Fasc. 20 – Doc. 01; a cura di E.V. Bartolozzi: ovvero, Genova, la resa dei nazisti.

S.E. Giuseppe Card. Siri (Genova, 20.05.1906/02.05.1989), Memorie sulle vicende genovesi 1944-45″ già pubblicate sulla Rivista Diocesana (N° 3 – Maggio-Giugno 1975) della Curia Arcivescovile di Genova (di cui sotto viene riportata la sola pagina del Sommario); e successivamente, sempre nell’anno 1975,  ripubblicate in tre distinte puntate sul quotidiano IL SECOLO XIX (di Dom. 20 luglio –  Mer. 23 luglio – Dom. 27 luglio). Per una più agile lettura, nell’impaginazione ivi scannerizzata, si è preferito pure tenere distinto il contenuto d’ogni singola pagina mantenendo inalterata la loro numerazione, che è rimasta la stessa a quella della Rivista Diocesana. Al momento, i testi riportati sono quasi tutti privi di foto, ma il lavoro è da ritenersi parzialmente in lavorazione.

 

STORIA GENOVESE

1. Memorie sulle vicende genovesi 1944-1945 di S.E. Giuseppe Card. Siri

Dopo quasi trent’anni dagli avvenimenti e dopo aver assistito silen­ziosamente a tutte le ricorrenti esibizioni, dopo aver sentito falsità di valutazioni, mi sono deciso a scrivere queste memorie.
Dopo trent’anni in cui mai mi sono esibito e nulla ho chiesto a nessuno, credo di poter essere credibile. Scrivo per la sola verità.

La mia vicenda del 1944

Venni consacrato Vescovo Ausiliare di Genova il 7 Maggio 1944. Era domenica ed allora festa di Santa Caterina da Genova. Dal venerdì antecedente, al martedì seguente non si ebbe neppure un allarme aereo. Tutto si svolse in pace nonostante i giusti e motivati timori.
Nel mese di Maggio e di Giugno ebbi molto da fare per la ammini­strazione della Santa Cresima. Più d’una volta mi trovai in Chiesa, amministrando quel Sacramento, con una folla che, dato l’allarme, non si muoveva: avevano la convinzione che col Vescovo e con quel rito sacro le bombe non sarebbero cadute lì.
Alla fine di Giugno ero veramente stanco. Il Cardinale Boetto mi consigliò di prendermi finalmente un periodo di riposo. Infatti benché il Seminario dove continuavo l’insegnamento della Teologia fosse a Ruta io andavo là e subito ritornavo: non ho abbandonata la città. C’erano i poveri, c’era l’Auxilium, c’erano i disastrati.
Mi ritirai alla Guardia. Il 6 Luglio, camminando per monti e por­tandomi la valigia con tutto l’occorrente, andai a dare la Cresima ad alcuni giovani sfuggiti ai rastrellamenti e che il Prof. Caboara ospitava in una sua tenuta fuori mano nel territorio di Sant’Alberto di Sestri. Ritornai per monti. Nel pomeriggio del 7 capitò Don Viola, mandatomi dal Cardinale, coll’ordine di fuggire dalla Guardia e ritirarmi in luogo più sicuro, perché pareva decisa la mia incarcerazione ed il mio trasfe­rimento in un lager di Germania. Raccolsi subito le mie poche cose, salutai il Rettore, Mons. Malfatti, il quale avendo intuito di che si trattava, piangeva e presi la guidovia. Stavo colla mia valigia sulla piattaforma anteriore per poter tenere visivamente sotto controllo la stazione ter-

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minale, che si presentava ad ogni svolta del monte verso levante. Ero deciso, se vi avessi scorto qualche movimento sospetto di gettare la vali­gia e me giù dal treno e risolvere la situazione camminando per le bal­ze di Ceranesi. Vidi nessuno ed arrivai alla stazione. Intanto avevo formulato il mio piano: avrei cercato — certo pericolosamente — di raggiungere Teglia al Molino Boccardo. Quasi tutti i figli Boccardo erano stati in un modo o nell’altro miei alunni; sapevo che ogni tardo pomeriggio partivano su un loro camioncino per Casella dove avevano una villa. Avrei chiesto un passaggio, fermandomi prima di Casella a Vallecalda ove avrei chiesta ospitalità per quella sera e quella notte a Don Debarbieri, parroco. Presi il tram verso Genova colla avvertenza di stare sulla piattaforma del manovratore, anche qui per squagliar­mela in tempo colla mia valigia, se avessi visto qualcosa di sospetto. Arrivai al molino Boccardo. La ragione della richiesta di un passaggio la dissi solo a Maurizio, che stimavo capace di tenere il becco chiuso. Dovetti attendere quasi un’ora per un guasto al camioncino e finalmen­te si partì. Durante il viaggio chiesi a Maurizio se avesse potuto venire a prendermi la mattina dopo alle 5,30 a Vallecalda, senza però dir niente ai suoi. Maurizio promise. Quando bussato alla porta il parroco venne ad aprirmi, capì al volo che succedeva, si fece bianco, mi accolse e rimasi con lui. Lì trovai a riposarsi don Cicali, mio aiutante all’Auxilium. Quando il mattino dopo partii sul camioncino di Maurizio, volle accompagnarmi, nonostante le mie proteste. Fu generoso. Mi feci por­tare dentro la valle Brevenna fino al punto più vicino donde si stac­cava la mulattiera per Carsi. Cicali volle venire su con me per aiutarmi a portare la valigia. Fortunatamente il paese era deserto e trovammo solo ad un balcone un povero deficiente, che capì nulla. È difficile descrivere la sorpresa del parroco Reggiardo mio antico compagno di scuola molto caro e buono. Gli chiesi ospitalità. Subito mi preoccupai di due cose: assicurare il mio incognito e stabilire un ponte informativo con Genova. Per l’incognito chiesi l’elenco degli sfollati: due famiglie i cui figli erano stati miei alunni al « Doria ». Li mandai a chiamare e dissi chiaro che dovevano tenere, se volevano salva la mia testa, il becco chiuso anche in casa. Io ero un professore di Genova, ammalato di nervi, ritirato lassù per sistemarseli alla meno peggio. Stettero esem­plarmente alla consegna. Io infatti volevo evitare che i partigiani sapes­sero della mia fuga, perché l’avrebbero cantata su tutte le radio e così mi avrebbero impedito di tornare a Genova, ove stava il mio dovere, fino alla fine della guerra. Ero ben certo infatti che quando avessero cominciato a temere fascisti e tedeschi, sarei stato dispensato io dall’aver paura ed avrei potuto tornare al mio posto e al mio dovere. Ritenevo che questo sarebbe accaduto entro un tempo breve. Come fu. Per il ponte informativo mi intesi con don Cicali, il quale poteva rice­vere a Vallecalda i miei messaggi, trasmetterli e poteva farmi avere i messaggi da Genova.

La posizione della canonica di Carsi, alla estremità nord del paese, in prossimità di un prato e del bosco, favoriva il mio isolamento.
La gente seppe di me, ma quando vide che ogni mattina alle sei,

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uno dei due miei alunni, il Dott. Carlo Anselmi (l’altro era Rossi) veniva a servirmi la Messa disse: « povero prete, è così malandato che per dire Messa gli ci vuole il prete » ed io fui al sicuro. Me la sbrigai abbastanza comicamente in una congiuntura in cui io fui sul punto di essere rico­nosciuto dal parroco di Pentema, venuto in visita a Carsi e tutto pro­cedette bene. Dopo circa venti giorni ebbi la certezza che le cose comin­ciavano a cambiare e decisi di ritornare clandestinamente alla Guardia. Non che il pericolo fosse scomparso, ma i miei persecutori cominciava­no a doversi occupare d’altro ed io potevo tentare. Col favor delle tene­bre feci il viaggio di ritorno e salii un’altra volta alla Guardia. Là stavo tutto il giorno in casa e solo — almeno al principio — uscivo al tra­monto sul retro dove sta il nuovo bosco di pini. Nel frattempo appresi — eravamo in agosto — lo sbarco degli alleati in Normandia e com­presi che il destino della guerra era segnato. Cominciai a mettere la testa fuori dell’uscio e il giorno dell’Assunta tenni Pontificale ed Omelia in Basilica. Dopo scomparvi e tutti gli abitanti del Santuario, meno il Rettore e il Chierico Garello (mio abituale compagno nelle uscite) si credettero che fossi arrivato e ripartito. In questo mese vennero alcuni a cercarmi e mi accorsi di loro mentre stavo verso Lencisa con Garello. Finsi una scommessa di velocità col Chierico e lo lanciai a testa bassa all’insù contro di loro; io mi gettai a terra dietro un mucchio di terric­cio, raggiunsi carponi la guidovia, le gallerie e passai così dall’altra parte del monte. Più tardi col favor delle tenebre risalii al Santuario. Il fatto non impedì che facessi la funzione del 29 e che mi recassi a piedi via monti, portandomi nella valigia tutto l’occorrente, a Pede­monte per amministrarvi la Cresima. Avevo fatto spargere la voce che ci sarebbe andato Mons. Canessa. Finito, passando dietro la Chiesa sparii e per la stessa lunga faticosa via me ne tornai alla Guardia. In Settembre — dato lo svolgimento degli avvenimenti bellici — presi mag­gior coraggio e pregai il Cardinale Boetto di mettermi in alcuni giorni della settimana il ritorno al mio ufficio in Genova. Resistette per un po’, poi cedette. Dopo la metà del mese (non ricordo il giorno esatto) il Cardinale si sentì poco bene, si ritirò a Carrosio, convinto di non tornare più e lasciò per me due grandi buste sul suo tavolo. In una c’era la mia nomina a Vicario Generale con tutte le facoltà per sosti­tuirlo in tutto; nell’altra c’erano le istruzioni: facessi la Professione di Fede prescritta per la carica davanti a chi volevo, usassi per ricevere la sua stessa stanza con qualche altra indicazione di dettaglio. Era un sant’uomo di governo, incredibilmente preciso. Arrivò per primo Mons. Fulle; lo pregai di ricevere la mia Professione di Fede, presi posto nella sedia del Cardinale e cominciai a governare tranquillamente, come se nulla fosse successo. È a questo punto che comincia il mio diretto lavoro nelle vicende non solo ecclesiastiche, ma civili di Genova. Stavo in Seminario, venivo a ricevere nella residenza dei Gesuiti dove abitava il Cardinale, andavo per le mie funzioni e per prima cosa mi occupai di far ritornare i due Seminari al Chiappeto, dove c’era meno pericolo, una profonda galleria rifugio e miglior possibilità di rifornimenti per dar da mangiare ai ragazzi. Il primo atto fu di comperare a Reggio quattro lattonzoli per iniziale l’allevamento maiali, cosa che non ero

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riuscito prima a far entrare nella testa di nessuno. Dopo qualche mese quei poveri ragazzi videro arrivare i primi frutti di quell’allevamento: fu come una visione.

Gli approcci

Già prima della mia promozione all’episcopato avevo avuto occa­sione di occuparmi in qualche modo dei Partigiani. Erano pochi, sfug­givano ad una persecuzione, erano degni di rispetto e di aiuto. Tra loro avevo un certo numero di miei alunni. Fatto Vescovo non mutai senti­menti e lasciai che qualche sacerdote stesse con loro, per curarli spiri­tualmente. Tra loro qualcuno dimostrò coraggio e lealtà non comuni. Le cose si modificarono quando la sfortunata e stupida legge Graziani obbligò giovani e uomini ancora indenni da quella pazza guerra al servizio militare nella certa prospettiva di finire in chissà quale parte d’Europa e soprattutto in Russia, ove si conduceva la più dissennata delle campagne militari. Molti, moltissimi di questi scelsero la monta­gna come l’alternativa più prudente. Il volto dei Partigiani, ingrossato da questo numero cambiò. Logicamente: non tutti si nasce eroi e la resistenza dopo la legge Graziani non fu quella di prima. Il giudizio storico deve tener conto di questo in mezzo alla straripante retorica. Io tenni i miei giudizi per me e cercai di giovare a tutti: non toccava a me giudicare, per fortuna! Ma nel corso di questa vicenda dovrò par­lare ancora dell’argomento.

Man mano che ci si avvicinava alla fine del 1944 si delineava sem­pre più chiara la prossima disfatta della Germania. Lo capirono anche i più illuminati tra i Tedeschi occupanti. Tanto il Cardinale Boetto che io comprendemmo che bisognava fare qualcosa, organizzando, perché quando fosse venuta l’ora desiderata non si avesse un inutile bagno di sangue. Pienamente d’accordo e munito io di ogni facoltà, per ovvie ragioni di segretezza cominciammo a filare la nostra tela in modo indi­pendente. Egli, il Cardinale, aveva contatti con un generale dell’esercito italiano, che da tempo conosceva e con lui cercava il modo di rendere meno tragico il passaggio da uno stato di occupazione ad uno stato, sia pur breve di una certa anarchia. Ebbe anche qualche contatto (non ne conosco il modo) col Generale Meinhold, il quale aveva il suo quar­tiere a Savignone.

Io, prima di passare a piani concreti per un avvenimento che dove­va accadere dopo circa quattro mesi, mi occupai piuttosto di assicurare, attraverso l’Auxihum, il necessario cibo alla Città. Genova è in una posizione tale che con due dozzine di mitragliatrici può essere (parlo di allora) isolata perfettamente e costretta a morire di fame. Nel Gen­naio del 1945 mi accinsi all’impresa, insieme al mio caro e generoso, coraggiosissimo amico il Comm. Malcovati. Partimmo insieme per la Lombardia per cercare di fare incetta di riso e di burro – formaggi. Viag­giammo tra neve e ghiacci con avventure persino comiche a non finire, ma dovevamo pure arrivare a San Pellegrino in alta Val Brembana,

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Dove risiedeva il Ministero dell’Agricoltura, al quale competeva rilascia­re i «buoni» per ottenere le derrate. Si dovette aggiustare la macchi­na più volte, ci rubarono persino la chiave inglese usata da un mecca­nico: si arrivò verso sera di una giornata polare. Al Ministero caddero dalle nuvole quando seppero chi ero e non nascosero la loro meravi­glia che proprio io andassi a chiedere pane per Genova. Però la mera­viglia fruttò: telefonarono immediatamente al Ministro, che era a Vene­zia (così mi dissero) e questi udito il mio nome disse semplicemente « Dategli tutto quello che chiede ». In fin dei conti io non lavoravo per me, ma per i miei concittadini! Facemmo man bassa di buoni e Malco­vati aduso agli affari la fece più di me e con più arte di me. Partimmo felici, mangiucchiammo qualcosa in macchina e a notte incominciata cominciammo la ritirata giù per la valle Brembana. Ci ritrovammo a notte fonda nella pianura a sud ovest di Bergamo. Nessuna stella, nessu­na luce, nessuna strada perché tutto era scomparso sotto il manto spesso della neve. Riuscii a orizzontarmi qualche poco e conclusi che dovevamo essere a non molta distanza da Trezzo d’Adda. Ma era poi così? A mala pena scoprimmo un casolare; Malcovati che aveva una faccia degna del suo coraggio andò a fare tale baccano alla porta di quella buona gente, che si svegliò tutta forse temendo si trattasse di una solita razzia. Se non ci coprirono di contumelie deve essere stato nel capire che non eravamo né guardie nere, né tedeschi: effettivamente stavamo vicini a Trezzo d’Adda. Come Dio volle arrivammo a Milano in casa di Malco­vati. Al mattino occorsero molti secchi d’acqua bollente per togliere il ghiaccio e permettere alla macchina di riprendere. La nostra scorri­banda fu da Melzo a Sannazzaro dei Burgondi. Dovevamo ogni tanto abbandonare la macchina e metterci bocconi nelle cunette laterali per sfuggire ai bassi mitragliamenti nemici, ma riuscimmo a tutto. Venne il momento di ripassare il Po. Caricammo la macchina su una zattera che traghettava il fiume. Ci piombò addosso una formazione aerea, mentre eravamo in mezzo al fiume. Malcovati mi spinse svelto nell’abitacolo rudimentale della zattera; lui restò fiero sulla tolda colle braccia fiera­mente conserte a guardare la formazione, come se la passasse in rivi­sta. Non dimenticherò mai la figura massiccia di quell’uomo straordi­nario, dritta verso il cielo. Non mitragliarono e non ne capisco il perché dato che avevano raggiunta una bassa quota giustificata solo dalla deci­sione di un mitragliamento. Prima dell’una riuscii finalmente a comin­ciare la Santa Messa, accanto alla tomba di don Orione a Tortona. Il minimo di approvvigionamento per i sinistrati genovesi era assicurato. Sebbene a questo punto, seguendo la cronologia, dovrei riprendere il filo interrotto, credo opportuno finire qui il discorso sull’approvvigio­namento, perché oltre ad essere importante in sé e per la storia, ha un elemento che a me parve sempre profondamente comico. Avevamo le assegnazioni, avevamo le scorte in Lombardia. La questione grave stava nei trasporti. Ed eccola. I partigiani avevano deciso di non lasciare transitare per la valle Scrivia e per valli parallele alcun approvvigiona­mento diretto a Genova, ritenendolo destinato ad alimentare Tedeschi e Fascisti. Forse riusciva loro difficile ricordarsi che c’era dell’altra gente e molta, che aveva onestamente fame. Qui cominciò la tessitura             

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di una diplomazia strana, arte nella quale io non mi ero mai esercitato. Riuscii a metter d’accordo i Partigiani (che serbavano di me buon ricor­do e sapevano quanti dei loro amici avevamo strappati alla morte), i Fascisti e i Tedeschi. Combinai una specie di conferenza alla quale io avrei rappresentato tutti coi capi partigiani in Rocchetta Ligure. Questa era in zona saldamente partigiana, perché la lunga gola del Borbera tra Persi e Pertuso, nella quale nessuno poteva transitare essendo sal­tati i ponti, proteggeva il covo partigiano e nessuno dei tedeschi si sarebbe sognato di andare a farsi ammazzare in quel buco tanto gra­tuitamente.
Naturalmente mi accompagnò quel fegataccio di Malcovati e Don Nicola degli Orionini.

A Vignole scesi per ringraziare il comandante tedesco, che si era mostrato singolarmente comprensivo nel favorire l’incontro, procedem­mo finché si potè e lasciammo la macchina sul ciglio del burrone, prima dell’ultimo ponte distrutto. Dall’altra parte ci attendevano con una jeep i partigiani. Proseguimmo fino a Rocchetta Ligure dove ebbe luogo l’incontro. Della riuscita di questo debbo dare atto anche al comandante locale « Scrivia ». La seduta durò a lungo ed io perorai come potevo la causa della popolazione votata alla fame; chiedevo solo non si impedisse l’afflusso dei viveri dal Piemonte e dalla Lombardia. La discussione fu estenuante tra i sì e i no. Finalmente uno dei pre­senti, di cui credo bene tacere il nome e che sedeva dall’altra parte di fronte a me, uscì a dire che « in fin dei conti la popolazione avrebbe dovuto seguire l’esempio dei partigiani e rifugiarsi nei monti ». A questo punto persi la pazienza; dimostrai che la popolazione erano le loro donne, i loro figli e parenti, che era stupido pensare a portare sui monti non eccessivamente vasti ed appena sufficienti a quelli che vi si trova­vano centinaia e centinaia di migliaia di persone in parte d’età avan­zata. Nella mia perorazione mi scaldai, davanti a tanta asineria, fino a perdere del tutto il lume della ragione (l’unica volta in vita mia). Vomitai tutte le parolacce che avevo sentito da bambino nei vicoli di Genova e che mai avevo usato, parlai col linguaggio dei facchini e (non si offendano!) dei portuali, ebbi sulle labbra tutti gli improperi e gli insulti e tutto feci di un solo fiato per più di mezzora, senza accorgermi affatto che stavo parlando un linguaggio poco adatto alla mia condi­zione di Vescovo. Non ne ebbi mai rimorso, perché non mi sapevo quel che dicevo, però vinsi. Si accettò la mia proposta e si passò ai dettagli. Audite insulae! Vollero che i trasporti fossero solamente per camions, pretesero che fossero targati « Città del Vaticano », che i con­ducenti avessero un tesserino col sigillo del Cardinale Boetto e la mia firma. Niente di simile si sarebbe potuto immaginare, ma credo che nei momenti gravi le scelte indichino una verità. Accettai tutto (poi mi sarei arrangiato), ci stringemmo la mano e ci lasciammo sorridenti. Visitai i loro feriti, benedissi la salma di un loro morto, ci ritirammo in canonica, dove quel buon Arciprete ci ospitò per la cena e per la notte. Al mattino di buon’ora fummo sulla via del ritorno, concertando il da farsi lungo il cammino. A Vignole accadde l’imprevisto. Ero sceso per

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salutare il comandante tedesco che mi attendeva e al quale brevemente dissi che tutto si era sistemato in modo passabile per la Città, quando lo vidi impallidire e tendere l’orecchio. Compresi subito: c’era un attac­co partigiano. Ci congedammo in fretta e imboccammo il borgo. Sen­tendo le sparatorie, abbandonammo la macchina e riparammo in un portone, chiudendolo. Fu Provvidenza perché quel portone venne ripe­tutamente colpito da proiettili di piccolo calibro, ma che, se ci aves­sero raggiunto, ci avrebbero fatto fuori.

Quando cessò pensammo di ripartire: oltre tutto io avrei dovuto celebrare sul tardi di quella mattina il matrimonio di Maurizio Boccardo. Però prima di rimetterci in marcia presi i miei provvedimenti: i peri­coli erano gravi, se l’attacco riprendeva, come era più che probabile, ed io avevo un timore solo, nel caso fossi stato ucciso: nel cassetto della mia scrivania stava una forte somma, datami da Malcovati per aiutare i sinistrati ed io dovevo evitare che quei denari cambiassero destina­zione. Scrissi un biglietto per avvertire; me lo misi in tasca: nel caso lo avrebbero trovato, letto. Fatto questo ci mettemmo in moto sten­dendo un drappo abbastanza bianco sul tetto della macchina. Io seguivo a piedi cercando di ostentare quanto potevo i miei filetti violacei e i fiocchi verdi del cappello: pensavo che mentre carmminavo nel fondo valle allo scoperto, forse vedendomi avrebbero desistito dallo sparare. Facemmo uno o due chilometri a quel modo e fu un supplizio. Non mi presero e ne ringraziai Dio. Finalmente, dopo Vignole, entrammo nella trincea in fondo alla quale correva il collegamento colla camionale e ci sentimmo salvi. Volammo e in quaranta minuti fummo a Genova, troppo tardi ormai per fare il matrimonio di Maurizio Boccardo!

Malcovati ed io ci demmo da fare per preparare l’occorrente ad eseguire i patti di Rocchetta. Niente dicemmo a nessuno; abbiamo fab­bricate delle targhe SCV da applicare ai camions dell’Auxilium, colla gomma intagliata e colla mollica di pane mettemmo insieme una specie di timbro col segno della Santa Sede. La cosa fu meno faticosa per i tesserini e per le bandiere, della Santa Sede, delle quali dovevano esse­re muniti tutti i camions. Da allora il Prefetto di Genova dovette rivol­gersi a me per gli approvvigionamenti: la cosa poteva sembrare pic­cante, ma per me non lo fu: non avevo tempo di pensare a quelle cose. I magazzini furono riempiti e nei giorni dopo la cessazione della occu­pazione tedesca tutti videro a che cosa servirono.

La fine dalla guerra

Sulla fine di Marzo e nei primi di Aprile 45 cominciai gli approcci diretti, per concretare. Presi contatto con due personaggi, che credo ancora vivi, al momento in cui vergo queste memorie ed ai quali si volge tuttavia il mio pensiero grato.
Il primo fu il Comandante Arillo, che soprintendeva per la parte italiana al porto di Genova. Ricordo che il nostro primo colloquio per organizzare col minimo di vittime il trapasso dall’una all’altra situazione

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avvenne nella mia stanza del Seminario Vecchio, sotto un bombarda­mento. Lui non si mosse, io neppure. Continuammo tranquillamente il nostro discorso e alla fine eravamo vivi.
Il secondo fu il ministro plenipotenziario tedesco Hasso von Etzdorf. Era un gran signore, diplomatico perfetto, di alta intelligenza. Lo ricordo con affettuosa stima. Il modo dei nostri colloqui era molto singolare. Egli non disse una parola che potesse suonare, umiliazione, condanna, sconfitta per il suo Paese, il suo comportamento non poteva essere nei riguardi della Germania più nobile e più coerente. Io inter­pretavo quello che lui pensava senza dirlo e rispondevo in conseguenza. Lui accoglieva ed accettava quello che io dicevo e proponevo, col suo silenzio: chi avesse ascoltato il nostro singolare e diplomatico collo­quio, probabilmente non ne avrebbe capito il filo. Il piano che ne uscì fu il seguente: i tedeschi si sarebbero ritirati per la Polcevera e la Scrivia, i Partigiani sarebbero scesi per il Bisagno. In tal modo non si sarebbero incontrati, almeno nei pressi di Genova, si sarebbero evi­tati scontri inutili e sanguinosi, non si sarebbero recati danni ai civili, ossia ai genovesi. In realtà i tedeschi si sarebbero sostanzialmente atte­nuti a questo piano. Quanto ai Partigiani non scesero in massa a Geno­va se non, come dirò meglio, il 27 Aprile insieme all’arrivo degli Ameri­cani e comunque raggiunsero la città dal Levante e dal Bisagno. Capivo e sapevo già prima che non avrebbero fatto altrimenti; quanto ai tede­schi non potevano avere per la ritirata che l’itinerario previsto. L’inco­gnita restava — e lo si vide — per quello che si sarebbe levato dalla città stessa, dove tutta la gioventù era praticamente inquadrata nella TODT, ma che si sapeva percorsa da sentimenti ben poco benevoli nei confronti dei Tedeschi, che pure servivano nella loro organizzazione.

A questo punto debbo iniziare il discorso più importante di queste memorie. Dei giorni che vanno dal 21 Aprile al 27 dello stesso il mio compianto segretario don Mino Pesce, tenne un diario preciso, minuto, completo. In parte, dopo la fine della guerra venne stampato sulla pagina di mezzo del « Nuovo Cittadino » ed è là reperibile. Il manoscrit­to andò perduto. Sono pertanto obbligato a servirmi della memoria. Dò però garanzia al lettore di non dire se non quello di cui ho ricordo chia­ro e con certezza.
La questione più grave in realtà, dopo la difficoltà di approvvigio­namento, non era quella di organizzare un incruento deflusso ed afflusso delle parti opposte, ma quello di salvare la città. Ed è a questo propo­sito che è volta la prima finalità di questa memoria.
Il porto era minato: erano state poste 366 (o 367) mine di alto potenziale. In caso di urto bellico la città stava sotto il tiro dei 381 postati sul monte Moro (sopra Quinto) ed Arenzano. Gli obici pote­vano seminare la distruzione dalla valle Scrivia. Tutto senza tener con­to dell’armamento leggero delle formazioni tedesche. Era giusto temere che l’annuncio di un armistizio in danno dei tedeschi provocasse mani­festazioni incontrollate ed incontrollabili, colle terribili reazioni delle quali i tedeschi si erano dimostrati capaci. Non era più questione di timore soltanto: seppimo che la distruzione del porto di Genova avrebbe

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provocato danni mortali alla città, perché si sarebbe, oltre le distru­zioni e logiche vittime, determinato il colpo nefasto a servizi ed uten­ze necessari.
Non ero solo a preoccuparmi di tutto questo come della vera que­stione finale nella grande tragedia. Nella prima decade di Aprile, venne a trovarmi l’Ing. Rocco Piaggio. Era tra i grandi industriali d’Italia ed aveva in porto, sia nei bacini, sia nei cantieri, sia nell’armamento inte­ressi preminenti. Per questo era la persona che più di tutte si interes­sava al porto. Ma non solo per questo. Raramente ho conosciuto un uomo che sotto un carattere talvolta duro, reattivo e collerico, avesse un cuore tanto buono ed amava veramente la sua città. Egli era il capo e, credo il finanziatore di quanto riguardava la salvezza del porto di Genova. Venne dunque e mi tenne questo discorso.

«I tedeschi sanno di perdere ed hanno deciso di far saltare il porto al momento della partenza. Abbiamo ormai tentate tutte le vie ed impiegati tutti i mezzi. Ho presentato all’alto comando un progetto di inutilizzazione del porto, tale che non potrebbe certamente essere usato per un tempo abbastanza lungo (mi pare dicesse due anni) dagli Alleati. L’hanno respinto. Abbiamo tentato di rendere inoffensive le cariche di dinamite: a tutt’oggi abbiamo sminate solo sette cariche. Che cosa son mai queste dinnanzi alle restanti 360? Sono venuto qui perché forse voi (accennava al Cardinale Boetto e a me) potete tentare di interve­nire: siete l’ultima carta ». Non saprei dire perché, ma compresi subito che eravamo l’ultima carta e che forse potevamo riuscire.

Pensai a lungo quella notte. Ma prima parlai di tutto col Cardinale proponendogli questo piano: scrivere una meditata lettera all’Ammira­glio Doenitz, dal quale dipendeva il settore, ed io stesso avrei portata e commentata la lettera stessa al Colonnello Berninghaus. Non discutemmo a lungo: il Cardinale capì subito e disse che avrebbe composta la let­tera Lui stesso quella notte. Avevo fatto il nome di Berninghaus, perché sapevamo che qui rappresentava Hitler, dal quale era molto ben voluto e che, pur inferiore di grado, aveva una importanza di gran lunga supe­riore. Qualcuno mi disse — non ricordo chi — che Berninghaus aveva un telefono con filo diretto per la comunicazione personale ad Hitler.

Il mattino dopo la lettera era pronta ed io chiesi telefonicamente udienza al Berninghaus, che aveva il suo ufficio a Nervi nella dependence dell’allora albergo Eden. L’ebbi, cercai subito i miei compagni di missione: Mons. Pesce, mio segretario, che parlava alla perfezione il tedesco, il maggiore tedesco Marckull (non giurerei di ricordare bene il nome. Egli comunque era un buon cattolico austriaco che sovraintendeva ad uffici annonari situati in via Venti Settembre), Mons. Cicali, l’Ingegner Rosini ed il Dott. Repetto esperto di tedesco. Trovammo una interprete e cominciò il dialogo, in qualche punto corretto dal mio segretario perché evidentemente la interprete temeva di tradurre certi termini da me usati durante la discussione, sempre più accesa.
Il Colonnello era un vero militare, per sé compito, educatamente freddo, distaccato, duro. Dava segni di non credere molto alla riuscita

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del nostro passo. Cercai di convincerlo con delle ragioni di umanità: la strage della popolazione, la inutilizzazione dello strumento per il qua­le Genova viveva economicamente. Niente. Allora feci questo discorso press’a poco: avete salvato il porto di Marsiglia, mentre sapete che anche dopo una pace non cresceranno per voi molto le simpatie in Francia. Perché volete distruggere Genova, mentre sapete altrettanto bene che gli italiani ad una settimana dalla guerra saranno ancora vostri amici. Dio mi guardi dal chiedere danni in Francia; chiedo solo che non si tratti peggio l’Italia. L’argomento fece un certo effetto, perché il Colonnello si distese pur continuando a scrollare la testa. La conver­sazione si prolungava inutilmente. Ad un certo punto perdetti la pazien­za, mi alzai e dando un pugno sul tavolo quasi urlai: « vi garantisco che se toccherete il porto di Genova, nessun tedesco uscirà da essa vivo, perché Lei sa meglio di me che prestissimo scapperete tutti! ». Solo dopo mi resi conto che avevo profferito una grave minaccia, non degna di un cristiano. Ma la cosa sortì l’effetto. Il Colonnello mi guardò stupito e disse semplicemente che avrebbe trasmessa all’Alto Coman­do la lettera del Cardinale Arcivescovo. Ci salutò cortesemente ed uscim­mo. I testimoni Mons. Cicali e Dott. Rosini sono ancora vivi ed hanno approvato quanto ho scritto. Aggiungo che prima di morire (venti gior­ni prima) l’Ing. Rocco Piaggio stese un suo rapporto su questa vicenda del porto, nauseato come era delle contraffazioni che udiva, lo firmò e me lo mandò. Il documento si trova tuttavia nel mio archivio perso­nale: è mia intenzione riporlo nell’archivio storico della Curia di Genova.

Si attendeva. La sera del 20 Aprile — venerdì — mi recai nella villa del mio caro amico il Dott. Bruzzone sulle alture che stanno tra Pegli e Prà. Là non bombardavano e si stava quieti: ero stanco ed avevo bisogno di riposo. Contavo restarvi due giorni. La sera del sabato 21 alla radio appresi che il primo sbarco degli alleati sulla riva destra del Reno era effettuato. Dissi immediatamente a Don Mino e agli altri: «È la fine: domani mattina si torna immediatamente in città, perché ora la situazione precipita e bisogna essere ai propri posti. Non mi sbagliavo. La mattina di Domenica 22 ero a Genova, dove l’opinione pubblica non si rendeva affatto conto di quello che era ormai imminente. Avevo sempre sostenuto che la sconfitta e la vittoria erano sedute sulle rive del Reno in Germania e non su quelle del magro fiume dallo stesso nome, che attraverso l’Emilia. La guerra finiva e, qui, sarebbe finita di riflesso. Infatti.
La mattina di Lunedì 23 Aprile fui chiamato al telefono: il Colon­nello Berninghaus mi attendeva a Nervi. Capii. Presi con me Mons. Pesce, Don Cicali, il Dr. Rosini. Non ricordo se venne anche il Dr Repet­to; direi di no. Mi vestii in pompa magna (come facevo sempre quando dovevo trattare coi Tedeschi, perché erano sensibili alle esteriorità), misi persino i guanti violacei e partimmo.
Mi impressionò subito il Colonnello Berninghaus: aveva perduta la sua superiorità, era un aitante abbattuto, quando parlava la mascella sinistra aveva una insolita contrazione, come di chi volesse evitare il pianto. Sentii pietà! In fin dei conti quello era un uomo, che aveva

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creduto in un mito e rappresentava al vivo la tragedia di una nobile nazione, troppo credula in un capo pazzo. Era già successo, succedeva, succede oggi. A molti piacciono troppo i miti!

Disse: «L’Alto Comando tedesco ha accolta la domanda che gli avete rivolta. Perciò il porto e gli impianti non subiranno danno. Si coleranno solo due piccole navi a picco nella imboccatura del Porto per impedire agli Alleati di servirsene per alcuni giorni ». Poi rivolto a me continuò: « Voglia Lei disporre tutto: che la popolazione non si impressioni per l’affondamento dei due piroscafi e che non disturbi il ritiro delle truppe germaniche cominciato stamane. In caso disturbassero potrebbe agire il dispositivo per far saltare il porto ». Risposi che avrei fatto il possi­bile anche perché sapevo che la minaccia non era affatto retorica. Ci salutammo, uscimmo. Nel pomeriggio alle tre fui convocato d’urgenza al Columbia in piazza Acquaverde. Mi feci accompagnare da Don Mino, da Don Cicali, dall’Ing. Rosini. Nel salone dell’albergo il ministro pleni­potenziario Hasso von Etzdorf mi porse il telegramma dell’ambascia­tore von Ramm che diceva testualmente: « consegnate Genova al Vesco­vo Siri ». Io feci mentalmente un processo logico, non potevo dire « con­segnate la città al Cardinale, non a me ». Chissà infatti che cosa sarebbe successo. Accettai e subito von Etzdorf, mettendosi sull’attenti e facendo il saluto militare, si dichiarò nostro prigioniero. Così cominciò per me il momento più difficile e più grave. Non avevo neppure una bicicletta e dovevo continuamente girare Genova a piedi, trovando qua e là un morto! L’ira sorda di coloro che trovano il coraggio solo quando l’avver­sario volge loro le spalle aveva infatti cominciato a esplodere, senza fare troppe discriminazioni, pur mantenendosi ben lontana dagli ecces­si avvenuti in altre grandi città.

La mia prima preoccupazione fu di continuare l’esercizio di tutti gli uffici civili. Sapevo della Legge Badoglio, ma non sapevo quando avrei potuto darle corso. Disposi che in ogni ufficio, a cominciare dalla Prefettura, esercitasse provvisoriamente con tutte le mansioni la fun­zione del Titolare il dipendente del medesimo più alto in grado e, a pari­tà di grado, il più anziano di servizio. Mi fu fatto osservare che biso­gnava mettere gente del Comitato di Liberazione. Risposi semplicemente che questo comitato contavo di vederlo, che non l’avevo mai veduto, che in sua presenza avrei fatte tutte le consegne previste dalla legge Badoglio, ma che intanto si facesse così. Ritenevo certo che tutte le autorità, operanti sotto il passato Regime, fossero fuggite. Non avevo torto, ma mi ricredetti in un caso: il podestà comandante Segoni, uomo onesto e probo, se ne tornò tranquillamente nel suo ufficio in comune. Come lo seppi ordinai rimanesse. Da quel giorno fui, fino alla sua fine, amico di questo uomo leale e coraggioso.
A chi protestò risposi duramente che lui il coraggio del coman­dante Segoni non l’avrebbe avuto mai.
Naturalmente, lo stesso pomeriggio mi misi in cerca dei personaggi coi quali fare il trapasso dei poteri. Trovai subito il Maggiore Aloni. Era un ufficiale addetto allo Stato Maggiore, originario della riviera di ponente. Era assiduo alla mensa che nel sotterraneo continuava a gestir-

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si in Seminario. Prestava non so quale servizio presso la Ditta Costa ed era il comandante dei Partigiani, abitanti in città, tutti — si badi bene — impiegati o addetti nella impresa germanica Todt, dalla quale prendevano regolare stipendio. Dissi all’Aloni quanto sapevo e impartii i seguenti ordini, durevoli fino al trapasso dei poteri che io avevo acqui­sito colla consegna della città, fattami dal Comando tedesco: tenesse le sue formazioni a notevole distanza dietro l’ultimo tedesco, non si ingaggiasse alcuna battaglia o azione di disturbo, che si sarebbe risolta in una carneficina soprattutto dei nostri, né preparati, né bene armati; non si facessero atti di nessun genere, perché potevano provocare la immediata distruzione del porto e di parte della città (la minaccia di Berninghaus l’avevo ben presente!); si tenesse conto che uno mai è libero di fare quello che vuole in guerra quando l’avversario aveva tutte le posizioni alte, dalla batteria di San Simone fino a Monte Moro, per non parlare dei nidi di mitraglieri. Infatti l’esercito tedesco, a suo modo giustamente, avrebbe sguarnito per ultime le posizioni alte. Quello che accadde il giorno dopo diede pienamente ragione a queste disposizioni. Cercai il Comitato di Liberazione, perché il potere mi bruciava nelle mani. Trovai solo il Prof. Paolo Emilio Taviani. Egli mi disse che non poteva fare personalmente alcun atto, che non fosse deciso dal Comitato. Lo pregai di comunicare tutto ai colleghi.

Verso sera di questa memoranda giornata decisi di recarmi a Villa Migone in San Fruttuoso, dove aveva posto la sua abitazione il vecchio Cardinale, che per vari motivi, non poteva continuare a stare in via Petrarca nella casa dei Gesuiti. Ero in Seminario di via Porta d’Archi. Si trovava lì un mio ex alunno studente di medicina, il quale fece quanto potè per impedire che io facessi il pericolosissimo percorso. Quando vide che era inutile insistere, volle accompagnarsi a me: era Del Bufalo, oggi medico condotto a San Lorenzo della Costa. Quando fummo tra gli alberelli — allora erano così — che si doveva attraversare davanti a Piazza Verdi, cominciò la battaglia tra tedeschi in ritirata su camions bene attrezzati che tenevano la linea Via Invrea, piazza Verdi, via De Amicis e partigiani asserragliati nel palazzo dell’INPS, oltre la mediana di via Cadorna. Noi eravamo nel mezzo e procedemmo tranquillamente. I colpi dei proiettili scheggiavano i bordi di granito del marciapiede: nessuno ci colpì.
Fu vera grazia di Dio! Verso la fine della traversata di sotto un alberello sbucò una donnetta, che ci chiese dove si passava per arrivare a San Fruttuoso. Aveva l’accento del Bisagno. Gli dissi: « donna, veni­teci dietro, se saremo ancora vivi. Pur noi tentiamo di arrivare a San Fruttuoso ».
Oltre il sottopassaggio ferroviario di Via Archimede si è fuori peri­colo. Raggiungo villa Migone dove informo di tutto il Cardinale. Egli approva ed incoraggia. Proseguo per il Chiappeto, intendendo restarvi la notte dato che dall’alto vigilavo meglio la città. Organizzo con un gruppo di seminaristi grandi un centralino telefonico. Infatti il tele­fono era l’unico mezzo che avessi in mano. Ne avevo prima stabilito un altro in casa di mia sorella, in salita Carbonara 24/7, dove si era

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installato provvisoriamente il mio Segretario don Mino. Un altro cen­tralino telefonico lavorava in collegamento con noi da via Edilio Raggio, ove abitava provvisoriamente la famiglia del compianto Marchese Nan­do Cattaneo e la Suocera di lui, la Marchesa Tea Spinola, eroica colla­boratrice dell’Auxilium. Questa rete avrebbe avuto la sua provviden­ziale funzione il giorno appresso, 24 Aprile, che fu il giorno più ansioso della mia vita.

Qualcosa stava lievitando che poteva mettere in serio pericolo la salvezza del porto e della città. Si erano costituite bande di giovani, che dominavano alcuni punti strategici: la piazza Acquaverde, il fronte del porto. Erano costituiti per lo più da elementi che avevano fino a due giorni prima servita la Todt e che erano stati da qualcuno riforniti di fazzoletti rossi annodati al collo, di fucili anche mitragliatori, di proiet­tili. Non credo si possa giudicare male la loro esaltante generosità. Questa però o male indirizzata da elementi politici o semplicemente presa dalla esuberante eccitazione di fare qualcosa, non sempre aveva chiara la situazione generale ed i pericoli che incombevano e che met­tevano a repentaglio la esistenza della città. Tutto questo introduce a fare la storia vera del 24 Aprile 1945.

Quella mattina scesi presto in città, dopo essermi assicurato bene del funzionamento dei centralini telefonici. Mi trovai, nei miei sposta­menti, unico spettatore estraneo alla cosiddetta « battaglia di piazza De Ferrari ». Vidi tutto. Non si trattò affatto di una battaglia. La piazza, dato che sulla linea via XX Settembre, piazza De Ferrari, via Carlo Feli­ce e piazza Corvetto stava ritirandosi una forte e lunga colonna di autocarri tedeschi, con numerosissima truppa, era completamente deser­ta. Un numero che non mi parve forte di persone appostate alle fine­stre della attuale Banca dell’Agricoltura e forse dal Palazzo della borsa, ami il fuoco sulla colonna germanica. La risposta fu rabbiosa e terribile, direi all’impazzata. Io mi salvai dietro un pilone della Borsa, altri­menti sarei stato finito. Qui accadde un episodio dei più tristi. Compar­ve, armato di un fucile, un giovane aitante quasi imberbe dalla parte di via Dante. Io gli urlai dal mio posto di non avanzare che lo avrebbero ammazzato senza scopo. Lui non badò a quello che dicevo e venne avanti: dopo pochi passi una raffica lo prese, gli squarciò il ventre in modo orrendo; lui stramazzò esanime. Io lasciai il mio rifugio per vede­re se era ancora vivo e per dargli la assoluzione. Capii che non sarei riuscito a caricarmelo e portarlo alla astanteria organizzata sotto il palazzo Gaslini, sia perché era di notevole caratura, sia perché era grave il pericolo di spandergli per terra le viscere. Corsi allora a Piazza Dante alla astanteria, venni con una lettiga e due coraggiosi barellieri e caricammo il giovane. Durante il tragitto il poveretto spirò. Gli chiusi gli occhi e ritornai a vedere cosa succedeva; era già finito tutto.

Nel primo pomeriggio dal Seminario di Via Porta d’Archi, me ne venni nuovamente a Villa Mirane per informare il Cardinale, prendere eventuali ordini. Ben presto la situazione si fece realmente tragica.

Giunsero le intimazioni di rappresaglia, dato che non era rispettato

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 l’accordo di permettere il transito ai tedeschi in ritirata, siccome io avevo comunicato al maggiore Aloni.

In porto erano asserragliati 1500 uomini — così mi si disse — la più parte tedeschi. Chiedevano di poter uscire cogli onori delle armi; i gruppi scaglionati sul fronte del porto non ne volevano sapere. Quelli mi dissero chiaro per telefono che avrebbero fatto azionare il dispo­sitivo per far saltare il porto. Sapevo che lo avrebbero fatto.

Da Savignone, ove stava Meinhold, arrivò la minaccia che, se si ostrui­va il passaggio, avrebbero cominciato il bombardamento della città con gli obici. Qualcuno mi disse che era giunta anche la minaccia di convergere i 381 di Monte Moro ed Arenzano sulla città. Sarebbe stato il massacro.

Compresi subito che bisognava convincere i partigiani della città a rinunciare alle azioni di disturbo, pagate a sì caro prezzo e che biso­gnava fare una nuova azione col Comando tedesco di Savignone.

Da villa Migone cominciai per telefono l’impresa più difficile della mia vita: convincere tutti a non attaccare i tedeschi in città, perché questo avrebbe portato alla rovina. E già stavano attaccando; ogni ora che passava aggravava in me una sorta di agonia. Passai molte ore accanto al telefono di villa Migone, inginocchiato accanto ad una seg­giola per poter scrivere appoggiato a quella. Ora trattavo attraverso i miei centralini, già nominati, ora parlavo direttamente a personaggi. Se non riuscivo a persuadere, prima di notte era la rovina.

Mi preoccupava il fronte del porto che non voleva riconoscere alle truppe, là asserragliate, il diritto di uscire cogli onori delle armi. Final­mente venni a sapere che comandava quella parte «Stella», ossia Pippo Macchiavelli (oggi sottosegretario al Ministero), già mio amico e caro alunno, come i suoi fratelli. Lo pescai; non feci un discorso molti gen­tile ma piuttosto intimidatorio; parlai forte, urlai. Egli capì la respon­sabilità ed agì da galantuomo: il pericolo proveniente dal fronte del porto venne eliminato per opera sua. Organizzai immediatamente per telefono una missione per trattare con i tedeschi del porto. Fu così che partirono Don Livraghi e Don Viola tenendo un lenzuolo bianco teso tra due bastoni. La singolare missione si avviò dal Columbia all’Acquaverde e si diresse giù per via Andrea Doria verso la Stazione Marit­tima. Alcuni ritennero di accompagnare i due facendosi schermo dei medesimi, che allora di schermo non ne offrivano molto. Testimoni oculari mi riferirono la scena, che toccò — a parere dei testimoni — il ridicolo.

In Porto parlamentarono: chiesero 40-45 minuti per mettersi in ordine, farsi la barba, spazzolare abiti e gambali. Finalmente uscirono sfilando per via Gramsci e nessuno — che io sappia — li disturbò. Rag­giunsero così la strada della Polcevera ed io non mi occupai più di loro. Il pericolo maggiore, quello del brillamento di tutte le mine del Porto era sventato.

Cominciai a pensare al resto. Sempre inginocchiato accanto alla sedia del telefono scrissi la minuta di una lettera al Generale Meinhold. La mandai di là, al Cardinale, pregandolo di correggerla, farla scrivere

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e firmarla. Il Cardinale accettò. Allora col solito sistema mi misi alla ricerca di chi poteva recapitare d’urgenza la lettera a Meinhold. Riuscii a pescare don Gino Bernardi, che a quel tempo talvolta mi aiutava in segreteria ed egli organizzò. Non ho alcuna idea di come sia riuscito, ma quando venne a Villa Migone a notte già inoltrata e col segno con­venuto si fece riconoscere, potei parlamentare dal muro con lui. Mi disse che aveva trovato chi avrebbe portato la lettera e che questi l’at­tendeva proprio allora a piazza Giusti (non molto lontano). La persona era il Dr. Romanzi oggi Rettore Magnifico dell’Università. Come poi lui abbia fatto ad arrivare a Savignone e a mettersi subito in contatto con Meinhold, proprio non so. Penso che questo potrà raccontarlo lui. Certo dimostrò coraggio e si espose ad un rischio impressionante. La lettera arrivò e, a quanto pare, fece buon effetto, come si vedrà in seguiti: gli obici minacciati non spararono.

Al mattino (io avevo passato la notte a Villa Migone) ci telefona­rono dalla Galleria della Lanterna. Era il Generale Meinhold. Ricevette la telefonata fratel Weidinger, segretario del Cardinale, ma io assistevo. Il generale chiedeva di fare la resa della città in mano del Cardinale. Fui sul punto di sbottare e far rispondere che la resa era già fatta da due giorni, come ho sopra narrato. Ma improvvisamente afferrai che sarebbe stato utile prendere per buono l’operato del Generale, insce­nare una resa con tutta la risonanza possibile, per dare alla popolazione un segno visibile della guerra ormai al lucignolo e per evitare che con­tinuasse a scorrere sangue. Mi limitai a far chiedere al Generale perché voleva far la resa nelle mani del Cardinale. Risposta esatta: « Perché è l’unica cosa seria che ci sia a Genova ». Pregai il Generale di attendere che avrei mandato a prenderlo io sotto scorta per sua difesa dopo aver raccolti quelli coi quali poteva essere fatta la resa. Possibile che Meinhold non sapesse della resa già avvenuta? Se tengo conto che circolò la voce che i suoi ufficiali, ritenendolo traditore per i contatti coll’avversario, l’avevano condannato a morte; se penso che nella notte corse a rifugiarsi alla Lanterna; che avvenuta la resa il suo ufficiale (forse aiutante di campo) si uccise in un angolo della villa Migone, dove riteneva fosse consumata un’onta, debbo ritenere probabile la opinione che allora mi feci e mai mutai: Meinhold, volle consegnarsi al Cardinale per salvare se stesso.

Mi detti subito un gran da fare per preparare l’evento, anche se non aveva più un vero contenuto giuridico. Impiegai almeno due o tre ore per reperire tutte le persone occorrenti ad ottenere un salvacon­dotto e portare il Generale a Villa Migone. Faticai a trovare quelli del Comitato di Liberazione, perché erano quelli nelle mani dei quali per la Legge Badoglio, dovevano passare i poteri provvisori. Vennero e li pre­parai all’incontro. Uscii in via San Fruttuoso e misi insieme un gruppo di ragazzotti, che ostentavano fazzoletto rosso e moschetto; spiegai le cose, li misi in riga come picchetto d’onore per i plenipotenziari. Cercai tra loro la faccia che mi parve la più facinorosa e gli dissi: « ti faccio tenente, tu comanda e tienili a posto ». Le cose andarono a me­raviglia. I membri del Comitato di Liberazione arrivarono prima di

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Meinhold e furono assai meravigliati di vedersi presentare le armi. Peccato che ho dimenticato la faccia dell’unico tenente da me creato in vita mia: agì benissimo e probabilmente gli altri sapevano che doveva­no ubbidire.

Approfittai del ritardo del Generale per prendere gli ultimi accordi col Cardinale. Gli raccomandai di ammansire l’uomo, il quale all’ultimo momento poteva avere la tentazione di mettersi a fare l’eroe fuori pro­posito. Raccomandai al Cardinale di uscire al momento delle trattative, perché fosse evidente che questo era affare non di nostra competenza. Feci le ultime raccomandazioni a vari membri del Comitato sul come comportarsi in trattative « internazionali » e li infilai tutti nella sala dalla quale era allora uscito il Cardinale e dove attendeva Meinhold. Chiusi accuratamente la porta.

Il Generale Meinhold aveva dichiarato di volersi costituire prigio­niero del Cardinale. Mentre eravamo fuori il buon vecchio Cardinale si preoccupava di che cosa avremmo potuto dare da mangiare all’illu­stre prigioniero. Io lo consolai subito: sì, erano abituati al burro e all’affettato in quantità e noi non ne avevamo, ma era tale la paura che anche l’appetito non doveva farsi molto sentire.

Uscirono a resa fatta. La notizia si sparse come in un baleno ed io aveva raggiunto lo scopo: fare una manifestazione esterna accentua­ta che significasse per tutti la fine delle ostilità e del sangue inutil­mente versato.

Non fu così in modo perfetto: scomparve per sempre il povero Canevaro ex Podestà di Genova. Era mio coetaneo e della mia parroc­chia, uomo giusto e retto; si vociferò avesse fatta una fine orribile. Altri episodi dolorosi si ebbero. I peggio, che mi furono segnalati, accaddero a Sestri e nei dintorni. Il clima di vendetta fu assai inferiore a quello di altre grandi città, ma durò ancora per un mese o due. Vi perse la vita anche il parroco di Cesino, Don Fasce, la cui fine restò per me sempre un mistero, almeno nella sua causale.

Gli Americani arrivarono a Genova il 27 Aprile e contemporanea­mente scesero anche i partigiani della montagna. Ci fu qualche piccola sparatoria, probabilmente ad opera di qualche cecchino. Io stesso me ne salvai per un pelo in via Roccatagliata Ceccardi, mentre andavo a predicare al Gesù.

Concludo la mia testimonianza esprimendo il parere che Genova sia stata veramente salvata dalla distruzione del porto dall’intervento dell’Autorità Ecclesiastica, l’unica che in questi anni non si sia fatta avanti a chiedere riconoscimenti e ricompense. Genova è stata salvata soprattutto contro la reazione, che le generose imprudenze ed impa­zienze giovanili stavano per scatenare nel pomeriggio del 24 Aprile.

Fu fatta un’inchiesta per stabilire i fatti e questa venne affidata al Giudice Mannetti essendo Segretario il dr. Bolis. Credo che il Mannetti fosse un uomo onesto. Ma fu accerchiato da coloro che volevano assolutamente togliere alla Chiesa ogni merito.

Per questo motivo io diedi ordine al mio compianto segretario

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Mons. Pesce, che aveva vissuto con me tutta la vicenda, di abbandonare protestando il comitato di inchiesta. Cosa che anche altri fecero. In quell’inchiesta comparvero personaggi ed eroi che io, solo, mentre tutti fuggivano, non ho mai incontrato sulle strade e sui destini di Genova. Non pretendo di sapere tutto, ma quello che ho scritto è la pura verità.

A queste memorie manca la descrizione dell’apporto di sacerdoti e parroci che furono strumenti di pace in parecchie zone.

Ma l’affannosa vita della ricostruzione di tutto, alla quale io mi dovetti dedicare, mi impedì di fare una raccolta di questi episodi. Vorrei che altri scrivessero quello che è stato di loro immediata esperienza nel far cessare piccoli centri di inutile resistenza germanica.

Debbo però rettificare qualcosa che mi riguarda. Fu detto, ripe­tuto e scritto che io ho fatto tacere le temibili batterie dei 381 collocati sia a Monte Moro sopra Quinto che ad Arenzano .Non ho questo merito specifico; sapevo del pericolo ma io non arrivai fin là. A far tacere la batteria di Monte Moro fu l’Arciprete di Quinto Don Mario Righetti, oggi venerando Abate del Rimedio. Egli, insigne studioso, aveva una cer­ta famigliarità colla lingua tedesca. Se ne servì e fu lui a persuadere i tedeschi di Monte Moro a non procedere ad atti tanto crudeli quanto inutili. 

Giuseppe Card. Siri
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2. Omelia di Commiato del Cardinale Siri (Cattedrale di S. Lorenzo in Genova).

In Genova, nel giorno solenne del suo Commiato ai genovesi tenuto nella Cattedrale di S. Lorenzo stracolma di fedeli, nel tardo pomeriggio del giorno 16 ottobre 1987, il Cardinale, piuttosto commosso, almeno così riportano le cronache del tempo, tornò perentoriamente sull’argomento ribadendo con estrema forza e calore la veridicità delle affermazioni contenute nelle sue memorie, facendo molti riferimenti e ringraziando ancora una volta chi lo aveva aiutato a salvare Genova e il suo porto. Ed ecco le sue schiette parole: 

“Eccellenze, onorevoli Autorità, cari confratelli, fedeli, questo non è un addio, è un commiato.
Ringrazio tutti coloro che hanno voluto essere presenti: questo è segno della loro gentilezza. In modo speciale presento il mio grazie a tutte le Autorità.
Ora debbo dire quello che la circostanza richiede. Non sono io che vi abbandono. Io compio un dovere; obbedisco. E, detta la parola “obbedisco”, non ho altro commento da fare. Si obbedisce a Dio e a chi comanda in nome di Dio. Non posso travolgere l’ordine creato e dare il potere di comandare a chi non l’ha. Debbo accogliere chi il potere l’ha e l’ho accolto. Pertanto non vogliate stimare la mia una fuga, non lo è. Non vogliate chiedere neppure se ho un cuore di pietra. No. Nessuno può immaginare che cosa un padre prova, sopporta, quando deve lasciare la sua famiglia. Quello che certamente non morirà mai in me è che vi ho voluto bene.
Ma probabilmente vorreste saperne di più e sono qui per accontentarvi. Quali sono i principi che mi hanno guidato? Naturalmente quelli della nostra santa fede. Questo lo sanno tutti.
E quelli che hanno segnato la strada pratica? Eccoli. Ho sempre stimato gli uomini perché mi sono sforzato di ricordarmi che, creati da Dio, portano con loro naturalmente il bene e quando in loro si vede anzitutto il bene che hanno tutti, si trattano in modo degno e diverso. Credo sia meglio vedere il bene negli uomini che non il male. Questo è contro il concetto della creazione ed è contro ogni buona armonia fra di loro, tanto che – e non lo dico certo per vendetta – se vogliono godersi il male sappiano che il male è incapace di essere goduto. Non ho visto gli uomini secondo quelle apparenze che, generalmente, quando non sono buone, sono poco sincere, ma ho cercato di vedere il bene. E oggi, pressoché al limitare della mia vita, ne sono contento ed auguro altrettanto a quanti ora mi ascoltano.
Ho obbedito sempre. Con la dignità degli anni, posso dire che la migliore strategia della vita è obbedire a chi si deve per riuscire a non obbedire a chi non si deve obbedienza. Si pecca, ma si paga. Ecco gli umili principi che mi hanno guidato.
Quando sono entrato in questa Cattedrale or più di 41 anni, ho detto: “Non sono qui da me, non sono qui per me”. Ho cercato di camminare sempre secondo questa promessa che ho fatto a tutto il popolo e ne sono contento. Lascio la “Casa” che ho abitato per 41 anni come vi sono entrato. Ringrazio Dio che mi abbia aiutato a fare così.
Ma a questo punto, detta, forse, la cosa più importante, debbo ricordami della storia. E voglio anzitutto ricordare il mio venerato e santo antecessore il Cardinale Pietro Boetto, perché ho imparato da lui, ho ricevuto da lui. Debbo dire chiaramente una cosa, per ristabilire equilibrio e giustizia: se nel 1945 il Porto di Genova si è salvato e Genova si è salvata (perché non poteva saltare in aria il porto con 360 mine, senza che saltasse in aria anche tutta la città vecchia) questo lo si deve all’umiltà di questo venerando Arcivescovo. Sarebbe bastata superbia, poca anche, quella che è tanto comune, di temere che un proprio sottoposto faccia più bella figura, perché Genova non esistesse più, ma l’umiltà di quell’uomo veramente di Dio ha salvato tutto. E a quello che bisogna rivolgere quel tanto di riconoscenza che in una simile non certo piccola faccenda, si può rivolgere in questo mondo. La vera riconoscenza di tutto, mia e vostra, sale a Dio e là si ferma per sempre.
La storia: abbiamo vissuto insieme un cambiamento profondo di vita, di esperienza, di ricerca e di pretese del genere umano. Ho dubbio che questo immenso cambiamento sia stato inteso da tutti. Ci siamo divertiti – non io certamente – a distribuire appellativi inutili e poco intelligenti, ma non abbiamo capito che cosa andava succedendo. Comunque abbiamo assistito e, se oggi siamo vivi, abbiamo la speranza e dobbiamo e possiamo averla, è grazia di Dio. Almeno qualche volta ricordiamocene.
Abbiamo vissuto un periodo in cui anche la Chiesa ha sofferto. Si capisce benissimo che quando c’è una sofferenza, qualche cosa succede che non è desiderabile. Ma vorrei richiamare coloro che, perduta – perduta, dico – la capacità di capire le cose anche semplici, hanno dedotto, da questo periodo di transizione dell’intero genere umano, conseguenze irrazionali, illogiche, dannose, forse fatali. Bisogna che impariamo a vivere senza diventare i poveri servi delle tenebre e delle nubi che vanno camminando nel cielo e restano nubi. È meglio essere servi di Dio che paurosi delle nubi. Questo periodo l’abbiamo vissuto insieme. Domando: chi ha capito? E se non avesse capito faccia presto.
Mi rivolgo in modo speciale ai miei confratelli che, dovendo dare agli altri la verità, non possono accettare le tenebre. E questo è l’ultimo invito. Guardatevene bene! Non ingannate voi e i fedeli che hanno il dovere di apprendere da noi la verità di Cristo.
Abbiamo vissuto momenti gravi, ma sempre avvertiti nella loro distinzione temporale. La nostra città ha sentito palpitare il cuore di dolore e di timori. È meglio rivolgersi a Dio che perdersi nei timori. Di là tutto può essere salvato. E se qui c’è qualcheduno che in proposito deve accettare qualcosa, lo faccia e accolga l’ultima preghiera che gli viene da un altare da dove da tanti secoli Genova attende la preghiera e la grazia di Dio.
Ringrazio tutti quelli che hanno lavorato per il bene in qualunque direzione, perché il bene è bene: o lo è o non lo è. Ringrazio tutti. Posso dire che ho ammirato molti uomini. Naturalmente i nomi si tacciano, perché non finirei mai. Ho ammirato la loro coerenza, la loro costanza, la loro collaborazione. L’ho ammirata seriamente e debbo dirlo prima di cominciare a tacere.
Abbiamo visto nuovi mali apparire: non se ne andranno tanto facilmente, perché la chiave della storia sta in mano a Dio, e Dio guarda al bene e al male. Tutte le cose entrano in queste due categorie, e badiamo che non esistono categorie neutre. Non esistono. Attenti a non cadere in questa idea.
Siamo qui: io per finire, voi per continuare. Ogni circostanza deve insegnare qualcosa e siccome l’ufficio di un Vescovo è anzitutto quello di insegnare la verità e stare sempre dalla parte della verità, chiedo al Signore che sia largo di grazia con me, con il mio degno Successore, con voi suoi collaboratori, perché abbiate sempre a camminare per vie giuste e rette nelle quali soltanto si troverà il bene e la gioia di Genova.
Che possiate avere tutti la saggezza. Che possiate tutti avere il dono della fede. Che possiate avere tutti la dignità della coerenza e della costanza, quella che è stupenda davanti a Dio.”

Giuseppe Card. Siri
3. Siri dice addio a Genova: come apparve la notizia sui giornali?

Cosa ne dissero i giornali di allora? L’avvenimento del commiato del Cardinale Siri ebbe grande risonanza, non solo sulla stampa locale ma anche su testate a diffusione nazionale. Tipo La Repubblica del 16/10/1987, dal quale Archivio traggo questo pezzo firma di Piero Valentino:

“SIRI DICE ADDIO A GENOVA” di Piero  Valentino

GENOVA. Questo non è un addio, è un commiato. Non sono io che vi abbandono, io compio un dovere: obbedisco. È detto la parola obbedisco, non ho altro commento da fare. Sono appena suonate le sei del pomeriggio, fuori piove che Dio la manda, ma stipati nella grande cattedrale di San Lorenzo tremila fedeli accolgono con il primo di una serie di applausi l’esordio del cardinale Giuseppe Siri, alla sua ultima omelia come arcivescovo di Genova. L’ ultima, dopo quarantun anni: tra otto giorni lo sostituirà monsignor Giovanni Canestri, ex arcivescovo di Cagliari. Siri è attorniato da duecento concelebranti, affiancato da dodici autorità laiche e militari, assediato da una folla che forse lo ha rispettato e temuto più che amato, ma che adesso un po’ di commozione ce l’ha dentro, a sentire e a vedere quella figura ritta e autorevole che affida all’ultima omelia parole di ringraziamento, di conforto e di rassegnazione appena dissimulata: Si obbedisce a Dio ha detto al microfono presso l’altare maggiore e a chi comanda in nome di Dio. Non posso stravolgere l’ ordine creato e dare il potere di comandare a chi non l’ha. Debbo accogliere chi il potere l’ha. Siri non è più in salute come un tempo, ma in sé è deluso di dover abbandonare la sua gente, che lo applaude ancora quando promette sarò sempre con voi. Lui non vuole manifestarla, ma l’emozione di quest’ora ce l’ ha dentro tutta, quando si rivolge a fedeli come un padre che sta per lasciare la famiglia per dirle che resterà a disposizione di tutti coloro che vorranno chiedere il suo aiuto: Non vogliate aggiunge stimare la mia una fuga. Non lo è. Non vogliate chiedere neppure se ho cuore di pietra. No. Quello che non morirà mai in me è che vi ho voluto bene. Il vecchio cardinale si ritirerà nella villa nobiliare dei Campo Stano, sulla collina di Albaro. Un luogo da splendido isolamento, ma chissà quante volte il suo successore monsignor Canestri ci andrà per chiedergli consigli. Siri lo sa, e non a caso lo mette in testa alla lista di chi avrà bisogno di aiuto. La sacralità della liturgia non toglie nulla al pathos di questa cerimonia: la musica, il coro, gli odori e le suggestioni della grande Chiesa, scandagliati dalle telecamere (simbolo della eccezionalità dell’ avvenimento) danno l’impressione di stemperarsi negli sguardi dei fedeli puntati su di lui, che papa non è mai stato ma che, per i genovesi e forse non solo per essi, è stato e resta qualcosa di più di un sommo pontefice: Ho insegnato solo vie che, magari indirettamente, portano alla vita eterna. Tutto finirà là ha scritto nella sua ultima lettera pastorale e ha ripetuto ieri. Al quotidiano genovese Il Lavoro, che lo ha intervistato, Siri ha confidato: Per due volte avrei potuto essere eletto al soglio pontificio. Quando morì Pio XII ero l’unico candidato alla sua successione. Ad indicarmi era stato proprio lui, papa Pacelli. Anche quando fu eletto Paolo VI il candidato principale era lui: Fui io a tagliare corto. Dissi: non mi votate perché non accetterei. Non mi sentivo all’altezza del compito. Oggi, più che pentito di quella scelta, sono rammaricato. Se potessi tornare indietro accetterei. Avrei avuto modo di fare qualcosa di più per l’ umanità. Dell’ elezione di Giovanni Paolo II non dice nulla, ma spiega: È inimmaginabile quel che può succedere in un conclave. Quasi sempre le previsioni e i giochi della vigilia vengono stravolti. Comunque non posso giudicare il papa attuale, non ne sono all’altezza e non me lo consente il senso dell’ onore. Un atteggiamento da uomo d’altri tempi, anche se papa Wojtyla è stato quello che l’ha in pratica costretto ad abbandonare il suo posto, ad andare finalmente in pensione, come secondo le regole canoniche avrebbe già dovuto fare sei anni fa. Lui ha accettato, ma a malincuore: Sono un padre dice che per dovere lascia tutta la sua famiglia. L’idea di Marx è fallita Al Lavoro Siri ha fatto altre confidenze sulla sua filosofia politica e sociale. Ha detto che i comunisti sono troppo legati all’Urss e l’idea di Marx è fallita, che la Russia sta affrontando un momento molto difficile per i suoi cittadini, poco preparati, con pochi soldi. Quello dei soldi è un riferimento che Siri, grande patron dell’ industria pubblica a Genova, il vescovo della minestra che organizzava le mense per gli sfollati sempre attento ai problemi di chi non aveva nulla, non ha mai trascurato: Homo sine pecunia himago mortis, disse una volta, e qualcuno temette che essere senza soldi fosse un peccato mortale. Si lamenta un po’ perché D’Alessandro (n.evb, allora presidente del porto di Genova che salvò dal tracollo economico.) da aprile non lo ha più consultato, dice che la crisi del porto è causata dalla Compagnia dei portuali e dal Partito comunista che la manovra. Insomma, consegna pubblicamente l’ immagine del vecchio genovese conservatore, rigido, immodificabile nei suoi giudizi perentori e taglienti. Anche a questo pensa la gente che affolla l’antica cattedrale guardando Siri che le dice addio. A lato della cattedrale c’è la bomba che colpì la chiesa durante i bombardamenti e non esplose, ricordo di una guerra in cui Siri aiutò la città a liberarsi dai tedeschi. Da lì cominciò il governo del cardinale, l’ uomo che riuscì a vendere il vecchio seminario il giorno prima che nascesse la prima giunta di sinistra ma che ha mediato con i camalli più duri per la salvezza del porto, l’uomo che ha sospeso a divinis Baget Bozzo ma, quando si sono incontrati in privato, lo ha abbracciato. Ho una stretta al cuore, certo dice infine ma sono soddisfatto per avere affrontato momenti difficili con animo coraggioso.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                     

4. Breve nota biografica del Cardinale Giuseppe Siri

Genova, Basilica di S. Maria Immacolata di Via Assarotti

Il Cardinale Giuseppe Siri nacque a Genova il 20 maggio 1906, in Distacco Piazza Marsala (che trovasi alle spalle di P.zza Crovetto tra via N. Bacigalupo e via Martin Piaggio). Nicolò, suo padre, ligure, di mestiere lavorava nell’edilizia effettuando prevalentemente il riordino di case e appartamenti signorili; sua madre, Giulia Bellavista, emiliana, faceva la portinaia nello stesso stabile in cui la famiglia Siri abitava. Giuseppe fu battezzato nella Basilica di S. Maria Immacolata (sita lungo la vicina Via Assarotti) a cui egli rimase profondamente legato per tutta la vita.

Dando segni d’intelligenza precoce, all’età di quattro anni venne iscritto alla prima classe nella non lontana scuola elementare Descalzi; all’età di otto ricevette insieme Prima Comunione e Cresima. Come chierichetto frequentò regolarmente la Basilica di S. Maria Immacolata; a nove anni manifestò la volontà di farsi prete ed entrò nel Seminario Minore di Genova in località Chiappeto, sopra Boccadasse. A undici anni passò al Seminario Maggiore nel centro città. Nel corso degli anni le sue pagelle scolastiche definiscono Siri come uno studente “attivo, disciplinato, studioso, volenteroso, ma superbietto”.

Nel 1926, l’allora Cardinale di Genova Carlo Minoretti, visti anche gli ottimi risultati scolastici, dopo l’ultimo esame in seminario gli comunicò la volontà di mandarlo a studiare a Roma, presso la Pontificia Università Gregoriana. Il 22 settembre 1928, nella cattedrale di San Lorenzo in Genova, Giuseppe Siri riceve, dalle mani del cardinale Minoretti, l’ordinazione sacerdotale. Il giorno dopo celebra la sua prima messa nella basilica di S. Maria Immacolata e fa subito ritorno a Roma per completare gli studi. Infatti il 22 giugno 1929, alla Pontificia Università Gregoriana, si laureerà summa cum laude in Sacra Teologia. Dal 1931 al 1946 il Seminario Maggiore di Genova lo nominerà professore di teologia dogmatica ed eloquenza sacra.

Poi, nel 1929, fondò l’Opera delle minestre, successivamente ribattezzata Auxilium, per assistere i senzatetto e distribuire pasti caldi. Due anni dopo, dietro segnalazione del cardinale Minoretti, la fondatrice dell’Opera Villa Maria, un’associazione che teneva corsi per universitari e per professionisti, lo cercò per partecipare come conferenziere a dei seminari di cultura religiosa in varie città italiane. Fu in quel periodo che Siri diede alle stampe due fra le sue opere prime, La ricostruzione della vita sociale e Corso di teologia per laici.

Nonostante i numerosi impegni, nel 1936 il cardinale Minoretti lo nominò esaminatore prosinodale presso la Curia arcivescovile; rettore del Collegio Teologico San Tommaso d’Aquino e cappellano presso il santuario di Nostra Signora delle Grazie al Molo, la chiesa di Nostra Signora Assunta, la chiesa di Santa Zita e l’Opera Giosuè Signori. Nello stesso periodo collaborò come conferenziere per l’Opera San Giovanni Battista. Fu anche vice assistente della FUCI genovese, docente per l’Azione Cattolica e relatore ai seminari di studio delle Settimane di Camaldoli. Nel 1937 venne pure nominato insegnante di religione presso i licei genovesi D’Oria e Mazzini dove ebbe modo di conoscere molti dei rampolli delle famiglie più in vista di Genova. 

Il 13 marzo 1938 morì il cardinale Minoretti, e, il successivo 17 marzo, papa Pio XII nominò Pietro Boetto nuovo arcivescovo di Genova; che fece il suo ingresso in diocesi il 9 maggio 1938. In quel periodo Siri diede inizio al Focolare, un progetto per seguire i ragazzi anche al di fuori della scuola. Al pari dei cardinali Minoretti e Boetto, anche Siri espresse posizioni molto critiche nei confronti del fascismo e, durante le sue lezioni in seminario, rigettava apertamente le filosofie totalitarie e razziste proprie del regime.

Nell’aprile 1941 Siri tenne una conferenza a Roma (presso Palazzo Colonna) alla quale assistettero anche i nipoti di papa Pio XII. Pochi giorni dopo Siri ricevette una telefonata da monsignor Giovanni Battista Montini, all’epoca sostituto della Segreteria di Stato della Santa Sede, informandolo che il pontefice lo voleva conoscere. Dopo l’incontro papa Pacelli restò in costante contatto con Siri. Il quale nel 1943, a Genova, fondò l’Opera dei Cappellani del Lavoro per portare assistenza pastorale all’interno delle fabbriche. A differenza dei preti operai francesi, però, Siri volle che i suoi sacerdoti facessero solo i sacerdoti, pur condividendo con i lavoratori i momenti sociali più difficili e salienti delle aziende.

Durante la Seconda guerra mondiale il clero genovese intraprese, attraverso la Delegazione Assistenza Emigranti Ebrei, un’intensa attività di soccorso in favore dei perseguitati. L’organizzazione, nata per soccorrere gli ebrei tedeschi rifugiati in Italia, si occupava ora di dare protezione agli ebrei italiani ricercati dai fascisti e dai nazisti. Boetto e Siri, insieme ad altri collaboratori, fra le varie cose, provvidero personalmente a fornire ai ricercati falsi documenti d’identità. L’11 marzo 1944, dietro segnalazione del cardinale Boetto, Pio XII elesse Siri vescovo titolare di Liviade, nominandolo al contempo vescovo ausiliare dell’arcidiocesi di Genova. Come stemma episcopale Siri mantenne quello della propria famiglia mentre per il motto scelse le parole Non nobis Domine, incipit del salmo 115 Non nobis Domine, non nobis, sed nomini tuo da gloriam (“Non a noi, Signore, non a noi, ma al tuo nome da’ gloria”). L’annuncio della sua promozione fu accolto con gradimento unanime; le uniche riserve vennero espresse dai rappresentanti del governo fascista di Salò, secondo i quali “Siri non poteva essere gradito per le sue idee”.

Dopo di che, essendo materia tutta particolare e personale, mi sento in obbligo di lasciare la parola al diretto protagonista: S. E. Giuseppe Cardinale Siri con le sue storiche Memorie riguardanti l’ultimo anno di guerra, per riprendere poi il discorso e aggiungere soltanto che il 31 gennaio 1946, quindi a meno di un anno dalla fine della guerra, il cardinale Pietro Boetto si spense.

Con ciò non è neanche da pensare che il Cardinale Siri abbia cessato di lavorare, tutt’altro!

Detto ciò, il sottoscritto ritiene di poter concludere in questo semplice modo: S. E. Giuseppe Card. Siri (Genova 1906/1989): pervicace oppositore delle ideologie totalitarie, che riteneva inconciliabili con la fede cattolica, a 38 anni divenne vescovo ausiliare, due anni dopo arcivescovo e a 47 cardinale: reggente l’arcidiocesi di Genova per 41 lunghi anni (dal 1946 al 1987) e partecipando a ben 4 Conclavi. Fra le tante cariche ecclesiastiche rivestite (1959/’65), annovera anche quella importantissima di Presidente della Conferenza Episcopale Italiana.

Il suo carattere poco incline ai compromessi e la tenace difesa delle proprie convinzioni divisero spesso l’opinione pubblica, non solo genovese ma nazionale, tra forti consensi e proverbiali opposizioni. Senza riserve, amò profondamente la sua città, Genova, dove fondò e continuò, anche da Cardinale, a far progredire numerose organizzazioni pastorali, assistenziali e culturali. Vasta e varia è pure la sua produzione di scrittore con decine di libri a sua firma, discorsi, omelie, lettere pastorali, e centinaia di articoli e relazioni di vario genere. E la sua città natale lo ha voluto onorare dedicandogli la Galleria Cardinale Giuseppe Siri, cioè l’ingresso principale del tanto amato dai genovesi Teatro Carlo Felice, che durante la guerra subì due fatali bombardamenti che lo resero inagibile per diversi anni a seguire.

Si ritiene pure non dover indicare nessuna bibliografia in quanto i testi e i siti web, e le diverse enciclopedie online possano soddisfare qualsiasi studio o curiosità su questo grande Personaggio che ha condiviso con noi tutte le tragedie e le bellezze del nostro travagliato e complesso Millenovecento. Le sue spoglie sono conservate nella tomba a lui dedicata nella Cattedrale di San Lorenzo, in Genova.

Genova, tomba del Cardinale Siri nella Cattedrale di S. Lorenzo.

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A questo punto mi viene spontaneo rivolgere pure a me stesso quest’unica domanda: “ ma perché, al Cardinal Siri, nel 1975 venne l’uzzo di pubblicare le sue memorie sui fatti di Genova 1944/45? dopo essere rimasto in silenzio per trenta lunghi anni?”. Per me che ho avuto modo di lavorare a Genova per trentacinque lunghi anni (dal 1961 al 1996) facendo il pendolare tra Sestri Levante (dove sono nato e vivo) e Genova, mi sembra di aver capito semplicemente questo: erano gli anni feroci delle Brigate Rosse e Genova ne pullulava. La città era un inferno: improvvisi blocchi stradali costringeva, specialmente noi pendolari una volta arrivati a Genova,  a non essere in grado di sapere se quel giorno potevamo avere la possibilità di arrivare, ad un certo punto, sul nostro posto di lavoro oppure no. I bus che improvvisamente si arrestavano o erano deviati su altri itinerari. Studenti e gente a sciami compatti che se la facevano a piedi tra Brignole e Principe, o tra altre mete diverse della città, che  chiedendo più volte ad altri pedoni, mal presi come loro, che incrociavano sulla via in che punto della città stessero sfilando i cortei della protesta urlante… e se fosse giunto da lontano qualche coro… a sgattaiolare subito dentro qualche traversa meno in esposta… o a infilarsi rapidamente in qualche androne più al riparo… Un caos totale, e anche un certo timore che ci nasceva dentro. Specialmente per noi macchinisti delle ferrovie che spesso non sapevano da che stazione di Genova sarebbe partito il treno che dovevamo effettuare quel giorno. E poi le varie correnti politiche che si rinfacciavano la responsabilità di aver generato questa marmaglia ingovernabile. Le sinistre soprattutto (anche il mio partito, quindi) che si sentivano affrancate perché secondo loro erano gli unici “puri” in quanto avevano dato tanto alla democrazia, anzi che si dichiaravano gli unici ad averla perseguita avendo fatto la Resistenza e ad aver obbligato alla resa gli invasori tedeschi. Insomma, tutti che si dichiaravano essere stati in prima linea su ogni fronte e tutti che cercavano di attribuirsi il merito di ogni cosa e che volevano porre la loro bandierina su tutto, senza magari essere usciti fuori dall’uscio di casa, e vomitando titoli d’ogni sorta contro i loro avversari politici, per intimorirli.

Insomma, davanti a una mistificazione così grossolana, che come sappiamo durò più d’un decennio, come si poteva pretendere che uno che aveva il carattere “fumino” del Cardinale se ne stesse zitto? No! Ed ecco allora che Lui ti riversa una grandine di Memorie nel piatto, per rimettere un po’ le cose al loro posto. Ed un ragguardevole effetto l’hanno prodotto per davvero. Io al tempo le avevo lette direttamente sul Secolo XIX e avevo anche riposto i giornali su cui erano state pubblicate le tre puntate. E alcune volte le avevo anche cercate per rileggerle o citarle in qualche appunto, ma non m’era stato più possibile trovarle.

Senonché l’altr’anno durante un periodo di quarantena per sospetto contagio Covid-19, dovendo rimanere quindi segregato in casa per più di quindici giorni, m’è venuta voglia di rimettere un po’ d’ordine nel mio archivio, e i vecchi giornali hanno avuto modo di risaltar fuori. Ma me ne mancava uno che non ho più trovato. Allora mi sono messo alla ricerca della Rivista Diocesana di Genova dove sapevo che erano state pubblicate durante lo stesso anno. Avutone gentile accesso mi sono procurato quindi regolari fotocopie. Che rileggendole svariate volte, e forse anche filtrate dalla canonica mascherina anti Covid-19 che eravamo obbligati ad utilizzare pure in casa per gran parte della giornata, mi sono parse quanto mai d’attualità e perciò le ho voluto inserire qui nel Sito della Storia della Divisione Coduri. Dove in traslato si vanno ad riallacciare ai festeggiamenti dei cento anni della nascita di Aldo Gastaldi “Bisagno”, altro mirabile Comandante della variegata Resistenza Italiana e della VI Zona Liguria nella quale era incardinata pure la Coduri.

Comunque, pur lavorando a Genova per più di trent’anni non ho mai avuto modo d’incontrare il Cardinale Siri in udienza privata o considerabile tale. Ma svariate volte l’ho visto in macchina sfilare sulle strade di Genova durante i suoi innumerevoli spostamenti cittadini. L’ho visto anche, una o due volte, durante le sue visite a uno dei tanti grossi impianti ferroviari genovesi.

Ma i miei ricordi mi portano di più alle due volte che ho effettuato il treno che lo portava a Roma, dove spesso si recava, oppure a qualche altra volta che l’ho visto prendere posto su treni per Roma, ma dove io, quelle volte, non vi prestavo servizio. Aveva un’abitudine. Cioè, quella di affacciarsi prima in ogni ufficio a salutare il personale al lavoro, accolto logicamente da tutti con cordiale reverenza e nei dovuti modi. Ma da noi, personale di macchina e viaggiante, veniva direttamente sotto il locomotore, perché sapeva che non potevamo abbandonare la locomotiva, e di solito ci chiedeva di dov’eravamo, il nostro nome, insomma, tutte notizie per lo riguardante la famiglia, e poi benediva il viaggio, noi stessi e i nostri famigliari a casa, comprese le decine di persone che nel frattempo s’erano avvedute di lui e s’erano avvicinate. Cose semplici ma belle nei ricordi.   

(evb 2021)

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5. Oggi 12/08/2021, alle ore 15,35, mi sono seduto al computer per tracciare un breve profilo storico del Cardinale Pietro Boetto, e m’è venuto istintivo di pigiare sull’App di Google il suo nome, e m’è saltato subito fuori l’articolo di Matteo Lo Presti apparso su Repubblica del 26 aprile 2018, intitolato “Il Cardinal Boetto e il ricordo di Bagnasco”. L’ho voluto leggere, m’ha entusiasmato e mi permetto di riportarlo qui. Innanzi tutto perché contiene ciò che più o meno volevo dire anch’io, ma considerato che non lo avrei potuto fare in maniera così acconcia e perfetta, né con la stessa autorevolezza, preferisco sia detto dal Cardinale Bagnasco che mi auguro mi perdoni se ho osato tanto. Come tanto ringrazio l’autore dell’articolo.

“Il Cardinale Boetto e il ricordo di Bagnasco” di Matteo Lo Presti.  

Tra le 11,30 e le 12 del 26 aprile 1945 per ordine del cardinale Pietro Boetto arcivescovo di Genova tutte le campane della città suonarono a festa per elevare un ringraziamento alla fine della guerra e forse anche per dare un benvenuto agli alleati, che entravano tra le mura di una città devastata dai bombardamenti, ma liberata da nazisti e fascisti.

Con devozione e profonda tensione culturale bene ha fatto il cardinale Angelo Bagnasco a rendere omaggio al suo illustre predecessore con un convegno e con la pubblicazione di un breve volume “Pietro Boetto, arcivescovo di Genova, giusto tra le nazioni” ed. Il Cittadino, nel quale con rapida sintesi viene fotografata la biografia di un uomo di chiesa coraggioso e magnanimo, che con sacerdoti, illustri collaboratori, riuscì a salvare tanti concittadini ebrei e offrire testimonianze di carità rigorosa. Piemontese di Vigone, nato nel 1871 da famiglia contadina, Boetto entrò giovanissimo nel seminario di Giaveno per poi passare alla Compagnia di Gesù.

Fece una rapida carriera tanto che proprio a Genova nel 1903 divenne rettore dell’istituto Arecco, inviato in Spagna come consultore della sacra compagnia per i religiosi,  fu creato  cardinale da Pio XI nel 1935. Nel 1938  arrivò a sostituire Carlo Dalmazio Minoretti.

Il trasferimento a Genova fu festoso viaggio. Scese alla stazione Brignole, imbandierata per l’imminente visita del duce Mussolini, accolto dai notabili della città che, al seguito di una carrozza scoperta tirata da quattro cavalli neri, lo accompagnarono in curia.

Il 10 maggio 1938 dalla chiesa del Gesù sotto un prezioso baldacchino  le cui aste erano sostenute da Pietro Romanengo, Alessio Dufour, Giacomo Fabre Repetto, Salvatore Chiarella, Antonio Raggi e altri, entra in san Lorenzo. Nell’omelia disse “Non voglio dominare, ma voglio invece governare con giustizia  e costanza, con la carità, con longanimità in modo che possa condurre i vostri cuori a Dio”. Nello stemma scelse il logo “Immoletur coram Domino” (sarà immolato di fronte a Dio).

Mussolini invece sarebbe sbarcato dalla nave ammiraglia Cavour scortato da un centinaio di navi il 14 maggio. I due si incontrarono a palazzo Spinola. Le loro idee erano in dura opposizione. E poi l’indomani  al Gaslini a inaugurare l’ospedale pediatrico. Iniziò una instancabile attività pastorale. Le scuole, le attività parrocchiali, il seminario, la politica, tutto veniva seguito con zelo e cura. Con grande abilità si era circondato di una squadra di collaboratori onesti e devoti: Giuseppe Siri, Francesco Repetto, Giovanni Cicali, Emanuele Levrero, Giacomo Lercaro.

Con le leggi razziali del 1938 il cardinale Boetto crea una fitta rete di protezione verso tutte le famiglie di religione ebraica perseguitate: riceve soldi dal vescovo Montini di Milano, distribuisce aiuto alle chiese di Firenze, si batte per salvare la vita al rabbino Riccardo Pacifici arrestato dal crudele prefetto fascista Basile.

Fa ospitare dove può i perseguitati. Scoppiata la guerra autorizzerà don Berto Ferrari a fare il cappellano della brigata partigiana Mingo. Infine il capitolo delle resa dei nazisti a villa Migone di san Fruttuoso firmata nelle mani di Remo Scappini massimo dirigente del CLN. La vicenda è nota. Boetto scrisse al comando tedesco lettere accorate. Gunther Meinhold il generale comandante la piazza accettò la resa, il suo interprete si suicidò. I partigiani avevano occupato i nodi strategici della città. Dal convento di san Nicola Paolo Emilio Taviani tesseva le fila della resa. Un giovanissimo democristiano Gianni Baget Bozzo andava fucile in mano all’assalto della stazione radio di Granarolo. Boetto con grande umiltà riferì che il merito del salvataggio di Genova era del suo ausiliare Siri. Boetto aveva trascurato la sua salute, morirà nel gennaio del 1946 di emorragia. Il sindaco socialista Vannuccio Faralli, tutti i partiti PCI in testa ammainarono le loro bandire in segno di lutto per un testimone della libertà e del rispetto prima della singola persona e poi dell’umanità tutta. Il 3 maggio alle ore 10 nella chiesa interna all’Albergo dei Poveri si terrà la commemorazione ufficiale.

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6. Un po’ di verbali del C.L.N. e altro…
MINUTA PER UN VERBALE DELLA SEDUTA C.L.N. PER LA LIGURIA
del 23 APRILE 1945 – Ore 20,30

Del comitato sono presenti i rappresentanti del P.L. (Martino) P.A. (Cassiani) P.R. (Gabanizza) D.C. (Taviani e Loi) P.L. (Savoretti).
È pure presente il Comando Regionale ad eccezione del rappre­sentante del P.C. (Manes).
Del C.L.N. sono assenti i rappresentanti del P.C. (Pessi) e del P.S. (Toni) [Toni arrivò alla seduta in ritardo].
Assume la presidenza il rappresentante della D.C. (Taviani). È pure presente Salmeri per la Questura.

Il rappresentante della D.C. (Taviani) comunica:

“Alle ore 17,30 di oggi sono stato chiamato da mons. Siri che mi ha notificato quanto segue: il generale tedesco Meinhold ha fatto sapere al Cardinale Arcivescovo che le truppe tedesche avrebbero ab­bandonato la città e la provincia in quattro giorni; che non l’avreb­bero distrutta, se non in qualche impianto bellico, purché avessero potuto attuare indisturbati i loro movimenti. Nella mattinata di oggi il Comando Marina tedesco ha invitati mons. Siri e il direttore ge­nerale dell’Ansaldo Rosini, ed ha detto loro che i tedeschi non fa­ranno saltare il porto, affonderanno soltanto delle navi per ostruire l’accesso. C’è stata una discussione piuttosto vivace per un pontone dell’Ansaldo. Anche il comandante tedesco sarebbe venuto nella de­cisione di non farlo affondare o al massimo di farlo affondare diritto perché ritorni facilmente a galla. Tutto questo, purché non ci siano atti di forza da parte della popolazione. Nessuno dei due ha dato delle garanzie.

Nel pomeriggio il console è andato da mons. Siri ed ha detto che le truppe tedesche lasceranno Genova. Le autorità in parte sono già andate via (prefetto e vice prefetto), e parte andranno via in giornata. Le bande nere andrebbero via nella notte. Le truppe tedesche impiegherebbero 3 o 4 giorni al massimo a lasciare la città e la marina andrà via per l’ultima.

Il comando della piazza è assunto da oggi dal generale Meinhold.

Il console prenderebbe la tutela dell’amministrazione della città ed ha avuto incarico di prendere contatto con mons. Siri.

Alla fine del colloquio, mons. Siri disse che l’unica cosa da farsi era quella di dare la città in mano al C.L.N. Il console chiese a mons. Siri di indicare alcuni nomi di funzionari antifascisti ai quali potere affidare in questi giorni l’amministrazione della città. I nomi non sono stati indicati.

In via del tutto confidenziale parlando con mons. Siri, si è fatto il nome di Salmeri per la Questura, Bonacini, Campanella e Paolo Badano per il Comune. Però questi nomi sono stati fatti da me e da Mons. Siri, non come C.L.N., ma come suggerimento dell’autorità ec­clesiastica. Per la questura ci sarebbe già Belley.

Resta sospeso il problema dei prigionieri; si stava appunto trat­tando lo scambio di questi, ma ciò è stato sorpassato dagli avveni­menti. Mons. Siri ha mandato la lista dei prigionieri a Engel, dicen­do che assolutamente non facesse partire questi prigionieri. Mons. Si­ri, alla fine della discussione, ha fatto presente che riteneva necessa­rio prendere contatto col C.L.N. perché nessun altro poteva tenere l’ordine della città.

Domani avrò un altro incontro con mons. Siri, credo opportuno comunicare a mons. Siri i nominativi designati per le cariche”.

          Il Comitato delibera:

Mons. Siri può prendere tutti i contatti che vuole e fare i nomi che vuole, senza però nominare il C.L.N.

Martino — chiede al generale, in quale misura il C.R. può di­sporre delle forze a sua disposizione, ossia delle S.A.P. e del com­portamento di queste.

Tommasi — alle ore 17 di oggi il C.R. ha avuto notizia che i tedeschi si ritireranno durante la notte e che il Comando tedesco in Italia avrebbe chiesto l’armistizio che sarebbe già stato firmato.

Il C.R., nella ipotesi che le truppe presenti in Liguria avessero evacuato la regione, ha formato un comando operativo.

Date le ultime informazioni, si devono fare ora tre ipotesi:

1° — che sia dichiarato l’armistizio e che si verifichi il collasso gene­rale di tutte le forze tedesche e fasciste.

In questo caso le S.A.P., insieme ad altre formazioni di monta­gna che già sono in collegamento con le S.A.P., dovrebbero occupare i punti più importanti della città, bloccare le vie di accesso, disar­mare i tedeschi e i fascisti, occupare la questura, la prefettura e le carceri; accantonare tutti gli automezzi e assicurare l’ordine pub­blico. Per quanto riguarda l’ordine pubblico, il C.R. ha già dato di­sposizioni in merito ed ha avuto assicurazioni al riguardo.

Il comando delle Sesta zona aveva costituito un corpo di polizia composto di elementi del S.I.P.: se questo corpo di polizia può ga­rantire l’ordine pubblico, il C.R. non può assicurarlo in questo mo­mento.

Le S.A.P. sono disciplinate e guidate da un comandante di piaz­za. I comandanti delle diverse brigate di partito danno assicura­zioni in tal senso.

   2° — si può verificare l’ipotesi di un collasso delle forze tedesche e di una resistenza da parte dei fascisti.

In questo caso ci sarebbe una copertura di fronte nel settore occidentale; in tutti gli altri settori, trovandovi resistenza, non si potrà attuare l’ordine pubblico. Si dovrà combattere in città ed allo­ra, nel settore dove sarà aperta la lotta, non si potrà parlare di ordi­ne pubblico. Nel settore liberato, si potrà invece attuare, e disposizioni in merito sono già state impartite.

  3° — può darsi che il comandante delle forze tedesche in Liguria, non riconosca l’ordine del comandante tedesco in Italia.

Il C.R. ritiene che se si dovrà impegnare combattimento in cit­tà, l’ordine pubblico potrà essere assicurato, con le S.A.P., solo nei settori già liberati. Se non ci sarà resistenza in città, il C.R. darà l’ordine alle S.A.P. di disarmare i nazifascisti e di assicurare l’ordine pubblico.

Taviani — Attualmente lo stato delle cose sembra questo: i fasci­sti se ne vanno e i tedeschi pare non abbiano intenzione di opporre resistenza, vogliono solo andarsene indisturbati.

Di fronte a tale situazione, ossia: fuga dei fascisti, evacuazione tranquilla dei tedeschi, io chiedo al C.L.N. che cosa delibera in merito.

Martino — la notizia dell’armistizio non è stata ancora data; il C.L.N. quindi deve dare l’ordine di iniziare l’insurrezione cittadina e di attaccare tedeschi e fascisti. Tutt’al più si potrà esaminare l’oppor­tunità di attaccare subito, immediatamente, oppure in un secondo tempo: bisogna quindi valutare le forze cittadine a nostra disposi­zione. Per dare l’ordine dell’insurrezione, sarebbe opportuno avere la conferma che i partigiani scendano immediatamente in città. Io penso che bisogna insorgere, senza aspettare la fuga dei tedeschi.

Cassiani — è d’accordo di impostare il problema come l’ha im­postato Martino. Egli è d’accordo di insorgere contro i tedeschi, sempreché ci siano le forze partigiane, nel senso di salvare il porto e tutto il salvabile.

Martino — penso che si debba insorgere senz’altro, anche se si dovesse arrivare alla distruzione del porto. Il popolo ligure deve agire.

Cassiani — la salvezza del porto è legata a questo ordine di in­surrezione? Io ritengo di scartare questa ipotesi che sulla insurrezio­ne debba pesare o meno la distruzione del porto. I tedeschi si preoc­cupano soltanto di salvare sé stessi.

Martino — il telegramma inviato dall’ambasciatore diceva: «a meno che non vengono fatte stupide provocazioni», mentre l’amba­sciatore aveva garantito che il porto non sarebbe saltato. Rocca dell’Ansaldo si è messo in contatto con le autorità tedesche che gli hanno dichiarato di non avere intenzione di disinnescare le mine. Rocca ha avuto l’impressione che le autorità tedesche di Genova non vogliano seguire le disposizioni delle autorità centrali.

È molto probabile che le forze che lasceranno Genova per ul­time (la marina) facciano saltare il porto.

Taviani — il C.L.N. della Capitaneria del Porto ha comunicato che si stanno disinnescando le mine del Porto.

Gabanizza — bisogna preoccuparsi non solo della distruzione del porto ma, soprattutto, di non essere sopraffatti dalle forze fasciste.

Taviani -— invita i membri del C.L.N.  ad esaminare l’aspetto pratico della questione.

Martino — non si può sapere se le forze tedesche saranno in grado di sopraffare le forze partigiane. I tedeschi non potranno però dominare sempre la situazione perché penseranno ad andarsene. Sarà una battaglia di piccoli gruppi. Il C.R. stesso non potrà dirci se le nostre forze saranno o no sopraffatte. Il C.R. potrà invece dire se questa lotta potrà durare molto. È possibile sapere se i partigiani scenderanno? Il C.R. potrebbe dare immediatamente quest’ordine. Ci sono però disposizioni degli alleati che i partigiani non devono scendere in città.

Come insurrezione cittadina non saremo mai battuti, però la lotta potrebbe prolungarsi troppo.

Cassiani — in una seduta del C.L.N. il generale ha precisato che le formazioni partigiane ricevono ordini dal C.R. Gli alleati ritengono che i partigiani non debbano scendere in città. Chiedo al C.R. se egli ha l’autorità di dare ordini ai partigiani. Il comando della zona se­gue gli ordini del C.R. oppure quelli della Missione alleata? Ritiene il C.R. che un suo ordine verrà eseguito?

Gen. Martinengo — il C.R. non può garantire di avere le for­mazioni partigiane in mano.

Tommasi — la missione alleata ha improvvisamente impartito or­dini direttamente al comando zona; la loro preoccupazione è quella di impedire che le formazioni di montagna scendano in città.

Nell’ultima visita che il C.R. ha fatto in zona, si è venuti a co­noscenza di un attrito sorto fra il comando zona e il colonnello della missione, relativo all’impiego degli uomini ed al loro accantonamento nel momento del collasso. Il C.R. ha risposto alla questione, posta dalla missione stessa, dicendo che i partigiani verranno impiegati per la liberazione di Genova. A Miro, comandante della zona, è stato fatto presente di ritenersi impegnato dal C.R. di dare esecuzione al piano operativo impartito dal C.R., senza dare seguito agli ordini della missione. Miro diede assicurazioni in proposito. Successivamente risulta, che in zona sono avvenuti determinati spostamenti. Questi spostamenti non sono stati autorizzati dal C.R. Manes ci ha assicurati di sviluppare la questione in una lettera privata diretta a Miro, ed ha dato assicurazione che il comando della zona obbedirà agli ordini del C.R.

La missione, per la terza volta, ha rivolto al C.R. l’invito di spostarsi in zona: se ciò dovesse avvenire il C.R. si troverebbe nella situazione di dover ricevere ordini della missione.
Costa — (rappr. della D.C. nel C.R.) sono stato in questi giorni in zona. Ho accennato a Miro l’opportunità che gli ordini del C.R. venissero eseguiti; Miro ha dichiarato che tra la zona e la missione si è addivenuti ad un accordo e che il piano operativo del C.R. sa­rebbe stato eseguito. La missione aveva fatto presente che il C.R. doveva spostarsi in zona perché la missione dovrebbe trattare e con­cordare col C.R. ed essendo questi in città, la missione dovrebbe trattare solamente col comando sesta zona.

Martino — il generale Valenti ha diramato circolare nella quale dice che le formazioni devono spostarsi secondo gli ordini degli al­leati; ciò è stato accettato dal C.V.L. Il C.R. non conosce ancora tale disposizione?

Jack — (rappr. del P.L. nel C.R.): chiarisce che nella seduta di oggi il C.R., dato l’incalzare degli avvenimenti, non ha potuto esami­nare tale circolare.

Tommasi — l’atteggiamento assunto dal C.R. su questa questione specifica è stato ispirato appunto dalla necessità di mostrare l’esisten­za di una organizzazione militare. Se il comando generale dà dispo­sizioni diverse il C.R. obbedirà. Il C.R. ha agito in tale senso in quanto aveva avuto delle disposizioni dal comando generale.

Le forze tedesche a Genova ammontano a circa 5.000 uomini più le forze fasciste. La marina tedesca ammonta a circa 1.200 uomi­ni. Altre truppe tedesche si trovano ad Uscio.

Martino — chiede insistentemente se i partigiani sono stati avvertiti.

Tommasi — assicura che sono partite subito staffette dirette in zona.

Martino— chiede informazioni sulle brigate che sono state spo­state verso la città.

Tommasi — l’armamento di queste brigate è buono, meno buo­no quello delle brigate di vallata; queste brigate però ora sono impegnate, nella difesa di Monte Moro.

Le formazioni che pensavamo di mettere a disposizione delle S.A.P. non sono ora più tutte disponibili, almeno una di queste (la Buranello) perché sono state spostate.

Al momento attuale non abbiamo a disposizione che le forze di città, ossia le S.A.P.; l’armamento di queste è scarso. Abbiamo dato ordine che in caso di armistizio, le S.A.P. si armino con le armi tolte ai nemici. L’ordine di mobilitazione delle S.A.P. è stato dato in quanto venga annunciato l’armistizio; le S.A.P. dovranno consi­derare la notizia dell’armistizio come ordine di azione.

Martino accennava alla necessità di dare l’ordine di azione genera­le delle S.A.P. per giungere all’insurrezione generale senza soluzione di continuità. Questo ordine è già stato dato, ossia di entrare in azione con azioni di guerriglia intensiva che dovranno sfociare nell’insurre­zione. Non è però stato dato l’ordine di apertura di un fronte in cit­tà. Se si apre un fronte in città verremo sopraffatti dai tedeschi, cosa che non succederà se si faranno solo azioni di guerriglia.

Martino — l’insurrezione si farà senz’altro. Si tratterà di dare il via a questa insurrezione.

Rappr. del P.S. nel C.R. — bisogna preoccuparsi dei tedeschi che sono oltre Genova, nella parte di levante, perché al momento dell’attacco delle S.A.P. in città i tedeschi si concentreranno su Genova.

Taviani — l’evacuazione dei tedeschi è in conseguenza dell’armisti­zio firmato.

Martino — la missione alleata non prevede il caso dell’evacua­zione della città; potrebbe darsi che gli alleati, saputo che i tedeschi lasciano Genova, diano l’ordine ai partigiani di scendere in città.

Noi dobbiamo preoccuparci di questo: al momento che giunge­rà la notizia dell’armistizio abbiano noi le forze per disarmare i sol­dati che si arrendono? Occorre prendere disposizioni in merito. Dob­biamo anche preoccuparci di questo: disarmare va bene, ma anche salvare gli edifici più importanti. Al momento stesso dell’armistizio le S.A.P. devono occupare le carceri, le sedi dei giornali, la radio ecc.

Tommasi — occupare le carceri, giornali, palazzo del governo, la questura, stazione radio di Granarolo, la TETI ecc. sono gli ordini da­di questa sera dal C.R. alle S.A.P.

Martino — la questura è una cosa che preoccupa molto. La que­stura deve stare al suo posto in caso di occupazione delle S.A.P.

Salmeri — chiedo venga definita la questione della Questura e della prefettura. Io garantisco per la questura e, forse, potrei garan­tire anche per la prefettura.

Gli elementi fascisti che erano in questura si sono ormai squa­gliati; chi ha la coscienza tranquilla è rimasto al suo posto.

La que­stura come ente è pronta ad ubbidire a chi dà ordini. Essendosi al­lontanate le autorità fasciste che la tenevano occupata, la questura obbedirà agli ordini del C.L.N. Parlare di occupazione della questura e della prefettura è cosa forse fuori luogo perché queste non aspetta­no altro che di mettersi agli ordini del C.L.N. In caso di occupazione potrebbe succedere qualche fatto increscioso. Io garantisco per que­sti due enti.

Taviani — il C.L.N. prende atto con piacere di questa afferma­zione. Il C.L.N. aveva deliberato una pronta e rapida epurazione ne­gli ambienti della questura. Non appena ciò avvenga la questura pas­serà agli ordini del C.R.

Salmeri — la questura è sempre un’autorità civile e non militare e dovrà dipendere dal C.L.N. che assomma i poteri governativi. La questura è alle dirette dipendenze della prefettura.

Cassiani — si è fatta l’ipotesi di un armistizio: se questo fatto non si verifica per qualche giorno il C.L.N. deve prendere le decisio­ni oppure rimandare? Bisogna prendere la situazione così com’è, e prendere provvedimenti relativi alla situazione del momento.

Martino — due sono le ipotesi:

  • quella dell’insurrezione: o siamo maturi per farla, o non la faccia­mo. Perché noi non possiamo proclamarci governo davanti alla popo­lazione finché non prendiamo il governo. Oggi si è ancora in una fase militare, si può tutt’al più dare una direttiva sempre in forma clan­destina. Per promuovere l’insurrezione, non possiamo decidere ora, e tale decisione è rimandata a domani.
  • ipotesi, ossia l’armistizio. Tutto fa supporre questo armistizio, dato l’esodo di forze da Genova.

Ora ci assicurano che in questura e in prefettura non ci sarà resistenza; è opportuno quindi avvertire i reparti S.A.P. che dovran­no occupare questi due enti, che lì non troveranno nessuna resistenza.

Dal punto di vista militare non possiamo, questa notte, decidere ancora niente. Dal punto di vista politico possiamo però preparare già molte cose.

Cassiani — al di fuori di queste due ipotesi, ce ne sono delle in­termedie, ossia prendere la situazione com’è. Come il C.L.N. ha dato ordini all’autorità costituita fino ad oggi, può darli benissimo anche a queste autorità che hanno assunto il potere in questo momento. Perché non possiamo dire al facente funzioni della questura: la questura è impegnata a salvaguardare determinati obiettivi?

È assurdo non dare ordini in questo momento alle autorità che hanno ancora forze; la questura, i vigili, il municipio, il comando della guardia di finanza ecc. Questa gente attende ordini dal C.L.N.

Dopo una lunga discussione, il Comitato decide di rimandare a dopo una deliberazione relativa all’insurrezione. Prende atto con compiacimento degli ordini già impartiti dal C.R. alle S.A.P. — Prega il C.R. di comunicare alle S.A.P. che questura e prefettura dovranno essere occupate, ma non troveranno alcuna resistenza. Tommasi i metropolitani, salvo quelli che collaboravano con i fascisti, si devono considerare come forze nemiche e debbono essere disarmati? Il C.R. riterrebbe di sì, ossia trattarli alla stregua delle forze repubblichine.

Martino nelle disposizioni venute da Milano, la polizia è com­presa in tale disarmo.

Tommasi la sezione politica della questura c’è ancora?

Salmeri si è allontanata, almeno i dirigenti. Gli agenti di tale Sezione bisogna internarli in campi di concentramento.

Martino finché il C.L.N. non prende in mano il potere, non può dare ordini alla questura, può darli solo in forma minatoria, ma cospirativa, non ordini come al subordinato. Il C.L.N. non può ac­cettare di essere il capo di queste forze, finché non le ha riconosciu­te come forze di polizia.     

           Si sospende la seduta per dieci minuti.

[In questo momento Taviani propose di votare il superamento del criterio dell’unanimità, criterio normale — costituzionale — del C.L.N. Con l’approvazione unanime fu approvato quindi il passaggio al criterio della maggioranza].

Cassiani ritiene che il C.L.N. dovrebbe autorizzare le forze che sono a disposizione dell’autorità che ha la possibilità di esercitare il potere, in particolare la questura e il municipio. Le forze che per disciplina e per funzione devono mantenere l’ordine pubblico so­no queste. Il C.L.N. può dare ordini a queste forze in senso positivo, finora sono stati dati in senso negativo. Possiamo oggi dare ordini in senso positivo, tenendo conto delle dichiarazioni di adesione e della situazione che ha portato alla realtà. Le forze rimaste in città sono quasi tutte fedeli. Si possono utilizzare queste in attesa di utilizzare le forze del C.L.N. Bisogna anche pensare ai particolari, ossia salvare il salvabile. Se chi è al potere oggi esegue gli ordini, va bene, al contrario si assume tutta la responsabilità.

Ritengo di potere dare ordini alla questura e al municipio di agire, particolarmente nella preservazione di obiettivi che più inte­ressano.

Gabanizza si associa a tutto quanto dichiarato da Cassiani.

Martino bisogna vedere in quale modo il C.L.N. dà questi ordini. Cosa possiamo sapere che queste forze domani ci saranno fe­deli? Non possiamo dirlo oggi. Oggi la questura e il municipio si dichiarano pronti ad accettare i nostri ordini; se noi chiediamo la loro collaborazione, significa che riconosciamo queste autorità. L’uni­co ordine che si potrà dare: «siete degli italiani, attaccate in ogni modo i tedeschi».

Non si possono assumere l’impegno dell’ordine pubblico; l’ordi­ne pubblico si otterrà con i partigiani e con le S.A.P. Prima occorre epurare questi enti. Gli agenti della questura, fino a ieri, hanno arrestato nostri amici e collaboratori, hanno trovato materiale ed armi che hanno denunziati. Bisogna precisare bene che da questa gente, noi non accettiamo collaborazione. Oggi bisogna dare gli stessi ordini che si sono dati in questi diciotto mesi di lotta clandestina: siete italiani, dovete combattere tedeschi e fascisti e cercare di sal­vare il salvabile.

Fino ad oggi si sono avuti dei questori, dei commissari, degli agenti che hanno obbedito alle autorità fasciste. Non possiamo ac­cettare di diventare i superiori di questa gente. Non si possono fare distinzioni fra questa gente. La questura non si può tollerare.

Si prenda atto con compiacimento delle dichiarazioni di Salmeri.

Come italiani sapete qual’è il vostro dovere, salvare tutto quan­to possibile. Non bisogna assolutamente riconoscere questo organismo.

Per essere a disposizione del C.L.N. queste forze dovrebbero essere prima epurate. Invitare la questura ad insorgere contro i te­deschi, questo sì. Siamo ancora nella fase della lotta. Occorre disar­mare i metropolitani.

Cassiani si dichiara d’accordo con MARTINO. Egli precisa: non ho detto di dare ordini come autorità costituita, ma di dare ordini di C.L.N., e come si è fatto finora. Per la posizione politica sono perfettamente d’accordo con Martino.

Bisogna pensare alla potenza delle forze del C.L.N. Il C.L.N. non potrà dare ordine alla questura di attaccare i tedeschi; bisogna accontentarsi che la questura si adoperi per salvare il salvabile. II C.L.N. deve utilizzare gli elementi che oggi possono essere utilizzati in qualche modo. Il C.L.N. è finora in forma clandestina. La questura e i vigili urbani non hanno come obiettivo di at­taccare i tedeschi.

Taviani bisogna tenere presente che il C.L.N. ha sempre di­chiarato che le forze sane della questura, nel momento della lotta, pos­sono passare a disposizione del comando. Gli ordini del C.L.N. sono sempre stati dati in forma negativa, mai in forma positiva.

Problema politico: non si sa se questi enti sono stati epurati.

Ordine pratico: se l’ordine pubblico fosse tenuto dalla questura, la popolazione attaccherebbe queste forze.

Si potrebbe domandare al C.R. di utilizzare nel modo che crede più opportuno, queste forze.

Rappr. del P.S. nel C.R. bisogna disarmare queste forze, quindi esse non rappresentano certo alcuna utilità.

Cassiani dato che non siamo pronti a fronteggiare la situazione, cer­chiamo di temporeggiare. Non vorrei che il C.L.N., dato che è imprepa­rato, rifiutasse la collaborazione delle forze che possono essere a sua disposizione in via indiretta. Questo è un problema di coscienza.

Loi – (D.C.) il C.L.N. non dia ordini: consigli di fare questo per il bene della città. In tal caso queste forze non potranno arrogare nessun diritto.

Taviani prendiamo delle disposizioni che veramente valgano per la popolazione e per salvare la città, e non per la responsabilità del C.L.N. Facciamo pure qualsiasi figura, purché la soluzione sia del­le migliori.

Tommasi più volte è accaduto al C.L.N. e al C.R. di dovere porre sulla bilancia la questione morale e la questione della utilità per il nostro popolo.

Agli effetti militari tecnici, interesserebbe conoscere quali sono gli obiettivi che il C.L.N. presume di poter difendere usufruendo della Questura e che crede di non poter invece difendere con le forze delle S.A.P. in questo momento. Se l’obiettivo fosse la salvezza di tutta la città, si potrebbe passare sopra anche alla que­stione morale; se l’obiettivo fosse di importanza limitata (per esem­pio 5 tipografie di giornali), ciò non sarebbe bene che avvenisse.

Per salvare il porto si potrebbe anche accettare la collaborazio­ne di elementi soggetti ad epurazione. Quali sono gli obiettivi che il C.L.N. ritiene di potere salvare con l’ausilio delle forze della Que­stura? Il porto, no: non le centrali, nessun altro obiettivo interessan­te. L’intervento della questura non favorirà l’instaurazione dell’ordi­ne pubblico in città.

Martino si sta uscendo da quella che è stata la lotta di diciot­to mesi. Vengano pure distruzioni ma teniamo sempre presente il do­vere di lottare contro i tedeschi e i fascisti. C’è un elemento politico da affermare: l’insurrezione.

Il C.L.N. ha sempre stabilito che all’insurrezione si deve giun­gere con le nostre forze, non con quelle degli altri. Si è sempre ri­nunciato a trattative col nemico; si è rinunciato a trattare col tedesco per salvare il porto.

Nel fronte interno noi non intendiamo collaborare con la que­stura. Oggi il C.L.N. deve dire a tutto il popolo: prendete un’arma per combattere contro il tedesco, non per salvare singoli obiettivi. Alla questura bisogna parlare come si parla a tutti i cittadini; com­battete e salvate quello che potete salvare. Questa gente sa qual’è il suo dovere. Bisogna considerarla alla pari di tutti i cittadini, di tutti i sapisti.

L’ordine pubblico dei questurini il C.L.N. non lo vuole. Il do­vere della questura è quello di tutti gli italiani: combattere i nazifascisti.

Inoltre, non si possono impartire ordini alla gente che si dovrà disarmare. Anche i membri del C.L.N. dovranno prendere un’arma e combattere i tedeschi deponendo poi le armi a liberazione avvenu­ta. La questura non potrebbe nemmeno difenderci, perché, contro i tedeschi non avrà potere. Si corre il rischio che i questurini spari­no sui partigiani.

Tutt’al più si potrà dire alla questura: mettetevi a disposizione del comando piazza.

Cassiani — data la possibilità di avere queste forze a disposizione, in attesa dei partigiani, bisogna utilizzarle.

Taviani — che resti bene fissato però che tali forze sono agli ordini del C.R.

      Dopo lunga discussione il comitato sarebbe giunto a questa so­luzione:

     «Ordinare alle forze rimaste della questura, vigili urbani, pom­pieri, C.S.S., finanza, di obbedire immediatamente agli ordini dei C.R.».

Gabanizza — è d’accordo su questa formula.

Su proposta di Martino il comitato precisa che il termine «obbedire» non va inteso come necessariamente corrispondente al termine essere «utilizzate».

Jack — propone questa seconda formula. «Di consegnarsi al C.R. e di ottemperarne gli ordini».

     Tale proposta viene accettata dal comitato.

     Il comitato delibera di incaricare il C.R. di impartire gli ordini nel modo su esposto. Resta però inteso che quando arrivassero i par­tigiani, queste forze che si sono messe a disposizione del C.L.N. solo all’ultimo momento,        saranno disarmate e lasceranno il posto ai par­tigiani.

Taviani — queste forze difenderanno gli obiettivi loro assegnati contro tedeschi e fascisti; potranno difenderli anche dalla folla?

Costa – (rappr. D.C. nel C.R.) — un comandante di settore potrà sempre prendere il comando di queste forze, la folla quindi dovrà rispettarle.

Savoretti — è opportuno che queste forze siano in borghese.

Tommasi — occorre armare il più possibile le 5.000 S.A.P. che al momento hanno armamento scarso.

             Il comitato approva.

Tommasi — Manes (rappr. del P.C. nel C.R.) non si trova pre­sente a questa riunione perché ignorava trattarsi di una riunione al completo con il C.L.N., credeva trattarsi solo di una riunione sup­plementare del C.R.

Generale — il C.R., già da questa sera, ha impartito l’ordine al­le S.A.P. di attaccare i tedeschi che si ritirano su Pegli.

            Il comitato delibera di lanciare alla popolazione il seguente ma­nifesto:

“POPOLO GENOVESE!

Dopo venti anni di dittatura e due anni di feroce oppressione, finalmente è giunta l’ora della libertà.

In questo momento il nostro pensiero si rivolge a tutte le vitti­me della persecuzione nazifascista, agli uccisi, sbandati, deportati, al­le migliaia di giovani la cui vita si è rovinata o si è spenta lontano dalle loro spose e dalle loro madri, per soddisfare la pazzesca ambi­zione di due criminali e per una ideologia inumana.

L’ora della libertà è anche l’ora della giustizia!

POPOLO GENOVESE INSORGI!

Le autorità di Mussolini, con la vigliaccheria che le caratterizza, si stanno allontanando dalla nostra città; le truppe di Hitler battono in ritirata. Qualsiasi resistenza sia ancora opposta dai nazifascisti, deve essere stroncata con la massima rapidità e con estrema energia.

Dunque, nelle officine, sulle piazze, negli uffici, le forze sane della nazione, le forze dell’antifascismo militante, i nostri gloriosi partigiani che da lunghi mesi anelano a questo momento di riscossa e di vittoria, prendano il potere ed instaurino l’ordine democratico alle dipendenze del C.L.N.

POPOLO GENOVESE!

Il mondo ci guarda. Dobbiamo riscattare l’umiliazione di ven­titré anni. Dobbiamo essere degni della vittoria! Dobbiamo meritar­ci la libertà”.

oooooOooooo

7 ) VERBALE SEDUTA C.L.N. PER LA LIGURIA
del 24 APRILE 1945

Seduta del mattino

Sono presenti tutti i partiti ad eccezione del P.S. È presente an­che il C.R.

Presidente apre la seduta: si dimostra soddisfatto che tutti i membri abbiano risposto al compito del quale sono incaricati, e siano tutti presenti. Ciò dimostra come il movimento di liberazione sia veramente qualche cosa di concreto, e come nel momento decisi­vo della lotta, tutti gli organi sono al loro posto di lavoro e di co­mando. In questo momento il pensiero deve essere rivolto a tutti i Caduti di questi 18 mesi di lotta, ai deportati, ai carcerati ed a quelli che stanno combattendo le ultime resistenze del nazifascismo. Siamo arrivati al punto massimo della lotta dove l’affermazione del movi­mento di liberazione deve essere completa.

È necessario che in questo momento ogni elemento del movi­mento di liberazione senta la propria responsabilità. Nella misura che noi sapremo essere presenti e affermare la volontà del popolo ita­liano, si affermerà il movimento di liberazione in Liguria.

Il C.L.N. deve decidere per la presa dei poteri effettiva.

Il C.L.N. assume oggi, di fatto, tutti i poteri. Il C.L.N. ha già fatto le designazioni per le cariche, che saranno annunciate.

Il C.R. dovrà prendere tutte le disposizioni atte a incrementare la lotta di liberazione e prendere disposizioni perché il movimento si svolga su quest’ordine di disciplina che forma la serietà del C.L.N. e del popolo italiano. Bisogna esaminare la situazione e prendere le decisioni.

Comandante del C.R. si dichiara perfettamente d’accordo.

Rappr. D.C. — il comune e la prefettura attendono ordini dal C.L.N. Nel comune hanno agito le S.A.P. col com. Rossi e parec­chi vigili.

Tommasi — il ten. Rossi ha collaborato al movimento di libera­zione (omissis).

Rappr. D.C. — propone di telefonare in comune e in prefettura gli ordini del C.L.N. dire loro che obbediscano per il momento al funzionario rimasto più alto in grado, per la difesa della sede.

Presidente — è necessario un breve esame della situazione po­litica.

Il giornale « Secolo XIX » di questa mattina ha pubblicato ordi­ni a nome del C.L.N. per la Liguria.

È certo che il C.L.N. per la Liguria assumerà il potere e che ciò deve essere accompagnato dalle forze militari.

Il presidente invita il C.R. a voler comunicare le disposizioni già prese e gli ordini già impartiti.

Manes — Il comando piazza si è trovato in difficoltà perché tale comando si è organizzato solo da pochi giorni. Tuttavia il C.R. ha preso subito delle misure. Il C.R. aveva già dato delle direttive di massima nel caso la situazione dovesse precipitare. Quindi, indipen­dentemente da nuovi ordini, il piano operativo già predisposto, entra in vigore oggi. Di fronte al precipitare degli avvenimenti il C.R. ha dato subito ordini al comando VI zona.

     A questo punto entra in seduta il rappresentante del P.S.

Manes — in base agli sviluppi della notte, è stata inviata una staffetta straordinaria invitando le forze partigiane a scendere in città. Già da ieri sera alcune formazioni S.A.P. erano state dislocate sulla camionale per attaccare le truppe tedesche in ritirata. Tali ordi­ni erano stati dati per la liberazione di Sestri P., cosa che è già avvenuta. Il C.R. crede sia bene trasferirsi a Sestri o altra zona già liberata.

Tommasi — Sestri liberata, Cornigliano in mano tedesca, Sampierdarena liberata. In Genova vi sono 3 o 4 centri di resistenza nel settore orientale e nel centro della città.

Il Comandante della Piazza — una formazione tedesca in Albaro ha chiesto la resa: sono state date disposizioni in merito. Tommasi — è certo che il C.R. deve spostarsi nel settore di Se­stri già liberata.

Manes — le principali forze del C.R. sono nella zona industriale. La resistenza tedesca si farà sentire maggiormente in Genova Centro. Se il C.R. si fermasse in centro, non potrebbe più avere i contatti con la maggioranza delle sue forze.

Presidente — pensa sia bene rimandare la soluzione di tale problema.

 Il comitato è d’accordo sulle disposizioni inviate al comando della VI zona.

Si legge un testo di assunzione di poteri da parte del C.R. che, dopo discussione e modifiche, viene approvato.

A questo punto entra in seduta il commissario straordinario di guerra del comando Piazza. Egli riferisce sulla situazione militare: in mattinata i tedeschi controllavano le strade principali di Genova, mentre adesso sono stati attaccati e disarmati. Nuclei di resistenza in piazza De Ferrari, stazione Principe e Caricamento. La prefettura è aperta, presidiata da distaccamenti delle S.A.P. Gli è stato detto che il C.R. si era trasferito in prefettura, egli è andato e ha trovato in­sediato il dott. Trinchieri; erano pronti a lanciare i manifesti alla popolazione. Egli ha portato con sé un ufficiale di marina, al quale si daranno ordini.

Tommasi — il C.L.N. non pensa di fare arrestare tali persone?

Manes — bisogna arrestare prefetto, vicequestore e tutta la re­dazione del «Secolo XIX» e immediatamente uscire con decreti e ordini.

Rappr. P.L. — il dr. Trinchieri ha chiesto ordini al C.L.N. Biso­gna che il C.L.N. prenda contatto. Chiede quante persone ci sono in prefettura.

Commissario Straordinario di Guerra — una quarantina circa.

Presidente — è necessario fermare subito questi individui ma il C.L.N. non può ancora insediarsi ufficialmente. La autorità effettiva del C.L.N. sarà quando il C.L.N. potrà insediarsi.

Manes — propone che il C.L.N. si insedi a Sestri.

     Il comitato delibera di sospendere ogni decisione in proposito fino al domani mattina, in attesa degli avvenimenti.

Seduta del pomeriggio.

Presenti tutti i partiti.

Presidente – legge un biglietto pervenuto dal prof. Giampalmo che è a contatto con forze tedesche, le quali vogliono iniziare trattative col comando dei partigiani; in caso contrario faranno bom­bardare la città. Il comitato, in assenza del C.R. che si è trasferito a Sestri, deli­bera di mettersi in comunicazione col predetto dottore, dicendo loro che il C.L.N. non può accettare altro che la resa incondizionata.

  • tedeschi hanno la vita garantita e saranno considerati come prigio­nieri di guerra e consegnati alle truppe alleate quando arriveranno, nel caso i tedeschi depongano le armi. Il comandante dia ordine alle sue truppe di arrendersi immediatamente alle forze partigiane.

Presidente e il rappresentante del P.L. si mettono a contatto telefonicamente con il predetto professore. Riferiscono sul colloquio avuto, il comandante aveva chiesto di essere messo in contatto col C.R., questo contatto non era stata possibile. Il comandante tedesco si è irrigidito, ma però non è improbabile che questo contatto si possa ancora avere.

Il rappr. del P.L. ha detto che farà presente tale cosa al C.R. essendo di competenza del C.R.; ha fatto presente che 10.000 parti­giani stanno avvicinandosi alla città. Il rappr. del P.L. ha telefonato in prefettura e ha parlato col dr. Sciaccaluga chiedendo chi era il funzionario più alto in grado.

  • Sciaccaluga ha risposto essere il dr. Trinchieri nominato pre­fetto dal C.L.N. di Carignano. Il rappr. P.L. ha smascherato tale C.L.N. e smentisce tale nomina. Il funzionario più in alto di grado è Belley, al quale è stata inviata una lettera con le disposizioni delibe­rate dal comitato nella seduta del 24-4.

Presidente — è bene esaminare la posizione di tali persone che si sono prese tale iniziativa, ossia i componenti il presunto C.L.N. di Carignano che ha nominato il dr. Trinchieri.

Presidente — si sono stabiliti contatti col C.R.; il comandante arriverà a momenti per partecipare alla seduta; mentre i due vice comandanti sono andati a Sestri.

Presidente — legge il testo preparato dal C.L.N.A.I.

     Si apre la discussione sulla opportunità o meno di allargamento del C.L.N.

Presidente — il C.L.N. resta per ora quello che è, nell’esercizio delle sue funzioni potrebbe essere allargato.

Rappr. D.C. — è favorevole a fare una Giunta governativa C.L.N. ma non all’allargamento del comitato.

Arriva la notizia che Sestri è completamente liberata; Sampierdarena in parte liberata, piazza De Ferrari liberata.
I genovesi si battono in modo meraviglioso.
Gloria a Genova!

Si riprende la discussione.

Il comitato si riserva di costituire una giunta governativa a fianco del C.L.N.

Il comitato, dopo la discussione, delibera di accettare il decreto del C.L.N.A.I. come segue: «Per volontà e per azione di popolo».

In virtù del mandato conferito dal governo italiano al C.L.N.A.I. e riconosciuto dalle autorità alleate;

il C.L.N. per la Liguria, espressione unitaria di tutte le forze nazionali che hanno collaborato alla lotta di liberazione delle nostre terre, e rappresentante di questa regione del C.L.N.A.I.

assume tutti i poteri di amministrazione e di governo nel ter­ritorio della regione ligure in esso nome e sotto l’autorità C.L.N.A.I.

Decreta

Art. 1° – Tutti i poteri di amministrazione e di governo nel territorio e nella regione ligure vengono esercitati dal C.L.N. attraverso gli or­gani e le persone da esso designate, in attesa della possibilità di una libera consultazione popolare e delle ulteriori disposizioni di leg­ge del governo democratico italiano.

Art. 2° – L’organo supremo di governo nel territorio della regione ligu­re è il C.L.N. per la Liguria. Esso è composto di due rappresentanti dei seguenti partiti: Partito d’azione; Partito comunista; Partito democristiano; Partito liberale; Partito repubblicano; Partito socialista; ed è presieduto da SCAPPINI REMO del partito comunista.

Art. 3° – Il prefetto, che risponde della sua azione al C.L.N. Liguria è designato dal C.L.N. provinciale nella persona del sig. MARTINO avv. Errico del partito liberale italiano. Egli è assistito dal vice prefetto, designato nella persona del sig. Pertusio avv. Vittorio, democristiano.

Art. 4° – L’amministrazione della Provincia è affidata alla deputazione pro­vinciale, i cui componenti sono designati nelle persone dei sigg. Rai­mondo avv. Enrico, presidente (partito democristiano) – Crosa arch. Giuseppe, vice presidente (partito liberale italiano).

Art. 5° – Il capo della polizia è designato dal C.L.N. provinciale nella persona del sig. Bianchi avv. G.B. (partito repubblicano italiano). Egli è assistito da un vice capo della polizia designato nella persona del sig. Bugliani (partito comunista).

Art. 6° – Il sindaco del Comune di Genova è designato nella persona del sig. Faralli Vannuccio (partito socialista). Egli è assistito da due prò sindaci designati nelle persone del sig. Mecca Ferruccio (partito repubblicano italiano) e del sig. Pieragostini (PCI.) e dalla giunta comunale in via di costituzione.

Art. 7° – Tutte le forze armate del regime nazifascista sono sciolte. Gli appartenenti alle disciolte forze armate del passato regime sono te­nuti, sotto pena di morte, a presentarsi per la consegna delle armi e dell’equipaggiamento al comando Volontari della Libertà.

Art. 8° – Tutte le forze armate nazionali della regione, passano agli ordini del C.L.N. e per esso al comando unitario dei V.d.L.; ai fini della continuazione della guerra di liberazione a fianco degli alleati.

In accordo col comando unificato e con le forze armate che questo porrà a loro disposizione, formandosi sul senso di civismo e sulla collaborazione di tutto il popolo, il prefetto ed il capo della polizia cureranno il più rigoroso mantenimento della sicurezza e dell’ordine pubblico.

Art. 9° – Commissioni di giustizia e di epurazione sono istituite presso questo C.L.N. regionale per assicurare la rapida purificazione della vita locale dei residuati del passato regime di corruzione e di tradi­mento per la punizione esemplare di criminali di guerra e di quanti si sono resi complici delle barbarie e della oppressione nemica».

Genova, 24 aprile 1945.

In nome del popolo

                                                                                   IL C.L.N. PER LA LIGURIA

Partito d’azione                                           CASSANI INGONI Mario – ZINO Remo
Partito comunista                                       PESSI Secondo – SCAPPINI Remo
Partito democristiano                                LOI Antonio – TAVIANI Paolo Emilio
Partito liberale                                             MARTINO Errico – SAVORETTI Giovanni
Partito repubblicano                                   ACQUARONE Vittorio – GABANIZZA Pietro
Partito socialista                                          BIANCHI Costante – TONI Azzo

 

Il comitato delibera che una parte del C.R. si fermerà a Sestri e una parte verrà in centro.

Per le banche è già stato preso provvedimento.

Giunge in seduta il comandante del C.R.; reca la notizia prove­niente dal dr. Giampalmo che ha fatto sapere che il gen. Meinhold è disposto a consegnare la città a truppe che diano un certo affi­damento.

Egli desidera però incontrarsi con un parlamentare. Egli teme che le forze partigiane non siano forse sufficienti per il mantenimento dell’ordine pubblico.

Il comitato interpella il comando piazza: quando un generale chiede la resa deve venire in persona a prendere contatto. Il comando delibera di mandare a dire al generale che le forze partigiane stanno avvicinandosi alla città; le forze sono sufficienti a mantenere l’ordine pubblico. Il C.L.N. è disposto a trattare; le condizioni sono queste: resa, garanzia della vita salva per tutti i

tedeschi che si arrendono; saranno considerati come prigionieri di guerra e consegnati agli eser­citi alleati. Se vuole trattare la questione invii due persone.

Si incarica il dr. Giampalmo perché faccia pervenire tale rispo­sta al generale.

Ore 19,45

Arriva un parlamentare inviato dal comandante di un presidio tedesco di via Francesco Pozzo. Arriva accompagnato dal dr. Zaninetta.

Il dr. Zaninetta ha un abboccamento col presidente del C.L.N. e col comandante del C.R. Il dottore non è ufficialmente incaricato di trattare, è solo una sua iniziativa personale, dato che egli è in contatto col generale Meinhold. Il generale avrebbe chiesto che le truppe tedesche potessero passare indisturbate, in caso contrario fa­rà bombardare la città.

Il presidente del C.L.N. ha fatto noto la posizione assunta dal C.L.N.: è quella di disarmare i tedeschi e considerarli come prigio­nieri. Se il generale Meinhold facesse bombardare la città, o compisse qualsiasi atto contro la popolazione sarà denunciato come un crimi­nale di guerra.

Dopo di che il presidente e il generale ritornano in seduta per interpellare il parlamentare.

Ufficiale Tedesco — questa mattina, quando sono cominciate le ostilità verso i tedeschi, due giovanotti si sono presentati a par­lare ai tedeschi, dicendo loro di fare intendere ai propri superiori di arrendersi senza combattere. Egli ha parlato prima col suo coman­dante di Nervi, il quale lo ha inviato al gen. Oberstei. Detto gene­rale chiede di potere arrivare con le truppe almeno ai Giovi. Il par­lamentare rappresenta circa 600 uomini che sono piazzati in via P. Poz­zo. Egli dovrebbe essere garantito di potere arrivare con le armi al­meno fino ai Giovi. Egli potrebbe tornare domani, dopo aver rife­rito al suo comandante. Egli non può dare nessuna garanzia per quan­to riguarda il bombardamento minacciato da comandi tedeschi per questa sera. Egli ha detto che se riceve dai superiori l’ordine di arrendersi si arrende.

Presidente — molti nuclei isolati nella città, si sono già arresi ed erano nuclei forti e sono stati considerati prigionieri di guerra. Sarà difficile che questo parlamentare possa prendere contatto con il suo comando perché la città è ormai praticamente divisa in zone e le forze tedesche sono già spezzate. Il C.L.N. ha avuto una propo­sta di trattative del generale anche da altre parti e il C.L.N. ha già inviato una lettera a tale proposito al gen. Meinhold (dà lettura della lettera).

L’orientamento del C.L.N., del C.R. e del comando piazza è quello della resa e considerazione di prigionieri di guerra. Si garan­tisce nel modo più formale che i tedeschi saranno trattati come pri­gionieri di guerra.

L’orientamento del C.L.N. e del C.R. non può mutare. La con­dizione che è stata stabilita dal comando generale di tutta l’Italia come dal comando alleato è la resa senza condizioni e prigionieri. Se i tedeschi usciranno da Genova saranno attaccati più in là dalle formazioni partigiane, che in numero di 12.000 stanno già per scen­dere in città: molti sono già scesi.

Ufficiale Tedesco — I tedeschi avrebbero potuto far saltare ancora tanti impianti industriali ecc. e sono ancora in tempo a farlo. Egli personalmente accetterebbe subito la resa, però non può fare nulla se non riceve ordini superiori.

Presidente — se i tedeschi commetteranno qualche atto contro la città, sia chi dà l’ordine che chi eseguisce, verranno considerati come criminali di guerra e saranno dati ordini per l’annientamento com­pleto dei tedeschi. Le forze partigiane della montagna sono 12.000; in città ne scenderanno alcune migliaia; inoltre, gli alleati non tarde­ranno ad arrivare.

Ufficiale Tedesco — si lamenta della popolazione che ha com­battuto contro di loro.

Presidente — se i tedeschi si arrendono verranno messi in campi di concentramento come si è già fatto anche poche ore fa con un gruppo di 300 tedeschi che si sono arresi. Dalla parte dei Giovi ci sono i partigiani che scendono: non è quindi più possibile per i te­deschi lasciare Genova.

Ufficiale Tedesco — chiede se tali partigiani sono comunisti o badogliani.

Presidente — sono solamente soldati della libertà, sono sen­za partito.

Ufficiale Tedesco — chiede cosa faranno i partigiani quando verranno gli alleati in Genova.

Presidente — il comando partigiano è in collegamento continuo con il comando alleato, riceve disposizioni dal comando alleato; le armi dei partiti sono state fornite in gran parte dal comando alleato.

Ufficiale Tedesco — chiede se i partigiani col fazzoletto ros­so sono del partito comunista o del partito socialista.

Presidente — è il distintivo delle brigate garibaldine. Tutti i partigiani hanno l’ordine di rispettare quanto il C.L.N. ha stabilito e il comando alleato ha disposto. I partigiani della montagna hanno già fatto, nei mesi scorsi, mol­ti prigionieri e non li hanno uccisi, ma tenuti come prigionieri di guerra. I prigionieri che si faranno oggi in città saranno dei prigio­nieri di guerra.

Ufficiale Tedesco — cercherà di mettersi in contatto telefo­nico con il suo comandante e frattanto parlerà ai suoi uomini, nel senso in cui il C.L.N. si è espresso e facendo presente il pericolo che incombe loro. È necessario che lui possa parlare per telefono al suo comandante.

Presidente non si può garantire nulla date le operazioni in corso. Annunciano in questo momento la resa del comando marina del porto ossia della X Mas.

Ufficiale Tedesco parlerà subito con i suoi uomini, ma vorrebbe parlare con il suo comandante superiore.

Presidente non si può garantire che nella notte i partigiani non attacchino lui e i suoi uomini.

Ufficiale Tedesco se lui fosse un comandante potrebbe de­cidere.

Presidente non ci sono più alti comandanti: Berlino è stata occupata.

Ufficiale Tedesco sa che la guerra è perduta e che per i tedeschi è finita: solo i superiori vogliono continuare.

Presidente:  non c’è più possibilità di conferire col comandan­te; tutti si arrendono.

Ore 24,10

Il Presidente a nome del comitato, esprime il suo compiaci­mento per l’atteggiamento delle S.A.P. e del popolo tutto. Anche il C.L.N. ha funzionato bene e così i singoli partiti, sia per l’organiz­zazione dei singoli partiti, che per la pronta occupazione delle sedi dei giornali e la pubblicazione dei giornali stessi.

Il comitato delibera il lancio di un manifesto alla popolazione e ai patrioti.

Il comitato delibera la costituzione, per questo periodo di emer­genza, di un ufficio stampa, costituito dai rappr. della D.C. e del P.A. Il C.L.N. per la Liguria, su proposta della commissione economica

Decreta

chi, approfittando dello stato di emergenza, specula con l’aumento dei prezzi, sarà deferito all’autorità e il suo esercizio sarà chiuso.

Il C.L.N. per la Liguria su proposta della commissione economi­ca emana altri due decreti che vengono passati alla stampa.

Il C.L.N. ferroviario per il compartimento di Genova ha ema­nato un decreto di assunzione di poteri.

Il comitato ritiene che, per quanto il comitato ferroviario si sia arrogato di poteri che non gli competono, non sia il momento di prendere deliberazioni in merito.

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TRATTATIVE PER LA RESA DEL PRESIDIO DI GENOVA

Comitato Liberazione Nazionale per la Liguria

Comando Regionale Militare Unificato

Al Generale Meinhold – Savignone

In merito alla richiesta da voi formulata e nei riguardi della situazione nella città di Genova, si precisa:

      • Il Comando Piazza di Genova è in grado di controllare perfetta­mente l’ordine pubblico: le forze a disposizione sono state note­volmente rinforzate dall’affluire dei patrioti di montagna.
      • Le trattative per la resa non potranno che contenere le seguenti condizioni:
      1. a) cessione delle armi;
      2. b) i militari germanici saranno trattenuti quali prigionieri di guerra e tenuti a disposizione del Comando Militare Alleato.

       — Potrete inviare i parlamentari a Genova presso questo Comando Regionale.

 Genova, 24 aprile 1945.

Il Comandante Regionale

f.to Durante

I PARTIGIANI ALL’ATTACCO

Il Comando Militare Regionale Ligure del Corpo Volontari del­la Libertà,

comunica

dalle ore 24 del giorno 23 tutte le forze dipendenti da queste Comando sono passate in massa all’attacco contro il nemico in riti­rata. Le truppe partigiane della 6a zona ligure attaccarono decisamen­te il nemico lungo le rotabili che si dirigono verso il Po, causando perdite in uomini e materiali non ancora accertate.

Le forze delle Squadre d’Azione Patriottiche, sotto la direzione del Comando di Piazza, hanno liberato i centri industriali di Sestri, Pontedecimo, Cornigliano e Sampierdarena. Focolai di resistenza ne­mici nel centro della città di Genova sono in corso di liquidazione. Affluiscono numerosi ai Comandi Patrioti i prigionieri.

Il Comando Militare Regionale Ligure

Genova, 24 aprile 1945

È GIUNTA L’ORA DELLA LIBERTÀ

 

POPOLO GENOVESE!

Dopo venti anni di dittatura e due anni di feroce oppressione finalmente è giunta l’ora della libertà.

In questo momento il nostro pensiero si rivolge a tutte le vitti­me della persecuzione nazi-fascista, agli uccisi, ai seviziati, ai tortu­rati, ai deportati, alle migliaia di giovani la cui vita si è rovinata o s’è spenta lontano dalle loro spose e dalle loro madri, per soddisfare la pazzesca ambizione di due criminali e per una ideologia inumana.

L‘ora della libertà è anche l’ora della giustizia.

POPOLO GENOVESE, INSORGI!

Le autorità di Mussolini si stanno allontanando dalla nostra cit­tà; le truppe di Hitler battono in ritirata. Qualsiasi resistenza sia ancora opposta dai nazi-fascisti deve essere stroncata con la massima rapidità e con estrema energia. Dovunque, nelle officine, sulle piazze, negli uffici, le forze sane della Nazione, le forze dell’antifascismo mi­litante, le S.A.P., i nostri gloriosi partigiani che da lunghi mesi anelano a questo momento di riscossa e di vittoria, prendono il potere e instaurano l’ordine democratico alle dipendenze del Comitato di Liberazione Nazionale.

 

POPOLO GENOVESE!

Il mondo ci guarda. Dobbiamo riscattare l’umiliazione di venti­tré anni.

Dobbiamo essere degni della vittoria. Dobbiamo meritarci la libertà.

Il C.L.N. per la Liguria

Genova, 24 aprile 1945

L’INSURREZIONE POPOLARE È IN ATTO

 

GENOVESI!

L’insurrezione popolare è in atto. Le Squadre e i Gruppi di Azione Patriottica e il popolo tutto si comportano in modo meravi­glioso e stanno compiendo tutto il loro dovere.

Genova popolare sta dimostrandosi veramente all’altezza della situazione e degna della libertà che sta conquistandosi con le armi in pugno.

 

GENOVESI!

Nelle strade cittadine dei patrioti sono caduti nella lotta per la liberazione della Patria. Il loro sangue darà un’Italia veramente libera e democratica.

L’insurrezione che da ventiquattr’ore si sta svolgendo vittoriosa, deve essere continuata fino a tanto che tutti i nemici nazifascisti si arrendano o siano annientati.

 

GENOVESI!

I partigiani si avvicinano rapidamente alla città per la definitiva liquidazione di ogni resistenza.

La vittoria è del popolo genovese.

VIVA L’ITALIA LIBERA E DEMOCRATICA!

Il C.L.N. per la Liguria

Genova, 24 aprile 1945, ore 23.

oooooOooooo

 
8 – VERBALE SEDUTA C.L.N. PER LA LIGURIA
del 25 APRILE 1945

Ore 8,30 

Il comitato passa ad esaminare la situazione generale: abbastan­za soddisfacente.

Dal punto di vista politico la situazione è buona; il comitato sta veramente entrando in carica.

Il comitato si preoccupa che la popolazione non rimanga senza pane: invita pertanto il comando piazza ad inviare uomini delle S.A.P. presso i fornai perché ingiungano loro di fare il pane.

Il comitato delibera di invitare alla prossima seduta il rappresen­tante della sezione alimentare della CE.

Il comitato, constatato che i tedeschi e i fascisti hanno lasciato, con la loro fuga, completamente vuoti tutti i magazzini e depositi di viveri della città

ordina

tutti i forni siano tenuti aperti;

  1. i fornai dovranno provvedere alla panificazione utilizzando qualsiasi riserva giacente presso di loro;
  2.  i fornai sono direttamente responsabili per la esecuzione di quanto sopra.

Il comitato delibera di lanciare il seguente manifesto alla po­polazione:

GENOVESI!

I tedeschi ed i fascisti hanno lasciato i magazzini vuoti. Vi han­no portato via anche quel poco di farina indispensabile per la già scarsa panificazione giornaliera.

Lo stato di guerra combattuta impedisce un normale afflusso di rifornimenti.

II C.L.N. per la Liguria fa appello alla comprensione e allo spirito di solidarietà di tutti i cittadini per superare questo grave momento.

Gli organi competenti sono già in attività per abbreviare tale periodo.

Ore 11,30

È presente Remo Scappini presidente del C.L.N. per la Li­guria. È pure presente il signor Pareto della Commissione eco­nomica.

Il comitato saluta il presidente che da oggi assume la sua cari­ca. Indi Pareto fa un’ampia relazione sulla scorta di farina e di gra­none della città.

In città vi sono scorte per un massimo di 5 giorni. Si teme la mancanza di energia elettrica che permetta di macinare il grano. La Sepral sta però organizzando la dislocazione di queste scorte presso i mulini ad acqua. Il presidente rende noto che si potrà assi­curare forse domani il transito ai camion che portano il grano ai mulini, dato che in piazza Dinegro un gruppo di tedeschi resiste ancora.

Il rappresentante del P.S. comunica che il co.pro-ma. ha gia­centi 25 q.li di carne destinata agli ospedali.

Il comitato delibera di ordinare la distribuzione di carne agli ospedali, col controllo del C.L.N. interno, ed incarica la commissione economica di prendere eventuali opportuni provvedimenti a carico del direttore del co.pro.ma. Il comitato approva il parere della commissione economica di mandare il grano ai mulini ad acqua.

Entra in seduta il comandante della piazza. Egli riferisce che le S.A.P. hanno a disposizione farina e viveri trovati in magazzini; egli ha dato ordine che la farina venga consegnata immediatamente ai forni affinché la popolazione non manchi un solo giorno di pane. Il Presidente — è opportuno che queste giacenze di viveri e fa­rina passino sotto il controllo della commissione economica.

Il Rappr. del P.C. osserva che la responsabilità della alimenta­zione è della commissione economica: essa deve studiare e prendere quei provvedimenti di carattere tecnico che sono necessari per il buon funzionamento. Invita pertanto la commissione economica a proporre i provvedimenti che poi il comitato sanzionerà.

Pareto — chiede i mezzi di trasporto e una scorta armata a ta­li mezzi.

Il Presidente ricorda che in molte aziende erano stati concentrati parecchi quintali di farina per gli operai. Il comitato po­trebbe eventualmente dare disposizione in merito, perché il comi­tato non deve pensare solo agli operai ma a tutta la popolazione.

Il comitato riesaminerà ancora il problema che è molto delicato. La commissione economica dovrà prendere contatto col comando piazza (dato che il C.R. è lontano) perché autorizzi a fornire una scorta agli automezzi.

La sezione trasporti della CE. ha già provveduto ad incaricare ingegneri e personale affinché siano con urgenza fatte le dovute ripa­razioni alle strade.

Giunge notizia che il ten. Pisano ha rilasciato lasciapassare e distribuito armi ad ex fascisti. Il comandante della piazza ha già im­partito ordini perché si proceda all’arresto de! suddetto Pisano.

Il C.L.N. delibera di prorogare il termine di scadenza delle cambiali.

Pareto lascia la seduta.

Comandante della Piazza — è urgente pensare all’istituzione di un ente che prenda in mano la questione dell’ordine pubblico.

Un ufficiale dei carabinieri (. . . . .) ha proposto il richiamo in

servizio di tutti i carabinieri. Questo carabiniere era però in con­tatto col prefetto Bigoni.

Rappr. del P.A. — pensa sia bene ricostituire subito il corpo dei carabinieri.

Rappr. del P.L. — non bisogna precipitare gli avvenimenti e scegliere quindi il cap. . . .  . se egli non è persona politicamente degna. È necessario tenere conto che nelle formazioni partigiane vi so­no molti carabinieri, quindi il nuovo corpo dei carabinieri dovrebbe essere ricostituito con gli elementi che hanno appartenuto alle for­mazioni partigiane.

Rappr. P.R. — il comitato non deve preoccuparsi oggi di ricosti­tuire il corpo dei carabinieri. Per l’ordine pubblico ci sono forze sufficienti con le S.A.P. e i partigiani. È necessario pensare prima alla sistemazione dei partigiani e delle S.A.P.; se gli alleati dovessero prende dei provvedimenti contrari, il C.L.N. non deve deflettere.

Presidente — in primo luogo è necessario pensare alle S.A.P. e ai partigiani. In un secondo tempo si terrà senz’altro conto di quei contingenti di carabinieri che hanno servito la causa. Il Comitato — delibera di costituire urgentemente un corpo che comprenda elementi delle S.A.P., possibilmente elementi dei va­ri partiti, demandando ad esso funzioni, in un certo senso, di poli­zia; esattamente deve essere un corpo di controllo. Esso sarà alle di­pendenze del questore non appena si sarà insediato; per ora dovrà essere alle dipendenze del comando piazza.

Il comitato passa a discutere il problema del trasferimento e in­sediamento ufficiale del C.L.N.

Su proposta del rappresentante del P.L., si designa quale sede l’albergo Bristol.

Sarà necessaria una scorta armata per l’albergo Bristol e per la prefettura. Si esamina quindi il problema dell’insediamento ufficiale del Sindaco, Prefetto, Preside della provincia, Questore. Si discute sulle probabili sedi assegnate a ciascun partito.

Ore 17,30

Con immensa gioia e commozione, i membri del comitato abbrac­ciano il compagno Faralli. Faralli racconta:

Arrestato il 27 dicembre 1944. Liberato la notte del 23 apri­le 1945. Ho subito molti interrogativi, sempre di notte. Ho subito la tortura delle scosse elettriche (mi legavano ai polsi il filo elettrico).
Durante il primo interrogatorio sono stato torturato con le scosse elettriche con la corrente a scatti, che è la cosa più spaven­tosa che esista; ogni tanto si fermavano per interrogarmi. Io rispon­devo sempre negativamente. La tortura e durata per 2 ore e mezza.
Mi hanno messo poi in una celletta fredda, dove non c’era altro che un piccolo seggiolino.
Dopo tre giorni mi hanno interrogato nuovamente:
«Voi siete del C.L.N.». Io ho negato recisamente. Allora il tedesco ha cominciato a darmi pugni e calci. Volevano sapere i nomi dei membri del C.L.N. Hanno aggiunto che erano certi che io ero a con­tatto con il comitato del quale facevano parte Cirenei, Ugolini e Solari. Io ho sempre negato.
Mi hanno torturato con le scosse elettriche per oltre due ore e mezza.
Io cercavo di resistere a tali torture facendomi forza e cercando di reagire. Il patimento mi faceva sudare tanto che tutto il tavolino, dove i carnefici stavano appoggiati diventò ben presto bagnato. Quan­do mi tolsero i fili dai polsi, ed io caddi a terra esausto, hanno pre­teso che con il fazzoletto asciugassi il tavolo. Mi hanno caricato di pugni e calci.
Anche molti che non volevano parlare non hanno saputo resi­stere alla tortura delle scosse: io ho sempre resistito. I prigionieri della IV sezione hanno passato delle pene spaventosissime.
Dopo altri tre giorni nuovo interrogatorio. Questa volta mi han­no proprio massacrato. Questa volta mi hanno interrogato di giorno. Mi hanno subito detto: Voi siete membro del C.L.N. Volevano sa­pere il nome degli altri industriali con i quali io avevo trattato e il nome di tutte le persone che conoscevo. Io ho negato recisamente. Hanno cominciato con le scosse elettriche. Sentivo nel cervello delle vibrazioni violente. Pretendevano avere in mano loro i documenti comprovanti tale mia rappresentanza al C.L.N. Ho chiesto allora di farmi vedere tali documenti. Cug è diventato furente: con un nervo di bue mi ha massacrato di botte. Io avevo le mani e le gambe gonfie per le passate torture. Mi hanno buttato per terra e preso a calci. Ero diventato tutto livido e gonfio. Hanno ripreso le scosse. Malgrado ciò io ho ancora insistito per vedere tali documenti. Cug prese tutti i documenti di Remo e me li buttò sul viso. Si sono poi affrettati a raccogliere i documenti, che hanno esaminato mentre continuavano a darmi le scosse elettriche. Si sono poi messi a sten­dere a macchina una relazione. Mi hanno tolto i fili dai polsi. Hanno iniziato tra loro una discussione politica. Cug si allontanò. Il sergente interprete ha cominciato a parlare della sua famiglia e del suo paese. Io, tutto gonfio dalle botte ricevute, ho dovuto sforzarmi a parlare con lui. Mi hanno poi rimandato in cella. Il pomeriggio hanno ri­preso l’interrogatorio. Visto che io continuavo a negare mi hanno legato il collo con una cinghia e mi hanno colpito con calcagnate, ginocchiate in modo bestiale, violento, per un quarto d’ora. Cug ha preso la cinghia e con le due mani mi ha colpito con forza sulla testa. Cug si è poi rimesso alla macchina da scrivere ed ha redatto un verbale che mi impose poi di firmare. Io volevo prima di firmare leggerlo, ma non mi hanno permesso.
L’ultimo violento colpo alla testa è quello che mi ha fatto per­dere la vista dall’occhio destro.
Mi ha riportato via che ero mezzo morto. Ho dovuto stare a letto per cento giorni. Ho trovato negli altri carcerati, specialmente in Badano, un infermiere ed un amico prezioso.
Una cosa spaventosa erano le notti. Si sapeva di essere inter­rogati sempre di notte e si viveva con l’ansia. Soli, in quelle piccole celle, dopo le dieci di sera anche il rumore del tram tace. Il minimo scricchiolio sembra il passo di quello che viene a prenderti. E le terribili notti, quando portavano tanti carcerati alla fucilazione. Sen­tivamo prima gridare i loro nomi e poi il passo lento dei condannati.
Chi è passato per la IV Sezione, ha passato l’inferno fisico.
Tra le varie torture c’era anche quella di fare rigurgitare due litri d’acqua nel naso; ciò hanno fatto ad Amoroso. Il gen. Rossi non è stato invece torturato.
Io non sono stato portato via, poche ore prima dell’insurrezione, perché ero stato dichiarato intrasportabile.
Un detenuto medico mi ha curato in tutti i modi.
In prigione, avevamo organizzato tutto per il momento dell’in­surrezione. Io stesso ho firmato il lasciapassare per i detenuti. I pri­gionieri hanno impugnato, con l’aiuto delle forze esterne, le armi contro i secondini.
In prigione avevamo armato 120 uomini con moschetti. I pri­gionieri hanno bloccato subito il telefono di Marassi.

Ore 21,30

Scappini e Martino riferiscono sui colloqui avuti, presso il Cardinale, con il generale Meinhold, il quale aveva sollecitato que­sti colloqui, avanzando inoltre proposte di resa.
Scappini dice che lui e Martino hanno agito pur non avendo una delega del comitato. Sarà bene però preparare subito una dele­ga in modo che vi sia una legalizzazione completa del documento della resa.
Scappini Siamo andati dal Cardinale che ci ha ricevuti molto bene. Li vi era il generale Meinhold, una piccola scorta, gli interpre­ti. Il generale ha esposto la situazione apertamente, con franchezza; la guerra è perduta, gli ulteriori combattimenti sarebbero inutili sa­crifici e inutile spargimento di sangue. Il generale ha detto di avere fatto la guerra come tedesco e non come nazista e quindi la decisio­ne che ha preso è stata presa di sua spontanea volontà. Il generale ha fatto rilevare che se il comando tedesco in Italia venisse a cono­scenza del suo proposito egli verrebbe immediatamente destituito e sostituito da un altro ufficiale. Una parte dei suoi uomini sono di­sposti a’ie resa; particolarmente gli ufficiali. Il generale ha reso una palese dimostrazione dello stato caotico in cui si trovano le truppe tedesche, e qual sia il loro morale. Una grande parte delle truppe non è più sotto il controllo del generale. Meinhold ha annunciato con tutta franchezza le sue intenzioni. Egli ha sottolineato che per lui, l’importante è che cessi la guerra e si limiti al minimo lo spargi­mento di sangue. Ha espresso preoccupazione per la sorte dei tede­schi. Si tratta di parecchie forze dai 6 agli 8.000 uomini, con molti mezzi (batterie di Monte Moro e Belvedere), forti contingenti di ma­rina. Al porto parecchie centinaia di marinai. Era anche preoccupato delle possibilità del C.L.N. a mantenere l’ordine perché le truppe tedesche non siano maltrattate, ha fatto specialmente cenno, in que­sto senso, ai comunisti. Egli era animato da buone intenzioni.
Ho risposto io, quale presidente del C.L.N. Ho cominciato ad esprimergli la soddisfazione del C.L.N. e del popolo genovese per questa resa volontaria; ho poi confutato le osservazioni fatte a dis­sipare le preoccupazioni. Ho dichiarato, come presidente del C.L.N. e come comunista, che nel C.L.N. non si fa questione di ideologie, nel C.L.N. c’è l’idea della unità delle forze più sane. Si è giunti successivamente alla conclusione dopo una discussione alla quale han­no preso parte anche Martino e il comandante della piazza.
La conclusione alla quale si è giunti è questa:

«In Genova, il giorno 25 aprile alle ore 19,30

«tra il sig. Gen. Meinhold quale comandante delle forze armate ger­maniche del settore Meinhold assistito dal cap. Asmus, Capo di stato maggiore da una parte;
«Il presidente del C.L.N. per la Liguria, sig. Remo Scappini, assistito dall’avv. Errico Martino e dott. Giovanni Savoretti, membri del C.L.N. per la Liguria e dal magg. Mauro Aloni, comandante del­la piazza di Genova, dall’altra:

è stato convenuto

  • tutte le forze armate germaniche, di terra e di mare alle di­pendenze del sig. gen. Meinhold si arrendono alle forze armate del corpo volontari della libertà alle dipendenze del Comando Militare della Liguria.
  • La resa avviene mediante presentazione ai reparti partigiani più vicini con le consuete modalità e in primo luogo con la conse­gna delle armi.
  • Il C.L.N. per la Liguria si impegna ad usare ai prigionieri il trattamento secondo le leggi internazionali, con particolare riguardo alla loro proprietà personale e alle condizioni di internamento.
  • Il C.L.N. per la Liguria si riserva di consegnare i prigionieri al comando anglo americano operante in Italia.
  • La resa avrà decorrenza dalle ore 9 del giorno 26 aprile 1945. « Fatto in 4 esemplari di cui due in italiano e due in tedesco ».

F.to Scappini Remo                           Meinhold
Magg. Mauro Aloni                           Dr. Giovanni Savoretti
Avv. Errico Martino                          Asmus

Il presidente spiega il perché la resa avrà decorrenza da doma­ni e non da oggi. Il generale non ha ormai più tutti i collegamenti con ì suoi uomini; egli può avvertire i capi settori i quali, con i mez­zi a loro disposizione, avvertiranno tutti gli altri.

Presidente — ho detto al generale che molti partigiani sono scesi ed operano in città e che nelle squadre cittadine vi sono parec­chie migliaia di uomini bene armati; non ho detto che le truppe te­desche si arrenderanno a poche S.A.P. con scarso armamento.
A nome del C.L.N. ho dato assicurazione che gli impegni saran­no mantenuti. Genova si affermerà nel mondo per questo fatto com­piuto: una vittoria di popolo e soprattutto una vittoria del C.L.N. Questa vittoria gioverà molto al C.L.N., agli interessi del popolo ge­novese e a quello di tutta Italia, perché mentre aumenterà il pre­stigio del C.L.N. Liguria, aumenterà anche quello di tutti i C.L.N. d’Italia.
Potremo presentare al C.L.N.A.I. e al governo alleato un bilan­cio attivissimo.
Il Presidente dice che non esiste nessuna relazione tra i colloqui svoltisi oggi e il parlamentare venuto ieri sera perché il generale igno­rava tale fatto.
Il generale chiedeva per i suoi uomini un trattamento «beni­gno» che non venissero messi in campi all’aperto, che fosse assicu­rato loro il lavoro retribuito e che fosse permesso loro di rientrare al più presto in Germania, senza dover andare in campi di concen­tramento.
Il Comitato ha risposto essere queste cose di competenza degli Alleati e non già del C.L.N.
Il generale ha chiesto che i membri dello S.M. possano venire a Genova in macchina (con una scorta di partigiani); la macchina verrà poi requisita dal C.L.N.
Presidente — nella eventualità che tutte le forze tedesche non si arrendessero il generale ha consegnato al comandante della piazza la dislocazione delle forze che erano nel suo settore.
Il generale diramerà immediatamente ordine a tutti quei reparti che sono sotto il suo controllo di cessare il fuoco, senza comunicare ancora che la resa è stata firmata. Egli assicura che tali reparti po­tranno comunicare subito con gli altri reparti che non sono ormai più collegati con lui. Se qualche reparto non potesse venire avverti­to, ufficiali tedeschi, accompagnati da patrioti, si recheranno con ban­diera bianca a parlamentare con i comandanti e ad intimare loro la resa a nome del generale.
Il generale ha detto che non può garantire che qualche gruppo di fanatici cessi il fuoco: egli, per altro, farà tutto il possibile perché tale resa venga rispettata.
A questi colloqui erano pure presenti il console e il vice conso­le germanico.
Assisteva pure il dr. Romanzi, il quale, sprezzando il pericolo si era recato a Savignone a portare al generale la comunicazione del C.L.N. ed ha condotto in macchina il generale a Genova.
Rappresentante della D.C. (Taviani) — esprime, a no­me del Comitato, l’entusiasmo e la gioia per questo successo, e la gratitudine, per quest’ultima parte delle trattative agli amici Scap­pino e Martino che hanno condotto, in modo egregio, le trattative.
Presidente — il C.L.N. si è impegnato con il generale a non rendere pubblica la cosa prima delle ore 9 del giorno 26. Se arrivas­sero gli alleati, farà pubblicare immediatamente sui giornali la noti­zia per renderla immediatamente pubblica; a tale scopo si comuni­cherà anche alla radio.
Presidente — Il C.L.N. aveva ordinato al C.R. di trasferirsi vi­cino al Comitato. Il C.R. ha fatto delle obiezioni.
Il C.L.N. ha dato disposizioni alle S.A.P. ed ai sapisti partigiani di cessare immediatamente il fuoco: dovranno difendersi in caso di attacchi da parte tedesca.
In conseguenza di tale disposizione, il C.R. ha fatto notare che il comitato ha esautorato il comando regionale. Io ho risposto, a no­me del Comitato, che il nostro ordine era di trasferirsi immediata­mente vicino a noi, dato che la cosa assume importanza politica.

Ore 24,30

Presenti i membri del Comitato ad eccezione del presidente. Sono presenti:

  • il maggiore Basil Davidson della missione alleata in VI zona,
  • Attilio e Ugo della VI zona
    È pure presente il partigiano Stella della «Matteotti».

Martino legge il testo della resa firmata col gen. Meinhold.

Il maggiore Davidson si dichiara «molto soddisfatto» e si com­plimenta con il comitato. «Siete stati meravigliosi» egli dice.
Davidson si informa se il porto risulta danneggerò. Si informa della situazione alimentare e dichiara che l’ammiragliato inglese conta di fare largo uso del porto per fare affluire i rifornimenti. Se il porto è salvo, non c’è ragione di preoccuparsi.
Martino illustra la firma della resa e le disposizioni che hanno portato a tale accordo. In poche parole dà notizia sul come si è svolta l’insurrezione popolare e legge l’ultimo bollettino delle ope­razioni.
Attilio e Ugo dichiarano di essere venuti in città di loro spon­taneo proposito, giacché non hanno ricevuto ordini da alcuno. Mar­tino dice che il C.R. e il C.L.N. si erano preoccupati, fin dalla sera del 23, di mandare immediatamente staffette in zona.
Davidson chiede se si è a conoscenza di tutti i campi minati.
Davidson si compiace per le operazioni militari e per l’ordine pubblico che il C.L.N. ha saputo mantenere.
Taviani fa presente che tutto ciò è dovuto al fatto che il C.L.N. era già presente alla popolazione, che era perfettamente a conoscen­za della efficienza del C.L.N. e dei singoli partiti.

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9) RELAZIONE SETTORE OCCIDENTALE

Da Arenzano fino a Sampierdarena, tutta la zona è libera.
Le batterie di Arenzano sono saltate: i tedeschi si sono arresi di fronte a un assalto delle Sap locali. A Voltri sono cadute due batterie: i tedeschi in parte uccisi e in parte arresi. È morto il Vice Comandante delle Sap locali.
Tre batterie e postazioni conquistate a Pegli e Prà.
Gravi combattimenti a Borzoli. Diversi caduti da parte patriot­tica. Alla fine il reparto tedesco ha ripiegato in disordine verso Nord.
Domani con ogni probabilità funzionerà i tram nella zona oc­cidentale.
Sulla strada di Prato la Giustizia e Libertà comandata da Um­berto è passata questa notte verso Genova.

10) LA GIORNATA DEL 25 DAL COMANDO PIAZZA
Il Comando Piazza del Comando Militare Regionale Ligure

del Corpo Volontari della Libertà

COMUNICA

 

Ore 9 del 25 — Ogni resistenza è cessata al Castello Raggio. I resti delle truppe tedesche che difendevano la più munita fortifi­cazione della città, si sono ritirati sul Colle di Coronata, riuscendo a portare, dei molti cannoni, un solo cannoncino da campagna.
Ore 14 — Sono riattivate le comunicazioni tra Sestri e Sampier­darena. Nuclei tedeschi continuano la resistenza nella Villa Chiesa in Multedo e in Coronata.
In Genova Centro si sono svolti in mattinata violenti combatti­menti contro la resistenza tedesca nella zona Principe. I tedeschi han­no tentato di spingere le nostre forze nei vicoli della zona sotto­stante, ma non vi sono riusciti.
In Corso Torino sussiste ancora uno sparuto nucleo che tenta la resistenza. Per il resto la zona centrale della città è controllata dalle forze patriottiche.
In Albaro, un forte nucleo tedesco continua la resistenza con­tro le S.A.P. locali, le quali si comportano con coraggio ammirevole.
I contingenti di truppe tedesche, circondati dai partigiani a Ner­vi, riescono a continuare la resistenza grazie alla superiorità del loro armamento.
Ore 22 — Il presidio di Nervi ha mandato un parlamentare al Comitato di Liberazione Nazionale per la Liguria per trattare la resa.
Nella galleria di S. Benigno millecinquecento uomini armati ed equipaggiati ottimamente sono tenuti in iscacco dalle S.A.P. di Sampierdarena e da quelle della zona Di Negro.
La X Mas è ridotta, da duemila uomini che era prima dell’insur­rezione, a una quarantina che, al comando di Arillo, si ostinano in una inutile resistenza.
Il centro della città è in mano dei patrioti, delle S.A.P. e delle Brigate Severino e G.L. Matteotti, le quali hanno fatto prigionieri, do­po un’accanita battaglia, quattrocento tedeschi che sbarravano loro la strada di accesso della Val Bisagno.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                             Comando Piazza

Genova, 25 aprile 1945.

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L’ATTO DI RESA GERMANICO

In Genova, il giorno 25 aprile 1945 alle ore 19,30;

tra il sig. Generale Meinhold, quale Comandante delle Forze Ar­mate Germaniche del Settore Meinhold, assistito dal Cap. Asmus, Capo di Stato Maggiore, da una parte;
il Presidente del Comitato di Liberazione Nazionale per la Li­guria, sig. Remo Scappini, assistito dall’avv. Errico Martino e dott. Giovanni Savoretti, membri del C.L.N. per la Liguria e dal magg. Mauro Aloni, Comandante della Piazza di Genova, dall’altra;

è stato convenuto:

1) Tutte le Forze Armate Germaniche di terra e di mare alle dipen­denze del sig. Generale Meinhold si arrendono alle Forze Armate del Corpo Volontari della Libertà alle dipendenze del Comando Militare per la Liguria;
2) La resa avviene mediante presentazione ai reparti partigiani più vicini con le consuete modalità e in primo luogo con la consegna delle armi;
3) Il C.L.N. per la Liguria si impegna ad usare ai prigionieri il trattamento secondo le leggi internazionali, con particolare ri­guardo alla loro proprietà personale e alle condizioni di inter­namento;
4) Il C.L.N. per la Liguria si riserva di consegnare i prigionieri al Comando Alleato Anglo-Americano operante in Italia.
5) La resa avrà decorrenza dalle ore 9 del giorno 26 aprile 1945.

Fatto in quattro esemplari di cui due in italiano e due in te­desco.
Firmato:

Scappini Remo                      Meinhold
Avv. Errico Martino               Giovanni Savoretti
Magg. Mauro Aloni                Asmus

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LE COMUNICAZIONI FERROVIARIE

Il Comitato di Liberazione Nazionale per la Liguria

comunica

A causa della mancanza di corrente, dovuta ad interruzione delle linee aeree e nella impossibilità di inviare squadre sul posto per le necessarie riparazioni, il servizio ferroviario da e per Genova resta provvisoriamente sospeso. Si prevede però che la sospensione sarà di breve durata: al massimo durerà quanto il periodo di emergenza.

Il C.L.N. per la Liguria

Genova, 25 aprile 1945.

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RADIOMESSAGGIO

Scritto e letto da P.E. Taviani la mattina del 26 aprile 1945 dalla stazione di Radio Genova da poco liberata da una dozzina di sapisti, tra i quali figurava anche Enzo Martino commissario della stessa Stazione Radio e collaboratore di Taviani, dall’ing. Pelloux e da don Gianni Baget-Bozzo, durante una fulminea azione.

Taviani –  Per incarico del Comitato di Liberazione Nazionale per la Liguria leggo al popolo genovese e della Liguria il seguente documento sti­lato in Genova il giorno 25 aprile:

“POPOLO GENOVESE, ESULTA!
L’insurrezione, la tua insurrezione ha avuto un esito trionfale. Per la prima volta nella storia di questa guerra, le truppe tedesche si sono arrese dinanzi un popolo. Genova insorta ha dato al mondo la prova della sua fierezza. Viva il popolo genovese! Viva l’Italia! Viva la Democrazia!”

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11) VERBALE SEDUTA C.L.N. PER LA LIGURIA
del 26 APRILE 1945 – Ore 12,30

 

Di ritorno dalla cerimonia dell’insediamento del Prefetto, il co­mitato si è recato al Hotel Bristol dove è ufficialmente insediato.

Presenti il presidente e i membri del C.L.N. È pure presente il C.R. e i comandanti della VI zona: Miro, Canevari, Ugo.

Si esamina la situazione militare. La resa è stata annunciata que­sta mattina. Qualche gruppo di tedeschi resiste ancora.

Il presidente (Scappini) dichiara a nome del C.L.N., che il C.R. deve tornare a risiedere al centro per essere in costante contat­to con il C.L.N. e con il Comando Piazza.

Il comandante del C.R. fa noto che nel ponente c’è una situa­zione molto tesa, che rende necessaria la presenza del C.R., in tale località.

Il presidente ribatte che la situazione grave è nel centro, perché gli uomini asserragliati nel porto non si sono ancora arresi e si igno­ra se la batteria di Monte Moro abbia capitolato. A Nervi, centinaia di tedeschi hanno posto un ultimatum che scade a mezzogiorno.

Il Presidente Scappini lamenta che la VI zona non abbia rice­vuto alcuna staffetta e prega i comandanti della VI zona di fare un rapido esposto della situazione.

Ugo — un ufficiale di collegamento dice che una brigata ha attac­cato la colonna tedesca che marciava verso Genova ed è riuscita a sbandarla.

A Ruta, un gruppo di alpini non si è arreso.

Entra in seduta il comandante di brigata Gino. Egli riferisce brevemente sulla situazione attuale. Egli lamenta che il servizio in­formazioni non abbia funzionato e che i partigiani non siano stati avvertiti in tempo.

Dice inoltre essere necessario disarmare tutte le persone, perché si sono verificati dei fatti di sparatorie contro i partigiani.

Miro — la colonna di Ruta è composta di circa mille uomini. Dopo uno scontro con i partigiani, gli alpini sono fuggiti lasciando le armi.

Ad Uscio c’è resistenza tedesca: sono state inviate subito due brigate.

Vice Comandante del C.R. — appena il C.R. ha avuto notizia che i tedeschi non si arrendevano, si è preoccupato perché nella zona oc­cidentale la cosa sembrava piuttosto grave. Per tre giorni si è combat­tuto solo con le S.A.P. nelle quali si erano infiltrati parecchi fascisti. Il C.R. si è messo subito in contatto col C.L.N. Il C.R. aveva in mente di porre in atto il piano « A », approvato dagli Alleati.

  • tedeschi hanno fatto saltare le munizioni che si trovavano nel porto a Sampierdarena, facendo così presumere di volere passare all’attacco. Prevedendo una sortita dei tedeschi nella parte occiden­tale, il C.R. si è preoccupato di spostarsi appunto in quella zona. D’altra parte, si sapeva che molte brigate partigiane marciavano alla volta di Genova, e a Genova c’erano già tre brigate di patrioti.
  • famoso piano di attacco « A », è stato sospeso dalla notizia della firma dell’armistizio.

Il Rappresentante del P.S. (Toni) — non disapprovo nessu­na disposizione presa dal C.R., solo dico che il C.R. doveva risie­dere vicino al Comitato; possono presentarsi situazioni da diverse parti e il comando deve essere subito avvertito per provvedere im­mediatamente in merito. Il C.R. deve risiedere per una necessità po­litica operativa là dove risiede il comando politico.

Oggi, il C.R. deve risiedere in centro; C.R. e comando zona, s’intende. Essi dovranno prendere delle disposizioni che dovranno essere sottoposte al comitato: è quindi bene che siano a portata di mano.

Vice Comandante del C.R. — il C.R. ha deciso, per motivi tecnici di risiedere insieme al C.L.N.

Comandante Ugo — Le S.A.P. hanno combattuto da sole, ma anche i partigiani le hanno aiutate molto. Appena abbiamo ricevuto dal C.R. la richiesta di inviare quattro brigate, queste brigate sono scese subito. E’ però strano che le prime staffette inviate non siano arrivate a destinazione. Avuto notizia che una colonna tedesca mar­ciava verso Genova, abbiamo subito dato ordine, alla brigata che avevamo fatto sostare sulle alture della città, di marciare verso Ge­nova. Noi ci siamo preoccupati soprattutto di garantire le S.A.P.

in caso di attacco tedesco alle loro spalle. Credo che nessuno potrà fare appunti al comando della VI zona.

Vice Comandante del C.R. — specifico che io ho detto solo che i partigiani sono arrivati un po’ in ritardo su quanto previsto dal C.R.

Comandante Gino — Abbiamo avuto ordine dagli Alleati di attaccare a Tortona, ordine giunto con precedenza su quello del C.R. Canevari — per quanto riguarda la situazione attuale, questa si esaminerà fra i comandi designati. Per conto mio si può stare tran­quilli perché quelle poche forze nazifasciste che ancora resistono, saranno efficacemente battute da sapisti e partigiani. Un problema urgente è piuttosto quello di una pronta epurazione. Ho visto tra le S.A.P., ed anche ora in prefettura, molte persone estranee al movi­mento e sospette. Sono queste persone che lanciano allarmi ine­sistenti.

Vice Comandante del C.R. — si teme che gli uomini di Pisano cerchi­no di infiltrarsi fra i partigiani. Il C.R. emanerà disposizioni in me­rito, perché queste forze fasciste possono creare disordine anche all’arrivo degli alleati.

Presidente Scappini si era invitato a questa seduta anche il Co­mando Piazza. L’opera svolta dal comandante è stata buona, però tale comando era troppo gravato da una mole di lavoro che non era prevista. Questa questione sarà esaminata in tempo opportuno. In questo momento si presenta l’urgente necessità di far fronte alla situazione.

A nome del C.L.N. prego i rappresentanti del C.R. di riunirsi col comando zona e col comando piazza; a tal uopo li prego di por­tarsi subito alla sede del comando piazza.

Successivamente in serata il comando manderà un suo rappre­sentante al C.L.N. per comunicare la situazione e le misure che ha predisposte.

 

IL PREFETTO ALLA CITTADINANZA

GENOVESI,

In nome del Comitato di Liberazione Nazionale per la Liguria, assumo le mie funzioni nell’ora più solenne che Genova abbia mai vissuto.

È forse la prima volta nella storia che un esercito si arrenda ad un popolo che insorge.

È per la fede in voi e per il diritto che avevate a risorgere dopo tanti sacrifici e tanti dolori, che il Comitato di Liberazione Nazionale per la Liguria ha diretto la lotta in cui Genova ha dato la prova a tutto il mondo del suo indomabile spirito di indipendenza e della sua maturità politica.

La nuova democrazia è ora in cammino.

La concordia che, vi ha uniti nel combattimento e nella vittoria, è la migliore garanzia per compiere le opere di ricostruzione dopo tanto male materiale e morale.

Il coraggio e il sacrificio delle forze partigiane e patriottiche, esigono che le opere di pace siano degne della generosa lotta lunga e vittoriosa.

Riprendiamo il lavoro, guardando all’avvenire.

Il PREFETTO
Errico Martino 

Genova, 26 aprile 1945

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NUOVE CARICHE

          Il sindaco, per suggerimento del C.L.N., ha proceduto alle se­guenti nomine, in data 26 aprile 1945:

Commissario Amm.ne Ospedali: Tito Albites; Commissario Cassa di Risparmio: Comm. Pietro Gotelli – Vice-comm. Avv. Guido TriulziPresidente Opere Pie: Ing. Angelo Invernizzi; Commissario Amm.ne Gas & Acquedotti: Ing. Andrea Vicari; Commissario Amm.ne Case Popolari: Avv. Narsete Machiavelli; Commissario Amm.ne Tram: Avv. Umberto Lasagna.

Sono stati inoltre nominati, sempre in data 26 aprile 1945:

Commissario Coop.va Garibaldi: Avv. Dante Bruzzone; Commissario Ente Cooperazione: Presidente: Arecco Luigi – Vice Pres. Ceroni Angelo.

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12) Da WEB:

Paolo Emilio TAVIANI, culturaprofessionale.interno.gov.it/…/1260/instrumenta_24_11_taviani… · PDF file (sito visitato nell’agosto 2021)

            A questo punto non avendo a disposizione altri verbali del C.L.N. di Genova sono costretto a rivolgermi ad altre fonti. Per esempio, a quelle autorevoli di P.E. Taviani e alla sua “Breve storia dell’insurrezione di Genova” (quinta edizione, Roma 1960, pp. 1113/1118) attraverso cui si può apprendere che tutto non aveva avuto fine alle ore 20 del 25 aprile 1945, ma che nella notte tra il 24/25 aprile avvenne che:

             [… il generale Meinhold, dalla casa del Cardinale, mediante parziali sbloccamenti dei telefoni, che erano fin dal primo momento in mano dei patrioti, poteva comunicare la notizia della resa ai vari presidi tedeschi della città. La mattina, alle ore 9, io avevo la gioia di dare per radio la grande notizia, a nome del Comitato di Liberazione. Uscivano, contemporaneamente, i giornali dei sei partiti con il prezioso documento della resa.

         La città s’imbandierava; tutto pareva finito. Malauguratamente, invece, non tutti i presidi obbedirono al generale. Cessarono di combattere i presidi di Principe e di Negro, e fu questo un grande vantaggio per i collegamenti fra il centro della città e Sampierdarena. Ma non posarono le armi la marina del porto, né le truppe di Nervi, di Via Giordano Bruno, di San Benigno. Il Comando della marina, anzi, mandò in prefettura, proprio mentre si stava svolgendo la cerimonia d’insediamento del nuovo prefetto, due ufficiali, che dichiararono di aver condannato a morte Meinhold, secondo gli ordini di Hitler, e d’essere pronti a bombardare la città con le batterie pesanti di Monte Moro, se gli insorti avessero persistito nei loro attacchi. D’altra parte, si presentava la minaccia della colonna tedesca che, proveniente dalla Spezia, aveva raggiunto, sia pure assottigliata, i pressi di Rapallo. In complesso, mentre il settore occidentale appariva ormai tranquillo, nel settore orientale si avvertivano sintomi di maggiore resistenza e di un pericoloso coordinamento dell’azione nemica.

            Alle ore 14 del 26, due cacciatorpediniere inglesi, giunti dinanzi alla città, aprivano il fuoco contro le batterie di Monte Moro, le quali rispondevano; alcuni colpi sbagliati danneggiarono delle case cittadine. Risuonarono ancora le sirene. Sulla città in festa si stendeva un velo di tristezza; tutti credevano che i tedeschi avessero messo in atto il loro insano proposito.

            Ma, ormai cominciavano a sfilare per le strade cittadine i reparti dei partigiani. Armati, equipaggiati, magnifici, sfilavano, cantando, i giovani, che, per lunghi mesi, sulle pendici dell’ Antola, nei paesi dell’alta Trebbia e dell’alta Scrivia, avevano sognato questo momento. Rinforzate dai partigiani, le squadre del centro cittadino portavano l’ultimo attacco decisivo contro le truppe tedesche del porto, e queste finalmente si arrendevano, sia pure con l’onore delle armi.

            Una lunga fila di 1200 tedeschi percorreva, così, le vie della città, inquadrati da pochi borghesi male armati. Questo fatto dava a tutta la cittadinanza la sensazione immediata di quello che al mattino io avevo avuto l’onore di dire alla radio, annunciando la resa di Meinhold: «per la prima volta nella storia di questa guerra, un corpo d’esercitosi è arreso a un popolo».

            Gli avvenimenti precipitavano. Anche il presidio di via Giordano Bruno si arrendeva. La colonna tedesca, proveniente dalla Spezia, era battuta e fatta prigioniera dai partigiani calati da Uscio sulla litoranea. Le poche colonne tedesche, che erano riuscite, nella notte fra il 23 e il 24, a sortire dalla città, erano attanagliate e disperse sugli Appennini, prima di giungere nella Valle Padana. Con la via libera dinanzi a loro, senza alcun intralcio di distruzioni, le truppe americane, compivano, in due giorni, i 120 chilometri fra Spezia e Genova, che i piani avevano previsto percorribili soltanto in 10-15 giorni.

            La sera del 26, avanguardie americane giungevano a Nervi. Un ufficiale di accompagnamento italiano [N.evb.: che sappiamo essere il Capo di S.M. della “Coduri” Bruno Pellizzetti aggregatosi a Chiavari, quale guida, alle truppe americane dirette a Genova, via Fontanabuona, Ge-Sturla.], che era con loro, mi disse poi “…che tutti avevano gli occhi stralunati ed erano rimasti come inebetiti dinanzi alla visione del primo tram in moto e delle case illuminate; per la prima volta una città liberata si presentava a loro nelle sue condizioni normali di vita” (Vedi, Fasc.20-Doc.02:I contributi della divisione Coduri…).

            La mattina del 27, il grosso delle truppe americane entrava in città. Il Generale Almond si recava a far visita al Comitato di Liberazione Nazionale, e dava testimonianza che Genova aveva compiuto cose prodigiose, che gli Alleati non avrebbero potuto non tenere nel debito conto nel loro giudizio sull’Italia. Intanto, dinanzi alle squadre cittadine ancora in armi, cadeva l’ultimo presidio di San Benigno; mentre la batteria di Monte Moro – unico reparto superstite del grosso corpo d’esercito tedesco operante nella provincia di Genova si arrendeva alle truppe americane.

            Così terminava l’insurrezione di Genova. Certo la più brillante, anche se fortunata, insurrezione cittadina di quante (da Parigi a Varsavia a Belgrado) si siano avute in questa guerra.

            Il peso di questa insurrezione nel corso generale della guerra in Italia è evidente. Due divisioni tedesche, che avrebbero potuto ritirarsi sul Po, difendere Milano e Torino, e organizzarsi poi sull’Adige, venivano invece distrutte o disperse da un popolo in armi e dai partigiani.

            Milano poteva così insorgere, senza preoccuparsi che sopraggiungessero truppe tedesche dal sud; d’altra parte, le divisioni tedesche del Piemonte rimanevano isolate, e più facilmente potevano essere battute dai forti contingenti partigiani delle Langhe e delle Alpi.

            300 morti e 3000 feriti furono il contributo di sangue che Genova pagò per la sua insurrezione. Ma fra tutte le morti di una guerra per noi inutile e rovinosa, queste sono state certo le più preziose, perché hanno riscattato l’onore d’un popolo, che sembrava smarrito nelle ore infauste dell’8 settembre.

            L’Italia è ancora una nazione vinta. Sarebbe follia pretendere di cancellare, con due giornate eroiche, gli errori di ventidue anni; ma non è follia ritenere che, se il popolo genovese e italiano ha molto perduto, esso non ha perduto, ma soltanto smarrito l’8 settembre, e poi ritrovato nelle radiose giornate di aprile, il suo onore, la coscienza delle proprie possibilità, il proprio posto nell’ambito dei popoli civili».

Chi era Paolo Emilio TAVIANI (dal Sito del Senato della Repubblica Italiana):

Paolo Emilio Taviani [1935 – 2001], nato a Genova il 6 novembre 1912. Nell’università del capoluogo ligure studiò e poi insegnò presso la cattedra di storia delle dottrine economiche (laureato oltre che in economia, in legge, scienze sociali e filosofia).
Dal 1931 al 1934 fu presidente della Fuci, l’organizzazione degli universitari cattolici. Per le sue posizioni antifasciste, nel ’43 fu posto al confino di polizia. Nell’estate di quell’anno, Taviani organizzò a Genova la fusione tra i Cristiano Sociali e i superstiti del Partito Popolare. Fu tra i fondatori del Cnl di Genova, durante l’occupazione tedesca, e rappresentò le formazioni cattoliche nella resistenza. Taviani fu uno dei tre dirigenti dell’insurrezione della città che costrinse alla resa un intero corpo d’armata nazista, prima dell’arrivo degli alleati. Il racconto di quelle giornate dell’aprile del ’45 è contenuto nel suo libro «Breve storia dell’ insurrezione di Genova». Alla fine della guerra Taviani fu tra i fondatori della Democrazia Cristiana.
Fu eletto alla Costituente e da allora è sempre rimasto in Parlamento. Della Dc Taviani è stato prima vicesegretario (dal ’46 al ’48) e poi segretario nazionale (dal ’48 al ’50). Dal giugno del 1950 rappresentò l’Italia ai lavori per la stipula del Piano Schuman; al governo arrivò nel luglio del 1951, come diretto collaboratore di Alcide De Gasperi (fu nominato suo sottosegretario agli Esteri): per cinque anni, dal ’53 al ’58, ebbe la responsabilità continua del dicastero della Difesa. Fu poi ministro delle Finanze (dal ’59 al ’60), del Tesoro (dal ’60 al ’62), dell’Interno (dal ’62 al ’68), del Mezzogiorno (dal ’68 al ’72), del Bilancio (dal ’72 al ’73) e, infine, di nuovo dell’Interno (dal ’73 al ’74).
Finita l’esperienza ministeriale, Taviani fu mandato dal partito al Senato nel 1976. Vicepresidente dell’ Assemblea, nel ’91 fu nominato da Cossiga senatore a vita. L’ultima apparizione pubblica di Taviani risale al 30 aprile 2001, quando presiedette la prima seduta dell’ Assemblea di Palazzo Madama della nuova legislatura.

Al contenuto desunto dal sito del Senato della Repubblica, per rimanere in qualche modo collegati ai fatti inerenti la Liberazione di Genova, non si può tralasciare di dire che P.E. Taviani è stato senz’altro uno dei maggiori protagonisti di quegli avvenimenti: per essere, in primis, uno dei fondatori del C.N.L. di Genova (ivi costituitosi il 27 luglio 1943) e rimanendovi come membro effettivo, quale rappresentante della D.C. fino alla fine. Ed ebbe pure continui e stretti rapporti con la Curia Arcivescovile di Genova, con le formazioni partigiane cattoliche, nonché con le maestranze e ai ceti produttivi appartenenti a tale area. E fu più antistaliniano che anticomunista tout-court. Inoltre la maggior parte dei verbali delle sedute del C.N.L. riportati sopra sono opera sua o ricavati da suoi appunti scritti durante lo svolgersi delle sedute stesse. 

Interessanti sono anche i suoi appunti riferiti al C.N.L. genovese, da p. 1093 a p. 1096, della sua “Breve storia dell’insurrezione di Genova” di cui si parla più sopra: 

        Il Comitato di Liberazione Nazionale si è costituito a Genova il 27 luglio 1943.
        Vi partecipavano i appresentanti del Partito d’Azione, del Partito Socialista, della Democrazia Cristiana, del Partito Comunista, a cui tosto si unirono anche i rappresentanti del Partito Liberale. Nel maggio del 1944 entrò a far parte del C.L,N. anche il Partito Repubblicano. Durante i 45 giorni badogliani, l’attività del C.L.N. di Genova fu volta soprattutto a far giungere al governo di Roma la voce del popolo ligure, che chiedeva una più efficace epurazione del fascismo e una immediata cessazione delle ostilità con le Nazioni Unite.

        Il C.L.N. di Genova prevedeva che la situazione non sarebbe stata facile al momento dell’armistizio, e per questo propugnava, appunto in una seduta del 7 settembre, che il popolo fosse chiamato a difendere la città contro la prevista occupazione tedesca.
         Le truppe naziste, infatti, durante il periodo badogliano, si erano collocate nei punti strategici più importanti, sulle alture che circondano Genova, e avevano? occupato le posizioni migliori del porto.
        Giunse, la sera dell’8 settembre, la notizia dell’armistizio. Il Comitato si poneva a disposizione del prefetto Letta, per qualsiasi evenienza; la mattina del 9, i membri del C.L.N. si recavano personalmente all’albergo Bristol dal prefetto, ma ormai non c’era più nulla da fare. Gli avvenimenti precipitavano. I reparti germanici sfilavano cantando in via XX Settembre, mentre lunghi convogli di autocarri, carichi di prigionieri dell’esercito regio, si avviavano ai campi di concentramento.

        Nella notte fra 1’8 e il 9 settembre, i tedeschi si erano impadroniti della città, del porto e delle alture circostanti. Mentre i tedeschi mettevano in atto i loro piani, da gran tempo predisposti, i nostri soldati, senza alcuna consegna, bighellonavano sino a tarda sera in libera uscita.
Facile riusciva ai germanici disarmarli e catturarli. Il popolo diseducato e impreparato, anziché combattere, si era abbandonato a intempestive manifestazioni di gioia.

         Cominciava un triste periodo della nostra, storia. Triste, ma non disonorante, perché, accanto all’oppressione nazista, ai tradimenti di pochi fanatici e di qualche incosciente, alla vigliaccheria e alla debolezza di alcuni, si deve contare all’attivo di questo periodo la magnifica opera che, all’ombra della cospirazione, hanno compiuto le più belle menti e i più bei cuori di Genova e della Liguria tutta. Il Comitato di Liberazione Nazionale cominciò ad agire cospirativamente. Dalle case sinistrate alle sacrestie, ai conventi, poi negli alloggi privati di persone non sospette, nelle garçonnières, nelle umili case di lontani sobborghi: per venti mesi il Comitato si radunò, due, tre volte la settimana, braccato dalla polizia, dalle S.S., dai fascisti; sorvegliato e protetto da uomini fidi -ex carabinieri, operai, giovani studenti inquadrati nelle squadre di città; servito per l’opera di segreteria e per i collegamenti – da tre sole persone: una signorina abile e coraggiosa fungeva da stenografa; un’altra signorina, dall’aspetto sereno e insospettabile, teneva i collegamenti; e un giovane di 25 anni, sopportava, con abnegazione eroica, quasi tutto il peso e il rischio dell’organizzazione delle adunanze e della segreteria.

         Volta a volta, quasi tutti i membri del C.L.N. furono rintracciati dalla polizia e dalle S.S.
        Uno, l’avv. Lanfranco, fu deportato e ucciso; altri furono deportati, altri arrestati, tutti ricercati. Dei presenti l’8 settembre, soltanto l’autore di queste pagine e l’avvocato Errico Martino, che fu prefetto della provincia di Genova immediatamente dopo la liberazione, ebbero le ventura di poter continuare la loro opera, sia pure attraverso difficoltà inimmaginabili, fino al momento della insurrezione finale.

        Troppo lungo sarebbe tracciare la storia dell’attività svolta nella città di Genova e in Liguria durante il periodo cospirativo. Basti accennare a un riuscito sciopero dei tram nel dicembre ’43; alla propaganda svolta a mezzo della stampa, prima, e poi, dopo la fucilazione dello stampatore Giovanni Bertora, a mezzo di materiale ciclostilato; alla organizzazione delle squadre cittadine e delle divisioni partigiane, prima direttamente dipendenti dai Partiti e dal Comitato, poi coordinate in un Comando Militare Regionale Ligure, di cui fu comandante il generale Cesare Rossi, e, dopo il suo arresto, che doveva concludersi nella tragica morte, il generale Enrico Martinengo.

         Al momento della vittoria finale, dipendevano da questo Comando 15.000 uomini, bene equipaggiati e armati, ripartiti in quattro zone su tutta la cresta appenninica ligure. Il Comando della 6a zona che, pure spostandosi continuamente, aveva sempre gravitato attorno al massiccio dell’Antola, era il più vicino alla città di Genova, e gli competevano perciò il grave compito e l’onore di coordinare la preparazione militare con l’insurrezione cittadina. Comandava la 6a zona il colonnello Miro – adusato alla guerra partigiana – e ne era vice comandante Canevari  – (avv. Lasagna) – riparato sui monti della città, nonostante i suoi non più verdi anni e le sue abitudini signorili.

        La storia della vita partigiana non può essere trattata in queste poche pagine: fu storia di eroismi e di sacrifici, di rastrellamenti feroci, di assalti, di colpi di mano, di azioni intrepide e gagliarde. Fu la storia di sofferenze inaudite, specialmente durante i due freddi inverni, finché -e questo avvenne solo nel gennaio 1945 -non fu paracaduta nella 6a zona una missione angloamericana, che fece pervenire le armi e gli equipaggiamenti. Allora l’esercito partigiano si trasformò nell’aspetto, pur conservando lo spirito di sempre: quello dei Laghi del Gorzente, allorché nella primavera del ’44 più di cento uomini venivano uccisi e una intera brigata, lacera e male armata, fu sopraffatta dalla concentrica azione di migliaia di tedeschi e fascisti, forti di carri armati, lanciabombe e aeroplani; quello del primo sparuto gruppo che attorno a un tenente degli alpini doveva poi diventare il leggendario Bisagno, si era costituito, fin dall’8 settembre, sui monti di Barbagelata e di Fontanigorda. Mentre i partigiani combattevano sui monti, in città si lavorava in mezzo a difficoltà di ogni sorta, per aiutarli, alimentarli. Equipaggiarli e provvederli di denaro. Al tempo stesso, si preparava, moralmente e materialmente, il popolo alla resistenza attiva e all’insurrezione […].                                                                                                                                                                         Paolo Emilio Taviani

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