del giorno dell’eccidio, personalmente mi ricordo più della moltitudine di camice nere stipate lungo via Fabbrica e Valle, dove allora abitavo. Era una fila interminabile che io vedevo da seduto sull’uscio di casa mia ubicata su un rialzo di circa una ventina di metri rispetto al livello strada, e a una distanza di non più 100/120 metri in linea d’aria. Da lì vedevo solo le loro teste che spuntavano dal muro di cinta, alto circa 1,5 metri, di una proprietà di cui anche la mia famiglia era affittuaria. Io guardavo loro e loro guardavano me. Poi qualcuno si mise a fare boccacce nella mia direzione, qualche altro alzò il fucile in alto e lo roteò più volte. Non avevo paura, ma la cosa m’impressionò molto. Mia madre, che era in casa, se n’accorse e bruscamente mi richiamò dentro. Gli squadristi rimasero lungamente, però, fermi lì e poi, dopo ore, se n’andarono. E alla fine giunse la notizia dell’eccidio. Tutto si mise a roteare intorno a me. E nella mia testa tutto si fece confuso. Ma anche negli altri, nessuno sembrava sapere bene cosa fare. Piangere e imprecare, questo sì. E anche maledire, come già ho detto prima.

Ma la scena che m’è rimasta più impressa nella mente è stata quella in chiesa, del 24/3/45, durante i funerali del militare della Xa MAS, e di suo padre, persone molto conosciute in zona. La chiesa era, dentro e fuori, stracolma di persone del luogo, ma soprattutto di militi della Xa e di B.N. armate fino ai denti. Al centro della chiesa c’era una specie di corridoio lasciato libero dove sostavano i loro capoccioni, anch’essi armati. Ma il personaggio che più mi colpì era padre Illuminato, vestito da frate che ogni tanto, scrutando in alto ogni angolo delle pareti e della volta della chiesa, batteva col calcio del fucile sul pavimento e mormorava abbastanza forte da farsi udire, grosso modo questa frase: «Chissà quanti partigiani saranno nascosti qua dentro!». La frase (che io non ho udito in quanto ero troppo lontano perché in parrocchia (essendo la chiesa molto piccola) era usanza  che gli uomini e i ragazzi si accomodassero dietro o tutt’intorno all’altare) l’hanno riportata in molti, specialmente donne (comprese due mie sorelle, una del ’24 e l’altra del ’30) che erano sedute nel vano centrale della chiesa, molto vicine a dove si trovavano e parlottavano tra loro i capoccioni. Ma la cosa che colpì di più l’immaginazione di noi ragazzi era quel frate, di cui tutti già sapevamo e di cui tutti parlavamo: armato, che andava in giro a maltrattare e a fucilare i partigiani. Tutto l’insieme fu comunque una cosa assai penosa, sia la funzione in sé sia per la gente che, impaurita e molto scossa, non sapeva bene come comportarsi, o stare. Almeno così m’era parso allora. [. . .]     

Oggi (23.08.2019) vorrei aggiungere anche un’ulteriore curiosità, un po’ particolare, e dire che il comportamento del frate ebbe anche un’altra conseguenza, forse minore, ma assai significativa per descrivere l’impatto negativo che il comportamento del frate ebbe sugli abitanti in genere. Tra le donne soprattutto. Infatti, nella mia zona in occasione delle grandi feste patronali o altre festività religiose particolarmente importanti, quasi tutti i parrocchiani erano usi confessarsi, che allora per altro era obbligatorio farlo prima di avvicinarsi all’Ostia consacrata. Ma dato che molta era in genere la ressa, i parroci di solito si facevano aiutare chiamando qualche frate presso di sé. Ebbene, dopo questi fatti, anche dopo, a guerra terminata, molte donne e giovani ragazze preferivano andare a confessarsi altrove, in qualche altra parrocchia vicina perché erano imbarazzate e non se la sentivano più di confessarsi davanti a un frate qualsivoglia. Avevano molta ritrosia, interiore rifiuto. Quando il nostro parroco se ne rese conto, per un bel po’ di anni non ha mai più chiamato frati a coadiuvarlo, né per confessare i fedeli né a spiegare il vangelo durante le funzioni. 

(evb 2019)

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Natale 1944 – Saetta con un gruppo dei suoi a Comuneglia.

Paolo Castagnino “Saetta” – “Il cammino della  Libertà” : Altre due importanti testimonianze sul trattamento dei  prigionieri nelle carceri di Chiavari e l’irsuta  accoglienza che Padre Illuminato riservava solitamente  ai carcerati, ce le racconta questa volta Paolo Castagnino “Saetta”, nel suo libro “Il cammino della Libertà”, p.p.157/161, Ed. De Ferrari, Genova, 2005.     

 Don Domenico Gatti da Chiavari

Durante la Resistenza Don Domenico Gatti era giovane parroco a San Pietro Vara. Dopo l’8 settembre 1943, come tanti altri valorosi sacer­doti di queste vallate, quali Don Bobbio a Valletti, Don Canessa a Cassego, Don Costa a Velva, Don Galindo a Buto, Don Fontana a Cichero e tanti altri, si schierava decisamente con le forze della Resistenza che operavano in questa zona. Anche nei momenti più difficili, durante i feroci rastrella­menti effettuati dai nazifascisti, sapeva affrontare con coraggio le situa­zioni più ardue, per salvaguardare la comunità che gli era stata affidata.

Nella sua canonica ebbero a transitare i più prestigiosi comandanti partigiani che operavano nella zona, da Ricchetto a Virgola, Turchi e tanti altri, certi dei sentimenti patriottici di questo sacerdote.

 Scrive Ricchetto in “Cento Croci per la Resistenza”: «Negli stessi giorni, grazie al comandante Gatti (N.d.r. Ammiraglio Luigi Gatti, fratello del sacerdote Domenico. Ha operato in collegamento con le Missioni Alleate – la Brigata Centrocroci e la Brigata Garibaldina Bellucci), riuscii ad entrare in possesso e a trasferire al Comando Alleato la mappa del porto di Genova». Ma Don Gatti è stato protagonista di un episodio particolarmente degno di essere ricordato quando, con coraggio ed abnegazione, riusciva a far effettuare il cambio di 16 partigiani detenuti nelle carceri di Chiavari con altrettanti militari della Monterosa, nostri prigionieri.

Il Comando della Coduri, seriamente preoccupato per la sorte dei partigiani nelle mani dei fascisti, decise di trattare con il comando della Monterosa per lo scambio dei prigionieri. La sorte dei militari nelle nostre mani era ben diversa da quella dei partigiani in carcere a Chiavari; era assolutamente vietato infierire con percosse o violenze su questi detenuti, il loro vitto era lo stesso di quello dei partigiani e certamente non poteva­no lamentarsi del loro trattamento.

Fu incaricato di aprire le trattative il parroco di San Pietro Vara, Don Domenico Gatti, da tempo, come tutti i parroci della zona, in ottimi rap­porti di collaborazione con le formazioni partigiane. Il comandante Vir­gola si recò personalmente a San Pietro Vara e, nella canonica, si incontrò con Don Gatti per dare tutte le indicazioni per l’inizio delle trattative. Don Gatti, ascoltando attentamente i suggerimenti che gli venivano dati, pur valutando i gravi pericoli cui andava incontro, al pensiero dei partigiani che potevano essere fucilati da un momento all’altro accettò senza indugi, assicurando Virgola che avrebbe fatto tutto il possibile per salvare i nostri prigionieri. Ricorda Don Gatti:

La mattina del 6 gennaio 1945, celebrata la prima Messa avvertivo i parroc­chiani che per quel giorno non vi sarebbero state altre funzioni in Chiesa. Calza­ti gli scarponi da montagna mi misi in viaggio verso il Santuario di Velva dove si trovava il comando della Divisione Monterosa. Un viaggio a piedi quanto mai disagevole per il freddo intenso di quell’inverno particolarmente rigido; per la lunga strada impervia, ricoperta da un alto strato di neve ghiacciata, reso più penoso dall’assillante preoccupazione di come sarei stato accolto al comando, io, sacerdote, inviato dai partigiani.

In quei tempi le autorità repubblichine guardavano il Clero con diffi­denza e ostilità; i fascisti conoscevano il patriottismo e i sentimenti di fra­terna solidarietà che esistevano tra i sacerdoti della montagna e i partigia­ni. Sul libello fascista «La fiamma repubblicana», Spiotta scriveva odiose invettive e minacce contro i sacerdoti; nella zona ben sei religiosi avevano abbandonato le loro sedi per evitare le rappresaglie dei repubblichini ed erano entrati a far parte delle formazioni partigiane in qualità di cappella­ni. Numerosi sacerdoti erano stati barbaramente trucidati dagli aguzzini fascisti. Continua Don Gatti:

Mentre arrancavo faticosamente sulla neve ghiacciata, pensavo con sgomen­to e dolore alla terribile notizia che avevo appena ricevuto. Don G.B. Bobbio, il mio fraterno e buon amico parroco di Valletti era stato fucilato dai nazifascisti al Poligono di Tiro di Chiavari. Giunto finalmente a Velva fui accolto al comando con freddezza ed ostilità. Feci presente la richiesta del comando partigiano di uno scambio di prigionieri ma la risposta fu sprezzante: «A noi non ce ne impor­ta nulla, ciascuno ha fatto la sua scelta e accetti le conseguenze, in quanto ai nostri, se dovessero essere liberati saremmo noi a fucilarli, perché non dovevano farsi prendere». Risposi con tono fermo: «Come uomo, come italiano e soprat­tutto come sacerdote non posso accettare una simile risposta, poiché l’inutile e crudele uccisione di trenta uomini non avrebbe giovato a nessuno e, anzi, avreb­be esasperato una già ben grave situazione». Finalmente la situazione si sbloccò, venne inviata una staffetta al comando di Castiglione che interpellò Chiavari e, verso le cinque del pomeriggio, venne la risposta, si poteva trattare e furono concordate le condizioni per lo scambio dei prigionieri. Quando il buio della notte era sceso, rotto solo dal biancore della neve, riprendevo la faticosa via del ritorno. Solo, camminavo nel silenzio della notte, rotto dallo scricchiolio della neve, con un’immensa gioia nel cuore. Pregavo, ringraziavo Iddio, la mia diffici­le missione aveva avuto successo. Fu necessario ritornare a Velva per concordare le modalità dello scambio e poi, finalmente, uno alla volta, lo scambio fu effet­tuato.

Testimonianza del partigiano Dino Ghio «Bel Ami» protagonista del combattimento del «Molino della Gattea» dice:

… Di quel mattino in cui fummo attaccati da tedeschi e alpini della Monterosa al Molino della Gattea mi ricordo soprattutto di essere stato svegliato da un compagno che mi disse che fuori stavano sparando già da alcuni minuti. Non avevo sentito neppure quel violento fuoco nemico perché ero intontito dalla stanchezza: erano tre giorni e tre notti che si faticava, di pattuglia, in postazione e poi a raccogliere il lancio, senza aver potuto dormire neppure un’ora; tre giorni e tre notti di vento tremendo e di freddo. Mangiando solo un po’ di “panella”. Così la stanchezza mi aveva sopraffatto.

Quando fui ben sveglio uscii dalla casa ed entrai nella capanna che era lì di fianco; ne stavano già uscendo Bip, Dall’Orco e Bull che tentavano una sortita sparando le ultime munizioni. Fui impressionato soprattutto dal contegno di Bull, un ragazzo dai modi e dall’aspetto piuttosto timidi, che continuava a spara­re impassibile, col suo Bren, sotto il tiro dei tedeschi, permettendo così a moltis­simi compagni di salvarsi la vita.

Dalla capanna vidi cadere, falciati, alcuni dei nostri; nel mio gruppo eravamo tutti armati solo di fucile ’91 e sparammo tutti i nostri caricatori finché quelli poterono avvicinarsi perché non avevamo più un colpo da mettere in canna e ci catturarono. I fascisti, appena fummo usciti allo scoperto gettando i fucili ormai vuoti, si avventarono su di noi e dopo averci depredato di orologi e portafogli, ci coprirono di pugni e di calci. Tuttavia i nostri tennero tutti un contegno molto apprezzabile. Un ufficiale, con una benda nera su un occhio, saputo che eravamo del distaccamento di Saetta, si mise ad urlare che l’occhio glielo aveva fatto perde­re Saetta e che quindi ci avrebbe fucilato tutti. Poi ci mise in riga contro il muro e ci sparò una lunga raffica sopra la testa; quindi doppia razione di botte a quelli del distaccamento Saetta. Io ebbi tripla razione perché mi trovarono una stella rossa nel portafogli. C’erano Paris e Benzina feriti: uno ad un ginocchio e l’altro vicino ai testicoli; non mi sembrarono gravi, solo non potevano camminare. Noi ci offrimmo subito di trasportarli ma i fascisti, senza ascoltare le nostre suppli­che, li uccisero sul posto. Dopo averci legate le mani ci portarono poi verso Valletti caricandoci dei loro zaini e delle loro cassette di munizioni; a Valletti apprendemmo dell’arresto di Don Bobbio, ma non ce lo fecero vedere. Diedero quindi fuoco alla chiesa. Marciammo per tutta la strada a suon di botte. Solo qualche alpino, di nascosto, cercava di farci coraggio.

A Santa Maria del Taro c’erano già una trentina di prigionieri, tra civili e partigiani; ci ammassarono tutti insieme in una stanza. Mi ricordo il fiero com­portamento di un giovane partigiano, ex alpino passato di recente nelle nostre file: Cecio [Benito Pani] si chiamava. Aveva un braccio ferito ma non lo aveva detto perché non gli succedesse come agli altri feriti che erano stati uccisi subito. Un sergente fascista che lo aveva riconosciuto, gli rinfacciò la sua diserzione dalla Monterosa: Cecio allora gli rispose sprezzantemente che solo un vigliacco poteva permettersi di insultare così un prigioniero; che se egli fosse stato libero anziché legato, certo il sergente non avrebbe avuto il coraggio di ripetere quel che gli aveva detto.

Il mattino dopo ci fecero salire su un camion scoperto e ci portarono a Chiavari. Sul camion, legato come noi, c’era anche Don Bobbio il quale ci rivol­se alcune serene parole di incoraggiamento. Nelle prigioni di Chiavari, il matti­no di Capodanno venne a farci visita Spiotta il quale ci disse: «Avete ammazzato quattro dei miei uomini; voi siete trenta e poiché ce ne vogliono almeno dieci di voi per ognuno dei miei sto aspettando la cattura di altri dieci ribelli per fucilarvi tutti assieme».

Poi si avventò su uno dei nostri compagni e lo trascinò a calci e pugni al Co­mando delle Brigate Nere; lo rivedemmo solo nel tardo pomeriggio: quel ragaz­zo era diventato irriconoscibile per le botte che aveva preso.

Ogni giorno veniva un certo Marcone il quale ci picchiava con un nervo di bue, il Tenente Rossi invece ci assestava dei tremendi pugni in faccia. Uno delle Brigate Nere aveva riconosciuto Pesce (Renato Colombo) avendolo visto nel corso di una nostra azione: venne più volte solo per picchiarlo ferocemente, in cella, col calcio del moschetto. Comunque, malgrado le botte, nessuno di noi rispose mai alle domande che gli venivano rivolte riguardo alla formazione. Mia madre stava facendo di tutto per liberarmi ed era andata persino a raccomandarsi a Padre Illuminato; questi una volta mi prese in disparte e mi disse: «… tu sei delinquente perché hai lasciato padre e madre per scappare coi banditi. E adesso lo sai la sorte che ti tocca?» Gli risposi: «Mi toccherà la sorte degli altri, io sono convinto di aver fatto il mio dovere, la mia sorte la subirò». Allora si infuriò ordinò al sergente che mi frustassero a sangue. lo ero talmente stremato dalle botte che mi misi a gridare: «…. ho già preso tante botte, non me la sento più, fucilatemi ma non frustatemi più!» Meno male che quel giorno il sergente non era in vena e mi cacciò in cella con un calcio nel di dietro.

   Una mattina Padre Illuminato venne ancora da noi e ci disse: «Il vostro sacerdote l’ho confessato in questo momento, tra poche ore lo fucileranno; voialtri attendetevi la stessa sorte». Invece, grazie al cielo, quella sorte non ci è toccata.

   Grazie al Comando della Coduri e a Riccio in particolare, che fece l’azione di Riva procurando dei prigionieri da scambiare con noi; così all’infuori di Renato Colombo (il quale venne fucilato) e di Sanguineti (che morì in carcere) tutti riuscimmo a salvare la pelle e a rientrare nella nostra Brigata.

Concluso l’accordo per il cambio, giunse alle carceri di Chiavari l’ordine di portare i prigionieri a Velva […] dove avvenne lo scambio…

 [N.d.r.: Fatto ritorno al proprio reparto, Bel Ami riprese il suo posto di combattimento che ricoprì con onore fino alla Liberazione].   

(evb 2019)

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L’ira di Spiotta contro i sacerdoti.

Sull’argomento adesione non adesione del clero alla RSI, Spiotta ci ha lasciato molto materiale su cui poter riflettere, dal dicembre ’44 fino alla fine della guerra, sulle pagine del giornale di Chiavari da lui diretto, Fiamma Repubblicana. Tutti sappiamo anche che la Santa Sede aveva diramato una direttiva ordinando ai prelati di tenersi fuori dalla contesa RSI-Resistenza; e solo in caso di bisogno, adoperarsi se mai solo per pacificare le questioni. Ma se all’inizio possono esserci state anche sporadiche adesione, nel proseguo il clero incominciò a guardare con maggior propensione all’antifascismo. E questo in special modo dai parroci del nostro entroterra (a cui mi riferisco in questo momento). Ma anche molti di quelli dei centri cittadini della costa divennero, in vari modi, veri e propri collaboratori della Resistenza. Questo fatto scatenò l’ira di Spiotta che si produsse in una violenta campagna contro di loro incominciando, numero dopo numero, a inveire contro di loro attraverso le pagine del suo giornale: pubblicando via via i loro nomi, le parrocchie o sedi dove facevano servizio, i loro intrighi o complotti (reali o immaginari) contro la RSI. Insomma, li metteva completamente alla berlina da sembrare volesse quasi additarli ai “punitori” per intervenire e metterli a dovere. E in uno dei suoi più duri libelli arrivò addirittura a scrivere: “I rintocchi delle vostre campane, o Preti, sono dei rintocchi funebri della vostra agonia e quello che è più triste dell’agonia della Chiesa di Cristo che voi avete ridotto in questo stato. Non c’è più parole, o Sacerdoti, le poche figure di buoni sacerdoti impallidiscono e svaniscono offuscate nell’ombra tragica che si riverbera su di loro per l’opera vostra, o Preti senza Dio”.

Mentre al contrario ha un profluvio di elogi per padre Illuminato, padre Eusebio e fra’ Ginepro che definisce “figure di onesti repubblicani”. E per padre Illuminato stravede, addirittura. E mostra  una considerazione sconfinata verso questo frate già rettore del convento dei Cappuccini di Sestri Levante, perché, oltre che cappellano della B.N. Silvio Parodi, lo fregia dei gradi militari di capitano della Milizia. Quindi squadrista a tutti gli effetti. E alla fucilazione, “au Pin”, dei sei partigiani padre Illuminato “detronizza” il tenente Barbalace, comandante designato del plotone di esecuzione, e ne assume il comando. (N.evb) – Per padre Eusebio (1913/1985) al secolo Eusebio Zappaterri; e fra’ Ginepro (1903/1962) al secolo Antonio Conio, per chi volesse approfondire e leggerne breve biografia, vedere anche: www.italia-rsi.it.

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Ma le sorti di padre Illuminato quali sono, poi? Dopo i fatti ricordati sopra, sparisce, letteralmente. Sappiamo che i partigiani l’hanno cercato con  assiduità per diversi mesi, anche a guerra terminata, andando a frugare nei più reconditi conventi della zona, inseguendo voci di vari avvistamenti, ma mai nulla si concretizzò. Loro intenzione era quella di processarlo insieme a Spiotta, Podestà e Righi, ma il processo ai tre avvenne senza la presenza di padre Illuminato e del tenente della Monterosa Mario Cristiani, responsabile delle car­ceri di Chiavari, dell’ufficio detenuti politici e del servizio informazioni.  E fu senz’altro uno dei più accaniti persecutori dei prigionieri politici e dei partigiani. Sadico, oltre misura, completamente succube dei nazisti, usava sistematicamente torturare ogni sua vittima fino allo sfinimento, e a volte fino alla sua morte. Nel dopoguerra, al processo svoltosi a Genova contro i crimini della Monterosa, Cristiani non c’era perché era riuscito, come altre centinaia di criminali delle SS, a rifugiarsi in tempo all’estero, salvandosi. Forse in Argentina, come si è sempre sentito dire. E i trenta e più crimini da lui commessi rimasero inespiati. Quindi per ora lasciamo i nostri personaggi dove stanno al momento e li riprenderemo poi, soprattutto padre Illuminato che seguiremo nella sua successiva fase processuale svoltasi a Chiavari nel 1955.

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PARTE SECONDA

Nella parte prima abbiamo esaminato un po’ i fatti di Santa Margherita di Fossa Lupara con la fucilazione, per rappresaglia, dei sei partigiani, scelti così, a caso. E le vicende di padre Illuminato eclissatosi subito dopo aver presenziato e diretto il dissacrante cerimoniale di questo assai irriverente rito funebre e assistito ai funerali del tenente della Xa MAS; in questa seconda parte ci soffermeremo invece sulla successiva fase processuale a cui padre Illuminato e stato sottoposto nel dopo guerra a causa di questi suoi discutibili comportamenti mantenuti durante la sua appartenenza alla BN Silvio Parodi, in stretto collegamento d’intenti con Vito Spiotta e il tenente Mario Cristiani, e altri.  

 

1- (Da “La Nuova Stampa” di mer. 23 marzo 1955, p.5)

Terzo processo a un frate per fucilazione di partigiani

Sua madre è convinta d’aver raccolto le prove che è innocente

 

P. 5 della Stampa  di Torino del 23.03.1955 – Chiavari, 22 marzo..

 (Trascrizione)

La Corte d’Assise di Chiavari, in sessione di appello, si occupa domattina di un caso vecchio di ben dieci anni, che per a terza volta viene portato dinanzi ai giudici. Imputato è un frate francescano, padre Illuminato, al secolo Francesco Minasso di 48 anni, nativo di Riva Santo Stefano, in provincia di Imperia, ex cappellano delle brigate nere. Il frate, che non sarà presente al processo perché subito dopo la Liberazione si rifugiò in Perù, è accusato di aver partecipato alla fucilazione di cinque partigiani avvenuta a Santa Margherita di Fossalupara il 18 marno 1945.

Un primo processo si ebbe a Chiavari nel ’46 ed il francescano fu condannato a trenta anni di reclusione. La sentenza venne impugnata dai difensori, e la Cassazione la riformò parzialmente rinviando il processo all’Assise di Pisa. Anche nella città toscana padre Illuminato si vide condannare a trent’anni di reclusione. Ma la madre e il fratello del frate non disarmarono, e continuarono ad indagare sui fatti attribuitigli, finché non riuscirono a venire in possesso di prove che farebbero mutare totalmente aspetto ai capi d’accusa; presentarono allora un esposto alla Corte Suprema, che lo accolse e ordinò la revisione del processo.

I fatti per i quali padre Illuminato venne rinviato a giudizio sono i seguenti: La sera del 7 marzo 1945 una pattuglia di partigiani in servizio di sbarramento sulla Via Aurelia fino a Cavi di Lavagna, catturò il cappellano e lo portò sui monti pensando che avrebbe potuto essere scambiato dai fascisti col padre di un capo partigiano detenuto a Chiavari. La pattuglia venne però a contatto con un reparto della Monterosa e durante una sparatoria padre Illuminato riuscì a fuggire. Raggiunti i reparti fascisti seppe che a Fossalupara, vicino a Sestri Levante, sarebbero stati fucilati degli ostaggi per rappresaglia. Armato di mitra, egli si sarebbe fatto portare in quella località per prender parte all’esecuzione. I partigiani, avvertiti di quanto stava accadendo, accorsero a Fossa Lupara, ma troppo tardi, e tra le sterpaglie trovarono solo corpi di cinque giovani: Giuseppe Barletta, Luigi Marone, Alessandro Sigurtà, Arturo Arosio ed Emanuele Giacardi.

Questo è, almeno, ciò ci risulterebbe dai processi precedenti. Adesso però si dice che saranno presentate le testimonianze di alcuni appartenenti al plotone d’esecuzione, i quali dichiarerebbero che Padre Illuminato non fu presente a Fossa Lupara il giorno dell’uccisione dei cinque partigiani. (m. g.)

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2- (Da “La Nuova Stampa” di Giovedì 24 marzo 1955, pag. 5 )

Il frate processato per omicidio è tornato dal Perù per scolparsi
Contro le deposizioni dei testimoni, egli afferma che tentò soltanto di alleviare le ultime ore dei partigiani condannati a morte

(Dal nostro corrispondente) Chiavari, 23 marzo.

24-03-1955-Prima udienza

 (Trascrizione) 

L’arrivo di padre Illuminato alla prima   udienza   del processo che si è aperto contro di lui all’Assise di Chiavari, è stato un  piccolo colpo di scena: nessuno infatti era a  conoscenza che il   frate fosse tornato dal  Perù.

  Il presidente Tana inizia riepilogando i fatti che  hanno condotto il sacerdote sul banco   degli  accusati, ed in particolare si sofferma   sull’accusa   che gli si muove di aver partecipato alla   fucilazione di sei partigiani, avvenuta il 18 marzo 1945. Questo è un processo di revisione, e quindi si deve esaminare se le nuove prove addotte dall’imputato siano in grado di scagionarlo completamente: non ci sono vie di mezzo, o assoluzione con formula piena o conferma della condanna.

Negli altri processi era risultato che padre Illuminato era uno squadrista: a questo dovette la sua nomina a cappellano delle brigate nere. Il francescano, interrogato, dichiara di non essere mai stato né squadrista né fascista. Ma il presidente gli legge una lettera inviatagli dall’allora segretario federale del fascio di Genova, nella quale è detto che padre Illuminato era uno squadrista ed un buon fascista. Vengono contestate all’imputato anche le dichiarazioni di un certo padre Marcello, cappuccino, allora guardiano del Convento di Sestri Levante, che presenta il frate come fascista fervente. Padre Illuminato continua a negare ogni addebito: dice di non essere mai stato armato, di non aver mai fatto nulla di male, ma solo cose caritatevoli. Viene letta la deposizione di Anna Garibotti, la quale parla della durezza del frate verso i prigionieri. Ma l’imputato afferma di aver solo cercato di alleviare le ultime ore dei poveri condannati a morte, nient’altro. Confessò cinque partigiani ed ebbe da loro biglietti per le famiglie: solo il Moroni [Marone] non volle confessarsi.

È chiamato poi Vincenzo Moroni [Marone], padre di un fucilato. Egli si rivolse a padre Illumi­nato per impetrare la salvezza del figlio, ma afferma di essere stato da lui trattato bruscamente. Dice inoltre di essere stato informato da altri della partecipazione del frate alla esecuzione del figlio. Padre Illuminato avrebbe gridato in quella occasione: «Dio vi ha dato la vita, io ve la tolgo».

In difesa del sacerdote parla Giovanni Canepa, allora commissario prefettizio a Sestri Levante, il quale dice di non averlo mai veduto armato.

Nella udienza pomeridiana viene sentito per primo Domenico Peirano, oste nelle vicinanze di Fossaluparia. La sera del 18 marzo 1945 si presentò alla sua abitazione un giovane col volto macchiato di sangue, che risultò poi essere il partigiano Piana, il quale gli disse di essere scampato alla fucilazione: ferito, aveva perso conoscenza ed era stato creduto morto. Alla presenza di sua moglie e del fratello, il ferito gli raccontò che padre Illuminato si era avvicinato al Moroni [Marone] invitandolo ancora una volta a confessarsi. Il partigiano, estratta di tasca una immagine, aveva detto: «A questa mi confesso, a voi no!», Il frate allora aveva impugnato un’arma, esclamando: «Ti conosco!», ed aveva fatto fuoco, dando così il via alla fucilazione. Il partigiano Piana morì pochi giorni dopo in seguito alle ferite riportate.

Ultimo teste della giornata è Italo Ravettino, ed in seguito alle sue dichiarazioni la Corte decide di fare un sopralluogo sul posto dove avvenne la strage. Partigiano della divisione Coduri, il Ravettino si trovava a passare nei pressi di Fossalupara la sera dell’esecuzione. In una prima deposizione disse di aver assistito alla scena e di aver veduto padre Illuminato che sparava. In un secondo tempo dichiarò però di aver appreso quel particolare da altre persone. Oggi egli torna alla prima versione e la conferma. Gli avvocati difensori fanno naturalmente molte contestazioni: impossibile, essi dicono, che data l’ora, le diciannove, egli possa aver veduto qualcosa di preciso. Sul posto egli mostra alla Corte il punto da dove poté osservare la tragica scena e vedere il frate sparare. Si appura così che la distanza e di circa quattrocento metri. Non c’è quindi possibilità di controllare se il teste abbia potuto vedere con esattezza quanto accadde. L’udienza è stata rinviata a domani.  (m. g.)

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3- (Da “La Nuova Stampa” del 25 marzo 1955, p. 6) 

Il frate si ostina a respingere le gravi accuse del partigiani

L’esecuzione dei prigionieri nel racconto di un teste: siccome l’ufficiale esitava, Padre Illuminato avrebbe aperto il fuoco con la sua pistola – La madre di due giustiziati depone in favore dell’imputato – Un confronto drammatico.

(Dal nostro corrispondente) Chiavari, 24 marzo.

25-03-1955-Seconda udienza

(Trascrizione)

Numerosi altri testi sono sfilati oggi dinanzi alla Corte di Assise che sta giudicando Padre Illuminato, testimoni per la maggior parte a carico. Una voce in suo favore è stata quella del dott. Eugenio Sambuceti, medico di Chiavari. Egli ebbe il figlio prigioniero delle brigate nere, e Padre Illuminato si interessò con successo della sua liberazione: tutto ciò senza che venisse richiesto compenso alcuno. Anche la signora Angela Gandolfo con i figli ha testimoniato in favore dell’imputato, rettificando in parte una deposizione resa durante il dibattimento del 1946. Essa ebbe il marito e un figlio uccisi dai partigiani proprio sulla porta di casa: ed è appunto per questo episodio che, come rappresaglia, vennero fucilati i sei di Fossa Lupara. Quella sera, il 18 marzo 1945, essa racconta, si avvicinarono a casa sua dei brigatisti neri con alcuni prigionieri; erano i giustiziandi assieme al plotone di esecuzione; alla Gandolfo fu detto che dove erano stati uccisi i suoi, là dovevano essere giustiziati i partigiani. Piangendo, essa li supplicò di non farlo e di non spargere altro sangue. Chiese anche a Padre Illuminato, se tra quelli vi fossero gli uccisori dei suoi cari. Ed è proprio su questo punto che le due deposizioni contrastano. In un primo tempo la donna disse che il frate le rispose di no, che quelli erano altri partigiani — ma che non importava, perché suo marito e suo figlio dovevano essere vendicati: e poi anche quelli avevano certo altre colpe da scontare. Oggi invece la Gandolfo dice che Padre Illuminato, spingendola verso casa, le disse solo che nulla poteva fare per quei poveretti, in quanto andava eseguito l’ordine del Tribunale Militare. Allo stesso modo depongono i figli Rosanna e Francesco Gandolfo.

Nel resto delle due udienze non si sono udite che voci di accusa, con particolari spesso gravi, Dario Roverano è un giovane che fu rastrellato dai militi fascisti e portato al carcere di Chiavari. Una mattina gli si presentò Padre Illuminato, che il Roverano riconosce sul banco degli accusati. Il frate gli disse che poteva farlo liberare dietro pagamento di 70 mila lire: se non avesse pagato, aggiunse mostrandogli la pistola, un colpo e via. Il teste aggiunge che il sacerdote si interessava di sapere dai prigionieri notizie sulle formazioni partigiane per poi riferirle al comando fascista. Segue un vivace confronto tra il teste e l’Illuminato, che nega ostinatamente ogni circostanza. Veniero Canessa è un ex brigatista nero che esprime oggi un acuto risentimento contro i suoi ex commilitoni. Egli avrebbe saputo dal tenente Barbalace, che fu il comandante del plotone di esecuzione a Fossa Lupara, i tristi particolari della strage. Il tenente avrebbe esitato a dare l’ordine di aprire il fuoco: allora Padre Illuminato, gridando l’ormai nota frase «Dio vi ha dato la vita e io ve la tolgo», avrebbe sparato con una pistola. Il Pubblico Ministero gli contesta una sua precedente deposizione che fu assai meno chiara e sicura dell’attuale. Altre accuse sono state lanciate a Padre Illuminato da Aldo Valerio, il comandante partigiano che lo catturò due sere prima della fucilazione degli ostaggi. Egli dichiara che quando Padre Illuminato fu perquisito gli fu trovata in addosso una pistola, e la tessera di squadrista.

Il vigile urbano Luigi Latiro narra come durante un rastrellamento trovò rifugio in una galleria di miniera. Non visto, scorse tra i fascisti Padre Illuminato armato di mitra: fu proprio lui, anzi, a sparargli alcune raffiche. Padre Illuminato afferma di non avere mai partecipato ad alcun rastrellamento.

Una testimonianza diretta si ha alfine da Mario Garibotto, che fu prigioniero dei fascisti. È molto nervoso, e il ricordo di quei tristi giorni lo agita; tanto che il Presidente deve a più riprese invitarlo alla calma. Padre Illuminato andò a interrogarlo in cella assieme a un altro ufficiale: volevano delicate informazioni sui lanci di paracadutisti che avvenivano nella zona. Il Garibotto aveva la febbre molto alta, ma tuttavia fu percosso, e afferma che fu proprio il frate a infierire contro di lui. Il confronto è piuttosto acceso, data l’eccitazione del teste mentre si rivolge all’imputato, ma anche questa volta Padre Illuminato nega tutto.

Domattina dovrebbe terminare l’escussione dei testi e nel pomeriggio il Procuratore generale Tiana pronunciare la sua requisitoria. (m. g.)

Padre Illuminato lascia il palazzo delle Assise (Telefoto non riportata qui)

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4- (Da “Stampa Sera” di venerdì 25 – sabato 26 marzo 1955, p. 7)

Quinta udienza al processo di Chiavari

Padre Illuminato respinge le implacabili accuse dei testi

“Non ho mai portato armi (dice) ho fatto del bene quando è stato possibile” – Cosa dicono i testimoni della Difesa – Oggi pomeriggio la requisitoria del Procuratore Generale.

Dal nostro corrispondente

Chiavari, venerdì sera.

25/26.3.55-Quinta udienza al processo di Chiavari.

(Trascrizione)

Angela Marchetti, madre del partigiano Piana, non si è presentata stamane all’udienza perché ammalata; essa accorse sui monti del Chiavarese, in zona partigiana, vicino al figlio morente. Sarebbe stata una teste assai importante per la Difesa e, sulla sua deposizione, aveva particolarmente insistito la Cassazione nell’ordinare la revisione dei precedenti processi contro Padre Illuminato.

Il Presidente, vista quindi la impossibilità di udire personalmente la Marchelli fa leggere la testimonianza resa in precedenza. La donna dichiarò di non aver mai sentito dire dal figlio, pur nei suoi ultimi giorni di vita, che alcun frate avesse usato violenza ai partigiani; il giovane disse anzi che un frate li aveva assistiti spiritualmente prima della fucilazione.

Si è fatta viva, invece, all’udienza, Carmela Peirano, moglie dell’oste che abita a Fossa Lupara. Essa era insieme al marito quando il partigiano Piana, tutto insanguinato, si presentò in casa loro poco dopo essere miracolosamente scampato alla morte. Non sentì però quanto venne detto perché teneva in braccio una bambina di tre mesi che piangeva e inoltre era sconvolta dalla paura. Non può quindi dire assolutamente nulla su quanto il Piana raccontò al marito contro Padre Illuminato e cioè se fu il frate ad aprire il fuoco.

Viene quindi nuovamente chiamato a deporre Eugenio Ciardelli, che insieme al capo partigiano Valerio incontrò nei boschi il Piana salvatosi dalla strage. Egli udì il ferito dire che fu proprio Padre Illuminato ad Incitare gli esitanti componenti del plotone di esecuzione ad aprire il fuoco; non ricorda però se il Piana abbia detto che Padre Illuminato avesse sparato per primo.

Giuseppe Pasticcio [Pistacchio] è un anziano antifascista, il quale già prima della guerra subì ben quattordici anni di confino. Come partigiano fu catturato dalle «brigate nere» e seviziato. Un giorno, ha raccontato, fu trasportato in uno stanzone della Casa del Fascio che serviva da camera di tortura. Con lui ed altri c’era una bambina di quattordici anni, la quale era stata percossa da un ufficiate repubblichino. Padre Illuminato, dice il teste, si presentò sulla porta armato di mitra, vide la bambina e gli altri seviziati, ma non pensò nemmeno di porgere una parola di conforto o d’incoraggiamento. Il Pasticcio [Pistacchio] era stato condannato a morte ma, pare per interessamento di padre Illuminato, fu invece deportato in Germania: lo seguirono nei campi di concentramento la moglie e i figli, uno dei quali di 6 mesi, che vi trovarono la morte.

L’imputato, a questo punto, nega ancora di aver mai portato armi e continua a fare segni di diniego, nonostante le insistenze del Presidente.

Anche Gino Massa un altro teste, si trovava in quel periodo al carcere di Chiavari. Un giorno, dice, fu chiamato fuori dalla cella e incontrò padre Illuminato che lo insultò a lungo e lo minacciò di farlo fucilare: sotto il mantello, il frate portava il mitra. Alla sorella del Massa che piangente gli si rivolse perché facesse qualcosa per il prigioniero, il religioso le disse di pregare pure perché il fratello sarebbe stato fucilato.

Il testimone viene messo a confronto con l’imputato, ma senza risultato.

Cominciano ora i testi a discarico. Padre Ippolito Cappuccino è il primo. Il mattino del 18 marzo andò con padre Illuminato alle carceri di Chiavati; assisté al suo colloquio con i sei condannati a morte che gli chiedevano di far qualcosa per loro: non lo vide mai armato. Padre Erasmo dice che quel giorno – sempre il 18 — l’imputato alle 15,30 entrò nel convento di Chiavari. Lo vide uscire alle 17 e dirigersi verso Sestri in bicicletta e disarmato.

Padre Angelo è il provinciale per la Liguria. Sa che Padre Illuminato svolgeva opera di bene tra i prigionieri e che era sempre stato un ottimo frate.

L’udienza verrà ripresa nel pomeriggio: prenderà facilmente la parola, per la sua requisitoria, Il Procuratore Generale, (m. g.)

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5- (Da “La Nuova Stampa” del 26 marzo 1955, pag. 5)

Il P.M. non è sicuro che il frate abbia ucciso

Nel dubbio ha chiesto la conferma della condanna a 30 anni – Oggi la sentenza all’Assise di Chiavari

(Dal nostro corrispondente) Chiavari, 25 marzo.

La Nuova Stampa del 26 marzo 1945 – Sesta Udienza al processo di Chiavari.

(Trascrizione)

«Confermata a Padre Illuminato la condanna a 30 anni di reclusione», questa è stata la richiesta del P. G al termine della sua requisitoria.

Nonostante la severità della richiesta, non si può dire che la Pubblica Accusa abbia infierito contro l’imputato: gli ha concesso il beneficio di ogni dubbio, dichiarando che se si fosse trattato di un giudizio di primo grado o di appello non avrebbe esitato a chiedere l’assoluzione per insufficienza di prove; ma in sede di revisione non esistono le mezze misure, quindi non ha potuto che chiedere la condanna. Ha aggiunto però che i giudici popolari, che non sono come lui vincolati al codice, possono in camera di consiglio sentire meglio la voce della propria coscienza.

Il P.G. Tiana aveva iniziato dimostrando la necessità di ricostruire la personalità dell’imputato. Logica necessità, ha proseguito, perché si deve giudicare non un naufrago della vita ma un sacerdote, un uomo che per sua libera scelta deve essere portato alla carità, alla bontà, alla mansuetudine.

«Come si può dire così, con tutta tranquillità, che questo sacerdote abbia sparato contro un’altra creatura di Dio? C’è un abisso tra la parola assassino e la parola sacerdote. È quindi necessario vedere come le testimonianze lo hanno dipinto, prima di giungere a una conclusione nella nostra coscienza. Abbiamo cercato di vedere come padre Illuminato esce dal processo: di tutto cuore io gli auguro di essere intimamente diverso da quello che a noi è apparso. Era un ministro di Dio, quindi non aveva bisogno per svolgere la sua opera di amore di fare della politica e di iscriversi al fascio repubblichino. È sempre spiacevole parlar male del proprio simile, specie se il proprio simile veste il saio di S. Francesco: ma purtroppo stavolta è necessario».

«Mansuetudine e carità francescana: l’ebbe, forse padre Illuminato quando gli si avvicinò piangendo il padre di quel Moroni [Marone] che fu poi fucilato, e la sorella del Massa? Non richiamiamo più alla nostra mente quei tragici episodi: ma il fatto è che sono accaduti. Purtroppo nessun teste è venuto a narrarci di atti veramente d’amore fraterno, fatti da padre Illuminato».

Il P.G. continua: «Cosa devo dire quando tanti testi vengono a deporre che un sacerdote era armato? Egli nega, ma troppi lo smentiscono. Forse saranno stati suoi avversari politici, ma questo non è sufficiente per dichiararli falsi. Ma non basta: è una scala penosa che io devo salire con padre Illuminato. Non solo egli portava le armi, ma le usava. Vedete l’episodio della galleria di Libiola, durante un rastrellamento: padre Illuminato non esitò allora a sparare».

«Se padre Illuminato ha usato una volta le armi, non è impossibile che le abbia usate anche nell’episodio più grave che interessa la causa. Non va dimenticato infatti che questo processo deve solo dire se il sacerdote abbia le mani nette oppure sporche di sangue. Deve essere appurata la fondatezza di quanto hanno detto quattro persone che erano i pilastri dell’accusa: Ravettino che si dichiarò teste oculare della strage; Barbalace che comandò il plotone d’esecuzione; Canepa che ripetè il racconto di Barbalace; Peirano che ricevette il racconto del partigiano Piana salvatosi dalla fucilazione.

Il P. G abbandona il Ravettino, che secondo lui ha riferito cose per sentito dire. Più attendibile può essere il Canepa, che riferì le confidenze del Barbalace; cose che almeno in parte confermò il tenente delle brigate nere in un processo in cui apparve come imputato. Inoltre c’è il racconto del Peirano, che non ha dimostrato particolari idee politiche e che quindi non può essere sospettato di faziosità. D’altra parte nessun componente il plotone di esecuzione parlò mai della diretta partecipazione di P. Illuminato alla strage.

Tuttavia per l’accusa un dubbio c’è: lo ha sollevato la deposizione della Marchetti madre del Piana, alla quale prima di morire il figlio narrò che gli altri cinque suoi sventurati compagni morirono tranquilli perché confortati fino alla fine da un frate. Può darsi però, aggiunge l’accusa, che il giovane abbia voluto risparmiare alla madre particolari tanto crudeli. Il dubbio — continua il P. G. — scaturisce logico e umano, e io sono obbligato a trarne atto. Può questo sacerdote avere sparato su dei figli, per poi all’indomani scrivere nobili lettere di condoglianza alle madri? Contraddizione enorme alla quale io non so rispondere. Se noi abbiamo un dubbio, cosa dobbiamo fare? Il dubbio c’è, ma manca anche la prova completa che padre Illuminato sia innocente: devo quindi chiedere la conferma della precedente sentenza.

In mattinata erano stati sentiti gli ultimi testi. Domani parleranno i difensori, e subito dopo si avrà la sentenza.      (m. g.)

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6- (Da “Stampa Sera” di Lunedì 28 – Martedì 29 marzo 1955 – p.5)

Alla Corte d’Assise di Chiavari

Padre Illuminato condannato a 30 anni

Chiavari, lunedì mattina.

Stampa Sera del 28-29.3-55. Sentenza di condanna per padre Illuminato

(Trascrizione)

La sentenza che condanna Padre Illuminalo, un cappuccino accusato di omicidio e di collaborazionismo, a 30 anni di reclusione, è stata confermata dalla Corte d’Assise di Chiavari in sede di revisione di processo. La causa aveva destato un grandissimo interesse, sia per la personalità dell’imputato, sia perché proprio in questa zona erano avvenuti i fatti addebitati al sacerdote.

Durante l’arringa del secondo difensore avv. Schirò, una donna in gramaglie, la madre di un caduto partigiano, è stata colta da una crisi e ha incominciato ad inveire contro l’imputato. Nell’aula gremita si è notato un movimento minaccioso; ma i carabinieri in poco tempo hanno ristabilito l’ordine, mentre il Presidente ordinava che l’aula venisse sgomberata.

La Corte si è trattenuta in camera di consiglio circa una ora e mezza. Quando la condanna è stata confermata — e Padre Illuminato l’ha accolta a capo chino — un applauso si è levato da dietro le transenne, dove il pubblico intanto era stato riammesso, ma la voce del Presidente lo ha subito troncato.

In mattinata aveva pronunciato la tua arringa prof. Tripodi che aveva cercato di sollevare le sorti del sacerdote chiedendo l’assoluzione piena. Alla stessa conclusione era giunto nel pomeriggio l’avvocato Schirò.

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7- (Da “L’UNITÀ” di domenica 27 marzo 1955, p. 2)

Trenta anni a un indegno sacerdote feroce massacratore di partigiani

Le drammatiche udienze del processo – Padre Illuminato chiedeva ai partigiani prigionieri – in cambio della vita – notevoli somme

Dal nostro corrispondente

L’Unità di domenica 27 marzo 1955.

Trascrizione.

Chiavari, 26. – Il Presidente della Corte d’Appello, dott. Lanas, non ha potuto trattenere quest’oggi l’applauso che ha salutato il verdetto della Corte che conferma la condanna a trenta anni di reclusione di Padre Illuminato, responsabile dell’assassinio di cinque partigiani e di atti di ferocia compiuti nelle montagne dell’entroterra chiavarese, durante la lotta di Liberazione.

Il processo contro questo indegno sacerdote, iniziatosi una settimana fa, ha visto sfilare sulla pedana dei testimoni decine di cittadini, madri, spose, sorelle, fratelli dei partigiani caduti che hanno implacabilmente accusato l’imputato, in una serie di drammatiche udienze che hanno udito raccontare episodi quasi incredibili: fra l’altro l’indegno frate è stato accusato di aver ucciso di suo pugno, con la pistola, un partigiano condannato alla fucilazione che si rifiutava di confessarsi a lui, e di aver fatto mercato della vita di numerosi condannati a morte ai quali, in cambio della “grazia”, chiedeva somme da 200 a 300 mila lire.

In due precedenti processi, Padre Illuminato era stato condannato una prima volta all’ergastolo e una seconda a 30 anni di reclusione, pena che il Pubblico Ministero, nella requisitoria pronunciata venerdì scorso, aveva chiesto alla Corte di confermare. Padre Illuminato che era scomparso dopo la Liberazione, trasferendosi nel Venezuela e poi nel Perù assieme al criminale di guerra Ante Pavelic, era condannato in contumacia; ma in questi giorni, fra la sorpresa generale, l’indegno sacerdote era tornato in Italia presentandosi ai giudici ai quali, naturalmente, ha conclamato la sua innocenza.

La seduta di oggi è stata particolarmente drammatica. A un certo momento, poco prima che la Corte si ritirasse per deliberare, la madre di un fucilato ha gridato all’indirizzo di Padre Illuminato: “Belva, belva, se i giudici ti assolveranno, le madri dei caduti già ti hanno condannato!”. Immediatamente il Presidente ha ordinato di proseguire a porte chiuse e, soltanto all’atto della lettura della sentenza, il pubblico è stato riammesso in aula.

In seguito all’interruzione, il dott. Tanas, ha chiesto ai difensori se ritenevano di dover proseguire il dibattito in altra sede, perché – sia in caso di assoluzione o di condanna – non si potesse pensare che il giudizio fosse stato influenzato dal pubblico. Il collegio di difesa ha chiesto di insistere.

Quindi la Corte si è ritirata e, dopo un’ora e un quarto di camera di consiglio, il Presidente Tanas ha letto la sentenza con la quale a Francesco Minasso, alias Padre Illuminato – imputato di collaborazionismo con il tedesco invasore e di omicidio continuato – viene confermata la precedente condanna a trenta anni di reclusione e la condanna al pagamento delle spese processuali. (M.C.)

(Nota E.V.B.) - Ante Pavelic, politico croato (Bradina, Erzegovina, 1889-Madrid 1959). Durante la Prima guerra mondiale, prestò servizio militare nell'esercito austro-ungarico. Nazionalista, fu avverso all'unione con la Serbia. Nel 1929 fondò a Zagabria il movimento Ustascia di ispirazione fascista e nel 1931 si trasferì in Italia sotto la protezione di Mussolini. Nel 1934 promosse l'assassinio del re di Iugoslavia Alessandro. Condannato a morte in contumacia in Francia, fu arrestato in Italia, ma ne fu negata l'estradizione e rimase in carcere, a Torino, fino al 1936; liberato, non gli fu consentita alcuna attività in ossequio all'Accordo di Belgrado (1937). L'11 aprile 1941, quando la Iugoslavia fu invasa dalle armate tedesco-italiane, Pavelic si insediò a Zagabria come duce {pogìavnik) del governo e del nuovo Stato indipendente croato. Resse il governo con risolutezza fanatica fino alla crudeltà. Fedele alla visione di una Croazia cattolica, Antemurale christianitatis, in lotta per una storica missione contro gli infedeli musulmani e ortodossi, Pavelic volle liberarsi con la violenza da circa due milioni di ortodossi e forse un milione di musulmani, su un totale di poco più di 6 milioni di abitanti. Un terzo circa degli ortodossi fu massacrato, un terzo circa costretto alla fuga in Serbia e il resto convertito a forza al cattolicesimo. Nel 1945 Pavelic fuggì da Zagabria in Austria e poi in America Latina.

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8- (Da “L’EUROPEO” del 3 aprile 1955, p. 36)

NIENTE DI PEGGIO DELLA GUERRA CIVILE, RICORDIAMOCELO

IL FRATE ARMATO DIMENTICÒ IL CROCIFISSO

Le prova dell’omicidio non è stata raggiunta, ma dopo la conferma della condanna padre Illuminato dalla barba bianca è comunque una figura da dimenticare.

L’EUROPEO del 3 aprile 1955.

Trascrizione

TOMMASO BESOZZI

                                                                         Chiavari, marzo

Padre Illuminato continuava a ripetere d’essere innocente quando, la sera di sabato, terminata l’ultima udienza del processo di Chiavari, i carabinieri gli si sono messi di fianco e, sorreggendolo, lo hanno portato alle carceri. Il frate, al quale la sezione di appello della corte di Assise ha confermato la condanna a trent’anni, pronunciata a Chiavari nel 1946, aveva fatto un lungo viaggio, per difendersi davanti ai giurati. Veniva dal Perù, dov’era riuscito a fuggire nell’aprile del ’45.

Padre Illuminato (Francesco Minasso) è nato quarantotto anni fa a Riva Santo Stefano, in provincia di Imperia e negli ultimi tempi della guerra è stato cappellano di una brigata nera che presidiava i paesi della Riviera di Levante, da Sestri alla Spezia. Lo si accusava, appunto, di aver seguito con il mitra in pugno i reparti che battevano la montagna per rastrellarvi i partigiani; di aver preteso danaro dai parenti degli arrestati, promettendone la liberazione; di aver partecipato alla fucilazione di un gruppo di ostaggi; di avere, anzi, ucciso con una pistolettata uno dei condannati, per dare l’esempio al plotone di esecuzione che esitava a far fuoco. Ma è giusto dire che poche volte si sono sentite, in un’aula di corte di Assise, testimonianze così contraditorie. Molti hanno attribuito al frate cappuccino atti di spietata ferocia; altri ne hanno parlato come di un santo. Il pubblico era il solito che si accalca ai processi di questo genere: gente scalmanata che a stento rinunciava all’applauso dopo una deposizione di accusa; e che avrebbe voluto veder ammanettare immediatamente, assieme all’accusato, anche i testimoni a sua difesa.

L’episodio più grave del quale si è discusso al processo è avvenuto la mattina del 18 marzo 1945, a Santa Margherita di Fossa Lupara, sui colli che sovrastano Sestri Levante. Padre Illuminato, qualche giorno prima, era caduto in un’imboscata di partigiani ed era stato catturato assieme ad alcuni militi delle brigate nere.

Non lo avevano trattato, certo, con troppi riguardi; gli avevano detto di mettersi l’anima in pace: lo avrebbero portato in una località di montagna dove aveva sede il comando della brigata “Zelasco” e, dopo un giudizio sul cui esito non era il caso di farsi illusioni, lo avrebbero passato per le armi. Invece, il cappuccino era riuscito a salvare la pelle, con una drammatica fuga. Aveva finto d’essere sfinito, incapace di reggersi in piedi; durante una breve sosta, nella notte, gli uomini che gli erano stati messi a guardia lo avevano lasciato per pochi minuti solo, convinti di non commettere un’imprudenza; il prigioniero, tenendo i lembi della tonaca in pugno, si era buttato giù per la china, saltando come una capra, e né gli inseguitori né le pallottole avevano potuto raggiungerlo. Una delle sentinelle alle quali era sfuggito è comparsa come testimone davanti ai giudici. “Portava il cinturone e la fondina della pistola sotto la veste”, ha raccontato. “E se non fossimo stati in tanti, quando lo abbiamo preso, ne avrebbe certamente fatto uso. Diceva, in paese, che avrebbe voluto sterminarci tutti; e, dopo la cattura e la fuga, ci ha odiato ancor di più”.

Una settimana dopo, i partigiani di Chiavari si erano appostati sulla strada che porta da Sestri alla Spezia ed avevano aperto il fuoco contro un autocarro militare: c’era stato un morto e qualche ferito. Un Tribunale di guerra, riunitosi negli uffici del comando delle brigate nere, aveva deciso che, per rappresaglia, dovessero essere fucilati cinque ostaggi, scelti tra i giovani rastrellati sulle montagne. L’esecuzione era stata fissata per la mattina del 18 marzo ed il comando del plotone era stato affidato al tenente Barbalace che, in seguito, comparso davanti ad un tribunale popolare ha convinto i giudici ad essere stato ingiustamente accusato di fascismo avendo sempre fatto il doppio giuoco. Anche l’uccisione degli ostaggi al Sestri non doveva essergli attribuita. Non era stato lui ad ordinare al plotone di far fuoco. Il tenente Barbalace aveva sostenuto che, giunto a Fossa Lupara e schierati i cinque partigiani davanti a un dirupo, stava pensando alla maniera meno pericolosa di farli fuggire, quando intervenuto il cappellano, impugnando la pistola. Il frate, per rompere ogni indugio, non aveva esitato a sparare contro uno degli ostaggi, gridando: «Dio ti ha dato la vita, io te la tolgo», e gli uomini del plotone, seguendo il suo esempio, avevano puntato i fucili e premuto sui grilletti, senza attendere l’ordine.

I cinque disgraziati ostaggi non erano morti tutti. Uno di essi, con tre ferite di pallottola al petto e alle braccia era rimasto immobile, coperto dal corpo di un compagno, trattenendo il respiro, i militi lo aveva palpato frettolosamente e si erano convinti che non fosse più in vita. Poi se n’erano andati, lasciando dov’erano i corpi dei giustiziati. Il ferito, dopo più di un’ora, si era scosso e, trascinandosi carponi, era riuscito a raggiungere un casolare poco lontano, dove era stato soccorso; ma le sue condizioni erano gravi; era spirato, infatti, all’indomani. Anche il contadino che abitava in quella casa di montagna avevo raccontato, molto tempo dopo, di aver ascoltato pressappoco lo stesso racconto dal giovane che aveva sperato di salvare: era stato il frate a far fuoco par primo. Però, chiamato tra volte dal giudice istruttore, aveva successivamente modificato la sua testimonianza, e la sua deposizione apparsa più incerta proprio nei punti essenziali. L’accusa era affidata quasi esclusivamente a questi due personaggi. Il primo dei quali non è comparso a nessuno dei tre processi, per ripetere ai giurati il suo racconto.

 Padre Illuminato nei giorni della Liberazione non si era lasciato sorprendere dalle squadre di partigiani che lo cercavano accanitamente in tutti i conventi, in tutte le canoniche della Riviera. Come sia fuggito all’estero non l’ha voluto raccontare a nessuno. Molti tuttavia dicono che, toltasi la tonaca del cappuccino e vestitosi da prete, è riuscito a raggiungere Napoli, a nascondersi nella stiva di un piroscafo che partiva per il Sud America. Uscito dal suo nascondiglio quando la nave era ormai al largo, il comandante e l’equipaggio avevano deciso di lasciarlo sbarcare al primo porto straniero, senza far storie. Il fuggiasco era arrivato così nel Venezuela ed era stato accolto in un convento, nel quale era vissuto più di un anno. Poi si era trasferito nel Perù ed aveva fondato a Lima un Istituto per allevarvi gli orfani e i ragazzi abbandonati. Nessuno sapeva, laggiù, che era stato cappellano delle brigate nere; e sembra che molti, nel Perù, lo considerassero un santuomo. La corte di Assise di Chiavari, nel ’45, lo aveva condannato in contumacia a trentanni di reclusione; la sentenza era stata riconfermata a Pisa, alla fine del ’46. Padre Illuminato, forse, non ci pensava più. L’anno scorso, a Lima, era stato investito da un’automobile e ne era uscito malconcio: camminerà, per tutto il resto della vita, con le stampelle. È stato appunto durante la lunga degenza all’ospedale che, pensando di essere vivo per miracolo, ha deciso di tornare a Chiavari, il giorno che il suo caso fosse stato discusso davanti ai giudici per la terza volta. «Prima di presentarmi al Tribunale di Dio, ha detto, voglio che anche gli uomini riconoscano la mia innocenza». I fratelli del frate avevano raccolto diverse testimonianze favorevoli; la Cassazione aveva accolto la richiesta di revisione del processo; ed era stato revocato, automaticamente, anche il mandato di cattura. Così il cappuccino due volte condannato a trent’anni era potuto sbarcare a Genova, quindici giorni fa, senza finire sui carrozzoni della polizia.

Aveva fatto enorme impressione, comparendo nell’aula delle Assise, all’inizio del dibattito. Nessuno se lo aspettava. Padre Illuminato aveva la barba bianca e si trascinava faticosamente appoggiandosi alle stampelle. Si erano dovute portare tre sedie davanti al banco della giuria, perché il frate sedesse, stendendo le gambe irrigidite. Sembrava sicuro di uscire assolto. E respingeva sdegnosamente ogni accusa. Forse ha negato troppe cose, con troppa ostinazione, anche le circostanze meno gravi e sulla quali esistevano prove inoppugnabili. Questo sistema di difesa ha finito per indisporre. Non è stato, del resto, il solo errore di Padre Illuminato. Era partito da Lima senza rendersi conto, evidentemente, di quel che fosse un processo di revisione. Quando il procuratore generale aveva iniziato la sua arringa dicendo che se si fosse trattato di un giudizio di primo grado o di appello, non avrebbe esitato a chiedere l’assoluzione per insufficienza di prove, la drammatica espressione di ansia che si leggeva sul viso del cappuccino dalla barba bianca era scomparsa di colpo e parecchi avevano sentito il suo sospiro di sollievo. “Ma, in sede di revisione”, aveva proseguito il magistrato, “non esistono le mezze misure…”. O l’assoluzione piena. O ancora una condanna a trentanni di carcere: non c’era alternativa. Non uno dei giurati, forse, era convinto che il frate avesse ucciso; ma neppure era sorta dal dibattito la prova indiscutibile della falsità dell’accusa, ed a perdere il cappellano delle brigate nere era bastato quel dubbio. Perché un processo di revisione impone appunto alla giuria di capovolgere una massima che è antica come il mondo: nel dubbio condannare. Forse, aveva aspettato troppo. Durante tutti questi anni, nei paesi della Riviera di Levante, si era seguitato a raccontare del cappuccino che ammazzava i partigiani gridando: “Dio ti ha dato la vita, io te la tolgo”. E le incertezze del processo consentono di dubitare dell’esattezza di un così feroce ritratto. Ma è molto più difficile difendersi da una leggenda diffusa da tante bocche, che è stato un cattivo frate senza essere forse, un assassino, questo non lo sapeva.                                                                                          (Tommaso Besozzi)

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9- (Da “Scritti Vari (1900-1957)” by Gaetano Salvemini, a cura di Giorgio Agosti e Alessandro Garrone, pp. 945/946, Ed. Feltrinelli, Milano 1978; già ne “Il Ponte”, maggio 1955, pp. 741-742, a firma “G. S.” [N.d.C.].

(Frammenti di vita italiana)

Processo di padre Illuminato

Gaetano Salvemini (1873-1957)

Apprendiamo da “La Stampa” che padre Illuminato, processato ­riprocessato, condannato e ricondannato sotto accusa d’aver partecipato ad ammazzamenti di partigiani, anzi di averne ammazzato uno con le sue proprie medesime mani, è stato «processato e ricondannato alle Assise di Chiavari».

Quel che interessa nel processo di Chiavari, è l’atteggiamento del Pubblico ministero. Quest’intergerrimo magistrato, messo innanzi a prove che sfondavano gli occhi, ha dovuto proporre che la condanna a 20 anni di galera, precedentemente riportata e sempre annullata, fosse confermata. Ma ha fatto quella proposta, confessando alla giuria che non era proprio ma­tematicamente sicuro che fosse il caso di confermarla.

Avvegnaché, se si fosse trattato di un giudizio in primo grado o in appello, e non di una revisione, nella quale bisogna o confermare o cancellare senz’altro la sentenza precedente, avrebbe proposto l’assoluzione per in ­sufficienza di prove; ma i giurati in camera di consiglio potevano fare a modo loro, ed assolvere il frate. Avvegnaché, si doveva giudicare “un sa­cerdote, un uomo che per sua libera scelta deve essere portato alla carità, alla bontà, alla mansuetudine. “Possibile per un uomo siffatto commettere delitti che chiamano trent’anni di galera? “Come si può dire in tutta tran­quillità che questo sacerdote abbia sparato contro un’altra creatura di Dio? C’è un abisso tra la parola assassino e la parola sacerdote.” E le prove, signor nostro colendissimo, le prove non servono a niente, quando si tratti di un sacerdote? Certo “bisogna vedere come le testimonianze lo hanno dipinto, come padre Illuminato esce dal processo. “Ora sta il fatto che padre Illuminato è uscito dal processo in veste tale che il pubblico mi­nistero “gli augura di tutto cuore di essere intimamente diverso da quello che a noi è apparso”. “Non aveva bisogno per fare la sua opera di amore di iscriversi al fascio repubblichino.” “Ebbe mansuetudine e carità france­scana,” quando il padre di uno destinato alla fucilazione e la sorella di un altro andarono a chiedergli pietà? “È sempre spiacevole parlar male del proprio simile,” (Il mestiere del pubblico ministero non è precisamente quello di parlar male dei propri simili?) Eppoi in questo caso il simile “veste il saio di S. Francesco.” “Ma purtroppo stavolta è necessario.” “Non richiamiamo più alla nostra mente quei tragici episodi. Ma il fatto è che sono accaduti.” “Tanti testi vengono a deporre che era armato?” “Forse saranno stati suoi avversari politici, ma questo non è sufficiente per dichia­rarli falsi.” “Non solo egli portava armi, ma le usava.” “Durante un rastrellamento, padre Illuminato non esitò a sparare.” I testimoni che hanno affermato questo fatto, non possono essere ignorati, “d’altra parte nessun componente il plotone di esecuzione parlò mai della diretta par­tecipazione di padre Illuminato alla strage.” “Un dubbio c’è.” “Se abbiamo un dubbio, cosa dobbiamo fare?” “Manca la prova completa che padre Illuminato sia innocente.” “Devo quindi chiedere la conferma della pre­cedente sentenza.” Dopo un’accusa di questo genere, che cosa poteva fare un giurato ragionevole? Pensare che, se mancava la prova completa dell’innocenza, mancava anche la prova completa della colpa. Laonde, motivo per cui assolvere.

Il presidente non era sicuro, a quel che pare, che i giurati avrebbero obbedito alle suggestioni di quel pubblico ministero dal cuore tenero; e suggerì agli avvocati di difesa se per avventura non ritenessero fosse il caso di domandare il rinvio del processo ad altra sede per legittima suspicione. Gli avvocati della difesa, sicuri dell’assoluzione dopo quel po’ po’ di accusa spifferata dal pubblico ministero, rifiutarono la suggestione del magnanimo presidente. Ed ecco che i giurati, non persuasi dal pubblico ministero, con­fermarono i vent’anni di galera al figlio di San Francesco d’Assisi.

Ora staremo a vedere se la Cassazione casserà la terza sentenza, e farà rifare il processo una quarta, una quinta, una millesima volta, finché l’ottimo padre Illuminato non sarà assolto. Trattandosi di un frate bisognerà ben trovare una giuria che lo assolva una volta per sempre. Siamo o non siamo in regime di concordato?

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10- (Da “La Nuova Stampa” del 18 ottobre 1958, p. 7, [s.f.])

Ordinato un nuovo processo per il frate collaborazionista

 Roma, 17 ottobre.

La Stampa del 18-10-1958 p. 7.

(Trascrizione)

I giudici della Corte d’Assise d’Appello di Torino dovranno dire se un frate cappuccino, padre Illuminato, che attual­mente si trova nell’America del Sud dove svolge la sua normale attività religiosa, è responsabile delle gravi accuse per difendersi dalle quali si sta battendo da trentasei anni. Il re­ligioso è imputato di concorso in omicidio. Per questo reato è stato condannato a 30 anni di reclusione: un terzo della pena è condonato.

Padre Illuminato, al secolo Francesco Minasso, ha cinquantuno anni, è nato a Riva Santo Stefano in provincia di Imperia e dal convento dei Cappuccini a Porta San Bernardino a Genova fu trasferito d’autorità, dai suoi superiori religiosi, nel Perù subito dopo la guerra. Egli infatti, subito dopo l’8 settembre 1943 era diventato cappellano delle brigate nere con il grado di capitano. In tale veste avrebbe parteci­pato a numerosi rastrellamen­ti «andando palesemente ar­mato».

L’episodio che ha portato pa­dre Illuminato dinanzi ai giudici ebbe origine il 3 marzo 1945 quando a Santa Margherita di Fossa Lupara vennero uccisi da due partigiani il te­nente della X Mas, Rodolfo [Roberto] Gandolfo, e suo padre. I fascisti di Chiavari, allora, con­vocarono d’urgenze un tribunale militare e decisero di condannare a morte, per rappre­saglia, cinque partigiani dete­nuti come ostaggi. L’accusa sostiene che padre Illuminato non intervenne alla fucilazione soltanto per somministrare ai condannati i sa­cramenti, ma cooperò alla esecuzione «non esitando a fare uso del mitra, di cui era armato, contro una delle vittime che si era rifiutato di farsi confessare da lui e dicendo di preferire una confessione fatta direttamente davanti ad una meda­glietta che teneva al collo».

Sottoposto immediatamente a procedimento penale, subito dopo la fine della guerra, i giudici della Corte d’Assise spe­ciale di Chiavari ritennero pa­dre Illuminato responsabile del concorso in omicidio volontario e lo condannarono a 30 anni di reclusione. Due anni dopo la Corte d’Assise speciale di Pisa confermò la sentenza. Dopo un primo ricorso in Cassazione, i giudici della Corte d’Assise d’Appello di Chiavari confer­marono la sentenza. Ora la Suprema Corte ha ordinato il nuovo processo alle Assise d’appello di Torino. [s.f.]

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11- (Da “La Stampa” di Domenica 25 gennaio 1959, p. 2 [s.f.])

 Cappellano di brigate nere processato per la 4a volta

La Stampa del 25 gennaio 1959

(Trascrizione)

Dopo tre processi a Chiavari, a Pisa, a Genova — tutti conclusi con la condanna a 30 anni di re­clusione — la Cassazione ha de­ciso che per la quarta volta, di­nanzi alla Corte di Assise di ap­pello di Torino, sia esaminato il caso di “Padre Illuminato”, il cappuccino Francesco Minasso, nato in provincia di Imperia nel 1907. L’accusa sostiene che dopo I’8 settembre, quale cappellano delle brigate nere, egli prese par­te alla fucilazione di cinque par­tigiani, a rastrellamenti e sac­cheggi; avrebbe inoltre compiuto atti d’estorsione, pretendendo de­naro per intervenire a favore dei prigionieri.

L’episodio più grave sarebbe avvenuto il 18 marzo a Fossa Lupara nel Chiavarese: incarica­to d’assistere spiritualmente cin­que condannati a morte avrebbe fatto fuoco con il suo «sten» con­tro uno di essi, perché rifiutava di confessarsi, ed avrebbe incitato il plotone a sparare contro gli altri. Alcuni testimoni hanno dichiarato che era stato sentito di­re: «Hai l’anima nera e ti fac­cio fucilare», ed ancora: «Dio ti ha dato la vita ed io te la tolgo».

A favore dell’imputato sta la de­posizione della madre di uno dei cinque partigiani di Fossa Lupa­ra, il quale riuscì a scampare fingendosi morto: la donna seppe da lui che un cappuccino li aveva confessati, ma non sentì mai dire che il cappuccino avesse preso parte alla fucilazione e che avesse esortato il plotone a sparare.

Gli atti del processo sono giun­ti ieri alla cancelleria della nostra Corte d’Assise di appello. Attual­mente Francesco Minasso si tro­va a Lima nel Perù, dove ha fon­dato una «città del ragazzi». [s.f.]

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12- (Dal giornale “Avanti!”, p. 3 del 12 marzo 1965, s.f.)

DEVE SCONTARE 30 ANNI DI RECLUSIONE

Massacratore di Salò l’arrestato di Torino

Natale Giuseppe Grasso partecipò a rastrellamenti, a saccheggi, a devastazioni e all’assassinio di 5 partigiani.

Il giornale “Avanti!” p.3, del 12 marzo 1965.

PISA, 11. — Natale Giuseppe Grasso, di 67 anni, di Asti residente a Sestri Ponente, arrestato ieri a Torino dai carabinieri, è uno dei protagonisti fino a ieri ancora latitante, della fucilazione dei cinque partigiani, avvenuta il 18 marzo 1945 in località Santa Margherita di Fossa Lupara.

Il Grasso venne giudicato in contumacia dalla corte d’assise speciale di Pisa, il 27 novembre 1947, e condannato a 30 anni di reclusione, assieme a Francesco Minasso di 58 anni, di Riva Santo Stefano (Imperia) soprannominato «padre illuminato», tuttora latitante.

Sempre per gli stessi fatti furono processati per legittima suspicione a Pisa, in stato di detenzione, Tullio Dante Vattuone, di Sestri Levante, condannato a 25 anni e quattro mesi di reclusione; Agostino Romiti, di Sestri Levante, condannato a 24 anni di reclusione; Guglielmo Piumetti, di Sestri Levante, condannato a 25 anni e quattro mesi di reclusione; Alberto Bartelloni, di Sestri Levante, condannato a 25 anni e quattro mesi di reclusione; Giacomo Barbalace, di Mezzolombardo (Trento), e residente a Reggio Calabria, condannato a sette anni e quattro mesi di reclusione; Ettore Begani, di Sestri Levante, residente a Moneglia, condannato a 24 anni di reclusione; Francesco Giovanni Minasso, di Riva Santo Stefano, condannato in contumacia a 30 anni di reclusione. La stessa pena inflitta al Grasso.

Questo gruppo di uomini faceva parte delle brigate della «repubblica» di Salò al servizio dei tedeschi e come tali vennero processati anche per «collaborazione», avendo partecipato ad azioni di rastrellamento, di saccheggio; a devastazioni e cattura di ostaggi e partigiani, particolarmente nelle località di Casali, Barbagelata, Bargone, Nascio e Statale.

Essi, inoltre, il 18 marzo 1945 fecero parte del plotone di esecuzione che fucilò cinque partigiani: Giuseppe Barletta, Luigi Marone, Alessandro Sigurtà, Emanuele Giacardi e Arturo Arosio, catturati dai tedeschi.

 Amnistie

Inoltre, al Grasso furono addebitate altre imputazioni, per avere intimato a una donna, Eugenia Matura, minacciandola con la rivoltella, di rivelare dove erano nascosti quattro partigiani; per aver minacciato con armi, Giovanni Rasalto e Amedeo Bona; per avere arrestato Benedetto De Paoli, sottoposto poi a sevizie e maltrattamenti; e infine di furto aggravato.

Tutti i detenuti hanno beneficiato durante la loro detenzione di amnistie e condoni, risultanti negli atti del processo depositati presso l’archivio penale del tribunale di Pisa. Nello stesso fascicolo non risultano annotati gli stessi condoni a favore del Grasso e del Minasso, i quali al momento in cui vennero concessi i provvedimenti di clemenza erano ancora latitanti.

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Con questi tre ultimi inserimenti

Con questi tre ultimi inserimenti [10-La Stampa del 18.10.’957; 11-La Stampa del 25.01.’959 e 12-”Avanti!” del 12.03.’965] intenderei conclusa la fase processuale di padre Illuminato ricostruita attraverso le cronache giornalistiche delle varie udienze che mi è stato possibile reperire. Non riporto la cronaca dell’ultima udienza perché non sono ancora riuscito a trovarla da nessuna parte. Infatti, dopo il lungo lasso di tempo trascorso, anche giornalisticamente parlando, è forse venuto meno il necessario interesse per diffondere altre notizie al riguardo. Il che mi fa pensare ad una assoluzione, condizionata o no, in quanto padre Illuminato è spirato l’11 aprile 1969 in Perù, nella “Ciudad de Niño”, che anch’egli aveva contribuito ad istituire. E, a mio modesto avviso, bene hanno fatto le competenti Autorità Religiose ad allontanarlo dai luoghi dove quelle vicende s’erano maggiormente sviluppate. E questo soprattutto per far rasserenare un po’ gli animi della gran parte dei cittadini della Riviera di Levante così fortemente scossi dal comportamento ritenuto, secondo i canoni valutativi più diffusi tra la gente comune, assai poco consono ad un uomo di chiesa.

Come semplice cittadino – ancorché ragazzo, all’epoca – anch’io ho vissuto quei feroci avvenimenti (per me remasti in buona parte indecifrabili per alcuni tempi a seguire, per il motivo che a noi avevano insegnato che chi indossava un abito talare era da ritenersi più vicino a Dio) con un forte smarrimento, perché mi rendeva difficile ribaltare in me questo quasi quotidiano ed elementare insegnamento. Anche se da laico, ho sempre, poi, cercato di scindere questo tipo di storie in due distinti tronconi: quello collegato alla condizione di “soggetto (o uomo) civile” da quello collegato alla condizione di “soggetto (o uomo) ecclesiastico”.

Per la parte di “soggetto civile”: per quanto ho potuto constatare (ed anche sentito raccontare da altre persone che ritengo, essendo tutta gente di casa o altri che ho avuto modo di frequentare lungamente, persone serie e attendibili) posso in buona coscienza ritenere che il cappuccino abbia abbondantemente manipolato la verità durante tutta la lunga sfilza di processi svoltesi a suo carico. Infatti, anch’egli apparteneva a quel gruppo di adepti del regime che facevano parte delle brigate di Salò (quale capitano delle Brigate di Combattimento di Chiavari) stretti collaboratori dei tedeschi, quindi schierato dalla parte dei nemici: i quali, nel nostro entroterra, avevano ripetutamente partecipato a feroci rastrellamenti, e che avevano saccheggiato e devastato interi paesi e catturato ostaggi spesso innocenti e indifesi. Non posso sapere con certezza se abbia sparato veramente contro il o i condannati (comunque ritengo di sì, e se no: durante uno dei dibattimenti processuali è stato accertato che altre volte aveva usato armi direttamente contro i partigiani) ma sicuramente ha praticato il mercimonio in una lunga serie di circostanze in cui ha preteso (insieme ad altri con cui faceva comunella e dei quali si sono sempre conosciuti e tramandati nomi e cognomi, e che poi si sono potuti riudire, durante varie udienze in questi o in altri processi) somme di danaro da parenti in cambio di un “interessamento” a favore di prigionieri già sotto condanna o tenuti in ostaggio presso le carceri di Chiavari. Infatti, a Chiavari, si era venuto a creare una specie di “consorzio” dedito a spillare quattrini ai disgraziati che cadevano tra le loro grinfie, specialmente quelle dei tre o quattro individui che orbitavano intorno all’Ufficio terzo delle carceri di Chiavari, con annessa “sala delle torture”. Infatti, ne hanno molto raccontato anche chi le ha subite, queste torture. Si pensi per esempio a quel condannato che doveva essere fucilato a S. Colombano Certenoli, in località Pedagna, il giorno 30 ottobre 1944, e che invece è stato “graziato” solo qualche secondo prima che il gruppo dei 10 condannati e i loro aguzzini salissero sul camion per raggiungere il luogo dell’esecuzione, e inoltre che il suo nome era stato inserito nell’elenco dei deceduti trascritto sulla lapide marmorea dedicata loro poco dopo la fine della guerra (era stato “graziato” ma non cancellato dalla lista ufficiale dei fucilati). Non voglio qui fare nomi e cognomi, perché ritengo sia giusto così in quanto queste sono ormai cose che appartengono a tempi trapassati, e ritengo sia giusto ricordarsene ma senza aizzare animosità. Inoltre, vorrei anche precisare che io parlo di processi e non di “condanne”, in quanto ritengo che le sentenze le debbano formulare i magistrati, badando in primo luogo ai fatti; e poi alle norme di legge in vigore in quel momento; e non in base alle loro eventuali simpatie politiche, magari successive o di altro genere.

E poi, apprezzo assai poco coloro che continuano a definire i Partigiani dei “fuori legge”. Se si vuole parlare di fuori legge mi pare che lo siano in maniera superiore gli altri, i seguaci della RSI. E questo, nominando in primis il solo “Decreto legislativo luogotenenziale n. 194 del 12/4/1945”, e la precedente formazione del primo governo di unità nazionale, istituito il 24 aprile ‘44, retto da Badoglio, e che inglobava tutti i rappresentanti del Cln. Poi, come si sa, nel giugno 1944, Vittorio Emanuele III nominerà suo figlio Umberto “luogotenente del regno” e Badoglio si dovrà dimettere. Il successivo governo, presieduto da Ivanoe Bonomi, sarà nuovamente istituito dal Cln e manterrà stretti legami col movimento partigiano, ormai riunito anch’esso in un Clnai molto attivo in tutto il nord d’Italia, malgrado le continue rappresaglie tedesche. Quindi, esisteva un’Italia decisa a cambiare registro, anche se fortemente preoccupata per il suo futuro, ma che voleva fermamente contribuire anche alla causa alleata, perché avvertiva che ciò era l’unico modo per poter riconquistare la perduta libertà.

Come tutti ormai sappiamo, con il fronte fermo in corrispondenza della linea gotica, nel novembre del ‘44 i partigiani vengono invitati a sospendere le operazioni, ma Bonomi fa appena in tempo a riconosce il Clnai come rappresentante del governo nell’Italia occupata. Poi arrivò la primavera, e la Resistenza sfociò nell’insurrezione generale che, dopo tante sofferenze, ci portò la Libertà. Perciò i “fuorilegge” mi sembra siano proprio loro che continuavano a collaborare con Hitler e non i “Resistenti” che già cobellireggiavano con gli Alleati, i quali provvedevano a rifornirli di tutto il necessario per combattere al loro fianco, paracadutando persino squadre di istruttori militari (V.p.es. Missionene Walla Walla, Missione Pee Dee e Roanoke) diretti alle formazioni partigiane; e provvedendo a nutrirli, con i loro ripetuti aviolanci di generi alimentari.

Per quanto riguarda invece il lato “ecclesiastico” del cappuccino, credo che le sue Autorità Superiori si siano comportate con criterio, e bene abbiano fatto ad allontanarlo da Chiavari e a inviarlo in Perù, anche solo per far quietare la gente, e non vederselo più girare per la città. Perché, per dirne soltanto una, il cappuccino ha, anche dopo la fine della guerra, mantenuto un comportamento poco “adatto” ad un individuo che indossava il saio di S. Francesco, e che “gli gravava sulle spalle, indelebilmente” un titolo di “benemerito” appioppatogli pubblicamente da Vito Spiotta attraverso la “Fiamma Repubblicana, per le sue gesta; e poi, nella sua proterva insistenza a dichiararsi innocente, dimostrava una “cocciutaggine” negativa e una avidità di potere abnorme (come quella di fregiarsi dei gradi di capitano degli Squadristi). Il saio che indossava forse gli avrebbe dovuto per lo meno suggerire di agire con fare più improntato alla misericordia, e cercare poi di chiedere un umile perdono a tutta la popolazione per il male che aveva, anche se involontariamente (speriamo sia veramente così) arrecato forse a troppi. Mi spiace, ma io buona parte delle cose brutte che sono state testimoniate in aula, a Chiavari, contro di lui, o sono state riportate da me anche in altre sedi, le ho sentite raccontare la sera stessa o al massimo un giorno o due dopo l’eccidio, e tante erano persin peggiori. Quindi, ritengo che dopo un lasso di tempo così breve tra la causa ed l’effetto, non ci sia stata per nessuno la possibilità materiale di costruire una storia su misura, così perfetta, per incastrare o dire male del povero cappuccino. 

Poi neanche un mese dopo (il 9 aprile 1945) c’è stato un altro rastrellamento nei pressi, e precisamente a S. Vittoria e Libiola, e le nefandezze perpetrate sono state ancora peggiori. (Vedi ivi in: “La Resistenza nel Tigullio e sue vallate” – Fasc.40/Doc.2 – “Testimonianza rilasciatami dal partigiano “Leo” (Giovanni Tassano detto Pacelli – 1921/1999). Il quale, fatto prigioniero e anche lui torturato ai piedi con dei giornali accesi, mi ha raccontato che scendendo verso Sestri e incontrato il corpo di “Battolla” – ormai agli stremi e con gli intestini completamente fuorusciti dall’addome perché impalato con un palo appuntito da una delle due estremità (come quelli che i contadini usano piantare nei vigneti) glielo avevano piantato nella parte molle del ventre squarciandolo) il corteo s’era fermato e quelli, non paghi, incominciarono a beffeggiarne i miseri resti. Quando me lo raccontò, lui stava piangendo, e a me questo particolare fece un effetto talmente odioso che mi sembrò giusto, allora, evitare di parlarne perché mi pareva di mancare rispetto ad un morto.

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A questo punto mi pare però doveroso, al di là di ogni altra considerazione, tracciare un profilo sull’impegno monastico, davvero copioso, di Padre Illuminato. E sentendomi impreparato per questa delicata incombenza, mi affido, sperando non me ne voglia, a quanto poi Fr. Sergio Ramos ofmcop ha scritto sul “Bollettino di Informazioni Cappuccine Internazionali”, n. 264, p.2, giugno 2013, sotto il titolo “La Ciudad de los Niños de La Inmaculada”:

La “Ciudad de los Niños de La Inmaculada”

La nostra meta… giovani migliori…

Di: Fr. Sergio Ramos ofmcop

Pagina originale del Bollettino di informazioni Cappuccine Internazionali.

Cari fratelli, dalla città di San Martin de Porres y Santa Rosa de Lima, vorrei dividere con voi alcune informazioni circa la “Ciudad de los Niño” de la Inmaculada”, opera sociale significativa della provincia cappuccina del Perù.

Il nostro fondatore

Il Padre Illuminato fu luce per i bambini abbandonati. Nacque il 14 maggio 1907 dalla famiglia Minasso Preve e gli fu dato il nome di Francesco, ma per il mondo cappuccino si chiamò Padre Illuminato da Riva Ligure (IM), Italia. Per gli abitano di Lima poi era solo il Padre Illuminato. Per i piccoli della “Ciudad de los Niños” era tutto: Padre, maestro, amico… Padre Illuminato partì dall’Italia per il Perù l’8 agosto 1949, a 47 anni, per lavorare nella Parrocchia San Pedro di Chorrillos.

Assai presto capì che a Lima la povertà e la miseria dei sobborghi generavano bambini di strada, senza orientamento e in grave pericolo morale, per cui si dedicò corpo e anima a creare un rifugio per questi bambini. Al fine di raggiungere il suo obiettivo non si vergognò di chiedere l’elemosina in luoghi pubblici: fiere, mercati, strade. Il suo impegno fu costante e il rifugio, la “Ciudad de los Niños”, cominciò ad elevarsi come un’oasi in mezzo alla sabbia.

Nel 1953 purtroppo, a seguito di un incidente di bicicletta rimase infermo e fu costretto a tornare a Genova, dove morì l’11 aprile 1969, lasciando come testamento il suo vivo esempio di generosità e di solidarietà a favore dei bambini poveri e abbandonati.

La nostra storia

La “Ciudad de los Niños de la Inmaculada” fu fondata il 29 ottobre 1955 dal nostro fratello cappuccino Padre Illuminato. La sua sensibilità sociale lo portò a creare questa opera a favore della infanzia abbandonata e senza famiglia di quel tempo, in modo da darle protezione morale e formazione. Con un gruppo di bambini occupa un terreno dello Stato peruviano per iniziare il suo progetto. Dopo alcuni anni riesce a farsi aggiudicare da parte dello Stato un terreno di 146 ettari per coltivarlo, allevare animali, costruire i primi ambienti per ospitare i bambini e laboratori per il loro lavoro. Alla morte di Padre Illuminato nel 1969, i frati cappuccini lasciarono il progetto, e l’Opera venne diretta e amministrata dal comune di Lima e da altre amministrazioni. Nel 1992 i frati cappuccini tornano alla direzione e amministrazione della “Ciudad de los Niños” con lo stesso entusiasmo e la stessa fede del fondatore. Attualmente abbiamo soltanto 20 ettari di terreno, nel quale sono stati costruiti nove padiglioni – che ospitano circa 250 bambini e giovani, suddivisi in età e livelli di scuola – la cappella – per i nostri momenti di adorazione e di lode al Signore e nella quale tutti i giorni celebriamo l’Eucaristia – il refettorio, i campi sportivi, le aree verdi e i laboratori di artigianato: falegnameria, calzoleria, panetteria, abbigliamento, meccanica per auto, meccanica di produzione e laboratori di informatica. Abbiamo una scuola che porta il nome del fondatore “Padre Illuminato” che accoglie più di 900 alunni, maschi e femmine, con i livelli iniziale, primario e secondario.

La “Ciudad de los Niños de la Inmaculada”…

È un ente no-profit, che cerca lo sviluppo integrale dei bambini e dei giovani che ospita, fornendo formazione umana e cristiana, mensa, servizi sanitari di base, attenzione psicologica, educazione di base; tecniche di formazione al lavoro che permetta loro di potersi impiegare autonomamente in un lavoro; programmi di promozione e protezione che li allontanino dai pericoli sociali e morali; accompagnamento spirituale per consolidare la fede partendo dalla spiritualità francescana.

La nostra meta… giovani migliori…

Il nostro desiderio è che i giovani che escono dalla “Ciudad de los Niños” abbiano imparato ad amare Dio e a ringraziarlo, vivendo con un comportamento basato sui valori cristiani. Abbiano la volontà di migliorarsi e le capacità di intraprendere; sappiano approfittare delle proprie qualità e capacità per la realizzazione del loro progetto di vita, vogliano impegnarsi al servizio alla comunità e possano attivarsi con successo nell’area tecnica in cui si sono specializzati.

Siano infine cristiani impegnati nella fede cattolica e nella Chiesa vivendo la fratellanza come principio della spiritualità francescana. Grazie, Gesù!

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Inoltre nel sito dei Cappuccini di Imperia si possono apprezzare sia la vetrina dei prodotti in vendita prodotti direttamente dai giovani ospiti, sia altre notizie interessanti sulla Ciudad de los Niños e la sua grande opera umanitaria svolta a favore della gioventù meno fortunata. Come si può ben capire, l’animo umano può assumere sempre mille e diversissime sfaccettature: l’importante è che alla fine emerga sempre la migliore.  

Mentre stavo scrivendo queste note, all’età di 104 anni, nella notte del giorno 17 dello scorso mese di agosto, è venuto a mancare Don Nicola Tiscornia, che qui mi piace particolarmente ricordarlo anche come autore di uno dei libri più saggi, cristiani e umani che io abbia letto sulla Resistenza, e che consiglio a tutti di leggere, soprattutto alle nuove generazioni. In una della prime pagine di apertura spicca questo bel pensiero del Cardinale Siri:

«Ammirazione deve essere data a quei sacerdoti, che caddero perché si erano donati alla assistenza religiosa dei partigiani della montagna: erano anime da assistere, ed assistere anime non significa abbracciare alcuna causa umana, che non sia, come non è, di nostra compe­tenza.

Tutti questi sapevano, che per non lasciare soli ed in pericoli estremi degli uomini, chiamati spesso e tragica­mente a Dio, essi correvano lo stesso rischio e la stessa spietata vendetta.

Lo spirito di tutti viene espresso da uno di loro, Don Bobbio di Chiavari, che cadde mentre benediceva il suo plotone di esecuzione…».

Card. Giuseppe Siri

(Da: Don Nicola Tiscornia - “Don Giovanni Bobbio, Memoria e Memorie”, Tip. Colombo, Chiavari, 1994: “La testimonianza dell’arcivescovo di Genova Card. Giuseppe Siri”, p. 5. A sua volta, da "La Madonna dell'Orto", Rivista della Cattedrale di Chiavari, 1975, n. 2)

(evb 2019)


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