Fasc. 20 – Doc. 01; ovvero: Genova la resa dei nazistiMemorie Genovesi di S.E. Giuseppe Card. Siri” (Genova, 20.05.906/02.05.1989) a cura di Elio V. Bartolozzi, già pubblicate sulla Rivista Diocesana (N° 3 – Maggio-Giugno 1975) della Curia Arcivescovile di Genova (di cui sotto viene riportata la sola pagina del Sommario); e successivamente, sempre nell’anno 1975,  ripubblicate in tre distinte puntate sul quotidiano IL SECOLO XIX (di Dom. 20 luglio –  Mer. 23 luglio – Dom. 27 luglio). Per una più agile lettura, nell’impaginazione ivi scannerizzata si è preferito tenere distinto il contenuto d’ogni singola pagina, così come appare sulla Rivista Diocesana. Comunque, al momento i testi riportati sono solo due e privi di foto, ma il lavoro è da ritenersi ancora in lavorazione e in via d’essere completato. 

Rivista Diocesana di Genova N° 3 – 1975 (Sommario)

 


 

STORIA GENOVESE

Memorie sulle vicende genovesi 1944-1945 di S.E. Giuseppe Card. Siri

Dopo quasi trent’anni dagli avvenimenti e dopo aver assistito silen­ziosamente a tutte le ricorrenti esibizioni, dopo aver sentito falsità di valutazioni, mi sono deciso a scrivere queste memorie.
Dopo trent’anni in cui mai mi sono esibito e nulla ho chiesto a nessuno, credo di poter essere credibile. Scrivo per la sola verità.

La mia vicenda del 1944

Venni consacrato Vescovo Ausiliare di Genova il 7 Maggio 1944. Era domenica ed allora festa di Santa Caterina da Genova. Dal venerdì antecedente, al martedì seguente non si ebbe neppure un allarme aereo. Tutto si svolse in pace nonostante i giusti e motivati timori.
Nel mese di Maggio e di Giugno ebbi molto da fare per la ammini­strazione della Santa Cresima. Più d’una volta mi trovai in Chiesa, amministrando quel Sacramento, con una folla che, dato l’allarme, non si muoveva: avevano la convinzione che col Vescovo e con quel rito sacro le bombe non sarebbero cadute lì.
Alla fine di Giugno ero veramente stanco. Il Cardinale Boetto mi consigliò di prendermi finalmente un periodo di riposo. Infatti benché il Seminario dove continuavo l’insegnamento della Teologia fosse a Ruta io andavo là e subito ritornavo: non ho abbandonata la città. C’erano i poveri, c’era l’Auxilium, c’erano i disastrati.
Mi ritirai alla Guardia. Il 6 Luglio, camminando per monti e por­tandomi la valigia con tutto l’occorrente, andai a dare la Cresima ad alcuni giovani sfuggiti ai rastrellamenti e che il Prof. Caboara ospitava in una sua tenuta fuori mano nel territorio di Sant’Alberto di Sestri. Ritornai per monti. Nel pomeriggio del 7 capitò Don Viola, mandatomi dal Cardinale, coll’ordine di fuggire dalla Guardia e ritirarmi in luogo più sicuro, perché pareva decisa la mia incarcerazione ed il mio trasfe­rimento in un lager di Germania. Raccolsi subito le mie poche cose, salutai il Rettore, Mons. Malfatti, il quale avendo intuito di che si trattava, piangeva e presi la guidovia. Stavo colla mia valigia sulla piattaforma anteriore per poter tenere visivamente sotto controllo la stazione ter-

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minale, che si presentava ad ogni svolta del monte verso levante. Ero deciso, se vi avessi scorto qualche movimento sospetto di gettare la vali­gia e me giù dal treno e risolvere la situazione camminando per le bal­ze di Ceranesi. Vidi nessuno ed arrivai alla stazione. Intanto avevo formulato il mio piano: avrei cercato — certo pericolosamente — di raggiungere Teglia al Molino Boccardo. Quasi tutti i figli Boccardo erano stati in un modo o nell’altro miei alunni; sapevo che ogni tardo pomeriggio partivano su un loro camioncino per Casella dove avevano una villa. Avrei chiesto un passaggio, fermandomi prima di Casella a Vallecalda ove avrei chiesta ospitalità per quella sera e quella notte a Don Debarbieri, parroco. Presi il tram verso Genova colla avvertenza di stare sulla piattaforma del manovratore, anche qui per squagliar­mela in tempo colla mia valigia, se avessi visto qualcosa di sospetto. Arrivai al molino Boccardo. La ragione della richiesta di un passaggio la dissi solo a Maurizio, che stimavo capace di tenere il becco chiuso. Dovetti attendere quasi un’ora per un guasto al camioncino e finalmen­te si partì. Durante il viaggio chiesi a Maurizio se avesse potuto venire a prendermi la mattina dopo alle 5,30 a Vallecalda, senza però dir niente ai suoi. Maurizio promise. Quando bussato alla porta il parroco venne ad aprirmi, capì al volo che succedeva, si fece bianco, mi accolse e rimasi con lui. Lì trovai a riposarsi don Cicali, mio aiutante all’Auxilium. Quando il mattino dopo partii sul camioncino di Maurizio, volle accompagnarmi, nonostante le mie proteste. Fu generoso. Mi feci por­tare dentro la valle Brevenna fino al punto più vicino donde si stac­cava la mulattiera per Carsi. Cicali volle venire su con me per aiutarmi a portare la valigia. Fortunatamente il paese era deserto e trovammo solo ad un balcone un povero deficiente, che capì nulla. È difficile descrivere la sorpresa del parroco Reggiardo mio antico compagno di scuola molto caro e buono. Gli chiesi ospitalità. Subito mi preoccupai di due cose: assicurare il mio incognito e stabilire un ponte informativo con Genova. Per l’incognito chiesi l’elenco degli sfollati: due famiglie i cui figli erano stati miei alunni al « Doria ». Li mandai a chiamare e dissi chiaro che dovevano tenere, se volevano salva la mia testa, il becco chiuso anche in casa. Io ero un professore di Genova, ammalato di nervi, ritirato lassù per sistemarseli alla meno peggio. Stettero esem­plarmente alla consegna. Io infatti volevo evitare che i partigiani sapes­sero della mia fuga, perché l’avrebbero cantata su tutte le radio e così mi avrebbero impedito di tornare a Genova, ove stava il mio dovere, fino alla fine della guerra. Ero ben certo infatti che quando avessero cominciato a temere fascisti e tedeschi, sarei stato dispensato io dall’aver paura ed avrei potuto tornare al mio posto e al mio dovere. Ritenevo che questo sarebbe accaduto entro un tempo breve. Come fu. Per il ponte informativo mi intesi con don Cicali, il quale poteva rice­vere a Vallecalda i miei messaggi, trasmetterli e poteva farmi avere i messaggi da Genova.

La posizione della canonica di Carsi, alla estremità nord del paese, in prossimità di un prato e del bosco, favoriva il mio isolamento.
La gente seppe di me, ma quando vide che ogni mattina alle sei,

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uno dei due miei alunni, il Dott. Carlo Anselmi (l’altro era Rossi) veniva a servirmi la Messa disse: « povero prete, è così malandato che per dire Messa gli ci vuole il prete » ed io fui al sicuro. Me la sbrigai abbastanza comicamente in una congiuntura in cui io fui sul punto di essere rico­nosciuto dal parroco di Pentema, venuto in visita a Carsi e tutto pro­cedette bene. Dopo circa venti giorni ebbi la certezza che le cose comin­ciavano a cambiare e decisi di ritornare clandestinamente alla Guardia. Non che il pericolo fosse scomparso, ma i miei persecutori cominciava­no a doversi occupare d’altro ed io potevo tentare. Col favor delle tene­bre feci il viaggio di ritorno e salii un’altra volta alla Guardia. Là stavo tutto il giorno in casa e solo — almeno al principio — uscivo al tra­monto sul retro dove sta il nuovo bosco di pini. Nel frattempo appresi — eravamo in agosto — lo sbarco degli alleati in Normandia e com­presi che il destino della guerra era segnato. Cominciai a mettere la testa fuori dell’uscio e il giorno dell’Assunta tenni Pontificale ed Omelia in Basilica. Dopo scomparvi e tutti gli abitanti del Santuario, meno il Rettore e il Chierico Garello (mio abituale compagno nelle uscite) si credettero che fossi arrivato e ripartito. In questo mese vennero alcuni a cercarmi e mi accorsi di loro mentre stavo verso Lencisa con Garello. Finsi una scommessa di velocità col Chierico e lo lanciai a testa bassa all’insù contro di loro; io mi gettai a terra dietro un mucchio di terric­cio, raggiunsi carponi la guidovia, le gallerie e passai così dall’altra parte del monte. Più tardi col favor delle tenebre risalii al Santuario. Il fatto non impedì che facessi la funzione del 29 e che mi recassi a piedi via monti, portandomi nella valigia tutto l’occorrente, a Pede­monte per amministrarvi la Cresima. Avevo fatto spargere la voce che ci sarebbe andato Mons. Canessa. Finito, passando dietro la Chiesa sparii e per la stessa lunga faticosa via me ne tornai alla Guardia. In Settembre — dato lo svolgimento degli avvenimenti bellici — presi mag­gior coraggio e pregai il Cardinale Boetto di mettermi in alcuni giorni della settimana il ritorno al mio ufficio in Genova. Resistette per un po’, poi cedette. Dopo la metà del mese (non ricordo il giorno esatto) il Cardinale si sentì poco bene, si ritirò a Carrosio, convinto di non tornare più e lasciò per me due grandi buste sul suo tavolo. In una c’era la mia nomina a Vicario Generale con tutte le facoltà per sosti­tuirlo in tutto; nell’altra c’erano le istruzioni: facessi la Professione di Fede prescritta per la carica davanti a chi volevo, usassi per ricevere la sua stessa stanza con qualche altra indicazione di dettaglio. Era un sant’uomo di governo, incredibilmente preciso. Arrivò per primo Mons. Fulle; lo pregai di ricevere la mia Professione di Fede, presi posto nella sedia del Cardinale e cominciai a governare tranquillamente, come se nulla fosse successo. È a questo punto che comincia il mio diretto lavoro nelle vicende non solo ecclesiastiche, ma civili di Genova. Stavo in Seminario, venivo a ricevere nella residenza dei Gesuiti dove abitava il Cardinale, andavo per le mie funzioni e per prima cosa mi occupai di far ritornare i due Seminari al Chiappeto, dove c’era meno pericolo, una profonda galleria rifugio e miglior possibilità di rifornimenti per dar da mangiare ai ragazzi. Il primo atto fu di comperare a Reggio quattro lattonzoli per iniziale l’allevamento maiali, cosa che non ero

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riuscito prima a far entrare nella testa di nessuno. Dopo qualche mese quei poveri ragazzi videro arrivare i primi frutti di quell’allevamento: fu come una visione.

Gli approcci

Già prima della mia promozione all’episcopato avevo avuto occa­sione di occuparmi in qualche modo dei Partigiani. Erano pochi, sfug­givano ad una persecuzione, erano degni di rispetto e di aiuto. Tra loro avevo un certo numero di miei alunni. Fatto Vescovo non mutai senti­menti e lasciai che qualche sacerdote stesse con loro, per curarli spiri­tualmente. Tra loro qualcuno dimostrò coraggio e lealtà non comuni. Le cose si modificarono quando la sfortunata e stupida legge Graziani obbligò giovani e uomini ancora indenni da quella pazza guerra al servizio militare nella certa prospettiva di finire in chissà quale parte d’Europa e soprattutto in Russia, ove si conduceva la più dissennata delle campagne militari. Molti, moltissimi di questi scelsero la monta­gna come l’alternativa più prudente. Il volto dei Partigiani, ingrossato da questo numero cambiò. Logicamente: non tutti si nasce eroi e la resistenza dopo la legge Graziani non fu quella di prima. Il giudizio storico deve tener conto di questo in mezzo alla straripante retorica. Io tenni i miei giudizi per me e cercai di giovare a tutti: non toccava a me giudicare, per fortuna! Ma nel corso di questa vicenda dovrò par­lare ancora dell’argomento.

Man mano che ci si avvicinava alla fine del 1944 si delineava sem­pre più chiara la prossima disfatta della Germania. Lo capirono anche i più illuminati tra i Tedeschi occupanti. Tanto il Cardinale Boetto che io comprendemmo che bisognava fare qualcosa, organizzando, perché quando fosse venuta l’ora desiderata non si avesse un inutile bagno di sangue. Pienamente d’accordo e munito io di ogni facoltà, per ovvie ragioni di segretezza cominciammo a filare la nostra tela in modo indi­pendente. Egli, il Cardinale, aveva contatti con un generale dell’esercito italiano, che da tempo conosceva e con lui cercava il modo di rendere meno tragico il passaggio da uno stato di occupazione ad uno stato, sia pur breve di una certa anarchia. Ebbe anche qualche contatto (non ne conosco il modo) col Generale Meinhold, il quale aveva il suo quar­tiere a Savignone.

Io, prima di passare a piani concreti per un avvenimento che dove­va accadere dopo circa quattro mesi, mi occupai piuttosto di assicurare, attraverso l’Auxihum, il necessario cibo alla Città. Genova è in una posizione tale che con due dozzine di mitragliatrici può essere (parlo di allora) isolata perfettamente e costretta a morire di fame. Nel Gen­naio del 1945 mi accinsi all’impresa, insieme al mio caro e generoso, coraggiosissimo amico il Comm. Malcovati. Partimmo insieme per la Lombardia per cercare di fare incetta di riso e di burro – formaggi. Viag­giammo tra neve e ghiacci con avventure persino comiche a non finire, ma dovevamo pure arrivare a San Pellegrino in alta Val Brembana,

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ove risiedeva il Ministero dell’Agricoltura, al quale competeva rilascia­re i «buoni» per ottenere le derrate. Si dovette aggiustare la macchi­na più volte, ci rubarono persino la chiave inglese usata da un mecca­nico: si arrivò verso sera di una giornata polare. Al Ministero caddero dalle nuvole quando seppero chi ero e non nascosero la loro meravi­glia che proprio io andassi a chiedere pane per Genova. Però la mera­viglia fruttò: telefonarono immediatamente al Ministro, che era a Vene­zia (così mi dissero) e questi udito il mio nome disse semplicemente « Dategli tutto quello che chiede ». In fin dei conti io non lavoravo per me, ma per i miei concittadini! Facemmo man bassa di buoni e Malco­vati aduso agli affari la fece più di me e con più arte di me. Partimmo felici, mangiucchiammo qualcosa in macchina e a notte incominciata cominciammo la ritirata giù per la valle Brembana. Ci ritrovammo a notte fonda nella pianura a sud ovest di Bergamo. Nessuna stella, nessu­na luce, nessuna strada perché tutto era scomparso sotto il manto spesso della neve. Riuscii a orizzontarmi qualche poco e conclusi che dovevamo essere a non molta distanza da Trezzo d’Adda. Ma era poi così? A mala pena scoprimmo un casolare; Malcovati che aveva una faccia degna del suo coraggio andò a fare tale baccano alla porta di quella buona gente, che si svegliò tutta forse temendo si trattasse di una solita razzia. Se non ci coprirono di contumelie deve essere stato nel capire che non eravamo né guardie nere, né tedeschi: effettivamente stavamo vicini a Trezzo d’Adda. Come Dio volle arrivammo a Milano in casa di Malco­vati. Al mattino occorsero molti secchi d’acqua bollente per togliere il ghiaccio e permettere alla macchina di riprendere. La nostra scorri­banda fu da Melzo a Sannazzaro dei Burgondi. Dovevamo ogni tanto abbandonare la macchina e metterci bocconi nelle cunette laterali per sfuggire ai bassi mitragliamenti nemici, ma riuscimmo a tutto. Venne il momento di ripassare il Po. Caricammo la macchina su una zattera che traghettava il fiume. Ci piombò addosso una formazione aerea, mentre eravamo in mezzo al fiume. Malcovati mi spinse svelto nell’abitacolo rudimentale della zattera; lui restò fiero sulla tolda colle braccia fiera­mente conserte a guardare la formazione, come se la passasse in rivi­sta. Non dimenticherò mai la figura massiccia di quell’uomo straordi­nario, dritta verso il cielo. Non mitragliarono e non ne capisco il perché dato che avevano raggiunta una bassa quota giustificata solo dalla deci­sione di un mitragliamento. Prima dell’una riuscii finalmente a comin­ciare la Santa Messa, accanto alla tomba di don Orione a Tortona. Il minimo di approvvigionamento per i sinistrati genovesi era assicurato. Sebbene a questo punto, seguendo la cronologia, dovrei riprendere il filo interrotto, credo opportuno finire qui il discorso sull’approvvigio­namento, perché oltre ad essere importante in sé e per la storia, ha un elemento che a me parve sempre profondamente comico. Avevamo le assegnazioni, avevamo le scorte in Lombardia. La questione grave stava nei trasporti. Ed eccola. I partigiani avevano deciso di non lasciare transitare per la valle Scrivia e per valli parallele alcun approvvigiona­mento diretto a Genova, ritenendolo destinato ad alimentare Tedeschi e Fascisti. Forse riusciva loro difficile ricordarsi che c’era dell’altra gente e molta, che aveva onestamente fame. Qui cominciò la tessitura             

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di una diplomazia strana, arte nella quale io non mi ero mai esercitato. Riuscii a metter d’accordo i Partigiani (che serbavano di me buon ricor­do e sapevano quanti dei loro amici avevamo strappati alla morte), i Fascisti e i Tedeschi. Combinai una specie di conferenza alla quale io avrei rappresentato tutti coi capi partigiani in Rocchetta Ligure. Questa era in zona saldamente partigiana, perché la lunga gola del Borbera tra Persi e Pertuso, nella quale nessuno poteva transitare essendo sal­tati i ponti, proteggeva il covo partigiano e nessuno dei tedeschi si sarebbe sognato di andare a farsi ammazzare in quel buco tanto gra­tuitamente.
Naturalmente mi accompagnò quel fegataccio di Malcovati e Don Nicola degli Orionini.

A Vignole scesi per ringraziare il comandante tedesco, che si era mostrato singolarmente comprensivo nel favorire l’incontro, procedem­mo finché si potè e lasciammo la macchina sul ciglio del burrone, prima dell’ultimo ponte distrutto. Dall’altra parte ci attendevano con una jeep i partigiani. Proseguimmo fino a Rocchetta Ligure dove ebbe luogo l’incontro. Della riuscita di questo debbo dare atto anche al comandante locale « Scrivia ». La seduta durò a lungo ed io perorai come potevo la causa della popolazione votata alla fame; chiedevo solo non si impedisse l’afflusso dei viveri dal Piemonte e dalla Lombardia. La discussione fu estenuante tra i sì e i no. Finalmente uno dei pre­senti, di cui credo bene tacere il nome e che sedeva dall’altra parte di fronte a me, uscì a dire che « in fin dei conti la popolazione avrebbe dovuto seguire l’esempio dei partigiani e rifugiarsi nei monti ». A questo punto persi la pazienza; dimostrai che la popolazione erano le loro donne, i loro figli e parenti, che era stupido pensare a portare sui monti non eccessivamente vasti ed appena sufficienti a quelli che vi si trova­vano centinaia e centinaia di migliaia di persone in parte d’età avan­zata. Nella mia perorazione mi scaldai, davanti a tanta asineria, fino a perdere del tutto il lume della ragione (l’unica volta in vita mia). Vomitai tutte le parolacce che avevo sentito da bambino nei vicoli di Genova e che mai avevo usato, parlai col linguaggio dei facchini e (non si offendano!) dei portuali, ebbi sulle labbra tutti gli improperi e gli insulti e tutto feci di un solo fiato per più di mezzora, senza accorgermi affatto che stavo parlando un linguaggio poco adatto alla mia condi­zione di Vescovo. Non ne ebbi mai rimorso, perché non mi sapevo quel che dicevo, però vinsi. Si accettò la mia proposta e si passò ai dettagli. Audite insulae! Vollero che i trasporti fossero solamente per camions, pretesero che fossero targati « Città del Vaticano », che i con­ducenti avessero un tesserino col sigillo del Cardinale Boetto e la mia firma. Niente di simile si sarebbe potuto immaginare, ma credo che nei momenti gravi le scelte indichino una verità. Accettai tutto (poi mi sarei arrangiato), ci stringemmo la mano e ci lasciammo sorridenti. Visitai i loro feriti, benedissi la salma di un loro morto, ci ritirammo in canonica, dove quel buon Arciprete ci ospitò per la cena e per la notte. Al mattino di buon’ora fummo sulla via del ritorno, concertando il da farsi lungo il cammino. A Vignole accadde l’imprevisto. Ero sceso per

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salutare il comandante tedesco che mi attendeva e al quale brevemente dissi che tutto si era sistemato in modo passabile per la Città, quando lo vidi impallidire e tendere l’orecchio. Compresi subito: c’era un attac­co partigiano. Ci congedammo in fretta e imboccammo il borgo. Sen­tendo le sparatorie, abbandonammo la macchina e riparammo in un portone, chiudendolo. Fu Provvidenza perché quel portone venne ripe­tutamente colpito da proiettili di piccolo calibro, ma che, se ci aves­sero raggiunto, ci avrebbero fatto fuori.

Quando cessò pensammo di ripartire: oltre tutto io avrei dovuto celebrare sul tardi di quella mattina il matrimonio di Maurizio Boccardo. Però prima di rimetterci in marcia presi i miei provvedimenti: i peri­coli erano gravi, se l’attacco riprendeva, come era più che probabile, ed io avevo un timore solo, nel caso fossi stato ucciso: nel cassetto della mia scrivania stava una forte somma, datami da Malcovati per aiutare i sinistrati ed io dovevo evitare che quei denari cambiassero destina­zione. Scrissi un biglietto per avvertire; me lo misi in tasca: nel caso lo avrebbero trovato, letto. Fatto questo ci mettemmo in moto sten­dendo un drappo abbastanza bianco sul tetto della macchina. Io seguivo a piedi cercando di ostentare quanto potevo i miei filetti violacei e i fiocchi verdi del cappello: pensavo che mentre carmminavo nel fondo valle allo scoperto, forse vedendomi avrebbero desistito dallo sparare. Facemmo uno o due chilometri a quel modo e fu un supplizio. Non mi presero e ne ringraziai Dio. Finalmente, dopo Vignole, entrammo nella trincea in fondo alla quale correva il collegamento colla camionale e ci sentimmo salvi. Volammo e in quaranta minuti fummo a Genova, troppo tardi ormai per fare il matrimonio di Maurizio Boccardo!

Malcovati ed io ci demmo da fare per preparare l’occorrente ad eseguire i patti di Rocchetta. Niente dicemmo a nessuno; abbiamo fab­bricate delle targhe SCV da applicare ai camions dell’Auxilium, colla gomma intagliata e colla mollica di pane mettemmo insieme una specie di timbro col segno della Santa Sede. La cosa fu meno faticosa per i tesserini e per le bandiere, della Santa Sede, delle quali dovevano esse­re muniti tutti i camions. Da allora il Prefetto di Genova dovette rivol­gersi a me per gli approvvigionamenti: la cosa poteva sembrare pic­cante, ma per me non lo fu: non avevo tempo di pensare a quelle cose. I magazzini furono riempiti e nei giorni dopo la cessazione della occu­pazione tedesca tutti videro a che cosa servirono.

La fine dalla guerra

Sulla fine di Marzo e nei primi di Aprile 45 cominciai gli approcci diretti, per concretare. Presi contatto con due personaggi, che credo ancora vivi, al momento in cui vergo queste memorie ed ai quali si volge tuttavia il mio pensiero grato.
Il primo fu il Comandante Arillo, che soprintendeva per la parte italiana al porto di Genova. Ricordo che il nostro primo colloquio per organizzare col minimo di vittime il trapasso dall’una all’altra situazione

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avvenne nella mia stanza del Seminario Vecchio, sotto un bombarda­mento. Lui non si mosse, io neppure. Continuammo tranquillamente il nostro discorso e alla fine eravamo vivi.
Il secondo fu il ministro plenipotenziario tedesco Hasso von Etzdorf. Era un gran signore, diplomatico perfetto, di alta intelligenza. Lo ricordo con affettuosa stima. Il modo dei nostri colloqui era molto singolare. Egli non disse una parola che potesse suonare, umiliazione, condanna, sconfitta per il suo Paese, il suo comportamento non poteva essere nei riguardi della Germania più nobile e più coerente. Io inter­pretavo quello che lui pensava senza dirlo e rispondevo in conseguenza. Lui accoglieva ed accettava quello che io dicevo e proponevo, col suo silenzio: chi avesse ascoltato il nostro singolare e diplomatico collo­quio, probabilmente non ne avrebbe capito il filo. Il piano che ne uscì fu il seguente: i tedeschi si sarebbero ritirati per la Polcevera e la Scrivia, i Partigiani sarebbero scesi per il Bisagno. In tal modo non si sarebbero incontrati, almeno nei pressi di Genova, si sarebbero evi­tati scontri inutili e sanguinosi, non si sarebbero recati danni ai civili, ossia ai genovesi. In realtà i tedeschi si sarebbero sostanzialmente atte­nuti a questo piano. Quanto ai Partigiani non scesero in massa a Geno­va se non, come dirò meglio, il 27 Aprile insieme all’arrivo degli Ameri­cani e comunque raggiunsero la città dal Levante e dal Bisagno. Capivo e sapevo già prima che non avrebbero fatto altrimenti; quanto ai tede­schi non potevano avere per la ritirata che l’itinerario previsto. L’inco­gnita restava — e lo si vide — per quello che si sarebbe levato dalla città stessa, dove tutta la gioventù era praticamente inquadrata nella TODT, ma che si sapeva percorsa da sentimenti ben poco benevoli nei confronti dei Tedeschi, che pure servivano nella loro organizzazione.

A questo punto debbo iniziare il discorso più importante di queste memorie. Dei giorni che vanno dal 21 Aprile al 27 dello stesso il mio compianto segretario don Mino Pesce, tenne un diario preciso, minuto, completo. In parte, dopo la fine della guerra venne stampato sulla pagina di mezzo del « Nuovo Cittadino » ed è là reperibile. Il manoscrit­to andò perduto. Sono pertanto obbligato a servirmi della memoria. Dò però garanzia al lettore di non dire se non quello di cui ho ricordo chia­ro e con certezza.
La questione più grave in realtà, dopo la difficoltà di approvvigio­namento, non era quella di organizzare un incruento deflusso ed afflusso delle parti opposte, ma quello di salvare la città. Ed è a questo propo­sito che è volta la prima finalità di questa memoria.
Il porto era minato: erano state poste 366 (o 367) mine di alto potenziale. In caso di urto bellico la città stava sotto il tiro dei 381 postati sul monte Moro (sopra Quinto) ed Arenzano. Gli obici pote­vano seminare la distruzione dalla valle Scrivia. Tutto senza tener con­to dell’armamento leggero delle formazioni tedesche. Era giusto temere che l’annuncio di un armistizio in danno dei tedeschi provocasse mani­festazioni incontrollate ed incontrollabili, colle terribili reazioni delle quali i tedeschi si erano dimostrati capaci. Non era più questione di timore soltanto: seppimo che la distruzione del porto di Genova avrebbe

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provocato danni mortali alla città, perché si sarebbe, oltre le distru­zioni e logiche vittime, determinato il colpo nefasto a servizi ed uten­ze necessari.
Non ero solo a preoccuparmi di tutto questo come della vera que­stione finale nella grande tragedia. Nella prima decade di Aprile, venne a trovarmi l’Ing. Rocco Piaggio. Era tra i grandi industriali d’Italia ed aveva in porto, sia nei bacini, sia nei cantieri, sia nell’armamento inte­ressi preminenti. Per questo era la persona che più di tutte si interes­sava al porto. Ma non solo per questo. Raramente ho conosciuto un uomo che sotto un carattere talvolta duro, reattivo e collerico, avesse un cuore tanto buono ed amava veramente la sua città. Egli era il capo e, credo il finanziatore di quanto riguardava la salvezza del porto di Genova. Venne dunque e mi tenne questo discorso.

«I tedeschi sanno di perdere ed hanno deciso di far saltare il porto al momento della partenza. Abbiamo ormai tentate tutte le vie ed impiegati tutti i mezzi. Ho presentato all’alto comando un progetto di inutilizzazione del porto, tale che non potrebbe certamente essere usato per un tempo abbastanza lungo (mi pare dicesse due anni) dagli Alleati. L’hanno respinto. Abbiamo tentato di rendere inoffensive le cariche di dinamite: a tutt’oggi abbiamo sminate solo sette cariche. Che cosa son mai queste dinnanzi alle restanti 360? Sono venuto qui perché forse voi (accennava al Cardinale Boetto e a me) potete tentare di interve­nire: siete l’ultima carta ». Non saprei dire perché, ma compresi subito che eravamo l’ultima carta e che forse potevamo riuscire.

Pensai a lungo quella notte. Ma prima parlai di tutto col Cardinale proponendogli questo piano: scrivere una meditata lettera all’Ammira­glio Doenitz, dal quale dipendeva il settore, ed io stesso avrei portata e commentata la lettera stessa al Colonnello Berninghaus. Non discutemmo a lungo: il Cardinale capì subito e disse che avrebbe composta la let­tera Lui stesso quella notte. Avevo fatto il nome di Berninghaus, perché sapevamo che qui rappresentava Hitler, dal quale era molto ben voluto e che, pur inferiore di grado, aveva una importanza di gran lunga supe­riore. Qualcuno mi disse — non ricordo chi — che Berninghaus aveva un telefono con filo diretto per la comunicazione personale ad Hitler.

Il mattino dopo la lettera era pronta ed io chiesi telefonicamente udienza al Berninghaus, che aveva il suo ufficio a Nervi nella dependence dell’allora albergo Eden. L’ebbi, cercai subito i miei compagni di missione: Mons. Pesce, mio segretario, che parlava alla perfezione il tedesco, il maggiore tedesco Marckull (non giurerei di ricordare bene il nome. Egli comunque era un buon cattolico austriaco che sovraintendeva ad uffici annonari situati in via Venti Settembre), Mons. Cicali, l’Ingegner Rosini ed il Dott. Repetto esperto di tedesco. Trovammo una interprete e cominciò il dialogo, in qualche punto corretto dal mio segretario perché evidentemente la interprete temeva di tradurre certi termini da me usati durante la discussione, sempre più accesa.
Il Colonnello era un vero militare, per sé compito, educatamente freddo, distaccato, duro. Dava segni di non credere molto alla riuscita

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del nostro passo. Cercai di convincerlo con delle ragioni di umanità: la strage della popolazione, la inutilizzazione dello strumento per il qua­le Genova viveva economicamente. Niente. Allora feci questo discorso press’a poco: avete salvato il porto di Marsiglia, mentre sapete che anche dopo una pace non cresceranno per voi molto le simpatie in Francia. Perché volete distruggere Genova, mentre sapete altrettanto bene che gli italiani ad una settimana dalla guerra saranno ancora vostri amici. Dio mi guardi dal chiedere danni in Francia; chiedo solo che non si tratti peggio l’Italia. L’argomento fece un certo effetto, perché il Colonnello si distese pur continuando a scrollare la testa. La conver­sazione si prolungava inutilmente. Ad un certo punto perdetti la pazien­za, mi alzai e dando un pugno sul tavolo quasi urlai: « vi garantisco che se toccherete il porto di Genova, nessun tedesco uscirà da essa vivo, perché Lei sa meglio di me che prestissimo scapperete tutti! ». Solo dopo mi resi conto che avevo profferito una grave minaccia, non degna di un cristiano. Ma la cosa sortì l’effetto. Il Colonnello mi guardò stupito e disse semplicemente che avrebbe trasmessa all’Alto Coman­do la lettera del Cardinale Arcivescovo. Ci salutò cortesemente ed uscim­mo. I testimoni Mons. Cicali e Dott. Rosini sono ancora vivi ed hanno approvato quanto ho scritto. Aggiungo che prima di morire (venti gior­ni prima) l’Ing. Rocco Piaggio stese un suo rapporto su questa vicenda del porto, nauseato come era delle contraffazioni che udiva, lo firmò e me lo mandò. Il documento si trova tuttavia nel mio archivio perso­nale: è mia intenzione riporlo nell’archivio storico della Curia di Genova.

Si attendeva. La sera del 20 Aprile — venerdì — mi recai nella villa del mio caro amico il Dott. Bruzzone sulle alture che stanno tra Pegli e Prà. Là non bombardavano e si stava quieti: ero stanco ed avevo bisogno di riposo. Contavo restarvi due giorni. La sera del sabato 21 alla radio appresi che il primo sbarco degli alleati sulla riva destra del Reno era effettuato. Dissi immediatamente a Don Mino e agli altri: «È la fine: domani mattina si torna immediatamente in città, perché ora la situazione precipita e bisogna essere ai propri posti. Non mi sbagliavo. La mattina di Domenica 22 ero a Genova, dove l’opinione pubblica non si rendeva affatto conto di quello che era ormai imminente. Avevo sempre sostenuto che la sconfitta e la vittoria erano sedute sulle rive del Reno in Germania e non su quelle del magro fiume dallo stesso nome, che attraverso l’Emilia. La guerra finiva e, qui, sarebbe finita di riflesso. Infatti.
La mattina di Lunedì 23 Aprile fui chiamato al telefono: il Colon­nello Berninghaus mi attendeva a Nervi. Capii. Presi con me Mons. Pesce, Don Cicali, il Dr. Rosini. Non ricordo se venne anche il Dr Repet­to; direi di no. Mi vestii in pompa magna (come facevo sempre quando dovevo trattare coi Tedeschi, perché erano sensibili alle esteriorità), misi persino i guanti violacei e partimmo.
Mi impressionò subito il Colonnello Berninghaus: aveva perduta la sua superiorità, era un aitante abbattuto, quando parlava la mascella sinistra aveva una insolita contrazione, come di chi volesse evitare il pianto. Sentii pietà! In fin dei conti quello era un uomo, che aveva

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creduto in un mito e rappresentava al vivo la tragedia di una nobile nazione, troppo credula in un capo pazzo. Era già successo, succedeva, succede oggi. A molti piacciono troppo i miti!

Disse: « L’Alto Comando tedesco ha accolta la domanda che gli avete rivolta. Perciò il porto e gli impianti non subiranno danno. Si coleranno solo due piccole navi a picco nella imboccatura del Porto per impedire agli Alleati di servirsene per alcuni giorni ». Poi rivolto a me continuò: « Voglia Lei disporre tutto: che la popolazione non si impressioni per l’affondamento dei due piroscafi e che non disturbi il ritiro delle truppe germaniche cominciato stamane. In caso disturbassero potrebbe agire il dispositivo per far saltare il porto ». Risposi che avrei fatto il possi­bile anche perché sapevo che la minaccia non era affatto retorica. Ci salutammo, uscimmo. Nel pomeriggio alle tre fui convocato d’urgenza al Columbia in piazza Acquaverde. Mi feci accompagnare da Don Mino, da Don Cicali, dall’Ing. Rosini. Nel salone dell’albergo il ministro pleni­potenziario Hasso von Etzdorf mi porse il telegramma dell’ambascia­tore von Ramm che diceva testualmente: « consegnate Genova al Vesco­vo Siri ». Io feci mentalmente un processo logico, non potevo dire « con­segnate la città al Cardinale, non a me ». Chissà infatti che cosa sarebbe successo. Accettai e subito von Etzdorf, mettendosi sull’attenti e facendo il saluto militare, si dichiarò nostro prigioniero. Così cominciò per me il momento più difficile e più grave. Non avevo neppure una bicicletta e dovevo continuamente girare Genova a piedi, trovando qua e là un morto! L’ira sorda di coloro che trovano il coraggio solo quando l’avver­sario volge loro le spalle aveva infatti cominciato a esplodere, senza fare troppe discriminazioni, pur mantenendosi ben lontana dagli ecces­si avvenuti in altre grandi città.

La mia prima preoccupazione fu di continuare l’esercizio di tutti gli uffici civili. Sapevo della Legge Badoglio, ma non sapevo quando avrei potuto darle corso. Disposi che in ogni ufficio, a cominciare dalla Prefettura, esercitasse provvisoriamente con tutte le mansioni la fun­zione del Titolare il dipendente del medesimo più alto in grado e, a pari­tà di grado, il più anziano di servizio. Mi fu fatto osservare che biso­gnava mettere gente del Comitato di Liberazione. Risposi semplicemente che questo comitato contavo di vederlo, che non l’avevo mai veduto, che in sua presenza avrei fatte tutte le consegne previste dalla legge Badoglio, ma che intanto si facesse così. Ritenevo certo che tutte le autorità, operanti sotto il passato Regime, fossero fuggite. Non avevo torto, ma mi ricredetti in un caso: il podestà comandante Segoni, uomo onesto e probo, se ne tornò tranquillamente nel suo ufficio in comune. Come lo seppi ordinai rimanesse. Da quel giorno fui, fino alla sua fine, amico di questo uomo leale e coraggioso.
A chi protestò risposi duramente che lui il coraggio del coman­dante Segoni non l’avrebbe avuto mai.
Naturalmente, lo stesso pomeriggio mi misi in cerca dei personaggi coi quali fare il trapasso dei poteri. Trovai subito il Maggiore Aloni. Era un ufficiale addetto allo Stato Maggiore, originario della riviera di ponente. Era assiduo alla mensa che nel sotterraneo continuava a gestir-

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si in Seminario. Prestava non so quale servizio presso la Ditta Costa ed era il comandante dei Partigiani, abitanti in città, tutti — si badi bene — impiegati o addetti nella impresa germanica Todt, dalla quale prendevano regolare stipendio. Dissi all’Aloni quanto sapevo e impartii i seguenti ordini, durevoli fino al trapasso dei poteri che io avevo acqui­sito colla consegna della città, fattami dal Comando tedesco: tenesse le sue formazioni a notevole distanza dietro l’ultimo tedesco, non si ingaggiasse alcuna battaglia o azione di disturbo, che si sarebbe risolta in una carneficina soprattutto dei nostri, né preparati, né bene armati; non si facessero atti di nessun genere, perché potevano provocare la immediata distruzione del porto e di parte della città (la minaccia di Berninghaus l’avevo ben presente!); si tenesse conto che uno mai è libero di fare quello che vuole in guerra quando l’avversario aveva tutte le posizioni alte, dalla batteria di San Simone fino a Monte Moro, per non parlare dei nidi di mitraglieri. Infatti l’esercito tedesco, a suo modo giustamente, avrebbe sguarnito per ultime le posizioni alte. Quello che accadde il giorno dopo diede pienamente ragione a queste disposizioni. Cercai il Comitato di Liberazione, perché il potere mi bruciava nelle mani. Trovai solo il Prof. Paolo Emilio Taviani. Egli mi disse che non poteva fare personalmente alcun atto, che non fosse deciso dal Comitato. Lo pregai di comunicare tutto ai colleghi.

Verso sera di questa memoranda giornata decisi di recarmi a Villa Migone in San Fruttuoso, dove aveva posto la sua abitazione il vecchio Cardinale, che per vari motivi, non poteva continuare a stare in via Petrarca nella casa dei Gesuiti. Ero in Seminario di via Porta d’Archi. Si trovava lì un mio ex alunno studente di medicina, il quale fece quanto potè per impedire che io facessi il pericolosissimo percorso. Quando vide che era inutile insistere, volle accompagnarsi a me: era Del Bufalo, oggi medico condotto a San Lorenzo della Costa. Quando fummo tra gli alberelli — allora erano così — che si doveva attraversare davanti a Piazza Verdi, cominciò la battaglia tra tedeschi in ritirata su camions bene attrezzati che tenevano la linea Via Invrea, piazza Verdi, via De Amicis e partigiani asserragliati nel palazzo dell’INPS, oltre la mediana di via Cadorna. Noi eravamo nel mezzo e procedemmo tranquillamente. I colpi dei proiettili scheggiavano i bordi di granito del marciapiede: nessuno ci colpì.
Fu vera grazia di Dio! Verso la fine della traversata di sotto un alberello sbucò una donnetta, che ci chiese dove si passava per arrivare a San Fruttuoso. Aveva l’accento del Bisagno. Gli dissi: « donna, veni­teci dietro, se saremo ancora vivi. Pur noi tentiamo di arrivare a San Fruttuoso ».
Oltre il sottopassaggio ferroviario di Via Archimede si è fuori peri­colo. Raggiungo villa Migone dove informo di tutto il Cardinale. Egli approva ed incoraggia. Proseguo per il Chiappeto, intendendo restarvi la notte dato che dall’alto vigilavo meglio la città. Organizzo con un gruppo di seminaristi grandi un centralino telefonico. Infatti il tele­fono era l’unico mezzo che avessi in mano. Ne avevo prima stabilito un altro in casa di mia sorella, in salita Carbonara 24/7, dove si era

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installato provvisoriamente il mio Segretario don Mino. Un altro cen­tralino telefonico lavorava in collegamento con noi da via Edilio Raggio, ove abitava provvisoriamente la famiglia del compianto Marchese Nan­do Cattaneo e la Suocera di lui, la Marchesa Tea Spinola, eroica colla­boratrice dell’Auxilium. Questa rete avrebbe avuto la sua provviden­ziale funzione il giorno appresso, 24 Aprile, che fu il giorno più ansioso della mia vita.

Qualcosa stava lievitando che poteva mettere in serio pericolo la salvezza del porto e della città. Si erano costituite bande di giovani, che dominavano alcuni punti strategici: la piazza Acquaverde, il fronte del porto. Erano costituiti per lo più da elementi che avevano fino a due giorni prima servita la Todt e che erano stati da qualcuno riforniti di fazzoletti rossi annodati al collo, di fucili anche mitragliatori, di proiet­tili. Non credo si possa giudicare male la loro esaltante generosità. Questa però o male indirizzata da elementi politici o semplicemente presa dalla esuberante eccitazione di fare qualcosa, non sempre aveva chiara la situazione generale ed i pericoli che incombevano e che met­tevano a repentaglio la esistenza della città. Tutto questo introduce a fare la storia vera del 24 Aprile 1945.

Quella mattina scesi presto in città, dopo essermi assicurato bene del funzionamento dei centralini telefonici. Mi trovai, nei miei sposta­menti, unico spettatore estraneo alla cosiddetta « battaglia di piazza De Ferrari ». Vidi tutto. Non si trattò affatto di una battaglia. La piazza, dato che sulla linea via XX Settembre, piazza De Ferrari, via Carlo Feli­ce e piazza Corvetto stava ritirandosi una forte e lunga colonna di autocarri tedeschi, con numerosissima truppa, era completamente deser­ta. Un numero che non mi parve forte di persone appostate alle fine­stre della attuale Banca dell’Agricoltura e forse dal Palazzo della borsa, ami il fuoco sulla colonna germanica. La risposta fu rabbiosa e terribile, direi all’impazzata. Io mi salvai dietro un pilone della Borsa, altri­menti sarei stato finito. Qui accadde un episodio dei più tristi. Compar­ve, armato di un fucile, un giovane aitante quasi imberbe dalla parte di via Dante. Io gli urlai dal mio posto di non avanzare che lo avrebbero ammazzato senza scopo. Lui non badò a quello che dicevo e venne avanti: dopo pochi passi una raffica lo prese, gli squarciò il ventre in modo orrendo; lui stramazzò esanime. Io lasciai il mio rifugio per vede­re se era ancora vivo e per dargli la assoluzione. Capii che non sarei riuscito a caricarmelo e portarlo alla astanteria organizzata sotto il palazzo Gaslini, sia perché era di notevole caratura, sia perché era grave il pericolo di spandergli per terra le viscere. Corsi allora a Piazza Dante alla astanteria, venni con una lettiga e due coraggiosi barellieri e caricammo il giovane. Durante il tragitto il poveretto spirò. Gli chiusi gli occhi e ritornai a vedere cosa succedeva; era già finito tutto.

Nel primo pomeriggio dal Seminario di Via Porta d’Archi, me ne venni nuovamente a Villa Mirane per informare il Cardinale, prendere eventuali ordini. Ben presto la situazione si fece realmente tragica.

Giunsero le intimazioni di rappresaglia, dato che non era rispettato

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 l’accordo di permettere il transito ai tedeschi in ritirata, siccome io avevo comunicato al maggiore Aloni.

In porto erano asserragliati 1500 uomini — così mi si disse — la più parte tedeschi. Chiedevano di poter uscire cogli onori delle armi; i gruppi scaglionati sul fronte del porto non ne volevano sapere. Quelli mi dissero chiaro per telefono che avrebbero fatto azionare il dispo­sitivo per far saltare il porto. Sapevo che lo avrebbero fatto.

Da Savignone, ove stava Meinhold, arrivò la minaccia che, se si ostrui­va il passaggio, avrebbero cominciato il bombardamento della città con gli obici. Qualcuno mi disse che era giunta anche la minaccia di convergere i 381 di Monte Moro ed Arenzano sulla città. Sarebbe stato il massacro.

Compresi subito che bisognava convincere i partigiani della città a rinunciare alle azioni di disturbo, pagate a sì caro prezzo e che biso­gnava fare una nuova azione col Comando tedesco di Savignone.

Da villa Migone cominciai per telefono l’impresa più difficile della mia vita: convincere tutti a non attaccare i tedeschi in città, perché questo avrebbe portato alla rovina. E già stavano attaccando; ogni ora che passava aggravava in me una sorta di agonia. Passai molte ore accanto al telefono di villa Migone, inginocchiato accanto ad una seg­giola per poter scrivere appoggiato a quella. Ora trattavo attraverso i miei centralini, già nominati, ora parlavo direttamente a personaggi. Se non riuscivo a persuadere, prima di notte era la rovina.

Mi preoccupava il fronte del porto che non voleva riconoscere alle truppe, là asserragliate, il diritto di uscire cogli onori delle armi. Final­mente venni a sapere che comandava quella parte «Stella», ossia Pippo Macchiavelli (oggi sottosegretario al Ministero), già mio amico e caro alunno, come i suoi fratelli. Lo pescai; non feci un discorso molti gen­tile ma piuttosto intimidatorio; parlai forte, urlai. Egli capì la respon­sabilità ed agì da galantuomo: il pericolo proveniente dal fronte del porto venne eliminato per opera sua. Organizzai immediatamente per telefono una missione per trattare con i tedeschi del porto. Fu così che partirono Don Livraghi e Don Viola tenendo un lenzuolo bianco teso tra due bastoni. La singolare missione si avviò dal Columbia all’Acquaverde e si diresse giù per via Andrea Doria verso la Stazione Marit­tima. Alcuni ritennero di accompagnare i due facendosi schermo dei medesimi, che allora di schermo non ne offrivano molto. Testimoni oculari mi riferirono la scena, che toccò — a parere dei testimoni — il ridicolo.

In Porto parlamentarono: chiesero 40-45 minuti per mettersi in ordine, farsi la barba, spazzolare abiti e gambali. Finalmente uscirono sfilando per via Gramsci e nessuno — che io sappia — li disturbò. Rag­giunsero così la strada della Polcevera ed io non mi occupai più di loro. Il pericolo maggiore, quello del brillamento di tutte le mine del Porto era sventato.

Cominciai a pensare al resto. Sempre inginocchiato accanto alla sedia del telefono scrissi la minuta di una lettera al Generale Meinhold. La mandai di là, al Cardinale, pregandolo di correggerla, farla scrivere

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e firmarla. Il Cardinale accettò. Allora col solito sistema mi misi alla ricerca di chi poteva recapitare d’urgenza la lettera a Meinhold. Riuscii a pescare don Gino Bernardi, che a quel tempo talvolta mi aiutava in segreteria ed egli organizzò. Non ho alcuna idea di come sia riuscito, ma quando venne a Villa Migone a notte già inoltrata e col segno con­venuto si fece riconoscere, potei parlamentare dal muro con lui. Mi disse che aveva trovato chi avrebbe portato la lettera e che questi l’at­tendeva proprio allora a piazza Giusti (non molto lontano). La persona era il Dr. Romanzi oggi Rettore Magnifico dell’Università. Come poi lui abbia fatto ad arrivare a Savignone e a mettersi subito in contatto con Meinhold, proprio non so. Penso che questo potrà raccontarlo lui. Certo dimostrò coraggio e si espose ad un rischio impressionante. La lettera arrivò e, a quanto pare, fece buon effetto, come si vedrà in seguiti: gli obici minacciati non spararono.

Al mattino (io avevo passato la notte a Villa Migone) ci telefona­rono dalla Galleria della Lanterna. Era il Generale Meinhold. Ricevette la telefonata fratel Weidinger, segretario del Cardinale, ma io assistevo. Il generale chiedeva di fare la resa della città in mano del Cardinale. Fui sul punto di sbottare e far rispondere che la resa era già fatta da due giorni, come ho sopra narrato. Ma improvvisamente afferrai che sarebbe stato utile prendere per buono l’operato del Generale, insce­nare una resa con tutta la risonanza possibile, per dare alla popolazione un segno visibile della guerra ormai al lucignolo e per evitare che con­tinuasse a scorrere sangue. Mi limitai a far chiedere al Generale perché voleva far la resa nelle mani del Cardinale. Risposta esatta: « Perché è l’unica cosa seria che ci sia a Genova ». Pregai il Generale di attendere che avrei mandato a prenderlo io sotto scorta per sua difesa dopo aver raccolti quelli coi quali poteva essere fatta la resa. Possibile che Meinhold non sapesse della resa già avvenuta? Se tengo conto che circolò la voce che i suoi ufficiali, ritenendolo traditore per i contatti coll’avversario, l’avevano condannato a morte; se penso che nella notte corse a rifugiarsi alla Lanterna; che avvenuta la resa il suo ufficiale (forse aiutante di campo) si uccise in un angolo della villa Migone, dove riteneva fosse consumata un’onta, debbo ritenere probabile la opinione che allora mi feci e mai mutai: Meinhold, volle consegnarsi al Cardinale per salvare se stesso.

Mi detti subito un gran da fare per preparare l’evento, anche se non aveva più un vero contenuto giuridico. Impiegai almeno due o tre ore per reperire tutte le persone occorrenti ad ottenere un salvacon­dotto e portare il Generale a Villa Migone. Faticai a trovare quelli del Comitato di Liberazione, perché erano quelli nelle mani dei quali per la Legge Badoglio, dovevano passare i poteri provvisori. Vennero e li pre­parai all’incontro. Uscii in via San Fruttuoso e misi insieme un gruppo di ragazzotti, che ostentavano fazzoletto rosso e moschetto; spiegai le cose, li misi in riga come picchetto d’onore per i plenipotenziari. Cercai tra loro la faccia che mi parve la più facinorosa e gli dissi: « ti faccio tenente, tu comanda e tienili a posto ». Le cose andarono a me­raviglia. I membri del Comitato di Liberazione arrivarono prima di

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Meinhold e furono assai meravigliati di vedersi presentare le armi. Peccato che ho dimenticato la faccia dell’unico tenente da me creato in vita mia: agì benissimo e probabilmente gli altri sapevano che doveva­no ubbidire.

Approfittai del ritardo del Generale per prendere gli ultimi accordi col Cardinale. Gli raccomandai di ammansire l’uomo, il quale all’ultimo momento poteva avere la tentazione di mettersi a fare l’eroe fuori pro­posito. Raccomandai al Cardinale di uscire al momento delle trattative, perché fosse evidente che questo era affare non di nostra competenza. Feci le ultime raccomandazioni a vari membri del Comitato sul come comportarsi in trattative « internazionali » e li infilai tutti nella sala dalla quale era allora uscito il Cardinale e dove attendeva Meinhold. Chiusi accuratamente la porta.

Il Generale Meinhold aveva dichiarato di volersi costituire prigio­niero del Cardinale. Mentre eravamo fuori il buon vecchio Cardinale si preoccupava di che cosa avremmo potuto dare da mangiare all’illu­stre prigioniero. Io lo consolai subito: sì, erano abituati al burro e all’affettato in quantità e noi non ne avevamo, ma era tale la paura che anche l’appetito non doveva farsi molto sentire.

Uscirono a resa fatta. La notizia si sparse come in un baleno ed io aveva raggiunto lo scopo: fare una manifestazione esterna accentua­ta che significasse per tutti la fine delle ostilità e del sangue inutil­mente versato.

Non fu così in modo perfetto: scomparve per sempre il povero Canevaro ex Podestà di Genova. Era mio coetaneo e della mia parroc­chia, uomo giusto e retto; si vociferò avesse fatta una fine orribile. Altri episodi dolorosi si ebbero. I peggio, che mi furono segnalati, accaddero a Sestri e nei dintorni. Il clima di vendetta fu assai inferiore a quello di altre grandi città, ma durò ancora per un mese o due. Vi perse la vita anche il parroco di Cesino, Don Fasce, la cui fine restò per me sempre un mistero, almeno nella sua causale.

Gli Americani arrivarono a Genova il 27 Aprile e contemporanea­mente scesero anche i partigiani della montagna. Ci fu qualche piccola sparatoria, probabilmente ad opera di qualche cecchino. Io stesso me ne salvai per un pelo in via Roccatagliata Ceccardi, mentre andavo a predicare al Gesù.

Concludo la mia testimonianza esprimendo il parere che Genova sia stata veramente salvata dalla distruzione del porto dall’intervento dell’Autorità Ecclesiastica, l’unica che in questi anni non si sia fatta avanti a chiedere riconoscimenti e ricompense. Genova è stata salvata soprattutto contro la reazione, che le generose imprudenze ed impa­zienze giovanili stavano per scatenare nel pomeriggio del 24 Aprile.

Fu fatta un’inchiesta per stabilire i fatti e questa venne affidata al Giudice Mannetti essendo Segretario il dr. Bolis. Credo che il Mannetti fosse un uomo onesto. Ma fu accerchiato da coloro che volevano assolutamente togliere alla Chiesa ogni merito.

Per questo motivo io diedi ordine al mio compianto segretario

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Mons. Pesce, che aveva vissuto con me tutta la vicenda, di abbandonare protestando il comitato di inchiesta. Cosa che anche altri fecero. In quell’inchiesta comparvero personaggi ed eroi che io, solo, mentre tutti fuggivano, non ho mai incontrato sulle strade e sui destini di Genova. Non pretendo di sapere tutto, ma quello che ho scritto è la pura verità.

A queste memorie manca la descrizione dell’apporto di sacerdoti e parroci che furono strumenti di pace in parecchie zone.

Ma l’affannosa vita della ricostruzione di tutto, alla quale io mi dovetti dedicare, mi impedì di fare una raccolta di questi episodi. Vorrei che altri scrivessero quello che è stato di loro immediata esperienza nel far cessare piccoli centri di inutile resistenza germanica.

Debbo però rettificare qualcosa che mi riguarda. Fu detto, ripe­tuto e scritto che io ho fatto tacere le temibili batterie dei 381 collocati sia a Monte Moro sopra Quinto che ad Arenzano .Non ho questo merito specifico; sapevo del pericolo ma io non arrivai fin là. A far tacere la batteria di Monte Moro fu l’Arciprete di Quinto Don Mario Righetti, oggi venerando Abate del Rimedio. Egli, insigne studioso, aveva una cer­ta famigliarità colla lingua tedesca. Se ne servì e fu lui a persuadere i tedeschi di Monte Moro a non procedere ad atti tanto crudeli quanto inutili.

Giuseppe Card. Siri
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Breve nota biografica del Cardinale Giuseppe Siri

Il Cardinale Giuseppe Siri nacque a Genova il 20 maggio 1906, in Distacco Piazza Marsala (che trovasi alle spalle di P.zza Crovetto tra via N. Bacigalupo e via Martin Piaggio). Nicolò, suo padre, ligure, di mestiere operava nell’edilizia effettuando il riordino di case e appartamenti signorili; sua madre, Giulia Bellavista, emiliana, faceva la portinaia nello stesso stabile in cui la famiglia Siri abitava. Giuseppe fu battezzato nella Basilica di Santa Maria Immacolata (sita lungo la vicina Via Assarotti) a cui egli rimase profondamente legato per tutta la vita.

Dando segni d’intelligenza precoce, all’età di quattro anni venne iscritto alla prima classe nella non lontana scuola elementare Descalzi; all’età di otto ricevette insieme Prima Comunione e Cresima. Come chierichetto frequentò regolarmente la Basilica di Santa Maria Immacolata; a nove anni manifestò la volontà di farsi prete ed entrò nel Seminario Minore di Genova in località Chiappeto, sopra Boccadasse. A undici anni passò al Seminario Maggiore posto nel centro della città. Nel corso degli anni le sue pagelle scolastiche definiscono Siri come uno studente “attivo, disciplinato, studioso, volenteroso, ma superbietto”.

Nel 1926, l’allora Cardinale di Genova Carlo Minoretti, visti anche gli ottimi risultati scolastici, dopo l’ultimo esame in seminario gli comunicò la volontà di mandarlo a studiare a Roma, presso la Pontificia Università Gregoriana. Il 22 settembre 1928, nella cattedrale di San Lorenzo in Genova, Giuseppe Siri riceve, dalle mani del cardinale Minoretti, l’ordinazione sacerdotale. Il giorno dopo celebra la sua prima messa nella basilica di Santa Maria Immacolata e fa subito ritorno a Roma per completare gli studi. Infatti il 22 giugno 1929, alla Pontificia Università Gregoriana, si laureerà summa cum laude in teologia. Nel contempo il Seminario di Genova lo nominerà professore di teologia dogmatica rimanendovi un settennato a insegnare tale disciplina.

Poi, nel 1929, fondò l’Opera delle minestre, successivamente ribattezzata Auxilium, per assistere i senzatetto e distribuire pasti caldi. Due anni dopo, dietro segnalazione del cardinale Minoretti, la fondatrice dell’Opera Villa Maria, un’associazione che teneva corsi per universitari e per professionisti, lo cercò per partecipare come conferenziere a dei seminari di cultura religiosa in varie città italiane. Fu in quel periodo che Siri diede alle stampe due fra le sue opere prime, La ricostruzione della vita sociale e Corso di teologia per laici.

Nonostante i numerosi impegni, nel 1936 il cardinale Minoretti lo nominò esaminatore prosinodale presso la curia arcivescovile; rettore del Collegio Teologico San Tommaso d’Aquino e cappellano presso il santuario di Nostra Signora delle Grazie al Molo, la chiesa di Nostra Signora Assunta e Santa Zita e l’Opera Giosuè Signori. Nello stesso periodo collaborò come conferenziere per l’Opera San Giovanni Battista. Fu anche vice assistente della FUCI genovese, docente per l’Azione Cattolica e relatore ai seminari di studio delle Settimane di Camaldoli. Nel 1937 venne anche nominato insegnante di religione presso i licei D’Oria e Mazzini. 

Il 13 marzo 1938 morì il cardinale Minoretti, e, il successivo 17 marzo, papa Pio XII nominò Pietro Boetto nuovo arcivescovo di Genova, che fece il suo ingresso in diocesi il 9 maggio 1938. In quel periodo Siri diede inizio al Focolare, un progetto per seguire i ragazzi anche al di fuori della scuola. Al pari dei cardinali Minoretti e Boetto, anche Siri espresse posizioni molto critiche nei confronti del fascismo e, durante le sue lezioni in seminario, rigettava apertamente le filosofie totalitarie e razziste proprie del regime.

Nell’aprile 1941 Siri tenne una conferenza a Roma (Palazzo Colonna) alla quale assistettero anche i nipoti di papa Pio XII. Pochi giorni dopo Siri ricevette una telefonata da monsignor Giovanni Battista Montini, all’epoca sostituto della Segreteria di Stato della Santa Sede, informandolo che il pontefice lo voleva conoscere. Dopo l’incontro papa Pacelli restò in costante contatto con Siri. Il quale nel 1943, a Genova, fondò l’Opera dei Cappellani del Lavoro per portare assistenza pastorale all’interno delle fabbriche. A differenza dei preti operai francesi, però, Siri volle che i suoi sacerdoti facessero solo i sacerdoti, pur condividendo con i lavoratori i momenti sociali più difficili e salienti delle aziende.

Durante la Seconda guerra mondiale il clero genovese intraprese, attraverso la Delegazione Assistenza Emigranti Ebrei, un’intensa attività di soccorso in favore dei perseguitati. L’organizzazione, nata per soccorrere gli ebrei tedeschi rifugiati in Italia, si occupava ora di dare protezione gli ebrei italiani ricercati dai fascisti e dai nazisti. Boetto e Siri, insieme ad altri collaboratori, fra le varie cose provvidero personalmente a fornire ai ricercati falsi documenti d’identità. L’11 marzo 1944, dietro segnalazione del cardinale Boetto, Pio XII elesse Siri vescovo titolare di Liviade, nominandolo al contempo vescovo ausiliare dell’arcidiocesi di Genova. Come stemma episcopale Siri mantenne quello della propria famiglia mentre per il motto scelse le parole Non nobis Domine, incipit del salmo 115 Non nobis Domine, non nobis, sed nomini tuo da gloriam (“Non a noi, Signore, non a noi, ma al tuo nome da’ gloria”). L’annuncio della sua promozione fu accolto con gradimento generale; le uniche riserve vennero espresse dai rappresentanti del governo fascista di Salò, secondo i quali “Siri non poteva essere gradito per le sue idee”.

Dopo di che, essendo materia tutta particolare e personale, mi sento in obbligo di lasciare la parola al diretto protagonista: S. E. Giuseppe Cardinale Siri con le sue storiche Memorie riguardanti l’ultimo anno di guerra, per riprendere il discorso e aggiungere soltanto che Il 31 gennaio 1946, quindi a guerra terminata, il cardinale Pietro Boetto si spense.

Con ciò non è neanche da pensare che il Cardinale Siri abbia cessato di lavorare, tutt’altro!

E con ciò il sottoscritto ritiene di poter concludere in questo semplice modo: S. E. Giuseppe Card. Siri (Genova 1906/1989): pervicace oppositore delle ideologie totalitarie, che riteneva inconciliabili con la fede cattolica, a 38 anni divenne vescovo ausiliare, due anni dopo arcivescovo e a 47 cardinale: reggente l’arcidiocesi di Genova per 41 lunghi anni (dal 1946 al 1987) e partecipando a ben 4 Conclavi. Fra le tante cariche ecclesiastiche rivestite (1959/’65), annovera anche quella importantissima di Presidente della Conferenza Episcopale Italiana.

Il suo carattere poco incline ai compromessi e la tenace difesa delle proprie convinzioni divisero spesso l’opinione pubblica, non solo genovese ma nazionale, tra forti consensi e grandi opposizioni. Senza riserve, amò profondamente la sua città, Genova, dove fondò e continuò, anche da Cardinale, a far progredire numerose organizzazioni pastorali, assistenziali e culturali. Vasta e varia è pure la sua produzione di scrittore con decine di libri, discorsi, omelie, lettere pastorali, e centinaia di articoli e relazioni di vario genere. E la sua città natale lo onora avendogli dedicato la Galleria Cardinale Giuseppe Siri: l’ingresso principale del tanto amato dai genovesi Teatro Carlo Felice, che durante la guerra subì due fatali bombardamenti che lo resero inagibile per diversi anni a seguire.

Si ritiene pure non dover indicare nessuna bibliografia in quanto i testi e i siti web, e le diverse enciclopedie online possano soddisfare qualsiasi curiosità su questo grande Personaggio che ha vissuto tutte le tragedie e le bellezze del nostro travagliato  e complesso Millenovecento.

 

A questo punto mi viene spontaneo rivolgere pure a me stesso quest’unica domanda: “ ma perché, al Cardinal Siri, nel 1975 venne l’uzzo di pubblicare le sue memorie? dopo essere rimasto in silenzio per trenta lunghi anni?”. Per me che ho avuto modo di lavorare a Genova per trentacinque lunghi anni (dal 1961 al 1996) facendo il pendolare tra Sestri Levante (dove sono nato e vivo) e Genova, mi sembra di aver capito semplicemente questo: erano gli anni feroci delle Brigate Rosse e Genova ne pullulava. La città era un inferno: improvvisi blocchi stradali costringeva, specialmente a noi pendolari, una volta arrivati a Genova,  a non essere in grado di sapere se quel giorno potevamo avere la possibilità di arrivare sul nostro posto di lavoro oppure no. I bus che improvvisamente si arrestavano o erano deviati su altri itinerari. Studenti e gente a sciami compatti che se la facevano a piedi tra Brignole e Principe, o tra altre mete della città, che  chiedendo più volte ad altri pedoni, mal presi come loro, che incrociavano sulla via in che punto della città stessero sfilando i cortei della protesta urlante… e se fosse giunto da lontano qualche coro… a sgattaiolare subito dentro qualche traversa meno in vista… o a infilarsi rapidamente in qualche androne più nascosto… Un caos totale. Specialmente per noi macchinisti delle ferrovie che spesso non sapevano da che stazione di Genova sarebbe partito il treno che dovevamo effettuare quel giorno. E poi le varie correnti politiche che si rinfacciavano la responsabilità di aver generato questa marmaglia ingovernabile. Le sinistre soprattutto (anche il mio partito, quindi) che si sentivano affrancate perché secondo loro erano gli unici “puri” in quanto avevano dato tanto alla Democrazia, anzi che si dichiaravano gli unici ad averla perseguita avendo fatto la Resistenza e ad aver obbligato alla resa gli invasori tedeschi. Insomma, tutti che si dichiaravano essere stati in prima linea su ogni fronte e tutti che cercavano di attribuirsi il merito di ogni cosa, senza magari essere usciti fuori dall’uscio di casa e vomitando titoli d’ogni genere contro i loro avversari politici, per intimorirli.

Insomma, davanti a una mistificazione così grossolana come si poteva pretendere che uno che aveva il carattere “fumino” del Cardinale se ne stesse zitto? No! Ed ecco allora che Lui ti riversa un plico intero di Memorie nel piatto per rimettere un po’ le cose al loro posto. Ed un ragguardevole effetto l’hanno prodotto per davvero. Io al tempo le avevo lette direttamente sul Secolo XIX e avevo anche riposto i giornali su cui erano state pubblicate le tre puntate. E alcune volte le avevo anche cercate per rileggerle o citarle in qualche appunto, ma non m’era stato più possibile trovarle.

Senonché l’altr’anno durante un periodo di quarantena per sospetto contagio Covid-19, dovendo rimanere quindi segregato in casa per più di quindici giorni, m’è venuta voglia di rimettere un po’ d’ordine nel mio archivio, e i vecchi giornali hanno avuto modo di risaltar fuori. Ma me ne mancava uno che non ho più trovato. Allora mi sono messo alla ricerca della Rivista Diocesana di Genova dove sapevo che erano state pubblicate nello stesso anno. Avutone gentile accesso mi sono procurato quindi regolari fotocopie. Che rileggendole svariate volte, e forse anche filtrate dalla canonica mascherina anti Covid-19 che eravamo obbligati ad utilizzare pure in casa per gran parte delle giornate, mi sono parse quantomai attuali e perciò le ho voluto inserire qui nel Sito della Storia della Divisione Coduri. Dove in traslato si vanno ad allacciare ai festeggiamenti dei cento anni della nascita di Aldo Gastaldi “Bisagno”, altro mirabile Comandante della variegata Resistenza Italiana e della VI Zona Liguria comprendente la Coduri.

Pur lavorando a Genova per più di trent’anni non ho mai avuto modo d’incontrare il Cardinale Siri in udienza privata. Ma svariate volte l’ho visto per strada nei suoi vari spostamenti in città. L’ho visto anche, una o due volte, durante le sue visite a uno dei tanti grossi impianti ferroviari genovesi.

Ma i miei ricordi più mi portano alle due volte che ho effettuato il treno che lo portavano a Roma dove spesso si recava, oppure a qualche altra volta che l’ho visto prendere posto su treni per Roma ma dove io quelle volte non prestavo servizio. Aveva un’abitudine. Cioè quella di passare prima in ogni ufficio a salutare il personale al lavoro accolto logicamente da tutti con reverenza e nei dovuti modi. Ma da noi, personale di macchina e viaggiante, veniva direttamente sotto il locomotore, perché sapeva che non potevamo abbandonare la locomotiva, e di solito ci chiedeva di dov’eravamo, il nostro nome, insomma, tutte notizie famigliari, e poi benediva il viaggio, noi stessi e i nostri famigliari e le decine di persone che nel frattempo s’erano  avvedute di lui e s’erano avvicinate. Cose semplici ma belle nei ricordi.