All’origine della diserzione nel Levante Ligure

Fasc. 40 – Doc. 5 – By Elio V. Bartolozzi: “All’origine della diserzione: Coduri e Monterosa a confronto nel Levante ligure”. Articolo con pari titolo apparso sul N° 1/2014 (Anno XXIII) della Rivista semestrale Storia e Memoria, ed. ILSREC, Genova, pp. 167-187, dedicato a “Liana Millu, a cento anni dalla nascita”.

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Liana Millu 1914-2005, scrittrice e giornalista ebrea, espulsa dalla scuola e dal mondo giornalistico in seguito all’emanazione delle leggi razziali del 1938, dopo l’Armistizio del 1943 aderisce alla Resistenza entrando a far parte dell’organizzazione genovese Otto. Arrestata a Venezia nel marzo 1944, viene internata prima nel Campo di concentramento di Fossoli e poi, a maggio, deportata ad Auschwitz. Indi, a novembre, spostata a Ravensbrück e poi a Malkow, dove, essendo una delle poche sopravvissute, viene liberata dagli Alleati il 30 aprile 1945.

A Genova, dove si stabilirà una volta libera, riprenderà la sua vecchia attività di maestra di scuola, e parallelamente anche quella di giornalista collaborando con varie testate giornalistiche a tiratura nazionale. Ma soprattutto, diventa una strenua testimone dell’inferno dei lager nazisti, rivolgendosi in particolar modo ai giovani attraverso la scuola e sfruttando ogni altra possibile occasione le capiti.

Il suo libro, intitolato “Il fumo di Birkenau”, scritto nel 1947 e tradotto in tutte le principali lingue del mondo, è senz’altro una delle esperienze più intense e vissute della drammatica realtà della deportazione femminile avvenuta durante l’ultimo conflitto.

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Diserzione: in tempo di guerra, un reato che porta dritti alla fucilazione. Da qui il significato doloroso, drammatico che accompagna la parola. Disertore è colui che abbandona il campo e tradisce i compagni; tanto basta a rendere il ter­mine sgradevole anche a quanti condividano le sue ragioni. La storiografia della Resistenza e quella repubblichina hanno a lungo avuto difficoltà ad affrontare il tema della diserzione: lo scambio di fronte o il semplice abbandono del campo per far causa a sé. Non è un caso se all’epoca il comando del Corpo Volontari della Libertà sollecitava le formazioni partigiane a chiamare “patrioti”, invece che ribelli o partigiani, i propri componenti. Così l’eventuale cambiamento di fronte da parte dell’avversario diventava un atto di patriottismo. Al contrario i fautori di Salò consideravano i disertori traditori della patria. Entrambe le fa­zioni si dichiaravano le sole rappresentanti della “patria”: la Resistenza com­batteva per fondarne una nuova mentre Salò difendeva quella proclamata dal fascismo di cui si dichiarava erede.

Non casuale l’imbarazzo, durato diversi anni dopo la fine della guerra, ad affrontare il tema. La letteratura di Salò non era incline ad aprire il libro sulle diserzioni: ammetterle significava prendere atto dell’alto numero di diser­tori nelle sue fila, del reclutamento forzato della maggior parte degli uomini, delle condizioni penose dell’addestramento ricevuto in Germania da ufficiali tedeschi, dei contrasti tra truppa e ufficiali provenienti dai ranghi mussoliniani dell’esercito e, infine, dell’accoglienza, tutta da dimenticare, al momento del rientro in Italia. Sul fronte opposto, quello resistenziale, non v’era minore disagio. Se la scelta della “parte giusta” era il frutto di un lungo sotterraneo filo rosso e segrete incubazioni – necessari ad avvalorare la continuità tra la guerra partigiana e l’antifascismo storico – l’arrivo tra i partigiani di giovani provenienti dai corpi di Salò o di ufficiali di altri corpi militari richiedeva laboriose spiegazioni. Oscillazioni e ripensamenti faticavano a trovare posto in una realtà che si voleva leggibile per tratti netti. Ci sono voluti anni per venirne a capo. Tra i primi a rompere il silenzio, sul lato partigiano, Bocca nel 1966 (Nota1 G. Bocca, Storia dell’Italia partigiana. Settembre 1943-Maggio 1945, Laterza, Roma-Bari, 1966.e Pansa nel 1969; (Nota2  G. Pansa, Lesercito di Salò nei rapporti riservati della GNR, 1943-44, INSML, Milano, 1969.) su quello di Salò, Cornia nel 1971. (Nota3 C. Cornia, Monterosa. Storia della divisione alpina Monterosa della RSl, Ed. Del Bianco, Udine, 1971.) La svolta deci­siva è arrivata a partire dalla fine degli anni Ottanta e poi dagli anni Novanta, quando in Italia sono mutati i rapporti tra i partiti politici e l’antifascismo ha cessato d’esserne l’attestato di legittimità costituzionale.

La perdita d’importanza politica dell’antifascismo ha avuto tra le sue con­seguenze quella non sgradita di liberare gli storici dalle ipoteche partitiche che, pur diminuite nel corso degli anni precedenti, non erano mai cessate del tutto. Una buona occasione per prendere o riprendere in mano materiali – ad esem­pio quelli relativi alle diserzioni e ai passaggi da Salò ai partigiani – rimasti a lungo in ombra. Occasione, per quanto mi riguarda, anche per fare i conti con i miei ricordi di ragazzo, quando nel 1944 avevo 8 anni e vivevo a Santa Mar­gherita di Fossa Lupara, frazione rurale di Sestri Levante, teatro quotidiano delle gesta della banda di ragazzi di cui facevo parte, una dozzina tra i 6 e gli 11 anni, a caccia di giochi e di frutta… Qui e in altre zone vicine si era inse­diato, tra la fine del mese di luglio e il 10 settembre 1944 (in tende a S. Mar­gherita di Fossa Lupara, in gallerie nella vicina Trigoso, in strutture fisse – bunker, postazioni anti aeree, ecc. a Riva Trigoso e a Punta Manara) il Batta­glione Tirano della Divisione Monterosa. (Nota4  II Battaglione “Tirano” della Monterosa rientra in Italia, da Münsingen (Germania), verso la fine di luglio 1944 con destinazione Sestri Levante. Verso il 9-10 settembre 1944 viene sostituito dal Btg Morbegno e trasferito a Cesana Torinese dove rimase fino alla fine del conflitto. Nel periodo della sua permanenza a Sestri Levante subisce numerose diserzioni, con conseguenti condanne a morte di diversi suoi alpini catturati mentre stavano fuggendo dai loro reparti per aggregarsi ai partigiani. Diserzioni che continuarono anche dopo, col Btg Morbegno, e le altre unità della Monterosa variamente dislocate sul territorio dove già operava anche la Coduri.) Non è casuale se di quanto accadde nelle settimane successive all’arrivo della Monterosa conservi ancora oggi un ricordo preciso, quasi fisico.

Il primo risale al 4 agosto 1944, quando lungo il rio La Valletta, nella vicina Villa Zarello, venne fucilato per diserzione, il caporale Vittorio Grasso, bresciano. Quindici giorni dopo, il 19, sulla stessa piazzola dov’era avvenuta la sua esecu­zione furono fucilati, sempre per diserzione, Rino Gualandi, Gino Mantovani, Termine Mercatelli, Rolando Nardini e Raul Travasoni, tutti originari di Argenta. (Nota5 Sulla fucilazione del 19, cfr. la testimonianza del caporal maggiore della Monterosa Peloni Erminio che, nel suo diario online (http://www.italia-rsi.org) in corrispondenza di tale giorno annota, senza apparente emozione: “8.30/10.30 foto, 12.30 rancio, lavori galleria, 16.30 adunata BTG a S. Vit­toria per la fucilazione di 5 alpini del Morbegno [invece appartenenti al Tirano; del Morbegno era solo il plotone di esecuzione.(n.d.a.)], 19.30 esecuzione sentenza, 20 ritorno, rancio”.)  

Di quel giorno ricordo l’eccezionale via vai di truppe, il rinforzo dei posti blocco dove alpini e tedeschi fermavano e impedivano a tutti, specie a noi ragazzi – stavamo tutti nelle vicinanze – di avvicinarci al luogo dell’esecuzione, una piazzola al centro delle tende del battaglione Tirano, e poi del battaglione Morbegno quando, a settembre, il Tirano venne trasferito in Piemonte. Un posto che conoscevo bene perché spesso con i fratelli e mia madre ci andavamo per legna. Del susseguirsi delle uccisioni non si riusciva a capire le ragioni. Colpiva la crudeltà e il disprezzo riservato ai resti dei fucilati: i pali, dov’erano stati legati, lasciati a lungo sul posto, scheggiati e insanguinati; di uno, divelto, si diceva che il condannato si fosse divincolato prima di morire. Alle spalle della piazzola dov’erano stati allineati i pali dei fucilati, oltre un piccolo rio dove spesso durante i nostri giochi andavamo a dissetarci, s’inerpicava ripida la collina. Qui avevamo scoperto brandelli di carne e di indumenti insanguinati, effetto delle pallottole che avevano attraversato o lambito i corpi dei condannati. Non avevamo visto ma bastava per capire; avevo vomitato e da allora nessuno di noi si era più avvicinato alla roggia per bere. A questo si erano aggiunte le voci sullo scempio dei corpi abbandonati a terra nei pressi del cimitero parrocchiale dove altre mani li avevano poi composti e seppelliti. Mia madre – mio padre era già morto – aveva capito il nostro orrore. Mai avvicinarsi a quei militari – aveva intimato – e mai accettare quello che venisse offerto da loro.

«Sono gentaccia che da quando sono arrivati non hanno fatto altro che ammazzarsi tra loro».

Per noi ragazzi, da quel giorno gli alpini erano diventati i cattivi, gente cui era meglio starsene lontani.

Da allora porto con me almeno un altro ricordo cocente: la fucilazione il 13 marzo 1945, a poche centinaia di metri da casa mia, di due alpini “disertori”  (Nota6 i partigiani Arturo Arosio “Aquila”, nato il 24/5/1925 a Lissone (MI), ed Emanule Giacardi “Tarzan”, nato il 7/11/1925 a S. Maria del Tempio (AL). Il primo ex alpino della Monterosa confluito nella Centocroci, catturato durante un precedente rastrellamento, che si trovava nelle carceri di Chiavari per scontarvi i 30 anni di detenzione a cui era stato condannato per diserzione. Il secondo, anche lui disertore della Monterosa confluito nella Coduri e catturato durante un rastrellamento, si trovava nelle carceri di Chiavari in attesa di processo.) e di quattro partigiani, fucilati per rappresaglia dopo l’uccisione di un tenente della Xa Mas. Le Brigate nere erano schierate tutto attorno a centinaia, minacciose, come se cercassero tra la gente del posto gli autori dell’uccisione del tenente. Dall’uscio di casa mia, dov’ero appostato, vedevo le loro teste che spuntavano dal muro di cinta di una proprietà di cui anche noi eravamo affittuari.

Ero solo un bambino ma ricordo i loro sguardi e i loro gesti pieni di odio e di disprezzo. Mia madre, appena se n’era accorta, m’aveva richiamato in casa e chiuso la porta. Poi arrivò la notizia dell’eccidio ed entrai in confusione. Non solo io: nessuno sembrava sapere bene cosa fare. Piangere e imprecare, questo sì. Chi si era incaricato di ricomporre i corpi dei partigiani fucilati aveva rac­contato dello stato in cui erano stati in precedenza ridotti dalle torture; bru­ciature sul corpo, unghie strappate. Alcuni di loro erano giovani della zona. Prima di allora io non avevo mai visto piangere insieme tanta gente in modo così irrefrenabile. C’era chi urlava, chi bestemmiava, chi malediceva.

A quell’orrore, alla prima scoperta del male nella sua versione irreversi­bile, devo probabilmente l’impegno con cui ho cercato di ricordare e scrivere dei partigiani. (Nota7 E.V. Bartolozzi, Virgola, l’operaio divenuto comandante partigiano e liberatore del Tigullio, Università Pop. di Sestri Levante, 1971; serie di articoli su La Resistenza nel Tigullio e il suo entroterra, in “Lavoro Nuovo”, 13/3/1975-25/4/1975; e  Memoria addomesticata. Note sulla morte di Rodolfo Zelasco, in “Studi e ricerche di storia contemporanea”  n. 76, 2011, pp.79-88, ISREC Bergamo).
Ma per anni, esperienze e ricordi di ragazzo sono rimasti confi­nati alla mia storia personale, il campo dei sentimenti che hanno segnato e in­dirizzato la mia vita. Come se i fatti a cui si riferivano non richiedessero – come qualsiasi fatto storico – una analisi e una critica che li mettesse in relazione con altri che invece una storia l’avevano avuta con tanto di libri importanti: la for­mazione delle bande partigiane, l’angoscia di tanti giovani di fronte al richiamo alle armi da parte di Salò, il terrore provocato sulla popolazione dalle fucilazioni e dalla violenza di un corpo militare, che indossava una divisa storicamente cir­condata da rispetto, lo stupore di fronte a una violenza che appariva inaudita. Anche le parole che allora e in seguito si erano usate per alludere a quei fatti – traditori, ribelli, disertori — avevano qualcosa di speciale che faticava ad entrare nell’economia dello scontro militare. Termini che non a caso la storiografia an­tifascista, come quella di Salò, aveva mostrato difficoltà a sciogliere nell’eco­nomia più generale dello scontro di quei mesi. Penso sia stata questa la princi­pale ragione se per tanto tempo i miei ricordi si sono sottratti ad un ripensa­mento.

L’occasione è venuta a partire dalla fine degli anni Settanta. A Sestri Le­vante, dove abito fin dall’infanzia e dove ho trascorso la mia vita di mac­chinista delle ferrovie, aveva operato dal 1944 una formazione partigiana, la Coduri. Aveva goduto di una popolarità e prestigio tali da costituire il nocciolo politico della maggioranza di sinistra che dalla Liberazione aveva ammini­strato il Comune sino all’avvento del centro-sinistra. Una popolarità che fa­ceva tutt’uno con quella del suo comandante, Eraldo Fico “Virgola” (n. 1915). (Nota8 Eraldo Fico “Virgola” è nato a Sestri Levante il 13 settembre 1915. All’età di nove anni perde il padre e rimane solo con la madre e due fratelli più giovani di lui. Ancora ragazzo, viene assunto dai Cantieri del Tirreno di Riva Trigoso alle cui dipendenze rimane al 1936, anno in cui è chiamato a prestare servizio di leva. Richiamato alle armi nel 1940, viene inviato sul fronte francese. Poi su quello greco-albanese, dove rimane ferito ad una gamba. Terminata la convalescenza, torna al fronte e vi rimane fino al 1942, anno in cui viene posto in congedo. L’ 8 settembre 1943, è quindi a Sestri Levante dove, assieme ad altri compagni inizia, con la banda “Virgola” (poi div. Coduri), l’organizzazione della Resistenza nella zona del Tigullio. Terminata la guerra, forma la sua famiglia, ed è nel recarsi al lavoro che la mattina del 22 dicembre 1959, poco distante da casa sua, che trova la morte in un tragico incidente stradale. Decorato di Bronze Star.) Fisico possente, sguardo buono, “Virgola” aveva la prudenza di chi la guerra l’aveva fatta davvero: in Iugoslavia dove aveva visto all’opera i partigiani e combattere i tedeschi. Sapeva che il suo primo compito sarebbe stato quello di proteggere i suoi uomini, aiutarli a crescere. Questi avevano condiviso e così era diventato il capo indiscusso. All’indomani della Liberazione aveva subito i processi che avevano perseguitato anche altri partigiani ma ne era uscito a testa alta. Sua era stata l’idea, alla vigilia dell’estate del 1959 raccogliere materiali per la storia della Coduri. Era tempo di farlo, aveva detto, prima che tante storie fossero dimenticate. Lo stesso anno un incidente stradale aveva messo fine alla sua vita e del progetto non si era più parlato.

Così fino al “Raduno Partigiani Divisione Coduri” tenutosi a Sestri Levante tra il 5 e il 12 giugno 1977, a 18 anni di distanza, quando presso l’ANPI di Sestri Levante era sorto il “Comitato operativo per la Storia della Coduri”. Aveva il compito “in attesa di designarne l’estensore” di provvedere alla raccolta della indispensabile documentazione. Ebbe allora inizio – protraendosi sin 1980 – la raccolta di testimonianze relative alla Coduri, dalla sua formazione al collegamento con la Cichero – formazione madre nel Genovesato di Levante – ai suoi spostamenti, alle difficoltà del mantenere un gran numero di uomini su un territorio relativamente modesto e in vicinanza delle linee nemiche. La novità rispetto ad altre simili raccolte di fonti sta nel rilievo che l’inchiesta, portata avanti da Minetti Antonio, (Nota9  Antonio Minetti “Gronda”, nato a Casarza Ligure il 14/11/1920. Marinaio di torpediniera nel giugno 1943 viene esonerato dal servizio militare perché dipendente dei Cantieri di Riva Trigoso considerati stabilimenti strategico-militari. Nel maggio del 1944 entra a far parte della Coduri, dove rimane fino alla Liberazione ricoprendo sempre ruoli di comando. Nel dopo guerra fu uno dei più attivi membri del Comitato per la “Storia della Coduri”, per il quale raccolse materiali che depositò nell’archivio della Coduri. Archivio che fino a quel momento, e per quasi tutti gli anni Ottanta, era conservato presso l’ufficio di Silvio Fico in via della Pergola 26. Nel 2012, però, l’archivio risultava essere stato affidato ad uno studente di cui non ci si ricordava più il nome, che stava scrivendo una tesi di laurea. Nessun’altra informazione utile dall’ANPI di Sestri Levante.)  riservava alle diserzioni dalla Monterosa e in particolare ai rapporti tra partigiani e popolazione locale da un lato e alpini oc­cupanti. Una intuizione utile a mettere in luce i legami tra la Coduri e il terri­torio dove operava; importante per restituire la complessità anagrafica, morale e politica della opposizione alla guerra di Mussolini. Per parlare di rapporti tra i partigiani e popolazione o tra partigiani e occupanti era necessario metterli a fuoco nella concretezza dei casi e dei loro protagonisti.

Furono così prodotte e depositate fonti interessanti ma anche interessate che richiedono pertanto una lettura critica. Capita infatti che i protagonisti delle storie vi siano ricordati con codici militari – “collaboratore di fondovalle”, “mem­bro delle SAP” ecc. – ufficializzati solo in epoca successiva ai fatti citati; o che la qualifica di “partigiano” sia attribuita a persone che dormivano e mangiavano a casa loro o avevano una attività stabile in campagna o in uno stabilimento. Così come lascia perplessi il riferire alle direttive politiche di partito – delle cui strut­ture c’è solo una labile traccia – gesti, comportamenti ed iniziative politiche di persone comuni, operai, contadini, artigiani, uomini e donne, spesso poco inclini alla disciplina (che imponeva di isolare l’occupante) e che, alla prova dei fatti, si muovevano in modo autonomo e originale. Nel mondo senza telefono a cui al­ludono le testimonianze e dove parole, appuntamenti e accordi viaggiavano gra­zie a messi occasionali, questi, nelle rielaborazioni successive, vengono indicati come “staffette del movimento”. Piccole incongruenze facilmente emendabili che non oscurano la fitta e continua discussione con la truppa occupante, i mes­saggi di incertezza da questa lanciati all’esterno mostrano uomini poco motivati, desiderosi di tornare a casa e controllabili solo con la minaccia della fucilazione. A luglio del 1944 lo spazio urbano e rurale posto alle pendici del Bracco dove stava per accamparsi il Tirano era un piccolo mondo dove tutti conoscevano tutti e dove i rapporti tra gli abitanti erano generalmente pacifici. Così era stato fino a quando a far saltare il tavolo non era arrivata con la Monterosa, la vio­lenza della guerra, la paura, la lusinga, l’opportunità di risolvere vecchi conti. Antiche solidarietà erano andate in pezzi ma altre, nuove, si erano create. Fu al­lora che alcuni personaggi – uomini e donne – sconosciuti ai più decisero di met­tere convinzioni, simpatie, valori familiari al servizio d’una causa comune che in seguito si sarebbe chiamata Resistenza ma che all’epoca si configurava spesso come un desiderio di pace e di rapporti decenti.

[10 agosto 1944] Sabato mattina iniziammo la salita in Val Curane… Nella valle transitavano gruppi di sbandati o meglio di disertori della Monte Rosa appena giunti dalla Germania. I ragazzi viaggiano muniti di lasciapassare rilasciati o dalla brigata Li­guria o dalla 51″; si dice che in questi giorni siano stati disarmati dalla sola Liguria circa 5000 e il flusso continua. Abbiamo cercato di far opera di persuasione verso i ragazzi ma essi non hanno alcun desiderio di battersi, vogliono solo raggiungere la propria casa e rispondono che anche presso i loro paesi ci sono formazioni partigiane e si arruole­ranno in quelle. (Nota10  Rapporto della zona libera dell’Oltrepò pavese al Comando generale delle Brigate Garibaldi, 10 agosto 1944 in P. Secchia, Il partito comunista italiano e la guerra di liberazione 1943-1945, Milano, Feltrinelli, 1973, pp. 550-551, cit. da M. Calegari Comunisti e partigiani, Genova 1942-1945, Editrice Impressioni Grafiche, Acqui Terme, 2007, p. 234 e n 19.)

I “5000 disarmati” erano sicuramente il frutto generoso del sentito dire e dell’entusiasmo che, a metà dell’estate del 1944, circolava nella schiera parti­giana ancora esigua. Ma qualcosa di vero però c’era se, a un mese di distanza, il 22 settembre 1944, una fonte tedesca denunciava 1400 disertori nella San Marco e di 1014 nella Monterosa, in massima parte studenti richiamati. Una situazione giudicata insostenibile dal comando della San Marco che, senza pe­raltro riuscire a fermare il flusso dei fuggitivi, aveva rinchiuso in campi di con­centramento 1700 civili, bruciato abitati sospetti di intelligenza coi fuggitivi, sequestrato telefoni ed apparecchi radio persino negli ospedali. (Nota11 P.Baldrati, San Marco… San Marco…: storia di una Divisione, Archeotipografia, Milano, 1989, 3 voli., II, p. 861 e p. 919, citato da M. Ruzzi, Dalla RSI alle Formazioni Partigiane. Analisi di un Per­corso, in “Asti Contemporanea”, n. 10, 2004)

Parte dei disertori della Monterosa citati nel Rapporto della zona libera del­l’Oltrepò provenivano dalla Riviera ligure di Levante. Qui la divisione, giunta di­rettamente dalla Germania dove aveva seguito, sotto la guida di istruttori tede­schi, un particolare addestramento militare e di antiguerriglia, aveva avuto il com­pito di rilevare la 42a divisione tedesca Alpenjäger nella maggior parte delle po­stazioni dello schieramento antisbarco fino ad allora occupate. Nessuna solu­zione di continuità tra Münsingen (nell’attuale distretto Baden-Wurttembeg) e la Riviera. Il 20 luglio 1944, su tradotte militari, la Monterosa era entrata, dal Brennero, in territorio italiano, con meta la Liguria, seguendo l’itinerario: Desenzano, Cremona, Novi Ligure, Genova. L’accoglienza non era stata delle mi­gliori: oltre la continua serie di bombardamenti e mitragliamenti alleati, c’erano stati incitamenti alla diserzione a volte accompagnati dagli insulti di spettatori occasionali. Per giunta c’era un caldo agostano, reso ancora più torrido da divise e calzature più congrue con il clima dei luoghi di provenienza che con la Riviera. (Nota12 Efficace in proposito il diario del cplm Erminio Peloni del btg Tirano pubblicato on line sul sito www.italia-rsi.org:” 23 domenica: Tortona, Alessandria, linea di Genova, Sampierdarena, Genova Porta principe, Brignole. Alt 7.30 (scarico tradotta) …naia naia nera… zaino affardellatissimo in spalla alla volta di Quarto sotto il caldissimo sole si suda maledettamente. Ore 11 arrivo alla Villa Carrara, alt nel giardino, riposo. Tutta la santa domenica in attesa del rancio che arriva alle ore 19 (intanto libera uscita con la pancia vuota). Calato il sole. Ore 21 partenza con zaino in cammino per la riviera (40 mi­nuti di cammino e 20 di riposo) stanchissimi, sudati, gli zaini pesano, le gambe vanno male. Dolcetti e Perini ogni tanto cascano a terra. Passati da Nervi. 24 lunedì: Ancora in marcia. 7.30 alt. ad un km. dopo (Ruta) riposo. 13.30 rancio, 18 caricati gli zaini su autocarri di passaggio. Dopo riesco a salire su un autocarro militare che mi porta per Recco, Rapallo, fino a Chiavari. Trovati quelli che accompagnano gli zaini, scaricati. Passo la notte con loro. 23.50 allarme, in rifugio (bombardamento si sente vicino) colpi di fucile tutta la notte. 25 martedì: 0.30 cessato. Ore 4 arriva la compagnia, si prosegue oltre Lavagna. 6.30 alt a Cavi. Riposo in mezzo a campi minati. 14 rancio, 13 bagno in mare, (allarme) sempre sole, si pernotta. 26 mercoledì: 3 sveglia, 4 partenza con zaini, Sestri Levante, S. Bartolomeo. 6.30 alt, riposo in campi di ulivi. Allarme, 12 rancio a secco, 19 rancio caldo. 20.30 si prendono in consegna le postazioni dei mortai e i bunker al mare a Riva Trigoso. 27 giovedì: 7 sveglia, sistemazione in camera per il nostro alloggio nella villa del Sig. Storchi a Riva Trigoso. (allarme continuo ogni ora). 14.30 rancio a secco, ri­tiro munizioni e trasporto in postazione. 19 rancio caldo (pappina) sole. 28 venerdì: 7 sveglia, trasporto munizioni, allarmi, 12.30 rancio caldo. 18 monto di guardia alle postazioni con 5 uomini. 19.30 rancio caldo, si dorme nel bunker. 29 sabato: 0.10 allarme aereo, chiarori di bengala, colpi traccianti sparati con­tro gli aerei dagli equipaggi delle bettoline che passano sul mare. Le bombe cadono a vuoto in acqua, servizio continua. 13.30 rancio, 16.10 allarme. 2 caccia bombardieri in picchiata sul bivio di Parma e Spe­zia [Bivio Lapide in Loc. Pila sul Gromolo in Sestri Levante. (n.d.a.)], colpita una casa e sotto rimangono i primi caduti del BTG Ti­rano (1 Serg. 15a comp. e 3 alpini 11a) ore 18 fine servizio, 19 rancio, 19.10 adunata comp. Il Capitano raccomanda il contegno e spiega la nostra situazione. Ordine del giorno: i primi caduti del Tirano. Il com. Btg. 22°. Presi quattro ladri di pesche nel frutteto della villa Storchi).

Marcia sotto il sole battente, zaini pesanti, “affardellatissimi”, compagni che cadono a terra per la stanchezza, mitragliamenti dal cielo, emergenze – ri­posi, ripari e pernottamenti – nella campagna vicino alla strada, bombarda­menti e colpi di fucile notturni contribuivano a rendere lo scenario poco deci­frabile ai monterosini. Impressione che non era migliorata col passare dei giorni. Così, a poco più di un mese di distanza, un Notiziario della G.N.R. datato 5 agosto 1944 e destinato personalmente al Duce e al Capo di Stato Maggiore della G.N.R. scriveva: (Nota13 I notiziari del Comando Generale della G.N.R., che aveva sede a Brescia, erano rapporti di po­lizia dattiloscritti che redatti quotidianamente venivano inviati, in via riservata, al Duce e a pochi altri gerarchi fascisti. Recuperati dalla Fondazione Luigi Micheletti nel luglio del 1965, sono ora pubblicati in www.fondazionemicheletti.it.) Fonte confidenziale riferisce che il battaglione Tirano della Divisione Alpina Monterosa, rientrato in Patria dopo l’addestramento in Germania e dislocato nelle vicinanze di Sestri Levante è veramente pieno d’en­tusiasmo e di volontà di combattere; i soldati in numerose occasioni si sono di­mostrati nauseati per lo stato d’animo della popolazione e per il trattamento che ad essi riservano specialmente i contadini della zona, che a loro non danno nulla e talvolta sono costretti ad usare spesso la maniera forte per farsi rispet­tare. I nostri soldati sono considerati dai contadini come traditori, perché per loro la gente che serve la Patria si trova alla macchia.
È questa una mentalità particolarmente diffusa anche e soprattutto in quella zona dove si trovano molti ribelli, i quali hanno avvelenato con la pro­paganda e con le minacce le popolazioni che hanno la sventura di subirli. Ma a tutto ciò gli alpini non fanno gran caso perché dicono che gli italiani hanno bi­sogno di essere purgati e penseranno loro a farlo alla fine della guerra. Ciò che maggiormente urta la loro suscettibilità, è il fatto che da quando sono tornati in Patria il trattamento è notevolmente inferiore a quello che ricevevano in Ger­mania. Vi sarebbero, stando alle dichiarazioni di numerosi soldati e sottuffi­ciali, delle deficienze di pane, di alimentari in genere, di scarpe e vestiario, che, secondo loro, vanno a beneficio degli ufficiali, come una volta, invece di an­dare a beneficio degli alpini. Effettivamente vi deve essere qualche deficienza, perché chi frequenta la zona dice che i militari, da quando sono nella riviera al posto di combattimento, sono dimagriti e molti non hanno più l’entusiasmo di quando sono arrivati”.

I tre mesi seguiti all’arrivo del Tirano nell’area sestrese furono decisivi per mettere a fuoco i comportamenti della truppa – soldati e ufficiali – reclutata dalla Monterosa, dei comandi di Salò, delle formazioni partigiane che opera­vano nelle zone contigue, della popolazione che viveva a stretto contatto con una truppa che aveva contemporaneamente le caratteristiche dell’esercito oc­cupante e quelle di giovani poco consapevoli delle vicende della guerra e, come tutti, in attesa di tempi migliori. Una situazione aggravata ulteriormente dalla presenza nella vicina Chiavari di Vito Spiotta, (Nota14 Umberto (detto “Vito”) Spiotta, nato a Gioia Tauro nel 1904. Federale di Chiavari, processato nell’agosto del 1945 venne condannato a morte e fucilato a Genova il 12 gennaio del 1946, con Enrico Podestà e Giuseppe Righi. Triade resasi famosa per i peggiori crimini, sevizie e soprusi perpetrati nel Tigullio contro i prigionieri politici, gli antifascisti e i partigiani. Cfr. S. Antonini, La “Banda Spiotta” e la brigata nera genovese Silvio Parodi, De Ferrari, Genova, 2007.) un interprete agguerrito e par­ticolarmente temuto del fascismo Repubblicano. Sin dalla primavera del 1944, Spiotta si era mosso con feroce determinazione sul fronte dell’attività antipar­tigiana ma anche su quello dell’opinione pubblica. Con Fiamma Repubblicana, (Nota15 “Fiamma Repubblicana”, settimanale politico dei fasci repubblicani di combattimento della zona di Chiavari, che usciva a Chiavari ogni domenica, tra il 5/12/43 e il 22/4/44, di cui era direttore unico Vito Spiotta – ivi n.14.) il periodico di cui era direttore, era riuscito nella formazione di un gruppo dove i personaggi più cruenti del fascismo storico e del peggior brigatismo nero con­vivevano con elementi importanti del notabilato della cittadina. Chiavari inoltre era divenuta, a partire dal 18 settembre, sede del Tribunale militare (Nota16 La documentazione relativa al Tribunale di guerra della Monterosa, mi è stata gentilmente for­nita da Giorgio “Getto” Viarengo, che ringrazio. Nel suo periodo di attività, tra il 18 settembre 1944 e il 18 aprile 1945 il tribunale ha eseguito 49 udienze; giudicato 466 imputati; inflitto 34 condanne a morte: tra cui 23 alpini disertori (4 contumaci), 1 marò disertore e 10 partigiani d’altre provenienze. Dei rima­nenti 432 processati: 325 sono i disertori di cui 40 gli assolti, 49 i rinviati a giudizio e 236 i condannati a pene detentive varianti tra i 30 e i 15/17 anni. Gli altri 107 imputati: 101 sono militari con reati di vario genere (furto, omicidio colposo ecc.) alcuni assolti e altri condannati a miti pene detentive; 6 i civili (ri­cettazione, o furto, o istigazione alla diserzione) assolti o condannati a multe o a brevi periodi di carcere spesso con differimento della pena. Non manca il caso curioso: nell’udienza del 20 febbraio 1945 un al­pino, nato nel 1925 a Genova, viene condannato a 1 anno e 6 mesi di reclusione militare con differimento della pena per “denigrazione guerra”. Cfr. G. Viarengo, Documenti per una storia del fascismo nel cir­condario di Chiavari, Pane e vino, Chiavari, 2001.) che con una cadenza di circa 3 sedute ogni due settimane, giudicava i casi di diserzione, disfattismo, intelligenza col nemico che quotidianamente si manifestavano nella truppa monterosina. Volendo limitare la ricerca alla sola zona controllata dalla Coduri abbiamo: 3 fucilazioni avvenute a Casarza Ligure (a ridosso delle mura del cimitero): 2 il 12 ottobre 1944 e 1 il 20 ottobre 1944; 10 fucilazioni a Calvari (10 partigiani di cui 2 ex alpini passati alla Resistenza) avvenute il 2 marzo 1945; 6 fucilazioni (2 partigiani, 1 ex marò e 3 ex alpini passati alla Resistenza) avve­nute il 13 marzo 1945 a S. Margherita di Fossa Lupara (Sestri Levante). Ma per completare la ricerca occorre tener conto anche delle condanne a morte com­minate ed eseguite, sempre con riferimento alla sola zona controllata dalla Coduri, prima nell’entrata in funzione del Tribunale Militare di Guerra, cioè quando tale mansione era svolta dal Tribunale Divisionale della Monterosa. In­fatti si ebbero: il 4 agosto 1944 la fucilazione, in località Cave di Chiavari, di Gino Stefani (1922, S. Stefano d’Aveto) disertore del 15° Reggimento Genio. Ancora il 4 agosto 1944, la fucilazione, in località Villa Zarello (Sestri Levante) dell’alpino Grasso Vittorio per diserzione. Il 16 agosto 1944, al poligono di Chia­vari, la fucilazione del tenente del genio Ritrovato Erminio perché s’era rifiutato di prestare giuramento alla repubblica di Salò. Infine il 19 agosto 1944, ancora a Villa Zarello, la fucilazione, per diserzione, degli alpini della Monterosa già ri­cordati: Gualandi Rino, Mantovani Gino, Mercatelli Termine, Nardini Rolando e Travasoni Raul.

Non sono numeri piccoli ma traducono solo in parte l’emorragia di uo­mini e mezzi che colpì la Monterosa dopo il suo arrivo in Riviera. (Nota17 La divisione alpina Monterosa era una delle cinque unità allestite dalla Rsi dopo l’8 settembre 1943. Le altre quattro erano: la div. Bersaglieri Italia, la div. Granatieri Littorio, la div. Fanteria di ma­rina S. Marco e la X Flottiglia MAS. Giunta in Liguria alla fine di luglio del 1944, la Monterosa, oltre alla funzione di difesa della costa ligure di Levante, da Genova Nervi a Levanto, da possibile sbarco al­leato, aveva quella di mantenere libere e proteggere le vie di comunicazione Liguria-Val Padana. Fu in­vece impiegata, soprattutto, in violente azioni antiguerriglia contro le locali formazioni partigiane.) Attorno ai primi di novembre del 1944 i monterosini presenti tra i partigiani della Coduri si aggiravano  attorno ai 100 elementi; quelli che avevano scelto di rientrare a casa, i “ragazzi che non hanno alcun desiderio di battersi” di cui nel Rapporto dall’Oltrepò del 10 agosto 1944, dovevano essere almeno altrettanti. Per ogni processato o condannato è lecito immaginare un numero molto superiore di coinvolti: compagni di battaglione con cui si era cercato il confronto o a cui si era chiesta collaborazione o a cui si era comunicato le proprie intenzioni; civili a cui si era fatto ricorso per avere indicazioni sui possibili movimenti. Dialoghi spesso protrattesi per settimane o mesi, con frequenti cambi d’opinione in un contesto dove settimana dopo settimana cambiavano le sollecitazioni che pro­venivano sia dall’esterno sia dal proprio campo. Inizialmente espliciti – forti della situazione di confusione che aveva accompagnato l’insediamento del Ti­rano e della disponibilità di ascolto da parte della truppa – gli inviti alla diser­zione si erano fatti, col procedere dei giorni, più cauti. Oltre i casi di repressione violenta, a mettere in guardia i civili contro la loro stessa faciloneria soprav­vennero i dubbi (il timore che si trattasse di trappole) circa le reali convinzioni dei candidati disertori. Nel suggerire una maggiore cautela ebbe una parte di rilievo la vicina presenza partigiana; composta di elementi autorevoli, ad essa ve­niva fatto riferimento per quanto atteneva la decisione finale.

Gli episodi presi in considerazione in questa ricerca, avvenuti principal­mente dentro ai confini del comprensorio sestrese, sono sette. La documenta­zione che li riguarda è quella a suo tempo raccolta per la produzione della sto­ria della Coduri, integrata là dove è stato possibile con ulteriori inchieste sul campo di cui volta a volta le note danno ragione. Le diserzioni a cui si fa riferi­mento si collocano tra la metà di settembre e i primi giorni di ottobre del 1944. Dopo agosto, caratterizzato dalle soluzioni personali rese possibili dalla fase caotica del primo insediamento della Divisione, i mesi di settembre e ottobre rappresentarono il momento più alto della diserzione “organizzata”. Fu la po­polazione locale, prima ancora che vi fosse coinvolto il movimento partigiano, a fornirne gli impulsi originali e decisivi. Tra questi, come si vedrà, un ruolo ri­levante lo ebbero le donne. (Nota18 Le memorie relative ai sette episodi di seguito illustrati, più altre non inserite qui, sono tutte trascritte, raccolte e fo­tocopiate (da originali manoscritti salvo poche eccezioni) dall’originale Archivio della Coduri, nel corso di una mia precedente ricerca, durante gli anni 1980.  Sulla condizione femminile nel corso del conflitto cfr. A. Bravo, A. M. Bruzzone, In guerra senza armi. Storie di donne (1940-1945), Laterza, Roma-Bari, 1995; M. Ponzani, Guerra alle donne. Parti­giane, vittime di stupri, ‘amanti del nemico’ (1940-45), Einaudi, Torino, 2012.)

Due episodi, i primi in ordine di tempo tra quelli considerati, si collocano attorno alla metà di settembre del 1944. In uno a far da tramite tra i partigiani e i cinque alpini che avevano manifestato la disponibilità a disertare furono le sorelle Luigia (Luisitta, n. 1920) e Ida (n. 1923) Azaro, due giovani donne, ap­partenenti a una famiglia di agricoltori con casa e podere in località Case nuove di Casarza Ligure, sulla sponda sinistra del Petronio, adiacente proprio all’area occupata dagli alpini. (nota19 Facile per le sorelle Azaro [la cui famiglia, dopo l’8 settembre 1943, aveva già dato assistenza e lavoro ad un soldato appartenente all’ex Esercito Regio allo sbando, di nome Sebastiano Pino (n.1920), e “Rizieri” quale partigiano della Coduri, rimasto bloccato, come molti suoi commilitoni meridionali, al nord, poi sposatosi con la maggiore delle due sorelle, la sig.ra Luigia] entrare in confidenza e racco­gliere i messaggi lanciati da alcuni di loro.) Non erano sole. Di fronte all’accampamento, sul lato op­posto del torrente, si trovava la bottega da ciclista di Gian Battista Tasso (1892-1944) combattente della prima guerra mondiale (dal conflitto di Libia fino al congedo finale nell’agosto 1919) con otto anni di ininterrotto servizio militare alle spalle, di cui la maggior parte vissuti al fronte. Tasso, personaggio centrale nelle diserzioni di settembre, buon parlatore e carattere accattivante non aveva mai nascosto le sue opinioni di oppositore al fascismo, note sin dal 1934 quando nel corso delle elezioni tenute in quell’anno aveva spavaldamente scelto la scheda bianca, quella del “no”, mostrandola poi a tutti quanti erano presenti nel seggio: compaesani in attesa di votare, manipoli di fascisti che seguivano l’an­damento delle votazioni e funzionari addetti al seggio. Il gesto era stato troppo clamoroso per poter essere dimenticato dall’imperante gerarchia fascista che attraverso quelle votazioni plebiscitarie cercava la maniera d’imporsi definiti­vamente. Ma era anche un ex combattente, un “anziano”, con alle spalle otto anni di militare e quasi la metà di fronte, e si considerava (e anche da molte parti era considerato) un intoccabile. La sua bottega era, come all’epoca quasi tutte le botteghe artigiane, frequentata giornalmente da decine di persone, gio­vani e meno giovani. Non era strano che lì si fermassero anche un po’ di quei ragazzi accampati sulla sponda di fronte. Lui, curioso li interrogava sui loro paesi e la loro guerra, assegnandosi il ruolo di filtro. Dall’inchiesta seguita alla fuga dei cinque alpini Tasso non era stato toccato. Luigia, Ida e Bernardo, ge­mello di Ida, erano stati invece arrestati e trattenuti nelle carceri di Chiavari, prima, e poi in quelle di Milano, per tre lunghissimi mesi. Ed è per porre fine alla loro angosciante situazione che Bernardo s’era lasciato convincere ad en­trare nelle Brigate Nere; da dove però, appena erano state rilasciate anche le so­relle, era fuggito in montagna per aggregarsi ai partigiani.

Il secondo episodio di diserzione avvenne nello stesso periodo, a poca di­stanza da Casarza, nelle vicinanze di Velva. Anche in questo caso come nel precedente, protagonista il genere femminile: Irene Giusso “Violetta”, (Nota20 Irene “Violetta” Giusso, nata a Willenol il 3/6/1918 da genitori di origine pistoiese emigrati in Inghilterra per lavoro. Verso i primi anni 1920, Irene rientrerà, assieme ai genitori, a Velva (un altro fratello si stabilirà, invece, definitivamente in Inghilterra); e a Velva trascorrerà l’infanzia e la sua prima giovinezza. Durante la guerra, appena la Banda Virgola si trasferirà, nel luglio ’44, a Velva, assieme a suo fratello Italo partigiano “Pampurio”, inizierà a collaborare con i partigiani, svolgendo soprattutto il compito di ricerche di informazioni sulla dislocazione, la consistenza e gli armamenti dei presidi nemici. Individuata, è costretta a trasferirsi a Torza, dove farà gruppo con altre ragazze del posto per convincere quanti più alpini possibili a disertare. Dopo l’episodio raccontato in questa sua memoria, fortemente sospettata di esserne l’autrice, è costretta a rifugiarsi definitivamente in montagna dove incontra e si fidanza con Cosso Vladimiro “Miro” (n. 1920 a Genova) vice commissario della Coduri addetto all’economato, con il quale poi si sposerà.) all’epoca dei fatti aveva già fatto la sua scelta di campo; assicurava per conto dei partigiani il contatto tra alcuni di loro e le rispettive famiglie. Spregiudicata, volitiva, non aveva fatto mistero delle sue convinzioni e dalla Monterosa era stata ripagata con l’incendio della sua casa a Velva. Trasferitasi con la famiglia a poca distanza, Torza frazione di Maissana, non aveva abbandonato l’attività e durante un ca­suale incontro con un gruppo di alpini in trasferimento si era offerta – a fronte delle loro richieste – di indicargli la via di fuga. In quattro avevano accolto l’in­vito ma tra quelli rimasti in formazione qualcuno aveva parlato e questa volta per “Violetta” l’unica possibilità era stata la fuga tra i partigiani dove, secondo il destino riservato alle donne che finivano in formazione, era stata destinata principalmente alle cucine, pur non disdegnando in caso di pericolo, d’im­bracciare il fucile e affiancare i compagni uomini nel controbattere il nemico. (Nota21 Paolo Castagnino (“Saetta”), Il cammino della Libertà, De Ferrari, Genova, 1995,  pp.116-118.)

Presso a poco negli stessi giorni, il 18 settembre 1944, secondo le testimo­nianze raccolte negli anni 1974-1979 per la “Storia della Coduri”, ma più pro­babilmente una decina di giorni prima, (Nota22 Probabile il 7/9/1944 con 9 alpini anziché 8 saliti in montagna, come avvalorato dal Verbale del Comando Divisione Coduri, datato Genova, 17 Maggio 1946 e depositato presso l‘ILSREC di Genova (ivi n. 35), che, al riguardo indica la data 7 settembre 1944, decisamente più credibile, visto che il Btg Tirano, a cui apparteneva il gruppo degli alpini, si trovava, attorno al 18 settembre, già schierato a Cesana Torinese. Altra conferma giunge dal foglio matricolare di uno dei fuggiaschi: Galizzi Luciano (fornitomi in copia telematica dal figlio Enzo che ringrazio) dove viene specificato che Galizzi: «Ha fatto parte dal 8.9.44 al 30.4.45 della formazione partigiana “Brigata Zelasco” assumendo la qualifica gerarchica di V. Comandante di Distaccamento». Terza testimonianza in proposito, il “Diario on-line” del cplm Erminio Peloni del btg Tirano che, in riferimento alle date dal 7/9/44 al 10/9/44, annota: “7 giovedì 9.30 preparare lo zaino, si parte per non si sa dove 12.30 rancio, consegna munizioni 22.30 si lasciano le postazioni al BTG. Bassano. Adunata la compagnia a S. Bartolomeo, si pernotta nella campagna dietro la chiesa in attesa degli autocarri. 8 venerdì sempre si aspettano gli autocarri. Di notte Pippo continua a girare, lancia bombe su Sestri Levante. 9 sabato 9.30 arrivano gli autocarri, partenza, Chiavari 10 alt. 11 partenza, Rapallo 12 alt. Rancio a secco, galletta e carne 18.10 partenza, Genova 19.30 20.30 alt. inizio autostrada 22.30 partenza. 10 domenica 3 alt a Pioverà, riposo in un bosco, libera uscita, molti scappano” (nda. grassetto nel testo.) era maturata una diserzione “armata” e pertanto più clamorosa delle precedenti: un gruppo di nove alpini (di cui sei bergamaschi: G. Filisetti “Bani” – n. 1925 – di Bani di Ardesio; R. Finazzi “Na­poleone” – n. 1924 – di Chiuduno; L. Galizzi “Argo” – n. 1925 – di S. Giovanni Bianco; I. Marinetti – n. 1924 – di Ardesio; P. Paris “Piero” – n. 1925 – di Chiu­duno, e R. Zelasco “Barba” – n. 1924 -; un varesino, F. Asconi “Maciste” – n. 1925 – di Castronno; un veronese, S. Galiani “Giggio” – n. 1925 – e un parmi­giano, L. Grandi “Parma” – n. 1925 -), armato ed equipaggiato, aveva abban­donato il campo di S. Margherita di Fossa Lupara ed era giunto, inviato e assi­stito dai collaboratori di fondo valle, all’accampamento di Riccio, (Nota23 Aldo “Riccio” Vallerio, nato a Sestri Levante il 23/3/1923, nell’agosto 1944 entra nella Resistenza divenendo presto comandante della brigata Zelasco; e come tale autore di molte azioni contro le postazioni nemiche lungo i centri abitati della Riviera del Tigullio. Nel dopoguerra diviene corrispondente locale de “l’Unità”, edizione ligure, e nel 1983, pubblica con l‘ANPI di Sestri Levante un voluminoso libro-diario dal titolo Ne è valsa la pena? sulla sua esperienza partigiana.) che si tro­vava in prossimità delle miniere di Monte Zanone. (Nota 24  A. Berti, La formazione di una divisione partigiana nel levante ligure, Tesi di laurea discussa presso l’Università di Genova, Facoltà di Lettere, a.a. 1980/81, relatore Manlio Calegari, p. 149; Id., M. Tasso, Storia della divisione garibaldina Coduri, la Resistenza nel Tigullio e nel suo entroterra, Seriarte, Genova, 1982.) Cinque giorni dopo, il 23 settembre 1944, dagli stessi luoghi, accompagnati da “Leone” commissario po­litico della Coduri, era stata la volta di diciotto guastatori. (Nota25 B.Monti, testimonianza del Commissario “Leone”, dattiloscritto, s.d., dal titolo Riassunto Storico della divisione Coduri, con firma autografa sull’ultima pagina. Conservo una copia del fascicolo depositata nel 1970 presso l’ufficio di Silvio Fico, fratello del comandante “Virgola”. Analoga copia è stata utilizzata da Amato Berti (v. nota precedente) durante la sua ricerca.) In entrambi i gruppi era forte la presenza di bergamaschi e non mancava qualche elemento politi­cizzato. Si trattava di gruppi compatti al loro interno, che condividevano dia­letto e amicizia: la condizione ideale per uno strappo che erano decisi a difen­dere con le armi. Soldati veri disposti ad associarsi a giovani dalle armi e dalle gerarchie improbabili che soldati ancora non erano. Le testimonianze raccolte a trenta e più anni di distanza trasudano ancora la soddisfazione e l’orgoglio delle operazioni portate a buon fine e dividono i meriti tra partigiani, Sap e “collaboratori di fondovalle”. Ma è a questi ultimi che appartengono quanti, giorno dopo giorno, avevano instillato e raccolto i dubbi che serpeggiavano al­l’interno della Monterosa fino a suggerire i modi per realizzare la diserzione. Tra questi un ruolo decisivo nelle diserzioni del 18 luglio come in quelle del 23 set­tembre lo giocò “Bastian” (Sebastiano Bernardello (1892-1980). Socialista e poi comunista (nel 1921 era già membro comunista nel Soccorso Rosso di cui una cellula era attiva nei Cantieri di Riva Trigoso) che aveva mantenuto contatti col partito anche nel periodo della clandestinità – era stato anche un corriere della stampa clandestina tra Genova e la Riviera – e forte del fatto che la sua casa era letteralmente circondata da uno degli accampamenti più numerosi del Tirano (e del Morbegno poi, quando nel settembre del 1944 il Tirano venne trasferito in Piemonte), “Bastian” fu un protagonista delle diserzioni organizzate durante la prima metà di settembre dal campo della Monterosa. (Nota26 Queste confidenze di Sebastiano Betnardello (“Bastian”) risalgono a miei colloqui avuti con lui durante la primavera/estate 1975.)

Operaio, fabbro nelle OLE (Officine Liguri Elettromeccaniche, produt­trici di componenti elettrici militari per radio ricetrasmittenti, telefonia e simili) ove il lavoro si svolgeva quasi sempre di notte; una situazione allora non rara con cui le aziende cercavano di sottrarsi alle inevitabili interruzioni causate du­rante il giorno dai bombardamenti alleati. Un fatto che, oltre a facilitare la co­municazione tra “Bastian” ed altri impegnati nella cospirazione, gli permetteva di giorno di lavorare nei campi attorno a casa. Poter disporre di prodotti della terra, una vera attrattiva in tempi di fame, ne aveva fatto un punto di riferi­mento per i ragazzi del Tirano provenienti dalla Bergamasca, dal Bresciano e dal Comasco, “gente di terra”, che apprezzavano la sua cantina e la capanna vicino a casa sua dove si fermavano a chiacchierare. Bastian aveva più di cinquant’anni; aveva combattuto – col grado di caporal maggiore e susseguente autorizzazione del Ministero a fregiarsi della Medaglia Onoraria di Reduce della Grande Guerra – (Nota27 Diploma conservato dai nipoti Maria e Ainino Cabona.) la prima guerra mondiale che all’epoca era ancora l’unica guerra vera, “italiana”. Per l’epoca era “un anziano”. Con le parole ci sapeva fare; co­nosceva l’arte di scavare nelle storie familiari di ognuno per trovarvi le certezze di cui aveva bisogno per fare il suo lavoro fino in fondo, convincerli a lasciare il campo. Spesso non bisognava fare troppa fatica ma in altri casi ci voleva co­stanza, lavorare sui dubbi e aspettare. Quando fosse venuto il momento lui si faceva trovare pronto. Davanti a casa sua mille metri quadri di un canneto den­sissimo davano direttamente sui boschi, da dove si poteva prendere il largo. “Bastian” aveva tutto per poter interpretare il ruolo di intermediario e lo fece in modo egregio. Ma non era solo, molti coloro che gli davano una mano. Tra questi il giovane “Leo” (Tassano Giovanni n. 1921) agricoltore, e poi nel do­poguerra operaio FIT (Fabbrica Italiana Tubi) nativo della frazione collinare di Tassani; il quale conosceva come il fondo delle sue tasche, perché per breve tempo vi aveva anche lavorato, la intricata rete delle gallerie della vicina mi­niera di Libiola, entro cui poter nascondere chi ne aveva bisogno. “Bastian” e “Leo” erano quindi due tra i primi elementi di una cordata che da una frazione collinare all’altra (Verici, Loto, S. Bernardo, Cardini, Libiola, Montedomenico, S. Vittoria e altre) accompagnavano i transfughi, informavano sulle condizioni del percorso e mettevano in guardia sugli eventuali pericoli. Persone rimaste, in genere, estranee alle manifestazioni celebrative della Resistenza seguite alla fine della guerra più sensibili ai richiami di partito e alle vicende militari dell’eser­cito partigiano. (Nota28 Le ragioni del silenzio furono anche altre e importanti e avrebbero meritato un approfondimento durante la raccolta delle testimonianze. Nelle piccole comunità di appartenenza, in genere caratterizzate da legami parentali, la decisione di collaborare con la fronda anti Salò, dalla sua versione più modesta – una informazione, il recapito di un messaggio – a quella più impegnativa – nascondere renitenti o disertori o guidarli alle sedi partigiane – non era universalmente condivisa. Era nota, questo sì, ma il tacito accordo era che dovesse esser svolta con la discrezione necessaria per non mettere in pericolo (ritorsioni, incendi) la comunità. Era il prezzo che si doveva pagare a chi non era d’accordo e che la conclusione della guerra non aveva cambiato. Chi aveva aiutato e cospirato sapeva di averlo potuto fare perché altri che in tutto o in parte non erano d’accordo avevano taciuto.) 

Tra la fine di settembre e i primi giorni di ottobre si colloca uno dei più si­gnificativi episodi di diserzione: ventisei alpini lasciano il campo della Monterosa e raggiungono con una marcia durata due giorni, e affrontando notevoli ri­schi, la Coduri. Gli autori dell’azione sono principalmente due, “Moschito” (Nota29 Giovanni Agazzoni “Moschito” nato a Comignago, il 6/12/1920. Marinaio del nucleo Guardia Costiera di stanza a Riva Trigoso (dove conosce una ragazza del luogo con la quale poi si sposa) dopo l’8 settembre 1943 abbandona la Marina e si rifugia presso la famiglia del futuro suocero, Adamo Gavignazzi, agricoltore residente in Valle Lago dietro il cimitero di Riva Trigoso. Nel giugno 1944 Agazzoni sale in montagna dove rimase fino alla fine del conflitto. Dopo la smobilitazione si stabilisce definitivamente a Sestri Levante come vigile urbano.)  che organizza e poi guida il primo tratto del trasferimento degli alpini (Riva-Moneglia), e poi “Rango” (Nota30 Silvio Groppo “Rango” nato a Moneglia il 22/12/1924. Profondo conoscitore dei territori del Bracco, fu artefice di molte azioni svoltesi in quella zona. Fu anche commissario di distaccamento nella Brigata Dell’Orco.) che conduce il gruppo da Moneglia a Iscioli, presso la sede del Comando partigiano. Raccolta da “Gronda”, entrambi lasciano detta­gliata memoria dell’evento, sia pure indicando due date differenti, “Moschito” il 30 settembre 1944 e “Rango” invece il 7 ottobre 1944, ma questo non muta di molto i tempi e i modi dei fatti. Al contrario dei due episodi precedenti, nes­sun alpino di questo gruppo rimarrà nei partigiani, ma dotati di lasciapassare proveranno a rientrare alle loro case.

Le testimonianze raccolte per servire alla storia della Coduri sono larghe di informazioni sui modi seguiti per abbandonare il loro accampamento e ag­girare i posti di blocco, e infine per raggiungere la meta agognata; sobrie in­vece nel sottolineare l’importanza delle collaborazioni di fortuna avute durante il tragitto. Quasi disinteressate, purtroppo, ai preliminari di una fuga tanto im­portante da determinare un severo giro di vite dei controlli del comando Mon­terosa sulla truppa della zona. Malgrado ciò le fonti lasciano egualmente intra­vedere il denso lavorio che precede l’intesa necessaria ad organizzare la fuga. Al­l’inizio o almeno tra gli inizi c’è un giovane operaio, non un locale, tale Maca­rio, un “genovese” che lavora a Riva Trigoso nella Todt, l’impresa germanica incaricata del­l’allestimento delle difese costiere. Lavora nei pressi del bunker dove sono ac­cantonati i monterosini, parla con alcuni di loro, li sonda. Il suo anonimato ha quasi un valore simbolico nella ricerca delle forze che si muovono in appoggio alla Resistenza. Forse è un “politico” o forse no, ma non ci sono dubbi sulla di­rezione del suo intervento: andarsene a casa, lasciar perdere finché sono in tempo. Suoi sono i contatti che bisogna riuscire a dirigere dalla parte giusta. Il suo riferimento è l’osteria “Du Carbunin” (a inizio di via E. Piaggio a Riva Tr.) dove a mangiare capitano i militari e qualche operaio del cantiere. Un luogo popolare, di grande passaggio, tenuto da Ermindo Venzi (n.1891) e da sua moglie Gai Giulia (n. 1894), pistoiesi d’origine, ma da anni trasferitesi a Riva Trigoso. E la donna a suggerire il passo successivo: contattare un giovane operaio di Riva, Antonio Bruzzone (n. 1919) in fama di socialista che potrebbe avere le rela­zioni giuste.

È in casa di Bruzzone che un fiancheggiatore dei partigiani con una ini­ziativa che risulta personale entra in contatto con Macario e viene a sapere che avrebbe potuto contattare gli aspiranti disertori nell’osteria dei Venzi. Qui poco dopo li incontra e si accorda per il seguito dell’azione che da questo momento passa sotto il controllo della organizzazione clandestina descritta dai testimoni “partigiani” con dovizia di particolari e qualche differenza sull’importanza dei rispettivi ruoli. Un evento clamoroso: modificando più volte in corso d’opera, grazie alla vasta rete di collaboratori, il percorso di fuga, i disertori riuscirono a sottrarsi alla rete scattata poche dopo il loro allontanamento. Uno scacco su cui il comando della Monterosa aprì immediatamente una inchiesta che, non a caso, mirò sin dall’inizio a individuare coloro che facendo da tramite avevano offerto la prima decisiva sponda alla turbolenza della truppa. Gli arresti non an­darono oltre i movimenti nell’osteria notati dai testimoni a carico e si fermarono a Giulia Venzi e Macario. Condotti al comando alpini di Castiglione Chiavarese e sottoposti a interrogatorio non fecero il nome dei loro contatti. Per ritorsione, d’accordo coi tedeschi, ci fu invece il fermo di alcuni giovani locali inviati a “la­vorare” in Germania, ci tramandano testimonianza gli stessi autori dell’impresa.

Il sesto episodio dei sette considerati ebbe una lunga incubazione dovuta, oltre le incertezze tra i componenti del gruppo che avrebbe dovuto prendere il largo, alla temporanea lontananza dei partigiani della Coduri che avrebbero dovuto prenderli in carico. Come le altre diserzioni anche questa presentava le sue particolarità. Gli uomini erano una trentina, tutti appartenenti ad una bat­teria insediata a Francolano, (Nota31 Francolano, frazione di Casarza Ligure sul confine del limitrofo comune di Sestri Levante.)  a poca distanza dal centro di Casarza. Dalla di­scussione sul che fare, sviluppatasi tra loro in modo palese, era inevitabile che derivasse una decisione collettiva: andare o restare, ma tutti assieme. A parte i dubbi e i timori inevitabili la domanda emersa era su cosa davvero avrebbero trovato dalla parte partigiana: come si mangiava e si viveva; quali le condizioni di sicurezza e se era possibile proseguire per le rispettive case. Due di loro, in­caricati dal gruppo, erano andati a cercare le risposte al negozio di Tasso – prova ulteriore di quanto fosse noto il suo ruolo di intermediario. Sarebbe stato un colpo straordinario: una batteria al completo! Tasso ne aveva parlato con il giro dei suoi amici e con un giovane che abitava nello stesso caseggiato, Minetti Ildo “Aquila”, (Nota32 Ildo Minetti “Aquila”, nato il 4/8/1918 a Casarza Ligure. Dopo l’8 settembre 1943, coscritto, lascia l’esercito e se ne torna a casa, riprendendo subito il suo lavoro di operaio TLM (Trafilerie e La­minatoi Metallurgici). Persona apparentemente tranquilla, è molto abile nel camuffare la sua vera na­tura: passando quindi inosservato riesce a godere di una certa libertà di movimento che in gran parte utilizza per scopi patriottici. Infatti di giorno fa l’operaio e di notte il partigiano (curando soprattutto i collegamenti con la città, i rifornimenti, le informazioni, ecc.). E questo fino all’arresto di Tasso. Dopo di che sale in montagna raggiungendo la Coduri perché individuato e assiduamente ricercato dalle Bri­gate Nere e dalla Monterosa.) fratello di “Gronda” (Nota33 Nome di battaglia di Antonio Minetti.)  uno dei capi partigiani della Coduri. Era il 27 agosto e i partigiani erano fuori mano; bisognava aspettare.

In settembre, dopo che la Coduri era rientrata in zona, la fuga della batte­ria venne messa all’ordine del giorno e dopo ulteriori contatti concordata per la sera del primo ottobre. L’azione però fallì. La lunga discussione condotta al­l’interno della batteria senza le necessarie precauzioni, vista la premessa che doveva trattarsi di decisione che doveva coinvolgere tutto il gruppo, non era ri­masta segreta. Qualcuno o più di uno aveva parlato e l’esodo venne intercettato prima ancora che avesse inizio. Francesconi Renato (n. 1925 a Crevalcore) e Santagostino Alessandro (n. 1924 a Casorate), gli alpini che più si erano espo­sti andando a parlare con Tasso, arrestati e processati a Chiavari dal Tribunale di Guerra, non poterono che ammettere la loro connivenza con i partigiani. Condannati a morte per tentata diserzione e alto tradimento furono fucilati fuori del cimitero di Casarza Ligure, a poca distanza dal luogo della tentata fuga, il 12 ottobre 1944. Nessuno pensava che fossero i soli responsabili; il mes­saggio era indirizzato a tutti gli altri che temporaneamente venivano graziati.

La stessa notte, prevista per la diserzione della batteria, la Monterosa lanciò una operazione – perquisizioni e arresti – messa a punto da giorni verso l’a­rea casarzese e fatta scattare in coincidenza del fermo dato all’operazione. Tra gli arrestati anche Tasso: giudicato il principale riferimento dell’inquietudine monterosina venne a lungo torturato e poi fucilato a Chiavari, nel poligono di tiro, il 5 ottobre 1944. A difenderlo non era stata sufficiente l’età e l’essere un valoroso reduce della Grande guerra: la situazione stava precipitando e il tempo del rispetto era finito.

L’ultimo episodio preso in considerazione è anche l’unico per il quale oltre alle testimonianze “partigiane” sono disponibili fonti scritte di provenienza della Monterosa. Anche in questo caso come nel precedente la discussione coin­volse tutto il reparto, 25 o secondo altra fonte 23 alpini accampati a Battilana, località a poca distanza da Casarza Ligure, addetti ad un reparto salmerie, e il sergente loro comandante. Ad intavolare il dialogo con gli alpini e il loro ser­gente erano state, sin dall’agosto del 1944, alcune ragazze del luogo compresa quella che a guerra finita convolerà a nozze con lui. Da loro prese corpo l’ini­ziativa che con varie interruzioni e tentennamenti doveva portare nei primi giorni di novembre, alpini, sergente e una quindicina di muli carichi di mate­riali del deposito fino al campo partigiano da dove, pochi giorni dopo, a piccoli gruppi avevano preso la strada del ritorno al paese. In questo caso, come in altri precedenti, per conservare il segreto e l’impegno alla reciproca lealtà nel corso del lungo parlamento che aveva caratterizzato la fase preparatoria, fu im­portante la provenienza comune: Carpi, Modena, Novi di Modena e Rovereto sulla Secchia, località che essi pensavano di poter raggiungere seguitando la via dei monti. Fonti riservate della Monterosa aggiungono alla storia particolari ignoti ai partigiani che ne riferirono nelle loro testimonianze. Nella diserzione del gruppo e nel convincere il comandante del gruppo un ruolo di primo piano lo ebbe un “finanziere”, Pietro Sechi (n. 1910) che, (Nota34  Pietro “Succo” Sechi, comandante di un distaccamento della Brigata Zelasco, nato l’8 feb­braio 1910 a Oschiri (Sassari).) che, scoperto nell’inchiesta se­guita alla diserzione del gruppo, era riuscito a sua volta a disertare unendosi ai partigiani ed evitando così la condanna a morte. (Nota35 II documento a cui mi rifaccio è l’elenco dei Partigiani Combattenti della Coduri. Per legge tale qualifica poteva essere attribuita soltanto a coloro che entrarono nelle formazioni prima del 21 gennaio 1945; per quanti avessero aderito alla lotta resistenziale dopo tale data, veniva attribuito il riconoscimento di “patriota”. In data 17 maggio 1946, “Virgola”, “Leone”, “Naccari”, “Miro”, “Saetta”, “Riccio”, “Sco­glio” e un membro della Commissione accertamento riconoscimento qualifiche regionali, dopo svariate riu­nioni, firmano e licenziano il Verbale, con allegato Elenco dei nominativi appartenenti ai vari reparti della Coduri (con copia depositata presso l’ILSREC di Genova) di pp. 24, nel quale si attesta che i partigiani del Comando di Divisione della Coduri erano 41; i caduti 55; i mutilati 13; gli stranieri 2. Gli appartenenti alla Brigata Zelasco erano: 208 i partigiani e 24 i patrioti. Gli appartenenti alla Brigata Longhi erano: 165 i partigiani e 68 i patrioti. Gli appartenenti alla Brigata Dell’Orco erano: 198 i partigiani e 52 i patrioti. E i Sapisti appartenenti a squadre dipendenti organicamente dal Comando Divisione erano 153, per un to­tale complessivo di 977 effettivi. Tra i quali figurano: 89 ex alpini Monterosa; 6 ex Kriegsmarine; 9 ex ber­saglieri; 1 ex carabiniere; 1 ex GNR e 1 ex Legione Straniera, per un totale di 107 effettivi, corrispondente a circa il 10,95 % del totale. Va comunque aggiunto che dopo la Liberazione, molti hanno scritto ed ele­vato tale forza a 1500 unità. Riguardo invece gli alpini rimasti in forza alla Coduri fino alla Liberazione, se­condo lo stesso documento, sarebbero stati 89, pari al 9% del totale. Un numero decisamente inferiore ai fuoriusciti dai ranghi della Rsi stimabile attorno alle 350/450 unità. Molti di costoro infatti, in seguito al­l’abbandono, scelsero la strada di casa o militarono in altre formazioni partigiane più vicine ai paesi d’ori­gine, oppure si arruolarono (non pochi i casi) in altre unità o enti della Rsi o della Wehrmacht (tipo G.N.R., organizzazione Todt, ecc.)

   Le sorelle Azaro, “Violetta”, Gian Battista Tasso, “Bastian”, Tassano Gio­vanni, lo sconosciuto “Macario”, la signora Venzi, il timoroso Bruzzone, le ra­gazze di Battilana, quelle di Torza, il finanziere Sechi sono alcune delle donne e degli uomini che col rischio della vita e in base ad una varietà di convinzioni quasi impossibile da ricostruire decidono di entrare a modo loro in un gioco che sentono di condividere anche se ne ignorano i contorni e il possibile esito. Una partecipazione così originale e personale che sfugge alle categorie e alle defini­zioni con cui all’indomani della Liberazione verranno definiti i vari contributi degli antifascisti alla causa comune. Inevitabile il loro scomparire o il loro oscu­ramento nella storia di quegli anni come in seguito venne narrata. Ma ci furono; furono molti e importanti, più di quanto lascino intuire le storie tramandate. Tra loro – come ampiamente suggeriscono le testimonianze raccolte per la storia della Coduri, pur dirette com’erano a valorizzare il ruolo del partigianato com­battente – fu centrale il ruolo delle ragazze. Un ruolo quello femminile difficile da definire, perché su di esso la retorica resistenziale ha operato a lungo e in profondità lasciando poco spazio agli approfondimenti. Cuoche, crocerossine, staffette è stato il massimo concesso alle donne della Resistenza, comunque e sempre subalterne ai maschi. Oltre non si poteva andare. Ignorato o severa­mente censurato il loro dialogo col nemico. Riconosciuto e premiato solo nel caso fosse risultato alla base di una diserzione, ma criminalizzato e punito du­ramente là dove non aveva avuto le stimmate o il riconoscimento dell’ufficialità antifascista. Le donne con la testa rasata e dipinta – o peggio – trascinate in corteo ed esposte al dileggio dei coetanei, all’indomani della Liberazione, come simbolo del collaborazionismo col nemico non erano probabilmente molto di­verse da quelle additate come esempio edificante dell’antifascismo di genere. A favore di queste ultime giocava l’aver alle spalle famiglie e collegamenti e tra­dizioni politiche più solide e, specialmente, iniziative vittoriose. Eppure il confine tra i due gruppi era davvero esile. Lo prova come, all’indomani della Li­berazione, fatte le debite eccezioni, fratelli e genitori tennero le loro figlie e so­relle “eroine” lontane dai cortei vittoriosi e dalle sfilate partigiane. Era infatti voce comune che quelle che si mettevano in mostra in simili occasioni passavano per fautrici o praticanti dell’amore libero se non peggio.

Le testimonianze, pur nella loro parzialità, non riescono a nascondere l’im­portanza del dialogo che, anche in nome dei più normali sentimenti d’amore o simpatia, crebbe anche in quella stagione durissima tra ragazzi e ragazze della stessa età che vivevano su fronti avversi, occupati contro occupanti. Dalla mag­gior parte di questi dialoghi i partigiani erano certamente lontani ma vicina era la voglia di vita, di pace, di casa che a conti fatti fu alla base di una diserzione quattro o cinque volte superiore a quella “politica” approdata al campo parti­giano. Può essere utile a sottolinearlo quanto, nel corso di una delle interviste promosse per la storia della Coduri disse Lina, moglie del partigiano Braconi Arnaldo “Marte” che, con padre, madre e fratello gestiva la rivendita di tabac­chi col negozio di commestibili in Torza di Maissana, zona dove aveva operato anche “Violetta”:

«… posso dirvi che noi a Torza abbiamo molto lavorato, particolarmente noi ragazze che più di altri potevamo avvicinare i giovani alpini venuti dalla Germania. A loro avevano detto che in Italia vi erano molti giovani che avevano tradito la Patria e si erano dati alla montagna e agivano come dei veri banditi. Il loro compito era quello di far cessare quello sconcio e debellare una volta per tutte questa piaga, questa onta che macchiava il popolo Italiano. La parola che maggiormente dicevano era che i responsabili di que­sto erano i sovversivi e loro complici.
Noi ragazze che niente sapevamo di sovversivi, di partiti, di politica in genere, spiegavamo a questi giovani che non era vero niente di quanto le avevano detto in Ger­mania, ma che anzi, coloro che erano in montagna lottavano per un’Italia nuova e li­bera e soprattutto lottavano perché la guerra avesse finalmente fine. Ma non pensate che fosse tutto così semplice, cioè poter parlare in questo modo con gli alpini: dove­vamo prima fare amicizia con loro, vedere di come pensavano e capire se ci si poteva fidare e tutto ciò per noi inesperte, era un lavoro non indifferente. Capito poi il sog­getto, visto che si poteva parlare cominciava il nostro lavoro di convincimento, di chia­rificazione. Non vi nascondo che fra un appuntamento e l’altro ci scappava anche qual­che innocente bacetto, ma noi pensavamo che il gioco valesse la candela. Il lavoro fatto diede poi i frutti, che se proprio non andò in porto come noi avremmo voluto, servì a qualche cosa. Infatti diversi di questi giovani convintisi che la vera ragione stava dalla parte di coloro che erano in montagna parecchi di loro presero quella via».  (evb 2014).

 

 

 

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