Angelo Monni “Matteo”

Fasc. 60 – Doc. 3 – By Elio V. Bartolozzi: “Archivio e storia del Comandante “Matteo” (Angelo Monni)”. Partigiano della “Brigata Zelasco” (Div. Coduri) operante nella provincia di Genova, zone del Golfo del Tigullio e suo entroterra. 
(Con ricerche varie e collaborazione grafica di Nicola Serra di Sinnai (CA).

Tessera di riconoscimento e smobilitazione rilasciata dall’Associazione Nazionale Partigiani della Liguria (Sez. Lavagna) quand’era ancora C.S.M. nella formazione Divisione Coduri.

Angelo Monni “Matteo” (1910-1970) figlio di Giovanni e Luigina Saddi nasce il 28 febbraio 1910 a Sinnai (Cagliari). A diciott’anni, circa, si arruola nella Guardia di Finanza partecipando, nel 1937 (come volontario aggregato alla RGdiF dell’A.O.I. ‘Africa Orientale Italiana’) alla guerra in Somalia dove rimane per un periodo di circa tre anni. Al suo rientro in Italia viene ordinato a svolgere il suo servizio in vari luoghi del nord Italia; finché non giunge in Liguria, e precisamente nella caserma della G.d.F dislocata a Riva Trigoso (comune di Sestri Levante): dove qui entra in contatto con la Resistenza, alla quale aderisce poi spontaneamente, come si può ben vedere dalla documentazione ufficiale che si riporta di seguito. Ed è da questo momento in poi che si può avere la certezza che i due amici, parlo di Pietro Sechi Succo, di cui vedremo poi, abbiano trascorso molti dei loro anni di servizio nella GdF e molta della loro permanenza in montagna a combattere il fascismo, fianco a fianco.
Alla fine della guerra Monni fa ritorno nella sua Sardegna, a Bosa Marina, come sottufficiale. In seguito verrà decorato anche con la M.d.A. al valor militare. E successivamente sarà inviato a fare servizio a Isili, fino al 1953, quando verrà trasferito a Cagliari; con la famiglia che va a stabilirsi nel vicino paese di Sinnai.
Insieme ad altri partigiani, fonderà poi a Cagliari una sezione dell’Anpi,  di cui per diversi anni ne sarà il vice presidente.
Ed ecco la documentazione (fotocopiata, in mio possesso) rilasciata dalla Divisione “Coduri”, controfirmata dal suo Comandante “Virgola” e dal suo Commissario politico “Leone”: 

1. Matteo e Succo: loro periodo di ferma nella Guardia di Finanza

Invece di Pietro Sechi “Succo” (1910-2006) sappiamo molto di più sia del suo passato nella GdF, e sia del durante che del dopo periodo bellico. (V.ivi: “Archivio e storia di Pietro Sechi”). Infatti, di lui sappiamo con certezza che il 27 giu ‘29 viene assunto nella “Legione Allievi” della GdF; e a dic, promosso “Guardia di terra”, viene trasferito alla Leg. T.le di Trieste e ad ott ‘33 a quella di Venezia. Poi nell’ott ‘35, due anni dopo, viene inviato alla 10a Leg. T.le di Napoli dove, per mobilitazione, viene assegnato al Battaglione speciale “E” della RGdF. Ed infine, il 19 ott ’35, viene imbarcato sul piroscafo “Sardegna”, diretto a Massaua (Eritrea), dove sbarca il 27 s.m. e dove il 15 lug ‘36, dal Btg Speciale “E” passa in forza al comando RGdF dell’A.O.I. (dell’Africa Orientale Italiana, come venivano denominate allora le colonie italiane in Africa). L’anno dopo, il 5 ott ‘37, rientra in Italia e viene inviato alla Leg. T.le di Genova perché abbisognevole di cure. Da qui, il 6 dic torna in Sardegna, a casa, in licenza straordinaria di 9 giorni per motivi di salute.

Quindi, dal 28/12/1942 fino al 29/05/1944 (quest’ultima, data in cui Monni lascia la GdF per arruolarsi nella Coduri) il finanziere scelto Pietro Sechi e il suo amico fraterno Angelo si trovano insieme (ora possiamo dirlo) in servizio a Sestri Levante, dove vivranno tutti i drammatici eventi legati alla fatidica data dell’8 Settembre 1943 e assisteranno allo sfaldamento completo dell’Esercito Italiano abbandonato a se stesso, senza più ordini e direttive dalla Casa regnante fuggita al Sud d’Italia. Ma già prima di questa data, a Riva Trigoso (comune di Sestri Levante) dov’era dislocata la loro caserma, hanno certamente modo d’incontrare diversi personaggi appartenenti alla variegata e assai politicizzata classe operaia locale, massicciamente orientata verso i sindacati e i partiti di sinistra: di massima operai dei Cantieri del Tirreno, ma anche osti di locali dove si poteva mangiare qualcosa, oltre che incontrarsi per discutere di politica o promuovere incontri con aspiranti alla diserzione della RSI ed esponenti delle cosiddette S.A.P. di pianura, già da tempo collegate all’antifascismo attivo nelle fabbriche sestresi: quali gli aderenti al Soccorso Rosso, come ad esempio Eraldo Fico (il futuro Comandante Virgola), Antonio Minetti “Gronda” (il futuro C.S.M. della Coduri), Armando Arpe “Italo” (il futuro vicecommissario della Coduri). E tanti altri di cui si può leggere ivi direttamente “nell’Archivio della Coduri”.

Ma attraverso la documentazione in mio possesso, sappiamo anche che i due finanzieri, prima di aderire definitivamente al partigianato, nel maggio ’44 s’erano presentati al comando della Coduri chiedendo di arruolarsi nei partigiani, ma fu lo stesso comandante Virgola a consigliare a Monni di restare e a Sechi di tornare al proprio posto come affiliato SAP in quanto più utile alla causa in questa sua nuova veste. E in seguito, quindi, si deve supporre che Succo e Matteo abbiano avuto, tra loro, più d’un contatto, ed anche vari abboccamenti con gli uomini più rappresentativi della Coduri, divisione partigiana dove poi entrambi entreranno a far parte come partigiani combattenti per la libertà della nostra patria. 

Ma a Riva Trigoso, e nello stesso Sestri, era all’epoca, tutto un gran subbuglio. Oltre ai bombardamenti degli alleati che s’intensificarono dopo l’Armistizio, v’erano truppe germaniche acquartierate un po’ dovunque, con nidi di mitragliatrici contraeree, posti di blocco a terra, batterie dotate di pezzi d’artiglieria da 105 mm, posti di avvistamento contraereo e marinaro… E in riva al mare bunker antisbarco armati di mitragliatrici oppure di cannoncini più leggeri, ma continuamente presidiati da truppe armate fino ai denti per timore degli sbarchi alleati.

Poi furono costruite anche muraglie antisbarco lunghe chilometri, e di spessore che alla base superava il metro. Le case più vicine alla costa vennero fatte evacuare e riempite di esplosivo. E la gente dovette sfollare. Chi verso l’entroterra per quelli più fortunati che avevano dei parenti in quei paraggi, gli altri dovettero invece arrangiarsi e vivere nelle gallerie, il più delle volte scavate con dei picconi da loro stessi. I pidocchi erano un po’ dappertutto. Poco il mangiare. Ognuno doveva arrangiarsi un po’ come meglio poteva. Triste periodo, quello. D’augurarsi che non si ripeta mai più.

Poi, verso la fine di luglio ’44 arrivarono anche gli alpini della Monterosa. E a problemi si aggiunsero problemi. Sì che erano italiani, ma dietro c’erano sempre loro: i germanici. E poi le Brigate Nere, quelle che alla gente incutevano forse più paura di tutti perché non si capiva mai cosa avessero in mente. Ed erano cattive anche con noi ragazzi di 8, 10, 12 anni. Ragazzi di cui la maggior parte non sapeva neanche cosa fossero le mutande, perché non ne avevano e non potevano averne a causa della miseria in cui eravamo immersi fino al collo; e che aveva fatto loro dimenticare tutto. Anche i giochi e i giocattoli. Una palla fatta di stracci, arrotolati strettamente legati più volte con lo spago, era il massimo che potessero desiderare per giocare. Ci si doveva arrangiare rubacchiando qua e là qualcosa di commestibile nei campi di frutta, con i proprietari che spesso ci rincorrevano urlandoci dietro parolacce. Molti di noi la vita, da ragazzi, se l’è goduta proprio poco o addirittura nulla.

Ma non possiamo certamente tralasciare di annotare che il 5 febbraio 1940, Pietro Sechi e la signorina Antonia Bruna Sotgia convolarono a giuste nozze; e che il 1° novembre 1940 furono allietati dalla nascita di Domenico, il loro primogenito. Ragazzo che nel proseguo avremo occasione d’incontrare più volte. Ma non sappiamo con precisione la data in cui la famiglia, trovandosi il Sechi di servizio a Sestri Levante, sia andata a stabilirsi a Santa Vittoria, altro rione di Sestri al centro della Val Gromolo e incassata tra le retrostanti colline.
L’anno scorso, parlando di quei tempi con un abitante di 86 anni, nativo di Santa Vittoria, si ricordava ancora perfettamente dove abitava (in località Ponzerone) la GdF Succo. Si ricorda del piccolo Domenico e della signora Sechi. Ed anche di “Matteo” Angelo Monni di Sinnai che coabitava, almeno per un breve periodo, a S. Vittoria insieme a Succo. Di Matteo, qui da noi, in Liguria, fino a qualche tempo fa, conoscevamo solo la sua storia di partigiano, sapevamo essere amico e conterraneo di Succo ma ben poco d’altro sapevamo. Ora sappiamo invece, grazie all’amico Nicola Serra nativo delle stesse zone della Sardegna di Matteo, che i due si conoscevano bene, ed erano anche fortemente legati. Tanto che, ad esempio, s’erano reciprocamente scambiati il ruolo ecclesiastico di Padrini in occasione dei Battesimi dei loro figli, Domenico e Giovanni, quest’ultimo figlio di Angelo Monni e Bianca Filippini, uniti in matrimonio il 24 giugno 1940, come risulta in una dedica con foto offerta ai coniugi Sechi che ritrae la famiglia Monni-Filippini il giorno del loro matrimonio. Dal quale, l’anno successivo, nascerà il loro primogenito Giovanni, e successivamente, nel settembre 1943, la loro figlia Luisella.

2. Matteo e Succo: da organizzatori S.A.P. a partigiani combattenti. 

Nel precedente paragrafo abbiamo potuto vedere che a Riva Trigoso, dove si trovava la loro caserma, le due GdF, Pietro Sechi e Angelo Monni, si avvicinarono agli uomini della Resistenza; ai quali presto si proposero per aderire anche loro alla compagine; ma Eraldo Fico consigliò ad Angelo Monni di rimanere in formazione, ed a Pietro Sechi di tornarsene al proprio posto in caserma, perché più utile come organizzatore delle S.A.P. locali (Sestri Levante), trascinatore e animatore di giovani desiderosi di confluire nelle formazioni partigiane, fornitore di armi, munizioni, viveri e di tutte le altre informazioni che potessero interessare alla Coduri, o ad altre formazioni partigiane. I due amici seguono il consiglio ma non si limitano a stare solo lì fermi: visto che in zona, sul finire del mese di luglio ’44, sono giunti gli alpini della Monterosa, loro unitamente ad altri, decidono di avvicinarne qualcuno per fare opera di convincimento a disertare. E riescono particolarmente nell’intento avvicinando il sergente Arduino che comandava un reparto di salmerie nel confinante comune di Casarza Ligure. Il discorso iniziale tra loro tre dovrebbe essere partito abbastanza favorito in quanto Succo era ancora in divisa militare appartenenti alla RSI, e Monni fungeva da intermediario di parte partigiana. Ma quando l’accordo stava per concludersi definitivamente, da parte degli alpini sopraggiunse però la richiesta di un ulteriore incontro con un comandante partigiano di grado più elevato. Richiesta accordata: e le cose si avviarono così verso una diserzione consenziente e finemente organizzata, anche se non scevra da pericoli. A questo punto ritengo più opportuno, per proseguire oltre, affidarmi alle testimonianze lasciate dagli interessati, alla scorsa dei vari documenti in fotocopia in mio possesso, e alle testimonianze scritte contenute nei vari libri e sui giornali dove sono state successivamente pubblicate. 

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Tratto dal libro di Aldo Vallerio Riccio, comandante della Brg. Zelasco (div.Coduri): “Ne è valsa la pena?”, ott/dic1944, da pag. 177 a pag. 191.

1. La cattura degli alpini che presidiavano il Bivio della Lapide – “Il Casino Fascista” – “Le scarpe di Matteo”, pag.187/188.

Mentre mi accingo a raccontare i particolari dell’azione che ci ha visto protagonisti spericolati al Bivio Lapide di Sestri Levante, ritengo necessario rendere noti alcuni retroscena collegati a questo avvenimento, che tanto clamore era destinato a suscitare, perché per la prima volta un commando partigiano si apprestava a scendere proprio fra i capisaldi nemici, più direttamente collegati alla città ed all’Aurelia. Lo faccio anche perché non vorrei essere giudicato un corvo, uno che sfrutta fortune non sue, e vive sulle altrui disgrazie. Tanto meno per uno che fa proprie e sfrutta le idee, le intenzioni ed i progetti che altri avevano intenzione di realizzare.

È già accaduto una volta che un altro distaccamento abbia fallito, per motivi diversi, la cattura di un presidio alpino, e che sia stato invece il mio distaccamento a realizzare lo stesso colpo tre o quattro giorni dopo, e non vorrei che questa seconda concomitanza che mi appresto a rivelare, potesse apparire come una abitudine, un calcolo, un vezzo per far passare per fessi dei compagni, cercando a loro spese di coprirmi di gloria, che a questo prezzo evidentemente non meriterei, perché uno che agisce in modo così deliberato, consapevole, e , peggio calcolato, non sarebbe neanche degno di militare nel movimento partigiano.

Mi sono attardato in questo preambolo proprio perché l’azione che mi appresto a raccontare, inizialmente era stata elaborata per colpire un obiettivo, che poi è invece mutato, per una serie di circostanze fortuite ed imprevedibili. E questo secondo obiettivo che non faceva parte dei nostri piani di partenza, era in realtà ed in effetti, quanto si riprometteva di conseguire e di colpire il distaccamento di Matteo che allora si trovava a Campore di Maissana.

Me ne aveva parlato con un certo entusiasmo lo stesso Matteo, anche se egli prevedeva di impiegare per questo colpo di mano dagli effetti sicuramente spettacolari, non uno, ma ben tre distaccamenti.

Entusiasmato per le continue azioni effettuate dal mio distaccamento, Matteo, che erra il solo comandante partigiano a dedicare un’ora al giorno allo studio della tattica e della strategia militare, si era sentito stimolato a mettersi anche lui in movimento, ed aveva studiato un piano per catturare il grosso presidio della Lapide alla periferia di Sestri Levante.

Ai suoi partigiani, che ne apprezzavano la generosità e le eccezionali doti umane, Matteo era solito movimentare le battaglie e gli scontri che spiegava loro con frecce e contro frecce sulla carta topografica, ed in luogo delle pedine di legno che avrebbero dovuto raffigurare le squadre, i distaccamenti e le brigate, schierava patate. Così c’era una patata levigata che fungeva da ala destra, altrettanto succedeva a sinistra, poi lo schieramento proseguiva con un cannone patata, una mitragliatrice pesante ‘patata’, un mitragliatore che si identificava in un minuscolo patatino novello, ed il rischio era, che dopo un’ora di studio, che dai più veniva seguito con rumorosi sbadigli, il tutto potesse poi risolversi in un colossale… “purè”.

2. La tattica partigiana insegnata con… le patate… Matteo vuole attaccare il presidio del bivio della Lapide.

A parte gli scherzi, l’idea di Matteo era non solo valida, ma da lodare, da prendere come esempio da seguire, perché non si poteva affrontare e fare una guerra solo fidando sulle capacità istintive dei singoli e andare all’attacco con entusiasmo e tanto coraggio sperando in Dio, nei Santi e nella Madonna!

Bisognava badare a come ti muovevi, a come ti coprivi le spalle e soprattutto come distribuivi i compiti per l’attacco, valutando bene fino a che punto questo poteva essere sostenuto.

In considerazione di ciò Matteo aveva affrontata, come si doveva, la problematica della preparazione militare del distaccamento, ma i suoi stessi uomini, sghignazzando ironicamente su queste lezioni teoriche di tattica impartite attraverso le mosse o lo spostamento di patate o verdure varie, dimostravano di preferire al contrario di andare in azione e di muoversi sul serio, sostenendo persino rumorosamente che la ‘pratica batteva la ‘teoria’ per 3 a 0!  E Matteo, che era un osservatore attento, tutto questo l’aveva capito, e senza rinunciare alle lezioni con le ‘patate’ si era messo a studiare concretamente il da farsi.

Un bel giorno, che ero di transito a Campore, al ritorno da un’azione, in virtù della quale mi stavo portando dietro una ventina di alpini della Monterosa prigionieri, Matteo mi blocca, e mi spiega con enfasi, incurante della mia fame e della mia stanchezza che in quel momento mi opprimono, le sue intenzioni che risultano studiate in tutti i pur minimi dettagli.

“Faremmo un colpo alla Lapide “mi dice “ne ho già parlato a Virgola, con tre distaccamenti”. “Il mio” mi spiega “il tuo e quello dei ‘corsari’. Sarà un attacco concentrico, ed i distaccamenti entreranno in azione dopo che un paio di partigiani istruiti ed allenati a dovere, e muniti di apposite scarpe con suole di gomma, per non fare rumore, avranno preventivamente eliminate le sentinelle. Un piano perfetto in tutti i dettagli, un grosso piano, persino un po’ troppo grosso e un po’ troppo perfetto, almeno così a me sembra. Ma io non mi intendo come Matteo di tattica e alta strategia militare, le scarpe con la suola di gomma, per non fare rumore, poi, perfino mi fanno un po’ ridere a dire il vero, ma Matteo me ne ha parlato con tale calore e convinzione che non ho il coraggio di dirglielo, e nemmeno in qualche modo di farglielo intendere. Mi sforzo di apparire serio e interessato, lo ringrazio per la fiducia che ripone nel mio distaccamento, ma egli continua a parlare della Lapide e a fantasticare sugli uomini che grazie alle suole di gomma, avranno il compito di neutralizzare gli alpini di guardia…

Il discorso cade lì e dopo una vigorosa stretta di mano ci lasciamo con l’impegno da parte di Matteo di comunicarmi per tempo, il giorno in cui egli deciderà di tentare l’attuazione di questo colpo clamoroso.

Personalmente penso che questo attacco ‘concentrico’ non si farà mai, prima di tutto perché Virgola, che è assai pratico della Lapide, e sa quali insidie questa località nasconda, non darà mai l’autorizzazione ad effettuarlo, ed in secondo luogo perché Matteo mi sembra uno che prediliga piuttosto ‘l’andremo’ e le cose grandi e complicate, anziché le cose semplici, e il “vado” punto e basta. Ma questa è una opinione tutta personale, della quale sono ben disposto a ricredermi

3. Passano intanto i giorni… un regalo natalizio: la cattura del “casino fascista”.

Passano intanto i giorni e le settimane. Incominciano a trascorrere anche i mesi, ma Matteo non si fa vivo e non mi raggiunge con nessuna notizia. Tutto tace a Campore di Maissana dove l’ex finanziere si prodiga con tenacia ad allenare i suoi uomini, sulla carta topografica, attraverso il frenetico movimento delle patate e degli ortaggi.

Io naturalmente continuo, con i miei uomini, a fare oggi un colpo qui e domani un colpo là. Una cosa che, come ho già sottolineato, piace molto al Parroco di Maissana, dove spesso sono di transito con il distaccamento, il quale, quando sa che siamo in azione, ci viene incontro e ci attende con il binoccolo inforcato; forse in quel momento dice per noi persino qualche Ave Maria, e quando la caccia è stata buona, e mi porto dietro dei prigionieri, questo prete di campagna, simpatico, giovane e colto, esplode rumorosamente di gioia, batte le mani, abbraccia ogni partigiano e si complimenta con tutti perché ancora una volta siamo tornati indenni alla base. Ormai ci siamo abituati al saluto ed alle effusioni di questo prete che non partecipa attivamente alla Resistenza, ma che applaude alle sue vittorie, ne vive le gioie e anche le ansie, e questa sua manifestazione di simpatia non ci lascia indifferenti. Al contrario ci piace, ci fa bene, e fa aumentare in noi il convincimento già forte, di batterci per una causa non solo giusta, ma forse anche un poco… ‘santa’. Spesso mi incontro con questo prete, ma è difficile con lui avventurarsi a parlare di politica perché non apre, e non si sbilancia; il suo interesse è più per le cose militari, che suscitano il suo entusiasmo, specie di fronte alla dinamica di certi particolari che i compagni gli raccontano. Lui sostiene infatti, che prima occorre fare cessare la guerra. “Al resto” dice, con un po’ di malizia “penseremo dopo”. Se non indossasse la tonaca sarebbe sicuramente un partigiano di temperamento, ma data la situazione deve limitarsi ad esprimere la sua gioia e la sua soddisfazione al ritorno dai nostri colpi di mano in città. Ed avreste dovuto vederlo in questi momenti parlare con i prigionieri e spiegare loro che per redimersi bisognava sacrificarsi e continuare a lottare, e concludere il suo dire invitandoli a diventare partigiani.

Verso i primi di dicembre, considerato che i partigiani dopo mesi e mesi di astinenza dovevano avere una fame da lupi, sul piano sessuale, decido di fare alla collettività della Coduri un bel regalo natalizio.

Ho in mente di prelevare al completo la casa di tolleranza, che noi chiamiamo più volgarmente ‘casino fascista’ che si trova nella Villa Ronco, nei pressi della Lapide, e di portarla al completo con tutte le sue donne, in montagna, per la gioia di quei compagni che dovevano vedersela con sfoghi ed infiammazioni cutanee e che manifestavano non solo a parole quanto fosse duro, soprattutto per qualcuno, resistere per mesi e mesi agli stimoli del sesso.

Sono certo in sostanza, che un regalo così, sarebbe gradito da tutti, anche se in pratica, diventerebbe estremamente complicato e difficile poi farlo funzionare, senza creare concretamente inevitabili difficoltà pratiche.

4. Sogniamo donne bellissime e fascinose coperte solo di veli.

Sarà questo, comunque, un problema che affronteremo e risolveremo al momento opportuno.

L’idea ad ogni modo è questa, o forse è meglio dire, che questa è la scusa, l’occasione per fare un’altra cosa, perché in effetti la mia vera intenzione è quella di entrare si dentro il ‘casino fascista’, ma una volta entrati, prelevare tutti gli ufficiali ed i sottufficiali che vi si avvicenderanno. Ne parlo con alcuni compagni, e manco a dirlo sono d’accordo: soprattutto di portare il ‘casino fascista’ in montagna. E se ne capisce abbastanza facilmente la ragione. Soltanto a parlare di certe cose, ora a noi lontane come il tempo, gli entusiasmi, e non solo quelli, si esaltano e salgono di calore al punto che forse sarebbe persino necessaria la…borsa di ghiaccio! Comprensibilissimo.

Metto quindi insieme la squadra che dovrà venire con me, e che sarà prevalentemente composta da compagni assai pratici del posto in cui dovremo agire con assoluta padronanza, per il buon esito di questa azione, che di militari di apparenza, ha soltanto i comprimari che si apprestano ad effettuarla. Si tratta di Carta, Bios, Gomel, Nelson, Pepe, Astro, Pentolino, Piero, Talpa, Lotar, Monti, Zarro, e Ulisse.

Il mattino dopo partiamo, vicino al mezzogiorno, dopo aver provato con insistenza le armi. Non ce la prendiamo molto a cuore perché di tempo ne abbiamo da vendere. Basterà essere alla Lapide per la sera attorno alle 21. Se faremo più tardi non accadrà comunque niente di compromettente. Di buona lena procediamo scambiandoci le opinioni e scherzando su questo o quel particolare che riguarda qualcuno di noi e non ci si riferisce solo ai giorni di guerriglia, ma anche a prima della guerra. Forse parliamo anche di ‘patate’, di carte topografiche, di mosse strategiche, e perché no, anche delle scarpe di gomma ideate da Matteo, ma è meglio che lui non ascolti i nostri commenti ironici e persino irriguardosi. Divoriamo, camin facendo, qualche mela che ci siamo portati dietro, e verso sera invece, un grosso pezzo di pane ed una piccola fetta di pecorino. Fate un po’ il conto: una formaggina divisa fra 14 bocche che sembrano voragini ed avrete il quadro preciso, davanti agli occhi. Un’autentica moltiplicazione dei pani, alla partigiana, fatta nel mezzo di un bosco, mentre qualcuno di noi sogna donne bellissime e fascinose, vestite di veli e odoranti di profumi che già arrivano al nostro naso e forse ci danno un poco alla testa. Attiviamo così con il morale piuttosto alto, e con una strana frenesia che ci agita dentro, nei pressi della Villa degli Oleandri, a Santa Margherita di Fossa Lupara, e qui sentiamo ancora più vicino e conturbante il profumo di donna, un profumo che ti fa socchiudere gli occhi, e forse anche un poco sognare. Qualcuno sta infatti farneticando ad occhi aperti, e questa sì che è fame tremenda…ed arretrata!

5. Siamo sulla strada – ascoltiamo l’alito del nemico – l’intenso freddo della sera mi manda in crisi come fare in queste condizioni a portare a Valletti le donne del casino fascista’?

Fiuto subito l’aria ed i pericoli che rischiamo di correre con questi stati d’animo che mi ritrovo vicino, e subito cerco di assumere il cipiglio del capo, che quando è in azione, non transige e non deve consentire rilassamenti e confidenze. Io sono fatto così ed i compagni lo sanno. Duro e intransigente nei momenti in cui è in gioco la vita, mentre per il resto credo di essere il primo a dare il là agli scherzi, e persino a spararti nel cappello che porti in testa. Non debbo comunque calcare la mano, la mano perché ogni compagno è d’accordo sul fatto che alle donne potremo pensare dopo, e comunque solo ad azione avvenuta: e finora siamo appena nelle fasi iniziali, e ben lontani dalla sua soluzione.

   Ci portiamo quindi alla spicciolata ed in silenzio, dietro il muro che fiancheggia la strada provinciale per Varese Ligure, dopo aver attraversato alcuni campi coltivati ed un paio di profondi vallotti pieni d’acqua, rischiando per via dell’oscurità e dell’erba bagnata che provoca scivoloni, di fare più di un bagno fuori stagione. Ormai è buio e non possiamo fare altro che aspettare che nel “casino fascista, comincino ad entrare i pesci più pregiati, cioè gli ufficiali ed i sottufficiali. Questo è infatti il mio obiettivo primario e privilegiato: le donne del “bordello” vengono dopo.

  Stiamo lì, in quella posizione incomoda e assai pericolosa, a non più di venti metri dal bivio Lapide, un’ora circa e forse più, ma perbacco non si fa avanti nessuno. Solo truppa, bersaglieri, qualche alpino della Monterosa, un paio di tedeschi che si raschiano la gola con le note di Lili Marlen, eppoi più nulla. È una notte fredda, di un freddo penetrante a causa del vento che soffia a raffiche impetuose. Forse è anche per questo che fuori non circola anima viva. Mentre aspettiamo che qualcosa si muova, mi soffermo alcuni istanti a pensare a ciò che stiamo per attuare, e mi assale più di una perplessità. Infatti, quello che intendiamo effettuare a questo punto non ha più i connotati di un’azione militare, perché sta trasformandosi di fatto, in un intervento della ‘buoncostume’, visto e considerato che nella casa cosiddetta del peccato, non troveremo nessun tedesco e nessun repubblichino. Ero partito baldanzoso, pieno di buoni propositi, ed ora mi trovo improvvisamente in crisi. Sono incerto. Non so che pesci pigliare. Ragionando realisticamente, mi sembra abbastanza difficile avviare le donne della casa dalle persiane abbassate sui ripidi e scoscesi sentieri della montagna, perché la sera è a dir poco tremenda, ed esse abituate al tiepido delle camere ovattate, e alle scarpette di vernice con il tacco alto, non arriverebbero, e sarebbe già dire tanto, a S. Vittoria. Sono più perplesso che mai, e sul volto dei compagni colgo assai evidenti, i segni dell’incertezza e persino della delusione.

Sarebbe la prima volta che ci capita di non riuscire a colpire nel segno: non sarebbe questo un disonore, ma a noi non piace il ruolo dei pifferi, ed è forse soprattutto per questo che non ci arrendiamo tanto facilmente.

A questo punto la mia mente si rischiara, ha uno sprazzo che non confido ancora a nessuno, ma già assaporo la gioia del sorriso. Mi sovvengo infatti delle intenzioni di Matteo. Era qui che l’ex finanziere voleva portare il suo attacco con i tre famosi distaccamenti. Non è corretto sottrarre a Cesare quello che è di Cesare, ma io sono qui, già sul posto, a due passi dal presidio, e cercare di catturare tutta la guarnigione, visto che prelevare il ‘casino fascista’ è improponibile anche a causa del freddo insopportabile che si è scatenato, non mi sembra un peccato mortale, una azione sleale nei confronti di qualcuno, ma al contrario una favorevole situazione da sfruttare sul piano militare. Matteo me ne ha parlato un mese e mezzo fa, e poi da allora non si è più fatto vivo, il che può anche lasciar presumere che egli nel frattempo abbia lasciato cadere l’idea, o addirittura vi abbia rinunciato. Nella migliore delle ipotesi la sta tirando troppo per le lunghe. In guerriglia infatti è assolutamente sbagliato attendere e rimandare a domani quello che puoi fare subito: occorre colpire appena si presenta l’occasione, senza indugi e tentennamenti. Naturalmente tra me e me cerco degli elementi a sostegno di quello che ormai ho deciso di fare ed allora mi aggrappo a tutti i pro ed a tutti gli appigli, per convincere primo fra tutti me stesso, che tentare la cattura del presidio della Lapide, ora che sono qui in posizione favorevole, non costituisce scorrettezza nei confronto di nessuno. Cosa sono queste paure?

L’importante è che gli alpini cadano nella nostra rete; che poi a tirare questa sia uno o un altro distaccamento non mi sembra possa avere molta importanza. Tanto più che io non me la sento di tornare a Maissana a mani vuote. Vuol dire, che semmai, sarò io a studiare qualcosa di nuovo e di grosso da proporre a Matteo. Ormai ho deciso. Non dispongo del piano di attacco studiato e provato con le patate, e nemmeno le scarpe con le suole di gomma come aveva previsto Matteo, ma in compenso noi possiamo contare su una prerogativa che invece il buon Matteo non ha. La decisione di agire: subito, adesso e non domani!

Sarà sicuramente difficile spiegare a Matteo che le nostre intenzioni erano altre, ma debbo confessare che qui, mentre osservo con questi due occhi, che a causa del vento mi bruciano come il fuoco, gli alpini che vanno e vengono, con quelle piume sui loro capelli che sanno tanto di galline spennacchiate, con quei due o tre tedeschi che continuano a cantare Lili Marlen lasciandosi dietro un odore di crauti, mentre fisso continuamente accovacciato dietro ad un muretto le due sentinelle che armeggiano, e ogni tanto battono rumorosamente i piedi per evitare il congelamento, Matteo mi torna alla mente sempre di meno, finché letteralmente sparisce nelle nebbie lontane del mio pensare.

6. Matteo non se l’abbia a male, tenteremo di catturare l’intero presidio – non abbiamo però le scarpe con le “suole di gomma”.

Dopo i momenti di perplessità ed incertezza, ora so con precisione quello che faremo. E che Matteo se l’abbia in santa pazienza. Le donne del ‘casino fascista’ possono attendere. I loro profumi conturbanti, i loro corpi sinuosi coperti solo di veli, il caldo tepore delle loro camere, non è roba che si possa conciliare con gente come noi, che ha i pidocchi, e in qualche caso, anche la scabbia.

La guerra – l’abbiamo detto mille volte – è una cosa seria, ed il sacro con il profano non vanno d’accordo. È una fabbrica di pericoli e di insidie, che non possiamo sfidare per il gusto, sicuramente piacevole, ma non assolutamente indispensabile, quali possono essere, cinque minuti di sesso. Di indispensabile per noi in questo momento c’è solo il dovere di vivere. Per noi stessi, per le nostre famiglie, per il nostro Paese che è sconvolto da una guerra tremenda e che deve sopravvivere. Ormai Matteo è solamente l’ombra sgradita di un incubo lontano. Anzi lontanissimo. Rappresenta sicuramente una vicenda umana, della quale parleremo dopo. Come si fa fra uomini e fra compagni. In questo momento infatti l’ex finanziere sta per sparire letteralmente dai miei pensieri. Forse è un mitico personaggio apparsomi in sogno e svanito nel nulla. Non me ne ricordo. Almeno per ora. Ed è sicuramente meglio così.

Mi risveglio dal torpore e sento prevalere dentro di me il sentimento della decisione, la grinta del partigiano, la volontà di agire, e tutto questo perché ora so, ma forse e meglio dire, sono convinto di sapere che il presidio degli alpini al Bivio della Lapide ha ormai i minuti contati. Passo la voce ai compagni e siccome ognuno ha un compito ben preciso e prestabilito ci spostiamo guardinghi nei prati circostanti finché non raggiungiamo il recinto delle Officine Ligure Elettromeccaniche dove prima di andare in montagna, io stesso ho lavorato per diverso tempo. Conosco pertanto la zona ed il posto come nessuno. Ci muoviamo quindi con molta disinvoltura e sicurezza, anche se ormai siamo a pochi passi dal presidio nemico. Con Carta, Bios e Gomel scavalchiamo il muro di recinzione, entriamo all’interno della OLE (N.evb. “Officine Liguri Elettromeccaniche”), raggiungiamo la cabina del guardiano che dorme su una branda da campo, busso nei vetri e a questo punto gli intimo di aprire la porta. Si chiama Solari ed è di Riva Trigoso, ha sposato una ragazza di Casarza Ligure, e per quello che ne so, deve essere uno dei nostri, ma siccome non ne sono sicuro il mio compito è quello di non fidarmi. Non si offenderà certo per questo. È il mestiere della guerra. Strappo il cavo di telefono, anche per non fargli passare dei guai, quindi lo invito a rinchiudersi dentro, perché lo avverto, fra poco entreranno in azione decine di partigiani armati di mitragliatrice e bazooka e tutto attorno diventerà un inferno. Balle grosse come case, naturalmente, ma il guardiano che è letteralmente terrorizzato, si mette bocconi sul pavimento di legno, ed ha il colore della morte sul viso. Lo tranquillizzo quel tanto necessario per evitargli un infarto, poi giro due volte la chiave nella serratura e lo lascio al suo destino. Non prima di essermi fatto dire che il presidio è composto da oltre ottanta alpini, che si tratta in prevalenza di brutti ceffi, che spesso vanno in rastrellamento e si vantano senza pudore di aver accoppato qualche partigiano e di aver incendiato case e paesi, eppoi mi sgancio, volo seguito dagli altri all’esterno della OLE, raggiungo i compagni appostati e qui facciamo scandire i secondi che precedono il momento dell’attacco.

Il bivio Lapide è un nodo stradale piuttosto importante, perché qui si incrociano l’Aurelia e la provinciale per Parma, ed è anche per questo che vi è stato installato, con funzione permanente, un posto di blocco, con tanto di sbarra mobile e cavalli di frisia che chiudono tutti i passaggi.

Una volta proprio sull’angolo verso la OLE esisteva un negozio di alimentari ed una osteria che disponeva di due campi da bocce che erano sempre affollati. Ora tutt’attorno vi sono invece macerie. Sono stati effettuati alcuni bombardamenti, e qui vicino è rimasta persino sotterrata dalle macerie una bella ragazza di 16 o 17 anni della famiglia Compagnoni.

Vediamo le sentinelle. Sentiamo i loro movimenti. Li udiamo persino parlottare fra loro. Noi possiamo attaccare solo dalla parte dei due campi da gioco, e quindi completamente allo scoperto. Non c’è altra via, e come se non bastasse, i due campi da bocce, risultano essere sepolti sotto uno strato di macerie. Il vento nel frattempo è ancora aumentato di intensità e movimenta il silenzio della notte con strani e prolungati ululati. La parte esterna dei nostri corpi è gelida come le pietre sulle quali siamo distesi in posizione assai scomoda, ma dentro sentiamo il sangue che sembra persino bollire.

Partiamo strisciando, palmo dopo palmo, avendo cura di muoverci soprattutto quando a coprire i nostri rumori ci pensa il vento che sbuffa sempre più forte! Fra una raffica di vento e l’altra, continuiamo a strisciare poggiando sui gomiti, sulla punta dei piedi e sulle ginocchia avanzando di un paio di metri per volta. Io procedo in testa, e ogni tanto mi si sfila la ‘sipe’ dalla cintura, che Bios mi sussurra di raccattare. Dietro di me sono nell’ordine: Bios, Carta, Monti, Gomel, Nelson, Piero e Pepe. La distanza è breve, ma siccome siamo allo scoperto e dobbiamo procedere assai cautamente e senza fare rumore, incomincia ad apparirci interminabile. Sulla strada che ora si trova a non più di sette o otto metri, le sentinelle continuano a controllare le sempre più scarse macchine di passaggio, e attraverso la fioca luce dei loro fari oscurati constatiamo con grande gioia, che i due alpini, anche per poter più agevolmente controllare i documenti, portano i fucili a tracolla.

7. Le sentinelle catturate – Si arrende l’intero presidio – Aveva ragione il guardiano della Ole: “sono dei brutti ceffi”.

Questa è già una prima constatazione, un primo rilievo importante, Io continuo ad avanzare, seguito ad un dipresso dagli altri. Attendo una raffica di vento che possa coprire i nostri rumori, e via in avanti di un altro mezzo metro. Ormai sono quasi sul ciglio della strada. Mi volto per assicurarmi che gli altri mi seguano.

Sto per dare il segnale di attacco, quando arriva un camion vociante di gente. Dico a Bios, Carta ed agli altri di preparare senza indugi le bombe a mano, ma poi scopro subito che i passeggeri del camion non sono tedeschi e nemmeno repubblichini, ma al contrario famiglie di profughi con bambini che piangono e si lamentano per il freddo e forse non solo per quello. Rimettiamo le bombe a mano al loro posto e appena il camion sarà ripartito scatteremo senza indugi all’attacco.

Il Camion riparte, le sentinelle sempre più infreddolite battono gli scarponi sull’asfalto, si sfregano le mani, forse per riattivare le dita indolenzite dal gelo, mentre io parto all’attacco seguito da Bios e da Carta. In un baleno sono sopra ai due alpini, e intimo loro di alzare le mani; uno rimane come paralizzato, mentre l’altro abbozza un istintivo tentativo di difesa. Lo colpisco secco al fianco con la canna del mitra e da allora alza le mani. Arrivano Bios e Carta trascinano entrambi al coperto, li consegnano ai compagni appostati e tornano insieme a Gomel, Monti, Piero e Nelson nella mia scia. Intanto io mi precipito senza alcun indugio dentro il locale che funge da presidio, ma il piano terra contrariamente a quanto prevedevo è sgombro. Gli alpini infatti si trovano tutti al piano superiore. È un inconveniente non valutato, e poteva essere una trappola. Ormai però siamo in piena azione e non possiamo avere né incertezze né paure. Affrontiamo il rischio consapevoli dei pericoli che abbiamo di fronte. Di slancio proseguo la mia corsa a perdifiato, convinto che anche una frazione di secondo possa diventare decisiva per il risultato dell’intera operazione. Salgo i gradini a due a due, irrompo nella camerata, dove quasi tutti gli alpini sono coricati e prorompo in un ‘mani in alto’ che sembra copiato pari pari da un western tecnicolor. Ormai gli alpini sono sotto il tiro del mio mitra, e ci metto una passione che non vi dico. Ho i capelli per aria a causa del vento, ed il mio aspetto, così come il mio sguardo, non sono certo in quel momento raccomandabili. Gli alpini si arrendono, ma si capisce subito che qualcuno fra essi è tutt’altro che disposto a seguirci. Aveva ragione il guardiano della OLE: sono dei brutti ceffi, e bisogna non commettere imprudenze. Uno di essi infatti, che è coricato in un angolo della camerata, credendosi inosservato, cerca di avvicinarsi al suo ‘tapum’, ma quando le sue mani stanno per stringere l’impugnatura, dal mio mitra parte una breve ma significativa raffica che provoca un polverone di calcinacci sopra la sua testa. E questo è un ammonimento che ha tutta l’aria di voler dire… alla prima che mi fai, ti spedisco in ‘Piemonte’ e te ne vai.

Ci sono nella camerata anche dei civili di passaggio, persino un paio di donne che, lo si capisce subito, sono assai pratiche dell’arte di arrangiarsi. Difatti, dall’improvvisato giaciglio dentro al quale, tanto per difendersi dal freddo, si sono sistemate con qualcuno degli alpini, cercano di accattivarsi le nostre grazie offrendoci maliziosi sorrisi. È proprio il caso di dire che, questi o quelli, per loro pari sono. Ma noi abbiamo da fare cose più impegnative ed urgenti. Ed inoltre proviamo una certa avversione con le donne che vanno con gli alpini ed i tedeschi. Sopra tutto con coloro che ci vanno a letto… e si tuffano con disinvoltura nel mucchio. E mentre fuori Talpa e Monti hanno preso il posto delle sentinelle e sono pronti a ricevere a dovere la prima macchina nemica che giungerà nei pressi, mi appresto a fare la conta dei prigionieri, dai quali mi accorgo che manca, dopo una rapida ricognizione, il sergente che funge da capoposto. Lo scopro ad un certo punto in un ripostiglio mentre inosservato cerca di azionare il telefono con la chiara intenzione di dare l’allarme.

C’è un po’ di andirivieni e animazione nelle nostre file, anche perché siamo sulla via Aurelia, ed in noi c’è la consapevolezza piena di giocar grosso come non mai. Dobbiamo agire con la massima rapidità, ma stare anche molto attenti. Ogni errore potrebbe cacciarci in una trappola per noi senza uscita. Ogni secondo può essere quindi decisivo. Di questa situazione approfitta il sergente che è di origine tedesca, il quale riesce ancora a nascondersi da qualche parte. Divento furibondo con me stesso, e mi metto a frugare dappertutto, perché sono più che mai convinto che se il sergente riuscisse a prendere il largo e dare l’allarme, potrebbe essere per noi, una ben tragica frittata. Lo scovo quasi subito nascosto sotto un tavolo, lo prendo per il bavero e lo strattono minacciosamente, ricordandogli per l’ultima volta la mia decisione di mandarlo in ‘Piemonte’ se tenterà ancora di prendere il largo e di crearci pasticci. Per ogni buona ragione lo prendo personalmente in consegna e lo tengo costantemente sotto il tiro della pistola. Ormai ci siamo impadroniti delle cose più utili: armi, munizioni, vestiario e coperte, ma prima di ritirarci con i prigionieri, decido di fare un salto nel ‘casino fascista’.

Sento che è una responsabilità grave che mi assumo, ma è una specie di droga che mi assale, proprio quando l’azione sta per riuscire al cento per cento. Mi prende una voglia di strafare che diventa irresistibile, anche se costituisce un grave limite che io riconosco. Un giorno o l’altro potrà costare cara all’intero reparto. Dopo lo riconoscerò, ma ora siamo al bivio Lapide, abbiamo catturato l’intero presidio senza colpo ferire e voglio vedere chi è che mi impedisce di festeggiare e di allargare i cordoni di questo avvenimento. Qualcuno dei miei, addirittura, mi fa osservare il pericolo cui rischiamo di andare incontro fermandoci oltre, ma io anziché riconoscere le sante ragioni di questo compagno, liquido il tutto con una battuta all’insegna della… maledetta paura.

Gli uomini intanto scavalcano il muro e si portano al coperto tenendo strettamente sotto controllo i prigionieri che abbiamo avuto cura di caricare come tanti muli da soma e di fare subito avviare sulla collina prospiciente la villa degli Oleandri. Talpa e Monti sono sempre di sentinella nelle garitte sull’Aurelia, ed attendono che l’ultimo pesce finisca nella rete. Anche questa è una imprudenza che è figlia genuina e naturale della mania di strafare.

Con un paio di compagni, mi pare Bios, Nelson, Piero e non so chi altri, mi avvio verso il bordello, busso alla porta che subito si spalanca. Nella sala illuminata e calda non ci sono uomini e quando entriamo, sia la tenutaria sia le ragazze ci accolgono con calorosi baci e abbracci. Sono antifasciste anche loro, ed ora che hanno la possibilità di vedere da vicino come sono fatti i veri partigiani, sgranano tanto d’occhi, sono emozionate e ci offrono sigarette. Una di esse, una certa Marisa, che mi dimostra una simpatia particolare, mi confida che due sere prima il capitano Trevisanato, che è un cliente fisso del bordello, gli ha dichiarato che se riuscirà a mettermi le mani addosso mi trasformerà in polpette. Mi sento i brividi nella schiena, ma non vi nascondo di sentirmi assai soddisfatto di tanta attenzione. In fondo il capitano Trevisanato, con le sue minacce mi rende più importante di quanto in realtà sia. Ed è anche per questo che mi balena un’idea.

Gli lascio un biglietto, e prego questa ragazza, che si chiama Marisa, di volerglielo recapitare alla prima occasione. La ragazza è persino contenta di assolvere a questo incarico, ed io comincio a scrivere. Questo è il testo del mio messaggio al capitano Trevisanato: “Capitano, la sua lingua è decisamente buona. Molto di meno lo è il suo coraggio. In realtà lei è soltanto un cialtrone, perché è la seconda volta che vengo a cercarla, invano. Ora venga Lei a cercarmi ed io non la deluderò. L’aspetto con ansia per ricambiarle lo stesso trattamento che Ella intende riservare alla mia modesta persona”.

Mentre sto piegando il biglietto, spiego alle ragazze sempre più emozionate, le mie primitive intenzioni, e cioè di trasportare in montagna il ‘casino fascista’. Voi non crederete a quanto sto per dirvi, ma le ragazze non solo sarebbero disposte a seguirci, ma addirittura ci pregano di portarle con noi. Ma è impossibile. Ora all’interno di questa sala calda, illuminata ed accogliente, mi rendo definitivamente conto come sia persino assurdo pensare ad una cosa del genere.

8. Viene abbattuto il sergente che aveva tentato la fuga – I “ghigni” dei prigionieri non mi lasciano tranquillo.

 Si sta bene fra i profumi di donna, ma non possiamo più perdere tempo, anche se in tutto saranno trascorsi cinque o sei minuti, perché di riffe o di raffa siamo sull’Aurelia, dove transitano fascisti e tedeschi, complessivamente da oltre due ore, e ora è giunto il momento di ritirarci e di ingranare la quarta. Salutiamo le ragazze promettendo loro di rivederci presto, raggiungiamo la strada, dove oltre il muro ci sono gli altri compagni piazzati ed in attesa, e con il carico del bottino, ed i pochi prigionieri rimasti con noi, attraversiamo a passo sostenuto i prati dietro alla OLE, dove tante volte negli intervalli di lavoro mi ero steso a prendere il sole con la faccia sull’erba.

Il nucleo più consistente dei prigionieri già da qualche tempo e sotto buona scorta è stato avviato sul dorsale della collina dominata dalla Villa degli Oleandri, mentre noi ora stiamo sgambando veloci per raggiungerli e proseguire poi insieme verso Maissana. Io procedo in testa alla piccola colonna che si appresta a raggiungere il grosso del reparto e dei prigionieri. Davanti a me ho il sergente, un tedesco di Monaco, che da un po’ di tempo sorveglio personalmente perché qualcosa del mio istinto continua a suggerirmi che non devo fidarmi. Ormai il colpo è riuscito, e si tratta ancora una volta, di un colpo che farà sicuramente clamore: quasi 90 prigionieri catturati alla periferia di Sestri Levante. Un intero e importante presidio. Ed in questo momento mi ritorna alla mente Matteo, le sue patate e le sue scarpe con le suole di gomma, ma tutto ciò non mi dà allegria, perché penso che dovrò inventare qualcosa da raccontare a questo bravo e generoso compagno che da 40 o 50 giorni sta parlando e progettando di voler tentare un colpo in grande stile alla Lapide.

Sono assorto in questi pensieri, resi imbarazzanti dall’ombra di Matteo che ora comincia a impensierirmi e non mi accorgo che nel frattempo il sergente che marcia davanti a me, si è dato ad una fuga precipitosa. Indugio qualche istante sorpreso poi lascio partire una raffica prolungata ed a ventaglio, convinto che ormai il prigioniero sia riuscito ad eclissarsi. Invece dapprima sento un urlo strozzato, eppoi un tonfo: è il sergente degli alpini che vola con la faccia sull’erba umida di rugiada. Mi soffermo un attimo su questo corpo inerte, che poteva peraltro evitare di morire a questo modo, solo se avesse seguito i miei avvertimenti. Non potevo evidentemente mettere a repentaglio la vita del mio reparto. Eravamo ancora in zona pericolosa, con oltre 80 prigionieri e la manovra di sganciamento sarebbe stata quindi ancora lunga laboriosa e difficile. Se il sergente fosse riuscito a dare l’allarme, per noi sicuramente sarebbe stato un grosso ed imprevedibile guaio. Sono tuttavia dispiaciuto per quanto è accaduto, anche se non mi si presentava altra alternativa. Il volto cinico ed assassino della guerra ha colpito ancora. Raggiungiamo i prigionieri sulla collina, i quali chiedono ansiosi che significato aveva avuto quella raffica echeggiata improvvisamente nel silenzio della notte. Mi rivolgo subito loro affermando con vigore che se qualcuno voleva fare la stessa fine del sergente non doveva fare altro che imitarlo e cercare la fuga. Come lui infatti aveva tentato di fare.

9.Matteo non credeva che fossimo andati alla Lapide – continuava a salutarmi ma si capiva che era rimasto offeso.

 Essere stato costretto a fare fuori il sergente, è sicuramente per me una parentesi dolorosa, perché un uomo, è morto, non importa se nemico, è morto, ancora a causa della guerra, ma debbo dire che quella morte ci è servita quella sera, ad evitare una tragedia forse di proporzioni maggiori. Infatti, ad un certo punto, dopo due o tre ore di marcia, giunti a Pian delle Barche sopra le alture di Bargone, siamo stati costretti a fermarci e molti di noi esausti sono crollati sotto il peso della fatica e del sonno. A questo punto agli alpini prigionieri, che continuavano ad ostentare occhi sempre bene aperti, facce sempre meno raccomandabili, ho continuato a ricordare loro la fine del proprio sergente.

“Se c’è qualcuno che vuole seguirne la sorte, non deve fare altro che tentare la fuga. Io sono qui con il dito sul grilletto” ho ripetuto chiaro, scandendo bene le parole, perché al riguardo non esistano equivoci. E siccome i miei occhi erano aperti, dovevano rimanere aperti malgrado fossi anch’io stanco alla morte, si guardarono bene dall’assumere atteggiamenti ostili e ci seguirono docili e rassegnati fino al distaccamento, dopo aver ancora una volta ricevuto il saluto gioviale e soddisfatto del giovane parroco di Maissana, che era sulle spine perché temeva di veder giungere nel suo gregge il ‘casino fascista’ con le sue peccatrici. Ma si ringalluzzì subito, appena vide che ancora una volta i prigionieri erano volpi dal pelo grigioverde, come egli amava chiamare gli alpini della Monterosa.

Una parte dei prigionieri rimase con noi e fu aggregata ad altri distaccamenti. Una parte passò il fronte accompagnata da nostre staffette. Un’altra fu adoperata per successivi scambi di prigionieri. Ma questi alpini della Lapide aveva ragione il guardiano della OLE: ‘erano in prevalenza dei brutti ceffi’. Io infatti non ne conservo un buon ricordo, anche se loro potranno dire giustamente lo stesso di me e di noi.

Quanto a Matteo fu tutto meno semplice di quanto prevedessi. Lo incontrai il giorno dopo, e quando lo informai, con un tono scanzonato e un po’ provocatorio che ormai le scarpe con la suola di gomma non sarebbero più servite, perché il presidio della Lapide era stato catturato al completo la sera prima, Matteo incredulo scoppiò in una fragorosa risata. “Sei sempre lo stesso matto” mi disse “ma io non la bevo!”. “Quando andremo alla Lapide, verrà anche Virgola che conosce bene quella zona” aggiunse l’ex finanziere, “perché è lì che il comandante è nato e cresciuto”. Poi nei giorni a seguire Virgola deve aver parlato con Matteo per informarlo di quanto era successo, e da quel momento, questi mi levò la confidenza. Continuava a salutarmi, scambiava con me qualche parola di circostanza, ma si capiva bene che era risentito ed offeso. Poi via via gli passò, tornò ad essermi amico, ad interessarsi alle mie azioni ed alla attività del mio distaccamento, ed alla fine quando fui nominato comandante di Brigata, Matteo chiese volontariamente di venire nella mia formazione.

10. A due passi da Sestri Levante “attenzione! zona infetta da ribelli!”

Quando poi rimasi ferito e mi occultai per qualche giorno nel bosco di Azaro, lui e Succo continuarono a mangiare erba per lasciare il poco lardo di cui disponevano tutto per me. Ed io più di una volta mi sono pentito di non aver saputo rinunciare a l’azione della Lapide e di lasciarla realizzare invece a Matteo che l’aveva studiata in tutti i particolari senza nulla trascurare.

Ma ormai era tardi per poter tornare indietro. Anche perché nel frattempo, al bivio Lapide, proprio all’altezza dei due campi da bocce, ancora coperti di macerie a causa dei bombardamenti, i tedeschi ed i fascisti avevano innalzato ben altro dei soliti cartelli: “Attenzione! Zona infetta da ribelli. Pericolo di bande!”. Ed eravamo a due passi dal centro di Sestri Levante.

Poi Matteo digerì del tutto quello che era accaduto quella sera, e quando volevo vederlo sorridere divertito, gli parlavo della Lapide, e delle scarpe con la suola di gomma. Segno che era un uomo di spirito. Ma soprattutto un compagno eccezionale. 

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Altre Fonti e testim.ze sul caso Arduino e diserzione di “Succo”.

Cfr. ivi, Fasc. 40 – Doc. 5: La Resistenza nel Tigullio e nelle sue vallate, ed anche in Storia e Memoria, N° 1/2014: Rivista semestrale dell’ILSREC di Genova che contiene l’ultimo episodio narrato nell’articolo di E. V. Bartolozzi All’origine della diserzione nel Levante Ligure, dove, oltre a testimonianze di partigiani si hanno anche testimonianze lasciate da alpini della Monterosa: L’episodio si svolge in rione Battilana (Casarza Ligure) e coinvolge un distaccamento di circa 25/23 alpini con salmerie e 15 muli; comandati dal Serg. Arduino, il quale, convinto da una ragazza del luogo che in seguito diverrà la sua compagna, si consegnerà, con tutto il suo reparto, l’armamento, le salmerie e i 15 quadrupedi, al comando della Coduri. Lo stesso articolo mette in evidenza il ruolo di primo piano svolto dal finanziere Pietro Sechi sin dai primi del mese di agosto 1944, nel convincere il sergente degli alpini ad unirsi alla resistenza. E conseguentemente a costringere poi lo stesso Sechi, perché scoperto, a darsi ad una precipitosa fuga notturna, insieme a tutta la sua famiglia, per evitare d’essere catturato e condannato a morte per diserzione.

Cfr. ivi Fasc. 7 – Doc. 14, Archivio della divisione Coduri, Edilio Raspolini “Lanciere” (n. 1912) Azioni varie di Lanciere: Anche in questa testimonianza si ha una minuziosa e dettagliata descrizione del distaccamento alpino di Battilana comandato dal serg. Arduino. L’episodio è il medesimo che viene descritto nelle memorie di “Succo” e nell’articolo sulla diserzione degli alpini della Monterosa nel Levante ligure di Elio V. Bartolozzi, ma tale testimonianza non contempla più la presenza di Pietro Sechi “Succo” e neanche quella di “Matteo” (Angelo Monni) perché le due guardie di finanza sarde avevano esaurito il proprio compito, in quanto l’operazione di convincimento degli alpini a disertare si era conclusa positivamente, ma per verificare ed essere così tranquilli, prima di dare il loro definitiva consenso, gli alpini chiedevano un’ulteriore prova: avere un incontro con un comandante partigiano di grado gerarchico superiore, onde poter concordare con lui particolari garanzie riguardo le proprie libere scelte future, una volta unitesi alle formazioni partigiane. Insomma, molti volevano disertare solo per poter poi, una volta in banda, proseguire per tornarsene in famiglia. Cosa che venne quasi sempre assecondata, a condizione che loro lasciassero armi, indumenti, e quant’altro, alle forze partigiane che ancora scarseggiavano di tutto. Di solito, di militare, gli veniva lasciata solo un’arma individuale, gli abiti che avevano indosso, un po’ di scorta viveri e un lasciapassare per attraversare le zone presidiate dai partigiani che eventualmente avessero potuto  incontrare lungo il loro percorso. In nessun caso (a meno che non vi fossero in mezzo dei feriti o altri gravi motivi) mai nessuna protezione armata veniva loro garantita.  

Cfr. ivi Fasc. 7 – Doc. 16, Archivio della divisione Coduri, Pietro Sechi “Pietro Sechi”, pag. 8, paragr. 6, dove viene così descritto dallo stesso Sechi l’episodio del sergente Arduino: “Nel mese di agosto ‘944, assieme allo scomparso partigiano “Matteo” (Monni Angelo) convincemmo il sergente maggiore Arduino (che comandava un reparto salmeria della Monterosa) a disertare assieme ai suoi dipendenti (circa 30 alpini con muli e materiale). Il colpo riuscì alla perfezione e gli alpini furono portati al comando della nostra divisione in Valletti. Ed è in quella occasione che fui scoperto e processato in contumacia dallo stesso comando della divisione Monterosa, guadagnandomi la pena di morte. Tale fu la sentenza”.

Cfr. ivi Fasc. 7- Doc. 16, Archivio della divisione Coduri, Pietro Sechi Pietro Sechi, pag. 2: Tale diserzione viene ufficializzata dalla lettera del 28/11/1944, inviata dal Comando della Compagnia della GdF di Chiavari alla Monterosa; in cui viene descritto, in maniera dettagliata, l’allontanamento di Sechi, assieme alla propria famiglia composta dalla moglie e un figlioletto di quattro anni, da Santa Vittoria (Sestri Levante) per raggiungere il Comando della formazione partigiana Coduri a Valletti (Varese Ligure, SP).

11. Succo, per sfuggire alla pena di morte, è costretto a rifugiarsi in montagna.

Nel paragrafo precedente, abbiamo visto Succo che, scoperto nella sua attività di organizzatore delle S.A.P. di Sestri Levante accorpate alla Coduri, ha dovuto frettolosamente lasciare, insieme a tutta la famiglia, la sua dimora di Santa Vittoria per rifugiarsi tra i ranghi di montagna della divisione Coduri, allora ancora brigata, arrivando a Valletti, sede del Comando, la notte del 21/22 novembre 1994. (Nda: mentre Matteo, secondo la documentazione rilasciata dalla Coduri si sarebbe aggregato alla Brigata Coduri in data 29 maggio 1944) Ma [Succo] a Valletti rimane ben poco perché viene subito dirottato su Statale di Ne, quale comandante della Polizia partigiana (S.I.P.), reparto di nuova istituzione. Ma per seguire con più ordine le gesta partigiane di Succo (N.d.a: il Sechi, entrando nei partigiani (che allora venivano ancora chiamati “banditi”) aveva scelto il soprannome di “Succu”, in riferimento a Onorato Succu, popolare figura di bandito-giustiziere sardo che tra le due guerre, nell’Ogliastra, divenne bandito dopo aver subito una grave ingiustizia. Ma qui da noi, in Liguria e nei documenti ufficiali, Pietro Sechi viene sempre denominato “Succo”; mentre Angelo Monni aveva scelto il nome “Matteo” in onore di S. Matteo protettore del Corpo delle G.d.F.) preferisco affidarmi alla documentazione che ufficialmente: il Comando Sesta Zona Operativa del C.L.N. ha inviato, il 18 luglio 1945, al Comando Generale della Guardia di Finanza di Roma.

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Se quella sopra è documentazione più atta ad elencare la copiosa e ufficializzata attività di Succo e di Matteo durante le loro numerose incursioni partigiane, ritengo utile riportare sotto anche alcune situazioni dove emerge, quasi unicamente, il valore umano del partigiano Succo e del suo compagno Matteo. Impressioni che vengono qui formulate e riferite dagli stessi suoi compagni presenti o compartecipi ai fatti rievocati:

Tratto dal libro “Ne è valsa la pena?” di Aldo Vallerio “Riccio”, Com.te Brg. Zelasco (Div. Coduri), pag. 298÷302, Genova, 1983: Termine rastrellamento invernale – Riccio rimasto ferito – Fine gennaio/primi febbraio 1945.

1. Arrivano “Succo” e “Matteo” loro mangiavano erbe di bosco crude ed a me davano il lardo abbrustolito.

Dopo un po’ di tempo che mi pare di poter valutare approssimativamente ad un’ora circa si mette a piovere, per cui pochi istanti più tardi sotto questa baracca di frasche è come essere a cielo aperto. Prima sento gocciolare sulla gamba destra, mi sposto un’idea e mi piove sulla coscia sinistra, mi tiro da un’altra parte e le gocce mi si infilano nel collo. Gioco a rimpiattino con l’acqua che sgocciola un po’ dappertutto, ma alla fine sono costretto ad arrendermi. Mi alzo e me la prendo tutta così come viene. In definitiva non c’è altro da fare.

Mi trovo a disagio ed arrivo a pensare che qualcuno possa avercela con me al punto di perseguitarmi in tutti i modi e le maniere. In queste ultime ore ne ho viste infatti di tutti i colori. Mi viene voglia di imprecare, ma una voce dentro mi richiama all’ordine e mi fa osservare che in un certo senso questo è assai meglio di quando, bomba fra le mani senza sicura, mi trovavo accovacciato fra alcuni cespugli di bosco con i tedeschi che mi davano una caccia spietata. Certo, è meglio adesso di allora, ma perché devo fare sempre confronti e paragoni con il peggio e mai con le cose belle e piacevoli? Eppure c’è qualcuno che non ha i miei problemi, che mangia bene, gode, se la spassa e fa i soldi. Ma noi ci siam assunti l’onere di liberare l’Italia, di salvare le macchine del Cantiere, il porto di Sestri Levante, le gallerie di S. Anna e di cambiare la faccia del mondo! E siccome siamo gente d’onore e di principi è certo che ce la faremo. Vedrai poi quanti riconoscimenti e quanti premi. Soprattutto vedremo i… risultati!
Penso e ripenso a queste cose e ad altre ancora più intime e personali, e a furia di far mulinare il cervello alla fine si fa giorno, e grazie al binocolo che mi è sempre rimasto appeso al collo, posso localizzare con precisione la posizione in cui mi trovo. È un bosco fitto fitto, da dove posso osservare una parte delle case di Montedomenico e dall’altra quelle di Libiola. Le ore del giorno sono ancora più lunghe e noiose di quelle della notte. Ma debbo stare buono e non protestare perché c’è sempre la saggia voce interna che mi invita a considerare che ieri sera era notevolmente peggio. Nel tardo pomeriggio, verso le 16 arrivano “Succo” e “Matteo” ed a causa del rumore che fanno nel bosco li accolgo con la pistola puntata. Ci abbracciamo con calore, e non si fanno meraviglia delle mie ferite perché erano stati minuziosamente informati delle mie peripezie dal padre di “Scandalo”, il quale aveva loro detto dove su suo consiglio mi ero rifugiato. Che piacere incontrare questi due “Sardi”, compagni generosi e combattenti tenaci. Decidono di fermarsi con me. Mi proteggeranno e mi aiuteranno a riprendere le forze ed a guarire le ferite. Hanno del pane è un bel pezzo di lardo, ma loro mangiano erbe di bosco. Il lardo lo fanno abbrustolire a fettine e lo danno a me. Sono meravigliosi questi due compagni di me più anziani, ma io non posso accettare. Mi ribello, faccio una sfuriata, mi appello alle regole della disciplina e della democrazia partigiana.

2. L’acqua marina di “Matteo”come disinfettante sulle ferite

 Non è giusto dico loro. A questo modo facciamo come nell’esercito dove gli ufficiali mangiano meglio e diverso, mentre la truppa deve accontentarsi di quel che il convento passa. I due sardi ascoltano la mia sfuriata sorridendo, si scambiano occhiate d’intesa, ma il lardo continuano a farlo abbrustolire ed a riservarlo tutto per me; loro al contrario mangiano erbe, diverse qualità di erbe di bosco, ed hanno, ed hanno il coraggio di essere spiritosi ed affermare che le preferiscono a qualsiasi altra cosa, persino ai ravioli se questi fossero alla nostra portata! La mia ferita alla gamba, così come tutte le sbucciature e le contusioni che ho riportato nel rovo vengono ora disinfettate con una boccetta di acqua marina che “Matteo” per fortuna conservava in un taschino. Non sapevo che “Matteo” in un ambiente dove dominavano i pidocchi e la scabbia pensasse al profumo. Forse ogni tanto se ne passava qualche goccia sui suoi baffi spioventi che gli davano persino un’area truce, mentre in realtà non è capace di fare male ad una mosca. Lo sfotto e lui dopo essere arrossito si schernisce. Lo chiamo il partigiano profumato ma si capisce da come mi guarda che non gradirebbe molto che io facessi circolare questa voce. Non l’ho mai detto a nessuno. E la prima volta infatti che ne parlo, anche se questa non è certamente cosa della quale ci si debba vergognare. Ad ogni modo questa boccetta di acqua marina serve, e quanto e come serve per disinfettare le mie ferite, alcuni delle quali risultano già infiammate notevolmente. E proprio su queste che “Matteo” indugia e cerca di ripulirmele. Cristo come bruciano. Nel profumo c’è l’alcool, specie poi in quello prodotto in tempo di guerra. Questa è la ragione. Le ferite sono ora tutte disinfettate, ma io puzzo da capo a piedi come una autentica cocotte. Ora è “Matteo” a sfottermi. Trascorriamo in questo posto cinque giorni e cinque notti. Loro mangiando continuamente erba ed io il lardo rimasto. In compenso montiamo a turno la guardia. Poi all’inizio del sesto giorno “Succo” e “Matteo” vanno in esplorazione per saggiare come stanno le cose. Tornano dopo qualche ora con pane, formaggio, salame e due fiaschi, uno di vino e l’altro pieno di acqua di fonte. Il vino naturalmente è per loro, mentre io mi delizio dell’acqua che fra l’altro a me piace molto. Si invertono le parti. Ora sono io a dire che preferisco l’acqua a qualunque cosa, ed è realmente la verità, mentre i due sardi per non contrariarmi, così infatti dicono scherzosamente, sono costretti a bere al collo del fiasco pieno di vino. A giudicare però dalle loro espressioni non si deve   trattare di un sacrificio molto pesante!

3- I tedeschi minacciano di tornare per fare “kaputt a partisani!” – la casa di Alfredo Caleffi una donna eccezionale: sua moglie Modesta

Mentre ci togliamo un po’ della fame e della sete che nel frattempo abbiamo accumulate, mi informano circa l’esito della loro esplorazione. In giro non c’è più nessuno. I tedeschi dopo aver setacciato in lungo ed in largo tutta la zona alla fine hanno deciso di andarsene. Ma hanno detto minacciosamente che torneranno per fare Kaputt a partisani! Possiamo finalmente uscire dal bosco e riprendere l’attività alla luce del sole. Ora occorre mettersi il più presto possibile in contatto con i nostri distaccamenti che sono occultati in zona per verificare se hanno subito perdite o se invece sono riusciti a passare indenni attraverso le maglie nemiche. Un paio di distaccamenti sono occultati nelle ciappaie (Nda, gallerie per cavare i lastroni d’ardesia) del Capenardo, un altro distaccamento, quello di “Pablo” e “Nevada” è a Tolceto, quello di “Bip” a Libiola, quelli di “Sceicco”, “Bios” e di “Piero” alla macchia. Incarico “Succo” e “Matteo” di ritessere le fila e di predisporre una riunione di comandanti e commissari, a breve scadenza. Per ora non posso ancora muovermi. Mi reggo bene solo su una gamba perché la ferita pur migliorando visibilmente non mi consente ancora di camminare e di affrontare in campo aperto i rischi a cui facilmente ti espone la guerriglia. Temporaneamente l’ordine tassativo, in considerazione del fatto che siamo praticamente alla periferia di Sestri Levante, rimane quello di stare fermi in modo assoluto e ben occultati. Comunicheremo noi quando sarà il momento di riprendere posizione allo scoperto e conseguentemente l’attività armata. Io ho ancora bisogno di recuperare. Come ho già detto sono ancora claudicante, mentre la mia faccia è diventata tutta una crosta. A Campomoneto incontro “Punto”, il figlio di Ugo Caleffi “Alfredo”, che in seguito a questo tremendo rastrellamento che ha scosso il movimento partigiano alle fondamenta è rientrato a casa. La sua famiglia vive qui fra queste casupole che sono piene di sfollati. Mi propone di rimanere con lui e poiché non sono in grado di muovermi e di camminare ringrazio ed accetto. Suo Padre Ugo Caleffi è uno che fa l’esploratore, l’informatore, il partigiano combattente, fa cioè tutto quello che gli viene ordinato dal comando partigiano e siccome è dotato di fegato ed in più può contare su una lingua sciolta e disinvolta che non vi dico, è capace di togliersi d’impaccio anche nelle situazioni più difficili. Alla “Zelasco” ha reso sicuramente grandi servigi. Il suo non è stato un lavoro emergente ma al contrario un lavoro sotterraneo ed è anche per questo che mi pare giusto citarlo e metterlo in evidenza. Conosco sua moglie Modesta, una donna di grande bontà, tutta per i figli e la famiglia. Sempre comprensiva, mai uno scatto, mai una contrarietà. Permettetemi di dirlo con grande schiettezza. Una donna eccezionale. Una famiglia generosa, anche se i mezzi di cui dispone sono quelli che sono. Dimezzano le proprie razioni e aggiungono per me un posto a tavola. Quello che fa per me questa gente non potrò mai ripagarlo. Modesta fa un minestrone squisito che tanto somiglia a quello di mia madre. Ne fa sempre tanto. Piatto unico ma che ce ne sia. Alla sera usciamo di casa ed andiamo a dormire in una buca profonda scavata nella terra dove siamo letteralmente schiacciati solamente in due. Io e “Punto”. E devo dire che quest’ultimo è un ragazzo in gamba e mi aiuta molto nel lavoro di riorganizzazione della Brigata Zelasco. Inoltre fa la guardia, funziona da scorta, e quando è il caso si trasforma anche in staffetta. Con i minestroni sostenuti e ben conditi che Modesta mi mette a disposizione ho riacquistato gran parte delle forze perdute. Sto bene, sono su di morale, ma è la gamba che ancora mi fa male. Soprattutto alla sera. Forse risente della stanchezza accumulata durante il giorno. Rientrano intanto “Succo” e “Matteo” che hanno smesso di mangiare l’erba di bosco. E ora quando possono sbranarsi una bella scodella di minestrone e qualcos’altro di seguito non si fanno di certo pregare. Altroché vegetariani ed erbivenduli! Ed è proprio per questo che non riuscirò mai a dimenticare quello che per me sono stati capaci di fare questi due galantuomini. Con loro arrivano “Tarzan” il milanese dai modi raffinati e gentili, ma partigiano deciso ed intrepido come pochi, “Roma”, “Sceicco” e “Pianta”. Tornano a farsi vivi anche “Scandalo” e “Ciprin” che sono usciti dai loro inaccessibili nascondigli.

Qui incontro i familiari di Umberto Tessier un anziano compagno socialista sfollato in queste case ed è una occasione per parlare con loro di cose vicine e lontane.

Qualcuno mi informa che tutte le sere un pattuglione misto di Alpini e Bersaglieri si spinge fino a Santa Vittoria. Sembra che il sergente che comanda il reparto qui abbia una donna e questo particolare è così interessante che merita di essere approfondito perché potremmo anche farci un pensiero sopra e tentare di catturarli tutti. Decidiamo di controllare se la voce è vera ed in caso affermativo domani sera tenderemo l’agguato.

Ora la mia gamba è pressoché guarita e quando passo in testa faccio tirare fuori la lingua a tutti come ai vecchi tempi. Posso affrontare qualunque sgambata e qualunque fatica. La risposta che mi portano “Succo” e “Tarzan” è positiva. Il Pattuglione è tornato ancora ieri sera a Santa Vittoria e si è soffermato per circa mezzora sulla piazza della chiesa.

4. Torniamo a farci sentire: catturato un pattuglione misto di alpini e bersaglieri.

È l’occasione buona per tornare a farsi vivi. La sera dopo partiamo. La mia gamba come già ho detto è totalmente recuperata, mentre le croste sulla faccia sono quasi scomparse del tutto. Il piccolo specchio tascabile di Matteo mi conforta. Sono abbastanza presentabile. Con me vengono Succo, Matteo, Roma, Tarzan e Punto. Siamo più che sufficienti. Conosciamo bene il posto e non dovrebbe essere difficile. Per precauzione andiamo ad aspettarli fuori di S. Vittoria. Ci appostiamo a ridosso di una curva e la posizione è così favorevole che con una corda potremmo prenderli tutti al laccio. Stiamo lì un bel po’ ma non succede niente. Non transita neanche un’anima: ascoltiamo soltanto il nutrito gracchiare dei rospi. Ad un certo punto però, saranno circa le 22, ci sembra di percepire in lontananza delle voci e degli schiamazzi. Sono loro. Vengono avanti a due a due, completamente ignari del pericolo che incombe su di essi. Ormai sono giunti a tiro. Dai ragazzi saltiamo. «Mani in alto, siete circondati!». Soltanto uno cerca di fare il furbo e di svignarsela, ma viene abbattuto da Roma con il calcio del fucile. Alzano tutti le mani e li disarmiamo uno per uno frugando bene in tutte le loro tasche. Il Sergente ha il mitra. Sono due volte contento anche perché il mio se lo erano fottuti i tedeschi. Ora siamo pari e torno decisamente a sentirmi, come dire? più vestito. Questo mitra era proprio quello che ci voleva. I prigionieri invece, sei alpini e sei bersaglieri più un sergente serviranno per fare il cambio e salvare così uno ad uno i compagni che erano stati catturati nella baracca di Azaro dai tedeschi. A conti fatti i distaccamenti della Zelasco erano usciti indenni dal rastrellamento, e si trattava di un rastrellamento che doveva purtroppo lasciare la sua impronta nella storia partigiana. Tutti i reparti della Zelasco guidati dai comandanti e dai commissari, che in questo drammatico e difficile frangente dimostreranno il loro grande valore e le proprie capacità, hanno vissuto giorni tremendi, hanno fatto la fame, hanno sopportato il freddo e la pioggia, hanno visto più di una volta la morte faccia a faccia, ma non hanno mollato né subito perdite. Questo è il risultato che più conta al di là delle vicende personali. I fascisti ed i tedeschi danno la caccia a Virgola, al sottoscritto e forse anche ad altri comandanti partigiani e non comprendono che il movimento partigiano si presenta talmente collaudato ed organizzato che se anche un comandante o più comandanti venissero uccisi o catturati la lotta continuerebbe agguerrita lo stesso, perché è il collettivo che rappresenta la forza fondamentale per affrontare le battaglie decisive ed andare avanti fino alla vittoria.

5. Da A. Vallerio “Riccio”, op. cit., pp. 311÷317. L’imboscata tesaci da Atessa. Inizi feb ‘45.

Con questo spirito e con questa baldanza tipica del clima che aleggiava fra noi in quei giorni, parto con Succo e raggiungo Loto, dove da Luigiotto Azaro, troviamo le necessarie informazioni. Arriviamo sul monte Capenardo con il sole che splende alto sulle nostre teste. In giro tutto è tranquillo. Succo indossa abiti normali, io invece un paio di pantaloni da ufficiale degli alpini. Di quelli, tanto per intenderci, con l’elastico sotto il collo del piede, perché rimangano sempre ben tesi. Sul braccio, per ogni evenienza, porto un impermeabile mimetico da paracadutista.

L’erta in quel punto si fa dura e sia io che Succo avanziamo lentamente. Stiamo avvicinandoci all’ingresso della prima ciappaia. La sentinella partigiana che è ben occultata ci vede e segnala la nostra presenza. Dopo un po’ escono Gomel, Patata e Bios, il comandante del distaccamento. Gli altri fra i quali Fagiolo, Geremia, Sammì, Tranvai, rimangono occultati a fare la guardia ad alcuni prigionieri catturati in questi stessi giorni. Mi appresto a dare alcune indicazioni a Bios ed a informarlo sulla situazione in generale; gli assegno alcuni compiti da attuarsi nei prossimi giorni ed infine gli consegno un po’ di soldi ed un po’ di tabacco. Poco dell’uno ed ancor meno dell’altro; ma è sempre meglio di niente.

Virgola, al momento in cui ero venuto in banda mi aveva onestamente messo in guardia: “Fame, freddo e rischio di morire, ora se vuoi puoi anche rimanere”. Non aveva raccontato balle, ed ora bisognava vivere di quello che il convento passava. E poi lo ripeto, nessuno ci aveva chiamati. Stiamo parlando fra compagni che da tempo non si vedono, discutiamo dei nostri problemi che sono enormi e persino impellenti, Quando uno dei nostri, mi pare Patata, improvvisamente lancia un grido che ci lascia tutti esterrefatti: gli alpini! Un reparto della Monterosa, avanzando sul dorsale al coperto, è giunto a non più di 50-60 metri da noi.

Procede a ventaglio, ed appena ci scorgono, gli alpini si buttano ventre a terra e frustati a gran voce dal sottufficiale che li comanda, danno inizio ad un fuoco veemente e violento contro di noi, che sorpresi non possiamo fare altro, dopo aver sparato più per istinto che per altro, alcuni colpi di pistola, di tentare di sbandarci in diverse direzioni.

Io, Succo, Gomel, Bios e Patata cerchiamo di portarci fuori tiro, ma lo sbarramento di fuoco degli alpini è impressionante. Mirano ad infilzarci ad uno ad uno nel tentativo di ridurci in tanti colabrodo. Comanda il reparto repubblichino lo stesso sergente che avevo catturato nell’osteria del Ferrà (fabbro) al Bargonasco, la famosa sera in cui eravamo riusciti a catturare l’intero presidio comandato dal capitano Trevisanato. Questo sergente messo di fronte all’alternativa di rimanere con noi o andare a casa, aveva scelto volontariamente di rimanere a fare il partigiano. Si era dato per nome di battaglia quello di Atessa, dal paese di origine, ma in occasione del grande rastrellamento di gennaio dal quale eravamo venuti fuori fra le vicissitudini che qui sto ancora raccontando, dopo essersi sbandato era tornato a presentarsi alla Monterosa, raccontando chissà quali bugie ai propri ufficiali per apparire candido ed ancora incontaminato.

Ora tuttavia è ancora qui di fronte a noi sulla cima del Capenardo per cercare di renderci pan per focaccia e se è possibile anche il… companatico! Gli alpini presi con lui al Bargonasco volevano che lo fucilassimo perché dicevano che era, e assai giustamente, un fanatico fascista che durante i rastrellamenti passati si era macchiato di crimini, e di violenze su cittadini inermi. Noi ci siamo opposti a questa richiesta sostenendo che era opportuno lasciare a questo sottufficiale la possibilità di riscattarsi. Eravamo stati ancora una volta degli ingenui. Ora infatti Atessa, si accaniva a gridare “fuoco aiuto munizioni”, nell’intento di infilzarci!

A questo si riduceva la possibilità di riscatto che a lui avevamo lasciato. Che schifo fanno certi uomini, senza fede e senza parola. La storia di questo sergente della Monterosa è tutta Italiana.
Ora ditemi un po’ come sarà possibile ricostruire gli Italiani traviati da 20 anni di fascismo, se oggi si inginocchiano ai tuoi piedi e dichiarano di essere tuo amico, e domani sono pronti a spararti addosso, come adesso sta succedendo sul Capenardo?

Il conto con Atessa rimane comunque aperto. Soltanto le montagne non si incontrano. Non è una minaccia. Se l’occasione si presenterà gli darò soltanto uno sputo in faccia. La più giusta ricompensa al valore che egli si è meritata, sparando contro coloro, che malgrado la volontà dei suoi stessi alpini di farlo fuori, gli hanno salvato la vita. Ora tuttavia Atessa c’è l’ha dal manico e nostro scopo immediato e quello di non farci infilzare come polli. Dopo la prima sorpresa, dalle nostre file partirono alcuni colpi di pistola, io stesso vuoto il caricatore in direzione degli alpini i quali sparano così intensamente che sembra giochino a chi fa più punti al tiro a segno! Non ci resta che battere in ritirata, ed è credetemi, una ritirata disordinata, alla “scappa chi scappa” tanto per intenderci. Cosa potevamo fare in quelle condizioni, allo scoperto e armati di sole pistole? E poiché i colpi cadono fischiando tutto attorno e sollevando zampilli di terra, ed io non posso muovermi come vorrei perché sono i pantaloni troppo tesi ad impedirmelo, mi butto a terra, rompo gli elastici sotto il collo del piede che non mi consentono di correre, eppoi strisciando proseguo a zig-zag per cercare di uscire da questo autentico tiro al bersaglio.

Con me vicinissimo si trova Patata con il quale procedo ad una decisa ed impegnativa operazione di sganciamento. Ed è in questa occasione che posso apprezzare tutto il coraggio di questo partigiano, poco più di ragazzo, che non perde la calma ed ogni tanto mi rivolge persino qualche consiglio su come passare indenni fra una raffica e l’altra, di un troppo petulante mitragliatore nemico. È veramente una sorpresa la grinta di questo ragazzo che è al mio fianco, e credo che in avvenire dovrò tenerlo presente per incarichi di un certo tipo. Ad un dato momento mi accorgo e se ne accorge anche Patata che sono rimasto senza pistola. Mi vengono i sudori freddi. Dio mio, senza pistola e come se fossi morto. Patata urla per farsi comprendere, mentre le raffiche continuano a sibilare tutto intorno a noi, che la pistola è appesa lassù ad un cespuglio ed ora dondola come un balocco appeso all’albero di Natale. Strisciando e saltando a balzelli per sfuggire al tiro a segno cui siamo e continuiamo ad essere sottoposti, probabilmente la pistola, sul cui calcio avevo fissato una catenella si è sfilata dal fodero rimasto aperto ed è rimasta a dondolare dolcemente nel vuoto.

Torno indietro mentre Patata mi esorta a non farlo gridandomi che è una follia, un tentativo di suicidio. “Ne troveremo altre di pistole” aggiunge, ma io sono ormai avviato decisamente per tentare di risalire la china. Non posso rinunciare alla mia Browing a 15 colpi, una pistola di fabbricazione Belga, precisa e rapida nel tiro lungo, che avevo tolto ad un ufficiale catturato. Questa pistola, fra l’altro, costituisce per me l’unica possibilità di difesa, e senza di essa, oltre a considerarmi nudo ed indifeso, ora ho l’impressione di sentirmi persino un inetto. Debbo quindi giocare il tutto per tutto e rientrarne in possesso. Eppoi che razza di comandante sarei senza pistola! Come la prenderebbero i miei uomini quando venissero a sapere che avevo perduto la pistola nell’infuriare di una imboscata nemica? Non ci sono dubbi debbo riprendere la pistola, costi quel che costi. Nessuno potrebbe fermarmi. Neanche il sergente Atessa e i suoi giannizzeri con la piuma sul cappello.

Patata continua a gridare di non andare, eppoi visto che io ho ripreso a salire senza incertezze, si acquatta dietro un cespuglio e segue trepidante le fasi movimentate del ritorno della Browing nel mio fodero. Il sergente Atessa continua ad ordinare di sparare, ma ha paura di lanciarsi allo scoperto, anche perché non sa che io sono disarmato. A mani completamente nude, io continuo a salire, appiccicato al terreno mentre i colpi mi sfiorano dappertutto e Patata disperato mi grida da lontano in modo isterico e sempre più forte di desistere, di tornare indietro. Lo sbarramento di fuoco del nemico è veramente allucinante, i colpi si conficcano dappertutto, ma scandendo bene e con lucidità il tempo che intercorre fra una raffica e l’altra e soprattutto approfittando del cambio di caricatore, riesco a portarmi ad un paio di metri dalla pistola che lucida mi ballonzola davanti come a volermi fare marameo sul naso. Gli ultimi metri sono tremendi e per alcuni attimi di fronte al fuoco incessante che mi sfiora la testa, ho la sensazione di dover desistere. Poi colgo uno di quei momenti favorevoli, faccio ancora un balzo e la pistola è ora saldamente nella mia mano destra.

Sembrerà un paradosso, ma ora non mi sento più nudo e neanche un inetto. Cambia letteralmente l’ottica delle cose. Il Morale, lo spirito, chiamatelo come volete, mi trasmettono una carica eccezionale e riprendo a sganciarmi con l’agilità di un capriolo. Striscio abbastanza rapido da una insenatura all’altra, imbocco un vallotto di scarico dove dentro sono perfettamente al riparo, e scivolando come una biscia, continuo a procedere mentre i proiettili lambiscono la superficie e piano piano riesco a portarmi completamente fuori tiro.

Patata è sparito. Non lo vedo e non lo sento. Faccio un ultimo balzo ma poggio male il piede per terra e mi produco una slogatura alla caviglia. Un dolore lancinante. Non riesco più ad appoggiare il piede per terra. Da un po’ di tempo mi stanno succedendo tutte. Prima la ferita di striscio alla gamba sinistra e tutti quei tagli sulla faccia, ora slogatura alla caviglia destra. Procedo come posso su una gamba sola o aiutandomi con le braccia. Aggiro Loto dove attorno non si vede nessuno. Hanno sentito l’infernale sparatoria sul Capenardo e gli uomini sono subito corsi a nascondersi. Le donne invece si sono chiuse in casa. Di riffe o di raffa riesco a raggiungere la macchia di fronte ad Azaro dove da un po’ di tempo ho trasferito il mio quartier generale, e qui nel bosco fitto con il mio mitra fidato e le bombe a mano rimasti al sicuro, potrò vendere cara la pelle. Mi raggomitolo nella coperta ben protetto nella macchia e cerco di rilassarmi mentre la caviglia mi duole terribilmente. È stata una giornata intensa. Poteva andare anche peggio considerato quanto accaduto. Incominciavo a convincermi che difficilmente sarei morto in questa guerra. Forse poteva accadermi mentre ero seduto su una sedia. I soliti discorsi scemi ed impossibili che si fanno quando si rimane soli con se stessi a indugiare sul latte versato. Rimango sempre con l’orecchio teso per cogliere immediatamente eventuali rumori sospetti. Chissà dove sarà finito Succo? E Bios? E Patata? E Gomel, Fagiolo, Ulisse, Tranvai, Gotti, Sammì, Geremia e tutti gli altri nascosti nella ciappaia con i prigionieri da controllare? Saranno stati scoperti o saranno riusciti ad occultarsi? Gli alpini infatti erano più interessati a sparare dietro di noi che sull’altro versante. Forse perché avevano riconosciuto qualcuno?

6. Anche Succo riesce a defilarsi!

Forse Atessa aveva riconosciuto me e poiché era un fascista fanatico da tale si comportava. Era deciso a stendermi, forse perché gli bruciava essere stato preso come un tonno, in una notte di autunno, mentre giocava a carte, in un’osteria di Bargonasco. Non gli era andata bene neanche questa volta, però, malgrado l’accanimento con il quale sparava e sollecitava gli altri alpini a fare altrettanto, Atessa come poi vedremo, rimaneva con un pugno di mosche.

Ed è proprio in considerazione di ciò che mi trovavo costretto a considerare che anche questa volta, visto come si erano messe le cose, poteva andare certamente peggio. Forse è così, ma quand’è che si metterà ad andare meglio? In realtà sono assai contrariato per via della distorsione alla caviglia che ora si è gonfiata e solo a sfiorarla mi fa un male cane. Fra l’altro, in queste condizioni, se riuscissero ad identificare il mio nascondiglio sarei bell’è fritto! Sistemo bene le coperte, allineo con ordine le bombe a mano, porto il mitra e relativi caricatori di scorta al mio fianco, ed in questo bosco fitto di vegetazione, incomincio a montare la guardia…a me stesso. D’altra parte, visto e considerato che non posso muovermi, non mi rimane che attendere il rientro di Succo, sempre che anche lui se la sia in qualche modo cavata. Incominciano a cadere le prime ombre del pomeriggio avanzato e lo stomaco che non è mai stato molto delicato, mi fa sentire certi languori di cui non tardo a comprendere né la provenienza né le cause. Non si tratta comunque solo di appetito. Questa è fame, nel senso più completo del termine! Ma guarda un po’ che strano tipo. Sono lì, semi immobilizzato, con il sospetto non certo del tutto azzardato di essere stato avvistato da qualche occhio indiscreto e di conseguenza correre il rischio di essere catturato, e vado addirittura al pensare al mangiare…

Vorrei vedere ognuno di voi al mio posto. A 20 anni, si ha sempre fame, soprattutto quando non si è più toccato cibo dalla sera precedente, e si è trascorsa una giornata così intensa e movimentata come quella che io mi avevo lasciato alle spalle. E non era ancora finita perché l’orologio segnava appena le 16. Sto arrovellandomi fra mille pensieri e le più strane congetture, quando sento improvvisamente un rumore di sassi e di terriccio che scivolano a valle. Impugno il mitra, tolgo la sicura e mi sdraio ventre a terra in attesa che la situazione si delinei.

Nel frattempo non percepisco altri segni estranei, ma avverto tuttavia la presenza, nei pressi, di qualche essere umano. Dopo un po’ ascolto infatti un rumore di frasche eppoi quello di pietruzze che rotolano. Sono pronto a fare fuoco, ma dopo alcuni istanti, mi giunge distinta alle orecchie l’intercalata sarda di Succo che mi chiama a voce bassa nel tentativo di localizzarmi.

È tutto sudato, anche lui reduce da una sgambata incredibilmente lunga e avventurosa. Ma almeno le sue caviglie si sono mantenute intatte. La mia invece si è rivelata un autentico tallone d’Achille! Mi porta alcune informazioni relative alla imboscata che gli alpini ci hanno teso sul Capenardo. Questi ultimi hanno avuto un morto e un ferito che sono stati costretti a trasportare a valle, su due improvvisate barelle. Erano lividi di rabbia e di paura hanno confidato a Succo alcuni boscaioli. L’impermeabile mimetico da paracadutista che portavo sul braccio e che ho dovuto abbandonare, risulta così sforacchiato dalle pallottole da sembrare un grattuggiera da formaggio. Questo è l’unico bottino catturato dagli alpini. Lo fanno vedere a tutti. Magra consolazione.

Gomel, Patata e Bios sono riusciti a defilarsi sotto il fuoco nemico ed ora si trovano in una zona sicura. Patata in particolare, ha vissuto una avventura rocambolesca, ma dopo essere giunto anche lui a Loto, grazie alla lucidità che non lo ha mai abbandonato, anche nei momenti più drammatici dello scontro, ha trovato il modo di occultarsi. Ecco cosa sono capaci ragazzi poco più che adolescenti. E quando confronto i giovani di oggi con quelli di allora, ne ricavo motivi di profonda riflessione ma anche di grande turbamento. È vero che la situazione era diversa. Ma quale impegno, quale senso di dedizione, allora? Fino a rischiare la vita. Oggi anche i giovani, più impegnati, politicamente parlando, magari sono capaci di discutere, al punto che i loro interventi possono anche riuscire a strappare l’applauso, ma fra il dire e il fare, che da allora ad oggi si è scavato un baratro.

La milizia politica, le ragioni ideali, il modo stesso di concepire la propria appartenenza ad un partito, sono profondamente mutati rispetto ad allora, anche in quegli stessi partiti, che per tradizione, erano considerati da questo punto di vista una specie di “chiesa”. Oggi si inseguono le grandi idee ed anche i grandi discorsi, ma si trascura il legame con le masse, la battaglia giornaliera sulle cose piccole, solo perché tutto ciò costa lavoro, sacrificio e tanta fatica. A questo modo, partiti tradizionalmente operativi ed organizzati come il PCI rischiano di trasformarsi in partiti di opinione o di quadri, con il risultato, che siccome i propri militanti non lavorano e non producono politica fra le masse come dovrebbero e come sarebbe necessario, il risultato sarà e già è, che non fanno neanche… opinione, come invece la situazione esigerebbe.

Ed io credo che anche da questo punto di vista, la lezione della Resistenza costituisca un preciso punto di riferimento, soprattutto per i giovani di oggi che hanno il compito di perfezionare, di concretizzare, di completare l’opera iniziata allora, quando per vivere dovevi essere disposto a sacrificarti a lavorare ed anche a morire.

Ma torniamo nel bosco di Azaro dove si respira un’aria ancora ricca di speranza nei confronti del tormentato domani che ci siamo prefissi di conquistare. Il distaccamento di Bios è riuscito a rientrare non visto, nella ciappaia: gli alpini erano troppo impegnati sull’altro versante a sparare nei nostri gropponi per vedere gli altri che sgusciavano nel loro provvidenziale nascondiglio.

In sostanza gli unici ad avere avuto perdite, un morto ed un ferito, erano stati loro, gli alpini. Ciò poteva apparire incredibile e per certi aspetti persino umoristico. Noi avevamo sparato una decina di colpi di pistola in tutto, nel tentativo di arrestare il fuoco veemente degli alpini, che ci tiravano addosso da tutte le parti, ed avevano causato loro, addirittura due vittime. Per contrasto quelli della Monterosa al comando di quel bastardo di Atessa, ci avranno vomitato addosso, non esagero, centinaia e forse migliaia di proiettili, che avevano finito letteralmente con il vangare la costa est del Capenardo, ma salvo l’impermeabile mimetico, non erano riusciti neanche a scalfirci.

Che pessimi tiratori! Forse è anche perché sparavano con la paura in corpo, ed in quelle condizioni si finisce con lo sparare dove capita.Tutto sommato si trattava quindi di un bilancio positivo, pur nel quadro di una circostanza disgraziata. Sono stati gli assalitori, coloro che ci hanno teso l’imboscata, ad aver riportato i danni più gravi e consistenti. In un certo senso quindi, possiamo dire di aver vinto lo scontro. “Roba da matti” direbbe Leone! Un morto, più un ferito, contro un’impermeabile sforacchiato ed una caviglia slogata, credo costituisca per noi, un risultato persino insperato, visto come si era messa la faccenda all’inizio. Potevamo infatti, essere annientati tutti, ed invece, eravamo riusciti, una volta di più, a farla completamente franca. Le pelle storte, o se volete i matti, riescono sempre a cavarsi d’impaccio. Cristoforo Colombo non aveva forse sentenziato: “e pelle grame i nu mou?” (Ndr, “le pellacce grame non muoiono mai!). E a noi non dispiaceva, anche per questo, essere considerati “pelle grame” ed un poco matti. Resi più sereni dalle notizie e dal bilancio dei danni, decidiamo di attendere un paio di giorni all’interno del bosco. Ma bisogna cercare dei viveri, ed insieme ad essi, anche qualche farmaco, capace di fare sgonfiare ed a rimettere in sesto questa mia maledetta caviglia.

Succo parte, procede al coperto fino in fondo alla valle, e nel giro di un quarto d’ora è già ad Azaro eppoi a Campomoneto. Dopo circa un’ora è di ritorno e la bisaccia che porta a tracolla risulta piuttosto imbottita. Ha portato con sé una focaccia da contadini intera, una formaggetta, della polenta fritta, una bottiglia di latte e due fiaschi d’acqua. È riuscito anche a scovare una mezza bottiglia di vegetallumina per fare gli impacchi alla mia caviglia malandata.

7. Da A. Vallerio “Riccio”, op. cit., p. 626: Angelo Monni “Matteo” e Pietro Sechi “Succo” – Due guardie di finanza diventati partigiani – E una coppia di sardi affiatata e ben assortita

Due fra i più caratteristici e singolari partigiani della “Zelasco” sono stati “Succo” e “Matteo”, conosciuti da un sacco di gente anche come i due sardi o i due finanzieri.

Appartenenti al corpo delle guardie di Finanza, “Succo” e “Matteo” raggiunsero la nostra banda in montagna, dopo aver lungamente e proficuamente collaborato in città fra le maglie del movimento clandestino antifascista.

(N.d.r.) Ritratto di Matteo: Per chi non ha dimestichezza con la lingua sarda offriamo una traduzione in italiano eseguita dalla figlia di Succo, signora Pina Sechi, che ringraziamo: [… Qui ebbe la possibilità di dare uno slancio ai suoi ideali di libertà e di antifascista in quanto mai accettò l’oppressione e l’arroganza di un regime scellerato. Entrato nella clandestinità tra i ranghi partigiani della Divisione Coduri, rimanendo pero’ al posto di servizio, dove poteva controllare meglio l’attività del nemico e aiutare meglio i compagni della montagna Angelo Monni scelse come nome di battaglia “Matteo”, nome del santo protettore della G.di Finanza.

Matteo, con una propaganda seria e convincente, divenne maestro di proselitismo riuscendo a far disertare gruppi consistenti di alpini, già reclutati nell’esercito repubblichino di Salò. Grazie a lui, infatti, molti alpini passarono alla Coduri con tutto l’equipaggiamento, armi e munizioni comprese. Per questo motivo, Matteo venne elogiato con encomi solenni dal suo comandante di Divisione…

In seguito, scoperto e segnalato, venne ricercato dalla Questura repubblichina di Genova, per questo motivo dovette lasciare il proprio reparto…].

Simili in tante cose, ma alquanto diversi nel temperamento e nel carattere, i due isolani si sono subito adattati alla comunità partigiana, tanto che dopo poco tempo si erano guadagnata al tal punto la fiducia degli uomini e dei responsabili della formazione, da essere entrambi nominati comandanti di distaccamento.

Più misurato, più prudente “Matteo”, più dinamico e persino focoso “Succo”, non era rado vederli disputare con foga e con calore sulle loro quasi sempre diverse valutazioni dello stesso fatto o della stessa cosa.

“Matteo” che intercalava il suo dire con un caratteristico e frequentissimo “o no?”, si dilettava a fare piani strategici a largo raggio, ma aveva il torto di attendere troppo a lungo il momento opportuno per attendere la loro effettuazione che così continuava a rimandare nel tempo.

“Succo” al contrario era per le cose meno elaborate, più semplici e quindi più concrete se non addirittura immediate, per cui puoi tranquillamente dire che si trattava di due grandissimi amici, capaci di dare entrambi la vita per l’altro, ma che pur tuttavia risultavano alquanto diversi, soprattutto quando si trattava di passare dalle parole ai fatti.

Finì infatti che ognuno dei due aspirò a diventare più autonomo nei confronti dell’altro. Cosi avvenne il divorzio fra due anime gemelle, che pure si volevano assai bene, ma che per ragioni del resto comprensibili, preferivano essere inviati ad operare in due diversi distaccamenti.

Qui ognuno fece la propria strada, e la fecero entrambi così bene, da essere alla fine considerati, non due belle figure partigiane, ma decisamente due fra i più importanti primattori, fra i tanti primattori che abbiamo avuto nella brigata garibaldina “Zelasco”.

Ricchi entrambi di grande umanità e di senso del rispetto, “Succo” e “Matteo” costituiscono, per me in particolare, un esempio vivente e forse irripetibile di come e di cosa si debba intendere con la parola amicizia.

Eravamo bloccati su un bosco sulla spalliera di Azaro (N.d.r.: Azaro, piccola località che s’incontra lungo la strada S.Vittoria-Loto), e poiché risultavo ferito al collo del piede sinistro, “Succo” e “Matteo” mi assistettero facendo la guardia continuamente, senza chiudere per diversi giorni e diverse notti, e con uno zelo ed un impegno tali, da pensare che stessero proteggendo Giuseppe Garibaldi. Avevano in saccoccia un pezzo mica tanto grosso di lardo, ma loro si cibavano solo e sistematicamente di erbe di bosco, che dicevano essere roba rara e squisita, per lasciare tutto a me il lardo, in quanto asserivano, dovevo recuperare rapidamente il sangue e le forze perdute per poter tornare al più presto possibile ad assolvere attivamente al mio compito.

Riusciamo a collocare un ragionamento di questo tipo nel tempo in cui viviamo dove gli uomini sono abituati a pensare solo alla pancia propria?

Erano circostanze diverse? Sicuro, ma diversi, se permettete erano anche gli uomini, membri di una generazione che a questo riguardo, ha scritto pagine memorabili e irripetibili!

Due compagni meravigliosi, dalle personalità e dalle caratteristiche non convergenti, ma uguali, tanto uguali nell’intendere la lezione della vita, nell’interpretare e valutare il senso della solidarietà e della amicizia, che come ho detto, gli portava persino alla rinuncia di cibarsi, per consentire al loro comandante, molto più giovane rispetto alla propria età che li faceva già uomini maturi, di poter tornare al ruolo e ai compiti che su di lui incombevano.

Dopo il 25 Aprile sono tornati ad essere Guardie di Finanza con il grado di brigadieri, e quando poi dopo diversi anni, per limiti di età, è finito il loro impegno, non hanno saputo resistere entrambi al fascino ed al richiamo della loro tanto amata e mai dimenticata Sardegna: si sono imbarcati e sono partiti. “Matteo”, quello che aveva studiato le scarpe con la suola di gomma, per poter meglio arrivare di sorpresa sulle sentinelle nemiche, e che insegnava ai suoi uomini la tattica partigiana muovendo sullo scacchiere le patate, è morto nel frattempo e noi ne siamo stati informati tanto tempo dopo. Riposa in pace caro compagno. Uomini come te meritano di essere ricordati e citati d’esempio!

Soprattutto ai giovani che si sono trovati in un certo senso la pappa fatta e sprecano il fiato a contestare tutto e tutti, invece di rimboccarsi le maniche e battersi e lottare per cambiare concretamente senza inutili strilli, questa società di merda, che neanche assomiglia a quella per la quale “Matteo” ha sofferto, ha lottato con le armi prima, e con la lotta democratica dopo, quando aveva raggiunto l’età della pensione.

“Succo” invece risulta essere vivo e vegeto ed in perfetta salute malgrado gli anni che cominciano a pesare. Risiede ad Oschiri e le sue forze gli consentono ancora di accudire e di gestire un allevamento di conigli.

Agli amici che ogni tanto lo vanno a trovare e lo incontrano, racconta volentieri i suoi trascorsi nella Resistenza.

Ricorda con lucidità uno per uno gli amici, i compagni, i comandanti e continua a dire e ha promettere che un bel giorno finirà col decidersi di ritornare per alcuni giorni sul “continente” a visitare i luoghi dove, quando si chiamava “Succo”, ha fatto il partigiano. E guarda il mare, mentre una lacrima brilla nei suoi occhi un tempo così decisi ed ardenti.

La stessa lacrima che pensando a lui, fa riscontro nei nostri occhi.

8. Bruno Pellizzetti “Scoglio” – “Matteo e il Marleen”, dal suo libro di memorie “Dalla Montagna vedevamo il Mare”, Ed. Nuovi Autori, pp. 154/55, 1995, Milano.

 Santa Giulia è un piccolo paese sulla collina, nei pressi di Lavagna, in direzione di Cavi. Le sue casette bianche e la sua piccola chiesa si vedono molto bene dall’Aurelia. Se salite da Lavagna per la strada asfaltata, arriverete ad una piazzetta di fronte alla chiesa, da dove si vede uno spettacolo magnifico. Verso Genova, la penisola di Portofino, massiccia sul mare e, a levante, la penisola di Sestri che nella parte più stretta mostra due spiagge di spalle un’altra che mostrano i suoi lati. Tutto questo in uno scenario di mare azzurro ed immenso.
Io ero con un gruppo di partigiani a Santa Giulia e guardavo verso la Spiaggia. Le pendici della collina terminavano in una terra piana dove erano state costruite alcune palazzine. Poi venivano la strada, la ferrovia a pochi metri, il muraglione, la spiaggia e il mare. La nostra missione era di scendere alle case dove passavano molti fili telefonici, appesi a pilastri o ad alberi. Dovevamo tagliarli e interrompere la comunicazione tra Lavagna e Sestri Levante.

Scendemmo vicino ad una casa rosa, passammo per un sentiero di pietre che porta all’Aurelia, dove c’era un gran cancello in mezzo a due pilastri sui quali erano coricati due levrieri di marmo bianco. Una massa di fili era legata a quelle colonne, sulle quali montammo, io su una e Matteo sull’altra, mentre gli altri ci proteggevano. Ero occupato a tagliare i fili con un coltello e non mi accorsi che a duecento metri verso Cavi era arrivato un camion. Lo vidi solo quando gli alpini già saltavano dalla parte posteriore, chiusa da un copertone. Matteo gridò:

“Scoglio, scappa, scappa”.

Saltai dal pilastro e corsi verso la collina.

Matteo veniva dietro. Gli alpini correvano sulla strada ed arrivarono al cancello chiuso. Ci sparavano attraverso le sbarre. Noi correvamo verso i vigneti. Gli altri partigiani erano molto più in alto. Mentre correvo tra le basse ed intricate vigne sentivo che Matteo ansimava dietro a me. Gli alpini sparavano ma il cancello chiuso gli aveva fatto perdere tempo. Ora stavano scavalcandolo ma noi non rispondevamo al fuoco. Inciampai in una radice scoperta. Caddi facendo un salto mortale. Fu un colpo tremendo e rimasi stordito. La mia mitraglietta, il pregiato Marleen, mi era sfuggita dalle mani ed era a due metri da me.

Matteo passò correndo, neppure si preoccupò di me, mi credette morto, raccolse il Marleen e continuò la fuga. Gli alpini erano nelle prime fasce quando rinvenni. Disarmato avevo un doppio motivo per affrettare la fuga: gli alpini che mi erano vicini e che non volevo perdere il mio Marleen. Matteo mi precedeva di una ventina di metri ed io cominciai a gridargli:

“Matteo, molla il Marleen”.

Lo raggiunsi a Santa Giulia. Gli alpini non ebbero il coraggio di seguirci fin lassù e si ritirarono.

Ricuperai l’arma. Matteo aveva una passione per quella mitraglietta e non aveva voluto perdere l’occasione di ereditarla. Nella nostra divisione ce n’erano quattro o cinque e Virgola ne aveva data una a me. Era un’arma leggera tipo carabina con caricatori doppi che si cambiavano girandoli, sparava con velocità e precisione. Era un’arma di lusso se paragonata ai tozzi Sten inglesi o al complicato mitra Beretta.

Matteo me la restituì a malincuore ma con un sorriso.

9. Bruno Pellizzetti “Scoglio” – “La Squadra Matta della Coduri, dal suo libro di memorie “Dalla Montagna vedevamo il mare”, Ed. Nuovi Autori, pp. 343/346, 1995, Milano.

     Eravamo a metà febbraio; dopo un lungo periodo di tempo passando peregrinando da paese in paese finalmente mi incontrai con Riccio. Più che mai in forma, vivo e vegeto nonostante certe voci.

    Era a Loto; ci abbracciammo felici. Voci erano circolate: Riccio era in prigione, Riccio   era all’ospedale di Chiavari ferito.

   Nelle nostre montagne le voci circolavano con una velocità fantastica e si trovava sempre gente che era pronta a giurare di aver visto con i propri occhi: il tale incatenato, il tal altro steso a terra. Così era successo anche per il caso Riccio e le voci erano tanto precise e tanti erano i testimoni che un giorno, con Colombo si decise di trattare il cambio con il comando tedesco di Mezzanego.

    Il parroco di questo paese si mise in contatto con il tenente tedesco, e dopo alcuni giorni ci presentammo a Mezzanego con Lampaza e Tizio della Caio. I tedeschi ci ricevettero piuttosto freddamente. Cercavano di farci sentire la loro superiorità. Noi si parlava con calma e il meno possibile. I tedeschi ci garantirono che il comandante Riccio era a Chiavari, ferito e che sarebbe stato trattato con ogni riguardo in attesa del cambio. Fissammo un appuntamento per il sabato successivo.

    Però non ci furono altri incontri: era evidente che cercavano di raggiraci. Intorno a Loto vi erano fitte macchie di olivi perciò decidemmo di riformare la nostra formazione in questa zona, la quale benché fosse attraversata giornalmente da truppe alpine si presentava per noi abbastanza sicura data la fratellanza che avevamo con la popolazione del posto.

      I primi giorni furono piuttosto duri, si mangiava quando si poteva e si dormiva sempre all’aria aperta.  Alla notte ci stringevamo l’un l’altro e ci avvoltolavamo nella misera copertina, stringendola con forza sotto le ascelle. Si visse in due soli per un po’ di tempo. Poi il nostro lavoro cominciò a fruttare. I gruppetti isolati venivano a prendere contatto e in 15 giorni nella macchia Camponeto sorsero i distaccamenti Luca, Matteo, Bios, e la così detta Squadra Matta. La famiglia Scandalo aveva il suo gran daffare per mantenerci a viveri.

    Voglio elencare i nomi dei partigiani che fecero parte della squadra matta perché siano riconosciuti questi valorosi ragazzi, che si raggrupparono con l’intendimento di attaccare incessantemente il nemico, con azioni impensate tanto da portare il terrore nelle formazioni fasciste. Le azioni furono veramente efficaci, ed impensate, qualcuna come per esempio quella delle motozattere tedesche, fu segnalata dalla stessa Radio Londra.

     Tutti avevamo la nostra divisa, ed avevamo la nostra canzone, Riccio, Ombra, Piero, Zaro, Attila, Nelson, Lecce, Serpente, Bios, Bip, Tito, Cartuccia. Ricordate ragazzi, quando potentemente armarti si scendeva a valle cantando la nostra allegra canzone? La gente ci guardava e sorrideva.

     Le popolazioni dei paesi, che attraversavamo non aveva più paura di ospitarci, di darci da mangiare, no, si mangiava seduti a tavola, i giovani del paese venivano a parlare con noi. Bastava guardare in faccia i matti della Coduri, per avere la garanzia che per quel giorno i fascisti si sarebbero tenuti ben alla larga.

     Il nostro rifugio, era una tana di tasso, vicino a Barassi: per entrarvi era necessario strisciarvi carponi per sette metri in uno stretto cunicolo, poi un corridoio di tre metri, ed un’altra discesa carponi: in fondo vi era una stanza, che noi avevamo sistemato; a terra vi era un grande materasso, alle pareti, vi erano lumicini ad olio, e sollevato da terra su un mucchio di pietre, il nostro grammofono, con la nostra collezione di dischi, misera purtroppo, non erano che tre.

    Dentro la nostra tana si era al sicuro; dal di fuori era quasi impossibile immaginare, che li sotto vi fossimo noi, e nessun rumore trapelava, neppure le detonazioni delle rivoltelle, che purtroppo erano frequenti. Chi conosce Riccio non si stupirà certo di questa mia dichiarazione, e poi tutti noi per non essere da meno, cercavamo di fare del nostro meglio spegnendo candele da otto metri o sparando in zone particolari del muro; da ultimo avevamo degenerato, al punto di lanciarci in esibizioni da circo; ci divertivamo, poveri innocenti a spararci l’un l’altro colpi di rivoltella tutt’intorno alla testa.

     Eravamo diventati maestri di tiro, eravamo tutti dei Buffalo Bill. Le azioni erano continue: l’Aurelia per parecchi giorni teatro delle nostre avventure. Una volta a scopo propagandistico, scendemmo nel paese di Cavi alle 16 del pomeriggio, tutti in fila indiana, a distanza di tre metri l’uno dall’altro; sorridevamo, salutavamo tutti, e la gente del posto ci guardava stupita, in coda veniva Bip con un grosso pacco di giornali di propaganda che distribuiva attorno. Facevamo sfoggio delle nostre divise americane e specialmente delle armi che avevamo. Si fece il giro del paese, e si risalì verso Santa Giulia.

     Bisogna rendere onore alla popolazione di Cavi: infatti la nostra visita non fu comunicata ai fascisti della zona. Appena fece scuro, scendemmo nuovamente, bloccammo la strada vicino alla chiesa, e cominciammo a raccogliere sulla via Romana tutti gli sfortunati passanti, tra questi si trovava sempre o qualche amico o qualche persona, che superato il primo momento di spavento cominciava a domandarci qualche cosa della nostra vita, ed allora ci sedevamo a terra e raccontavamo di noi, dei nostri morti, dei nostri ideali e della nostra sicura vittoria. “Tutti a terra” e giù ci sdraiavamo mentre i fari dei camion tedeschi illuminavano i muri delle case vicino a noi. Passati i camion le nostre innocenti vittime emettevano lunghi sospiri di sollievo: non se lo sarebbero mai più creduto di capitare in simili avventure.

    Vi erano pure dei clienti affezionati: quello che batteva ogni record era Domingo, il bigliettario della corriera, credo di averlo catturato per cinque sere consecutive, le ultime volte, ormai era un esperto in materia, istruiva i suoi sfortunati colleghi di sventura, e li rassicurava che all’alba sarebbero stati tutti liberi.

     Quella notte catturammo una decina di fascisti ed un ufficiale tedesco ci lasciò le piume: tentò di reagire ma Zaro fu più pronto di lui; Krike portava con sé importanti documenti che furono da noi inviati immediatamente al comando alleato.

     Che mosse una persona importante questo Krike fu dimostrato il giorno dopo quando Spoletta uscito dal rifugio incontrò una pattuglia tedesca. La zona era tutta circondata, sapevano che eravamo dentro al cerchio e ci cercavano.

    Furono tre giorni tremendi, non avevamo niente da mangiare, e la riserva di olio per i lumini finì presto. Le ore passavano lentissime e non avevamo più la cognizione del tempo. Il segnale di pericolo era un ramoscello di olivo messo dalla Vittorina (N.evb., Vittorina, suocera di Bocci) all’entrata della tana, e purtroppo i rametti continuarono per tre giorni. I tedeschi non riuscirono a scoprirci, avevano usato un’altra tattica: formarono pattuglie fornite di potenti binocoli, le piazzarono tutt’attorno sulle creste e fecero circolare un maresciallo nella nostra zona aspettando che noi lo catturassimo, per piombarci addosso. Non so quante volte la povera esca passò davanti al nostro rifugio.

    Giù, sottoterra ci sfogavamo a suonare i nostri dischi, che stridevano sotto la smussata puntina: sempre ho nelle orecchie la canzone “ma in amore ci vuole fortuna”. A sera balzammo fuori; non ce la facevamo più. Il tedesco era in una casa vicina, lo trovammo seduto a tavola che beveva del vino. Zaro e Serpente balzarono avanti, ed egli finalmente incontrò quei ribelli che tanto aveva cercati. Mangiammo come lupi affamati e poi un’altra volta nella nostra tana. Il giorno dopo nella zona di Sorlana e Barassi vi era l’inferno; pattuglie tedesche che cercavano noi, pattuglie fasciste che razziavano polli e conigli, il finimondo. Però capirono che non vi era nulla da fare, la squadra matta era imbattibile. Noi nel rifugio guardavamo il sottufficiale tedesco che ci stava raccontando, povero angelo, che pure lui aveva una casa lontana, che aveva una famiglia e che faceva la guerra perché vi era costretto.
     Ai primi di aprile la Squadra Matta si sciolse.
    Il nostro compito era quello di dividerci i posti di responsabilità nelle varie formazioni. Sul Capenardo ci sedemmo tutti a terra proprio sul valico e con lo sguardo alla valle sottostante demmo il nostro saluto a quel tratto di Aurelia che si vedeva luccicare là in fondo e che aveva dato nome e gloria alla Squadra Matta della Coduri.
    “Zà, sun i matti” (N.evb. “Già, sono i matti”) sentivamo dire al nostro passaggio e noi ne gioivamo. Matti sì! Ma nella nostra squadra non vi fu né un morto né un ferito e le azioni compiute furono innumerevoli.
    Arrivederci compagni della Squadra Matta!!
Scoglio

10. Don Luigi Canessa: “La cattura di don Bobbio”, dal suo libro: “Don Bobbio. Cappellano della Divisione Partigiana Coduri”, pp131/138, ed. 1965, sotto gli auspici dell’ILSREC della Liguria. 

L’azione degli alpini e dei tedeschi, che portò alla cattura di Don Bobbio, ebbe inizio la notte del 29 e si concluse nel tardo pomeriggio del 30 dicembre 1944.
Le informazioni che erano giunte al comando della Coduri facevano prevedere che quell’attacco avrebbe avuto proporzioni che andavano oltre i soliti rastrellamenti che la zona aveva subito nel corso della guerra.
Durante la giornata del 29, dalla valle Graveglia forti reparti di truppe tedesche puntavano sul Biscia, un monte pietroso alle spalle di Valletti, e, dalla parte opposta, dalla valle del Taro, il 1° Reggimento della Monterosa con pezzi di artiglieria ed una compagnia di fanteria tedesca erano giunti a Scurtabò di Varese Ligure nella valle Scagliana.
La consistenza delle truppe impiegate, il loro armamento, lo stesso piano d’attacco, che si sarebbe sviluppato in una azione di accerchiamento, obbediva al preciso obbiettivo: catturare i protagonisti degli incontri di Torza di Maissana e distruggere le forze della Coduri.
Il Comando delle Armate della Liguria, affidando l’operazione al 1° Reggimento della Monterosa, per i motivi già ricordati, non aveva sbagliato nella scelta, e l’uomo al quale aveva affidato l’esecuzione gli dava le garanzie che l’avrebbe portata a buon fine.
Quest’uomo era il Capitano Lorenzo Malingher (Nota1, nel Testo: Fu fucilato dai partigiani a Lanzo il 30 aprile 1945).Una figura di soldato ben nota agli esponenti della resistenza Ligure, nel
quale facevano spicco il suo servilismo ai tedeschi e il suo ostentato orgoglio per i personali rapporti di amicizia che lo legavano al Duce, particolare questo che faceva di lui un personaggio i cui poteri andavano oltre a quelli del grado che rivestiva.
Ma la scelta era stata felice anche per un conto che diceva di avere in sospeso proprio con la Coduri.
Quel conto era stato aperto in un mattino d’autunno a Disconesi di Maissana: in uno scontro con gli uomini di Virgola e aveva perduto l’occhio sinistro.
Il Partigiano Bellamy (Dino Ghio di Riva Trigoso), ricorda che, quando lo catturarono nell’azione su Valletti e lo portarono davanti a lui, gli rinfacciò la lesione subita e mostrandogli l’occhio di cristallo gli gridò pieno d’ira:
“Il tuo sangue, il sangue di tutti quelli che sono con te, non basterà a pagare quest’occhio”.
La grave situazione che quella sera si andava profilando presentava ben poche possibilità di difendere Valletti.
Al comando della Coduri si pensò in un primo tempo di ripiegare su Varese Ligure, ma dato che i pareri erano discordi, Virgola chiamò a rapporto i comandanti dei reparti.
E la decisione unanime: restare a Valletti anche a rischio di farsi distruggere.
Virgola, Naccari e Leone insistevano in quella decisione e pregavano Ricchetto di appoggiare la loro azione facendo intervenire i suoi mortaisti.
“I mortai l’avrete – replicava Ricchetto – la vostra resistenza è senza speranza. Ripiegate su Varese prima che siate accerchiati”.
Ma non ritornarono sulla loro decisione.
«… Il Comando della Coduri – scrive Leone – avendo considerato della situazione, chiamò a rapporto Saetta, Riccio e Tigre, i tre comandanti delle brigate e, con essi, in supremo senso di responsabilità, decideva di non abbandonare la zona e di fronteggiare l’attacco per non lasciare la popolazione alla mercé delle rappresaglie del nemico. Pensammo ai paesi dati alle fiamme: a Cichero, a Barbagelata, a Nascio, a Statale, a tutte le frazioni del comune di Zeri, dove si compirono azioni degne di barbari e dove non furono risparmiate né canoniche né chiese e uccisi anche dei sacerdoti.
Le popolazioni di Valletti, di Comuneglia, di tutta l’alta valle del Vara, a prezzo di sacrifici eroici, ci avevano dato la possibilità di sopravvivere. Non ci avrebbero mai perdonato di averle abbandonate o di non aver tentato nei limiti del possibile a provvedere alla loro difesa…» (Nota2, nel Testo: LeoneRelazione sull’attacco di Valletti”, inedito)
Quella sera il vento e la neve spazzavano i monti del Vara.
L’allarme era entrato in tutte le case.
La povera gente viveva in ansia, ma anche in fiduciosa attesa. I Partigiani erano tanti, in quella giornata avevano ricevuto rifornimenti di armi e di munizioni; poi fuori coi partigiani c’erano anche i loro figli: gli alpini e i tedeschi sarebbero stati respinti.
E attesero gli eventi, raccolti nelle cucine affumicate, attorno ai fuochi primitivi sui pavimenti di pietra.
Verso le 23 echeggiò una nutrita sparatoria in direzione del Biscia. Segui un momento di assoluto silenzio, ancora spari isolati e poi, il fragore della lotta.
I tedeschi stavano scendendo su Valletti.
Gli uomini di Colombo avevano aperto il fuoco e gli avevano momentaneamente fermati.
Erano corsi lassù anche Virgola col distaccamento del Comando ed anche Matteo con i suoi uomini, ma i tedeschi ripresero ad avanzare.
Tenace fu la difesa della sede del Comando. Bill, un ragazzo di 15 anni, si gettò fuori nel buio, scaricò il suo mitra e fuggì stendendo tre tedeschi sulla porta d’ingresso.
I tedeschi erano ormai tra le case e continuare quella lotta avrebbe significato l’irreparabile per tutto il paese.
Entrarono in tutte le case e vi trovarono lo spettacolo di sempre: il cupo silenzio. Vecchi e madri coi piccolini al collo chiedevano pietà.
Entrarono anche in canonica e vi trovarono don Bobbio con sua madre.
Il maresciallo che li comandava lo salutò e gli stese amichevolmente la mano.
Don Bobbio restò dapprima sorpreso, ma poi comprese: riconobbe in quel tedesco un ex prigioniero di Virgola.
Catturato da Naccari a S. Vittoria, era vissuto a Valletti per un certo periodo in attesa di essere scambiato. Alla vigilanza dei primi giorni era seguita una familiarità eccessiva, finendo in cucina come aiutante del cuoco. Anche la gente, che lo vedeva sovente in paese con fasci di legna e bottiglie di latte, non ci badava.
Don Bobbio gli era stato molto vicino e gli aveva fatto del bene.
Poi un giorno sparì.
Comunque, quella notte i tedeschi non cercarono Don Bobbio e mai si seppe perché si fossero comportati così.
È però verosimile che il comando delle Armate della Liguria, preoccupato di coprire la riprovevole trama che si era tentato di ordire a Torza di Maissana, abbia ritenuto opportuno di procedere nella più stretta osservanza delle sue competenze (il caso del resto era di natura interna), senza informare gli ufficiali tedeschi che presero parte a quella operazione.
Tale supposizione sarà confermata dai fatti.
Alle 3 del 30 dicembre, dopo aver passato per le armi due civili che avevano sorpreso nei boschi, i tedeschi ripresero la via del Biscia e non si rividero più, lasciando agli alpini il compito di portare a termine la operazione e la responsabilità della rappresaglia sull’inerme paese.
L’azione del 1° Reggimento e del reparto tedesco che gli era stato aggregato, ebbe inizio prima dell’alba.
Quando gli alpini, lasciate le case, le stalle, i fienili dove avevano passata la notte, furono inquadrati in due forti colonne sulla strada per Varese Ligure, il capitano Mallingher ordinò ai comandanti di reparto di fare l’appello.
I suoi sospetti erano pienamente fondati: molti di quegli alpini non c’erano più.
Nella notte avevano preso i sentieri dei monti, verso il Taro, ansiosi di trovare la trincea della libertà.
Poi le due colonne si misero in marcia. Una puntò sul Toceto, sopra Comuneglia, l’altra scese per strada di Varese con lo scopo di aggirare Valletti, e la compagnia mortai della Centocroci, dalle alture sotto Cavissano, accettarono l’impari lotta.
Quello scontro frontale, ricco di episodi di ardimento individuale e collettivo, durò sette ore.
All’estremità dello schieramento partigiano, sopra il mulino della Gattea, si ebbe il più sanguinoso episodio della giornata.
Alle 6, nel buio mattinale, vi morirono 9 partigiani e 26 fatti prigionieri.
Verso le 12 gli alpini raggiunsero Valletti e l’occuparono.
Il Capitano Mallingher difilato in canonica e notificò a Don Bobbio l’ordine di cattura.
“Lei è un traditore – gli disse – non si muova di qui.
E lo lasciò con sua madre, che non poteva credere a quanto avveniva, mentre gli alpini mettevano sossopra la casa, in cerca di chi sa che cosa, e fracassando quanto vi si trovava.
Fuori il paese, dominato dal fumo degli incendi, viveva la sua agonia.
I soldati entravano ed uscivano da quelle case mostrandosi l’un l’altro le cianfrusaglie che vi avevano trovato.
Un poveruomo, certo Antonio Nicora, che trovarono con due bossoli in tasca, lo fucilarono.
I pochi che non abbandonarono il paese poterono salvare la casa e il bestiame consegnando spontaneamente ai soldati i loro risparmi.
Le violenze, le vandaliche distruzioni che il 1° Reggimento della Monterosa compì a Valletti in quella rappresaglia, il cui ricordo resta sempre nella mente di coloro che la vissero e nei documenti dell’archivio parrocchiale, renderanno impossibile allo storico di domani accogliere l’invocata discriminazione sui metodi di guerra usati rispettivamente dai reparti militari e da quelli politici, che combatterono sulla cosiddetta barricata sbagliata.

11. Cfr ivi, Fasc. 5 – Doc. 9 bis: Bruno Monti “Leone”, comm. Div. “Coduri”. Genova XXV Aprile 1980. “Testimonianza storica sulla spia Ossegna Pappalardo e il degno compare Pisa”

Una domenica sul finir dell’Ottobre 1944, in un dopopranzo festivo, mentre al Comando partigiano a Valletti vi erano affluiti alcuni partigiani dei distaccamenti più vicini e ci si intratteneva a conversare, erano circa le 15, quando improvvisamente entrava un tizio (che poi avrebbe preso il nome di battaglia “Pisa”) il quale presentandosi come medico inviato dal direttore dell’Ospedale di Albareto per prendere visione sull’attrezzatura sanitaria e i medicinali giacenti della formazione, chiedendo di vedere l’infermeria e che lui sarebbe stato disposto a dare una mano per degli eventuali rifornimenti sulle carenze. Volle il caso che tra noi in quel pomeriggio vi fosse il dr. “Canna” Giorgio Canale, direttore del nostro Ospedaletto da campo situato in Valletti. Virgola, senza esitare, invitava Canna e l’interlocutore a seguirlo in un appartamento appena sopra il Comando che fungeva da infermeria, dove vi era qualche partigiano degente. Tra i rimasti vi fu qualche perplessità sul modo in cui si era presentato il sedicente medico, senza nessun documento di presentazione ecc. ecc. Allora il sottoscritto raggiunse l’infermeria, dove vi era Virgola con Canna e notava che con tanta sfrontatezza il presunto medico impartiva proprio a Canna istruzioni sulla cura terapica da adottare a un partigiano effetto da tracheite. Quando ebbe finito mi avvicinai a lui in modo garbato chiedendogli se poteva ripassare al Comando prima di andarsene per parlare in merito alla sua eventuale opera medica in formazione. Dopo un po’, in compagnia di Virgola e Canna scendeva tra noi e lì lo sottoposi subito a delle domande indagatrici sul suo arrivo, senza una documentazione di presentazione e delle credenziali di qualcuno che poteva garantire la sua presenza, scusandomi diplomaticamente dicendogli che se era partigiano non doveva offendersi, ma apprezzare l’azione. Mentre si guardavano le foto, la carta d’identità e altri documenti che teneva nel portafogli su cui io lo tempestavo di domande, forse, sentendosi imbarazzato mi disse: chiedilo a quello là chi sono, che lui mi conosce bene. Dato che gli giravo le spalle a colui che mi indicava, mi girai di scatto per guardarlo e non conoscendolo dissi: chi è costui? (Quello era il Pappalardo). Intervenne immediatamente “Foce” Fossati, che di lui noi avevamo la massima fiducia, dicendomi: “Leone, questo lo conosco io e mi ne rendo garante”. L’intervento di Foce smorzò un po’ il nostro comportamento ostile nei riguardi del Pisa e continuando sul dialogo medico convenimmo che egli si tenesse in contatto con Canna per eventuali collaborazioni mediche.

Dopo una settimana, […] andai da Canna e seppi dallo stesso che il Signore in parola quasi tutte le mattine si presentava sul mezzogiorno per magiare e che non faceva nulla, e prima di partire prendeva anche degli alimenti per portare in famiglia che era sfollata ad Ossegna (da indagini fatte pure Pappalardo risiedeva ad Ossegna con la famiglia). Gli dissi a Canna che quando sarebbe ritornato di mandarlo al Comando […] e dopo uno scambio di opinioni sull’attività medica da svolgere ci sedemmo per pranzare. Io avevo preso posto al suo fianco mentre Virgola gli stava di fronte. Dopo circa un quarto d’ora entrava Saetta a comunicarci che aveva predisposto perché saltasse il ponte di S. Lucia. In quel mentre, io che non levavo gli occhi su di lui, per qualche istante ri­masi agghiacciato per il suo sconcertante atteggiamento: vidi i suoi occhi torvi e scrutatori, le orecchie si erano appuntite in ascolto come quella dei conigli. Il mio istinto mi suggeriva di strozzarlo, […] e feci un cenno a Virgola perché mi seguisse. Quando fummo nella cameretta soprastante gli confidai quanto avevo visto, intuito, che non mi sbagliavo affatto sul giudicarlo una spia, e che ne ero tanto sicuro che l’avrei liquidato all’istante. Ma ecco che Virgola dopo di avermi sentito, con la sua nota saggezza mi disse: “Leone, lo fac­ciamo pedinare da due nostri partigiani”. […] Erano quasi cinque ore che durava l’interrogatorio, […] senza aver ricavato il minimo sufficiente. […] Alle 21 come era stato stabilito, “Moschito” con altri due partigiani che erano i suoi angeli custodi vanno a prelevarlo alla mensa che era sopra al Comando e mentre lo accompagnavano, quello, con un uno strattone, si svincolava e nelle tenebre riusciva a dileguarsi. Fuggendo si era slogato un piede e zoppicando si era portato sulla strada di Centocroci dove s’imbatté in una pattuglia della “Centocroci” che lo fermarono e lo interrogano, […] lui  ammetteva di essere partigiano della Coduri e di essere in missione per Bedonia, ma essendoci sorti dei dubbi lo portarono al loro Comando, e venne riconosciuto essendo stato con la loro formazione, in precedenza, per qualche giorno, con un certo Pappalardo, i quali avendo avuto sentore e dei dubbi su di loro si dileguarono. Il giorno dopo il Comando della Centocroci, tramite un loro corriere, mandarono al nostro Comando una nota in marito: asserendo di aver preso nella notte il suddetto fuggiasco, il quale dichiara di essere partigiano della Coduri, ma dato che lo stesso in precedenza era stato con loro per qualche giorno, insieme ad un certo Pappalardo e di avere dei motivi di dubitare che fossero agenti della Ghestapo, se avessimo con noi il Pappalardo di consegnarglielo per essere processati.

Noi che avevamo il diritto di chiedere il Pisa per essere sottoposto al nostro giudizio con il Pappalardo, […] ritenuto opportuno consegnare ad essi anche il Pappalardo con premessa che al processo fossimo presenti anche noi. Invece non fu così perché […] li processarono a nostra insaputa, lasciandoli liberi per mancanza di indizi. Ovviamente il Pisa che aveva dei conti da pagare con noi non si presentò, mentre il Pappalardo si ripresentava dicendo che a suo carico non erano emerse alcune colpe e che lui se lo si accettava era disposto a conti­nuare la collaborazione. […] gli dissi che noi eravamo in quel momento molto occupati e di non aver tempo di pensare a lui e che si recasse per un certo periodo presso la propria famiglia in attesa che lo mandassimo a chiamare. Ma ecco che dopo una settimana si presentava con una proposta: che lui ormai, avendo perso la fidu­cia nostra, aveva pensato di andare oltre il fronte presso i suoi genitori nel meridione e che avrebbe lasciato la famiglia a Ossegna aiutata da qualche famiglia contadina del luogo per gli alimenti e che sarebbe ritornato a fine guerra per sistemare ogni cosa. Venne accettata la sua proposta con un certo sollievo, […] Purtroppo dopo 4 giorni era di ritorno […] perché in quei giorni vi era un servizio stretto di vigilanza nemica da non poter passare. […] verso la fine di novembre del c.a., quando la Coduri scese su Lavagna, dopo qualche giorno una giovane donna di Sestri Levante, la quale di tanto in tanto si recava al Comando per ottenere dei permessi per il trasporto di generi alimentari, venne da noi e in disparte mi confidava che il giorno prima della notte che si scese su Lavagna, lei si trovava nella sede dei fascisti di Sestri Levante per avere un lasciapassare, in quel mentre entrava un tizio con occhiali neri e un bastoncino il quale informava il tenente delle brigate nere che i partigiani durante la notte sarebbero scesi su Lavagna, ciò che il tenente non voleva credere tanto era ritenuta azzardata l’azione, ma lui ha più volte insistito e quindi se n’è andato, […] Andai direttamente da Virgola a informarlo e a chiedergli se il Pappalardo fosse stato con loro, il quale non essendo certo mi disse di domandarlo a Naccari o ad altri. […] Dalle indagini esperite risultava che il Pappalardo era presente all’azione e che si era allontanato solo per un breve periodo di tempo, circa un’ora per una missione esplorativa nella zona senza precisare la meta prefissa. Dato che il tempo segnalato sulla sua assenza non poteva essere sufficiente a coprire una sua eventuale scappata a Sestri, perché come minimo da Loto a Sestri e ritorno ci sarebbero volute 3 ore a farle di corsa, sorsero delle perplessità. Ciò nonostante, dato che era scesa la sera, pregai la giovane perché cortesemente ripassasse all’indomani, allo scopo di mandare a chiamare l’individuo per farglielo vedere di nascosto onde accertare se era lui. (In seguito si seppe che era lui la spia segnalata dalla donna al Comando fascista). […] e poi con il pretesto che gli mancava l’aria, usciva dalla tana preparando l’infame delazione che portò alla cattura degli otto partigiani su accennati. La losca figura non si limitò solo a quella delazione, ma pensando che i partigiani in quell’azione sarebbero stati vinti e finiti, si mise apertamente alla testa dei nazi-fascisti portandoli in ogni luogo dove vi erano state le dimore partigiane, facendo bruciare le case dei collaboratori e i loro arresti ecc. ecc. […] Dopo il rastrellamento ovviamente lasció la montagna e si mise liberamente ad ope­rare giù in città. Venne pedinato e seguito ed una volta poté sfuggire per sua fortuna. Vennero così le giornate insurrezionali e la Liberazione: al giorno 26 Aprile 1945, i partigiani Succo e Matteo facenti parte della Guardia di Finanza, si recarono a Genova al loro Comando per riprendere i contatti e il loro incarico e conversando con dei loro colleghi seppero che poco prima di loro si era presentato, per essere preso in servizio, un certo Pappalardo il quale ammetteva di aver appartenuto ad una formazione partigiana del Levante, ma che non essendosi stato in quel momento il Comandante gli dissero di passare all’indomani mattina. Essi dai connotati avuti pensarono che fosse la spia “Ossegna”, e messesi d’accordo con i colleghi lo sorpresero al Comando e lo portarono al Comando partigiano della Coduri, in Via delle Palme a Chiavari. Venne processato, giudicato colpevole dei crimini commessi e in seguito fucilato. Prima di morire, forse pentito, disse: sono colpevole e faccio schifo a me stesso.

Il suo degno compare Pisa, che non avevamo più visto, da criminale nato, nell’estate 1945 si recava in zona con un complice, prendendo alla stazione di Sestri Levante un taxi e arrivati sulla strada sotto il Santuario di Valva uccisero l’autista depredandolo dei portafogli e dell’autovettura, con la quale raggiunsero Genova, dove di lì a qualche giorno venivano presi e processati, con una condanna a 24 anni di reclusione.

12. Rapporti trasmessi a Spiotta sui comandanti partigiani e loro sedi. 

Il rapporto di un fiduciario datato del 18.12.44 relaziona Spiotta su Matteo e altri comandanti partigiani (pp.133÷138)

[…] Oltre a indicarne le zone di competenza – Maissana, Statale, Valletti – informa che un distaccamento di 60 uomini, al comando di ‘un certo Matteo’, ex brigadiere della guardia di finanza, si trova a Campori; un secondo, comandato da ‘un certo Foce’ composto da 40 uomini è ubicato a Ossegna; un terzo opera a Disconesi e un quarto, al comando di ‘un certo Tigre’, si è spostato al Passo del Biscia […]

E a pag. 138, un altro rapporto scrive: […] Il Comandante della banda è un individuo soprannominato Virgola operaio di Sestri Levante, frazione Pila, con un altro fratello nella stessa banda, il Virgola lavorava nei Cantieri del Tirreno a Riva Trigoso. Dice che vendica il padre morto nel 1922 a seguito degli squadristi. Il passo del Bocco è controllato da un distaccamento il cui capo è un certo Tigre, classe 1922, di Casarza. È l’individuo che viene a fare azioni sulla zona di Sestri Levante. Il distaccamento di Campori è comandato da un certo Matteo, Brigadiere della guardia di Finanza di Chiavari e Sestri Levante, di circa 35 anni. Il capo del Distaccamento di Cassego è un certo Foce, nativo di Chiavari. Vi sono inoltre due commissari, che hanno circa 40 uomini ciascuno alle loro dipendenze, soprannominati Leone e Colombo[…]

13. (V. anche ivi Fasc.3- Doc.7 bis)-  Nell’Aula del Tribunale di Chiavari, durante il processo di Spiotta e i suoi compari: Bocci e Matteo s’incontrano e si scambiano alcune impressioni sugli imputati alla sbarra… Raccolta e scritta da A. Minetti “Gronda nell’aprile 1970, composta di 4 fogli di cui se ne riporta solo 2 e mezzo in quanto l’ultima parte descrive altro tipo di azione.  

Chi era?: Vito Spiotta nasce a Gioia Tauro nell’aprile del 1904 e muore a Genova nel gennaio 1946. Subito dopo l’armistizio, cessata ogni sua precedente attività (possedeva una piccola industria di bachelite) organizza a Chiavari il Pfr (partito fascista repubblicano). E nel 1943, a dicembre, crea la centuria Bir el Gobi, e dopo poco la squadra d’azione Ettore Muti, dove militavano molti fascisti di Chiavari e d’intorni. Promosso Ispettore generale del Pfr, nell’estate ’44 viene nominato anche vice comandante della 31a Brigata nera Silvio Parodi e comandante del suo 3° btg. Per dimostrarsi degno di tanta considerazione da parte dei superiori, fonda e dirige personalmente il giornale Fiamma repubblicana, attraverso il quale si lancia in una violentissima propaganda antipartigiana e antisemita; ed anche contro molti parroci della zona di Chiavari e del Tigullio, accusandoli apertamente di collusione con i partigiani.

Per non privarsi di nulla: in appoggio ai reparti germanici, alla Guardia nazionale repubblicana e alla Monterosa, partecipa di persona a diversi rastrellamenti nelle varie zone del Tigullio. Dove fa emergere ancora di più la sua innata crudeltà nei confronti dei prigionieri, spesso straziati dalle torture e dalle vessazioni. Catturato nei giorni della Liberazione dai partigiani scesi dalla montagna a liberare le città della costa, viene processato dalla Corte d’assise straordinaria di Chiavari e condannato a morte per fucilazione, insieme a due suoi stretti collaboratori: Enrico Podestà vice di Spiotta, e Giuseppe Righi di Levanto (SP) tenente comandante del reparto motociclisti.  La sentenza viene eseguita al poligono di Quezzi (Genova) il giorno 12.1.1946.

14. La foto riprodotta sotto è il fermo immagine di una sequenza del film “Bisagno” di Marco Gandolfo, che mi è stata segnalata dall’amico Nicola Serra di Sinnai, quando conoscevo solo alcuni episodi trascorsi nelle file della Coduri dal partigiano “Matteo” Angelo Monni. Il film l’avevo già visto ma questa sequenza non m’aveva colpito, lì per lì, in modo particolarmente importante. Riguardandolo però mi saltò l’uzzo di approfondire un po’ l’argomento e decisi d’inviare un’email (il 12/4/2018) all’ideatore, nonché regista della pellicola, per rivolgergli la seguente domanda:

  • […] e ho guardato più volte il vs interessantissimo film su Bisagno. Del quale mi ha particolarmente colpito una scena che qui cerco di specificare ma della quale qualcosa continua a sfuggirmi: provo a decifrare lo scritto di quel che mi sembra di leggere: “Monni Angelo di Giovanni e di Saddi Luigina nato a (Cagliari) il 28/02/1910 – guardia di finanza, brigadiere responsabile di distaccamento delle G.R. di finanza di Sestri Levante, si conferma che egli si abbia a trovarsi arruolato in banda di ribelli operanti nel Chiavarese”.
    Questa immagine che è presente in un vecchio registro a righe verticali contenenti anche altri personaggi (quasi tutti classificati pericolosi comunisti), con N° di riferimento 1361 e data 22/03/1945, si presenta mentre viene raccontata una intervista di Bini intorno al 5° minuto del film. Nel titolo della foto non compare il nome partigiano “Matteo” (che sappiamo essere Monni Angelo). Questa sarebbe ora la mia domanda: dato che durante la proiezione non viene data nessun’altra spiegazione, gradirei capire se questo è un documento presentato così a caso, oppure abbia un collegamento specifico con la “Coduri”, che in quel punto e in qualche modo si vorrebbe sottolineare?
    Grazie di tutto, ma soprattutto del vs lavoro che rimarrà insostituibile.
  • Ed ecco l’immediata risposta: 
    Buongiorno,
    la ringrazio per l’attenzione con cui ha guardato “Bisagno”.
    L’immagine a cui fa riferimento è una pagina del Registro della Brigata Nera di Chiavari, conservata dalla Biblioteca della Società Economica di Chiavari.
    Il documento non è presentato a caso, ma nemmeno per fare riferimento alla Coduri. In quel punto del film Bini sta parlando dei suoi tentativi di organizzare una resistenza a partire dai militari, per cui la maggior parte delle foto che vengono mostrate sono quelle di persone in divisa poi passate con la resistenza. Non c’è un riferimento specifico al singolo partigiano mostrato, ma solo alla “categoria” dei militari che hanno scelto di passare con i “ribelli”.
    Grazie, cordiali saluti,
    Marco Gandolfo
  •  

 

15. (V. anche ivi Fasc.12-Doc.14) dell’Archivio del Comune di Sestri Levante: Lettera del Comune di Sestri Levante del 7 giugno 1945 inviata al Sindaco di Sinnai (Cagliari) per informarlo circa il Partigiano Matteo (Angelo Monni) e la sua lunga e attiva partecipazione alla Lotta di Liberazione nelle file della Divisione Coduri, operante nel Golfo del Tigullio e suo entroterra.   

 

Editing di Elio V. Bartolozzi

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